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Neuroimaging, Danis Le Bihan, M.D., Ph.D.

Pier Luigi Fagan, 1958,  una compagna artista (sito) due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore del marketing e della comunicazione per 22 anni. Da tredici anni ritirato a confuciana vita di studio, leggo, studio, scrivo come pensatore indipendente sul tema  della complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica [cosa si intende per “complessità” è specificato qui]. Nel 2017 ho pubblicato il mio primo libro “Verso un mondo multipolare” Fazi editore. Aderisco alla Rete della Complessità, la Rete della Complessità è formata da persone, associazioni, organizzazioni ed enti che condividono l’interesse per i temi della complessità e dell’approccio sistemico alla realtà (QUI).

Penso che la complessità sia la natura della nostra nuova condizione contemporanea, una condizione che subentra a quella precedente, semplicemente “moderna”. Tale condizione è generale per chiunque viva su questo pianeta ma per noi occidentali, ciò pone un inedito e specifico problema adattivo.

Lo pone perché le condizioni del nostro precedente modo di stare al mondo non sono più valide. Molti degli articoli e degli studi che verranno qui pubblicati, cercheranno di sostanziare questo giudizio. Ciò presupporrebbe la necessità di un cambiamento, un cambiamento tanto radicale quanto radicalmente nuova e profondamente diversa è la situazione attuale rispetto alla precedente. Purtroppo la struttura della nostra immagine del mondo, i nostri saperi, le nostre categorie, le logiche, i principi di validazione, le credenze e tutto ciò che di generale o specifico compone questo motore della nostra cognizione è derivato dal passato, più o meno prossimo o profondamente antico. Tanto per il pensiero dominante, quanto per la sua critica. Ne segue, un rischio generale di disadattamento, il disallineamento pronunciato tra mondo ed appunto il modo in cui lo conosciamo, lo interpretiamo, vi agiamo.

La questione è empiricamente verificabile nella distanza che c’è tra avvenimenti del mondo che negli ultimi decenni si vanno intensificando per quantità ed intensità (avvenimenti economici, ecologici, geopolitici, culturali) e la pigra e confusa inerzia con cui reagiamo a queste sempre più estese ed intense discontinuità.

Il lento lavoro di studio che sto portando avanti da diversi anni e che solo da quatTro ha preso la forma di questo spazio pubblico, cerca di esplorare le possibili coordinate di nuove mappe per il modificarsi dei nostri territori. Cercare, provare a riallineare “intellectus et rei” (con cautela debolista e molto problematizzata). Uno sforzo di pensiero nuovo per un modo nuovo di stare nel mondo che ci sta cambiando intorno. Cose e fatti complessi, meritano pensiero complesso, un pensiero ancora tutto da esplorare e sul quale siamo in generale, tutti, tremendamente in ritardo.

In tutti questi anni di studio e letture, questo pensiero è quello nel quale (al di là del giudizio complessivo sull’Illuminismo che è sicuramente da articolare) ho trovato la più profonda identificazione: l‘illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità di cui egli stesso è colpevole. Minorità è l’incapacità di servirsi della propria intelligenza  senza la guida di un altro. Colpevole è questa minorità, se la sua causa non dipende da un difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di servirsi di essa senza essere guidati da un altro. Sapere aude!  Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! Questo dunque è il motto dell’illuminismo. [ I. Kant in risposta alla domanda Che cos’è l’Illuminismo? 1784]. Questo appello al coraggio del proprio pensiero mi pare ancora valido ed oggi molto opportuno.

Ci sono momenti storici in cui questo coraggio dell’autonomia di pensiero è più importante di altri. Sono i momenti in cui “il vecchio muore e il nuovo non può nascere” per seguire un pensiero di Gramsci, i momenti della transizione. Uno di questi momenti è il nostro oggi.

Posizione gnoseologica: mi pare utile precisare una autodichiarazione di quale sia il punto di vista da cui interpreto le cose e la consistenza di questo punto. Penso possa essere utile a coloro che vorranno generosamente dedicare porzioni anche piccole, ma preziose, del loro tempo, a leggere ciò che qui si pubblica. Il primo strato che ha formato questo punto di vista è generico, studi giovanili di medio approfondimento e letture continue dall’adolescenza in poi, segnata -come per molti della mia generazione- da una importante esperienza politica. Il secondo strato è empirico. Ho lavorato per più di vent’anni e nonostante la giovane età (di allora), maturando una consistente esperienza manageriale e di direzione in multinazionali ed una da imprenditore atipico (nel senso che non era una mia predisposizione e proprietà intrinseca esserlo). Reputo questo secondo strato empirico una componente importante. Riprendendo una nota polemica di Hegel con Kant, ho imparato a nuotare nel mondo prima di formalizzare una idea del mare e del metodo per affrontarlo. Ho avuto la fortuna di lavorare ad un livello tale da darmi visioni ampie e generali della cosa economica e non solo. E’ stata anche una scuola di umanità, nel senso che ho incontrato vari tipi umani e conosco abbastanza le dinamiche della socialità lavorativa e del “potere” nelle sue svariate forme, non solo nazionali. Il terzo strato è quello al quale sto attualmente, dedicando quasi tutto il mio tempo: studiare; cosa che faccio ormai da più tredici anni. Studiare significa certo leggere ed informarsi su i dati di attualità ma soprattutto studiare le altrui visioni del mondo, le teorie di molti campi e discipline, le idee che, nella loro forma essenziale, sono meno di quanto si pensi anche se la molteplicità dei linguaggi le veste di forme diverse. E’ una forma di conoscenza che definirei orizzontale, né migliore, né peggiore di quella tradizionale che è verticale, direi complementare. Verticale significa persone che si concentrano per trenta e più anni su una reazione chimica o una nota di Essere e Tempo o una disciplina e da questo punto, irrimediabilmente “privilegiato” parlano del Tutto, perché uomo e Mondo, che sono il “problema principale”, ci piaccia o no, sono un Tutto, fisico, chimico, biologico, psichico, cognitivo, razionale e non, individuale, sociale, politico, economico, storico, metafisico etc. . Si trova una esortazione alla divisione del lavoro intellettuale (verticale) nelle prime pagine della Ricchezza delle nazioni di A. Smith, subito dopo la famosa “fabbrica degli spilli”. Io contesto l’assolutismo di questo mito basato sulla produttività, poiché occlude tutta l’altra metà del mondo, quella delle visioni intrecciate assieme che è la spiegazione propria del termine cum-plexus. Cercare di comprendere un cum-plexus con sezioni verticali è privo di senso, così come fermarsi alla constatazione olistica che Tutto è Uno. Penso che accanto a gli studiosi verticali, se ne dovrebbero formare altri dedicati all’orizzontale e che il patrimonio di conoscenza dovrebbe sortire dall’interazione tra le due impostazioni.

