DELL’ ORIGINE DELLA DISUGUAGLIANZA. Com’è che nati liberi finimmo in catene. (1)

Questa la prima puntata, la seconda uscirà tra una settimana. 

copv56nDue secoli e mezzo fa, il filosofo ginevrino J.J. Rousseau, partecipando ad un concorso indetto dall’Accademia di Digione, presentò il suo lavoro: Discours sur l’origine et les fondements de l’inégalité parmi les hommes – 1755, conosciuto anche come Secondo Discorso per chi è pratico della messa a fuoco critica dell’intera opera dell’Autore o Discorso sull’ineguaglianza[1]. Non vinse il concorso, aveva vinto quello precedente in cui aveva inaspettatamente risposto negativamente al quesito se il progresso delle scienze e delle arti avessero apportato benefici all’umanità, ma la sua opera rimase nei secoli lì ad occupare in bella solitudine lo spazio dell’indagine sull’ineguaglianza sociale. Prima ancora che nella argomentata risposta di Rousseau, il bello stava già nella domanda in quanto essa stessa dava per scontato che ci fosse una origine della diseguaglianza, che non fosse stato sempre così nella storia umana come i più sono oggi portati a credere. Rimanendo attoniti davanti al fatto che a metà del XVIII° secolo ci fossero accademie che stanziavano borse per premiare elaborati su tali questioni, abbiamo tenuto lì a memoria l’indagine dello svizzero come mappa per avventurarci, anche noi ed ancora una volta[2], sullo stesso sentiero.

La prima cosa che abbiamo scoperto, è che le orme di Rousseau sono ancora ben leggibili, a distanza di tanto tempo, nei lavori di altri che hanno percorso la stessa incerta strada. L’opera ha quindi una sua attualità per quanto possa averla un’opera su fatti indagati a lume di ragione e quindi senza il conforto di tutto il registro paleo-antropologico, antropologico comparativo, archeologico, storico, sociologico, biologico molecolare successivamente prodotto. Da cui la considerazione che non si è gradi filosofi ovvero pensatori di pensiero, per caso. La seconda cosa che abbiamo scoperto è che invero assai pochi si sono avventurati su quel sentiero[3]. Forse l’ineguaglianza è stata data per spiegata dalle teorie marxiste per quanto queste solo in alcuni casi hanno indagato l’origine[4]. Forse ci si è abituati alla questione o c’è un imperativo dell’immagine di mondo dominante che ci ha convinti che si tratta di un fatto naturale e probabilmente eterno ma forse c’è anche altro. Questo altro è il paradigma scientifico che domina le scienze sociali, paradigma che pretende prove e certezze che nel nostro argomento, sembrano semplicemente impossibili. Il guaio dei paradigmi o meglio, di come li subiamocop89jk nella nostra mentalità, è il ritenerli degli assoluti e non dei relativi. Condannarsi a sapere solo ciò che è certo (certo poi per chi, in base a cosa, a quale criterio di verità), significa auto recludersi nei limiti delle proprie vaste ignoranze[5].

L’archeologo inglese Cristopher Hawkes[6], ebbe a formulare nel 1954 una sentenza, che gli addetti ai lavori ritengono ormai proverbiale, che classificava l’affidabilità di interpretazione dei dati archeologici. Agevole era quella sulla tecnologia antica, abbastanza facile quella sulle attività di sussistenza, nettamente più difficile quella sulle istituzioni sociali, impossibile in via di principio quella sulle ideologie e la vita spirituale. L’origine della disuguaglianza si dovrebbe collocare tra l’ultima e la penultima, tra il nettamente più difficile e l’impossibile, ed è quindi questione che non frutta borse di studio e finanziamenti di ricerca e pubblicazioni utili a far carriera, quindi la si lascia lì a collezionare qualcosa in più o qualcosa in meno intorno a ciò che aveva detto Rousseau. Peccato, perché la faccenda della disuguaglianza, ora è di gran moda. E’ sempre stata un pallino di anarchici, marxisti, socialisti e democratici radicali ma di recente, anche altri se ne sono interessati. I dati come quelli del Rapporto Oxfam per i quali, nel mondo, i 67 individui più ricchi possiedono la stessa ricchezza di 3,6 miliardi di individui meno ricchi[7] fotografano un indice di diseguaglianza che punta dritto al paradossale. La cosa comincia a preoccupare anche chi non giudica all’ombra degli astratti principi di giustizia ma per la semplice considerazione utilitaria che la sparizione della classe media e la contrazione dei redditi delle fasce medio – basse e basse porta ad un impoverimento di domanda che deprime l’intera circolazione dell’idraulica di sistema che chiamiamo economia moderna o capitalismo[8].

