TEMPO e POLITICA. (1/3)

Con “politica” s’intendono le attività svolte da individui e gruppi per risolvere i problemi del vivere associato. Per “attività”, s’intendono sia gli aspetti teorici, le idee, i sistemi di idee, che orientano i giudizi e progettano l’azione politica; sia le pratiche interne alle istituzioni giuridiche e sociali che danno forma al vivere politico associato. Le prime danno il pensare politico, le seconde danno l’agire politico ma data la loro inestricabile correlazione le nominiamo “attività” entrambe.

Con “tempo” intendiamo sia il tempo investito singolarmente e collettivamente in politica, sia il tempo che si prevede necessario per conseguire gli obiettivi dell’azione politica che è sempre una attività trasformativa, sia il rapporto che s’instaura nel mondo del pensiero tra descrizione (ciò che è) e normazione (ciò che dovrebbe essere) il quale può esser traguardato tanto a breve quanto a lunghissima scadenza. Quest’ultimo senso attiene quindi al pensare politico, i primi due, all’agire politico.

La riflessione (articolata in tre puntate) verte sulla finalità di traguardare i vari sensi del tema “tempo e politica”, in funzione di un potenziamento della democrazia come metodo per trovare le soluzioni ai problemi del vivere associato. Con “democrazia” non s’intende il sistema misto oggi in vigore in occidente[1] ma l’autogoverno del sistema sociale e politico, quanto più in-intermediato, partecipato e diretto possibile.

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PENSIERO POLITICO TRA BREVE E LUNGO TERMINE. La diade iniziale del pensiero politico occidentale è quella nota: Platone ed Aristotele. Il primo, attraverso i suoi 9788841894248-220x341Dialoghi, opera sia una critica della contemporaneità (ciò che è), sia  ipotesi a più lungo raggio (ciò che dovrebbe essere). Poiché erriamo se giudichiamo con la mente del dopo un prima, si deve rimarcare che Platone non pensava di scrivere utopie (concetto del XVI° secolo) ma idee, idee che potessero orientare l’azione politica, una azione molto concreta visto che una delle ragioni più importanti della sua Accademia, era formare filosofi “consulenti” politici concretamente attivi[2]. Egli stesso s’impiegò per ben due volte in rapporti con la politica attiva nel caso di Siracusa. Fondativo per il pensiero politico che solo poi si chiamerà “utopico”, il dialogo Repubblica ma Leggi, pur essendo ampiamente meno noto, non lo è di meno. Aristotele, procede invece, nel suo Liceo, collezionando costituzioni e questo perché, rispetto al tema “politico”, riteneva che ai fini di una buona politica, la legge dovesse venire prima delle persone. Ne conseguì l’altro testo fondativo della filosofia politica occidentale: la “Politica”.  La critica del’esistente, sia come forme storico-sociali, sia come forme costituzionali, unisce i due pensatori e fonda la filosofia politica che si concentra su un presente figlio di un passato che deve esser portato ad un nuovo, possibile, futuro. Solo che il possibile futuro, si declina in prossimo e remoto, corrispondendo a due nuove categorie del pensiero: realistico ed idealistico.  Quando si declina il pensiero politico al futuro, Aristotele rimane abbastanza generico trattando alcuni principi guida come l’importanza del baricentro sociale rappresentato dalla classe media o una forma costituzionale mista che lui chiama politeia, Platone si dedica invece ad un disegno assai più complesso e curato nei particolari sociali, educativi, economici, del funzionamento politico. Ne risulta un Aristotele apparentemente più “realista”, ed un Platone più “utopista”. Altresì, da Aristotele ereditiamo la convinzione che le forme politiche e sociali siano più importanti delle persone che le interpretano, convinzione che darà vita alla maggior corrente del pensiero politico che potremmo chiamare costituzionalismo o socio-strutturalismo e che si svilupperà da Polibio a Marx mentre Platone che non è esente da$_35 attenzioni alle forme (la tripartizione socio-politica in Repubblica e l’intera organizzazione della città ideale in Leggi) è sia convinto che tutto l’edificio politico debba culminare in un Uno (il re), sia che questi debba essere formato secondo certi principi (re-filosofo). Quella di Platone è un’altra linea tradizionale della filosofia politica che potremmo chiamare “leaderismo” che si svilupperà da Machiavelli sino a Weber. Tutte le linee strutturali convergono nel nodo di un potere che s’identifica con l’intenzione e l’azione del potente a cui i teorici della politica, daranno consigli.  Così, mentre il costituzionalismo pensa che la vita associata possa strutturarsi secondo un sistema, il leaderismo pensa invece debba ridursi ad un corpo che culmina in una testa intenzionale agente.

Si tenga conto del fatto che, assenti le opere di Protagora, la filosofia politica occidentale dimenticherà la democrazia fino a J.J. Rousseau (1762), il quale la riproporrà più su un piano ideale che concreto. Rispetto alla democrazia, i “classici”, da Platone (di più) ad Aristotele (di meno), da Tucidide a Polibio, stratificano una monocorde tradizione critica[3].  Quando la democrazia verrà ripensata all’indomani della Rivoluzione francese, si presenterà nella sola forma rappresentativa con B. Constant (1819), A. de Tocqueville (1835-40) ed i federalisti americani, dato che la si considerò alla luce dei già formati stati nazione. Tenuti fermi questi, non si poteva che articolare il sistema per delega visto che veniva a mancare la ristretta e compatta polis. Nella successiva produzione teorica, fatta eccezione per il giurista tedesco H. Kelsen e del politologo americano R. A. Dahl, se ne parlerà per lo più in forma critica (M. Weber) o distorta (A. Schumpeter) o demistificante (Mosca, Pareto, Michels). Anche la maggiore corrente critica ed alternativa al sistema politico in atto in occidente, il marxismo, evita la messa a fuoco delle opportunità e dei problemi del sistema democratico poiché l’agente politico considerato non sono i Molti ma una classe sociale e il problema dato non è la decisionalità politica ma la struttura del possesso dei mezzi di produzione. La democrazia per Marx è quella in atto ai suoi tempi, la democrazia borghese, ed in quanto tale rientra nella feroce critica che egli fece dei sistemi dominati da quella classe.

