L’ETERNO RITORNO DELLA SERVITU’ VOLONTARIA. Riprendendo in mano l’intuizione di Etienne de La Boètie.

L’edizione di riferimento del “Discorso della servitù volontaria”  è quella Feltrinelli 2014, introdotta da E. Donaggio e accompagnata da due saggi di M. Benasayag e M. Abensour

Il testo di questo breve ed esplosivo saggio, venne scritto originariamente a metà del 1500 da un giovane men che ventenne secondo quanto riferito dal suo grande amico, personale ed intellettuale, Michael de Montaigne. L’originale, aveva un doppio titolo, quello del Discorso che divenne poi il suo unico e conosciuto titolo ed un altro “Le Contr’Un” che si potrebbe tradurre come “Contro l’Uno”. La tesi è nota e già spiegata nel concetto di “servitù volontaria”: nella forma di gerarchia che informa le relazioni umane e sociali la funzione è certo dall’alto verso il basso ma la formazione originaria del sistema è probabilmente dal basso verso l’alto. Montaigne che rimase folgorato dalla tesi sosteneva che Etienne l’aveva scritta addirittura a sedici anni, forse diciotto. Possibile?

In fisica, si ritiene che dopo i trenta anni nessuno più avrà facoltà di avere idee originali. Il motivo è semplice, più si va avanti nell’età, più la mente assorbe schemi di pensiero esterni, storici e sociali, meno si ha facoltà di mantenere uno sguardo genuinamente stupefatto sulle cose, uno sguardo pulito ed originario, non ancora strutturato da vari tipi di fantasmi teorici. Del resto, nella favola “I vestiti nuovi dell’imperatore” scritta da Andersen nel 1837, chi ha la sfrontatezza di dire la verità semplice ovvero che “… il Re è nudo!” è appunto un bambino. Il bambino non ha ancora introiettato la convenzione sociale di dire quello che si pensa col sistema mentale attraverso cui tutti pensano. Quel sistema non può dire che il Re è ridicolo e quindi sostiene la finzione in maniera così vasta e pervasiva da far della finzione una realtà intersoggettiva che nelle umane società, è spesso la verità di fatto.

In più, La Boétie, crebbe in un milieu culturale fortemente influenzato dall’Umanesimo rinascimentale italiano, rappresentato nel suo ambiente dal vescovo del suo paese natale che era un cugino della famiglia Medici, il vescovo cattolico fiorentino Niccolò Gaddi. Di quella temperie umanistica, faceva parte un attivo recupero della classicità greca a cui infatti Etienne si rivolge più volte nel suo scritto e di quella tradizione faceva certo parte l’attitudine scettica di scrivere tesi critiche “contro” qualcosa o qualcuno. L’intera opera di Sesto Empirico è una collezione di tesi “contro” qualcuno o qualcosa[1]. Richard Popkin, ha scritto un ottimo libro sulla temperie scettica che agitò il XVI secolo francese[2] e ricorda che fu proprio per frenare gli esiti più nichilisti di questa tendenza che Descartes scrisse il suo Discorso sul metodo. Descartes infatti, accetta la postura scettica e dubita di tutto ma solo perché è alla disperata ricerca di qualcosa di cui poi non può più dubitare: il fatto stesso che c’è un dubitante. Poi, com’è a noto, trovato lo scoglio solido a cui aggrapparsi, si rese però anche conto di non poter andare da nessuna altra parte perché lo scoglio rimaneva pur sempre al largo di un mare agitato da dubbi ed allora ricorse al ponte di Dio come garante che percezione e ragione non fossero fallibili. Trovato il ponte tornò sulla terraferma e da qui dedusse l’intera sua metafisica razionalistica. Descartes ha solo spostato il dogma da punto di partenza a subordinata.

Il Discorso di La Boétie per lungo tempo rimase dimentico, poi trovò improvvise quanto poco continuative attenzioni, riedizioni, reinterpretazioni, rimanendo però sempre un po’ fuori ed un po’ dentro del perimetro dell’analisi filosofica politica. Vi ci sono riferiti a vario titolo Marat e Lemmanais , irregolari come Bergson e la Weil, anarchici e libertari di varia foggia (da Reich a Deleuze-Guattari ma anche l’anarco-capitalista Rothbard) e Wikipedia cita il fatto che tra il 2006 ed il 2016, il piccolo saggio ha ricevuto l’onore di ben sei edizioni in Italia. Complice forse la copertina dell’edizione Feltrinelli che riporta la maschera-simbolo di  Guy Fawkes, bandiera del piccolo movimento di indignazione che ha accompagnato il disastro politico e sociale occidentale degli ultimi anni, campeggiando su una rivolta che però è rimasto un sussulto, un tremito che poi non ha sortito alcun vero effetto pratico sull’enormità delle ingiustizie del nostro tempo.

Insomma, c’è qualcosa che intriga e stupisce in questo Discorso ma c’è anche qualcos’altro che non gli permette di essere il punto di partenza per lo sviluppo di un discorso più approfondito di quello che poteva fare un ragazzo del 1500. Nel saggio del filosofo politico francese Miguel Abensour che accompagna la lettura dell’edizione citata, tempo e parole vengono spese per difendere il testo dall’accusa di rassegnazione, quasi che dire che c’è una dinamica per la quale è anche il servo a fare il suo padrone, porti di per sé a ratificare il fatto come naturale ed insuperabile. Nessuno che legga il testo del Discorso può ricavare questa impressione, tutt’altro, eppure c’è più di qualcuno che in nome del sacro principio di ribellione degli oppressi, sente l’affermazione come eresia connivente col dominio. Strano. E Abensour è poi preciso anche nel trovare il cardine filosofico che osteggia la ricezione della tesi per ulteriori sviluppi in Hegel, nei Lineamenti di filosofia del diritto ed in parte in Hobbes, nel “pactum subiectionis” del contratto sociale che porta alla società politica del Leviatano anche se proprio l’idea di un originario “patto di soggezione” potrebbe invece andare incontro alla tesi del francese. Anche il razionalismo illuminista basato sul primato della ragione forte, descritta in maniera viepiù idealizzata quanto meno si conosceva concretamente come funzionasse un cervello-mente e la psiche , aveva a premessa un perno che rendeva inaccettabile siffatta contraddizione. Ma più in generale, poiché la filosofia politica moderna nasce ai tempi dello scritto, appena anticipata dal Principe di Machiavelli (1532), va notato che tutto il suo successivo sviluppo ha due esiti: quello che concettualizza partendo dalla realtà politica in atto e quello più astratto le cui categorie sono tratte dalla realtà politica in atto o al massimo, da quelle in atto ai tempi di Platone, Aristotele, Polibio. Anche queste concettualizzazioni però, non s’interrogano sul fatto che le varie forme politiche siano ognuna una versione della gerarchia e che il punto in ombra è appunto quello originario: da dove viene la forma gerarchica in sé per sé? Tutto ciò a dire che certo La Boétie stesso, parla di tiranni, monarchi, dominatori di questo o quel tipo ma l’essenza del suo Discorso è forse più generica, tant’è che parte con il discorso di Ulisse nell’Iliade, un discorso da “capo”, non necessariamente politico.

C’è un pezzo scabroso (tanto che non ne ho trovato citazione in nessuno studio che tenta l’esegesi del Discorso) nel testo che fa capire meglio di ogni altro, quale fosse l’istanza che muoveva -forse- il giovane francese. Riferendosi con logica contro fattuale all’ipotesi di avere un ipotetico popolo vergine di ogni condizionamento abituante alla sottomissione, egli deduce che certo questi obbedirebbero solo ad un impianto di leggi da loro stessi stabilite e contrattate, a meno che … “A meno che non fossero quelli di Israele che, senza costrizione né bisogno alcuno, si crearono un tiranno: di quel popolo non leggo mai la storia senza trarne un fastidio così grande da diventare quasi disumano e rallegrarmi dei tanti mali che gliene vennero”. La Boétie era anti-semita? Poiché il tiranno che gli ebrei si auto-crearono era il Dio dell’Antico Testamento,  La Boétie era ateo? Non credo fosse né l’uno, né l’altro o meglio, non credo sia questo l’ambito che aveva in mente nel proferire il suo disprezzo. Credo che si riferisse a quello come ad un caso auto-evidente della pulsione all’auto-assoggettamento  che è proprio ciò di cui l’Autore fa suo oggetto di indagine[3]. Questa pulsione nuda è ciò che urta, tanto che La Boétie nota che essa non ha neanche un nome, è una disgrazia, un vizio, anzi un vizio disgraziato ma poiché fa parte di noi (o di non tutti ma di molti di noi) come parte nera dell’anima, esso non è neanche riconosciuto ed ecco che dal momento che il francese lo ha invece tirato fuori, non si sa bene dove metterlo e come giudicarlo. Tutta la filosofia politica che sfida la forma di dominio del suo tempo, che sia anarchica, libertaria, socialista, comunista, anti-capitalista, femminista, anti-colonialista, anti-imperialista potrebbe girare a vuoto se non affronta questo “vizio disgraziato” in quanto non è la sua forma così o colì il solo problema, ma il motore interno che riproduce la soggezione, motore che -in parte- è dentro gli assoggettati.

Contro l’Uno, è un discorso contro la forma piramidale e verticale delle interrelazioni umane, qualcosa che avrebbe dovuto esplorare non tanto la filosofia politica da sola ma anche l’antropologia, la sociologia e financo la psicologia almeno per la parte che scruta cosa nell’individuo muove questo alle relazioni con gli altri perché si deve essere sempre più d’uno per ricrearne la “disgraziata forma”[4]. Questa ricerca, la ricerca sul principio di gerarchia che noi qui tentiamo da lungo tempo, non viene fatta, in genere. Preferiamo la ricerca sulla differenza tra monarca e tiranno, tra oligarchia ed aristocrazia, tra dominio dei militari, dei sacerdoti, dei capitalisti, dei padri-padroni, degli anziani, di questo o quel popolo che impera su gli altri, le questioni di sesso e genere, preferiamo indagarne le forme piuttosto che la sostanza di cui appunto riconosciamo le forme ma che come materia ha sempre questa strana pulsione alla delega del “potere di decidere”. Questa materia è certo scabrosa per le nostre immagini di mondo eppure nessun progetto di emancipazione dal dominio dell’uomo sull’uomo, può avere alcun vero effetto se non parte da essa, se non l’assume per contrastarla. Infatti, è noto che ogni processo storico o sociale o politico abbia tentato di distruggere la vigenza di una delle varie forme della gerarchia, ne ha poi creata un’altra. Non affrontare questo problema, porta paradossalmente a quella depressione da tentativo di emancipazione che si sconforta nel constatare che il dominio è uno zombie che non si uccide mai davvero. Rimuovere il Discorso di La Boétie, è garantire vita eterna allo zombie, usare il Discorso in generici modelli ribellistici o storicisti è di nuovo garantire allo zombie altro sangue da succhiare per perpetuarsi. La Boétie, ha scritto un appello a cercare quel “paletto di frassino da piantare dove”  possa definitivamente uccidere lo zombie ma questo appello, continua a rimanere inevaso.

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L’analisi del sistema della gerarchia sociale umana ha, per noi,tre livelli.

L’ultimo è quello delle forme che la gerarchia prende a seconda dei tempi e dei luoghi. Di queste analisi abbiamo tonnellate di esempi in tutta la filosofia politica critica o connivente.

Quello di mezzo è oggetto di larga parte della trattazione del giovane francese che, per quanto giovane (e con la mente pulita per accorgersi della nudità del sovrano) e di un’epoca in cui lo sviluppo delle armi del pensiero critico era ai primi passi, mostra una rimarchevole capacità analitica. Sono i motivi per i quali la gerarchia si auto perpetua, si auto rafforza, si auto declina a seconda della forza con cui batte un tasto piuttosto che l’altro. I tasti sono: 1) nel dominio gerarchico noi nasciamo, cresciamo ed infine ci affermiamo come adulti, al sistema siamo abituati e né la storia, né gran parte dei nostri simili, sembrano attratti dallo sviluppo di una qualche alternativa qual’ora si accendesse in noi la fiammella della ribellione. Tutto della struttura sociale, economica, sociale, culturale, politica, militare e religiosa, ci rimanda questo modello unico e naturalmente i beneficiari, i gerarchi o tiranni o capi o padroni o chi vi pare, ne amplificano l’ineluttabilità, la funzionalità, la giustificabilità e financo la virtuosità; 2) meno virtuosa ma non meno efficace la panoplia di divertimenti, sollazzi, intrattenimenti, di “vantaggi” che vengono concessi e spesso promossi per far sì che i vizi individuali sopravanzino le virtù sociali. Inebetire, distrarre, deviare l’energia psichica, assecondare la pigrizia, questa la golden rule di ogni potere. Come nota l’introduttore al testo, siamo alla società dello spettacolo di Debord, con poco più di quattro secoli d’anticipo e del resto “panem et circenses” era già in Giovenale ; 3) una volta formatosi il principio di vertice, certo si dipana una complessa catena di strati piramidali che diventano complici e beneficiari del trickle down di frammenti (o briciole) di potere. E’ il caporalato sociale, che riproduce capi minori assoggettati ai maggiori ma dominanti su quelli inferiori fino a quello che torna a casa e picchia la moglie o i figli o se ha ritegno o ha la moglie troppo tosta, il cane; 4) infine, il fatto che il potere conosce la sua funzione simbolica e proiettiva quindi nasconde il proprio volto umano, troppo umano per interpretare parti verso cui le aspettative son così “alte”. Si trasforma quindi spesso in specchio o bianco telo su cui sono gli assoggettati a proiettare la maschera più idonea all’autoinganno. Il potente sa, il potente può, il potente è sovrumano, superintelligente, superfurbo. Si proietta per spaventarsi ma soprattutto per giustificare attraverso queste immagini sovraumane, la propria disgraziata condizione senza in ciò perdere le ultime briciole di autostima. Più in generale, ogni tentativo di defezione dallo schema, si paga in termini di auto-isolamento dal corpo sociale. Se così fan tutti, non farlo significa diventare l’Altro e l’Altro è solo.

Il più interessante livello d’indagine, però, è il primo, quello da cui la gerarchia origina prima di diventare fenomenologia o incarnazione storica, è questo il “punto La Boétie”, il buco nero che ci invitava a sondare e che generazioni e generazioni di scavatori impauriti ha evitato per dedicarsi alla denuncia della sua veste contingente. Qui, la tesi del giovane francese è presto detta: qualcosa ci porta ad essere da tutti uno a un tutt’uno, questo qualcosa è l’Uno, quindi io (Etienne de la Boétie) scrivo un libro Contro l’Uno. Contro l’Uno non è solo l’imitazione del tono scettico è il senso centrale della riflessione sul “vizio disgraziato”, unirsi, funzionalizzarsi, ordinarsi socialmente perché tutti si riporta ad un Uno[5]. L’Uno è un principio, il principio di vertice gerarchico, il quale prima ancora di agire in vario modo, interpretato da questo o da quello è posto, posto da tutti coloro che poi gli si sottometteranno. Di questo Uno esiste sempre una versione materiale ed una parallela immateriale, quella che chiamiamo “credenza condivisa”. Perché lo pongono loro stessi e non s’impegnano altro che a costruire una piramide a cui tributare ossequio diventano poi schiavi consenzienti ancorché lamentosi, ma perché non s’impegnano a costruire una sfera senza alti e bassi, una sfera che colleghi tra loro tutte le parti anziché collegarle tra loro perché tutte connesse all’Uno centrale? Centrale, non di vertice , l’origine della gerarchia sociale umana quella che si forma nei primi secoli delle società complesse che sopravvenivano le piccole tribù già stanziali, è la funzione centrale, quella che l’intero corpo sociale chiamò a svolgere la funzione di coordinamento del Tutto[6]. La funzione centrale, a gli inizi, era -diciamo così- di “servizio”, poi divenne “primus inter pares”, poi se ne approfittò anche in ragione di una crescente complessità che sempre più allontanò le singole parti dal Tutto intero, è divenne capo, vertice, élite riproducendosi e rinforzandosi progressivamente, sia usando uno o più dei quattro tasti prima esposti (in genere, tutti magari con diverso virtuosismo), sia attraverso l’intera forma concreta della sua manifestazione ovvero questo o quel ordinatore sociale.

Al cuore di questo discorso non ci sono ragioni psicologiche ma funzionali. I gruppi umani, oltre una certa dimensione, hanno -sino ad oggi- che sono trascorsi solo ottomila o forse meno anni dalla nascita di aggregati vasti e complessi, trovato la gerarchia come loro migliore forma di autorganizzazione. Essa è naturale nel senso che culturalmente non si è evoluto un pensiero che la avversasse per strade certo più difficili ma più dignitose. Qualche volta si è provato, a sentire Erodoto già i persiani chissà dove, come e quando[7], la varie poleis democratiche greche che non erano solo Atene, i nativi americani Irochesi o i cosacchi che però erano più simili alle bande di cacciatori – raccoglitori (tradizione forse da estendere ad altri tipi di tribù barbare, vichinghi inclusi), due mesi nella Parigi nel 1871, i diggers e levellers tentarono nella Guerra civile inglese  (poi giustiziati dal “repubblicano” Cromwell), A. Sen ha provato ad allargare gli esempi anche fuori dall’eurocentrismo[8], in Spagna nel ’36-’39 almeno per il fronte anarchico, le varie “comuni”, i primi soviet, piccoli gruppi di credenti o produttori isolatisi dalla massa piramidalizzata ma ogni volta la fiammella si è poi spenta e grande festa intorno alla sue braci hanno fatto danzare non solo le élite sfidate da cotanta improntitudine ma anche, con cinica soddisfazione, coloro che avevano diversi programma di emancipazione, quelli che loro avevano pensato, le élite predenti invidiose di quelle vincenti che volevano comandare sì, ma solo “a fin di bene”.

Questi ultimi amici-nemici della liberazione dell’uomo dal dominio dell’altro uomo hanno il loro simbolo proprio in quel Marat che dopo aver plagiato in lungo ed in largo il Discorso senza mai citarlo, dedusse che il popolo ha dunque bisogno di un amico, unico capace dall’alto della funzione ancora una volta gerarchica e di potere, di rimediare alla stupidità masochista di quel bambino-anziano che è l’informe “popolo”. Marat anticipa per certi versi, il concetto di avanguardia che trascina il popolo alla “liberazione delle masse” nella concezione leninista. Ma l’autoincaricato “liberatore delle masse” non soffre solo di falsa coscienza per quanto animata da pie intenzioni, egli è anche il frutto di una contraddizione intrinseca che si nota all’opera anche in grande parte della filosofia politica. La contraddizione intrinseca è tra il tempo in cui c’è una certa forma oppressiva di ordine, che poi è il tempo in cui vive l’osservatore, pensatore o agitatore che sia, l’urgenza del desiderio di svincolarsi da questa forma oppressiva, tra questo tempo presente ed il tempo della forma gerarchica che ha consistenza di lunga durata. Non c’è coincidenza di tempi, il primo vuole l’immediato e domanda l’atto ma il secondo chiede i suoi tempi ed imporrebbe un lento e difficile processo[9]. Anche La Boétie, avendo osservato l’enigmatica forma della servitù volontaria, in sede di suo superamento, non può andare oltre un davvero ingenuo “Decidete di non servire, ed eccovi liberi”. L’emancipazione umana dalla forma sociale gerarchica, dovrebbe –invece- esser intesa come una vasta impresa,  molto lunga e difficile, forse un lavoro che anche correttamente intrapreso e stoicamente portato avanti nell’avvicendarsi delle varie generazioni, chissà mai se arriverà mai ad un suo pieno compimento, ammesso sia legittimo immaginarsi questo “pieno compimento” e non un costante e non finito “tendere a”.

Qui infatti, non usiamo, né altrove siamo usi farlo, l’ambiguo concetto di “libertà”, faro di ogni critico della gerarchia e del dominio dell’uomo sull’uomo. Liberazione è processo (sarebbe meglio emancipazione), libertà fa pensare ad uno stato immediato, compiuto, perfetto e finito che nell’ambito della società umana, non credo possa mai esistere per come romanticamente lo s’intende. Non sono neanche sicuro sia auspicabile visto che stare in società lo è molto di più sotto molti più punti di vista ed esser liberi in società, se non si specifica meglio il concetto, tende al controsenso visto che la società è fatta di legami. La liberazione, dovrebbe quindi avere due progetti e due tempi. Quello storico immediato che si riferisce al superamento di una data forma come ad esempio, perorare il superamento del neoliberismo magari in favore di una qualche forma di neo-keynesismo, stante che sempre di capitalismo si tratta. Questo è un migliorismo e certo anche l’Unione sovietica, pur criticabile a fondo, era migliore -per molti ma non per tutti-  dei tempi dello Zar. C’è quindi una liberazione migliorista che s’ingaggia con le forme presenti del dominio gerarchico, combatte quella esistente e ne cerca una migliore che però è un migliore relativo e qualche volta neanche tale. Ma deve anche esserci una staffetta di lunga durata in cui ogni generazione dà in lascito il testimone alla successiva, in cui qualche passo in avanti verso la liberazione dal dominio gerarchico di ogni forma e tipo, è il premio in palio. Questa via è assai poco perseguita. Dai filosofi ai politici, c’è affollamento nell’ingaggiarsi contro questa o quella forma della gerarchia (almeno tra coloro che prendono questo impegno, ce ne sono altrettanti, anzi di più, che servono la forma gerarchica di cui sono supporter, dipendenti ed agenti attivi) ma pochi sono coloro che hanno continuato a pensare o provare, movimenti di liberazione senza liberatore, quindi di auto-liberazione. S’intenda l’auto-liberazione come impresa collettiva e sociale, mai individuale poiché il problema che stiamo trattando è un problema di società, non di individuo. L’individuo potrà andare nei boschi, fare lo stilita, l’eremita, fare percorsi spirituali e auto-coscienziali, andare dallo psicoanalista, provare ad emanciparsi dalla sue tare famigliari o apprese nel cammino della vita ma non è quella la “liberazione” di cui stiamo parlando, stiamo parlando della forma gerarchica che ordina le società complesse, la ragnatela di cui ognuno di noi è ragno.

Questa forma, la forma gerarchica, l’abbiamo definita “la più facile”[10] e diagnosticato il vasto ricorso a cui nella storia estesa i più si sono abbandonati col fatto che -in fondo- ottomila anni per un animale che ha tre milioni di anni è ben poca cosa. Come molti filosofi hanno pensato, si potrebbe ancora iscriverci per quanto riguarda l’evoluzione del nostro intelletto sociale al primitivismo, all’infanzia, ai primi passi. Molti fanno fatica a pensarsi come corridori della staffetta umana che ha tempi di centinaia, migliaia di singole vite umane, di cui quella più importante di ogni altra è la propria. L’emancipazione da quella forma che s’impone per la sua facilità, è bene saper che è molto difficile. E’ difficile rinunciare al “liberatore” e trovare maieuti della liberazione, persone che non ci dicano cosa pensare ma come imparare a pensare per conto nostro, politici che non dicano come decidere ma come sperimentare forme di decisione collettiva previo dibattito e contrattazione, filosofi che non ci dicano come giudicare ma come trovare i tempi ed i modi del giudizio, governanti provvisori ed a tempo che non vogliano governare come Solone con gli ateniesi, delegati riottosi che s’attengono al mandato di rappresentanza ma scalpitando per tornare presto alla vita di tutti.  E’ difficile pagare i prezzi degli errori degli esprimenti che pur bisogna continuare a tentare, difficile che ogni fallimento della liberazione -che potenzialmente produce molto disordine- non faccia scappare tutti a pigolare l’immediato bisogno di un qualsiasi –urgente ripristino dell’ordine-, difficile profondere tanto impegno e vedere sì scarsi risultati. Eppure ogni generazione è figlia della liberazione che gli ha lasciato in eredità la precedente, i nostri padri hanno fatto il loro dovere, noi sembra si sia da ascrivere alla tipica generazione fallita, altro che ’68.

