LA QUESTIONE SINO-AMERICANA o DELLA LUNGA TRANSIZIONE MULTIPOLARE.

L’articolo dialoga con il libro di G. Allison “Destinati alla guerra” (Fazi editore 2018), un testo ben costruito in termini di intelligenza storico-strategica e con l’ultimo numero della rivista Limes “Non tutte le Cine sono di Xi” (Dic.re 2018).

Mettendo su una retta le traiettorie di potenza della Cina e degli Stati Uniti d’America, come possiamo aspettarci continuerà la storia? Abbiamo tre possibili esiti principali. Il primo è che in onore alla regola data dalla “trappola di Tucidide”, le traiettorie portino al conflitto aperto, la terza guerra mondiale. Il secondo è che uno dei due contendenti imploda come implose l’URSS terminando il bipolarismo della guerra fredda e lasciando campo libero all’altro contendente. Il terzo è che la retta continui il processo per il quale la Cina si affiancherà a gli USA come potenza principale del mondo per poi diventare un polo di tale magnitudo da condizionare l’intero mondo dove “condizionare” non è “dominare”. Diamoci un quadro di contesto ed analizziamo meglio  le tre possibilità.

LA NUOVA ERA COMPLESSA.

Si stima che all’anno convenzionale zero, nel mondo ci fossero 250 milioni di persone. Diventiamo 1.250 negli ultimi decenni del XIX secolo, quasi due millenni per quadruplicarci. Poi, dal 1880 al 1950 raddoppiamo diventando 2.500 milioni. Poi ci triplichiamo nei successivi settanta anni arrivando a gli attuali 7.500 milioni. In questa seconda ondata di crescita, ci siamo quadruplicati non più in quasi due millenni, ma in soli centoventi anni. Negli ultimi settanta anni, si sono anche quadruplicati gli stati, passati in breve tempo da 50 a 200. Negli ultimi quaranta anni, tutti gli stati hanno preso a convergere verso un modello sociale simile basato sullo sviluppo di una economia potenziata da tecno-scienza e capitali e lievitata da scambi internazionali. L’aumento così importante ed in tempi davvero brevi delle varietà ed interrelazioni di un sistema, il sistema-mondo, configura una vera e propria inflazione di complessità, tanto da spingerci a definire la nostra era come nuova ed appunto, complessa.

Dall’inizio di questo tratto di storia, dal 1880 circa, assistiamo anche al formarsi del primo impero-mondo, quello britannico a cui subentrerà prima come leader del sistema occidentale, poi dopo le due guerre non a caso dette “mondiali” come leader mondiale, gli Stati Uniti d’America. La storia del’avvicendarsi delle leadership del sistema economico occidentale che si riverbera poi in potenza geopolitica così nitidamente descritte da G. Arrighi[1] sulla scorta della prima sistemazione fatta da F. Braudel, da Genova-Venezia alle Province Unite, da queste alla Gran Bretagna e da questa a gli USA, vede sempre sfidanti tendenzialmente più grandi, demograficamente parlando, dei detentori di leadership. Il grande subentra al piccolo sembra dire la regola basata su sempre più ampie platee di produttori-consumatori che lievitano la ricchezza da trasformare in parte in potenza militare.  Siamo sempre a regole, non leggi, ovviamente.

Nel dopoguerra, gli USA si assestano come stella principale in un sistema binario con la stella di minor massa sovietica e come nei sistemi binari, esercitano una forza dissipativa costante fino a far implodere il sistema minore. Risolto il condominio geopolitico, si dedicano subito ad ampliare il sistema economico e finanziario mondiale di cui sono perno, globalizzando il sistema. Nel 1989-’91 collassa l’URSS, nel 1994 si inaugura il WTO. Mossi dall’intenzione di dar condizioni espansive alla loro economia ed alla loro finanza (questo “loro” in molte analisi che usano come unità metodologica l’astratta entità del “capitalismo”, è poco notato, ma tutto ciò che chiamiamo globalizzazione è precisamente definito in una decalogo che si chiama “Washington Consensus” e del resto le sue necessarie formulazioni giuridiche applicate ed imposte all’IMF e WB, nonché WTO sono state promosse e contrattate tra stati, non tra “capitalisti”), gli americani permettono ad una entità fuori radar dotata storicamente della massima demografia planetaria, la Cina, di convertirsi al modo economico di cui tengono saldamente le redini. Nel 2001, la Cina entra nel WTO.