Questo si traduce in lettura, lettura e studio di testi, i principali delle principali discipline e non commentari o interpretazioni che pure frequento. Ad, oggi e riferendomi solo a questi ultimi tredici anni, i saggi affrontati sono circa 920 (ma qualcun’altro l’ho letto anche nei miei primi quarantacinque anni), dalla fisica alla metafisica, circa 70 l’anno, più di uno a settimana, tutte le settimane. Questo è stato possibile perché la mia unica attività è lo studio, sembrerà strano (ed ai nostri tempi senz’altro lo è) ma la fortuna che ho avuto nel mio precedente lavoro mi ha permesso questa scelta di vita che è poi diventata una passione divorante. Se cito un libro è perché l’ho letto integralmente, in linea di massima. Questo mi ha reso  ben chiara la differenza che intercorre tra la lettura diretta di un testo e la lettura di una sua interpretazione. Le interpretazioni sono tutte interessanti ma derivando solo da esse la conoscenza non fa che riprodurre gli schemi in uso e questo in un periodo di repentina discontinuità, non è sempre un bene.  In alcuni casi, la comprensione del linguaggio di ciò che innerva una dato fenomeno culturale si è resa necessaria e l’ho condotta come nel caso della lingua cinese (per altro solo tre anni), in altri casi non l’ho fatto, come per la matematica o il tedesco o l’arabo. Non ho avuto un maestro, non sono stato forgiato all’interno del disciplinare di una scuola di pensiero, il mio pensiero non è condizionato da interessi mondani, non debbo fare carriera o piacere per forza a qualcuno, la mia vita materiale non dipende da ciò che penso e dico di pensare, non sono in competizione sociale con alcuno, non difendo una cattedra, sono stato il mio editore e distributore prima di pubblicare il mio primo libro con un editore in quanto tale, questo qui. Sono un “ritirato sociale” e quindi non ho obblighi di coerenza imposti dall’appartenenza a qualche comunità epistemica quindi è vano cercare di capire se sono marxista o post moderno, liberale o comunitario, umanista o scientizzante e non seguo neanche quei pochi canoni propri della cultura della complessità. Del resto in una transizione di grande portata, ogni comunità epistemica è destinata a rompersi o a trasformarsi profondamente. Quello che faccio da più di un decennio è circolare nel sapere, con giri più ampi (sistematici) o più stretti, tuffandomi ogni tanto in qualche approfondimento verticale (specialismi). Il campo privilegiato, quello nel quale mi sento a casa ogni volta che vi faccio ritorno, è la filosofia. La filosofia è spesso un discorso sulla verità. La mia posizione sulla verità è (al momento) quella di Carneade, uno scettico tardo antico, verità provvisorie che mostrano un certo dato di probabilità e di utilità adattiva, socraticamente comunque da discutere con gli altri. Profonda stima ho per il lavoro di Aristotele e Kant.

Poiché molti articoli affrontano questioni sociali e politiche, è opportuno anche aggiungere la mia posizione politica. A livello teorico sono un democratico radicale, non credo sia così lampante il poter dichiarare la fine della dicotomia destra – sinistra ed a modo mio, sono senz’altro più di sinistra che di destra sebbene sia in alcuni casi sia vero che oggi le due ortodossie mostrino problematiche sovrapposizioni su alcuni temi. Del resto, molti dei temi su cui si formarono le due categorie, hanno avuto oggi profonde trasformazioni e nuovi temi della contemporaneità, non erano previsti nelle rispettive fondazioni.

Grazie per l’attenzione che vorrete riservarmi, spero di poterla ripagare con la sostanza dei pensieri.

 pierluigifagan.wp@gmail.com

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2 risposte a ABOUT

  1. Riccardo ha detto:

    Ciao Perluigi, ci eravamo scambiati un paio di mail, forse un paio di anni fa, con la proposizione di prendersi un caffe’ a Roma o Londra, che poi sia tu che io abbiamo lasciato cadere presi da altre cose.
    Riguardo la complessita’ avevo suggerito la lettura di Manuel Delanda, Intensive Science and Virtual Philosophy.
    Io sono a Roma quasi ogni martedi, mercoledi, giovedi; in UK dal venerdi al lunedi.
    Molto volentieri per quel famoso caffe e quattro chiacchere.
    Ciao, Riccardo

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