Rimane però il fatto che il ragazzo del Cinquecento, vende ancora migliaia di copie nel Duemila e quindi l’enigma è lì, posto sul tavolo, irritante ma come molte cose disgustose, in fondo anche attraente, da indagare. E rimangono lì quel manipolo di pensanti che non si son dati per vinti ed hanno creduto, come molti altri continueranno a credere che una via di fuga dallo scandalo del dominio dell’uomo sull’uomo, c’è. Come diceva S. Beckett, si sbaglia, si sbaglia e si sbaglia ancora ma la prossima volta magari impareremo a sbagliare meglio.

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[1] Dai grammatici ai retori, dai geometri ai matematici, dagli astrologi ai musici, dai logici ai fisici, dai moralisti ai dogmatici.

[2] Richard H. Popkin, Storia dello scetticismo, Bruno Mondadori, Milano, 2000-2008

[3] “Quelli di Israele” sono il chiaro esempio di una società che non avendo una terra, si strutturò interamente intorno ad una narrazione. Questa narrazione aveva il suo culmine in Dio-Uno ed aveva la casta dei sacerdoti come amministratori di sistema. Questo è l’esempio di una forma pura dell’Uno, non inverato in un re o in un apparato militare o economico o statale ma una forma di “siamo tutti sottomessi (forma poi ripresa da Muhammad nel perorare identico sistema per i frazionati e seminomadi arabi) ad un Uno superiore” che di per sé fa il sistema. Questo è l’Uno che ci fa tutt’uno.

[4] Oggi è di gran momento la “psicopolitica” e l’omonimo libricino di Byung-Chul Han (Nottetempo, Roma, 2016) non è estraneo al nucleo del Discorso. Altrettanto lo è la “microfisica del potere” di M. Foucault.

[5] Come altre volte scritto, questo modello funzionale, somiglia molto a quello delle monadi di Leibniz.

[6] Nello sport del canottaggio ad esempio, nel quattro con oppure otto con, il “con” sta per timoniere. Costui regge il timone ed assicura alla barca, quindi ai rematori, che si andrà per linea retta e detta i tempi della remata. La sua funzione è di servizio, i campioni sono certo i rematori anche se alla fine la medaglia la prende la squadra, quindi anche lui. Le società complesse, inizialmente, erano come quegli equipaggi, il “servizio” coordinava ed anche quando comandava, lo faceva per “servizio”, invitato dai comandati per coordinarsi. Nelle moderne navi complesse a più ponti e funzioni, il comandante che dà rotta e tempi eredita la tradizione ma in forma di gerarchia fissa e plenipotenziaria. La metafora della nave, venne largamente usata in antichità in sostituzione della società e delle sue forme di conduzione politica, si veda.: Giuseppe Cambiano, Come nave in tempesta. Il governo della città in Platone e Aristotele, Laterza, Roma-Bari, 2016.

[7] Il riferimento è al cosiddetto “Dialogo dei persiani” nelle Storie (Libro III 80-82), la prima presenza di quello che poi si chiamerà logos tripolitikòs (monarchia, oligarchia, democrazia).

[8] A. Sen, La democrazia degli altri, Mondadori, Milano, 2004

[9] E’ un po’ come nelle diete. Improvvisamente, quando il grasso lentamente accumulato non ci fa più piegare per allacciarci le scarpe insorgiamo “Questo invasore del mio corpo va cacciato, immediatamente!”. Ci si impone allora un radicale processo che in una settimana dovrà risolvere quello che s’è prodotto in anni, ovviamente, con risultati nulli. Per disfare processi di anni, ci vogliono anni.

[10] Qui scegliamo di non approfondire l’argomento che invece è proprio quello che implicitamente ci invitava a fare il giovane francese ma in breve possiamo dire due cose: 1) ogni gruppo sociale ha bisogno di una forma d’ordine per funzionare. Criticare la gerarchia non produce alcun superamento se non pone una alternativa d’ordine, altrettanto o poco meno funzionale se si preferisce il “più giusto” ma sarebbe meglio altrettanto se non più funzionale oltre che più giusto; 2) il fatto che il ricorso alla forma d’ordine gerarchico sia “più facile” dice che l’alternativa sarà “più difficile”. Questo imporrebbe indagine di queste difficoltà e ricerca di dove operare per superarle. Mi riferisco al fatto che l’elenco dei punti in cui agire socialmente, culturalmente e politicamente per costruire una società-sfera in grado di auto organizzarsi permanentemente è vasto e complicato. Questo stona con la tradizione del pensiero del cambiamento sociale e politico che nelle utopie ha promosso disegni finali che nessuno sa mai come raggiungere e con le rivoluzioni ha immaginato possa esserci qualche levetta che debitamente spinta, -oplà- mette sotto-sopra un impianto complesso.

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L’ HOMO DEUS di Y.N. HARARI.

Questo è un semplice sunto del libro di Yuval Noah Harari, Homo Deus, Breve storia del futuro, Bompiani, Milano, 2017. Data l’estensione del testo ed il numero di questioni trattate dall’Autore, non è stato possibile ridurlo ed accompagnarlo con un adeguato giudizio critico.

Questa ultima fatica dell’israeliano, segue la precedente “Sapiens. Da animali a dei” (Bompiani, 2014), parte dalla tesi che la condizione umana antica era segnata da tre minacce al nostro doppio imperativo ontologico del vivere il più a lungo ed al meglio possibile. Carestie, pestilenze e guerre da una parte hanno continuamente potato la crescita umana sul pianeta, dall’altra hanno accompagnato certi tipi di ordine sociale riflessi poi in certi assetti delle credenze condivise. Oggi si muore più per obesità che per malnutrizione, la medicina ha debellato la grande parte delle minacce ed assieme ai nuovi standard nutritivi e d’igiene, si stanno allungando a vista d’occhio gli indici di vita media. Sebbene rimangano per molti uno scandalo inaccettabile, le guerre sono in numero ben minore del passato e il carico di morti, sempre più contenuto. Secondo Harari quindi, termina una lunga fase storica di minorità e soggezione prima alla Natura, poi a Dio e s’inizia un nuovo programma che lo storico individua nella nuova trinità programmatica: 1) ricerca dell’immortalità (o a-mortalità); 2) ricerca della felicità; 3) raggiungimento dello status divino (o semidivino). Da cui la traiettoria: da Homo sapiens a Homo Deus.

Poiché le angosce del dopovita sono state il primo motore che ha dato centralità a grande parte delle credenze religiose, nel nuovo programma, queste sono destinate a diventare sempre più marginali. L’alleanza funzionale tra scienziati ed investimenti del mercato, sta sempre più sfidando l’ineluttabilità della morte. Quanto alla felicità il discorso è più difficile dato lo sfuggente statuto del concetto. Il tasso di suicidi nel mondo sviluppato è ben più alto di quello delle società tradizionali ma l’allargamento della base materiale della vita nei grandi numeri delle popolazioni oggi asiatiche ma domani africane, è comunque un passo in avanti. Nelle società avanzate, alcune ricerche indicano che il livello di soddisfazione esistenziale di oggi è pari a quello di sessanta anni fa e quindi si sta diventando insensibili al costante aumento di vita materiale tanto da riversare la ricerca della felicità più sull’automanipolazione chimica, non certo per “libera” scelta ma perché questo è lo sfogo obbligato di un sistema che vive del risolvere problemi creandone di nuovi che poi risolverà creandone di nuovi, stante che ad ogni passaggio cresce il Pil. Ormai è chiaro a tutti che la felicità del Pil non è direttamente correlata alla felicità umana ma il paradigma di felicità di origine utilitarisitica, fino a che rimarrà a governo delle nostre credenze condivise, questo postula. Di questo paradigma beneficia la stabilità politica, l’ordine sociale, la crescita economica, quindi le auto-manipolazioni psicotrope hanno un grande futuro davanti a sé. Ecco quindi che le biotecnologie, l’ingegneria biomedica e l’ingegnerizzazione dell’inorganico, diventeranno -secondo lo storico israeliano- il programma della nostra deificazione. Magari questi programmi non sono ancora del tutto completamente a portata di mano e non è neanche chiaro se hanno una terminazione, una fine. Per società ordinate dalla crescita infinita, programmi infiniti sono l’ideale.

Harari è convinto che si possa sfruttare quello che lui chiama il “paradosso della conoscenza”. Sapendo cosa ci sembra avverrà, si può accettare o deviare la traiettoria prevista. Il libro diventa così una seduta di autocoscienza per la parte di mondo che abita i quartieri alti del mondo-paese, nella quale si cerca di riflettere sul dove stiamo andando, per indagare su i vari futuri alternativi, quelli più probabili ma non necessariamente auspicabili e quelli meno probabili ma forse più desiderabili. Se Dio aveva progetto e potenza di attuarlo, noi certo stiamo acquisendo forse pari potenza ma sull’idea, sul progetto, c’è forse molta meno chiarezza e soprattutto condivisione. L’umanità in via di divinizzazione non è un individuo, non è un mono-deo è più simile all’ assemblea condominiale dell’Olimpo, quindi, tocca discutere il progetto, le regole, i ruoli. Harari imputa questa forma di immagine di mondo (e di uomo) che punta alla nostra deificazione, al dominio di quello che lui chiama “umanesimo”, a dir suo il paradigma di credenza dominante gli ultimi trecento anni. Forse “umanismo” nel senso di sostituzione del soggetto divino con quello umano al centro di una credenza simil-religiosa, è più esatto di “umanesimo” ma vediamo come l’Autore svolge le sue argomentazioni.

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Il 90% di biomassa del totale dei grandi animali sulla Terra, oggi è fatto da umani o da animali addomesticati. Gli umani stanno violando sistematicamente i confini e l’indipendenza delle varie nicchie ecologiche, la nostra antica sudditanza alla natura è stata sostituita da una netta inversione gerarchica. Harari è vegano, quindi spende parecchie pagine a renderci consapevoli del nostro subdolo tentativo di deificarci allontanandoci dalla comune condizione animale e di contro, ridurre gli animali ad algoritmi calcolanti privi di sentimento e coscienza. Su questa necessaria distanza e costruita differenze di genere si basa il nostro imperialismo umano, non diversamente da ogni altra passata cosificazione delle altre razze ai tempi del colonialismo. L’algoritmismo è oggi il perno della metafora dominante, quella che legge il Tutto come informazione e calcolo, così come un secolo fa leggeva tutto come macchine a vapore e prima come ruote dentate ed ingranaggi di orologi e mulini. La rottura dell’egualitarismo delle creature nel quale viveva il cacciatore raccoglitore a sua volta socialmente egalitario, ha portato al monoteismo agricolo socialmente gerarchico, ora basta sostituire il dio con l’uomo ed il programma di emancipazione attraverso il dominio, potenziato dall’abbandono del religioso in favore dello scientifico spalleggiato dall’economico, può aprirsi ad una nuova fase.

L’immagine di mondo scientifica, la stessa Teoria di Darwin, ha escluso l’esistenza dell’anima e quindi l’intera narrazione a promessa dell’eternità immateriale non ha più senso, l’eternità deve esser materiale, il futuro deve rendersi presente. L’anima era un tutt’uno indivisibile quindi o era tutta bene o tutta male, l’uomo composto di parti biologiche e psichiche invece è fatto -appunto- di parti, quindi può essere soggetto del cambiamento, promozione, miglioramento evolutivo, progresso, auto-costruzione. Del progetto fa parte anche il vasto movimento di pensiero soprattutto americano che, seguendo i dettami comportamentisti, tende ad eliminare sia il concetto di mente, sia quello di coscienza in favore di una oggettività che legge solo procedure calcolanti. Harari va a sorvolo su tutti quei contrastati territori che presentano i nodi della contemporanea conoscenza riguardo la Teoria della mente, il “problema delle altre menti”, soggettività ed oggettività, Test di Turing, possibile autocoscienza della macchine, la stessa indeterminazione del concetto di intelligenza che si vuole riprodurre in maniera artificiale ma senza che ve ne sia una accettata conoscenza condivisa del suo essere in partenza “naturale”. Di contro, si nega coscienza a gli animali o almeno autocoscienza senza che -anche qua- si sia certi noi stessi del significato del termine e della stessa condivisione di questo stato con i consimili.

Per Harari, con tesi derivata dal suo precedente lavoro , l’umano è contraddistinto da una sola precisa cosa: l’umana è l’unica specie al mondo in grado di cooperare in modo flessibile su larga scala immaginando un mondo da realizzare. Ogni gerarchia è basata sulla capacità di cooperare entro una limitata élite che s’impiega costantemente a far di tutto affinché non si impari a cooperare nello strato sociale che questa élite domina. L’uomo non è il freddo elaboratore di calcolo postulato dalla Teoria dei giochi ma un caldo mammifero emotivo e sensibile che ha sviluppato anche una certa forma di razionalità. Ogni forma di cooperazione si basa su “ordini costituiti immaginari”, altri la chiamano immagine di mondo, credenza condivisa, come nello schema leibniziano delle monadi, queste si coordinano non interrelandosi direttamente ma perché fanno tutte capo ad una comune e sincronizzante visione del mondo. E’ questa la sede dello sfuggente concetto di verità necessario ad ordinare esseri senzienti e comunicanti linguisticamente, non la sua sede oggettiva pretesa dai profeti dell’assoluto, non la sua sede soggettiva pretesa dai profeti del relativismo, ma la sua naturale sede intersoggettiva di quello che potremmo chiamare relazionalismo. Queste reti di significati condivisi, dominano certi periodi storici ed in quello successivo, le loro verità lampanti diventano semplicemente incomprensibili poiché lette attraverso una nuova rete di significati condivisi. Con questa lode dell’ideologia, del significato e dell’intersoggettività che nel pensiero di Harari va a sostituire l’antropologia dell’homo faber, oeconomicus, calculatores, si passa alla successiva analisi delle sue strutture.

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Questi ordini costitutivi immaginari, ovviamente generano una loro burocrazia gestionale ed una propria élite e questa società maggiore (“maggiore” in termini di potere sociale, quantitativamente è minore) è quella che amministra l’ordine sociale. La scrittura aumentò di molto la capacità di strutturazione e complessificazione sociale ma al punto che nessuno poteva più avere una visione completa del Tutto. Inizialmente giocò una vasta interdizione alla comprensione ed uso della scrittura, poi si distribuì la facoltà ma quando ormai la complessità sociale rendeva non pericolosa la distribuzione della stessa. Il corpo sociale, si sottomette così ad un gigantesco ed impersonale algoritmo che da una parte è sufficientemente realista per far funzionare -più o meno- la società, dall’altra rimane pur sempre legato a qualche ordine immaginario per legare a sé l’immaginazione umana. La fantasia ordina la realtà come quando nei film americani si giura sulla Bibbia, si giura di dire la verità toccando con mano un concentrato di fantasticherie. L’importante è che funzioni, dove il “funziona!” è la capacità di coordinare l’agire collettivo ed i suoi ordini. Le religioni sono state le strutture narrativo – fantastiche più potenti e motivanti della storia e, secondo Harari, esse contengono sempre tre dispositivi: 1) giudizi etici; 2) asserzioni fattuali; 3) un miscuglio dei primi due al fine di dare orientamenti fattuali, un dover essere. La religione si interessa quindi principalmente da dare ordine mentre la scienza che molti hanno ritenuto -erroneamente- fosse in contraddizione competitiva con la religione, si interessa soprattutto di potere, di dominio sulla realtà concreta. Harari pensa che l’umanismo moderno, sia un patto basato sulla divisione del lavoro e la cooperazione tra i due ordini, religioso o ideologico e scientifico.

Lo storico israeliano giunge quindi ad individuare quello che -secondo lui- è il patto della modernità: gli esseri umani hanno accettato di rinunciare al significato in cambio del potere, una incessante e progressiva ricerca di ulteriori poteri in un universo svuotato di senso. Tale potere, è a sua volta mosso dal binomio del potere scientifico e la crescita economica, l’anima del “progresso” che, per natura del binomio, deve essere infinito. La “crescita” è una promessa di futuro che deposita benessere nel presente, l’inveramento della promessa è delegata ai progressi della tecnica e della scienza. Crescita è promessa di maggiore felicità, di emancipazione per i popoli che solo di recente si sono resi autonomi e votati al mercato, anche solo per mantenere il nostro attuale livello di vita materiale occorre crescere. Ormai, non c’è più alcun paese del mondo che non giochi a questo promettente gioco e questo gioco lascia ai margini come danni collaterali la compromissione ambientale, l’equilibrio sociale, i valori tradizionali, l’etica ed appunto, il senso. Complessivamente, è questa la nuova credenza condivisa che però non si sarebbe affermata senza un puntello ideologico, una sorta di nuovo credo che ha radicalmente cambiato la natura stessa della credenza sostituendo natura e dei con l’uomo in quanto tale. L’ “umanismo” è ciò che rimane dopo la “morte di Dio”.

Nell’umanismo di Harari, il valore supremo di conoscenza è dato dalla formula: ESPERIENZA X SENSIBILITA’. I due stati si coimplicano e così per fare esperienza bisogna attivare le nostre sensibilità che a sua volta, si raffina solo in base a traiettorie di esperienza. Questo paradigma, è condiviso ma meno condivisa è l’idea di come farlo esprimere. Si sono così venuti a creare tre interpretazioni: quella liberale, quella socialista, quella evoluzionista. La prima -diciamo così-, di centro e fondata su uno strenuo individualismo, la seconda di sinistra e fondata sulla relativizzazione dell’individuo rispetto alla società, la terza di destra e fondata anch’essa su un individualismo ma molto conflittuale di modo che la selezione naturale dei migliori faccia avanzare ulteriormente l’umanità. Seguono alcune considerazioni assai eterogenee e francamente assai leggerine di analisi delle fondazioni teoriche di queste tre supposte interpretazioni, nonché una ricostruzione a volo d’uccello (l’uccello Harari vola molto alto e molto veloce nella sua narrazione e quando va in picchiata per articolare -come si conviene in ogni best seller- la narrazione in esempi, la sue scelte sono sempre letterariamente succose ma metodologicamente opinabili) dell’intero secolo che va dal 1914 al 2014. Il secolo lungo e breve secondo i diversi autori, un classico per ogni interprete della storia, ha visto nella prima metà, un liberalismo che ha preso pugni e schiaffi tanto da destra che da sinistra ma, nella seconda parte, dopo aver a lungo sofferto e temuto financo di soccombere, ha trionfato sbaragliando tutti. Si arriva così alla constatazione che “Nel 2016 non esiste una seria alternativa al pacchetto di individualismo, diritti umani, democrazia e libero mercato” (p.407) sebbene –aggiunge l’Autore con una punta di veleno – “trovare falle nel pacchetto liberale” sia l’attività preferita di accademici ed attivisti i quali, per altro, si guardano bene dall’avventurarsi nella ricerca di qualcosa di meglio. Né la Cina che è in un limbo ideologico travestito da un pseudo comunismo confuciano, né il nazionalismo induista, né l’Islam che nel radicalismo ha solo una forma di dialettica interna segno per altro di impotenza e disadattamento al destino moderno, sono reali alternative. Quanto ai socialisti, secondo Harari, se Marx tornasse in vita, consiglierebbe i suoi adepti di leggere di meno il Capitale e studiare di più Internet ed il genoma umano. Tutto bene quindi, “fine della storia” reloaded? No, ci sono delle prospettive che sembrano minare proprio dall’interno il programma umanista – liberale e questo è il tema della sezione finale del lungo viaggio.

Le questioni che s’affacciano in prospettiva allo sviluppo del programma umanista privo di competitor esterni ma non privo di virus interni è compendiato da quattro domande: 1) Cosa accadrà al mercato del lavoro al pieno sviluppo del programma di automazione – infomatizzazione?; 2)  Cosa ne sarà dalla vasta classe degli inutili?; 3) Cosa ne sarà delle relazioni e dell’intero ordine sociale quando gli ottanta anni saranno i nuovi cinquanta; 4) Cosa succederà quando la superclasse di chi può, potrà progettare il proprio corpo, i propri figli, le proprie esclusive abilità di potenza che porteranno il loro dominio su un inedito piano biologico e non solo ideologico?

Secondo Harari, la moderna indagine interna alla mente, sta sgretolando il perno del programma liberale, noi non siamo uni-individui e non siamo dotati di ciò che chiamiamo “libero arbitrio”. L’arbitrio è la finale di una complessa equazione fatta di processi deterministici ed altamente casuali che si presentano come finale desiderio di far qualcosa che per noi funziona come un ordine. Siamo consapevoli solo della parte finale del processo, il voler far qualcosa ma questo “volere” è determinato, non ha alcuna spontaneità primigenia. Altresì, altri esprimenti, hanno reso evidente che la nostra bilateralità cognitiva ospita almeno due sé, quello esperienziale e sensitivo e quello narrativo. Alla fine noi riteniamo il nostro vero sé solo quello narrativo ma questo si limita a cucire assieme le varie contraddittorie pulsioni di quello sensitivo. Inoltre, è quello che ci obbliga a seguire la coerenza della nostra immagine di mondo anche quando questa ci ha portato a compiere molte azioni dannose, senza senso, fallaci.  Infine, tende a difendere la vigenza di una certa immagine di mondo anche quando questa colleziona serie sempre più fitte di falsificazioni e problematicità. Tentativi ne facciamo tanti, errori anche di più ma la supposta capacità di imparare da questi è avversata dalla strenua difesa della nostra coerenza interna anche quando questa si è dimostrata ampiamente incoerente con la realtà là fuori. Queste attuali convinzioni della ricerca scientifica sulla mente, stanno anche depositando uno strato di inquietanti conoscenze specifiche su come sradicare i ricordi malevoli, come sentirsi gratificati anche a fare cose non gratificanti, come tacitare l’assemblea condominiale che siamo per concentrarci inumanamente su un compito, come tacitare le emozioni per condurre al fine compiti sovrumani. Tutte conoscenze che soprattutto gli apparati militari e poi i tecnici del neuro marketing, stanno avidamente collezionando per farci essere “più efficienti” con gioia e tripudio del business sanitario – farmaceutico e del casinò finanziario che sulla loro crescita, scommette.

I progressi dell’AI + biotecnologie renderanno superflui molti esseri umani, sia nell’economia, sia come componenti di quegli eserciti nazionali che assieme a gli eserciti della produzione, hanno fatto da base per il moderno liberalismo dello stato nazionale. Harari teme l’AI non necessariamente forte come descritta o predetta in molte distopie (ad esempio autocosciente ed intenzionale) ma anche quella debole, una superintelligenza velocemente calcolante su immense basi dati a cui progressivamente delegheremo di buon grado molte funzioni oggi tipicamente “umane”. Molti già oggi, gli algoritmi in uso e sostituzione delle umane abilità fisiche ma già al lavoro anche quelli di sostituzione cognitiva che auto apprendono. Questo mondo superiore, un mondo che si verrebbe a formare sinuosamente e con la stessa collaborazione degli inferiori, sarebbe nelle mani di un élite potenziata biologicamente, una élite che domina su un oceano di nullità confinate in qualche micro mondo di eterna auto-stimolazione psichica, dediti come topi da laboratorio a premere compulsivamente qualche levetta per l’auto-gratificazione chimica. Una vasta “classe inutile” senza più alcun valore economico, politico e financo artistico a giudicare dalle performance di alcuni recenti software che scrivono ottime sinfonie ed haiku. Oltre ai canali sociali, al divertimento ed intrattenimento, è la promessa di curarci e proteggerci meglio di quanto noi stessi potremmo fare da soli, la prossima ondata di seduzione.

