XI JINPING E L’OCHETTA MARTINA.

La Belt and Road Initiative – BRI (che, come acronimo, prende il posto del precedente One Belt One Road – OBOR, detta anche “Vie della Seta”) ha avuto il suo primo summit fondativo. Si tratta di un progetto infrastrutturale (strade, porti, stazioni, ferrovie, reti elettriche – tlc, gasdotti etc.) che vorrebbe innervare l’eurasia, coinvolgendo Medio Oriente ed Africa, per cui sarebbe più giusto dire “afro-eurasia”. Il capofila è la Cina che traina l’economia asiatica (presa senza India e Giappone) che pesa un 21% dell’economia mondo. Assieme all’area russo-centro asiatica, arrivano al 23%. Coinvolgendo Pakistan, Iran e Turchia, si supera il 25%, un quarto dell’economia mondo. Questa rete potenziale di stati-economie ha dalla sua tre carte importanti: 1) la continuità geografica di aree differenti sia in longitudine, che in latitudine; 2) ricca dotazione di energia (Russia, repubbliche centro-asiatiche, Iran); ma soprattutto 3) ampi margini di sviluppo potenziale. Quest’ultimo punto dice che se oggi questa parte di mondo pesa un 25%, fra dieci anni (o forse prima) potrebbe crescere al 30%, è cioè all’inizio o poco dopo l’inizio, di un ciclo di sviluppo potenzialmente lungo. Lo sviluppo porta crescita di potenzialità, cioè essenzialmente “dinamica” e poiché la “dinamica” è molto attraente per tutti, non è detto che anche il Giappone (6,5% economia-mondo) ed area indiana (3.4%) oggi alieni dal progetto, non cambino idea. Poi c’è l’area del Golfo che vale un altro 2% mentre l’Africa che oggi vale solo il 3% dell’economia mondo è non solo apertamente in target al progetto ma è anche l’area di sviluppo più promettente del pianeta. Volenti o nolenti, i destinatari finali del network, sono gli europei oggi ancora il 22% dell’economia-mondo come UE ma, al di là del “peso quantitativo”, portatori di un ben maggiore peso qualitativo in termini di conoscenze e tecnologie. L’Europa è un’area storicamente in contrazione ma per il progetto in questione questo potrebbe essere un bene in quanto i valori quanti-qualitativi sono ancora -e per un bel tempo rimarranno- “alti”, così che un’Europa divisa, anziana, in contrazione ma ancora ricca e pesante, potrebbe essere partner e non dominus come è stato nella sua trisecolare storia imperial-coloniale.

Su questo progetto (BRI) si possono dire alcune cose. Questo è il quarto progetto-mondo della storia. Il primo invero non fu un progetto ma la risultante di una serie di spinte progressive mosse dalla concorrenza intra-europea che portò olandesi, portoghesi, francesi e britannici a muovere verso est, passando dall’Africa e bypassando gli arabi. Gli europei si presentarono qui e lì, occupando zone, commerciando in forme ineguali, usando spesso la forza militare. Fu quindi più che altro un fenomeno di rapina organizzata alimentato da volontà di potenza. Il secondo fu un progetto che si strutturò nel suo sviluppo, ovvero l’Impero britannico. Questo accentuò il controllo dei territori che nella fase precedente si limitava a porti o tratti di costa per commerciare con l’entroterra, accrebbe l’uso della forza e portò a forme di dominazione istituzionale e finanziaria. Il terzo è l’impero informale americano che superò l’imperialismo formale britannico, addirittura promuovendo la decolonizzazione formale, ma sviluppando tramite World bank, Fondo monetario internazionale, dollaro, sistema banco-finanza-off shore, network delle multinazionali e network di basi militari, una nuova forma assai sofisticata di controllo e dominio, non direttamente territoriale ma proprio per questo, con più ampie condizioni di possibilità in termini di estensione.

BRI si presenta quindi come la nuova puntata dell’interconnessione planetaria ma con punti di distinguo ben marcati: a) è il primo progetto non occidentale; 2) non è un progetto imperial-coloniale di dominio e controllo promosso da un solo agente; c) non è un progetto a base finanziaria e militare ma spiccatamente commerciale; d) è il primo progetto che si svilupperà in concorrenza ad altri interessi, quelli della potenza egemone che abita su un’isola (il Nord America può essere assimilato ad un’isola per quanto continentale). I progetti o le dinamiche precedenti hanno avuto scontri per l’egemonia come ben sostenuto da Braudel ed Arrighi ma non sulla logica del progetto o della dinamica. Si tratta cioè di un “progetto” che ha chiaramente un leader (la Cina) che col suo peso del 15% dell’economia mondo complessiva è certo egemone ma non dominante. Ciò porta alla formazione di una rete di cointeressenze che dovranno portare le entità coinvolte a cooperare. Ad esempio, la forza commerciale, produttiva e finanziaria della Cina non è anche forza militare ed energetica che sono atout russi; i ricchi di spazio non coincidono coi ricchi di fondi finanziari e così i ricchi di materie prime non coincidono con i ricchi di capacità trasformativa; il controllo e la difesa delle reti da stendere dovrà esser fatto dagli attori locali e non da quelli centrali; ogni eccesso di influenza e controllo potrebbe spingere i singoli pezzi della catena a defezionare magari sotto pressione ed inviti più o meno allettanti del concorrente principale (gli USA); la risultante dell’intreccio complessivo dei flussi commerciali dovrà mantenere una convenienza condivisibile, un grave problema locale -trattandosi di reti- diventerà generale e ciò porterà tutti i partner a condividere in simultanea l’interesse del bene comune infrastrutturale; sulla carta -e più ancora nel corso del tempo sul piano concreto- è un progetto-processo il che dovrebbe portare a forme di cooperazione di più alto livello (proprie istituzioni banco-finanziarie, nuove forme di valuta globale, nuove istituzioni politiche multilateriali, fors’anche inedite collaborazioni militari). Insomma, alla luce di un’analisi non ideologica, BRI sembra corrispondere in potenza, a quanto affermano i suoi promotori: un progetto cooperativo mondiale che può portare pace e sviluppo, equilibrio dinamico e premessa per una nuova forma di convivenza planetaria. Qui non c’è da essere fiduciosi o diffidenti di quelle che certo rimangono dichiarazioni d’intenti, è l’analisi  obiettiva delle linee generali del progetto a dire che o questo riuscirà a mantenere le sue promesse migliori o si disintegrerà ancor prima di compiersi.  Se manterrà le sue promesse migliori, risulterà davvero una delle possibili precondizioni strutturali per lo sviluppo di un sistema mondiale complesso ma non caotico.

Sul progetto in quanto tale, ne sappiamo ancora molto poco. Non è ancora perfettamente chiara la cartina logistica delle reti, le stazioni ed i terminali, la natura dei canali e le zone coinvolte appaiono e scompaiono in versioni successive delle versioni pubbliche del piano. Ma, a parte il fatto che poiché il piano ha rilievo geopolitico e non è privo di concorrenti e nemici è ovvio tenere le carte anche un po’ coperte, è anche natura di un progetto cooperativo aspettare che si vada formando la rete dei cooperatori, la dimostrazione concreta dell’impegno di ciascuno per stabilire esattamente cosa fa chi, dove, come e quando. E’ natura del progetto essere per certi versi “ridondante”. Questa rete deve avere sempre pronte una o due alternative di flusso poiché dai disastri naturali a quelli geopolitici procurati volontariamente o anche involontariamente (rivolte locali), il suo flusso principale est-ovest non si potrà interrompere mai del tutto. Altresì, per evitare l’effetto autostrada che desertifica le antiche reti locali, gli assoni principali dovranno comunque essere centro di più ramificate reti locali aumentando di molto la complessità logistica del progetto, complessità che conosce solo chi è in loco. L’impegno logistico e soprattutto finanziario quindi, ha solo stime ma è intrinsecamente difficile da stimare perché è un progetto che probabilmente avrà solo alcune parti definite ex ante ma molte più parti legate all’effettiva cooperazione tra partner diversi, cooperazione che potrebbe non accadere dove previsto ma accadere dove prima non si era previsto, secondo flessibile opportunità. Più che un piano di logica ingegneristica quindi è un piano di logica agricola, si semina, si cura, si vede che ne vien fuori, poi si taglia, si corregge etc. Abbiamo quindi a che fare con un progetto aperto, flessibile, ridondante la cui arborizzazione dovrà per certi versi seguire una logica di bio-geografia cooperativa per prendere l’esatta forma di ciò che dovrà strutturare.

Quello che invece già sappiamo è che il progetto ha sì capofila la Cina ma assomiglia ad una sorta di versione attiva dei “paesi non allineati”. Questa forma di cooperazione che nacque a Bandung nel 1955, ebbe una storia più passiva che attiva e la BRI sembra essere la sua evoluzione appunto in forma attiva. Questo dice anche dell’enorme rilievo geopolitico del progetto, molti stati di varie dimensioni e della più varia natura e cultura che si mettono assieme per fare una cosa di comune interesse, lasciandosi reciprocamente liberi di esercitare le proprie forme di sovranità. E’ questa la forma più conforme all’idea del destino multipolare di un mondo a 7,5 miliardi di persone, prossimi  10 miliardi. Il progetto non crea il fenomeno multipolare, lo accompagna. Non è possibile nella logica dei sistemi pensare ad un mondo di 7,5-10 miliardi di persone dominato da una gerarchia di vertice stretto, la reiterazione del “secolo di qualcuno”, semplicemente, non può funzionare “fisicamente”. Poiché quindi, ci piaccia o no, un aggregato così ampio ed eterogeneo, formerà spontaneamente i suoi grumi più fitti, i suoi attrattori naturali, BRI sembra essere l’ipoteca di un progetto che tende a tenere in relazione queste parti, secondo il più antico interesse che ha mosso qualsivoglia comunità umana di ogni tempo e luogo: scambiare le eccedenze con le mancanze, ovvero, commerciare. Tolti gli anglosassoni (britannici ed americani) è poi quello che hanno fatto anche veneziani, genovesi, portoghesi, olandesi, arabi, indiani, cinesi e financo giapponesi per lungo tempo, senza per questo che l’uno dominasse l’altro pensando di infine dominare il mondo intero. Anche se era proprio Braudel a pensare che ogni ciclo di potenza iniziava con lo sviluppo dei trasporti, a cui seguiva l’espansione commerciale, a cui seguiva l’intensificazione industriale, a cui seguiva “l’autunno” di potenza segnato dalla falsa primavera dell’egemonia finanziaria.

E’ lecito domandarsi allora, se questa è la precondizione di una nuova forma di globalizzazione. Qui sarebbe il caso di definire meglio i termini che usiamo altrimenti rischiamo di nominare nello stesso modo forme non analoghe. Lo scambio tra economie-nazioni è antico quanto le società complesse e forse anche più antico, non è questo che porta alla globalizzazione, lo sono le forme giuridiche-politiche-finanziarie che sovraintendono lo scambio, oltreché la formazione di una partizione densa dell’umanità sul comune pianeta. La globalizzazione WTO (in via di archiviazione) ad esempio, prevede un azzeramento  degli attori statali e quindi anche delle loro forme politico-giuridiche e regola lo scambio tra privati, secondo regole esclusivamente di libero mercato stante che la valuta di transazione internazionale è il dollaro. Quella che si avrebbe con una ramificata e complessa rete di scambi inter-nazionali secondo ad esempio, accordi bilaterali, regolati dalla mediazione tra le doppie giurisdizioni ed assecondata da un riferimento ad un paniere di valute, sarebbe internazionalizzazione. Si deve allora anche notare, che è in effetti da qualche anno (almeno quattro) che il volume delle transazioni commerciali mondiali ristagna e che stante che la BRI certo ha natura ovvia di supporto allo scambio commerciale, forse non è questa la sua prima ragione d’essere. La BRI potrebbe avere anche un significato economico in quanto tale e senz’altro un significato geopolitico, che i più attenti credono sia la sua prima ragion d’essere.

Il significato economico primo va riferito alla sua realizzazione più che al suo uso. La BRI è una forma di keynesismo planetario in quanto la domanda di  tubi, acciaio, ferro, rame, mattoni, cavi, traversine, locomotori, vagoni, navi, sistemi di controllo, ingegneria logistica, banchine, gru, magazzini, uffici, asfalto e cemento dovrebbe essere positivamente stimolata. Così la forza lavoro che dovrà dare forma a tutta questa materia iniziale ma anche in seguito alla manutenzione. Reimpiego del surplus cinese ovviamente, ma anche forme di finanza mista pubblico-privato in capo alle nuove istituzioni banco-finanziarie che si svilupperanno intorno al progetto. Certo il capitale privato, viziato dagli ultimi anni di redditività geometrica intorno alla finanza algoritmica, faticherà un po’ a vedere l’opportunità di un ritorno a medio-lungo termine e chissà poi quanto incentivante ma altresì, non è neanche possibile credere ad altri venti o trenta anni di finanza delle bolle, prima o poi tra Cina, Fmi che ha di recente sponsorizzato l’idea di riprendere gli investimenti pubblici infrastrutturali o il piano interno a gli USA che chissà se Trump arriverà a poter mettere in essere, i grandi attori dell’economia-mondo potrebbero recintare gli spazi di manovra dell’haute finance e costringerla a tornare ad investire nel mondo del concreto. Già Arrighi ci ammoniva sul fatto che quella tra potere del territorio e potere dei soldi è una dialettica dell’esito ricorsivo se si analizza il cosiddetto capitalismo nella sua lunga durata. Gli investimenti per produrre la rete potrebbero ritornare poi come spesa minuta per la nuova offerta di merci, l’industria dei paesi meno sviluppati potrebbe svilupparsi un po’ di più e così renderli maggiormente strutturati. E’ chiaro che in questo spazio economico, si dialogherebbe con più valute, almeno inizialmente. Da vedere poi se la richiesta di imprescindibile stabilità finanziaria, porterà a panieri che esprimono un nuova moneta di conto o se lo yuan prenderà forma egemone. Inoltre, è ancora tutto da vedere a chi andrà la proprietà di queste infrastrutture e quali saranno i rapporti tra consorzi internazionali che realizzano, quelli che gestiscono e le sovranità territoriali, nonché i pressanti e fondamentali problemi di compatibilità ambientale e di redistribuzione sociale. Se tutto questo mostrerà di poter crescere nel tempo, se le promesse verranno mantenute dalla difficile messa in opera delle intenzioni, questo aspetto del progetto è auto attrattivo: più cresce, più calamita risorse e partner, più cresce. Prima quindi di arrivare a definire le forme dello scambio cooperativo, si formeranno le logiche cooperative per realizzare il progetto.

Ma forse, il primo motore di questa ambiziosa iniziativa, più che economico o commerciale è geopolitico. La Cina sa di avere bisogno di alleati per proteggere ed alimentare la sua lenta ma inesorabile crescita di volume economico che poi diventerà immancabilmente politico. Questi alleati si trovano in forma naturale nella dinamica del mondo contemporaneo e sono rappresentati dall’avanguardia che il rapporto PWC The World 2050 ha definito gli E7 (emergent) ossia: Brasile, Russia, India, Cina (BRIC), Indonesia, Messico e Turchia. Oggi più o meno alla pari con i G7 come peso sull’economia mondo, nel 2050 varranno più del doppio degli occidentali (Pil a PPP). La dinamica è inesorabile, crescono poderosamente non solo gli E7 ma anche un seguito fatto di Egitto, Nigeria, Pakistan, Malaysia, Filippine, Bangladesh, Vietnam; scendono ed a volte crollano tutti gli occidentali che tra dollaro ed euro, IMF, WB, OCSE, BIS, Società di rating, grandi fondi ed assicurazioni, Wall street e City, controllano ancora oggi il gioco economico del mondo. Del resto, se si combinano i dati demografici, con quelli che premiano le economie che hanno ancora ampi e necessari margini di sviluppo, stante che ormai il mondo intero adotta il modo economico occidental-moderno come standard, seppur adattato, non c’è altro possibile risultato. Il tutto prende schematicamente l’aspetto di quella “grande convergenza” in cui c’è un ancient règime calante e decadente ed una pletora di sfidanti che hanno il comune interesse a prenderne alcune posizioni e leve di possibilità, sempre che non si mettano a competere gli uni contro gli altri. Il BRI a guida cinese o cinese-russa, condivisa al momento nella Shanghai Cooperation Organization ma domani in chissà quanti altri forum di cooperazione pronti a nascere, sembra allora proprio la strategia per compattare il fronte degli aspiranti di modo che non si perdano per strada in qualche ottuso egoismo particellare magari incentivato dal divide et impera e del vecchio gioco de ”il nemico del mio nemico è mio amico” (e varianti) alimentato dall’universo occidentale in contrazione. L’obiettivo è che il fine comune prevalga su quello particolare e la “squadra” protegga tutti i suoi membri dalle inevitabili ritorsioni ed insidie procurate da chi sta perdendo il dominio e con esso, le comode condizioni di possibilità che sostengono i rispettivi sistemi sociali. BRI è una strategia sottile e lenta, una tela tessuta a più mani per accompagnare delicatamente ma solidamente, la grande convergenza che segnerà la storia planetaria per i prossimi trenta e più anni, anche se il capo-tessitore, chi ha preso l’iniziativa (per quello si chiama “iniziative”  e non project), ha chiaramente gli occhi a mandorla.

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Amanti del discorso metaforico, i cinesi hanno citato a metafora del BRI, le anatre cigno selvatiche che in formazione, riescono a volare tra venti e tempeste mantenendo il loro ordine sistemico perché fanno branco e si aiutano a vicenda[1], alternandosi alla guida come i ciclisti in fuga. Ecco allora tornarci alla mente l’ochetta Martina di K. Lorenz, l’oca selvatica[2] che avendo avuto come imprinting della nascita lo studioso austriaco, lo seguì tutta a vita come fosse la sua guida. Chissà se Xi Jinping conosce Lorenz o se quel suo “Come diciamo spesso in Cina -l’inizio è la parte più difficile-” citato nella seconda delle tre parti del suo lungo discorso d’apertura del summit, è solo una sovrapposizione casuale. L’inizio, l’impriting del progetto è quindi fondamentale[3]. Xi ha riassunto i principi alla base del progetto così: BRI può essere  la struttura per la pace, BRI è la pre-condizione per lo sviluppo e lo sviluppo è la precondizione per l’ordine sociale e politico, BRI porta ad aprirsi ma non a dissolversi, BRI alimenta l’innovazione, ma ricordiamoci che BRI non collega solo economie diverse ma civiltà diverse.

Noi, in Occidente, abbiamo ormai smesso di credere ai discorsi cerimoniali e farà strano che io mi soffermi su i pistolotti retorici del presidente rosso. Ma quando si ha a che fare coi cinesi, consiglio di procedere con cautela nell’applicare copia+incolla le nostre logiche perché loro sono un sistema, certo umano, ma nato, cresciuto e sviluppato parallelamente al nostro e in molti punti ha un diversa genetica, un modo diverso d’intendere le cose, una logica propria, un senso comune diverso. Nei cinque classici confuciani, ad esempio, il Libro delle odi (Shijing  诗经, X – VII secolo a.C.), veniva usato dagli ambasciatori dei vari stati, spesso in lotta tra loro, anche come codice allegorico per dirsi le cose senza dirle direttamente, una sorta di canone diplomatico-poetico per essere franchi o allusivi, ma mai diretti. Le parole pubbliche quindi hanno un peso, quelle dette e quelle non dette, un peso diverso dal dovere retorico che ha da noi il discorso istituzionale pubblico. Consiglio quindi al lettore più attento e curioso di leggerselo tutto il discorso di Xi[4], prima di far scattare l’interpretazione standard del comunista globalista che eccita la Davos neoliberale. Peggio di non capire le cose c’è il pensare di averle capite avendole capite male o per niente.

L’etologo austriaco premio Nobel (1973), scrisse nello stesso anno del premio, gli “Otto peccati capitali della nostra civiltà” (Adelphi, 1973). L’ottagolo lorenziano, snocciolava queste insidie: la sovrappopolazione della Terra, la devastazione dell’habitat umano, l’accelerazione di tutte le dinamiche sociali a causa della competizione fra uomini, il bisogno di soddisfazione immediata di tutte le esigenze, primarie o secondarie che siano, Il deterioramento genetico causato dalla scomparsa della selezione naturale, la graduale scomparsa di antiche tradizioni culturali, l’indottrinamento favorito dal perfezionamento dei mezzi di comunicazione, la corsa agli armamenti nucleari. Lorenz vedeva, in sostanza, un rischio adattivo per la nostra civiltà, una civiltà che ha teso ad emanciparsi dai vincoli (biologici, geografici, delle risorse, dei limiti naturali e storici) ma che non ha ancora trovato un suo senso positivo, che è scappata da qualcosa ma non ha ancora definito bene dove andare e soprattutto “se” ci può andare. Forse Xi non conosce Lorenz ma per una naturale convergenza del pensiero umano, sembra che lui ed i cinesi abbiano risposto ai warnings di Lorenz, abbiamo definito dove “loro” vogliono andare, come e con chi. Cooperazione e competizione sono i due atteggiamenti naturali di ogni specie vivente, chi ha sviluppato più l’una, chi l’altra. La lotteria adattiva ha talvolta premiato l’una strategia o l’altra, tenendo conto che le due non sono solo in alternativa secca ma più spesso sono amalgamate in qualche “giusto mezzo”. Ad oggi, almeno a leggere le cronache, “loro” vantano cooperazione, “noi” -solo- competizione.

Va detto che il nostro Gentiloni  è stato uno dei pochi occidentali ad aver raccolto l’invito, uno dei 29 capi di Stato presenti. Ma l’Italia fa parte anche dell’UE e della NATO e sebbene usa (come del resto tutti gli altri) a farsi anche degli affari in proprio, potrebbe esser frenata a seguire il suo istinto naturale (che è geografico come si evince prendendo una qualsivoglia cartina), poiché il capobranco americano che tra l’altro abita un altro continente, decide diversamente. E’ allora importante che noi tutti si cominci a domandarci da che parte stare, come ci vogliamo presentare a quell’incontro di civiltà che propone Xi ma non solo. L’irruzione del “problema geopolitico” nel dibattito pubblico italiano è ben segnato dal numero in uscita di Limes dove il titolo “A chi serve l’Italia?” può e dovrebbe anche esser letto come “All’Italia chi serve?”, qual è il nostro interesse nazionale oggi e per i prossimi decenni? Chissà che nel nuovo mondo multipolare, per la terra di Marco Polo, non si aprano nuovi-vecchi orizzonti, quegli orizzonti mediterranei cantati da Braudel che suonano così diversi dalla metrica teutonico-anglosassone. Ora è quel momento iniziale, il momento dell’impriting, lì dove l’ochetta Martina decide che direzione prendere, a quale branco appartenere. Forse c’è politicamente qualcosa di più importante che seguire la mondezza romana o le vicende della tecnocrazia neoliberale europea o l’istant poll su quanto è cafone Trump o il dramma della dissipazione introflessa della fu-sinistra[5] o mettere i cuoricini su i post di che parlano bene di Putin. C’è da decidere cosa noi dovremmo fare per i prossimi trenta e più anni per darci nuove condizioni di possibilità senza le quali dovremo rassegnarci ad un futuro di utenti di  like e dislike ininfluenti.

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[1] http://www.atimes.com/article/xis-wild-geese-chase-silk-road-gold/

[2] Quella di Lorenz era una Anser anser mentre quelle citate dai cinesi sono Anser cygnoide, di origine mongola. La logica delle geometria variabile migratoria però è la stessa.

[3] Nella cultura della complessità, analogo (non identico) è il concetto di path dependence.