Ma applicando condizioni simili a sistemi di massa diversa, prima o poi s’impone il sistema più massivo. Capita così che la Cina rispetto al 1980 oggi non sia più il 7% dell’economia USA ma approssimativamente il 66%, due terzi e l’ha già superata se il Pil si conta a parità di potere d’acquisto (PPA). La Cina cresce oggi sopra il 6%, gli USA a stento intorno la 2%. La Cina è iscritta naturalmente in un sistema asiatico che colletta il 60% della popolazione mondiale ed è sua volta in crescita, gli USA in un sistema occidentale che pesa sempre meno. Le importazioni cinesi sono due terzi di quelle americane ma il 50% in più sono le esportazioni essendo ormai la Cina il principale partner commerciale per ben 130 paesi. Le riserve cinesi che quaranta anni fa erano il 16% di quelle americane oggi sono il 3.140%. La Cina è leader in moltissime produzione sopratutto industriali, è il più grande consumatore del mondo, è il motore principale dell’economia mondo ed è leader quantitativo nel sistema delle conoscenze STEM (scienza, tecnologia, ingegneria, matematica), nonché nel numero di domande di brevetto. La forza militare è ancora profondamente asimmetrica in favore USA ma si sta lentamente riequilibrando, il dollaro è ancora saldamente al centro del sistema mondiale ma dalla composizione del basket valutario IMF ai nuovi future sul petrolio, alla percentuale di presenza nelle riserve per chi fa affari con i cinesi, lo yuan crescerà di peso in modo naturale. Il soft power cinese è molto limitato ma quello americano è in declino verticale anche per aperto auto-sabotaggio da parte della nuova amministrazione. Quello cinese poi, quando si presenta sotto forma di prestiti a tasso contenuto e tempi dilazionati o investimenti esteri, sarà meno glamour di Hollywood ma forse è anche più convincente.

In forme lineari, la traiettoria cinese, promette di superare quella americana nei punti in cui ancora non l’ha fatto, in alcuni casi a breve (2020), altri a medio (2030), definitivamente e per tutti gli item fondamentali al 2050 se non prima.  La crescita di potenza complessiva cinese, sfida la leadership americana, non c’è alcun dubbio a riguardo. Altresì, è la prima volta che l’ambiente di contesa è davvero “mondiale” ed è la prima volta che il mondo è così denso (7,5 mld di individui per 200 stati tutti votati all’economia di mercato) ed è la prima volta che i soggetti coinvolti -non solo i due principali-  sono tanti e rappresentano altrettanti potenziali poli. Per la prima volta quindi abbiamo un vero “sistema-mondo”, nel quale si affacciano diversi attori che ruotano in danza multipolare intorno alla danza binaria sino-americana che può collassare in guerra o dissipare l’uno in favore dell’altro o rimanere il nuovo centro gravitazionale del sistema-mondo per i prossimi decenni.

LA TRAPPOLA DI TUCIDIDE.

Formalizzata da uno studioso americano, Graham Allison[2], il concetto è tratto da una considerazione di Tucidide fatta nel racconto della Guerra del Peloponneso, per la quale la traiettoria dell’ambizione di Atene, incrociando i timori di perdita di condizioni di possibilità per il sistema di Sparta, portò alla guerra catastrofica. Furono i due “sistemi” e non solo i due perni ad esser coinvolti nello scontro. Sebbene pacificati con gli spartani in un trattato, gli ateniesi non poterono fare a meno di venir coinvolti in attriti con due alleati di Sparta (Corinto e Megara) e questa non poté fare a meno di sentirsi minacciata nel suo sistema che si basava sul controllo delle vaste piane del Peloponneso ovvero il sistema degli iloti tributari a Sparta. Allison ne trae uno schema di dominante vs sfidante che ritrova ripetuto in sedici casi di cui dodici con conflitto e quattro no. La guerra come esito finale dell’incrocio tra le due traiettorie non è quindi legge ma regola variabile a condizioni. Sul piano delle metodologie e dell’epistemologia specifica dell’argomento, ci sarebbero da fare lunghi discorsi sulla costruzione del modello di Allison ma non siamo qui per questo, siamo qui solo per scrivere un articolo a grana grossa sul problema posto dal titolo.  Tale problema dice che, al di là della consistenza del modello “trappola di Tucidide”, se un secondo in ascesa e con ampie possibilità nel suo futuro, tende ad incrociare la traiettoria del dominio di un primo, questo avvertirà come oggettiva o potenziale la restrizione delle sue comode condizioni di possibilità.