Devolvere il controllo su praticamente tutti i nostri bio-dati, inclusa la mappatura genetica, allacciati in rete, pieni di nano robot e piccole stazioni di controllo info-elettroniche negli organi principali, in cambio della promessa di salute e vita allungata, questo il programma che vede Harari. La dis-connessione come anticamente era l’ostracismo, è la minaccia terrificante che normalizzerà ogni obiezione e riserva. Naturalmente, la superclasse avrebbe sempre aggiornate le ultime versioni mentre la classe inutile sarebbe attaccata alla coda lunga che porta inevitabilmente ogni tecnologia premium a diventare obsoleta e quindi di massa. L’aspetto meno avvertito, secondo l’israeliano, è proprio la seduzione intrappolante (una ennesima versione delle “servitù volontaria” à la Boétie?), così come ci stupiamo che i selvaggi africani cedettero i diritti sulle loro terre ai tempi del colonialismo per “specchietti e collanine”, già oggi tutti noi cediamo la ricchezza dei nostri profili psicografici più intimi mettendo like e postando stati d’animo in cambio del servizio gratuito di mail ed un diluvio di deliziosi gattini. I tanti test gratuiti di Internet  su nostri gusti e preferenze sono la risposta al delfico ed enigmatico “conosci te stesso!” mentre qualcuno accumula i nostri profili nelle banche dati. Il liberalismo fondato sul valore supremo della libertà degli individui, almeno sul piano dei diritti umani, uguali, lascerà il posto ad una gerarchia che non prevede alcun possibile ascensore, gerarchia nella quale una massa di inutili ed indistinti soggiace ad una élite di superuomini e superdonne ormai collocati in un loro Olimpo privato, quel Giardino delle Delizie in cui sono già collocati quei sessantadue miliardari che detengono una ricchezza pari a 3,6 miliardi di già inutili. E chissà se a quel punto, verificata la loro sostanziale ed effettiva inutilità, non si deciderà di revocar loro anche quei tenui fili che ancora li tengono attaccati al treno dell’umanità, una qualche forma di potatura demografica sarebbe opportuna per via dei limiti planetari, stante che la colonizzazione degli altri mondi è immaginata ma ancora lungi dall’essere effettivamente perseguibile.

Harari giunge così alla fine, l’analisi di una nuova credenza condivisa che guidi il nostro modo di stare al mondo, una sorta di neo-religione intesa nel senso di ideologia strutturata fornitrice di senso. La prima versione sarebbe una sorta di tecno-umanismo, un programma di potenziamento dell’umano a base bio-info-tecnica. Il programma sarebbe una promessa di ancora maggior potere ma per farci cosa non è dato sapere. Sulla seconda invece, ha idee ben più chiare e ben critiche: il datismo. Il datismo, la creazione di una rete sempre più vasta, iperconnessa e portante, potrebbe essere la ragion per cui si creda alle tre promesse iniziali: vite sane sempre più lunghe che aspirano all’a-mortalità, felicità pret-à-porter, deificazione progressiva sotto forma di quasi onnipotenza. La forma concreta del datismo è l’Internet-di-tutte-le-cose, una ontologia dell’iperconnessione, il suo presupposto paradigmatico è il nuovo dogma scientifico per il quale il senso della vita è prendere decisioni e gli algoritmi che accedono alla totalità dei dati, possono prendere queste decisioni molto meglio di qualunque altra entità, inclusi noi stessi avvolti in diversi veli d’ignoranza. Al pari della concezione olista della rete della vita, del mercato come rete delle transazioni, dell’ecologia come autorganizzazione del biota, il datismo pensa ad una rete in cui viaggiano quanti più dati possibili ed algoritmi che li prelevano per fornire decisioni, una seconda natura infomazionale. Il modello è sempre quello distribuito che ha mostrato di funzionare incomparabilmente meglio di quello centralizzato, che poi questo impersonale distributismo abbia i suoi centri, nodi, punti di accumulo e potere, la metafora non lo ricorda. L’illusionismo di questa abusata metafora, dice che il potere non c’è più, è distribuito, è impersonale, si è sciolto e frantumato annullando il suo stesso concetto. Harari come molti altri lettori della Rivoluzione informazionale, cita sempre Google o Facebook o Amazon ed Apple ma non sembra che citare questi agenti intenzionali con tanto di consiglio di amministrazione e proprietà del pacchetto azionario di controllo, gli dia l’idea che quello sia un grumo di potere. La Borsa è una rete che determina il valore istantaneo, che ci sia Blackrock o Goldman Sachs è solo fatto collaterale.

La visione informazionale della Grande Storia umana ha visto l’aumento quantitativo delle entità che processano informazione, poi l’esplosione varietale di queste entità, la loro differenziazione, poi l’aumento delle interconnessioni tra queste entità varietali, infine la totale libertà di flusso all’interno di questa rete. Le entità possono essere chip o umani o altre entità biologiche ridotte a chip in quanto processori di informazioni. Poiché la coscienza umana è un fatto soggettivo non esperibile scientificamente, l’uomo può essere ridotto ad algoritmo e quindi ecco che la Mecca degli algoritmi che è la rete, prende il posto di ogni altro regolamento sociale o politico, rimanendo per altro in totale sintonia con quello economico. Pur cautelandosi con l’eccezione della non linearità che impedirebbe di principio il fare previsioni, viepiù a lungo termine, Harari dà a questo programma il probabile monopolio per il prossimo secolo. Tutto sommato egli stesso umanista e liberale, Harari ha voluto usare quello che lui chiama il paradosso della conoscenza per dirci: così sembra vadano le cose, vi piace? Se sì abbandonatevi e gioite, se no, allora tocca pensarci più approfonditamente prima di consegnarci a questo enigmatico futuro.

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Harari ha quaranta anni, vive in Israele in un moshav (istituzione originariamente inventata da sionisti socialisti, meno estrema quanto a sperimentazione sociale dei kibbutz), insegna World History all’Università ebraica di Gerusalemme, è vegano. Autore del best seller mondiale “Breve storia dell’umanità” (tradotto in 30 lingue), questo Homo Deus, uscito nel 2016, ha già avuto già 10 diverse traduzioni incluso il turco ed il coreano. Harari è un seguace di S.N. Goenka, maestro di meditazione buddhista Vipassana. E’ omosessuale e si definisce moderatamente tecnofobo. Del tutto estraneo alla cerchia della critica sociale colta di tipo euro-continentale, Harari è un ampio fenomeno che oltre ai milioni di copie vendute, somma ampi tour di conferenze ed una fitta presenza di video e corsi su Internet.

Siamo già troppo lunghi per fare ora una critica ragionata del suo lavoro. In estrema sintesi: a favore, lo sforzo titanico di inclusione di archi di tempo storico molto ampio ed una discreta facoltà di tenere assieme nel discorso una gran mole di variabili oltre naturalmente -visto il grande successo editoriale- una fluida e piana capacità narrativa, basata su conoscenze precise della attuale produzione ideologico – scientifica almeno di stampo anglosassone[1]. A sfavore, scelte non sempre spiegate su quali variabili osservare, mancanza di concettualizzazione che si paga quando si deve parlare ai Molti, esempi infilati un po’ a caso per sostanziare ed alleggerire al contempo il discorso che svolge (legge del best-seller). Ma più di tutto, Harari sembra aver compiuto uno sforzo immane che però è uscito proprio l’anno (2016) in cui molti paradigmi che lui dà per scontati sono andati -parzialmente o in toto è ancora da capire- in crisi. Evidente, una certa distorsione della totalità che cerca di com-prendere, limitata dal punto di vista fermamente piantato nell’occidental – centrismo[2].

Più in generale, la letteratura su gli enigmi del futuro immediato e prossimo, è in grande sviluppo e questo è un buon sintomo poiché almeno segnala una certa vivezza della cognizione. Il tema è sempre quello della Grande Complessità nella quale siamo capitati con vene d’angoscia per i contraccolpi adattivi soprattutto negli osservatori occidentali. Poi ognuno sviluppa il suo metodo di riduzione per quanto al lettore sembrerà strano definire una “riduzione” seicento pagine di testo. Su una epistemologia critica delle nostre stesse scelte di riduzione, siamo solo ai primissimi passi. Come spesso ci capita di chiosare, la strada è ancora molto lunga ma in compenso il tempo che abbiamo per percorrerla è sempre più breve. Di contro, il fatto si sia capitati in una transizione o metamorfosi epocale, comincia a penetrare sempre più coscienze pensanti e questo è ciò che tiene ancora in vita il “principio speranza”.

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[1] Harari riporta in nota una gran mole di studi e pubblicazioni, tutte molto aggiornate. Se non si è un ricercatore professionale sul Tutto e quindi un lettore bulimico, la sua lettura vale almeno come crash course di ciò che si pensa e si dice nell’ambito della divulgazione colta di più discipline, un settore tipicamente anglosassone a cui noi italiani, purtroppo, contribuiamo poco.

[2] Su questo punto, come su altri, Harari sembra mostrare una consapevolezza critica, ad esempio nell’esame della distorsione WEIRD ovvero il fatto che i Western, Educated, Industrialised, Rich and Democrats ovvero lo standard degli studiosi e dei fatti presi in esame per stabilire la consistenza della realtà, porti ad universalizzazioni indebite. Ma qui, come altrove, non sembra che l’osservazione critica sia poi del tutto incorporata nel suo apparato interpretante.

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QUANTO LUNGHE SONO LE NOSTRE RADICI?

Riflessioni sulla lettura di – D.L.Smail, Storia profonda, Bollati Boringhieri, Torino, 2017

Daniel Lord Smail, professore ad Harvard, ha ereditato dal padre (a sua volta professore di storia) una passione istintiva per la -grande storia naturale dell’umanità-. Portata avanti l’indagine nei corsi si è risolto a buttare giù una introduzione per un volume di storia naturale che ne riportasse i contenuti ma poi si è accorto che l’una e l’altra, introduzione e storia, metodo e contenuto, avrebbero dato vita al classico mattone sulle seicento pagine. Ha quindi deciso di scrivere una libro di sola riflessione metodologica sull’ipotesi di “storia profonda”, la riunificazione di tutti i domini della storia (geologia, biologia, paleoantropologia, linguistica e storia dei fatti umani) alla ricerca di quel sfuggente oggetto che è la fenomenologia dell’umano.

 Il tempo che prendiamo in esame, la sua durata o estensione, è la condizioni di pensabilità prima della profondità storica. Darwin non avrebbe mai potuto intuire e poi sviluppare la sua teoria, se poco prima i geologi non avessero cominciato a dilatare a dismisura il tempo naturale. Fu in un certo senso, lo sviluppo urbano a portare a quegli scavi da cui affiorarono resti atipici di animali che infiammarono il dibattito sulle classificazioni ai tempi di Cuvier. I paleontologi, forse non ancora consapevoli essi stessi della loro categoria (erano ancora solo “biologi” perché il “paleo” non esisteva come concetto), inizialmente riportarono quei resti a delle anomalie delle specie note ma sia la comparazione inter-specie, sia lo sviluppo delle classificazioni da Linneo in poi, sia proprio i geologi consapevoli che ogni strato scavato corrispondeva ad una fascia di tempo, arrivarono piano piano a capire che il tempo della vita biologica e del pianeta stesso era molto ma molto più lungo del ritenuto, le specie non erano fisse, alcune erano vissute ma poi scomparse, altre erano profondamente cambiate, la Natura aveva un suo motore creativo interno di cui poi Darwin tentò di carpirne i segreti.

Un vincolo fisso dell’immagine di mondo occidentale, vietava questa difficile presa di coscienza dell’estensione temporale che -si ricorda- si sviluppò a partire solo dalla prima metà del XIX secolo, non molto tempo fa.  Il vincolo era dato dalla credenza condivisa a paradigma dell’intero mondo occidentale: la Bibbia. Il vescovo Ussher, nel 1650, aveva pubblicato il suo “calcolo scientifico” della nascita del mondo in seguito al conteggio delle varie generazioni che seguono la Genesi dell’Antico Testamento, ed il verdetto collocava l’inizio della settimana creativa di Dio, al mezzodì del 23 ottobre del 4004 a.C. . Altri conteggi sbordarono di un migliaio di anni in più o in meno ma nella sostanza, il tempo percepito come inizio del tempo stesso, era quello, una qualche migliaia di anni prima di Cristo. Del resto, anche a “logica degli eventi”, tra Adamo e Noè poi Mosè, poi Cristo, Dio certo non poteva aver aspettato molto tempo per rivelarsi alla sua creatura per dare senso al mondo ed alla missione umana. Ogni cultura, tende ad iniziare il tempo con la propria ipotesi di origine. L’Isis, come i talebani ma anche il “clero” wahabita, è dedito alla distruzione di quei manufatti storici testimoni di grandi forme di civilizzazione ben precedenti il VII secolo nel quale Maometto ha ricevuto la rivelazione. Lo stesso Smail, testimonia di come negli Stati Uniti d’America, l’insegnamento universitario della storia abbia già quasi completamente eliminato la storia antica, abbia opacizzato la storia medioevale europea e stia addirittura minando lo stesso inizio della storia moderna. Già le facoltà di economics hanno -pare- cancellato da tempo i corsi  di storia del fenomeno economico poiché ogni “altro modo”, per quanto passato, mina la vigenza assoluta dei paradigmi contemporanei. Insomma, tra le condizioni di pensabilità, il tempo è la prima coordinata fondamentale.

L’intera auto percezione delle società complesse occidentali, ha teso a contemplare il tempo storico come originato dalla rivoluzione agricola che, guarda un po’, ha la stessa tempistica del racconto biblico. E poiché di questa auto comprensione ha fatto parte lo sviluppo della conoscenza scientifica e la scienza si applica non in via ipotetica ma su dati certi, ecco che i dati sono stati solo quelli riportati dalla scrittura la cui origine -di nuovo- si pensa coincidente col pacchetto Bibbia + società complesse figlie-della-rivoluzione-agricola. Infine, tutto ciò che è tempo, incrocia l’altra coordinata della mente trascendentale (avrebbe detto Kant, la sua “estetica”) occidentale che in quanto spazio, come culla dell’origine, prevede il Medio Oriente (sempre per l’intero pacchetto Bibbia + società complesse + scrittura = Civiltà occidentale) ovvero la culla da cui nasce l’Europa e da qui, il nostro ostinato occidetal-centrismo.

Come accadde ieri con i geologi, oggi gli archeologi, i paleoantropologi, l’analisi di reperti materiali che testimoniano reti di scambio ad incredibile distanza e per tempi molto remoti,  l’antropologia e l’etnologia comparate, i biologi molecolari, la linguistica con la ricerca su i ceppi originari delle lingue ancestrali, la nostra miglior comprensione sulla storia del cervello quale ad esempio abbiamo citato nell’articolo sul lavoro di Jaak Panksepp (qui), hanno ormai forzato i rigidi limiti della storia iniziata seimila anni fa. Paleolitico, neolitico, postlitico sono ormai da intendere frazioni di un’unica storia, l’Africa è da considerare la nostra madrepatria di genere e specie, l’interdisciplinarietà è da considerare l’unico approccio che può consentire di elaborare una vera conoscenza realistica ed umana del senso del nostro tempo trascorso dalle origini, origini collocate nel tempo profondo che Smail vuol cominciare a raccontare come “storia profonda”. Smail insegna Storia del Mediterraneo soprattutto il tardo medioevo. Egli quindi è andato senz’altro a lezione di “lunga durata” da F. Braudel e credo voglia prendere quella lunghezza ed estenderla ancora di più, almeno fin dove le nostre attuali conoscenze lo rendono possibile.

In gioco c’è molto. I più antichi lettori di questo blog forse ricorderanno che uno dei primi articoli pubblicati (qui) era proprio sul tempo storico e prendeva a caso da meglio indagare l’ormai noto sito archeologico di Gobekli tepe, una incredibile serie di circoli megalitici costruiti chissà da chi, chissà come e soprattutto perché, ben dodicimila anni fa. Gobekli tepe potrebbe  testimoniare una precoce facoltà umana di collaborazione inter-tribale al fine di far ruotare un vasto areale frazionato in piccole società autonome  ma tutte gravitanti intorno ad una credenza condivisa, uno spazio delle idee comune. Così per il Cimitero 117, un sito di sepolture nel sud Sudan di un paio di millenni antecedente Gobekli tepe che è l’unica testimonianza che abbiamo di una possibile strage dovuta a conflitto inter-tribale. In questo caso, non è il sito a dirci qualcosa ma il fatto che molti ritengono che queste stragi da conflitto siano state lo standard dell’umana storia profonda quando questa è solo una credenza senza prove proprio perché l’unica vera prova che abbiamo è “solo” di quattordici mila anni fa. Ne potrebbe conseguire l’ipotesi che i conflitti appaiono sistematicamente molto tardi ed andrebbero forse messi in relazione ad una intensificazione della densità abitativa di una certa area, alla demografia irritata magari da qualche rovescio ambientale, non alla genetica. Così per le ormai numerose prove di villaggi paleolitici con centinaia di abitanti che vivevano di caccia e raccolta che falsificano la convinzione che stanzialità e quindi complessità sociale siano derivati del modo di produzione agricolo, evidente proiezione dell’economicismo moderno.

In ballo ci sono almeno due cose importanti. La prima è l’informazione su cui basare i nostri tentativi di risposta alla domanda chi siamo? Quante variazioni e di che tipo fanno l’umano? Come si sono comportati i paleo-antichi e modulando i comportamenti rispetto a quali variabili? La seconda è la scoperta ancora non debitamente trattata e codificata di quanto è complessa la mentalità che muove il comportamento umano. Quante “teorie fantasma” abbiamo nella mente quando esprimiamo una analisi o un giudizio? Quali condizioni ambientali e non certo bio-genetiche giocano nella differenza tra la strage sudanese e la possibile anfizionia anatolica? Quali strutture mentali proprie di una credenza religiosa o politica o epistemologica, ordinano il flusso delle nostre immagini di mondo che si vorrebbero rispecchiamento di una realtà che vediamo e percepiamo a sua volta solo dopo averla filtrata con i vincoli nascosti di quelle credenze, magari credenze che singolarmente non abbiamo neanche a livello individuale ma che agiscono come “spirito dei tempi” o mainstream o verità dai più ritenute tali o sentieri obbligati da metafore condivise che “pensano al nostro posto”. E non parlo solo delle informazioni in quanto tali ma delle logiche, degli improvvisi sensi vietati o dei flussi autostradali per i quali ripetiamo assunti infondati che accettiamo in forma irriflessa, quelle “condizioni di pensabilità” che impediscono di andare da una parte e ti portano irrimediabilmente da un’altra parte, magari proprio quando stai cercando una via alternativa al consueto modo di pensare le cose. Kant ci aveva ammonito sull’apriori della ragion pura ma ora dovremmo andare avanti e cominciare ad indagare l’apriori della ragione impura e storica, immagine di mondo, mentalità, epistème, dominio paradigmatico che di dir si voglia.

Su questo secondo aspetto della faccenda, Smail basa l’intero secondo capitolo, una analisi di come gli stessi storici si siano auto assoggettati alla convinzione ombra dei tempi biblici anche quando questo paradigma non era invero più vigente in forma esplicita. E’ un capitolo di epistemologia storica che da Vico a Ranke, da Langlois a Seignobos, da Labberton a Guizot, con pesanti influenze anche dei filosofi, Hegel più di ogni altro,  ripercorre le ragioni razionali avanzate per una irrazionale difesa dell’invisibile assunto di partenza. Contorsioni dell’immagine di mondo o mentalità, che mostrano con quale finezza e creatività, con quanto spreco logico ed arguzia delle motivazioni, gli esseri umani siano in grado di giustificare l’ingiustificabile. Il Diluvio cancellò ogni elemento intelligibile del passato, la storia è solo la storia delle testimonianze scritte (quando le testimonianze scritte sono sempre imbevute di  ideologie, “cariche di teorie”), “una società può essere oggetto di scrutinio storico solo quando quella società possiede una coscienza storica”, la storia può essere solo storia della civiltà, la storia è solo storia documentata dei grandi uomini, le tradizioni orali non sono affidabili, la storia paleolitica è impossibile perché l’uomo era un anima individuale che non esprimeva socialità (?). Tutte ragioni utili per problematizzare l’epistemologia storica del passato profondo ma che in sé, non possono sostituire il punto dove il punto è: ci sono radici lunghe dell’umanità e tocca scoprire fin dove arrivano ed in cosa sono piantate.

Si tenga anche conto di quanto peso ha l’intera massa di questa produzione e tradizione, quanto le tonnellate di scritti che si rimandano l’un l’altro, un intero sistema di credenze puntellate da paradigmi astrusi di cui i professori e gli accademici sono i sacerdoti, impedisce anche solo di prendere in esame l’inquietante lunga galleria di Chauvet  con i suoi 500 metri con più di 500 diverse opere di pittura rupestre datate a 32.000 anni fa. Il bellissimo documentario di Werner Herzog Cave of Forgotten Dreams, tra l’altro, mostra la geografia del posto e pone subito la domanda su quale fosse il contesto realizzativo  e l’uso di un sito che bisogna raggiungere con molta fatica e forse anche qualche pericolo, segno di una intenzionalità molto complessa, sia da parte degli autori, sia dei fruitori. Non certo l’improvvisata domenicale vena pittorica di un manipolo di Cro Magnon che volevano far colpo sulle rispettive fidanzate. O a proposito della scrittura, si veda il volume  “Origini della scrittura” a cura di G. Bocchi e M. Ceruti (Bruno Mondadori, Milano, 2002) che raccoglie quei molti studiosi il cui contributo racconta una storia meno improvvisa delle tavolette sumeriche, un lungo processo che inizia forse addirittura 10.000 anni fa. O nell’archeologia linguistica, l’ipotesi nostratica che pone una lingua originaria da cui poi sarebbero discese le varie forme di indoeuropeo ma anche le uralo-altaiche, dravidiche e lo stesso sumero, una superfamiglia derivata da una lingua originaria parlata nella Russia di 12.000 anni fa. Per non parlare delle eterodosse tesi continuiste del grande Mario Alinei che retrocedono appunto a 40.000 anni fa i ceppi linguistici originari, ipotesi corroborata da solido metodo interdisciplinare che attinge alla genetica delle popolazioni, all’archeologia, all’etnologia e paleoantropologia. Ipotesi certo, ma non meno ipotetiche di quelle che reggono le nostre attuali credenze condivise ma aprenti però, tutt’altre euristiche.

Veniamo allora al quarto capitolo, l’ipotesi sia possibile ricostruire una neuro storia. Il capitolo è una sorta di riepilogo ben informato su i raggiungimenti di tutte le discipline che dalla biologia alla psicologia, ruotano intorno alla mente umana. Impossibile e comunque poco utile, riassumere qui i termini del problema, ci limiteremo quindi alle questioni di cornice. La faccenda potrebbe essere compendiata come una sorta evoluzione dell’evoluzionismo in direzione dell’adattamentismo. L’adattamentismo è -secondo noi- il vero paradigma interno alla teoria di Darwin ovvero il presentarsi del fuori di noi come perno problematico della nostra esistenza di genere (umana), specie (sapiens), sociale ed individuale. A questo fuori di noi, a volte ambientale e naturale, a volte sociale e culturale, rispondiamo con una complessa stratificazione di sistemi che ci compongono, sistemi biologici quindi ereditari, culturali e sociali quindi storici, spesso del tutto casuali. L’adattamentismo a differenza dell’evoluzionismo non prevede alcuna verità precisa dato che l’adattamento al fuori noi dipende dall’estrema variabilità di questo “fuori di noi”. Se quindi il concetto di “evoluzione” è relativo, lo è anche il concetto di “progresso”. Inoltre, più l’analisi entra con attenzione dentro un comportamento umano, più scopriamo che questo è la somma non precisa di tanti segmenti creati dalle retroazioni tra biologia e cultura ma anche condizionati in un certo senso dalla logica dell’intero sistema che dal genotipo deve portare al fenotipo. L’epigenetica, ad esempio, sta presentando quel modello ricorrente in natura per il quale se il codice ereditato propone varie soluzioni è la relazione a contatto con il qui ed ora a determinare l’espressione genetica. Processi senza oggetto, ricchi di ridondanza ed imprecisione ma comunque dotati di tendenza, determinanti una certa abitudine chimica, una certa architettura dei cablaggi per altro molto variabile, riutilizzo e bricolage di materiali altrimenti finalizzati. Nel complesso, tutto ciò “funziona” in molti casi, in molti altri molto meno, in alcuni punti forse per niente. Soprattutto, le nostre immagini di mondo ipostatizzano dicotomie e notano contraddizioni a posteriori ma la nostra storia amalgama con ben più ampia tolleranza il nostro essere maschile ma anche un po’ femminile, socializzante ma anche un po’ individualistico, etico-morale ma anche un po’ furfante, altruista ma anche tanto egoista. Le immagini di mondo allora forzino i caratteri, estremizzino i giudizi ma non si sostituiscano alla onesta e realistica lettura della nostra intricata complessità di partenza.

