L’ALTRA META’ DEL CIELO. Ulteriori riflessioni sul principio di gerarchia. (1/2)

Marywollstonecraft

Mary Wollstonecraft 1759-1797

Nell’ambito del pensiero sulla gerarchia, non può mancare una riflessione sulla relazione di potere che l’uomo ed il maschile ha esercitato, ed esercita, sulla donna ed il femminile. La riflessione è insidiata da due presupposti, il primo è che nel nostro caso è condotta da un maschio, la seconda è che il concetto di donna-femminile è oscuro. Si potrebbe pensare che il concetto di donna-femminile sia oscuro all’autore perché questo è un uomo-maschio, il che è vero ma avendolo premesso possiamo dire anche di un altro aspetto di questa oscurità. Nella misura in cui il femminile è stato represso e contenuto dallo strabordare del maschile, come possiamo dire in cosa consista? Se il suo essere in atto è stato condizionato, limitato, coartato e distorto dal dominio del principio che le è simmetrico ma opposto, a quale essenza possiamo riferirci se non l’abbiamo mai vista liberamente all’opera?[1]

Questa considerazione mi segue spesso quando vedo l’espressione di quel piccolo progresso che è l’eguaglianza delle opportunità. Dare pari opportunità a uomo e donna di accedere ad interpretazioni di un mondo di matrice maschile. 51ljy9OY9IL._UY250_Quando lavoravo nel mondo delle produzioni, già una trentina di anni fa, si fece gran pubblicità al fatto che finalmente cominciavano ad apparire donne manager e financo imprenditrici. Chi ha avuto la ventura di conoscere questi soggetti, ha ricavato la unanime impressione, si avesse a che fare con dei travestiti, lo stesso disagio straniante che si ha nel guardare quei programmi televisivi in cui si prendono bambini che si travestono da adulti. La donna manager aveva un sovrappiù di freddezza, di spietatezza, di distanza, era una versione più realista del re, non era centrata sulla relazione tra funzione ed interprete, aveva un compito in più da soddisfare: mostrare che quella interprete era in grado di sacrificare se stessa, il suo specifico, pur di espletare la funzione. Tale sacrificio era poi ancorpiù concreto, stante che il coinvolgimento professionale ad alto livello, comportava spesso il deserto affettivo e la rinuncia alla funzione materna. Una certa risoluta freddezza era ancorpiù accentuata per togliere d’ingombro ogni turbolenza sessuale.

Come si vede, la matassa subito s’ingarbuglia. In quella interpretazione femminile del ruolo maschile non si sa più se il ruolo è oggettivo e non connotato sessualmente (se cioè è effettivo del ruolo di potere manageriale quel tipo di comportamento a prescindere dal sesso), se è maschile nelle forme condizionanti e quindi l’interprete femminile deve recitare la parte (con quell’ asincronia un po’ falsa che si registra ad esempio quando un parlante di una regione usa il dialetto di un’altra regione), se detto altrimenti, un mondo fatto assieme, non avrebbe creato quella funzione o la avrebbe disegnata in forme decisamente diverse;  se esiste in potenza un possibile “femminile” originario e non distorto della possibile interpretazione del ruolo e quanto questo è un immaginario maschile. Insomma il femminile sembra noumenico non solo per il maschile, ma in sé, per mancanza di opportunità di espressione già nella formazione delle strutture del mondo e del loro immaginario.

suffragette3Le pari opportunità sono dunque un piccolo progresso[2]. Sono un progresso perché almeno prevedono un possibile alternanza negli interpreti dei ruoli, ma piccolo, perché quel ruolo ha una partitura scritta dall’altro sesso. Neri che fanno i bianchi, servi che fanno i padroni, sfruttati che poi diventano sfruttatori hanno un che di patetico, mostrano la perfidia del dominio che si fa guscio fintamente neutro per ospitare interpreti talmente ininfluenti da sacrificare la propria essenza per adeguarsi a quella forma-funzione. Il prototipo di questa essenza formale, per chi ha fatto il militare, è il caporale di giornata. Un soldato semplice, una ultima ruota del carro che, solo per un giorno, assurge a capo (per altro di infimo livello) dei suoi simili. Lì spesso si notava lo sprigionarsi dello spirito del kapò, del collaborazionista del potere che salvato dall’anonimato dell’indistinto, faceva a gli altri quello che egli stesso, come altro, aveva lungamente subito e presto sarebbe tornato a subire. Con puntualità ironica, Totò poneva il caporale come alternativa dell’essere pienamente uomini “ma siamo uomini o caporali?”. Così per quei avventizi della notorietà che secondo la felice espressione di Warhol, hanno il loro quarto d’ora di celebrità che festeggiano concentrando nella ridotta finestra di quella che vivono come grande opportunità, tutto l’essenziale di disordinate aspettative a lungo coltivate come passivi e frustrati spettatori, nella speranza di essere promossi a “noti a tempo indeterminato” o quantomeno, nella speranza di “lasciare un segno”, occupare un frame di memoria che sopravviva più che non il piccolo quarto d’ora che gli spetta[3].

