IL BUCO NERO DELL’ISLAM. (1/2)

Lo studio è diviso in due parti, una storico-ideologica, l’altra proietta le questioni storiche sulle vicende contemporanee.

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PARTE PRIMA: Ermeneutica e potere ovvero chi interpreta cosa.

L’Islam è quella parte di mondo che si riconosce nella religione musulmana (1,5 miliardi di individui, in crescita) ma i diversi complessi culturali interpretano diversamente questo fatto a seconda della loro geografia e del retaggio storico che gli appartiene. Abbiamo così l’Islam indonesiano, quello afgano-pakistano, quello centro-asiatico e turco, quello iranico, quello arabo mediorientale-egiziano a sua volta divisibile in almeno quattro tradizioni, quello arabo nord-africano (Maghreb), quello medio-africano (Sahel). Tutto però parte da un fatto collegato ad un testo ed il fatto (la predicazione del profeta Maometto) ed il testo (il Corano che ricordiamo è parola diretta di Dio, trasferita al medium  Maometto dal messaggero che è l’Arcangelo Gabriele) hanno una ben precisa radice storica. Questa è la cultura seminomade delle tribù del deserto che si concentravano periodicamente lì dove oggi c’è l’Arabia Saudita ed in particolare la sua parte occidentale che si affaccia sul Mar Rosso,l’Hijaz. Il senso storico di quanto avvenne con Maometto, fu la creazione di un Uno (l’Umma, la comunità dei musulmani) ad unire la molteplicità irriducibile delle configurazioni clanico-tribali, attraverso l’adozione comune di un ordinatore religioso di stampo strettamente monoteistico . La dialettica tra unità e concorrenza inter-tribale segna la fondazione dell’Islam e si perpetuerà nei secoli come oscillazione tra i due poli, sino ai giorni nostri. L’Islam è quindi una religione geo-storicamente determinata anche se, come tutte le grandi religioni, ha aspirazioni universali.

L’intera struttura della relazione tra il concetto del Corano e le genti che vi hanno fatto riferimento, si può individuare nella dialettica non componibile tra l’Uno ed il Molteplice. Dialettica non componibile significa perenne oscillazione tra i due poli dialettici, l’andare e venire di forme unificanti e dividenti, singolari e plurali, semplificate e complesse. Questa dialettica non è stata fino ad oggi composta anche se non è detto non lo possa essere in futuro.

ALLAH-islam-25006535-1600-1200L’Uno è il nocciolo del concetto monoteista. Il monoteismo -in generale- nasce all’intersezione di due movimenti. Il primo era quello che intendeva superare la frammentarietà delle tribù stanziali-semistanziali-seminomadi e nomadi che cioè tendeva a coagulare le molteplicità delle entità territoriali probabilmente per via di una raggiunta densità demografica che poneva il serio problema del fare massa di piccoli nuclei di genti altrimenti divisi gli uni da gli altri. Questo “fare massa” aveva a sua volta due ragioni, sia quella dell’evitare che le differenze sfociassero in aperto e continuo conflitto, quindi disordine, sia quella di seguire una certa escalation delle dimensioni che portava i popoli a farsi guerra l’un l’altro ed a prevalere proprio in funzione della massa relativa. Il secondo movimento era quello che doveva gerarchicizzare insiemi sociali sempre più grandi. In questo caso l’Uno è “il primo”, il “più importante” e spesso emerge lentamente da un lavoro di semplificazione gerarchica che si registra tanto nella società mondana (la figura dal “capo” che diventa sempre più unica, fissa ed in cima alla gerarchia sociale di una società sempre più grande e complessa. Capi anticamente eletti da consigli e successivamente derivati per discendenza, in molti casi anche “divina”), quanto nelle credenze. Nel zoroastrismo come nel  caso egiziano di Amenhotep IV-Akhenaton (atonismo), l’Uno emerge da precedenti condomini, poli-tetra-tria e diarchie che si ordinano e semplificano allungandosi verso l’alto al cui culmine si pone l’Uno, il Massimo, il Principio, l’Unico, l’Ordinatore. I monoteismi canonici compiranno la seconda parte del tragitto, tagliando ogni relazione tra l’Uno ed il sottostante da cui proviene. In pratica è una progressiva transizione dal politeismo al monoteismo via enoteismo[i] secondo la definizione di Max Müller. Questi due movimenti, la riduzione ad Uno, teologica e quella sociale, dovrebbero essersi manifestati più o meno in sincronia, dai 6 ai 4mila anni fa, a partire dalle regioni bagnate dai grandi fiumi mesopotamici e da lì, diffusisi in una più ampia regione.