Ne consegue la sparizione della dicotomia natura-cultura, la crescita di interesse per la microevoluzione piuttosto che per quella macro, la selezione delle popolazioni più che degli individui, l’imprecisione comunque funzionale di quelli che Paul Ehrlich chiama “strascichi evolutivi”, l’effetto Baldwin, la conta degli adattamenti positivi che assomma a pacchetto anche quelli negativi e quelli neutri, la loro stessa variabilità nel tempo dato che quello che era adattativo cinquecentomila anni fa (e dove poi, in zone forestali, di costa, di montagna, con picchi di temperatura alta o bassa? etc.) potrebbe non esserlo oggi o viceversa, gli exattamenti (il riciclo a nuovi usi e scopi di strutture selezionate con originarie diverse ragioni), il superamento dell’altra dicotomia tra continuismo ed equilibri punteggiati (dato che esistono, pare, entrambe le modalità), la sovrabbondanza di produzione della natura al fine di tenere larghe certe condizioni di possibilità che essa stessa vuole non precisare ex-ante dato che il gioco si sa che sarà complesso e dinamico e quindi non pre-vedibile con precisione, l’estrema complessità che denota il passaggio tra genotipo e fenotipo che ci siamo immaginati un po’ tropo semplice, lo scetticismo per l’approccio di “reverse engineering” dato che la stessa metafora di riferimento ovvero il fatto che si abbia a che fare con un prodotto ingegneristico è fallace. Di base, c’è un mondo complesso bio-culturale dentro ogni individuo, gli individui umani si sono viepiù dovuti adattare ai gruppi umani (le società) che non alla natura, erano proprio i gruppi umani nel loro complesso ad avere questo compito e quindi vana è la sola ricerca di linee corte e dirette tra essere individuale e natura. Quale natura poi, di quali luoghi e di quali tempi ? Siamo cresciuti scavando tuberi, raccogliendo bacche e cozze, inseguendo conigli o organizzando complesse battute di caccia coordinata alla megafauna?  L’impressione è che ci sia troppa fretta a mettere il coperchio su una pentola che ha appena cominciato a bollire e che la norma sia retro imporre categorie attuali su fenomeni altrimenti ordinati. Sarebbe meglio, forse, una fase anarchica tipo “anything goes”, à la Feyerabend per riaprire una euristica interpretativa che non pensi al prima con le categorie del dopo.

L’ultimo capitolo, Smail lo dedica ai rapporti tra le civiltà e la manipolazione della chimica corporea, mentale e quindi psichica nello specifico, indotte ed autoindotte da determinate pratiche o sostanze psicotrope. Canti, balli, preghiere, riti di vario tipo, gossip ovvero la versione umana del grooming dei primati, addirittura lo shopping, sesso ma anche le gerarchie di dominanza hanno un corrispettivo stato neurochimico, in qualche modo fissato nella nostra neurofisiologia. Pratiche attese ma che poi rinforzano determinato sentieri neurali tanto da arrivare a stati di dipendenza. La modernità, col suo carico di spezie e coloniali esotici, portò prima alle élite, poi al mercato di massa, una gran quantità di stimolanti e calmanti che, secondo l’autore, avrebbero anche svolto il ruolo di compensatori della mancanza di una vita religiosa quale quella che ordinò il medioevo. Le droghe propriamente dette e l’alcool  sono poi le sostanze più direttamente usate per questa auto manipolazione dello stato d’animo mentre il grande mondo delle sostanze farmacologiche, nella sua vistosa inflazione, denota abitudini ormai di massa nel giocare al piccolo chimico con la propria anima. Anche la continua masturbazione dell’attenzione col cellulare, l’esibizione del proprio corpo e del desiderio, i social network, il porno on line, i videogiochi, gli stati perduranti di autostimolazione continua che hanno poi il contraltare dell’apatia e della noia esistenziale, inducono a pensare a quel “mondo nuovo” di Huxley (1932) in cui tutti sono dipendenti, nel senso di “addicted”, di qualcosa. La piramide di Maslow andrebbe così aggiornata con questo bisogno di auto-manipolazione chimica su cui prospera l’attuale sistema ordinato dal fatto economico che chiamiamo “capitalismo” ma che il capitalismo si è limitato a sfruttare, non a creare. L’argomento ha un suo interesse, senz’altro nel renderci maggiormente consapevoli del corrispettivo chimico di tanti comportamenti che poi diventano fenomeni macroscopici, economici, culturali e financo politici, nonché come possibile taglio di analisi storica, ad esempio al pari delle malattie virali e delle grandi epidemie del world historian McNeill ma francamente, non ci sembra poi così decisivo per perorare la causa della storia profonda.

Smail trae, alla fine, le conclusioni della sua indagine sulle condizioni di pensabilità di una storia profonda. Invoca la necessaria multidisciplinarietà per ricostruire l’immagine del passato, indebolisce a priori i risultati ipotetici che si possono ottenere sostituendo le leggi di natura che nell’umano vengono ad amalgamarsi coi fatti di cultura, determinando al massimo “pattern” o tendenze, schemi indicativi la cui interpretazione ne dà la variabilità. Di contro, qualcosa di questa natura umana emerge se a distanza di luogo e di tempo, tante “invenzioni” (dall’agricoltura alla scrittura, dalle classi sacerdotali alla gerarchia sociale) sembrano seguire pattern ricorsivi comparendo qui e lì ed al netto di prestiti e possibili influenze quali postulati dal diffusionismo. L’agente storico, l’uomo, è crogiuolo di cultura e biologia e questa invocazione a superare la dicotomia delle due culture è forse il messaggio metodologico più forte che ci lascia Smail.

Confesso di essermi immaginato altro nel desiderare la lettura di questo libro. Forse se Smail avesse corredato la sua indagine di qualche esempio fattivo di questa storia profonda, qualcuno dei tanti fatti fuori teoria come lo sforzo templare di Gobekli tepe in assenza di società centralizzata o la mancanza di prove di quella antropologia che ci vorrebbe intrinsecamente violenti e competitivi o l’irragionevole grandezza della Cappella Sistina paleolitica di Chauvet, per non dire di molto altro quale anche la citazione che fa nelle conclusioni del lavoro di Marshall Shalins che demistifica l’avvento dell’agricoltura come un triste ripiego su una dieta povera, non meno incerta della caccia e raccolta ma soprattutto molto ma molto più dispendiosa da produrre, la sua perorazione avrebbe acquistato maggior concretezza.

Sta di fatto che alcuni di noi, soprattutto quando i tempi mostrano il cedimento vasto e profondo dei piloni delle credenze condivise che sostengono un certo modo di stare al mondo, volgono lo sguardo all’indietro per tornare ad indagare l’Origine. Quella Origine che ogni immagine di mondo ricostruisce a modo suo per dare fondamento a ciò che si è e che invece sarebbe -proprio ora che non sappiamo più chi siamo- il caso di indagare cercando di strappare al tempo profondo le sue pur vaghe e sempre provvisorie verità.  La ricerca continua, per seguire le nostre lunghe radici occorrerà continuare a scavare sempre più a fondo, fuori e dentro di noi …

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SEIMILA ANNI DI SOCIETA’ COMPLESSE.

Su gli ultimi raggiungimenti dell’archeologia complessa[1] su cui basare la proto-storia[2], ci informa M. Liverani con la riedizione del suo: Uruk, la prima città, Laterza, Bari Roma, 1998-2017. Il periodo è quello Antico Uruk – Tardo Uruk in Mesopotamia, tra il 4000 ed il 3000 dove una società a doppia circonferenza centro-periferia, ruota intorno ad una forte credenza condivisa[3], amministrata da un centro templare. Questo possiede una sua élite e sua mano d’opera ma si avvale anche di corveé generali stagionali per la coltivazione di propri campi di orzo che poi, sottratto l’automantenimento del centro templare, viene accumulato e reinvestito in scopi sociali. In termini di libertà, concetto caro ai moderni, il popolo era suddito per le questioni politiche e fiscali ma libero dal punto di vista economico. Le élite templari  dicendosi suddite degli dei ed amministrando la credenza condivisa, accumulavano potere gerarchico sociale. L’economia era mista tra pubblico e privato, sia nel possesso di terra che nella sua lavorazione, non meno che nell’artigianato e nel sistema di scambio esterno mercantile.

L’emersione di queste prime forme di gerarchia che iniziano la prima complessità delle società sembra provenire da un processo funzionale, l’autorganizzazione sociale trova la via più facile per reggere la propria crescente complessità[4] riducendosi spontaneamente in un centro che quindi non si afferma per coercizione. Da dopo circa il 4500 le superfici in mq dei templi cominciano ad impennarsi, i “palazzi” del potere laico ancora non ci sono e le superfici delle case rimangono indifferenziate. Sul piano della progressione storica, a questa bassa complessità iniziale corrispose probabilmente massima auto-soggezione e minima coercizione, ma in seguito la seconda crebbe poiché scendeva la prima stante che le richieste del “centro” si fecero sempre più pesanti ed il passaggio dal potere religioso a quello politico depotenziò la forza ideologica della credenza condivisa. La biforcazione originaria che porta allo sviluppo delle società gerarchiche e complesse, è alimentata da un semplice delega più o meno spontanea ma certo volontaria, ad un perno che coordini il sistema sociale.

L’auto-soggezione è un fenomeno che troveremo molte altre volte nella storia. Molti individui sembrano accettare di buon grado uno scambio apparentemente ineguale,  per il quale devolvendo completamente il proprio potere sociale, ottengono in contropartita la certezza di una collocazione e l’orizzonte chiuso ed ordinato della casella sociale semplificata nelle responsabilità, che vanno ad abitare. La gerarchia è una forma di riduzione della complessità,  funzionale al sistema generale ma funzionale anche ai limitati e più controllabili orizzonti che molti individui vogliono prossimi, certi, prevedibili anche se a condizioni imposte. Le ben sei edizioni (2006-2016) della versione italiana del Discorso sulla servitù volontaria di Etienne La Boétie, dicono dell’attualità dell’indagine  su questa “misteriosa” attitudine rilevata dal francese già nel 1576 che la sociologia e le analisi della psicologia tanto di massa che individuale non hanno forse ancora ben indagato a fondo. La relazione di subordinazione sembra si formi per l’incontro tra una volontà di dominare ed un bisogno di circoscrivere il proprio impegno sociale, tra volontà di potenza e bisogno di tranquillità[5].

La funzionalità centrale del sistema di potere ad Uruk, era interpretata dai servi degli dei, amministratori del culto e delle narrazioni connesse che purtroppo non ci sono note. Come nel caso della preistoria che per lungo tempo abbiamo letto solo come “età della pietra” perché solo queste ci sono arrivate, così queste prime forme di gerarchia sociale pronunciata ci sono sembrate basate solo sulla gestione dei magazzini delle eccedenze produttive perché le famose “tavolette” in cui compaiono le prime forme di scrittura, solo questo testimoniavano. E’ invece molto interessante notare che deve essersi formata una ideologia condivisa a base religiosa prima che questa struttura unificante producesse una élite centralizzata, le condizioni di possibilità di quest’ultima derivano dalla struttura unificante della precedente credenza condivisa. Naturalmente, le nascenti élite che all’inizio ebbero un mandato funzionale spontaneo e condiviso, fecero poi di tutto per rinforzarlo, ampliando le narrazioni in un discorso complesso che giustificasse ed ordinasse quanta più delega di potere al centro di cui erano gli amministratori beneficiari.

Questo processo di formazione di “un popolo” non più tribù o clan, per certi versi, è la stessa meccanica della nascita e diffusione dell’islam e del concetto di umma che precede e giustifica i successivi califfati. Diversamente dal cristianesimo che nacque e si affermò inizialmente in contrapposizione e competizione con il potere militar-politico romano che storicamente lo precedeva di molto, il popolo di dio musulmano nasce contestualmente alla credenza ed anzi è molto probabile che l’intera narrazione avesse proprio questo fine stante che Maometto ben conosceva la minorità araba spezzettata in conflittuali tribù disperse su un territorio difficile (tendenzialmente arido) e molto vasto. Minorità evidente in rapporto non solo all’Impero bizantino (anatolico) ed a quello sasanide (iranico) ma anche al popolo ebraico che esisteva in quanto tale proprio e solo perché unificato da una credenza condivisa.

Liverani osserva “Quando definiamo la Venezia del Cinquecento una <città mercantile>, o la Manchester dell’Ottocento come una <città industriale> …” (p.89 op. cit.) e prosegue specificando che questa attività distintiva non è certo l’unica che viene svolta ma la principale, al punto da divenire il generatore di ordine generale dell’intera società ovvero quello che noi qui chiamiamo “ordinatore”. L’ordinatore della prima società gerarchica complessa, Uruk, fu la credenza religiosa. Anche le società contemporanee si basano su una credenza, la credenza che il fare economico, sia socialmente che individualmente, sia il miglior ordinatore. Marx ma in fondo anche i liberali, hanno pensato e i loro epigoni continuano a pensare sia questo l’ordinatore sociale universale, la produzione e la forma d’ordine che ne discende. Uruk era una città-tempio, le nostre sono città-mercato, altre volte nella storia si incontrano città-caserma o fortino anche quando si hanno popoli nomadi che non hanno “città” ma rimangono socialmente strutturate come un’orda di rapina e saccheggio che non intende minimamente fermarsi ad amministrare la complessità territoriale. Qualche volta come l’Atene classica, troviamo città-politiche. Ognuna di queste definizioni dice solo dell’ordinatore ma la trama complessa della società prevede sempre la compresenza di tutti i fattori religiosi e culturali, economici, militari, politici, solo che questi sono ordinati da quello che svolge la funzione principale, appunto, di ordinatore.

Quando successivamente al periodo Uruk, l’ordinatore mesopotamico passò dal religioso al politico, il periodo dei re e delle dinastie, la relazione funzionale all’interno della credenza cambiò. I precedenti servi degli dei erano chiaramente umani solo più vicini degli altri a gli dei, vertice della credenza condivisa. I re invece, presero il ruolo di semi-dei, via di mezzo tra l’umano ed il divino, invenzione probabilmente scaturita dalla creatività adattiva degli stessi sacerdoti che dovendo cedere il potere, mantennero almeno quello di testimoniare e giustificare il re-guerriero che tanto si sarebbe affermato per conto suo quando il territorio di quelle società si ingrandì o la densità competitiva locale si fece minacciosa al punto da richiedere offesa e difesa militare di livello superiore. Nasce allora il condominio tra potere politico-militare e sacerdotale, una diade che troviamo poi molte altre volte ed in una grande varietà di assetti nel registro storico, ad esempio con la figura del “figlio del Cielo” dell’imperatore cinese. Anche la relazione economica cambiò. Le prime società che erano templari, potevano mantenere regimi di economia centralizzata ed economia privata mentre le società palatine, avevano logistica, costi ed ambizioni molto maggiori[6] per cui l’economia privata si contrasse in favore di una economia statalizzata. Le attuali élite della società di mercato, di contro, aborrono ogni minima forma di economia centralizzata poiché tutto l’ammontare del prodotto generato dal fatto economico deve rendersi disponibile di modo che loro se ne accaparrino la maggior fetta. Altresì, le élite delle società di mercato, non solo non hanno bisogno se non in forma servile-funzionale del politico ma senz’altro sono diffidenti nei confronti di quelle religiose ad esclusioni di quelle forme di religione come il protestantesimo o il buddismo, che non producono vere élite centraliste.

Una volta di più, la teoria degli ordinatori sociali appare essere lo schema che meglio spiega l’alternarsi degli ordini sociali, alternanza che non è dovuta in genere da alcun fattore interno alle società ma quasi sempre da fatti di adattamento ai contesti. Il motore del cambiamento è più spesso esogeno o meglio, risiede nella relazione tra l’interno di un sistema ed il suo esterno, è mosso da un adattamento. Nello schema di Arrighi[7]-Braudel ad esempio, la città-mercato di Venezia e la città-banca&finanza di Genova vengono superate per molti motivi che diressero lo sviluppo storico-sociale-culturale dal Mediterraneo al Mare del Nord e lì, le Province unite si presentarono come la miglior fusione della funzione mercantile e di quella banco-finanziaria. Non ci furono ragioni interne al modo di fare mercato di Venezia o di fare banca e finanza di Genova che vennero superate dai modi olandesi, né decisive innovazioni di “prodotto”,  si trattò solo di un adattamento alle mutate condizioni geo-storiche. Così il subentro di Londra e dell’Inghilterra-Gran Bretagna che solo dopo generò l’industria, industria che la piccola popolazione olandese certo non avrebbe mai potuto sviluppare significativamente per semplici ragioni demografiche e che gli italiani non svilupparono unitariamente perché funzione mercantile, bancaria e politica erano frazionate.

E’ proprio della visione economicista della storia e delle società avere questa cecità selettiva alle condizioni di contesto. Leggendo fatti economici per principio epistemico fondativo, l’economicismo vede solo fatti economici e pensa che questi siano autogenerati chissà se dalla foga del profitto della “borghesia”, dalla spontaneità innovativa, dalla superiore intelligenza impersonale della mano invisibile. Come ogni forma di fede epistemica a base di uno sguardo monodisciplinare, l’economicismo cade inesorabilmente nell’aporia dell’autofondazione. Ogni movimento si pensa causato internamente dalla logica economica ma il movimento primo non si troverà mai perché il baratro del regresso all’infinito è appunto non finito. Cosa muove il primo movente rimane uno sfumato mistero.

Insomma, 5-600 anni fa, almeno in Mesopotamia, la complessità sociale raggiunse un nuovo stadio e si autorganizzò intorno ad una credenza condivisa di tipo religioso. La condivisione della credenza produce funzionalità quindi le credenze condivise non sono poi così astratte come si ritiene nella stramba partizione riduttiva tra struttura e sovrastruttura, anche le credenze rispondono al vaglio finale del funziona – non funziona. Questo funzionamento è dato da il complesso di una società abbastanza ordinata, dinamica processualmente, dotata di senso e significato condiviso, adattativa alle condizioni geo-storico-ambientali, garante per la massa critica degli individui che ne fanno parte, di una moderata soddisfazione esistenziale che ha il suo lato primario nel bisogno materiale. In più, giustificano l’élite di governo che è il modo universale con il quale gli esseri umani -sino ad oggi- hanno inteso organizzare l’intenzionalità del sistema sociale, da quando questo ha preso e poi rigenerato dimensioni e forme complesse. Le élite militari, politiche, religiose e culturali, economiche e le rispettive funzionalità di cui sono espressione, entrano tra loro in determinati rapporti di gerarchia che richiedono che una di loro, o meglio la funzionalità di cui sono espressione, funga da ordinatore. La scelta dell’ordinatore è data da eventi storici spinti dalla ricerca di adattamento ad un certo contesto variabile per caratteristiche nello spazio e nel tempo. Il tutto è accompagnato dal formarsi di un’ampia credenza condivisa.

Una certa propensione alla servitù volontaria fa sì che i margini di tolleranza della subordinazione in cambio della tranquillità, siano molto dilatati per cui il “funziona” è un giudizio che nella realtà sociale si da con molta più generosità di quanto non concedano coloro che sono mossi da approcci critici, nobili intellettualmente ma poco pratici realisticamente. Il bisogno di “ordine” è evidentemente una richiesta sociale primaria, antecedente il bisogno di “giustizia”. Se è da valutare complessivamente quanto una società funzioni o non funzioni e quindi la critica anche la più acuminata poco la smuove fino a che “funziona”, di contro c’è poco da difenderla quando “non funziona più”. Quando “non funziona più” si apre la crisi ma l’esito di questa è di nuovo pesantemente condizionato dalla primaria richiesta di ordine per cui crisi che potrebbero aprire finalmente ad un superamento, finiscono in realtà per alimentare una parossistica richiesta di ordine immediato che porta le crisi ad irrigidire sempre più le forme conservative della società che è andata in crisi. O le transizioni sono ordinate o debbono essere molto brevi, rivoluzionarie, l’ordine si deve mantenere o ripristinare velocemente.

A noi sembra che la società occidentale basata sulla moderna credenza condivisa-funzione che il miglior ordinatore possibile sia quello economico[8], non funzioni più. Non funziona in termini adattivi come si evince dal bilancio ecologico e geopolitico. Non funziona più dal punto di vista del senso e significato come si evince dalla desertificazione culturale e dal diffuso collasso psichico socio-individuale. Non funziona più neanche dal suo stesso punto di vista data la condivisa ormai certezza di una lunga stagnazione, dall’abnorme proliferare dei tumori finanziari, dalla mancata redistribuzione, dai minacciati fallimenti dei bilanci statali e dall’ipertrofia del debito. Non funziona più proprio in termini di contratto sociale dato sì che Adam Smith che ne codificò il testo, scrisse che quella che lui ancora chiamava “economia politica”, basata su produzione specializzata di massa e libero mercato, si riprometteva di “… arricchire sia il popolo che il sovrano”[9]. Stati semifalliti e riduzione delle classi medie, scomparsa del reddito e dello steso lavoro, a parte qualche eccezione (la Germania e pochi altri), segnano -per l’Occidente ma non per il resto del mondo- il crollo della promessa contrattuale centrale moderna.

Alcuni (in genere economisti) pensano che sia solo un problema di teoria economica ma molti altri, tra cui chi scrive, pur condividendo il giudizio certo molto critico sulle forme neoliberali che come tutte le degenerazioni ideologiche tendono all’assolutismo totalitario viepiù che i fatti che dovrebbero ordinare mostrano crescenti malfunzionamenti, pensano che la funzione ordinatrice di questa credenza abbia esaurito il suo compito storico perché ha saturato la sua finalità funzionale. Oggi abbiamo assicurata grande parte della base materiale di sussistenza e confort mentre forte e inevaso è il bisogno di tempo, di studio, di conversazione e dibattito, di formazione culturale complessa, di partecipazione diffusa alla ridefinizione di un nuovo contratto sociale. Dotazioni necessarie anche per varare urgentemente una strategia adattativa alle minacce dell’era complessa stante che le condizioni materiali si possono soddisfare ampiamente con una economia moderna rivista e pluralizzata nella sue forme interne.

