GEOPOLITICA DELL’EUROPA.

Questo articolo è di taglio storico-politico quindi attiene all’attualità non per richiami contingenti all’Unione europea o all’euro ma perché l’Europa è un sub-continente in cui si pone il problema geopolitico in forme pressanti e decisive, problema da affrontare con una prospettiva temporale larga. 

EUROPA – EUROPE.

  1. Europa, è considerata espressione geografica ma con alcuni corollari. Il primo corollario è che anche solo “geograficamente”, Europa è un sistema impreciso avendo tre confini certi ed uno -quello orientale- incerto, per lo meno per la piana  tra fine degli Urali ed i tre bacini del Mar Nero, del Caspio e il lago d’Aral, che rimane aperta al Centro Asia. Il secondo corollario, è che la stretta vicinanza con Turchia, Medio Oriente e Nord Africa, la rendono molto sensibile alle interrelazioni con ciò che lì succede, Europa non è un sistema isolato. I due corollari, portano al terzo ovvero la constatazione che per quanto attiene alla Russia si ha a che fare con un sistema che geograficamente (anche se non demograficamente) è più asiatico che europeo. Per quanto attiene all’Europa del Sud Est, si ha a che fare con un sistema storicamente molto influito sia dalle migrazioni centro-asiatiche, sia dalla penisola anatolica (impero bizantino e poi ottomano), sia dalle divisioni determinate dalla contrapposizione est-ovest del Novecento. Per quanto attiene la Gran Bretagna, non solo questa deriva da una storia isolana (non isolata ma isolana) ma ha manifestato molta più propensione storico-culturale verso l’America del Nord che non verso l’Europa, almeno dalla fine della Guerra dei Cent’anni in poi (1453). Definito così il sistema con incertezza dei confini (più certi quelli nord-ovest, meno quelli sud-est), l’Europa è un territorio assai complesso. Dotato di penisole grandi (scandinava, iberica, italica, greco-attica) medie europa(danese) e piccole (bretone), penisole che favoriscono la speciazione di caratteri locali poiché aperte (e nel caso iberico-Pirenei ed italico-Alpi neanche così “aperte”) solo da un lato.  A ciò si aggiungono varie isole maggiori e minori. Ha poi fiumi relativamente grandi tutti di linea verticale (Senna, Mosa, Reno, Weser, Elba, Oder, Vistola, Neumas, Divina a nord, Dnester, Dnper, Don, Volga, Ural a sud est), una linea diagonale composta da Reno e Danubio che la divide in due più o meno su quello che era il limes dell’Impero romano e di nuovo, una seconda (Vistola, Dnester) che la divide da quell’est che diventa un po’ più asiatico. Poi ci sono le catene montuose, gli stretti e vari mari su cui c’è affaccio, incluso l’Atlantico.  Climaticamente, dai deserti spagnoli di famiglia nord africana, ai ghiacci norvegesi ed islandesi di famiglia polare, c’è altrettanto varietà. Tutto ciò a dire che l’Europa, ha una geografia fatta apposta per creare speciazioni, un gran numero di popolazioni con un più o meno pronunciato grado di differenza. Sarà poi la storia a dirci quanto differenti e quanto sovrapposte, stante che la geografia ne ha certo segnato i limiti di espressione.
  1. Questa “propensione” europea alla speciazione, ha generato sia il primo spazio storico in cui si è formato lo Stato-nazione, che la più ampia collezione di stati-nazione del mondo per territorio. Stato (istituzione) e nazione (popolo) sono due enti che si tende a far coincidere nel dibattito pubblico  ma così come il primo nucleo di molte nazioni europee data al IX-X secolo cioè molto prima che diventassero “Stato”, così si può immaginare uno Stato fatto di più “nazioni”, come più spesso è capitato fuori Europa. Considerando che dal punto di vista geografico per Europa s’intende anche la Russia al di qua degli Urali e considerando l’estensione territoriale che è più o meno pari per USA, Cina ed Europa, nei primi due casi abbiamo un solo Stato, nel terzo quarantacinque più quattro. Dopo la lunga fase europa_politicamedioevale che subentrò al collasso dell’Impero romano, a partire dal XIV secolo e fino al XVI secolo, si formarono in sequenza i più o meno attuali stati di: Svizzera, Francia, Inghilterra (solo molto dopo Gran Bretagna -1707 e poi Regno Unito – 1801), Portogallo e Spagna, non a caso, stati della parte geografica europea più certa, quella nord-occidentale. Gli Stati-nazione europei, nacquero non per esigenze interne ma per esigenze esterne, belliche per la precisione[1]. Gli svizzeri per difendersi dagli Asburgo[2], i francesi e gli inglesi l’un contro l’altro alla fine della Guerra dei Cent’anni, la Spagna contro i musulmani che avevano invaso l’Iberia sin dal 700, il Portogallo per differenziarsi dalla Spagna. Le vicende che porteranno a gli stati nazionali anche fuori di questa parte dell’ Europa occidentale, sono molto complesse e durano almeno fino al 1861 per l’Italia ed il 1870 per la Germania. L’Europa dell’est, tra il 1917 ed il 1993, ha registrato nove cambi di confine e quattro diversi sistemi ordinativi (impero, indipendenza, periferie dell’URSS, autonomia). Anche Norvegia (1905) e Finlandia (1917) sono nazioni giovani. La decomposizione sovietica ed jugoslava, la separazione dei cechi e degli slovacchi ed il timore si esprimano nuovi diritti di nazionalità (fiamminghi-valloni, scozzesi, catalani), dicono di quanto rimanga inquieta la geografia politica europea. Ma se ai primi del Novecento, quando si chiude gran parte del processo di formazione stato-nazionale europeo, il mondo contava 1.5 miliardi di persone, oggi siamo 7.5 miliardi, tra trenta anni saremo 10 miliardi. Cambia quindi radicalmente il contesto in cui continua a svolgersi il nastro storico europeo.
  1. Non diversamente dalle vicende storico-politiche, l’Europa è segnata da una grande varietà culturale. Quattro sono gli alfabeti usati e quattro anche i principali ceppi linguistici (lingue romanze, germaniche, slave, baltiche) mentre le prime 10 lingue (di cui una è il turco) coprono solo 2/3 di quelle parlate, per non parlare dei dialetti a -volte- non intellegibili dagli stessi connazionali. Quattro anche le principali religioni language-families(cattolica, ortodossa, protestante, islamica) ma molte di più le chiese nazionali (ad esempio anglicana, irlandese, greca, romana etc.). Diversissimi gli stili di vita tra nord-sud-est-ovest, la cultura alta come quella bassa, i miti, le tradizioni ed i valori fondativi ed irrinunciabili. Naturalmente questa sottolineatura di diversità vale solo se rimaniamo chiusi dentro il sistema europeo, se preso complessivamente in quanto tale certo mostra maggiore omogeneità interna di quanto non abbia con sistemi arabi o asiatici o africani. Al tempo della guerra civile che portò all’unificazione americana e stante che in termini di “nazione” gli americani erano già potenzialmente tali (etnicamente, linguisticamente, religiosamente), questi erano 32 milioni e saldarono le loro fratture con 600.000 morti. Oggi Europa dell’Unione  conta 500 milioni di abitanti e quella dell’Euro, 330 milioni. L’espressione “Stati Uniti d’Europa” perciò è da intendere soltanto come vaga analogia, nulla del materiale umano, sociale e culturale eventualmente da unire in Europa, mostra similitudini con l’esperienza americana, né per quantità, né per qualità, né per contesto storico e geografico.
  1. L’intera storia europea, dal confronto Impero romano vs migrazioni dell’est al triangolo merovingi – longobardi – papato, da Carlomagno alla Reconquista e la Guerra dei Cent’anni, da Carlo V alle guerre di religione, dall’Impero austro-ungarico alle guerre per l’egemonia dei mercati tra Inghilterra e Province unite, da Napoleone a Bismarck, fino alle due mondiali e quindi incluso Hitler, ha registrato una “costante del conflitto”, guerre geopolitiche per quanto spesso vestite da più barocche ragioni ideologiche[3]. Va infatti da sé che in una spazio fisico limitato ritagliato in un gran numero di sovranità ben distinte e rimarcate da differenze storico-culturali di lunga durata, la crescita demografica o l’adozione di certi modi di vita (un certo tipo di modo economico, un forte ruolo della credenza religiosa) accendono dinamiche amico-nemico che mettono i reciproci confini in tensione. Il periodo di relativa pace (1815-1914) detto Paxmappaukok britannica, invero si basò su un meccanismo per il quale, le tensioni e le competizioni interne al sub-continente, vennero sfogate all’esterno con la grande stagione coloniale che per altro era già partita nel XVI secolo. C’è quindi da aggiungere, che proprio all’indomani della Seconda guerra mondiale, il sistema Europa, comincia a perdere la sua egemonia sul mondo, le contraddizioni interne conclamate nei due rovinosi conflitti non potranno più esser gestite scaricandole all’esterno e forse, proprio visti i due conflitti e le condizioni di contorno al mondo nuovo che nel frattempo si è venuto a creare,  neanche più all’interno. Ciononostante, l’attuale configurazione stato-nazionale citata ovvero i 45 più quattro, è la più frammentata, probabilmente dai tempi dellAlto medioevo. L’Europa conta il 25% degli stati del mondo, pur occupando meno del 7% delle terre emerse, con il 10% della popolazione mondiale (inclusi i russi).

Se quindi Europa è una definizione geografica complessivamente unitaria sebbene aperta e molto frazionata, quella storica è decisamente plurale. Questa pluralità, financo la perdurante coazione al conflitto, è stato motore di varietà e ricchezza poiché molte varietà in interrelazione fanno sempre “sistema complesso”.

UNIAMO GLI EUROPEI!

  1. La situazione di conflitto endemico che ha caratterizzato la storia d’Europa, mosse ripetutamente alcuni pensatori a trovare il meccanismo di disattivazione di questa coazione. Due le strade principali percorse. Una, quella kantiana, vedeva soluzione in una alleanza militare che -mettendo assieme il principale strumento della guerra, cioè gli eserciti- impedisse di fatto l’espressione della coazione[4]. L’altra, quella di più ampia tradizione illuminista, infine giunta al Manifesto di Ventotene, pensò necessario dfe2cf84d0ec78a9d119ff94f173fe5e-300x270superare la partizione Stato-nazionale quale s’era formata nella geo-storia riportando il conflitto degli interessi locali a comporsi in un nuovo super-Stato con un superiore interesse generale. Va detto che tutto il poi non così largo spettro delle trattazioni che affrontarono questo problema, non andò mai oltre un approccio tra quello che oggi chiameremo un pamphlet e il libero corso di una immaginazione utopica. In queste tanto rare quanto disparate trattazioni, non abbiamo un Capitale o una Ricchezza delle nazioni, nel senso che nessuno pare si sia peritato di affrontare, pur a livello di pensiero, i tanti e complessi problemi connessi all’idea di una unità di sistema a più alto livello degli europei o di una loro cooperazione a fini superiori. Evocare una vaga idea è una cosa, scendere nel dettaglio del volgare mondo del possibile con fini, tempi e condizioni particolari, un altro. Infine, da Kant a Spinelli, il movimento del pensiero è scaturito per lo più dal problema guerra e comunque, sempre muovendo da ragioni interne all’Europa, la sua divisione, la sua conflittualità, il suo ottuso particolarismo. Lo Stato-nazione invece, come abbiamo visto, ebbe sempre i natali in una causa di competizione esterna. Mentre le sollecitazioni interne ad un sistema rimangono pur sempre opzionali, dilazionabili, oggetto delle buona volontà, le sollecitazioni esterne, quelle che ci pongono altri, non completamente da noi gestibili, richiedono un adeguamento imperativo. E’ questo motore esterno a permettere sullo slancio, di superare le tante difficoltà e contraddizioni che si incontrano nel mutamento strutturale.
  1. Nel dopoguerra del secolo scorso, si interpretò il problema europeo come mosso dal conflitto economico. In effetti si fece di necessità virtù nel senso che le nazioni europee, uscite dilaniate dal conflitto, dovevano ricostruirsi e questo movimento si pensò necessario ingabbiarlo entro accordi e trattati che regolamentassero la competizione onde non farla di nuovo sfociare in guerra di tutti contro tutti. Era tra l’altro proprietà del sistema “mercato” tendere al superamento dello stretto confine nazionale e quindi si pensò essere questa virtù, la via per superare la necessità di evitare un nuovo conflitto. Ma si deve anche notare che questa situazione, per la prima volta, si colloca entro uno scenario non più eurocentrico. Per la prima volta nella sua storia,nato-expansion “Europa” si trova condizionata da una doppia supervisione di controllo e disputa. Eliminato assieme il fenomeno emergente del nazi-fascismo, due giocatori parzialmente esterni al comune europeo, gli Stati Uniti d’America e l’Unione sovietica, avevano non solo forte interesse ma anche forte capacità di imporre i propri interessi per altro divergenti, alla libera formazione delle dinamiche interne al sub-continente. In più, come detto, gli europei perdevano gradatamente la proprie proiezione esterna e venivano viepiù confinati dentro i precisi limiti della loro posizione geografica. Usa e Urss non solo limitavano e controllavano gli eventi su quello che per loro era lo scacchiere europeo ovvero il piano di gioco tra loro ma, partendo da questo, ridisegnavano il gioco-mondo andandosi a spartire le più ampie regioni del tavolo-mondo. In maniera molto più soft di quanto non era accaduto ai popoli colonizzati dagli europei, gli stessi europei di ritrovarono per la prima volta oggetto delle altrui cure interessate a condizionarne la sovranità. Le singole nazioni europee si trovarono così in dovere di schierarsi con gli uni o con gli altri ed al loro interno, si replicò la divisione sfruttando l’oggettiva divisione tra le classi essendo il gioco a due poli, interpretato da due opposte incarnazioni ideologiche basate su due modi opposti di intendere la vita associata.
  1. Gli ultimi cinquanta anni d’Europa vedono due dinamiche importanti. Gli europei, supervisionati dagli interessati americani (coadiuvati dai britannici sempre diffidenti verso il per loro minaccioso continente dirimpetto dal quale avevano deciso di alienarsi sin dal XV secolo), sviluppano un mercato comune accompagnato da due diverse versioni di “serpente monetario”[5], poi una serie di istituzioni comuni per quanto deboli, poi una moneta che legò 17 (poi 19) di loro non a fare qualcosa assieme ma a non farla. La moneta, la valuta, elemento essenziale di una politica economica nazionale ed elemento storicamente determinante della sovranità, veniva congelata in un trattato che delegava un istituto ritenuto tecnico (la banca centrale) ad amministrarla secondo parametri imposti soprattutto dalla nazione che si riteneva la più necessaria per domare la coazione competitiva continentale: la Germania. Il patto fu obbligare la Germania a far qualcosa assieme a gli altri in modo da non ritrovarsela contro in una delle mille tenzoni europee offrendogli la rinuncia alla svalutazione competitiva (potenziale miccia di più ampio conflitto) e fu ulteriormente pagato accettando le condizioni tedesche riguardo il come intendere ruolo e gestione della moneta comune. In più, si era già accettata anche la riunificazione tedesca che andava formando il di gran lunga più grande stato (oggi circa 83 milioni) in un’area di medio-micro stati. La posizione ideologica tedesca sull’economia e la moneta, venne ampiamente condivisa dalle élite finanziarie europee e da molta parte di quelle economiche di tutti gli altri Stati-nazione. Il tutto, avvenne dentro una congiuntura economica positiva (o che si riteneva tale) e sotto bi_graphics_globalfirepoweril benevolo giudizio del supervisore americano, lo Stato multietnico in cui la prima etnia è quella germanica.

La seconda dinamica, fu il lento sgretolarsi endogeno del sistema avversario degli americani ovvero l’Unione sovietica. La sequenza Muro di Berlino (1989), riunificazione tedesca (1990), fine dell’URSS (1991), Trattato di Maastricht (1992), euro (1999-2002), liberava il territorio europeo dalle tensioni delle guerra fredda, portava l’Europa occidentale a riunirsi con quella orientale (una “ri-unione” inedita nel senso che storicamente non c’è una grande storia comune tra queste due parti), sanciva la centralità tedesca come perno del sistema, definiva “sistema” un insieme di comuni interessi prettamente economici pur mantenendo la partizione stato-nazionale, poneva il sistema così ricostruito sotto la precisa egemonia ed indiretto controllo americano che sequestrava la sovranità militare (a parte la Francia). Il sistema europeo così costruito, era il sogno realizzato di una delle due parti della storica contraddizione capitalistica, quella Stato-mercato. Il “mercato” dominava lo Stato e si serviva di questo sia per gestire le specifiche contraddizioni nazionali (governi nazionali), sia per gestire le contraddizioni dello stesso sistema europeo (governo europeo ovvero -di fatto- la riunione dei capi di Stato nel Consiglio europeo).   In mezzo a queste due parziali e condizionate sovranità politiche, una pletora di istituzioni parziali formali ed informali, una voluminosa burocrazia, una complessa rete di norme, regole e libero gioco di interessi finalizzati a far ben funzionare le istituzioni di mercato, eliminando la gestione flessibile della moneta dallo stesso gioco.