Quanto alla diade realista – utopico, nella romanità antica, prevale il solo pensiero “realista” mentre nel medioevo, le questioni della “città degli uomini” interessano solo per polibioil riflesso che hanno in relazione con la “città di Dio”. Più che altro, si fanno deduzioni giustificatorie, per lo più dei principati, poi monarchie o nell’Italia del XV° secolo, delle repubbliche.  Tali giustificazioni vengono dedotte dalla teologia o in alternativa, dal raffronto con la tradizione di Roma (con il De officiis, De re publica, De legibus di Cicerone a far da riferimento, assieme a  Polibio), in qualche altra parte soprattutto nell’Umanesimo, per lo più con la tradizione greca (intermediata dai romani) ma molto più Sparta, modello di costituzione mista, che non Atene. Influente anche il raffronto con l’impero, quello romano più di tutti ma in alcuni casi, anche Alessandro sebbene più da un punto di vista culturale che non politico. Si tenga conto che Politica di Aristotele venne tradotto in latino nel 1260 e Repubblica ed altre opere di Platone, solo nel XV° secolo.

Arriviamo così a gli inizi del XVI° secolo in cui si ripropone la diade originaria, con Machiavelli[4] che del realismo è l’oggettivo fondatore e Thomas More che lo è altrettanto dell’utopismo. Il titolo dell’opera di More, farà categoria, nel senso che si formerà come concetto, il concetto di qualcosa che non solo non c’è (luogo) ma -forse- non potrà mai esserci (tempo). Retroattivamente, alla categoria vengono iscritte anche le due opere politiche di Platone[5] e successivamente, la costellazione di pensieri politici emersi tra fine XVIII° ed inizio del XIX° secolo che lanciano l’anarchismo ed il socialismo utopico. Il41bG6e0iE7L._SX318_BO1,204,203,200_ Rousseau del Contratto sociale, che precede tutti essendo del 1762, si muove non diversamente da Aristotele ed Hobbes sul piano dei principi, ma con una consapevolezza del fatto che quelli da lui stabiliti, fossero concretamente inarrivabili. L’ultimo iscritto alla tradizione, sarebbe il comunismo di Marx ma questa appartenenza è contrastata. Marx pone il comunismo molto sullo sfondo della sua teorizzazione e com’è noto, indugia assai poco nel descrivere come quel tipo di società avrebbe dovuto funzionare. L’intero impianto marxiano è più che altro una critica dello stato presente e, stante che il nucleo che produce quella realtà è data dal possesso privato dei mezzi di produzione, ipotizzando un diverso possesso diffuso e distribuito degli stessi, si dovrebbe dar condizione di possibilità per un nuovo stato di cose. Quasi tutta la sua opera, per altro non organica, è sbilanciata sulla analisi e la critica, fugaci le indicazioni sulla transizione, appena accennate le pennellate sullo stato finale pienamente comunista. Poiché Marx vuole raccogliere ma superare le tesi del socialismo utopico, non indugerà nel “prescrivere le ricette delle osterie del futuro[6] ma si concentrerà sull’individuazione del meccanismo che dovrebbe renderle “realisticamente” possibili[7].  Successivamente, Ernst Bloch[8] conierà il concetto di “utopia concreta” per intendere non qualcosa che non potrà mai accadere ma qualcosa che potrà accadere sebbene in tempi lontani. L’utopia concreta di Bloch è il concetto di “idea guida” che però, infine, giunge a compimento.

UtopiaSi noti che l’Utopia di More (e la Città del Sole di Campanella) è un intero libro che ben si diffonde sul disegno della città ideale sebbene molti tratti (dallo stesso conio del termine -utopia = nessun luogo- ad altri usati da More nel trattato), dicano che l’autore voleva mostrare di non aver la pretesa di parlare di qualcosa di concretamente o immediatamente possibile. Di contro, Marx dedica poche righe alla sua città ideale ma sembra ritenerla più che concretamente possibile, una previsione addirittura “scientifica”, dotata di una sua necessità. Molti particolari per ciò che non è possibile e di cui quindi non si conosce il percorso d’approdo e pochissime indicazioni per ciò che invece si ritiene possibile e necessario, una strana asimmetria[9].

