ERACLITO. Il Logos della complessità.

“...ogni grande cosa può avere solo una grande inizio.”

M. Heidegger

La decifrazione del pensiero di Eraclito è avversata da quattro fattori. Il primo e più evidente è che il pensiero di Eraclito ci è pervenuto come collezione incoerente di 126 piccoli frammenti, alcuni dei quali riferiscono più volte lo stesso concetto. Non sappiamo se questi “frammenti” riproducono un pensiero presentato già in questa forma o se sono da intendersi come citazioni che hanno frammentato un testo più complesso. Il secondo è che pare possibile che Eraclito avesse oltre che intenti affermativi, anche intenti polemici. Qualche volta si può intuire il bersaglio di queste polemiche, ma molte volte, in totale assenza di riferimenti a lui coevi, no. Anche quando si possono intuire non è poi detto che la nostra intuizione sia corretta. Hendrik_ter_Brugghen_-_HeraclitusIl terzo è che si riferisce che il suo stile espressivo fosse volutamente “oracolare”, lo stile della sapienza antica che aveva a Delfi il  centro riconosciuto da tutti i greci. Questo gli ha meritato l’appellativo di “oscuro” da parte anche di Aristotele che di per sé non fu certo esempio di lineare chiarezza espositiva. Il quarto fattore è che i poveri 126 frammenti sono circondati da varie interpretazioni a cui si ricorre proprio per farsi una  idea più tridimensionale che contestualizzi quel poco che si legge come “suo”. Tale varietà delle interpretazioni è davvero sconcertante. Poiché i frammenti ci sono riferiti da  filosofi e dossografi successivi ( con quindi una mentalità metafisica che presenta un pensiero che ancora non lo era), la stessa scelta che questi hanno operato di cogliere alcuni pensieri e non altri, fu una interpretazione. Inoltre, per lo più non sappiamo se a loro volta questi filosofi abbiano avuto accesso diretto al testo completo o se operarono selezioni di selezioni. Infine, se non hanno avuto accesso diretto è da domandarsi se ciò che hanno riportato è trascrizione fedele o meno della formulazione originaria. Perdita di risoluzione nelle traduzioni   tra dialettico ionico e greco classico e tra greco classico e le nostre lingue contemporanee,  se possibile, peggiorano  le cose. Questo quarto fattore retroagendo su una materia linguistica che nacque già forse in forma aforistico-oracolare e di cui ci sono riferite frasi fuori contesto, spesso di non più una riga, crea una serie di invitanti dilemmi interpretativi la cui soluzione rimarrà per sempre aperta.

Fatte le debite denunce di relativizzazione, sceglieremo come criterio interpretativo la conferma olistica ovvero laddove un concetto e la sua presentazione, ricorre più volte simile a se stesso, nei 126 frammenti. Questi concetti ricorrenti dovranno poi senz’altro non contraddirsi tra loro ma anche rendersi disponibili per una messa in relazione, come parti di un tutto che possa proporsi come “il punto di vista centrale di Eraclito”. Rimarremo quindi ad una certa distanza dagli enunciati cercando di considerarli a grana grossa ed evitando di cercar di estrarre un intero mondo da una frase il cui senso immediato è traballante. Per questo motivo si sono ridotte al minimo le citazioni dirette dei frammenti.

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La caratterizzazione più certa che sembra si possa fare dell’opera di Eraclito, che pare s’intitolasse “Sulla Natura” (tema molto in voga pare fosse anche il titolo dell’opera di Anassimandro, Parmenide ed altri ), ovvero sul Tutto, è che essa tratta primariamente del Logos, termine introdotto pare proprio da Eraclito.  Del Logos si danno due/tre significati che nella nostra cultura sono separati mentre in quella del tempo, erano consustanziali: 1) legge dell’essere e del divenire di tutto ciò che è; 2) dottrina riferita a questa legge, sia quanto a struttura del pensiero che tenta di coglierla, sia quanto a formulazione discorsiva. La tesi centrale di Eraclito è che:

questo Logos è Uno, però a gli uomini appare e gli uomini lo pensano, come contrapposizioni di parti e da singoli punti di vista. Ne consegue una certa relatività nelle concezioni umane.