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9788807100222_quarta.jpg.448x698_q100_upscaleLa pari opportunità sono un fondamento del concetto di uguaglianza versione liberale[4]. E’ questa l’essenza del ragionamento della famosa Teoria della giustizia di J.Rawls, condivisa anche da Amartya Sen. La libertà nella concezione dei sistemi non è prevista, ma è prevista la libertà di poterli interpretare senza discriminazioni di razza, sesso e genere, età e censo, nella teoria. Quello che implicitamente si presuppone è un enorme Letto di Procuste per cui il sistema è dato e minerale nelle sue forme ma libero è l’accesso per coloro che vogliono adeguarsi alle sue misure. Il che ci porta ad una retro determinazione, un presupposto invisibile per il quale la varietà umana è intesa solo come varietà di interpretazione, non varietà di realizzazione. La forma è una, non plurale, l’interpretazione molteplice ma se questa interpretazione è così plurale, ciò significa che gli interpreti sono in fondo equivalenti. L’uguaglianza delle interpretazioni sottende l’uguaglianza delle essenze. Siamo tutti uguali non rispetto a…, siamo tutti uguali in sé per sé, siamo degli indifferenziati. Furbescamente, A. de Tocqueville mischiò l’uguaglianza della democrazia all’uguaglianza della massificazione (uguali rispetto a…, uguali in sé per sé), per usare l’orrore della seconda, contro la prima.

coppia-di-cardelliniIl disguido sul concetto di uguaglianza si è riflesso nella “progredita” concezione della donna nella nostra società. Le donne sono uguali a gli uomini. Concetto evidentemente falso come si può notare a prima vista. Con questo concetto dalla parvenza di progresso, si è supposto che la differente forma fosse epifenomenica, la sostanza era la stessa. Come universale, cioè come “umano” è certo la stessa, ma l’umano maschile e l’umano femminile sono evidentemente due sostanze differenti (ed è per questo che Aristotele notava che l’universale non è sostanza). Questa semplificazione del distratto pensiero progressista è alla base anche di certe concezioni sull’indifferenza etnica. Per paura che la differenziazione porti al giudizio di superiore ed inferiore, si è fatto tabula rasa della diversità relativa e si è passato col rullo compressore sulle diversità appiattendole nelle Grande Normalità. Grande Normalità che non solo è un falso assoluto ma è anche falsa coscienza poiché essa non è mai oggettivamente neutra essendo definita sempre da una generazione, da un sesso, da un genere, da una classe dominante, da un’etnia.

Se anche ci limitassimo a non incorrere subito nel giudizio e rimanessimo alla constatazione di differenza, si aprirebbe poi una seconda difficoltà. Come qualificare questa differenza? Virginia WoolfLa definizione infatti rischierebbe di provenire da una comparazione: “rispetto al maschio, la femmina…”. Ma questo non dice nulla dell’essenza, dice della differenza partendo da un punto espresso, si userebbe un punto espresso per definire l’espressività di un punto inespresso. Cosa sappiamo noi (maschi e femmine) di cosa sarebbe il femminile ed anche del maschile, in un mondo ipotetico costruito in base alla equilibrata partecipazione delle due essenze differenti? Ne conseguono due osservazioni. Non sappiamo cosa sarebbe il femminile perché non abbiamo prova di possibili relazioni osservabili tra una essenza in sé ed un contesto a cui quella stessa essenza ha dato il suo contributo costruttivo. Quindi, non sappiamo neanche cosa è il maschile perché di contro, l’illimitatezza di cui questo ha goduto essendo l’unico artefice del contesto, lo ha sovraesposto. Maschile e femminile, fino ad oggi, sono state due parodie, la prima idealtipo dell’essere tutto, la seconda idealtipo dell’essere niente, quando è immediatamente evidente per semplice constatazione statistica, che entrambe le asserzioni sono false.