Ereditata una tradizione forte di pluralità conflittuale, si è pensato non di dar retta al vecchio Kant che consigliava di mettere assieme gli eserciti così da non aver più lo strumento per farsi guerra ma di metter assieme i mercati e per alcuni, anche la moneta. Il mercato avrebbe sciolto la tenace resistenza dello stato (e della nazione) come se una istituzione la cui sopravvalutazione funzionale (tanto liberale che marxista) è cosa assai recente, potesse magicamente ordinare fattori che hanno agito per più di due millenni. Del resto anche il papato medioevale era convinto che l’istituzione ecumenica della cristianità avrebbe potuto unificare il sub-continente, finendo travolto e costretto infine ad occuparsi di cose spirituali visto che il temporale risponde ai fatti duri e non alle ideologie. Ogni epoca s’abbaglia alla luce assoluta del suo ordinatore, prima quello militare (romani), poi quello religioso (medioevo), infine quello economico (modernità recente).

EFFETTI DEL MONDO SULL’EUROPA.

  1. A questo punto, torna a rifarsi vivo l’esterno del sistema. Finanziariamente, il sistema mondo giunge nel 2008-9 ad un collasso dovuto a quello che in geopolitica degli imperi si chiama “over-streetching”, né più – né meno che espansione irrazionale delle funzioni, come nell’eccessiva riproduzione cellulare che chiamiamo “cancro”. Ogni sotto-sistema ha un suo ruolo i cui confini sono vincolati dal funzionamento e ruolo degli altri sotto-sistemi, quando eccede oltre questi confini funzionali, dopo una breveresposs-infographic euforia di potenza, va incontro al collasso per eccessiva espansione funzionale. Economicamente, la globalizzazione giunge al suo picco funzionale nel 2008 arrestando, da allora, la crescita degli scambi internazionali. Potenti retroazioni negative quali la dipendenza tossica dal debito, il disordine migratorio, la scomparsa della crescita sostituita nell’orizzonte degli eventi da stagnazione e recessioni, segnalano che il meta-sistema ha terminato la sua funzione ordinante ed ora diventa disordinante. Le società occidentali, accusano le retroazioni di questo meta-sistema andato oltre le sue possibilità funzionali: forte divaricazione sociale-reddituale, contrazione della classe stabilizzatrice (la media, nelle sue molteplici sfumature), blocco dell’ascensore sociale, stato permanente di incertezza con outlook negativo (da cui anche la minor spesa di chi potrebbe permettersela), aumento del debito pubblico e privato contratto in attesa di una crescita ora soggetta al principio di scarsità, se non di sparizione. Un macromovimento di “grande convergenza” innalza le posizioni dei Paesi di seconda o terza fascia mentre quelli della precedente prima fascia, ristagnano. Il tutto si riflette sul piano politico occidentale con una progressiva delegittimazione delle élite (a vari livelli).  Sul piano sociale comincia a total-debt-by-countryfarsi insostenibile l’incertezza, sul piano culturale mai la società occidentale è stata così desertificata ed infertile, sul piano demografico soprattutto gli europei ed i giapponesi sono diventati praticamente “sterili”. Sul piano sociale-culturale, interessante quanto segnala per la prima volta il centro ricerche del Credit Suisse ovvero che tra i più preoccupanti rischi sistemici all’orizzonte, si segnala una inedita “stanchezza del consumismo”[6].
  1. Nel mentre gli europei stentano a rendersi conto che i tempi stanno profondamente e rapidamente cambiando, l’anno scorso, i britannici defezionano dall’UE per riappropriarsi della completa sovranità nazionale, Trump con analogo disegno batte la Clinton alfiere di quello ormai irrecuperabilmente in crisi (globalismo finanziarizzato e militarizzato), Putin compie una serie di capolavori tattici per difendersi internamentesilk_road_600-005 ed esternamente dalla pressione americana riuscendo addirittura ad aumentare la sua sfera d’influenza, Xi Jinping accentra i poteri e sviluppa con la BRI[7] il più potente disegno strategico-mondo alternativo a quello americano, Modi tenta di governare ed indirizzare la crescita indiana ed annuncia un Pil superiore a quello del Regno Unito. A questo punto ed anche per altre pressioni non precedentemente enumerate (quelle migratorie ad esempio), gli europei capiscono che il loro modo di stare la mondo non è più adeguato alla realtà del mondo stesso, le negatività superano di molto le positività, tale condizione non è passeggera come ci si era irrazionalmente auto-convinti fosse dopo la crisi del 2008 reiterando la “religione del cargo” della “luce in fondo al tunnel”.

Il dramma principale è che il nuovo gioco di tutti i giochi del tavolo-mondo è ordinato dalla geopolitica ma Europa non è un soggetto geopolitico.

La disordinata rincorsa a recuperare una soggettività geopolitica fugge in due direzioni opposte: 1) rinforzare l’unione politica e militare; 2) tornare a recuperare la piena soggettività stato-nazionale. Ma sarebbe fin troppo positivo interpretare queste due risposte come reazioni lucide alla domanda proveniente dall’esterno. In effetti, le due posizioni, sembrano più che altro rimbalzare come reazione a dinamiche ancora interne. 3731-004-acd90ca6La prima vuole proteggere la sua opera di mercato e moneta comune, la seconda vuole proteggere dai danni sociali inflitti da questa costruzione. Nessuna delle due in effetti sembra muovere da una comprensione razionale dell’inadeguatezza “storica” dell’essere Europa. Anche i più sfrenati unionisti ( di cui si vedono tracce sempre più flebili) non credono davvero di unirsi in un super-Stato (a 27 o a 19) con tutte le leve di potenza coordinate a disposizione mentre i sovranisti non vedono che i nemici più prossimi (gli unionisti) ma non quelli che si affacciano all’orizzonte: i grandi e potenti stati extra-europei. Sfugge che lo Stato-nazione europeo è un sistema figlio della geostoria e data al XV-XIX secolo, quando il mondo era abitato da 500 – 1300 mila esseri umani, quando Eruropa era un sistema semi-isolato e potevamo quindi dedicarci all’essere gli uni contro gli altri, non c’era lo sviluppo economico-sociale-tecnico che chiamiamo capitalismo (o era alle prime mosse), i limiti ambientali non erano in vista, gli europei erano larga parte del mondo e progressivamente superiori in molte performance decisive, tra cui quelle militari. Anche i pur brillantissimi antichi greci non s’avvidero del salto quantico della condizione del loro intorno-mondo e continuarono a litigarsi i reciproci egoismi di città-stato nel mentre iniziava l’era degli imperi. Infatti è così che termina una civiltà, per dis-adattamento alla condizione-mondo, quando rapiti dalle dinamiche interne, non ci si avvede di quelle esterne.

10. Questioni demografiche, geografiche, ambientali, storiche, economiche e culturali, sembrano convergere su un tavolo mondo a cui si siedono 200 stati, ognuno in cerca delle proprie migliori condizioni di possibilità. Le dinamiche più importanti, verranno determinate dalla megafauna intendendo con ciò, gli stati che hanno più potenza (economica, finanziaria, militare, culturale, quindi politica). Con Cina, India, USA, Brasile, Giappone, Russia siamo sempre oltre i 100 milioni di popolazione[8]. La Germania che appartiene a questo gruppo, ne ha 83 ma la Germania conta anche su una fitta rete di partner più o meno confinanti (Danimarca, Norvegia, Svezia, Polonia, Rep. Ceca, Austria, Olanda, Belgio, Lussemburgo)[9] che la rendono sistema più ampio della sua singola consistenza e sembra che stringere questa rete, sia la più idonea traduzione dell’enigmatico “Europa a più velocità” recentemente pronunciato dalla Merkel. E comunque la Germania è molto lontana dal’essere una potenza militare, il che -in termini geopolitici- conta non poco. Inoltre, occorre vedere la dinamica perché se ilwpds-2009-2050-table rank degli stati-economie per Pil nominale ha subito un sovvertimento delle gerarchie nei soli ultimi dieci anni, già oggi quella del 2050 per PIL PPA vede spuntare all’8° posto i 250 milioni di indonesiani e non vede più europei tra i primi otto. Infine occorrerà vedere la dinamica d’area perché appartenere a sistemi crescenti come saranno l’Asia e l’Africa, sarà ben più favorevole che non appartenere a sistemi statici o in contrazione, come sembra destinata da essere l’Europa e più in generale l’Occidente.

L’elenco dei regolamenti di gioco che queste potenze dovranno contrattare formalmente o informalmente, cooperando o competendo, parlandosi o minacciandosi, va dai regolamenti ambientali alle sfere d’influenza geopolitica e geoeconomica, dall’architettura banco-finanziaria -che nella sua struttura dollaro-Fmi-WB-BIS verrà ovviamente ridefinita visto che ormai siamo a più di settanta anni da Bretton Woods- alle nuove alleanze commerciali o militari a geometrie variabili. Gli europei già da tempo contano poco o nulla e più che altro come “foederati” dell’impero informale americano ma ora, non solo gli stessi americani ed i britannici hanno annunciato la nuova politica del “mani libere” ma non è detto che non comincino a vedere nell’Europa una preda da dividersi per costruirsi una loro più formale periferia protettiva.

CONCLUSIONI

Siamo in un momento frastornante in cui veniamo strapazzati da eventi a ripetizione, eventi complessi, inediti e spesso fuori scala. Molti pur tra i sensibili ovvero coloro che cercano di farsi una mappa del mondo, sono e sempre verranno magnetizzati da Trump, dall’euro, da Putin, dalla sequenza Olanda – Francia – Germania e da qualche parte anche Italia delle elezioni nazionali del 2017. Il 25 Marzo, al sessantesimo dal Trattato di Roma, gdp_ppp_2016_selection_en-svgvedremo se si tratterà solo del trionfo del’inutile retorica o se le annunciate mosse della Merkel su un nuovo disegno di Europa asimmetrica (sostanzialmente la libertà per la Germania di procedere per conto proprio e “chi la ama la segua”) annunceranno una nuova fase e di che tipo. Quello che però occorre forse inquadrare meglio è il momento nel flusso storico, uscire dall’esasperato presentismo in cui cerchiamo di non annegare saturandoci di informazione che ci forma a suo piacimento facendoci sapere tutto ma comprendere quasi niente. Occorrerebbe recuperare sguardo di prospettiva e capire cosa dovremmo fare nei prossimi trenta anni, nulla di ciò che compone e condiziona la nostra vita si è formato ieri, nulla di ciò che possiamo fare per darci nuove condizioni di possibilità si fa domani anche se comincia domani.

La Geuropa (l’Europa germanica) non è una prospettiva auspicabile ma per fortuna non è neanche praticabile, il che non vuol dire che i tedeschi ed i loro alleati nelle varie élite nazionali non cercheranno di perseguirla ostinatamente. Non vorremmo abbandonarci allo sciocco determinismo del “non c’è due senza il tre” ma se la Germania che è stata l’ultimo grande stato europeo a formarsi, ha provato per ben due volte con effetti disastrosi a dilatare il proprio dominio, ciò forse vuol dire che lì ci sono una serie di questioni geo-storico-culturali irrisolte o quantomeno non tali da permettere all’entità tedesca di svolgere funzioni di leadership aggregante per egemonia e condivisione. Stante comunque che Europa, con la sua storica e geografica tendenza alla insopprimibile pluralità, le sue pronunciate linee di faglia e di frattura, non è mai stata dominata da alcuno perché semplicemente non può esserlo.  Di contro l’idea (non si comprende fondata su cos’altro se non un ormai insopportabile e del tutto inopportuno idealismo dei principi), di unire gli Stati-nazione europei nella figura mitica de “l’Europa dei popoli” democratica-solidale-ambientale e diritto-civilista, tutte ottime petizioni di principio che nulla dicono su come si vogliono affrontare i drammi adattivi all’era complessa ordinata dal conflitto geopolitico. Al mito dell’Europa del mercato, si oppone con tic dialettico l’Europa democratica, una disputa oziosa che forse sta in cielo ma non certo in terra. Semplicemente, Europa va trattata come un problema politico ed Europa non si può unificare politicamente tutta2af1abf400000578-3178933-this_graphic_shows_how_the_world_population_is_projected_to_hit_-m-39_1438199791699 in una volta perché nulla della sua geografia, storia, cultura, tradizione, religione lo consente e solo chi insegue vaghi enti come il mercato e la moneta, può soprassedere a queste tenaci “nervature dell’essere” -come le chiamava Platone- che il buon macellaio sa che non si possono tagliare. Senza intento polemico, segnalo che far discutere il “problema Europa” solo dagli economisti è come far discutere gli esperimenti del CERN dagli ingegneri che fanno funzionare l’acceleratore.

Ecco allora che l’europeo stordito ma non domato, si ricorda con la passione poco lucida del mito, di quando c’erano gli Stati keynesiani e sicurezza, benessere ed una certa approssimata maggior giustizia sociale (?) o quando la Nazione garantiva l’identità e la funzionalità della comunità, quando c’era il banchiere centrale e il massimo dell’esotismo etnico era il turista americano (bianco) a Trinità dei Monti. Ne fa una questione di ideologia economica o monetaria o religiosa o etno-culturale o di una politica quale si usava quasi un secolo fa. Gli Stati-nazione di taglia europea, ripetiamo ad nauseam, sono figli di dinamiche endogene europee del XV secolo, ancora più o meno valide fino al XIX secolo. Il XX non fa testo alcuno essendo diviso tra una parte di guerra totale ed una di ricostruzione o se lo fa, dice che la convivenza tra le eterogenee frazioni d’Europa è tra il molto difficile e l’impossibile, tendenzialmente molto conflittuale. A grana grossa, le Europe sono almeno quattro[10]. Nulla delle condizioni del mondo che pongono tutte le pressioni fuori dal sistema Europa, pongono le principali dinamiche ambientali, economiche, valutarie e finanziarie, culturali, religiosi, demografiche, come “esogene”, dovrebbero portare a ritenere possibile far sopravvivere la macedonia dei cinquanta staterelli europei. Ma se c’è chi si perde nelle ideologie, c’è anche chi rincorre i miti che poi sono ideologie di lunga durata.

Stretti tra l’impossibilità della Geuropa e della sua versione demo-utopica e l’insostenibilità del vessillo nazionale ottocentesco, forse dovremmo abbandonare per sempre sia il concetto di nazione, sia quello di unione e concentrarci su quello di Stato. Forse dovremmo coltivare l’aristotelico “giusto mezzo” e rivolgerci a progetti di nuovi Stati, a fondere tra loro alcuni vecchi Stati, non 27 o 19, di meno come si fa volendo incorporare tra loro diversi ingredienti. Unire popoli diversi è certo molto difficile ma se prendiamo germanici e latini, slavi e baltici da unire tutti in una volta, nel mentre americani, britannici, russi, arabi e cinesi certo non stanno lì a fare il tifo per te, più che difficile è impossibile.  Di contro, anche il rifiutare e voler sciogliere l’attuale configurazione del’unione mercatistica e della moneta neo-liberista ha bisogno di un traguardo lontano perché dovrebbe esser in funzione di quello che si agisce nell’immediato.

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Al tavolo del grande gioco del mondo, chi scrive, vorrebbe veder un giorno sedersi lo Stato latino-mediterraneo (Stato, non Unione), un progetto più volte da noi e non solo da noi promosso anche se il dibattito pubblico viaggia su tutt’altre frequenze. Sin da subito, l’Europa come sistema formato da diversi sistemi che ora sembra accettarsi nell’opzione “Europa a più velocità”, potrebbe vedere la luce di una più stretta Unione dei latino-mediterranei che si potrebbero dotare in tempi altrettanto brevi di una propria moneta, gestita ben diversamente da come s’è stabilito nei trattati euro-tedeschi poi passati alla gestione della BCE. Questo è un orizzonte da vedere se utile e comunque a breve, quello a medio – lungo dovrebbe essere uno Stato ovviamente federale e parlamentare, con una sua Costituzione, esercito, istruzione e un suo welfare. Uno Stato terza economia del mondo, quinto per dimensioni demografiche, in grado di influire in tutti i giochi del mondo nuovo. Uno Stato la cui definizione linguistico-culturale-geografica (latino e mediterraneo) è garanzia di possibilità perché non si fa “Stato” che è “cosa politica” con chi parla[11] e vive troppo diversamente e da sempre abita dall’altra parte dello spazio geo-storico.

Il nuovo Stato di chi ha inventato la polis, la civitas, il Comune, la Repubblica, lo Stato-nazione moderno e non si rassegna a scomparire dai registri della Storia. Non ora, che la Storia annuncia di volerci passare al vaglio di un nuovo, difficile, esame.

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[1] Le ragioni di difesa/offesa portavano con loro, ovviamente, anche le ragioni fiscali, entrambe centralizzate.

[2] In effetti, con la pace di Basilea del 1499, gli svizzeri non crearono uno stato ma una confederazione, termine poi rimasto ancor oggi in uso, sebbene dal 1848, la Svizzera sia uno Stato federale.

[3] Lo stesso concetto di “nazionalismo” è da leggere in questa ottica, tanto quanto è geopolitico lo scontro tra sauditi ed iranici sebbene vestito da scontro di religione sciiti vs sunniti. Al nazionalismo si può ricorrere per guerre di indipendenza, per compattare lo spirito nazionale spesso per segnare una distinzione con qualche confinante o ad uso del potere di certe élite, come retorica di condimento a guerre d’aggressione che hanno però altre cause scatenanti. La storia europea mostra nazioni che non hanno espresso un nazionalismo e nazionalismi innocui come quello dei greci. L’intero concetto è molto sfocato ed usato con troppa disinvoltura da una parte ed eccessiva paranoia dall’altra, nell’attuale dibattito pubblico.