Nei quattro casi di contesa non sfociata in guerra, tre non sembrano dirci poi molto secondo l’invito dello stesso Allison a sviluppare un nuovo metodo di Storia applicata. Poche le analogie, molte le differenze. Quello che invece riguarda la guerra fredda tra URSS ed USA qualcosa ci dice sebbene in quel caso la sfida fosse geopolitica-ideologica mentre l’attuale è geopolitica-geoeconomica ed i quadri di contesto siano radicalmente difformi. In quel quadro, comparve già all’inizio (anni ’50) la famosa Mutual Assured Distruction, quella posizione che annulla i principi del vantaggio e della prevalenza militare in base ad armamenti atomici che rendono la risposta, altrettanto devastante del primo attacco. Le teorizzazioni sul “first strike”, un primo attacco talmente devastante da inibire ogni facoltà di risposta dell’avversario, rimangono meramente teoriche in quanto chi può mai sapere effettivamente dove il nemico tenga tutte le sue carte da gioco? Errori di calcolo in questi giochi si prestano a risultati rovinosi al punto da rendere inutile lo stesso calcolo del rischio. Nel caso di Cina ed USA si potrebbe teorizzare un conflitto tradizionale e limitato sulle cui forme di dilettano gli analisti, ad esempio come molti hanno ipotizzato, nel Mar Cinese Meridionale o Orientale, innescato via Giappone, Taiwan o Coree, ma USA ed URSS hanno sempre evitato con attenzione il confronto militare diretto pur limitato poiché esso si sa come inizia ma si sa anche come finirebbe, la scalata a gli armamenti è logica inesorabile in questi casi. Strategicamente, data la straordinaria lunghezza della catena logistica americana, un conflitto “tradizionale” voluto nei mari cinesi non avrebbe semplicemente senso. Solo un “confitto per caso” acceso per imperizia e fondamentalmente non voluto davvero da nessuno dei due contendenti potrebbe esser terminato presto con un sostanziale pareggio, almeno in teoria. In pratica, stante lo stato dei rapporti, darebbe via a sequenze interminabili di accuse e controaccuse e deterioramento dei rapporti foriero magari di una seconda scintilla[3].

Il caso “conflitto atomico” vedrebbe la Cina duramente colpita vista l’altissima densità abitativa che ha, e perdurantemente devastata visto il fall-out. Gli USA forse avrebbero meno danni ma difficile immaginare una dirigenza politica che nel XXI secolo sopravvive a tale onta. Al di là della meccanica esibita e di quella sotterranea, al di là delle capacità narrative di gestire il fatto, stante che i cinesi staranno ben attenti a dare sempre feed-back negativi alle provocazioni americane, uno scontro atomico USA-Cina sarebbe responsabilità oggettiva degli americani poiché sono loro presenti nei mari cinesi ovvero dove non dovrebbero stare e sarebbe impossibile da gestire in termini di soft power anche non tenendo quest’ultimo più in gran conto. Per non dire degli effetti economici catastrofici negli USA e nel mondo che a quel punto supererebbe la sua inerzia rifondandosi in forme multipolari istituzionalizzate (fine dell’UN, IMF, WB per come li conosciamo) e segnando così la fine del dominio americano, comunque. Come detto, quel conflitto i cinesi non lo vogliono e cercheranno di evitarlo in tutti i modi, incluse risposte asimmetriche alle eventuali provocazioni apertamente belliciste americane. I dodici esempi di potenziale conflitto poi trasceso che cita Allison vedevano sempre tutte le parti in causa pronte all’evenienza. La guerra si fa almeno in due e nelle intenzioni cinesi, non ci sembra questo il caso, anche ricordando l’impostazione millenaria della sua cultura strategica che è lenta ed avvolgente, piuttosto che rapida e percussiva.

IMPLOSIONE CINESE e WISHFUL THINKING.

Analisti americani, da molto tempo, scrutano le contraddizioni interne ed esterne alla Cina per vedere se possibile la sua frantumazione nella più classica applicazione del divide et impera del codice imperiale. Le due faglie che di solito attraversano gli stati, soprattutto quelli grandi, cioè etnie e religioni, non sembrano disponibili da chi mai pensasse di usarle per disordinare la Repubblica popolare. La religione non è mai stata oggetto di contesa sociale in Cina, il sincretismo è la sua vocazione secolare, i cinesi annettono e mischiano tutto, un po’ come fanno in cucina. Quanto alle etnie, l’etnia “han”, conta più del 90% della popolazione, le altre sono frantumate in più di 50 ceppi quindi ognuna di esse è composta da troppo pochi individui. Alcuni di questi, i Tibetani o gli Uiguri, sono in effetti parzialmente ribelli ma da tempo, risultano annegati in processi di sinizzazione che hanno trasferito ingenti quote di popolazione han nei due stati periferici. In più, c’è la “repressione alla cinese” che lascia ben poco spazio all’eventuale ribellione. L’etnia han, invero, è ben meno omogenea di quanto qui da noi denoti il termine “etnia”, ma non sembrano esserci comunque gli estremi per una sua manipolazione divisiva.