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6a00e0097ed6408833017d42bd79d8970c-piI rapporti relativi tra maschile e femminile sono stati storicamente intesi come gerarchici, “una differenza esiste eccome, ed è quella che fa sì che l’uno domini sull’altro”.  Nulla della nostra complessione biologica dice di ciò. Il concepimento prevede la relazione tra i due generi, la maternità prevede solo il genere femminile, la cura della prole prevede di minima solo quella femminile, di massima quella di entrambi. Solo superata una determinata  fase neonatale, può prevedere quella solo maschile.  Minima e massima, aumentano o diminuiscono le percentuali di sopravvivenza e benessere del piccolo umano. Poiché il concepimento è condizione sufficiente ma anche necessaria per dar via a tutto il restante percorso dell’essere umano, sembra che la natura ci abbia vincolato alla relazione delle differenze. Modalità che la natura mostra di preferire nella gran parte delle sue realizzazioni, dotare ogni essere (in generale) di molto ma non di tutto, per completarsi in un tutto, l’essere è -obbligato- ad avere relazioni fuori di sé. Il concepimento è l’attuazione del nostro primo imperativo biologico: essere. Non si può essere se non siamo stati generati e grande parte della generazione è data per partecipazione (relazione) di differenze.

against-our-will-men-women-rape-susan-brownmiller-paperback-cover-artIn linea di principio, la generazione umana potrebbe avvenire anch’essa per via gerarchica[5]? Il maschile (nell’uomo come nell’animale) potrebbe bloccare con la forza una femmina e trasmetterle il seme a forza. La cosa è tecnicamente possibile anche se meno facile dell’immaginato poiché l’operazione è delicata e sicuramente resa meno soddisfacente dall’attenzione che il maschio deve profondere nel tenere ferma ed impotente la femmina violentata. Ma poi, non dice nulla dell’esito dell’operazione. La femmina avrebbe potuto sviluppare la gravidanza ma se non protetta ed aiutata, la generazione sarebbe stata a rischio. La stessa paternità sarebbe stata a rischio perché se questo sistema si fosse affermato, vattelappesca il figlio di qual donatore di seme sarebbe stato. Infine, una donna partoriente con un piccolo indifeso e bisognoso, lasciati al caso avrebbero avuto minori chance di farcela e non ultimo, uno donna avrebbe sempre potuto abbandonare il figlio concepito senza partecipazione, magari in favore di qualche maschio meno violento e più partecipativo. Chissà, magari la nostra evoluzione animale è andata a tentoni nei primi tempi, proprio selezionando questo secondo comportamento, quello che fa anche  dell’uccello giardiniere dell’emisfero australe un grande corteggiatore. E il corteggiamento ha anche un’altra importante funzione biologica, quello proprio di selezionare i caratteri, selezione che com’è noto, pertiene quasi sempre alla femmina. Nel gioco naturale del proporre e disporre, il maschio svolge il primo, la femmina il secondo. Sembra che la natura stessa abbia prescelto la femmina per discriminare, stante che il maschio tende semplicemente a spandere il suo seme ove è possibile. Il meccanismo di proposta in grande abbondanza e disposizione determinata, si trova nella stragrande maggioranza delle dinamiche creative della natura e compare anche a livelli di essere precedenti la divisione sessuale[6].