[4] https://america.cgtn.com/2017/05/14/full-text-of-president-xis-speech-at-opening-of-belt-and-road-forum

[5] Può essere interessante per coloro che vogliono ragionare sul diverso modo di sviluppare il marxismo la lettura dell’ultimo D. Losurdo, Il marxismo occidentale, Laterza, 2017. Nel mio piccolo, convengo con  lui sull’insostenibilità dell’atteggiamento eccessivamente idealista del marxismo occidentale e per altro, sono i fatti del sempre più esiguo ed anziano suo seguito politico concreto a dimostrare questa insostenibilità.

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LA CRESCITA DEL DUECENTO – Note per una concezione adattiva della storia.

Tra il mille e la fine del milleduecento, la popolazione europea cresce decisamente, quasi raddoppia. Accanto a questo fenomeno di cui indaghiamo il ruolo causale (causante e causato) si riformano o formano ex novo le città mentre il possesso delle terre passa dalla centralizzazione regale alle signorie. Le signorie favoriscono la crescita della produttività nella coltivazione agricola, tanto da produrre eccedenze che vanno a sviluppare lo scambio nelle città (mercato). Questo aumento della produzione chiama ulteriori investimenti per dissodamento, deforestazione, bonifica, irrigazione che vogliono dire manodopera e strumenti prodotti dall’artigianato. Si pongono problemi di rete viaria per collegare città con città e città con campagne e si pone il problema della moneta, del suo valore e della sua circolazione. A sua volta, la moneta è chiamata anche dalla sincrona espansione dell’attività mercantile ed artigiana ed in mancanza di una risposta puntuale ed adeguata, nascono i primi strumenti finanziari e creditizi. La crescita del Duecento è l’innesco di un lungo processo che porterà alla modernità. Giovanni Arrighi, nel suo monumentale “Il lungo XX secolo” pone qui l’invenzione dell’alta finanza[1] dei Bardi e dei Peruzzi, poi dei Medici, in quella Firenze che accoppiò il commercio religioso per conto di Roma, con quello della lana che importava dai Paesi Bassi e dalla Francia e poi da tutte le nuove altre fonti, finanziando anche le produzioni del Nord Europa e collocando i prodotti nel Levante in cambio di spezie, tinture e prodotti esotici che rigirava alla nuova classe affluente europea. A seguire, la prima forma di capitalismo finanziario (che secondo Braudel è l’unico, vero, capitalismo in quanto tale), sviluppata da Genova, quello più spiccatamente commerciale di Venezia e la prima industria del milanese e del Nord Italia.

Cosa causò la crescita del Duecento? Il modello di causa semplice, prevede una causa che poi determina a cascata tutte le altre. Un modello di causa complessa può anche prevedere una prima causa con funzione di accensione del ciclo espansivo ma dovrebbe considerare l’intero processo come strutturato da un sistema. Ogni parte del sistema alimenta la crescita del sistema stesso e rinforza le altre cause talché l’innesco iniziale può essere anche una fluttuazione casuale che attraverso rinforzi non lineari, produce attraverso il “sistema” che alimenta se stesso, il nuovo fenomeno macroscopico. La descrizione del modello allora, tratterebbe il fenomeno di causazione come centrato sul sistema, un sistema certo innescato inizialmente ma in cui questa causa prima ha una funzione causale ma anche casuale. In realtà la causa forte del fenomeno è plurale ed interna al sistema stesso. E’ anzi proprio l’autopoiesi del sistema la causa forte del fenomeno e sarà la descrizione delle sue sincronie e diacronie a costituire la descrizione della sua logica causale. Infine, un sistema non è mai nel vuoto e quindi reagisce a molte sollecitazioni e limitazioni esogene mentre tenta la sua riconfigurazione.

Nella storiografia medioevale, si è ritenuto per lungo tempo che questa causa, “prima” in senso temporale, la causa della crescita del Duecento, fosse da ricercare in un abbinamento tra cambiamento climatico e momentanea riduzione delle diffusioni epidemiche che portarono ad un beneficio quantitativo demografico, ma con ulteriore beneficio qualitativo in seguito alla fine della triplice minaccia portata dagli invadenti popoli esterni (vichinghi e normanni, ungari, saraceni) . Questa spiegazione è stata promossa dagli storici mentre gli economisti hanno promosso la propria interpretazione, riportando la causa all’aspettativa di un crescita della rendita da parte dei signori che per rinforzare il proprio potere, hanno cominciato a fare investimenti che permettessero  un maggior e miglior sfruttamento della terra.

Tra 1000 e 1350 in Europa la popolazione cresce, si stima, da 30 a 70 milioni. Si tenga conto che dopo il 1350, la popolazione crolla di un terzo e ci metterà poi molto tempo a crescere di nuovo. Lo stesso incremento del 233% di questi tre secoli e mezzo, partendo dai 70 milioni raggiunti nel 1350, impiegherà quasi cinque secoli per prodursi di nuovo (circa intorno al 1815)[2]. Si tenga anche conto che produrre una crescita sistemica partendo da 30 non è come produrre una crescita partendo da 70, quanto più contenuto è il sistema tanto più è sensibile alle fluttuazioni causali e casuali.

Tenendo conto di questa considerazioni, appare allora non esistere una dicotomia tra causazioni climatico-epidemiche a loro volta supportate indirettamente dalla cessazione della pressione dei popoli esterni e quelle della prima comparsa della brama del profitto da parte dei signori. Queste cause sono in competizione descrittiva solo perché lo sono le discipline dei rispettivi studiosi. La causa prima a livello di sequenza fu a sua volta l’interazione di più cause, quelle predilette dalla lettura storica e quella prediletta dalla lettura economica. Un causazione pluralizzata dalla sincronia tra clima, minori epidemie e minor pressione delle invasioni barbare (che potrebbe anche esser stata causa delle minori epidemie) produsse non solo una prima fluttuazione demografica ma anche le ragioni per le quali, dato che il potere centrale ebbe minor ruolo e necessità poiché la funzione dei re era di accentrare e coordinare le milizie offerte dai signori, si sviluppò il diverso ruolo dei signori della terra. Questi, per altro, avrebbero dovuto “sentire” l’avvento di tempi favorevoli in quanto convergenza di variabili, prima di investire nell’aumento della produttività creando così l’innesco per la formazione dello scambio, quindi dei mercati e della rinascita cittadina. Questa poi portò sia alla comparsa di una nuova attività artigianale, sia della nuova rete che collegasse i centri tra loro e le città meglio alle campagne e non solo quelle immediatamente vicine, che portò poi allo sviluppo di un nuovo atteggiamento verso la moneta e l’attività finanziaria e creditizia a seguito della grande espansione commerciale. Questa espansione, godette in primis dell’aumento della domanda in seguito all’aumento della popolazione ma anche della fine delle turbolenze barbariche, variabili a loro volte condizionate dal clima.

La contrapposizione tra storici ed economisti non è l’unica, c’è anche la contrapposizione tra endogeni  ed esogeni della causa ovvero tra coloro che cercano le cause dei cambiamenti nei rapporti adattivi tra un sistema ed il contesto e coloro che le cercano all’interno del sistema al netto del contesto. Su questo piano, ci pare che la ragione rimanga dalla parte degli storici e degli esogeni più che degli economisti e degli endogeni e che il sistema economico non sia il senso primo delle forme umane di vita associata ma una funzione affiancata ad altre nel più generale sistema sociale che deve continuamente adattare le sue forme interne alla logica con cui la società si adatta al suo esterno, un esterno che è sempre in cambiamento anche se meno o più pronunciato. Se infatti, pur dandole il ruolo di minima fluttuazione iniziale che di per sé non è la causa determinata ma solo la condizione di possibilità, una causa singolare prima delle cause plurali prime va cercata nel caso in oggetto, essa rimane quella del cambiamento climatico. Fu il cambiamento climatico, principalmente, a determinare l’esaurirsi della spinta migratoria dei barbari che divennero stanziali. Ottenendo le loro migliori condizioni di possibilità dove già si trovavano, non ebbero più molta spinta a premere ed invadere i confini della prima Europa che, per altro, aveva evoluto le proprie capacità difensive. Questo portò anche un vantaggio di minor contagio epidemico che, com’è noto, dipende in gran parte dai contatti tra popoli che sono cresciuti a lungo separati, sviluppando proprie immunità che sono diverse le une da quelle degli altri[3]. Non solo gli abitanti della prima Europa, vissero un po’ di più ed un po’ meglio perché non trucidati dagli invasori e falcidiati dalle epidemie ma anche loro, cominciarono ad ottenere primi benefici dal cambiamento climatico in termini di produzione e quindi di alimentazione. Se l’assenza delle minacce invasive diede minor ragione dell’esistenza dei poteri centrali che ai tempi avevano l’unica funzione di coordinare l’attività militare svolta dalle forze dei tanti signori legati dai patti feudali alle monarchie, questi si poterono certo meglio dedicare allo sviluppo delle proprie terre anche mossi dalle migliori condizioni di possibilità generali tra cui il trasferimento della proprietà e il suo lascito in eredità. Certamente questa visione di un futuro per la prima volta da molto tempo più roseo e promettente, li mosse all’intraprendenza ed a tutto ciò che gli economisti hanno notato come aumento della produttività e conseguente produzione di quelle eccedenze che innescarono tutte la cause sistemiche seconde.

Se tutto ciò lo adottiamo come descrizione esplicativa, ne traiamo quattro possibili considerazioni epistemiche:

  • La prima è che nei fenomeni complessi non esiste la causa singolare ma le cause al plurale. Il che certo diminuisce il ruolo del pensiero determinista ed aumenta quello del pensiero casualista non al punto di sostituire quello con questo ma al punto da relativizzare entrambi gli assunti estremi (caso e necessità) che sono più polarizzazioni concettuali utili alla logica binaria della nostra mente che fatti concreti del reale.
  • La seconda è che i sistemi umani, fatti di società, economia, cultura, storia etc., sono mossi da una generalissima regola che impone l’adattamento a condizioni esterne e se queste non cambiano è meno probabile cambino anche i sistemi umani. Anche qui, ha minor senso l’estremismo endogeno e maggior quello esogeno senza per questo ricadere in un determinismo stereotipato stante che il risultato finale di una adattamento risulta sempre dalla relazione tra la forma e la storia del sistema ed il suo contesto e né solo il primo determina tutto, né solo il secondo.
  • La terza è che il cambiamento è dipendente sia dalla dimensione ovvero strutturazione e resilienza del sistema, sa dall’entità della o delle cause esterne. Significative queste ultime, ci vuole comunque un sistema sensibile alle fluttuazione e perché s’inneschi un cambiamento significativo, ci vogliono cicli non lineari di imput – output che moltiplichino e diffondano treni di causazioni innescati anche da sole fluttuazioni.
  • La quarta è che il cambiamento strutturale dei sistemi è costante e progressivo nel tempo ma quando agiscono cause plurali esterne di una certa entità (misurabile sia in quantità che in qualità) alla configurazione adattiva interna ai sistemi, è richiesto un salto, una riconfigurazione che porterà ad una radicale trasformazione, ad una “forma nuova”. Questo lo registriamo nel passaggio delle ere e -in parte- delle epoche.

Tornando alla storia dell’economia del medioevo centrale, se ad esempio la densità abitativa dell’Europa fosse stata minore e le eccedenze fossero state scambiate tramite mercanti itineranti (come -in parte- nel mondo musulmano), non si sarebbero formati i mercati, non si sarebbero formate le condizioni forti per la rinascita cittadina, non si sarebbe sviluppata una attività economica che viene spesso sottovalutata: l’artigianato. La rete di città tra loro collegate che andava dall’Italia[4] alle costa del Mare del Nord, città accompagnate da campagne che a latitudini diverse producevano prodotti diversi quindi maggiormente scambiabili (l’islam, ad esempio, si sviluppò lungo lo stesso parallelo, Rabat-Tripoli-Damasco e Bagdad sono allineate tutte poco sopra il 30° parallelo; tra i prodotti svedesi e quelli del Maghreb importati dalle flotte delle città stato italiane invece, passano ben quattro paralleli, dal 30°, al 60°), fu la condizione di possibilità principale affinché le varie cause potessero agire di concerto. In più, sarà questa “vivacità commerciale” la ragione stessa della transizione successiva prima all’alto medioevo e poi alla modernità, non prima di essere però passati per la catastrofe dei cinque anni della peste del Trecento, un evento decisivo per molte ragioni tra cui il crollo dell’immagine di mondo che dominava la mentalità del medioevo. Fu proprio questo passaggio a cancellare l’uomo imbozzolato nella fede provvidenziale con tutto il portato di gerarchia terrene a modello di quelle celesti e ad aprire all’uomo intraprendente mosso da varie ragioni ma presto anche temperato dalla razionalità calcolante già sottolineata da Weber.  Nell’unità metodologica “società” in cerca di adattamento, non esiste una divisione netta tra strutture e sovrastrutture, l’uomo fa ciò che pensa e pensa secondo quanto ha già fatto e realizzato di efficace, nel più classico dei cicli ricorsivi.

L’impostazione adattiva della storia racconta dei successi e dei fallimenti che le forme dell’umano vivere associato (clan, tribù, etnie, società, regni, imperi, stati, civiltà) incontrano nel corso della loro reciproca interrelazione e della relazione con il contesto geo-climatico che le ospita. Il “sistema” scelto come forma del vivere associato, ha sempre il compito di ridurre il disordine intrinseco che la dinamica del mondo ha e quindi di produrre ordine. La società è un veicolo adattivo usato dagli individui per vivere il più a lungo ed al meglio possibile, questo è il significato originario del vivere associato che è strategia primitiva del biologico. Usando in analogia il funzionamento alla base dell’origine e del mutamento delle specie, le innovazioni tecnologiche, le dinamiche tra classi, i grandi uomini possono corrispondere alla casuale proposizione di innovazione genetica dovuta ad errori di replicazioni del DNA ma alla fine sarà il rapporto tra organismo (la società) e gli altri organismi (le altre società) e l’ambiente (il contesto geo-storico-climatico) a dare l’assenso o meno sulla favorevole esistenza di questa novità. Le civiltà, le società, i grandi sistemi egemoni della storia umana, ad un certo punto falliscono perché nati inconsapevolmente e non intenzionalmente per qualche ragione che ne determinò il primo positivo adattamento, non riuscirono a produrre novità adattiva alle mutate condizioni di ciò a cui dovevano nuovamente adattarsi. La storia, racconta questi successi e questi insuccessi.

A proposito di contesti, gli economisti farebbero bene ragionare includendo le variabili geografiche e farebbero meglio ad adottare logiche sistemiche e complesse a cui, in genere, sembrano allergici. Sembra costitutiva della presunta “scienza”[5] economica, la tendenza a ridurre il complesso sociale a quello economico (un “materialismo storico” che sembra accumunare tanto i marxisti che i liberali), trovare in questo presunte leggi di natura (con una definizione di natura umana che è sconcertane) che diventano oggetto di formule dall’oggettiva apparenza, scollegarsi da discipline come la demografia, la sociologia, la psicologia umana, l’antropologia, la geo-storia attraverso l’abuso di quel “ceteris paribus” che ipotizza comode parità di condizioni che invece pari mai sono, concentrarsi solo sulla vista endogena visto che i contesti non contano (?), abusare di descrizioni a grana grossa quando il racconto storico mostra un tal numero di variabili componenti i fenomeni da suggerire di tener conto di una costante rete delle cause, per altro dinamiche. Due sono i modelli scientifici principali della modernità, quello di Newton e quello di Darwin. Il mondo della complessità fisica ha trovato il suo paradigma in Newton, quello della complessità biologica l’ha trovato in Darwin (un Darwin che noi consideriamo come teoria adattiva non come teoria dell’evoluzione). Il pensiero economico farebbe bene a dimenticare Newton ed a ripassare la lezione di Darwin.

Quanto detto per gli economisti, non vale solo per loro, i sociologi che sarebbero in teoria più attrezzati a considerare l’unità metodologica “società”, che è poi il vero ed unico soggetto oggetto di dinamica adattiva macroscopica, adottano più variabili ma cercando la “struttura delle relazioni interne”, tendono anche loro a decontestualizzare il loro oggetto di studio. Isolando l’oggetto dal contesto, loro ma anche molti altri, finiscono in quel relativismo con ambizioni universalizzanti che è l’occidental-centrismo. Dimenticandosi di contestualizzare all’Europa o all’isola americana abitata prevalentemente da ex-europei, finiscono con il confondere ricorrenze locali con leggi generali. Poi vanno a leggere l’islam o la Cina o l’India e rimbalzano perplessi perché i fatti violano le teorie ma lungi dall’assumere questa falsificazione per  tentare nuovi modelli, fanno finta di niente e con ciò, rinforzano le infondate pretese universali della cultura europea che rimane coloniale nel suo DNA epistemologico. Meglio gli antropologi che almeno per costituzione, vanno a studiare gli Altri anche se solo quelli allo stadio pre-civile. Nel complesso, se queste discipline si parlassero un po’ di più, la somma delle loro parzialità forse migliorerebbe il totale, ma questo appello alla reciproca interferenza è anatema per il bon ton accademico che protegge la divisione del lavoro cognitivo più di quanto Taylor proteggesse la segmentazione produttiva nella catena di montaggio.

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La cultura della complessità, a livello paradigmatico, invita a rifuggire dal riduzionismo, dal determinismo ed invita positivamente ad includere nei sistemi interpretativi (dove anche le descrizioni sono interpretazioni), eterogenei contributi pluri-disciplinari. Il riduzionismo è una forma di compressione algoritmica, un sussumere molte cause in una. Il determinismo è la pre-decisione si debba individuare strette necessità quando ciò che chiamiamo “caso” (più spesso un coacervo di cause minori legate da un gomitolo di interrelazioni non lineari che assume l’aspetto di “fluttuazione”) ha spesso altrettanto ruolo. L’appello a darsi impianti interpretativi che nel caso in questione non possono escludere la storia del prima e del dopo, la climatologia, la geografia, la demografia, le mentalità, ciò che è intorno, la sociologia quanto l’economia e financo l’epidemiologia, serve proprio per produrre descrizioni più attinenti alla complessità del descritto senza costringerlo nel letto di Procuste dato dai confini fissi della disciplina di cui siamo specialisti. Altresì, le cause efficienti vanno rapportate a quelle permettenti, le condizioni di possibilità si aprono e si chiudono favorendo o impedendo l’azione casuale ed il fatto “nuovo” che si cerca immediatamente per dar ragione di un evento “prima no-poi sì” può non esser qualcosa di veramente nuovo ma qualcosa di vecchio che si comporta in modo nuovo o permette ad altri fenomeni di comportarsi in modo nuovo. Infine, tra la perfezione formale povera di contenuto dei “modelli” e delle “leggi” a la rugosità del reale pieno di eccezioni e localismi, si consiglia una continua spola tra le descrizioni a grana grossa e quelle a grana fine. Se la nostra cognizione abbisogna di grana grossa (astratto) per sussumere il tanto in poco dato che la nostra capacità mentale è poca, si deve sempre ricordare che il mondo che interpretiamo è fatto della trama a grana fine (concreto), se non finissima perché è “tanto” e “complesso”.

Insomma, il mondo è complesso e dovrebbero esserlo anche i nostri sforzi descrittivi ed interpretativi.   Poiché è con queste descrizioni ed interpretazioni che produciamo quella conoscenza, che è l’unica risorsa umana per sviluppare positivo adattamento al cambiamento dei contesti nel tempo, in un mondo sempre più complesso com’è il contemporaneo, questo invito prende forma di imperativo. Imperativo confermato dalla obiettiva difficoltà di rispondere alla domanda: le nostre società sono adatte al contesto nel quale si trovano e sempre più si troveranno? Il modo di stare al mondo che originò da quella crescita del Duecento, un mondo frazionato in zolle di civiltà tra loro scarsamente collegate e complessivamente sottopopolate (circa 500 milioni di abitanti il pianeta), è adattivo anche in un mondo iperconnesso benché frazionato in più di 200 stati, con 7,5 miliardi di abitanti? Continuerà ad esserlo con i 10 miliardi che avremo tra tenta anni?

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[1] Ma invero molti altri otre a lui, ad esempio Braudel.

[2] Apparirà allora ben significativa il dato di crescita della popolazione mondiale che tra il primo ‘900 ed oggi (poco più di un secolo) ha registrato un +400%.

[3] McNeill (2012)

[4] L’Italia era a sua volta il terminale degli scambi con Medio Oriente ed Africa.

[5] Chi scrive sostiene che scienza si ha dei fenomeni esclusivamente naturali. Si possono avere prestiti metodologici, suggerimenti sperimentali, si può usare in modo analiticamente proficuo per ottenere sintesi per elaborare ragionamenti il linguaggio e la logica matematica ma questo “tendere” ad una conoscenza certa e riproducibile rimarrà costitutivamente   sempre un “tendere” e mai un “essere”. Sarebbe allora meglio, trovare un altro termine per quelle discipline che usano iscriversi alla categoria delle “scienze umane”.

Piccola bibliografia:

  1. Arrighi, Il lungo XX secolo, il Saggiatore, 2014
  2. Bordone, Sergi, Dieci secoli di medioevo, Einaudi, 2009
  3. Braudel, Scritti sulla storia, Bompiani, 2001-2016
  4. Braudel, La dinamica del capitalismo, il Mulino, 1981
  5. McNeill, La peste nella storia, Res Gestae, 2012
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COMMANDER IN CHIEF.

Speak softly and carry a big stick; you will go far (“Parla gentilmente e portati un grosso bastone; andrai lontano”). Conosciuta come “politica del grosso bastone” o “diplomazia delle cannoniere”, la strategia allude alla più antica “Se vuoi la pace, prepara la guerra”, già presente (con altra formulazione) nelle Leggi di Platone e poi nella tradizione latina. La politica del grosso bastone, fu memorabilmente promossa da Theodore Roosevelt, 26° presidente degli Stati Uniti (1901-1909) che per altro, venne poi anche insignito del Nobel per la pace, diventando una delle quattro facce scolpite sul costone del monte Rushmore. Il senso è intuitivamente chiaro: poiché le parole rischiano di rimanere “flatus voci”, devi metterci sotto qualche atto conseguente di modo che prendano la consistenza dell’anticipo dell’atto. Insomma se domani ti siedi ad un tavolo per trattare qualcosa, è meglio che gli interlocutori sappiano che le chiacchiere non stanno a zero, le parole hanno conseguenze. Il momento topico dell’attacco missilistico “one off” coi 59 Tomahawk è stato quando Trump si è chinato a cena a sussurrare all’orecchio di Xi Jinping “…ah sai, sto bombardando la Siria”. Trump ha colto al volo l’occasione (o qualcuno ha “preparato l’occasione”, questo non lo sapremo mai) dell’infrazione chimica, per segnare alcuni punti che tornano utili per le sue molteplici trattative.

Il primo punto lo ha rivelato in anticipo lui stesso qualche giorno fa. Secondo Trump, Obama ha preparato le condizioni per il disordine siriano laddove pose la famosa “linea rossa” ma poi non conseguì la punizione alla minaccia del suo superamento. L’advisor del National Security Council – H.R.McMaster – è conosciuto come uno dei più grandi strateghi militari americani, già autore di un testo di strategia militare -Dereliction of Duty (1997) – in cui sosteneva che l’azione militare deve comunicare la volontà politica e solo se questa non basta, deve allora risolvere il problema in senso puramente militare, senza tentennamenti. Sostenne che fu questa vaghezza a monte a portare gli USA a far la figuraccia che fecero in Vietnam. Gli USA avrebbero dovuto usare subito con una certa trattenuta decisione l’opzione militare per portare al tavolo della pace il Vietnam del Nord, ovviamente all’inizio del conflitto quando la posizione Washington-Saigon era ancora forte e se e solo se ciò non avessero conseguito l’obiettivo desiderato, allora avrebbero dovuto procedere ad una azione militare massiccia e definitiva. Trascinare una guerra lunga con volontà incerta, fu la responsabilità del duo McNamara – Johnson, una responsabilità terribile in termini di risultati pratici: lunga scia di vittime e sconfitta sul campo[1]. Il primo punto quindi è: alle parole conseguono fatti, prendeteci alla lettera e regolatevi.