Uno: [ DK 1,2,32,41,57,72,89,103] “Ascoltando non me, ma il logos, è saggio convenire che tutto è uno” recita il frammento 50 così come lo stesso tema è variamente esposto negli altri premessi. Di questo Logos, Eraclito pensa esso sia armonia (8,51) sempre di fronte a noi (16,72) eppure di una qualità armonica nascosta (54,123), autorganizzato (41). Quest’ultimo frammento sul “tutto è governato attraverso tutto” che porta l’Uno-Logos ad autogovernarsi ci introduce alle parti che Eraclito non nega di per sé, ma di cui nega l’esistenza autonoma. Anche la loro contrapposizione se da una parte crea la dinamica interna dell’Uno, dall’altra   andrebbe ricondotta ad un livello di logica superiore, quello del Logos appunto.

Parti: Secondo il nostro, gli uomini non comprendono il Logos perché vedono la parte ma non ciò di cui la parte è parte. Così nascono coppie di antinomie fittizie [8,10,32,48,49,,51,57,59,88] poiché osservate nel particolare e non nel generale che le armonizza appunto nel Logos-Uno [1]. Questa cecità, condanna l’uomo al sogno o al sonno, anche quando ritiene di esser sveglio [1,17,21,26,34,72,73,89] ed a ritenere il singolo punto di vista il punto di vista generale [1,2,47]. Interessante notare che, secondo questa possibile interpretazione, sarebbe l’uomo a vedere dicotomie e quindi a determinarle in quanto tali. Ciò non contraddice di per sé il successivo principio di non contraddizione come molti hanno inferito. Contraddice la sua applicazione “a casaccio” (47). Da tutto ciò discenderebbe il relativismo che connota le concezioni umane.

Relatività: [1,2,41,46,49,60,72] Tutte le esposizioni dicotomiche , se ritenute vere ed essenziali in uno dei due componenti, falliscono irrimediabilmente la comprensione dell’Uno e quindi diventano posizioni e verità relative. Ma alcuni frammenti sono anche più diretti, come quelli che usano il mondo animale [4,9,61,79,82,83,102] come possibile altro punto di vista su cui fondare (e condizionare) la comprensione. Lo stesso meccanismo lo troviamo nella celebre denuncia delle concezioni antropomorfe della divinità in Senofane, la cui logica è la stessa del frammento 7, Se tutte le cose diventassero fumo, sarebbero i nasi a discernerle. I frammenti 71 e 111 spiegano bene cosa deriva dalla opinabilità del punto di vista e dalla asimmetrica dimensione e profondità della conoscenza che si ha quando un sistema  giudica  un altro sistema.

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Passati i secoli, sembra che gli uomini si ostinino a non ascoltare il disperato Eraclito. Egli infatti è per i più conosciuto come il filosofo del “pánta rhêi”, della realtà come processo-fiume, del divenire piuttosto che del Logos-Uno-Tutto composto di parti. Il “pánta rhêi” è una espressione che non si trova in alcun frammento di Eraclito.

