LA DECRESCITA INFELICE.

ma16_cover_sub_smallL’ultimo numero di Foreign Affairs (Feb. ’16), la punta avanzata della riflessione strategica americana, ripropone il tema della “stagnazione secolare” una sorta de “il re e nudo” lanciato non molto tempo fa da Larry Summers[1]. Il re nudo di Summers si chiama strutturale e perdurante assenza di crescita, l’assenza di crescita potrebbe oscillare come crescita positiva o negativa ad esempio allo 0,2% (stagnazione) o potrebbe risultare addirittura decrescita. Occorre poi sempre dettagliare l’ambito di cui si sta parlando, se cioè parliamo dell’economia americana, di quella occidentale, di quella OECD (Ocse), di quella del mondo ed il quando, in quale prospettiva temporale accadrebbero i fatti. A sfavore della crescita americana, occidentale, OECD, è l’evidenza lampante che è più probabile che cresceranno i mai o poco cresciuti che i già cresciuti se si è in un trend generale di crescita difficile. Ma siamo in un trend strutturale di crescita difficile?

Beh, sembrerebbe proprio di sì. Gli indici e le previsioni son quelle, la sistematica revisione al ribasso di previsioni già non troppo ottimiste è ormai una consuetudine (OECD-2016). Il prezzo del petrolio e delle materie prime, dicono della flessione di domanda e soprattutto, grave allarme ha destato un altro re nudo, il fatto cioè che la capacità di stimolazione dell’economia, degli investimenti, della circolazione e dell’inflazione da parte delle torrentizie immissioni di moneta pompate dalle banche centrali, non ha sortito alcuno degli effetti sperati. La preferenza per la liquidità ovvero il terrore di perdere i propri soldi in investimenti che non decollano, fa cedere molti corsi azionari,  rischia di aumentare il tasso di molti titoli pubblici ed obbligazionari, il che, per un mondo molto indebitato, è una ulteriore cattiva notizia. Di capitale in giro per il mondo c’è ne è anche troppo ma il capitale non vede alcuna promettente alcova in cui andarsi a riprodurre e quindi resta a casa. Il problema non è quindi aumentare il capitale circolante con la politica dei tassi, né trovare immaginifiche soluzioni per convincerlo ad andare in giro ma dargli una qualche ragione per investirsi in progetti che promettono crescita. Ma questi progetti non sembrano più esistere.

51mdth4YlWL._UY250_Robert J. Gordon è un economista (Harvard, Oxford, MIT) non più giovane che, da tempo, ha proposto  una tesi radicale eppure una delle poche tesi concrete a possibile spiegazione del perché stiamo andando incontro ad una crescita molto stentata se non nulla. La tesi di Gordon è che i grandi e constanti volumi di crescita che notiamo nel passato sono stati trainati da condizioni contingenti che oggi e domani si presentano come irripetibili. In sostanza: un brillante futuro alle spalle.

Gordon sostiene che le quattro spinte alla crescita, almeno per gli Stati Uniti d’America ma il discorso vale anche di più per tutto l’Occidente, ovvero demografia, istruzione[2], debito ed ineguaglianze, giocano tutte a sfavore. Questi venti a sfavore potrebbero più che dimezzare gli indici di crescita su cui facevamo conto ma solo se l’innovazione avesse una performance assoluta. Il problema tra i problemi, secondo Gordon, è che l’innovazione è a sua volta giunta ad un limite, la tanto celebrata rivoluzione dell’informazione e del digitale non è assolutamente in grado di sostituire il ruolo che ebbe la macchina a vapore, l’elettricità, il primo consumo di massa dei prodotti industriali e così il secondo nel dopoguerra. Per cui anche quel dimezzamento andrebbe ulteriormente dimezzato o anche più. Gordon nelle sue previsioni si attesta, alla fine, al tasso di crescita della metà dell’’800, un dato che, non essendovi istituti centrali di statistica ai tempi, è stato ricostruito non molto tempo fa e che ha mostrato una crescita molto più bassa di quanto si supponesse, lo 0,2% medio.

https://www.ted.com/talks/robert_gordon_the_death_of_innovation_the_end_of_growth?language=it#t-623411

[TED Conference di R.J. Gordon, 12:14. La conferenza (02.2013) ma ancorpiù le tesi di Gordon sono ben precedenti l’illuminazione di Summers – Krugman ma Gordon è meno “cool”]

La faccenda è ovviamente ben più complicata di quanto non dica Gordon nel quarto d’ora del filmato che abbiamo sopra linkato (sottotitoli in italiano). Però qualche ulteriore considerazione possiamo farla nei limiti di questi articolo.