SPECIAL-REPORT-GENOGRAPHYNon è quindi un caso che il monoteismo, compaia nell’areale che va dal Nilo e poco dopo il Tigri e l’Eufrate, lì dove la presenza umana è più antica. E’ assai probabile che le varie wave dell’out of Africa (il movimento di costante migrazione che portò fuori dell’Africa, che segnò sia la migrazione dell’erectus, sia quella del sapiens-sapiens) ebbe questa zona, quella mesopotamica, come terminale. Ci sono anche teorie che dicono che la penisola araba fosse in realtà una sorta di paradiso terrestre (del resto tutto quel petrolio dice che in precedenza, la superficie era piena di carbonio vegetale e/o animale) e che solo in seguito andò dissecandosi , motivando le prime popolazioni out of Africa a spostarsi verso la Mesopotamia.  Più antico significa anche stratificazione temporale di tante e diverse genti perché nell’area mesopotamica si viveva meglio (acqua, clima) e quindi si formarono precocemente società di massa da ordinare. Altresì, non v’è dubbio che in quel catino si sia storicamente concentrata la più ampia varietà etnica mai altrove registrata[ii].

A questo polo unificante dell’Uno, si contrappone sistematicamente la dispersione nel Molteplice. Così il popolo ebraico racconta di sé di esser stato unificato dal suo Dio-Uno che stringe con loro (ma è una probabile metafora del fatto che essi strinsero “tra” loro) la fatidica alleanza delle dodici tribù di cui la Torah provvede a fornire una retrostante genealogia unificante poiché discendente da uno stesso Uno abramitico. 3-religioni-monoLa fissazione delle genealogie e la ricostruzione ex-post di genealogie comuni che si ritrova anche nel Corano è proprio di culture che provengono da organizzazioni nucleari famigliari, poi claniche, poi tribali. Quando dalla molteplicità si vuole passare all’unità, si “scoprono” discendenti comuni. A questo movimento alla sintesi, seguono poi successivamente movimenti ad allagare. Di nuovo con Gesù Cristo si tenta di ricucire il senso di unità e di nuovo il cristianesimo diventerà la storia di una dottrina circondata da deviazioni eretiche (che per la verità sorsero quasi immediatamente dopo Cristo in quel inestricabile calderone di culti che mischiavano caldei, siriani, alessandrini greci ed egiziani, gnostici, mazdei etc.) e dalle contrapposizioni tra cattolici, ortodossi, protestanti e successive speciazioni. Così per l’Islam che rimbalza dal più asciutto monoteismo concettuale, aniconico, privo di interpretazione poiché dotato di dettato divino, alle fazioni sunnite (hanafita, hanbalita,  malikita, shaf’ita, zahirita) a quelle sciite (ismailita, jafarita, zaidita) poi gli ibaiditi più o meno assimilabili alla tradizione kharigita ritenuta da sciiti e sunniti eretica mentre questi ritengono quelli apostati, la tradizione sufi e le molte altre speciazioni di speciazioni etc.  Ognuna delle scuole interpretative giuridico – spirituali islamiche (se si adotta questa discriminante, ma si può anche usare quella teologica o quella della discendenza di legittimità e si aprono altri alberi), coincide con un areale geografico, segno che la provenienza etnico-geo-storica non solo marca delle differenze ma le ha istituzionalizzate in una versione particolare di quello che dovrebbe essere un unico credo generale. Capita così che quando si legge dei perduranti frizioni e scontri ad esempio tra sciiti e sunniti si dovrebbe in realtà leggere la irriducibile frizione tra iranici ed arabi soprattutto wahhabiti (cioè sauditi). Frizioni etniche che in Occidente danno luogo ad esempio al “razzismo” mentre entro un sistema ordinato dal paradigma religioso, danno luogo a “guerre di religione” o meglio “di interpretazione”. Non a caso, H. G. Gadamer è uno dei filosofi occidentali più apprezzati da molti pensatori arabi contemporanei.