Rimane la ribellione sociale. L’ultimo numero di Limes “Non tutte le Cine sono di Xi”, affronta da più punti di vista, i nodi potenzialmente critici della condizione cinese. C’è la faglia città-campagna, l’eventuale scontento della nuovo borghesia costiera arricchitasi col commercio ed ora in possibile sofferenza per una eventuale contrazione economica oltretutto forzata dalla politica dei dazi di Trump, il malumore di quella che ha perso soldi nei saliscendi di Borsa. C’è il paventanto-auspicato scoppio della bolla immobiliare e di quella del debito privato, nonché un sistema bancario opaco che si troverebbe messo peggio del dichiarato. Gli epurati ed i perdenti della recente riforma dell’Esercito Popolare potrebbero meditar vendetta. Gli imprenditori privati preoccupati dalla svolta statalista di Xi e gli epurati dal partito nella recente ri-sistemazione delle cariche e dei processi anti-corruzione, masticano amaro. Limes sembra molto ligio a dare elenco di tutti i mantra tipici dei report classici (classici perché sono tutte cose su cui i think tank americani scrivono da tempo) di Washington. Analisi acute e taglienti o wishful thinking?

Da una parte indubbiamente, il rallentamento dell’economia planetaria che non sembra occasionale a cui si aggiunge il rinnovato contrasto attivo degli Stati Uniti by Trump, rappresentano un problema. Il problema principale è che la Cina è da pochi decenni in “crescita”, questo ha spianato tutte le contraddizioni sociali e soprattutto, ha permesso la diminuzione del divario di ricchezza e possibilità tra la Cina ancora povera e quella affluente. La crescita, continua a spianare anche altre contraddizioni come i costi di welfare e di invecchiamento della popolazione e soprattutto prelude allo scatto necessario ovvero il superamento della soglia critica oltre la quale s’innescano i processi di autocombustione interna per i quali la Cina possa sostenersi per consumi interni e non più solo per le performance nell’export. Il cosiddetto e fin troppo recentemente sottolineato rallentamento dell’economia cinese non pare essersi effettivamente ancora prodotto o meglio, pare ancora contenuto e per altro naturale visto che non è più una economia da 2.000 mld di Pil (2005) ma da 12.000 mld, e certo a  quel livello non si cresce più del 10% annuo. Nei prossimi anni però, gli effetti del contrasto americano che della stagnazione mondiale potrebbero pesare.

Dall’altra, commentammo già al tempo dell’ultimo congresso del PCC che ha incoronato leader eterno e plenipotenziario Xi Jinping[4], che l’intera manovra connessa a questa svolta, sembrava preludere ad una lucida lettura dei futuri mutamenti (analisi dei mutamenti su cui si basa la più antica scrittura classica cinese, l’Yi JIng e che è un vero e proprio standard di quella millenaria cultura) con visione giustamente preoccupata. Era in vista di queste turbolenze annunciate che il sistema si irrigidiva al vertice dandogli non solo tutti i poteri ma sopratutto il tempo (la leadership a vita per un uomo che ha 65 anni), la materia prima necessaria ad ogni complessa transizione. La Cina, oggettivamente, è cresciuta ovvero cambiata, radicalmente ed in maniera mostruosa, in troppo poco tempo. E’ quindi ovvio che sia per gestire le già accumulate contraddizioni di un processo così massivo ed impetuoso, sia in vista delle ulteriori che si son previste possibili in base allo scenario predetto, la struttura ordinante del partito e la sua forte connessione ad un vertice longevo e plenipotenziario, siano state le due mosse fatte per attraversare i marosi dei tempi a venire[5]. Questo ovviamente non dice se la risposta sarà adeguata alle problematiche, dice solo che la leadership cinese sembra realisticamente ben consapevole dello stato delle cose e sembra avere una strategia per affrontarlo.

Di base, si consideri che la storia della Cina, dalla fondazione del primo impero formale (Qin, -221 a.C.) ad oggi, è stata maggiormente unita e centralizzata che il contrario. A parte i fasti alterni delle dinastie Han, Sui, Tang, dal XIII secolo ad oggi (Yuan, Ming, Qing, Repubblica e Repubblica popolare) la Cina è una ed indivisa. La consapevolezza del fatto che divisi ci si offre all’altrui dominio, vedi periodo del banchetto coloniale euro-giapponese,  è ben chiara a tutti i cinesi.