Il primo punto da esaminare è la serie storica, quella tabella che Gordon mostra all’incirca al minuto 1:35. Il Pil (quello anglosassone cioè bianco per UK fino a poco dopo il 1920, rosso USA da lì in poi ovvero il Pil del motore trainante il sistema) comincia a crescere poderosamente nella seconda metà del XIX° secolo e continua a farlo pur rallentando fino a gli anni ’20. Ebbene, in quel momento, non solo si registrano le eccezionali innovazioni che Gordon ricorda nella presentazione (motore a scoppio, elettricità) ma anche la massima estensione dell’Impero britannico (un quinto della popolazione mondiale per un quarto delle sue terre emerse) prima e la Prima guerra mondiale poi, il che significa poderosi investimenti pubblici in metallurgia e siderurgia ed anche grande sviluppo della ricerca (si pensi alla chimica tedesca, ad esempio)[3]. Com’è noto, dalla 0depressione poi stagnazione tra le due guerre, gli USA (e la Germania) escono col riarmo della Seconda guerra mondiale. Seguono due fatti: il primo sono gli investimenti per la ricostruzione europea, evento eccezionale e ci auguriamo irripetibile, la seconda è la riconversione industriale bellica in prodotti di largo consumo. Sono anche gli anni del marketing, della pubblicità, dell’obsolescenza programmata ovvero dell’estensione e dell’intensione al consumo di una seconda generazione di innovazioni per altro modulate sul cuore di quelle precedenti (elettricità, motore a scoppio). Quello che il grafico non riporta ma che ho desunto analizzando i dati della bibbia dell’ economista dell’OECD Angus Maddison[4] è che la crescita USA ed UK, per tutto il decennio degli anni ’60, era ben inferiore a quella di tutto il resto del mondo. Si arriva così all’inaspettata decisione di Nixon dell’Agosto del 1971, la sospensione poi diventata fatto stabile, della  convertibilità del dollaro con l’oro. In sostanza, il dollaro diventa –fiat money-, denaro che si crea al solo volerlo creare e  non è più legato ad alcuna sostanza materiale che ne garantisca la convertibilità in valore. Seguono altri due serie di fatti: da una parte il sistema anglosassone si converte ai servizi, l’economia diventa sempre più pesantemente finanziarizzata, nel 1987 arriva Greenspan alla Fed e comincia la discesa dei tassi, assume sempre maggior rilevanza l’innovazione digital-informativa su cui si forma la prima bolla scoppiata poi ai primi del millennio. Dall’altra l’economia industriale e manifatturiera, quella tradizionale, si globalizza sempre più con sistematica perdita di quota mercato dell’Occidente in favore dell’Asia.

Vien quasi da pensare che la decisione del ’71 (anno in cui esordisce il Nasdaq) fosse propedeutica a questo riposizionamento dell’economia statunitense/anglosassone che, vista la previsione di sempre minor crescita su gli item dell’economia tradizionale (fatto che si palesava addirittura già nei mitici anni ’60 ed in pieno “siamo tutti keynesiani”), pensò bene di potenziare l’area banco-finanziaria installandosi con Wall street, dollaro, off shore, doppio sistema bancario, neoliberismo totalitario, Washington consensus e Fed con le rotative a palla,  al centro del nuovo corso. Arriviamo così, da una bolla all’altra, al Rapporto McKinsey del Febbraio 2015[5] che fotografa un debito mondiale, pubblico e privato, del 300% del Pil. Debito cheMcKinseyfab2015 in parte è andato a sostenere gli stessi indici di crescita, debito a cui, da ultimo, ricorrono addirittura i cinesi.