Divenire?:  esistono tre frammenti [49,12,91] detti “frammenti del fiume”, in cui Eraclito dice “negli stessi fiumi scendiamo e non scendiamo, siamo e non siamo, acque sempre diverse scorrono per coloro che s’immergono negli stessi fiumi e che quindi, nello stesso fiume non è possibile scendere due volte”. Qui forse si è privilegiato il concetto di fiume (Platone nel Cratilo – A, 6) che in quanto acqua che scorre alluderebbe al divenire, piuttosto che alla relazione tra noi ed il fiume. In tutti e tre, però, Eraclito ripropone il soggetto e l’oggetto e pare evidente che è il rapporto tra questi il concetto, non la metafora del “tutto scorre”. Qui  Eraclito ripropone nuovamente l’instabilità ed il condizionamento del punto di vista. Dal nostro punto di vista, il Po è quello di oggi, e di ieri ed almeno di imprevedibili cataclismi, anche di domani. Dal punto di vista del Po quale scorrere incessante di acqua, la sua sostanza è cambiata e cambia di continuo, tanto da non poter dire che noi si sia scesi due volte nella stessa identica (acqua) sostanza. Una precoce messa a fuoco della problematica nome-cosa.  Così nel frammento 6 in cui Aristotele ci dice che per Eraclito, il sole “è nuovo ogni giorno”(6), poiché era chiaro al nostro che il sole fosse fuoco (67a) e certo che il fuoco è da intendersi come un processo, quindi cangiante di per sé. profiloOra, nelle ricostruzioni dossografiche l’archè che ogni filosofo dei tempi doveva premettere a principio della sua concezione, per Eraclito si dice fosse appunto il fuoco. Ma di cosa sta parlando esattamente Eraclito, del fuoco in quanto tale o del suo significato metaforico (30,31,63 come fulmine,90,100 ed il frammento A9 di Aristotele)? Forse l’uno e l’altro ma più l’altro che l’uno, si potrebbe azzardare che il fuoco sia per Eraclito una precoce metafora dell’energia. Questo fuoco, sembrerebbe essere il principio che agita tutte le cose, che le accompagna nella trasformazione incessante (36,67,76) che fa della realtà un processo inquieto in cui essa ci appare così o colì (per coppie antinomiche, per assolutizzazione dei punti di vista invece complementari, la stessa cosa o diversa, la cosa o il suo opposto) stante invece la sua natura di Logos-Uno. Sebbene questa legge del mutamento a noi sembri inquieta e disordinante (dopo secoli e secoli di estenuante metafisica dell’Essere, ancor di più), per Eraclito essa è da prendere così com’è ed accettarla come ordine del Logos (84), un ordine che contrariamente ad interpretazioni successive che portarono l’Uno a diventare dio “non lo fece alcuno tra gli dèi o tra gli uomini” (30), “…sempre era è e sarà fuoco sempre vivente…” (la mancanza di punteggiatura è tipica di Eraclito A, 4).

E’ sintomatico che la voce –divenire– nel Dizionario di Abbagnano, bibbia del significato filosofico, discerni diversi significati, ma di questi, quello eracliteo è il primo ovvero il sinonimo di mutamento a cui è dedicato neanche una riga. Quello metafisico, essendo la metafisica fondata sull’essere e non concependo questa il mutamento se non come problema (da Parmenide in poi), si sviluppa lungo l’ampio spazio necessario a seguire le contorsioni di Aristotele prima ed Hegel poi. Divenire è  un attributo (problematico) dell’essere, per Eraclito non si trattava di divenire ma del mutamento, della dinamica interna al Logos-Uno, come l’acqua del Po penserebbe se stessa.

