FILOSOFI CORTIGIANI ED ERETICI o del come il pensiero accompagna il proprio tempo.

Recensione e riflessione su M. Stewart, Il cortigiano e l’eretico, Feltrinelli, Milano, 2007.

Il libro di cui parleremo non è recente (2006 USA, 2007 ITA), ma sono molto attuali alcune cose in esso contenute. Parleremo prima del libro  e poi prenderemo spunto da ciò che contiene per una nota sul filosofare ai tempi della complessità.

Libro ed autore.

cop (1)Il libro è stato variamente ritenuto un piccolo classico ed una prova molto ben riuscita. L’autore è un filosofo americano ed era un consulente di management prima di dedicarsi full time alla scrittura per la quale ha decisamente un dono (molto invidiato dal sottoscritto che quel dono non ce l’ha) che rende godibilissima la lettura. Il libro è una  duplice biografia delle idee e di coloro che le hanno pensate, ambientati nel suo tempo. L’autore che ha solide competenze filosofiche (il suo studio per quanto reso gradevole nella fruizione è solidissimo e molto ben fondato su estese fonti), trae il doppio profilo dei rispettivi sistemi di pensiero di due dei massimi filosofi del XVII° secolo: G.W. Leibniz (il cortigiano) e B. Spinoza (l’eretico). E’ chiaro che l’autore simpatizza con Spinosa.

Ne esce fuori un vivo ritratto del tempo, un tempo che fu la transizione tra il vecchio mondo medioevale ed il nuovo mondo moderno. Transizione letta nei luoghi dell’Olanda che dà vita alla fase moderna che poi si esprimerà appieno in Inghilterra, comparata alla Germania ed alla Parigi di Luigi XIV° e di Colbert, dove tale modernità non compare ancora (Germania) o compare in modo contradditorio (Parigi). LeibnizKopf1_2__7544df7bd6Altresì è la doppia descrizione di un esploratore del nuovo (Spinoza) e di un dilaniato mediatore tra vecchio e nuovo (Leibniz). Tra il filosofo santo del tipo Eraclito (linea che annovera in modi diversi una minoranza che va da Epicuro a Kant a Nietzsche) ed il filosofo embedded alla società del suo tempo del tipo Descartes – Hegel e poi quasi l’intero novecento. Tra logiche di pensiero sistematiche (Spinoza) e logiche a-sistematiche (Leibniz), stante che entrambi hanno in oggetto nelle rispettive riflessioni il Tutto, ovvero il sistema di tutti i sistemi. Tra  sistemi di pensiero conformisti ancora gravati dall’ordinatore teologico che imperversò lungo tutto il medioevo e quelli anticonformisti che liberano l’uomo individuale e sociale al centro della scena. Tra il filosofare condizionato da preoccupazioni personali, di status, di integrazione e il filosofare per il filosofare.

5293Non entreremo nel merito degli argomenti, né quelli storico-sociali, né quelli più prettamente filosofici. I due filosofi sono assai noti e così le coordinate del loro pensiero, più chiare quelle di Spinosa, più episodiche ed arzigogolate quelle del Leibniz. Diremo invece qualcosa su i due rispettivi atteggiamenti filosofici perché in questa scelta vediamo qualcosa di attuale ed utile per la nostra riflessione su i tempi che corrono.

Innanzitutto, entrambi i nostri due assai eterogenei eroi, vivono una condizione per certi versi simile, per altri assai diversa, rispetto a quella che ci troviamo a vivere noi, oggi.

La similarità è data dal tipo di periodo storico, la transizione dal Medioevo alla modernità per il XVII° secolo, la transizione dalla modernità all’Era della Complessità, per noi contemporanei. Le transizioni sono tempi assai turbolenti ed incerti ed il pensiero è forse l’unica arma che abbiamo per cercare di costruire ponti tra zolle della realtà che tendono a fratturarsi. Di solito, la maggioranza dei pensanti rimane conservatore ovvero sulla zolla che resiste e una minoranza coraggiosa s’ avventura sulla zolla che si separa.