[4] L’idea kantiana è stata chiamata a supportare una presunta tradizione del pensiero unionista federativo ma Kant non ha mai parlato di federazione ma di confederazione. Una confederazione, non è altro che una alleanza, in genere, militare. Usare i due pamphlet di Kant per dar tradizione al progetto di Europa unita è altamente improprio, forse leggere ciò che si cita aiuterebbe a tornare a quelle idee “chiare e distinte” di cui oggi si sente grande mancanza.

[5] Il serpente, con le sue da 100 a più di 500 vertebre, è l’idealtipo di un sistema a coordinamento flessibile. Lo SME, ebbe due versioni, l’ ERM1 dal 1971 con possibilità di svalutazione +/- 2,25%  l’ERM2 dal 1979 con banda di oscillazione portata al +/- 15%. Il sistema ha lasciato il passo al sistema euro nel 1999.

[6] Il “consumismo” è una forma di intensificazione sistemica, prodottasi dalla fine della Seconda guerra mondiale in poi. Inizialmente supportato da una vasta e reale innovazione di prodotto industriale che riciclava la precedente potenza produttiva bellica americana, ha poi preso le forme di una vera e propria scienza della vendita (marketing,  pubblicità e diffusione dei media di massa), per poi passare alla morte programmata di prodotti altresì potenzialmente molto più longevi (obsolescenza programmata), ai cicli di modesta creazione necessitanti precedente distruzione ovvero le “mode”, al debito al consumo, all’usa e getta. In breve, sembra che dalla fine degli anni ’60 in poi, si sia strizzata la sola capacità di assorbimento dell’offerta fino al punto di non saper più cosa altro inventarsi. La reale innovazione di prodotto è andata invero degradandosi, la televisione a colori è una novità di prodotto ma è degli anni ’60, da allora la si è fatta più grande, più piccola, piatta, portatile, stereo surround, home theatre, si è provato pure a riciclare il 3D che era innovazione (debole) degli anni ’50 ma queste sono solo innovazioni di sostituzione (intensificazione dei tempi nel ciclo di consumo) non di prodotto. L’unica consistente innovazione è stato il digitale-informatico ma non regge da sola il confronto con l’onda elettro-chimico-meccanica dei primi ‘900 e con quella industriale-largo consumo del dopoguerra.

[7] BRI, Belt and Road Iniziative prende il posto del precedente acronimo One Belt One Road – OBOR, in sostanza, le due Vie della Seta, mare e terra.

[8] Questo   “temerario” studio PWC (previsioni a trenta anni all’interno delle vivaci dinamiche di riconfigurazione del mondo attuale non possono che esser definite “temerarie”), dice una cosa prima di ogni altra: le dimensioni demografiche conteranno sempre di più.

[9] Per tutti i paesi citati, la Germania è sempre il primo o il secondo partner per scambi commerciali.

[10] B. Amoroso (purtroppo di recente scomparso e col quale ho intrecciato opinioni proficuamente nel recente passato su questo argomento), le identificava così (qui). Io ne darei altra partizione (latino-mediterranea, del Nord, del Nord Est e del Sud Est) ma -più o meno- il discorso è lo stesso. La razionale di questa linea di pensiero è semplice: 1) Siamo obbligati per ragioni di contesto storico-mondiale a formare stati (stati non confederazioni, unioni, leghe o altre ambigue forme) più grandi di quelli ereditati dalla storia; 2) tali stati dovranno essere probabilmente federali ma soprattutto democratici; 3) la democrazia presuppone una certa omogeneità del suo demo, omogeneità culturale, storica, linguistica. La logica per fare Stati non è uguale e neanche simile a quella utilizzabile per fare mercati o unioni monetarie sebbene risalendo la catena le monete debbono essere armoniche con il tipo di sistema economico che si ha e questo -fatalmente- avrà configurazioni più omogenee tra coloro che hanno una geo-storia simile.

[11] Uno Stato che almeno in tempi ragionevoli non parla una qualche forma di lingua comune non potrà mai essere democratico essendo il dialogo (logos tra due) l’essenza della democrazia.

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DALLA GLOBALIZZAZIONE ALLA GEOPOLITICA. Come le nazioni dominanti si adattano all’era complessa.

“Le idee della nazione dominante sono in ogni epoca le idee dominanti”

Anonimo istituzionalista

definitivo-coverL’ordine del mondo sta subendo una modifica strutturale, si sta passando da un impianto prettamente economico e finanziario ad uno in cui l’economia e finanza saranno pilotate dalla logica geopolitica. Il cambio che verrà imposto dal giocatore principale ovvero gli Stati Uniti, è motivato da una diversa lettura del come perseguire l’interesse nazionale.

L’interesse nazionale è un concetto che è diventato invisibile negli ultimi decenni ma è più probabile lo sia stato per ragioni narrative che per effettiva sua scomparsa. La narrazione globalista, narrazione inaugurata ai tempi del “Washington consensus” il cui varo risale a venticinque anni fa, ha teso a raccontarci l’esistenza di un “interesse mondo” che scioglieva gli egoismi nazionali in un meta-ente indifferenziato a cui tutti avremo partecipato all’insegna del “poche regole e vinca il migliore”, invito rivolto ad entità private, tanto istituzionali (imprese, banche, fondi, intermediari, reti distributive) che individuali (imprenditori, lavoratori, investitori). Un lento scioglimento dello Stato ne era sia precondizione che l’effetto.

La narrazione ha esteso il suo dominio e credibilità, aiutata da vari portatori d’interesse. I primi sono stati ovviamente i credenti nel sistema cosiddetto “capitalista” nella versione storicamente maggioritaria, ossia “liberale”. Questo sistema, di sua natura, è formato da due logiche: una è quella della sede d’origine del soggetto capitalista che partecipa della cura che ogni Stato dà alla sua economia (protezione giuridica, investimenti pubblici, formazione del capitale umano, dotazione della prima clientela), sede che è sempre geo-localizzata, l’altra è quella che lo stesso soggetto privato ha laddove persegue il suo interesse o cercando di vendere qualcosa a quanti più è possibile  o cercando di investire – ricevere l’investimento di capitale o cercando  la mano d’opera a minor costo, delocalizzando o attirandola con le migrazioni economiche. Questa seconda logica non ha limiti geografici, anzi, combatte strenuamente per forzarli. Si determina così una di quelle forme di interesse conflittuale (parte in comune, parte in conflitto) che accanto a quello ben noto del capitale-lavoro, prevede la coppia Stato e mercato[1].

I secondi portatori d’interesse che hanno sorretto la narrazione sono stati alcuni, potenti, stati. Stati Uniti, Gran Bretagna da una parte e Germania, Francia, Giappone[2] dall’altra, hanno pensato che i propri campioni nazionali potessero così meglio performare e con ciò, promuovere lo stesso interesse nazionale, che fosse poi di ritorno fiscale o occupazionale, con un secondo beneficio indotto: quello di ordinare il mondo imponendo un gioco (il “libero” mercato di merci, persone e capitali) in cui si ritenevano campioni assoluti. Ma la narrazione non avrebbe conquistato davvero cuori e menti globali se non fosse stata condivisa da altri che vi hanno visto la possibilità di promuovere anche il loro specifico interesse nazionale: la Cina, la Corea del Sud, il Brasile, l’India e molti altri. Dopo venticinque anni, si è scoperto che il rendiconto finale di queste intenzioni, è diverso dalla aspettative. Il secondo gruppo, gli stati affluenti, ha effettivamente conseguito i suoi obiettivi ma nel primo, solo una sparuta minoranza di privati ne ha beneficiato e soprattutto, si è registrata una costante perdita di potenza di alcuni stati occidentali (i primi due) che si sono accorti di perdere progressivamente la facoltà di ordinare il mondo mentre nel secondo gruppo, tolta la Germania, ne hanno tutti più o meno sensibilmente, risentito[3].

In Occidente, curioso il caso di quella parte di pensatori e portatori di interesse politico, che avrebbero dovuto avversare il dominio di questa narrazione ovviamente propria -in primis- dell’interesse dei Pochi o élite o  classe dominante, tre definizioni che dicono in termini analitici sostanzialmente la stessa cosa. Qui, almeno inizialmente, si formò il classico polo dell’antitesi, l’anti-globalismo poi alter-globalismo ma non andò molto oltre la petizione di principio e quindi perse progressivamente sostanza[4] . Quasi subito, in questo frastagliato mondo dei Molti (popolo, classi subalterne), si distinse una corposa maggioranza di acquiescenti ovvero coloro che in fondo condividevano l’interesse a che il sistema generale (economico-finanziario-occupazionale) crescesse, riservandosi semmai il compito di promuovere diversi modi di ridistribuirne i benefici. Poi, ad esempio le sinistre europee, hanno perso anche questa intenzione rapite dalla difficile responsabilità di dover fan funzionare il sistema verso il quale, una volta, erano in opposizione e paralizzate dalla logica duale dell’interesse dello Stato vs quello di mercato. Infine, una sparuta ma influente élite di pensanti, influente perché agisce sull’immagine di mondo, ha addirittura teorizzato che ciò era anche interesse dei Molti. Affascinati dalla flautata dolcezza di alcuni concetti cari alla tradizione di queste forme di pensiero quali “cosmopolitismo”, “internazionalizzazione”, “general intellect”, “comune”, “post-nazionale”,  unitamente alla pervicace cecità sul concetto di Stato ed alla confusione tra i concetti di Stato e Nazione, si è finiti per produrre una sillogismo demenziale: siccome il capitale è globale, io son contro il capitale, ergo, dobbiamo farci classe globale che combatte il capitale[5]. Che poi sarebbe come se il Crotone, incontrando il Barcellona, teorizzasse di doversi votare al tiki-taka per sconfiggerlo. Tutte e tre queste forme di aspiranti antitesi (forse eccetto la prima che in effetti teorizzava il pensiero globale ma l’azione locale) sembrano non aver capito che l’agente principale di questo gioco è sempre e solamente lo Stato che promuove il suo interesse nazionale[6].

Lo Stato definito come intenzionalità politica, giuridica e militare (spesso anche fiscale), che ha sovranità su un certo territorio su cui insiste una data popolazione, è un ente che appare in sincronia con la comparsa della società complesse, 5000 anni fa o addirittura prima. Ha declinato la sua forma spaziale in regno, impero, città-stato, signoria o principato, stato-nazione o stato non nazionale; ha declinato la sua forma funzionale in feudale, centralizzato, federale; ha declinato il suo ordinatore in politico, militare, teocratico, capitalistico; ha declinato la sua forma politica in monarchia o tirannia, oligarchia o aristocrazia, raramente in democrazia o demagogia[7] o forme intermedie tra cui l’oligarchia votata “democraticamente” che chiamiamo democrazia rappresentativa; ha declinato la sua composizione in nazionale (concetto originario della sola Europa e della sua peculiare geo-storia) o pluri-etnico, ha avuto confini certi o sfumati, si è addensato intorno ad un credo religioso o più d’uno  ma l’ente soggetto della storia politica ed oggetto del discorso è sempre è solo uno: lo Stato.

Le teorizzazioni anti-statali, che siano quelle dell’anarchia o del mercato autoregolato che risolve tutti i problemi (l’anarco-capitalismo di Murray Rothbard), svolgono una funzione critica ma non si è mai visto governare effettivamente porzioni di territorio con popolazioni concrete, da altro che non sia una qualche forma di Stato. Anche l’ispirazione anarchica, quando ha provato concretamente a gestire popolazioni (da gli anarchici ucraini di N. Makhno alla Settimana rossa di Malatesta, alla guerra civile spagnola), è diventata una forma di socialismo consigliare o democrazia molto diretta e permanente che se non fosse stata presto stroncata dal flusso storico, non avrebbe potuto prendere altra forma che quella di Stato, non centralizzato, non militarizzato, non capitalista, probabilmente iper-federale-comunitario ma comunque, Stato. Forme reticolari quali le anfizionie, le leghe, le confederazioni, esistono in quanto mettono in interrelazione Stati o unità politiche di popoli territoriali. Financo i seminomadi che erano certo  meno territoriali degli stanziali, ebbero forma di unità politica-economica-militare-fiscale come nel caso degli Unni e dei Mongoli. Solo la condizione tribale, per altro dipendente da un rapporto molto basso tra popolazione e spazio territoriale, esce dallo schema e nel caso delle confederazioni dei nativi americani, poi, neanche del tutto.

Infine, la reiterazione del concetto di capitalismo che sembra non aver necessità di qualificazione geografica[8], ha portato -erroneamente- a ritenere di aver a che fare davvero con un miracoloso ente autorganizzato, acefalo e liquido come ci viene raccontato dai tempi di Smith (1776) stante che lo stesso Smith parlava sì di ricchezza ma delle “nazioni”, nel senso di degli “stati”. Marx, nel XXIV capitolo del Libro I del Capitale, dice che il capitale si è servito principalmente del potere dello Stato ma sembra relegare questa funzione solo al fine della accumulazione originaria, mentre invece non c’è aspetto dell’affermazione e dello sviluppo del modello capitalistico madre, ovvero quello britannico, che non dipenda direttamente o indirettamente da qualche Act del parlamento a cui era demandata la funzione generale dello Stato sin dal 1688-89, fino alla sua fase imperiale. Così per la successiva fase americana. Del resto, non è che il Washington consensus si sia formato in un club privato di capitalisti internazionalisti e si sia imposto per spontanea accettazione nella magica convergenza di interessi delle classi dominanti, si chiama Washington perché quella è la capitale politica degli Stati Uniti d’America, così per la wave liberista Reagan-Thatcher  e per quella neo-liberale Clinton-Blair, così per quella che ci aspetta nazional-liberista di Trump-May, stiamo sempre e solo parlando di Stati Uniti e Gran Bretagna che fino a prova contraria sono Stati, stati dominanti . La culla del pensiero neo-liberista (Chicago, Illinois, USA) è giunta infine a dare presunto spessore teorico alle disposizioni operative di quello che si chiamava Washington consensus, recuperando teorizzazioni austro-tedesche già degli anni ’30 che erano finite nel dimenticatoio, e comunque l’ha fatto partendo da una università americana.

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Reso così invisibile, l’interesse nazionale  delle “nazioni dominanti” categoria politica che sarà meglio affiancare  a quella sociologica delle classi dominanti ed a quell’altra che ha unità metodologica nell’individuo, è diventato una struttura in bundle con una narrazione che voleva far di tutto il mondo un mercato, stante che Wall Street, la City e la stragrande parte delle Top 500 di Fortune sono appunto banche, aziende o centri di mercato delle nazioni dominanti e quindi dominando il gioco si pensava di poter dominare o quantomeno ordinare in proprio favore, lo spazio-mondo che nel frattempo diventava sempre più complesso e non solo per via della globalizzazione che –appunto- è stata un tentativo di dominare quella crescente e minacciosa complessità.

A conti fatti, però, sono apparse molte minusvalenze in questo gioco. Il capitale nazionale ha tradito spesso e volentieri l’interesse nazionale sia de-localizzando la produzione che la sede fiscale, con riflessi occupazionali negativi e crescita dell’interdipendenza in molti settori. Trump si sta accorgendo che se gli USA dovessero far guerra alla Cina, ad un certo punto la macchina bellica si bloccherebbe in attesa dei pezzi di ricambio prodotti -appunto- in Cina. Inoltre, la distrazione fiscale porta lo Stato a debito ed uno Stato a debito è come un gladiatore in catene. Infine, a conti fatti, ci ha guadagnato  solo il capitale finanziario che notoriamente è in mano a pochissimi i quali, pur nelle men che formali democrazie occidentali e pur controllando tutte le fonti che formano ed informano l’immagine di mondo (accademia, informazione, editoria), contano pochi voti. Poiché della narrazione faceva parte l’assurda novella del trickle down, scoperta che questa è una post-verità e che in realtà i salari ristagnano, l’occupazione cala ed il futuro è viepiù incerto, capita poi che il popolo s’imbizzarisce e magari vota come non dovrebbe, da cui la canèa su i populismi. Certo, tutti questi effetti erano facilmente prevedili ed alcuni studiosi critici li avevano annunciati ma le tempeste ideologiche e gli spezzoni di società che le promuovono, durano finché non vengono palesemente falsificati, ovvero estensivamente ed intensivamente contraddetti dai fatti. Poiché lo Stato e l’interesse nazionale hanno una intenzionalità collettiva, questa ci mette un po’ di tempo a cambiare assetto, il tempo in cui i fatti reclamano una diversa interpretazione, quindi una diversa élite. L’epistemologo T. Kuhn, ci ha fatto su una teoria madre per tutti i sistemi di pensiero, il paradigma ordinante resiste fino a che i fatti fuori teoria non sono così tanti e clamorosi da spingere qualcuno a trovare un nuovo paradigma da cui far discendere un diverso sistema di pensiero in grado in interpretare anche le scomode anomalie.