Il secondo punto segnato è che gli USA ribadiscono di diventar massimamente informali. Se ne fregano a priori dei riti di condivisione e degli equilibri diplomatici, rilevano un problema, agiscono, poi discutono se c’è ancora chi vuole discutere. E’ una postura da gioco multipolare, specificatamente unilaterale mentre quando il mondo era unipolare si consigliava la multilateralità, potenza della simmetria uno-molti. Gli USA accettano la riduzione a giocatore tra i giocatori ma ne conseguono il diritto a perseguire unilateralmente e in base alle carte che hanno in mano, il proprio interesse nazionale ed il tipo di gioco che gli permetterà di perseguirlo, per altro, da una posizione ancora molto forte. Per inquadrare l’improvvisa pioggia di Tomahawk, alcuni analisti hanno anche scomodato il vecchio Kissinger, fautore di una sorta di melange tra la strategia “Ivan il pazzo” (si ricorderà lo film “Caccia all’Ottobre rosso” con un carismatico Sean Connery) ovvero la pura imprevedibilità e una cosciente vocazione ad accrescere il caos. Al riparo su una isola confinata tra due vasti oceani, gli Stati Uniti d’America, hanno tutto l’interesse ad accendere complicate carambole di “divide et impera” e “il nemico del mio nemico è mio amico” in afro-eurasia. Questo mette in oggettiva difficoltà i competitor e porta gli –a volte- ambigui, indisciplinati e riottosi alleati, a sottomettersi a quella “servitù volontaria” lucidamente descritta da De La Boiéte, già nel XVI secolo, giusto una trentina d’anni dopo Il Principe di Machiavelli.  Ciò vale tanto per il quadrante asiatico, che per quello euro-russo e per quello mediorientale e naturalmente, di più per lo specifico siriano e il futuro tavolo che dovrà chiudere in qualche modo il conflitto ma vale anche per i tavoli di trattative commerciali o all’interno delle istituzioni globali (ONU, Fmi, WB, BRI). Il secondo punto quindi è: state preoccupati, allineati, coperti ed in mancanze di previsioni certe, aspettatevi il peggio.

Il terzo è un punto di politica interna. Già gravemente sanzionato dai sempre più disastrosi sondaggi d’opinione, poco amato da ampie parti della maggioranza repubblicana al Congresso, costantemente accusato di rapporti ambigui con i russi, Trump sconta la sua oggettiva minoranza nel paese reale, nello Stato profondo e nelle istituzioni che dovrebbero ratificare gli atti politici conseguenti la sua impegnativa strategia di medio-lungo periodo. Catalizzare queste disordinate forze contrarie rispolverando il “commander in chief”, è un classico delle strategie del consenso. In particolare, bombardando alleati dei russi, bombarda a sua volta coloro che lo hanno bombardato con le accuse di connivenze con il nemico storico ma altresì, aiuta ad alzare in volo il Boeing che porterà Rex Tillerson prossimamente a Mosca[2]. Ufficialmente c’è da “spiegare” ai russi le nuove regole del gioco (Nord Corea, Ucraina, Siria, contro-terrorismo) ma è anche assai probabile che, nel chiuso delle stanze, si continuerà quella complessa trattativa portata avanti già da Manafort, Page, Flynn (tutti “pizzicati col topo in bocca” dalla stampa americana e tutti costretti alle dimissioni) e chissà chi altro, la trattativa su i nuovi assetti delle relazioni geopolitiche certo ma anche quella sulle nuove relazioni petrolifere. Del resto, se fai Segretario di Stato il capo della Exxon-Mobil , è evidente che non stai solo giocando a Diplomacy. Senza perdersi nelle analisi borderline su i siti di geopolitica del cosa-c’è-sotto, bastava guardare il servizio di ieri sera dell’asciutto Mark Innaro da Mosca su i Tg RAI per capire che se avverti al telefono i russi e quindi i siriani che stai per bombardare, spari 59 bomboni ma ne arrivano meno della metà, distruggi vecchi Mig, la mensa ed un radar ed il giorno dopo i siriani usano le piste bombardate per riprendere i raid su Idlib, stai giocando più a fake-wrestling che ad una vera scazzottata di strada. Il terzo punto, rivolto all’interno quindi è: follow me e lasciatemi fare, ho un piano per ripristinare il prestigio della nazione.

Insomma, ci metti un po’ di bastone per disciplinare l’interpretazione delle parole su i tanti tavoli di trattativa che hai aperto e dovrai aprire, dai contributi NATO ai disavanzi commerciali, passando per la Corea, la stessa Siria, i rapporti con gli amici (dai riottosi ai convinti)) ed i nemici, il Messico piuttosto che l’Iran; fai capire che non sarà facile capire cosa hai in mente e soprattutto cosa, come e quando farai quello che farai sebbene una cosa è certa: lo farai; fai capire ai tuoi che stai lì per fare l’interesse nazionale e non per bieche ragioni di bottega personale chiedendo fiducia e mani libere dal sospetto. Tutto ciò a premessa del fatto che il tempo corre e fra due anni, devi portare alle elezioni di mid-term, risultati tangibili e non equivochi, per darti quella maggioranza effettiva senza la quale non potrai conseguire l’obiettivo fondamentale: sviluppare la “storicità” della tua presidenza.

Funziona? Mah, il problema, per chi frequenta queste pagine, è noto. Il mondo sta sviluppando una crescente complessità nel mentre gli equilibri generali vanno naturalmente (ovvero per via della ridistribuzione dei pesi demografici ed economici) in sfavore dell’Occidente, Occidente che è sempre meno coeso nell’asse USA – EU ed all’interno dell’Europa stessa dopo che i britannici hanno chiamato il “tana libera tutti”. Di contro, Trump è minoranza assoluta tanto rispetto al suo Paese complessivamente inteso, quanto rispetto alla composita accozzaglia di forze che lo hanno portato alla Casa Bianca e queste, all’interno del partito repubblicano e nello “stato profondo”. Dover invertire il trend nello score e cominciare a produrre risultati positivi crescenti per arrivare a medio termine all’incasso elettorale sarà molto ma molto difficile. Il paradosso della strategia di Trump è che a fronte di un già nutrito numero di nemici naturali ed acquisiti, essa stessa ne produce nella misura in cui  una postura decisionista, aggressiva ed egoista produce conflitto nel mentre cerca di gestire i conflitti. Il momento storico di crescente complessità, ha prodotto nel sistema dominante americano, la sua reazione istintiva: il grande semplificatore. Tra i tanti aforismi attribuiti (probabilmente erroneamente) ad Albert Einstein che girano sul web, c’è quello che dice “Fai le cose nel modo più semplice possibile ma senza semplificare”. L’idea che il mondo sia un tavolo in cui l’azienda USA ha un problema da trattare coi fornitori per ottenere il massimo risultato per assicurarsi benessere e longeva prosperità, è la tipica semplificazione da falsa analogia. Poi è doveroso aggiungere che il mestiere critico, ancorché affetto da cronica impotenza, ha anche i suoi lati facili. L’ideale stratega degli Stati Uniti d’America, anche fosse Sunzi (Sun Tzu, stratega cinese del VI-V scolo a.C.), non potrebbe non constatare che al tavolo da gioco, ha ancora un bel montarozzo di fiches ma le carte di medio-lungo periodo son proprio bruttine.

Se abbandoniamo l’album di figurine degli “uomini illustri” tanto caro al modo anglosassone di leggere la storia e leggiamo i fenomeni impersonali, le potenti forze mareali e sistemiche che tramano il modo di essere del mondo attuale, gli Stati Uniti d’America appaiono come quell’Impero romano a cui spesso si son paragonati. Anche per quell’impossibilità a ripensarsi in altra forma che non quella della coazione espansiva o comunque al centro di un ampio disequilibrio tra consistenza ed ambizioni. Questa incapacità a ripensarsi che vale tanto per gli americani che per gli europei, è la frattura storica più allarmante tra il Noi ed il Mondo, sia esso quello naturale, sia esso quello abitato dagli altri popoli e civiltà. Mai come di questi tempi, nessuno risponde presente, nell’intellettualità anglosassone ed occidentale, all’appello delle idee, nessuno -pare- ha idee messe a sistema di come poter affrontare i tempi. Nelle sue forme di vita associata, l’essere umano occidentale, sembra ancora essere al livello evolutivo in cui si replicano i modi di consueti, senza avvertire che i feedback che il comportamento genera nella sua azione sul mondo, comunicano l’urgente inversione delle logiche, la responsabile accettazione dei limiti che pervicacemente continuiamo a forzare, il faticoso varo di strategie costruzioniste che non siamo capaci di pensare, figuriamoci mettere in pratica. Troppo difficile prendere atto, troppo difficile conseguirne piani di ristrutturazione adattiva delle nostre società e dei nostri modi di vita e della nostra stessa “mentalità”, troppo difficile anche per i critico-critici uscire dalla facile posizione del “negativo” per avventurarsi -ora che suona la campana- per gli impervi sentieri dell’immaginazione di un nuovo ma concreto modo di stare al mondo.

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[ A questo quadro mediorientale, aggiungo un più sintetico quadretto sull’area pacifica aggiungendo in copia-incolla il post sul mio facebook mattutino.]

IL BASTONE PACIFICO. In un precedente post, avevamo proposto la strategia Roosvelt della diplomazia del grosso bastone, come ragione dell’improvvisa pioggia di Tomahawk sulla Siria ed avevamo segnalato la non fortuita coincidenza tra lo show pirotecnico ed il primo vis à vis tra Trump e Xi Jinping. A seguire, Trump sposta la 3° flotta da Singapore e la manda in un imprecisato “Pacifico occidentale” che tutti immaginano essere non lontano dalle acque territoriali nord-coreane. Il tutto preparato da un precedente dichiarazione di Tillerson che aveva avvertito Pyongyang che la pazienza strategica era terminata e l’opzione militare era sul tavolo. Zerohedge (grazie a F.F.Polizzotto che ha segnalato la news), riprende testata sud-coreana che sostiene che Pechino sta ammassando la bellezza di 150.000 soldati al confine con la N-Corea. Ed è subito panico.
Qual è la razionalità strategica di questa mossa? Tentiamo una risposta:

1) La N-Corea è capofila di un possibile fenomeno che inquieta non solo gli USA ma l’intero Consiglio di Sicurezza ONU, Cina e Russia comprese. Si tratta del fatto che ogni potenza nucleare è a sua volta a capo di un potenziale polo, il che in un mondo multipolare vale parecchio. Ogni altro paese che tenta di dotarsi di un’arma nucleare, oltre ad accendere catene di “la voglio anch’io, perché lui sì ed io no?”, defeziona dal pigolante seguito di questo o quel possessore di ombrello nucleare, si mette in proprio e così facendo diventa un attore -quantomeno militare- della scacchiera geopolitica. Il che diminuisce il potere dei grandi nucleari ed aumenta l’entropia del gioco internazionale. Gli USA debbono impedire lo svolgimento di questo processo, prima che sia troppo tardi.

2) La N-Corea, a questo punto, minaccia potenzialmente Tokio e Seul, non minaccia nel senso di voler vaporizzare i vicini ma nel senso che eventuali escalation d’area per qualsivoglia motivo, possono portare Pyongyang a valutare questa opzione. La famosa “deterrenza nucleare” funziona così. Tokio e Seul sono i pied à terre USA nell’area che è l’area cinese e russo siberiana. Ma Tokio e Seul (assieme a Taiwan)sono anche i destinatari delle prime telefonate di Trump appena eletto e della visita dell’appena eletto Tillerson e lo sono dopo che Trump ha dichiarato che il TTP era ritirato dal tavolo. Tokio è il terzo deficit commerciale USA appena una ticchia sotto la Germania (il primo è la Cina, com’è noto intorno al 50%), Seul è il nono, praticamente a pari con l’Italia. In S-Corea e Giappone, gli americani hanno uomini e piattaforme missilistiche costose. Oltre a Tokio e Seul, l’area conta altri attori dalla Manila del bizzarro Duterte all’ondivaga Malaysia ad Hanoi.

3) Naturalmente, l’elefante nella stanza (versione asiatica della mucca nel corridoio di Bersani) è la Cina e qui la partita strategica è troppo grossa per entrare in un post. Non va dimenticata anche la Russia che giunge all’area con le propaggini siberiane, il supporto non visibile a Pyongyang, il nuovo gasdotto che potrebbe rifornire il Giappone.

Ritratto di Kim Jong-un da cucciolo

Ecco allora una splendido quadretto per fare questo: “scordatevi i trattati commerciali in cui pietiamo qualche vantaggio tattico facendoci invadere dalle vostre merci. Da oggi o state con noi o state contro di noi e stare con noi significa fare quello che noi vi diciamo di fare e soprattutto pagare per il servizio di protezione (l’Australia ha già firmato un lucroso contratto con Raytheon per i sistemi di difesa a terra) . Protezione da cosa? Beh qualche minaccia già c’è ma noi provvederemo ad aumentare la tensione dell’area e voi vi cagherete sotto dalla fifa e verrete a piagnucolare per essere protetti. Noi vi proteggeremo (pare che a Washington stiano pensando di mandare testate nucleari in S-Corea e questo alla vigilia di elezioni in cui è dato vincente un social-democratico che altresì avrebbe voluto ridiscutere la presenza USA nel paese per fare pacifica area di scambio con la Cina) ma questo è il listino (segue elenco che potete facilmente immaginare)”. Riallineare i riottosi alleati dell’area spendendo meno che col TPP ed anzi facendosi pagare i già correnti costi di difesa. Costringere la Cina a rendersi conto che è accerchiata da amici del nemico principale, assumere il ruolo di regista delle dinamiche dell’area tenendo tutti sulla corda dato che con un piccolo strappo, il nodo scorsoio stringe la gola. Rimarcare il principio già espresso in Siria, con specifica declinazione atomica. Kim Jong-un, nel frattempo, ha fatto ammazzare il fratellastro di modo che non ci sia possibile liscia (dinastica) successione per un ipotetico regime change.

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[1] Per altro, senza faticare a scrivere 446 pagine e tagliar inutilmente alberi, bastava l’aforisma 6 del capitolo II del definitivo “L’arte della guerra” di Sunzi (Sun Tzu): “Non c’è esempio di stato che abbia tratto beneficio da una guerra prolungata”.

[2] Al momento, Reuters conferma il meeting dell’ 11-12 Aprile prossimo. Se “qualcosa” dovesse accadere tra oggi (9 Aprile) e mercoledì, potrebbe saltare ma ci scommetterei che verrebbe fissato nuovamente, magari proprio per discutere il “qualcosa”.

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CHI CONTROLLA I CONTROLLORI ?

 

La nuova rivoluzione industriale è quindi una spada a doppio taglio. Essa può essere usata per il benessere dell’umanità […]. Ma se noi continueremo a muoverci sui binari liberi ed ovvi del nostro comportamento tradizionale, e a seguire il nostro tradizionale culto del progresso e della quinta libertà – la libertà di sfruttare – è certo che dovremmo  aspettarci un decennio ed anche più di rovina e disperazione.

N. Wiener, 1950[1]

 

Tema caldo, di recente lanciato e rilanciato, è la prossima catastrofe nell’ambito del lavoro determinata dall’erosione della funzione umana da parte delle macchine. La retorica tecno-futurista induce a pensare che l’intelligenza artificiale stia per replicare l’umano ma piuttosto che replicare le funzioni superiori  sono invece quelle inferiori, il calcolo, la elaborazione dei dati, la sequenza lineare di if…than ad essere replicate e visto che le macchine non hanno disturbi emotivi o limiti biologici, le svolgeranno senz’altro meglio degli umani stessi. Potremmo allora dire che più che scoprire quanto intelligenti stanno diventando le macchine, stiamo verificando quanto ancora è stupida ed alienante la routine di molti lavori umani.  Senz’altro però, questa componente routinaria ed esecutiva che compone ancora la totalità o grande parte o piccola parte di molti lavori, vedrà l’implacabile sostituzione dell’umano con l’informatico-meccanico. Sebbene inizialmente molti lavori non saranno cancellati ma progressivamente mixati tra umano e info-maccanico, alla fine il saldo netto sarà in termini di posti di lavoro. Quello che giustamente preoccupa è la stretta relazione  tra l’enorme quantità di ore lavoro umane sostituibili, l’incentivo del profitto che deriva dalla comparazione tra costo del lavoro umano e costo del lavoro info-meccanico e il tempo estremamente breve in cui tutto ciò sta accadendo. Ulteriore preoccupazione, sembra che gli esperti del problema prevedano a breve una sorta di salto quantico delle performance dei robot e dei software[2], una di quelle rivoluzioni stile “periodo Cambriano”[3] per le quali, ricombinandosi i fattori, il risultato è di molti gradi superiore alla somma delle parti[4]. Lo stato interconnesso delle nostre economie intorno la principio di concorrenza, imporrà il cambiamento come nuovo standard planetario, lo si desideri o meno.

Il libro inchiesta di Riccardo Staglianò, Al posto tuo. Così web e robot ci stanno rubando il lavoro, Einaudi, Torino, 2016, è un competente ed onesto lavoro sul tema, una aggiornata overview sul fenomeno su cui l’autore, già centrato da anni su i temi delle nuove tecnologie, ha raccolto informazioni negli ultimi cinque anni. La posizione di Staglianò è critica verso il tecno-entusiasmo[5] e cerca di indagare fattivamente quanto il fenomeno sia in effetti preoccupante[6], soprattutto in via previsionale.

Ma al di là delle ancora non stabilizzate previsioni c’è anche un segnale indiretto che avverte con chiarezza di dove la bilancia stia pendendo. Ci riferiamo alla mobilitazione dei grandi del settore (Google, Facebook, Amazon, Apple etc.), in favore di un set di idee che vanno dal reddito  di base, alla partecipazione azionaria diffusa al capitale delle imprese che sfornano innovazioni di modo che quegli stessi che perdono il lavoro o parte del reddito ne recupererebbero almeno un po’ in quanto azionisti[7], alle spinte a rivedere a fondo la formazione scolastica in direzione meno specializzata e più complessa, alla commissione di studi (Deloitte, Forrester research, PWC ed altri) che cerchino di ribilanciare le previsioni più allarmate ed allarmanti. Stante che -comunque- nessuno di loro ha la minima intenzione di mettere in discussione quei 100-130 miliardi di dollari di sottrazione fiscale dovuta alla ricca offerta di tassazioni di favore di cui approfittano con implacabile sistematicità. Così, le previsioni sul futuro espanso dell’economia digitale, oltre a prevedere consistente crescita della disoccupazione tecnologica, indicano anche l’ennesima creazione di valore ristretta a sempre meno persone[8] con conseguente ulteriore radicalizzazione di quella diseguaglianze che ci sembravano già insopportabili ma il cui fondo insondabile siamo -pare- ancora ben lungi dal toccare.

Se a tutto ciò, uniamo i quarti di luna su i “web nazionali” che secessionano dall’impero delle signorie della Valle del Silicio[9], i propositi di web tax che aleggiano in molte parti d’Europa (con il significativo distinguo del nostro ex Presidente del Consiglio ormai colonna portante dell’internazionale libertarian-liberista-liberale, di recente proprio a prendere il brief in Silicon Valley), il sempre più vasto movimento di conflitto contro le ricadute perverse di Uber, Airbnb, Foodora e company e da ultimo, la certificazione pubblica data da Wikileaks (Vault 7) sull’utilizzo dei device personali e casalinghi (Internet of Things, IoT) da parte della Cia e dei suoi 15 tra fratelli e sorelle (più amici privati che ne hanno comprato le tecnologie sottobanco tanto tutto ha un prezzo), allora vediamo che il problema c’è, ci sarà sempre di più e le reazioni che s’annunciano preoccupano quelli stessi che prosperano sul fenomeno che crea e sempre più creerà tali problemi.

Loro sanno, prevedono e si preoccupano, quindi vanno presi sul serio e non come taluni hanno fatto, pensando che Bill Gates che si danna per propagare la “sua” idea di tassare i robot (guadagnare meno, guadagnare a lungo), ha i neuroni deteriorati dall’età e si è trasformato in un tecno-luddista. Questa gente si vede, si parla, fa piani e strategie comuni salvo poi azzannarsi nell’agone competitivo e pare evidente che questa cupola di tecnologi è preoccupata degli effetti del proprio stesso agire, stante che su questi effetti, ne sanno senz’altro più di noi avendo sdoganato fondi massicci su ricerche che hanno previsto gli effetti finali di ciò che si ripromettevano di produrre. Non certo preoccupati al punto da fermarsi ma al punto da spingere gli stati a fornire le migliori condizioni di possibilità sociali affinché loro possano continuare a sfornare salti quantistici di performance tecnica. Addirittura disponibili a far tassare i loro clienti, cioè le aziende che comprano robot e software per sostituire lavoro umano, stante che i margini sono così abbondanti (il caso medio sembra essere un vantaggio di costo di 1.10 se non di più) che un po’ di redistribuzione non fa male a nessuno[10]. Si preoccupano loro e con loro, l’industria finanziaria che li sorregge, i servizi d’informazione dello stato da cui provengono (sono tutti americani), il complesso militar-industriale che sulle loro invenzioni prospera, il complesso educativo-intellettuale che fornisce loro il personale e la giustificazione culturale nonché l’attraente immagine di mondo, l’area politica lib-dem che scambiando il concetto di progresso come incremento dell’emancipazione umana con la Legge di Moore, li coccola e li protegge. Ecco quindi la mobilitazione in direzione dell’ampio ventaglio di soluzioni-vasellina, sempre che Zukerberg, Bezos, Page e company non meditino di scendere direttamente in campo se le cose dovessero mettersi davvero male. Le operazioni di basic lobbyng ovvero usare gli utenti per premere sulle istituzioni locali in favore di questo o quel servizio-azienda della sharing economy, prefigurano nei fatti, un potenziale elettorato[11]. Potenziale elettorato affascinato dalla disintermediazione, la partecipazione diretta e dal basso che si veste di idealismo democratico quando, in assenza di concrete condizioni per una reale democrazia, si rivela  solo come demagogia sfocata preda della sindrome da petizione stile Change.org et affini.  Petizioni che fanno bene all’animo del “democratico indignato” che lascia poi la sua mail che verrà venduta al mercato dello spam.

Se quindi i nostri dioscuri si agitano tanto, vuol dire che i rischi sono all’orizzonte degli eventi. Staglianò apre ogni capitolo evidenziando la categoria che rischia l’impatto distruttivo delle innovazioni di cui poi ci fornisce il racconto aggiornato delle possibili minacce. Commercianti e vari addetti, distribuzione, logistica, trasporti, call center, traduttori, giornalisti, insegnanti e professori, industria già pesantemente aggredita ed anche la più esposta allo standard di concorrenza internazionale, giornalisti, fotografi, bancari, assicurativi, finanziari, medici, infermieri, farmacisti, tassisti, addetti alle attività turistiche, moltissimi lavoratori autonomi, sono solo le principali categorie che vanno variamente incontro al big bang info-tecnico. Per l’Italia, sono poco meno di 20 milioni di occupati a fonte ISTAT che vanno a rischio. Il rischio è rappresentato da una sempre più vasta rete di innovazioni che allargano il dilemma tra il vantaggio del consumatore e lo svantaggio del lavoratore stante che i due aspetti si riuniscono nello stesso individuo. La rete di innovazioni è fatta di laser, scanner ottici, braccia e mani servo-meccanici, robot antropomorfi e non, nano-tecnologie, reti di sensori auto-diagnostici, stampanti 3D che ormai stampano case, algoritmi imputati ma anche quelli che auto-apprendono, quel deep learning o learning machine che con il rientro dell’informazione che corregge o incrementa se stessa porta l’info-elettro-meccanico ad una soglia prima della soggettività. Tutto ciò messo in rete, una rete che convoglia tutte le informazioni uso-performance-utente in enormi stoccaggi di dati (Big Data) che fanno la memoria delle menti-corporation della Valley a cui l’intelligenza strategica del governo americano ha normalmente pieno accesso sebbene si premurino di farci sapere il contrario (tanto siamo in regime di post verità).