Quanto ai dissapori esterni, inutile cercar conforto in un presunto destino conflittuale indo-cinese o sino-russo. Il primo è del tutto improbabile per varie ragioni su cui qui transitiamo dopo aver segnalato che a registro storico degli ultimi millenni  risulta solo un conflitto confinario nel 1962 durato poco più di un mesetto per un bilancio di 2000 morti più una recente scazzottata subito sedata[6]. Il secondo si basa sulla corretta considerazione che comunque, essendo Cina e Russia lungamente confinarie, non sono alleati naturali. Di contro, la strategia kissingeriana originariamente attribuita a Trump ovvero un tentativo di staccare la Russia dalla Cina così come Obama-Clinton l’avevano obbligata a porsi di malavoglia, è stata avversata da varie fazioni dello “stato profondo” al punto da impedirne ancora oggi il perseguimento. Alla fine la Russia sembra essersene fatta una ragione, semmai vi avesse posto speranze il che non è affatto detto,  ed ormai sono molti e consolidati i segnali che la pongono in Asia, in un consesso multipolare assieme ad India, Giappone e Cina stessa. Forse non sono veri e propri alleati di ferro ma non ci sembra neanche abbiano seri motivi di contesa, semmai più di ragionata intesa e convergenza nel bilanciare gli USA. In più, hanno entrambi interesse a farsi capofila di una schieramento che reclama la ripartizione multipolare dei poteri mondiali, pretesa che ha del naturale data l’alta complessità raggiunte dal sistema-mondo. Altresì, i paesi ASEAN sembrano oscillare tra affari coi cinesi (e russi[7]) e allineamenti militari con gli americani (il che fa bilanciamento e non rappresenta una minaccia) e così i giapponesi e financo gli australiani.  Fare affari, significa condividere profondi interessi vitali ed il successo del sistema asiatico nel suo complesso è forse oggi, l’obiettivo più condiviso e stabilizzante di questa gran parte del pianeta anche perché ogni leader di ogni stato del sistema ne dipende. Si teme la magnitudo della crescita cinese ma per altri versi vi si dipende e poiché la Cina non ha tradizione di invasione dell’altrui territorio avendo già i suoi problemi a tenere unita la sua imponente consistenza, forse c’è modo di equilibrarsi e far sistema. Applicare gli schemi storici di tradizione europea all’Asia è una di quelle fase analogie che permettono di scrivere molto ma di mondi immaginari.

FAR PACE COL DESTINO.

Allison, ad un certo punto dell’Introduzione del suo libro in cui presenta il problema e gli attori in campo e ripetendo il concetto nelle Conclusioni, dice: “Il ritorno ad un ruolo di preminenza di una civiltà con 5.000 anni di storia e con 1,4 miliardi di persone non è un problema da risolvere. E’ una condizione: una condizione cronica che dovrà essere gestita nell’arco di una generazione”. Questo inquadramento a grana rossa ed essenzialmente realista ci sembra il miglior commento al problema dato. Realisticamente, né ci sembrano più attuali e sensati i vaneggiamenti su un nuovo secolo americano, né ci sembra evitabile la configurazione multipolare e multistrato (con potenze di prima, seconda e terza fascia allacciate in geometrie assai complesse) dell’ordine geopolitico mondiale, né ci sembra probabile la terza guerra mondiale a corso atomico auto-distruttivo, né la sognata  disintegrazione cinese, così come altrettanto probabilmente non c’è alcun crollo immediato della potenza americana. Forse la nostra foga di commento alimentata dai social, dal gran numero di media del discorso pubblico e dalla non abitudine a seguire la storia scambiandola per cronaca, affronta una faccenda complessa e lunga con troppo impeto e desiderio di colpi di scena da serie tv di cui molti si affannano a rivelare un finale cinematografico.

Oltre al contesto economico mondiale che volge alla parziale contrazione e lunga stagnazione ed al gran fermento geopolitico mondiale in cui si affacciano ogni giorno nuovi attori, l’unico dato recente ed interessante di novità, ci sembra la messa in pratica sul serio di quel Pivot to Asia annunciato da Clinton-Obama ma mai davvero praticato da loro bensì da Trump anche se rinominato in versione “Indo-Pacific”. Schivata la ratifica del già avviato TPP che ha dato il via al balletto delle ricontrattazioni delle partite bilaterali con tutti i partner, Trump ha riesumato l’alleanza militare QUAD con India, Giappone ed Australia[8]. Si è dato un gran da fare nell’area coreana[9], ma soprattutto ha iniziato l’opera di sistematica interdizione delle aspirazioni cinesi. Dai dazi ed il continuo bombardamento delle prassi del commercio estero fino all’altro ieri nella fase globale, all’innalzamento di divieti di pascolo per le aziende cinesi nel mercato americano. Da il richiamo delle aziende americane a rimpatriare impianti e bilanci al  contrasto alla Belt and Road Initiative al cui capitolo contribuiscono sia le sanzioni all’Iran, sia in termini più ampiamente geopolitici i nuovi assetti sud americani ed il nuovo NAFTA che dichiaratamente espelle Pechino se non altro dal Nord America, sia la dissuasione verso gli amici europei a lanciarsi in corresponsione di amorosi sensi con gli occhi a mandorla. Dal continuo sfoggio di attenzione navale nei mari cinesi alla recente presa di posizione bipartisan del Congresso per una rinnovata spinta a gli investimenti e sviluppo del militare[10], sino al riarmo giapponese e l’arresto di miss Huawei, più contorno di molti atti minori ma non meno significativi, la strategia Trump appare concreta e multi-dimensionale.  Del resto, che la politica estera del presidente americano avesse in obiettivo primo il contrasto alla Cina era già annunciato in campagna elettorale ma ai tempi, molti erano distratti e non vi hanno prestato molta attenzione salvo oggi domandarsi “chissà cosa bolle in pentola?”. Molte di queste operazioni come il rilancio continuo della spesa militare sul modello “guerra fredda”, dazi, difesa della proprietà intellettuale e rimpatrio della competenze e delle capacità industriali sono simmetriche, tanto più danno fanno alla Cina tanto più tendono a rinforzare la potenza americana, e non solo vs Cina.