IMG_0251.480x480-75La gerarchia nella generazione è quindi assente nelle forme semplificate di A domina B o B domina A, non è totalmente assente perché ora A o ora B esercitano una qualche preminenza nel processo che dal corteggiamento porta alla fine della protezione del nato pronto a diventare autonomo, ed è dunque presente in forme variabili. Questo concetto delle gerarchie variabili, che a noi sta molto a cuore, non è molto ben compreso. Il concetto di uguaglianza come identità degli indiscernibili fa torto alla reale e concreta esistenza di differenti, la diseguaglianza della gerarchia fissa fa torto alla natura espressiva di ogni essere ed alla ricchezza della loro differenza. L’eguaglianza dei differenti[7] che poi sarebbe meglio chiamare equivalenza dei differenti è invece una relazione continuata in cui si alternano le gerarchie, il gioco del dominare ed esser dominati, annulla il senso del dominio come condanna e favorisce la compenetrazione empatica tra dominante e dominato che subito dopo si rivolgono al contrario. Il potere diventa una funzione relativa e non una posizione assoluta.  Questo rende la gerarchia funzionale a qualche scopo di coppia o di società e non come fine in sé per cui uno domina l’altro o tutti gli altri.  La gerarchia variabile usa la gerarchia che è necessario principio che ordina il prima ed il poi, in forma variabile perché finalizzata non al dominio di un ente individuale sull’altro ma finalizzata al dominio di forme sistemiche di individui in relazione (coppia, gruppo, società) su ciò che è intorno a loro, un intorno in cui discernere i problemi e le opportunità anche nel necessario divenire che connota l’alternanza di questi aspetti.

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gimbutasc7La rottura di simmetria che portò all’affermazione della gerarchia fissa interpretata dai maschi-padri dominatori incontrastati della femmine-madri, avvenne probabilmente lungo i millenni che portano all’affermazione delle prime società complesse, 8-6000 anni fa. Prima di allora, non si mostrano segni di differenza gerarchica almeno per quanto possiamo dedurre dall’immaginario e dalle sepolture. Quanto all’immaginario, parliamo della vasta e diffusa presenza delle statuine femminili che alcuni(e) hanno interpretato come “dee madri”. Quanto alle sepolture, si passa da cimiteri delle sepolture per lo più indifferenziate ma in cui a volte, c’è o un maschio o una femmina a cui si tributarono onori speciali (probabilmente sciamani/e) a sepolture in cui spiccano alcune coppie (seppellite assieme) di classe “superiore”. Infine si affermano le sepolture del grande uomo, il re, alla cui morte spesso corrispondeva l’uccisione della moglie interrata col defunto, assieme a vari schiavi/e e naturalmente oggetti di conforto per l’oltrevita.

01arch_ss_1aContestualmente, spariscono immagini e simboli dell’immaginario ginocentrico e si affermano quelli androcentrici. Sincronicamente, compaiono siti più vasti, mura e fossati, armi, luoghi centrali di culto e/o potere politico. Qui, le prime interpretazioni, dedussero una possibile inversione nei ruoli di potere, prima femminili, poi maschili (tesi matriarcato di Bachofen). Ma l’interpretazione si rivelò fallace e sintomatica del fatto che tendiamo ad interpretare il passato secondo i sistemi mentali che le strutture in cui viviamo, hanno formato. Non consideriamo cioè che possano esistere strutture diverse a cui corrispondevano sistemi mentali diversi dall’oggi e corrispettivi della realtà del tempo. Quello che lo scarno registro dei reperti ci mostra è in realtà un prima in cui non esisteva una gerarchia pronunciata, fissa, monogenere ed un dopo in cui diventa struttura portante delle società umane complesse, invariabilmente maschile con deità paterne, spesso irate, violente e vendicative[8] che tendono all’uno, cioè al monoteismo. Il passaggio non segna una interpretazione della gerarchia che subentra all’altra, ma la nascita stessa di questo tipo di ordine.

Quello che si forma con le società complesse è una tripartizione netta tra tre ambiti in cui si sviluppa l’ordine gerarchico: a) il nucleo famigliare; b) la comunità sociale; c) i rapporti tra comunità diverse. Probabilmente, fu il cambiamento dell’ultimo ambito ad retroagire su gli altri due modificandoli. Qui c’è un prima in cui i rapporti tra comunità diverse non era problematico ed un dopo in cui divenne problematico. 9788842060260La problematicità provenne dalla possibile sincronia di due dinamiche, la crescita moderatamente costante delle comunità, la decrescita di opportunità naturali dovuta a qualche cambiamento nel contesto naturale, progressivo o catastrofico. Gli occidentali, in genere, fanno due errori a riguardo: alcuni tendono ad universalizzare quello che invece è proprio dei soli occidentali; altri tendono ad occidentalizzare quello che invece è proprio di quasi tutte le culture. Sull’argomento in esame, si è insistito sulle dinamiche delle invasioni dei popoli centro-asiatici (indoeuropei) che avrebbero importato la gerarchia nell’ambito della precedente cultura egalitaria dell’Antica Europa. Ma il passaggio da società non belliciste ed apparentemente armoniche ed egalitarie a società gerarchiche a conduzione maschile con re, eroi, guerrieri con tutta la parallela trasformazione dell’immaginario, si registra anche nell’Antica Cina e società gerarchiche androcentriche compaiono,  anche in Mesoamerica. Le società dei nativi nord americani (ad esempio la cultura irochese) apparvero come più equilibrate ed infatti son quelle che mantennero fino all’arrivo dei coloni europei, un largheggiante rapporto tra la loro dimensione ed i territori di riferimento.