Gli economisti possono certo ben suggerire che tipo di economia sarebbe altrimenti possibile ed opportuna ma le condizioni di possibilità ed opportunità vanno definite dal nuovo ordinatore e l’unico si conosca in grado di far questo, tolti i militari ed i religiosi che già provammo in passato con esiti finali catastrofici, è l’ordinatore politico. Una nuova forma di società adattativa non deve però solo cambiare la geometria tra ciò che ordina e ciò che è ordinato, cambia anche le forme interne al principio che da ordinato diventa ordinatore o viceversa. Così “politico” di per sé dice poco o niente se non se ne dettaglia almeno a grandi linee le caratteristiche. Il monarca (l’Uno) che sia dispotico o illuminato; l’oligarchia o élite, autoimpostasi, espressa dall’ordinatore vigente o addirittura “eletta dal popolo” (i Pochi); i quanti più è possibile intesi come individui componenti la società (i Molti), al di là del protagonismo dei vari filosofi politici che hanno provato a cambiarne parzialmente la scansione e definizione, rimangono -a grandi linee- i tre principi guida per pensare all’ordinamento politico.

Le forme e l’ordine sociale delle società occidentali, sempre più perturbato dalle intricate condizioni del mondo entrato nell’era complessa, necessitano di una logica tipicamente complessa, quale l’autorganizzazione sistemica che, sul piano politico, altro non è che una forma molto potenziata e diffusa di democrazia. Per riscrivere il contratto sociale, per modificare la logica sociale in senso adattivo, per mantenere un ordine omeostatico (che poi sarebbe “omeodinamico”) resiliente alle numerose perturbazioni a cui andiamo incontro e di cui già vediamo gli scossoni, non sembra esserci altra strada che promuovere una nuova credenza condivisa. Non ci salveranno né gli dei distratti, né la forza, né le élite di qualsivoglia credo ed intenzione, ci salveremo solo diventando un sistema autorganizzato che bandisce l’acquiescenza  e la passiva tendenza primitiva alla servitù volontaria sul piano individuale e decide da sé cosa fare per mantenere l’ordine nel crescente disordine a cui andiamo incontro correndo in avanti con la testa rivolta all’indietro.

Le tesi sopraesposte sono ancora malferme e bisognose di conferme archeologiche più numerose ed approfondite. La civiltà della Valle dell’Indo, ad esempio, appare vasta e forse complessa ma sembrano del tutto assenti centri templari o palatini. Forse, inizialmente, ci fu più di un modo ed allora sarà importante capire perché si è imposto il solo principio di gerarchia. Tanto meglio capiremo come si formarono le prime società complesse, tanto meglio sapremo come intervenire nella loro meccanica e dinamica per adattarle ai nuovi gradi di complessità necessaria.

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[1] S.E. van der Leeuw –a cura di- Archeological Approaches to the Study of Complexity, Amsterdam 2000

[2] A. Guidi, Preistoria della complessità sociale, Laterza, Bari Roma, 2000

[3] J. Cauvin, Nascita delle divinità, nascita dell’agricoltura, Jaca Book, Milano, 1994-2010

[4] Sulle cause di questa crescente complessità, non mi pare che Liverani sia poi così chiaro. Partito per verificare o falsificare le tesi egemoni prima del marxismo di V. Gordon Childe, poi quella economicista classica di F. Heichelheim, poi il neo evoluzionismo americano, sull’innesco del processo, Liverani ricorda l’antica contrapposizione tra Childe (innovazione dei mezzi di produzione) e Ester Boserup (adattamenti progressivi trainati dalla crescita demografica endogena). La sua analisi che muove dalla decodifica delle tavolette di registro dei magazzini templari  scritte in pre-cuneiforme, resasi possibile solo a partire dagli anni ’90, non contiene però dati demografici.

[5] L’idea che la società sia preminentemente un “riduttore di complessità”, informa la sociologia della complessità di N. Luhmann. Se la società nel suo complesso è un riduttore adattativo di complessità, la gerarchia è un riduttore funzionale della complessità interna della società.

[6] Tra cui le forme fisiche più esibite di sfarzo e ricchezza che distinguessero l’élite dal popolo, necessità che i religiosi ben diversamente giustificati dalla metafisica, non avevano.

[7] G. Arrighi, Il lungo XX secolo, il Saggiatore, Milano, 2014

[8] Tesi dell’intero, mirabile, lavoro di K. Polanyi

[9] A. Smith, La ricchezza delle Nazioni, UTET, Torino, 1996 p. 553

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IL “BURRO E CANNONI” DEL SOGNO IMPERIALE SAUDITA .

L’anziano re saudita (83 anni, malato) Salman, ha sovvertito la linea di successione al trono, ponendo il figlio Mohammed bin Salman (32 anni) in diretta linea successoria[i]. Il giovane principe è anche Ministro della Difesa e da oggi anche vice Primo Ministro mentre il suo precedente rivale bin Nayef, precedentemente Ministro degli Interni, non solo ha perso la posizione di principe ereditario ma si è dovuto anche dimettere dal suo ministero.  Il giovane bin Salman, che assomma molte altre cariche ed è il promoter tanto della guerra in Yemen che dell’ostracismo del Qatar passando per la “danza delle spade” con Trump,  è l’autore di un ambizioso piano strategico sul futuro del regno, un piano chiaramente neo-liberale, presentato l’anno scorso prima a The Economist e Bloomberg e poi ai sauditi, dal titolo “Vision 2030”[ii].

Prima di indagare i contenuti del piano, c’è da indagarne la natura. E’ la prima volta che il regno saudita espone pubblicamente la propria visione ad un sì largo raggio temporale. Se ci si domanda quale sia il target di questa iniziativa, si può ragionevolmente supporre sia il target interno, ovvero un messaggio programmatico ai sauditi ed il target esterno, l’ambiente internazionale e sunnita nello specifico. Volendo in sostanza dare una svolta alla struttura, al posizionamento e ruolo, alla strategia dello stato arabico, c’è da dare l’annuncio di una volontà e Vision 2030 è certamente un roboante annuncio. La ragione perno del piano è la volontà di emanciparsi dalla dipendenza petrolifera. Questa intenzione, segue probabilmente alcune analisi di prospettiva che i sauditi hanno fatto sul futuro del mondo, del ruolo della materia prima, delle loro disponibilità. Le disponibilità petrolifere dell’Arabia Saudita non sono note ma si teme che -in prospettiva- vadano incontro al loro limite naturale, forse hanno già superato il picco di estrazione. A seguire, incerte sono le previsioni sul consumo internazionale in quanto una parte di mondo affluente (soprattutto l’Asia) certo crescerà in consumi ma l’area di consumo storico, l’Occidente, decrescerà in virtù del minor peso che le attività industriali hanno e sempre meno avranno. La molto moderata crescita mondiale non sembra avere ragioni di impennate future. Soprattutto, si fa molto affollato l’ambiente competitivo. La grande novità è stata l’introduzione dello shale gas, oggi americano ma in prospettiva, una tecnologia che potrebbe interessare molti altri. Cinesi e giapponesi affermano di avere tecnologie sicure ed economiche per estrarre metano dai clatrati idrati di cui sono ricchi i loro fondali marini.  Lo sviluppo delle rinnovabili è lento ma inesorabile anche perché gli alti costi iniziali di ricerca e produzione, sono destinati col tempo a scendere. Ancorpiù, si continua a trovare nuovi giacimenti, dal Brasile all’Africa, dal Mediterraneo a soprattutto la Russia. La liberazione dai ghiacci nord-polari e del permafrost nella Siberia settentrionale, promette ancora molti anni di ricerca e sfruttamento. Dentro tale scenario, uno scenario che al netto di un improvviso conflitto militare nell’area o con la Russia non promette un ritorno dei prezzi a livelli alti, è ovvio che i sauditi cerchino di trovare un nuovo posto al sole fintanto che hanno ancora materia prima da convertire in denaro da convertire in investimenti che permettano di costruire una nuova struttura economica che porti il paese fuori dalla “maledizione delle materie prime”.

Ma un piano di così ampia, indeterminata quanto ambiziosa e futuribile strategia, si presta comunque ad alcuni sospetti. Il primo è che il piano non dica tutto quello che è nelle intenzioni della nuova leadership saudita. Liberato da un principe che non era neanche il candidato ufficiale alla successione e che oggi deve parlare ma non troppo visto che il re è ancora vivo, il piano sembra prevedere una torsione della società saudita che fa impallidire i più utopici dei costruttivisti sociali. Se quanto contenuto in esso dovesse essere veramente ciò che il futuro monarca saudita ha davvero intenzione di fare, per la vecchia élite viziata e iper-conservatrice, sarebbe la condanna a morte. In effetti, sembrerebbe non esserci realistica alternativa ma le élite non sono ragionevoli ed in genere la somma dei ciechi egoismi degli individui che ne fanno parte, porta alla catastrofe sistemica perché l’interesse individuale prevale sempre rispetto  all’interesse sistemico come si nota in Occidente.  Di contro, bin Salman ha poco più di trenta anni e dato che diverrà un monarca assoluto e lo sarà -si presume- con il supporto di tutti coloro che debbono ereditare il futuro saudita, quindi di una intera generazione che sotto i trenta anni oggi pesa per il 60% del regno, ha davanti a sé tempo ed –almeno per questa generazione- un certo sostegno interno. Quello esterno se lo dovrà andare a cercare ma alcune mosse già dicono dove si dirigerà.

La struttura del piano Vision 2030 è questa.

  • La premessa è de-petrolizzazione dell’Arabia Saudita per le ragioni sopra esposte. Più una necessità che una libera intenzione.
  • Tutte le risorse finanziarie oggi accumulate e disponibili, più quelle che dovrebbero entrare dalla collocazione sul mercato delle azioni di minoranza della compagnia nazionale Aramco (la più grande del mondo), più quelle che entreranno grazie al collocamento di ulteriori tranches della compagnia (oggi è il 5% ma si può arrivare –nel tempo- fino al 49%) più quelle che comunque continueranno a prodursi nell’estrazione e commercializzazione petrolifera, confluiranno tutte in un nuovo fondo sovrano che diventerà uno dei più grandi ed importanti al mondo.
  • Internamente, la torsione del baricentro economico prevede modernizzazione, espansione dell’imprenditoria privata, lotta alla corruzione, investimenti in educazione, apertura del Paese all’investimento estero, piani edilizi e logistici di grande portata (i sauditi dovranno incrementare l’importazione di mano d’opera, dagli “schiavi” a gli ingegneri), investimenti in tecnologia ed ancorpiù in capacità di produrla in proprio come si sta cercando di fare nel solare (un’altra materia prima di cui il Paese e senz’altro ricco) che diverrà la fonte principale del consumo energetico interno. Poi ci sono altre due voci da analizzare attentamente.

La prima è il turismo, già oggi seconda voce del Pil saudita. Il programma prevede di sfruttare Mecca e Medina ancora più di quanto non stiano da tempo facendo. Aeroporti, autostrade, musei, alberghi,ristoranti, servizi, svaghi pur nei limiti della cultura locale ed un inedito museo della cultura islamica, naturalmente “il più grande del mondo”. il piano ha un preciso obiettivo di raddoppiare i siti archeologici definiti “patrimonio dell’umanità” dall’UNESCO. Il turismo è una industria che trascina con sé molte altre industrie, si presenta nell’immaginario come un prodotto soft ma per arrivare al suo godimento, c’è molto hard da costruire.  I musulmani nel mondo sono 1,6 miliardi e per imperativo della loro credenza debbono tutti, almeno una volta nella vita ma meglio se più d’una, andare a Mecca. In più, diverranno 2,0 miliardi nei prossimi trenta anni, quindi c’è da fare. Ma la faccenda del turismo potrebbe avere anche un altro esito parallelo. Soprattutto sul Mar Rosso, l’Arabia Saudita ha luoghi spendibili non meno di quelli inventati dagli egiziani con l’aiuto di molta imprenditoria occidentale, italiana tra l’altro (Sharm el Sheik ad esempio). E chissà se le due isolette di Tiran e Sanafir di fresco acquistate non senza controversie dagli egiziani, non rientrino nel pacchetto, magari accompagnando la colonizzazione (oggi sono deserte) anche con una piccola base militare a protezione della zona, leggasi “imbocco del Golfo di Aqaba”[iii]. Di questa idea del turismo non solo religioso, si notano alcuni cenni negli investimenti che i sauditi stanno facendo alle Maldive, interi atolli comprati per nuove iniziative ancora non pubblicizzate. L’invecchiamento della popolazione mondiale sta in molte parti del mondo, creando una quarta età, la terza diventa più attiva, ha tempo e qualche volta denari (i molti neo-milionari indiani e cinesi da qualche parte dovranno pur andare) da spendere. Ma anche la versione “religiosa” ha le sue ambizioni, sfruttare in termini di soft power[iv] le due capitali della fede per diventare il centro indiscusso dell’islam, una assicurazione perenne per uno stato che ha un antico e grosso problema di legittimità storico-politica. Molti osservatori alzano il sopracciglio sapendo quanto conservatrice sia l’élite dei chierici wahabiti ma è probabile che anche lì ci sia una sorta di faglia generazionale con nuovi predicatori con iPad in grado di raffinare un nuovo conservatorismo moderno.

La seconda voce è l’industria militare. Dovrebbe esser lanciata a fine di quest’anno una nuova holding statale proprietaria poi di molte partecipate, dedicate alla produzione e sviluppo di nuova tecnologia militare. Gli investimenti in militare stanno crescendo costantemente da anni in tutto il mondo ed il mondo multipolare non farà che farli crescere ancora. Ogni nuovo player del gioco di tutti i giochi, dovrà avere la sua Smith&Wesson sotto il tavolo in cui si danno le carte. Si multipolarizzerà quindi anche questa industria specifica. Indiani e cinesi sono già ben avviati su questa strada già familiare a russi, americani, francesi, inglesi mentre nuovi appetiti stanno prendendo turchi e tedeschi. I turchi hanno appena acquistato batterie di S-400 dai russi pur essendo paese NATO e non essendo gli S-400 interoperabili in ambiente NATO. Pare che i turchi siano stati sedotti dalla promessa (la stessa che offrono oggi i cinesi sul mercato) di condividere parte del sapere tecnologico produttivo, un sapere su cui fondare una propria successiva produzione per rendersi geopoliticamente autonomi poiché nel gioco geopolitico se non sei militarmente autonomo non sei un player ma un servo come ben stanno intuendo i tedeschi ed anche i giapponesi.

Se si unisce il progetto saudita di egemonia soft dell’islam con questo hard, ecco un ampio potenziale mercato per una grande futuro di armi islamiche. Soft e hard, burro e cannoni,  poi conditi da generosi investimenti del fondo sovrano che fungerà da appuntito ago in cui infilare i fili che dovrebbero tessere il nuovo impero sunnita a guida saudita.

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Veniamo ora alle valutazioni critiche. Il piano è stato da più d’uno giudicato severamente[v] come un “dream book” (ad esempio l’Fmi)[vi] reticente o peggio[vii] sorvolante su i fondamentali di un paese che si trova in tutt’altre che rosee condizioni valutarie e finanziarie, da ultimo inserito addirittura nella lista dei possibili prossimi “stati falliti”[viii]. Può darsi che bin Salman abbia tutt’altro in testa e si sia prodotto in una gigantesca fake news di copertura? Beh per certi versi direi di no[ix]. Il problema del futuro di questo ingombrante ma al contempo fragile paese, è un problema serio, un problema da noi già studiato anni fa quando si cercavamo i perché profondi, strategici, di quell’invenzione bizzarra che abbiamo conosciuto col nome Stato islamico che da allora, noi indichiamo come una specifica e pura creatura saudita mentre i più vi hanno ravvisato frammenti di materia genetica di qatarioti, turchi, israeliani ed addirittura degli americani. Certo questi, più altri stati del Golfo e gli immancabili inglesi, vi hanno in qualche modo messo mano o messo mano alle lor favorevoli condizioni di possibilità e chiuso entrambi gli occhi e le orecchie mentre dichiaravano di combatterli bombardando innocue dune di sabbia in Siraq, ma la ragione strategica era più profonda della pur importante guerra in Siria, era un piano generale di manipolazione dell’islam che è la struttura profonda di un grande numero di paesi, arabi, africani, asiatici. Quel piano, rispondeva alla angosciata domanda saudita: che ruolo e giustificazione avremo nel futuro? La risposta Isis, forse, già si prevedeva di sacrificarla come oggi sta avvenendo, su qualche pagina di un nuovo accordo con i protettori americani una volta ridestata la loro attenzione ovvero una volta riportati ad occuparsi della zona dopo i sogni di disimpegno obamiani. Altresì, non è che il piano poteva esplicitare tutte le necessarie innovazioni  ad esempio di tipo politico o sociale, che farebbero prontamente muovere al sabotaggio quella parte dei sauditi (soprattutto la burocrazia statale[x] e forse buona parte del “clero” wahabita) che anche per ragioni anagrafiche e culturali, sarà la fazione perdente di questo eventuale cambiamento.

Il giovane principe, negli ultimi mesi, oltre a presentarsi a Washington per legittimarsi e creare la rete dei contatti che torneranno utili per lo sviluppo concreto del suo ambizioso piano, è stato in Cina e soprattutto in Giappone[xi] mentre il padre è stato in Indonesia[xii]. La crisi in Qatar ha fatto accorrere a Riyad tutti gli altri. Un via vai di contatti diplomatici e di affari per presentare le guideline del nuovo progetto e stendere linee di credito politico stante che a breve loro stenderanno le loro di tipo finanziario, soprattutto nella speranza di attrarre tecnologia e nuovi progetti che facciano del regno di sabbia, un luogo di interesse internazionale. Ma di recente, abbiamo visto anche fatti più clamorosi. Dei veri contenuti del patto con Trump, oltre all’acquisto delle armi e la promessa che intuiamo dell’abbandono della strategia dell’Isis, sappiamo poco e niente, ma se bin Salman non è un cretino integrale, avrà pur previsto che il suo piano gioca su i prossimi trenta anni (anche se sembra targettato a quindici) quando Trump sarà sotto una lapide o in procinto di. Dispiace notarlo ma sono proprio gli stati autocratici quelli che mostrano concrete capacità e volontà strategiche di lungo respiro e sarebbe un errore valutarlo solo nell’immediata contingenza. Non è detto che in futuro, l’Arabia Saudita che s’immagina a capo dell’islam sunnita, non preveda di buttarsi da qualche altra parte magari accettando quotazioni del greggio in qualche altra valuta che non il dollaro, il mondo va a cambiare, questo i più attenti lo sanno molto bene.  Ma intanto, abbiamo letto di contatti diplomatici prossimi a rivelare nuovi accordi o assetti che sottotraccia già si notavano da tempo con gli israeliani, un “riconoscimento” reciproco salderebbe un nuovo asse nella regione. Abbiamo anche notato la strana amicizia con l’Egitto, “strana” poiché tra i due territori –storicamente- c’è competizione non collaborazione. Abbiamo poi seguito attentamente la mossa Qatar.

Se i sauditi cambiano strategia debbono cambiarla per ragioni di simmetria anche i qatarioti. I sauditi con l’Isis ed il Qatar soprattutto con i Fratelli Musulmani ma anche con al Qaeda, erano entangled in un gioco di equilibri geopolitici locali a base tribal-salafita. Se l’Arabia Saudita deve diventare il centro propulsore, finanziario e normativo dell’islam sunnita, Doha deve allinearsi anche perché il modello dell’islam politico dei FM da loro sostenuto è la più pericolosa insidia alla legittimità non solo del regno saudita e degli emirati del Golfo ma di tutti paesi che questi vorrebbero portare dalla loro parte. Doha è leader nella produzione del gas ed in grado di far concorrenza sensibile alle mire egemoniche di Riyad. Doha ha ormai dichiarato la sua propensione a collaborare con l’Iran, ovvero col mortale nemico di Riyad saldando un inedito triangolo turco-iranico-qatariota. La stessa Doha che in teoria è wahabita come Riyad, è un modello in atto[xiii] di quella modernità schizofrenica ma per i luoghi funzionale, la modernità da free shop,  che i sauditi vorrebbero imitare col loro piano. E Doha è anche il principale fornitore di gas per Giappone, Cina e Corea del Sud che Riyad invece vorrebbe portare a gravitare sul suo nuovo progetto. Insomma Doha deve morire perché Riyad possa fiorire. Su questo strangolamento del parente-serpente e su gli esiti tuttora disastrosi della guerra in Yemen, il giovane principe si gioca la carriera ma essendo proprio all’inizio, non ha altra alternativa che andare cocciutamente fino in fondo. Questa sorta di “obbligo” programmatico è un bel problema data la precarietà dei nuovi equilibri multipolari.

E’ probabile che il piano pubblicizzato sia rimasto volutamente reticente su un punto. Bin Salman e l’élite dei giovani internazionalisti-modernisti sauditi che hanno studiato a Londra o negli Usa e fanno le loro vacanze su i lussuosi yacht su cui conducono vite molto poco wahabite, hanno ragioni e tempo per sviluppare le condizioni del proprio futuro ma prima di iniziare la loro start up che ha a modello Dubai, Abu Dhabi, Singapore e la grande trasformazione cinese post Deng Xiaoping, debbono da subito pre-formare alcune condizioni geopolitiche. Forse l’intera galassia global-neo-lib sta cominciando a guardare con occhi golosi questi modelli che contraddicono la retorica della democrazia diritto-umanitaria, offrendo opzioni dirigiste e tecnocratiche in politica e liberiste lì dove conta davvero.

La prosopopea della NATO araba, prefigurazione dell’armata islamica sunnita con centro in Riyad che è una delle visioni del piano 2030, si è dimostrata infondata. Nell’affaire Qatar, oltre all’Egitto che ha forte il problema di sradicare le basi ideologco-finanziarie dei FM e degli Emirati Arabi Uniti che pare svolgano la funzione di etero direzione del giovane principe[xiv], i paesi che hanno aderito al blocco del Qatar sono o stati falliti o stati ininfluenti o stati vassalli afro-occidentali della finanza saudita. Algeria, Sudan, Nigeria e soprattutto Pakistan si sono chiamati fuori e il movimento del Pakistan che contemporaneamente è entrato con l’India nella Shanghai Cooperation Organization-SCO, ha fatto sensazione[xv].  SCO nella quale è ad un passo dall’entrata anche Teheran. Turchia ed Oman si sono schierati con Doha e lo stesso Kuwait, occupando prontamente la casella del “mediatore” si è fatto terzo nella contesa. Il Consiglio di Cooperazione del Golfo in pratica non c’è già più e così l’OPEC. Tanta fretta, la stessa dell’annuncio di ieri sulla successione al trono, dice che qualcosa è previsto a breve, qualcosa che possa sfruttare l’alleato Trump prima che questo venga definitivamente inghiottito dalla massiccia manovra che vorrebbe espellerlo dalla Casa Bianca. Magari dargli una mano con un bello “stato d’eccezione” che come si sa certifica il vero sovrano, la chiamata irrinunciabile ad accorrere in aiuto all’alleato dell’area, con l’amico Israele[xvi], contro il nemico dei miei amici: l’Iran.  Dopo i due attentati a Teheran ed il continuo martellamento terroristico su gli sciiti iracheni, solo negli ultimissimi giorni, sono ripetuti gli incidenti confinari nella acque del Persico che dividono sauditi ed iraniani[xvii] e qualche incidente con i droni iraniani si registra anche in Siria dove la concretizzazione del famoso canale sciita Teheran – Mediterraneo via Iraq e Damasco, sta infiammando anche la convivenza mai rilassata tra russi ed americani. Il giovane principe aveva lanciato la sua fatwa anti-iranica già a Maggio[xviii] e da allora è stata tutta una escalation di tensioni e non solo a parole. Nel frattempo, per mandare segnali chiari e forti, l’Iran ha da poco condotto manovre navali congiunte con la Cina a dire che chiudere Hormuz non sarebbe una passeggiata[xix], ha fatto viaggi diplomatici ad Ankara, ha rilanciato la joint venture con gli indiani per un porto che pareggi quello che i cinesi stanno costruendo in Pakistan, sta mitigando il blocco navale del Qatar facendo la spola con le sue navi e da ultimo, ha anche inviato navi da guerra all’imbocco del Mar Rosso dove si notano altri “movimenti” strani come la ripresa dell’attrito Gibuti-Eritrea.

