LA CRISI DELL’ESTETICA TRASCENDENTALE OCCIDENTALE. 1. LO SPAZIO.

Kant, iniziava la sua indagine sulla ragione umana[1], premettendo l’analisi sulle forme della mente entro le quali si ambientano poi tutte le altre funzioni. Le chiamò -estetica-, dal greco àisthesis che significava “sensazione” e -trascendentale- ovvero che si danno prima ancora di farne esperienza, sono apriori, sono condizioni di possibilità per tutto il resto. L’ET quindi indagava proprio le forme a priori che permettono la collocazione mentale di quegli oggetti e fenomeni di cui poi facciamo esperienza sensibile. Queste forme, secondo il nostro, erano due: la spazio ed il tempo. Queste due forme sono nella nostra mente. Kant visse mezzo secolo prima di Darwin e quindi non poteva dedurre che queste forme fossero il portato dell’evoluzione, ma oggi sappiamo che sono presenti in noi perché ci danno la possibilità di entrare in relazione con ciò nel quale siamo immersi. Ai fini pratici, poco importa disquisire se queste forme esistono oggettivamente fuori di noi o meno, se esiste davvero lo spazio e proprio così come ci sembra che sia -sappiamo ad esempio, con la fisica quantistica, che dello spazio si danno altre forme oltre a quella che sperimentiamo sensibilmente- o se esiste il tempo, tema su cui molti fisici si appassionano in seguito ai portati della relatività einsteniana. Prendiamo atto che così funziona la nostra mente, “come se” davvero la realtà in cui siamo immersi rispondesse a queste forme che ci aiutano a percepirla per poi -in essa- orizzontarci ed agire.

Detto ciò sul piano generale ed impersonale, trasferiamoci al piano sociale ovvero storico e culturale. A priori le forme di spazio e tempo sono scenari del possibile, a posteriori queste forme pluri-possibili, hanno preso alcune inclinazioni discriminanti, alcune forme determinate dalla storia e dalla cultura che, cumulandosi, fanno la nostra mentalità. E’ quindi una corruzione del trascendentale puro, è un apriori in cui la forma pura si declina con quella acquisita nella storia. La nostra indagine tende a verificare come sono fatte e se risultano idonee ai tempi che viviamo in particolare relativamente alla società, come pensiamo lo spazio in cui si ambientano le nostre società, come pensiamo il loro tempo. Il nostro sospetto è che esse non solo non siano idonee ma pregiudichino ogni altra successiva forme di elaborazione del pensiero che possa aiutarci a cambiare le forme sociali in cui viviamo, stante che sono questi “veicoli adattativi” che usiamo da sempre per vivere nel mondo.  L’indagine quindi, tende e segnalare punti di riforma del pensiero o meglio delle forme in background da cui poi traiamo pensiero, pensiero che precede l’azione sul mondo, il fare cose.

LO SPAZIO.

Per l’occidentale[2], lo spazio è sempre stato un ritaglio più o meno esteso del mondo. Una stretta minoranza in genere facente parte dell’èlite delle varie società storiche, ha sempre avuto un concetto di spazio più grande rispetto alla massa legata al proprio circostante. Gli antichi navigatori cartaginesi, ad esempio, c’è chi sostiene siano addirittura arrivati in America. Sappiamo per certo che quelli fenici e greci conoscevano bene l’intero spazio mediterraneo e forse anche oltre. Gli storici come Erodoto e i geografi come Strabone e prima di loro Anassimandro ed Ecateo di Mileto, avevano conoscenza di grandi spazi. Gli stoici elaborarono il concetto di cosmopolitismo in uno spazio allargato e vasto detto ecumene. Alessandro si spinse fino all’India mentre le élite romane presidiavano buona parte dell’Europa e non solo, commerciando -via arabi e persiani- coi cinesi. Col Medioevo, inizialmente l’idea di spazio collassò di nuovo al circostante, poi riprese ad aprirsi prima all’ecumene cristiano che si espandeva all’Europa occidentale, poi alle coste musulmane del Mediterraneo. La fine del Medioevo è anche l’inizio delle grandi navigazioni con la “scoperta” del continente americano, il periplo dell’Africa e quindi l’accesso all’oceano Indiano ed all’Asia estrema per la via marina e per via terrestre prima con gli scopritori come Marco Polo, poi con lo sciame commerciale lungo le vie della seta. In seguito, colonie ed imperi hanno portato alcuni occidentali non solo ad avere percezione o conoscenza del vasto mondo, ma a viverlo. Nel moderno, se alcune élite cominciavano ad avere concezione spaziale del vasto mondo, altre rimanevano legate al nuovo spazio nazionale, mentre i più rimanevano legati al loro locale. Più o meno, questo primo assetto tripartito della concezione spaziale  della modernità, mondiale – nazionale – locale,  che corrisponde a tre precise fasce di popolazione, è quello che è rimasto sino ad oggi sebbene con qualificazioni diverse da quelle del XV-XVI° secolo.

Oggi abbiamo una élite pienamente cosmopolita ed anche ideologicamente mondialista. Questa élite però è in un certo senso figlia di quella del passato nel senso che nonostante Internet, i viaggi aerei, le vacanze esotiche e il funzionariato in qualche multinazionale o organizzazione internazionale, piuttosto che una salgariana e libresca conoscenza del mondo ad uso degli studiosi di varie discipline tra loro sempre rigidamente separate, considera il mondo ancora un territorio provvidenziale in cui andare sostanzialmente a far caccia e raccolta, sotto forma di “affari”. Pochissimi son coloro che hanno una più corretta percezione problematica di quanto il mondo sia diventato frazionato, denso e complesso, di quanto nuove siano per noi le dinamiche di feedback derivate dalla raggiunta finitezza dello spazio planetario,  dalla incombente finitezza di alcune risorse, dalle prime avvisaglie di una pronunciata sregolazione ambientale. Questa élite entusiasta del globale, ha quindi la più ampia percezione dello spazio ma con una risoluzione molto bassa e spesso, assai distorta. A partire dal non aver forse ancor ben compreso quali saranno i rapporti di massa, peso e forza tra l’Occidente precedentemente aristocrazia del mondo e questo Resto del Mondo che già lo sopravanza di quasi dieci volte demograficamente (erano solo tre volte, appena un secolo fa). Una distanza quantitativa molto più ampia che nel recente passato ed una distanza qualitativa in termini di performance di economia moderna che si è di molto ridotta, in alcuni casi annullata, in altri addirittura invertita.

A raggio più limitato abbiamo poi l’élite intermedia che verte sullo spazio nazionale/continentale ed essendo più politica dell’altra che è economica, rimane la più importante. Diversa è questa condizione intermedia per l’occidentale americano che è ambientato in uno stato molto grande e massivo che ha stabili rapporti di dominanza con il suo continente e nessun vicino competitivo e l’occidentale europeo. Questo è legato ad uno spazio storico di relativa omogeneità (la nazione è un concetto tipicamente europeo e che gli europei hanno imposto al tempo degli imperi e delle colonie al resto del mondo, con esiti assai problematici come in Africa, Asia e Medio Oriente), che già da tempo deve fare i conti con tre fatti.

Il primo è il tentativo di trovare una forma stabile di convivenza pacifica tra le nazioni europee storicamente dedite all’offesa/difesa reciproca. Questo primo fatto ha spinto gli europei a trovare un loro regolamento di relazione reciproca nel fatto economico -mercato comune- che ha poi portato al regolatore monetario -l’euro-. Tale soluzione apparve la migliore in tempi in cui l’Occidente sembrava aver davanti a sé un lungo periodo di egemonia mondiale e sostenute prospettive di crescita e buona salute economica, prospettiva che oggi non si dà più. Erano state provate altre vie inizialmente, come il progetto di difesa comune ma l’egoismo nazionale francese aveva fatto naufragare il tentativo come poi gli stessi francesi ed olandesi fecero nei referendum sulla ipotesi costituzionale comune. In pratica, nessuno mai si è sognato una vera evoluzione di fusione sovra-statale nel modello federale di cui si è più scritto che creduto, ognuno rimaneva nel suo spazio storico ma al contempo, faceva sistema economico comune con tutti gli altri. Se lo scambio economico tesse la trama interna al sistema nazional-europeista, il fattore geopolitico pone questioni diverse, ad esempio,  al fronte meridionale e orientale d’Europa. Il primo deve fare i conti di vicinato con gli afro-vicino asiatici,  il secondo con i russi un po’ euro-slavi ed un po’ asiatici. Il modello unionista era e rimane confederale con uno spazio politico nazionale per quanto attiene l’interno ed europeo per quanto attiene alle politiche confederali che sono solo politiche economiche, una moneta senza stato basata su un trattato (quindi a gestione rigida) ed una economia decisamente intrecciata. Tutti rimangono poi subalterni sul piano militare al capobranco occidentale americano nella NATO, la costruzione europea che ha esclusivo senso economico, è del tutto estranea ai problemi geopolitici. Ogni volta che si pongono questioni di politica estera, riemerge la natura nazionale di questo sistema indeciso a tutto che si spacca com’è ovvio che sia visto che non “un” soggetto, né sembra abbia seria intenzione ed anche possibilità di diventarlo.

Il secondo fatto discende da questa imperfetta costruzione in cui invero, le nazioni europee sembrano aver voluto superare von Clausewitz che leggeva la guerra come una continuazione in altre forme della politica, facendo dell’economia una sorta di guerra regolata che, dopo secoli, gli europei non possono o non vogliono più combattere in quanto tale. Questa postura tutta economicista e perdurantemente competitiva al suo interno porta le nazioni europee  ad orizzontarsi nel limitato raggio del sub-continente, laddove oggi il raggio  per tutti, su molte questioni, dovrebbe essere tendenzialmente il mondo. Così le nazioni europee, alcune nazioni europee con pedigree ex imperiale ed ex coloniale, nel Medio Oriente sono andate passivamente appresso al capobranco americano e in Africa hanno continuato a rubare e sfruttare salvo aprire interi corsi di studi che avrebbero dovuto analizzare la nuova condizione post-coloniale quando più che “post”, si era in una condizione “neo” coloniale. Com’è noto, se l’impero almeno obbliga il dominante a farsi carico dei problemi che tramano lo spazio che si domina, se la colonia obbliga almeno ad una presenza responsabile e partecipata dei problemi locali anche in ragione degli interessi locali dei propri coloni, l’atteggiamento neo-coloniale è puramente di caccia e raccolta, si va, si prende, ruba e sfrutta, si lascia la mancetta al corrotto guardiano locale e tanti saluti. Quindi, non solo non esiste una politica estera europea, non solo l’Europa rimane un sistema ibrido più a competizione interna regolata che cooperativo, ma le singole nazioni alimentano la propria forza continuando ad attingere con stile di rapina da un esterno che però non è più quello di un secolo fa.

Il terzo fatto, è più recente ed è relativo alla confusione che si sta ingenerando tra globale ed internazionale.  Dal momento che gli Stati Uniti sembrano voler dare il “rompete le fila” ovvero l’ognun per sé che tende a disintegrare il precedente sistema occidentale detto “atlantico”, i nani europei rimangono un po’ disorientati dal doversi prendere carico ognuno delle proprie responsabilità di relazione a cotanta complessità. Interessi, cultura e mentalità che son rimaste radicatamente nazionali per ogni stato europeo, mentalità che ha mosso ognuno a cercar di coltivare il proprio unilaterale interesse, pone i singoli stati di nuovo in competizione tra loro nel mentre scoprono le difficoltà della nuova competizione a spazio mondiale. Così gli euro-orientali sono tutti presi dai problemi di relazione duplice con i cugini occidentali tedeschi e con i russi, i tedeschi seguono la metrica mercantilista tanto in Europa che nel mondo curando il proprio “grande spazio” germano-scandinavo, i francesi curano le loro colonie africane, i britannici salutano la compagine per volgersi al loro ex Commonwealth, al Pacifico ed ovunque si possa piazzare il loro vantaggio comparato ormai ridotto alla banco-finanza e servizi annessi, gli scandinavi si preoccupano dei russi anche in visione del prossimo e già ampiamente annunciato conflitto dell’Artico, i mediterranei vanno in ordine sparso a fronteggiare i flussi migratori africani cercando si scaricare l’un sull’altro le incombenze. Qualcuno va a promuovere il proprio interesse nazionale a Mosca o a Pechino ma quasi di nascosto perché ufficialmente l’istituzione comune è ufficialmente allineata alla politica estera americana che vieta queste relazioni. Presi nella schizofrenica morsa bipolare della “sovranità liberista” (in cui l’un termine è politico e l’altro economico, da cui la natura contraddittoria della convivenza tra i due concetti), le nazioni europee navigano a vista osservando preoccupati la perdita del “benevolo” governatore americano, il ritorno dei loro mai sedati egoismi nazionali e la rottura della mai davvero creduta e praticata solidarietà europea, nonché la problematica torma di nuovi attori in esuberante crescita nel circostante mondo “grande e terribile”. In più, gli euro-occidentali invecchiano e presi singolarmente come stati, nessuno sembra aver sufficiente massa e quindi potenza per competere con l’ex amico americano, per non parlare dei giganti asiatici o con la pletora dei vivaci Paesi in via di emersione se non già sviluppati. Problemi sistemici come il collegamento est-ovest o sud-nord, rimangono fuori portata dello spazio trascendentale delle mentalità europee. Le élite nazionali dei vari paesi europei quindi, non solo vengono prese nella tenaglia tra un globale che il precedente sponsor americano sta ripudiando e il risorgente interno sovranismo nazionale, ma vedono anche la nuova problematica forma delle relazioni bilaterali alle quali non sanno come accedere partendo dalla base della loro eterogenea e litigiosa unione incompiuta (e non componibile) e la consistenza ormai poco più che relativa del loro singolo stato-nazione.

Se dunque i primi sono ancora convinti con entusiasta leggerezza che “tutto il Mondo è paese” ed i secondi si stanno rendendo conto che al di là dell’ubriacatura ideologica, ogni Paese è rimasto un mondo a sé, la maggioranza degli occidentali europei, i locali, è drammaticamente lontana da tutto ciò e rimane legata al proprio stretto specifico. Un locale sempre più strattonato dal continentale, dal geopolitico, dal geoeconomico e dal globale che non mostra più la faccia sorridente e ricca di doni della globalizzazione ingenua ma il volto rabbuiato ed a volte minaccioso della competizione planetaria, delle migrazioni indotte e naturali al contempo, delle ripercussioni del disordine ambientale ed ecologico, dell’erosione del lavoro e del potere d’acquisto, del problematico islam, della rottura dei quadri multilaterali, della pirateria banco-finanziaria, della imperscrutabile dinamica dei grandi player del gioco di tutti i giochi e della sostanziale impotenza della convenzione politica democratica. I locali hanno paura anche perché persi i vantaggi della posizione occidentale otto-novecentesca, in via di abbandono dalla tutorship americana, abbandonati a loro stessi dalle élite globaliste e da quelle nazionali ambiguamente poste un po’ di qui (per i necessari voti elettorali) ed un po’ di là (gli interessi del mercato europeo), si sentono soli là dove “la diritta via era smarrita”, il bosco si fa fitto e sta pure calando la notte.