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L’areale originario dei kurgan, nell’ipotesi Gimbutas

Il fenomeno quindi non sembra locale ma generale e richiede una spiegazione generale. I Kurgan (gli indoeuropei originari della teoria Gimbutas) possono aver avuto la loro parte storica effettiva ma forse furono solo l’evento giusto al momento giusto ed il mistero per il quale esiste una evidente sproporzione tra l’areale in cui s’impose la loro lingua e quelle che dovettero essere comunque ridotte entità invadenti, per quanto armate e feroci, forse va spiegato differentemente. In Cina ad esempio, nonostante élite guerriere fortemente intenzionate (prima mongole, poi mancesi) abbiamo effettivamente sottomesso grandi maggioranze cinesi, nel medio-lungo tempo e nonostante intenzioni contrarie, furono le élite ad esser riassorbite nella cultura e nella lingua cinese. A dire che la cultura indo-europea certo tentò di imporsi con la forza ma il fatto che poi vi riuscì, può spiegarsi col fatto che, ad un certo punto, risultò più idonea per qualche ragione. Certo s’impose ma venne anche accettata[9]. E la ragione potrebbe esser stata che la gerarchia, la violenza, la logica dicotomica, il patriarcato, la rottura della simbiosi naturale, l’Altro come nemico, furono un pacchetto di forme strutturali che ben rispondevano alle mutate condizioni a cui le due citate dinamiche, avevano dato luogo: un nuovo regime di scarsità e problematicità delle relazioni. L’ordine gerarchico fu la risposta che il primo e più primitivo vivere umano associato, diede come reazione a questa nuova serie di difficoltà.

L’essere umano è il più generico degli esseri viventi e questo è il segreto del suo straordinario adattamento, un adattamento che per molteplicità delle risposte date alla molteplicità dei problematici contesti in cui si è affermata la presenza umana, lo ha fatto diventare la specie in cima alla gerarchia dei viventi, quello che patisce da pochi o nessuno ma fa patire tutti gli altri. l-origine-della-famiglia-della-proprieta-privata-e-dello-stato_381La sua genericità porta ad escludere l’esistenza di un senso forte dell’espressione “di sua natura”. L’umano non è di natura né egalitario, né gerarchico perché è generico e quindi idoneo ad ambientarsi nell’una o nell’altra forma a seconda delle situazioni. Sono le situazioni in cui si trova a sollecitare questa o quella risposta[10]. Essendo poi un ente biologico-culturale, anche laddove ha mostrato l’immediata tendenza a rispondere con l’ordine gerarchico ad un contesto problematico, può sempre giungere a modificare questa sua risposta in un certo senso “istintiva”, evolvendo verso una di tipo più complesso sempre e solo laddove ciò sia più adattativo. Noi sosteniamo che il nostro dover diventare più egalitari e meno fissisti nell’interpretazione gerarchica, ha oggi un valore più adattativo rispetto al nostro nuovo ambiente planetario, quello della Grande Complessità. Se la prima complessità è quella che portò alla formazione delle società complesse gerarchiche ed androcentriche, la Grande Complessità che è l’era in cui siamo entrati, richiede un superamento di questo vecchio modo. La Grande Complessità richiederebbe adattativamente sistemi policentrici, distribuiti e diffusi, partecipati continuamente tra le parti e composti in una equivalenza delle differenze che li e ci, compongono. Solo così si può manifestare un adattamento che mantenga forme di ordine dinamico. La società rigida, gerarchica, elitista, che s’impone sul suo esterno, sia questo fatto solo di popoli (guerre) o anche di natura (crisi ecologica), non è più adattativa.