La guerra con l’Iran, forse non una guerra definitiva e decisiva, un conflitto iniziato e poi magari presto freezato per intervento di tutte le potenze mondiali, avrebbe l’indubbio vantaggio di chiarire a tutto il complesso quadro delle forze in campo le nuove regole del gioco[xx], alzando immediatamente la reputazione interna nel mondo sunnita del nuovo corso saudita. Darebbe l’immagine di una Arabia Saudita leader e con le idee ben chiare sul futuro suo e di tutti quelli che intorno a lei ruotano, sancirebbe definitivamente e palesemente le nuove alleanze, amici di qua e nemici di là. Gli americani distrarrebbero gli iraniani dalla Siria e magari assesterebbero qualche colpetto last minute prima di accettare la fine del conflitto. Soprattutto, il petrolio schizzerebbe a quota 200 US$, anche magari solo per un po’ (il blocco di Hormuz, in attesa di lunghi colloqui che sanino le poche ferite reciprocamente inferte, potrebbe prolungarsi, strozzando definitivamente il Qatar), rimpinguando le esauste casse saudite a quel punto ben più favorite per dare l’avvio alla nuova start up.

Difficile essere certi in caso di previsioni, in questo caso particolarmente. Chi scrive si è molte volte rifiutato di iscriversi alla fazione dei commentatori che davano per certa ed imminente la guerra all’Iran, sempre sottotraccia ma mai veramente arrivata alla soglia del vero conflitto. Questa volta però, abbiamo atti concreti, interessi chiari di più attori che si stanno tra loro saldando, movimenti sottotraccia e neanche troppo sotto che disegnano un gran trambusto da quelle parti. La debolezza della presidenza americana, unita alla sua spregiudicatezza, alla sua contraddittorietà, al suo timore di esser travolta da inchieste paralizzanti e delegittimanti,  potrebbe essere la chiave per indurre i sauditi a gettare il sasso per vedere l’effetto che fa. L’estate è appena iniziata ed è il momento migliore per far scoppiare qualche problema petrolifero, vediamo come andrà a finire …

[i] https://www.theguardian.com/world/2017/jun/21/saudi-king-upends-tradition-by-naming-son-as-first-in-line-to-throne?CMP=share_btn_fb

[ii] http://vision2030.gov.sa/en

[iii] La linea marina della Via della Seta cinese, ha previsto di eventualmente utilizzare il Golfo di Aqaba come alternativa qualora si dovesse bloccare Suez. In fondo al golfo c’è Eliat – Israele. I cinesi stanno costruendo una ferrovia ultraveloce che collega Eliat ad Ashdod sulla costa Mediterranea, rinforzando le strutture portuali di quest’ultima.

[iv] In Occidente ed altrove, qualora il piano andasse in porto, ci si dovrebbe aspettare una forte offensiva di soft power. Il piano, infatti, prevede la triplicazione delle ONG saudite, il che significa egemonia (monopolio?) del mondo religioso islamico nel suo generale.

[v] https://mei.nus.edu.sg/themes/site_themes/agile_records/images/uploads/SMEP_24_Al-Rasheed_.pdf

[vi] http://www.meforum.org/6397/saudi-arabia-flawed-vision-2030

[vii] Damp squib, “petardo bagnato” per questo articolo http://uk.businessinsider.com/saudi-arabia-vision-2030-oil-economy-diversification-mohammed-bin-salman-2016-4

[viii] Il piano è modulato su un rapporto di audit sulla situazione economica del regno prodotto da McKinsey, il che certo non depone a favore della sua realizzabilità. Le società di consulenza, infarcite di giovinetti cocainomani che applicano modelli inventati di sana pianta,  sono le centrali di massima produzione di favolistica e wishful thinking nel business neo-lib contemporaneo.

[ix] Naturalmente ben meno critico l’ex direttore generale di al Arabya, sat-tv saudita: https://english.aawsat.com/abdul-rahman-al-rashed/opinion/opinion-vision-2030-propaganda-truth. Più argomentata ed interessante questa lunga intervista per l’Hudson Institute che parla di “Al Islam al Wasati” “centristi dell’islam” una versione meno estrema dei wahabiti che muove il nuovo progetto di riforma: https://www.hudson.org/research/13110-saudi-arabia-in-the-crucible-a-conversation-with-abdulrahman-al-rashed

[x] 70% della forza lavoro saudita

[xi] http://www.mei.edu/content/article/future-riyadh-tokyo-relations

[xii] https://www.bostonglobe.com/opinion/2017/06/10/saudi-arabia-destabilizing-world/ivMeb7TWGk1fQaVjZWWKGP/story.html

[xiii] https://www.internazionale.it/reportage/francesco-longo/2014/11/04/lo-stato-del-gas

[xiv] http://www.aljazeera.com/indepth/opinion/2017/06/gulf-crisis-royal-ambitions-shaky-alliances-170615112812051.html

[xv] Sebbene l’entrata fosse solo la fine di una procedura già nota iniziata esattamente un anno fa.

[xvi] http://www.aljazeera.com/indepth/opinion/2017/06/blockading-qatar-targeting-iran-170618070407788.html

[xvii] http://www.aljazeera.com/news/2017/06/iran-denies-saudi-claim-revolutionary-guards-arrest-170619153159361.html

[xviii] http://english.alarabiya.net/en/media/television-and-radio/2017/05/02/Saudi-Deputy-Crown-Prince-to-appear-on-MBC-.html

[xix] https://sputniknews.com/middleeast/201706181054734556-china-iran-navy-drills/

[xx] Molto difficile prevedere una vera guerra tra i due capifila del mondo islamico. L’Arabia Saudita è già impegnata in Yemen per altro con scarsi successi ed a basso regime anche in Siria, il reciproco immediato bombardamento dei terminali petroliferi getterebbe l’intero pianeta nel caos (la zona dei terminali sauditi è abitata da sciiti), i sauditi pur con Israele e USA prenderebbero probabilmente un sonoro schiaffone sul piano militare almeno nelle fasi iniziali. Cinesi, indiani e russi scenderebbero in campo e così gli europei.

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DALLA STORIA PROFONDA A L’ARCHEOLOGIA DELLA MENTE.

Il presente scritto dialoga con un capitolo de “L’archeologia della mente” di Jaak Panksepp (il capitolo 2), il fondatore delle neuroscienze affettive morto lo scorso Aprile. Il dialogo a distanza, verte sulla mentalità, l’immagine di mondo, il sistema del nostro pensare, un oggetto immateriale poco indagato ma fondamentale viepiù oggi che sembra necessario riformarne la sua longeva struttura che mostra diffusi segnali di disadattamento al mondo in cui ci è toccato in sorte di vivere.

Nel recente “La storia profonda. Il cervello umano e l’origine della storia” (Bollati Boringhieri, 2017) il professore di Harvard Daniel Lord Smail presenta un nuovo paradigma per la ricerca storica. Da una parte l’estensione temporale, già allungata da F. Braduel nel continuum della lunga durata[1], dovrebbe a questo punto riconoscere il tempo precedente l’ingiustificato taglio che fa iniziare la storia appena cinque-tremila anni fa. Biologia evoluzionistica, paleoantropologia, archeologia chiamano lo storico a superare gli autoimposti confini dello sguardo che osservando solo il recente, non vede che la fine convulsa di processi molto più lunghi. Dall’altra, unendo scienze dure, scienze umane e storia, si va al superamento del confine immaginario tra culture: “se avete a cuore il superamento delle due culture, quello proposto dal buon Charlie Snow, leggete -Storia profonda-“ come recita un post della pagina facebook del traduttore italiano dell’opera[2]. Altresì, questo richiamo alla lunga sequenza temporale in cui si sono formate le cose, riguarda da vicino anche l’organo che pensa, il CervelloMente, un richiamo che ha mosso tutta la vita di Jaak Panksepp, uno scienziato estone migrato in America, di recente scomparso al termine di una lunga e solitaria battaglia per sovvertire alcuni paradigmi non meno recentisti e riduzionisti, dell’indagine pischico-biologica.

Il punto di partenza, per Panksepp,  è considerare la “Mente” il prodotto di ciò che fa il Cervello, non c’è alcuna entità terza tra le due e, in termini di sostanza, non ci sono neanche due entità ma una sola che a volte descriviamo solo per il come è composta e funziona (Cervello) ed altre volte, osservando il risultato del suo funzionamento (Mente). Tutto parte da qui, da una Teoria della mente che ci dia una immagine di uomo da cui ripartire per la revisione dell’immagine di mondo. Se non si segue questa via, ecco apparire mille contraddizioni della nostra immagine di mondo che inventa non solo entità immaginarie ma deve poi architettare impossibili  contorsioni per tenerle assieme nelle descrizioni esplicative e causali. Cosa motiva questa nostra ostinata negazione dell’evidenza empirica che esiste una sola cosa-funzione ovvero la MenteCervello?

Noi esseri umani riteniamo di essere Mente. La nostra Mente è ciò che ci identifica, qualifica e distingue dal resto del vivente, è la nostra “specialità”. Nel corso del tempo, specificatamente noi occidentali, abbiamo costruito un impero di discorsi su questa specialità, l’abbiamo staccata dalla sua base biologica e l’abbiamo attribuita ad improbabili entità di livello trascendentale che giustificassero ancora di più il nostro sentimento di unicità e specialità. In effetti, il senso di “specialità” potrebbe esser tranquillamente coltivato ed anche con buone ragioni data l’evidenza della nostra storia di specie ma a noi non basta che esso sia relativo alla comparazione con altre specie viventi, esso deve essere assoluto e quindi la specialità che è l’estremo comunque di un continuo (differenza di grado), deve diventare “unicità” ovvero differenza di tipo. Noi siamo cosa a sé.

L’idea della separazione tra Spirito e Materia è molto antica. Prima ancora che da condizioni culturali quali poi esamineremo, essa deriva internamente alla nostra stessa condizione bio-psichica. Il nostro bio è un sistema a tempo che si forma dall’incontro tra due cellule gametiche, cresce e vive per un certo periodo, poi comincia a disfarsi nella sua organizzazione e funzionalità fino a cessare di essere, si scompone e gli ingredienti rientrano nella danza atomica del Tutto. Questo sistema organizzato a tempo, produce attività psichica, cioè mentale. Questa attività ha la facoltà di pensare tutto, anche se stessa. Accortasi presto che la propria potenza era limitata dalla permanenza a tempo del fisico sottostante, ha pensato di svincolarsi dal dolore del pensare la propria fine. La fine dell’essere altrui, secondo i vari gradi dei nostri affetti verso terzi, è dolorosa, massimamente lo è la nostra stessa fine ma più che dolorosa, essa è inaccettabile. Nulla, sia della nostre costituzione fisica che di quella mentale, prevede la fine (tranne quando sta per arrivare) anzi, tutto della costituzione di entrambe le funzionalità si è evoluto per farci essere il più a lungo ed al meglio possibile. E’ quindi normale che entità che tendono con ostinazione cieca ad essere, non abbiano confidenza col concetto del proprio non essere, fino ad arrivare alla sua negazione.

Sebbene faccia parte della nostra infantile tendenza a ritenerci unici, una tendenza che per ragioni storico-culturali noi occidentali abbiamo portato a livelli assai elevati, l’idea che esista un “noi” immateriale che sopravvive alla fine della nostra forma materiale sembra comparire nel registro paleoantropologico già dai Neanderthal (sepolture di Shanidar) ma non è affatto detto fosse ben molto precedente. Diventa comunque fatto culturale complesso con le più antiche civiltà e giunge nell’Antica Grecia dall’Oriente, sotto forma del concetto di metempsicosi ovvero reincarnazione dell’anima in diversi corpi successivi, fino alla “liberazione” dalla materia. Avendo, noi occidentali,  applicato alla nostra storia culturale lo stesso schema della specialità-unicità prima descritto, ci è piaciuto pensare che la nostra civiltà-culla, quella Greca, fosse a sua volta nata dal nulla, non avesse avuto prestiti, influenze, cause antecedenti. Così per lungo tempo, abbiamo ad esempio creduto che la religione degli antichi fosse la mitologia mentre invece la loro religione intima e popolare era una serie di ancora non ben conosciute pratiche e credenze che passiamo sotto il nome rivelatore di “Misteri”. Dei “Misteri” faceva parte la reincarnazione sulla quale già da tempo stavano speculando ad oriente e da lì arrivò nella costa anatolica che era un lato, il più evoluto, della ancora nascente grecità.  Un recettore di queste concezioni, Pitagora, portò la narrazione ed il correlato suo sciame di concetti dentro un alveo di pensiero tipicamente greco, l’autoriflessione che chiamiamo “razionale”, conosciuta anche come “filosofia”.

Abbiamo virgolettato “razionale” perché anch’esso fa parte del problema della specialità-unicità. Come poi vedremo, la razionalità è un prodotto di una parte specifica del cervello, la neocorteccia, un foglio di neuroni collegati tra loro in colonne dello spessore circa di 4 mm, questa è la mente terziaria. Alle sue spalle ed entrando nel cervello in direzione del suo centro spaziale c’è la corteccia che dovrebbe essere quella parte del CervelloMente atto ad interagire ed assumere informazioni da e con ciò che è fuori di noi, questa è la mente secondaria. Al centro, il nucleo primario del cervello e della mente, è dato da una serie di sistemi molto antichi dato che il cervello si è evoluto come rivelano gli alberi quando li tagliamo orizzontalmente, partendo da cerchi più antichi al centro e cerchi progressivamente più recenti andando verso l’esterno. Secondo Panksepp, questa parte del cervello (da qui in poi usiamo cervello e mente come sinonimi anche quando usiamo un solo dei due) l’abbiamo in comune con gli animali ed è la sede propria delle emozioni primarie. Questo cervello primario, è collegato a due vie con quello secondario ed entrambi con quello terziario, quella neocorteccia che è la sede delle facoltà più esclusivamente umane (sebbene anche altri animali abbiano neocorteccia altresì meno sviluppata e spessa della nostra). Razionale quindi l’abbiamo virgolettato per ricordarci che in questo schema, il razionale è una parte di un sistema ben più complesso da cui riceve influenze e che influenza e non un mondo a sé distaccato dal resto del cervello, quindi dal corpo.

In breve, anche la filosofia che nasce razionale è il tentativo di leggere riflessivamente se stessa esaltando la propria specialità rispetto ai meandri confusivi dell’emotività primaria o animale, ma spesso sino al punto di ritenersi una unicità scollegata dal resto. Questo sforzo di emancipazione del mentale, dal fisico di cui è espressione, potrebbe essere esso stesso il portato di una emozione, non solo il rifiuto della caducità corporea ma anche il bisogno di perfetto ordine mentale come riflesso di quello che riteniamo l’ordine spaziale ed ambientale, una sorta di senso del controllo della situazione ovvero della relazione tra sistemi, il nostro, quello in cui siamo immersi, la relazione tra i due. Senso di controllo che proviene dal senso di ordine, stante che le emozioni tutto sono tranne che ordinate ed ordinanti. Le neuroscienze affettive, hanno chiaramente osservato la problematica dialettica tra questi due mondi che poi sono un mondo solo con diverse polarità. Quando funziona e domina la neocorteccia, funziona a molto più basso regime la mente primaria emotiva e sono più attive le afferenze top-down e così il contrario com’è evidente quando piangiamo, godiamo, tremiamo, soffriamo, desideriamo, giochiamo, al punto che “… l’attività del cervello superiore tende ad inibire la risalita dei sentimenti dalle regioni cerebrali inferiori” (p.55). La parte della mente che dovrebbe osservare l’altra sua parte, tende a disattivarla, quindi renderla amorfa, per il solo fatto di reclamare a sé il primato di funzione, una sorta di principio di indeterminazione cognitiva.

L’astinenza dalle emozioni, il loro ripudio, un intenso sforzo ritenuto “emancipativo” dalla nostra origine mammifera (ed anche un po’ rettile), hanno una lunghissima storia riflessa nei comportamenti umani più estremi quali quelli di molti religiosi, mistici, razionalisti e financo filosofi, quasi sempre maschi. Sono stati i maschi, nella divisione del lavoro esistenziale umano, ad essersi maggiormente dedicati alla gestione del fuori di noi più che altro riferito al mondo delle cose mentre le femmine si sono più dedicate alla gestione delle relazione inter-umane con alti condimenti di emotività. E’ quindi conseguente che le nostre immagini di mondo, essendo l’ordine pensato del mondo delle cose e degli esseri umani ridotti a cose, ed essendo prerogativa della funzione maschile il pensarle-tornirle-imporle, abbiano estremizzato il senso del razionale, sino al punto da ritenerlo antagonista dell’emotivo. Questa scotomizzazione figlia di una ancora ampia elementarità con la quale viviamo la difficoltà di tenere assieme pezzi così eterogenei del nostro CervelloMente[3], la saniamo in quelle isole comportamentali che ci concediamo con voluttà facendo guerre, tifando negli sport, accoppiandoci in privato nei modi più passionali e fantasiosi, drogandoci di farmaci e non solo, prendendoci cura di animaletti o talvolta figlioli, vecchie mamme o impegnandoci in giochi di vario tipo, alcuni che si presentano in modo faceto altri che si presentano in modo molto più serio ma la cui dinamica rimane intrinsecamente di “gioco”, ovvero relazione codificata con variazioni. Questo abbandono emotivo è concesso ma non è concesso farlo oggetto di riflessione anche perché così, la riflessione prenderebbe atto del fatto che tutto ciò non è “altro” da noi ma parte del noi stessi integrale.

Oggi , in quella megagabbia di Skinner che è facebook, abbiamo anche i pulsantini emotivi, che servono a profilare la nostra psiche per sviluppare marketing commerciale e politico sempre più sofisticato, sofisticato almeno al livello dei piccioni danzanti di Skinner. L’enorme successo dei social network la cui compulsiva e continua frequentazione rasenta il comportamento di dipendenza chimica, effettivamente potrebbero basarsi su una continua eccitazione del più importante dei sette sistemi individuati da Panksepp, quello della RICERCA. Nel famoso esperimento Olds/Milner del 1953, topini da laboratorio finivano col morire dal piacere dimenticandosi di mangiare e dormire pur di procurarsi continuamente, azionando furiosamente con le zampette una leva, piccole scosse elettriche che attivavano la neurochimica di questa zona del cervello. Una forma di masturbazione mentale a base di dopamina. Questo sistema (tecnicamente detto MFB-LH) è alla base dell’espressione artistica e di tutti i tipi di dipendenza, dalle droghe pesanti al sesso.

Torniamo allora a Pitagora che credeva nella metempsicosi come recitano i manuali di filosofia. Quando un filosofo crede in qualcosa, essendo la sua come qualsiasi altra mente un tutto integrato con bisogno di quella coerenza che altrove chiamiamo “logica”, quella credenza non è una cosa a sé ma un pezzo che condiziona tutti gli altri. Ne consegue che per avere reincarnazione ci vuole uno spirito, un’anima e da qui discende tutto un modo di separare mondo materiale ed mondo ideale che porta dritti a Platone, certificato allievo spirituale ed intellettuale del primo pitagorismo e di Parmenide. Platone, fonda così l’idealismo occidentale, quella ostinata convinzione che ritiene esserci un mondo immateriale fatto di idee, spirito, anima, che è staccato, quindi gerarchicamente dominante la realtà materiale e fattuale o solo sopra e non staccato ma pur sempre dominante. Questo è il mondo del soprasensibile, del divino, dell’umano che ne è riflesso, del mentale puro, del razionale ma anche del mistico, dell’eterno, dell’incondizionato, quindi dell’assoluto. Foreste e foreste sono state abbattute per ricavare la carta sulla quale abbiamo scritto pagine e pagine di descrizioni, deduzioni, induzioni, esplicazioni, indagini, narrazioni, deliri su questo mondo del quale non abbiamo avuto mai alcuna conferma sensibile  ma pari incrollabile certezze di esistenza. Avendolo poi riempito di presupposti, assiomi, teoremi, idee, logiche, postulati che abbiamo condiviso tra noi ovvero nella nostra materiale e fattiva vita associata, non occasionalmente ma stratificandone le tracce nel tempo lungo, gli abbiamo in un certo senso dato quel “corpo” che questo mondo non ha. Condividendo tra noi il presupposto d’esistenza, questo mondo immaginario in un certo senso esiste davvero, un ampiamente diffuso e condiviso soggettivo diventa di per sé oggettivo, anche se è un oggettivo per noi e non un oggettivo in se per sé.

Aristotele non condivideva in toto l’intera struttura dell’immagine di mondo del Maestro ma come altresì si verificherà tante altre volte nella storia del pensiero, ad esempio Marx con Hegel, l’allievo cambia alcuni fattori e/o qualche relazione tra essi, “evolve” il sistema di pensiero ma non produce veri salti discontinui nella struttura profonda. Così, Aristotele ci parla di una’anima come forza impersonale ed immateriale di tutta la natura[4]. Tra l’anima dei filosofi e l’anima dei religiosi cambiano gli accenti e le origini, a volte il ruolo ma l’idea è quella, così dalla Patristica alla Scolastica e quindi anche per i mille anni “medioevali” del nostro pensare, scrivere, dibattere, formare menti ed immagini di mondo, sa va sans dire che il mentale umano ma anche divino, razionale ma anche spirituale, ha avuto l’impianto dualistico idea-materia.

Capita spesso verificare che chi ascolta queste ricostruzioni abbia un moto di dubbio sul fatto che questa storia dei pensieri abbia una qualche attinenza con il ciò che lui stesso pensa “oggi”. Convocare nell’analisi Platone, Aristotele, Agostino, Tommaso e poi il grande imputato del moderno, Cartesio, sembra un gratuito ed esibitivo sfoggio di nozionismo intellettuale. Ciò deriva dal fatto che noi accettiamo la storia dei pensieri ma non abbiamo confidenza con una storia del pensare. Se avessimo confidenza ovvero se avessimo sviluppato una storia del pensare, ci apparirebbe un ente ai più ancora sconosciuto: l’immagine di mondo. Da ciò la sua logica, le sue persistenze di lunga durata necessarie, le sue leggi di coerenza interna, il rapporto tra quella individuale e quella sociale e collettiva che si condivide in un dato tempo e luogo, il ruolo degli intellettuali e dei chierici, la sua storia connessa con quella di una civiltà, di un particolare modo di stare la mondo con la sua costellazione di valori, l’intricata relazione tra il pensare mitico, quello religioso, quello razionale ideale ed empirico, quello scientifico, quello artistico-estetico, tra il pensare ed il fare, le sue tracce di memoria e molto altro. In questa entità, il pensiero ha i suoi limiti e le sue possibilità nell’offerta della sua genetica culturale e la genetica è data da forme stabilite molto ma molto tempo fa e mantenute, anche se sotto diverse apparenze, per lungo tempo. Questo sistema del pensiero ricorre a concetti che hanno una loro genetica di lunga durata e i concetti più generali, quelli che condizionano lo sviluppo in un senso o nell’altro del’intero sistema, hanno origini storiche molto lontane. E’ una evoluzione condizionata o molto influita dai punti di partenza e questi sono stati definiti da chi è arrivato prima di noi al pensiero fondamentale.