Concludendo questa prima parte del discorso, sembra che il pensiero politico si sia orientato senza problemi all’analisi del passato e della forme presenti. Quando ha affrontato il poter o il dover essere, lo ha fatto pensando principi poi da declinare in forme relativamente a portata di mano, principi da rinforzare, da sottolineare, da anteporre ad altri ma nella sostanza, già dentro la realtà che qui sta per “presente”. La stragrande maggioranza del volume complessivo del pensiero politico si è mosso in questa scansione del tempo. Solo raramente si è avventurato su un poter e dover essere più in prospettiva. Scontando però il framing dato dall’opera che segna questa categoria, l’Utopia di More, a questo pensiero in prospettiva è stato dato un carattere irrealistico, utopico è diventato un termine oltre il limite del possibile come se il possibile fosse solo quello che è possibile a breve. Si viene così a formare la diade del pensiero politico moderno che si rinomina nel poli del realismo e dell’idealismo. “Realismo” va quindi a prendere il particolare significato non solo di ciò che fa i conti con la realtà ma che nel farli si appiattisce sull’esistente. Viceversa, “idealismo” prende i caratteri di ciò che è nella lunga prospettiva, svincolato dal contingente ma rischiando di involarsi nell’impossibile . Marx ha cercato di divincolarsi dalla dicotomia, avanzando una idea di quella che poteva sembrare un’utopia ed il cui contenuto era in effetti lo stesso delle principali passate formulazioni utopiche  ma ritenendola invece un punto concreto in un futuro, però, “a portata di mano” dell’azione politica, forse addirittura un destino.

Nel ‘900, I paladini del primato dell’economico (Hayek) hanno vietato ogni pretesa di copvcostruzione umana intenzionale politica se non quella di subordinarsi ai poteri ordinanti dell’economia ed i tentativi di spiegazione dell’euforia totalitaria del secolo, hanno addebitato le cause alle ideologie[10] , cioè alle forme teoriche della costruzione politica alternativa allo stato di cose[11].  Per il pensiero liberale, l’uomo non sa costruire complessità e quando pensa di farlo seguendo una idea immaginata, ottiene il contrario di ciò che aveva sperato. Da ciò, è conseguita una auto-imposta limitazione nella trasformazione politica dell’esistente. Si può trasformare quello che già c’è, manipolando la gerarchia dei principi e quindi rimanendo astratti o attraverso pratiche di riforma che migliorano un po’ certi aspetti piuttosto che altri, ma lasciando sostanzialmente intatto l’impianto vigente. Quando il principio “speranza in un diverso modo di stare al mondo” si ribella a queste pratiche di prematuro soffocamento, gli è consentito una libera ed innocua cavalcata verso i non luoghi e i non tempi dell’Utopia. Marx, ha voluto dar luogo e tempo al suo progetto di trasformazione radicale ma la sua teoria della transizione -che è quello che manca endemicamente nel pensiero politico occidentale mancando progetti complessi a medio-lunga scadenza- è assai scarna, ambigua (dittatura del proletariato, scalata democratica e si presume riformista nei paesi a capitalismo avanzato), contraddittoria (il possesso dei mezzi di produzione è pubblico o comune? come si passerà dal primo al secondo ed in entrambi i casi, come ci si dovrebbe comportare con lo Stato visto che in prospettiva lo si dovrebbe estinguere? e cosa differenzia questo ultimo stadio comunistico dall’assai meno scientifico anarchismo? e come regolarsi sul vincolo necessario di una sincronia delle trasformazioni radicali in buona parte dell’Occidente quando le forme storiche sono ancora quelle degli stati-nazione?). Soprattutto: come funzionerà concretamente la gestione politica del collettivo umano? Cosa si nasconde in concreto dietro l’ambigua definizione di “dittatura del proletariato”? Tale bilancio problematico non è stato migliorato dal leninismo, dallo stalinismo e dal maoismo, né sul piano teorico, né nelle pratiche effettive, ancorpiù alla luce di risultati concreti che non si possono definire che altamente problematici e qualche volta fallimentari. L’uomo è prodotto dalle forme di produzione e se si cambiano queste cambierà tutto secondo Marx, la complessità del rapporto uomo-mondo è qui collassata in un riduzionismo determinista che esime da ulteriori dettagli. Il fallimento dei tentativi di copcrealizzare il comunismo, sono la falsificazione di questa convinzione strutturale che, essendo il nocciolo razionale del metodo marxiano, determina l’irriformabilità del suo pensiero[12].

Nei tentativi di spiegazione delle cause dei totalitarismo novecenteschi che addebitano all’eccesso di furore ideologico la causa di questo fenomeno, spiegazione che chi scrive non condivide affatto, va pur detto che la mancanza di un pensiero della transizione, la non concezione del tempo necessario a costruire altri modi di stare la mondo, ha in parte giocato un ruolo. E’ chiaro che, arrivati al potere, quando si vede quanta inerzia e resistenza fanno il corpo sociale e la complessità strutturale che informa le grandi società novecentesche di fronte all’auspicato cambiamento, si forza, si forza e poi si forza di nuovo perché quando si comincia a forzare non c’è più modo di tornare ad una più delicata gestione delle trasformazioni. La disordinata complessità sociale della realtà è refrattaria alla modellazione logico – meccanica con cui si costruiscono i progetti del futuro e quando la prima continua a negarsi alla seconda, si applicano dosi sempre maggiori di rigidità e coartazione per far tornare conti che non tornano. La guerra poi e più in generale la competizione inter-statale, impose i suoi ritmi e le sue forme imperative che rinforzarono le rigidità che portarono a gli altamente indesiderati esiti ben noti[13]. Esiti che retroagirono negativamente sulla convinzione di poter cambiare il nostro modo di stare al mondo con la volontà.