Tuttavia, tutto ciò ci sembra normale contenimento, allungamento al più è possibile dei tempi della transizione, “buying time”, sfruttare la posizione ancora forte e potente per ricontrattare con tutti, a partire dagli alleati ed europei, le condizioni di gioco in tutti i giochi[11]. Le variabili in gioco per far previsioni a trenta anni sono troppe, per chiunque. Far sì che quel scarso 66% di dimensione comparata arrivi il più tardi possibile ad 80-90% se non al pareggio effettivo e poi al superamento, è l’ovvia strategia americana in una riedizione del paradosso di Zenone per il quale per quanto veloce corra Achille-Cina, anche se più lentamente, la tartaruga-USA dovrà esser  un passo avanti per più tempo possibile. La profondità strategica della variabile tempo per chi 4 + (forse) 4 anni di mandato e per chi è leader eterno, sono diverse.  Nel frattempo, capire meglio come si ridistribuiranno i problemi del far posto nel consesso mondiale ai cinesi dandogli dei limiti maggiori di quanto gli americani non gli hanno fino ad oggi dato, sarà il secondo obiettivo e qui sul chi pagherà “l’aggiungi un posto a tavola” al consesso planetario, a gli europei dovrebbero fischiar le orecchie.

Il ciclone dell’AI ed i suoi svariati impatti inclusi quelli occupazionali che minacciano di scombinare ulteriormente i già squilibrati equilibri sociali, del controllo sociale elettronico, delle biotecnologie, le nuove frontiere spaziali in cerca di risorse minerali, i difficili adattamenti al cambiamento climatico che sia antropo-causato o naturale, la redistribuzione dei poteri politici ed economici geografici, la nuova divisione internazionale del lavoro, gli allineamenti demografici, i nuovi equilibri finanziari e monetari mondiali, tanti i giochi su i vari tavoli e tanti i giocatori[12]. I due principali si strattoneranno a lungo nelle pratiche del nuovo conflitto multidimensionale di lunga durata che seguirà e determinerà il ritmo della transizione. Se il conflitto Atene – Sparta partì dalla periferia dei due sistemi e stante che il sistema orientale non sembra più di tanto cooptabile o disordinabile, forse gli americani si rivolgeranno ai propri alleati per farli diventare iloti. Ciò che volenti o nolenti dovranno perdere da una parte, pur attivando tutti gli attriti possibili per rallentare il fatale allineamento lungo i prossimi decenni, cercheranno di compensarlo dall’altra.

Sul fatto che gli europei saranno così idioti da diventar loro gli iloti della nuova versione del “polo occidentale” con cui gli USA si apprestano a giocare la futura condizione multipolare, si accettano scommesse.

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[1] G. Arrighi, Il Lungo XX secolo, il Saggiatore, Milano, 2014

[2] G. Allison, Destinati alla guerra, Fazi editore, Roma, 2017. Allison insegna ad Harvard da decenni e tralasciamo le sue varie collaborazioni ai veri istituti di cultura strategica americani. Critiche al suo modello non mancano proprio sul punto di quella Storia applicata che lui promuove assieme a Nial Ferguson, l’accusa è quella di applicare senza variazioni i modelli di storia occidentale al contesto asiatico.

[3] L’ipotesi vagheggiata di una provocazione giapponese non avrebbe senso, il Giappone per quanto intenda riarmarsi, rimane sotto il tiro della linea missilistica di costa cinese ed è comunque sprovvisto di armamento atomico. Sebbene in tempi lontani dediti alle pratiche del suicidio rituale, i giapponesi hanno nella Cina un quinto del loro export ed in quarto del  loro import e sono seduti su una faglia geologica che non gradirebbe percussioni atomiche. Il che non vuol dire certo che non cercheranno -come già fanno- di bilanciarsi quantomeno con gli indiani.

[4] https://pierluigifagan.wordpress.com/2017/10/31/cina-un-fatto-fuori-teoria/

[5] Secondo Allison, è questa la risposta alla domanda che ha a lungo tormentato Xi sul perché fosse crollata l’Unione Sovietica: a) il Partito sempre più corrotto aveva perso legittimità verso la società; 2) aveva riformato l’economia dopo aver perso il controllo sulla società; 3) l’esercito aveva giurato fedeltà alla nazione e non più al partito. Ne conseguiva la riforma dell’Epl, le epurazioni e ristrutturazioni nel PCC, la sua rimessa al centro della società cinese ed ovviamente il riportare tutti i fili del potere nelle sue mani per lungo tempo e con piena libertà di manovra.