Nessuno di noi si meraviglia di pensare che se la divinità esiste davvero essa debba essere “una” ma questo concetto del Dio-padre è storico, non pare esistesse da nessuna parte ed in nessun luogo tremila anni fa. Al pari del dio-Uno, essere e divenire, la contraddizione, l’idea e la materia, il senso di giustizia, i temi dell’etica relazionale, l’uno e di molteplice, sono concetti di lunga durata la cui definizione persiste e condiziona ancora oggi il nostro pensare contemporaneo, ma lo è anche la dicotomia, la relazione antitetica tra due concetti che Hegel si sforzò di indicare “dialettica” mentre i cinesi da sempre li ritengono complementari.  Oggi il nostro mondo sociale è governato da una immagine di mondo ordinata da teorie di uno specifico argomento che è quello derivato dal paradigma ordinatore delle nostre società: l’economico. Questo ordinatore tanto materiale che mentale ha nel mentale fortissimi elementi di platonismo. Poiché facciamo storia dei pensieri ma non del pensare, c’è chi crede addirittura che Platone nella sua svalutazione del commerciante e del vile denaro, dell’appetizione materiale, fosse senz’altro un “anticapitalista” ma non so se chiamandolo “capitalismo” ma chiamandolo società regolata dall’attività economica riflessa in teorie anti-empiriche ordinate dal calcolo astratto, da irrealistici presupposti di razionalità assoluta e da idee a priori non ricavate, né verificate estensivamente dall’esperienza concreta, apparirebbe chiaro che il nostro imperversante  idealismo economico è senz’altro appoggiato su un platonismo di fondo che struttura la nostra mentalità occidentale. Così, non è che il fondo della credenza nella “mano invisibile” sia poi molto più razionale di quella che ha in oggetto le mani del Signore e la Provvidenza, la credenza negli “uomini del destino” sia poi lontana da quella negli “eroi” mitologici, le nostre gif animate siano molto lontane dalle pitture rupestri che sembravano muoversi tremolando alla luce incerta delle torce infuocate trentamila anni fa. Ma torniamo alla storia del pensare.

Cartesio è il massimo imputato della separazione mente-corpo con la sua dicotomia tra “res cogitans e res extensa” ma giustamente nota Pankspepp, Cartesio molto probabilmente concesse questa separazione per salvarsi il corpo dalle minacce che già aveva visto all’opera con Galileo, si hanno corrispondenze private con padre Mersenne che lo provano. Di nuovo, una storia del pensare renderebbe subito chiaro che nel contesto del tempo, se volevi intellettualmente e fisicamente sopravvivere eppur cercare di portare il pensiero da qualche nuova parte, dovevi lasciar in concessione ai religiosi ancora forti e dominanti, il presupposto del triangolo anima-uomo-Dio. E di nuovo, non ha senso domandarsi cosa realmente pensasse Cartesio perché nei fatti e nella complessità sistemica dell’immagine di mondo, una volta che hai accettato un dato postulato, hai deciso di muoverti solo nello spazio cognitivo coerente con quel presupposto.

Tutta la tradizione di pensiero che va da Pitagora a Cartesio, è stata accompagnata da convinzioni mediche già definite da Ippocrate, il vitalismo era la controparte medica dell’anima. Quando la medicina comincia ad emanciparsi dall’immagine di mondo condivisa da filosofia e religione, quando secessiona apertamente in favore della “scienza”, ecco il club dei biofisici di Berlino, XIX secolo. Ma cosa fanno gli scienziati del tempo, un tempo in cui ancora Darwin doveva lottare strenuamente per non soccombere nell’arena del pubblico dibattito al potere ostracizzante della Chiesa anglicana? Decidono che le forze non fisiche non possono ovviamente essere oggetto d’indagine scientifica ma non avendo il potere epistemico sull’immagine di mondo complessiva, non dicono con ciò che questo mondo sopra il naturale non esistesse, dicono solo che loro si occupano di quello che si può vedere e toccare. Similmente oggi, la “scienza economica” può pesare, misurare e dando numero “oggettivare” solo alcune cose e quindi a ritroso deve postulare che il comportamento economico umano che è l’oggetto della disciplina, è dato da un singolo individuo che agisce mosso da unilaterale egoismo potenziato da facoltà di calcolo costi/benefici, cioè razionale. Questo individuo de-socializzato, de-storicizzato, de-emotivizzato ovviamente è una pura e pure un po’ sciocca astrazione ma essendo necessaria, diventa convinzione condivisa ed incrollabile. Complice la gerarchia delle immagini di mondo che mette quella economica sopra quella psicologica o sociologica o antropologica e complice la rigida separazione delle discipline con interdizione rigida delle reciproche intromissioni in campi del sapere separati, gli economisti imperversano nel campo narrativo con questi loro modelli astrusi senza che vi sia una pesante e definitiva censura epistemica sulla loro insopportabile favolistica. Tanto meno nessuno si premura di avvertirli che un riduzionismo così infantile tra micro a base del macro, non si contempla più in alcuna provincia dell’ indagine scientifica[5]. Se c’è la fede c’è l’ordine e del resto la tua cattedra deve sfornare individui utili al gioco che ordina l’intera società quindi  non è proprio il caso di dire che il re è nudo o che la Terra gira intorno al Sole, siamo sempre nell’era della fede ma adesso è “scientifica”.

Arriviamo così a quella che Panksepp chiama la “dittatura comportamentista”. In pratica, il principio è ancora quello dei biofisici berlinesi, la scienza tratta ciò che può trattare ed ad esempio, è certo condizionata dal parallelo sviluppo tecnologico, non c’è il microscopio sei convinto di certe cose, arriva i microscopio ti convinci di altre, così con telescopi ed acceleratori. I comportamentisti hanno così postulato che osservabile e misurabile oggettivamente è il comportamento, ciò da cui proviene è una “scatola nera”. Come funziona la “scatola nera” non possiamo saperlo quindi, scientificamente, non esiste, è sospeso, possiamo solo impegnarci sul suo prodotto evidente e ciò che era evidente era che il comportamento è appreso in base ad una somministrazione meccanica di premi e punizioni. Siamo sempre all’hypotheses non fingo (non faccio ipotesi) di Newton il che non è un principio in sé sbagliato, semmai lo è il come noi cancelliamo a priori -visto che non possiamo conoscerlo con certezza- quello che indubbiamente c’è anche se sopra vi campeggia l’etichetta dell’enigma. Inoltre, non è che questa autolimitazione all’osservabile e misurabile sia poi così neutrale, da questa grammatica dell’azione-reazione si proietta poi una immagine per dire che la “scatola nera” è un cablaggio sofisticato di imput-output di azione e reazione.  Si deduce dall’effetto la struttura della causa, per lo più in maniera lineare, il che, col CervelloMente è sicuramente una di quelle cose che non vanno fatte per via del primo principio di complessità.

Negli anni ’70-’80 iniziò la rivoluzione cognitivista che si sovrappose al dominio comportamentista, l’uomo divenne un computer che calcola processando informazioni, massimizzando il piacere (premi) e rifuggendo dai dispiaceri (punizioni)[6]. Ecco così mostrarsi per intero il dominio esteso della nostra immagine di mondo: nel mondo domina l’economia, la società è una composizione di individui in cerca di utilità (utilitarismo), l’utilità è oggettiva se misurabile, la ricchezza è misurabile, ottenere ricchezza è premio, non ottenerla punizione di comportamenti che si possono apprendere e gestire secondo il nostro elaboratore mentale a base di informazione e di programmi logico-linguistici. Condite con un po’ di darwinismo spenceriano ovvero competitività e lotta di tutti contro tutti ed individualismo proprietario, a loro volta derivati da Hobbes e Locke, un po’ di weberiano Beruf, di dover esser  e voler/dover mostrare i segni del nostro esser stati scelti dal Dio protestante, uno spruzzo di positivismo logico ed ecco l’immagine di mondo anglosassone che domina la loro società che domina l’occidente che domina(va) il mondo. La società è fatta di tanti aspetti, ognuno è oggetto di una disciplina separata ma poi tutto si tiene coerentemente assieme nella realtà (mondo) e nel suo riflesso (immagine) che -anche se non ne siamo pienamente consapevoli- è una unica e coerente se non col mondo, almeno in se stessa. Proprio per tenere le immagini di mondo massimamente logiche e coerenti in sé stesse, meglio staccarle progressivamente dal mondo disordinato. Nei rapporti col mondo, basta che siano “utili” e quella anglosassone, ai fini di adattamento ad una società governata da fatti riflessi seppur idealmente in questa immagine,  indubbiamente lo è.

Quando i cognitivisti portarono sulla scena la mente terziaria, quella distintivamente umana, le emozioni divennero un riflesso confuso che proveniva da qualche indistinta parte della mente (comunque al massimo la mente secondaria, quella corticale, non certo quella primaria, quella emotiva) ma che prendeva spessore e tridimensionalità cosciente solo quando vi veniva posta l’etichetta linguistica “soffro perché so di soffrire perché mi sono detto che provo -sofferenza-“. Panksepp è uno scienziato non un filosofo della conoscenza quindi è molto stretto nelle sue spiegazioni e nei giudizi, anche quelli che si sentono “polemici” ma più e più volte si meraviglia di come stimati scienziati possano diventare ciechi davanti all’evidenza dei fatti. Gli animali decorticati, privi quindi di neocorteccia non solo continuano imperterriti ad avere emozioni ma ne sono praticamente totalizzati. T. Kuhn il cui seminale “La struttura delle rivoluzioni scientifiche” spesso citiamo nei nostri articoli sull’immagine di mondo, ha ben descritto l’inesauribile resistenza che le immagini di mondo fanno quando ancora riconoscono il dominio del loro paradigma fondante. La nostra razionalità è tutta mobilitata a tenere assieme e coerente in sé per sé, un costrutto cognitivo ormai bombardato da fatti contrari, ma non lo molla fino a che non ha una funzionale alternativa. La funzionale alternativa fu -ad esempio- la relatività che finalmente riuscì a spiegare i dati del perielio di Mercurio che non tornavano con la meccanica newtoniana, con la relatività si spiegava tutto quello che già spiegava Newton ma anche quella piccola cosa che Newton non spiegava. E comunque, questo subentro paradigmatico, avviene molto lentamente e con dinamiche molto più complesse di quelle messe in evidenza da Kuhn che a sua volte indugia -a volte- in un certo idealismo razionalista.

Uno dei vantaggi perversi della nostra immagine di mondo la cui  unitarietà agisce ma all’ombra della nostra piena consapevolezza, si rivela anche nel come gli scienziati stessi trattano il binomio emozioni-animali. Gli scienziati si dichiarano tutti allineati ad una certa interpretazione di Darwin ma il vantaggio delle interpretazioni è quello che si permettono delle libertà nel mentre si dichiarano ortodosse. Così, Darwin certo riteneva le emozioni lo stadio dell’evoluzione che abbiamo in comune con gli animali mentre i darwinisti non conseguono da questo l’ovvia credenza che Panksepp ha in comune a MacLean a proposito dei vari step dell’evoluzione cerebrale. Questa credenza pensa che il cervello o mente primari, quello che abbiamo in comune con gli animali è la sede delle emozioni primigenie mentre il nostro specifico viene in parte dalla secondaria (apprendimento ed azione dal e sul mondo) e soprattutto dalla terziaria, la neocorteccia. Noi stessi nell’infanzia, mostriamo un dominio della mente affettiva e solo dopo la comparsa di quella comportamentale e cognitiva secondo lo schema dell’ipotesi euristica per la quale l’ontogenesi ripercorre la filogenesi. Tutto ciò è conseguente la concezione progressiva e continuista dell’evoluzione che aveva Darwin mentre molti neo-darwinisti, pensano che ci sia stata una discontinuità tale da creare ex-novo l’umano sapiens  già tutto comportamentale-cognitivo-linguistico, da cui molte farneticazioni della prima sociobiologia e della psicobiologia à la Pinker, appoggiate al paradigma linguistico che è l’unica vera specialità concettuale del Novecento, da Wittgenstein a tutta la “filosofia” analitica. Dai “neo” darwinisti ai “neo” liberali si dimostra che la novità non è sempre garanzia di progresso. In questo senso, le immagini di mondo, mostrano una volta di più, la loro tendenza a controllare la coerenza dei loro assunti generali che sono definiti ex ante ed emotivamente. Per non parlare del’innamoramento frutto del puro senso estetico (una emozione) per la “bellezza delle teorie”, soprattutto quelle controintuitive e per quell’imbarazzante fenomeno che sono le eiaculazioni matematiche che come nella prova ontologica di Anselmo danno per dato quello che debbono dimostrare e poi s’infiammano perché l’hanno logicamente dimostrato come se il logicamente vero producesse l’ontologicamente vero. Il “sonno della ragione genera mostri” ma qualche volta, anche la ragione accusa qualche gravidanza indesiderata.

Sembra così che la mente cognitiva superiore non voglia spesso riconoscere, né rileggere in modo accurato, ciò che accade nella mente affettiva inferiore” sottolinea Panksepp. La “grande intuizione” del filosofo morale Adam Smith, fu quella che incanalando le passioni del dominio, dell’accumulazione egoista, del guadagno tesaurizzato in un sistema di cosa da fare, si poteva rendere la società funzionale e progressiva, potente ed ordinata. Ma il tumultuoso disordine delle passioni ha continuato ad affliggere tutto il razionalismo moderno tanto che quando le si sono aperti spiragli di libera uscita, ecco che sono state presentate come prorompere liberatorio del dionisiaco, dell’irrazionale, della passionale ed animale volontà di potenza, dell’inconscio insondabile. Certo così si manifestano le emozioni se vengono segregate nelle prigioni cieche del silenzio ma se le si approccia come parte della mente unitaria, di una mente “naturalizzata” e non idealizzata, integrata e non scotomizzata, se la mente terziaria le leggesse non come altro da sé ma come parte dello stesso sé, forse l’autocomprensione dell’umano farebbe un bel salto in avanti. Ad esempio verso un razionalismo emotivo consapevole di se stesso.

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Il lavoro scientifico di Panksepp, dettaglia per esteso i sette sistemi delle emozioni di base, ne rivela il funzionamento chimico, strutturale e funzionale, tra topi che ridono a ultrasuoni e gamberetti tossicodipendenti, mostra l’evidenza senza appello del trionfo del cervello emotivo negli animali privati chirurgicamente della neocorteccia, mostra per comparazione l’ostinata rimozione dell’evidenza dei fatti da parte degli scienziati prigionieri della doppia carcerazione in strutture sociali (università, cattedre, pubblicazioni)  e di pensiero (l’immagine di mondo scientifica auto reclusa nel recinto del “ciò di cui si può parlare può esser detto e su ciò di cui non si può parlare è meglio tacere”). Ripetuto l’appello a prender atto dell’evidenza biologica avversata da grande parte della letteratura teorica anglosassone che, coerente con le preferenze individualiste competitive ed egoiste che fanno da triste modello alla “scienza triste”, nega che “uno sviluppo emotivo sano si basa fortemente sul mantenimento di interazioni umane solidali”. Da parte del suo interesse scientifico, l’orgoglio della neuroscienza affettiva a presentarsi come terzo incluso nel dialogo con le neuroscienze comportamentali e cognitive al fine di costruire una teoria della mente davvero umana e davvero realistica.

A noi interessava soprattutto convocarlo al tribunale della ragione per giudicare la stessa storia della nostra ragione. Una storia monopolizzata da maschi bianchi per lo più anziani, mobilitati per secoli ad evitare in ogni modo noi sia apra la scatola magica per vedere davvero come funziona al suo livello materiale stante che certo questo non determina tutto ma molto, sì. L’interdizione allo studio del CervelloMente ha funzionato fino a solo pochi decenni fa, è da molto poco tempo che studiamo ciò che ci fa essere ciò che siamo e pur avendo superato questo primo tabù, siamo solo ai primi passi. Passi resi ancora difficili dall’ingerenza silenziosa di presupposti epistemici-normativi invisibili ma sul piano del pensare non meno decisivi. Condizionati da finanziamenti che chiedono solo come intervenire sul comportamento e la cognizione al fine di dilatare i profitti di Big Pharma, dell’industria militare, del controllo digitale e del neuro-marketing. Da assetti dominanti la professione del pensatore sia esso teorico o empirico, da immagini di mondo che governano il nostro mondo pratico e sociale e non possono esser falsificate senza che crolli l’ordine sociale che ne consegue. Da credenze ritenute fatti sulle quali prosperano i confini disciplinari che segnano il proprio di intere categorie professionali che campano su conoscenze parziali e chissà quanto realistiche.

L’audizione del testimone Panksepp, ci dice una volta di più che oggi, il problema centrale del pensiero occidentale è rivedere a fondo come e cosa pensiamo, visto che si notano allarmanti segnali di disadattamento tra la nostra mentalità e il mondo a cui dobbiamo adattarci dopo averlo cambiato così velocemente e profondamente, l’auto-analisi del pensare e dei pensieri è compito prioritario. Mente, Natura e Storia, questo il triangolo (a proposito delle persistenze pitagorico-platoniche) che dobbiamo approfondire, il sempre attuale da dove veniamo, chi siamo e dove stiamo andando. Formuletta usata con intenzioni ironiche spesso, svilimento e ridicolizzazione di una importanza auto-evidente a cui si vuole interdire l’accesso. C’è una lotta di classe anche nel campo del pensiero, i dominati ascoltino, preghino, lavorino, ripetano a pappagallo ed apportino qualche inessenziale nota aggiuntiva all’impianto che domina, applaudano, deleghino i dominanti che tali sono  e sono stati nei secoli anche perché essi solo in possesso delle risposte giuste alle tre domande aperte proprie di ogni singola esistenza pensante.

E’ invece ora di tornare al “conosci te stesso” in una democrazia della ricerca e della conoscenza.

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[1] L’autore del testo è professore di Storia del Mediterraneo ad Harvard ed è stato quindi fortemente influenzato dal concetto braudeliano di longue durée.

[2] https://www.facebook.com/tempiprofondi/

[3] A cui si aggiungono quelle a suo tempo già segnalate da Freud nel “disagio della civiltà”, stante che grande parte della nostra complessione è stata adattativa ad un mondo molto diverso da quello in cui viviamo solo da cinquemila anni, un tempo ridicolo per immaginare serie riconfigurazioni adattative del CervelloMente.

[4] Panksepp però si rivolge spesso nel testo al concetti aristotelico di phronesis, accettazione e gestione saggia delle emozioni. Non è che Epicuro fosse poi molto distante sebbene ci sia stato tramandato in modo distorto.

[5] http://evonomics.com/why-economists-have-to-embrace-complexity-steve-keen/

[6] Val la pena di ricordare l’abusata notazione di tanti storici delle idee su questa mancanza di fantasia dell’analogia per la quale la metafora guida nel XVI secolo era l’orologio, poi il mulino, poi nel XIX secolo la macchina a vapore e di recente, il computer. Ora ci possiamo aspettare qualche brillante articolo sul fatto che il mondo è un fidget spinner o una criptovaluta?

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IL PROBLEMA DELLA SINTESI DEL COMPLESSO UMANO.

Questo articolo ha in oggetto la conoscenza del fenomeno umano nel suo complesso. E’ un articolo di riflessione sul metodo, sull’unità e diversità delle discipline, degli oggetti, delle menti che tentano di catturarli.

Io sono solo e  lo specchio infranto.

S. Esenin, L’uomo nero. 1925

In una articolo del 1960[1], F. Braudel torna su un tema a lui -ed a noi- particolarmente caro, il problema dell’unità e diversità delle scienze sociali. Schematicamente, la conoscenza umana, si modula su tre ambiti generali. Le scienze naturali si occupano del mondo fisico-chimico e biologico, la filosofia, l’arte e la religione si occupano dell’uomo in quanto tale, le “scienze” umane si dovrebbero occupare di quel territorio in comune in cui l’uomo (psicologia) incontra ed entra in relazione con gli altri uomini (demografia, etno-antropologia, sociologia, linguistica), per fare cose (economia, politica, storia evenemenziale cioè basata su gli “eventi”, date, luoghi, uomini illustri; storia delle idee e delle culture) all’interno di un contesto (geografia) e di un tempo (storia di media-lunga durata). Il cruccio di Braudel è leggere con evidenza che l’oggetto generale di questo gruppo di discipline intermedie è comune ed unico -l’interrelazione, l’organizzazione e l’azione umana, singola e collettiva, nel contesto dello spazio-tempo- ma gli sguardi (ed i metodi di osservazione, analisi e categorizzazione) delle varie discipline sono assai diversi. La specializzazione della varie discipline, istituzionalizzata in dipartimenti non solo incomunicanti ma addirittura in competizione tra loro, sviluppando metodi, patrimoni di conoscenza, linguaggi del tutto eterogenei, crea una babele di prospettive che non arriva mai a sintesi. Insomma l’oggetto è uno ma i soggetti che l’osservano sono piantati in differenti prospettive che leggono con diverse lenti solo le luci e non le ombre, gli infrarossi ma non lo spettro del visibile, le onde lunghe ma non quelle medie, le corte ma non le cortissime. Per fare un esempio, questo breve filmato dell’Istituto Nazionale di Astro Fisica (INAF), mostra come la recente immagine completa della nebulosa del Granchio, sia la sovrapposizione delle rispettive immagini di cinque telescopi: uno leggeva le onde radio, uno l’infrarosso, uno lo spettro visibile, uno i raggi x  ed un altro l’ultravioletto (qui). Quello di cui Braudel lamenta la mancanza è l’immagine finale, la sovrapposizione di tutte le lenti di lettura di quello che è un solo ed unico fenomeno, per quanto assai complesso (dotato di molte parti in interrelazione).

La prima cosa che stupisce di questo discorso è che le considerazioni di Braudel, considerazioni se vogliamo di una sconcertante banalità e buon senso, non siano patrimonio comune di qualsivoglia studioso, epistemologo, filosofo della conoscenza. Che nessuno o assai pochi, sentano grave questa mancanza di immagine finale. Nessuno di noi si sognerebbe di incontrare un amico e dire “oh ecco una costruzione sistemico-molecolare mobile” oppure “oh ecco un nevrotico compulsivo funzionale” o anche “o ecco un decisore razionale di utilità posizionato nel cluster di medio reddito ma alta cultura”, se non “o ecco un liberale progressista con venature socialisteggianti” per non parlare delle etichette “hegeliano” o “parlante lingua di origine indoeuropea” o “di terza età” etc. Insomma, un “gavagai” di quineiana memoria[2].  Qui non si parla solo del fatto che non ci sia un unico sguardo ma del fatto che i molteplici sguardi la cui utilità di specifico analitico è indubbia e certo superiore alla immediata percezione olistica del “tutto è uno”, non trovino un luogo, un metodo, un momento, una disciplina a sé, in cui riunificarsi stante che il loro oggetto di osservazione certo è plurale al suo interno ma anche unico nella sua forma sistemica. Poiché i nostri sforzi conoscitivi tendono a dotarci di conoscenza su gli oggetti e su i fenomeni, questa ampia ma frammentata e conoscenza, ha una utilità molto parziale.

Sul perché storico di questo stato di cose si possono fare delle ricostruzioni e delle congetture. Quanto alla ricostruzione, se prendiamo Aristotele che non va preso (come Platone) solo in quanto tale ma in quanto a capo di una scuola (Liceo per lo stagirita, Accademia per l’ateniese), vediamo tutto l’ampio spettro della conoscenza dell’epoca, riunita in un unico discorso. Non in un unico studioso, anche Aristotele ad esempio, semmai fu lui e solo lui a scrivere la Politica, lo fece certo sulla base dell’enorme collezione di costituzioni della varie poleis greche (più di cento a quanto pare) racchiuse nella biblioteca del Liceo, a loro volta certo studiate, sistematizzate e compendiate da un nugolo di scolari (studiosi). E possiamo -ahinoi- solo immaginarci i momenti di dialogo collettivo, in cui questa enorme mole di conoscenza specifica, veniva centrifugata nel lavoro del cervello collettivo della scuola, cercandone sia la condivisione, sia la sintesi al fine del poter rispondere alla domanda che aveva mosso tutto questo sforzo: qual è la costituzione migliore? Ancora nel medioevo, nella formazione degli studi che prevedeva prima il trivio, poi il quadrivio, questa conoscenza era indivisa ed in parte, tale rimase nell’umanesimo e nel rinascimento. Ma già nel medioevo, ecco comparire le scuole di logica, di calcolo (abaco), di giurisprudenza e le varie professioni informate come quella medica e poi con il big bang Copernico – Galileo – Descartes – Newton, dalla Royal Society in poi, non solo compare l’intero ambito di studi naturali (la scienza) ma anche la profonda separazione delle filosofie ancora indivise in Tommaso d’Aquino. Quelle specializzazioni che poi trionferanno nella fabbrica degli spilli di Adam Smith, le cattedre ed infine, nel XIX secolo, la nascita a ripetizione di tutte le discipline “sociali”, ognuna con un suo fondatore che ne è stato anche primo epistemologo. Questa storia è ancora storia di fatti, per quanto i fatti non siano esenti  dalla soggettività interpretativa di chi li cita e li presenta al tribunale della ragione.