Un Internet che ci sta penetrando psico-biologicamente, costituendo un nuovo sistema accanto a quello respiratorio, circolatorio, nervoso, immunitario con la differenza che diversamente da questi, non fa capo a noi ma noi a lui (ad esempio). Un progetto che a sua volta aspetta di potersi congiungere alla biologia tecno-sintetica per aumentare la sua potenza strutturale. Lo sgretolamento progressivo del sociale e soprattutto dei suoi aspetti lavoro-reddito, inclusione-esclusione, identità-nullità, autonomia-eteronomia porterà i più ad un pulviscolo di lavoretti a cottimo, di collaborazioni gratuite che dovremo fornire per sperare di aumentare la nostra awareness dato che a quel punto ognuno di noi diventerà una marca (brand) col suo patrimonio di like e stelline e dovrà curare la sua reputazione, una marca che compete in un mercato globale di concorrenze al ribasso. Se di questo mercato globale sino ad oggi abbiamo temuto i concorrenti cinesi e vietnamiti de-sindacalizzati e sotto-pagati, in quello che viene dovremo temere le macchine che costano meno dei vietnamiti e fanno comunque di più e meglio di noi e di loro messi assieme. Macchine nate sofisticate ma che apprendono da noi e dai loro stessi sempre più residui sbagli fino all’errore zero, guasti zero, manutenzione zero, costo quasi zero quando ripartito su indici di produttività da distopia fantascientifica.  Una realtà che non si chiama più “virtuale” ma “aumentata” e che punirà critici eccessivi ed eventuali ribelli con la più antica delle pene sociali: l’ostracismo (la de-connessione).

A questo punto, facendo perno sulla fallacia della linearità che postula che questa distruzione sarà pur sempre e come sempre è stato (dove “sempre” vale centosettanta anni o poco più[12]), sì una distruzione ma anche creatrice di nuove opportunità, ci si spiega con paterna accondiscendenza che l’umano evolverà sviluppando di più se stesso e che tutti dovremo acquisire capacità creative e di cognizione complessa, di modo da far del problema una opportunità[13].  Ci sono tre errori in questa linea di ragionamento. Il primo è proprio la linearità, cigni neri, salti non lineari che portano emergenze, tempi compressi, reti di feedback dicono che la previsione del “come è stato sempre sarà” è puro wishful thinking proiettato sull’indomabile disordine del mondo. Anche la globalizzazione doveva garantirci il migliore dei mondi possibili, anche la finanziarizzazione di massa, anche l’-Europa della conoscenza- promessa a Lisbona nel 2000.  La seconda è che la prima distruzione di lavoro già avvenuta, ha devastato proprio l’ambito creativo e culturale (giornali, edicole, librerie, case editrici, case discografiche, musicisti, fotografi, riproduzioni gratuite e senza diritti) e proprio Staglianò indagando sulle promesse di farci diventare tutti youtuber o self-published-star, mostra le ridicole proporzioni tra le migliaia che ci provano per l’uno che ci riesce, forse. La piramide dell’auto-successo, al di là della critica che se può fare sul piano socio-culturale, ha invero una forma ben poco attraente anche rispetto alle sue stesse promesse. Il terzo è che la cultura dell’info-digitale va di sua natura dalla parte opposta a quella della creazione di un vasta e diffusa cultura complessa che si reclama come necessaria visto che ormai la cultura semplice verrà portata avanti dalle macchine[14]. Il diluvio della quantità informativa non si traduce in qualità conoscitiva. Insomma promesse infondate, esagerate, sbagliate. Infine, che sia la distribuzione di ricchezza individuale, che sia la distribuzione della ricchezza imprenditoriale e finanziaria, che sia la distribuzione della  share of market[15], la geometria della piramide di questo macro-fenomeno è invece una certezza: base larghissima, sezione media in contrazione, punta sottile e sempre più affilata. Sempre più Pochi su sempre più Molti[16], la statica della società-Eiffel su cui si basa la geometria gerarchica contemporanea.

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Ma vediamo meglio il punto tre di questa impalcatura di promesse traballanti. Oggi siamo letteralmente annegati nell’informazione ma stiamo scoprendo che questa inflazione di informazione, disorienta e non fertilizza la conoscenza. La prima ragione di questa paradossale ricchezza sterile è che, con l’accesso individuale alle fonti del nuovo e potente informadotto che è Internet, ognuno di noi si trova in una bolla solipsistica. Il nostro “daily me” sarà anche tagliato a pennello su i nostri gusti e tendenze ma -nel tempo- tende a scavare un solco di reciproca incomunicabilità. Sia perché la fruizione dell’informazione è viepiù solitaria, sia perché temi e linguaggi specialistici formano il nostro vocabolario e la nostra mentalità senza alcun filtro, determinando menti “isola” che hanno forma, linguaggi ed aspettative sempre meno comuni, sia perché tendiamo a confermare i nostri interessi tanto da farli diventare “manie” e tendiamo a diventare del tutto alieni a quelli degli altri. Semplicemente, la modalità Internet + social network, tende a costituirci come mondi separati, il che, nell’epoca della comunicazione, è davvero un paradosso. Anche la complessità del mondo che in sé è un unico sistema, è rifratta in un caleidoscopio di frammenti di cui ognuno di noi conosce sempre più la parte ma ignora sempre di più il tutto. Emittenti e distributori generalisti dell’informazione, vanno perdendo ruolo e con essi, la nostra possibilità di capitare -per caso- nei pressi di una conoscenza inaspettata. Di contro, emittenti e distributori di informazione on line sono per molti versi, pre-decisi dall’architettura dei link quando non dall’offerta dei semimonopolisti della rete . Questi architetti invisibili decidono ex ante che in base al nostro profilo, ci potrebbe interessare questo o quello ma così facendo la vantata libera individualizzazione diventa invece massificazione poiché i profili previsti sono sempre di meno dell’effettiva varietà sociale, sono “medie” di comportamento, definizioni statistiche, incasellamento in un numero prefissato di cluster idealtipici. Cluster definiti poi in base a specifici interessi commerciali.  Questa continua riconferma narcisistica  ci sta modellando nel profondo e da qui discende sia la violenza verbale di alcune discussioni su i social che presto deragliano in due paralleli “tu non hai capito che … “, sia la base cognitiva sempre meno in comune sulla quale prospera l’egotismo narcisistico. Così come la scrittura modificò sensibilmente i modi di trasmettere l’informazione rispetto all’oralità e modificò la forma ed anche il contenuto del messaggio, la sua fruizione, la struttura stessa dell’apparato cognitivo che come tutte le componenti biologiche rinforza i sottosistemi più usati e fa decadere e disconnette parzialmente quelli meno usati (o usati molto saltuariamente), c’è da aspettarsi che i formati espressivi molto brevi, il primato dell’immagine, la sintesi grafica, la seduzione musicale, daranno il format prevalente di ogni possibile messaggio. Spesso, chi scrive sul computer, non calcola che il suo messaggio sarà letto su uno smartphone, magari camminando o in attesa di qualcos’altro.  Con ciò, un nuovo primato dell’emozione, dell’attention getting ed una progressiva decadenza della riflessione e con essa della razionalità[17]. Inoltre, si sta presentando anche lo spettro della perdita storica di informazione affidata a supporti che poi diventano obsoleti, a siti che poi verranno cancellati, a bisogni di “memoria” semplicemente impossibili da fornire stante una produzione ormai quantitativamente fuori controllo. Nel decidere cosa trattenere e cosa lasciar evaporare nell’entropia, si fisserà una certa memoria del tempo ma a chi deleghiamo questo compito storico?

Infine, il pur limitatamente positivo proliferare delle fonti informative sta portando le élite a introdurre la pericolosa nozione di “falsa verità” che se non prendesse le forme di un ostracismo repressivo della spontaneità informativa, sarebbe semplicemente da sbeffeggiare ricordando che i più ampi cultori del pensiero umano -i filosofi- si interorgano senza soluzione di continuità da più di due millenni sul sfuggente concetto di “verità”, del “fatto” e della sua “interpretazione”. Che ora sia la banda Zuckerberg a dirci quale sia la verità, ci pare segno dei tempi, brutti tempi, tempi in cui sbeffeggiare non basta più[18].

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Tutto lo sviluppo info-digitale è figlio di una intuizione originaria di Norbert Wiener, il fondatore della nuova scienza cibernetica, da lui stesso definita:  scienza del controllo. Ma lo stesso Weiner, passò il resto della sua vita ad ammonire che per usare e non esser usati dalla scienza del controllo, occorreva averne il controllo[19]. Questo controllo, che siano capitali, tasse, flussi di merci o di persone, distribuzione dei redditi, monopoli commerciali, programmi di ricerca, conseguenze ambientali del nostro agire, decisioni da prendere su i conflitti e la pace, rilievi etico – sociali – culturali e politici dell’innovazione tecno-scientifica, censure, non è nelle mani di nessuno che faccia l’interesse generale. Tutto ciò è sempre e solo nella mano invisibile del mercato ed in quelle visibilissime della Prima potenza geopolitica planetaria.

Per controllare questo che non è che l’ennesimo fenomeno di cambiamento profondo delle forme della nostra vita associata (oltre quello geopolitico, quello demografico, quello ambientale, quello distributivo), mancano due cose: la sufficiente conoscenza e l’istituzione della volontà generale che lo governi secondo il più ampio e responsabile interesse.

Il deficit di conoscenza che si rivela qui come altrove è proprio relativo alla complessità intrinseca di questo come di altri fenomeni. Ho letto analisi di economisti, tecnologi, sociologi, filosofi prima di scrivere questo articolo ma rimane sempre insoddisfatto il senso di completezza, di completa definizione della cosa. Come lavorano tutti questi fatti messi assieme nel reale? L’informazione non produce conoscenza se non fertilizzando un intelletto già ben formato. Ed è proprio la coincidenza tra massima produzione e diffusione dell’informazione e minima strutturazione e capacità dell’intelletto contemporaneo di processarla, il dato di prima preoccupazione. Da cui consegue che un vero soggetto generale in grado di valutare il suo interesse non c’è. La formazione è sempre più spezzettata in sottodiscpline e specialismi, il dibattito pubblico è sempre ostaggio di opinionisti al servizio dello status quo, le forme stesse dell’interrelazione sociale date dalle nuove tecnologie portano a stereotipie, semplificazioni, riduzionismi, esaltazioni a priori e sfoghi di rabbia impotente, la politica oscilla tra ignoranza, visione tattica a breve termine e sudditanza nei confronti dell’ordinatore economico che è il primo agente di disordine. La domanda di benessere economico, in tempi difficili, si fa sempre più isterica e quelle sull’adeguatezza del nostro modo di pensare e delle strutture sociali che dovrebbero riflettere le nostre consapevoli intenzioni è accolta col sorriso e l’indulgenza che si riserva all’ingenuità dei fanciulli.

Controllare la scienza del controllo è l’ennesimo punto in agenda per la democrazia che non c’è.

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[1] N. Wiener, Introduzione alla cibernetica, Bollati Boringhieri, Torino, 1966-2001, pp. 203.204

[2] BANG = Bit, Atomi, Neuroni, Geni, messi in interrelazione, genereranno il nuovo macro-sistema.

[3] S. Jay Gould, La vita meravigliosa, Feltrinelli, Milano, 2008

[4] Personaggio inquietante. Ray Kurzweil, autore di La singolarità è vicina (Maggioli PDE, 2013), ha profetato che la “legge dei ritorni esponenziali” (qui)  ci porterebbe alla nascita di macchine autocoscienti entro il 2050. Kurzweil che di primo acchito può sembrare un tipo eccentrico, ha lanciato la Singularity University in California con la partnership di Google, NASA, Nokia, LinkedIn ed altri ed è membro influente dell’Army Science Board  (qui) snodo di incontro tra gli alti vertici dell’esercito americano e la più avanzata parte della comunità scientifica. L’impasto di genetica, nanotecnologie e robot lo fa l’esponente di punta del trans-umanesimo.

[5] L’atteggiamento verso la rivoluzione info-tecnica, è stato definito non senza malizia epistemica come tecno-entusiasta o tecno-scettico. Non si vede la necessità di apporre categorie dell’emotività al giudizio su i fatti. I fatti sono l’insieme degli aspetti coinvolti e componenti la rivoluzione info-tecnica, semmai le analisi si dividono tra ingenui e critici, tra coloro che accettano la narrazione del migliore dei mondi possibili e coloro che assumo un atteggiamento più critico, leggendo non solo gli aspetti migliori ma anche quelli peggiori e derivandone indicazioni per altri mondi possibili oltre a quello sfornato dalle dinamiche del mercato. Qui Staglianò intervista Eughenji Morozov (secondo filmato della pagina) sull’argomento:

[6] Due professori del MIT, A.McAfee e E.Brynjolfsson, in Race Against Machine (2011), dimostrano che dal 2000 le curve dell’incremento della produttività e dell’occupazione, cominciano a divergere. Classica ormai, la citazione del The Future of Employment: How Susceptible Are Jobs to Computerisation 2013, C.B. Frey e M. A. Osborne della Oxford University che dimostrerebbero fondate preoccupazioni per poco meno del 50% dei mestieri, da qui a venti anni. Nel 2013 l’Economist, in Rise of the Software Machines  (qui) decreta la prossima fine di tutte le imprese  prosperate sulla tendenza all’outsourcing. Federal Reserve Economic Data, certifica che negli USA, dal 1987, si producono l’85% dei beni in più con due terzi della forza lavoro di allora.  UNCTAD-ONU, prevede impatti molto negativi sulla forza lavoro dei paesi emergenti (qui). Anche se con stime meno tragiche, il tema di come “gestire” la quarta rivoluzione industriale di cui si ammette sia l’impatto occupazione, sia l’aggravio delle diseguaglianze, è stato al centro dell’annuale Forum di Davos 2017.  Link commentati attraverso cui approdare ai rapporti Bank of America e Merrill Lynch (qui) e McKinsey (qui) . Economisti quali Jeffrey Sachs e L. Kotikoff, T. Cowen e Larry Summers (ex rettore di Harvard, tra le altre cose) ma anche P. Krugman, R. Reich e N. Roubini, oltre a R. Prodi, hanno sviluppato punti interrogativi sull’argomento.

[7] Idea promossa da R. B. Freeman economista di Harvard.

[8] I rapporti tra impiegati e capitalizzazione di borsa di queste imprese è ridicolo, specie se raffrontato con quello delle industrie o dei servizi “tradizionali”.

[9] Cina, Corea del Sud, Russia, Iran, Bielorussia, Arabia Saudita hanno già un loro Internet nazionale o pesanti firewall che ne limitano il libero accesso. L’India ha mostrato crescente nervosismo per certe invadenze esterne, l’hackeraggio e la pirateria internazionale ma anche lo spionaggio dati, privato o industriale, preoccupano più o meno tutti. La Germania, è capofila dell’idea di creare in Internet europeo. Poiché l’infosfera tende a coincidere con l’anglosfera è ovvio che in un processo di riconfigurazione multipolare del mondo, anche Internet “rete delle reti” diventerà un po’ meno la prima cosa ed un po’ più la seconda. Il BRICS Cable, 34.000 km di cavo sottomarino con portanza di 12,8 Tbit/s, prefigura la volontà di creare proprie reti da parte del mondo emergente.

[10] E’ il classico aggiustamento della mano invisibile che riguarda sempre gli altri. Gli stati spendano un po’ di più in welfare, le aziende acquirenti di robot vengano un po’ tassate, i lavoratori accettino un po’ meno ed un po’ di precarietà creativa in più, così noi possiamo continuare a prosperare.

[11] http://formiche.net/2016/01/30/internet-informazione-e-potere-la-versione-di-morozov/

[12] La datazione del cuore esplosivo della Rivoluzione industriale, ha subito varie oscillazioni. Oggi si ritiene che il più decisivo impatto (ciò che segna il tempo in cui accade effettivamente una “rivoluzione”) sia da collocare tra il 1850 ed il 1870 e non prima.

[13] C’è anche chi vede solo opportunità come Michael Nielsen, (Le nuove vie della scoperta scientifica, Einaudi, Torino, 2012) per il quale “La conoscenza scientifica non è piú il frutto dell’avventura, eroica e solitaria, del grande uomo e dell’intelligenza singolare, o delle diverse convergenze fra industria, apparati militari, capitale finanziario e istituti di ricerca. La cultura scientifica contemporanea ha incorporato ormai come parte integrante degli stessi oggetti, obiettivi e protocolli della ricerca, fin dall’atto della loro primitiva elaborazione, il criterio della necessaria, e il piú possibile ampia, condivisione di teorie, scoperte, modelli e paradigmi”. Ma se la fase di ricerca è sharing, lo è anche quella dell’applicazione brevettata?

[14] Ne accenna J.C. De Martin nell’introduzione a L. Floridi, La rivoluzione dell’informazione, Codice edizioni, Torino, 2015 e credo lo riaffermi nel suo Università futura, Codice edizioni, Torino, 2017. “Credo” perché non l’ho ancora letto ma ne ho desunto tesi da vari articoli.

[15] http://www.businessinsider.com/top-100-websites-web-traffic-2017-3?IR=T

[16]Come ripete Jeremy Rifkin, la sharing economy è speculativa almeno quanto l’economia classica” riporta in una intervista a Wired, Andrew Keen autore di “Internet non è la risposta” Egea, 2015 (qui). In verità ha una struttura più simile a quella dell’economia finanziaria.

[17] http://espresso.repubblica.it/visioni/cultura/2017/03/02/news/la-liberta-e-fuori-dalla-bolla-il-consumo-di-informazione-non-puo-viaggiare-solo-sul-web-1.296424?ref=twhe&twitter_card=20170302125511

[18] Clamoroso il caso di censura operato dagli algoritmi di Facebook della famosa foto di Nick Ut/1972 (premio Pulitzer) dei bambini vietnamiti piangenti in fuga da un bombardamento al napalm perché compare una bambini nuda. (Qui)

[19] L’anello controllato – controllore prefigura una tipica situazione quale descritta nella cibernetica di second’ordine, si veda H. von Foerster, Sistemi che osservano, Astrolabio, Firenze, 1987

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PER UNA SOCIETA’ DIVERSAMENTE ORDINATA. Una concezione adattativa della storia.

Con questo ultimo articolo di taglio storico-filosofico[1], si chiude una ideale trilogia di cui abbiamo già pubblicato una prima (qui) ed una seconda (qui) parte. La tesi generale che abbiamo più ampiamente trattato nel nostro “Verso un mondo multipolare” ( Fazi editore, 2017)) è che siamo entrati in una nuova era, l’era  complessa. La geopolitica ovvero la dinamica politica del tavolo-mondo giocata dai vari soggetti prevalentemente statali, diviene il gioco principale, quello che condiziona ogni altro. Per giocare a questo gioco, gli europei dovrebbero riflettere sulla propria consistenza e strategia adattiva, creando soggetti dotati di intenzionalità politica in grado di agire a livello dei giocatori più forti e potenti. Infine, in quest’ultimo scritto, si sostiene che tali soggetti, dovrebbero progressivamente sottomettere l’economico al politico e quest’ultimo al principio di una democrazia diffusa, un deciso cambio di paradigma senza il quale, l’adattamento ai tempi nuovi è fortemente a rischio.

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In un poemetto del 1025, Adalberone di Leon, poeta e vescovo francese, dava la prima e più nitida descrizione di quello che poi verrà conosciuto come l’ordine trifunzionale della società medioevale. Lasciamogli direttamente la parola:

In questa valle di lacrime alcuni pregano, altri combattono, altri ancora lavorano; le tre categorie stanno insieme e non sopportano d’esser disgiunte, di modo che sulla funzione dell’una restano le opere delle altre due, tutte e tre a loro volta assicurando aiuto a ciascuna[2].

Jacques Le Goff, compagno di medievalistica di George Duby e Marc Bloch in quel della Scuola degli Annales di L. Febvre e F.Braudel, ce la spiega così:

coloro che pregano (oratores), ovvero i chierici, che rappresentano la funzione deloratores sacro, coloro che combattono (bellatores); ossia i guerrieri, espressione della forza fisica; e coloro che lavorano (laboratores), ovvero i contadini e, più tardi, gli artigiani, che incarnano la funzione economica”.[3]

George Dumézil, storico delle religioni, linguista e filologo francese, ne aveva tratto una teoria di lunga durata, nel senso che ravvide tale tripartizione, proiettarsi indietro nel tempo storico sino alle società di coloro che parlavano la lingua ancestrale, gli indoeuropei[4].

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I tre ordini medioevali del religioso, dell’economico e del militare, concludevano del tutto la descrizione della società? Le società più antiche erano in genere più piccole di quelle moderne e -mano a mano che saliamo la scala storica- vediamo come le società aumentino di numero, aumentano il proprio volume interno, distinguano funzioni prima accorpate. Il faraone egiziano o il re dell’impero accadico erano -al contempo- figure di intermediazione tra terra e cielo quindi religiose ma anche militari e politiche, come l’imperatore cinese. Così, società in cui è molto forte o dominante la presenza del religioso (ad esempio il nostro Medioevo o la civiltà islamica), tendono a sovrapporsi due funzioni altrove distinte e cioè quella religiosa e quella culturale ma nel moderno, il religioso ed il culturale si dividono distinguendosi reciprocamente. Il cittadino ateniese era spesso un produttore ma anche un oplita quindi un militare e partecipando alla gestione politica democratica, svolgeva anche funzioni piramide-sociale1politiche. Nel Medioevo abbiamo ordini religiosi combattenti o altri che producono (nella grande famiglia dei benedettini), nei vichinghi abbiamo militari -a volte- commercianti e poi più in generale nei corsari anglosassoni. Storicamente, la funzione politica è stata svolta da sacerdoti o militari o altri dotati di qualche presunta “nobiltà”, oggi anche da imprenditori o magnati. Dalla nascita del parlamento inglese moderno però (1688-89), il politico tende a darsi un ordine più chiaramente a sé stante. Distinguendo così il religioso dal culturale e dando rilievo proprio al politico, arriviamo quindi ad ampliare la descrizione degli ordini non più a tre ma a cinque: politico, economico, militare, religioso, culturale. Questi sono i cinque ordini funzionali che infrastrutturano ogni tipo di società, sebbene più indietro si va nel tempo o più piccola è la società in esame (le due cose tendono a coincidere), più gli ordini tendono a sovrapporsi.

Se prendiamo questa descrizione degli ordini componenti le società umane e la intersechiamo con la regola millenaria che vuole le società complesse sempre ordinate dal principio di gerarchia che vede pitagoricamente una società-triangolo con punta sottile, sezione media e base larga ovvero la tripartizione gerarchico-politica già in Erodoto (Storie) poi in Platone (Repubblica) ed ancora in Aristotele (Politica) dell’ Uno, dei Pochi e dei Molti, possiamo individuare la classe dominante di ogni ordine. Infatti, la funzione sarà pure militare ma un generale o ammiraglio non sono solo un soldato o marinaio, oppure la funzione è religiosa ma il papa o un vescovo  non sono solo dei preti, oppure la funziona è culturale ma un rettore o professore universitario o un premio Nobel non sono al livello di un giovane ricercatore o insegnante, così un grosso capitalista non è il commerciante sotto casa e Trump o Putin non sono la giovane sindaca di un paesino nellaLeviathan of Hobbes funzione politica. Le società più piccole, mostrano o assenza di gerarchia[5] o gerarchie variabili ed ad hoc tanto quanto una certa sovrapposizione funzionale degli ordini. Quelle oltre una certa dimensione invece, oltre a mostrare separazione e distinzione funzionale sembrano ordinarsi sempre secondo l’analogia morfologica della celebre copertina del Levitano di Hobbes: una testa intenzionale, una serie di funzioni vitali collegate, il tutto che ordina un corpo ben più vasto e passivo. La società che è un sistema inintenzionale, viene ridotta in analogia ad un individuo in cui Uno o più spesso Pochi mediano l’intenzionalità facendola diventare propria dell’intero sistema. Così è stato per gli assiro babilonesi come per i cinesi antichi, per gli egiziani come per i macedoni, i romani, in varie forme nel Medioevo, nell’assolutismo monarchico come nei califfati e prima nelle civiltà pre-colombiane. Nel moderno occidentale, la testa diventa un condominio di politico ed economico.