Ma tutto ciò, la fenomenologia della diseguaglianza,  non ha ancora nulla a che fare con l’origine. L’origine sembra perdersi in una terra di nessuno che si troverebbe oltre le terre civilizzate e scritturate di più di 5-6000 a.f. o al limite proprio all’inizio di quel limite temporale. Indagare oltre quel limite è ciò che dobbiamo tentare e ritentare. Hegel 51RWMHjQHRL._AC_UL320_SR210,320_pensava che il motore della storia fosse nello spirito, una logica immanente ad uomo, società e natura, Marx gli rispose che forse era più nelle relazioni che gli uomini intrattenevano tra loro per risolvere il problema della sussistenza. Procedendo oltre, si potrebbe dire che quello che emerge dopo decenni di ulteriori conoscenze è che effettivamente si tratta anche di relazioni che gli uomini intrattengono tra loro ma al fine di adattarsi nel miglior modo possibile alla relazioni con altri gruppi di uomini e con la natura in cui siamo tutti immersi. La sussistenza è parte importante di questa strategia adattiva ma non è l’unico ordine da tenere in considerazione. Le cause del mutamento storico non sono solo quelle interne all’uomo o alle sue relazioni con altri uomini dentro la sua società, c’è un mondo lì fuori ed è da sempre , quello il motore che a pieno regime produce incessantemente cambiamento al qual dobbiamo adattarci. Le società sono forme complesse adattive, l’adattamento è appunto una relazione. L’origine della gerarchia è l’origine del modo primitivo, del modo a gerarchia fissa (sul modello meccanico), che gli umani hanno sino ad ora trovato utile e possibile per loro, per ordinare società che fossero veicoli adattativi.

Oggi, arrivati a 7,3 miliardi di individui, più di 200 stati, con un modo di stare al mondo che crea una sempre meno sostenibile pressione sulla natura che ci contiene e che ha sempre portato, in passato, a formare gerarchie planetarie (nord-sud, ovest-est, occidentali vs resto del mondo) foriere di conflitto, con una radicalizzazione delle gerarchie tra ricchi e poveri (tra società ed internamente alle società), potremmo trovarci ad uno scalino adattivo, uno di quei momenti quale si presentò a gli antenati 6-8000 anni fa. Indaghiamo quindi l’origine della diseguaglianza perché potremmo trovarci al limite in cui è necessario produrre una nuova origine, l’origine di un diverso percorso che ci faccia superare la preistoria sociale. Questo nuovo percorso, molte anime ispirate e lucide, l’hanno più e più volte immaginato, sognato, agognato ma oggi, oltre alle nostre ispirazioni ideali, potremmo trovarci in un più concreto stato di necessità. Al ripensare l’ordine gerarchico delle società che non è, come vedremo, una costante naturale ma uno stadio culturale, oggi potremmo esser spinti per ragioni di necessità, per ragioni adattative.

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La complessità sociale ovvero la complessità della stratificazione sociale che si compone in41PsuzbvxLL._SX331_BO1,204,203,200_ una gerarchia, sembra esser funzione del rapporto tra dimensione del gruppo osservato, stadio delle credenze condivise nel gruppo e le condizioni dell’ambiente in cui il gruppo vive.  Le condizioni dell’ambiente in cui si vive sono di due tipi, quelle naturali che vanno dalla geografia (zone aperte, chiuse, collegate e tutti gli stati intermedi tipo semi-aperte etc.), alla flora e fauna, al clima (incluse improvvise catastrofi o comparsa di periodi eccezionalmente favorevoli tipo la post glaciazione) e quelle della più o meno densa presenza di altri gruppi che possono avere dimensioni, forme organizzative e modi di vita anche assai diverse da quelle del gruppo osservato.

Le variabili in gioco per descrivere come si giunse e come poi si evolse la complessità sociale sono molteplici. Il loro intreccio porta a relazioni non lineari. C’è dunque una complessità precedente la complessità sociale ed in un certo senso, la seconda è una risposta adattiva alla prima e la prima ha concorso di cause interne ed esterne al gruppo umano intrecciate tra loro per tempi non brevi.

A livello di comportamento collettivo la distinzione principale è quella tra mobili ed immobili ovvero tra nomadi e stanziali ma tra le due ci sono le forme del semi-nomadismo che può prendere la forma di un nomadismo ricorsivo (un circuito preciso entro una certa area che tende ad esser percorso ricorsivamente) con la possibilità di ridursi al passaggio 978-88-6030-272-4-800x800stagionale (inverno – estate o autunno-primavera) tra due fuochi che fa dei semi-nomadi, dei semi-stanziali. Altresì è ben evidente la differenza tra stanziali non agricoli e quelli successivi che dall’agricoltura, iniziano una sequenza di complessità (e relativa multi-stratificazione sociale) che arriva allo Stato.