Ma questo sarebbe niente se, sempre a conti fatti, le nazioni dominanti non avessero fatto il bilancio da cui emerge con impietosa chiarezza che USA e UK sono in pauroso deficit commerciale (e Germania e Cina sono in pauroso surplus), dollaro e sterlina non hanno un futuro pari al loro passato, Brasile, India e Cina non staranno a lungo nell’Fmi e nella Banca mondiale a farsi trattare da uscieri quando assieme fanno un quinto del Pil mondiale (e possono solo crescere), il sistema di cui sono centro ovvero l’Occidente è in sistematica contrazione demografica e di ricchezza complessiva, la favola bella che ieri c’illuse -le magnifiche sorti progressive dell’economia smaterializzata-, oggi non c’illude più, o Ermione. Si aggiunga quell’ostinato di Putin, i costi insostenibili dell’Impero-mondo che alla fine perde tutte le guerre (ad eccezione della prima “limitata” in Iraq di Bush senior), le vie setose basate sulla reciprocità confuciana dei cinesi, i pazzi cavali arabi dell’Arabia Saudita petro-wahhabita che vorrebbero scorrazzare su tutto l’ecumene musulmano che consta di ben 1,5 miliardi di persone, le sinistre populiste sud-americane oggi domate ma sempre pronte a rifarsi vive visto che le ragioni che le determinarono non sono scomparse, gli sgangherati europei che viaggiano a sbafo nell’Alleanza atlantica e occupano congrue porzioni delle riserve valutarie mondiali con l’euro ed oltretutto deprimono la circolazione della ricchezza perché hanno creduto così alla lettera alla favola del meno Stato e più Mercato da votarsi alla monastica austerity dogma della teologia teutonica. La teoria non funziona più ed i fatti fuori teoria hanno raggiunto il limite, urge quindi un cambio di paradigma, un nuova dottrina immagine di mondo, una nuova élite.

Il bello degli anglosassoni è che da secoli perseguono con inflessibile coerenza il loro esclusivo interesse nazionale ma o riescono a farti sentire partecipe di ciò perché anche tu iscritto al “mondo civile”, cioè il loro modo di vivere e pensare il mondo o quando scartano bruscamente, non ti resta che ammirarli perché sono intrinsecamente “rivoluzionari”[9]. Sono rivoluzionari per un motivo ben semplice: sono realisti. Il realista non detta l’idea al mondo, registra la realtà ed adegua l’idea ad essa per cui se il cumulo dei fatti che fa la realtà passa bruscamente di stato, eccoli subito pronti a dire il contrario di quello dicevano ieri. Tu invece sei idealista e prima di tutto coltivi idee che rimbalzano sulla realtà non importa quanto corrosive ti sembrino (secondo un principio di relazione inversa, più ti sembrano corrosive più non corrodono nulla) e poi ci metti decenni a modificare il tuo complesso sistema di immagine di mondo perché se fino a ieri eri fondatamente “internazionalista” hai qualche difficoltà oggi a riconoscerti “nazionalista”, stante che nonostante coltivi idee e concetti come ogni buon idealista  non è poi sempre chiaro che significato preciso tu dia a questi enti sfuggenti che spesso utilizzi secondo l’andazzo del “così fan tutti”. In più, collezioni concetti ma ti guardi bene da capirne l’architettonica perché ti hanno insegnato che un “sistema di idee” è intrinsecamente totalitario visto che si occupa del totale. Tu non devi occuparti del totale, ci pensa Dio o la Mano Invisibile o la lotta di classe o le ferree leggi della storia, non è roba da essere umani. Fatti un bel convegno sulla vitalità inossidabile del concetto di comunismo e non preoccuparti che in quanto storicista dovresti preoccuparti di credere che ci sia qualcosa che è inossidabile al corso del tempo, non riflettere ovvero applicare i concetti a se stessi. Sogna, che a rimboccare le coperte ci pensiamo noi.

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Stante quindi che quello con cui abbiamo a che fare è sempre l’interesse nazionale, interpretato in questo o quel modo, a seconda della sensibilità che i decisori politici hanno nei confronti di questa o quella élite economica e/o finanziaria a cui sono legati da forti cointeressenze e del “calcolo politico” che deve portargli consenso per essere riconfermati al potere, è da vedere ora il significato dei due eventi cataclismatici del 2016: la Brexit e Trump.

La duplice sequenza del riorientamento strategico delle due nazioni dominanti, converge verso un significato ben preciso: riappropriarsi della piena intenzionalità politica a governo di tutti gli altri processi. La Gran Bretagna ha disdetto la sua partecipazione alla rete giuridico-politica-commerciale che la legava all’Europa, gli USA hanno disdetto la loro partecipazione alla rete giuridico-commerciale del TPP, hanno definitivamente abbandonato l’idea del TTIP, hanno annunciato la ricontrattazione del NAFTA, mostrano segnali di prossima revisione della posizione nell’ONU, dichiarano non più scontata la NATO e prima o poi sarà conseguente revisionare anche il FMI e la WORLD BANK. Ovviamente la WTO è defunta e qualcosa avrà effetti anche sulla BIS[10]. Dal Washington consensus al Washington dissensus. Questo “sciogliersi dai legami” è stato sinora inteso come un possibile ripiegamento su se stessi, ripiegamento decisamente improbabile per nazioni che, come nel caso degli Stati Uniti, fanno il 24% del Pil mondiale con il solo 4,4% della popolazione mondiale e che, come nel caso di Londra, rappresentano la seconda piazza banco-finanziaria planetaria ed è pur sempre erede di quelle genti che dopo il colonialismo, ha fatto il più grande Impero della storia. Si disdice la partecipazione ad alcune reti, ma per farne altre, con altra logica.

Ed infatti, Theresa May ha fatto un discorso in cui ripete più volte il concetto di Gran Bretagna Globale (qui), accompagnandolo da quanto da noi già anticipato tre settimane prima del voto di Giugno (qui)  ovvero la formazione di un nuovo Commonwealth e la possibilità di diventare un macroscopico risucchio di capitali liquidi e financo un paradiso fiscale nei confronti dei capitali europei. Di contro, inascoltato dai frastornati media ed esperti la cui agilità mentale è pari a quella di un bradipo sazio di valium, Trump ha annunciato di voler riformulare integralmente la rete degli amici-nemici del gigante americano, andando da ognuno a trattare possibili accordi bilaterali. Insomma da “globale” si torna a “inter-nazionale”. A suo tempo, H. Kissinger, aveva disegnato un modello detto “hub & spoke” ovvero “mozzo e raggi” come nella ruota di una bicicletta, cosa guiderà la composizione di queste reti centrate rispettivamente su gli hub di Londra e Washington? Una specifica interpretazione dell’interesse nazionale, quella che pone come soggetto l’agente geopolitico (USA, UK) e come oggetto una rete di partner ed alleati definiti tali per uno o più aspetti tra quelli che compongono l’interesse nazionale: aspetti economici, commerciali, finanziari, politici, militari, culturali e financo religiosi. Non solo uno o più di questi, a guida della logica per tessere le singole relazioni ma uno o più di questi subordinati all’interesse primo che diventa quello geopolitico come logica che tesse l’intera rete. L’interesse geopolitico, ovvero la versione esterna dell’interesse nazionale (poiché ogni sistema ha un interno ed un esterno), comune a quelle che sono due isole (gli Stati Uniti con un muro a sud, montagne e foreste a nord e due oceani ai lati possono essere intesi anch’essi come un’isola, per quanto di dimensioni semi-continentali) è garantirsi in vario modo il controllo su porzioni significative del mondo ovvero impedire che la più vasta porzione di mondo esistente ovvero l’Eurasia, si saldi in sistema auto-organizzato a sua volta centrato su i suoi tre poli principali: Germania, Russia, Cina. Ne va della loro “centralità”, ovvero della posizione in cui l’interesse nazionale domina e non subisce.

La logica operativa che animerà il nuovo disegno sul mondo delle due nazioni anglosassoni, ricorrerà alle due semplici e sempiterne tattiche di relazione tra stati: il “divide et impera” ed “il nemico del mio nemico è mio amico”. La logica verrà applicata tenendo conto del fatto che un potenziale partner può essere utile magari per ragioni di fornitura di materie prime o per ragioni geografiche o per ragioni commerciali più ampie o per ragioni valutarie o per ragioni di rottura di schemi locali (ovvero le unioni regionali che sono i sistemi naturalmente avversari per chi vuole controllare porzioni di mondo stando su un’isola) o per ragioni militari in vista di potenziali conflitti d’area, per una o più di queste definizioni, perché utili in sé o per sottrarne la potenziale utilità a gli avversari. Le trattative per formare le reti hub&spoke, si avvarranno della tattica del “premi e punizioni” ovvero mostrare all’ambiente delle trattative generali, quali vantaggi esclusivi avranno coloro che si sottometteranno per primi o con minori resistenze e viceversa quali tragici eventi potranno capitare a chi recalcitra, defeziona o flirta col nemico. In questo senso, il Messico, diventa il caso paradigmatico, quello in cui ne punisci uno per educarne cento, i cento che saranno chiamati ad altrettante, complesse, trattative bilaterali. E’ un gioco difficile e molto rischioso ma quali altre alternative concrete avevano USA ed UK?

Naturalmente, se volete perdere tempo e confondervi le idee, potrete seguire analisi e profezie settoriali e così economisti potranno spiegarvi quale assurdità è per l’UK isolarsi dall’UE o seguire sociologi che vi spiegano i mali della rinuncia alla “società aperta e cosmopolita” o seguire politici che non capiscono come la Gran Bretagna possa vende armi alla Turchia o specializzati in globalizzazione dirvi che la rete commerciale dell’Uno-Mondo è un fatto irreversibile, un destino–mondo che solo un parvenue come Trump o una sbiadita funzionaria di second’ordine come la May possono pensare di contraddire. Del resto, cambiando paradigma, gli “esperti” di settori diversi da quello che si affermerà, son destinati a non com-prendere gli eventi, perché ne prenderanno uno o due alla volta. Ma se volete una opinione franca, domandatevi se chi vi propone analisi ha il quadro generale, se non è in conflitto cognitivo tra l’apparato epistemico di cui è specialista e l’oggetto che deve interpretare e domandatevi anche se è mai possibile che il mondo venga fatto dalla collezione delle figurine Panini degli Uomini Illustri. Il mondo e la storia sono fatti da processi, i processi vengono mossi da interessi, gli interessi sono promossi da questa o quella rete di interessati che deve mediare il proprio egoismo con l’interesse di altre reti, con quello della comunità di cui fa parte, con quello dello Stato che ha un suo specifico interesse nazionale di tipo strategico e comunque tutto -alla fine- risponde al semplice setaccio del “funziona – non funziona”. Gli uomini e le donne di copertina, sono gli interpreti di una sceneggiatura che altri scrivono e di cui molta parte, si scrive addirittura da sola stante che stabiliti alcuni principi primi, il resto va più o meno di conseguenza ed i margini di scelta son di molto limitati, non determinati ma limitati.

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In molti s’era capito che dal mondo ordinato dall’economico (quello che chiamiamo con termine strutturalista, a volte fuorviante, “capitalismo”) si poteva uscire solo usando l’ordinatore politico poiché la contraddizione funzionale base del moderno è da sempre quella tra Stato e mercato, quindi tra il politico e l’economico. Le nazioni dominanti oggi tornano ad abbracciare lo Stato ed il politico in chiave geopolitica, una geopolitica di potenza, unilaterale, conflittuale, che premi le nazioni anglosassoni con beneficio per le loro élite ma anche un po’ di più il loro popolo ed infatti ecco che la May è conservatrice sì ma “sociale” e Trump vince coi voti degli operai della cintura della ruggine. L’appello al popolo, lo stesso di Sieyés ai tempi del Terzo Stato, ricorre laddove una élite fa alleanza col popolo contro un’altra élite, quella dei neolib inglesi ed americani oggi in declino. A questo punto, poiché  il gioco diventa disputarsi l’intenzione politica nella competizione tra Stati, si spera che le brillanti menti critico-critiche, si ricordino che la disputa fondamentale di chi deve gestire l’intenzionalità politica di uno Stato è ancora quella di Erodoto: Uno, Pochi, Molti ovvero una qualche forma di dispotismo più o meno ben intenzionato e popolare, una qualche forma di oligarchia che promuove un interesse particolare vestendolo da generale e l’unica forma che fa coincidere l’interesse nazionale con quello generale: la democrazia reale.

La speranza è l’ultima a morire ma la Storia ci insegna che è morta molte volte e questa volta il funerale potrebbe essere davvero molto triste, lungo e costoso.

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I temi trattati nell’articolo sono più ampiamente trattati nel libro dell’Autore in

Verso un mondo multipolare” Fazi editore, 2017

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[1] Il conflitto Stato – mercato  viene addirittura prima di quello capitale – lavoro in quanto questo secondo è proprio solo della specifica forma che si diede lo Stato moderno occidentale e dipende dal bottino nazionale da spartirsi.

[2] Riuniti in una, a volte formale, a volte informale, confederazione cioè alleanza detta Occidente (anche se il Giappone è in oriente).

[3] Un effetto di questa narrazione che poi è diventata stratega operativa, è stato quello di ritenere persa l’industria visto che s’andava a competere senza barriere con sistemi il cui costo del lavoro era non comparabile. Oggi, Francia, UK ed USA hanno una contribuzione alla determinazione del Pil nazionale da parte dell’industria, che oscilla tra 19% ed il 21%. La media mondiale è 29%, la Germania ha un 30% e la Cina, addirittura un 43%. E’ dall’industria e non certo dai servizi che si genera il disavanzo che vede gli USA importare 4 volte di più di quanto riescono ad esportare in Cina e l’Europa il doppio di quanto esportano sempre ai cinesi.   La perdita dell’industria ha avuto contraccolpi occupazionali gravi ma ha anche portato a quella interdipendenza che, a volte, rende impossibile perseguire l’interesse nazionale.  I libri di fanta-economia di Rifkin e tutta l’apologia dell’immateriale, del libero scambismo, del vantaggio ricardiano ed altre sciocchezze ben confezionate, purtroppo hanno avuto l’effetto nefasto di far credere vero che il mondo si potesse ordinare con Internet ed il “doux commerce”, oggi scopriamo con dolore, che non è così. Del resto, nel 1350 c’era chi credeva che la Peste fosse una punizione divina e non l’effetto della mancanza di una scienza, medica anche se i veneziani, inventando la “quarantena”, cioè il parziale controllo delle frontiere, avevano empiricamente trovato uno straccio di prima soluzione.

[4] La lettura della globalizzazione effettuata al tempo, vedeva un ennesimo tentativo coloniale del primo mondo sul terzo e non vide con sufficiente chiarezza l’alleanza tra classi dominanti del primo, del secondo e del terzo.

[5] Come è noto, negli Stati Uniti ci sono molte cattedre accademiche appaltate ad estimatori di Negri-Hardt, Foucault e financo genuini marxisti. Forse, ai portatori di una corposa teoria centrata sull’interesse delle nazioni dominanti, la cattedra (come ha detto un mio amico) gliela darebbero, ma in testa. Anche il “liberale” ha il suo limite.

[6] Essendo europei, usiamo disinvoltamente il concetto di Stato e nazione come equivalenti perché i due concetti si sovrappongono alla perfezione nella geo-storia europea ma si tenga conto che Stato è una cosa, nazione un’altra. Qui come altrove, per interesse nazionale si dovrebbe intendere “interesse di quel specifico Stato” senza implicazioni etniche.

[7] Come “populismo” che è una categoria recente che oltre a rinominare la demagogia non si capisce bene a cosa serva se non a fare confusione, nonostante gli sforzi di Laclau e Mouffe. Demagogia, in filosofia politica, è detta anche oclocrazia (Polibio).

[8] Il capitalismo “anglosassone” tendenzialmente liberal-imperialista, il capitalismo “germanico” tendenzialmente ordoliberale da i tempi di Otto von Bismarck ovvero da prima che fosse pensato come “ordoliberale”, il capitalismo francese tendenzialmente statalista, il capitalismo giapponese o asiatico tendenzialmente imperiale (imperiale ed imperialista sono due concetti diversi) dalla sua origine Meiji alla versione recente del PC cinese.

[9] Rivoluzione inglese detta “gloriosa” e quella americana che poi era una guerra d’indipendenza, quella industriale dei britannici e quella postindustriale-digital-informativa degli americani, quella sessuale, quelle scientifiche, quelle tecnologiche. Rivoluzione è in effetti un concetto anglo-sassone, preso in prestito da Marx, forse perché era sassone o forse perché troppo eccitato da quella francese.

[10] TPP = accordo commerciale USA, alcuni stati del Sud America, del Pacifico, dell’Asia; TTIP = simile al TPP tra USA ed EU; NAFTA = Accordo commerciale già in essere USA-Mexico-Canada; FMI e WORLD BANK = istituzioni bancarie e finanziarie già derivate dagli accordi di Bretton Woods; WTO = Organizzazione del commercio mondiale; BIS = Banca dei regolamenti interbancari.

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24.01.17 Per un po’ di tempo, gli obblighi delle cure parentali in favore del libro appena uscito non mi permetteranno l’aggiornamento della main page, con studi corposi. In compenso ho ripreso con vivacità (che spero di poter mantenere quotidiana) l’aggiornamento delle CRONACHE della COMPLESSITA’. Si ricorda che chiedendo contatto facebook, gli stessi commenti (più altri che magari non riporto qui), si possono avere in diretta.

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Fiocco rosso e blu.

definitivo-coverE’ oggi (12.01) in consegna nelle principali librerie (reali e virtuali) “VERSO UN MONDO MULTIPOLARE” Fazi editore. Ringrazio Paolo Bartolini di questa prima recensione (qui). Nella apposita pagina del sito (qui) troverete anche la pagina di presentazione uscita pochi giorni fa su il Fatto Quotidiano (link a fondo pagina) ed in seguito, lì si daranno notizie delle successive segnalazioni, critiche ed eventuali presentazioni.

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LA RICONNESSIONE DEI DISCONNESSI. Dal moderno al complesso.

L’immagine è quella della metropolitana o della sala d’aspetto, individui con capo chino su qualche device che li collega al “loro” mondo che non è mai nel qui ed ora  ma in un altrove. Non ci si connette col proprio intorno che è un aggregato di disconnessi, ci si connette con altri o altro. Non ci si connette nelle quattro dimensioni ma solo attraverso quella dello scambio di informazione e non lo si fa secondo i complessi codici dell’interrelazione umana ma attraverso quelli delle strettoie codificate della mediazione elettronica.

978880621390medLa situazione è coerente con quella che in senso più ampio, si dice “sociale”. Dato che la promessa moderna fondamentale  è rivolta all’ individuo a cui si promette libertà e realizzazione, la società moderna di tipo occidentale è più un aggregato che un sistema. L’enfasi sulla competizione va a scapito della collaborazione, le relazioni utilitarie portano ad intendere l’altro come mezzo e non come fine in sé, il mondo del lavoro che domina l’esistenza è un perenne campionato di sempre maggior individualizzazione competitiva e la retorica del “gioco di squadra” cerca, invano, di recuperare quelle qualità adattive che le pratiche standard tendono a mortificare. Altrettanto fa l’inurbamento, l’assenza di luoghi e riti della condivisione sociale, l’ossessione per le relazioni a breve, fugaci, mobili, non impegnative, i modelli agonistici rilanciati dal discorso pubblico, la fruizione delle narrazioni nell’unica modalità emittente-ricevente.

I disconnessi vengono poi  riconnessi in entità superiori come lo Stato o il mercato o la rete. Nel mercato siamo tutti iperconnessi ormai a livello planetario, nello Stato siamo riconnessi nel concetto di interesse nazionale ma  l’importante è che l’interesse della comunità nazionale non sia connesso con l’interesse del mercato che è post-nazionale, anzi sia in conflitto. Del resto, se non è connesso è facile che sia in conflitto  perché a quel punto vige la competizione sistemica: sistema politico nazionale vs sistema economico o peggio, finanziario, ormai a dimensione planetaria, ognuno ritaglia lo spazio a modo suo. Nel nuovo sociale virtuale delle rete delle reti che raggiunge il massimo grado di iperconnessione dei disconnessi, non s’incontra più il differente, ci si riconferma continuamente tra simili, una nuova partizione tribale a-territoriale, più che un “gruppo” potenzialmente attivo, un cluster di consumo passivo basata sulla condivisione di alcune identità. Lo sviluppo del discorso su questi 9788856806458media elettronici è sincopato, decontestualizzato, riportato ad una emotività da celenterato, le passioni tiranneggiano sulla ragione. Ci sono persone solissime che hanno più di mille “amici”.

Tutto ciò è coerente con la narrazione che in metafora ci vorrebbe degli “atomi sociali”. Una analogia falsa perché “un” atomo ed “un” individuo umani non sono affatto analoghi se non nel quantificatore. Errore elementare perché l’individuo umano è vivo ed autocosciente mentre l’atomo è semmai esistente e comunque non certo autocosciente.  Infine, errore da matita rossa, in natura (se non altro quella del nostro pianeta) non si danno atomi solitari se non in quella particolare colonna della tavola di Mendeleev che raggruppa i cinque gas nobili per altro molto rari, cinque su novanta elementi naturali. Se in natura si presentano solo una così bassa percentuale di atomi disconnessi perché usare la metafora dell’atomo quando la condizione naturale prima degli atomi è il loro farsi sistema in molecole[1], quindi connettersi? Tutto ciò ricordando anche che l’idea di atomo, ripescata ai primi del XIX, venne riproposta da Dalton ancora seguendo il suo etimo greco che lo voleva impossibile da tagliare, ovvero semplice, non fatto di parti (e quindi di relazioni interne, oltre a quelle esterne). Scoprimmo poi, verso la fine del XIX secolo, che tanto l’atomo quanto la psiche individuale non sono semplici ma composti, piccoli universi cover-2complessi. Tutta la materia è iperconnessione di sistemi e sistemi di sistemi in una scala di cui non siamo in grado di trovare gli estremi (la stringa e l’Uni-verso)  o meglio di cui ci ostiniamo a pensare gli estremi postulandoli.

Così il capitalismo è iperconnessione di individui monadici (senza relazioni) orientati dall’egoismo dell’utilità individuale quando tutta la storia umana è fatta di gruppi, clan, bande, tribù, società, popoli. Non solo così è evidente sia stato nella storia umana ma così è giusto che fosse visto che a nostra volta, la scienza ci dice che discendiamo da primati sociali che discendevano da mammiferi che discendevano da rettili prima anfibi che discendevano da pesci o qualcosa del genere che comunque stavano nell’acqua spesso in banchi o colonie, che discendevano da sistemi pluricellulari, cellule che a loro volta sono sistemi aggregati di entità primitive che si sono evolute per connessione. La vita è iperconnessione che scala la freccia della complessità[2] cercando di opporre ordine all’entropia e lo fa creando “forme” ovvero relazione tra le parti che fanno sistemi viventi. Anche i geni da soli non fanno niente se non connessi in tratti di genoma che a sua volta rimarrebbe lettera morta se non vi fossero sistemi che ne estraggono l’informazione e quindi noi siamo semmai fatti (anche) dal genoma non da singoli geni ed il genoma è solo condizioni di possibilità che diventa in atto quando c’è una relazione con capitalismo-e-modernita-991altro. Tutto è relazione ma a noi piace pensare sia fatto da tanti Uno irrelati, astiosi e respingenti, potenzialmente in conflitto.

Così siamo soggetti di cui si tacitano le dipendenze strutturali con gli altri, con il contesto, con la sequenza dei cambiamenti che fanno il tempo. Così siamo razionali sebbene questa sia solo un’emergenza per altro impura essendo composta e condizionata dai centri del piacere – dispiacere che hanno origine addirittura cellulare, gli stessi che muovono i nostri sogni, desideri, amori, passioni. Il nostro strato umano include quello mammifero che include quello rettile.  Così siamo “egoisti” tacendo dei neuroni specchio che ci predispongono altrettanto all’empatia, alla simpatia ed alla condivisione. Si può così ben vedere come le immagini di umano dominanti siano opera di scultori che traggono dal nostro tutto una determinata forma ma che avrebbero potuto trarne un’altra ed in molti casi non solo si estrae una forma di essere tacendo delle altre che le coesistono ma come nel caso del’atomo sociale si costruiscono metafore che sono inconsistenti e palesemente infondate. L’identità, l’individuazione, il permeabile perimetro ontologico, sono tratti per escissione, separazione, disconnessione, quando invece si determinano per relazione, hanno cioè la relazione come concetto fondamentale della loro ontologia. Ma il paradigma moderno postula la disconnessione, esterna ma anche interna, atomi, monadi, individui, sistemi a volte ma isolati gli uni dagli altri e meglio se in conflitto. La mentalità occidentale moderna è un impero culturale fondato sulla negazione della relazione, impera perché divide, separa, distingue. Conseguentemente, la società moderna è un aggregato di individui disconnessi, riconnessi ai più alti livelli dell’astratta comunità nazionale, nel gioco “vendo il mio tempo e con l’incasso soddisfo bisogni che neanche sapevo di avere[3]” e di recente, nella matrice delle comunità immaginarie che ci astraggono da quelle concrete. La nostra è la società dell’iperconnessione dei disconnessi.

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Il Moderno[4] che è stato pur sempre figlio della mentalità occidentale, che ha origini -come al solito- più antiche,  originò da una serie di disconnessioni. L’intero sistema di pensiero dominante al tempo de XIV e XV secolo, rifletteva l’altrettanto dominante sistema socio-politico medioevale[5] e per indebolirlo, occorreva prima mostrarne la natura composta di modo da sottrargli il dominio assoluto, riservarsi qualche territorio jan_matejko-astronomer_copernicus-conversation_with_godlibero dalla sua totalizzante ingerenza e da lì far base per allargare le condizioni di pensabilità prima e praticabilità poi, del nuovo “modo di stare al mondo”. All’interno del movimento umanistico-rinascimentale che tornava alla classicità greca per dimostrare implicitamente che un altro modo era esistito ed era quindi possibile, Copernico tornò ad Aristarco di Samo. Il concetto di “rivoluzione” nel titolo della sua opera (1543[6]), sta a significare proprio un “ritorno” dopo lungo cammino[7]. Con questa mossa si creava una alternativa al dominio paradigmatico dell’astronomia tolemaico-aristotelica, stante che Aristotele governava l’impianto della teologia dominante, quella tomistica. Galilei s’intrufolò nel buco creato da Copernico per allargarlo. Galilei diede forma pensata ad un movimento di ritorno alla realtà che già si era diffuso nella società, una società che già da tempo si era messa alla ricerca di un pensiero che accompagnasse la trasformazione del mondo iniziata dagli abitanti delle città, dai mercanti, di navigatori, da gli ingegneri delle nuove macchine che aiutavano la “costruzione” di un nuovo modo di stare al mondo. Galilei pensò che il tutto andasse scomposto in parti, precisamente quelle che si potevano descrivere in linguaggio matematico – geometrico, le uniche chegalileo-galilei permettessero l’oggettività.  Isolare la parte dal tutto, si rendeva necessario proprio per capire meglio quale fosse la natura del tutto e questa doppia impostazione riduzionista e determinista diverrà poi “sistema” nell’epistemologia scientifica moderna, con Newton. Cartesio, concesse al pensiero dominante del tempo di cui temeva oltremodo le ritorsioni e gli ostracismi che già si erano scatenati su Galilei, la separazione tra il volgare corpo e la divina mente, di cui lui scopriva l’altrettanto divina razionalità fondando così il soggetto moderno. Anche Cartesio si proteggeva dietro l’implicita autorità degli antichi poiché tale separazione era già ben presente in Platone e se la teologia ufficiale dominante era quella aristotelica di Tommaso  d’Aquino, la Chiesa cattolica era del tutto intrisa di neoplatonismo sin dai fondamenti di Paolo di Tarso, di Agostino e dell’intera patristica. Corpo ed anima erano già una relazione problematica, fuggevole e precaria. Infine, il soggetto cartesiano razionalmente in grado di conoscere il mondo poiché Dio stesso garantiva dell’allineamento tra Mondo e facoltà di indagarlo e rene-descartes-youngcomprenderlo,  altro non era che la versione razionale dell’individuo protestante perfettamente in grado di conoscere Dio stesso ed il suo volere, senza intermediazioni ingombranti e fuorvianti. E se Galilei e Cartesio si dibattevano rischiosamente contro il potere ancora forte delle istituzioni fondate su una certa immagine di mondo, Francis Bacon era ben più libero di porre una terza disconnessione, quella tra uomo e Natura con il primo in diritto e dovere di sottomettere la seconda ai suoi voleri e desideri, come l’uomo fa con “una prostituta”. L’agonismo con la natura darà poi vita alla stramba partizione “natura vs cultura” come se l’essere umano sviluppasse la sua cultura in senso antagonista alla natura, come se la cultura prodotta da esseri umani fosse un artefatto non naturale pur essendo prodotta da enti naturali.

E dopo la separazione tra autorità dell’immagine di mondo a priori e quella ben più cogente della realtà concreta da osservare prima di fare, dopo quella del tutto ridotto alle sue parti più minute per impossessarsi delle sue leggi di funzionamento oggettive aprendo alla separazione tra sguardo scientifico ed ogni altro possibile, dopo quella tra mente e 300px-bacon_stautecorpo, dopo quella tra uomo e Natura, tra natura e cultura, dopo quella tra potere politico/territoriale e quello religioso/ ecumenico sancita nella Pace di Augusta e la separazione luterana tra Dio e la sua Chiesa intermediante ponendo in alternativa il contatto diretto tra l’individuo e Dio tramite la Scrittura, dopo che Hobbes aveva separato stato di natura da stato civile con Locke che però lasciava nello stato di natura la proprietà privata, dopo che gli inglesi avevano separato la forma economica da quella sociale ponendo la prima a governo della seconda e quindi il parlamento delle élite economiche sopra il popolo, la monarchia e la Chiesa anglicana (1688-89), il Moderno si avvia alla sua piena realizzazione caleidoscopica.  La divisione in parti del Tutto medioevale era compiuta, ora ci si poteva avviare a riconnettere le parti in un diverso gioco.

Arriviamo così  alla divisione del lavoro intellettuale invocata da A. Smith come analogia di quella divisione del lavoro nella fabbrica degli spilli che apre la sua celebre Ricchezza delle nazioni : “… e questa suddivisione di occupazioni nella filosofia, come in ogni altra attività, migliora l’abilità e risparmia tempo[8]. Smith stesso ci informa in una nota a piè di pagina (la 24) che più avanti nella sua trattazione (pp. 949-950) dirà del prezzo da pagare per ottenere questo vantaggio produttivo della conoscenza e più in generale nella produzione. Ed ecco cosa dice il padre del pensiero che ordinerà la società capitalista 210moderna di coloro che, diventando parte irrelata di un processo, perdono la connessione col tutto: “… generalmente diventa tanto stupido ed ignorante quanto può diventarlo una creatura umana”. E continua significando che il “torpore della mente” non solo “impedisce di godere e partecipare di una discussione razionale” ma anche di “concepire un sentimento generoso, nobile o tenero” corrompendo irrimediabilmente la facoltà di giudizio necessarie alla vita privata e sociale. Infine “egli è completamente incapace di giudicare dei grandi e vasti  interessi del suo paese” concludendo che “sembra così che la sua abilità nel suo particolare mestiere venga acquisita a spese delle sue qualità intellettuali, sociali e marziali [9]”. Insomma a Smith era nota la relazione tra il vantaggio lavorativo della divisione del lavoro anche intellettuale (più efficienza in meno tempo) ed il suo costo (alienazione[10] ed abbrutimento nonché perdita delle stesse facoltà intellettive, etiche ed emotive relazionali). Tanto da consigliare vivamente allo Stato, di investire soldi, attenzione e tempo nell’istruzione pubblica, soprattutto per le fasce più deboli e non solo per i giovani, per compensare queste dissociazioni alienanti . E si noti anche quel “incapace di giudicare dei grandi e vasti interessi del suo paese” su cui si basa la deriva elitista della cosiddetta democrazia moderna, l’inconsistenza del concetto di cittadinanza politica su cui dovrebbe basarsi una qualsivoglia minima forma di democrazia. In pratica, si è andato ad applicare il principio di dissociazione riflessivamente anche al libro ed al pensiero di Smith, separando l’economia dalla filosofia morale di cui era docente, pendendosi tutti i vantaggi della divisione del lavoro ma non curandosi dei costi umani e sociali, contrabbandando una antropologia egoista iperrazionale ed individualista (egoismo + mano invisibile) basandosi su un filosofo che fece dei contenuti di simpatia ed empatia umana, quale movente primo della vita associata, il suo “opus magnum” che per lui non era la Ricchezza delle nazioni (1776) ma la Teoria dei sentimenti morali[11] (1759). Inmedia_389196_en seguito, il pensiero su i fatti economici che in Smith era ancora amalgamato con quello dei fatti morali, si separò diventando per auto attribuzione “scienza”.

Quanto al sistema del pensiero che abbiamo in testa, dopo la grande cattedrale del pensiero che pensa se stesso edificata da Hegel con l’Enciclopedia (1817-27-30), Marx svalutò l’impianto generale dei pensieri e delle idee dichiarandolo riflesso incosciente di interessi materiali e sociali di una precisa classe e delle sue brame di dominio. Nietzsche lo svalutò dicendo che era costruzione di comodo al servizio di una cieca volontà di potenza. Freud lo indebolì mostrando quanta irrazionalità passionale e pulsionale inconscia stava alla base delle manifestazioni consce della presunta razionalità. La conoscenza si tripartì tra scienze della natura, scienze umane e narrazioni ed all’interno dei tre capitoli, ampia e sempre più parcellizzata fu l’arborizzazione disciplinare. Le enclosures del campo conoscitivo separavano quello che prima era un “in comune”.

Ovvia e finale conseguenza il fatto che psichicamente, la società moderna fondata sulla dissociazione, sia dissociativa di per sé e dalle premesse freudiane sul disagio della civiltà, a gli studi sulla schizofrenia di R.D.Laing e l’Uomo ad una dimensione di Marcuse a questa fotografia aggiornata da G. Monbiot[12] sull’epidemia contemporanea di disturbi mentali, evidenti sono i prezzi pagati alla composizione caleidoscopica  dell’immagine di mondo e dei vari gradi dissociativi della relazione concreta tra Io-Mondo ed in specie del modo moderno di abitarlo che ne è conseguenza.

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Per avere una iperconnessione di disconnessi , bisogna prima avere i disconnessi ed i disconnessi son certi figli di un certo modo sociale ma di nuovo, questo non si sarebbe mai potuto affermare senza una pregressa dissociazione cognitiva. Questa dissociazione origina dal pur utile tentativo moderno di mettere a fuoco le singole parti di un tutto, sebbene separandole, cioè cancellando le loro interrelazioni[13]. Quello che i sociologi leggeranno nel XIX secolo (Marx, Weber, Simmel, Durkheim), il moderno in atto, compie l’origine e l’origine compare nel pensiero del XVI secolo ed a sua volta non fa che accompagnare movimenti del “modo di stare al mondo” già comparsi nel XV secolo, a loro volta originati in reazione dei fallimenti adattivi registrati nel XIV secolo.

pgreco-cassirer-storia-filosofia-moderna.inddOggi, questa separazione cognitiva porta alla difficoltà di comprendere concetti sistemici e complessi stante che l’era complessa si fonda invece su una ontologia ed una gnoseologia sistemico-complessa. Questo è il grave rischio di disadattamento che si corre entrando nell’era complessa con una mente moderna. Essendo gli enti ritenuti irrelati ed essendo essi letti secondo irrelate discipline di studio, non si leggono le matrici che li legano e quindi non si leggono le vie di relazione, i meta-sistemi a cui appartengono. Non leggendo le relazioni non leggiamo le interdipendenze e le conseguenze a medio-lungo raggio dei fatti che accadono e di quelli che vorremmo far accadere. Non mettendo in relazione l’interno dei sistemi con l’esterno, il singolo sistema con gli altri con cui è connesso, le parti con il tutto, invisibile diventa il concetto di limite, invisibile ed irritante, una inaccettabile negazione dell’eterna espansione, del così è sempre stato e sempre così sarà.

Prendendo l’umano, ne collezioniamo descrizioni fisiche, chimiche, biologiche, psico-cognitive, antropologiche, sociologiche, linguistiche, archeologiche, economiche, storiche e filosofiche ma anche letterarie e poetiche e ci sembra normale ma non è normale affatto che non si arrivi mai ad almeno una minima varietà di descrizioni integrate di base. Prendendo la “crisi” in cui abbiamo evidente sensazione di essere, la diciamo economica o finanziaria, politica o culturale, ecologica o socio-psichica, forse di civiltà ma la collezione dei sintomi non ci porta mai a definire esattamente quale sistema principale sia in crisi, chi o cosa sia il malato. Essendo la malattia una crisi adattiva, non potendo pensare complessivamente al senso dell’umano e del moderno ed ai limiti che il mondo nuovo ci pone, non possiamo capire cosa è in crisi e perché.  L’”ordinamento sistematico delle conoscenze umane” (E. Cassirer) non è riflessivo e quindi sebbene vada decifrando i singoli geroglifici delle cose che sono, non li può ordinare in discorso e quindi non ne comprende il significato.

Nel reale abbiamo sempre e solo oggetti iperconnessi tanto al loro interno che al loro esterno ma poiché le nostre discipline d’indagine sono disconnesse, produciamo solo descrizioni disconnesse o solo di parti interne o solo di parte esterne o solo di alcune relazioni tra individuo/i, cose e mondo. Descrizioni moltopgreco-cassirer-storia-filosofia-moderna.indd polarizzate a volte addirittura tra loro competitive (meglio una descrizione scientifica o scientifico-umanistica o umanistica? domanda bizzarra visto che i tre ambiti indagano diversi oggetti e quindi non sono equi-fungibili) se non in aperto conflitto[14]. Ma che senso ha dare rappresentazioni disconnesse di un iperconnesso? L’avrebbe e ce l’ha in effetti,  nel senso che approfondiamo molto determinate questioni che fanno parte di un tutto anche se non sono tutto ed è sicuramente meglio farsi tagliare la pancia da un chirurgo moderno ultra-specializzato che da un barbiere del ‘400, olista e impreciso.  Ma ridurre la comprensione di enti iperconnessi solo ad una selva di sguardi disconnessi e non porsi mai il problemi di riconnetterli tra loro è un evidente limite. Chi riconnette tutti gli sguardi disconnessi? Nel mercato, si pensa sia la mano invisibile dei prezzi a fare l’autorganizzazione del sistema ma il sistema non ha auto-consapevolezza come dovrebbe averlo il sistema umano della conoscenza. Il mercato è un funzionamento ma il sistema della conoscenza umana dovrebbe avere non solo un funzionamento ma anche un significato. Il sistema del mercato segue la logica del fare ma il sistema della conoscenza dovrebbe seguire quella del pensare, prima di fare. Chi fa l’autocoscienza della conoscenza, chi è che fa il pensiero che pensa se stesso? Nessuno, ed infatti non esiste pensiero in questo senso ma solo pensati, disconnessi anche se inconsapevolmente molto più connessi di quanto di solito si sospetti perché alla fine, tutti i pensati nascono da pensanti che -per quanto disconnessi- sono pur sempre essere umani, cioè versioni con moderata variabilità della comune specie sapiens, genere homo. La nostra conoscenza è coscienza del mondo ma essa non ha autocoscienza, coscienza riflessiva. Da ciò consegue anche l’impossibilità della democrazia, dell’autogoverno umano, in quanto l’umano non sa di ciò di cui dovrebbe decidere, non può valutarne gli effetti complessi e quindi non può darne giudizio motivato ed attinente, non sa intervenire sull’ordine del mondo per modificarlo e quindi si affida a funzionamenti impersonali auto-organizzati come il mercato e all’élite che ne cura la continua riproduzione o al sogno ormai spento di cambiare tutto e tutto in una pgreco-cassirer-storia-filosofia-moderna.inddvolta l’ordine dell’esistente con una improbabile “rivoluzione”. “Rivoluzione”, parola abracadabra che vorrebbe cambiare domattina quello che si è tessuto in più o meno cinque secoli. Proprio quella “rivoluzione” che nel titolo del libro di Copernico del 1543 iniziava il moderno e lo iniziava suggerendo un ritorno all’antico, all’indietro, quando poi il moderno si autocomprese come movimento inarrestabile di progresso, in avanti. Dissociazioni dell’evo dissociante.

Il pensiero critico, invece di criticare la forma de-sistematizzante del paradigma centrale della divisione è a sua volta stato spinto ad occuparsi solo di parti[15], da ultimo, nel post-moderno, addirittura di “frammenti”. Si è concessa la “critica” nell’illusione di coloro che la praticano come unica forma di impegno socio-intellettuale, che la corrosione razionale eroda i fondamenti concreti del nostro modo di stare al mondo, concessione facile visto che nessuno è più in grado di prefigurare un diverso modo concreto di stare al mondo. Poiché quindi qualsivoglia sistema necessita di un ordine, possiamo passare anche i prossimi mille anni a criticare l’ordine in atto ma finché non avremo un progetto diverso, esso rimarrà in atto almeno fino a quando non collasserà in una catastrofe autoprocurata. Ecco allora che critica e sogni di fuga si alternano in una rapsodia di improvvisi. Vorremmo società più umane ma lavorando 40 ore la settimana è impossibile, allora vorremmo tornare a dimensioni  di semplicità autarchica ma poi si rimane tutti disoccupati ed allora vorremmo la piena occupazione ma così incontriamo i limiti ambientali e geopolitici della nostra agognata espansione, eravamo cosmopolitici ma poi tra globalizzazione e migranti senza frontiere ci è venuto qualche dubbio ed allora pensiamo che tutto si riduca alla sovranità monetaria o ad un ritorno dello Stato (un ente del XV secolo) ma altri ci dicono che invece il problema è la tecnica, ad allora accusiamo il pensiero scientifico ma questo pgreco-cassirer-storia-filosofia-moderna.inddaccusa quello umanistico di non saper produrre realtà ed allora vorremmo fare la rivoluzione quando non siamo in grado neanche di imporre una moderata redistribuzione fiscale. Ci si salva pregando un dio o andando dallo psicanalista o gettandosi in qualche nevrosi. Giriamo in tondo, non ci raccapezziamo perché non connèttiamo, non siamo più in grado di legare le cose tra loro mentre lì, fuori dalla nostra testa, le cose sono tutte intrecciate tra loro. Se ne è accorto Bergoglio che riattualizza la vecchia e sempre affascinante soluzione del triangolo in cui Io e Mondo son solo due angoli bassi del triangolo che ha Dio al vertice. Soluzione che ha già avuto vasto pubblico nei secoli passati ma che è dubbio possa servire per quelli a venire. Per quanto l’insieme della conoscenza umana non sia esattamente di tipo cumulativo, improbabile ricacciare il genio del moderno nella lampada, più probabilmente lo si dovrà riconnettere, al suo interno, al suo esterno, al come pensa l’uno e l’altro.

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la-divisione-del-lavoro-socialeLe società complesse nate circa 8000 af, si svilupparono assieme ad una sempre più marcata divisione del lavoro, che si portò appresso la divisione delle competenze e poi delle funzioni socio-politiche-militari, poi quelle culturali[16]. La divisione funzionale è portatrice del principio di gerarchia, gerarchia e funzionalizzazione sono due aspetti dello stesso fatto, la dilatazione del sistema[17].  Il cammino della logica divisoria[18] ebbe un salto di grado nel Moderno, sia in termini di prestazioni di lavoro, di economia, sia in termini di specializzazione e separazione degli sguardi cognitivi. Fintanto che il Moderno, come modo di stare la mondo, ha “funzionato”, non si è posto con impellenza il problema di riunificare questi sguardi. Oggi siamo incappati in una forte discontinuità storica, il trapasso dall’era moderna a quella complessa che s’annuncia con constatazioni di crisi multiple ed intrecciate che nominiamo e studiamo l’una e poi l’altra quando invece sono solo fenomeni di un’unica crisi centrale: il modo moderno di stare al mondo. Oggi l’adattamento non è più garantito per il funzionamento inconsapevole delle nostre complesse società, oggi l’adattamento si può ottenere solo agendo consapevolmente sulle forme sociali con l’intenzione politica cercando l’adattamento al mondo nuovo per tentativi ed errori previa introiezione generalizzata del quadro d’insieme. Quadro che ci presenta la novità del limite in tre diverse versioni: quella ambientale, quella geopolitica, il limite che c’è alla divaricazione delle condizioni sociali prima che la società si fratturi irrimediabilmente naufragando su qualche scoglio. Sul piano conoscitivo, il limite di un principio di indeterminaizone conoscitiva per il quale più sappiamo dello specifico meno lo com-prendiamo e viceversa, più comprendiamo in un istante di intuizione meno sppiamo davvero dell’oggetto da conoscere.

Nel mondo non esiste l’economia o la finanza o la politica o l’ecologia o la demografia o la geografia o la storia o la sociologia o l’antropologia o la geopolitica, questi sono solo modi di conoscere un tutto tagliandolo a spicchi, sono solo modi di conoscere definiti da noi in un’epoca in cui abbiamo diviso tutto per meglio conoscerlo e controllarlo. Ma oggi questo tutto sfugge al nostro controllo per eccesso di complessità e le priorità conoscitive diventano quelle che hanno in oggetto solo grandi sistemi e loro interrelazioni. Questo chiama quella capacità di collaborazione che la società dell’iperconnessione deisennett-copertina_2824565_694214 disconnessi ha desertificato[19] e questa collaborazione dovrebbe avere in oggetto il condividere un disegno di mondo realista, integrato e possibile in senso adattativo. Per fare questo disegno, dovremmo quindi poter accedere al patrimonio delle conoscenze non solo usando volta per volta questa o quella conoscenza particolare ma accedendo prioritariamente a forme di conoscenza generale, poi da approfondire in questa o quella particolare. E’ questo il primo passo da compiere per accedere ad un lungo processo di necessaria ritessitura sociale: la creazione di un nuovo modo di conoscere per poi tentare un nuovo modo di vivere. Babele non riuscì a costruire la sua ambizione perché Dio rese i suoi abitanti reciprocamente inintelligibili, così noi non potremo mai costruire la nostra nuova città se non partendo da uno strato minimo di comune conoscenza e se questa non collezionerà molte delle parti ma anche delle reciproche relazioni che tessono il sistema di cui siamo parti.

La riconnessione dei disconnessi parte quindi dalla riconnessione delle loro menti. Sebbene poi queste pesantemente influite dal modo sociale, dal modo economico che porta poi a quello politico, la precedente rivoluzione scientifico-razionalista del XVI-XVII secolo da cui originò il moderno nel pensiero, ci dice che deve poterci essere un inizio, un innesco di un processo divaricatore, qualcosa che crei una possibile biforcazione da cui poi far partire un processo ricorsivo di pensiero ed azione, valutazione risultati e modifica del pensiero per nuova azione e così via, alternativo. Quello che ci portiamo appresso dal moderno è lo sforzo di chiarificazione delle singole parti che formano i 9788861592377_0_0_301_80sistemi altrimenti percepibili solo nel collasso mistico dell’olismo. Quello che lo deve superare è il rimettere assieme queste parti e quindi considerare le loro interrelazioni, la funzionalità e la struttura di ciò a cui danno forma e vita. Il punto da cui partire è lo sforzo intellettuale. Tale sforzo, a gli inizi del moderno, partì come spesso accade da una stagione di ritorno dello scetticismo[20], arma con cui la ragione distrugge le sue stesse convinzioni per far posto a nuove[21]. Oggi dovremmo dare di nuovo benvenuto ad ogni forma di scetticismo ma superando la inarrestabile coazione alla critica del moderno in questo o quell’aspetto, occorre affrontare il principio, il principio di disconnessione, quella separazione tra le parti che oblitera le relazioni tra le stesse. Usando la metrica logica proposta da Hegel, se il Medioevo è stato un Tutto ed il Moderno lo ha separato in parti irrelate per meglio comprenderlo[22], il Complesso deve restituire all’osservazione ed alla comprensione le relazioni tra le parti che assieme formano sistemi e sistemi di sistemi onde tornare ad un Tutto meglio compreso, un Tutto complesso, non olistico. Un Tutto in cui siano “chiare e distinte” non solo le parti ma anche le tra loro relazioni, in cui non si pensi solo all’interno dei sistemi ma anche al loro necessario adattamento con gli altri e con l’ambiente generale che tutti ci ospita.

La società dei disconnessi, poi iperconnessi in entità superiori di tipo astratto (Stato, mercato, rete) è figlia del sistema capitalistico ma questo e figlio del moderno che, a sua volta, è pur sempre parte della famiglia dell’essere occidentale e della sua lunga ricerca dei modi di stare la mondo. Se vogliamo superare la condizione alienata, sterile ed inefficientecover dell’iperconnessione dei disconnessi, soprattutto perché spinti da gli impellenti rischi di fallimento adattivo al mondo nuovo, dobbiamo agire sul pensiero dei disconnessi affinché una nuova mentalità muova alla costruzione di una diversa forma sociale. Le persone reagiscono alle sollecitazioni del mondo in funzione di ciò che hanno in testa e per quanto la testa abbia una sua certa dipendenza dal mondo in cui è immersa, ha anche una sua autonomia[23]. Per prodursi e svilupparsi, la nuova mentalità ha bisogno  di un concetto portante che è la relazione e di una forma che è la pratica di un nuovo  sistema di conoscenza generale che amalgami, tra loro, i diversi sguardi conoscitivi. La figura simbolica di riferimento per questo imperativo alla riconnessione è quella del tessitore che è metafora di sapienza in molte culture, il tessitore come colui che sapeva come intrecciare le cose assieme, intrecciare assieme che è l’etimologia di cum-plexus.

Il primo oggetto da riconnettere è la nostra conoscenza dandogli capacità riflessive che ricostruisca visioni integrate e complesse di cosa è Io, cosa è mondo, cosa è la loro relazione.

(Gennaio 2017)

NOTA: Il pensiero filosofico espresso nel lungo paragrafo su i fondanti del paradigma moderno non ha nulla a che vedere con quello riportato nella Storia della Filosofia di Cassirer. Voleva solo esser un plauso al coraggio dell’editore che lo riedita. 

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[1] La meno considerata legge della fisica atomica è la cosiddetta Regola dell’ottetto che risiede al confine tra fisica e chimica. La regola osservata nel 1916 da G.N. Lewis dice che, a parte i gas nobili, gli altri elementi, tendono ad aggregarsi tra loro per raggiungere il numero di otto elettroni nella loro orbita più esterna. Questo voler raggiungere uno stato di stabilità energetica che si ottiene solo assieme, è il motore che spinge gli atomi a fare molecole e quindi l’Universo intero. Gli atomi sono spinti all’interrelazione dalla ricerca di equilibrio, cioè da soli non sono in equilibrio hanno mancanza ed è questa mancanza che li spinge incessantemente ad interrelarsi. Era semmai in questa versione che andava interpretata la metafora dell’individuo-atomo.

[2] Cèsar Hidalgo, L’evoluzione dell’ordine, Bollati Boringhieri, Torino, 2015

[3] Molti dei bisogni umani del moderno provengono dal tipo di vita sulla quale il moderno è basato. La soluzione crea il problema di cui poi si pone come soluzione. L’essere umano ha una macchina del desiderio in sé sempre accesa ma è un desiderare aperto, un desiderare senza oggetto specifico. Il moderno si è messo al servizio di questa macchina, da una parte eccitandola di continuo con candidati ad esser desiderati, dall’altra creando problemi che richiedono soluzioni che sono poi proprio il ciò che si desidera, che è poi ciò che viene offerto. Si tenga poi conto che il risultato adattivo complessivo del moderno ha portato a città sempre più grandi ed allora l’oggetto o la proprietà sono diventati anche segnalatori di status sociale di immediata necessità. “E’ questo inganno che spinge e tiene in continuo movimento l’industria del genere umano” ammetteva A. Smith nella Teoria dei sentimenti morali.

