È IL MOMENTO DI FARCI UNA DOMANDA: CHE DOMANDA DOVREMMO FARCI?

L’intero apparato di gestione e controllo del pensiero e conseguente dibattito pubblico, ha ricevuto precise indicazioni dagli strateghi della psicologia comportamental-cognitivista. Per tutti costoro c’è una sola domanda da farsi: che fare davanti ad una ingiustificabile aggressione che provoca morte, distruzione e dolore ad un aggredito?

Qualcuno segnala la stranezza di farsi tali domande oggi quando non ce le siamo mai fatte e continuiamo a non farcele per molti altri tristi casi di conflitto planetario. Altri pensano forse che l’aggressione se non giustificabile andrebbe almeno contestualizzata. Qualcun altro pensa forse che anche l’aggredito non è esente da responsabilità pregresse. Altri infine sospettano che tra aggredito ed aggressore c’è un terzo incluso che andrebbe specificato per capire meglio la situazione per poi prender decisioni. C’è anche chi la mette sul pragmatico e cinicamente invita a farci i conti di quanto costa rispondere in un modo o in un altro a quella domanda. Ma è davvero questo la domanda più importante da farsi? O forse la domanda da farsi prima di ogni altra è proprio “ma chi ha deciso che è questa la domanda più importante da farci?”. Potrebbe esser il caso invece di farci questa seconda domanda e scoprire che rispondendo a questa, avremo anche più conseguente e logica risposta a quella che ci viene imposta.

Vediamo un po’. Vari istituti di ricerca d’opinione, segnalano concordi che c’è una evidente asimmetria tra quello che il parlamento italiano sta decidendo su i fatti relativi la guerra in Ucraina (non solo armi sì o no), unitamente alle unanimi convinzioni dell’intero apparato di gestione e controllo del pensiero e conseguente dibattito pubblico e l’opinione prevalente del popolo italiano. In una recente trasmissione televisiva un ambasciatore ed un oligarca occidentale hanno candidamente ammesso che la gente normale di queste cose non capisce niente e quindi c’è chi deve decidere per loro. Ma da qualche giorno, emerge anche un’altra questione interessante.

L’istituto SWG ha fatto una ricerca sui sentimenti geopolitici degli italiani. Tra il vissuto precedente il conflitto e l’oggi emergono significativi scostamenti. Sono crollate le simpatie verso la Russia dal 18% al 2% e quelle verso la Cina dal 22% al 3%. Sono salite quelle verso la Francia dal 15% al 38% e quelle verso la Germania dal 12% al 34%. Quindi si rileva un significativo ri-orientamento dall’Italia soggetto individuale con sguardo interessato verso altri mondi, all’Italia che riconosce comunanza di interessi coi consimili europei. Da notare che se il frame è l’Europa, questi sono stati a lungo vissuti come concorrenti, se il frame si allarga al mondo allora le differenze che notiamo con questi vicini ci fanno sembrare questi prima concorrenti, dei fratelli quasi naturali.

Ma il dato più interessante è forse un altro. La precedente postura di una Italia curiosa e libera di coltivare desiderio di relazione con questo o quello, inclusi i russi ed i cinesi, era pensato e vissuto dentro un fortissimo senso di coappartenenza con gli Stati Uniti d’America. Gli italiani consideravano gli USA il Paese più amico in assoluto ben il 44% pensava questo, più di Russia, Cina, Francia e Germania e di non poco. Oggi invece, questa percentuale è al momento scesa al 27%, ben meno del nuovo sentimento di neo-fratellanza europeo-occidentale. È la prima volta in settanta anni che l’Italia si sente più europea che americana e scommetterei sul fatto che questo trend continuerà ad approfondirsi.