Si potrebbe allora concludere che, se togliessimo la droga banco-finanziaria che ha avuto senz’altro anche un impatto attivo sulla crescita registrata dal Pil degli anni ’80-’90, se togliessimo i venti o trenta anni di ricostruzione post bellica ed il keynesismo di guerra, così se togliessimo la Prima guerra mondiale e le eccezionali condizioni colonial-imperiali della seconda metà dell’800, e se aggiungiessimo che alle due ondate di innovazione, di cui la seconda è una estensione della prima, non è seguita una terza degna di questo nome, se considerassimo che l’assetto per cui solo una frazione di mondo produceva e tutto il resto era a disposizione oggi non si dà più, non si bene da dove provenga quel senso magico di fede nella crescita che è dogma del pensiero economico. La stessa crescita che leggiamo nelle statistiche è dipendente da una sequenza di casi eccezionali e non costituisce il risultato naturale dell’agire economico del sistema in condizioni normali[6].

Quanto a  Gordon ed il suo scetticismo su i fasti della terza rivoluzione industriale digital-informativa, tra breve (metà Marzo) presso il Saggiatore, dovrebbe uscire il libro di Paul Mason, Postcapitalismo[7]. Mason probabilmente eccede di nuovo negli entusiasmi fatidici che già annebbiarono Hardt e Negri (Impero) ma potrebbe mostrarci qualche dato in più per pesare (numero, peso e misura) quanto ha inciso davvero questa svolta. Sopratutto facendo il bilancio tra capitalizzazioni di borsa, profitti reali, occupazione in proprio e sottrazione o creazione di occupazione nel mercato generale. Tanto per darci una misura, General Motors fa il doppio del fatturato della holding Google (Alphabet) ma impiega 3,5 volte di persone di persone in più, nel caso Alphabet con tutte le società partecipate e servizi annessi, stiamo parlando di solo 60.000 persone occupate. E tra l’altro, mentre GM permane in un mercato aperto ad altre decine di player, cinesi, giapponesi, indiani, europei, tolta la cinese Baidu, Google è ormai semi-monopolista[8] Postcapitalism ✆ Paul Mason © MultiSignoscome tende ad esserlo Amazon e la stessa Facebook. Inoltre, GM fa soldi producendo cose che muovono tutto un indotto di fornitori e distributori, Google assorbendo investimenti di pubblicità, pubblicità sottratta ad altri media che, come i giornali, alimentavano il lavoro di tipografi, compositori, cartai, impiegati nella catena logistica della carta, distributori ed edicolanti. Sempre rispetto a GM, Apple, che pure una qualche manifattura ce l’ha, ha un fatturato del +21% ma i dipendenti sono solo il 54% di GM. Lo stesso Gordon con gli esempi del bancomat che ha tagliato gli impiegati alle casse in banca ed il codice a barre che ha tagliato gli addetti del commercio al dettaglio fa un fugace riferimento a questa rivoluzione che sostituendo lavoratori con macchine e software ha diminuito la classe media, cioè quei portatori di domanda che non sorreggono più una produzione sempre più massiva per via degli incrementi di produttività e di estensione ormai globale della stessa[9]. Gli aedi della terza rivoluzione industriale ribattono che trattasi di schumpeteriana distruzione creatrice ma dovrebbero esser meno qualitativi e più quantitativi, dettagliare il bilancio finale tra perdita di lavoro salariato ed aumento di creatori di app e start up. E’ in parte anche questa presunta terza rivoluzione industriale (oltre al selettivo accesso al gioco banco-finanziario dominante, la dislocazione produttiva, la piena mobilità dei capitali, la globalizzazione in senso generale) che ha portato alla marcata sproporzione detta -ineguaglianza-  tra una classe alta, numericamente insignificante, con una smisurata ricchezza che certo non va a sostenere i consumi[10], non fa domanda, ed una classe che vorrebbe domandare ma tra contrazione dei redditi, precaria occupazione quando non disoccupazione dovuta al rimpiazzo elettronico o non lo fa o per farlo deve ricorrere al debito. Debito elargito e tenuto artatamente tra gli asset dei bilanci banco-finanziari quando tra mancata crescita e sempre maggior inutilità del lavoro umano, quindi contrazione di domanda, si sa che non verrà mai restituito, debito i cui interessi corrodono ulteriormente la capacità di spesa attiva.