Zenodoto%20EfesoLa concezione eraclitea del mutamento non è escluso possa esser stata catalizzata  da una qualche forma di idea, portata da migrazioni asiatiche pervenute nei presi di Efeso che, sebbene di tradizione culturale greca, è posta al limitare occidentale dell’Asia minore (o Anatolia, o Turchia). Dai riti dionisiaci ed i misteri, alla metempsicosi, dalla filosofia dei numeri di Pitagora, alla culla forse di Esiodo e senz’altro delle narrazioni e forse della stessa vita di Omero, alla cosmologia, anche l’Uno che delizierà Pitagora, Parmenide, Platone, Plotino, Proclo, hanno tutti indelebili tracce asiatiche (mesopotamiche, indiane, cinesi?). Quelle del mutamento eracliteo sembrano venire da molto lontano, dall’ Yi Jing (il Libro dei Mutamenti) e dalla filosofia dello Yin e dello Yang, appunto “L’uno in cui mutano incessantemente i rapporti tra le sue parti” . incun-900y-i-ching-002Può certo trattarsi di una sincronia (sebbene l’Yi Jing nel suo nucleo centrale sia  anteriore ad Eraclito) ma non si dovrebbe sottovalutare la nomadicità delle idee in ere antiche. Gli uomini si incontravano e scambiavano cose e persone, affetti, interessi e giudizi ma oltre a ciò si riunivano, mangiavano, parlavano e riferivano di lontane cose. Magari seduti davanti al fuoco… (A,9) . Usando uomini, voci e parole, le idee potevano percorrere molte miglia e molto velocemente.  Se è vero quello che ci riferisce Diogene Laerzio (Vite dei filosofi, IX, 13) che il meridionale Dario, re di Persia, fu a tal punto entusiasta del libro del settentrionale Eraclito da invitarlo a trasferirsi a corte promettendogli ogni onore e gloria (che Eraclito ovviamente rifiutò essendo una sorta di eremita naturalista) e se accogliamo uno dei più noti frammenti dello stesso Eraclito “Una e la stessa è la via all’in su e all’in giù” (60. 1292753768Quella stessa “via” che è il termine occidentale con il quale, di solito, si traduce il tao), allora è ben plausibile che il libro abbia percorso il senso inverso della stessa via percorsa prima dall’idea che ne fu l’antecedente. I Greci per primi e l’Occidente tutto che riconosce nei Greci l’autofondazione culturale, il fatidico e mitico “inizio”, hanno da sempre negato questa possibile origine orientale di molte delle idee successivamente sviluppate,  ma mettendo su un piatto il peso della parte ionica nella formazione dello spirito greco e dall’altra qualche minima considerazione di geografia culturale, quanto ritenuto da Greci ed Occidentali non può che essere inteso come “rimozione”. Questa rimozione si rese necessaria per far spazio alla mitologia dell’auto-fondazione ex nihilo.

Il pensiero portante di Eraclito in forma molto densa, dopo questa analisi dell’ultimo concetto del divenire-mutamento,  diventa allora:

questo Logos è un Uno, in incessante mutamento interno. Però, sebbene ne siano parte, a gli uomini appare e gli uomini lo pensano, come  contrapposizioni di parti, staticamente e da singoli punti di vista.     Ne consegue una certa relatività nelle concezioni umane e la mancanza di comprensione della realtà ultima o intera.

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Da valutare a questo punto e prima di chiudere, l’aspetto gnoseologico. Nel frammento 36 , Clemente Alessandrino riferisce che coloro che amano la sapienza sono certamente esperti di molte cose, quello 40 di Diogene Laerzio dice che sapere molte cose non insegna ad avere intelligenza (come accadde per Esiodo, Pitagora, Senofane ed Ecateo, bersagli polemici di Eraclito come poi Omero ed Archiloco). Le due cose non sono in contraddizione. Il sapere molte cose è frutto sia dell’innata curiosità che anima i seguaci della sapienza, sia come collezione dei diversi aspetti in cui si rivela il Logos nella indagine che gli stessi conducono . Ma se questa quantità è auspicata, essa non è pero garanzia di qualità, poiché l’intelligenza, che dovrebbe operare come saggezza (41) che dovrebbe interpretare tanta quantità, non è figlia di questa collezione di fatti. Infatti, senza intelligenza, tale molteplicità non è ricondotta all’ Uno-Logos.

r3JwoAjHhL6gAbbiamo poi già detto di come il Logos, ancorché descritto e presentato esplicitamente, rimanga incredibile per gli uomini e di come in suo luogo, gli uomini si formino tanto salde, quanto inconsistenti opinioni. Queste opinioni sembrano talvolta corroborate dall’ingannevole vista (46) ma non è chiaro se qui il “vedere” stia per sensazioni o per conoscenza traviata da una precomprensione condizionante. Questa possibile prefigurazione di un “a-priori” condizionante sembrerebbe possibile se si considerano i successivi 74 e 107. Nel primo un Eraclito illuminista, dopo la censura di Esiodo, Omero e compagnia varia, sentenzia che si deve avere uno scarto rispetto a quanto ci è stato tramandato; nel secondo , le sensazioni non sono devianti in loro ma per le “anime barbare”. Altrimenti mal si comprenderebbero il 55 “Preferisco quelle cose di cui c’è vista, udito ed esperienza” che sembra un anticipato manifesto antimetafisico, concezione confermata in parte dal 67a che dichiara in anticipo una anti-cartesiana concezione correlativa di mente (anima)-corpo. Il Logos non si può che esperire con le sensazioni e tuttavia una mente mal formata (una “anima barbara“), non connetterà tale sensazioni con l’oggetto ultimo-intero.