Se effettivamente furono le mutate condizioni ambientali di territorio, clima e di vicinanza tra insediamenti che si trasformò da coabitativa a competitiva all’alba delle prime società complesse (10000 – 8000 anni fa) e se fu questo a retroagire sulla geometria sociale che da orizzontale diventò verticale e con essa, il nucleo famigliare, allora possiamo dire che l’essenza di questa dinamica, l’essenza della dinamica gerarchica è il tipo di relazione che questa istituisce come ordine nel funzionamento di un sistema umano che si trova in situazioni di relazioni divenute problematiche. Tanto di quello macro di un vasto territorio, quanto di quello meso del singolo villaggio, tanto di quello micro della famiglia, quanto di quello su cui si basa il primo livello dell’ontologia della relazione, la relazione tra le due metà del cielo. Così al livello zero, la relazione Io – Mondo.

(1/2, continua qui)

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 Grande parte delle riflessioni qui svolte si sono accompagnate alla lettura di: A.Cavarero, F.Restaino; Le filosofie femministe, Bruno Mondadori, Milano, 2002 –

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Sulla gerarchia, abbiamo già riflettuto qui e qui.

[1] Secondo la filosofia di orientamento postmoderno e poststrutturalista, si può perfino dubitare possa esistere un concetto di femminile che non sia una costruzione socio-storica. Io penso che senz’altro esistano le costruzioni socio storiche ma penso che queste abbiano fondamenta nel corposo terreno della nostra biologia. Questo terreno non determina in via esclusiva e conclusiva il soprastante soggetto ma la sua costruzione en plain air non prescinde dalla tipologia del sottostante terreno. In questo senso, le due correnti di pensiero di origine francese, polverizzando la materia corporea in una nuvola psico-linguistica, ricadono nell’idealismo più puro.

[2] Sul giudizio di “piccolo progresso” vorrei precisare un punto di vista. Molto spesso i “piccoli progressi” vengono squalificati da chi ha una visione rivoluzionaria, piena, immediatistica; non valgono, non raggiungono il punto, possono addirittura distrarre dall’ottenimento del punto, possono depotenziare la lotta principale portando ad accontentarsi di qualcosa che non è il tutto. Torna qui il dibattito sulla teoria delle trasformazioni umane e sociali a cui spesso ci riferiamo problematicamente. dichiarazione-dei-diritti-della-donna-e-della-cittadina-Le donne si sono trovate nello sprofondo della gerarchia. Tutti gli umani condividono il problema di non essere pienamente umani, alcuni (la stragrande maggioranza) condividono la sudditanza sociale, solo le donne si trovano anche ad un terzo girone di servitù, quello di subire il dominio dell’uomo. Questo fa sì che almeno in teoria, il soggetto propriamente portatore del maggior e più radicale cambiamento dello stato del mondo, sarebbero non i proletari ma le donne in quanto tali: “…esse, come parte della specie umana, operino, riformando se stesse, per riformare il mondo” (M. Wollstonecraft, A Vendication of the Right of Woman, Penguin, London, 1992, p.133). La lotta per i diritti minimi va intesa come passo necessario ma non sufficiente di questo percorso. Solo facendo emergere la donna a livello di pari dignità relativa si potrà poi porsi gli obiettivi successivi. Le trasformazioni che impongono i cambiamenti, specie se decisivi ossia radicali, impongono la logica del percorso e non quella del salto triplo, i piccoli cambiamenti sono frazioni dei grandi cambiamenti. Fuori della progressione del cambiamento c’è solo l’esplosione di complessità, esplosione che distrugge per un momento l’ordine per poi richiederne immediatamente la riformulazione, poiché senza ordine la struttura umana e sociale semplicemente, collassa. Occorre cioè cambiare ordine mentre si mantiene una qualche funzione ordinativa, come felicemente espresse O. Neurath, riparare la nave mentre naviga. La pari opportunità non sono un falso movimento ma un movimento insufficiente.

[3] L’intera industria elettronica e lo sviluppo di internet e dei social media, tende a simulare questa notorietà. Tutti possiamo farci un film, uno foto da postare, possiamo esprimere opinioni ininfluenti, rispondere a domande che nessuno ci ha fatto, scrivere e pubblicare come noi stessi stiamo facendo qui.

[4] La teoria liberale, in versione femminista, nasce in ambito anglosassone a metà del XIX° secolo ed ha la sua più radicale espressione con Harriet Taylor e il suo compagno John Stuart Mill, con il movimento di rivendicazione dei diritti di volto della suffragette, con l’americana Elisabeth Cady Stanton e la dichiarazione dei diritti delle donne del 1848 in USA.