A chiusura del quadro, andrebbe poi ricostruita una sorta di tavola generale dell’economia mondiale, una sorta di sistema imput-ouput tipo quello dell’economista russo Wassily Leontief (1941-51), per capire come impattano le nuove condizioni del mondo sul sistema globale. Facciamo un esempio. I giapponesi erano talmente forti negli anni ’80 che nei commenti dell’epoca, i declinisti della forza americana vaticinavano un presto sorpasso ed un fatale subordinazione degli yankee a gli impenetrabili omini con gli occhi a mandorla. Poi, i giapponesi, improvvisamente e per cause che si fa fatica a leggere in letteratura,  sono entrati in una palude dalla quale non si sono ancora ripresi. Guarda un po’ son proprio quegli, gli anni in cui prima la Cina, poi la Corea del Sud ed a seguire anche altre economie del sud-est asiatico prendono a crescere con impeto. Quindi, certo che quando in perfetta solitudine, i giapponesi erano il faro capitalistico dell’intera Asia, tutta la ricchezza affluiva a loro, quando sono diventati uno dei tanti fari di una costa molto più lunga e molto più mossa, hanno dovuto condividere la torta ed i loro incredibili +8% annuo sono diventati uno sbiadito ricordo. C’è allora il sospetto che contrariamente a quanto divulgato dalla economia metafisica, l’intero gioco sia più a somma zero che non a somma positiva, che cioè se da qualche parte si cresce molto, soprattutto in export, qualcun altro non cresce più. C’è da sospettare che complessivamente, si vada verso una maggior convergenza che corrisponderà, nell’assenza di grandi differenze perché le differenze tendono ad equalizzarsi, quelle differenze che sono il motore stesso dell’intero sistema capitalistico e della sua crescita, verso un lieve moto browniano di + o – 0.2% ovvero verso una decisa e perdurante contrazione della crescita in generale, ma  in Occidente, nel particolare. Personalmente, non sono affatto sicuro che la dinamica si assesterà su valori di stagnazione. Secondo me, in Occidente, si va verso una decrescita, come per altro è in decrescita o crescita molto moderata, anche l’indice demografico che è poi stato una delle più potenti spinte della passata crescita stessa. Insomma la macchina è grippata e non da ieri, ma non si tratta di un problema da meccanico di strada ma di una logica complessiva i cui conti non tornano più ed in cui è forse sbagliata anche la stessa nostra diversa aspettativa.

pierluigifagan

cliccando sull’immagina si accede ad un altro articolo sulla contrapposizione geopolitica USA vs Eurasia

Infine, ci si sta accorgendo di quanto l’economia e la finanza disincarnata, quella mastodontica e pervasiva narrazione per cui esistevano solo mercati e non stati, fosse non solo distopica ma anche errata in sé per sé. Ci si sta accorgendo che il nuovo disordine geopolitico è uno dei fattori negativi per il rilancio delle performance della macchina ma si dovrebbe anche conseguire che è il grippaggio della macchina ad accendere il disordine geopolitico. I sauditi che fanno dumping sul prezzo del greggio sono mossi dalla paura di perdere questa loro unica fonte di sostentamento (per via della concorrenza USA, Russia, Iran, Venezuela) senza la quale l’intera legittimità della precaria casa regnante la penisola arabica, crollerebbe. Gli USA fanno e faranno di tutto per impedire l’allacciarsi di reti di scambi Russia (energia) vs Europa (tecnologia) e fanno e faranno di tutto per contrastare lo sviluppo delle due Vie della Seta cinesi, a loro volta necessitati a rendere fluido il dare avere di merci a buon mercato vs tecnologia con l’Europa e ottenere forniture costanti ed affidabili di materie prime dall’Africa. A gli americani, il sistema che con il 4,4% della popolazione fa il 22% del Pil, comprensibilmente, non va affatto di diventare una periferia spersa tra due oceani, un satellite che ruota vincolato ai destini di un possibile nuovo mostro euroasiatico.  Insomma le condizioni si restringono e l’egoismo delle nazioni tanto naturale quanto sottovalutato in precedenti regimi di abbondanza (per quanto drogata), comincia a sgomitare nel mors tua-vita mea per contrastare il vita tua-mors mea.