Annusa l’aria al volo il direttore di una testata on line ora anche stampata settimanalmente, TPI. Una testata con una sua indipendenza che non la fa comunque essere nel campo “alternativo”, ma neanche del tutto in quello “mainstream”. L’articolo di fondo di Gambino titola: “Perché in questa guerra non possiamo non dirci anti-americani”. Gli USA vogliono indebolire se non far collassare la Russia e non è detto questo sia del tutto anche il nostro interesse. Gli USA vogliono egemonizzare l’intera Europa subordinandola ai propri interessi e spaccarla tra parte orientale ed occidentale e questo non è un nostro interesse. Gli USA vogliono colpire indirettamente per il momento la Cina e questo, ancora, non è il nostro interesse specifico visto che l’altro Europa è niente più che un mercato e logica del mercato vuole che vi siano forti interessi a sviluppare scambi con la Cina e l’Asia in generale che per via di ragione geografica non rappresenta, né mai potrà rappresentare per noi un problema. È da Marco Polo che rappresenta invece una opportunità, ma se si studia “Le vie della Seta” dello storico P. Frankopan anche ben da prima di Polo. Segue una densa analisi di come l’ordine mondiale versione americana, sia sempre più contradditorio e semmai utile solo agli americani e soprattutto come questa loro utilità confligga sempre più con la nostra.

Riguardo la domanda che sembra esser l’unica che ci dobbiamo porre, ne consegue ciò che ha sostenuto anche il gen. Tricarico ed altri tra i pochi che hanno voce indipendente in questi tempi bizzarri: Biden alzi il telefono e chiami un tavolo diretto di trattativa con Putin che non aspetta altro poiché tutto quanto sta succedendo riguarda più loro giochi di potenza di primo livello che non l’Ucraina ed il nostro inviargli o meno armi e tagliarci i consumi di energia sprofondando in profonda recessione e prossimo conseguente disordine sociale, con finale arruolamento in una Terza guerra mondiale che noi europei occidentali non vogliamo in alcun modo. Dobbiamo quindi mandare armi a Zelensky o un telefono a Biden?

La domanda da farci allora è “a chi stiamo andando appresso?”. Gli USA hanno in programma un potete riarmo del mondo e quando ci sono le armi, di cui sono i leader mondiali di produzione, poi queste vanno usate. Hanno sovvertito in un attimo alleanze consolidate con mezzo pianeta, tra cui il mondo arabo e buona parte di quello asiatico, inclusa l’India. Hanno fatto impazzire i prezzi dell’energia facendo infiammare l’inflazione. Hanno tentato di spaccare l’ONU, tra l’altro non riuscendoci. Dopo averci rimbambito per trenta anni con le meravigliose sorti progressive della globalizzazione, dopo essersi rimpinzati di soldi a livello delle loro esigue élite, ora hanno deciso che noi europei dovremmo commerciare solo con loro perché tutti gli altri sono “impuri”. Hanno un Presidente con un figlio che trafficava con investimenti in gas e laboratori bio in Ucraina e chissà che Zelensky e la sua cricca non lo ricatti con carte imbarazzanti. Un Presidente che ha sfondato il minimo storico di gradimento già sfondato da Trump, una macchietta presa in giro da mezzo mondo perché si vede che l’età non gli consente più di dirigere i molteplici e complessi interessi del suo Stato-potenza. Ma se è evidentemente incapace di svolgere i suoi compiti chi altro li svolge per lui? È stato eletto questo “dietro di lui”? Che agenda ed interessi ha? Un Paese che ha la più asimmetrica distribuzione di ricchezza interna del mondo occidentale e la conseguente più ampia popolazione carceraria del mondo, cosa ha di fondo “in comune” con noi? Un Paese che ha fatto 34 conflitti armati dal dopoguerra, per non parlare dei “colpi di Stato” e “regime change”, nonché varie proxy-war.