[6] Allison, p.248, cita uno studio di T.Fravel secondo il quale, dal 1949, la Cina ha avuto ventitré dispute territoriali che sono in tre casi sono andate a conflitto armato. Oltre la già ricordata vicenda con gli indiani, si registra un attrito confinario con i sovietici lungo il bordo dell’Ussuri nel 1969 (con un numero limitato di vittime) ed uno con i vietnamiti dieci anni dopo, durato solo un mese ed il cui bilancio di vittime è incerto per le stime incrociate viziate da intenti propagandistici. A parte la conquista di un’area davvero limitata nel conflitto con l’India, gli altri due si sono risolti con un equo “status quo ante bellum”. L’intervento in Corea del Nord ai primi anni ’50 va rubricato nella normali reazioni all’invasione di vicini amici. Anche in questo caso l’esito è stato poi il ripristino dei vecchi confini al 38° parallelo. La storia in Asia funziona diversamente che in Europa e del resto la geo-storia serve proprio a capire che contesti diversi modulano l’applicazione non di leggi ma di regole flessibili. C’è una deliziosa citazione a chiusura del’articolo del geopolitico cinese Zhang Wenmu nell’ultimo numero di Limes sulla Cina di XI, una citazione di Mao Zedong del 1941, il quale sottolineava che i cinesi dovevano ribellarsi all’idea accademica occidentale che non si può parlare di politica senza il dover citare l’antica Grecia. L’interessante articolo  di Zhang è tutto una confutazione dello schema “trappola di Tucidide”, senza per altro mai citarlo, postura indiretta tipicamente “cinese”.

[7] Secondo SIPRI, tra 2010 e 2017, i russi hanno venduto armi nella zona per 6,64 mld di dollari contro i 4,58 americani. Nel mondo multipolare c’è sempre una alternativa.

[8] https://www.affarinternazionali.it/2018/11/quad-alleanza-indopacifica/

[9] Sull’area coreana, scrivemmo a suo tempo perché mostra in piccolo una novità geopolitica importante in termini di multipolarità. Certo ci sono americani, cinesi, russi e giapponesi a manovrare sulla scacchiera, ma la convergenza forte di interessi reciproci tra Moon Jae-in e Kim Jong-un, sembra esser più forte dei forti spettatori interessati. Nel mondo multipolare, i “pupazzi” diventano merce rara.

[10] http://sicurezzainternazionale.luiss.it/2018/11/14/commissione-usa-strategia-difesa-nazionale-corso-crisi/

[11] Sempre secondo Allison, p. 245, la collezione delle dichiarazioni ottenute da americani a ripetuto contatto con funzionari cinesi, su come loro vedono la strategia americana sarebbero riepilogabile in cinque punti: 1) contenere la Cina; 2) isolandola; 3) provandola a dividere al suo interno; 4) sminuirne il prestigio; 5) tentar di sabotare la sua leadership politica.

[12] Le analisi qui espresse aggiornano ma non modificano quanto dicemmo già due anni fa in: P. Fagan, Verso un mondo multipolare, Fazi editore, Roma, 2017

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Informazioni su pierluigi fagan

60 anni, sposato con: http://artforhousewives.wordpress.com/, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore per 22 anni. Da più di quattordici anni ritirato a confuciana "vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente. Il tema del blog è la complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore. Ogni tanto commenta notizie di politica internazionale su i principali media (Rai3, la7, Rai RadioTre Mondo, Radio Blackout ed altre).
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2 risposte a LA QUESTIONE SINO-AMERICANA o DELLA LUNGA TRANSIZIONE MULTIPOLARE.

  1. daniele benzi ha detto:

    Gentile Pierluigi,
    come sempre una analisi ricca e stimolante. Tuttavia, seguendo già da qualche anno il suo lavoro e avendo letto con grande interesse il suo libro, mi permetto una breve osservazione. Non considerando pertinente o rilevante l’oggetto-concetto “capitalismo” su un piano teorico e storico, e non parlo necessariamente da un punto di vista marxiano o neo-marxiano, il suo pregevole sforzo intellettuale di considerare seriamente la complessità e di fornire strumenti di interpretazione dell’attualità nella tradizione delle teorie sistemiche e del pensiero complesso mi pare che risulta penalizzato. Limitandomi a ciò che maggiormente mi interessa in questo momento, l’impressione che traggo dai suoi scritti è che a prevalere nelle sue analisi alla fine sia la visione geopolitica e neo-realista più o meno classica, con i suoi pregi ed i suoi limiti, e che i riferimenti, per quanto sempre presenti alla tradizione di un Braudel, Wallerstein e Arrighi per esempio, rimangano più che altro su un piano formale proprio perchè non entra nella discussione assai spinosa della logica e dinamica specificamente capitalista del “sistema-mondo” (o del capitalismo storico), con le sue complesse e peculiari relazioni con le altre sfere dell’esistenza sociale da un punto di vista sistemico.
    Le faccio i miei complimenti per i suoi contributi.
    Un caro saluto dal Brasile,
    daniele