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by Wikipedia

L’Islam è un sistema la cui costituzione originaria ne determina le condizioni di possibilità ma anche i limiti e le contraddizioni adattative al mondo di oggi e domani. La definizione del sistema è religioso-culturale, non storico-politica o filosofico-culturale. L’Islam è il sistema che si riferisce alla predicazione di un profeta (Maometto), ad un libro divino (il Corano), alla trasmissione della tradizione iniziale (Sunna[iii]) che insieme fanno la legge del sistema (shari’a). L’origine è etnicamente araba ma nel mondo islamico contemporaneo la componete araba è solo il 15-20% e tendenzialmente, in virtù della forte espansione potenziale (Sud-est asiatico, Cina Africa), diminuirà ulteriormente. Questa rappresenta una prima, forte, tensione difficilmente componibile stante l’attuale situazione culturale e politica dell’aggregato islamico. La radice del sistema è di millequattrocento anni fa, è piantata in una zona specifica della terra araba e nella dimensione tribale di quelle genti. Ma la pianta islamica è oggi molto più grande della sua radice e viepiù lo sarà. Essa ombreggia un sempre più vasto territorio che include numerose e diverse etnie e variegate culture sempre più afro-asiatiche e fa i difficili conti con una contemporaneità che è dominata da un concetto storico di modernità nato in Occidente (in altra pianta con tutt’altre radici) che amalgama, anche contraddittoriamente, elementi di diversa natura quale lo stato-nazione, l’economia internazionalizzata se non globalizzata, la tecnoscienza, la libertà individuale (per quanto problematicamente definita). Una tensione basilare nelle comparazioni (spesso fatte da menti confuse dal noto errore delle pere e delle mele) tra occidentali e musulmani  proviene dalla differenza sostanziale tra unità base dei due sistemi: l’individuo semmai cittadino, anticamente di poleis oggi di stati con popoli (nazione) per l’Occidente; la famiglia-clan-tribù per l’Islam arabo, ma anche africano e spesso orientale.

3515e6cb227952a82f2e395207ad00c1La definizione religiosa non sarebbe di per sé un problema, anzi sarebbe una forza. Non v’è dubbio che le religioni, soprattutto se spogliate delle vicende storiche delle loro attualizzazioni ed evoluzioni storico-politiche-istituzionali, hanno una forte componete di universalità. Non vi è altra forma di pensiero umano che trovi adesioni in spazi così disparati come quelli che sono sussunti in un buddismo che include versioni indiane – tibetane – cinesi – giapponesi -newyorkesi (a dire delle élite occidentali che vi si riconoscono); in un cristianesimo che spazia dalle Americhe all’Asia o nell’Islam afro-arabo-turco-asiatico e non vi è altra forma culturale di massa le cui origini siano così antiche nel tempo risalendo ai più di duemilacinquecento-millecinquecento anni fa. Questa resiliente estensione spazio-temporale dice che queste religioni intercettano problemi ed aspirazioni umane profonde, facenti parte di un nucleo dell’essere umano che forse non è del tutto a-storico ma che si muove con una lentezza tale da sembrarlo, a noi che lo scansioniamo con la misura standard della storia conosciuta (scritta), cioè dei tremila anni, se non meno.

Ma ci sono differenze nella struttura fine del sistema islamico che, comparate con quelle delle altre religioni inter-etniche (quindi ad eccezione dell’ebraismo che rimane una religione etnica), danno conto di un problema, il problema dell’adattamento al divenire della complessità che cresce nel tempo. La prima di queste differenze è nella natura divina del testo sacro. Divino è in un certo senso anche l’Antico Testamento ma è incluso nel suo testo il fatto che sia una (molteplice nello spazio e nel tempo) trascrizione umana, lo è anche il Nuovo  ma è notorio il fatto che sia opera di apostoli, klimt_l-albero-della-vitaoltretutto scriventi qualche decennio dopo i fatti che narrano, lo è l’insegnamento del Buddha che anzi ha già dall’inizio uno statuto più etico-filosofico che non teologico (così come il confucianesimo ed il taosimo), lo sono le Upanishad dell’induismo che però già nella loro intricata, stratificata e molteplice forma e nella stessa loro origine da un precedente strato vedico (nato plurale già nella collezione dei quattro libri che lo compongono) si dispongono in favore della pluralità. Ma il Corano è “divino” in un senso più puro perché è parola di Dio dettata dal tramite dell’Arcangelo Gabriele e solo memorizzata da Maometto e stenografata in seguito. La tradizione insiste addirittura nel ritenere che Maometto fosse analfabeta proprio per significare che neanche volendo, il tramite umano, avrebbe potuto alterarne il senso e significato. Esso va quindi preso così com’è, letteralmente. Ed ancora, essendo parola di Dio espressa in quel modo (in arabo) non può esser tradotta, bisogna imparare l’arabo e così facendo assimilarne la logica, quindi il succo culturale. Esiste quindi un problema di identità tra radice araba e chioma islamica che crea tensione tra l’Uno ed il Molteplice ed esiste una tensione storica tra la complessità dell’oggi e quella ben minore dell’Hijaz (l’area originaria di Mecca e Medina) del VII° secolo.