La diversità è data dal fatto che mentre tanto Spinoza che l’onniscente Leibniz si occupavano del Tutto dal punto di vista del Tutto, oggi nessuno più si occupa del Tutto e tutti si occupano di spicchi di Tutto in un caleidoscopio di eterogenei punti di vista, metodi d’indagine, linguaggi. copIl Tutto esisteva prima di Spinoza e Leibniz ed esiste tutt’oggi, ma mentre fino almeno ad Hegel, ci si sforzava di trattarlo in quanto tale (stante i limiti a volte evidenti delle umane capacità, siano pur esse state quelle dei geni filosofici), oggi non solo nessuno ci prova più ma il solo porsi il problema è giudicato ingenuo e contrario ai dogmi della produttività delle specializzazioni. C’è anche chi tuona che porsi il problema del Tutto porti al totalitarismo confondendo la descrizione con la prescrizione. Alcuni pensano questa sia una positiva evoluzione di metodo, ma rimane il fatto che l’esistenza del Tutto non può esser negata, che questo tutto, dall’economia alla finanza, da Internet alla geo-politica, dalla questione ambientale all’incontro/scontro di civiltà, dalla pienezza tecnologica alla vuotezza del senso, è la trama complessa nella quale siamo tutti immersi e da cui siamo tutti condizionati e che se nessuno tratta il Tutto come tale, noi rimaniamo ciechi davanti al fenomeno primo che costituisce la nostra realtà. Il che forse spiega la distonia e la sproporzione evidente tra tempi così fitti e gravidi di eventi anche sensazionali e l’indistinto brusio di quella nobile attività che è il pensiero che pensa se stesso, la filosofia.

cop (2)Pensare noi si stia in una transizione epocale, di grado quanti-qualitativo geometricamente ben maggiore di quello che segnò il passaggio del XVII° secolo e che noi si affronti il periglioso transito con una filosofia ridotta a brandelli di analisi logico-linguistica o passivamente critica, supina alla tecno scienza o del tutto ignorante (ed anche con orgogliosa presunzione di esserlo!) a riguardo, ossessionata monomaniacalmente dal testo e dalla sua interpretazione o dalla crisi del soggetto,  normalizzata nelle accademie riproduttive di vecchi canoni o liberata nella fiera delle vanità delle philo-star mediatiche, quando non schiava e serva del potere ordinatore della modernità decadente che ci tocca in sorte di vivere, preoccupa.

Da questo punto di vista, il filosofo contemporaneo (nella sua generalità, come tutte le generalità, vaga in sostanza) ha qualcosa in comune più con Leibinz che con Spinoza. Leibniz dà l’idea di uno che se fosse vissuto oggi ai tempi di Internet e delle libera editoria di massa, sarebbe impazzito dalla goduria. Leibniz collezionava idee e problemi, stimoli e novità in una sorta di bulimia del Tutto, ingurgitato senza aver una precisa mappa a priori. Leibniz filosofava mettendo in reazione una sua vaga immagine di mondo con gli stimoli che raccoglieva all’esterno (e dei quali andava fisicamente in cerca visto che ai tempi il Tutto non arrivava in html sulla scrivania), ma di questa sua immagine di mondo, non sembra esser stato molto auto-cosciente. Ne risulta così un filosofo strattonato da bisogni di affermazione ed accettazione sociale, che però vuole incapsulare le cose tutte, in qualcosa di maggiore che però non riesce a trovare, rispettando l’onestà della ragione ma non dispiacendo a nessuno, anzi volendo convincere tutti che il Tutto è una armonia bellissima e senza veri problemi, contraddizioni e bivi di scelta. Il famoso “il migliore dei mondi possibili” che gli valsero la panglossiana presa in giro di Voltaire.