    • pierluigi fagan ha detto:

      La ringrazio e delle attenzioni e dell’osservazione che è molto stimolante. Molte delle considerazioni fatte in sede di analisi specifica sul sistema o sul modo economico cosiddetto “capitalistico” (e stante in certa perdurante nebbia definitoria del concetto o più spesso una molteplicità di definizioni che annebbiano la sua esatta definizione) io non le nego affatto, le do per scontate e comprese nel mio sistema di pensiero (comprese nel senso di annesse). Ma in molti casi, non mi sembra siano legittimamente poste come principale schema di analisi. La frase del testo in cui rimarco questo punto, è relativo appunto alla globalizzazione, soggetto assai discusso, da anni, forse decenni. L’economia di qualsiasi tempo, dall’antichità profonda ha avuto assai spesso vocazione allo scambio di eccedenze e mancanze a medio ed anche lungo raggio. Alcuni hanno letto ondate di globalizzazioni a partire dal 1492, ma globalizzazione è termine preciso di fine anni ’80 e di solito, usare termini datati ad un certo contesto storico in contesti storici pregressi è tentazione, ma quasi mai buon affare. C’è ad esempio un altro termine che può esser utile in alternativa, internazionalizzazione, commercio tra nazioni. Globalizzazione quindi, denota una specifica forma di internazionalizzazione, una forma mondo-mercato-unico con un unico set di leggi, non già un mercato di fatto con leggi autonome tra due e più contraenti (stati) che contrattano le regole dello scambio volta per volta. In questo senso, la globalizzazione, dopo aver stentato col GATT s’impone definitivamente solo col WTO. Ma s’impone per grazia di chi? Del soggetto che ne aveva strategicamente maggior bisogno, gli Stati Uniti d’America. Chiaramente uno stato capitalista ma erano capitalisti anche molti altri quindi non può esser in astratto il capitalismo ad aver spinto il processo, il capitalismo ma poi non molto di più di altri sistemi economici, ha bisogno di scambio estero non necessariamente di quella forma. Quella forma è infatti fatta apposta per esaltare la forza del capitale a scapito della forza contrattuale e giuridica di uno stato e questo è noto. Ma chi fa queste analisi omette che gli Stati Uniti d’America non hanno avuto alcuna diminuzione del loro stato perché proni alla foga mondialista del capitale, tutt’altro. E’ bastato che un soggetto forte come la Cina abbia sì accettato il sistema WTO ma continuando a gestirlo e filtrarlo tramite lo stato per far sbaraccare a Trump baracca e burattini in poco tempo. Se mi è concessa la battuta, mi pare a volte che questo “capitalismo” sia un olismo shellinghiano, quella notte in cui tutte le vacche sono nere, una spiegazione che in realtà spiega poco o niente. Spesso questo schema descrittivo-analitico, fa il paio con un altro che è l’imperialismo. Più leggo libri di storia, più mi domando se molti marxisti puri che pure la storia dovrebbero tenerla in gran conto effettivamente l’abbiano studiata. L’imperialismo sembra comparire a gli albori delle società complesse, cinquemila anni fa in quel della Mesopotamia che aveva una economia che non si può dire strettamente “capitalistica” e pare replicatosi in ogni dove ed ogni tempo. Temo che imperialismo ed una qualche forma di sistema economico che non possiamo chiamare capitalistico ma che per altri versi e su alcuni punti decisivi gli somiglia molto, siano dinamiche delle forme umane di vita associata con caratteri di similarità ben più ampia dei confini del cosiddetto “capitalismo storico”. Vado a chiudere che sono già lungo, il tema è vasto e merita una riflessione meno estemporanea, il mio punto era solo che per capire bene con quali dinamiche profonde abbiamo a che fare, fissarsi su i modi economici obliando il ruolo degli stati è il sistema di pensiero liberale, un pensiero che ha molti problemi ma sopratutto del tutto ideologico perché non si può analizzare la crescita del sistema capitalistico britannico (il modello madre, la genetica del modello) senza partire dalla Gloriosa rivoluzione, ovvero la formalizzazione di un potere politico, fiscale, giuridico e militare a promozione e protezione del modo economico. E’ proprio il contrario, l’esatto contrario come spesso capita a gli impeti ideologici che mettono “le cose a testa in giù”. Ecco, non vorrei che quell’inversione falsa abbia contagiato anche le migliori menti critiche che discutono da un secolo e mezzo un sistema economico senza esser riusciti a spostarlo di una virgola in termini reali perché non ne comprendono appieno la consistenza e le origini. Ma qui entriamo in un “non aprite quella porta” che è la rivisitazione critica di Marx e del marxismo e ci fermiamo prima. Auguri per il paese in cui vive, speriamo in bene, cordialmente.

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