In Occidente, l’armeneutica filosofica nasce piuttosto tardi (XVIII° secolo, prima di Kant) come adozione di una pratica culturale osservata in ambito teologico e lì praticata sin dalla nascita di qualsivoglia specifica religione. Il clero o i saggi interpreti nascono assieme ai testi a cui fanno riferimento (spesso li creano, come nel caso ebraico e non solo) e la loro funzione è quella compensazione tra l’astratta genericità (che ne fa l’universalità) dei testi “sacri” e la loro decifrazione o attualizzazione nei casi specifici che son sempre un po’ difformi dalla disposizione scritta. Questa intermediazione interpretativa è luogo di potere. Questa camera di compensazione, nell’Islam, è assai problematica, perché la parola originaria è intoccabile e  non esiste un clero propriamente detto. Nei fatti però, una ermeneutica islamica esiste ed è anche assai articolata.

PAPA 313 islam nel mondo

by Limes

Molti studiosi hanno sottolineato il fatto proponendo la categoria plurale “gli” Islam che alla nostra superficiale conoscenza, rimangono sconosciuti in sé e come fenomeno generale. Il tutto si sviluppa in assenza di una autorità piramidale, che è la  condizione migliore per favorire la molteplicità dell’ interpretazione. Questa mancanza di istituzionalità e di una autorità generale del credo, diventa una splendida occasione di differenziazione in cui si realizzano sia diverse forme di interpretazione che diventano poi bandiere di altrettanti atteggiamenti religioso-politco-culturali, sia ragione di divisioni che sovrapponendosi a quelle etnico-culturali proprie delle varie zone del mondo islamico, creano una molteplicità impegnata in un dialogo a volte anche aspro. Poiché la teologia speculativa (kalam) era ciò che più assomigliava ad un pluralismo fondamentale poiché afferente al cuore del messaggio religioso, essa è stata presto bloccata. Il pluralismo si è allora impossessato della zona più naturalmente molteplice ovvero l’interpretazione delle norme giuridico-spirituali: cosa è giusto fare per esser un buon musulmano nelle mille occasioni che la vita individuale e sociale incontra nel suo sviluppo.

La molteplicità parte dai testi poiché è dai testi che si trae la legge, la shari’a. Il testo dei testi è senz’altro il Corano ma il Corano a sua volta ha una prima parte che è relativa al periodo meccano del Profeta ed una seconda parte che è relativa al periodo medinese. La prima parte è più universale ed ispirata, più poetica, parla ai cuori come si conviene ad una predicazione per cui pochi parlano ai molti per attrarli e convincerli. KoranQuesta poeticità è a sua volta un problema poiché si basa su una lingua orale molto sofisticata ma a cui cominciava a corrispondere una lingua scritta non altrettanto sofisticata. Essa è anche irrimediabilmente  più generica, cosa che invece non è la seconda, quella medinese, genericità che però ne fa anche l’universalità. Ma a sua volta, se la parte medinese è già “operativa” riguardando una comunità già formata, che amministra un territorio e si confronta con i problemi politico-giuridici concreti e con la relazione esterna (guerra, pace, trattati, convivenza con altre etnie/credenze, commerci etc.) ci si può domandare se essa è universale (come poi vedremo crede la scuola hanbalita) o particolare, se ciò vale nella sua integralità  per “quel” contesto che come tutti i contesti è relativo a precise condizioni geo-storiche. Si ricorre allora alla Sunna che è “tradizione e consuetudine”. Qui abbiamo parole ed atti del Profeta, ma anche parole ed atti dei suoi Compagni che certo beneficiarono della sua vicinanza ma che non erano i prescelti da Dio e quindi erano più fallibili. Inoltre con la Sunna si passa dalla parola di Dio a quella umana ed infatti ve ne sono state diverse versioni con diatribe infinite sull’originalità dei contenuti.  Alcuni (non tutti) allora seguono anche l’Ijma che è il consenso comune dei principali giurisperiti, ovvero le interpretazioni consensuali rispetto a norme che non sono chiaramente espresse nel corpo principale (Corano+Sunna=shari’a), con alcuni degli alcuni che si spingono fino a prospettar possibile una sorta di ragionamento per analogia, trasferendo validità tra disposizioni certe a quelle incerte, in base ad un criterio di similarità che però è assai poco oggettivo di sua natura. Ne vengono fuori almeno otto scuole giuridiche ammesse (ma ammesse secondo un giudizio non da tutti riconosciuto), di cui cinque (chi dice quattro) sunnite, due sciite ed una kharigita. Da alcuni studiosi, l’intera faccenda è suddivisa tra coloro che si attengono solo alle scritture e color che in vari modi, prospettano qualcosa oltre a queste o quantomeno una attenta interpretazione. slide_10