Spinoza invece, sembra intuire molto presto qual è il prezzo che dovrà pagare per liberare un ente di ragione che dica del Tutto e comincia a pagarlo a rate, sin dalla più giovane età, quando ventiquattrenne accettò con consapevolezza, l’espulsione dalla comunità ebraica di Amsterdam. Continua poi andando a vivere in provincia, dividendo il suo tempo di veglia tra la ricerca dei requisiti minimi di sussistenza (di lavoratore autonomo come tornitore di lenti) e la ricerca per il libero pensiero. Con pappine ed uva sultanina si mantiene in vita, con un set di sette camicie e due pantaloni si rende dignitosamente presentabile, per il resto picchia duro contro le antropomorfe religioni organizzate, il razionalismo cartesiano, il potere teocratico costituito e le convenzioni di pensiero accademico del suo tempo, fa quello che riteneva la prima ed unica virtù umana: cercare di esser se stesso, cioè produttore di un pensiero che liberasse l’uomo . L’unica cosa per la quale riteneva la vita meritasse di esser vissuta.

cop (3)Spinoza e Leibniz furono contemporanei e s’incontrarono pure. Il sistema filosofico del secondo sembra scaturire dal confronto ed in negativo, con quello del primo. Secondo Stewart, videro la stessa cosa ma vi si atteggiarono diversamente.  I punti cardine su cui ruotavano secondo Stewart, erano la concezione di Dio e dell’uomo (della sua mente-anima), ma a pg. 220, egli fa una notazione molto interessante. Questi sistemi sarebbero quello che non immediatamente appaiono: “…non è la disinteressata ricerca della verità su Dio, ma è piuttosto una forma altamente sofisticata di retorica politica”. Spinoza giunge a forme politiche democratiche, Leibniz difende il sistema elitario aristocratico. O meglio, è per arrivare a queste determinazioni che essi deducono a ritroso un sistema completo ed ordinato di pensiero che giunga a quell’esito. Questa notazione ha una verità. Non diversamente da chiunque, anche i filosofi hanno preferenze a priori e spesso i loro sistemi, le immagini di mondo che ricostruiscono ex-post, sono costruzioni che ruotano intorno a quelle preferenze istintive, sono la razionalizzazione di quelle scelte istintive.

Sdownload45pinoza cronologicamente segue Hobbes e Leibniz è parallelo a Locke, a loro seguirà Rousseau e Smith il cui trattato politico purtroppo verrà distrutto in bozza per sua esplicita disposizione testamentaria. La lunga transizione del XVII° e XVIII° secolo, fu accompagnata da una filosofia che quando non era esplicitamente politica, ad essa faceva implicito riferimento per costruire sistemi di pensiero ed immagini di mondo in accordo ad una precisa visione politica. Il mondo in cui viveva il pensiero stava cambiando ed il pensiero che quel mondo voleva apprendere, si modellava su questo cambiamento proponendo, chiarendo, conseguendo o come nel caso di Leibniz, resistendo ma cercando comunque di adeguarsi. Merito di Stewart notare che sebbene Leibniz risulti un difensore dell’ordine costituito, egli cerchi comunque di riformarlo con una visione egalitaria, cosmopolita, in fondo anche liberale (si ricordi che il liberalismo seicentesco ha un senso diverso da quello ottocentesco) e sebbene ingenuamente, progressista.

Filosofare ai tempi della complessità.