[5] Sulla tematica dello stupro, storico il “Contro la nostra volontà. Uomini, donne e violenza sessuale, Bompiani, Milano, 1976 di Susan Brownmiller. L’americana, nel 1975, sostiene che lo stupro non esiste nelle pratiche animali, che negli uomini risale alla preistoria (chissà … in linea generale stiamo scoprendo che le pratiche umane più violente non fanno parte di un bagaglio ferino da cui facciamo fatica ad emanciparci ma sono altresì un portato della prima complessità sociale. TattersallL’idea di una preistoria dura, violenta e animale è tipica della mentalità di quei popoli precedentemente barbari, poi parzialmente emancipati che sono gli anglo-sassoni. Di un passato iper-carnivoro, egoista e free-rider, della carneficina dei Neanderthal, dello stesso nomadismo esasperato, non si sono trovate poi molte conferme. ) ed hanno un senso di violenza più marcatamente politico e morale che sessuale. Esistono anche tesi come quelle di una antropologa di cui mi scuso ma non riesco a ritrovare il nome, secondo la quale furono le donne ad effettuare la selezione della specie e non solo per la scelta del partner riproduttivo. Ciò in ragione del fatto che nei tempi antichissimi, stili di vita molto difficili e seminomadi, portavano a non poter portare con se più di un figlio, forse due se uno dei due leggermente più grandicello. Furono quindi le mamme a dover prendere la dolorosa decisione di chi tenere e chi lasciare. La nostra perdita della peluria corporea, la selezione dei tratti più eleganti e meno animali, sarebbero dunque “scelte” di selezione intenzionale, magari salvando dall’abbandono proprio i figli che apparivano più indifesi. Le congetture sulla preistoria sono, purtroppo, destinate a rimanere tali fino a che non avremo risolto il problema del su cosa appoggiarle. L’idea di una selezione intenzionale, oltretutto proposta (ed effettuata) da una donna, oltretutto del più debole non del più forte, ha fatto contorcere i neodarwinisti maschi mentre, sul piano logico, è del tutto plausibile.

[6] Ci siamo fatti la domanda sulla gerarchia nella riproduzione umana perché questa è ciò che perpetua il nostro essere non perché essa rivesta ruolo esclusivo o dominante, nella sessualità umana che ha anche altri fini e funzioni.

[7] Nella storia del pensiero femminile è su questo concetto che batte soprattutto Virginia Woolf. Nel saggio “Le tre ghinee, Feltrinelli, Milano, 1980” del 1938, l’autrice deve decidere come destinare tre ghinee in favore del cambiamento. Una va ad un istituto di educazione per ragazze affinché si sviluppi una “cultura differente”, tra cui l’arte dei rapporti umani, l’arte di comprendere la vita e la mente degli altri. Una va ad una associazione che aiuti le donne a trovare anche un loro inserimento sociale pubblico ma portando con loro un principio di differenze e che possano costituire una Società delle Estranee che funzioni fuori dai canoni che riproducono il potere all’interno anche delle organizzazioni che si battono contro un qualche potere. La terza, infine, va ad una società maschile che si batta per il comune obiettivo: contro la guerra ed i regimi totalitari. Qui le donne non hanno bisogno di replicare una loro pubblica lotta, poiché il loro ruolo sarà privato, non solo critico ma anche creativo, inventare nuove parole e nuovi metodi, precursori del riconoscimento politico anche del personale. Un secondo apporto lo troviamo ne “Il secondo sesso, Il Saggiatore, Milano, 1984” di Simone de Beauvoir, in cui dalla differenza gerarchica verticale, si passa a quella orizzontale cioè reciproca.

