L’ALTRA META’ DEL CIELO. Ulteriori riflessioni sul principio di gerarchia. (2/2)

9788875781255La natura del ciò che è, è molteplice. Comparate tra loro, queste molteplicità, sono differenze relative. Nella natura umana, uomini e donne, maschi e femmine sono la prima delle differenze, sotto le quali molte altre si raccolgono. Il fatto che dalla differenza si passi alla gerarchia, dice che queste differenze pongono un problema di relazione in quanto la gerarchia è una forma di ordine della relazione. Pongono il problema della relazione poiché per stare come differenze e quindi molteplici, in un uno che il tutto ciò che è, debbono trovare il loro ordine, il come l’una cosa si relaziona all’altra o alle altre. La gerarchia è appunto “uno” di questi modi d’ordine, il più semplice e primitivo.

L’ipotesi che la gerarchia si sia affermata più di diecimila anni fa come sistema di ordine, laddove le relazioni con l’ambiente, il contesto, le altre tribù e gli altri villaggi, si fecero problematiche (ipotesi che abbiamo formulato nella prima parte), dice della forma che questa gerarchia prese come modo di ordinare. Questa forma è dall’unilaterale me al multilaterale fuori di me, è riduzione del Mondo all’Io, il mio. E’ la preoccupazione di chi non riesce più a far quadrare con facilità i conti di tutti e così si preoccupa solo dei suoi.

sputiamohegelPrima ancora della formazione delle prime società complesse e con esse della gerarchia estesa, ipotizziamo che le relazioni tra i nuclei sociali fossero basate su molti schemi, molte sullo scambio e sul dono. Lo scambio era delle  cose ( eccedenze vs mancanze) e delle persone, queste persone che passavano da un gruppo ad un altro erano, per lo più, donne. Dalla maggior varietà componente i codici genetici femminili, rispetto ai codici maschili, abbiamo conferma che le relazioni esterne tra gruppi, vennero tessute da agenti tessitori, da  donne che si univano a uomini di un altro gruppo. L’esogamia aveva la triplice funzione di permettere l’arricchimento genetico tramite composizioni di varietà (accompagnata dall’istituzione del tabù dell’incesto all’interno del gruppo), di eliminare la competizione interna tra maschi o femmine poiché essi avrebbero dovuto cercarsi il partner all’esterno, di legare i nuclei tra loro in base a relazioni di parentela. Si è immaginato che questo scambio esterno fosse già regolato da una prima forma di dominio maschile ma si è anche notato, in antropologia, che le “feste”, occasioni sociali che coinvolgevano più nuclei di un certo territorio, potevano offrire l’occasione migliore per lo sviluppo di queste relazioni. Musica, canto, ballo, esibizione, mettersi in ghingheri, cura della persona e dell’abbigliamento,  linguaggio degli sguardi, intraprendenza e civetteria, scambio di nomi e di pegni, furono tutte pratiche sviluppatesi nella profonda antichità, esistenti ancora oggi ed estese a tutti i luoghi del pianeta[1]. Nulla di tutto ciò aveva senso essersi evoluto all’interno del proprio nucleo, con e tra persone che già si conoscevano, alle feste si andava e si va per “conoscere” e tra già conoscenti, hanno un altro senso.

Quando però, i nuclei sociali già stanziali anche se non necessariamente già del tutto agricoli, crebbero di dimensione, ospitando già all’interno più nuclei famigliari, questa esigenza di relazione reciproca esterna, perse le sue ragioni. VgPcuMpTLCdo_s4-mRimase probabilmente lo scambio commerciale e con esso, qualche agente tessitore maschio che continuò a prender moglie all’esterno del proprio gruppo natale. Ma la nascita dei primi conflitti tra società confinanti, cambiò radicalmente l’intera forma degli ordini e delle relazioni. L’interrelazione violenta dal noi al fuori di noi, cambiò la dinamica della relazione[2]. Alcuni maschi divennero guerrieri.