copIn quel poco Eraclito-pensiero che abbiamo c’è poi dell’altro relativo alla concezione umana, alla sua condizione prevalente (ad Efeso nel particolare), all’anima (dove non ci è però chiaro il senso della dicotomia dell’anima umida-secca), alle forme sociali e politiche, al senso della legge e della giustizia, alla religione, lo spregio della ricchezza materiale che per Eraclito nato aristocratico, fu norma di comportamento e di vita vissuta.  La guerra (53,80) è usata come metafora delle contrapposizioni che le parti inscenano nel Logos-Uno, essa è generativa di nuove cose e il suo esito determina le gerarchie regolate anche dalla giustizia che è di nuovo ritenuta “contesa”. Si noti che Eraclito ritiene tali contrapposizioni fertili, vitali e financo necessarie, questa è la sua concezione dialettica, una dialettica che rimane aperta, non giunge a sintesi e purtuttavia è parte dell’ armonia generale pur apparendo contrasto locale (8).  Anche questi sono aspetti del Logos e tutti risentono dello scarto tra ciò che questo Logos è (per Eraclito) e ciò che gli incoscienti uomini fanno, pensano, dicono, agiscono.  Ma la nostra attenzione, volutamente, rimarrà concentrata sul solo aspetto centrale del Logos Uno-parti e sul rapporto tra questo e la conoscenza umana, questi ulteriori temi li dovremo tralasciare.

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La filosofia della complessità può ben riconoscere Eraclito tra i suoi padri fondatori, Eraclito può ben essere, per questo sistema di pensiero, per questo Logos, “il grande inizio”. Il focus della sua concezione è la doppia descrizione Uno-Parti. Non c’è una gerarchia tra queste due descrizioni, esse sono complementari in senso di dialettica ricorsiva, l’una via è la stessa dell’altra percorsa nei due possibili sensi. drago_1Comune infatti è il principio e la fine della circonferenza” (103) per Eraclito, così come l’uroboro è per molti il simbolo della ricorsività, della dialettica degli opposti, dell’autorganizzazione, dell’ autogenera-zione, delle retroazioni, del mutamento incessante, di molte concezioni che dalla profonda antichità giungono sottotraccia alla nuova concezione della complessità.  La via è il presupposto dell’interrelazione tra tutte le cose e questa interrelazione continua determina l’autogoverno, l’ordine che emerge come azioni reciproche di tutti nel Tutto. Queste interrelazioni tra poli diversi possono essere polemiche, asimmetriche, intermittenti. E’ proprio questa la legge interna del Tutto, la sua irrequietezza continua che ne è la vita, che noi percepiamo come disordine. Noi stessi siamo questo disordine, questa energia, questa vita che però pensa e sogna una realtà ordinata, noi stessi siamo questo mutamento che non riconoscendosi tale  ha lungamente indugiato nella filosofia dell’essere o nella religione ed oggi nella scienza assolutizzata.  A questo disordine complesso e vitale noi opponiamo resistenza, negazione, opinione contraria. thumbsCi trinceriamo in una serie di realismi onirici, ci confortiamo l’un l’altro condividendo opinioni inconsistenti, rimozioni, falsificazioni, calchi in gesso della realtà, semplificazioni, assolutizzazioni. Ipostatizziamo una parte e fondando il nostro Uno nel territorio limitato dei suoi angusti confini, pretendiamo di essere al riparo dal grande gioco del Logos che è indifferente ai nostri particolari destini. Non indaghiamo noi stessi (101-116) e quindi non comprendiamo il nostro “in comune” (1,2,17,41,113,114), il nostro essere parte del Tutto