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La  appena accennata descrizione della società a cinque ordini si può chiamare “Teoria sociale degli ordinatori” e dice che le società umana di tipo complesso quale si ha da circa sei-ottomila anni fa,  hanno sviluppato cinque ordini: politico, militare, economico, culturale e religioso. Ognuno di essi è regolato da un principio che varia nel tempo, il principio di ogni ordine è molto simile a quello che T. Khun nella sua teoria sulla struttura delle rivoluzioni scientifiche chiamava “paradigma”[6]. Ogni società geo-storicamente 61do-edmaxllocalizzata, ha trovato il suo integrale ordine funzionale nel porre un ordine a governo degli altri. Il principio di gerarchia all’interno di una singola società, si applica quindi non solo nella composizione sociale e funzionale dentro ogni ordine ma anche nel regolare i rapporti funzionali tra gli stessi cinque ordini. Questo ordine che dà ordine e dà gli ordini (le disposizioni di ruolo, funzionamento e regolamento del gioco) a tutti gli altri, lo chiamiamo “ordinatore”. Ogni società umana, vede l’espressione di un ordinatore a governo di tutti gli altri e per questo la teoria non si chiama “degli ordini” ma “degli ordinatori”. Questo primato, può trovare forme di condivisione o condominio forzoso anche di due ordini ad esempio nella conflittuale diarchia medioevale di religioso e politico-militare o come nel moderno con la diarchia stato (politico) e mercato (economico). Ma queste coppie, spesso conflittuali e sinergiche al contempo, se analizzate più finemente, mostrano sempre una seppur minima prevalenza di uno dei due ordini su l’altro ed -assieme- su tutti gli altri. La Teoria degli ordinatori ha per oggetto le società umane e dice che la società è un sistema adattivo che si compone di cinque ordini di cui uno, funge da ordinatore. A sua volta, ogni ordine ha la sua gerarchia funzionale e quella dell’ordine che funge da ordinatore, esprime il gruppo umano dominante della sua epoca in quella data società. Il gruppo umano dominante, sempre maschile, è stato via via composto da una famiglia, da una etnia, da uomini di casta (nobili, aristocratici, figli di un dio, eredi di un fondatore), da sacerdoti seguiti dal loro clero, da generali o condottieri seguiti dai loro ufficiali, da possessori di ricchezze, proprietà o capitali liquidi, seguiti dalle classi sociali affluenti.

Cosa muove la rotazione degli ordini tra loro e soprattutto come si afferma un ordinatore su tutti gli altri? A condizioni iniziali, sono esistite molti tipi di società con differenti sviluppi degli ordini funzionali e con la più varia gerarchia desunta dalla scelta di questo o quell’ordinatore. E’ per molti versi casuale questo tipo di varietà di assetto, è una relativamente libera esplorazione del campo delle possibilità, non c’è da indulgere in alcun determinismo a riguardo visto che la contingenza geo-storica gioca un ruolo primario. Quello che premia e fissa l’ordine generale (il sistema degli ordini tra loro con uno specifico ordinatore) è la capacità adattiva. Le società che hanno trovato il miglior assetto tra gli ordini e quindi l’ordinatore adatto a quel tempo e luogo nonché alle forme interne (dimensioni demografiche, caratteristiche climatiche e naturali del territorio e9788833901268_0_0_303_80 caratteristiche dell’agone competitivo coi vicini), hanno avuto migliori condizioni di possibilità ed in base a queste si sono espanse e viepiù ordinate e strutturate, riconfermando e potenziando ricorsivamente la propria specifica struttura ordinativa. Il presunto ciclo organico (nascita-espansione e maturità-morte) letto come storia di molte società ed addirittura civiltà[7], altro non è che il ciclo di esistenza di ogni cosa che è, non solo nel biologico, anche nel minerale e fianco nel mentale. Questo ciclo propone delle forme alcune delle quali si affermano più a lungo di altre resistendo all’entropia naturale perché idonee ed adatte al loro contesto. Queste forme crescono e si complessificano diventando dominanti. Ciò però avviene in contesti che sono sempre in lento sebbene costante cambiamento, le ragioni che hanno permesso l’affermazione di qualche società ordinata in un modo o nell’altro, cambiano, decadono, si rarefanno ed infine vengono sostituite da nuove.  Poiché però il sistema nato assieme a gli altri ma affermatosi prima e più intensivamente ed estensivamente degli altri, ha una certa inerzia nel riprodurre se stesso replicando la ricetta che l’ha fatto crescere ed affermare, esso va progressivamente fuori sincronia col contesto, continua ad applicare modi che diventano “vecchi” rispetto a contesti nuovi. Così il sistema ed il contesto vanno in dissonanza e si registra il fallimento adattivo, sistemi che hanno a lungo vissuto producendo adattamento, lentamente o improvvisamente si disintegrano e scompaiono dalla storia, sostituiti da nuovi. Le civiltà e le società “muoiono” perché non cambiano ordinatore ed ordine funzionale. I greci si ostinano nel particolarismo delle città-Stato mentre vengono fagocitati uno dopo l’altro dalla forma imperiale macedone. I romani si ostinano a farsi ordinare dai generali quando il confine dell’impero doveva esser gestito e non ampliato, semmai ridotto,  importando crescente disordine. La società medioevale arriva a bruciare la gente in piazza invece di accettare il fatto che l’ordinatore religioso doveva rinunciare ad una funzione che non svolgeva più alcun adattamento. La monarchia francese si ostina a non vedere che quella britannica, lasciando l’intenzionalità alla diarchia politico-economico, ha prodotto un nuovo sistema adattivo più adatto alla socio-demografia del moderno.

Questi diversi assetti strutturali tra gli ordini e la preminenza di questo o di quell’ordinatore, vede anche la modifica dei principi che li ordinano singolarmente, quello che altrimenti possiamo chiamare “paradigma”. Popolazioni sparse nel territorio e non centralizzate politicamente -nell’ordine religioso- sono in genere politeiste mentre il monoteismo è stato sia causa che effetto proprio dell’accorpamento e della centralizzazione militare e politica[8]. L’ordine culturale greco era laico ed era subentrato al mitologico-religioso; nel periodo medioevale era dominato dal religioso mentre dalla prima modernità è tornato  laico. Popolazioni poco interconnesse al loro esterno e moderatamente stratificate al loro interno si sono spesso accontentate di una economia agricola mentre lo sviluppo di interrelazioni interne ed esterne è stato sia causa che effetto del dominio di un paradigma commerciale. La scalata del benessere materiale ha favorito l’espressione di più industrie ma quando questo ha rallentato il suo sviluppo  come è avvenuto negli anni ’70 in occidente, la crescita ritenuta necessaria per garantire la consueta dinamica alla società ordinata dall’ordinatore economico, è stata demandata ad un ipertrofico e inusuale sviluppo del finanziario. L’ordine militare è stato talvolta ordinato dall’esercito di terra (Sparta, Unione sovietica), dalla marina (Atene, Impero britannico, Stati Uniti d’America),  da grandi eserciti o dalla guerriglia, da armamenti analogici o digitali, chimici (prima guerra mondiale) o fisici (bombe atomiche). Quindi non solo cambiano gli ordinatori, non solo cambiano i sistemi di assetto delle interrelazioni funzionali tra gli ordini, cambiano anche i principi -o paradigmi- a governo degli ordini stessi. Quando tutto funziona si ha adattamento, sviluppo e crescita ma solo fino a quando le condizioni esterne a cui ci è adattati non cambiano significativamente, lì c’è la crisi che in termini di civiltà e società, è stata spesso ontologica, cioè letale.

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Lo spazio di un articolo non ci permette di indugiare sull’ampia casistica storica che ci mostra sia sovrapposizione e distinzione tra gli ordini, sia l’alternanza dei principi che li hanno regolati, sia l’alternanza di uno di loro a svolgere la funzione di ordinatore e la conseguente affermazione di una classe o casta o élite dominante. Limitandoci quindi alla nostra parte di mondo, l’Occidente ed al periodo storico che parte un migliaio di anni fa, vediamo di fare una breve descrizione seguendo appunto al Teoria degli ordinatori.

La diarchia militar/aristocratica – religiosa che reggeva il Medioevo di nulla era responsabile rispetto all’incremento demografico registrato spontaneamente per miglioramento delle condizioni climatiche intono al X-XI secolo. Ciò che infrastrutturava primariamente questa crescita nelle società del tempo, fu più che altro l’ordine economico che già nel XIII secolo, vedeva una rigogliosa esplosione funzionale di commercianti, artigiani, banco-finanzieri con qualche prima ricaduta anche nella razionalizzazione 978880615253medproduttiva agricola e qualche prima avvisaglia di creatività tecnica con i mulini e le navi mediterranee e del  Mare del Nord[9]. Tutto ciò anche e seguito dell’addensamento urbano che modificava la distribuzione territoriale premiando la rinascita delle città rispetto alle campagne e la parziale subordinazione di queste a quelle. Il disordine bellico ed il sequestro dell’impegno umano nel lavoro militare nonché l’imprevedibilità del futuro data da uno stato di conflitto diffuso erano nemici del nuovo ordine commercial-artigiano-urbano, delle sue forme, della sua filosofia, della classe sociale che lo promuoveva. Così la repulsa per il denaro e la strenua resistenza contro l’affermarsi delle pulsioni materialistiche che erano portate dall’affiorare di nuovi ricchi la cui nascente potenza non era controllata dall’impero mentale della religione. Gli ordinatori aristocratico/militar e quello religioso erano già in potenziale conflitto con l’esuberanza dell’ordine economico, già nel XIII secolo. Quando la Peste nera della metà del Trecento, decimò in poco tempo la popolazione europea, l’impero mentale della religione cominciò a sgretolarsi perché non aveva fornito adattamento alcuno ed aveva subito passivamente la clamorosa decimazione. Ma anche le guerre che continuarono indefesse anche nel panorama demograficamente devastato dalla Peste, dimostrarono palesemente che l’ordine feudale non aveva più alcuna capacità adattiva visto che continuava a macinare vite umane in un contesto in cui la vita umana si era drammaticamente rarefatta. Questi traumi portati dal principio di realtà a gli ordini sociali sono simili alle falsificazioni più clamorose di cui sono oggetto i paradigmi culturali, solo che nel sociale-reale c’è meno agio di far finta di niente.

Ne conseguì la successiva affermazione di ordini politici più ampi di quelli feudali e quindi la nascita dei primi Stati-nazione da una parte e la progressiva relativizzazione dell’impero mentale della religione dall’altra (Umanesimo, poi Rinascimento ma anche macchinismo,intraprendenza esploratrice ed infine speciazione della scienza e ripresa della filosofia laica razionalista scaturita da una fase di diffuso scetticismo). All’interno di questa sovversione degli ordini, ed al conclamato fallimento ordinativo del religioso-aristocratico/militare, si apriva lo spazio per l’affermazione del nuovo ordinatore della successiva modernità: l’economico. La lunga marcia dell’ordine economico, si può far partire già nel XIII secolo ma sarà solo quattro secoli dopo che diventerà ordinatore. Questo nuovo ruolo dell’economico (da semplice ordine ad ordinatore) ha già prima espressione in contesti piccoli come Genova, Venezia, la Hansa balto-scandinava, le Province Unite olandesi ma con la Gloriosa rivoluzione inglese (1688-89) prende definitivamente potere di un grande Stato e s’impone come modello a cui si adegueranno progressivamente, tutti gli stati occidentali. Lì si salda per la prima volta la conflittuale diarchia di Stato e mercato in cui l’ordinatore è il mercato (economico) e lo Stato (politico) ne è il protettore (militare e giuridico[10]) ma anche ciò che ne crea le condizioni di possibilità (militare e culturale).

L’economico, nel suo affermarsi gradatamente come ordinatore, spinse l’affermazione di una nuova interpretazione religiosa consona alla propria natura (protestanti vs cattolici), premiò le società “nuove” del Nord al posto di quelle antiche e tradizionaliste del Sud, riformulò l’etica e la morale in senso utilitario, frantumò il comunitario nell’individuale, subordinò il militare non al capriccio della volontà di potenza dell’individuo-re o principe o signore ma a quella del  sistema Stato-nazionale che dava condizioni di possibilità allo sviluppo dell’economico stesso (grandi navigazioni, colonialismo, poi imperialismo) aprì la cultura al principio del piacere (libertini antesignani dei liberali) e ne democratizzò la funzione (cultura popolare, lingua volgare, stampa tipografica, intellettuali non più chierici e successivamente scolarità diffusa, società civile), produsse infine una forma di politico (il parlamentare inglese) al servizio dell’interesse economico stesso. Oggi si occupa di diritti individuali e civili perché la sua forma ordina che nel sociale ci debbano esser solo doveri (produrre e consumare). Questa è la nostra società, la società moderna, la società ordinata dall’economico che Marx, nella “concezione materialistica della storia”, pensò essere una “costante della storia” quando invece è solo l’ordinatore della nostra specifica forma storica. Caratteristica di questa forma storica è l’aver dato all’economico un solo principio, il capitalismo, esattamente come nell’Islam e nel Medioevo, quando il religioso divenne ordinatore, lo fece nella forma monoteistica particolarmente sensibile ad ogni forma di deviazione eretica. Il delirio di onnipotenza che prende ogni potere, il sentirsi l’Uno-Unico-Totale, porta l’ordine che diventa ordinatore a sentirsi appunto onnipotente, il suo principio a darsi la forma dell’ortodossia stretta, la sua classe o casta o élite dominante a sentirsi investita di funzioni “superiori”, quasi mistiche. Da ciò è derivata la nostra attuale divisione e funzionalizzazione degli ordini e della classi sociali con una interpretazione attualizzata dell’antico principio di gerarchia che impone il potere dei Pochi: le oligarchie, le élite, la classe dominante, le nazioni dominanti, le imprese dominanti, i grandi possessori di capitali dominanti, individuali (l’1%) ed istituzionali (holding, banche, fondi, assicurazioni on-shore o più spesso off-shore).

Il “capitalismo” come modo economico mosso dall’incremento di capitale ed accumulazione di profitto, è esistito per certi versi da quando esiste la monetizzazione (circa 700 a.C.) ma anche senza monetizzazione sin dal tempo dei grandi imperi con altre forme di accumulo e tesaurizzazione del “valore”. Nella modernità esso ha subìto alcune trasformazioni diventando prima il principio economico prevalente, poi l’unico (come notò K. Polanyi[11]) ma il punto decisivo è stato quando ha assunto la funzione di ordinatore. E’ solo a quel punto che l’economico ha preteso che tutti gli altri ordini ne fossero funzione, è71busscs31l da lì che raggiunge la sua forma monoteistica, espande in più modi ed a più riprese la sua sistemica funzionale passando dal commerciale all’industriale, dall’imprenditore alla società di capitali, dall’industriale ai servizi, dal produttivo al finanziario, dall’inter-nazionale al globale, degenerando infine nel delirio dell’Uno-Mondo-mercato-fine della Storia. Questa descrizione non è la descrizione di una presunta natura intrinseca del “capitalismo” ma della sua recente storia in quanto ordinatore, ordinatore della civiltà occidentale ed all’interno di questo sistema della sua élite dominante che è un condominio di stati nazionali anglosassoni (USA-UK) ed élite nazionali europee.

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Questo tipo di forma storica, la società occidentale moderna ordinata dall’economico a sua volta ordinato dal principio unico del capitalismo, sembra oggi giunta al limite delle sua facoltà adattive. Ha mostrato l’inizio del suo declino già a partire dagli anni ’70, quando si è andato affermando un cambio del suo principio. Il suo principio storico era certo il “capitalismo” ma mentre storicamente questo si era espresso sempre attraverso attività che transitavano per l’universo materiale (terra, commercio di cose, industria financo servizi che hanno una componente materiale almeno per la parte occupazionale), da allora prende uno sviluppo immateriale sia nel digitale informatico ma più ancora nel dominio del finanziario, funzione interna al sistema storicamente dedicata a supportare la produzione, non a sostituirla. Ma considerando anche la sua forma materiale, essendo una 9788806180201_0_0_300_80forma dell’illimitatezza necessitante un vastissimo fuori di sé per alimentare l’ordine interno di un ben più piccolo dentro di sé, oggi va in urto con due limiti esterni. Quello della finitezza delle risorse e del sempre maggior disequilibrio ambientale da una parte, quello offerto dal proliferare di sistemi geopoliticamente concorrenti dall’altra. Ci sono poi anche limiti interni dovuti alla degenerazione gerarchica portata dall’affermazione del finanziario sul produttivo che possiamo definire una forma di capitalismo meta-fisico, tra l’altro estremamente instabile non essendo più ancorato a l’universo materiale (Nixon ’71 – finanziarizzazione),  che ha portato i Pochi alla esasperante contabilità del famoso 1%[12] ma anche alla avvenuta certificazione della saturazione dei suoi compiti adattivi. I “bisogni” primari e secondari mortificati nel Medioevo, si sono espressi e sono stati ampiamente soddisfatti, cos’altro pensa di dover soddisfare questo ordinatore? Quello che manca da soddisfare, i bisogni di libertà, autonomia ed emancipazione umana e sociale, progresso psico-socio-culturale, pace nella diversità, maggior uguaglianza delle differenze, equilibrata relazione uomo e natura, questo ordinatore non li può intrinsecamente soddisfare come la religione non poteva soddisfare la fame e la salute, come l’esercito romano non poteva più garantire pace, tranquillità e sicurezza.  Nell’ostinarsi a replicare fuori contesto la sua funzione ordinativa, l’economico non solo non può soddisfare i bisogni insoddisfatti ma ne aumenta l’urgenza.

Quello che l’ordinatore e la sua configurazione sociale stanno facendo e continueranno a fare  con molte probabilità, sarà replicare ossessivamente la loro forma sistemica ovvero continuare ad essere così come son sempre stati, così come hanno avuto -sin qui- “successo”. Poiché però questo “modo inadatto” produrrà ritorni decrescenti e varie forme di disadattamento, tenderà a muovere disordinatamente e compulsivamente tutte le variabili accessorie (dalla distruzione della democrazia al ritorno del militare, dal recupero dell’etnico e del religioso ad una sempre più pronunciata desertificazione culturale, all’aperto conflitto geopolitico)[13] pur di mantenere intatto il suo principio e la sua funzione ordinatrice. Dopo aver9788842809227 promosso il servo a salariato, sarà pur disponibile a riportarlo a servo, se necessario, le società “aperte” diverranno chiuse, la ragione che soverchiò la fede diverrà a sua volta soverchiata dalla nuova fede nell’assunto per il quale “non c’è alcuna alternativa ragionevolmente possibile”, la vantata pragmatica tornerà alla dogmatica, il “non ci sono più le ideologie” è già divenuta l’ideologia unica. Più lo farà, più aumenteranno i ritorni decrescenti, le reazioni inconsulte, l’attrito sociale e geopolitico e con esse il fallimento adattivo, il disordine. E con l’aumento del disordine, nelle società umane, si sa come va a finire: si chiederà sempre più acriticamente ed imperativamente: ordine! Subito, a qualunque costo. Le società sono veicoli adattivi e la fornitura di ordine e prevedibilità è una loro caratteristica funzionale essenziale, una qualche forma di ordine è il segnale dell’avvenuto adattamento, segnali incrementali di disordine reclamano soluzioni anche brutali.

Quello che le genti soggette a queste forma storica potrebbero (dovrebbero) invece cominciar a fare è pensare come pluralizzare il principio dell’economico ricorrendo ad altre forme di espressione della sua funzione ma soprattutto, attrezzarsi per un cambio di ordinatore sottomettendo l’economico al politico ed il politico al democratico -in prospettiva- più articolato che non il solo rappresentativo.  Nessun programma, potrà effettivamente produrre adattamento all’era complessa per gli occidentali moderni se non si comincerà ad affrontare seriamente la relativizzazione del principio di gerarchia[14]. La forma gerarchica delle società umane è una costante ma non una legge, è -in un certo senso- l’ordine più semplice che abbiamo copertina_report_eea_adaptation_in_europetrovato, quello idoneo al segmento iniziale della storia delle società complesse, una storia che se guardiamo indietro ci sembra molto lunga ma se guardiamo avanti ci sembrerà più correttamente nulla più di un prologo alla storia effettiva. Pluralizzare l’economico e subordinarlo all’ordine politico è solo metà del cambiamento necessario, passare dal principio dell’Uno o dei Pochi a quello dei Molti nel politico è la seconda, essenziale, metà del processo. Il salto adattivo che intravediamo nella nuova epoca, per le genti occidentali che hanno prosperato nei secoli recenti dominando natura e mondo (cioè altre genti), sembra proprio esser quello di imparare a convivere, con la natura e col mondo degli altri, introiettare i limiti. Salto adattivo significa che non stiamo parlando di cose che si fanno e risultati che si ottengono domattina, stiamo parlando di strategie di lunga durata, la stessa lunga durata dei fatti e dei fenomeni di cui siamo il risultato storico.  Questa arte della convivenza con limiti esterni, per società grandi e complesse, non può che scaturire da una introiezione, da una auto-coscienza delle istanze individuali, sociali, politiche, ecologiche, culturali di modo da decidere tutti, continuamente, cosa fare per gestire il viepiù problematico adattamento delle nostre forme di vivere associato. La volontà generale presuppone una coscienza generale. L’unica forma di autocoscienza delle società umane a quel punto in grado di deliberare una volontà generale di tipo adattativo, possibile per quanto difficile da raggiungere, è solo nella società ordinata politicamente da una democrazia diffusa. Non ci salverà un dio o la forza o il mercato o un grande uomo o il circolo dei migliori ma solo il pensiamo, discutiamo e decidiamo, quindi siamo.

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[1] La concezione del funzionamento storico che qui si tratteggia, si differenzia dalla due impostazioni internaliste del XIX secolo. Marx, nella celebre Prefazione de “Per la critica dell’economia politica” (1859) ci illustra sinteticamente la sua posizione inversa (dialettica) a quella di Hegel “Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza”. Entrambi però, tanto Hegel che Marx, cercano una filosofia della storia come motore interno alle società. Quella qui tratteggiata è invece una impostazione relativa all’adattamento tra forme esterne e le società stesse, dove tanto la coscienza che le forme dell’essere sociale trovano diversi tipi di assetto a seconda dei contesti. La società è un veicolo adattivo e risponde alle condizioni adattive del contesto in cui si colloca, il motore interno alle forme sociali non è indipendente ma dipendente dalla relazione coi fattori esterni.  La geometria sociale è purtroppo costante ovvero di tipo gerarchico, in ogni tempo e luogo della storia delle società complesse, cambiano solo gli interpreti. Questa concezione adattativa della storia, supera la divisione tra idealisti e materialisti (così per gli enti struttura e sovrastruttura), già figlia di quella all’origine del moderno nel mente-corpo di Descartes, anche perché non si vede possibile dividere l’umano ed il sociale a cui l’umano dà vita, in questa presunta dicotomia che è -per noi- inesistente in quanto dicotomia.