L’intero movimento interpretativo proviene da una prima fase molto plurale, al limite del caotico, poi col consolidarsi di poteri politici califfali si assiste ad una condensazione in filoni precisi ed un mutuo consenso a ritenere, da un certo punto in poi, chiusa l’innovazione interpretativa, similmente a ciò che successe nei rapporti tra teologia e filosofia e nella teologia speculativa stessa. Si assiste cioè ad uno stesso movimento che dall’Uno si apre al Molteplice ma quando questo diventa eccessivo, ha un rimbalzo violento a chiudere, a tornare al fondamento, alla certezza, all’Uno. Ciononostante, il movimento interpretativo spinge di nuovo ad aprirsi e viepiù ciò si manifesta quanto più si amplia la complessità dell’Islam, complessità delle realtà geo-storiche e complessità crescente della contemporaneità a cui siamo tutti sottoposti.

Cartina_muta_mondoDelle otto scuole, cinque sono sunnite e quindi relative a, chi dice l’80%, chi dice il 90% del totale islamico, l’ultima di esse in ordine temporale fu proprio una “scuola del rimbalzo”, gli hanbaliti, che si connota come ultra-ortodossa. In specie, essa vieta l’intromissione della ragione umana ed interpretativa, richiamandosi alla “lettera” della shari’a stretta (Corano + Sunna) e contraria ad ogni intellettualismo, financo teologico (nemici giurati sono i sufi e gli sciiti che hanno una teologia molto elaborata, a volte anche prospettante un livello esoterico ed uno essoterico). La stessa dinamica si può osservare nei sempre problematici rapporti che vi furono tra kalam ovvero la teologia speculativa e la falsafa, la filosofia propriamente detta (per quanto la filosofia araba procede quasi sempre entro i confini dettati dalla rivelazione e non è quasi mai in dichiarata opposizione). Dopo la lunga stagione di apertura che va da al-Kindi, al-Farabi, Ibn Bajjah, Ibn Tufail, Avicenna ed Averroè, anche lì c’è il rimbalzo, la chiusura di al-Ghazali (morto nel 1111).

Ibn_Saud_1945

Ibn Saud 1945

Un hanbalita del XVIII° secolo, fu il fondatore della interpretazione wahhabita che strinse un sodalizio di ferro con un membro della famiglia Sa’ud, i cui discendenti sono oggi al potere in Arabia Saudita. Sintetizzava il suo pensiero sull’Islam con “Una legge, una autorità, una moschea”. L’interpretazione wahhabita è quell’Uno più certo e semplice, l’Uno puro.

Di questo ambito fanno anche parte i salafiti (stimati come 3% del mondo islamico, ma forse anche meno) al cui interno si riproduce la pluralità che divide coloro che tali si definiscono solo come ispirazione religioso-giuridica di stampo tradizionale e coloro che da ciò traggono conseguenze politiche ed operative anche in termini di jiahd, per alcuni rivolta più all’esterno, ai nemici storici, gli infedeli; per altri più rivolta all’interno dello stesso Islam. Connessa a questi filoni, la posizione invero più specifica dei Fratelli Musulmani (a cui è collegato Hamas),  che nasce nel XX° secolo in Egitto ed innova in senso sociale in quanto parte dal basso della gente comune e non dalle élite (la cultura tradizionale arabo-islamica è tendenzialmente elitista e gerarchica). hijazLa specifica wahhabita è solo una parte dell’hanbalismo e molti di questi non riconoscono le successive derivazioni salafite, così come i wahhabiti non approvano i Fratelli Musulmani, il movimento al molteplice si riproduce anche all’interno delle stesse scuole, anche perché -com’è noto- c’è sempre qualcuno più puro del più puro. Sta di fatto però che questa parte di hanbaliti, sono arabi puri e l’areale della tradizione è propriamente l’Arabia Saudita (il Qatar oggi appoggia di più i Fratelli Musulmani e parte dei salafiti). Arabia Saudita che è la definizione moderna, stato-nazionale, della patria del Profeta, della rivelazione coranica, il luogo in cui si sono dette le cose e compiuti gli atti che costituiscono la Sunna, in cui c’è Mecca e Medina, quella che una volta era l’Hijaz, l’origine dell’albero islamico ed anche il luogo in cui ci sono le più vaste riserve di petrolio.

L’ Arabia Saudita è dunque la patria dell’Uno islamico tradizionale da cui si osserva il Molteplice islamico storico e contemporaneo, come un problema.

(continua qui)

sermone

[i] Il politeismo -in generale- corrisponde ad un periodo in cui le tribù-clan si federavano o anche solo, si collegavano in una rete di pratiche e scambi che insistevano su uno stesso territorio. L’enoteismo (eno=uno, teo=dio, “un” dio) corrispose ad un periodo successivo in cui si formarono gli antecedenti dei popoli. Mettendosi assieme diversi clan-tribù, c’erano ovviamente molti dei e piano piano si formò l’esigenza di una gerarchia per ordinare il significato attribuendolo ad un significante e così, “un” dio, venne elevato inter pares, magari retrodatando una comune origine come nei Veda. L’enoteismo passò alla monolatria prima di diventare  monoteismo. Nel tempo le divinità “altre” divennero inferiori, poi estranee, poi nemiche e s’impose il monoteismo (mono=solo teo=dio, un solo dio). Si compiva parallelamente la piena fusione clanico-tribale nel nuovo popolo. In questa fase che è quella dei monoteismi ad esempio ebraico e poi musulmano, il problema specifico, il problema primo era espellere ogni residua traccia di particolarismo riflesso in uno o più dei minori. Per gli ebrei ad esempio, è nell’esilio babilonese, quindi piuttosto tardi, infatti, che si forma l’esigenza di premettere alle altre disposizioni (nei “comandamenti”, il primo è stato l’ultimo ad essere concepito), l’essere il tuo dio, l’ordinare l’esclusività, il vietare ogni icona e l’idolatria (molto diffusa in precedenza), conseguentemente il vietare il pregare e l’idolatrare questi feticci, ricordando che Egli è un dio rancoroso in grado  di punire i colpevoli fino alla terza-quarta generazione. Questa disposizione premette ogni altra ed è quindi, ai tempi, sentita come la più discriminante ed urgente. Il percorso di sintesi dal molto all’uno, si verifica sistematicamente. In Egitto Akhenaton stabilisce un monoteismo centrato su Aton su un precente (poi ripristinato successivamente) enotesimo centrato su Amun-Ra. Nei greci-romani nel periodo classico e sulla scorta del platonismo del Timeo (neo-platonismo), Zeus-Giove assume progressivamente il ruolo di dominus. L’induismo è monistico, monoteistico-enoteistico come geometria teosofica sormontate un politeismo naturalistico e nel Rg Veda (il più antico libro sacro che ci è pervenuto dal passato dell’umanità) il famoso Nasadiya sukta (129:10) presenta l’origine del tutto e di tutti (dèi successivi compresi) dall’Uno. I cristiani hanno angeli, arcangeli, varie versioni della madonna, demoni, santi ed addirittura una trinità al vertice (i protestanti sono più asciutti e rigorosi e nel loro accesso individuale alla scrittura sono simili ai salafiti). Gli Gnostici ed i Mormoni sono enoteisti e i testimoni di Geova enoteisti monolatrici. Gli ebrei son coloro che più duramente e per primi hanno lottato per la riduzione del molteplice (le dodici tribù e la proliferazione divina) ad uno (il popolo di dio, l’eletto dall’Uno). I musulmani sono molto simili a gli ebrei. Anche loro provengono da un enoteismo tribale (Allah era uno divinità enoteista prima di diventare “mono”) ed anche loro si fondano come popolo (Islam = sottomissione) facendo del precedente Allah pre-islamico enoteista, il dio unico il cui concetto di unicità è detto primo dei cinque pilastri della fede, la discriminante. Lo “shirk” (associazionismo, la non esclusività, il politeismo in pratica) è ritenuto da molti musulmani (ad esempio nella scuola hanbalita ed in quella wahhabita e poi in quella salafita), il peccato in assoluto più grave. Qui la struttura Uno-Molteplice è tutta sbilanciata in favore dell’Uno poiché il senso storico della religione che discende da Maometto è proprio quella di unire le rissose e vendicative molteplici tribù e clan concorrenti. La vigilanza sull’ortodossia monoteistica musulmana è quindi assoluta perché è questo il nocciolo della sua struttura storica, della sua ragione originaria.

[ii] Si possono contare popoli provenienti dall’altipiano iranico, dal Caucaso, dall’entroterra euro-asiatico (turchici e centro asiatici vari), di origine indoeuropea, berberi, abissini-centro africani e naturalmente i vari strati semitici (da cui Cam, Sem e Jefet e le 70 nazioni della tradizione degli antichi libri ebraici).

[iii] La Sunna era la legge delle tradizioni già in periodo pre-islamico, quando i clan tribali erano gestiti dagli anziani che eleggevano un capo coordinatore: lo sceicco. Il potere piramidale che riporta ad Uno e che gestisce l’ordine del sistema è quindi una struttura molto antica, più antica dell’Islam stesso. Essere “sunnita” per conseguenza, è essere fedele a questo tipo di struttura, anche se il termine ha poi assunto altri significati in conseguenza dello sviluppo storico.

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Informazioni su pierluigi fagan

59 anni, sposato con: http://artforhousewives.wordpress.com/, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore per 22 anni. Da più di tredici anni ritirato a confuciana "vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente. Il tema del blog è la complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore.
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5 risposte a IL BUCO NERO DELL’ISLAM. (1/2)

  1. L’ha ribloggato su Busecae ha commentato:
    Molto molto interessante: consiglio a tutti la lettura, anche se è un po’ lungo.

  2. Pingback: IL BUCO NERO DELL’ISLAM | Reologia Sociale

  3. Pingback: Quattro brevi punti più uno che è utile considerare quando discutete del problema islamico - l'interferenza

  4. alfio ha detto:

    mi permetta alcune precisazioni.
    intanto non e’ vero che il corano non e’ tradotto , io stesso sono in possesso di un corano
    nella sua versione turca, la struttura editoriale del corano e’ tale per cui la parte centrale della
    singola pagina contiene il testo arabo, al cui lato destro e sinistro e’ trascritta la traduzione in turco.
    la cosa e’ ovviamente intenzionale, come a dire che la traduzione ha solo un valore esemplificativo
    e di commento ma non ha la stessa leggittimita od autenticita’ del testo arabo. rimane pero’il
    fatto che e’ comunque una traduzione , forse in cio’ simile al targumim relativamente all’ebraismo.
    d’altra parte anche il talmud e’ inserito all’ interno dei testi biblici come un commento, ovviamente
    la similitudine e’ solo nel metodo e non nel significato o nel contenuto.

    il corano e’ poi nell’islam come gesu cristo nel cristianesimo, e’ cioe’ segno appunto ed e’ per
    questo che e’ considerato inimitabile e intraducibile, per i musulmani il corano e’ ‘ corpo’
    ed in questa ottica va intesa la sua unicità ed intoccabilita’.

    • pierluigi fagan ha detto:

      Grazie dell’intervento. Ovviamente il Corano è tradotto (altrimenti non avrei potuto leggerlo). Nel testo si parlava di prescrizione della parola originaria ma le prescrizioni sono fatte per esser trasgredite. Prendo atto della sua interpretazione del Corano come “corpo”, segno. A mio avviso, quello che lo distingue da altre scritture è che il Corano, s’intende parola di Dio trascritta, non racconto di profeta che ha in oggetto cose dette da Dio o suoi atti. In tal senso, la traduzione sarebbe come si dice oggi, un tradimento. Sarebbe poi interessante anche riflettere sul fatto che fintanto Muhammad in vita, la tradizione rimase rigorosamente orale, forse c’era un motivo per non darne versione scritta. Interessante sarebbe anche approfondire quanto la versione realizzata dal terzo califfo, fosse conforme alla tradizione orale e sopratutto il mai spiegato ordine di composizione.

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