Questa ricostruzione, comparativamente, ci dice che noi che anche ci possiamo ritenere in transizione tra una epoca ed un’altra, siamo ancora all’alba di questo cambiamento. La filosofia politica contemporanea latita. Per gran parte, riflettere in termini politici è oggi ostracizzato dal fatto che il paradigma dominante è ancora troppo forte ma se i pensatori del seicento riuscirono a liberarsi di un concetto così ingombrante come quello di Dio, c’è speranza che anche noi prima o poi riusciremo ad emanciparci dal Mercato. $_35I primi moderni poi provenivano da una tabula rasa, quanto a tradizione di pensiero politico, mentre noi siamo ingombrati dalle tradizioni liberali e socialmarxiste, dai mai ben compresi “totalitarismi”, dalle tradizioni degli stati-nazione e da un sistema detto “democratico” che dopo tante speranze ed anche qualche successo, oggi ci sembra un vuoto formalismo che non è riuscito a farci fare passi sostanziali in avanti per l’emancipazione dal dominio dei Pochi su i Molti. Loro viaggiavano sulle ali di una specie di rinascenza espansiva, noi siamo trascinati nel gorgo di una decadenza contrattiva. Inoltre, loro si emancipavano dalle strettoie mentali della stanca scolastica per accedere a sistemi di ragione. Noi dovremo emanciparci dai confortanti sistemi della ragione semplice, per accedere ad un nuovo livello di ragione complessa. Infine e come conseguenza di questo difficile passaggio dal semplice al complesso, loro ancora riuscivano a dominare il tutto dell’etica, dell’antropologia, del politico, dell’ Io e del Mondo e talvolta anche della scienza nonché della teologia,  mentre la nostra ragione è frammentata nel sapere specialistico e pochi oggi riescono a tenere assieme una sufficiente visione del Tutto che cambia davanti ad occhi, un Tutto che sentiamo e vediamo, ma non comprendiamo. Un tornitore di lenti che mangiava pappine e viveva in provincia, ancora poteva nel chiuso della sua stanzetta, dare il suo contributo al cambiamento del mondo, oggi se non strabordi sulle televisioni satellitari e non sei replicato da un milione di views su you tube atteggiandoti a profeta pazzo, chi ti ascolta?

Tutto ciò per certi versi ci “giustifica”, dà ragione dei perché a tempi così eccezionali (ci sembrano brutti ed anzi lo sono  ma sono anche storicamente tempi straordinari per l’intensità e vastità dei cambiamenti) non corrisponda ancora alcuna mobilitazione di nuovo pensiero. Ma faremmo male ad adagiarci su queste giustificazioni perché esse sono comprensioni non assoluzioni. Ci sono anche periodi storici in cui il pensiero non ha accompagnato le trasformazioni, si pensi al passaggio dall’Impero romano al Medioevo. Periodi in cui la forza bruta dei fatti e delle forze ha preso come il vento le foglie d’autunno, uomini e donne, e li ha scaraventati di qui e di là provocando molto dolore e pena, sofferenza e perdita di speranza. Periodi in cui gli uomini non sono stati all’altezza del proprio potenziale adattativo, in cui le menti si sono spente o smarrite. Periodi adatti ai barbari.

cop (4)La filosofia politica, come qualsiasi altra parte della riflessione umana, ha due strati: quello che sembra senza tempo, quello delle categorie base e quello dell’attualità, delle categorie in atto nello specifico spazio-tempo contemporaneo. Per la gran parte, il pensiero di oggi è concentrato sullo specifico spazio-tempo contemporaneo. Forse dovrebbe tornare a dedicarsi anche allo strato più concettuale, quello che quasi interamente compreso nella Politica di Aristotele, il governo dell’Uno, dei Pochi e dei Molti. Tornarci con tutto l’arricchimento dei secoli trascorsi e delle conoscenze che oggi abbiamo sulla cremastica (o sull’oikonomia), sul valore delle Costituzioni, sulla natura e su i rapporti tra comunità e cosmo, sul senso dei contratti sociali, sul realismo e sull’idealismo financo utopico, sul senso individuale dell’uomo impegnato nel gestire la difficile relazione tra la propria individualità e la necessaria socialità. La stanca democrazia occidentale e l’altrettanto stanca utopia comunista non saranno ciò che ci accompagnerà nei nuovi tempi, tanto vale metterle a patrimonio e dedicarci a qualcosa che ancora non abbiamo chiaro, ma che sappiamo necessario.

Rimanere inerti come foglie accartocciate o alzare vele di pensiero per sfruttare il vento e farci portare dove si sta meglio, dipenderà da noi. Il futuro non è scritto ma per scriverlo occorre imbracciare le penne, collegarle alle menti e collegare le menti in reciproco dialogo, altrimenti si scriverà da solo. Ed è quasi certo che la parte che prevede per noi, non ci piacerà.

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Informazioni su pierluigi fagan

59 anni, sposato con: http://artforhousewives.wordpress.com/, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore per 22 anni. Da più di tredici anni ritirato a confuciana "vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente. Il tema del blog è la complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore.
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