[2] F. Cardini, M. Montesano, Storia medioevale, Le Monnier Università, Firenze, 2006, p. 200

[3] Jacques Le Goff, Il Medioevo, Laterza, Roma-Bari 1996-2008

[4] G. Dumézil, L’ideologia tripartita degli indoeuropei, Il Cerchio, Rimini, 1988-2003

[5] Nella lettura socio-economica di Marx, questo è il -comunismo primitivo- ma non si trattava solo di uguaglianza economica bensì sociale, politica e culturale. E’ proprio delle società più piccole essere relativamente indifferenziate ed assi poco  gerarchiche. L’ordine gerarchico è un portato della complessità sociale, almeno in quella fase primitiva della storia umana al cui interno siamo tuttora e sebbene ci sembri di essere molto “evoluti”. Il motore delle società è primariamente demografico-ambientale, forme sociali e politiche, ordini ed ordinatori si muovono in conseguenza dei prodotti di quel motore primario che è una relazione tra sistemi.

[6] Ma come poi vedremo, gli si può affiancare ad integrazione, anche la teoria di Imre Lakatos

[7] O. Spengler, Il tramonto dell’Occidente, Guanda, Milano, 2002

[8] I monoteismi hanno sempre manifestato un pronunciata valenza politica. Il primo comandamento pare sia stato invero l’ultimo ad esser codificato dalla casta sacerdotale ebraica nella cattività babilonese ed in qualche modo è questa che ha favorito l’identità di un popolo che non aveva più la propria terra. Quello cristiano, è un monoteismo che ha preso sostanza quando è diventato credo centrale dell’Impero romano. Anche la predicazione di Muhammad aveva la funzione di dare un’unica identità politico-militare ai popoli arabi schiacciati tra bizantini e sasanidi.

[9] Sintetizza felicemente M.Bloch nella sua analisi della società addirittura dell’alto Medioevo “La società di quel tempo non ignorava certamente né la compera, né la vendita. Ma non viveva come la nostra di compera e di vendita”. Marc Bloch, La società feudale, Einaudi, Torino, 1999 p. 84

[10] Il “giuridico” è una sezione del politico condizionato dal culturale.

[11] K. Polanyi, La grande trasformazione, Einaudi, Torino, 2000

[12] Problema spesso oggetto di censura etico-morale ma che mostra fallacia prioritariamente funzionale in quanto è dato storico quello per il quale adattamento massimo di un strettissima minoranza a scapito di un adattamento minimo della grande maggioranza, porta a varie forme di rottura sociale.

[13] I. Lakatos, La metodologia dei programmi di ricerca scientifici, Il Saggiatore, Milano, 2000. Questa teoria prevede che più che con una sola specifica teoria, noi si abbia a che fare con un sistema di teorie che condividono un territorio centrale detto “nucleo”. Poiché tali sistemi non sono mai immuni da contraddizioni e periferiche falsificazioni, si difendono ad oltranza ponendo una serie di ipotesi ausiliari a difesa e protezione del nucleo. Talvolta, questi sub sistemi protettivi sono positivi e permettono un progresso del sistema che rimane sostanzialmente immune dalle falsificazioni minori. Altre volte, invece, questa costruzioni sono ostinatamente conservatrici e degenerano progressivamente rifiutando di fare i conti con le falsificazioni più decisive.

[14] Il “fallimento” del socialismo reale dice che non è cambiando il modo economico che cambia il mondo poiché qualsiasi nuovo modo finisce sempre e comunque e riprodurre la regola gerarchica. Le élite dei vari partiti comunisti al potere, è stata solo morfologicamente diversa da quella delle società capitalistiche o teocratiche o militari, rimane pur sempre una versione dei Pochi. L’unico modo che cambia la regola è l’affermazione nell’ordinatore politico del modo democratico, l’auto-governo.

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GEOPOLITICA DELL’EUROPA.

Questo articolo è di taglio storico-politico quindi attiene all’attualità non per richiami contingenti all’Unione europea o all’euro ma perché l’Europa è un sub-continente in cui si pone il problema geopolitico in forme pressanti e decisive, problema da affrontare con una prospettiva temporale larga. 

EUROPA – EUROPE.

  1. Europa, è considerata espressione geografica ma con alcuni corollari. Il primo corollario è che anche solo “geograficamente”, Europa è un sistema impreciso avendo tre confini certi ed uno -quello orientale- incerto, per lo meno per la piana  tra fine degli Urali ed i tre bacini del Mar Nero, del Caspio e il lago d’Aral, che rimane aperta al Centro Asia. Il secondo corollario, è che la stretta vicinanza con Turchia, Medio Oriente e Nord Africa, la rendono molto sensibile alle interrelazioni con ciò che lì succede, Europa non è un sistema isolato. I due corollari, portano al terzo ovvero la constatazione che per quanto attiene alla Russia si ha a che fare con un sistema che geograficamente (anche se non demograficamente) è più asiatico che europeo. Per quanto attiene all’Europa del Sud Est, si ha a che fare con un sistema storicamente molto influito sia dalle migrazioni centro-asiatiche, sia dalla penisola anatolica (impero bizantino e poi ottomano), sia dalle divisioni determinate dalla contrapposizione est-ovest del Novecento. Per quanto attiene la Gran Bretagna, non solo questa deriva da una storia isolana (non isolata ma isolana) ma ha manifestato molta più propensione storico-culturale verso l’America del Nord che non verso l’Europa, almeno dalla fine della Guerra dei Cent’anni in poi (1453). Definito così il sistema con incertezza dei confini (più certi quelli nord-ovest, meno quelli sud-est), l’Europa è un territorio assai complesso. Dotato di penisole grandi (scandinava, iberica, italica, greco-attica) medie europa(danese) e piccole (bretone), penisole che favoriscono la speciazione di caratteri locali poiché aperte (e nel caso iberico-Pirenei ed italico-Alpi neanche così “aperte”) solo da un lato.  A ciò si aggiungono varie isole maggiori e minori. Ha poi fiumi relativamente grandi tutti di linea verticale (Senna, Mosa, Reno, Weser, Elba, Oder, Vistola, Neumas, Divina a nord, Dnester, Dnper, Don, Volga, Ural a sud est), una linea diagonale composta da Reno e Danubio che la divide in due più o meno su quello che era il limes dell’Impero romano e di nuovo, una seconda (Vistola, Dnester) che la divide da quell’est che diventa un po’ più asiatico. Poi ci sono le catene montuose, gli stretti e vari mari su cui c’è affaccio, incluso l’Atlantico.  Climaticamente, dai deserti spagnoli di famiglia nord africana, ai ghiacci norvegesi ed islandesi di famiglia polare, c’è altrettanto varietà. Tutto ciò a dire che l’Europa, ha una geografia fatta apposta per creare speciazioni, un gran numero di popolazioni con un più o meno pronunciato grado di differenza. Sarà poi la storia a dirci quanto differenti e quanto sovrapposte, stante che la geografia ne ha certo segnato i limiti di espressione.
  1. Questa “propensione” europea alla speciazione, ha generato sia il primo spazio storico in cui si è formato lo Stato-nazione, che la più ampia collezione di stati-nazione del mondo per territorio. Stato (istituzione) e nazione (popolo) sono due enti che si tende a far coincidere nel dibattito pubblico  ma così come il primo nucleo di molte nazioni europee data al IX-X secolo cioè molto prima che diventassero “Stato”, così si può immaginare uno Stato fatto di più “nazioni”, come più spesso è capitato fuori Europa. Considerando che dal punto di vista geografico per Europa s’intende anche la Russia al di qua degli Urali e considerando l’estensione territoriale che è più o meno pari per USA, Cina ed Europa, nei primi due casi abbiamo un solo Stato, nel terzo quarantacinque più quattro. Dopo la lunga fase europa_politicamedioevale che subentrò al collasso dell’Impero romano, a partire dal XIV secolo e fino al XVI secolo, si formarono in sequenza i più o meno attuali stati di: Svizzera, Francia, Inghilterra (solo molto dopo Gran Bretagna -1707 e poi Regno Unito – 1801), Portogallo e Spagna, non a caso, stati della parte geografica europea più certa, quella nord-occidentale. Gli Stati-nazione europei, nacquero non per esigenze interne ma per esigenze esterne, belliche per la precisione[1]. Gli svizzeri per difendersi dagli Asburgo[2], i francesi e gli inglesi l’un contro l’altro alla fine della Guerra dei Cent’anni, la Spagna contro i musulmani che avevano invaso l’Iberia sin dal 700, il Portogallo per differenziarsi dalla Spagna. Le vicende che porteranno a gli stati nazionali anche fuori di questa parte dell’ Europa occidentale, sono molto complesse e durano almeno fino al 1861 per l’Italia ed il 1870 per la Germania. L’Europa dell’est, tra il 1917 ed il 1993, ha registrato nove cambi di confine e quattro diversi sistemi ordinativi (impero, indipendenza, periferie dell’URSS, autonomia). Anche Norvegia (1905) e Finlandia (1917) sono nazioni giovani. La decomposizione sovietica ed jugoslava, la separazione dei cechi e degli slovacchi ed il timore si esprimano nuovi diritti di nazionalità (fiamminghi-valloni, scozzesi, catalani), dicono di quanto rimanga inquieta la geografia politica europea. Ma se ai primi del Novecento, quando si chiude gran parte del processo di formazione stato-nazionale europeo, il mondo contava 1.5 miliardi di persone, oggi siamo 7.5 miliardi, tra trenta anni saremo 10 miliardi. Cambia quindi radicalmente il contesto in cui continua a svolgersi il nastro storico europeo.
  1. Non diversamente dalle vicende storico-politiche, l’Europa è segnata da una grande varietà culturale. Quattro sono gli alfabeti usati e quattro anche i principali ceppi linguistici (lingue romanze, germaniche, slave, baltiche) mentre le prime 10 lingue (di cui una è il turco) coprono solo 2/3 di quelle parlate, per non parlare dei dialetti a -volte- non intellegibili dagli stessi connazionali. Quattro anche le principali religioni language-families(cattolica, ortodossa, protestante, islamica) ma molte di più le chiese nazionali (ad esempio anglicana, irlandese, greca, romana etc.). Diversissimi gli stili di vita tra nord-sud-est-ovest, la cultura alta come quella bassa, i miti, le tradizioni ed i valori fondativi ed irrinunciabili. Naturalmente questa sottolineatura di diversità vale solo se rimaniamo chiusi dentro il sistema europeo, se preso complessivamente in quanto tale certo mostra maggiore omogeneità interna di quanto non abbia con sistemi arabi o asiatici o africani. Al tempo della guerra civile che portò all’unificazione americana e stante che in termini di “nazione” gli americani erano già potenzialmente tali (etnicamente, linguisticamente, religiosamente), questi erano 32 milioni e saldarono le loro fratture con 600.000 morti. Oggi Europa dell’Unione  conta 500 milioni di abitanti e quella dell’Euro, 330 milioni. L’espressione “Stati Uniti d’Europa” perciò è da intendere soltanto come vaga analogia, nulla del materiale umano, sociale e culturale eventualmente da unire in Europa, mostra similitudini con l’esperienza americana, né per quantità, né per qualità, né per contesto storico e geografico.
  1. L’intera storia europea, dal confronto Impero romano vs migrazioni dell’est al triangolo merovingi – longobardi – papato, da Carlomagno alla Reconquista e la Guerra dei Cent’anni, da Carlo V alle guerre di religione, dall’Impero austro-ungarico alle guerre per l’egemonia dei mercati tra Inghilterra e Province unite, da Napoleone a Bismarck, fino alle due mondiali e quindi incluso Hitler, ha registrato una “costante del conflitto”, guerre geopolitiche per quanto spesso vestite da più barocche ragioni ideologiche[3]. Va infatti da sé che in una spazio fisico limitato ritagliato in un gran numero di sovranità ben distinte e rimarcate da differenze storico-culturali di lunga durata, la crescita demografica o l’adozione di certi modi di vita (un certo tipo di modo economico, un forte ruolo della credenza religiosa) accendono dinamiche amico-nemico che mettono i reciproci confini in tensione. Il periodo di relativa pace (1815-1914) detto Paxmappaukok britannica, invero si basò su un meccanismo per il quale, le tensioni e le competizioni interne al sub-continente, vennero sfogate all’esterno con la grande stagione coloniale che per altro era già partita nel XVI secolo. C’è quindi da aggiungere, che proprio all’indomani della Seconda guerra mondiale, il sistema Europa, comincia a perdere la sua egemonia sul mondo, le contraddizioni interne conclamate nei due rovinosi conflitti non potranno più esser gestite scaricandole all’esterno e forse, proprio visti i due conflitti e le condizioni di contorno al mondo nuovo che nel frattempo si è venuto a creare,  neanche più all’interno. Ciononostante, l’attuale configurazione stato-nazionale citata ovvero i 45 più quattro, è la più frammentata, probabilmente dai tempi dellAlto medioevo. L’Europa conta il 25% degli stati del mondo, pur occupando meno del 7% delle terre emerse, con il 10% della popolazione mondiale (inclusi i russi).

Se quindi Europa è una definizione geografica complessivamente unitaria sebbene aperta e molto frazionata, quella storica è decisamente plurale. Questa pluralità, financo la perdurante coazione al conflitto, è stato motore di varietà e ricchezza poiché molte varietà in interrelazione fanno sempre “sistema complesso”.

UNIAMO GLI EUROPEI!

  1. La situazione di conflitto endemico che ha caratterizzato la storia d’Europa, mosse ripetutamente alcuni pensatori a trovare il meccanismo di disattivazione di questa coazione. Due le strade principali percorse. Una, quella kantiana, vedeva soluzione in una alleanza militare che -mettendo assieme il principale strumento della guerra, cioè gli eserciti- impedisse di fatto l’espressione della coazione[4]. L’altra, quella di più ampia tradizione illuminista, infine giunta al Manifesto di Ventotene, pensò necessario dfe2cf84d0ec78a9d119ff94f173fe5e-300x270superare la partizione Stato-nazionale quale s’era formata nella geo-storia riportando il conflitto degli interessi locali a comporsi in un nuovo super-Stato con un superiore interesse generale. Va detto che tutto il poi non così largo spettro delle trattazioni che affrontarono questo problema, non andò mai oltre un approccio tra quello che oggi chiameremo un pamphlet e il libero corso di una immaginazione utopica. In queste tanto rare quanto disparate trattazioni, non abbiamo un Capitale o una Ricchezza delle nazioni, nel senso che nessuno pare si sia peritato di affrontare, pur a livello di pensiero, i tanti e complessi problemi connessi all’idea di una unità di sistema a più alto livello degli europei o di una loro cooperazione a fini superiori. Evocare una vaga idea è una cosa, scendere nel dettaglio del volgare mondo del possibile con fini, tempi e condizioni particolari, un altro. Infine, da Kant a Spinelli, il movimento del pensiero è scaturito per lo più dal problema guerra e comunque, sempre muovendo da ragioni interne all’Europa, la sua divisione, la sua conflittualità, il suo ottuso particolarismo. Lo Stato-nazione invece, come abbiamo visto, ebbe sempre i natali in una causa di competizione esterna. Mentre le sollecitazioni interne ad un sistema rimangono pur sempre opzionali, dilazionabili, oggetto delle buona volontà, le sollecitazioni esterne, quelle che ci pongono altri, non completamente da noi gestibili, richiedono un adeguamento imperativo. E’ questo motore esterno a permettere sullo slancio, di superare le tante difficoltà e contraddizioni che si incontrano nel mutamento strutturale.
  1. Nel dopoguerra del secolo scorso, si interpretò il problema europeo come mosso dal conflitto economico. In effetti si fece di necessità virtù nel senso che le nazioni europee, uscite dilaniate dal conflitto, dovevano ricostruirsi e questo movimento si pensò necessario ingabbiarlo entro accordi e trattati che regolamentassero la competizione onde non farla di nuovo sfociare in guerra di tutti contro tutti. Era tra l’altro proprietà del sistema “mercato” tendere al superamento dello stretto confine nazionale e quindi si pensò essere questa virtù, la via per superare la necessità di evitare un nuovo conflitto. Ma si deve anche notare che questa situazione, per la prima volta, si colloca entro uno scenario non più eurocentrico. Per la prima volta nella sua storia,nato-expansion “Europa” si trova condizionata da una doppia supervisione di controllo e disputa. Eliminato assieme il fenomeno emergente del nazi-fascismo, due giocatori parzialmente esterni al comune europeo, gli Stati Uniti d’America e l’Unione sovietica, avevano non solo forte interesse ma anche forte capacità di imporre i propri interessi per altro divergenti, alla libera formazione delle dinamiche interne al sub-continente. In più, come detto, gli europei perdevano gradatamente la proprie proiezione esterna e venivano viepiù confinati dentro i precisi limiti della loro posizione geografica. Usa e Urss non solo limitavano e controllavano gli eventi su quello che per loro era lo scacchiere europeo ovvero il piano di gioco tra loro ma, partendo da questo, ridisegnavano il gioco-mondo andandosi a spartire le più ampie regioni del tavolo-mondo. In maniera molto più soft di quanto non era accaduto ai popoli colonizzati dagli europei, gli stessi europei di ritrovarono per la prima volta oggetto delle altrui cure interessate a condizionarne la sovranità. Le singole nazioni europee si trovarono così in dovere di schierarsi con gli uni o con gli altri ed al loro interno, si replicò la divisione sfruttando l’oggettiva divisione tra le classi essendo il gioco a due poli, interpretato da due opposte incarnazioni ideologiche basate su due modi opposti di intendere la vita associata.
  1. Gli ultimi cinquanta anni d’Europa vedono due dinamiche importanti. Gli europei, supervisionati dagli interessati americani (coadiuvati dai britannici sempre diffidenti verso il per loro minaccioso continente dirimpetto dal quale avevano deciso di alienarsi sin dal XV secolo), sviluppano un mercato comune accompagnato da due diverse versioni di “serpente monetario”[5], poi una serie di istituzioni comuni per quanto deboli, poi una moneta che legò 17 (poi 19) di loro non a fare qualcosa assieme ma a non farla. La moneta, la valuta, elemento essenziale di una politica economica nazionale ed elemento storicamente determinante della sovranità, veniva congelata in un trattato che delegava un istituto ritenuto tecnico (la banca centrale) ad amministrarla secondo parametri imposti soprattutto dalla nazione che si riteneva la più necessaria per domare la coazione competitiva continentale: la Germania. Il patto fu obbligare la Germania a far qualcosa assieme a gli altri in modo da non ritrovarsela contro in una delle mille tenzoni europee offrendogli la rinuncia alla svalutazione competitiva (potenziale miccia di più ampio conflitto) e fu ulteriormente pagato accettando le condizioni tedesche riguardo il come intendere ruolo e gestione della moneta comune. In più, si era già accettata anche la riunificazione tedesca che andava formando il di gran lunga più grande stato (oggi circa 83 milioni) in un’area di medio-micro stati. La posizione ideologica tedesca sull’economia e la moneta, venne ampiamente condivisa dalle élite finanziarie europee e da molta parte di quelle economiche di tutti gli altri Stati-nazione. Il tutto, avvenne dentro una congiuntura economica positiva (o che si riteneva tale) e sotto bi_graphics_globalfirepoweril benevolo giudizio del supervisore americano, lo Stato multietnico in cui la prima etnia è quella germanica.

La seconda dinamica, fu il lento sgretolarsi endogeno del sistema avversario degli americani ovvero l’Unione sovietica. La sequenza Muro di Berlino (1989), riunificazione tedesca (1990), fine dell’URSS (1991), Trattato di Maastricht (1992), euro (1999-2002), liberava il territorio europeo dalle tensioni delle guerra fredda, portava l’Europa occidentale a riunirsi con quella orientale (una “ri-unione” inedita nel senso che storicamente non c’è una grande storia comune tra queste due parti), sanciva la centralità tedesca come perno del sistema, definiva “sistema” un insieme di comuni interessi prettamente economici pur mantenendo la partizione stato-nazionale, poneva il sistema così ricostruito sotto la precisa egemonia ed indiretto controllo americano che sequestrava la sovranità militare (a parte la Francia). Il sistema europeo così costruito, era il sogno realizzato di una delle due parti della storica contraddizione capitalistica, quella Stato-mercato. Il “mercato” dominava lo Stato e si serviva di questo sia per gestire le specifiche contraddizioni nazionali (governi nazionali), sia per gestire le contraddizioni dello stesso sistema europeo (governo europeo ovvero -di fatto- la riunione dei capi di Stato nel Consiglio europeo).   In mezzo a queste due parziali e condizionate sovranità politiche, una pletora di istituzioni parziali formali ed informali, una voluminosa burocrazia, una complessa rete di norme, regole e libero gioco di interessi finalizzati a far ben funzionare le istituzioni di mercato, eliminando la gestione flessibile della moneta dallo stesso gioco.

Ereditata una tradizione forte di pluralità conflittuale, si è pensato non di dar retta al vecchio Kant che consigliava di mettere assieme gli eserciti così da non aver più lo strumento per farsi guerra ma di metter assieme i mercati e per alcuni, anche la moneta. Il mercato avrebbe sciolto la tenace resistenza dello stato (e della nazione) come se una istituzione la cui sopravvalutazione funzionale (tanto liberale che marxista) è cosa assai recente, potesse magicamente ordinare fattori che hanno agito per più di due millenni. Del resto anche il papato medioevale era convinto che l’istituzione ecumenica della cristianità avrebbe potuto unificare il sub-continente, finendo travolto e costretto infine ad occuparsi di cose spirituali visto che il temporale risponde ai fatti duri e non alle ideologie. Ogni epoca s’abbaglia alla luce assoluta del suo ordinatore, prima quello militare (romani), poi quello religioso (medioevo), infine quello economico (modernità recente).

EFFETTI DEL MONDO SULL’EUROPA.

  1. A questo punto, torna a rifarsi vivo l’esterno del sistema. Finanziariamente, il sistema mondo giunge nel 2008-9 ad un collasso dovuto a quello che in geopolitica degli imperi si chiama “over-streetching”, né più – né meno che espansione irrazionale delle funzioni, come nell’eccessiva riproduzione cellulare che chiamiamo “cancro”. Ogni sotto-sistema ha un suo ruolo i cui confini sono vincolati dal funzionamento e ruolo degli altri sotto-sistemi, quando eccede oltre questi confini funzionali, dopo una breveresposs-infographic euforia di potenza, va incontro al collasso per eccessiva espansione funzionale. Economicamente, la globalizzazione giunge al suo picco funzionale nel 2008 arrestando, da allora, la crescita degli scambi internazionali. Potenti retroazioni negative quali la dipendenza tossica dal debito, il disordine migratorio, la scomparsa della crescita sostituita nell’orizzonte degli eventi da stagnazione e recessioni, segnalano che il meta-sistema ha terminato la sua funzione ordinante ed ora diventa disordinante. Le società occidentali, accusano le retroazioni di questo meta-sistema andato oltre le sue possibilità funzionali: forte divaricazione sociale-reddituale, contrazione della classe stabilizzatrice (la media, nelle sue molteplici sfumature), blocco dell’ascensore sociale, stato permanente di incertezza con outlook negativo (da cui anche la minor spesa di chi potrebbe permettersela), aumento del debito pubblico e privato contratto in attesa di una crescita ora soggetta al principio di scarsità, se non di sparizione. Un macromovimento di “grande convergenza” innalza le posizioni dei Paesi di seconda o terza fascia mentre quelli della precedente prima fascia, ristagnano. Il tutto si riflette sul piano politico occidentale con una progressiva delegittimazione delle élite (a vari livelli).  Sul piano sociale comincia a total-debt-by-countryfarsi insostenibile l’incertezza, sul piano culturale mai la società occidentale è stata così desertificata ed infertile, sul piano demografico soprattutto gli europei ed i giapponesi sono diventati praticamente “sterili”. Sul piano sociale-culturale, interessante quanto segnala per la prima volta il centro ricerche del Credit Suisse ovvero che tra i più preoccupanti rischi sistemici all’orizzonte, si segnala una inedita “stanchezza del consumismo”[6].
  1. Nel mentre gli europei stentano a rendersi conto che i tempi stanno profondamente e rapidamente cambiando, l’anno scorso, i britannici defezionano dall’UE per riappropriarsi della completa sovranità nazionale, Trump con analogo disegno batte la Clinton alfiere di quello ormai irrecuperabilmente in crisi (globalismo finanziarizzato e militarizzato), Putin compie una serie di capolavori tattici per difendersi internamentesilk_road_600-005 ed esternamente dalla pressione americana riuscendo addirittura ad aumentare la sua sfera d’influenza, Xi Jinping accentra i poteri e sviluppa con la BRI[7] il più potente disegno strategico-mondo alternativo a quello americano, Modi tenta di governare ed indirizzare la crescita indiana ed annuncia un Pil superiore a quello del Regno Unito. A questo punto ed anche per altre pressioni non precedentemente enumerate (quelle migratorie ad esempio), gli europei capiscono che il loro modo di stare la mondo non è più adeguato alla realtà del mondo stesso, le negatività superano di molto le positività, tale condizione non è passeggera come ci si era irrazionalmente auto-convinti fosse dopo la crisi del 2008 reiterando la “religione del cargo” della “luce in fondo al tunnel”.