[4] Il concetto di “Moderno” è assai contrastato. Noi lo usiamo in senso storico-culturale segnando il fatto che le epoche storico-culturali non iniziano dove le precedenti finiscono. Esse cominciano come prime forme di coscienza del fatto che un tempo, la precedente epoca storico-culturale, ha cominciato il suo declino e dall’interno di questa decadenza si scorgono elementi nuovi, primi barlumi di quello che sarà il sistema successivo. In questo senso, il moderno inizia quando emerge la coscienza della fine del periodo precedente al quale viene, per la prima volta, dato un nome “l’evo medio”. Ciò accade la prima volta nell’Umanesimo rinascimentale e proseguirà dal XIV al XVII secolo in un crescendo di novità cumulate, pur sempre all’interno di una sempre più residua vigenza dell’evo precedente. Seguono l’età dei Lumi e l’affermasi dell’ordinatore economico moderno detto capitalismo che giunge nel XIX secolo, alla sua piena vigenza ordinativa, della compiuta modernità sociale. La storia dell’interpretazione del moderno ha la sua nascita proprio nel XIX secolo ovvero quando si manifesta compiutamente l’ordine sociale moderno. Successivamente, nel XX secolo, l’interpretazione di divide tra chi segue l’origine illuministica (Scuola di Francoforte) e chi segue la fase di prima decadenza dell’evo in quella che è stata chiamata post-modernità. Secondo noi, l’origine da studiare è invece del XV-XVI secolo. L’interpretazione dominante il XIX secolo ha in un certo senso fatto coincidere il moderno col capitalismo mentre secondo noi il capitalismo è una conseguenza del moderno e le ragioni di questo vanno cercate nel fallimento del precedente sistema. Così oggi, notiamo i segni del fallimento del moderno e ci spingiamo ad ipotizzare un nuovo evo, quello complesso. Ogni evo quindi, è una forma di adattamento ad un insieme di condizioni materiali e mentali (spirituali), esso nasce, cresce e muore poiché le ragioni che lo hanno affermato lasciano il passo ad altre che le superano. Il sistema nato perché più adattivo, muore perché diventa disadattato e nuove condizioni rispetto a quelle che lo hanno fatto nascere. Cambia il mondo e quindi deve anche cambiare il modo ma il sistema che si è affermato in un certo contesto, resiste a mutare la sua natura fondamentale e quindi nato come risposta adattativa, diventa viepiù disadattato fino a che non nasce quello che lo sostituirà o per catastrofe o per transizione. L’oggetto “modo stare al mondo” è quindi una versione di sistema adattivo con le sue immagini mondo e con e sue strutture di mondo, in vigore in un dato periodo storico in un dato luogo geografico.

[5] Questo sistema era una unità ben serrata tra le sue parti. Immagine di mondo, partizione ed organizzazione politica della comunità, loro stile di vita, erano tutte ben interconnesse ed ordinate dalla comune credenza sull’esistenza di Dio e dei premi e punizioni dell’Eternità. Il movimento di superamento, dal XV secolo in poi, nacque da almeno due fallimenti adattivi del sistema medioevale, nel XIV secolo: le carestie derivate dall’inizio della cosiddetta “Piccola glaciazione”, l’ondata epidemica che culminò nella Peste Nera di metà XIV secolo. Si ricordi che con la Peste Nera, morì circa un terzo della popolazione europea, in soli 5 anni.

[6] De revolutionibus orbium coelestium

[7] Sull’argomento, interessante (in uscita a Febbraio 2017): G. Giorello, L’etica del ribelle, Intervista su scienza e rivoluzione di Pino Donghi, Laterza, Roma-Bari, 2017. I dialoganti, citano le Meditazioni milanesi di C. E. Gadda (1928) su cui questo interessante articolo di S. Caporossi (qui).

[8] A. Smith, Ricchezza delle nazioni, UTET, Torino, 1975-1996, p. 88

[9] Suonerà strano questo richiamo al deterioramento della facoltà marziali ma esisteva una longeva tradizione repubblicana che nella critica della specializzazione delle funzioni civiche, in particolare nella formazione di eserciti non più di “cittadini” ma di professionisti, vedeva un elemento di grave corruzione dell’attitudine al bene comune che indeboliva la solidarietà sociale ed in definitiva, la comunità.

[10] Il concetto di alienazione è assai problematico. Ve ne sono accezioni positive (Rousseau, per la cui idea di delega alla volontà generale  si sarebbe dovuto usare il termine devoluzione ad Hegel che lo vede concettualmente un momento indispensabile alla relazione col “fuori di sé”) e negative (l’ipostatizzazione di ciò che l’umano non è nella religione secondo Feuerbach, l’alienazione produttiva marxiana, quella natura-società di Freud ed altre). Che il “moderno” sia stato più volte associato alla figura dell’alienazione, dipende in gran parte dal fatto che esso è intrinsecamente un modo dissociativo, separativo, distintivo il che, come detto da Hegel, non è in sé un fatto negativo anche se ha un prezzo.

[11] Esiste un longevo “problema Adam Smith” che rivela limpidamente il disordine nei rapporti tra testi ed interpretazioni. Smith era un funzionalista, dal punto di vista funzionalista si può infatti ben dire che nell’umano albergano tanto sentimenti di egoismo individuale quanto predisposizione e bisogno di simpatia sociale, così come si può ben dire che la divisione del lavoro aumenta la produttività dell’impiego del tempo umano nel fare ma al prezzo di una crescente alienazione ed impoverimento psichico e culturale ed infine sociale. Dal  punto di vista ideologico, ci si pone a difesa di una costruzione sociale che ha scelto l’egoismo e l’alienazione sociale come necessari ad un determinato funzionamento e si tacitano gli altri due aspetti, i prezzi del disequilibrio (simmetricamente fa la “critica” al contrario). A quel punto, si rilegge Smith e si nota che egli è “contraddittorio” perché non si capisce se sia a favore o contro i due aspetti che fondano un certo modo sociale e la sua ideologia di giustificazione. Smith, in quanto funzionalista, non era né a favore, né contro, semplicemente notava una correlazione per la quale tanto più si esagera nello sviluppare un lato del binomio, tanto più si deve sacrificare l’altro, regola aurea di ogni principio di indeterminazione.

[12] http://vocidallestero.it/2016/12/21/il-nuovo-ordine-liberale-crea-solitudine-ecco-cosa-sta-facendo-a-pezzi-la-nostra-societa/

[13] Se il Medioevo era basato su un mondo sociale ancora comunitario, del tutto subalterno ad un mondo celeste perfetto che garantiva la perfezione anche di quello naturale, il Moderno compì un doppio movimento: il primo fu quello di portare in primo piano il mondo reale e naturale lasciando alle preferenze individuali il modo di intendere quello celeste, il secondo fu quello di tagliare in tante parti irrelate questo mondo reale e naturale. Questo secondo tratto fu alla base dell’incredibile sviluppo materiale che portò lo sviluppo del Moderno ed alla sua piena affermazione.  Negare il successo materiale, che è pur sempre una componente imprescindibile della vita reale, del moderno è insensato. Piuttosto andrebbe considerato un momento utile ma parziale da superare non nella negazione ma nel superamento per inclusione in un nuova forma di sistema che ordini diversamente le sue parti.

[14] La cultura della complessità, da “Le due culture” di C.P. Snow (1959) ai ripetuti interventi di Morin, ha denunciato da sempre l’irrazionalità della separazione tra sguardo scientifico e sguardo umano anche perché quello scientifico non è meno umano di quello propriamente detto, sebbene differisca ne gli oggetti.

[15] Il punto decisivo in cui si è compiuta questa dissociazione è rappresentato dall’Enciclopedia delle scienze filosofiche di Hegel, opera sul sistema delle conoscenze, poi additata come estrema sclerotizzazione presuntuosa della volontà di potenza pensate del tedesco. Invece che isolare la forma (sistema delle conoscenze) dalla materia (specifica versione dell’interpretazione del sistema delle conoscenze che ne ha dato Hegel) e quindi semmai buttare via le seconda e mantenere di riferimento l’idea della prima come possibilità da compiere in vari tentativi sempre aperti e provvisori, si è buttato via l’uno e l’altra. Questa “furia del dileguare” ha poi raggiunto il suo apice con il post-modernismo. Il rifiuto del pensiero sistematico nell’ultimo secolo e mezzo ha del patologico (pathos = sofferenza, sofferenza della logica). Segnaliamo disordinatamente tre spunti per proseguire la linea critica di questa impostazione critica (Baudrillard vs Foucault, qui; sulla Theory, qui; di nuovo su Foucault, qui)

[16] Il rapporto tra complessità sociale e divisione del lavoro è letto spesso nella direzione per la quale è la seconda ad aver generato la prima ma si potrebbe invertire la lettura. In realtà sembra più appropriato intendere questo come un rapporto di co-determinazione. La società a bassa differenziazione è piccola, mano a mano si differenzia crescendo e questo la rende più efficiente, la maggior efficienza contribuisce a farla crescere, più cresce più si differenzia. Sia Senofonte che Adam Smith, che Durkheim rilevano questa massima differenziazione nella dimensioni più grandi di cui sono sia causa che effetto. Il motore primo è semmai l’inflazione dei volumi, la funzionalizzazione ne è un adattamento.

[17] La dilatazione delle società umane, non fu inizialmente dovuta alla divisione del lavoro anche perché non si capisce quale dovrebbe essere la ragione per la quale “prima non c’è – poi c’è”. L’innovazione tecnica non è mai il primo motore del cambiamento ma adattamento a qualcosa che si è già messo in moto per altre ragioni, molta conoscenza di 51fdh1radsl-_sx319_bo1204203200_fisica empirica era già ben nota ai greci prima di venir riscoperta concettualmente nel XVI-XVII secolo (si veda il bel libro di Lucio Russo). L’inizio della dilatazione dei gruppi umani avvenne probabilmente per fluttuazioni ecologiche intorno ad un processo di crescita demografica costante e naturale sebbene a basso regime, le fluttuazioni accelerarono la crescita o l’addensamento di gruppi semi-stanziali prima divisi e semi-nomadi. La divisione delle funzioni sociali e quella del lavoro è giustificata da Platone con la naturale differenza umana. Ma la differenza umana non si esprime approfondendosi nei piccoli gruppi e non è detto debba portare a gerarchie fisse. Quello che infatti si può ipotizzare delle prime società umane a bassa differenziazione, è che vi fosse una funzionalizzazione ed una gerarchia ad hoc, inizialmente dovuta soprattutto alla divisione nel procacciamento della sussistenza tra cacciatori e raccoglitori ma anche tra coloro che curavano i villaggi e la nascente loro complessità funzionale interna. Infine, molti altri aspetti della vita comunitaria, rimanevano indivisi prima ed a gerarchia variabile poi. Fu solo al superamento di certe soglie dimensionali che funzionalizzazione e gerarchia si istituzionalizzarono, cristallizzandosi e riproducendosi come unica forma sociale.

[18] Che ha origine nella dialettica platonica.

[19] E’ questa la tesi centrale del lavoro del sociologo americano R. Sennett, Insieme, Feltrinelli, Milano, 2012.

[20] Tra gli altri, sull’approccio scettico ad uno dei bastioni della modernità ovvero la nozione di progresso, si veda la recente edizione italiana di C. Lasch, Il paradiso in terra, Neri Pozza, Milano, 2016. Lasch ricorda che la fede nel Progresso è la versione laica di quella nella Provvidenza, entrata in crisi con le due crisi del ‘300 ma in realtà il corrispettivo logico-funzionale della provvidenza fu la credenza nei poteri provvidenziali della mano invisibile.

[21] Si veda: R. H. Popkin, Storia dello scetticismo, Bruno Mondadori, Milano, 2000

[22] Il concetto weberiano di “disincanto” (https://it.wikipedia.org/wiki/Entzauberung) ha un significato un po’ diverso dal nostro concetto di disconnessione ma c’è anche parentela formale perché disincanto è anche dis-incatenamento. Oggi quindi non si tratta di “reincanto” poiché la rottura dell’incantamento è “per fortuna” irreversibile. Oggi si tratta di re-incatenamento, di reti di blockchain.

[23] Da Paolo di Tarso a Muhammad a Lutero, dai primi moderni a Marx a Darwin, in un singolo pensatore o in un gruppo di pochi, si è formata una diversa immagine di mondo che è poi stata premessa per tutto un più ampio successivo sviluppo di dati fenomeni storici, politici, culturali. Questo era quello che Bernardo di Chartres chiamava “salire sulle spalle dei giganti”. Il “miracolo” del nuovo nel pensiero si sviluppa inizialmente in una o poche teste che mettono assieme in modo nuovo cose già note, in cui la funzione architettonica è svolta dall’Io penso. Solo dopo, questo primo ed imperfetto nuovo genoma intellettivo si perfeziona e sviluppa, riproducendosi in più menti, nella più ampia condivisione e nelle prime realizzazioni concrete che queste determinano. In analogia, gli errori di riscrittura RNA-DNA da cui origina il nuovo genetico, sono i modi diversi di connettere e qualche concetto dei pensieri dei precoci pensatori del nuovo. Il nuovo origina sempre da una diversa architettura della relazioni delle parti. I neuroni sono sempre gli stessi, sono le sinapsi e gli assoni, i portatori di interrelazione, che modificano il sistema dell’Io penso.

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Introduzione al saggio breve “LA RICONNESSIONE DEI DISCONNESSI”.

Non tutte le riflessioni pubblicate su questo “diario di ricerca” hanno lo stesso peso. Questa che segue, ad esempio, è stata tormentata e riscritta e corretta più volte. Ho preferito pubblicarla in un’unica soluzione anche se è un po’ più lunga del solito. Concettualizza vari enti del pensiero quali la civiltà, la società, i modi di produzione, le forme politiche e le immagini di mondo  in un unico ente detto “modo di stare al mondo”. Questo modo s’intende essere un sistema adattivo che ha una sua origine ed una parabola che lo porta a dover lasciare il posto ad una sua successiva versione. Come ogni sistema, ha un ordinatore, un concetto primo che ordina (dà ordine dando disposizioni) e del modo di stare la mondo moderno, s’individua questo ordinatore nel principio di disconnessione. Se il moderno che va a morire si è centrato sulla disconnessione, il complesso che va a venire dovrebbe basarsi sulla ri-connessione? Cominciando da dove?

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STATI DIVISI D’AMERICA.

torn_flagIgor Panarin è un personaggio assai curioso, qui il suo wiki abbastanza completo[1]. Si tratta di un cervellone russo stante che i russi hanno un tradizione sistemica tutta loro[2], che non origina cioè da quella della teoria dei sistemi di L. von Bertalanffy, è precedente come è precedente la radice da cui nacque lo stesso Bertalanffy che da giovane frequentava il Circolo di Vienna. Questa è un radice che risale all’illuminismo tedesco, a Kant (in parte) e prima ancora a  Leibniz e che, come tutte le radici, ha a sua volte radici ancora più antiche ma che lasciamo lì dove sono altrimenti andiamo fuori tema. Poiché la cultura tedesca influì non poco anche su quella russa, ne conseguì la successiva biforcazione tra sistemica russa e sistemica dell’austriaco poi migrato in Canada ed influente sulla cultura americana.

Insomma, Panarin nel 1998 se ne esce con la previsione del crollo dell’impianto economico americano che poi avverrà nel 2008 ed in conseguenza di questo, prevede un processo di secessione interno a gli Stati Uniti d’America.
Il cuore della previsione diceva di una frattura tra l’Ovest che sarebbe entrato nel circuito asiatico – pacifico, un Sud che sarebbe entrato nel circuito ispano-centro americano, un Est che sarebbe entrato nel circuito euro-britannico ed un Nord, felicemente annesso al Canada. Motivo del terremoto, una serie di guerre civili dovute a migrazioni di massa, conflitto tra centro federale e stato locale, declino economico, fallimento delle élite, rottura del “sogno americano” anche in seguito a condizioni economiche sempre meno comode, il tutto in assenza di un profondo senso di americanità, nazione giovane ed incerta essendo multietnica, con debole tradizione, priva di un significativo collante religioso comunitario. p1-ao116_ruspro_ns_20081228191715Le differenze interne al sistema americano che in periodi di espansione sono state energia creativa, in periodi di contrazione potrebbero diventare delle identità reciprocamente incompatibili e base per l’hobbesiana guerra di tutti contro tutti.

Queste ultime considerazioni sul delicato rapporto tra unità e differenza sociale, non sono degli universali. Si riferiscono più precisamente alla tradizione e cultura di antichi popoli che si chiamavano sassoni, angli, juti e frisoni, barbari in pratica, barbari della costa olandese, germanica e danese che presero a sciamare nel V secolo, verso l’isola britannica occupandone le coste sud – ovest e da lì si inoltrarono nell’interno dove si impiantarono scacciando i britanni ed i celti[3]. E’ una lunga storia di cui si sa poco per tre bui secoli (unica fonte e non si sa quanto affidabile Gildas, De Excidio Bitanniae del VI secolo), sino a quando un monaco inglese, Beda il venerabile, non redasse la Historia ecclesiastica gentis Anglorum del forse 730 o giù di lì. Non è poi che Beda, il cui intento di dar lustro alla cristianità anglosassone è ben chiaro, sia da ritenersi  fonte limpida ma assieme all’unica altra fonte antica delle Anglo Saxons Chronicles (annali compilati da IX al XII secolo, sempre da monaci) è tutto ciò che abbiamo assieme al De origine et situ germanorum di Tacito e poco altro, per ricostruire la forma culturale originaria degli anglo-sassoni.

Si dirà “va bene, però è storia di millecinquecento anni fa, cosa c’entra con gli inglesi e pure gli americani di oggi?”. Non possiamo qui effonderci nella interessante storia di queste genti sanguinarie e prive di civiltà (da civis-civitas), che detestavano la natura e adoravano l’oro, divisi in clan più che in tribù,  ma dalla Magna Charta Libertatum del 1215  al regno Tudor e poi a gli Stuart, sino ad Hobbes il primo antropologo degli anglosassoni che non parlava dell’uomo in generale ma proprio e specificatamente dei ed a i suoi conterranei alanglo-saxon_map tempo della Guerra Civile, sino a tutto il successivo che dalla Gloriosa rivoluzione, va al parlamento delle élite, la Rivoluzione industriale, l’Impero  ed a latere i Puritani del Mayflower, contiene chiari segni di questa antica e comune radice culturale. Il “capitalismo” non nel senso ristretto poi dato ad una specifica forma economica ma nel senso di società ordinata dal fatto economico declinato in una specifica forma (cicli di produzione e scambio attivati dall’impiego di capitali, materie, energie ed idee) è il compimento di quella cultura.  Genti pugnaci, divise in clan, riottose a stare vicine le une alle altre e quindi idiosincratiche al concetto di società tanto quanto gelose di quello di libertà, da cui la tendenza individualista ben sposata poi con il protestantesimo ma a loro modo abituate a prender decisioni in assemblea comune, determinate a dominare la natura con loro non certo prosperosa madre e quindi a sviluppare scienza e poi tecnica ma anche produrre e commerciare come unico possibile contratto sociale, da cui ciò che noi impropriamente chiamiamo “capitalismo”[4]. Quando K. Polanyi dirà che questa forma economica è “disembedded” dalla trama sociale intenderà dire che per la prima volta, quella forma che è l’economia, non è dipendente da quella trama ma la domina, la “ordina”, le fornisce gli imput di funzionamento e quindi le dà l’ordine, l’organizzazione.

Del resto se noi mediterranei al capitalismo ci siamo dovuti adattare ma non ci abbiamo mai fatto grandi cose, se avevamo città e un impero quando lì si vagava nella tundra scambiandosi anfore globulari e massacrandosi dopo ampie libagioni di succo di mele fermentato, se siamo cittadini e quindi sociali d’antica stirpe e facevamo ecclesia e loro no, se siamo cattolici o ortodossi e statalisti e loro protestanti e diffidenti verso lo Stato, se abbiamo avuto voluminose leggi scritte e loro una costituzione che sta su un foglietto, se loro hanno le contee e noi i Comuni, se noi eravamo agricoltori e loro cacciatori, noi stanziali e loro semi-nomadi, se lo loro hanno il barbecue e noi la tavola conviviale, se noi abbiamo da conquistarci la salvezza e loro hanno la predestinazione di cui cercare il segno da esibire, se a noi non dispiace l’ozio anche perché abbiamo luce e sole e loro si concentrano su i loro compiti con abnegata concentrazione tanto il cielo è coperto e fa pure freddo,  è perché, come diceva il buon Braudel, le strutture sociali e culturali che vi sono intrecciate, hanno lunga durata, durata “geografica” in un certo senso. Quindi, l’origine c’entra perché la storia è dipendente dal percorso che è dipendente dalle condizioni iniziali, cioè dall’origine.

La razionale di tutto ciò al fine del nostro discorso che tende continuamente a scivolare per oscuri antefatti, è che le società di origine anglo-sassone, sono socialmente fragili com’è ben noto anche a chi le ha descritte in tempi recenti secondo indicatori contemporanei[5]. Il image_bookmotivo è che “società” è per loro una ancestrale costrizione che mal sopportano e storicamente hanno prodotto una rete di concetti e giudizi, di credenze e verità condivise, di ideali e prescrizioni comportamentali che vanno da tutt’altra parte, rassegnandosi infine a stare assieme solo per seguire i codici della produzione, scambio e dell’accumulazione egoista, cioè producendo assieme sforzo economico che poi si ripartiscono individualmente per godersi la loro sacra “libertà”. Già quando si massacravano in faide, convennero infine ad un sistema diciamo “giuridico” esclusivamente basato sul fatto che una vita umana aveva un prezzo, si veda il guidrigildo longobardo. Non ci si doveva ammazzare, non in base ad imperativi etici o paura della punizione divina ma perché costava troppo. Con questo contratto sociale (solo genti del Nord potevano inventarsi un concetto come il “contratto sociale”, mai ad un mediterraneo che nasce e da sempre è in una società, sarebbe venuto in mente di dover giustificare la socialità con un “contratto”) vanno alla grande fino a che la ricchezza sale, tendono all’homo homini lupus quando la ricchezza scende, perché è solo la ricerca di questa che li tiene “assieme”.

Panarin quindi non ha fatto altro che leggere questa dinamica di sistema per la quale sistemi ordinati da un convenuto orientato ad un interesse ben specifico, problematizzandosi questo, si problematizzano a loro volta, cioè tendono a spaccarsi, ritornando a piccoli frammenti. Così per il referendum scozzese poi perso per un pelo, così per la decisione di rintanarsi nell’isola visto che si va incontro a tempi difficili (Brexit) che potrebbe chiamare un nuovo referendum scozzese ma anche gallese e nord-irlandese, così per analoga decisione di Trump sul ripristino dei confini materiali ed immateriali, così per le tensioni tra i popoli franchi (valloni e fiamminghi), così per questa incredibile serie di piccoli segnali che andiamo a riportare, che dopo quasi venti anni sembrano andare incontro alla coraggiosa profezia di Panarin.

In California si stanno organizzando per la secessione, la Calexit. C’è un movimento indipendentista con tanto di pagina facebook che ne divulga le attività  che punta al referendum nel 2019. E se la secessione californiana è da sinistra (si fa per dire, diciamo “democratica” e progressista, certo irritata da Trump), in Texas se ne parlava già da destra (anche qui). Ma l’autorevole testata americana Politico, ne censisce ben cinque, tutte nate all’indomani della Brexit. Si va dal New Hampshire NHexit, il Vermont Vexit di ispirazione non lontana da quella alla base di Sanders (si ricordi che Sanders non è democratico, non ha mai preso la tessera del partito democratico, aveva promesso di prenderla solo se avesse vinto le primarie e viene regolarmente eletto al Senato dal Vermont, da anni, solo come “indipendente”). Le già citate Texit del Texas e la Repubblica di California ed infine pure le Hawaii con la Hawexit e c’è anche chi sostiene che fra un po’ s’aggiungerà la Northdazotx7 Carolina, il Montana, l’Alaska, i nativi della Repubblica Lakota che si stanno facendo le ossa nelle lotte contro l’oleodotto Keystone, i vecchi stati del Sud, il progetto sulla Repubblica di Cascadia degli stati Nord orientali  e molti ma molti altri, alcuni giocosi, altri molto meno (qui e qui).  Time ha messo quelli di Cascadia e soprattutto i ribelli intellettuali del Vermont, tra le 10 più importanti aspiranti nazioni, assieme a gli scozzesi, i baschi, i curdi. Quelli del Vermont addirittura, ne fanno una teoria che ha un suo interesse ovvero decomporre tutti i grandi stati del mondo (Russia e Cina incluse) e tornare alle nazioni-regioni, l’esatto contrario dell’Uno-mondo promosso dalle élite global-finanziarie per certi versi ma per altri una idea di mega-network di città-stato (un “modello post fenicio”) come ipotizzato da non pochi[6] che potrebbe andare incontro all’anarco-capitalismo tipo Murray Rothbard, così come però anche all’anarco-municipalismo di Murray Bookchin a cui si è votato il capo del Pkk turco Ocalan e con lui i comunitaristi curdi del Rojava (Kurdistan siriano) che tanto hanno infiammato i cuori di certa sinistra orfana di miti.

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La nostra digressione sulla natura incerta delle società anglosassoni, le previsioni di Panarin e i precoci fermenti secessionisti americani non fanno certo un fatto e forse neanche una previsione, solo una eventuale possibilità. Dobbiamo quindi vedere meglio questa “possibilità” a quali eventi va incontro per capirne le eventuali probabilità.

Gli eventi non sono certo rassicuranti. Gli Stati Uniti d’America vanno incontro, a meno di una conflagrazione bellica mondiale, ad una relativa e forse lenta contrazione di potenza. Si contrae l’intero sistema occidentale di cui sono il centro e poco possono fare per evitare la contrazione europea e giapponese che sono le due più significative del sistema occidentale. Ascende la Cina, l’India ed altri ma soprattutto il “potere” va regionalizzandosi, in un certo senso, diffondendosi. Così per gli aspetti economici globalpower2020attualmente previsti in lunga stagnazione. Non meno problematiche sono le previsioni per quelli finanziari sempre che non accadano rivolgimenti anche più traumatici che già si temono come la relativizzazione del ruolo del dollaro e della istituzioni internazionali figlie di Bretton Woods. Problematico rimane l’iper-volume finanziario con rischi di crack a catena poiché quelle scritture contabili sono dappertutto dai bilanci delle società quotate in borsa (non solo le banche) ai nostri fondi pensione.  Continuerà a crescere il volume demografico del mondo ma non per la parte occidentale che diventa sempre più relativa. Si stagliano all’orizzonte gli impatti con le rigidità date dalle retroazioni ambientali e dei limiti delle risorse, tenuto conto che queste sono poi parti in interrelazione nei sistemi di conflitto geopolitico ed in quelli di mercato, mercato che per la parte finanziaria tende poi a produrre feedback accrescitivi che ingigantiscono i già problematici effetti scarsità.

Tutto ciò tende ad accerchiare quella delicata sproporzione che sussiste tra quel meno del 5% di popolazione mondiale ed il poco meno del 25% del prodotto lordo che è il peso che gli USA hanno sul totale-mondo. Accerchiamento che crea pressione, pressione che crea attrito, attrito che disordina una società il cui contratto sociale è “crescere e prosperare”. Niente crescita, niente prosperità, niente redistribuzione, risultato: conflitto. Ed è il conflitto l’insidia maggiore per quella società debole ovvero per quel debole collante che tiene i diversi interessi individuali entro il campo del comune oltre il quale tendono a divergere innescando una possibile decomposizione del corpo di cui sono parti.

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Il nuovo ciclo(ne) Trump potrebbe avere due effetti reciprocamente contrari su questo quadro. Il primo è forse positivo. Già dal suo slogan elettorale, “Make America Great Ageain”, il magnate sembra aver avuto ben chiaro il fatto che la perdita di potenza non è solo un rischio ma già un fatto. Rimandiamo ad altrove l’analisi a grana più fine di quanto la sua strategia abbia le possibilità che s’intesta[7] ovvero arrestare l’emorragia, stante che il “problema americano” qualsivoglia sia l’ideologia e le competenze con il quale lo si affronta non solo non è facile da risolvere ma non è neanche detto sia possibile risolverlo sul piano pratico. In quella contrazione di potenza, ci sono soglie invisibili oltre le quali l’effetto non ècover-final proporzionato alla causa. La rimessa in discussione del ruolo internazionale del dollaro, l’obbligo a rivedere le composizione di voto delle istituzioni internazionali (IMF, WB, WTO, BIS etc.) o la nascita di vere e proprie istituzioni alternative (AIIB, SCO, BRICS Bank), la decomposizione europea che faciliterebbe come “divide”  l’ “impera”   degli americani ma che a quel punto potrebbe vedere anche qualche scheggia d’Occidente imparentarsi altrove, lo sviluppo di reti regionali che complicherebbero molto la geopolitica americana, sono tutti fatti che potrebbero rendere l’emorragia improvvisamente più grave con effetti interni destabilizzanti. Altresì, Trump è chiamato ad una cura radicale ed ad un radicale ri-orientamento del sistema americano (interno ed esterno) ma avrà contro l’élite perdente che è comunque molto forte e che come dicono le ultime sugli hacker russi ha intenzione di condizionare permanentemente la sua politica, a fargli pagare un “prezzo” per ogni sua più eterodossa scelta. Altresì dovrà ben ricordarsi che il voto popolare l’ha perso e non di poco (3 milioni di voti) e quindi il fatto che la società è oggettivamente spaccata ed ha scadenze a due anni (elezioni di mid term) e quattro anni (nuovo incarico), cioè molto più ravvicinate di quanto qualsivoglia strategia riesca a produrre in termini di effetti benefici e stabilizzanti. L’effetto negativo potrebbe esser innescato proprio dai tentativi di Trump di forzare le tappe o le contrarietà provenienti dal contraddittorio pluralismo di quella società.

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Nulla di quanto detto porta ad una possibile conclusione significativa. L’impossibile arte della previsione è di sua natura votata al fallimento. Inoltre, per quanto attiene gli eventuali e fantapolitici processi di secessione qui siamo in prospettive per i prossimi venti anni, non stiamo parlando di domattina. Di base, a parte Panarin che ci è servito da spunto, è un fatto che le società dei popoli anglosassoni vengono da secoli vincenti e non vanno verso secoli altrettanto vincenti. E’ un fatto meno solido ma fortemente indiziario, che la loro natura e cultura non ha lo stare assieme come suo codice fondante. Altresì, è evidente che il loro contratto sociale -soldi, crescita & sogni-  è basato su un punto che verrà messo a dura  prova dagli eventi futuri, forse non -blood, sweet & tears- ma qualcosa che rischia di andarci pericolosamente vicino. Qualcosa nella società americana ha già cominciato a muoversi e non solo col secessionismo ma anche ddn-blacklivesmattercon le periodiche rivolte dei neri, la mobilitazione dei nativi, la nuova destra, la possibile ripresa del conflitto su i diritti civili, addirittura il ripensamento sull’Internet “total open”  ed altro.

Vedremo se fiumi di dollari ed investimenti, basse tasse e tassi alti la acquieteranno. Time ha eletto Trump “2016, Person of the Year” mettendo in copertina un “Divided States of America” volendo segnare appunto quanto l’America sia divisa: tra evangelici e post-genderisti, tra globalisti e protezionisti, tra costa e interno, tra città e campagna, tra etnie, tra classi, tra popolo ed élite, industria e finanza, petrolieri ed ecologisti, tra ideologie e credenze, sogni ed aspettative. A Trump quindi, l’onere di ripristinare l’unità del sogno americano ed una sua qual certa perseguibilità. Altrimenti, saluteremo forse la venuta al mondo della Repubblica del Vermont e con lei, di un mondo sempre più inaspettato, in cui l’Impero forse cambierà indirizzo ed a seguire tutta la nostra -sempre critica- attenzione. Non è infatti affatto garantito che la perdita  della pur tanto criticata “nazione indispensabile” sia la nascita di un mondo migliore, certe strutture sono più longeve dei loro interpreti.

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[1] Panarin, tra le altre cose, è un euroasiatista che voleva mandare sotto processo Gorbaciov per tradimento della patria. Per Panarin, la decomposizione potrebbe essere violenta o pacifica rispettivamente su i diversi modelli ex-Jugoslavia, ex-Cecoslovacchia.

[2] Se ne parlò nell’ambito di questo studio sulle tradizione di pensiero in cui ambientare la filosofia di Putin: http://www.sinistrainrete.info/filosofia/5856-pierluigi-fagan-la-filosofia-di-putin.html . Il paragrafo è il penultimo “I cosmisti ed altri”, prima della Conclusioni.

[3] Invero alcuni se ne andarono, in Galles, in Cornovaglia, in Bretagna e soprattutto Irlanda ma i più rimasero. Gli anglo-sassoni che erano cattivissimi ma non tantissimi, divennero l’élite da cui origina l’aristocrazia terriera inglese. Tutta l’aristocrazia europea è di origine barbara e quindi terriera perché per i semi-nomadi, la terra fu ciò che li trasformò portandoli al concetto di potere stanziale, cioè territoriale. In Inghilterra, questa partizione terriera, prese le forme poi delle contee. Sulle radici sociopatiche dell’ideologia liberale che ha forti radici anglosassoni scrivemmo qui.

[4] L’aver usato come unità metodologica unica la classe, ha portato Marx a non leggere il fatto che il capitalismo è un sistema dei popoli del Nord. I popoli del Nord poi hanno dominato il mondo (si vedano i nessi tra capitalismo ed imperialismo da Hobson a Lenin) e il capitalismo è diventato una Internazionale delle borghesie. A questa Internazionale della borghesia egli volle opporre una Internazionale del proletariato ma oggi molti si domandano se l’antidoto di questa vocazione globalista non sia invece lo Stato. Chissà se sulla lettura del sistema che ne diede Marx influì il fatto che egli stesso fosse dei popoli del Nord. Di Marx, abbiamo anche una acuta descrizione dei germani in Forme economiche pre-capitalistiche che fa parte dei Grundrisse.

[5] R. Wilkinson, K. Pickett, La misura dell’anima, Feltrinelli, Milano, 2009. Il fatto che il duo anglosassone in questione come anche certo comunitarismo (Taylor, Sandel, MacIntyre) abbia ampie radici anglosassoni, che ci siano sociologi come Sennet, così come il fatto che a gli albori della storia che porterà al capitalismo ottocentesco vi fossero fermenti democratici, che il pensiero anarchico origini inaspettatamente da un inglese (Godwin), così come il movimento cooperativo (Owen), dice come la storia culturale sia complessa  ed intrecciata. Non è questo il luogo ma si potrebbe derivare una radice della democrazia proprio da quello stesso individualismo clanico delle origini, ad esempio seguendo l’antica forma di democrazia vichinga ma ne parleremo un’altra volta. Del resto le famose enclosures inglese vennero fatte sul precedente bene comune che in inglese è il longevo concetto di common – wealth.

[6] Tra cui B.R. Barber, Saskia Sassen e da ultimo il geopolitico Parag Khanna di cui il recente: Connectography, Fazi editore, Roma, 2016

[7] Ne abbiamo cominciato a parlare qui.

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