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Premettevamo che nel dare giudizi e fare previsioni occorre specificare i luoghi ed i tempi in oggetto. Specifichiamo quindi che questa è una visione molto generale e prospettica, del resto lo stesso Summers la butta, contrariamente ad ogni prudenza, sul “secolare”. Sarà sempre possibile che qualche parte del mondo riprenda a macinare interessanti indici di crescita (Asia, Africa) ma è molto improbabile che questa parte potrà essere l’Occidente. Altresì, alcuni correzioni nell’ideologia che ha sostenuto il pensiero economico recente, potranno mitigare estensione ed intensità di previsioni così asfittiche. Ci riferiamo ad esempio, ad una possibile ripresa degli investimenti pubblici che soli, in mancanza di vivacità del privato a cui tra credito facile, giochi senza frontiere e deregolamentazioni varie si sono date ormai le miglior condizioni di possibilità che però non stanno producendo nulla di rilevante in termini di dinamica, potranno rappresentare un po’ di ripresa di domanda. Non so come si potrà fare dato il già altro indebitamento ma alla fine qualche soluzione verrà escogitata. Altresì, prima o poi si converrà che senza una forte classe media, il mercato non tira e ciò dovrebbe portare ad una qualche auspicata forma di redistribuzione stante gli indici scandalosi di (inutile) concentrazione della ricchezza nella mani di pochissimi. Infine, la riconversione ecologica, utile e necessaria, potrà rappresentare un qualche motivo di distruzione creatrice e ripresa degli investimenti stante che però bisognerà sbloccare la capacità di spesa degli stati altrimenti non sarà certo il mercato a fare il miracolo. Alle volte, come nel caso dello scalare gradini alti rappresentati dai costi di ricerca e dalla paura di finire fuori mercato, il mercato stesso si rivela una sistema auto conservativo e tutt’altro che propenso all’innovazione. Inoltre, gli economisti rapiti dalle ombre della caverna platonica, farebbero bene a prendere ogni tanto una boccata d’aria ed accorgersi che una cosa come il end-of-growthpassaggio dalle non rinnovabili alle rinnovabili, comporta scelte ed effetti geopolitici che forse qualcuno di più importante di loro non ritiene auspicabili. Rapiti dalla mano invisibile, molti non si sono accorti che il titolo del libro di A. Smith, è relativo alla “ricchezza delle nazioni”.