Si chiama geopolitica perché la geografia e la geostoria contano. Gli Stati Uniti sono su un’altra piattaforma continentale, così i canadesi. Gli inglesi sono su un’isola che dalla favola di Mandeville in poi (ma già da Enrico VIII) guarda all’Europa in maniera problematica e per nulla famigliare. Australiani e neozelandesi sono in mezzo ad un altro oceano e pure in un altro emisfero. Personalmente non amo le definizioni in negativo (una identità non si determina per esser “anti” un’altra) quindi non mi sento antiamericano. È sudditanza psico-culturale anche questo porre l’altro come qualcosa verso il quale si deve esprimere la differenza per trovare la propria identità.

Penso invece ci si trovi in una nuova ed interessante congiuntura storica, quella in cui occorre domandarci: “noi” chi siamo? Prima di elaborare, discutere e condividere una intenzione, la risposta al fatidico “che fare?” dovremmo capire chi è il soggetto, chi è questo “noi”. Un mio vecchio amico, diceva che più che di “progresso”, dovremmo porci il problema dell’”emancipazione”. Prima di domandarci da che parte andare e cosa fare, domandarci chi siamo anche perché è rispondendo a questa domanda che ogni altra va di conseguenza.

Informazioni su pierluigi fagan

64 anni, sposato con: http://artforhousewives.wordpress.com/, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore per 23 anni. Negli ultimi venti anni ritirato a "confuciana" "vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente. Il tema del blog è la complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore. Ogni tanto commenta notizie di politica internazionale su i principali media (Rai3, la7, Rai RadioTre Mondo, Radio Blackout ed altre) oltre ad esser ripubblicato su diverse testate on line. Fa parte dello staff che organizza l'annuale Festival della Complessità. Tiene regolarmente conferenze su i suoi temi di studio. Nel 2021 è uscito un suo contributo nel libro collettivo "Dopo il neoliberalismo. Indagine collettiva sul futuro" a cura di Carlo Formenti, Meltemi Editore.
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4 risposte a È IL MOMENTO DI FARCI UNA DOMANDA: CHE DOMANDA DOVREMMO FARCI?

  1. Leonardo ha detto:

    “Personalmente non amo le definizioni in negativo (una identità non si determina per esser “anti” un’altra) quindi non mi sento antiamericano. È sudditanza psico-culturale anche questo porre l’altro come qualcosa verso il quale si deve esprimere la differenza per trovare la propria identità.”

    Concordo con lei, e trovo interessante e curioso far osservare come questo processo simil-adolescenziale di definizione della propria identità in negativo sia esattamente quello che le istituzioni e autorità ucraine hanno fatto in patria dai tempi della caduta dell’URSS.
    La “de-comunizzazione” è parte integrante di questo processo di costruzione di una identità che per sua stessa natura si pone in maniera ostile e conflittuale rispetto alla Russia, fino al punto di arrivare a mitizzare eroi filo-nazisti come Bandera e Shukhevich.

    Trovo poi curiosi i risultati del sondaggio che cita (e che non conoscevo).
    Che gli Italiani abbiano finito per sentirsi così vicini a quella Germania che solo pochi anni fa ha premuto per l’abbandono del South Stream (e l’ha ottenuto) mentre allo stesso tempo lavorava al raddoppio del Nord Stream è – dal mio punto di vista – comico.
    Così come è comico che ci si senta vicini a quella Francia che ha voluto la devastazione della Libia nel 2011, creandoci anche in questo caso danni sul piano commerciale.
    Come dice il proverbio “Dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io”

    I canali internet filo-russi – estremamente critici e disincantati per il ruolo subalterno dell’Europa in questa crisi – hanno cominciato a definire gli Europei come “Eurolemmings”, giocando sulla (falsa) nomea dei lemming come portati al suicidio di massa. E’ una immagine colorita ma calzante.

    Simpatie e sentimenti di vicinanza a parte, secondo me esiste un problema molto più fondamentale di natura culturale che impedisce una reale indipendenza e terzietà dell’Europa nel mondo multipolare.