A livello di comportamento collettivo rispetto alla natura in funzione della sussistenza, la divisione principale è quella nota tra cacciatori – raccoglitori ed allevatori – agricoltori. La tipizazione di questo passaggio è stata ed è tutt’ora ingombrata dal concetto di Rivoluzione agricola o neolitica introdotto dall’archeologo di fede marxista V. G. Childe negli anni ’30. Ma il presupposto temporale di Childe era una cronologia molto corta e compressa. Si è poi scoperto che quella che Childe riteneva una rivoluzione fu una transizione lunga forse 10.000 anni in cui le gradazioni intermedie sono molteplici. Innanzitutto sono esistiti gruppi che, a seconda del tipo di territorio in cui si sono trovati, si sono dedicati più alla caccia che alla raccolta o viceversa. Altri hanno integrato i due modi con la pesca. Ad un certo punto, si è sviluppato una sorta di pre-allevamento nel senso che il gruppo rimaneva mobile come il gregge o la mandria da cui dipendeva ma selezionando i capi da uccidere (non ad esempio le femmine in età fertile o i capi troppo giovani o bilanciando i rapporti tra maschi e femmine). Altri hanno cominciato a seguire la produzione naturale spontanea (il selvatico), aiutandola con l’irrigazione, la protezione dagli animali, il disboscamento per ampliare l’area di riproduzione naturale delle piante utili. L’agricoltura intenzionale è stata ampiamente anticipata dall’orticultura che assieme a piccole domesticazioni ha rappresentato un importante scalino intermedio in cui l’aleatorietà della pura caccia e raccolta veniva ridotta dalla certezza di una parte della sussistenza prodotta intenzionalmente. Compaiono quindi regimi di sussistenza misti a orticultura e piccolecopf5 domesticazioni che favorivano la semi-stanzialità o la piena stanzialità non agricola come si registra nella cultura natufiana. Infine, l’agricoltura che per principio è la stessa cosa dell’orticultura (cioè sapere che piantando un seme ed irrigandolo, col tempo nasce una pianta), era nota da molto tempo addietro rispetto a quando si registrano le piena società agricolo – stanziali e per lo stesso lungo tempo (forse 10.000 anni) ha rappresentato solo una integrazione della dieta passando da percentuali più basse (10-20%) a quelle più alte. Così l’allevamento. Ma l’allevamento si è anche biforcato tra quello stanziale ad integrazione e complemento prima dell’orticultura e poi dell’agricoltura e quello seminomade diventando una specialità a sé per gruppi di precedente specializzazione di caccia. Nel tempo, il conflitto per la terra (tra agricolo stanziali e allevatori seminomadi)[9] ha portato a relazioni conflittuali, ma prima o accanto, quelle relazioni erano di scambio (surplus vegetale vs animale e viceversa). E’ nel corso di questi adattamenti progressivi che producono maggior complessità che si formano i presupposti per il fatidico passo successivo.

A livello di comportamento collettivo rispetto alle relazioni con altri gruppi umani, abbiamo meno certezze. L’interpretazione prevalentemente anglosassone che è poi quella che domina l’accademia che conta, ha a lungo declinato il paradigma hobbesiano che parte da una concezione egoista, aggressiva e violenta della presunta natura umana. Invero, l’idea stessa possa definirsi con precisione una natura umana sembra impropria. La “natura umana” sembra un grande pianoforte a coda che potenzialmente può suonare tutti gli spartiti che siano stati mai scritti, più tutti quelli che ancora debbono esser scritti, più tutti gli strimpellamenti meno armonici che possono derivare da pianisti inesperti. In regimi di relativa abbondanza  e scarsa densità non c’è nessuna ragione di credere che i gruppi umani rischiassero di perdere la vita, aggredendosi a vicenda, perché “aggressivi di natura”. Anche in regimi di relativa scarsità e crescente densità c’erano talvolta altre possibilità come lo spostamento migratorio, la naturale contrazione demografica, lo 41gizGp4GwL._SX331_BO1,204,203,200_scambio delle relative abbondanze vs scarsità, la formazione di gruppi più grandi in cui si facilitava la redistribuzione perché maggiore era il prodotto lordo, le federazioni, le confederazioni, l’accesso ai nuovi livelli di sussistenza che abbiamo prima descritto (meno caccia più orticultura ad esempio). Lo spostamento delle tecniche dalla caccia alla guerra si è certo riprodotto ovunque nella storia umana e la guerra, da un certo unto in poi, è una costante antropologica[10], tanto quanto la ricerca della pace. Sta di fatto che l’uso sistematico della guerra per estendere senza limiti il dominio di una etnia su tutte le altre è una caratteristica di pochissimi popoli, tra cui i barbari e gli anglo sassoni che sono appunto di derivazione barbara. In Micronesia, Hobbes avrebbe venduto pochissime copie del Leviatano[11]. Il fatto più interessante di questa relazione tra gruppi umani è proprio quello della pluralità delle interrelazioni in cui, accanto all’evitarsi fino a che è possibile o una guardinga curiosità, accanto alla guerra che comunque è caso tardo, ci sono anche lo scambio saltuario o sistematico (di cose, idee, persone), la cooperazione occasionale o sistematica, la formazione di proto-reti di semi-nomadi e poi stanziali in cui un punto diventa centro di gravità che condensa la rete in uno Stato con centro e periferia e molto altre variazioni.