Tutto ciò quindi non sarà né facile, né scontato. Potenti lobbies ed abitudini del pensiero frenano in senso contrario. Un concerto delle nazioni che gestisca il difficile allineamento d’interessi tra chi è già a crescita matura e chi è in fase emergente, una nuova Bretton Woods da molti auspicata, non è in vista. Che l’Occidente accetti supinamente e responsabilmente di condividere un po’ della sua ricchezza e potenza per il bene del sistema mondiale è altrettanto poco probabile.  E comunque, oltre a questa somma di corpose improbabilità e contraddizioni, c’è poi da vedere che tipo di risultato si potrebbe conseguire e per quanto. La transizione demografica in cui (a parte alcune zone dell’Africa e dell’Asia) tutto il mondo è impegnato non è solo difficilmente reversibile ma è anche dovuta, dati i limiti planetari. Gli stessi limiti planetari configgono con l’idea di una già certa e stimata classe media planetaria di 2 miliardi di individui e l’asimmetrica e limitata distribuzione delle materie e delle energie in un sistema di più di 200 stati costretti a convivere, presenta un difficilmente componibile quadro di necessità di cooperazione entro un poliedro di forze che spingono alla competizione. Lo sfrenato idealismo economico pretenderebbe che questo regime di scarsità venisse regolato dal mercato ma la storia ci dice che è stato regolato da colonialismo, imperialismo e dominio sul mondo, un sistema di logica ben diversa. Come dice Gordon, il meglio si è già inventato, molto difficile si presenti qualcosa come l’elettricità o il motore a scoppio che oltretutto sia poco impattante ecologicamente e potenziante spinte produttive in positivo e non solo in sostitutivo. In realtà tra utilità e gadget siamo già satolli, l’unica vera mancanza è il tempo personale ma per soddisfarla, così come per soddisfare i requisiti di equilibrio, i problemi del limite ambientale, la depressurizzazione del pathos competitivo che porta al surriscaldamento geopolitico, occorrerebbe decrescere il tempo di lavoro che per il sistema è come l’aglio per i vampiri. Altresì difficile immaginare di poter frenare l’innovazione tecnologica che continua a soppiantare lavoro umano con macchine ed algoritmi o le biotecnologie che ci porteranno a vivere pieni di protesi magari altri venti o trenta anni in più, anni in cui non produrremo se non domanda di welfare per stati al collasso dei bilanci.  Infine, assai complicato è immaginare il lieto fine di questa complessa equazione multi variabile con mentalità che ricorrono ad idee del XIX° secolo: il liberismo, il marxismo, la democrazia rappresentativa di mercato, la cieca fede nella tecnoscienza, la volontà di potenza degli stati-nazione. Con popolazioni ignare della complessità del mondo a cui dovrebbero adattarsi e soprattutto élite che per fare veramente il bene comune dovrebbero semplicemente suicidarsi e togliersi di mezzo da un mondo che non può più pretendere di funzionare come ha funzionato nei due secoli precedenti. Come diceva A. Einstein:  “Non puoi risolvere un problema con lo stesso tipo di pensiero che hai usato per crearlo“.

Poca, stentata ed intermittente crescita è forse possibile. Più probabile, almeno per noi occidentali, la decrescita. Quanto più vivremo uno stato di oggettiva decrescita con una aspettativa fissa alla crescita, continuando a prorogare modi di stare al mondo settati sullo standard accrescitivo, tanto più questo stato schizofrenogeno, questa condizione disadattata, ci renderà infelici se non qualcosa di peggio.

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[1] http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2016-02-18/la-tesi-stagnazione-secolare-trova-sempre-piu-conferme-160439.shtml?uuid=ACavDRXC&utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook

[2] Gordon stigmatizza le scarse performance del sistema americano rispetto ad esempio a quello canadese ma è l’idea stessa di una corsa infinita alla scolarità di alto livello a tornare in discussione. All’inizio, solo qualche anno fa, si pensava che l’Occidente potesse ascendere nell’areopago tecnico-scientifico di punta e da lì osservare con superiore benevolenza il trambusto competitivo delle economie ancora legate alla materia sporca e pesante. I piani recentemente varati dal governo cinese e quello che i coreani ormai fanno da un po’ di tempo, muovono però verso la stessa direzione. Di contro, gli europei che pure ci erano arrivati col trattato di Lisbona hanno lasciato l’impegno ad investire in R&S, lettera morta.  Altresì americani e francesi hanno varato potenti piani di re-industrializzazione ed i tedeschi non l’hanno mai abbandonata. Insomma, ci devono esser proporzioni tra ricerca – servizi  – industria ma ogni stato vorrebbe avere la sua giusta proporzione, l’idea invece che alcuni stati si elevino sulla punta della piramide lasciando a gli altri, la suburra del sangue-sudore-e-lacrime, è irrealistica. Infine, è tutto da dimostrare che occupare i piani aliti dell’intelligenza e dell’innovazione porti a far quadrare i conti tra profitti – occupazione – economia e politica.