    Nel mio piccolo, la mia regola fondamentale di vita è la regola d’oro: tratta gli altri come vorresti essere trattato da loro.
    Se si vuole una convivenza ragionevolmente pacifica pur nella competizione reciproca, occorre riconoscere agli altri il diritto alle medesime tutele che pretendiamo per noi stessi.
    In Occidente – Europa inclusa – a mio avviso questa cultura manca completamente, perché il senso di superiorità e l’arroganza derivanti da cinque secoli di dominio sul mondo che ci circonda sono state interiorizzate dalle opinioni pubbliche ad un livello quasi cellulare. Che poi si declinino attraverso l’ipocrita scelta di perdonare le nostre malefatte in quanto “errori commessi con buone intenzioni” da Paesi democratici (la tesi dei vari Parenzo/Formigli sull’Iraq ad esempio) o attraverso la sufficienza con cui vengono descritti mondi come quello russo o cinese è irrilevante.

    C’è una convinzione radicata nell’eccezionalismo della nostra civiltà occidentale e – personalmente – l’evidenza delle reazioni a fronte di successive situazioni di crisi mi hanno condotto negli anni alla conclusione che solo una sonora batosta potrà portare le vaste masse dell’opinione pubblica ad abbandonare questa convinzione.

    Cioè: fino a quando qualcuno non ci dimostrerà, attraverso una dura realtà che bucherà ogni forma di propaganda mediatica con la sua ineluttabile concretezza, che non siamo più in grado di imporci impunemente sugli altri, continueremo imperterriti a credere di essere superiori e di poter trattare i nostri pari con sufficienza, senza ascoltare le loro esigenze e trovare una mediazione reale e sincera.

    Il problema in questo caso è che la batosta potrebbe arrivare sotto forma di funghi atomici, per cui alla fine non ci sarà più una civiltà che potrà trarne le conseguenze.
    Tutti i canali filo-russi in cui mi sono imbattuto, spesso popolati da persone che hanno origini russe o sovietiche tendono a concordare sul fatto che la popolazione russa è entrata in “mentalità Seconda Guerra Mondiale”: non vogliono la guerra ma sono pronti a combatterla costi quel che costi, fino alla distruzione del nemico o alla propria.
    Ci sono filmati che mostrani ali di folla che salutano i convogli diretti in Ucraina mentre passano ai bordi della strada.
    Non stanno bluffando e la dirigenza non ha commesso errori: la rottura definitiva con l’Europa non è frutto di una errata valutazione della reazione europea, ma una precisa scelta derivante dalla convinzione della dirigenza russa che con l’Europa non ci siano più possibilità di collaborare a causa della sua sudditanza rispetto agli interessi e alle pressioni atlantiche.

    Lavrov qualche giorno fa ha detto esplicitamente che questa è una guerra per porre fine all’unilateralismo americano. Questa è la resa dei conti: o de-escaliamo immediatamente, dimostrando praticamente che siamo disposti a contenere quell’unilateralismo, o quell’unilateralismo sarà contenuto dalla Russia al posto nostro, anche se questo dovesse risultare nella distruzione di questo pianeta.
    Stiamo letteralmente danzando sull’orlo dell’abisso e non mi sembra che le nostre classi dirigenti e l’opinione pubblica abbiano una adeguata percezione del reale pericolo.

    • pierluigi fagan ha detto:

      Sono molto d’accordo con lei. Su i sondaggi ha ragione ma deve tener conto della differenza tra interno ed esterno del sistema. I giudizi medi dati, di solito. dagli italiani su Francia e Germania, si riferivano all’interno del sistema Europa. I giudizi che danno oggi secondo quando riferisce SWG sono nello scenario mondo e, rispetto a questo, si trova più in comune con gli europei occidentali di quanto non si trovi -ad esempio- con gli americani. E’ una esperienza che vivono molti italiani che, per varie ragioni, vivono all’estero. Quando siamo qui le differenze tra porzioni d’Italia o ideologie politiche sono molto significanti. Quando si è immersi in una diversità sostanziale (il Paese estero in cui si deve vivere), l’italiano vagheggia una Italia fatta di italiani comunque più simili di quanto non siano gli stranieri.