In conclusione, la teoria politica occidentale privilegia le forme (costituzionalismo) o il leaderismo, gli approcci negativi (il liberalismo che è in sostanza il porre una serie di limiti invalicabili al politico in favore dell’economico), liquida sbrigativamente la democrazia in quanto tale (diretta) in favore di una forma (rappresentativa) che è dubbio possa fregiarsi del termine, forma per altro demistificata e continuamente ridotta alla fascinazione per i leader o per la potenza ordinante dei mercati. L’intera tradizione di politica pratica e teorica è divergente dal percorso democratico. La principale formadownloadm9 alternativa di organizzazione politica pensata (il comunismo) deriva dall’economico e nella seconda metà del secolo scorso, ci si auto-impone un divieto anche alla fuga nelle regioni del pensiero libero (utopie) poiché foriero di eterogenesi dei fini (divieto e morte delle ideologie). Quanto al tempo, c’è il presente (riformismo) o il futuro senza termine preciso (utopia) ma manca del tutto un progetto di futuro concreto e l’abitudine a pensare i processi di costruzione progressiva, tant’è che il radicale modo trasformativo principe sarà inteso come “rivoluzione”. La teoria è preda di una polarizzazione che rimbalza dal realismo del presente, all’idealismo del futuro remoto, manca del futuro prossimo. La filosofia dell’avvenire è scarna e vaga, le utopie sono più un genere letterario che edifica il nuovo come delirio demiurgico privato. Manca del tutto un meccanismo idea – azione che faccia retroagire l’esperienza dell’azione sull’idea, modificandola mano a mano che si procede nelle trasformazioni.

(Prima parte di tre)

[1] Il sistema politico oggi in vigore nell’occidente, assomiglia più a quella  costituzione mista che aveva promosso Polibio e che è stata riproposta in teoria nell’Umanesimo rinascimentale ed in pratica, nel periodo moderno. Nei fatti, figure come il presidente americano o francese ed in tono minore, primi ministri, cancellieri e presidenti del consiglio, svolgono la funzione dell’Uno. Classe politica professionale, lobby economiche e finanziarie, corpi burocratici dello Stato, svolgono la funzione dei Pochi. L’Uno ed i Pochi, vanno dai Molti una volta ogni quattro – cinque anni a chiedere l’investitura formale in base ad una delega dai contenuti approssimativi e capacità di giudicarli ancor più vaghe.

[2] E. Berti, Sumphilosophein, Laterza, Roma-Bari, 2010

[3] Questa asimmetria è scarsamente considerata. Non solo l’intera tradizione classica si basa su pensatori se non apertamente anti-democratici (Platone), quantomeno assai critici e terrorizzati dalle forme degenerate (demagogia), ma questi stessi –ci riferiamo a Platone ed Aristotele-  sono le due forme di immagine di mondo filosofica più importante nella 44c478fcover13924tradizione occidentale. Poiché le immagini di mondo sono sistemi, se la parte etico – politica esprime questi valori e giudizi, si deve conseguire che l’intero impianto di pensiero è orientato in senso diverso a quello democratico. Quando -con solida e logica ragione- H. Kelsen dice “Perciò il relativismo è quella concezione del mondo che l’idea democratica suppone” (H. Kelsen, Essenza e valore della democrazia, in La democrazia, il Mulino, Bologna, 1981), poiché in essenza l’opera di Platone (ma anche quella di Aristotele) rappresenta il più sistematico tentativo di distruzione del relativismo sofistico, si dovrebbe conseguire che l’essenza anti-relativistica della filosofia occidentale è anche anti-democratica. Gli strati romani e medioevali certo non hanno invertito questa impostazione, né quelli liberali anglosassoni, né quelli idealistici tedeschi. La democrazia è un sistema ampiamente estraneo alla riflessione filosofica occidentale, è un sistema che pensiamo di conoscere molto bene ma che in realtà non conosciamo affatto.

[4] Il Principe  è del 1513, l’Utopia di More del 1516. La Città del Sole di Campanella, invece, è del 1602

[5] Tratti o forme propriamente utopiche, si trovano anche negli stoici, in Evemero e Iambulo, in Gioacchino da Fiore.

[6] Poscritto alla seconda edizione del Capitale.

[7] I rapporti tra idea e realtà e più in generale la migliore descrizione del metodo marxiano sono riportati sempre nel Poscritto alla seconda edizione del Capitale come analisi effettuata da una rivista russa (Viestnik Evropy di Pietroburgo) da cui Marx conclude con la famosa rovesciata della dialettica hegeliana il cui nocciolo razionale è liberato dal guscio mistico.

[8] E. Bloch, Il principio speranza, Garzanti, Milano, 2005. Sul pensiero utopico,copn imprescindibili sono le pagine riservate da Bloch nel suo opus magnum, alle utopie sociali nel celebre 360 capitolo. Vale anche la pena E. Bloch, Spirito dell’utopia, Rizzoli, Milano, 2009. Si aggiunga quantomeno K. Mannhein, Ideologia ed utopia, Il Mulino, Bologna, 1999; L. Mumford, Storia dell’utopia, Donzelli, Roma, 2008 e per giungere più ai nostri tempi il F. Jameson  Il desiderio chiamato utopia, Feltrinelli, Milano, 2007. Nel suo opus magnum, Bloch conclude il 36° capitolo con l’identificazione del marxismo come utopia concreta (e di nuovo nel 55°). Bloch ha correttamente individuato il problema di dare processo all’utopia, cioè realismo all’idealismo, ma nel celebrare questo avanzamento con le lodi al marxismo, ha probabilmente ecceduto nell’esercitare la sua spinta alla speranza. Dovremo ripartire da quel punto, dal punto in cui Marx stesso, nella Seconda tesi su Feuerbach ci dice che ciò che il pensiero non consegue dei suoi obiettivi concreti, va ripensato (non negli obiettivi ma nel come si è pensato di conseguirli).