A livello infine dell’organizzazione interna i gruppi, si segnalano tre tipi principali. La società di piccole dimensioni, egalitaria. La società di medie dimensioni che presentano la più ampia variabilità di forme sia di comportamento collettivo, sia di forme di sussistenza, sia di forme nelle relazioni con gli altri gruppi pur rimando sostanzialmente egalitaria. Le società di grandi dimensioni che iniziano la sequenza della stratificazione fissa, della gerarchia, della diseguaglianza, di vari tipi di élite che gestiscono il potere, si dotano diFCV-60-Atkinson-S-800x800 burocrazia, esercito e polizia, leggi scritte, alleanza col potere sacerdotale, trasmissione del potere per linea di sangue, sfruttamento economico ed accumulazione di ricchezze etc.

L’origine della diseguaglianza ha premessa nel secondo tipo di organizzazione sociale e nel come e perché si è passati dal secondo al terzo tipo, leggendo i sincronici cambiamenti  avvenuti a livello di dimensioni, sussistenza, mobilità, natura e densità in un certo territorio. Tale processo è asincrono dipendendo da condizioni locali che cambiano a seconda si sia nella Mezzaluna fertile, piuttosto che presso i grandi fiumi cinesi e multi causato essendo un fenomeno complesso che dà vita a livelli incrementali di complessità. I processi complessi multi causati sono reti di azioni e retroazioni non lineari quindi scordiamoci di poter raffinare una ricetta standard, lineare, semplice. L’origine della diseguaglianza ci apparirà allora come una sopravvenienza adattiva. Siamo in regime di diseguaglianza solo da 5-6000 anni su 3 milioni di anni di vita del genere homo, perché è questa la più elementare forma di autorganizzazione che i gruppi umani hanno trovato possibile e conveniente perseguire fino ad oggi per adattarsi al mondo naturale ed umano che loro stessi sono andati modificando e creando. In sostanza, la diseguaglianza ovvero la formazione di un ordine gerarchico è la forma più elementare di adattamento alla complessità e la complessità è aumentata per varie ragioni sebbene il suo marcatore principale appaia chiaramente l’aumento delle dimensioni dei gruppi. Questa aumento è un anello alimentato da varie retroazioni in cui il passaggio progressivo dalla mobilità alla stanzialità e quello dalla sussistenza occasionale a quella intenzionale sono al contempo cause ed effetti. La diseguaglianza nei gruppi umani non è un fatto naturale ma culturale. Di una cultura allo stadio primitivo quale non può non essere una sequenza storica di appena 5-6000 anni su, si spera, una scala potenziale di possibili 3 – 4 miliardi di anni prima che l’espansione solare cominci a surriscaldare l’ambiente. Se prima non lo surriscaldiamo troppo noi.

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Passiamo allora ad una visione più a gran fine di questi tre stadi di organizzazione sociale cercando soprattutto di illuminare tentativamente, i passaggi dall’uno all’altro, passaggi su cui gli studiosi sono in genere abbastanza evasivi.