Questi tre gruppi di occidentali hanno tre diverse visioni dello spazio, che accettano o rifiutano vicendevolmente e che abitano con divergenti visioni del mondo non sempre attinenti alle reali e concrete condizioni di possibilità. Il prematuro annuncio della fine delle ideologie, ha oscurato il fatto che ovviamente le ideologie come sistemi organizzati di pensiero (magari dette “visioni del mondo”) non possono morire perché sono consustanziali al funzionamento della mente umana. Ed hanno oscurato quanto siano forti quelle oggi presenti e quanto muovano da presupposti realistici o del tutto idealistici. Il conflitto quindi tra parti sociali (si sarebbero chiamate “classi” nel passato ancora recente), si riflette nel conflitto tra le loro ideologie e visioni del mondo di riferimento, ma è tutto da vedere quanto queste attengano alle reali condizioni del mondo o quanto si strutturino nel tentativo di prevalere le une sulle altre, conformandosi in opposizione negativa o critica a quelle avversarie. I richiami all’ineluttabilità della globalizzazione, l’idea degli utopici Stati Uniti d’Europa, il neo-sovranismo, il neo-nazionalismo, il vago cosmopolitismo, sembrano più conformarsi le une idee rispetto alle altre che rispetto a soggetti non precisati (individui? classi? nazioni? popoli? civiltà?) che debbono adattarsi ad un preciso spazio (regionale? nazionale? continentale? mondiale?), discendono tutti da presupposti che vengono discussi per i loro effetti non per la legittimità della loro fondazione.  In più non si capisce mai con chiarezza se stiamo parlando dell’economico, del politico o del culturale, se l’una dimensione che fa bene all’economico fa bene anche al politico o viceversa. Per l’occidentale, il concetto di spazio è fratturato, di una pluralità troppo eterogenea, legato a visioni del mondo costruite sull’interesse personale o di classe e non su quello di tipo sistemico sociale e comune, nonché difese le une contro le altre, più che basate su una realistica analisi della condizioni di possibilità e necessità adattiva.

L’elenco diagnostico quindi segna quattro punti: 1) stiamo perdendo lucidità sul concetto di sistema politico. Proveniamo dalla sequenza  poleis, comuni, città-stato, principati, regni, poi stati e poi stati-nazioni con qualche impero qui e là. Forse, come europei, dovremmo pensare a più grandi stati con più nazioni prima di saltare da 27 a 1, ma una nube confusiva fatta di vago cosmopolitismo, mondialismo, internazionalismo, europeismo fortemente idealistico ed assai poco pragmatico e realistico, idee che discendono da precise immagini di mondo (liberalismo mercatistico, internazionalismo comunista, universalismo cristiano che a volte convergono in un europeismo formale), sostituisce il cosa ci converrebbe e ci è possibile fare con il cosa è idealmente prescritto dalle stesse immagini di mondo; 2) tutti i passaggi storici precedentemente elencati si sono affermati in modo impersonale. A ritroso ci sembrano una sequenza ordinata, progressiva e logica ma nessuno invero ha deciso ex ante queste forme. Non abbiamo quindi tradizione di costruzione storica intenzionale, a partire dal fatto che pensiamo queste forme ignorando la relazione tra la demografia e lo stile di vita del sistema originario e le condizioni date da ambiente e vicini. Ora siamo a stato-nazione ma lo stato-nazione europeo ha senso adattivo oggi e domani visto che nasce cinque secoli fa in tutt’altro contesto? Non sapendo bene come la storia si è fatta, certo non sappiamo bene neanche come eventualmente farla ed inoltre siamo respinti da varie ideologia passivizzanti dall’idea di fare noi la storia; 3) il tutto prende la forma di una divaricazione irrisolvibile tra gli interessi economici delle singole parti che anelano al globale, gli interessi economici e politici sistemici che dovrebbero convergere nel sistema europeo post-nazionale che sembra impantanato in un irrisolvibile transizione tra la pletora degli stati nazionali e l’ipotesi federale che viene in aiuto logico ma che di per sé non ha sufficiente teorizzazione con destino pratico e l’interesse politico di tipo -debolmente- democratico che rimane ancorato alla dimensione nazionale stante che in linea teorica la democrazia presupporrebbe spazi ancora più ristretti; 4) dopo il doppio cataclisma novecentesco l’Europa sta per esser abbandonata dal tutor americano, ma se ciò richiederebbe di aver  maggiori responsabilità sul proprio destino, queste responsabilità -gli europei- non sono pronti a prendersele.

Il tutto può esser riassunto nella diagnosi stretta che sarebbe necessario ridiscutere che tipo di spazio ci servirebbe per adattarci al mondo che viene e che tipo di contratto sociale lo debba ordinare, una domanda che, per varie ragioni, tutti sembrano voler eludere.

Ma se la concezione dello spazio presenta problemi, cosa ne è dell’altra coordinata, il tempo?

(1/2 Qui la seconda parte)

= 0 =

[1] I. Kant, Critica della Ragion Pura, Bompiani, Milano, 2004 (o varie altre edizioni)

[2] Specifichiamo l’”occidentale”  perché è di esso che ci vogliamo occupare. L’orientale è un’altra generalizzazione con cui di solito s’intende il cinese (ma non l’indiano o il mongolo delle steppe o l’isolano nipponico). Brevemente, il cinese è convinto di essere lo spazio centrale del tutto e sul tempo coltiva tanto la profondità passata che l’ipotesi su un futuro che sente di dover prevedere e pianificare.

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AGGIORNAMENTI.

Le CRONACHE della COMPLESSITA’, sono state aggiornate (ero in ritardo da fine giugno). Buona lettura, a breve anche un articolo in due parti sul concetto di SPAZIO e TEMPO nella mentalità occidentale.

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THERE IS NO ALTERNATIVE?

L’argomento che qui trattiamo è la tesi sostenuta dall’economista e storico americano Robert J. Gordon, nel suo celebre “The Rise and Fall of American Growth” (Princeton University Press, 2016), beneficiato di non so quanti premi editoriali, critiche molto rispettose e giudizi altrettanto ossequianti da parte di K. S. Rogoff e di L. Summers, nonché da premi Nobel quali R. Solow, G.Akerlof e P. Krugman di cui alleghiamo qui una recensione tradotta in italiano. Ammettiamo di non aver letto le 784 pagine dell’originale che pare siano assolutamente godibili per le parti descrittive delle reali condizioni di vita prese con narrativa concreta e circostanziata, tanto quanto per le molte tabelle, indici, statistiche molte delle quali confezionate proprio dall’Autore a supporto della sua inedita tesi. Ci siamo riferiti ad un companion book che ne riassume le tesi (una sorta di Bignami, se ci è consentita l’analogia) ed ai molti articoli su di lui scritti, nonché alle sue conferenze, le TED (qui) ma anche la più estesa conferenza alla LSE di un’ora e mezza (qui). Alle tesi del professore della Northwestern, per quanto inedite e fuori del coro, a chi scrive, non risulta siano state opposte obiezioni forti. Certo poiché la tesi portano ad un certo pessimismo per il futuro ed essendo il futuro impredicibile in via di principio, si può apprezzare la sua ricostruzione storica e poi mantenere out look più ottimisti, ma più che certezze predittive, l’opera di Gordon è secondo noi apprezzabile in senso storico ed in quanto materializzatrice di quel fenomeno che chiamiamo economia, soprattutto per il mondo occidentale e soprattutto ora che la crescita orientale sembra mostrare fenomeni di “grande convergenza” con quella occidentale come abbiamo segnalato già qui. “Materializzatrice” sta per render concreto quel motore di bisogni che l’innovazione che traina lo sviluppo economico va a soddisfare, troppo spesso il fatto economico ci viene presentato come se non avesse riferimenti concreti, il che lo rende a-geografico, quanto a-storico, eterno presente di curve che s’alzano e scendono chissà poi perché. Ricordarci la vera storia di “chi ha fatto cosa, quando, come e perché”  ha il merito di portarci a fare il punto sul perché continuiamo ad avere dogmatica e cieca fede che il futuro sarà una qualche versione del passato. Nonché a scuotere pesantemente questa stessa fede all’ombra della quale poi s’apparecchiano i banchetti combattenti dei keynesiani vs hayekiani. A noi a cui piacciono di più i Braudel ed i Polanyi, gli Arrighi e financo i Bairoch, a noi che abbiamo più sintonia con gli economisti storici che con gli economisti a-storici, le tesi di Gordon ci hanno molto stimolato. Vediamo quindi di che si tratta.

Il campo indagato da Gordon sono gli Stati Uniti d’America che però possiamo ritenere un frattale del più generale sistema economico occidentale. La tesi centrale dello studioso è che l’andamento storico dell’economia è stato storicamente da stagnante a moderatamente ed occasionalmente in crescita. Quello che è successo nel secolo della grande espansione ed intensificazione, tra 1870 e 1970, è eccezionale ma anche irripetibile. Conviene quindi registrare questa eccezionalità ed archiviarla, di conseguenza occorre vedere che tipo di economia ma soprattutto che tipo di società vogliamo costruire per l’immediato futuro non contando più sul traino potente di una forza che ha ormai compiuto il suo compito storico.

Il sistema economico moderno non può esser scorporato dal tipo di società che intorno ad esso si è andata formando. Questa società che si è andata formando per prima nell’Italia del XV secolo, nasceva di rimbalzo ad una catastrofe molto impattante: la Peste Nera di metà del Trecento. L’alto impatto dell’evento venne dato da quattro fattori. Com’è noto, morì in Europa circa un terzo della popolazione senza alcuna distinzione di sesso, età, condizione sociale. Tutto avvenne in un tempo molto concentrato, cinque anni per il suo corso più importante. Ciò avvenne più o meno sincronicamente in una vasta area d’Europa, la stessa che coincideva con l’ecumene cristiano, colpì cioè una intera forma di civilizzazione. Il drammatico evento per dimensioni ed intensità degli effetti prodotti, non aveva spiegazioni plausibili e quindi non aveva possibili rimedi. Quest’ultimo fatto fu decisivo. La forma di civilizzazione del tempo, constatò di aver fallito lo scopo di ogni società ovvero l’adattamento alle condizioni date. Il fallimento retroagì sulla credibilità delle istituzioni del tempo, sia per la parte narrativa sviluppata praticamente in forma unica all’interno della Chiesa (la cultura volgare, per quanto importante, svolgeva puro ruolo di accompagnamento ed intrattenimento), sia per la parte sociale e politica che intorno a quella narrazione ruotava. Inizia lì, la fine del Medioevo.

Gli studi storici su questa transizione, ci raccontano di una veloce emersione delle prima cittadine che nate borghi già ai primi del Mille, vanno a riempirsi sempre più calamitando il disperso contado circostante. Le città, chiedono logistica, materiali, infrastrutture, chiamano quindi artigianato e lavoro sia progettuale che realizzativo, assorbendo materiali dalla media-lunga distanza. Pur se la popolazione complessivamente era stata decurtata, la bassa densità abitativa dei territori registrava uno sbilancio tra domanda (di cibo soprattutto, la popolazione produttiva delle campagne e del ciclo di produzione, lavorazione e distribuzione presentava grossi buchi) ed offerta. Molta innovazione di questa poco notata prima “rivoluzione industriosa”, rispondeva in primis al bisogno di garantire un sostanzialmente simile output produttivo al diminuire delle braccia umane disponibili e prese la forma di macchine. C’è chi ha notato che -ad esempio-  anche la rivoluzionaria macchina da stampa, nasceva per risolvere il problema della scomparsa sincronica di gran parte degli amanuensi. Una volta che pietre, legno, cuoio e metalli affluirono in città, la creatività produttiva certo crebbe anche per risolvere problemi nati ex novo dal semplice fatto che si erano cominciati a risolvere i primi problemi di base.  Questa prima rivoluzione industriosa innova, crea, produce in modo nuovo per quanto limitatamente ad uno stretto range di prodotti, ma porta anche le città ad interconnettersi in una prima rete di mercati e mercanti, trasporti, cambi e cambiali. Una rete territoriale tra centro-nord Italia, Francia orientale e Germania occidentale, su fino alla Province Unite con a lato la Lega Anseatica, ma anche una rete marittima di porti e navi tra Italia e sponda orientale del Mediterraneo. Quanto alla sua forma puramente economica, e per il lato banco-finanziario e per il lato produzione e scambio, questa economia può già ben dirsi moderna e capitalistica, ma non se ne comprende la ragione del “prima non c’era dopo c’è” se non la si riconduce al potente trauma del Trecento. Fu una risposta adattativa a seguito di un macroscopico fallimento della forma precedente, la sua energia storica non era magicamente nata al suo interno, era stata mobilitata da uno shock esterno.

Non se ne vuole fare per l’ennesima volta una improbabile legge newtoniana del cambiamento storico in quanto la storia non ha leggi, ha semmai regole, regole che a volte si applicano a volte no, a volte con una certa intensità esplicativa altre volte minore, ma molto spesso sono questi avvenimenti macro a spingere i veicoli adattivi che chiamiamo “società” a muoversi e cambiare. Fattori ambientali (cambiamenti di clima o catastrofi naturali), fattori demografici di area ovvero densità abitative e frizioni confinarie degli areali, incursioni disordinanti o potenti migrazioni, differenze ampie tra il grado di potenza di una parte geografica rispetto all’altra (ad esempio il divario che portò l’Europa occidentale portoghese, olandese, spagnola, poi francese ed inglese a conquistare e poi dominare prima il mondo americano, poi quello afro-asiatico), crolli di un sistema nato in altre condizioni e crollato al rapido modificarsi dell’intorno, sono assai spesso gli scossoni che mettono in moto reazioni che poi scrivono la storia. Se chiamassimo questa “concezione adattiva della storia” rimarcheremmo il fatto che le società non sono monadi isolate e poiché ognuna di esse, per costituzione, tende a creare ordine ed omeostasi, non sarà certo dal suo interno che nasceranno gli imput al cambiamento. Il cambiamento è in genere richiamato dal muoversi di ciò in cui le società sono immerse e del resto questo Tutto, che fosse la porzione geografica con l’Impero romano ed il suo oltre il confine, che fosse l’Europa del Tre-Quattrocento e la sua dialettica col mondo musulmano medio-orientale, turco o nord-africano o che fosse l’Occidente del 1870 che si espandeva all’intero pianeta o il giovane nuovo mondo multipolare denso e complesso nella cui fase storica siamo appena entrati, si muove di suo, è eracliteo di default. Alle società non rimane che adattarsi a questo movimento a volte rapido ed improvviso, a volte lento e continuo.

Quando lo sviluppo di questo nuovo mondo moderno ormai maturo per prendere ufficialmente il posto dell’ordine medioevale, nella sua direttrice europea sud-nord giunse infine in Inghilterra, e dopo che altri movimenti avevano portato alla costituzione di nuovi attori socio-politici massivi quali i primi Stati poi Stati-nazione, produsse un secondo sistema fondamentale per il suo successivo sviluppo: lo Stato parlamentare. Come altrettanto spesso accade in storia, fu la periferia più arretrata quindi meno strutturata, a lanciare l’innovazione fondamentale: un parlamento che legifera per un interesse trainante ritenuto generale. Non si comprenderà mai la storia di quello che chiamiamo capitalismo se non si fa perno sulla Gloriosa rivoluzione inglese del 1688-89. Solo da lì, leggi, tasse, investimenti pubblici e quindi a seguire privati (sequenza di cui è impossibile trovare nella storia il flusso invertito, dal privato al pubblico che lo “segue”), istituzioni culturali (università, Royal Society), élite finanziarie-produttive-militari-culturali unite dal compito legislativo e politico, vanno a sistema convergendo le intenzioni e le decisioni usando la nuova potenza legislativa unificata del fiscale, dell’economico, del giuridico e del militare. Lì, il banco-finanziario fa un salto strutturale (tra cui la banca centrale) e così l’economia di produzione e scambio, sopratutto la produzione per altro sempre più potenziata dalle nuove materie prime coloniali e dallo stesso scambio che per avvenire doveva contare su veicoli di trasporto sempre più avanzati ed una logistica sempre più sofisticata. Se quindi capitalismo come pura forma economica tra le altre ha storia pregressa di lunga durata, capitalismo come nome di società avviluppata e determinata da una unica forma dominante di economia ha natali inglesi tardo XVII secolo.