[9] La lacuna descrittiva del futuro in Marx, da lui non era ovviamente ritenuta tale. Nel riduzionismo strutturalista di Marx, l’essenziale era la modificazione strutturale, tutto il resto sarebbe disceso di conseguenza.

[10] Le origini di questa interpretazione del totalitarismo e la nozione stessa di totalitarismo, vengono in genere addebitate ad H. Arendt, Le origini del totalitarismo, Einaudi, Torino, 2004. Giustificare o meno la definizione di totalitarismo per le tirannie nelle società di massa moderne, ci porterebbe lontano, segnalo solo che l’assunzione di totalitarismo a categoria assoluta è forse più dovuta alla scelta dell’editore americano di dare questo titolo all’opera che l’Autrice aveva titolato “Il fardello del nostro tempo”, che dell’uso forse più relativo che ne fa l’Autrice nel testo. Sicuramente però, l’idea che i totalitarismi siano discesi dalle ideologie, non è lo specifico della opera della Arendt che fa una analisi più complessa. Veloce riprova ne è l’esclusione che fa la Arendt del fascismo e del comunismo cinese dalla categoria, pur discendendo da ideologie identiche a quelle naziste – comuniste staliniane. Per altro, né l’Unione sovietica prima di Stalin, né quella dopo Stalin, secondo Arendt, sarebbero ascrivibili alla categoria, per cui si tratta di due fenomeni specifici connessi ad Hitler e Stalin. Il riduzionismo del totalitarismo come conseguenza necessaria dell’ideologia è più figlio dell’ideologia liberale che ha visto nell’economico (nel mercato) e non nel politico, l’unico modo valido di strutturare la società.

[11] I concetto di ideologia è controverso. Noi intendiamo il termine, semplicemente come 146459-MarxEngel300dpi-285x403discorso su-da l’idea ovvero un sistema di idee interconnesse che viene usato per interpretare il mondo ed ordinare l’azione che in esso vi si conduce. Secondo questa definizione, il concetto non ha alcuna negatività intrinseca ed anzi, lo si ritiene un fatto naturale della mente umana individuale e sociale. Quella della “fine delle ideologie” è una ideologia auto-falsificante ma falsificata anche dall’evidente presenza di molte altre ideologie come la credenza negli assoluti poteri ordinativi del mercato, l’ecologismo, il nazionalismo, il darwinismo, l’individualismo, il tecnicismo e lo scientismo e molte altre, incluse quelle politiche classiche di destra e sinistra, e quelle religiose. Che esistano sistemi di idee “scientifiche” e non ideologiche, qualora non si stia parlando di scienze dure, è anch’essa una ideologia.

[12] I rapporti tra l’indomabile ricerca di un modo diverso di stare al mondo e l’opera del tedesco sono ancora vincolati. Marx lo si è difeso ad oltranza, quando non si è potuto più far finta di non aver visto il fallimento del comunismo realizzato, si è cercato di operare uno scorporo tra il pensiero marxiano e la “degenerazione” marxista. Marx sarà restituito alla sua più nobile funzione di antenato nobile della famiglia degli emancipatori umani quando capiremo di lasciarlo intatto per quello che ha pensato e scritto e semplicemente “salire sulle sue spalle” per guardare oltre.

[13] Costante dell’idealismo utopico è infatti il sistema chiuso. Dalle isole che sono le location privilegiate di tutte le utopie letterarie, all’aperta teorizzazione de “Lo stato commerciale chiuso” di Fichte (1800) alle contemporanee constatazioni di quanto la globalizzazione limiti l’autonomia stato-nazionale. Del resto, l’intuizione, riscontra quanto poi si è scoperto nell’origine delle specie di Darwin: le nuove specie nascono e crescono solo in territori isolati o separati (si veda il concetto di “speciazione” in E. Mayr). Lastato-commerciale-chiuso questione del “socialismo in un paese solo” fa parte di questo antico dilemma dell’irriformabilità dei sistemi locali quando questi sono tra loro allacciati in un sistema generale. In economia, è il noto problema tra apertura o chiusura delle frontiere. In psicologia umana la differenza tra una lunga e lenta terapia psicoanalitica mentre si continua la vita sociale o l’eremitaggio. In complessità, la differenza tra sistema chiuso e sistema aperto. In realtà, i sistemi chiusi sono un’astrazione della termodinamica mentre non esistono per definizione, sistemi completamente aperti. La stessa ontologia sistemica prevede di necessità una qualche differenza tra il dentro ed il fuori di un sistema, altrimenti non si avrebbe un “sistema”. Si tratta solo di definire quanto il sistema sarà o dovrà essere chiuso o aperto, quando, come e rispetto a cosa.

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Informazioni su pierluigi fagan

59 anni, sposato con: http://artforhousewives.wordpress.com/, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore per 22 anni. Da più di tredici anni ritirato a confuciana "vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente. Il tema del blog è la complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore.
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11 risposte a TEMPO e POLITICA. (1/3)

  1. Paolo Ferrario ha detto:

    L’ha ribloggato su POLITICHE SOCIALI e SERVIZIe ha commentato:
    Con “politica” s’intendono le attività svolte da individui e gruppi per risolvere i problemi del vivere associato. Per “attività”, s’intendono sia gli aspetti teorici, le idee, i sistemi di idee, che orientano i giudizi e progettano l’azione politica; sia le pratiche interne alle istituzioni giuridiche e sociali che danno forma al vivere politico associato. Le prime danno il pensare politico, le seconde danno l’agire politico ma data la loro inestricabile correlazione le nominiamo “attività” entrambe.