      Sono anche molto d’accordo con la “regola aurea”. Purtroppo, applicare quella regola implicherebbe una radicale modifica dei nostri ordini interni, tutti i nostri ordini interni hanno condizione di possibilità in una assetto occidentale che non applica la regola aurea. Spaventano molte cose di questa fase storica. La più preoccupante, a mio avviso, è la distanza siderale che c’è nella nostra mentalità, sia quella media che quella “alta” (e del resto le due sono solitamente collegate), tra realtà e sistemi di pensiero. I “sistemi di pensiero” ci servono sia per capire la realtà, sia per immaginarne un’altra. Io darei per scontato che in una fase storica del genere le “classi dirigenti” siano legate a sistemi di pensiero inadeguati. Del resto, se non fossero intrinsecamente legate a precisi sistemi di pensiero di un certo tipo, non sarebbero la classi “dirigenti”, sono le classi dirigenti un sistema ideologico-concreto che è quello in atto. Sistema non adatto ai tempi che ci sono toccati in sorte di vivere. Non adatto come sistema, come classi o ceti dirigenti che lo dirigono, come sistema ideologico che lo riflette nel pensiero. Le tre cose sono inestricabilmente collegate. Quello che preoccupa di più, è che fuori di questo cerchio magico del “potere in atto”, tanto politico (geopolitico) che economico che culturale, non ci sia niente che promette lo sviluppo di un’altra via. Siamo in maledetto ritardo su tutto.

  2. Alessandro ha detto:

    La domanda da porci dovrebbe essere questa: da chi siamo governati? Qual è la visione del mondo che caratterizza la nostra classe dirigente? Da almeno una ventina d’anni, ma forse più, noi siamo governati dal partito democratico di derivazione statunitense in salsa europea-occidentale ( non fa grande differenza se nella versione italiana, tedesca, francese o spagnola). Un discorso a parte andrebbe fatto per i Paesi Visegrad. Per qualche anno abbiamo pensato che la svolta nazionalista dei secessionisti e il populismo dei grillini avessero aperto una breccia in questo fronte compatto, ma era solo una messinscena, visto che poi sono rientrati velocemente nei ranghi, sposando anche loro l’agenda.
    Rispondendo a questa domanda capiamo a cascata tutto il resto. Quando in agosto le femministe e gli speculatori finanziari che ci governano si “stracciavano le vesti” perchè ce ne stavamo andando dall’Afghanistan mettendo fine a una guerra ventennale che ha fatto molto più morti di quella in corso in Ucraina, visto che oramai agli USA costava troppo e ci ricavavano poco, era evidente a tutti coloro che non si fanno imbonire dai media che la guerra per chi ci comanda, siano i lobbisti o i loro portaborse-portavoce politici, era oramai diventata, inconsciamente o meno, lo strumento privilegiato. La vergognosa assenza della UE sul fronte delle trattative diplomatiche nell’attuale conflitto ne è una diretta conseguenza: cosa tratti se sei in guerra da almeno vent’anni? Il bene non tratta con il male, sia questo rappresentato dai talebani o da Putin. Le classi dirigenti statunitensi da sempre si ritengono in guerra contro il male, noi oggi siamo come loro: non riusciamo più a scorgere le sfumature. Speculazione finanziaria e femminismo per tutti orchestrato dall’Occidente a guida statunitense, per i tonti viene definita “democrazia”, o morte: questa è l’agenda. E’ stato un processo durato trent’anni, ma oggi possiamo considerarlo concluso.
    Questo discorso nulla toglie alle responsabilità putiniane, che sono ovviamente enormi, ma fanno parte di un altro capitolo.

  3. Pingback: Dopo due mesi – La Botte di Diogene – blog filosofico

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