Il dramma principale è che il nuovo gioco di tutti i giochi del tavolo-mondo è ordinato dalla geopolitica ma Europa non è un soggetto geopolitico.

La disordinata rincorsa a recuperare una soggettività geopolitica fugge in due direzioni opposte: 1) rinforzare l’unione politica e militare; 2) tornare a recuperare la piena soggettività stato-nazionale. Ma sarebbe fin troppo positivo interpretare queste due risposte come reazioni lucide alla domanda proveniente dall’esterno. In effetti, le due posizioni, sembrano più che altro rimbalzare come reazione a dinamiche ancora interne. 3731-004-acd90ca6La prima vuole proteggere la sua opera di mercato e moneta comune, la seconda vuole proteggere dai danni sociali inflitti da questa costruzione. Nessuna delle due in effetti sembra muovere da una comprensione razionale dell’inadeguatezza “storica” dell’essere Europa. Anche i più sfrenati unionisti ( di cui si vedono tracce sempre più flebili) non credono davvero di unirsi in un super-Stato (a 27 o a 19) con tutte le leve di potenza coordinate a disposizione mentre i sovranisti non vedono che i nemici più prossimi (gli unionisti) ma non quelli che si affacciano all’orizzonte: i grandi e potenti stati extra-europei. Sfugge che lo Stato-nazione europeo è un sistema figlio della geostoria e data al XV-XIX secolo, quando il mondo era abitato da 500 – 1300 mila esseri umani, quando Eruropa era un sistema semi-isolato e potevamo quindi dedicarci all’essere gli uni contro gli altri, non c’era lo sviluppo economico-sociale-tecnico che chiamiamo capitalismo (o era alle prime mosse), i limiti ambientali non erano in vista, gli europei erano larga parte del mondo e progressivamente superiori in molte performance decisive, tra cui quelle militari. Anche i pur brillantissimi antichi greci non s’avvidero del salto quantico della condizione del loro intorno-mondo e continuarono a litigarsi i reciproci egoismi di città-stato nel mentre iniziava l’era degli imperi. Infatti è così che termina una civiltà, per dis-adattamento alla condizione-mondo, quando rapiti dalle dinamiche interne, non ci si avvede di quelle esterne.

10. Questioni demografiche, geografiche, ambientali, storiche, economiche e culturali, sembrano convergere su un tavolo mondo a cui si siedono 200 stati, ognuno in cerca delle proprie migliori condizioni di possibilità. Le dinamiche più importanti, verranno determinate dalla megafauna intendendo con ciò, gli stati che hanno più potenza (economica, finanziaria, militare, culturale, quindi politica). Con Cina, India, USA, Brasile, Giappone, Russia siamo sempre oltre i 100 milioni di popolazione[8]. La Germania che appartiene a questo gruppo, ne ha 83 ma la Germania conta anche su una fitta rete di partner più o meno confinanti (Danimarca, Norvegia, Svezia, Polonia, Rep. Ceca, Austria, Olanda, Belgio, Lussemburgo)[9] che la rendono sistema più ampio della sua singola consistenza e sembra che stringere questa rete, sia la più idonea traduzione dell’enigmatico “Europa a più velocità” recentemente pronunciato dalla Merkel. E comunque la Germania è molto lontana dal’essere una potenza militare, il che -in termini geopolitici- conta non poco. Inoltre, occorre vedere la dinamica perché se ilwpds-2009-2050-table rank degli stati-economie per Pil nominale ha subito un sovvertimento delle gerarchie nei soli ultimi dieci anni, già oggi quella del 2050 per PIL PPA vede spuntare all’8° posto i 250 milioni di indonesiani e non vede più europei tra i primi otto. Infine occorrerà vedere la dinamica d’area perché appartenere a sistemi crescenti come saranno l’Asia e l’Africa, sarà ben più favorevole che non appartenere a sistemi statici o in contrazione, come sembra destinata da essere l’Europa e più in generale l’Occidente.

L’elenco dei regolamenti di gioco che queste potenze dovranno contrattare formalmente o informalmente, cooperando o competendo, parlandosi o minacciandosi, va dai regolamenti ambientali alle sfere d’influenza geopolitica e geoeconomica, dall’architettura banco-finanziaria -che nella sua struttura dollaro-Fmi-WB-BIS verrà ovviamente ridefinita visto che ormai siamo a più di settanta anni da Bretton Woods- alle nuove alleanze commerciali o militari a geometrie variabili. Gli europei già da tempo contano poco o nulla e più che altro come “foederati” dell’impero informale americano ma ora, non solo gli stessi americani ed i britannici hanno annunciato la nuova politica del “mani libere” ma non è detto che non comincino a vedere nell’Europa una preda da dividersi per costruirsi una loro più formale periferia protettiva.

CONCLUSIONI

Siamo in un momento frastornante in cui veniamo strapazzati da eventi a ripetizione, eventi complessi, inediti e spesso fuori scala. Molti pur tra i sensibili ovvero coloro che cercano di farsi una mappa del mondo, sono e sempre verranno magnetizzati da Trump, dall’euro, da Putin, dalla sequenza Olanda – Francia – Germania e da qualche parte anche Italia delle elezioni nazionali del 2017. Il 25 Marzo, al sessantesimo dal Trattato di Roma, gdp_ppp_2016_selection_en-svgvedremo se si tratterà solo del trionfo del’inutile retorica o se le annunciate mosse della Merkel su un nuovo disegno di Europa asimmetrica (sostanzialmente la libertà per la Germania di procedere per conto proprio e “chi la ama la segua”) annunceranno una nuova fase e di che tipo. Quello che però occorre forse inquadrare meglio è il momento nel flusso storico, uscire dall’esasperato presentismo in cui cerchiamo di non annegare saturandoci di informazione che ci forma a suo piacimento facendoci sapere tutto ma comprendere quasi niente. Occorrerebbe recuperare sguardo di prospettiva e capire cosa dovremmo fare nei prossimi trenta anni, nulla di ciò che compone e condiziona la nostra vita si è formato ieri, nulla di ciò che possiamo fare per darci nuove condizioni di possibilità si fa domani anche se comincia domani.

La Geuropa (l’Europa germanica) non è una prospettiva auspicabile ma per fortuna non è neanche praticabile, il che non vuol dire che i tedeschi ed i loro alleati nelle varie élite nazionali non cercheranno di perseguirla ostinatamente. Non vorremmo abbandonarci allo sciocco determinismo del “non c’è due senza il tre” ma se la Germania che è stata l’ultimo grande stato europeo a formarsi, ha provato per ben due volte con effetti disastrosi a dilatare il proprio dominio, ciò forse vuol dire che lì ci sono una serie di questioni geo-storico-culturali irrisolte o quantomeno non tali da permettere all’entità tedesca di svolgere funzioni di leadership aggregante per egemonia e condivisione. Stante comunque che Europa, con la sua storica e geografica tendenza alla insopprimibile pluralità, le sue pronunciate linee di faglia e di frattura, non è mai stata dominata da alcuno perché semplicemente non può esserlo.  Di contro l’idea (non si comprende fondata su cos’altro se non un ormai insopportabile e del tutto inopportuno idealismo dei principi), di unire gli Stati-nazione europei nella figura mitica de “l’Europa dei popoli” democratica-solidale-ambientale e diritto-civilista, tutte ottime petizioni di principio che nulla dicono su come si vogliono affrontare i drammi adattivi all’era complessa ordinata dal conflitto geopolitico. Al mito dell’Europa del mercato, si oppone con tic dialettico l’Europa democratica, una disputa oziosa che forse sta in cielo ma non certo in terra. Semplicemente, Europa va trattata come un problema politico ed Europa non si può unificare politicamente tutta2af1abf400000578-3178933-this_graphic_shows_how_the_world_population_is_projected_to_hit_-m-39_1438199791699 in una volta perché nulla della sua geografia, storia, cultura, tradizione, religione lo consente e solo chi insegue vaghi enti come il mercato e la moneta, può soprassedere a queste tenaci “nervature dell’essere” -come le chiamava Platone- che il buon macellaio sa che non si possono tagliare. Senza intento polemico, segnalo che far discutere il “problema Europa” solo dagli economisti è come far discutere gli esperimenti del CERN dagli ingegneri che fanno funzionare l’acceleratore.

Ecco allora che l’europeo stordito ma non domato, si ricorda con la passione poco lucida del mito, di quando c’erano gli Stati keynesiani e sicurezza, benessere ed una certa approssimata maggior giustizia sociale (?) o quando la Nazione garantiva l’identità e la funzionalità della comunità, quando c’era il banchiere centrale e il massimo dell’esotismo etnico era il turista americano (bianco) a Trinità dei Monti. Ne fa una questione di ideologia economica o monetaria o religiosa o etno-culturale o di una politica quale si usava quasi un secolo fa. Gli Stati-nazione di taglia europea, ripetiamo ad nauseam, sono figli di dinamiche endogene europee del XV secolo, ancora più o meno valide fino al XIX secolo. Il XX non fa testo alcuno essendo diviso tra una parte di guerra totale ed una di ricostruzione o se lo fa, dice che la convivenza tra le eterogenee frazioni d’Europa è tra il molto difficile e l’impossibile, tendenzialmente molto conflittuale. A grana grossa, le Europe sono almeno quattro[10]. Nulla delle condizioni del mondo che pongono tutte le pressioni fuori dal sistema Europa, pongono le principali dinamiche ambientali, economiche, valutarie e finanziarie, culturali, religiosi, demografiche, come “esogene”, dovrebbero portare a ritenere possibile far sopravvivere la macedonia dei cinquanta staterelli europei. Ma se c’è chi si perde nelle ideologie, c’è anche chi rincorre i miti che poi sono ideologie di lunga durata.

Stretti tra l’impossibilità della Geuropa e della sua versione demo-utopica e l’insostenibilità del vessillo nazionale ottocentesco, forse dovremmo abbandonare per sempre sia il concetto di nazione, sia quello di unione e concentrarci su quello di Stato. Forse dovremmo coltivare l’aristotelico “giusto mezzo” e rivolgerci a progetti di nuovi Stati, a fondere tra loro alcuni vecchi Stati, non 27 o 19, di meno come si fa volendo incorporare tra loro diversi ingredienti. Unire popoli diversi è certo molto difficile ma se prendiamo germanici e latini, slavi e baltici da unire tutti in una volta, nel mentre americani, britannici, russi, arabi e cinesi certo non stanno lì a fare il tifo per te, più che difficile è impossibile.  Di contro, anche il rifiutare e voler sciogliere l’attuale configurazione del’unione mercatistica e della moneta neo-liberista ha bisogno di un traguardo lontano perché dovrebbe esser in funzione di quello che si agisce nell’immediato.

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Al tavolo del grande gioco del mondo, chi scrive, vorrebbe veder un giorno sedersi lo Stato latino-mediterraneo (Stato, non Unione), un progetto più volte da noi e non solo da noi promosso anche se il dibattito pubblico viaggia su tutt’altre frequenze. Sin da subito, l’Europa come sistema formato da diversi sistemi che ora sembra accettarsi nell’opzione “Europa a più velocità”, potrebbe vedere la luce di una più stretta Unione dei latino-mediterranei che si potrebbero dotare in tempi altrettanto brevi di una propria moneta, gestita ben diversamente da come s’è stabilito nei trattati euro-tedeschi poi passati alla gestione della BCE. Questo è un orizzonte da vedere se utile e comunque a breve, quello a medio – lungo dovrebbe essere uno Stato ovviamente federale e parlamentare, con una sua Costituzione, esercito, istruzione e un suo welfare. Uno Stato terza economia del mondo, quinto per dimensioni demografiche, in grado di influire in tutti i giochi del mondo nuovo. Uno Stato la cui definizione linguistico-culturale-geografica (latino e mediterraneo) è garanzia di possibilità perché non si fa “Stato” che è “cosa politica” con chi parla[11] e vive troppo diversamente e da sempre abita dall’altra parte dello spazio geo-storico.

Il nuovo Stato di chi ha inventato la polis, la civitas, il Comune, la Repubblica, lo Stato-nazione moderno e non si rassegna a scomparire dai registri della Storia. Non ora, che la Storia annuncia di volerci passare al vaglio di un nuovo, difficile, esame.

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[1] Le ragioni di difesa/offesa portavano con loro, ovviamente, anche le ragioni fiscali, entrambe centralizzate.

[2] In effetti, con la pace di Basilea del 1499, gli svizzeri non crearono uno stato ma una confederazione, termine poi rimasto ancor oggi in uso, sebbene dal 1848, la Svizzera sia uno Stato federale.

[3] Lo stesso concetto di “nazionalismo” è da leggere in questa ottica, tanto quanto è geopolitico lo scontro tra sauditi ed iranici sebbene vestito da scontro di religione sciiti vs sunniti. Al nazionalismo si può ricorrere per guerre di indipendenza, per compattare lo spirito nazionale spesso per segnare una distinzione con qualche confinante o ad uso del potere di certe élite, come retorica di condimento a guerre d’aggressione che hanno però altre cause scatenanti. La storia europea mostra nazioni che non hanno espresso un nazionalismo e nazionalismi innocui come quello dei greci. L’intero concetto è molto sfocato ed usato con troppa disinvoltura da una parte ed eccessiva paranoia dall’altra, nell’attuale dibattito pubblico.

[4] L’idea kantiana è stata chiamata a supportare una presunta tradizione del pensiero unionista federativo ma Kant non ha mai parlato di federazione ma di confederazione. Una confederazione, non è altro che una alleanza, in genere, militare. Usare i due pamphlet di Kant per dar tradizione al progetto di Europa unita è altamente improprio, forse leggere ciò che si cita aiuterebbe a tornare a quelle idee “chiare e distinte” di cui oggi si sente grande mancanza.

[5] Il serpente, con le sue da 100 a più di 500 vertebre, è l’idealtipo di un sistema a coordinamento flessibile. Lo SME, ebbe due versioni, l’ ERM1 dal 1971 con possibilità di svalutazione +/- 2,25%  l’ERM2 dal 1979 con banda di oscillazione portata al +/- 15%. Il sistema ha lasciato il passo al sistema euro nel 1999.

[6] Il “consumismo” è una forma di intensificazione sistemica, prodottasi dalla fine della Seconda guerra mondiale in poi. Inizialmente supportato da una vasta e reale innovazione di prodotto industriale che riciclava la precedente potenza produttiva bellica americana, ha poi preso le forme di una vera e propria scienza della vendita (marketing,  pubblicità e diffusione dei media di massa), per poi passare alla morte programmata di prodotti altresì potenzialmente molto più longevi (obsolescenza programmata), ai cicli di modesta creazione necessitanti precedente distruzione ovvero le “mode”, al debito al consumo, all’usa e getta. In breve, sembra che dalla fine degli anni ’60 in poi, si sia strizzata la sola capacità di assorbimento dell’offerta fino al punto di non saper più cosa altro inventarsi. La reale innovazione di prodotto è andata invero degradandosi, la televisione a colori è una novità di prodotto ma è degli anni ’60, da allora la si è fatta più grande, più piccola, piatta, portatile, stereo surround, home theatre, si è provato pure a riciclare il 3D che era innovazione (debole) degli anni ’50 ma queste sono solo innovazioni di sostituzione (intensificazione dei tempi nel ciclo di consumo) non di prodotto. L’unica consistente innovazione è stato il digitale-informatico ma non regge da sola il confronto con l’onda elettro-chimico-meccanica dei primi ‘900 e con quella industriale-largo consumo del dopoguerra.

[7] BRI, Belt and Road Iniziative prende il posto del precedente acronimo One Belt One Road – OBOR, in sostanza, le due Vie della Seta, mare e terra.

[8] Questo   “temerario” studio PWC (previsioni a trenta anni all’interno delle vivaci dinamiche di riconfigurazione del mondo attuale non possono che esser definite “temerarie”), dice una cosa prima di ogni altra: le dimensioni demografiche conteranno sempre di più.

[9] Per tutti i paesi citati, la Germania è sempre il primo o il secondo partner per scambi commerciali.

[10] B. Amoroso (purtroppo di recente scomparso e col quale ho intrecciato opinioni proficuamente nel recente passato su questo argomento), le identificava così (qui). Io ne darei altra partizione (latino-mediterranea, del Nord, del Nord Est e del Sud Est) ma -più o meno- il discorso è lo stesso. La razionale di questa linea di pensiero è semplice: 1) Siamo obbligati per ragioni di contesto storico-mondiale a formare stati (stati non confederazioni, unioni, leghe o altre ambigue forme) più grandi di quelli ereditati dalla storia; 2) tali stati dovranno essere probabilmente federali ma soprattutto democratici; 3) la democrazia presuppone una certa omogeneità del suo demo, omogeneità culturale, storica, linguistica. La logica per fare Stati non è uguale e neanche simile a quella utilizzabile per fare mercati o unioni monetarie sebbene risalendo la catena le monete debbono essere armoniche con il tipo di sistema economico che si ha e questo -fatalmente- avrà configurazioni più omogenee tra coloro che hanno una geo-storia simile.

[11] Uno Stato che almeno in tempi ragionevoli non parla una qualche forma di lingua comune non potrà mai essere democratico essendo il dialogo (logos tra due) l’essenza della democrazia.

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DALLA GLOBALIZZAZIONE ALLA GEOPOLITICA. Come le nazioni dominanti si adattano all’era complessa.

“Le idee della nazione dominante sono in ogni epoca le idee dominanti”

Anonimo istituzionalista

definitivo-coverL’ordine del mondo sta subendo una modifica strutturale, si sta passando da un impianto prettamente economico e finanziario ad uno in cui l’economia e finanza saranno pilotate dalla logica geopolitica. Il cambio che verrà imposto dal giocatore principale ovvero gli Stati Uniti, è motivato da una diversa lettura del come perseguire l’interesse nazionale.

L’interesse nazionale è un concetto che è diventato invisibile negli ultimi decenni ma è più probabile lo sia stato per ragioni narrative che per effettiva sua scomparsa. La narrazione globalista, narrazione inaugurata ai tempi del “Washington consensus” il cui varo risale a venticinque anni fa, ha teso a raccontarci l’esistenza di un “interesse mondo” che scioglieva gli egoismi nazionali in un meta-ente indifferenziato a cui tutti avremo partecipato all’insegna del “poche regole e vinca il migliore”, invito rivolto ad entità private, tanto istituzionali (imprese, banche, fondi, intermediari, reti distributive) che individuali (imprenditori, lavoratori, investitori). Un lento scioglimento dello Stato ne era sia precondizione che l’effetto.

La narrazione ha esteso il suo dominio e credibilità, aiutata da vari portatori d’interesse. I primi sono stati ovviamente i credenti nel sistema cosiddetto “capitalista” nella versione storicamente maggioritaria, ossia “liberale”. Questo sistema, di sua natura, è formato da due logiche: una è quella della sede d’origine del soggetto capitalista che partecipa della cura che ogni Stato dà alla sua economia (protezione giuridica, investimenti pubblici, formazione del capitale umano, dotazione della prima clientela), sede che è sempre geo-localizzata, l’altra è quella che lo stesso soggetto privato ha laddove persegue il suo interesse o cercando di vendere qualcosa a quanti più è possibile  o cercando di investire – ricevere l’investimento di capitale o cercando  la mano d’opera a minor costo, delocalizzando o attirandola con le migrazioni economiche. Questa seconda logica non ha limiti geografici, anzi, combatte strenuamente per forzarli. Si determina così una di quelle forme di interesse conflittuale (parte in comune, parte in conflitto) che accanto a quello ben noto del capitale-lavoro, prevede la coppia Stato e mercato[1].

I secondi portatori d’interesse che hanno sorretto la narrazione sono stati alcuni, potenti, stati. Stati Uniti, Gran Bretagna da una parte e Germania, Francia, Giappone[2] dall’altra, hanno pensato che i propri campioni nazionali potessero così meglio performare e con ciò, promuovere lo stesso interesse nazionale, che fosse poi di ritorno fiscale o occupazionale, con un secondo beneficio indotto: quello di ordinare il mondo imponendo un gioco (il “libero” mercato di merci, persone e capitali) in cui si ritenevano campioni assoluti. Ma la narrazione non avrebbe conquistato davvero cuori e menti globali se non fosse stata condivisa da altri che vi hanno visto la possibilità di promuovere anche il loro specifico interesse nazionale: la Cina, la Corea del Sud, il Brasile, l’India e molti altri. Dopo venticinque anni, si è scoperto che il rendiconto finale di queste intenzioni, è diverso dalla aspettative. Il secondo gruppo, gli stati affluenti, ha effettivamente conseguito i suoi obiettivi ma nel primo, solo una sparuta minoranza di privati ne ha beneficiato e soprattutto, si è registrata una costante perdita di potenza di alcuni stati occidentali (i primi due) che si sono accorti di perdere progressivamente la facoltà di ordinare il mondo mentre nel secondo gruppo, tolta la Germania, ne hanno tutti più o meno sensibilmente, risentito[3].

In Occidente, curioso il caso di quella parte di pensatori e portatori di interesse politico, che avrebbero dovuto avversare il dominio di questa narrazione ovviamente propria -in primis- dell’interesse dei Pochi o élite o  classe dominante, tre definizioni che dicono in termini analitici sostanzialmente la stessa cosa. Qui, almeno inizialmente, si formò il classico polo dell’antitesi, l’anti-globalismo poi alter-globalismo ma non andò molto oltre la petizione di principio e quindi perse progressivamente sostanza[4] . Quasi subito, in questo frastagliato mondo dei Molti (popolo, classi subalterne), si distinse una corposa maggioranza di acquiescenti ovvero coloro che in fondo condividevano l’interesse a che il sistema generale (economico-finanziario-occupazionale) crescesse, riservandosi semmai il compito di promuovere diversi modi di ridistribuirne i benefici. Poi, ad esempio le sinistre europee, hanno perso anche questa intenzione rapite dalla difficile responsabilità di dover fan funzionare il sistema verso il quale, una volta, erano in opposizione e paralizzate dalla logica duale dell’interesse dello Stato vs quello di mercato. Infine, una sparuta ma influente élite di pensanti, influente perché agisce sull’immagine di mondo, ha addirittura teorizzato che ciò era anche interesse dei Molti. Affascinati dalla flautata dolcezza di alcuni concetti cari alla tradizione di queste forme di pensiero quali “cosmopolitismo”, “internazionalizzazione”, “general intellect”, “comune”, “post-nazionale”,  unitamente alla pervicace cecità sul concetto di Stato ed alla confusione tra i concetti di Stato e Nazione, si è finiti per produrre una sillogismo demenziale: siccome il capitale è globale, io son contro il capitale, ergo, dobbiamo farci classe globale che combatte il capitale[5]. Che poi sarebbe come se il Crotone, incontrando il Barcellona, teorizzasse di doversi votare al tiki-taka per sconfiggerlo. Tutte e tre queste forme di aspiranti antitesi (forse eccetto la prima che in effetti teorizzava il pensiero globale ma l’azione locale) sembrano non aver capito che l’agente principale di questo gioco è sempre e solamente lo Stato che promuove il suo interesse nazionale[6].