    Con “tempo” intendiamo sia il tempo investito singolarmente e collettivamente in politica, sia il tempo che si prevede necessario per conseguire gli obiettivi dell’azione politica che è sempre una attività trasformativa, sia il rapporto che s’instaura nel mondo del pensiero tra descrizione (ciò che è) e normazione (ciò che dovrebbe essere) il quale può esser traguardato tanto a breve quanto a lunghissima scadenza.

  2. lorenzo ha detto:

    Post molto stimolante, non vedo l’ora di leggere gli altri due.
    C’è qualcosa però che non mi convince del tutto nella tua analisi sull’origine dei totalitarismi novecenteschi; forse è già implicito in quello che hai scritto, però mi sembra necessario sottolineare un aspetto più “termodinamico”: i diversi modelli di civiltà occidentale e non (torno più avanti ad una loro definizione più precisa) si trovano a cavallo tra xix e xx secolo in una situazione particolare, i costi crescenti della loro organizzazione interna (la cui complessità progressivamente tende alla crescita) superano nettamente la capacità delle loro economie di generare le risorse necessarie al funzionamento dei sistemi stessi; le politiche coloniali sono quindi necessarie ad assicurarsi la differenza, anche in prospettiva del futuro sviluppo interno; rinunciare allo sviluppo lascerebbe il sistema alla mercé dei competitori come potenziale preda. Le diverse forme di totalitarismo sono scelte tattiche obbligate per rendere possibili politiche colonialiste di tipo militare. Condivido inoltre l’idea (per esempio Fusaro & co) che l’attuale modello di civiltà occidentale sia una sorta di regime ideologicamente totalitario che prosegue politiche coloniali sostituendo strategie prevalentemente militari con più efficienti strategie economiche; il fenomeno non è quindi concluso, è però affiancato (dalla seconda metà del novecento) da un fenomeno nuovo, la nascita di potenze regionali in grado di opporsi efficacemente al colonialismo proseguendo verso lo sviluppo.
    p.s. la definizione dei modelli di civiltà non corrisponde esattamente agli stati che entrano nella prima guerra mondiale: sembra importante infatti il fattore linguistico, scompaiono gli imperi multiculturali e poliglotti (impero ottomano e austroungarico); forse ciò dipende dalla necessità di una sempre più fitta rete di interazioni interne ai sistemi che coinvolgono tutte le classi sociali, anche le meno colte (migrazioni interne, grandi mobilitazioni militari, etc.).

    • pierluigi fagan ha detto:

      Concordo. Invero non mi pare di aver espresso la mia ipotesi sul totalitarismo che per altro, non è detto possa essere una categoria diversa dalla tirannide, dispotismo, leader carismatico etc. Concordo anche con l’idea di Fusaro se è quella che hai espresso. Sicuramente però non c’è alcuna legge determinista che porta dalle ideologie al totalitarismo semmai, se non sono riuscite nei loro intenti o i loro intenti erano sbagliati è stato perché (come disse Vernon Lee in Gospels of Anarchy) “esse semplicemente non erano buone abbastanza”.

  3. lorenzo ha detto:

    Devo aver frainteso quello che avevi scritto nel penultimo paragrafo dell’articolo, scusami!

    • pierluigi fagan ha detto:

      In parte hai ragione. Il punto sul totalitarismo era solo segnare la perplessità esso possa intendersi come una categoria politica a sé e non una declinazione della tirannia-dispotismo ovvero -secondo la teoria classica- la degenerazione del potere dell’Uno. Inoltre, dissentire dalla diagnosi liberale (che più che della Arendt fu di Friedrich-Brzezinski) che lo vuole un portato dell’ideologia. A riguardo però ammettevo che quando vai ad implementare piani teorici mal fondati o mal declinati, finisci col forzare l’esito di processi che non vanno per come dovevano andare. Infine, la guerra, sopratutto per fascismo e comunismo sovietico, fu un ulteriore pressione esterna. Ma, considerato come totalitarismo o tirannia-dispotismo ovvero irrigidimento del governo politico, ancora non si dà la diagnosi storica del perché si è affermata questa forma nell’Europa del ‘900.

      E’ un discorso lungo ed articolato su cui tornerò in seguito ma in linea generale ovvero funzional-sistemica, le forme irrigidite di governo, per me sono sempre reazioni ad un potenziale disordine ed il disordine paventato proviene da una prospettiva di transizione che in parte fa paura in sé, in parte si ritiene comunque non auspicabile. I fascismi europei, compaiono tutti lungo la prima corona esterna del sistema demo-liberal occidentale che aveva cuore in Francia-Regno unito-Olanda. Il nazismo fu un fascismo alla tedesca e si tenga conto che Italia e Germania furono le ultime due nazioni ad unirsi come stati. Il comunismo sovietico fu il tentativo di prendere una biforcazione che si poneva con il crollo dell’ultima monarchia. Finita la guerra che ebbe anche ragioni sistemiche perché tutta la storia europea vi ruota attorno ed ancorpiù una volta adottato il sistema capitalistico (che aveva evitato la guerra interna inizialmente con la conquista esterna – colonialismo – imperialismo britannico), gli occidentali transitarono tutti al sistema demo-liberale capitalistico. I sovietici andarono avanti ancora un po’, poi si convertirono anche loro sebbene a modo loro.

      La paura delle transizione strutturale ed il rifiuto a cambiarsi dei sistemi, c’è sempre, non è una sindrome di questo o quel periodo storico. Quello a cui assistiamo oggi, richiesta di più poteri ai leader, reclamo del leader forte, narrazioni sul “non c’è alternativa”, totalitarismo del mercato, riduzione della polifonia delle idee, radicalizzazione tramite demagogia, nuove destre, società che si credevano “aperte” che invocano muri, richiami all’identità et varie, prefigurano un possibile ripresentarsi della sindrome. La sindrome da irrigidimento deriva dalla paura concreta di non riuscire a far fronte ad un uragano di complessità disordinata che si approssima all’orizzonte.

  4. lorenzo ha detto:

    Grazie dell’approfondimento, capisco il tuo punto di vista e lo condivido. A presto.

  5. eduardo d'errico ha detto:

    Caro Fagan,
    confesso di essermi soffermato a lungo sulla (peraltro ben nota) formulazione marxiana “l’uomo è prodotto delle forme di produzione e se si cambiano queste cambierà tutto ” . Mi rendo conto che questa affermazione può risultare perfino odiosa ad un umanista come te, però..però..
    Pur facendo la tara dei miei settant’anni mi pare che qualcosa del genere stia avvenendo davvero presso le nuove generazioni. Il loro tempo di vita viene “colonizzato” da un alieno che li trasforma in appendici di micro-apparati comunicativi, nei quali la loro vita mentale ed affettiva viene risucchiata e indotta ad attività compulsive e ripetitive, con un duplice effetto di isolamento-omologazione funzionale ad un potere di mercato che sta realizzando l’obiettivo di predeterminarne tutti i comportamenti, anche i più intimi e “privati”. Insomma, controllo e sfruttamento totali.
    Naturalmente mi riferisco ai figli del nuovo ceto “mediocre”, il gran calderone che ha assorbito classe lavoratrice, piccola borghesia e sottoproletariato di una volta, e che definisco “la Grande Massa Subalterna”, con evidente eccesso di presunzione, forse spiegabile con l’età.
    I giovani dei livelli socioculturali alti/altri ci sono sempre, ma oggi mi appaiono, in buona parte, dispersi e “disperanti” , come quando si rompe un formicaio. O come nei film di fantascienza degli anni ‘ 50 quando pochi “eletti” si accorgono che entità aliene stanno colonizzando i cervelli degli esseri umani e trasformandoli in cyborg, ma non riescono a convincere le autorità, troppo “stupide” per capire.
    Si tratta forse di considerazioni “estreme”, però mi pare che negli ultimi anni questo aspetto (predominio totale della “struttura”) del pensiero marxiano venga rivalutato dai fatti.

    • pierluigi fagan ha detto:

      Caro D’Errico (o d’Errico?), a quella parte del pensiero di Marx, muovo tre appunti: 1) il sistema moderno occidentale detto capitalismo o democrazia liberale è senz’altro così e Marx ne è stato, di gran lunga, il miglior analista critico ma Marx ha esteso oltre il dovuto il valore di questa legge da spazio-temporale locale (l’occidente moderno) ad universale. Io non credo che sia un universale; 2) i rapporti tra struttura e sovrastruttura sono più complicati di quanto non pensò Marx. Io cerco sempre di non eccedere con la mente del poi nel giudicare ciò che ha partorito una mente del prima. Nel senso che immedesimandomi in Marx e nel suo tempo, ritengo straordinaria la ribellione del pensiero realista che compì Marx nel radere al suolo le convinzioni ideali, mostrando la struttura materiale che le condizionava. Non pretendo che chi compì questo disvelamento dovesse anche andare oltre, già questo movimento è essenziale per la storia del pensiero. Ma noi umanità continuiamo a pensare e così dopo un secolo e mezzo abbiamo evidenza del fatto che a metà tra la struttura e la sovrastruttura, l’intermedio, è proprio l’essere umano fatto di corpo e mente, di struttura e sovrastruttura. Così sappiamo che non siamo solo il nostro codice genetico, non siamo solo ciò che mangiamo, non siamo solo i nostri ormoni o la nostra fisica costituzione, non siamo le nostre preferenze caratteriali e comportamentali e non siamo neanche solo il nostro immaginare, credere, sapere, sperare. Così non siamo solo individuali e non siamo solo sociali, non siamo solo storici ma ci portiamo anche appresso strutture e sovrastrutture che hanno tempi molto più durevoli di quelli storici. E’ un discorso lungo ma in breve, più che gerarchie e subordinazioni ordinate che dicono che A dipende da B che discende da C, vedo grovigli di cose in reciproca relazione che danno forma a sistemi, sistemi che poi cercano il proprio adattamento storico-ambientale. La mia, più che una critica è un invito, l’invito a tesaurizzare Marx ed andare oltre, nel più ampio e nel più profondo. Nella Seconda tesi su Feuerbach, Marx ci invitava a verificare il pensiero nel come e quanto era riuscito a cambiare il mondo. Bene, il suo pensiero ha fatto il suo ma visto come il mondo è ancora oggi, vedo che c’è ancora molto da fare e da pensare prima di fare. 3) L’assetto delle società occidentali moderne detto capitalismo (e si dovrebbe poi trovare anche un altro termine – termine che infatti Marx non usava – perché capitalismo è una forma economica che poi in Marx diviene una forma sociale ma invero quel sistema è fatto sia da una forma economica e sociale che da una forma politica perché se quel sistema economico non avesse creato il sistema politico delle élite che votano se stesse per gestire il potere pubblico -la cosiddetta democrazia parlamentare rappresentativa-, tutto ciò non avrebbe mai funzionato come ha funzionato) è una variante di una forma millenaria: l’ordine gerarchico. Voglio dire che se per ipotesi riuscissimo a liberarci dalla forma del dominio delle élite della ricchezza, il dominio dell’uomo sull’uomo si esprimerebbe in un’altra variante come ha già fatto nella Storia con i sacerdoti, con i militari, con una etnia sull’altra, con un sesso sull’altro, con il potere dei vecchi su i giovani. Ora se il punto di chi combatte il dominio dell’uomo sull’uomo è combattere l’ordinamento gerarchico di qualunque versioni si tratti, le analisi, le diagnosi e le prognosi di progetto di emancipazione sono differenti da quelle del corpus marxista, stante certo che in questo c’è molto da cui attingere essendo il progetto più vasto e profondo mai prodotto dalla riflessione umana a riguardo.

      Infine una nota personale. Il mio lavoro di pensiero muove dal principio riportato in esergo sulla testata del blog. Io cerco (con risultati forse maldestri, incerti e sicuramente incompleti) di indagare nuove forme di pensiero, nuove forme sistemiche di pensiero. Mi definirei quindi umanista (categoria del XV° secolo) se però si convenisse in una idea di umano che non è preda di partizioni dicotomiche come ideale-materiale o mente-corpo o individuale-sociale. Queste dicotomie riportano in genere poli entrambi figli dell’umanità, vanno quindi letti nella loro relazione non nella reciproca esclusione. In attesa mi venga in mente qualcosa di più brillante, inizierei proprio dal dividere il valore e la funzione che le dicotomie esercitano nell’organizzazione logica (il razionale) dal ruolo e funzione che hanno come fatti concreti e reali (il reale). Io, quindi non provo odiosità verso il pensiero di Marx, tutt’altro, a livello intellettuale ho una grande umana simpatia per l’uomo che s’incazzava per l’ingiustizia e mi identifico anche molto con questo suo imbizzarrito spirito di ribellione e grande rispetto per l’immensa capacità intellettuale, ovviamente. Forse ho meno simpatia per Hegel che postulava che il reale è razionale e viceversa e Platone che è il dominio del razionale gerarchico, pur avendone pari rispetto e considerazione. Il modo migliore per onorare il pensatore e continuare a pensare come risolvere i problemi che lui stesso si pose, raccogliere la bandiera ed andare avanti perché la trincea da assaltare è ancora molto ma molto lontana e di morti sul campo ne abbiamo lasciati troppi in relazione ai metri di campo che abbiamo conquistati.
      Cordialmente.

      • eduardo d'errico ha detto:

        Caro Fagan,
        Ha ragione. Il mio cognome originario è d’Errico. Ma, dopo ripetuti scontri con la burocrazia, ho dovuto arrendermi alla maiuscola.
        A parte ciò, le mie osservazioni non riguardavano il rapporto struttura-sovrastruttura, che in Marx è certamente inidoneo a descrivere la complessità dell’uomo moderno,e il ruolo rilevantissimo che gli elementi sovrastrutturali rivestono oggi. Ruolo che del resto risulta evidente dalla parte fondamentale del mio intervento. Il potere “strutturale” lo ha ben compreso, operando una vera e propria “cattura cognitiva” ( G.Lakoff) sia nei confronti dei suoi antagonisti politici che della Grande Massa Subalterna, il cui immaginario è ormai ristretto entro il recinto ideologico, definito e conchiuso, del T.I.N.A , che ha avuto una funzione decisiva nella convinzione, oggi dominante, dell’impossibilità di una democrazia reale, e quindi dell’impotenza dell’uomo comune a decidere del proprio destino.
        Con l’ottimismo della volontà, e con ammirazione e gratitudine per il suo prezioso lavoro.

  6. Roberto Donini ha detto:

    Caro Pierluigi, il tuo trittico mi sembra promettere, dalla prima, un lavoro molto interessante. Per quello che presenta questa premessa per sommi capi: a) condivido l’ipotesi incentrata sulla variabile temporale (passato->presente e presente->futuro prossimo\remoto); b) utile, chiara e condivisibile la ricostruzione storica delle difficoltà dell’idea democratica nella storia del pensiero politico e filosofico; c) infine centratissimo il tema della transizione nel marxismo tema a me carissimo. Sul punto b) ti segnalo l’enorme difficoltà nell’inquadrare la statura di Machiavelli, certamente realista ma in quanto politico a tutto tondo (non filosofo della politica) e a mio avviso suggestionato dalla “possibilità” democratica lui che aveva vissuto la nuova repubblica. Ripeto è discorso complesso, magari lo sviluppo insieme al tuo scritto. Altro autore che intravede e deve cifrare il suo discorso (fino ad un certo punto) democratico è Spinoza: la sua democrazia assoluta non è temperabile, come accenni invece nella democrazia rappresentativa, con altre forme di governo (la monarchia è nello stato repubblicano la parte autoritaria esercito, polizia lo “stato-guerra” e l’oligarchia è l’attuale tecnocrazia economica non sottoponibile al vaglio del dibattito). Della transizione comunista ti dirò, la sua ricerca ha segnato la mia esperienza politico-teorica, tu l’hai già definita: la mancanza della teoria dello stato in Marx e i pasticci successivi dei marxisti.

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