Tutto ciò giunge infine al terzo salto. Dopo la rivoluzione industriosa e la Gloriosa rivoluzione che creò il doppio sistema binario economia e politica al servizio del suo sviluppo, tanto quanto l’economia diveniva supporto di crescita della potenza dello Stato, la rivoluzione industriale esplode l’applicazione di una serie di innovazioni nella produzione mentre l’impero fornisce materie prime e mercati di sbocco. La spirale di potenza del sistema anglosassone, nato in Inghilterra, poi Gran Bretagna, poi Regno Unito, ora va considerata binaria con gIi Stati Uniti d’America e da qui in poi, cediamo il passo al trattato di Gordon.

Questa terzo salto, trae la sua propria energia creativa da una serie di innovazioni succedutesi in sequenza: elettricità, motore a scoppio, rivoluzione casalinga con elettricità, calore, fognature ed acqua corrente potabile. Gli invasati della tecno-scienza si ricordino che scaffali di ricerche hanno dimostrato che in relazione al vertiginoso aumento dell’aspettativa di vita, la penicillina ha contribuito per non più del 3,5%, i bambini e molte madri hanno smesso di morire dopo il parto da quando levatrici e chirurghi hanno preso a lavarsi le mani col sapone. E’ bastata la crisi dell’acqua contaminata per riduzione dei budget di controllo a Flynt, Michigan, per far sprofondare l’intera zona al 1850, lì dove torneremo quando avverrà la predetta con certezza del se ma non del quando, prossima massiccia tempesta solare che paralizzerà ogni cosa della nostra iper-moderna vita che dipende dall’elettricità e dall’elettromagnetismo, per mesi se non per anni. Gordon sembra non soffermarsi troppo sulla chimica primo-novecentesca, ma va senz’altro posta accanto alle altre motrici. Ne consegue un incredibile salto di civiltà con un primo effetto demografico (diminuzione della mortalità infantile + aumento dell’aspettativa di vita), un secondo effetto economico (tra cui meccanizzazione del lavoro) ed un terzo effetto non censito dal Pil che attiene ai modi ed alla qualità di vita percepita (tra cui la progressiva liberazione delle donne dal lavoro domestico e loro integrazione nel processo produttivo). Tutto ciò che ha avuto al suo interno un primo step a cavallo tra XIX e XX secolo, un secondo step potenziato dalla relazione adattiva alla Grande Depressione ed alla Seconda guerra mondiale, ed un terzo step con l’innovazione elettronica post bellica che termina sostanzialmente la sua spinta al 1970.

Questa data, il 1970, è interessante perché seguendo un’altra storia, la storia a ritroso di ciò che ha portato alla “finanziarizzazione” ovvero al dominio di quella parte dell’economia che storicamente era ancella della principale di produzione e scambio, arriviamo a base in quel 15 agosto del 1971 quando Nixon decide di rovesciare l’ordine di Bretton Woods e la natura stessa del denaro, nello specifico, del dollaro. Se qualcuno vuole cimentarsi nel mettere in relazione il Nixon shock con la fine della crescita è benvenuto, chi scrive lo sostiene da anni, e con il concetto del “buying time” lo ha sostenuto anche W. Streeck di cui parlammo qui. Gordon aggiunge infine  la tesi che lo fa essere oggi del tutto eterodosso al mainstream, il valore e l’impatto delle recenti innovazioni nella information & communication technology  non è assolutamente parametrabile a quello formato dalle innovazioni precedenti, né per il Pil, né per potenza del tessuto produttivo quindi occupazione e potere d’acquisto, né per la qualità della vita percepita. Il ciclo va a chiudersi, il brillante futuro è alle spalle, il corso economico americano (ma anche occidentale) va sul tendenzialmente stagnante. Quest’ultima più che una profezia, è la spiegazione concreta della precedente profezia in cui si erano allineati due economisti di solito non d’accordo tra loro ovvero Larry Summers e Paul Krugman. Ci piace sottolineare come l’approccio di Gordon restituisca un po’ di razionalità e concretezza ad una disciplina l’”economics” che ultimamente interpreta numeri e tabelle con lo stesso spirito magico con il quale gli arùspici etruschi leggevano le interiora di pollo.

Sul valore dell’innovazione recente, Gordon ironizza sulle macchine senza conducente, lascia la porta aperta ai possibili per quanto impredicibili e non quantificabili sviluppi delle nanotecnologie e biotecnologie ma sottolinea che ci vogliono decenni per sviluppare l’ampio albero di novità che portò da Edison al frigorifero o da Benz alla motorizzazione di massa e poiché nessuna altra significativa tecnologia trasformativa sembra esser stata inventata negli ultimi tempi, pur non potendo escluderne una futura, non saranno certo i prossimi immediati decenni a beneficiarne. Noi aggiungiamo due note su questa ultima fin troppo celebrata “rivoluzione” dell’info-comunicativo. La prima è che tale innovazione non è generativa ma sostitutiva. La sequenza grammofono-giradischi-hi fi-walkman-computer-Ipod-telefonino, per quanto attiene alla riproducibilità della musica, è una sequenza di device e di modi di fruizione. Generativa però significa che prima una data cosa non c’è (la possibilità di riprodurre musica in assenza di musicisti), poi c’è. La distruzione creatrice  che distrugge la centralità del cavallo e crea tutto l’albero produttivo successivo basato sul motore a scoppio, non è uguale a quella che sopprime il giradischi fisso per diventare scatolino portatile con cuffiette,  prima a nastro magnetico poi ad hard disk su cui confluiscono in portatile il computer, il telefonino e la telecamera o fotocamera. La seconda considerazione è che molto impatto di questa innovazione info-comunicativa, distrugge più di quanto crei. Il saldo occupazionale ed anche quello di Pil diretto ed indiretto, nonché introito fiscale tra chiusura di negozi e distributori off line per confluire tutti su Amazon è negativo. Se Ford aveva intuito che per vendere modelli T i suoi operai dovevano guadagnare in modo da poterseli comprare, i guru della Silicon Valley oggi sono i più sfegatati sponsor dei redditi integrativi e di cittadinanza perché hanno capito che il loro agire economico ha tagliato i redditi, quindi ridotto i consumatori. Per altro, evadendo o eludendo la tassazione, chiedono allo Stato di finanziare il consumo ricorrendo alla fiscalità generale a cui loro si vedono bene dal contribuire. Del resto c’è una empirica via indiretta per sospettare del significato di questa recente ossessione da “innovazione permanente”, quando si parla troppo di una cosa è perché manca, come col sesso, le parole tentano a fatica di riempire il buco della mancanza della cosa. La vera “Singolarità” è questa regressione della disciplina economica che nacque col paradigma del numero-peso-misura della razionalità più stretta e cogente per oggi tornare ad una qualche forma di pensiero magico.

Quest’ultimo punto ci potrebbe portare anche ad una nota di epistemologia economica, approccio critico sotto-coltivato quando invece l’economics sembra aver urgente bisogno di una filosofia che ne controlli metodi ed assunti. Poiché noi allineati alla definizione data da Samir Amin che le leggi del capitalismo sono solo la sua storia concreta (come ama ripetere il mio amico Piero Pagliani), questa storia ha nel range di significativa intensità, poco più di cento anni (con dentro un ciclo anomalo di trenta anni con due guerre mondiali ed in mezzo una depressione). Un po’ troppo pochi per fidarsi delle sue ricorrenze interne come segnali di possibili regole. Qualche sempliciotto che ha letto Schumpeter, quando si discute di queste cose, tira fuori con l’aria di chi la sa lunga la famosa “distruzione creatrice”, concetto che per altro Schumpeter trasse da Marx, ma ogni svolta innovativa cosa distrugge e cosa crea? Si può ritenere questa una “regola” della cosa complessa che chiamiamo economia o vale quanto “il sole risorge dopo ogni tramonto”? E se poi tra noi ed il sole arrivano le nuvole gonfie di pioggia, la legge che valore predittivo ha?

Gordon sottolinea anche il ruolo dello Stato e della mentalità ovvero delle ideologie dominanti per sottolineare differenze tra percorsi storici ed adattamenti. L’incredibile impulso che diede la Seconda guerra mondiale funzionò per quello che oggi chiamiamo “vincolo esterno”. Oggi ad esempio di potrebbe creare a bella posta drammatizzando le già drammatiche notizie sulla degenerazione ambientale, un pressione collettiva ad inventare soluzioni ai tanti problemi del capitolo. Peccato che l’intenzione dovrebbe venire dai politici ed in un Paese di 330 milioni di persone distribuite in un immenso territorio, quei politici ricevano i fondi  che sostengono le loro dispendiose campagne elettorali dalle società petrolifere. Leggendo Piketty, rimasi colpito dall’aliquota marginale USA negli anni ’50 che sfiorava –mi sembra-, addirittura il 90%, altresì le imprese arrivavano anche al 60% di tasse su gli utili d’impresa. Eppure non è che gli “imprenditori” del tempo mostrassero un calo di motivazioni, così come non è che morivamo di stenti quando c’era il controllo alla libera circolazione dei capitali, anzi, le banche erano sinonimo di solidità (“l’hai messa in banca” a dire “al sicuro”), le tasse meno evase, i titoli pubblici comprati dai cittadini del Paese che li emettevano come fanno i giapponesi che se ne sbattono dello spread pur avendo il debito/Pil al 240%. Una ideologia come quella oggi dominante che spera di rinfocolare la crescita con meno tasse e meno Stato è come consigliare ad un agricoltore di seguire la piantina appena nata con abbondanti innaffiate di idrocarburi per dare “energia alla crescita”.

Il brillante futuro alle spalle è la predizione che si basa su questo excursus, abbiamo vissuto la prima irripetibile fase di una curva che tenderà ad appiattirsi. Ma in USA, come in parte anche da noi, ci sono poi alcuni freni contingenti aggiuntivi all’ipotetica crescita, ultima versione della religione del cargo. Si tratta dell’ormai insopportabile diseguaglianza che continua ad allargarsi anche se ormai denunciata e problematizzata dagli stessi soloni economici che si strappano le vesti sul NYT ed al WEF di Davos. Problemone evidentemente troppo complesso per giungere a soluzione (pensa te come stanno messi!). Si aggiunge la demografia qui da noi addirittura in contrazione (qualche economista ha ricordato al vasto pubblico che crescita in riduzione demografica è come botte piena moglie ubriaca?), ma in occidente comunque produttrice di legioni di anziani che -in genere- non sono gli eroi degli aumenti di produttività. Spinta educativa verso il basso quando è solo verso l’alto che si può sperare di formare competenti il cui gran numero possa poi darci qualche brevetto da sfruttare. La tecnicizzazione della formazione riproduce l’esistente proprio nel momento in cui andrebbe finanziata invece uno scarto, la fantomatica “rivoluzione scientifica”, mai come oggi il sapere sta diventando dogmatico e conservatore, basti pensare che nella facoltà di economia tutto ciò che non è pensiero unico dominante è detto “eterodosso” manco fossimo a Teologia della Parigi del 1200! Gordon non credo lo citi nel suo libro ma la costante perdita di dominio geopolitico da parte occidentale e la relativa libera ascesa asiatica oggi, africana -si spera- domani (ovvero contesti che replicheranno la prima fase della curva perché partono quasi da zero), certo non aiuta una economia occidentale che perde il controllo delle materie prime e delle energie, de-localizza, perde punti nel nuovo mercato globale, perde sicurezza nell’export, diventa fin troppo ricettiva nell’import e tutto ciò che ci hanno spinto a fare negli ultimi trenta anni i sacerdoti del Washington consensus.

Insomma, secondo Gordon, per usare un meme di recente successo “la pacchia è finita!” ed i politici o gli intellettuali che pensano di curare tutte le sempre maggiori fratture del sistema sociale occidentale ordinato dall’economia della crescita invocando “Crescita! Luce in fondo al tunnel! Austerità espansiva!” sono come i preti che consolavano i morenti di peste ricordandogli che era la punizione di Dio per i peccati che pur non avevano commesso. Un mondo sta morendo, ma del nuovo non abbiamo ancora vista. Non è un caso che tanto i repubblicani quanto i democratici non amino Gordon, sono entrambi parti dello stesso sistema e la diagnosi fredda e solidamente argomentata del professore della Northwestern, è di quelle che pongono la crisi in modalità esistenziale, cioè dei fondamenti.

Che fare quindi, se assumessimo come vera questa diagnosi? Si tratta semplicemente di rivoluzionare il nostro modo di stare al mondo e formulare un nuovo contratto sociale. Lavorare meno ridistribuendo il lavoro che rimane, investire tempo nella formazione generale permanente, anche alla cittadinanza quindi al ritorno delle politica come prima attività sociale, rivedere il ruolo dello Stato in economia, rivedere il ruolo dell’economia nella società, ridistribuire pesantemente, prendere i soldi a chi ce li ha e trasformarli in welfare sapendo anche avremo legioni di vecchietti a cui far fronte (questo lo scrivo pro domo mia e della categoria a cui mi appresto ad iscrivermi, volente o nolente). “Vasto programma” direbbe qualcuno, ma forse non è più tempo di ironie e disincanti post-moderni. Se ci sono alternative tiriamole fuori, altrimenti questa volta il “There is no alternative!” lo dovremmo dire noi a coloro che ce lo hanno detto fino ad oggi.

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POCO PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI.

Recensione del libro di K. Mahbubani “Has the West Lost it? A provocation.” Penguin, London, 2018.

Kishore Mahbubani, nato a Singapore ma di origine indiana, laureato in filosofia,  è stato funzionario del Ministero degli Esteri, poi diplomatico rappresentante il suo paese all’ONU per 10 anni e per due addirittura presidente del Consiglio di Sicurezza. Professore di politica a Singapore ma anche membro del Centro per gli affari internazionali di Harvard e del Consiglio di Amministrazione della Bocconi. Accanto a questa rilevante carriera, ha sviluppato un pari percorso di pensatore di rilievo geopolitico e culturale, ospitato nel tempo da Foreign Affairs e Foreign Policy, American Interest e Time, Newsweek e Financial Times, ripetutamente premiato come uno degli intellettuali più influenti del mondo e conosciuto nel dibattito pubblico per un libro -The Great Convergence- che si potrebbe dire il seguito del ben famoso -La Grande Divergenza- di Kenneth Pomeranz[1].