[8] Marija Gimbutas, La civiltà della dea. Il mondo dell’Antica Europa, Nuovi Equilibri, 2012; Riane Eisler, Il calice e la spada, Forum, 2011. downloadx4La prima è una archeologa linguista, la seconda una sociologa storica (la seconda è anche erede culturale della prima), entrambe decisamente orientate alla studio molteplice ossia interdisciplinare. La Eisler cita i lavori di Ilya Prigogine e Stephen Jay Gould sul concetto di auto-organizzazione e la presentazione italiana del suo libro più noto è di Mauro Ceruti, tutti rimandi chiari alla cultura della complessità. Sintomatico esse siano donne, il cui lavoro, pur non essendo stato falsificato da alcuno, è rimasto per lungo tempo circondato da un alone ereticale, limitrofo alla fanta-archeologia. Ancora oggi, la storia prima dei Sumeri non è ancora ritenuta tale e non è insegnata come parte della nostra stessa storia, creando l’illusione distorta che la parte (gli ultimi cinquemila anni) sia il tutto e che il tempo brevissimo (solo cinque millenni) sia un frattale del tempo assoluto. Quest’ultima distorsione, connessa con quella delle fondazioni monoteistiche, è responsabile anche della nostra mancanza di prospettiva temporale di lunga durata, nonché della cecità concettuale a molte parti della prima storia, la cui maggior conoscenza aiuterebbe a relativizzare i conati assolutistici che si sfogano nelle varie “filosofie della storia”.

[9] Ogni forza ha il suo limite nella debolezza su cui si applica. I barbari provarono per decenni a distruggere il limes romano ma ci riuscirono sistematicamente, solo quando la debolezza sistemica dell’impero ne permise la possibilità. Passare ad una logica delle relazioni significa anche esaminare i due lati delle relazioni di potere. Potere significa anche che si può, che nulla resiste o ostacola.

[10] Questo punto è essenziale, l’essere umano è quello dotato di meno precisi poiché molteplici, caratteri essenziali. L’essere umano risponde alla definizione di Aristotele di -in potenza- ed -in atto-, è in potenza molte cose, questa è la sua vera essenza. Più si retrocede nel tempo antico, oltre la fase delle società complesse, più è improprio dire che gli uomini primitivi fossero così o colì. la_parete_dei_leoniI gruppi umani erano pochi e sparsi su vastissimi territori, molti rimanevano isolati per giorni o mesi ed anche quando formavano una proto-cultura, nel senso che insistevano su un certo (vasto) territorio in cui si connettevano saltuariamente con altri gruppi umani, la varietà pur tendendo a convergere, rimaneva ampia e variegata. A dire che, probabilmente, ci furono gruppi già gerarchizzati ed altri no, alcuni egalitari altri no, alcuni pacifici ed altri no. Però, le forme gerarchiche, androcentriche e belliciste che molta paleoantropologia suppone, non avevano poi molta ragione di esprimersi come tali. Nella nostra versione per cui è il contesto a determinare la selezione dei tanti potenziali testi  che costituiscono il patrimonio dell’essere umano (anti-essenzialismo), non c’è ragione o movente per immaginare tribù di maschi assassini, free-rider e predoni che rapiscono e violentano donne. Se non ci furono essenze ed i contatti erano saltuari ed episodici più indietro si va nel tempo, dire che “eravamo così” è un errore.

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Informazioni su pierluigi fagan

59 anni, sposato con: http://artforhousewives.wordpress.com/, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore per 22 anni. Da più di tredici anni ritirato a confuciana "vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente. Il tema del blog è la complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore.
Questa voce è stata pubblicata in antropologia, evoluzione, paleoantropologia, società complesse e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a L’ALTRA META’ DEL CIELO. Ulteriori riflessioni sul principio di gerarchia. (1/2)

  1. Aldo Zanchetta ha detto:

    Caro Pier Luigi Fagan
    è una corvé seguire i suoi testi a getto continuo e non brevi, sempre interessanti. Ho stampato ora i due testi sull’altra metà del cielo perché riesco a concentrarmi solo sul cartaceo.
    A una rapida scorsa mi pare le manchi una lettura importante: “Genere” di Ivan Illich, ripubblicato mi pare nel 2012 da Neri Pozza e curato da Giorgio Agamben. Mi dicono sia andato esaurito, ma sul pensiero di Illich espresso in questo libro c’è un ottimo capitolo scritto da Sylvia Marcos sul libro “Ripensare il mondo con Ivan Illich” che le ho fatto inviare dall’editore alcune settimane or sono
    Cordialmente
    Aldo Zanchetta

    • pierluigi fagan ha detto:

      Molto apprezzate segnalazioni integrative, sia da me per gli approfondimenti che non finiscono mai, sia per chi legge. Grazie anche per il libro che metterò assieme all’altro e che prima o poi tratterò, l’editoria coraggiosa va senz’altro promossa. A presto.

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