Lo Stato definito come intenzionalità politica, giuridica e militare (spesso anche fiscale), che ha sovranità su un certo territorio su cui insiste una data popolazione, è un ente che appare in sincronia con la comparsa della società complesse, 5000 anni fa o addirittura prima. Ha declinato la sua forma spaziale in regno, impero, città-stato, signoria o principato, stato-nazione o stato non nazionale; ha declinato la sua forma funzionale in feudale, centralizzato, federale; ha declinato il suo ordinatore in politico, militare, teocratico, capitalistico; ha declinato la sua forma politica in monarchia o tirannia, oligarchia o aristocrazia, raramente in democrazia o demagogia[7] o forme intermedie tra cui l’oligarchia votata “democraticamente” che chiamiamo democrazia rappresentativa; ha declinato la sua composizione in nazionale (concetto originario della sola Europa e della sua peculiare geo-storia) o pluri-etnico, ha avuto confini certi o sfumati, si è addensato intorno ad un credo religioso o più d’uno  ma l’ente soggetto della storia politica ed oggetto del discorso è sempre è solo uno: lo Stato.

Le teorizzazioni anti-statali, che siano quelle dell’anarchia o del mercato autoregolato che risolve tutti i problemi (l’anarco-capitalismo di Murray Rothbard), svolgono una funzione critica ma non si è mai visto governare effettivamente porzioni di territorio con popolazioni concrete, da altro che non sia una qualche forma di Stato. Anche l’ispirazione anarchica, quando ha provato concretamente a gestire popolazioni (da gli anarchici ucraini di N. Makhno alla Settimana rossa di Malatesta, alla guerra civile spagnola), è diventata una forma di socialismo consigliare o democrazia molto diretta e permanente che se non fosse stata presto stroncata dal flusso storico, non avrebbe potuto prendere altra forma che quella di Stato, non centralizzato, non militarizzato, non capitalista, probabilmente iper-federale-comunitario ma comunque, Stato. Forme reticolari quali le anfizionie, le leghe, le confederazioni, esistono in quanto mettono in interrelazione Stati o unità politiche di popoli territoriali. Financo i seminomadi che erano certo  meno territoriali degli stanziali, ebbero forma di unità politica-economica-militare-fiscale come nel caso degli Unni e dei Mongoli. Solo la condizione tribale, per altro dipendente da un rapporto molto basso tra popolazione e spazio territoriale, esce dallo schema e nel caso delle confederazioni dei nativi americani, poi, neanche del tutto.

Infine, la reiterazione del concetto di capitalismo che sembra non aver necessità di qualificazione geografica[8], ha portato -erroneamente- a ritenere di aver a che fare davvero con un miracoloso ente autorganizzato, acefalo e liquido come ci viene raccontato dai tempi di Smith (1776) stante che lo stesso Smith parlava sì di ricchezza ma delle “nazioni”, nel senso di degli “stati”. Marx, nel XXIV capitolo del Libro I del Capitale, dice che il capitale si è servito principalmente del potere dello Stato ma sembra relegare questa funzione solo al fine della accumulazione originaria, mentre invece non c’è aspetto dell’affermazione e dello sviluppo del modello capitalistico madre, ovvero quello britannico, che non dipenda direttamente o indirettamente da qualche Act del parlamento a cui era demandata la funzione generale dello Stato sin dal 1688-89, fino alla sua fase imperiale. Così per la successiva fase americana. Del resto, non è che il Washington consensus si sia formato in un club privato di capitalisti internazionalisti e si sia imposto per spontanea accettazione nella magica convergenza di interessi delle classi dominanti, si chiama Washington perché quella è la capitale politica degli Stati Uniti d’America, così per la wave liberista Reagan-Thatcher  e per quella neo-liberale Clinton-Blair, così per quella che ci aspetta nazional-liberista di Trump-May, stiamo sempre e solo parlando di Stati Uniti e Gran Bretagna che fino a prova contraria sono Stati, stati dominanti . La culla del pensiero neo-liberista (Chicago, Illinois, USA) è giunta infine a dare presunto spessore teorico alle disposizioni operative di quello che si chiamava Washington consensus, recuperando teorizzazioni austro-tedesche già degli anni ’30 che erano finite nel dimenticatoio, e comunque l’ha fatto partendo da una università americana.

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Reso così invisibile, l’interesse nazionale  delle “nazioni dominanti” categoria politica che sarà meglio affiancare  a quella sociologica delle classi dominanti ed a quell’altra che ha unità metodologica nell’individuo, è diventato una struttura in bundle con una narrazione che voleva far di tutto il mondo un mercato, stante che Wall Street, la City e la stragrande parte delle Top 500 di Fortune sono appunto banche, aziende o centri di mercato delle nazioni dominanti e quindi dominando il gioco si pensava di poter dominare o quantomeno ordinare in proprio favore, lo spazio-mondo che nel frattempo diventava sempre più complesso e non solo per via della globalizzazione che –appunto- è stata un tentativo di dominare quella crescente e minacciosa complessità.

A conti fatti, però, sono apparse molte minusvalenze in questo gioco. Il capitale nazionale ha tradito spesso e volentieri l’interesse nazionale sia de-localizzando la produzione che la sede fiscale, con riflessi occupazionali negativi e crescita dell’interdipendenza in molti settori. Trump si sta accorgendo che se gli USA dovessero far guerra alla Cina, ad un certo punto la macchina bellica si bloccherebbe in attesa dei pezzi di ricambio prodotti -appunto- in Cina. Inoltre, la distrazione fiscale porta lo Stato a debito ed uno Stato a debito è come un gladiatore in catene. Infine, a conti fatti, ci ha guadagnato  solo il capitale finanziario che notoriamente è in mano a pochissimi i quali, pur nelle men che formali democrazie occidentali e pur controllando tutte le fonti che formano ed informano l’immagine di mondo (accademia, informazione, editoria), contano pochi voti. Poiché della narrazione faceva parte l’assurda novella del trickle down, scoperta che questa è una post-verità e che in realtà i salari ristagnano, l’occupazione cala ed il futuro è viepiù incerto, capita poi che il popolo s’imbizzarisce e magari vota come non dovrebbe, da cui la canèa su i populismi. Certo, tutti questi effetti erano facilmente prevedili ed alcuni studiosi critici li avevano annunciati ma le tempeste ideologiche e gli spezzoni di società che le promuovono, durano finché non vengono palesemente falsificati, ovvero estensivamente ed intensivamente contraddetti dai fatti. Poiché lo Stato e l’interesse nazionale hanno una intenzionalità collettiva, questa ci mette un po’ di tempo a cambiare assetto, il tempo in cui i fatti reclamano una diversa interpretazione, quindi una diversa élite. L’epistemologo T. Kuhn, ci ha fatto su una teoria madre per tutti i sistemi di pensiero, il paradigma ordinante resiste fino a che i fatti fuori teoria non sono così tanti e clamorosi da spingere qualcuno a trovare un nuovo paradigma da cui far discendere un diverso sistema di pensiero in grado in interpretare anche le scomode anomalie.

Ma questo sarebbe niente se, sempre a conti fatti, le nazioni dominanti non avessero fatto il bilancio da cui emerge con impietosa chiarezza che USA e UK sono in pauroso deficit commerciale (e Germania e Cina sono in pauroso surplus), dollaro e sterlina non hanno un futuro pari al loro passato, Brasile, India e Cina non staranno a lungo nell’Fmi e nella Banca mondiale a farsi trattare da uscieri quando assieme fanno un quinto del Pil mondiale (e possono solo crescere), il sistema di cui sono centro ovvero l’Occidente è in sistematica contrazione demografica e di ricchezza complessiva, la favola bella che ieri c’illuse -le magnifiche sorti progressive dell’economia smaterializzata-, oggi non c’illude più, o Ermione. Si aggiunga quell’ostinato di Putin, i costi insostenibili dell’Impero-mondo che alla fine perde tutte le guerre (ad eccezione della prima “limitata” in Iraq di Bush senior), le vie setose basate sulla reciprocità confuciana dei cinesi, i pazzi cavali arabi dell’Arabia Saudita petro-wahhabita che vorrebbero scorrazzare su tutto l’ecumene musulmano che consta di ben 1,5 miliardi di persone, le sinistre populiste sud-americane oggi domate ma sempre pronte a rifarsi vive visto che le ragioni che le determinarono non sono scomparse, gli sgangherati europei che viaggiano a sbafo nell’Alleanza atlantica e occupano congrue porzioni delle riserve valutarie mondiali con l’euro ed oltretutto deprimono la circolazione della ricchezza perché hanno creduto così alla lettera alla favola del meno Stato e più Mercato da votarsi alla monastica austerity dogma della teologia teutonica. La teoria non funziona più ed i fatti fuori teoria hanno raggiunto il limite, urge quindi un cambio di paradigma, un nuova dottrina immagine di mondo, una nuova élite.

Il bello degli anglosassoni è che da secoli perseguono con inflessibile coerenza il loro esclusivo interesse nazionale ma o riescono a farti sentire partecipe di ciò perché anche tu iscritto al “mondo civile”, cioè il loro modo di vivere e pensare il mondo o quando scartano bruscamente, non ti resta che ammirarli perché sono intrinsecamente “rivoluzionari”[9]. Sono rivoluzionari per un motivo ben semplice: sono realisti. Il realista non detta l’idea al mondo, registra la realtà ed adegua l’idea ad essa per cui se il cumulo dei fatti che fa la realtà passa bruscamente di stato, eccoli subito pronti a dire il contrario di quello dicevano ieri. Tu invece sei idealista e prima di tutto coltivi idee che rimbalzano sulla realtà non importa quanto corrosive ti sembrino (secondo un principio di relazione inversa, più ti sembrano corrosive più non corrodono nulla) e poi ci metti decenni a modificare il tuo complesso sistema di immagine di mondo perché se fino a ieri eri fondatamente “internazionalista” hai qualche difficoltà oggi a riconoscerti “nazionalista”, stante che nonostante coltivi idee e concetti come ogni buon idealista  non è poi sempre chiaro che significato preciso tu dia a questi enti sfuggenti che spesso utilizzi secondo l’andazzo del “così fan tutti”. In più, collezioni concetti ma ti guardi bene da capirne l’architettonica perché ti hanno insegnato che un “sistema di idee” è intrinsecamente totalitario visto che si occupa del totale. Tu non devi occuparti del totale, ci pensa Dio o la Mano Invisibile o la lotta di classe o le ferree leggi della storia, non è roba da essere umani. Fatti un bel convegno sulla vitalità inossidabile del concetto di comunismo e non preoccuparti che in quanto storicista dovresti preoccuparti di credere che ci sia qualcosa che è inossidabile al corso del tempo, non riflettere ovvero applicare i concetti a se stessi. Sogna, che a rimboccare le coperte ci pensiamo noi.

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Stante quindi che quello con cui abbiamo a che fare è sempre l’interesse nazionale, interpretato in questo o quel modo, a seconda della sensibilità che i decisori politici hanno nei confronti di questa o quella élite economica e/o finanziaria a cui sono legati da forti cointeressenze e del “calcolo politico” che deve portargli consenso per essere riconfermati al potere, è da vedere ora il significato dei due eventi cataclismatici del 2016: la Brexit e Trump.

La duplice sequenza del riorientamento strategico delle due nazioni dominanti, converge verso un significato ben preciso: riappropriarsi della piena intenzionalità politica a governo di tutti gli altri processi. La Gran Bretagna ha disdetto la sua partecipazione alla rete giuridico-politica-commerciale che la legava all’Europa, gli USA hanno disdetto la loro partecipazione alla rete giuridico-commerciale del TPP, hanno definitivamente abbandonato l’idea del TTIP, hanno annunciato la ricontrattazione del NAFTA, mostrano segnali di prossima revisione della posizione nell’ONU, dichiarano non più scontata la NATO e prima o poi sarà conseguente revisionare anche il FMI e la WORLD BANK. Ovviamente la WTO è defunta e qualcosa avrà effetti anche sulla BIS[10]. Dal Washington consensus al Washington dissensus. Questo “sciogliersi dai legami” è stato sinora inteso come un possibile ripiegamento su se stessi, ripiegamento decisamente improbabile per nazioni che, come nel caso degli Stati Uniti, fanno il 24% del Pil mondiale con il solo 4,4% della popolazione mondiale e che, come nel caso di Londra, rappresentano la seconda piazza banco-finanziaria planetaria ed è pur sempre erede di quelle genti che dopo il colonialismo, ha fatto il più grande Impero della storia. Si disdice la partecipazione ad alcune reti, ma per farne altre, con altra logica.

Ed infatti, Theresa May ha fatto un discorso in cui ripete più volte il concetto di Gran Bretagna Globale (qui), accompagnandolo da quanto da noi già anticipato tre settimane prima del voto di Giugno (qui)  ovvero la formazione di un nuovo Commonwealth e la possibilità di diventare un macroscopico risucchio di capitali liquidi e financo un paradiso fiscale nei confronti dei capitali europei. Di contro, inascoltato dai frastornati media ed esperti la cui agilità mentale è pari a quella di un bradipo sazio di valium, Trump ha annunciato di voler riformulare integralmente la rete degli amici-nemici del gigante americano, andando da ognuno a trattare possibili accordi bilaterali. Insomma da “globale” si torna a “inter-nazionale”. A suo tempo, H. Kissinger, aveva disegnato un modello detto “hub & spoke” ovvero “mozzo e raggi” come nella ruota di una bicicletta, cosa guiderà la composizione di queste reti centrate rispettivamente su gli hub di Londra e Washington? Una specifica interpretazione dell’interesse nazionale, quella che pone come soggetto l’agente geopolitico (USA, UK) e come oggetto una rete di partner ed alleati definiti tali per uno o più aspetti tra quelli che compongono l’interesse nazionale: aspetti economici, commerciali, finanziari, politici, militari, culturali e financo religiosi. Non solo uno o più di questi, a guida della logica per tessere le singole relazioni ma uno o più di questi subordinati all’interesse primo che diventa quello geopolitico come logica che tesse l’intera rete. L’interesse geopolitico, ovvero la versione esterna dell’interesse nazionale (poiché ogni sistema ha un interno ed un esterno), comune a quelle che sono due isole (gli Stati Uniti con un muro a sud, montagne e foreste a nord e due oceani ai lati possono essere intesi anch’essi come un’isola, per quanto di dimensioni semi-continentali) è garantirsi in vario modo il controllo su porzioni significative del mondo ovvero impedire che la più vasta porzione di mondo esistente ovvero l’Eurasia, si saldi in sistema auto-organizzato a sua volta centrato su i suoi tre poli principali: Germania, Russia, Cina. Ne va della loro “centralità”, ovvero della posizione in cui l’interesse nazionale domina e non subisce.

La logica operativa che animerà il nuovo disegno sul mondo delle due nazioni anglosassoni, ricorrerà alle due semplici e sempiterne tattiche di relazione tra stati: il “divide et impera” ed “il nemico del mio nemico è mio amico”. La logica verrà applicata tenendo conto del fatto che un potenziale partner può essere utile magari per ragioni di fornitura di materie prime o per ragioni geografiche o per ragioni commerciali più ampie o per ragioni valutarie o per ragioni di rottura di schemi locali (ovvero le unioni regionali che sono i sistemi naturalmente avversari per chi vuole controllare porzioni di mondo stando su un’isola) o per ragioni militari in vista di potenziali conflitti d’area, per una o più di queste definizioni, perché utili in sé o per sottrarne la potenziale utilità a gli avversari. Le trattative per formare le reti hub&spoke, si avvarranno della tattica del “premi e punizioni” ovvero mostrare all’ambiente delle trattative generali, quali vantaggi esclusivi avranno coloro che si sottometteranno per primi o con minori resistenze e viceversa quali tragici eventi potranno capitare a chi recalcitra, defeziona o flirta col nemico. In questo senso, il Messico, diventa il caso paradigmatico, quello in cui ne punisci uno per educarne cento, i cento che saranno chiamati ad altrettante, complesse, trattative bilaterali. E’ un gioco difficile e molto rischioso ma quali altre alternative concrete avevano USA ed UK?

Naturalmente, se volete perdere tempo e confondervi le idee, potrete seguire analisi e profezie settoriali e così economisti potranno spiegarvi quale assurdità è per l’UK isolarsi dall’UE o seguire sociologi che vi spiegano i mali della rinuncia alla “società aperta e cosmopolita” o seguire politici che non capiscono come la Gran Bretagna possa vende armi alla Turchia o specializzati in globalizzazione dirvi che la rete commerciale dell’Uno-Mondo è un fatto irreversibile, un destino–mondo che solo un parvenue come Trump o una sbiadita funzionaria di second’ordine come la May possono pensare di contraddire. Del resto, cambiando paradigma, gli “esperti” di settori diversi da quello che si affermerà, son destinati a non com-prendere gli eventi, perché ne prenderanno uno o due alla volta. Ma se volete una opinione franca, domandatevi se chi vi propone analisi ha il quadro generale, se non è in conflitto cognitivo tra l’apparato epistemico di cui è specialista e l’oggetto che deve interpretare e domandatevi anche se è mai possibile che il mondo venga fatto dalla collezione delle figurine Panini degli Uomini Illustri. Il mondo e la storia sono fatti da processi, i processi vengono mossi da interessi, gli interessi sono promossi da questa o quella rete di interessati che deve mediare il proprio egoismo con l’interesse di altre reti, con quello della comunità di cui fa parte, con quello dello Stato che ha un suo specifico interesse nazionale di tipo strategico e comunque tutto -alla fine- risponde al semplice setaccio del “funziona – non funziona”. Gli uomini e le donne di copertina, sono gli interpreti di una sceneggiatura che altri scrivono e di cui molta parte, si scrive addirittura da sola stante che stabiliti alcuni principi primi, il resto va più o meno di conseguenza ed i margini di scelta son di molto limitati, non determinati ma limitati.

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In molti s’era capito che dal mondo ordinato dall’economico (quello che chiamiamo con termine strutturalista, a volte fuorviante, “capitalismo”) si poteva uscire solo usando l’ordinatore politico poiché la contraddizione funzionale base del moderno è da sempre quella tra Stato e mercato, quindi tra il politico e l’economico. Le nazioni dominanti oggi tornano ad abbracciare lo Stato ed il politico in chiave geopolitica, una geopolitica di potenza, unilaterale, conflittuale, che premi le nazioni anglosassoni con beneficio per le loro élite ma anche un po’ di più il loro popolo ed infatti ecco che la May è conservatrice sì ma “sociale” e Trump vince coi voti degli operai della cintura della ruggine. L’appello al popolo, lo stesso di Sieyés ai tempi del Terzo Stato, ricorre laddove una élite fa alleanza col popolo contro un’altra élite, quella dei neolib inglesi ed americani oggi in declino. A questo punto, poiché  il gioco diventa disputarsi l’intenzione politica nella competizione tra Stati, si spera che le brillanti menti critico-critiche, si ricordino che la disputa fondamentale di chi deve gestire l’intenzionalità politica di uno Stato è ancora quella di Erodoto: Uno, Pochi, Molti ovvero una qualche forma di dispotismo più o meno ben intenzionato e popolare, una qualche forma di oligarchia che promuove un interesse particolare vestendolo da generale e l’unica forma che fa coincidere l’interesse nazionale con quello generale: la democrazia reale.

La speranza è l’ultima a morire ma la Storia ci insegna che è morta molte volte e questa volta il funerale potrebbe essere davvero molto triste, lungo e costoso.

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I temi trattati nell’articolo sono più ampiamente trattati nel libro dell’Autore in

Verso un mondo multipolare” Fazi editore, 2017

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[1] Il conflitto Stato – mercato  viene addirittura prima di quello capitale – lavoro in quanto questo secondo è proprio solo della specifica forma che si diede lo Stato moderno occidentale e dipende dal bottino nazionale da spartirsi.

[2] Riuniti in una, a volte formale, a volte informale, confederazione cioè alleanza detta Occidente (anche se il Giappone è in oriente).

[3] Un effetto di questa narrazione che poi è diventata stratega operativa, è stato quello di ritenere persa l’industria visto che s’andava a competere senza barriere con sistemi il cui costo del lavoro era non comparabile. Oggi, Francia, UK ed USA hanno una contribuzione alla determinazione del Pil nazionale da parte dell’industria, che oscilla tra 19% ed il 21%. La media mondiale è 29%, la Germania ha un 30% e la Cina, addirittura un 43%. E’ dall’industria e non certo dai servizi che si genera il disavanzo che vede gli USA importare 4 volte di più di quanto riescono ad esportare in Cina e l’Europa il doppio di quanto esportano sempre ai cinesi.   La perdita dell’industria ha avuto contraccolpi occupazionali gravi ma ha anche portato a quella interdipendenza che, a volte, rende impossibile perseguire l’interesse nazionale.  I libri di fanta-economia di Rifkin e tutta l’apologia dell’immateriale, del libero scambismo, del vantaggio ricardiano ed altre sciocchezze ben confezionate, purtroppo hanno avuto l’effetto nefasto di far credere vero che il mondo si potesse ordinare con Internet ed il “doux commerce”, oggi scopriamo con dolore, che non è così. Del resto, nel 1350 c’era chi credeva che la Peste fosse una punizione divina e non l’effetto della mancanza di una scienza, medica anche se i veneziani, inventando la “quarantena”, cioè il parziale controllo delle frontiere, avevano empiricamente trovato uno straccio di prima soluzione.

[4] La lettura della globalizzazione effettuata al tempo, vedeva un ennesimo tentativo coloniale del primo mondo sul terzo e non vide con sufficiente chiarezza l’alleanza tra classi dominanti del primo, del secondo e del terzo.

[5] Come è noto, negli Stati Uniti ci sono molte cattedre accademiche appaltate ad estimatori di Negri-Hardt, Foucault e financo genuini marxisti. Forse, ai portatori di una corposa teoria centrata sull’interesse delle nazioni dominanti, la cattedra (come ha detto un mio amico) gliela darebbero, ma in testa. Anche il “liberale” ha il suo limite.

[6] Essendo europei, usiamo disinvoltamente il concetto di Stato e nazione come equivalenti perché i due concetti si sovrappongono alla perfezione nella geo-storia europea ma si tenga conto che Stato è una cosa, nazione un’altra. Qui come altrove, per interesse nazionale si dovrebbe intendere “interesse di quel specifico Stato” senza implicazioni etniche.

[7] Come “populismo” che è una categoria recente che oltre a rinominare la demagogia non si capisce bene a cosa serva se non a fare confusione, nonostante gli sforzi di Laclau e Mouffe. Demagogia, in filosofia politica, è detta anche oclocrazia (Polibio).

[8] Il capitalismo “anglosassone” tendenzialmente liberal-imperialista, il capitalismo “germanico” tendenzialmente ordoliberale da i tempi di Otto von Bismarck ovvero da prima che fosse pensato come “ordoliberale”, il capitalismo francese tendenzialmente statalista, il capitalismo giapponese o asiatico tendenzialmente imperiale (imperiale ed imperialista sono due concetti diversi) dalla sua origine Meiji alla versione recente del PC cinese.

[9] Rivoluzione inglese detta “gloriosa” e quella americana che poi era una guerra d’indipendenza, quella industriale dei britannici e quella postindustriale-digital-informativa degli americani, quella sessuale, quelle scientifiche, quelle tecnologiche. Rivoluzione è in effetti un concetto anglo-sassone, preso in prestito da Marx, forse perché era sassone o forse perché troppo eccitato da quella francese.

[10] TPP = accordo commerciale USA, alcuni stati del Sud America, del Pacifico, dell’Asia; TTIP = simile al TPP tra USA ed EU; NAFTA = Accordo commerciale già in essere USA-Mexico-Canada; FMI e WORLD BANK = istituzioni bancarie e finanziarie già derivate dagli accordi di Bretton Woods; WTO = Organizzazione del commercio mondiale; BIS = Banca dei regolamenti interbancari.

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