Ci siamo soffermati su i suoi  aspetti biografici, primo per familiarizzare con quello che è uno dei più rilevanti pensatori asiatici (politico, geopolitico, naturalmente ben formato su gli aspetti economico-finanziari ma di origine “culturale” data la sua laurea in filosofia ma anche successivi approfondimenti in psicologia che gli danno una certa lucidità nel trattare le “mentalità”), secondo perché pur appartenendo alla élite mondiali lo fa ribadendo il suo specifico d’origine e le caratteristiche ed interessi specifici del quadrante asiatico (che vede imperniato sulla triplice Cina, India, Indonesia con ovviamente Singapore come perno), terzo perché risulterà interessante mettere cotanta sostanza da peso massimo del primo girone intellettuale del mondialismo (non nella versione One World global-liberal-anglosassone ma in quella più oggettiva della stretta interdipendenza e convivenza di tanti mondi su un unico pianeta) in rapporto alla tesi che andremo a riassumere. Se non si conoscesse la sua bio, leggendo il libricino di cui a questa recensione, Mahbubani potrebbe esser scambiato per uno scalmanato anti-imperialista ipercritico dell’hybris americana e del relativo servilismo europeo. E’ cioè interessante notare che il suo punto di vista non ha base in una ideologia ma nell’ interesse del suo paese e della sua area geo-storica di riferimento. Non è una coscienza infelice occidentale marxista o anti-colonialista che usa gli Altri per criticare il potere dominante del proprio sistema, è la voce autonoma ed indipendente che ci parla come Altro in prima persona. Altresì, Mahbubani risulta un po’ più spesso e problematico del suo conterraneo Parag Khanna di cui ci siamo più volte occupati, lì dove la formazione filosofica si fa sentire dando profondità all’altrimenti stucchevole global-entusiasmo del più giovane geopolitico delle reti della città –Stato che abbiamo in precedenza recensito qui.

Il titolo dell’agile “Has the West Lost it? A provocation.” ha l’aggiunta di “A provocation” che si spiega col fatto che il singaporiano, pur sempre membro delle élite mondiali, ha amici stimati e benvoluti in Occidente, ma almeno dove non specifica diversamente, “Occidente” s’intende United States of America. Poiché Joseph Nye jr gli ha dedicato questa recensione un po’ piccata, per molti versi, si potrebbe intendere il pamphlet come una risposta al precedente “Fine del secolo americano?” (il Mulino 2016) a cui l’americano già inventore del “soft power” (inventore di seconda mano, l’inventore primo fu Gramsci col concetto di egemonia), rispondeva con un “No” tanto stentoreo, quanto problematico da sostenere. La sua, quindi  è una perorazione senza reticenze, ma affettuosa.

La tesi è preso detta: con la fine dello scorso secolo e l’inizio del ventunesimo secolo, l’ era del dominio occidentale ha iniziato la sua inesorabile china calante. Non è affatto detto che la per altro certa previsione di una futura leadership nei volumi complessivi di ricchezza da parte di Cina ed India, corrisponderà a pari leadership geopolitica. L’Autore censura -giustamente- l’applicazione meccanica di vecchie impostazioni, un mondo a 10 miliardi sarà multipolare che ci piaccia o meno, trattasi di semplice principio di auto-organizzazione di aggregati molto complessi, non potrà esser altrimenti, anche volendolo. Se però, l’Occidente non accetta il verdetto storico che è frutto di semplici dinamiche che poi spiegheremo, se l’Occidente avendo martelli continuerà a pensare che ogni problema è un chiodo, il futuro del pianeta è a rischio per tutti. Questa letterina-preghiera da civiltà (orientale) a civiltà (occidentale), avvisa che la gloriosa storia della civiltà occidentale, faro pur nella sua contraddittorietà di emancipazione dalla fame, dal disagio, dalle malattie e dall’ignoranza, in assenza di adattamento al mondo nuovo, chiuderà la sua altrimenti gloriosa parabola scrivendo su i libri di storia un finale di triste e clamoroso, definitivo fallimento.

Le ultime righe dell’ultima pagina del volumetto, consigliano invece di riprender in mano il pensiero del genio politico occidentale, Niccolò Machiavelli[2].  Ed è proprio del fiorentino l’esergo che apre il libro, vale la pena riportarlo per intero anche perché ha puntuali risonanze con ciò che sta succedendo qui in Italia:

… non c’è niente di più difficile da padroneggiare,

più pericoloso da condurre, o più incerto nel suo successo,

che il prender la leadership all’introduzione di un nuovo ordine delle cose.[3]

Il “nuovo ordine delle cose” che noi da tempo chiamiamo -mondo nuovo denso e complesso- o anche “Era della Complessità”, è dato con solida evidenza da fatti incontrovertibili. Il punto d’attenzione è fissato proprio su oggi, su quella condizioni iniziali che in complessità portano alla “path dpendence”, alla dipendenza dal percorso.  La dipendenza dal percorso spiega “come l’insieme delle decisioni che si prendono per ogni data circostanza è limitato dalle decisioni prese nel passato o dagli eventi che si sono verificati, anche se le circostanze passate potrebbero non essere più presenti e rilevanti”. Ciò porta a ritenere decisive le prime decisioni che si prendono, le famose “condizioni iniziali”.

Un argomento classico dell’analisi geopolitica recente è riassunta nel format “West vs the Rest”, impostazione decisamente occidental-centrata (pensate un attimo di vivere in quello che altri chiamano “the Rest”), sulla quale il singaporiano si è già più volte espresso ma specificatamente nel “The Great Convergence: Asia, the West, and the Logic f One World” (PublicAffairs 2014). In accordo con le evidenze del famoso lavoro di Pomeranz, la percentuale di Pil occidentale subisce una repentina dilatazione schiacciando il resto del mondo, a partire dalla rivoluzione industriale del 1850-70 ma dal crollo del Muro di Berlino, inizia il movimento contrario. Se nel 1995, il Pil aggregato dei G7 era il doppio degli E7 (Cina, India, Indonesia, Brasile, Messico, Russia, Turchia), oggi è pari e tra trenta anni sarà la metà. Il Pil americano sul mondo era il 50% nel dopoguerra, è la metà oggi, è destinato a contrarsi vistosamente nei prossimi trenta anni e peggio andrà all’Europa. Nel 2050, saranno solo tre le economia occidentali top10 per Pil PPP: gli USA, la Germania e l’UK (forse) rispettivamente però solo al 3°, 9° e 10° posto, l’Italia è stimata 22a.

Il “sentimento del mondo” si sta divaricando nettamente. La psicologia occidentale assume toni impauriti da fine-medioevo, una “fine di mondo” che altro non è che la fine di “un” mondo, di un’epoca. Il resto del mondo non è mai stato meglio, invece. Complessivamente è crollato il numero di guerre, di morti, la povertà e l’estrema povertà. E’ aumentata vistosamente la scolarità, la vita media e l’aspettativa di vita, ed altrettanto vistosamente diminuiti il lavoro infantile, le morti premature, emerge prepotente una voluminosa e stabilizzante classe media. Sono tutte linee di tendenza già ampiamente note ai pochi che si occupano dell’oggetto macro: il mondo. Sono le linee che disegnano il famoso elefante di Branko Milanovic in cui l’Occidente declina in favore del’Oriente ma all’interno del primo una  ristrettissima percentuale di popolazione stranamente aumenta incredibilmente la propri ricchezza in sfavore della stragrande maggioranza della popolazione ricacciata sempre più giù nella scala sociale. Se nel ’65, un AD americano guadagnava venti volte di più del lavoratore medio, oggi siamo all’incredibile trecento volte di più. Vien detta “creazione di valore”, premio per aver mantenuto la promessa fondamentale del mercato finanziario che si è sostituito a quello delle merci e del lavoro/salario: la crescita costante del valore. L’ingente massa di capitale creato dal nulla da dopo il Nixon shock del 1971, cerca vorace la sua riproduzione o finanziando la crescita orientale o lucrando sulla compressione dei costi produttivi in occidente. I CEO sono gli agenti speciali in nome e per conto di questo capitale liquido esuberante e come tali ne ricevono le prebende a compito svolto.

Per la parte asiatica, tutto ciò si è prodotto a cominciare dal risveglio cinese di fine anni ’70 con l’uomo che più di ogni altro esemplifica la plasticità di questo turning point. Deng Xiaoping. Questo è il campione della rinascita orientale mentre Steve Job è il campione occidentale, nell’asimmetria evidente dello spessore storico dei due, l’evidenza del perché della nuova grande convergenza e chissà, forse futura nuova divergenza invertita. Tre rivoluzioni -politica, psicologico-culturale e di governance-, hanno acceso la miccia del nuovo secolo che non sarà cinese ma senz’altro orientale. Null’altro che il contagio del modello occidentale di tecnica, scienza, ragione, realismo materialista, trasferito ed adattato, non semplicemente passivamente copiato, alle potenzialità orientali con a base una demografia davvero voluminosa. Ed ora, anche Africa e Sud America, sono pronte a loro volta a prender quello che ormai è un modello ibrido occidental-orientale ed a loro volta replicarlo con relativo adattamento alle condizioni locali.

Nel mentre si produceva questa svolta storica, l’Occidente si paralizzava in una overdose di hybris auto-compiacente per la fine della guerra fredda e collasso del grande nemico comunista. Ormai è un classico per chi si occupa di queste cose, lo sbeffeggiamento dell’incauto storico americano Francis Fukuyama e la sua profezia delirante di “fine della storia”. Lo è in sé, ma ci si torna sempre volentieri perché nella sua distanza tra fatti ed idee, denota l’ampiezza dello scartamento di mentalità occidentale da allora sempre più narrativamente fuori sync con la realtà. L’imbocco di quel delirio schizofrenico che ha poi portato all’inflazione attuale di bugie, distorsioni, fake news, previsioni sistematicamente fallaci, stupefazioni disarmate ma poco educanti (Brexit, Trump) e soprattutto falsissime narrazioni che chiamerebbero a gran voce uno psicologo delle civiltà a cui spedire preoccupati il paziente deragliato ormai nel suo universo parallelo di negazione e rimozione.

L’imbambolamento occidentale dura poco, arriva l’ 11 settembre, ma meno notata, anche l’entrata della Cina nel WTO. Ed ecco che allo schiaffo della storia irritata dal prematuro annuncio di morte, gli americani reagiscono mostrando la loro ormai irrecuperabile patologia. Prima l’insensata umiliazione dei russi che pure si erano consegnati speranzosi al nemico per essere reintegrati in una nuova forma di civilizzazione pacificata, il proditorio allargamento della NATO, poi la agghiacciante sequenza: Afghanistan, Iraq, Libia, primavere colorate evidentemente etero-dirette (Yugoslavia, Georgia, Kyrgyzstan, Tunisia, Egitto), Ucraina, Pakistan, Sudan, Siria, Yemen ed oggi l’annunciata ennesima puntata dell’Iran. Accanto, l’emarginazione dei realisti di Washington ormai tutti molto anziani e l’ascesa dei stupefacenti idealisti-liberali che discettano di esportazione della democrazia alleandosi con l’Arabia Saudita, giocherellando col Pakistan, usando nazisti e odi etnici, tollerando oltre l’immaginabile  o magari armeggiando attivamente con l’ascesa dell’ISIS. Conflitti che innescano potenti migrazioni che poi si beccano i pazienti del gerontocomio europeo a cui si dedicano anche vari attentati metropolitani che accendono assurde discussioni su quel mondo che intanto giunge a 1.600.000.000 membri: l’islam. Di pari passo, incredibili sgarbi alle Nazioni Unite che l’ambasciatore diplomatico, racconta trasecolando. Il tutto, tra l’altro, calpestando  le tombe di Sun Tzu, Machiavelli, von Clasewitz, Carr e Morgenthau in una clamorosa infilata di oscenità strategiche, umiliando la regola aurea dell’etica planetaria del principio di reciprocità, avendo pure l’ardire di dettar lezioni con professorale aria di condiscendenza e da ultimo stracciando ogni minimo accordo multilaterale poiché il “sovrano del mondo” è irritato dalle pretese della plebaglia. Davvero un quadro preoccupante della psicopatologia dell’occidente quotidiano a cui noi dovremmo aggiungere i tratti sociologici della post-modernità e del neo-ordo-liberismo farneticante, che viviamo sulla nostra pelle.

Tutte cose ad alcuni di noi ben note ma fa effetto sentirle dire da un diplomatico singaporiano perché così come sono chiare a lui, sono chiare nella mentalità media degli abitanti del famoso “the Rest”, quelli che vivono fuori della bolla occidentale nella quale noi cerchiamo di resistere, piccolissima minoranza di cassandre incredule e come sempre accade alla cassandre, derise ed emarginate laddove non si partecipa festanti a celebrare i vari vestiti nuovi dell’imperatore in realtà sempre più nudo e sempre più pazzo. Si tenga conto di un effetto poco considerato: la reputazione. Nella nuova comunità mondiale, la reputazione dell’Occidente è ai minimi, la funzione di guida persa irrimediabilmente, siamo come quei vecchi nonni di cui un po’ ti vergogni perché fanno cose di cui non si rendono conto nell’imbarazzo generale.

Una patologia ormai contagiante anche i cani da guardia intellettuali ed informativi che la narrativa occidentale voleva contro-poteri in realtà embedded ormai al destino manicomiale del sistema: New York Times, Financial Times, Wall Street Journal, the Economist, BBC, CNN e molti opinion leader. Tutti coinvolti in quel “tradimento dei chierici” che depongono la terzietà critica per partecipare alla costruzione dell’enorme bolla di false percezioni ed aperte negazioni in cui intrappolare i popoli occidentali. E dire che PWC, Deloitte, JPMorgan, WEF, Pew, Gallup e molti altri, i dati duri e quelli di percezione, li sfornano regolarmente, così le previsioni a trenta anni, per non parlare dei semplici dati demografici dell’ONU. Niente, nulla di tutto ciò che evidentemente è ben noto su i tavoli delle cancellerie o nei meeting a Davos, diventa opinione pubblica o riflessione di quella ben informata. A noi, danno in pasto, per sbranarci su i social o in tv, concetti sedativi o aporetici come il “populismo”, l’austerity che fa crescere, diritti individuali di secondaria importanza, migrante sì o migrante no. Società aperta o società chiusa, quando il problema oggi è società lunga o corta, stante che è dai tempi di Aristotele che sappiamo che quella più stabile è la società corta.

Ecco allora la nota evidente a cui anche noi spesso ci appelliamo: come fanno gli europei a consentire una gestione così dissennata del patrimonio di civiltà che pur noi abbiamo fondato e portato a sviluppo? Come facciamo a non notare che i deliri Medio orientali, il saccheggio dell’Africa, l’ostracismo ai russi ed ai cinesi con cui condividiamo lo stesso blocco continentale (i “vicini” del condominio planetario), sono tutti attacchi sistematici alle nostre stesse condizioni di possibilità? Cosa faremo nel 2100 quando saremo un decimo della popolazione dell’Africa che avrà una età media di 16 anni mentre noi  ci tireremo su le palpebre dal chirurgo tentando di insaccarci nei jeans con mani tremanti per il parkinson, per sempre giovani davanti ad uno specchio di Dorian Grey che nel frattempo è andato in frantumi come quello dell’Uomo Nero di Esenin, lasciandoci soli, tristi ed in realtà terrorizzati?

Chiudiamo qui questo riassunto, come ogni riassunto pur sempre arbitrario, delle tesi del signor Mahbubani. Molti altri temi egli tocca e sicuramente con prosa e postura più posata e da buon diplomatico, meno indignata della mia. Altresì, egli, dal suo punto di vista, dà consiglio di concentrare una cura per questo deragliamento chissà se recuperabile, argomentando la sua ricetta fatta di minimalismo e cautela, realismo, multilaterialismo e Machiavelli riletto dal vero e non assunto dalle cattive rimasticazioni che ne hanno fatto i liberali anglosassoni che è un po’ come far recensire la Bibbia ad un ateo. Ad ognuno il suo, a lui il compito di dirci cosa pensa “the Rest” del nostro “West”, ricordarci i duri dati di realtà, come rimetterci in sesto nel mondo nuovo, denso e complesso, tocca a noi.

= = =

Poco lo spazio qui per dar corso alle tante riflessioni che questo tema ci stimola. Diamole come menù per prossime riprese.

  • Sebbene molti di noi siano critici militanti degli assetti occidentali, quelli interni come quelli esterni, forse non è ancora ben chiaro anche a noi, cosa sta succedendo. Da sempre critici acuminati del cosiddetto “capitalismo”, in parte gioiamo sotto i baffi per la evidente disgregazione del sistema, dall’altra rimuoviamo il fatto che noi siamo nel sistema che si sta disgregando. E’ un collasso di civiltà quello che si sta producendo e vincere la battaglia dei giudizi che noi ed i nostri avi già demmo nei tempi passati, non ci salva dal naufragio del Titanic in cui siamo imbarcati. Né è tempo per regolare i conti interni ora che sono quelli esterni a dettar i ritmi della catastrofe.
  • Giungiamo all’appuntamento con al potere una ridicola élite di falliti storici, ma anche con uno sbilancio tra l’ipertrofia del pensiero critico e una ipotrofia di quello costruttivo e progettuale. Pensavamo erroneamente che una qualche antitesi avrebbe lasciato libero il magico processo del divenire di giungere al superamento, ma ci siamo convinti di una regoletta che suona bene dati certi presupposti logico-idealistici ma non corrisponde affatto a quelli realistici.
  • Quanto ad idealismo e mancanza di realismo, il liberalismo delirante ha il suo degno simmetrico inverso nella mentalità critica più importante qui da noi: il marxismo. Da qui, lo smarrimento della cosiddetta sinistra che non sapendo più cosa pensare, certo non può neanche sapere cosa fare.
  • Il “capitalismo” è un termine che cosifica un modo economico, ma il nostro problema è come uscire da una fase della civiltà centrata su i modi economici, non star lì ad inventare in provetta ipotetici nuovi modi economici, quelli verranno dopo, quando avremo iniziato la trasformazione di molte altre variabili del nostro modo di stare al mondo. Le gerarchie sociali non le ha inventate il capitalismo, sono nate ottomila anni fa con la nascita delle prime società complesse. Forse dovremmo tornar daccapo a studiare cos’è la “democrazia”, non quel fake che gira dalle nostre parti millantando nome che non gli è proprio.
  • Dobbiamo concentrarci su questo cambio di paradigma politico perché il nostro modo economico, qui, non funziona più, non perché è pervertito dalle élite o perché è hayekiano e non keynesiano. Funziona e funzionerà per decenni nel resto del mondo, lì dove Muhbabani da ragazzino sognava come massimo raggiungimento di poter consultare l’Enciclopedia britannica che oggi tutti hanno a portata di click. Loro debbono portare gente dalla campagna in città, fare case, ponti, strade, porti, darsi una automobilina a testa, portare i pasti da uno a due, innamorarsi delle mode e dei simboli. Noi abbiamo esaurito questa fase. Limiti di raggiunta soddisfazione dei bisogni per quanto mal distribuita, limiti di materie prime e risorse, limiti ambientali, limiti geopolitici, limiti ai frutti della tanto decantata innovazione che mi ha portato a tirar già tutti i santi dal momento che non ho potuto avere questo libricino nel confortante cartaceo ma ho dovuto armeggiate col mio i-pad che taglia le tabelle nel formato e-pub e ti fa diventare idrofobo quando devi andare avanti e dietro nelle pagine o aprire improbabili notes per scrivere un appunto. Ci stiamo prendendo in giro. L’innovazione elettrica, chimica, meccanica, medica e produttiva dei primi Novecento e quella minore ma pur sempre importante del dopoguerra (si pensi solo a cosa ha innescato a cascata l’invenzione del frigorifero come notava giustamente Tony Judt), non tornerà più. La nuova rivoluzione digitale e informatica una cosa sappiamo per certo produrrà e cosa sta già producendo, il taglio secco della domanda di lavoro umano. Il nostro modo di stare la mondo centrato sul produrre cose ha raggiunto il suo fine, le cose necessarie o utili non sono infinite. Dobbiamo inventarci un nuovo contratto sociale, cosa che si fece a gli inizi di questo periodo storico che sta terminando, per sempre.
  • Dobbiamo ribellarci prima che alla divisione del lavoro che per certi versi ha una sua naturalità, a quella dei saperi. Noi non sappiamo più leggere il mondo ora che sta diventando complesso, plurale, non riducibile, non determinabile. La “cosa” è una, i nostri saperi la tagliano con sguardo alternativamente economico, finanziario, politico, sociologico, culturale, psicologico, demografico, ambientale, geopolitico, antropologico, linguistico-culturale, storico ma nessuno è più in grado di far le sintesi e senza sintesi la complessità e la cosa stessa ci sfugge. La filosofia dov’è? Quale microscopico nulla che significa niente sta osservando? Se non sappiamo più fare la diagnosi, come facciamo a dar la prognosi?

Questo è solo l’inizio del menù riflessivo e già siamo overbooking. Il mio è un appello appassionato a chi mi legge, a coloro che hanno la fortuna di poter dedicare la vita alle attività mentali, a chi ha coscienza di sé e senso di responsabilità se non per gli “estranei con cui viviamo”, almeno per i propri figli. Apriamo una riflessione aperta ed ampia sulla crisi adattiva in cui siamo capitati. Le reazioni che si leggono all’ovviamente contraddittorio inizio della recente transizione italiana non fanno ben sperare. Continuiamo ad insidiare i colpevoli ma prendiamoci anche le responsabilità di reagire. Come diceva il buon Iglesias di Podemos, non lasciamoci la sola magra consolazione di far scrivere dai nostri figli sulla lapide della nostra tomba “Aveva sempre ragione – ma nessuno lo seppe mai”. Ci potrebbe venir negata anche questa se non contribuiamo a salvare le nostre terre dal naufragio occidentale e poi chissà se davvero abbiamo tutta questa ragione che vive nei libri e non lì fuori. Ed attenzione anche solo al pensar di sfruttare la casa che vien giù per edificare finalmente quella ideale che tante volte abbiamo sognato nelle nostre proiezioni fantastiche, semmai davvero possibile e funzionante potrebbero volerci secoli a fare quello che abbiamo in mente ma una cosa è certa, una cosa non abbiamo: il tempo.

L’Occidente siamo anche noi, se non prendiamo noi la leadership del cambiamento cui siamo obbligati e le cui difficoltà così bene tratteggiò il nostro fiorentino, se non selezioniamo le sole contraddizioni principali che già pongono infiniti dubbi sulle possibili soluzioni, finiremo con l’essere storicamente complici del tragico finale che altri si apprestano a scrivere con alterati sgorbi nell’eterno registro della Storia che tante civiltà ha già visto nascere, crescere ed infine morire, in una chiassosa catastrofe o in una lenta agonia in grado di bollire i muscoli di ogni rana.

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[1] K. Pomeranz, La grande divergenza, il Mulino, Bologna, 2012

[2] Machiavelli è il patrono dei realisti, tanto quanto invece il sopracitato Jospeh Nye jr è sacerdote del credo dominante in America, quello ideal-liberale. Abbiamo volutamente tagliato tutte le argomentazioni tipicamente liberali sulla mancanza di democrazia in Asia, un tema che non ha alcun rilievo nella faccenda in quanto non siamo al campionato del giusto, del buono e del bello ma in quello che si disputa condizioni di possibilità in un mondo denso ed affollato dove conta solo la potenza. Le regole le fa il campionato, non noi.

[3] N. Machiavelli, Il Principe, Capitolo VI

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APPUNTAMENTO.

Lunedì 14 maggio alle ore 19.00, avrò l’onore di inaugurare a Roma al teatro Piccolo Eliseo di via Nazionale, la IX edizione del Festival della Complessità. Faremo una chiacchierata su i principali aspetti del nuovo mondo complesso mentre Elisabetta Melandri, presidente del CIES ci informerà con maggior attenzione sulla realtà africana, assieme a Valerio Eletti presidente del Complexity Education Project che coordinerà l’incontro. Maggiori dettagli qui sul sito del teatro.

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IL GRANDE STUDIO.

Abbiamo una missione, siamo chiamati a plasmare la Terra.

Novalis

Nella Prefazione del mio recente  libro[1], scrivevo “Tale grande studio era orientato ad un punto di fuga, il concetto di complessità”. Per un errore nel processo di revisione delle bozze, quel “grande studio” è venuto fuori minuscolo, invece doveva essere maiuscolo. Messo così, in effetti, è abbastanza ridicolo, uno studioso non può certo dire che il suo studio è “grande”. Doveva esser maiuscolo perché si riferiva al Dà Xué (大学, Grande studio), titolo di uno dei quattro libri attribuiti a Confucio[2] . Come recita la breve bio dell’autore di questo spazio di riflessione, quindici anni fa mi sono ritirato a “confuciana vita di studio” ed il Dà Xué è considerato appunto il dao (la Via) della conoscenza dell’antico Maestro cinese, coevo di Solone e Talete, del Buddha storico e delle Upanishad, della probabile  compiuta redazione dei canoni dell’Antico Testamento in quel di Babilonia, quella irripetibile stagione che il tedesco Karl Jaspers chiamò “Età assiale”[3].

Quindici anni fa infatti smisi di lavorare e mi immersi nello studio. In effetti all’inizio mi misi semplicemente a leggere con agio ma, capitando proprio su i Dialoghi di Confucio (Kong zi), presi a studiarli leggendo altro di lui, molto su di lui, sul suo periodo storico, la cultura della Cina antica, il seguito del suo pensiero detto “confucianesimo”[4] un canone tutt’altro che unitario il cui corso arriva sino alla Cina contemporanea e che ha una riconducibilità relativa al Maestro storico. La differenza tra leggere e studiare passa primariamente attraverso il tempo che si ha a disposizione. Nello studio, un Autore, un fenomeno, un concetto, una cultura, un fatto storico, viene contestualizzato nel tempo e nel luogo, si indagano i nessi che lo compongono e lo collegano ad altro sia nella sincronia che nella diacronia. Già di per sé, questo modo di conoscere pone l’oggetto come un complesso, cioè un intrecciato assieme (cum-plexus).

Nelle sue Lezioni di Storia della Filosofia[5], Hegel liquida Confucio con un breve accenno in cui però si sente di dover dar questi giudizi: “Non è plausibile attendersi da lui profonde ricognizioni filosofiche”, ed ancora “Probabilmente il De Officiis di Cicerone è meglio di tutte le opere confuciane” per poi arrivare al suggerimento che forse era meglio non tradurlo in occidente: “la sua è una morale ordinaria e prolissa. Una raccolta di prediche morali c’insegna di più e meglio”. Scatta qui la differenza tra impianti interpretativi ed intenzioni a priori, sia Leibniz che Kant, ad esempio, pare avessero provato molto interesse nello studio dell’antica cultura cinese e forse dello stesso Confucio. Nietzsche, addirittura, apostrofò Kant come “il cinese di Konigsberg” dato il perno del concetto di reciprocità che la Ragion Pratica condivide con l’intero pensiero etico del cinese.  Se Hegel cercava in Confucio il “senso filosofico” secondo la definizione data implicitamente dallo stesso filosofo di Stoccarda, è ovvio sia rimasto deluso. Nel mio piccolo invece, mi incuriosì scoprire cosa aveva detto il fondatore della radice di una tradizione di pensiero tanto rilevante per la secolare cultura cinese, una cultura  fluente e non a strappi e rivoluzioni come quella occidentale. Confucio mi appassionò proprio perché mi dischiuse i panorami di un pensiero altro, un pensiero fondato su tutt’altre impostazioni, fini e metodi rispetto al nostro. Dopo di lui, più volte tornai al pensiero cinese o alla loro storia, proprio perché i cinesi sono per noi come i marziani, altra materia  vivente simile alla nostra ma radicalmente diverse per forma, quindi sostanza. “Altro” apre ad un nuovo territorio in cui non c’è il giudizio immediato di mi piace o non mi piace, ma l’immedesimarsi nel baricentro di uno spazio mentale e geo-storico diverso dal nostro. F. Jullien è forse l’occidentale che più ha scavato in questa alterità, restituendoci molte belle pagine di ricognizione su queste altre forme del pensiero umano[6].

Il Grande Studio del Maestro Kong, era una esortazione a mettere in relazione potere e popolo, individuo e società, mente e corpo, riflessione ed azione, attraverso il continuo sforzo a sviluppare conoscenza di tutte le cose, non a fini contemplativi ma pratici.

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Pochi giorni fa ho computo sessanta anni e sono quindi quindici anni che mi sono votato a questa “vita di studio”. Proprio oggi ho terminato il millesimo saggio di questa seconda stagione della mia vita, ero un lettore pesante anche prima ma lavorando non si può studiare, prendere appunti, scrivere su sollecitazione, seguire percorsi di indagine. Per qualche magia dell’intelletto, o forse solo del suo inconscio, il millesimo libro di questo quindicennio è stato proprio il bellissimo “Le Vie della Seta” del world historian Peter Frankopan[7]. Da Confucio alla Vie della Seta sembra esserci un nesso ma in verità non è così diretto, Frankopan non scrive specificatamente o solo della attuale BRI cinese o di quella di Marco Polo, ma di tutte le trame di relazione che hanno intessuto la storia del mondo. Però forse un nesso c’è, appunto, la relazione. Noi esseri umani ed ogni altra cosa dell’universo materiale ed immateriale, abbiamo sempre questa doppia posizione dell’essere in sé ed al contempo, essere in una trama di relazioni. Se non fossimo un in sé, non ci sarebbe trama di relazioni in quanto mancherebbe ciò che le forma, se non fossimo in relazione non esisteremmo, né noi, né ogni altra cosa.

Da qui la constatazione, poi la convinzione che mi son fatto ed è ormai diventato un mio apriori, che ogni cosa che è (ripeto, tanto nell’universo materiale che in quello immateriale, nel naturale come nel culturale), è al contempo una trama di relazioni tra parti che forma un in sé a sua volta immerso in una trama di relazioni.  Questa descrizione coincide con quella di sistema. Un sistema è una trama di varietà in relazioni che dà vita a qualcosa che ha più omogeneità interna di quanto non abbia col suo esterno. A sua volta, ogni sistema è dentro un altro sistema ed ha relazioni con altri sistemi, lui, quelli di cui è composto e quello maggiore di cui è parte. Ogni sistema quindi risulterà Uno se lo guardiamo da fuori e Molteplice se lo indaghiamo nel suo dentro ma poi sarà uno dei molteplici anche nel suo fuori visto che risulterà sempre in relazione con altro. Anche la nostra posizione rispetto all’oggetto o al fenomeno è una relazione. Ogni sistema è chiuso quel tanto che lo differenzia da ciò che non è nel suo in sé, ed al contempo più o meno aperto visto che ha interrelazioni con altri ed altro fuori di sé. Tali considerazioni si possono catalogare in quella forma della filosofia che si occupa proprio delle “cose che sono in quanto sono”, definita da Aristotele nei famosi libri centrali della Metafisica[8] “filosofia prima” (“prima” non perché più importante ma perché viene per prima occupandosi dell’oggetto da cui parte qualsiasi riflessione) e battezzata “ontologia” (discorso su ciò che è) molti secoli dopo dai tedeschi[9] . Ciò che ho desunto in via prioritaria da questi anni di studio è la pertinenza di una ontologia sistemica[10]. Tutto risponde alla descrizione di un sistema. L’intera tradizione filosofica occidentale si è molto appassionata a definire l’essere in sé ma molto meno ad indagare la sua natura relazionale che ne è caratteristica consustanziale. Una ontologia sistemica obbliga a pensare l’oggetto come Uno e Molteplice, in sé ed al contempo in relazione ad altro.

Ma se la cosa è fatta a sua volta di molte cose ed è connessa a volte causativamente (partecipa alle cause di altre cose e ne è partecipata) ad altre cose, come possiamo indagarla? Veniamo qui ad un punto che è oggetto di un’altra branca dell’indagine filosofica, oggi chiamata non senza problemi “epistemologia” mentre sempre i tedeschi che avevano battezzato l’ontologia, la chiamavano “gnoseologia” (A.G. Baumgarten), discorso sulla conoscenza.  Su questo umano tendere alla conoscenza (Aristotele, Metafisica), c’è da rilevare il punto che segna la svolta moderna, quella impressa da Galileo Galilei, Descartes, Bacone ed altri. In particolare Galilei, osservava che non si può conoscere questi complessi intrecciati assieme in cui tutto si muove e cambia. Con l’olismo che aveva contraddistinto il pensiero umanistico-rinascimentale che pure aveva tentato una emancipazione dai sistemi di pensiero medioevali di tipo religioso, non si andava molto lontano. Teorizzò quindi la necessità di isolare la cosa  dal suo contesto per poterla ridurre ad oggetto dato, solo così si sarebbe potuto cercare di penetrarne i segreti, magari scomponendola nei suoi costituenti primari. Non solo per questo ma anche in sua conseguenza, la conoscenza umana che già aveva storica metafora nell’albero, prese ad arborizzati sempre più in discipline e sottodiscipline, ognuna con un suo statuto, un suo metodo, una sua tradizione più o meno cumulativa, un suo vocabolario concettuale. Dal XIX secolo, la conoscenza umana (con impostazione razionale) si è tripartita in tre famiglie: quella scientifica, quella umanistica e quella in mezzo che ha sempre una qualche versione dell’uomo per oggetto ma aspira a mutuare parti del metodo scientifico tanto da volersi definire “scienze umane o sociali”.

Ma se torniamo all’ontologia, difficile è collimare la natura intrecciata (complessa) dell’essere con la nostra impostazione disciplinare che taglia verticalmente l’essere a seconda dei suoi presupposti di oggetto e metodo. Una stessa cosa, ad esempio l’uomo, ci apparirà individuale ma anche sociale, razionale ma anche irrazionale, altruista ma anche egoista, buono ma anche terribile, irrelato o tramato, singolare o plurale, universale o particolare, naturale o culturale e tante altre schizofreniche dicotomie indecidibili[11]. Questo motore della diade è nella nostra mente, sebbene noi la si proietti sull’oggetto. Data l’unità (quantomeno esterna e provvisoria) dell’oggetto vien allora da domandarsi: chi mai riunirà tutti questi sforzi conoscitivi monodimensionali quando la cosa ci sembra almeno quadri se non pluri-dimensionale?[12] Sembra allora che la dicotomia epistemica moderna tra olismo e riduzionismo ci porti ad un flipper indecidibile in cui rimbalziamo di continuo tra Uno e Tutto. Tutto è Uno, ogni Uno è un tutto ma fatto di parti e relazioni, se ci torna utile strapparlo alla sua trama per mettercelo davanti disponibile alla nostra visione limitata e ravvicinata lo si indaghi, ma poi ci si ricordi di rimetterlo a posto ovvero nel suo contesto fatto di relazioni con altre cose. Questo ci porta nei dintorni di una epistemologia pluralista alla Feyerabend, un “anything goes”[13], tutto serve per accerchiare la sfuggente cosa in sé che non penetreremo mai. Poco saggio passare dieci secoli a pensare che l’uomo è un frammento di Dio e poi altri cinque a pensare che è al contempo un oggetto e soggetto scientifico, quando è -forse- tanto dell’uno quanto dell’altro ma molto altro ancora. La stessa legittimità che diamo alle decine di discipline in cui abbiamo frazionato lo sforzo conoscitivo, i risultati dei loro sforzi, ci dicono che la cosa la si può e la si deve indagare sotto i più svariati aspetti[14]. Una gnoseologia complessa quindi rifiuta la dicotomia e la integra in una relazione continua  tra micro e macro che punta alla sintesi. Ci si domanda però di nuovo: chi tenta le sintesi?

Le sintesi non le tenta nessuno, si teorizza non si possano fare, si sconsiglia qualunque studioso ad imbarcarsi nell’avventura. I vaghi appelli alla multi-trans-inter disciplinarietà, per altro non così frequenti, rimangono lettera morta. Vi sono visibili e ben controllati steccati che impediscono lo studioso disciplinare ad impicciarsi di ciò che dicono i colleghi della disciplina accanto, severe punizioni, ostracismo accademico ed editoriale, infine condanna con collocamento nel purgatorio degli “eclettici”, degli arruffoni del “metodo”, se non dei tuttologi accusa ignominiosa di vaghezza presuntuosa. In termini di conoscenza, non può certo esistere il tuttologo, ma il complessologo sì (per quanto bisognerà cercargli un nome meno orrendo). Si tratta solo di incrociare i tanti tagli conoscitivi verticali dello specialismo disciplinare con un cartesiano asse della conoscenza orizzontale, quella che spllucca in tutta le altre, una conoscenza di conoscenze[15]. Ovviamente se la prima forma di conoscenza, quella specialistica oggi totalizzante  ha relazione inversa tra ampiezza dello sguardo e precisione, la seconda avrà a sua volta la stessa inversione al contrario per cui non si pone il problema se è meglio l’una o l’altra, sono semplicemente complementari (ovvero in relazione) e quindi non possono risiedere nella stessa mente ma nel dialogo tra più menti. Al generalista servono gli specialisti così come a questi servirebbe ogni tanto buttare un po’ il naso fuori per capire come altri interpretano lo stesso oggetto o il contesto o quali schemi generali di pensiero si forgiano nelle altre discipline e molto altro che può potenziare i loro schemi di pensiero.  Nel tempo, l’insieme dell’umana conoscenza avrebbe un valore aggiunto, il tipico risultato complesso del totale maggiore della somma delle parti[16].

Purtroppo però,  a parte alcune meritorie istituzioni sparse in giro per il mondo e comunque più eccezioni che regole e tendenzialmente limitate alle scienze dure[17], la moltiplicazione della conoscenza per somma e relazione dei risultati di più discipline è decisamente avversata. Non ha se non vaghe teorizzazioni, alcuna pratica se non limitata a discipline adiacenti, avversata in linea di principio da una serie di considerazioni epistemologiche di varia provenienza ed intenzione. Errando nel sapere come detto per le centinaia di testi di questa mia seconda vita da studioso, saggi vari di una trentina di discipline “dalla fisica alla metafisica”, mi sono reso conto di alcune cose: 1) diverse discipline risentono di come concepiamo alcune cose trasversali che diventano apriori (ad esempio come concepiamo il tempo), molti schemi mentali si ripetono in campi diversi sebbene in ogni campo vengano nominati diversamente (hanno anche forme parzialmente diverse ma più di variazione che di sostanza)[18]; 2) c’è più relativa propensione al dialogo inter-disciplinare nella scienze dure che in quelle umane e nel pensiero umanistico in generale; 3) mancano manuali delle discipline non ad uso degli specializzandi ma di utilizzo orientativo più generale[19]; 4) mancano terribilmente sintesi di sintesi pluri-disciplinari e questo è un fallimento specifico dei filosofi; 5) pensiero nuovo non significa necessariamente leggere autori nuovi o sparare a raffica concetti nuovi, ma anche rileggere daccapo quelli vecchi, il nuovo decisivo è -a volte-  nei sistemi di pensiero che danno nuove interpretazioni, più che nelle singole idee (e si consiglia, se possibile, rileggere i testi e non solo le interpretazioni poiché queste risentono del contesto storico decisivamente) ; 6) se da una parte occorre incentivare la fertilizzazione incrociata tra discipline, dall’altra occorrerebbe vigilare maggiormente sulle trappole nascoste nelle false analogie.

Molti filosofi ed anche molti fisici, hanno più volte ri-frequentato quel giardino delle delizie che è la raccolta dei frammenti dei cosiddetti Presocratici[20]. In quella collezione c’è quasi l’intero campionario delle idee di base del pensiero occidentale dalle battaglie sull’essere ed il divenire, le intersezioni tra logica e linguistica, l’atomo e la cosmologia, la base delle forme politiche ancor oggi vigenti, i dubbi sulle facoltà interpretative, il significato della vita e della buona vita in particolare. Con quei mattoni si possono ancora costruire case mai prima viste ed abitate. Più che produrre nuovi mattoni occorrerebbero nuovi architetti e poi architetti-muratori che si sporcano con la calce di costruzione come invocava il Marx che rifletteva su Feuerbach.

Gli oggetti macro come l’uomo, il mondo umano, il mondo naturale, le molteplici interrelazioni tra mondo naturale ed umano, necessiterebbero con priorità di questo sguardo ampio e generale, propedeutico poi all’approfondimento. Soprattutto oggi che ad esempio gli storici si sono accorti che la Storia del mondo andrebbe scritta astraendoci per quanto possibile dalla nostra tradizione euro-centrica e qualche manuale di filosofia cinese o araba comincia a comparire o considerando non la globalizzazione economico-finanziaria ma la più semplice e tendenziale internazionalizzazione dell’umanità e delle forme culturali delle varie civiltà o laddove l’economia si pensa fuori della natura, della storia, della geografia, della demografia ed anche un po’ dal ben più modesto senso comune, per non parlare delle periodiche scomuniche imperialistico-culturali che reciprocamente si minacciano scienziati ed umanisti quando parlano dell’uomo. Il bello è che sono tutti uomini che attingono alle stesse forme della mente umana,  così che se il filosofo Platone invocava una preparazione geometrico-aritmetica, il fisico  Schrodinger si dichiarava debitore del pensiero pre-socratico[21]. Si dovrebbero vietare queste proiezioni delle divisioni gnoseologiche sull’ontologia, sono insensate rispetto al mistero dell’essere.

Insomma, la battaglia per l’apertura di questo fronte della conoscenza orizzontale richiesta non dalle aziende o dalle istituzioni (mal gliene incolga) ma dalla conoscenza stessa, è difficile, richiede tempo, ha bisogno praticamente di tutto non per affermarsi ma solo per mettere al mondo la sua prima, fragile, forma di vita. Questa conoscenza orizzontale fatta dalle discipline adiacenti (inter) a quella che frequentiamo di più, fatta dalla stessa collezione di più discipline (multi) ed a volte rapita dal seguire qualcosa di omogeneo che sembra solcare più discipline (trans), dovrebbe costituire un patrimonio altro con cui mettersi in relazione quando si riemerge dalla oscurità dei nostri singoli approfondimenti disciplinari.

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Nel mio Grande Studio di questi quindici anni si è venuta così a formare quella che potremmo chiamare  una filosofia della complessità, fondata come detto su una ontologia sistemica ed una epistemologia o gnoseologia anarchica e pluralistica in senso x-disciplinare. Gli articoli che scrivo discendono da questa impostazione anche se hanno poi oggetti limitati nello spazio e nel tempo. Per una precisa scelta di libera condivisione  dei saperi, quella distribuzione di conoscenza che dovrebbe esser presupposto base di ogni democrazia, ecco anche la scelta di provare (non sempre riuscendoci per limiti dell’Autore) ad esprimersi in modo quanto più comprensibile mi riesce. La gergalità esoterica è tipica dei recinti disciplinari di chi non parla ai suoi simili ma al collega-concorrente, problema che io fortunatamente non ho, avendo smesso di avere colleghi-concorrenti da quando ho smesso di lavorare o dipendere per l’esistenza da istituzioni che mi mantengono dandomi i confini entro i quali si ha l’agognato e necessario “riconoscimento”[22]. A volte è necessario avvalersi degli strumenti concettuali esoterici, ma più spesso ci si dovrebbe ricordare che fine della conoscenza dovrebbe esserne la condivisione, almeno in questo seguo il testamento platonico del mito della caverna.

Vorrei così concludere dopo aver abusato della pazienza delle lettrici e dei lettori con questo scritto di autobiografia intellettuale del tutto gratuito, ma forse anche utile per sapere cosa ha in testa colui a cui dedicate il vostro tempo di lettura, che è pur sempre prezioso tempo di vita, citando tre pensieri già espressi meglio di me, da altri. Molti cercano di inventare di continuo  nuovi concetti, a me basta il più parsimonioso riciclo di quelli già dati, il divertimento e la sfida è metterli in relazione tra loro per fare nuovi sistemi di pensiero poiché quelli sono a base di una ontologia della conoscenza. L’unità base della conoscenza umana è il sistema mentale o immagine di mondo, che ha sostanza naturale e culturale, oggetto-sistema affascinante su cui ricerco da anni e su cui prima o poi mi deciderò a scrivere più in profondo.

Il primo pensiero è una dichiarazione di fede politica. La si trova nelle Storie di Erodoto[23], roba del circa 440 a.C. molto prima di Platone ed Aristotele. Il Greco ci riporta una ipotetica quanto forse improbabile discussione tra Persiani, lì dove fa la sua prima comparsa quello che poi verrà chiamato “trilogos politikos”, il dibattito sul governo dell’Uno, dei Pochi e dei Molti. Otane è colui che propugna il governo dei Molti o più precisamente l’isonomia, sviluppa le sue argomentazioni ma infine esce battuto dalla discussione e decisione comune che vuole la monarchia. Si ritira così dalla competizione per chi dovesse esser eletto re dichiarando: “(Io) non intendo né comandare, né esser comandato”. Questo rifiuto di quello che chiamo principio di gerarchia, mi è profondamente consono, da sempre ed è base della mia seconda più profonda passione intellettuale che è politica e non contemplativa.

Il secondo è la famosa apertura del primo libro della metafisica di Aristotele, lì dove il Greco annuncia, che “Tutti gli uomini per natura tendono al sapere”. Molto tempo dopo, con lo sviluppo delle idee di Darwin, si è notato che effettivamente l’uomo è l’animale più generico possibile (l’aveva notato anche Marx, se ricordo bene), ovvero apparentemente il più  a-specializzato tra tutte le specie[24]. Apparentemente, perché in effetti la specialità adattativa dell’essere umano è la conoscenza. Facendo deduzioni, induzioni ed abduzioni e scambiandocele tra noi, siamo sopravvissuti a tutti i climi e le stagioni, a tutti i predatori e le scarsità, diventando una specie universale al pari dei batteri ma con molta più complessità. Il nostro tendere al sapere è genetico, è il nostro punto di forza, è la nostra essenza in quanto fine, anche quando il fine è nella ragion pratica, ciò attraverso cui ci siamo adattati così bene.

Il terzo invero non è una citazione ma la messa in relazione tra le prime due citazioni-pilastri. Il mio sogno ideale, idealismo alla Ernst Bloch del “principio speranza”[25] a cui tendere senza mai giungere, è che tra secoli o millenni, i successori arriveranno a distribuire equamente tra loro la conoscenza dopo averla complessificata di molti gradi, in modo da decidere tra loro consapevolmente come vivere assieme tra loro, tra loro e gli altri, tra tutti e l’arancia blu di cui siamo tutti effimera esistenza che improvvisamente compare, vive come può e poi scompare. Vivere in accordo al cambiamento continuo e perenne, modificando noi ed il nostro mondo umano e sociale ma anche responsabilmente quello naturale, avendo un fine condiviso, questo è il senso forse più ampio che si dovrebbe dare alla missione di Novalis.

Se si ha questo senso di appartenenza alla specie ed alla sua Storia, consegue l’impegno di noi minuscola frazione, a riflettere su come aiutarla a realizzare i suoi sogni, realizzando così anche i nostri.

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[1] P. Fagan, Verso un mondo multipolare, Fazi editore, 2017; p. 14

[2] I quattro libri di Confucio, UTET, 2003; traduzione di F. Tomassini

[3] K. Jaspers, Origine e senso della storia, Mimesis, 2014

[4] M. Scarpari, Il confucianesimo, Einaudi, 2010

[5] F. Hegel, Lezioni sulla storia della filosofia, Laterza, 2009; pp. 69-70

[6] Tra i suoi molti libri, riassuntivo il recente: F. Jullien, Essere o vivere, Feltrinelli, 2016

[7] P. Frankopan, Le Vie della Seta, Mondadori editore, 2017

[8] Aristotele, Metafisica, Bompiani, 2000. Libri VII (Zeta), VIII (Eta), IX (Theta).

[9] Esordio del termine ai primi del ‘600, definitivamente posto da C. Wolff nel 1729.

[10] La sistemica dà poi vita ad una euristica ed ad una cultura propria che attraversa orizzontalmente le varie discipline mostrando se non delle costanti, dei pattern ricorsivi propri di tutte le nature sistemiche (forme di natura o di cultura a cui non si possa applicare l’ontologia sistemica, non ne ho trovate).

[11] Sulla indecidibilità delle dicotomie della ragion pura, lucido rimane il Kant della Dialettica trascendentale della prima Critica.

[12] Classico e delizioso sul problema delle dimensioni l’E. A. Abbott di Flatlandia, Adelphi, 1993

[13] P. Feyerabend, Contro il metodo, Feltrinelli, 1991

[14] Diceva Aristotele che “l’essere si dice in molti modi”.

[15] E. Morin, La conoscenza della conoscenza, Feltrinelli, 1989

[16] Se ne parla in questo articolo, citando una dichiarazione di M. Foucault che non conoscevo ma che ben illustra questa possibile ricollocazione del filosofo generale come indagatore dei contenuti e dei metodi di tutte le conoscenze: (Qui)

[17] Il più noto è il Sante Fe Institute nel New Mexico di cui è stato presidente Geoffrey West del quale segnaliamo il di recente uscito “Scala” per Mondadori, 2018. West si interessa in particolare delle leggi di crescita, vita e decrescita dei sistemi adattivi complessi nelle varianze di scala. Il testo è uno dei tanti esempi della possibile “scienza della complessità” (che è a sua volta un di cui della più ampia cultura della complessità detta anche “terza cultura”) che ruota intorno ai concetti di emergenza, entropia, sistema adattativo, retroazione, non linearità, auto-organizzazione, resilienza.

[18] Ad esempio: si cambia di continuità o a salti? Alle volte sembra dell’uno, altre volte come nella meccanica quantistica o nelle scariche dei neuroni (spike) o nel Cambriano indagato dal paleontologo S.J.Gould o nella svolta storica detta “rivoluzione”, dell’altro. Se introducete però nel discorso una ontologia sistemica, potrete ricondurre talvolta i due modi ad un unico processo in cui è la somma cumulativa di qualcosa che porta alla soglia della modificazione radicale e repentina da cui “emerge” il nuovo stato.

[19] Se considerate l’ambiente naturale come fornitore dell’energia che dà vita ad ogni processo economico che per altro la degrada irreversibilmente vi comparirà l’economia termodinamica e biologica di N. Georgescu Roegen; se aggiornate il registro antropologico non ancora sviluppato ai tempi d Marx con tutte le varie forme economiche embedded e non disembedded come quella che chiamiamo “capitalismo”, vi verrà fuori K. Polanyi; se leggete non solo i comportamenti economici degli individui o delle classi sociali ma anche l’influenza delle strutture di cui è fatta la vita sociale (struttura ha parentela con sistema), vi verrà fuori la scuola istituzionale americana.

[20] I Presocratici (Diels, Kranz), Laterza, 2004

[21] E. Schrodinger, L’immagine del mondo, Bollati Boringhieri, 2001. Nella Universale BB si segnalano opere con accenti o interessi esplicitamente  filosofici di M. Planck, A. Einstein, N. Bohr, mentre nel Saggiatore se ne trovano di W. Heisenberg, tradizione oggi rinverdita anche dal nostro C. Rovelli con uno dei suoi primi libri su Anassimandro. A dire che certe volgari recenti usciti di fisici che proclamano la “fine della filosofia” ed il trionfo della scienza sono segno della decadenza dei tempi. Così per il pari rifiuto a priori di certi contributi scientifici per molti umanisti dalla dotta ignoranza.

[22] Ancora Confucio distingueva tra gli antichi che studiavano per sé, mentre i suoi contemporanei sembravano più interessati ad impressionare gli altri (Dialoghi, XIV, 24). La conoscenza è potere e dà potere e lo studioso che ne ottiene pezzi pur sempre insufficienti, dovrebbe decidere cosa farne con maggior responsabilità etica.

[23] Erodoto, Le Storie, UTET, 2006; vol. I, pp. 565-571 (80,1 – 83,1)

[24] Ci riferiamo alle dotazioni naturali individuali ovviamente. Nelle forme di vita associata, l’uomo replica ed evolve di molti gradi le specializzazioni attraverso i sistemi di divisione del lavoro come quelle degli insetti eusociali (si veda il E.O. Wilson de “La conquista sociale della Terra”, Cortina editore, 2013). E’ questa contraddittoria posizione dell’animale auto-cosciente (l’uomo non è una formica) che si fa parte quasi-meccanica di un super-organismo sociale impersonale a determinare il dominio del principio di gerarchia, ed ahinoi, molte pagine tragiche del registro storico.

[25] E. Bloch, Il principio speranza, Garzanti, 2005

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LA SINISTRA ALLE PRESE CON LA NAZIONE, L’EUROPA ED IL MONDO.

Tra un anno si va a votare per l’Europa. Su Micromega, G. Russo Spena (qui), sintetizza le posizioni in cui si divide la sinistra europea.

La prima posizione è sostenuta da Linke (Germania) e Syriza (Grecia), dove però la posizione greca rispetto ai diktat della Troika, non ha mostrato apprezzabili pratiche politiche  alternative. Cambiare l’UE dal di dentro con intenti progressisti, la difficile linea.

C’è poi Varoufakis ed il suo Diem25 sostenuto dai sindaci Luigi de Magistris e Ada Colau, oltre a Benoit Hamon,  fuoriuscito dal partito socialista francese ha creato il movimento Génération-s – e da altre piccole forze provenienti da Germania (Budnis25), Polonia (Razem), Danimarca (Alternativet), Grecia (MeRA25) e Portogallo (LIVRE). Sinistra transnazionale che vuole democratizzare l’Europa.

Infine, ci sono Bloco de Esquerda portoghese, Podemos spagnolo e France Insoumise francese che hanno firmato assieme la Dichiarazione di Lisbona a cui ha successivamente aderito anche l’italiano Potere al Popolo. Anche qui si vuole costruire un contropotere democratico all’Europa neo-ordo-liberale.

Tutti e tre gli schieramenti mostrano un nuovo interessante fenomeno che è quello del dialogo e del coordinamento tra forze politiche di più paesi. Da tempo lo facevano le forze conservatrici, liberali e socialdemocratiche ovvero le forze di governo, quelle che governano nei rispettivi paesi e quel poco che si decide al parlamento europeo. Interessante che ora anche la sinistra quasi sempre di opposizione (Bloco de Esquerda è l’unica forza al governo oltre a Syriza) faccia i conti con il formato inter-nazionale.

Tutti e tre gli schieramenti, si ripromettono sia la democratizzazione delle istituzioni europee, sia l’inversione delle politiche neoliberali che le hanno contraddistinte. Il secondo schieramento, quello di Varoufakis, più che inter-nazionale, è trans-nazionale nel senso che a quanto par di intuire, si ripromette di costruire una unica forza politica contemporaneamente presente in più paesi, posizione molto in auge negli ambienti federalisti.

Il terzo schieramento invece, si è trovato subito diviso, una divisione però sopita e rimandata, tra il famoso “Piano B” di France Insoumise e Podemos. I francesi si sono presentati alle ultime presidenziali con un programma corposo “L’avvenire in comune”, nel quale hanno declinato 83 tesi in 7 sezioni. Nella tesi 52, presentavano l’ipotesi subordinata “Piano B”. Si trattativa dell’alternativa all’eventuale (certo) fallimento dei tentativi di correzione della politica europea, l’ultima ratio era la rescissione unilaterale francese dei trattati. Come molti avevano notato ai tempi del referendum greco, le trattative politiche si basano su i rapporti di forza e chi aspira a contrastare il potere dominante deve poter -ad un certo punto- mettere sul piatto l’opzione alternativa, quella che rovescia il tavolo. Senza questa minaccia o concreata alternativa, inutile sedersi a far qualsivoglia trattativa, trattasi di verità negoziale a priori.

Il Piano B francese era “o cambiamo l’UE-euro o usciamo”, rimaneva aperta una successiva  possibilità in cui la Francia sovrana avrebbe poi  stretto patti cooperativi e di collaborazione in ambito educativo, scientifico, culturale. Questa era la tesi 52, la 53 invece, iniziava con un “Proporre un’alleanza dei paesi dell’Europa meridionale per superare l’austerità e lanciare politiche concertate per il recupero ecologico e sociale delle attività” che è appunto ciò che hanno fatto a Lisbona. Con ciò terminava la quarta sezione e si passava alla quinta. La quinta sezione si apriva col titolo “Per l’indipendenza della Francia” e quindi dava outline di ciò che la Francia avrebbe potuto e dovuto fare sia nel mentre rimaneva nelle istituzioni europee, sia a maggior ragione e con più convinzione dopo l’eventuale applicazione dell’opzione nucleare che portava al Piano B, l’uscita unilaterale. La tesi 63, metteva in campo idee concrete di cose ed iniziative  da promuovere  nel bacino Mediterraneo, un Mediterraneo braudeliano quindi considerato sia per la sponda europea (Portogallo, Spagna, Francia, Italia, Grecia), che per quella nord-africana (Marocco, Tunisia, Algeria, Libia). Il senso dell’intera questione manteneva una certa ambiguità tra questi tre livelli: Francia sovrana, Francia cooperante con i paesi latino-mediterranei nella lotta contro ma dentro l’UE, Francia perno di un nuovo sistema mediterraneo come già Sarkozy ma anche molti altri francesi avevano pensato in passato, ancora dentro l’UE ma a maggior ragione se fuori.  L’ editoriale del numero in edicola di Limes, rimarca pari ambiguità in Macron quando questo sembra superare di slancio il principio di non contraddizione nel sostenere al contempo la Francia sovrana ed uno stadio superiore di Europa federale.

Podemos, pur avendo firmato la Dichiarazione di Lisbona, pare stia ancor tentennando su Diem25 ma più che altro è interessante sottolineare come Iglesias abbia del tutto escluso la condivisione del Piano B di France Insoumise. Al di là delle opinioni specifiche di Podemos sull’euro, Iglesias ha specificato che in Spagna c’è un forte per quanto vago ultramaggioritario sentimento europeista, lo stesso che posso testimoniare personalmente vivendo lì una parte dell’anno, hanno i greci.  Sentimento europeista non vuole affatto dire adesione a questa UE o a questo euro, si tratta di una intuizione più culturale che politica.

Molta parte dell’opinione pubblica europea, è come se avvertisse che i tempi impongono il fare una qualche forma di fronte comune. Il sentimento è forte nel suo radicamento ed al contempo debole nella sua razionalizzazione, unisce i convinti supporter dell’attuale stato di cose, quanto i suoi più convinti critici oltre che ovviamente gli indecisi ed i confusi che sono la maggioranza. Vedi Trump, vedi Putin, vedi Xi Jinping, i britannici che si mettono in proprio, senti di bombe atomiche coreane, terroristi arabi, migranti africani o asiatici, la incombente matassa intricata della “globalizzazione”, l’incubo delle nuove tecnologie, il temuto collasso ambientale e ti viene facile pensare che davanti a tanta minacciosa complessità, l’unione fa la forza e da soli non si va da nessuna parte. Il passaggio da “unione” come spirito vago ad “Unione” come istituzione precisa è garantito dal meccanismo di analogia che abbiamo nel cervello, “sembra” proprio che l’uno risponda all’altro. Vale per le élite, per i medio informati ma anche per coloro che usano più neuroni della pancia che quelli della scatola cranica. Chi si muove politicamente in forma critica sulla questione europea dovrebbe tener conto di questo diffuso sentimento se non altro perché chi fa politica deve aver per interlocutore pezzi di popolazione prima che l’avversario ideologico. Si fanno discussioni con gli amici ed i nemici ideologici davanti a pezzi di popolazione perché il fine politico è conquistare cuori e menti di questi secondi. Dai temi che tratta al linguaggio che usa, questa avvertenza di parlare sempre alla generica popolazione, è del tutto ignorata dalla sinistra che oggi si interroga su dove mai sia finito il suo “popolo”.

Sembra quindi che France Insoumise abbia costruito una posizione a cerchi concentrici di definizione. Il cuore a fuoco è la battaglia contro questa UE ed euro, la corona interna meno a fuoco è la ricerca di alleanze organiche con forze politiche latino-mediterranee da cui la Dichiarazione di Lisbona, la corona esterna ancora meno a fuoco un po’ sciovinista e molto “francese”, è l’idea in fondo guida di una Francia sovrana al centro di cerchi concentrici di cooperazione asimmetrica che arriva fino a pezzi della Françafrique. Questa ultima posizione occhieggia a più vasti settori dell’opinione pubblica francese, inclusi pezzi di classe dirigente ed è forse merito di questa ampia vaghezza se France Insomise ha preso quasi il 20% al primo turno delle presidenziali. Se Mélenchon declina questo target a fasce concentriche che sembrano volersi distaccare dall’UE, Macron declina la stessa geometria egemonica  rivolta verso più UE[1].  Come mai, pur da sponde opposte, i due francesi si agitano tanto occupando più posizioni al contempo e lasciando intendere tutto ed il suo contrario?

Svegliatici, occorre dircelo, tutti un po’ tardi rispetto a ciò che si era stabilito a suo tempo nel trattato di Maastricht (che ricordiamolo è del 1992), l’analisi critica si è soffermata su gli aspetti economici e monetari, tra neo-ordo-liberismo e posizione dominante tedesca. Ma se andiamo a ritroso del registro storico, si vedrà come tutto ciò che precede Maastricht e l’euro  (ed inclusi questi) a partire dall’immediato dopoguerra, ha il suo baricentro non in Germania ma in Francia. E’ la Francia a promuovere la CECA, è la Francia a non approvare la riforma decisiva che avrebbe potuto dare un futuro politico all’Europa ovvero la CED (approvata già dai Benelux e dalla stessa Germania), è la Francia e non far entrare la Gran Bretagna in UE per poi ripensarci ed è lei stessa a sospendersi dalla NATO per diventare potenza atomica per poi ritornarci, è De Gaulle ad invitare Adenauer a Parigi per sancire il trattato dell’Eliseo (1963) quindi fissare formalmente la diarchia regnante l’europeismo, e così via fino allo stesso Maastricht e l’euro che nascono come  contropartita richiesta alla Germania per il via libera dato alla sua preoccupante riunificazione. I tedeschi, si sono limitati ad imporre la struttura economico-monetaria ai trattati, struttura che per altro avevano già nella loro Costituzione dal 1949 e dalla quale non avevano la minima intenzione di derogare perché fonda la loro nazionale narrativa post-bellica, soprattutto come spiegazione dell’irrazionalità da cui sorse il nazismo. Secondo questa narrativa, il nazismo venne dall’eccesso di inflazione.

Questo ci ha portato altrove a definire il progetto europeista, primariamente un trattato di pace tra Francia e Germania, stante che nei due secoli precedenti, questi campioni della potenza europea, si erano già combattuti e reciprocamente invasi più volte. Il  problema del confine tra Francia e Germania con tutto il portato di carbone, acciaio, metallurgia e siderurgia (quindi armi), è una costante geopolitica ovvero basata sulla politica (gli Stati, la volontà di potenza) e la geografia (confine in comune, passato indistinto, assenza di chiari segni geografici di separazione). Se Mélenchon si agita verso più autonomia e Macron verso più integrazione, l’uno pensa che la relazione con la Germania sarà sempre subalterna, l’altro pensa di poterla dominare o quantomeno contrattare secondo la tradizione del dopoguerra, il punto in comune è la Francia, la sua posizione nei prossimi decenni. Si noti come in tutta la questione europeista si incrocino sempre due assi, quello degli interessi delle classi sociali e quello degli interessi delle nazioni. Ogni governante sa che maggiore è il vantaggio portato alla propria nazione, più relativamente agevole sarà gestire i rapporti tra le classi sociali.

Tutta la faccenda europeista, se da una parte discende dal problema dei confini e dalla turbolenta convivenza dei due potenti vicini, non meno certo che da considerazioni ed interessi dell’ economia di mercato e della élite che ne beneficiano, discende anche da alcune non sbagliate considerazioni che si trovano nel Manifesto di Ventotene non meno che in Carl Schmitt, in Alexander Kojève non meno che nel primo scritto europeista del poi diventato leggenda nera principe Coudenhove Kalergi, la PanEuropa. Questi e molti altri, che data l’estrema eterogeneità non possono dirsi discendenti di una unica ideologia (ci sono accenni di Stati Uniti d’Europa addirittura in Lenin), evincono sin dai primi del Novecento che oggettivamente Europa non è più un campo di gioco unico in cui si riflettono le sorti del mondo. Gli Stati Uniti, il Giappone, la Cina, la Russia, il mondo arabo su fino all’India, segnano il prepotente allargamento del rettangolo di ogni gioco, politico, geopolitico, culturale, militare ed ovviamente economico. Lo spettro largo di queste riflessioni dura un secolo ed è la versione più colta del sentimento “unionista” di senso comune di cui abbiamo parlato prima.  Improbabile che Europa, dove a fronte di un 7% delle terre emerse si concentrano ben il 25% degli Stati mondiali, possa continuare a pensarsi come una macedonia conflittuale di stati e staterelli di più o meno antico pedigrèe. La doppia tenaglia anglosassone e sovietica per più di quattro decenni, ha reso presente a tutti come la divisione fa imperare altri soggetti, la sovranità prima ancora che monetaria, fiscale e giuridica, la si è perduta militarmente, quella politica ne è solo la conseguenza. Questo ci dice che se prima abbiamo individuato due assi ora ne dobbiamo mettere un terzo, oltre alla lotta tra le classi di una nazione e quella tra le nazioni europee tra loro, c’è anche da considerare che il quadrante di gioco non è più solo quello sub continentale ma quello mondiale.

Torniamo così al nostro discorso principale. Chi si propone di democratizzare l’UE temo stia perdendo altro tempo. Mi domando se “più democrazia” sia una invocazione infantile che serve ad acchiappare voti agitando il nobile drappo dell’autogoverno dei popoli o un preciso piano. In questo secondo -improbabile- caso, mi domando come pensano questi neo-democratici di risolvere il problema dell’oggettiva differenza che corre tra popoli latini e mediterranei e popoli germani e scandinavi, tra gli euro-occidentali e gli euro-orientali. Se domattina Mago Merlino con la bacchetta magica ci donasse il parlamento dell’euro a cui sottomettere la politica della banca centrale, i mediterranei  avrebbero la maggioranza dei 2/3, se ben convinti (e ci sono oggettivi interessi materiali nazionali a largo spettro a supporto) potrebbero far passare la riforma dell’euro facile-facile. Un millisecondo dopo la Germania, l’Olanda, la Finlandia, Lussemburgo ed i tre baltici uscirebbero.  Lo stesso varrebbe per la maggioranza italo-francese nell’eventuale parlamento della piccola federazione dei sei paesi fondatori la CEE-UE.  Così per lo statuto dell’euro ma anche per le altre necessarie riforme economiche e sempre evitando la politica estera che con la sua radice geografica, pone i mediterranei e quelli del Mare del Nord su sponde opposte, interessi diversi, prospezioni ed alleanze altrettanto diverse. Per avere democrazia ci vuole -al minimo- una Costituzione un parlamento, un governo, l’unione dei tre poteri di Montesquieu ed in definitiva niente di meno di uno Stato. Questo Stato che è l’unico sistema conosciuto in cui applicare la democrazia, a 6 se a base storica (?), 19 se su base euro o a 27 se su base UE, non è materialmente possibile per motivi auto-evidenti che i “democratici” non capisco perché si ostinino a non voler vedere. Se per fare un mercato si può essere 19 o 27 e pure eterogenei, per fare uno Stato sono richieste omogeneità giuridiche, culturali, religiose, linguistiche, storiche, politiche. Ogni volta che il sistema di mercato (UE) tenta di fare lo Stato si spacca, ma non lungo le linee ideologiche, lungo le linee geo-storiche. Ancora di recente, Macron si è speso per l’intensione (più governante quasi-federale) e Juncker ha invece ribadito l’estensione (ci sono molti paesi nel sistema, sarebbe più utile allargare il sistema ad altri paesi ad esempio i balcanici), perché le logiche per fare Stati o quelle per fare mercati sono intrinsecamente diverse.

Nessuno vuole in Europa uno Stato federale (anche perché materialmente irrealizzabile), quindi nessuno è in grado di sottomettersi a volontà generali che diventerebbero potere di popoli su altri popoli. Tra il disprezzo nei confronti dei mediterranei ed il ricambiato odio per i tedeschi o l’ironia svagata su quanto si sentono furbi i francesi senza esserlo davvero, mai come oggi stanno tornando in auge sentimenti nazionalistici che categorizzano molto sommariamente l’Altro. Far finta che non esistono i popoli o gli Stati o la storia o la geografia non aiuta, non appena si spinge troppo sull’inflazione retorica unionista, ecco spuntare subito il rimbalzo sovranista. Ma il peggio è che unionisti e sovranisti si disputano il gran premio della chiacchiera perché tanto né sembra si possa andare a più unione, né tornare alla nazione e ciò che impera, alla fine della fiera, è sempre e solo la Commissione, la BCE, i “Nien!” tedeschi. Tra il grande ed il piccolo Stato, alla fine vince sempre il Mercato.

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Siamo nel doppio vincolo, da una parte vorremmo esser più forti ed unirci ma la nostra estrema eterogeneità lo rende impossibile, dall’altra vorremmo ripristinare una accettabile democrazia e tornare a decidere noi sul “che fare?” il che però ci riporta in teoria ai nostri singoli stati che già oggi ma viepiù fra trenta anni, varranno quanto il due di coppe a briscola quando regna bastoni. Strappare più sovranità oggi, significa perderla senza speranza nell’immediato domani del commercio internazionale, della circolazione dei capitali, della dittatura dei mercati, delle nostre fragilità economiche, dei diktat anglosassoni sulla NATO, delle crescente minorità politica di nazioni piccole, sempre più anziane, sempre meno competitive e significative nello scenario mondo.

In questo dilemma che a volte si presenta come trilemma (dentro la nazione, tra le nazioni europee, nazioni europee vs resto del mondo) la sinistra ha forse una opportunità per quanto la confusione mentale ed ideologica oggi occulti proprio ciò che ha davanti a gli occhi.

Se gli otto paesi firmatari del distinguo rispetto ai sogni devolutivi macroniani sono tutti del nord Europa (inclusa la Germania dietro le quinte), se il gruppo di Visegrad unisce stati orientali confinanti ed eterogenei uniti però nel distinguersi rispetto ai dettami occidentali franco-tedeschi, se la Dichiarazione di Lisbona è firmata dai meridionali portoghesi, spagnoli, francesi ed una particella di italiani è perché l’Europa è fatta di popoli ed i popoli di culture, di storie sovrapposte su un piano geografico costante che unisce alcuni e separa altri. Sono le culture l’ordinatore che consente e non consente le eventuali fusioni tra Stati-nazione in Europa. Nessun paese latino mediterraneo avrebbe grossi problemi ad avere una banca centrale che fa quello che ogni banca centrale al mondo fa (espansione economica, controllo del cambio, aiuto nella gestione del debito pubblico oltre al fatidico controllo dell’inflazione), non così i tedeschi e la loro area egemonica nord europea. E lo stesso gruppo dei latini certo che ha interessi geopolitici comuni verso il Mediterraneo, il Nord Africa ed anche il resto del continente che s’affaccia sul nostro stesso mare (per non parlare delle opportunità di sistema con il Centro-Sud America), quindi interesse ad unire le forze in qualche modo. Interessi diversi da quelli germano-scandinavi o dei confinanti con la Russia.

Tra paesi latino mediterranei si possono fare alleanze senza speranze che si battano per una diversa UE, si possono promuovere  maggior livelli di integrazione e cooperazione fattiva mentre si rimane nell’UE, ci si può dar man forte per coordinare una simultanea uscita dall’euro tornando a chi ci crede alle rispettive valute o per uscire tutti dall’euro tedesco e confluire  in un altro euro mediterraneo espansivo, svalutabile, di aiuto alle gestione dei debiti pubblici (soprattutto quelli collocati all’estero, estero che a quel punto avendo nel nuovo sistema sei diversi paesi, diminuirebbe come impegno nel caso lo si volesse ricomprare per immunizzarsi dagli spread, come è in Giappone), sottomesso non ad un trattato ma ad un parlamento democraticamente rappresentativo.

Nel rompicapo europeo non ci sono soluzioni facili e questa invocazione di un insieme latino-mediterraneo non è esente da problemi. Si tratta però di scegliere la via meno problematica e sopratutto quella che apre a maggiori condizioni di possibilità. La comune cultura latino-mediterranea è l’unica solida base per cominciare a sviluppare progetti politici inter-nazionali per tempi che stanno velocemente scalando indici di complessità sempre meno rassicuranti. Ci conviene oltremodo svegliare tutti dal sonno dogmatico che vuole unioni a 27 o a 19 senza che sussistano gli indispensabili pre-requisiti per farlo, così come ci conviene essere realisti e responsabili e cominciare a pensare  che nel mondo nuovo paesi solitari da 60, 40, 10 milioni di abitanti avranno sovranità men che formali. Coordinarsi tra simili per criticare, provare a cambiare o abbandonare l’euro non meno che la NATO, è condizione necessaria, il fine preciso lo valuteremo assieme, intanto fissiamo il mezzo.

Non esiste una sinistra senza una Idea ed in tempi così complicati, far base su un substrato comune di origine geo-storico, quindi culturale, quindi popolare e reale, a noi sembra il modo migliore per far si che la sinistra torni a pensare e ad agire politicamente. Se le opinioni specifiche su UE, euro e vari tipi di progetti avanzati da più parti fanno perno su quel sentimento istintivo che pensa necessario unire le forze tra alcuni di noi, dare a quel sentimento la prospettiva più limitata e perciò più concreta dell’alleanza progressiva tra noi mediterranei europei (per i paesi-popoli musulmani mediterranei il discorso verrà fatto dopo, non si possono fare progetti di unione federale con paesi del nord Africa, ora), può aiutare a darci identità, egemonia nel dibattito pubblico, spinta creativa a disegnare il mondo che verrà, voglia di tornare a fare politica. Se la sinistra nasce nel conflitto sociale interno, oggi deve anche misurarsi con il formato Stato-nazionale, coi rapporti interni all’Europa che sono tra nazioni prima che tra classi e col problema di ciò che è fuori dal nostro antico mondo. L’Idea deve orizzontarsi su tutte e tre le variabili altrimenti rimane idealismo, inutile sequenza di petizioni di principio e non progetto.

La sinistra uscirà dalla sua crisi quando dimostrerà di avere un progetto positivo sulla realtà, alla funzione critica si può aderire scrivendo e comprando libri (una delle principali attività della sinistra), ma non si costruisce realtà con la “potenza del negativo”. La sinistra nata dal conflitto di classe deve sapersi riattualizzare davanti ai tre scenari sistemici mai davvero trattati in profondo dalla sua pur voluminosa produzione teorica: nazione, Europa, mondo. Niente progetto, niente sinistra.

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[1] Il Piano Macron è stato presentato a settembre 2017 alla Sorbona. Le “corone” del piano Macron erano sicurezza, difesa e politica estera, tre argomenti che si fondono come interesse francese ad agire negli “esteri” identificando l’interesse francese con quello europeo. La partecipazione francese, almeno “ideale”, al bombardamento in Siria e l’orgogliosa rivendicazione valoriale che ne ha fatto Macron il 17 aprile a Bruxelles, confermano di questa vocazione del francese ad intestarsi la funzione esteri. (Sullo sviluppo del business della difesa, si veda questo contributo di B. Montesano su Sbilanciamoci: http://sbilanciamoci.info/difesa-europea-business-della-sicurezza/ a rimarcare la costante ambiguità per la quale non si parla di esercito comune ma di business comune). Oltre ai tre argomenti “estero”, il piano Macron ha ambiente e ricerca tecnologica dove quest’ultima segna una delle croniche debolezze europee. Nessuno stato europeo è effettivamente in grado di mobilitare investimenti significativi in grado di competere con quelli americani e cinesi, mancanza che poi si riflette nelle minori condizioni di possibilità economiche e mancanza di indipendenza in un settore strategico. Infine, l’euro che Macron vorrebbe riformare con un comune bilancio e conseguente allineamento fiscale e con unico ministro delle Finanze.  Difficile che anche volendo (e sull’esistenza di questa volontà è lecito nutrire parecchi dubbi), la Germania in cui le due forze politiche in ascesa e che controllano già oggi un quarto dell’elettorato sono i Liberali euroscettici ed AfD apertamente xenofoba, aderisca al progetto se non rendendolo ancora più ambiguo tra la sua forma narrativa e la sostanza ben meno palpitante. Chissà quindi se ci sono proprio i tedeschi dietro la presa di posizione del 6 marzo, in cui otto paesi euro (Finlandia, Irlanda, Olanda, i tre baltici, Svezia e Danimarca ultimi due non in Eurozona e si tenga conto che fuori Eurozona c’è poi su posizioni simili anche il Gruppo di Visegrad) hanno pensato necessario dichiarare assieme l’assoluta contrarietà ad ulteriori devoluzioni dei poteri nazionali, bocciando in sostanza il piano Macron. A sentire le dichiarazioni di Merkel in preparazione del vertice con Macron sembrerebbe proprio di sì, i settentrionali  non vogliono alcun sistema politico comune coi meridionali, non si capisce perché i meridionali non ne prendano atto e ne traggano conclusioni.

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