La lunga storia della filosofia occidentale ha ostracizzato Eraclito lasciandolo  vagare irrequieto  per quei campi e boschi che circondano la nostra cittadella di senso.  I guardiani dell’ortodossia dell’Essere, hanno a turno lanciato la loro interpretazione per illuminare ciò che è rimasto pervicacemente “oscuro”, per normalizzare questo fenomeno fuori contesto, questa irriducibile eresia, questo testimone di una possibilmente diversa concezione del Tutto. Ora che la nostra città è in gran confusione, che le mura cadenti sembrano non proteggerci più, che i nemici sappiamo marciano per venire a riprendersi ciò che a lungo abbiamo loro lungamente tolto, ora che la riduzione dei nostri volumi economici acuisce la discordia sociale, sarebbe forse il caso far tornare l’eretico in città. Pare che quando gli Efesi effettivamente si trovarono in tale situazione, Eraclito …

…salito sul palco, prese una tazza di acqua fredda, vi versò dell’orzo, e, dopo aver mescolato con un’erba odorosa, la bevve e ridiscese, mostrando così ad essi che la città si mantiene nella concordia e nella pace con l’accontentarsi di ciò che ci capita di avere e senza aver bisogno di cose lussuose. (Plutarco in A,3b).

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9788842019336Tutte le citazioni di Eraclito son tratte dall’inestimabile lavoro di collezione  operato a suo tempo da H. Diels, nell’ultima versione editata da W. Von W. Kranz (da cui l’acronimo DK che accompagna spesso le citazioni col relativo numero e che noi omettiamo perché valida per tutte). I numeri si riferiscono tutti ovviamente alla sezione B, quelle appunto dei frammenti, tranne nei casi espressamente contrassegnati da A che sono relativi alle testimonianze scritte da terzi. L’edizione è quella classica del Giannantoni, I Presocratici, Testimonianze e frammenti, Roma-Bari, Laterza, 2004 per l’intera parte di Eraclito che va da pg. 179 a pg. 221.

   

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Informazioni su pierluigi fagan

59 anni, sposato con: http://artforhousewives.wordpress.com/, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore per 22 anni. Da più di tredici anni ritirato a confuciana "vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente. Il tema del blog è la complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore.
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2 risposte a ERACLITO. Il Logos della complessità.

  1. Alberto ha detto:

    Complimenti sinceri per questa presentazione di Eraclito, figura affascinante che ben si presta alle più disparate proiezioni proprio di chi si è poi disperso in un qualche particolare punto di vista, che è poi la condizione esistenziale tipica del ricercatore.

    Certo è che poter dire “ho indagato me stesso” a bilancio della propria vita è un privilegio per pochi, allora come oggi evidentemente.

    E’ questa dimensione esistenziale unitaria la grande assente del pensiero occidentale in linea di massima, pur con le dovute eccezioni, peraltro necessarie in certi contesti conoscitivi (ad es. in talune scienze della psiche) per ottenere risultati positivi.

    Eraclito era nobile di nascita e soprattutto di spirito, il che rende accettabile il suo disprezzo per le masse dei dormienti da svegli e svegli solo nel sonno, giudizio questo che diventa facile tentazione nella nostra realtà sociale, a riprova dell’attualità del pensiero eracliteo. Che sia una chiusura del cerchio o una semplice continuità evolutiva di lungo corso non saprei. L’auspicio e la speranza è che noi si stia vivendo una fase di rapida transizione evolutiva, verso un “salto quantico esistenziale”, che possa archiviare questa millenaria e sanguinosa “preparazione” nel segno della guerra esteriorizzata, la forma peggiore di una concezione di vita come guerra permanente, evidenziata da Eraclito. La distruzione unilaterale dell’armonia, che è invece insita nel logos.

    Del resto il messaggio dei grandi, come ad es. Gandhi, va sempre in questa direzione: “se vuoi cambiare il mondo cambia te stesso”, ma come lo si può fare senza un’autentica tensione alla conoscenza, che parte comunque da se stessi, privilegio e limite della condizione umana.

    Nella Grecia di oggi non ci aspettiamo di leggere sui templi la frase di un tempo “conosci te stesso”, ragione di più per recuperarla e chiudere una buona volta questo cerchio, che per grande che sia non ci può contenere.

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