La nascita del guerriero pose lo stesso problema che oggi pone l’industria militare. Una specialità di cui è richiesto l’affinamento qualitativo, si sviluppa per una causa ma poi diventa essa stessa causa del proprio utilizzo ed ulteriore sviluppo. Non s’impianta una sofisticata industria delle armi se queste poi non vengono usate di continuo permettendo la produzione di altri armi. Non s’impianta il modo militare se poi questo lo si utilizza solo una volta ogni venti/trenta anni. I guerrieri, come oggi l’industria militare, divennero essi stessi ragioni e causa di continui conflitti. La loro specializzazione, fondava le ragioni stesse della loro funzione la cui affermazione si nutriva anche della continua crescita delle dimensioni dei gruppi sociali. Il guerriero che porta all’eroe ed al re, fu la rottura di simmetria tra le due metà del cielo. La conquista coattiva sostituì gli scambi ed i doni, i rapimenti e lo stupro delle femmine dei perdenti sostituirono la festa. La relazione orizzontale di reciprocità basata sul corteggiamento e sul baratto, lasciò il posto alla relazione di gerarchia, verticale, unilaterale, basata sulla violenza, sull’imposizione e sul primato della forza. Prima della formazione delle società complesse, tutto ciò non aveva movente se non postulando una presunta essenza dell’aggressività umana, essenza che non risulta da nessuna seria ricerca disciplinare, come per altro non esiste nessuna precisa essenza umana che vada oltre il “bipede implume”.

Il modo di interrelazione gerarchica esterna, retroagì anche sulle forme interne delle società rompendo la simmetria di genere nell’immaginario, dalla diffusione della spiritualità all’accentramento della funzione sacerdotale, dalla composizione dello stesso proto-clero che da misto con forte componente femminile come intermedio rappresentante di per sé la natura, i cicli, la nascita e la cura diventò ieratico, a sua volta gerarchico e maschile, nella stessa natura delle divinità la cui conversione da un mondo di donne e terra ad un mondo di maschi e cielo è largamente attestato. La Teogonia di Esiodo narra di questa fase di passaggio, in cui il cielo ingravida la terra.

l-ordine-simbolico-della-madre_328Quelli che dovettero essere i primi coordinatori della funzione sociale di società già ai primi stadi di complessità, con già affermata una iniziale divisione del lavoro, coordinatori (e proto-legislatori) delegati, forse turnari, magari scelti secondo i parametri della saggezza ed anzianità, vennero sostituiti da i capi, capi della funzione militare divenuti in seguito all’affermazione di questa, capi politici spalleggiati dai simmetrici capi sacerdotali. Tutti maschi (le caste sacerdotali, in verità, dissimulano spesso il loro genere, ad esempio negli abiti, per non essere esplicitamente in concorrenza coi maschi militari o politici). Questa linea di retro determinazioni, giunse fino alla famiglia che diventava la famiglia del padre (pare che l’eredità della terra, in tempi molto antichi, fosse matrilineare)  e bloccava l’ontologia delle relazioni di primo livello, quelle uomo-donna, sull’assetto della gerarchia del primo termine rispetto al secondo. La rottura di simmetria con affermazione della gerarchia fu probabilmente anche l’inizio della prima alienazione tra Io e Mondo (tra natura e cultura) e sincronica alla comparsa del disagio della civiltà.

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1882881Adriana Cavarero, nel suo “Il pensiero femminista. Un approccio teoretico[3] tenta di ricostruire la griglia concettuale del come ha funzionato l’ordine patriarcale. In esso, si è formata una cascata di rotture di simmetrie conseguenti quella della ontologia della relazione di primo livello. Lo spazio umano si separa tra privato e pubblico. Il pubblico diventa sia il sociale del gruppo in cui si vive, sia l’esterno nel territorio in cui vive il gruppo. Questo secondo è regolato dalle relazioni maschili di scambio (commercio) e rapina (guerre). Il primo è regolato dalla gerarchia sociale e sessuale e dalla legge che norma il conflitto interno. L’estromissione della donna dal pubblico le toglie facoltà di relazioni e quindi potere individuale, la donna diventa una monade con una sola finestra che guarda il marito ed i figli ed una sola porta in cui il marito ha diritto unico di entrata ed uscita. Semmai, è consentita la riunione delle monadi femminili che però più che un pubblico è un privato collettivo. L’attività femminile è recintata e preordinata ma per la gran parte del suo poter essere, essa è resa passiva. L’unica attività che è richiesta dall’ordine gerarchico fissista è in genere il conformarsi alle disposizioni dell’ordinante. La rottura di simmetria dei poter esser, sequestra immediatamente i saperi poiché è su questi che si fonda il potere, le donne non sapranno e non capiranno mai più niente di ciò che è il mondo esterno, sia esso geopolitico o politico, economico o culturale, del “pubblico”[4].

In Occidente, il dualismo ontologico Io –Mondo diventa costituzionalmente oppositivo, disgiuntivo, conflittuale, “o-o”, la famosa “logica dicotomica”. Il maschile è l’umano, il femminile è un sottogenere dell’umano, così come lo è l’uomo non maschile (l’omosessuale), il barbaro e lo schiavo. 9788842084426Centrato sul polo che detiene il potere di gerarchia, il differente diventa diverso, il diverso diventa inferiore. Si noti qui l’effetto logico conseguente la negazione di realtà che questa costruzione comporta. Il portato ingenuamente sovversivo della frase di Mao sull’altra metà del cielo (“cielo”, nella cultura cinese, tian 天 sta per ordine generale della natura e scopo delle faccende terrestri è “corrispondere” a quell’ordine), ricorda il semplice fatto che metà del genere è donna. Come l’ordine della terra possa rispecchiare l’ordine del cielo, l’ordine sociale quello naturale, l’alternante equilibrio dei due principi yin e yang, negando la naturale libertà d’essere donna o presupponendo una gerarchia fissa di valore è primaria contraddizione. E da questa deliberata imposizione di una contraddizione palese sull’ordine plurale e dinamico della realtà, conseguirà in Occidente, la metafisica patriarcale.  La ultra-realtà che è poi pura invenzione della mente, diventa la realtà vera che svaluta e domina quella concreta che è “vuota apparenza”. L’Uno domina il Molteplice, il Fisso domina il Divenire, l’Assoluto domina il Relativo. Il donna-femminile non è mai solo una perché generando vita e ricordandosi di più e meglio dell’uomo-maschio di esser stata a sua volta generata (da due, cioè da una relazione) essa sa che il suo uno non è oppositivo a  quello degli altri. La metafisica  dell’uno che non può mai trovare la logica della sua origine poiché mai dall’uno si genera l’uno, costruirà la cattedrale dell’assurdo basata su concetti sconclusionati come il causa sui, il generatore ingenerato, Atena che nasce dalla testa di Zeus, il Demiurgo di Platone, il dio creatore monoteista, l’emanazione generativa, il 129° canto del X° libro dei Rg Veda,  uno sorta di invidia maschile della generazione che sembra ben più concreta di quella femminile del pene, postulata da Freud[5].

Inoltre, il molteplice che è in ogni uno (ogni cosa è composta in parti) viene negato nel maschio mentre l’uno della donna-femmina diventa una teatro di molteplici ipostasi: donna matura/mamma, donna giovane/figlia, femmina puramente donna/moglie e donna puramente femmina/ amante. 41Zgu6GMEnL._BO1,204,203,200_Essa sa del divenire da giovane a vecchia e sa dei cicli naturali che la investono mensilmente, meglio dell’uomo ricorda l’alternarsi del tempo delle stagioni essendo lei, nella profonda antichità, a curare il campo, l’orto e la raccolta di ciò che le stagioni offrivano. Essa sa che come l’uno è solo un di cui di un molteplice, l’assoluto non esiste poiché la trama del mondo è relazione e l’etica della relazione è la reciprocità. Non ci sarà più reciprocità. Così il tempo circolare dell’eterno ritorno lasciò il campo a quello diacronico. L’amore che è la massima forma di energia della relazione dovrà essere per lungo tempo sublimato per mancanza di possibile e naturale corrispondenza essendo diventato il matrimonio un affare di scambio razionale. Quello spontaneo, fu addirittura causa di una famosa guerra (Troia). Il sesso che è la più intensa forma di relazione sarà d’imposizione gerarchica, al servizio del pene ed ella sua necessaria eiaculazione. Le femministe, nella loro iniziale presa di coscienza per differenza, separazione ed opposizione visto che questo è ciò che impone la forma gerarchica quando il polo reso inferiore si deve ribellare al dominio del polo superiore, ricorderanno che la sede del piacere sessuale femminile non è il canale riproduttivo ovvero la vagina, ma il primordiale del pene, il-la clitoride. La relazione di reciprocità, richiede il rispetto della differenza ma questa è proprio ciò che la gerarchia tende a negare.

L’uomo-maschio si riserva così la qualifica di soggetto e sogna di aver risolto il dualismo ontologico Io – Mondo e l’ansia della relazione, rendendo tutto ciò che non è il suo esser soggetto, oggetto. Così anche la verità. 41FuQ866T1LContinuerà a vivere in un universo di verità per la grandissima parte soggettive, ma ritenendole unilateralmente oggettive così da giustificarsi la sua riottosità a cambiare, a modificare i propri ordini sociali, potrà addirittura fondarvi la ragione del conflitto. Io ho ragione, lei/lui ha torto; io ho ragione gli altri hanno torto; noi abbiamo ragione, voi avete torto; noi abbiamo ragione tutti gli altri hanno torto. La cattedrale del pensiero dicotomico gerarchico ha una vasta collezione di nicchie e cappelle dedicate al culto delle gerarchie concettuali: natura/cultura; ragione/emozione; mente/corpo; amico/nemico; finito/infinito; vita/morte; coscienza/autocoscienza; altruismo/egoismo; pubblico/ privato e le già tre dicotomie fondative, dal monoteismo dell’immagine di mondo: Uno – Fisso – Assoluto / Molteplice – Diveniente – Relativo.

Qui il pensiero femminista, che è ancora giovane avendo non più di scarsi due secoli di vita intermittente, contrastata e repressa, ha spesso equivocato il dualismo ontologico oggettivo con l’interpretazione soggettiva che il principio di gerarchia impone per risolvere l’ansia di relazione in dominio certo. Ragionare secondo la partizione Io – Mondo è consustanziale alla mente umana, non è un prerogativa occidentale, né del sistema patriarcale, a nostro avviso. download56yNoi (esseri umani) siamo un tratto spazio-temporale di mondo ma c’è mondo, quindi essere, prima, dopo e fuori di noi oltre a quello durante e dentro di noi. E’ conseguente per un ente autocosciente, pensare secondo la partizione di Io – tutto il resto anche perché la coscienza di morte ci ricorda la nostra non totalità e non infinità. Noi animali umani, siamo sistemi biologici atti a vivere il più a lungo (ed al meglio) possibile ed a tutti noi dispiace morire.

Il problema è la versione di questa partizione Io – Mondo. Fusionale (picchi di sentimento amoroso, droghe, meditazione e misticismo, introflessione riflessiva anche razionale ad esempio filosofie olistiche tipo “tutto è uno”), oppositiva (metafisica occidentale, guerra e conflitto, negazione determinata o assoluta, dialettica binaria, principio di non contraddizione + terzo escluso = verità, dominio) o relazionale che ha poi due versioni: quella della grande armonia che ha tratti idealistici (ad esempio, la dialettica ternaria, l’alternanza di yin e yang) e quindi ancora immaturi, quella della logica dell’orizzonte a due vie che è la più matura e quindi rara. Quella fusionale nega il dolore del dualismo ontologico, quella oppositiva lo ordina in nostro unilaterale favore, quello relazionale lo accetta o immaginando di risolverlo in un grande ordine perfetto che ritorna al fusionale per via mediata (differenze  complementari)  o problematicamente e realisticamente. La partizione derivante dal dualismo ontologico oggettivo è proprio dell’umano e riguarda la donna-femmina non meno dell’uomo-maschio.  Il dualismo biologico donna/femmina – uomo/maschio non ha quindi solo l’esito oppositivo (gerarchia e conflitto) o complementare (la grande armonia) o fusionale (astratta uguaglianza e negazione della differenza) ma anche quello semplicemente relazionale, equivalenza di differenti.

copr5Il problema quindi non si pone più tra principio di esclusione (l’uomo-maschio domina la relazione gerarchica) e principio di inclusione (l’uomo maschio è pari alla donna femmina nell’interpretazione di un mondo materiale ed immaginario costruiti da uomini-maschi), ma tra mondo androcentrico e mondo policentrico, nella costruzione di un nuovo immaginario basato sull’ontologia della relazione che rifletta la costruzione di un mondo basato su i nuovi principi conseguenti quella ontologia. Il ricorso all’universale, “l’umano” non connotato sessualmente cioè biologicamente, non risolve alcun problema poiché il destino degli universali è di essere astratti e poco significativi. Gli universali sono una commodity del pensiero, utili a volte, ma non concreti. Ciò almeno fino a che non esisteranno umani di un solo sesso con capacità riproduttive o anche senza, ipotesi che non ci sono immediate[6].

Quanto alla pluralizzazione sessuale del soggetto (disaccoppiamento sex – gender), ampliamento dei generi uomo-maschio e donna-femmina simmetrico-sessuali,  all’uomo-maschio rivolto sessualmente all’omologo, all’uomo-femmina, alla  donna-femmina rivolta all’omologa o della donna-maschio, nelle versioni a loro volta esclusive o plurali, fisse o saltuarie, ciò non può che portare ricchezza alla tavolozza dei colori dell’umano. Più colori, più espressione di creatività nel quadro del mondo. Pluralizzazione che può continuare fino ai miliardi di versioni di composizione individuale, permanente, temporale o occasionale[7]. 51jTpyl7s-L._SY344_BO1,204,203,200_Resta però il fatto genetico-biologico dei due apparati riproduttivi, anche se non siamo in grado di dire cosa ciò comporti precisamente nella determinazione dei modi essere[8] fuori dalle semplificazioni schematizzate di genere[9].  Quello che altresì non ci sembra condivisibile è la negazione ontologica del soggetto, qualunque definizione plurale o occasionale di questo si voglia dare o anche non dare e semplicemente accettare nella sua nudità ontologica[10], pluripotente e relativizzata ai contesti .

Questo soggetto motore di un modo nuovo di stare al mondo, noi lo vediamo eminentemente relazionale[11]. Nato/a da un relazione, soggetto a molteplici relazioni famigliari, amicali, amorose, sessuali, lavorative, culturali, sociali, spesso co-autore/trice di ulteriori soggetti frutti di relazione egli/ella stesso/a alle presa con la sue interne relazioni funzionali ed identitarie. L’essere è relazione.

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316HZ2czSCL._AA258_PIkin4,BottomRight,-43,22_AA280_SH20_OU29_A livello dell’ontologia delle relazioni di primo grado, quelle uomo – donna è di nuovo l’intero che ci mostra qualcosa che assomigli al vero. Le donne sono state accusate di essere irrazionali, emotive, passive e soggettive. Di contro l’uomo razionale, attivo ed oggettivo ed in base al principio di gerarchia, come bene posto sul male (il positivo sul negativo) ovvero l’uomo sulla donna (convinzione di antica tradizione pitagorica), il razionale comanda sull’irrazionale – emotivo, l’attivo sul passivo (l’incubo sul succube come nell’antica demonologia medioevale che portava a bruciare donne-streghe in piazza anche perché succubi, cioè oggetto di rapporto sessuale con l’incubo, satana, che in quanto soggetto le era fisicamente “sopra”) come l’oggettivo sul soggettivo. Il punto è che queste dicotomie esasperate sono tutte false. Nell’umano non c’è alcuna razionalità che non sia imbricata con l’emozione, nessuna forza meriterebbe di essere sempre attiva e non riposarsi ogni tanto e lasciar fare ad altra o con altra essere mediata, ogni oggettività è definita tale da collettivi di soggettività coordinate che impongono la propria soggettività-in-comune come oggettività-per-tutti.

L’intera trinità concettuale è sovraesposta e polarizzata in maniera idealizzata, manichea, semplificata. Così l’uomo è illimitato e quindi sovraesposto e la donna troppo limitata e quindi sottoesposta. Forse gli stessi concetti potrebbero giovarsi di ampliarsi a razionalità che sanno di essere anche emotive e magari scoprire che l’emotività stessa, avendo ragioni evolutive di lungo corso è in sue forme “razionale”. ibgfqdk159837on4Il far accadere le cose, potrebbe giovarsi dell’arte di manipolarle indirettamente e non solo spingerle, strizzarle, avvitarle, azionarle (in fondo anche il motore immobile di Aristotele muoveva tutto senza esser mosso, così la forza di gravitazione, così le strategie che agiscono sul contesto). L’oggettività potrebbe esser più onesta nel riconoscersi debitrice di punto di vista, modello cognitivo, interazione conoscente-conosciuto etc. . E se liberate dai vincoli strutturali e sovrastrutturali, le donne stesse potrebbero accedere a nuove interpretazioni di razionalità-emotività, attività-passività, soggettività-oggettività dando il più forte contributo alla storia del pensiero umano, quanto a innovazione concettuale. Quell’innovazione di cui abbiamo disperato ed urgente bisogno per accedere a nuove forme di adattamento alla Grande Complessità.

Insomma, la prima riforma è l’equilibrio del cielo, la donna deve limitare l’uomo e l’uomo deve farsi limitare per trovare il suo equilibrio e con esso aprire a nuovi equilibri nel mondo. Gli Antichi Greci avevano orrore dell’illimitato e di quella hybris che era il loro concetto di autentico peccato mortale. Se A limita B e B assume la posizione che gli compete lasciando che A faccia altrettanto, si verificano le condizioni per la relazione a due vie, orizzontale, alternata nei flussi e quindi nel potere di determinazione. Se si modifica la reazione di primo livello, si potrà modificare anche quella di secondo livello, l’ontologia dell’essere sociale e così quella di terzo, l’ontologia dell’essere planetario.

51fCJMZ35cL._AA160_Su quest’ultima va detto che certo l’Occidente non determina più l’intero mondo ma se assumesse, egli per primo, il principio di rispetto della sua posizione (poco più di un decimo dell’umanità), con la sua residua forza e prestigio, potrebbe favorire non poco l’affermazione di questo principio e di quello di reciprocità su tutto il tavolo di gioco. La modifica degli ordini di relazione di primo livello, retroagirebbe subito su quella di livello zero, quella della dualità Io – Mondo. Non già un Io iperdilatato ed inflazionato al punto da intendere il Mondo come un di cui di lui stesso, un oggetto interno da sfruttare e manipolare senza ritegno, reazione simmetrica all’aver a lungo subito l’iperdilatazione inflazionata e minacciosa del Mondo su di sé. Un Io in grado di stare nel suo limite prima del quale è sovrano, oltre del quale è ospite e straniero, costretto a contrattare i tornaconto delle relazioni di cui è “un” {B79E6DE8-2B05-4E75-94DF-3586893C0F9B}Img400capo (non “il” capo), considerando sempre che in ogni relazione, dall’altra parte, c’è un altro capo, un altro Io o l’intero Mondo.

Una filosofia basata sull’ontologia delle relazioni ha molto da sperare nel ruolo autocosciente del femminile, ruolo che ponendo al maschile il limite[12] ci mostri il nostro esser uno (molteplice) di molteplice, esser resistenza comprensibile al divenire che però è inevitabile, esser relativi a qualcun altro/a o a qualcos’altro/a.  Se l’ordine dei limiti si ripristinerà in cielo, esso si rifletterà sulla terra e l’ equivalenza delle differenze darà vita ad una nuova storia .

(2/2 Fine. Qui la prima parte)

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[1] M. Granet, Feste e canzoni dell’antica Cina, Adelphi, Milano, 1990 e il paragrafo sulle feste contadine in M. Granet, La religione dei cinesi, Adelphi, Milano, 1973. Sull’antropologia della festa c’è parecchio altro per chi desidera approfondire il concetto ma si tenga conto che l’evento è stato per lo più studiato come tipico di società già formate mentre invece qui si suppone che nella profonda antichità, fosse un modo per relazionare gruppi umani territorialmente separati.

[2] L’incredibile sito di Gobleki tepe a cui spesso ci riferiamo nelle nostre indagini, prima vide la lunga partecipazione di diverse tribù, poi venne intenzionalmente interrato. Che sia stata necessaria la partecipazione di una manodopera cospicua è evidente dalla vastità ed imponenza delle sue costruzioni, che tale manodopera non potesse trovarsi tutta in una unica tribù è data dalla datazione. Al 9000 a.c. non vi erano nuclei e stili di sussistenza tali da permettere questa ipotesi e del resto, il fatto che il sito si trovasse in una no men land dice che esso dovette essere un centro di qualche area più vasta in cui si distribuirono varie tribù. Che sia stato tutto intenzionalmente interrato porta a supporre che le condizioni che ne avevano permesso la realizzazione e frequentazione vennero a mancare in maniera traumatica, il suo significato simbolico non valeva più. Da alcuni, questa dinamica, è stata accoppiata alla vasta presenza in tante e varie mitologie di un passato felice ed idilliaco a cui seguì un qualche cambiamento catastrofico, dall’abbondanza alla scarsità, dalla pace alla guerra.

[3] In A. Cavarero, F. Restaino, Le filosofie femministe, Bruno Mondadori, Milano, 2002

[4] E’ noto, dall’indiano Kerala, all’Iran, che l’unico sistema che contiene l’impeto demografico è il limite che gli pone la donna stessa, ma solo quella istruita, autocosciente di sé, dei suo diritti, delle sue alternative opportunità. Del resto, le tribù ancora iper-patriarcali come i pashtun, pongono il più rigido divieto proprio all’istruzione femminile, come per altro accadde per gran parte della storia passata del civile Occidente.

[5] Tra invidia del pene ed Edipo freudiano e possesso del pene tramite accoppiamento della figlia col padre (presunto complesso di Elettra che forse C. G. Jung ha postulato per ragioni di simmetria concorrenziale con quello più famoso di Freud, a proposito di razionalità emotiva), sembra che agli psicoanalisti sia sfuggito il ben più evidente “miracolo” della generazione. Dal superpotente, superdotato, superconoscente maschio erettile, non nasce la vita. Forse sul fatto due paroline si potevano spendere…

[6] Il “sogno” (incubo?) cyborg di Donna J. Haraway, A manifesto fo Cyborgs, 1985 in Socialist Review. Molto consono al mito dell’intelligenza e vita artificiale ed al successivo ed attuale sviluppo delle biotecnologie di cui si pasce il complesso tecno-scientifico-militar-industriale americano.

[7] R. Braidotti, Il soggetto nomade, Donzelli, Roma, 1995

[8] N. Vassallo a chiusura dell’antologia da lei curata, argomenta tra la Scilla del’essenzialismo e la Cariddi del costruttivismo. La nostra posizione è che c’è relazione complessa tra sesso e genere, una dinamica potenza/atto. Relazione complessa significa che il sesso determina un sistema biologico che ha, in genere, alcune caratteristiche e non altre anche se ha le sue eccezioni. Su questo poi si forma l’identità di genere che è senz’altro costruita, ma dire che è costruita non significa dire che ci si può costruire sopra tutto ed il suo contrario, un omosessuale non può partorire ed una lesbica ha comunque le mestruazioni una volta al mese. Ne viene fuori un continuum policromatico e non un bianco e nero, che come insieme (l’insieme umano) ha due fuochi o due attrattori. Generalizzare è a volte necessario per economia cognitiva, il problema non è generalizzare, il problema è ritenere ciò che si dice di generale, preciso e non sfumato (logica delle identità determinate o logica fuzzy). Il rasoio di Occam è utile ma a volte, riduce indebitamente il molteplice al semplice solo perché il primo è concettualmente, logicamente e linguisticamente ingombrante. Ritenere che poiché non esiste un preciso confine tra maschile e femminile, non esiste neanche quello tra uomo e donna e quindi non solo genere ma anche sesso sono indiscernibili, ci sembra indebito. E’ come dire che o la differenza è chiara e precisa o non c’è differenza è cioè perpetuare la logica dicotomica che è proprio quella che rende ciechi al concetto di differenza. Il problema gnoseologico semmai è come contemplare le differenze senza far scattare il giudizio gerarchico.

[9] Questa è anche una delle due principali impostazioni della filosofia e del pensiero femminista contemporaneo, la filosofia o filosofie della differenza sessuale, praticamente l’area continentale (L. Irigaray, H. Cixous, J. Kristeva, R.Braidotti, scuola italiana L. Muraro, A. Cavarero, C. Lonzi) . L’altra è quella sulle filosofie di genere di cui parleremo nella prossima nota che coincide con l’area anglo-sassone e più specificatamente americana (A. Rich, M. Wittig, D. J. Haraway, T. de Lauretis, J. Butler). Ma ci sono anche altre impostazioni ed i confini tra le due riportate tendono a mischiarsi. Uno di questi altri filoni è il contributo del punto di vista femminile alla filosofia le cui strutture e concetti hanno una tradizione maschile. Segnaliamo C. Battersby, che ci sembra molto interessante e sul fronte antologico N. Vassallo in Italia (AA.VV. “Donna m’apparve, Codice edizioni, Torino, 2009), M. Fricker e J. Hornsby, The Cambridge Companion to Femminism in Pholosophy  (2000, Cambridge University Press) e L. M. Alkoff e E. F. Kittany, The Blackwell Guide tu Femminist Philosophy (2007, Blackwell) ma la nostra ignoranza non ci permette di essere più specifici di quella che è una tradizione che può farsi risalire ad H. Arendt. Tra le due principali scuole di pensiero femminista, la differenza principale ci pare rispetto al fatto che quella europea è materiale-culturale (il bio ha un suo peso, richiamo principale a G. Deleuze), quella americana tende più al solo culturale (secondo una certa interpretazione del lavoro di M. Foucault).

[10] Esiste un mondo specifico del più generale pensiero “femminista” (che pone problematica questa stessa definizione) multistrato che, partendo dai cultural studies, passa a women’s studies, poi ai gender studies, poi ai post-gender studies ed infine ai queer studies (qeer : strano, strambo, bislacco). Sull’intera famiglia occorrerà approfondire e riflettere con giudizio, però alcune cose mi vengono subito in mente. Il tutto si sviluppa solo in ambito anglosassone e per la gran parte, solo negli USA. Non solo, l’intera famiglia di pensiero si sviluppa in ambito universitario e con immediato riconoscimento, cioè creando cattedre e corsi di studio. L’intera famiglia parte da un generale (studi culturali) e si affina in particolari sempre più specialistici, secondo il modello scientifico, l’origine “culturale” o sovrastrutturale secondo l’antica partizione posta da Marx, esclude in via di principio la materia, il bio. Il “riconoscimento” non problematico di tutti questi modi di essere sessuale o anche solo culturale (travestiti, drag, trasgender, neosessualità, s/m lesbico o meno, tattoo, piercing, body building, chirurgia estetica, neo cyborg et alter) lascia interdetti non perché sia problematico in sé ma perché negli USA è minacciato il ben più primitivo diritto all’associazione sindacale e quanto ai neri ed ispanici, non mi sembra si sia ancora arrivati nemmeno ai gradi minimi di normale riconoscimento. Inoltre, ognuna di queste decostruzioni di genere ha il suo mercato, i suoi negozi, i suoi oggetti ed abiti, i suoi luoghi di espressione, i suoi siti porno o meno specializzati e come detto, addirittura le sue cattedre universitarie. Di primo acchito, il grado eversivo di tutto ciò, mi pare quantomeno dubbio e provenendo dal marketing, mi sembra una tipica “estensione di linea” così come uno yoghurt originariamente bianco e derivato solo dal latte, si estende a mille colori e sapori. Non mi sfugge il lato giocoso ed annichilente l’”essenza prototipo” di tutto ciò, mi domando solo quanto contributo tutto ciò può dare a cambiare le strutture del mondo in cui viviamo. Ma bisognerà rifletterci ulteriormente.

Comunitarismo[11] Il soggetto relazionale è trattato sotto i profili dell’etica, da C. Mancina, nel volume collettivo di N. Vassallo (già citato). Mancina vi vede convergenza ma non identità, tra una certa etica femminista e il comunitarismo (M. Sandel, A. MacIntyre, C.Taylor, A Gorz). Il filone comunitarista è relativamente recente e si unifica nell’opposizione al filone liberal-individualista-utilitario dominante. In esso convergono posizioni che vanno dal socialismo utopico al comunismo di provenienza religiosa, i benecomunisti (o comunitaristi?), la Nuova Destra, il pensiero decrescista ed in Italia, da un imprenditore come A. Olivetti, ad un filosofo come C. Preve. L’origine più lontana è in Aristotele.

[12] L’emersione ontologica del “continente nero” (espressione, a suo tempo, usata da Freud) del femminile dovrebbe avvenire inizialmente, con l’intento di porre il limite a quello maschile. Dalla contrattazione della reciprocità sessuale a quella sociale, da quella culturale a quella famigliare. Occorre creare spazio per la differenza, poiché sono le differenze che pongono naturalmente il limite. S. de Beauvoir, ne Il secondo sesso, Il Saggiatore, Milano, 1984, pag. 18 fece la famosa osservazione “Neanche in sogno, la donna può sterminare i maschi”. Ripreso come concetto di cambiamento o rovesciamento di una situazione gerarchica in una forma che non annulli e sostituisca la controparte in Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel, et.al., Milano, 2010, pag.20, l’autrice lo usa come evidenza della fallacia dell’universalità del concetto di -rivoluzione per sostituzione-, le donne non possono “eliminare” la controparte. Porre il limite, far spazio alla differenza, significa rendere due ciò che oggi è uno, rompere il monismo gerarchico in favore della relazione duale, da questa impostazione dipartono cascate di cambiamenti.

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Informazioni su pierluigi fagan

59 anni, sposato con: http://artforhousewives.wordpress.com/, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore per 22 anni. Da più di tredici anni ritirato a confuciana "vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente. Il tema del blog è la complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore.
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