[3] Si consideri che anche tutta la fisica del secolo successivo ed ancora fino ai giorni nostri,  è debitrice della sequenza “termodinamica – meccanica quantistica – relatività” che si svolse nello stesso periodo, fine XIX° – inizio XX° secolo. Innovazione scientifica profonda nella seconda metà del XX° secolo è nella biologia molecolare e nel digitale-informazione, cose che hanno a che fare con la materia biologica e lo scambio di segnali non con la materia fisico-chimica.

[4] Angus Maddison, The World Economy: A Millenial Perspective, OECD, 2001

[5] http://www.mckinsey.com/global-themes/employment-and-growth/debt-and-not-much-deleveraging

[6] Secondo il filosofo empirista scozzese D. Hume, che forse gli anglosassoni ed i professori di economia farebbero bene a leggersi, si tratterebbe di uno di quei casi di inferenza induttiva che produce una credenza basata su una abitudine. Secondo il come siamo andati sin qui svolgendo l’argomentazione, questa “abitudine alla crescita”, sarebbe a sua volta basata su fatti eccezionali come due guerre mondiali, la necessaria ricostruzione, la droga monetaria, una montagna inestinguibile di debiti, colonie ed imperi.

[7] https://en.wikipedia.org/wiki/PostCapitalism:_A_Guide_to_our_Future ; http://abridge.me.uk/doku.php?id=postcapitalism . Quest’ultimo link che contiene un corposo riassunto del lavoro di Mason inizia con il succo della faccenda: questo capitalismo è un sistema adattativo complesso che ha raggiunto i limiti della sua capacità adattativa. E’ appunto quanto sosteniamo anche noi e non da oggi.

[8] [Dati Netmarketshare Jan. ‘16] Come motore di ricerca, Google fa una S.o.M. del 65% mondo, più del 70% se togliamo la Cina. Con Bing che è il secondo player, i primi due coprono l’85% del mercato Internet (esclusa la Cina). Questo monopolio tende a riprodursi come posizione dominante nei servizi accessori (You Tube, Gmail. Google maps etc.). Su i temi da cui proviene questa nota, si tenga poi conto dello sviluppo di una  economia dello scambio non monetario com’è nella messa in comune di conoscenze nel modello Wikipedia o nelle banche del tempo o del baratto elettronico.

[9] Una prospettiva ottimista anche se non si capisce bene fondata su cosa, di un professore del M.I.T. : https://www.ted.com/talks/erik_brynjolfsson_the_key_to_growth_race_em_with_em_the_machines

[10] A giustificazione di un nostro qual pessimismo quale si troverà nelle conclusioni del pezzo, si rammenti che il mondo intero ha creduto alla favola del “trickle down” ovvero all’idea palesemente illogica per cui la ricchezza dei pochissimi ultra-ricchi sarebbe poi scesa a valle e tutti ne avrebbero beneficiato. A nulla sono valse le obiezioni di chi notava sommessamente che un individuo non compra dieci case, venti macchine e comunque va a mangiare fuori non più di due sole volte al giorno. Se si è creduto per secoli che la Terra fosse il centro dell’Universo, ci sta non solo il trickle down ma chissà quali altri corbellerie pronte a venir spacciate nei prossimi difficili tempi per mantenere viva la speranza, in un mondo che nel frattempo si sta velocemente deteriorando. La capacità umana di autoinganno è infinita.

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Informazioni su pierluigi fagan

59 anni, sposato con: http://artforhousewives.wordpress.com/, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore per 22 anni. Da più di tredici anni ritirato a confuciana "vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente. Il tema del blog è la complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore.
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5 risposte a LA DECRESCITA INFELICE.

  1. glauco ha detto:

    Un testo da diffondere alle elementari ( ma anche alle medie, alle superiori e nelle Università). Bravo Pierluigi .

  2. Pingback: La decrescita infelice - l'interferenza

  3. stefano stefani ha detto:

    Una lucidita’ che deve essere la premessa obbligatoria di qualsiasi progetto progressista . Ottimo per me !

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