2131522IL GRUPPO PICCOLO EGALITARIO. Rousseau, nella sua ricostruzione a lume di ragione, estremizza la condizione di stato di natura, per certi versi, al pari di Hobbes. Lo stato di natura veniva allora immaginato come individuale, dell’uno contro l’altro per Hobbes, dell’uno pre-morale che occasionalmente si accoppiava per Rousseau. In realtà, anche con la successiva teoria di Darwin che pone l’uomo nella famiglia dei primati ed il successivo sviluppo dell’etologia e nello specifico della primatologia, poi della paleoantropologia,  si è convenuto che l’umano è un animale sociale, nato e sviluppatosi tale.  Di contro, Rousseau fa un’osservazione interessante riguardo il fatto che l’umano, a differenza degli altri primati, avrebbe una istintiva forma di inalienabile sovranità su se stesso, oggi diremo un portato del livello auto coscienziale del nostro genere, probabilmente ulteriormente definitosi nella specie sapiens. Questo pone una barriera nel trasferimento consequenziale dei modi dei primati nei modi umani.  Allo stato di comportamento collettivo di tipo nomade o seminomade che è il comportamento in assoluto più longevo occupando più del 99% del tempo del genere homo , i gruppi umani erano limitati nel numero da questo stesso stile di vita. La caccia e raccolta poteva qualche volta esser abbondante e altre volte scarsa ma in linea generale, c’era una oscillazione intorno ad un punto di equilibrio ben preciso e questo punto faceva sì non si eccedesse mai oltre i 120-150 individui. L’impegno a risolvere quotidianamente il problema della sussistenza del gruppo era costante e fondamentale per tutti i facente parte, per quanto alcuni studiosi oggi hanno invertito l’immagine dell’ ansiosa scarsità preistorica[12] . Non si potevano certo portare troppe suppellettili o figli tra uno spostamento e l’altro, per cui si viaggiava leggeri e quindi si era pochi e si aveva poco. La partizione tra caccia e raccolta era variabile a seconda delle stagioni e dei territori. I cacciatori di mammut e grandi alci, ad esempio, erano più focalizzati su questa caccia potendo, tra l’altro, stoccare carne nel terreno ghiacciato (permafrost). Altri delle fasce più temperate probabilmente cacciavano saltuariamente e per lo più si affidavano alla raccolta o a trappole per piccoli animali. Altri ancora sembrano essersi precocemente stanzializzati in riva al mare, sfruttando i frutti di mare portati dalla maree. In base all’esistenza ancora tarda di segnali in tal senso, cosìdownloadbh7 come si può pensare che la caccia non fosse sempre e solo attività maschile, così a maggior ragione la raccolta, riguardava tutti. Passando alla pura speculazione, si può supporre che a livello mentale, gli stessi individui, non fossero pienamente individualizzati nel senso che la percezione delle differenze tra individuo e gruppo e tra gruppo e natura non fosse molto pronunciata[13]. Si tratterebbe di una mentalità pienamente olistica e facendo tutti più o meno le stesse cose (incluso pare l’ accudire la prole, ritenuta “bene comune”)  e dovendo tutti dare lo stesso contributo, oggettivamente le differenze tra individui non erano molto presenti o comunque senz’altro non sottolineate, non incentivate e quindi poco sviluppate. L’aspetto per noi decisivo, quello di cui seguiremo l’evoluzione poiché è quello che riteniamo il catalizzatore del processo di perdita dell’uguaglianza e di comparsa di tutte le successive ineguaglianze è la dinamica che si forma nel gruppo per rispondere alla domanda -chi decide?- , cioè come si suddivide e si forma l’intenzionalità condivisa.

Nell’individuo, tutta la complessione biomorfica è già ben ordinata per risolvere questo problema dell’intenzionalità. Contrariamente alle immagini iper-razionali o addirittura basate su una gerarchia elementare mente – corpo dettata dai vincoli dell’immagine di mondo della religione cristiana, oggi sappiamo che noi decidiamo su sollecitazioni esterne, in base ad un complessa rete interna di imput tra loro connessi per rinforzare o inibire questa o quella decisione. Ma se l’individuo è per sua natura un ente intenzionale, il gruppo degli individui non lo è pur dovendosi esso stesso comportare come un individuo, cioè decidere cosa fare, come farlo, quando e perché.  Nei piccoli gruppi è escluso vi fossero impalcature sovrastrutturali che rendessero i gruppi disponibili a credere che qualcuno fosse più in grado di altri di dare questa risposta. Rimarrebbe l’atto di forza per subordinare i tutti all’uno ma come scrive e descrive bene lo stesso Rousseau, se ci immaginiamo concretamente come ciò sarebbe potuto accadere, vediamo che non è materialmente possibile. Uno studio recente sul tema dell’origine della diseguaglianza, è tutto centrato sulla dinamica per cui non appena uno o più d’uno (comunque pochi) manifestavano questa pulsione al comando, sistematicamente tutti gli altri mettevano da parte le loro reciproche differenze per unirsi come opposizione. Opposizione delle volontà tra i pochi ed i molti che hanno sempre la meglio, in base al fatto che nei piccoli gruppi i numeri contano ed i pochi non possono mai prevalere su i molti[14]. Infine l’aspetto che riteniamo 51QJG3lRzrL._SX331_BO1,204,203,200_più importante. Ognuno aveva una moderata differenza rispetto all’altro, tutti dovevano fare più o meno le stesse cose, tutti sapevano in egual misura cosa succedeva tra il gruppo e l’esterno (natura, geografia, offerta di sussistenza) e cosa doveva succedere all’interno del gruppo (eguale divisione di oneri ed onori). Il contenuto della decisione era in sostanza uguale, così la procedura per prenderla, l’intenzionalità del gruppo era pienamente condivisa, nessuna diseguaglianza era allora possibile. Non solo, oltre che non possibile non era neanche auspicabile perché qualsiasi diseguaglianza avrebbe depotenziato la formazione gruppale, evenienza che, con tutti i problemi più concreti che c’erano ai tempi, era da evitare prioritariamente come minima strategia adattiva. L’unione fa la forza è un concetto più tardo, quando già il gruppo si era frantumato ma questa piccola scheggia di saggezza, può darsi registri inconsciamente i tempi in cui il gruppo era, in sostanza, un individuo macroscopico in via naturale.

PASSAGGIO 1. La descrizione dei vari stati quale qui sviluppiamo è relativamente facile potendosi poggiare sia su fatti rilevati dall’archeologia, della biologia, dell’antropologia, sia su ricostruzioni largamente accettate. Quello che però in genere sfugge è il motore del cambiamento, come e perché si passa da uno stato al successivo. Nel caso in questione, il passaggio 1 è il passaggio dai gruppi piccoli ai gruppi medi, quelli che oscillano dai 120-150-200 individui a di più, stante che il limite di questo “di più” è sfumato e variabile. Questo passaggio è essenziale perché ciò che è legge di natura è che gli altri primati, mai ed in nessun caso, eccedono questo limite dei piccoli gruppi, è quindi una proprietà o meglio una facoltà, tipicamente umana averlo superato. Ma non di tutte le specie umane (homo = genere, sapiens = specie). Si ritiene che i Neanderthal, ad esempio, vivessero in gruppi piccoli e con una bassa densità territoriale quindi parrebbe tipicamente sapiens l’attitudine a vivere in gruppi più grandi. Potrebbe41S2DEZ512L quindi esserci stato qualcosa nella complessione sapiens che favoriva maggiormente quella interrelazione sociale che è l’infrastruttura portante le varie dimensioni dei gruppi. Trovate condizioni migliori e sviluppate appieno maggiori potenzialità gruppali tipo l’affinamento del linguaggio e la condivisione di un primo repertorio simbolico, una più fine teoria della mente (io so quello che tu pensi), aspetti biomorfici[15], i gruppi sapiens cominciarono ad esplorare le società oltre il fatidico limite. Il successo adattativo dei sapiens che hanno sostituito tutte le altre specie umane e si sono riprodotti senza limiti occupando tutto il pianeta, adattandosi ai -40° come ai +40°, fino a dominare (più o meno) tutta la natura ed andare a curiosare su Marte, potrebbe risiedere proprio in questa facoltà di creare gruppi più grandi perché più resilienti ed efficaci in termini adattativi. La vera innovazione adattativa della specie non fu una tecnologia o un modo di produzione ma la capacità di formare gruppi più grandi. Questa propensione sarebbe solo un nuova condizione di possibilità che definisce i sapiens in diversità con la altre specie e, sebbene cominci a lavorare su i piccoli numeri sin da subito, i suoi effetti non sono da subito visibili. Più tardi, questa condizione di possibilità diverrà in atto su pressanti sollecitazioni esterne che libereranno le potenzialità interne e giunta alle varie soglie di limite ulteriore, le sfonderà creando un processo ad albero di ampliamenti a soglia, che porterà ai grandi gruppi stanziali e gerarchici.

1/2 (segue)

[1] J.J.Rousseau, Origine della disuguaglianza, Feltrinelli, 2016

[2] Affrontammo l’argomento qui: https://pierluigifagan.wordpress.com/2013/06/10/dellorigine-della-gerarchia-e-delle-elite/ e qui: https://pierluigifagan.wordpress.com/2014/10/05/gerarchia-vs-democrazia/

[3] Il problema sembra affascinare soprattutto gli archeologi. Per una review generale delle principali teorie si veda A. Guidi, Preistoria della complessità sociale, Laterza, 2000 – primo capitolo. Molte di queste teorie sono variazioni marxiste, altre sembrano più interessate alla successiva formazione degli stati. Mi ha colpito la critica di Gary Webster (1990) che punta una contraddizione su cui avevo argomentato in una precedente versione di questo studio che ho riscritto più volte, data la difficoltà di tenere in formati quasi contenuti, una materia così complessa. Il punto di Webster, che faccio mio, è che la gran parte delle teorie non spiega affatto come si formarono le élite ma come si comportarono da un certo momento in poi, scambiando la fenomenologia per l’origine. Così come c’è dovizia di descrizioni sulle diseguaglianze in atto, c’è dovizia di descrizione sulla potenza delle élite e della successiva lotta di classe ma se non si illumina l’origine, la causa genetica, sarà difficile vincerla quella lotta di classe.

[4] F. Engels, Origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato, Robin editore, 2015 (ma si può scaricare on line gratis). Engels scrive la sua opera nel 1884, Marx è morto l’anno prima e da gli ultimi anni della sua vita di pensatore, mentre l’amico lo pressava inutilmente e già da tempo a finire il terzo volume del Capitale e revisionare il secondo per darlo alle stampe, ci provengono i Quaderni Antropologici (Unicopli, 2009). Marx appuntava la lettura di Ancient Society (la mia edizione è un Feltrinelli del ’74 ma c’è una edizione Pgreco 2013) di L. H. Morgan che è anche la base del testo di Engels. Morgan, il cui testo era del 1877, sosteneva una tesi assai vicina al materialismo storico pur, probabilmente, senza conoscere l’opera di Marx che sull’argomento si era espresso ben precedentemente.

[5] L’assalto all’inconoscibile, nel nostro caso, è condotto da precarie inferenze tratte nel campo archeologico stante che non si è scavato poi così tanto. Più indietro si va nel tempo più i reperti sono deteriorati, solo pietre ed ossa e poi quando compaiono, ceramiche e metalli, sono sopravvissuti al tempo. Gran parte del movimento sociale e culturale però potrebbe essersi riflesso su supporti o materie deperibili come il legno o i tessuti molli.  Poi bisogna farsi largo nella selva delle interpretazioni che sono tutte orientate (anche le nostre, del resto) da inevitabili presupposti ipotetici e spesso ideologici, per non perdersi occorre conoscere -almeno a grandi linee- le famiglie epistemiche principali di modo da non cadere a corpo morto nelle loro trappole. Infine, occorre saper maneggiare con molta cautela il meccanismo di riproiettare indietro ciò che osserviamo nelle tribù sopravvissute che ingenuamente vengono chiamate “fossili viventi”. Insomma, la destinazione è incerta ma in compenso le piste sono malagevoli.

[6] Prendiamo la citazione da A. Guidi, Preistoria della complessità sociale, op. cit.

[7] http://archivio.internazionale.it/atlante/disuguaglianze

[8] Ci si potrebbe però anche concentrare sull’aspetto politico ovvero il fatto che in una società ordinata dal principio di ricchezza, quella esagerata ricchezza vale un esagerato potere dei pochissimi su i moltissimi.

[9] Vedi Caino ed Abele, Antico testamento, Genesi, capitolo 4

[10] La più certa documentazione di probabile massacro organizzato data a circa 13-14.000 a.f. ed è il rinvenimento di circa un 40 % di individui morti violentemente tra una sessantina di seppelliti in quello che è conosciuto come Cemetery 117, tra Sudan ed Egitto. La certezza che trattasi di massacro poi, è relativizzata dal fatto che la metà dei colpiti fossero donne e che non è detto siano morti tutti nella stessa occasione. Altresì le più antiche pitture murali riportano scene di caccia ma mai di guerra. La guerra sistematica ed organizzata sembra essere un fenomeno legato alla fase agricola e dei metalli, quindi molto tarda.

[11] In effetti fu la Melanesia (vicino alla Micronesia) dove B. Malinowski osservò quanto poi scritto in Argonauti del Pacifico occidentale (1927). Quelle osservazioni centrate sullo scambio rituale e società basate sulla equa redistribuzione, sono poi diventate un contro-paradigma da cui discendono M. Mauss, in parte K. Polanyi, i teorici della decrescita, il neo-comunitarismo, insomma un’altra visione del mondo, assai meno cupa di quella di Hobbes, altrettanto fondata su casi reali, altrettanto dipendente da contesti particolari.

[12] M. Shalins: https://en.wikipedia.org/wiki/Original_affluent_society

[13] Qui si richiede uno sforzo di immaginazione impossibile. Si dovrebbe pensare di essere un individuo che ha una mente che sente più o meno quello che sentiamo noi ma pensa ed elabora in maniera sostanzialmente diversa. Un controverso per quanto fortunato libricino, forse  un po’ troppo estremo, dello psicologo americano  Julian James (Il crollo della mente bicamerale,  Adelphi, 2002) accenna a questa ipotesi che le menti antiche fossero olistiche non nel senso logico razionale che intendiamo noi ma per olismo della loro stessa forma biologica. James ne fa addirittura una questione di cambio relativamente recente  di sostanza biologica (separazione degli emisferi) su cui è difficile concordare. Ritengo però che l’uso ed il riuso in un modo o nell’altro della mente che biologicamente è quella che abbiamo in comune con gli antenati, nel tempo, porti a forme diverse di “sentire” il pensiero e di formarlo in modi meno distinti o più distinti. La nostra mente è sempre la stessa ma come la usiamo, no.

[14] C. Boehm, Hierarchy in the Forest, Harvard UP, 2001. Che nella storia successiva e fino ad oggi, si siano riprodotti gruppi anche molto piccoli basati sulla stretta gerarchia va letto come caso in cui l’adattamento non è più alla natura ma verso altri gruppi umani e tenendo conto che lo standard gerarchico ormai impera in ogni dimensione umana sociale ed è quindi introiettato dagli individui stessi. Sopravvive però anche la figura del’anarchico a priori, del libero pensatore, dell’indipendente ostinato che non ha introiettato quel modulo e non si oppone per avere potere ma appunto per impedire la fastidiosa esuberanza di quello altrui.  Essendo pochi, purtroppo fanno fatica a fare massa.

[15] La comparazione Neanderthal – sapiens è ancora in progressione di studio. All’inizio si è estremizzata la differenza polarizzando un Neanderthal muto, stupido, animalesco ed un sapiens agile,  dotato di intelligenza aggressiva e molto chiacchierone (e con leggero accento british). I due, tra l’altro, si pensavano reciprocamente infertili e i sapiens per puro istinto dominatore avrebbero sterminato tutti i Neanderthal (per altro ben più piazzati). Oggi le visioni sono molto cambiate ma la ricerca dei segni di specialità nobile della nostra specie è ancora tendenza dominante. Con cause biomorfiche invece si ipotizza una ben più casuale differenza. Noi sapiens abbiamo un volume cranico inferiore ai Neanderthal il che, in assenza di modifiche dei canali vaginali, avrebbe potuto favorire più nati vivi o meno mamme morte di parto. Il tutto avrebbe avuto effetti demografici ovvero gruppi tendenzialmente più grandi e gruppi tendenzialmente più grandi e resilienti, si sarebbero adattati meglio. Non è affatto detto che sia andata così, è solo un esempio di come cause minime e casuali possono avere effetti ben più evidenti ed importanti.

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Informazioni su pierluigi fagan

59 anni, sposato con: http://artforhousewives.wordpress.com/, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore per 22 anni. Da più di tredici anni ritirato a confuciana "vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente. Il tema del blog è la complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore.
Questa voce è stata pubblicata in antropologia, archeologia, complessità, democrazia, evoluzione, paleoantropologia, società complesse e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

3 risposte a DELL’ ORIGINE DELLA DISUGUAGLIANZA. Com’è che nati liberi finimmo in catene. (1)

  1. mcc43 ha detto:

    Sono ammirata , non so dire in modo più sintetico e appropriato, e anche grata. Le origini sono una mia fissazione.
    Prendo un po’ di coraggio per dire che resta nelle retrovie ciò che a me sembra aver avuto una grande importanza nel creare le diversità e fissarne una primitiva percezione: il corpo. Non so se in Natura esistano altri esemplari femminili che partoriscono in qualsiasi periodo dell’anno, ma è una caratteristica importante. Significa differenziazione dei tipi fisici per effetto del clima, e anche incide sulla sia pur limitata auto-consapevolezza in formazione nell’individuo. Oggi non lo avvertiamo più, ma credo plausibile che a contatto stretto con la Natura iniziare l’esistenza in condizioni climatiche e ambientali diverse secondo le stagioni delle regioni temperate (ma anche nelle zone polari esistono differenze, per esempio il sordo e continuo suono dell’oceano nel periodo del disgelo) imprimesse una diversa direzione individuale. Il clima determina l’attività e l’umore del gruppo, provoca nel cucciolo d’uomo prime esperienze di relazioni più o meno espansive e con ciò il formarsi di temperamenti più o meno inclini al coraggio o alla prudenza. Alternandosi la prevalenza di uno questi atteggiamenti dentro il collettivo, provocava, suppongo, cambiamenti della dinamica del gruppo e favoriva separazioni dal medesimo. Se all’origine la cura maggiore era la sopravvivenza, si devono essere verificate selezioni con la soppressione degli individui non utili o in soprannumero rispetto allo scopo; anche questo può aver indotto a differenziare localmente i gruppi instillando una maggiore “crudeltà” là dove le condizioni erano più sfavorevoli o erano in corso di emigrazioni, e ad avviare la tendenza al formarsi del concetto di élite.
    Niente separazione gerarchica mente-corpo, più che vero che noi decidiamo su sollecitazioni esterne. La mente, però, sta dentro il cervello che è in relazione con il corpo; oggi la neurologia ci sta liberando dell’idea di un cervello somigliante a una scatola ermeticamente chiusa che può solo degenerare e parla di “plasticità” cerebrale. Una scoperta che forse spiega il motivo per cui lo sviluppo del genere umano è stato tanto rapido dopo l’inizio, se confrontato coi tempi dell’evoluzione planetaria.

    • pierluigi fagan ha detto:

      Indubbiamente, condizioni più dure selezionarono popolazioni più decise. Nella seconda parte dell’articolo si sosterrà che popolazioni già medie o medio-grandi, collassarono verso il 3800 a.C., quando iniziò un periodo di inversione climatica di grande siccità. La gerarchia fu una reazione alla scarsità non alla gestione del surplus (cosa che per altro si verificherà poi molte volte nella storia non magari come scarsità della sussistenza ma come “regime di difficoltà adattiva” di più varia natura). Volevo però aggiungere una ipotesi fatta da una paleoantropologa (di cui purtroppo non ricordo il nome) sulla selezione. La studiosa ipotizza che il motivo per il quale noi abbiamo molti meno peli degli altri primati, fu che le mamme nomadi, tennero ed allattarono più a lungo i nati implumi perché davano loro una maggior impressione di fragilità. L’ipotesi mi diverte perché a) è fatta da una donna (nel senso che a un uomo non sarebbe venuta in mente), b) è una selezione del più debole il che mi diverte perché fa venire lo stranguglione ai neo-darwinisti.

  2. Pingback: I morti del Piave e il concetto di confine – Così va il Mondo

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