Ma questa  ricostruzione deve ricorrere alle congetture per tentar di spiegarne le ragioni. Si potrebbe dire che al tempo dei Greci, la quantità di conoscenza era ancora molto limitata, tale da poter entrare nel lavoro di un gruppo di scolari e da questi, al ruolo di sintetizzatore del caposcuola. In seguito, nel medioevo, si può dire che il taglio a priori della conoscenza, limitata a metter le virgole al discorso già bell’è pronto svolto nell’Antico e Nuovo testamento, ne facilitava certo il compito. E’ quando si è rotto il vaso di Pandora dell’immagine di mondo teo-religiosa dominante che gli sguardi sono usciti in libera diaspora (poi mica tanto libera se leggiamo le biografie dei primi scienziati e pensatori, ed ancora fino alla Londra anglicano-protestante di Darwin), contemporaneamente alla rottura dell’ecumene dei chierici e del latino. Tanti stati nazionali, tanta conoscenza espressa in diversi lingue, tante corse diverse ad oggetti specifici dall’economia di Petty e di Quesnay; alla giurisprudenza e poi alla politica di Grotius, Althusius, Puffendorf, poi Hobbes, Locke, Rousseau; alla fisica terrestre diversa da quella cosmica, all’alchimia che trapassava in chimica, le varie branche della nuova medicina scientifica e così via. Due forze quindi s’incrociano a base di questo fenomeno: l’oggettivo aumento della complessità interna al sistema della conoscenza umana che si pluralizza, la perdita di un centro che fosse il caposcuola o il dominio di uno stretto paradigma ordinante e limitante, come la fede nel Signore onnipotente ed onnisciente. Di contro, l’oggettiva pluralità linguistico-culturale e la funzione guida dei paesi nord-europei che maggiormente liberi dal dominio soffocante del potere pontificio, convertirono il loro atavico paganesimo naturalistico in pathos scientifico. Intorno, di contesto, una società sempre più impegnata a fare, a svilupparsi, a produrre da sé la materia che arredasse ed alimentasse la vita concreta. Non a caso, Smith ricorre alla locuzione “mano invisibile” per segnalare come tutto questo apparente disordine pluralistico, alla fine “quasi magicamente” produce un ordine, quindi inutile cercarlo con l’intelletto. Divieto a lungo reiterato poi da Hayek ma vizio masochista di auto-subordinazione e finta modestia già presente in Agostino sebbene in favore di una “mano invisibile” di altra natura, se di “natura” si può parlare in ambito di fantasmi metafisici.

Questo movimento, è accompagnato dalle contorsioni del canone filosofico. Ancora con gli enciclopedisti francesi ed in Leibniz ed in Kant, abbiamo filosofi che includono nel loro pensiero,la conoscenza scientifica[3] ma con l’idealismo tedesco e stante che gli inglesi certo non si ponevano questo problema tanto poi da dar successivamente vita a quell’unica filosofia logico-linguistica che si chiama “filosofia analitica”, la filosofia lascia andare per la sua strada la scienza. Hegel, ci prova una ultima volta a restituire un quadro complessivo con l’Enciclopedia delle scienze filosofiche, Marx azzarda una definizione “scientifica” del suo socialismo, Comte cucina un confuso minestrone scientifico-religioso-politico che come una cattiva ratatouille, ha solo sapori grigi. La scienza intanto inanella una serie impressionante di successi teorici e pratici, guida il pensiero di società espansive (quindi dimostra di essere sintonica ed utile al reale concreto) e quando sorgono i diversi sguardi sociali, questi non trovano di meglio che distanziarsi immediatamente dalle nebbie filosofiche e tendere all’iscrizione nella vivace e ben considerata famiglia delle scienze. La società occidentale, persa la verità trascendentale, ha bisogno di un canone dell’oggettività altrimenti s’instaurerebbe la democrazia delle opinioni.

Nascono così le “scienze” sociali, con metodo che si vorrebbe derivato dalla conoscenza della natura non umana, applicato a fenomeni generati dalla natura umana. Poiché nessuno tiene più il bandolo della matassa, a nessuno viene in mente che l’applicazione di un metodo usato per certi oggetti, non può funzionare perfettamente su oggetti ontologicamente assai diversi e del resto, “cos’è l’umano?” è una domanda a cui ormai risponde solo la mano invisibile. Peccato che nella conoscenza non ci sia alcuna mano invisibile (e chissà poi se c’è nell’economia a base di mercato).  Tant’è che seguendo una sottolineatura data dal Fornero nella Storia della filosofia con Abbagnano  (UTET), ovvero che ogni filosofia e quindi ogni filosofo parte da una raramente esplicita e più spesso implicita risposta alla domanda cruciale, ecco il proliferare di una serie di antropologie parziali e quindi basicamente infondate. L’uomo è mosso dall’Idea, no dalla condizioni materiali, no è un animale politico, no è razionale, no mica tanto ha l’inconscio e la volontà di potenza, sì ma è individuale o sociale?, parla o è parlato dal linguaggio? guarda che è particolare – ma no, è universale! E’ violento! No, è cooperativo! No è egoista! No è perso nel dolore della sua esistenza. Ragazzi, diamoci un taglio, è  solo un contenitore a perdere per l’egoistica riproduzione di geni! Massimizza l’utilità? L’egoismo riproduttivo? Anela all’assoluto mentre cerca un posto in banca? Stante che questo “uomo di tutti gli uomini” è invariabilmente maschio, bianco, europeo. Insomma, la qualunque, in una multisala in cui si proiettano film con la stessa trama ma in cui l’autosservazione britannica bitanicizza l’universo mondo, così quella francese, quella tedesca, infine quella americana (un popolo che ha tre secoli di storia che vuole spiegare a tutto il mondo come questo deve essere) la classe dominante tutte le altre ed ogni film ha la sua casa di produzione concorrente alle altre ed i registi si fregiano dell’ambito titolo di Maestro. Infine, col postmoderno, questo caleidoscopio di frammenti diventa una celebrazione in sé e via con gli studi sul ruolo del bicchiere negli ultimi sei secoli.

Nel frattempo, il mondo è diventato più complesso quindi fatto di parti, l’interrelazione è garantita dall’ordine economico di mercato che fa sistema, la conoscenza è frantumata in altrettanti parti e fa sistema anche lei con l’ordine economico di mercato. L’uomo per istinto tende a conoscere ma cosa e come lo deciderà la logica con cui organizza la sua economia sociale. Va da sé che, quando questa forma di organizzazione, come oggi accade, perde copi a ripetizione poiché non dà alcun senso se non il “funziona”, quando non “funziona” più, essendo tutti embedded al sistema che va in crisi, va in crisi anche la pletora di studiosi. Come nell’epica scena di Blues Brothers in cui John Belushi elenca in parossistico sequenza crescente le ragioni per cui non si è presentato al matrimonio con Carry Fischer, enucleano in un coro dissonante, diagnosi e prognosi a casaccio. Chi sa più dire cosa è il complesso umano, nel suo individuale come nel suo sociale? Se va in crisi il sistema complessivamente inteso, chi saprà dare diagnosi di questo intero che -in quanto tale- esso solo è il vero? A cosa ridurlo? Come determinarlo? Come sintetizzarlo? A quale contesto metterlo in risonanza per comprenderne i problemi e le opportunità adattative? Babele. Ma non una proficua babele ricca di idee sullo stesso oggetto, ma un babele su porzioni diverse dello stesso oggetto, di riduzioni ingiustificate dell’oggetto ad una sua parte, per altro con altrettante idee diverse, più che altro una “canizza”[4].  Insomma “Io sono solo e lo specchio è infranto” come recitava il poeta. Ma torniamo a Braudel che su questo argomento,  ci fa da Maestro.

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La vita è troppo breve per permettere a uno di noi di acquisire molteplici specializzazioni[5] diceva il francese, per poi aggiungere, su metafora mercantile, come fosse altresì assai improbabile che il mercato comune delle scienze dell’uomo si potesse realizzare per somma e sovrapposizione di accordi bilaterali ed unioni doganali il cui cerchio si sarebbe poi espanso a poco a poco, ma inesorabilmente.  Preso ormai dalla possessione della metafora, aggiunse che sarebbe stato  meglio dichiarare un libero mercato con abbassamento simultaneo dei diritti doganali. Si poneva però allora il problema del vocabolario comune, quindi dei concetti che Braudel immagina potersi formare secondo la logica delle lingue creole o dei pidgin, mischiando e storpiando i termini a cui dare nuova fonologia, crasi, prestiti incrociati, insiemi di definizioni con qualche sovrapposizione. Ma ecco un’altra possibilità. E’ il richiamo a Aleksander Gieysztor, capo scuola degli storici polacchi, il quale propone il lancio di un nuovo tipo di studio, gli “studi complessi”. Gli “studi complessi” di Gieysztor vedevano un oggetto delimitato da alcuni principi (anche più d’uno) come ad esempio, la porzione geografica, la cronologia, la natura stessa dell’oggetto, osservato in simultanea da un nugolo di diversi specialisti, un po’ come negli “area studies” di origine americana. Insomma se non c’è una unica scienza si chiamino le diverse scienze al capezzale di uno stesso oggetto. E fa sorridere il giudizio del vecchio Maestro che rimprovera ai colleghi di Harvard, della Columbia e di Seattle del tempo, lanciatesi in questa nuova avventura epistemica, di voler comprendere la Cina o l’India raramente invitando uno storico e mai un geografo, come se sociologi, economisti, linguisti e psicologi potessero da soli mobilitare la sintesi della scienza umana. Fa sorridere questo antico vizio anglosassone-moderno di sradicare gli oggetti dallo spazio e dal tempo per poi osservarli “scientificamente” perché così non si muovono, stanno fermi, non hanno condizioni, non cambiano, sono praticamente morti come già Vico rimproverava a Descartes, se ben ricordo.

Siamo così a due possibili stratificazioni della conoscenza di questo vasto campo. Lo strato attualmente vigente di meno di una decina di discipline che nel frattempo hanno prodotto articolate radici a loro volta sempre più limitatamente specialistiche. In questo strato condominiale, ognuno ignora l’altro e se lo incontra in ascensore, il silenzio alimenta l’imbarazzo oltre ad alimentare surreali fenomeni come quello per il quale un’intera disciplina dall’istinto imperialista quale l’economia, discende da un postulato sulla natura umana che farebbe rotolare dal ridere uno studente al primo anno di psicologia o un antropologo o credo, anche un sociologo alle prime armi. Per non parlare di un seguace di Freud o Nietzsche o Marx o un artista o un religioso. Salvo poi ricredersi e consegnare un Nobel nel 1978 a Herbet Simon perché gli aveva dimostrato matematicamente che la razionalità umana è “limitata”. Accipicchia! Questa sì che è una scoperta  … .

Un secondo strato non vigente ma possibile, da sperimentare, è quello  dell’orchestra polifonica che interpreta lo stesso spartito con strumenti diversi ma senza direttore d’orchestra. Già meglio. Ma nelle strutture di pensiero codificate poi da scuole e compartimenti disciplinari, è assai difficile si venga a produrre una reciproca fertilizzazione laddove eterogenei rimangono le prospettive, i postulati, i metodi ed i linguaggi, cioè i concetti. Lo stesso Braudel accenna alla possibile unificazione con l’adozione del metodo matematico o del concetto di struttura che imperversava in Francia con Levy Strauss e andava codificando oltreché l’antropologia culturale anche la linguistica. Del resto, la “struttura” nasce in linguistica con De Saussure o meglio … . Se ricordo bene, nel Corso generale di De Saussure (1916) che com’è noto è scritto dai suoi allievi, compare una o due volte il termine struttura, in realtà De Saussure usa ovunque e ripetutamente il termine “sistema”. Si potrebbe allora dire che struttura è una sottospecie specifica del concetto di sistema e quantomeno convenire su questo come unità ontologica. Le scienze umane si occupano di sistemi umani, economici, sociali, mentali e psichici, linguistici, culturali, etno-antropologici ed ovviamente storici e geografici. Ogni oggetto di studio è un sistema, più o meno arbitrariamente ritagliato dal flusso del reale. Ne discenderebbe anche una certa possibilità normativa in metodologia visto che la cultura sistemica ha già una sua approfondita tradizione. I sistemi sono fatti di  unità, individui, punti di una rete, ruoli parentali o professionali o sociali o anagrafici o di genere, strati sociali o classi o cluster altrimenti definiti, funzioni, ordinatori, agenti, popoli, stati, civiltà, insomma “parti”, tra loro in interrelazione. Già una concezione sistemica dell’uomo, dissolverebbe le antiche dicotomie del razionale-emotivo, individuo-società, strutturale-sovrastrutturale poiché i sistemi sono così ospitali da permettere di includere ciò che nelle dicotomie è ritenuto alternativo. I sistemi non soffocano le differenze in una mistica unista ma fotografano l’oggettiva convivenza in un unico sistema (ad esempio “l’uomo idealtipico”) di caratteri diversi, anche conflittuali. Ciò che non si capisce di molti studiosi che si fregiano del crisma di scientificità è come possano prender parte a queste tenzoni di senso affermando che l’uomo è l’uno o l’altro quando è palese che è, sia l’uno che l’altro.   I sistemi hanno uno o più ordinatori, fini, strutture ricorsive ed invarianti o varianti a certe condizioni, un’architettonica, una ecologia. Tutti i sistemi hanno interrelazioni con altri sistemi e con il contesto o “ambiente” nel quale si trovano. Tutti i sistemi hanno una storia. Quale scienza umana avrebbe dissonanza con questa base definitoria generale? Ma chi dovrebbe proporre questa novità del condividere il primo passo di ogni conoscenza, l’ontologia?

Veniamo allora ad un altro scritto di Braudel[6], la pudica e continuamente deviata risposta alla domanda su quale fosse la sua formazione di storico, incessantemente fattagli per il Journal of Modern History da un altro grande, William McNeil, tra i padri della World History di cui abbiamo parlato qui e qui. Braudel trasforma  la propria biografia intellettuale, nel racconto di chi prima di lui, ha tracciato sulla cartina del pensiero, il tracciato del nuovo percorso che poi diverrà il percorso della scuola delle Annales. Troviamo lì un personaggio molto poco noto, eppure alla base di una intuizione fondamentale: Henry Berr. Già nel 1892, Berr scriveva che al Collége de France, si insegnava “…la storia dell’arte, la storia della filosofia, la storia delle legislazioni, la storia economica, vi si insegnano delle storie ma non vi si insegna la storia”. Nel 1910, ripropone la sua candidatura al Collége per una cattedra di “Teoria e storia della storia”, una metastoria. Nel verbale della commissione del consiglio dei docenti, il relatore che sponsorizza questo innovativo progetto è H. Bergson, il filosofo che ha pensato per primo che il tempo è fatto invero da diverse durate. Ma Bergson non è un “cuor di leone” e la sua prolusione in favore di Berr è assai fiacca, così che il progetto non riceve neanche un voto di assenso. Certo, nessun potere locale cede spontaneamente pezzi della propria sovranità, anche di quella epistemica, ad un potere centrale di ordine sintetico superiore ma forse c’è dell’altro a ragione di questo rifiuto.

La precedente tesi per l’abilitazione all’insegnamento di Berr, aveva un lungo titolo fatto di due assunti. Il primo era “La Sinthése des connaissances et l’histoire” , un programma che già tracciava l’idea di una storia come amalgama delle cronologie di tutti i fatti che conosciamo del fenomeno umano. Il secondo però, che Braudel suggerisce di leggere come più importante era “Essai sur l’avvenir de la philosophie”. Ed ecco il nostro Maestro con occhio lucido segnare il punto “Ma forse per questi primi e necessari sguardi d’insieme occorreva precisamente un filosofo”. Non si trattava di mischiare tra loro indagini che hanno ontologie, logiche e metodi diversi che in una certa misura è bene rimangano tali. Non si trattava di obbligarle a convergere in una meta-conoscenza operata da una di loro, fosse stata anche la storia che come sequenza di cronologie era quella più neutra rispetto alle scelte di taglio epistemico fatte nelle singole discipline, al limite coadiuvata dalla geografia cioè le coordinate di “tempo” e “spazio”, l’estetica trascendentale di Kant. Si trattava semmai di chiamare un punto di sintesi terzo, esterno al panorama degli scienziati dell’umano, il punto di chi per suo metodo pensa alla riflessione, alla conoscenza di quel tipo di conoscenze. Questa era la possibile sintesi, l’afferenza di tutti i guadagni conoscitivi locali a grana fine se non finissima, ad un Io penso che pensa per concetti, a grana grossa. Ecco l’architettonica di una possibile conoscenza sintetica del fenomeno umano dato dalla collezione del suo agire empirico, individuale e sociale. Il circolo del pensiero che pensa se stesso, si sarebbe poi ricorsivamente attivato negli scambi tra studiosi locali e sintesi generali, i primi avrebbero visto riflesso il loro e l’altrui lavoro in un unico possibile discorso, i secondi avrebbero assunto le informazioni da sintetizzare in concetti ed in sistemi di concetti, direttamente dal lavoro dei primi. Né più, né meno, il lavoro dei Khun, dei Fereyabend, dei Lakatos, dei Popper, dei Duhem e di molti altri che però, agirono nei confronti delle scienze dure. Ci voleva una epistemologia filosofica che non si riducesse alle dispute sul metodo sebbene certo la critica del metodo, anzi dei metodi, sarebbe stata altresì di grande utilità (si pensi all’utilità di una severa censura condotta non sul piano politico ma gnoseologico, dei postulati surreali sulla natura umana operati dagli economisti[7]). Accanto al discorso sul metodo, qui andava operata una conoscenza sintetica a posteriori, la sovrapposizione delle immagini di mondo di tutti i telescopi che hanno oggetto la stessa nebulosa, la nebulosa che là fuori nel mondo reale è “una”: la vita umana.

Secondo Braudel, Berr fu “l’amministratore dell’eresia” e dal suo circolo intellettuale di discussioni collettive tra portatori di varie discipline, nacquero le Annales di Marc Bloch e Lucien Febvre nel 1929. Ritroviamo qui il sistema delle menti in interrelazione alla base delle varie scuole di Atene, delle università medioevali, dell’umanesimo e del rinascimento, della Royal society e dell’accademia leibniziana di Berlino, dell’Encyclopédie di Diderot, dell’idealismo tedesco, delle conferenze Solvay dei grandi geni quantistici (e relativistici), delle conferenze Macy da cui origina tanta cultura della complessità. Ma le Annales, non  erano ancora la “synthèse” a cui Berr aveva nel frattempo dedicato la sua rivista ma un inizio, rivoluzionario ma ancora parziale, in cui geografia, storia, economia interferivano le loro onde a ricostruire un primo profilo complessivo del fenomeno umano sociale in un dato tempo di lunga durata.

L’intuizione di Berr, la necessaria sintesi che solo uno sguardo terzo può fare di una così ampia ed eterogenea e ricca proliferazione di conoscenze,  rimane lì e noi da lì vorremmo ripartire, sviluppando in seguito, successivi ragionamenti. Da gli “studi complessi” di Gieysztor, la “Revue de synthèse” di Berr, un “pensiero globale” per citare un’ultima volta Braudel, arrivano gli stimoli per pensare una nuova disciplina fatta di generalisti che studino la vita umana nel suo intero, quella che poi noi qui chiamiamo : filosofia della complessità, la sintesi del “complesso umano”.  Questa “filosofia della complessità” sarebbe chiamata ad aiutare l’umano a capirsi meglio, a raccogliere -ancora una volta e per sempre, perché tale programma di ricerca non potrà mai avere termine-, l’accorato consiglio che risuona dalla antichissima sapienza greca: conosci te stesso.

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[1] “Unità e diversità nelle scienze dell’uomo”, del 1960, in F. Braudel, Scritti sulla storia, Bompiani, Milano, 2001-2016, pp. 73-82

[2] Cito l’intero pezzo riportato da Wikipedia: –L’esempio proposto da Quine in proposito, ora divenuto leggendario riguarda la parola gavagai pronunciata da un nativo in presenza di un coniglio. Il linguista potrebbe tradurla con “coniglio”, o con “Guarda, un coniglio”, o “mosca del coniglio” (nome di un supposto genere di insetto che non abbandona i conigli), oppure “cibo” oppure “Andiamo a caccia”, o “Stanotte ci sarà una tempesta” (se i nativi hanno particolari credenze sui collegamenti conigli-tempeste), o anche “momentaneo stadio del coniglio”, “sezione temporale di una estensione tetradimensionale spazio-temporale di un coniglio”, “massa di coniglità”, o “parte di coniglio non individuata”. Alcune di queste ipotesi alla luce di ulteriori osservazioni possono diventare meno probabili—cioè ipotesi meno maneggevoli. Altre possono essere scartate solo ponendo ai nativi delle domande. Una risposta affermativa a “È questo lo stesso gavagai di quello precedente?” farà scartare “momentaneo stadio del coniglio”, e così via. –  Quine si riferiva all’indeterminazione delle traduzioni linguistiche ma l’esempio è pertinente al nostro discorso come indeterminazione delle definizioni. Questo elenco surreale ha probabilmente ispirato alcuni giochi nel Diario minimo di U.Eco. Del ’60 Quine, del ’63 Eco e certo Eco doveva conoscere il lavoro di Quine per strette ragioni professionali. Il pezzo è tratto W.O.Quine, Parola e oggetto, il Saggiatore, Milano, 1996. Da qui potrebbero partire tutta una serie di considerazioni sull’olismo della conferma (tesi Duhem-Quine) e l’utilità del relativismo ontologico per il nostro discorso ma questa è solo una nota e quindi lo faremo un’altra volta.

[3] Kant, in uno scritto ancora pre-critico, consiglia vivamente di dotare lo studente in formazione di una solida formazione di base in geografia ed antropologia.

[4] Rumore caotico auto-alimentato da più cani che abbaiano contemporaneamente l’un l’altro.

[5] Da qui in poi, le citazioni di Braudel o Berr si riferiscono a “La mia formazione di storico” (1972), in F. Braudel (2001-2016) op. cit., pp.271-295

[6] Vedi nota 2

[7] O si pensi all’utilità della liberazione dei marxisti dalla errata convinzione che le idee sono sempre e solo quelle che promanano dalla struttura sociale e questa dalla struttura economica ed in particolare dal possesso dei mezzi di produzione, convinzione paradossale dal momento che è derivata dagli scritti di un pensatore che di per sé dimostrava il contrario. Anche se la prima revisione profonda da fare è su quello statuto “scientifico” dato al comparto che Weber sintetizzò per primo dandone imprinting poi mai più seriamente discusso.

Pubblicato in antropologia, archeologia, complessità, ecologia, economia, filosofia, linguistica, modernità, ontologia, politica, scienza, società complesse, sociologia, storia, teoria dei sistemi | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento