LA CONCEZIONE REALISTICA DELLA STORIA IN FERNAND BRAUDEL.

mediterraneo-1

Quanto siamo andati sin qui ricercando[1] rispetto ad una possibile concezione che rispetti il più possibile la realtà della storia è perfettamente espresso in un piccolo libricino[2] dello storico francese Fernand Braudel. Si tratta di una serie  di piccole conferenze che Braudel tenne ai propri commilitoni durante la detenzione in due campi di prigionia tedeschi[3], mentre si svolgeva la seconda guerra mondiale.

Partiamo da una asserzione generale valida come epistemologia generale: “Quando vogliamo spiegare una cosa, dobbiamo diffidare ad ogni istante della eccessiva semplicità delle nostre suddivisioni. Non dimentichiamo che la vita è un tutto unico, che anche la storia deve esserlo e che non bisogna perdere di vista in nessuna occasione, neppure per un attimo, l’intrecciarsi infinito delle cause e delle conseguenze[4]. Il manifesto di una concezione realistica della storia è tutto in questa piccola saggezza. Cercare di approssimarsi il più possibile ad un ideale rapporto 1:1 tra mappa (la storia come racconto) e territorio (la storia come fatto). Se identifichiamo la storia con la complessità della realtà in divenire, questa concezione fa di Braudel il più insigne storico animato dal paradigma della cultura complessa.

Questa concezione arriva a ridefinire il perimetro stesso di cosa è la storia ed il compito dello storico. Per Braudel la formula di questa concezione è data dal rapporto tra la geografia dei fatti, l’analisi del sociale umano ed il tempo. E’ questa la geostoria, storia dell’intricata matassa che compone la/le società umana/e di cui occorre dipanare i singoli fili (sociali, economici, politici, culturali, religiosi, militari, demografici etc.) ed i loro intrecci, per un certo tratto di tempo, ambientandola nel suo luogo d’origine di cui vanno osservate le forme condizionanti (le condizioni ambientali-geografiche).

Questo tempo ha più piani. “La vita è fatta di correnti che scorrono a velocità diverse: alcune (…) mutano di giorno in giorno, altre di anno in anno, altre di secolo in secolo[5] altre ancora ancorpiù lentamente. Un esempio di come la porzione del tempo storico che consideriamo per indagare un fenomeno è dirimente lo si ha nel marxismo. Marx analizza i rapporti tra classi, tra una borghesia proprietaria dei mezzi di produzione ed una classe generale che deve lavorare per sostenersi. Questo è il capitalismo e il suo superamento si avrà quando la classe generale, ribellandosi, si approprierà collettivamente dei mezzi di produzione annullando la fonte del dominio di classe. Concezione che prevede dunque una vera e concreta rivoluzione agita. Ma quello che racconta Marx non è che l’ennesima versione di una storia più lunga, apparentemente immobile, in cui i Pochi dominano su i Molti, la storia della gerarchia. La gerarchia è quel sistema d’ordine (erroneamente da alcuni ritenuto “naturale”, quindi immodificabile) che gli umani hanno applicato per dare appunto un ordine solido e dinamico, alla complessità sociale nella quale si son trovati  a vivere a partire da circa 8000 af. Nella storia della gerarchia, storia dal tempo lungo, nel gruppo dominante troviamo sciamani-sacerdoti, poi re-eroi, poi militari, poi vari tipi di politici, di nuovo militari-imperatori, poi vescovi, principi, re assoluti, capitalisti, banchieri, etnie, maschi, in genere anziani, civiltà intere, singoli popoli-nazione. Gli interpreti cambiano di stagione storica in stagione, lo spazio che la gerarchia ordina anche, la forma dell’ordine dato da Pochi attivi, intenzionati e coordinati vs Molti passivi, incerti e scoordinati è invece millenaria e generalizzata.

Abituati  a storie ravvicinate ai decenni, semmai ai secoli, ottomila anni sembrano l’eternità ma non lo sono. Questo nostro scritto redatto nel 20.157 (sempre che allora il tempo storico si continuerà a contare così, cosa assai improbabile) potrebbe contemplare con distacco e sopracciglio alzato  il passato primordiale in cui i gruppi umani erano soliti aggrapparsi a questa forma assai semplificata per dare ordine e funzionalità alla propria complessità sociale. Ma il punto che ci interessa perché attuale è che dalla millenaria forma gerarchica da cui prima o poi ci emanciperemo, non si uscirà con il dominio di una nuova classe, con il possesso dei mezzi di produzione, con un azione militare ed in fondo, neanche con una di quelle rivoluzioni che al solito, rivoluzionano assai poco com’è nel significato del suo etimo astronomico (la rivoluzione è un eterno ritorno lungo il piano orizzontale dell’orbita).  Dalla gerarchia si uscirà solo annullando la divisione Pochi – Molti, quando i Molti sapranno auto-gestirsi usando una o più probabilmente molte configurazioni interrelate. Difficile o impossibile? Comunque evidentemente, un processo lungo.

In prima approssimazione,  il superamento del capitalismo non è via una nuova forma di organizzazione economica ma probabilmente via l’annullamento del dominio ordinativo del gioco economico in favore di un ordinatore più generalizzato possibile, quello politico. Il contrario della gerarchia dominante dei Pochi è l’autoorganizzazione dei Molti, il potere dei Molti su se stessi, la democrazia pura. Dispiace constatare che la faccenda non sia così semplice come ci è piaciuto raccontarcela, ma questo è ciò che chiamiamo “realismo”. Dispiace ancor di più constatare che difficilmente ognuno di noi, per quanti sforzi faccia individualmente e collettivamente vedrà mai, perfettamente compiuto,  il mondo nuovo che possiamo disegnare ma non immediatamente produrre. Ma se vogliamo cambiare il mondo ed il nostro modo di abitarlo e viverlo, per dare senso alla nostra venuta al mondo e partecipare al compimento di una etica umana che scegliamo come nostro credo, non vedo altro modo che considerare onestamente con cosa abbiamo a che fare. Altrimenti il cambiamento lo produciamo solo nel mondo platonico delle Idee e tradiamo l’essenza dell’XIa Tesi su Feuerbach di Marx (1845-1888) che invece terrei in gran conto.

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Tornando alla concezione realistico-complessa enunciata da F. Braudel, egli nota che questi diversi piani temporali, queste correnti del tempo storico, si riferiscono ciascuna a un soggetto della più generale composizione del flusso storico generale: “…geografia, civiltà, razza, struttura sociale, economia e politica. Tale classificazione si basa sulla velocità, più o meno grande, che caratterizza le diverse storie: all’inizio della serie, al massimo livello di profondità, le più lente, le meno condizionabili dall’intervento dell’uomo; alla fine, quelle che sono maggiormente influenzate, ovvero l’economia e la politica.[6]. 1004592-Fernand_BraudelQuesto porterà ad un concetto che contraddistingue distintivamente il lavoro dello storico Braudel: i fenomeni di lunga durata (la longue durée[7]). Questi emergono alla vista storica nella misura in cui seguiamo il loro tempo, senza imporgli le categorie temporali delle nostre provvisorie immagini di mondo, nella misura un cui seguiamo il territorio e non le mappe. Da qui, la differenza tra rivoluzione ed emancipazione, breve e superficiale la prima, lenta e profonda la seconda, legata alla mappa che disegna il capitalismo la prima, legata alla mappa che disegna la gerarchia la seconda.

Il tempo quindi, la scelta dell’arco di tempo in cui compiamo l’osservazione storica deve giustificarsi sulla natura dell’oggetto-fenomeno osservato ecco perché i frame dei racconti storici del tipo “Storia della modernità” hanno senso solo se premessi da una abbondante e continuamente ripresa, archeologia delle radici dei fenomeni tra loro intrecciati. Fenomeni che spesso prendono forma esterna e nome diverso avendo però forma interna simile. Da cui l’impressione a volte che cambi tutto ma non cambi niente e che noi si sia presi da un circolo chiuso.

Nell’approccio geostorico è altresì dirimente la scelta e l’osservazione del contesto geografico in cui si ambienta il realismo storico. Braudel inquadra la geostoria,  in onore del grande geografo conterraneo Paul Vidal de la Blanche (1845-1918)[8], come “insieme di possibilità” ma anche come insieme di limiti condizionanti. “L’Irlanda – ha scritto Vidal de la Blanche – troppo vicina all’Inghilterra per evitarla, troppo vasta per essere assimilata, è vittima della propria situazione geografica[9], ecco un esempio di considerazione geostorica. E nel fare onore di certa cultura tedesca di cui comunque censura il determinismo, ecco comparire il concetto di Weltwirtschaften, ovvero delle -economie mondo-[10], concetto oggi essenziale per capire il destino della prematura globalizzazione che sta per volgersi alla frammentazione geopolitica di sistemi macro-regionali.  All’interno di questo insieme di condizioni di possibilità ed impossibilità geografiche, si ambienta -la società umana- .

08903L’homo geographicus a volte si affianca all’homo oeconomicus, ma Braudel insorge: “E’ evidente: -diceva Jean Brunhes (un altro geografo francese)–  l’individualismo deve essere proscritto anche dalla geografia. Parole grandi.”[11], chiosa Braudel secondo il quale, l’oggetto della geografia, della storia e della nuova geostoria, è la società. Lo storico francese predilige gli oggetti a grana grossa, gli oggetti-sistema. Una storia complessa e non riduzionista, possibilista e non determinista, una storia processuale delle lunghe durate e non evenemenziale[12] (basata su collezione di fatti e non su processi. La storia delle grandi battaglie, degli epifenomeni, delle date significative), basata su sistemi e non su individui (la storia dei grandi uomini del destino, degli eroi, del gesto risolutore, dell’Uno che determina il Tutto). E da ciò, l’insostenibilità di quell’individualismo metodologico che spezzetta non solo la società in individui ma poi un singolo individuo in atteggiamenti specifici, atteggiamenti conformi ai paradigmi di una determinata disciplina. Noi abbiamo pensato produttivo il sistema della divisione dei saperi , abbiamo creato discipline e specializzazioni (che non sono certo un male in sé, tutt’altro, ma poi lo diventano nella loro unilaterale presunzione di assoluto, che poi essendo plurale per quante discipline e specializzazioni esistono, diventa solo inconcludente chiasso da pollaio accademico) e da questo abbiamo deciso che l’oggetto di osservazione è quello illuminato da un solo sguardo, quello di cui siamo “specialisti”. Pretesa ridicola è evidente: “Noi studiamo la società e al nostro studio, in quanto tale, non possono bastare i mezzi di ogni singola scienza presa separatamente”[13].

Se vogliamo studiare i fatti sociali, così complessi nel loro insieme, non serviamoci dunque di un sola fonte di luce”…”Il nostro intento, invece è accendere tutte le luci contemporaneamente[14], affermazione entusiasmante ! E via con l’elenco dei riflettori, tutti necessari per la nitida visione storica: geografia, etnologia-etnografia-antropologia, statistica, economia, sociologia, scienza politica e giuridica, storia delle immagini di mondo culturali e religiose, strutture demografiche, linguistica, le nuove scienze cognitive e della psicologia comportamentale… insomma cercare di portare tridimensionalità ( se non quadrimensionalità) dove oggi c’è al massimo bidimensionalità[15], luce dove c’è ombra, relatività dove c’è assolutismo, dialogo dove c’è monologo, molteplicità dove c’è unicità, interferenza dove c’è piattezza, sistemi dove si pensano monadi, gerarchie variabili dove ce ne sono di fisse.

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Ed infine, che è poi ciò che sta personalmente più a cuore a noi che non siamo degli storici, degli economisti, dei sociologi o antropologi, da questo pensatore sopraffino, il rimbrotto più importante: Il nostro secolo manca di veri filosofi, liberati dagli indottrinamenti e dai giochi di appartenenza a una scuola, attenti alla vita che ci circonda, felici ci di affrontare i veri problemi, mettendo a repentaglio se stessi”[16], invocazione che è per noi ispirazione ed impegno concreto, condotto con le forze e le capacità risicate che ci sono umilmente possibili. Aggiungerei, filosofi che sfidano di nuovo il pensiero architettonico, il generale, integrando in orizzontale, le varie osservazioni dei pensieri verticali disciplinari.

A tornare su tutto quanto sin qui detto, Braudel rispondendo nel 1972 ad un intervistatore che domandava delle condizioni in cui presa forma La Méditerranée[17] , il nostro rispondeva. “Se non avessi vissuto la prigionia, avrei certamente scritto un libro del tutto diverso. Ne ho avuto piena coscienza soltanto un anno o due fa, quando ho incontrato a Firenze un giovane filosofo italiano: -“Ha scritto il suo libro in prigione? Allora è per questo che mi ha dato sempre l’impressione di un libro di contemplazione”-“[18]. La prigione dava due ingredienti ottimali per la riflessione, la distanza (dagli ingaggi della nostra vita quotidiana, anche intellettuale) ed il tempo. Paradosso che si debba stare in una prigione reale  per vedere di quale prigione ideale siamo prigionieri.

Questa in breve la nostra attuale “condizione complessa”: senza distanza, immersi nel contingente in cui ripetiamo le idee del passato; senza tempo, soffocati dal presente. Immersi e soffocati da una complessità per la quale non abbiamo né la giusta distanza, né il tempo, per poterla rendere oggetto delle nostre riflessioni. Poiché da ciò dovrebbe conseguirne un  probabile disastro adattativo, l’appello al “pensiero nuovo” prende forma di urgenza. La geostoria di Braudel è uno di questi pensieri nuovi.


[1] https://pierluigifagan.wordpress.com/category/storia/ . Di questi quattro interventi, i due centrali sulla “concezione realistica della storia” insistono sullo stesso campo di questo intervento su F. Braudel.

[2] F. Braudel, Storia, misura del mondo, Il Mulino, Bologna, 1998

[3] 1941 a Magonza e tra il 1943 e il 1944 a Lubecca

[4] Op. cit. pg. 65

[5] Op. cit. pg. 65

[6] Op. cit. pg. 64

[8] E’ questo il “possibilismo vidaliano”. Lucien Febvre che con Marc Bloch è tra i fondatori della scuola storica detta Scuola delle Annales il cui continuatore di maggior spicco è appunto F. Braudel, fu allievo proprio di Vidal de la Blanche. Il motto della concezione vidaliana della geografia e del rapporto che questa ha con i fatti umani (VdlB è il fondatore di quella branca della geografia classica detta “geografia umana”) è: la natura propone e l’uomo dispone. In linea generale, questo pensiero è valido come concezione complessa non determinista a lettura di quasi tutti i rapporti testo-contesto ed è al contempo la natura di una concezione complessa dell’adattamento e dell’ecologia, del difficile rapporto natura-cultura, dei rapporti filogenesi-ontogenesi, cervello-mente, mente-corpo ed altre tipiche dicotomie moderno-occidentali. E’ il concetto che noi spesso usiamo negli scritti di questo blog sotto forma di –condizioni di possibilità- (che in quanto tali definiscono per converso anche le condizioni di impossibilità). Concetto che avendo per oggetto il pensare filosofico, fu alla base della prima critica kantiana. Si veda: F. Bartaletti, Geografia, teoria e prassi, Bollati Boringhieri, Torino, 2006-2012.

[9] Op. cit. pg. 58

[10] Op. cit. pg. 89. Il concetto di economie-mondo è alla base della scuola sistemica di I. Wallerstein, sociologo economista, direttore proprio del Fernand Braudel Center (SUNY-New York) che oltre che a Braudel, si richiama anche a K. Polanyi (ed in parte a K.Marx). Di questa “scuola” fanno parte anche Andre Gunder Frank, Samir Amin e Giovanni Arrighi.

[11] Op. cit. pg. 76

[12] Evenemenziale cioè basato su avvenimenti. Se per A. France un avvenimento è un fatto degno di nota, per Braudel è più che altro, un fatto annotato. Braudel si richiama qui al principio di indeterminazione della meccanica quantistica che definisce il fatto, l’oggetto che la nostra osservazione “crea”. Principio in un certo qual modo disceso dalle considerazioni su cosa in sé-noumeno-fenomeno di I. Kant. Da qui, la necessaria auto-osservazione a cui lo storico deve continuamente sottoporsi per chiarirsi e chiarire al suo uditorio, quali pre-concetti informano la sua narrazione degli osservati, essi stessi determinati dai suoi a-priori e quindi, sempre, soggettivi. Op. cit. pg. 29.

[13] Op. cit. pg. 82

[14] Op. cit. pg. 44

[15] Divertente ed istruttiva a riguardo la lettura del famoso: Edwin A. Abbott, Flatlandia, Adelphi, Milano, 2005.

[16] Op. cit. pg. 49

[17] F. Braudel, Civiltà ed imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, due volumi, Einaudi, Torino, 1953-2010

[18]Op. cit. pg. 16

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Informazioni su pierluigi fagan

59 anni, sposato con: http://artforhousewives.wordpress.com/, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore per 22 anni. Da più di tredici anni ritirato a confuciana "vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente. Il tema del blog è la complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore.
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9 risposte a LA CONCEZIONE REALISTICA DELLA STORIA IN FERNAND BRAUDEL.

  1. marco ha detto:

    non ci posso credere…
    marco calabria

  2. Pingback: La concezione realistica della storia in Fernand Braudel | MatDec

  3. Jacopo ha detto:

    Salve Pierluigi, ottimo blog! Vorrei gentilmente chiederle se la riflessione sulla gerarchia-dominio dei molti suoi pochi-democrazia pura etc…è di Baudrel o è farina del suo sacco?

    Grazie mille, cordiali saluti.

    Jacopo

  4. Ottimo, utilissimo articolo di critica epistemologica e politica. Un dettaglio. Non capisco queste date: 1845-1888

    :

    • pierluigi fagan ha detto:

      Grazie. Le date sono rispettivamente redazione (1845) e pubblicazione (1888) delle Tesi. L’analisi del pensiero di Marx, non tiene sempre in debito conto la differenza tra redatto e non pubblicato e pubblicato e le ragioni ipotetiche del non pubblicato e quando pubblicato da chi e quando.

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