CRONACHE DELL’ERA COMPLESSA

IN QUESTA PAGINA SI RIPORTANO (in ritardo) I POST SCRITTI A COMMENTO DEGLI EVENTI DEL GIORNO NELLA MIA PAGINA FB. CHI LO DESIDERA PUO’ CHIEDERMI IL CONTATTO DIRETTAMENTE SU FB

CRONACA N. 612

LA CITTA’ PROIBITA. Agostino, scrisse La città di Dio, distinguendola dalla città degli uomini. Perfetta ed eterna l’una, imperfetta e transeunte l’altra. “Città”, stava per società.

Nel filmato allegato (qui), si è ricostruita una struttura della Città proibita di Beijing, che è rimasta intatta per secoli nonostante abbia subito più di 200 terremoti e poi la si è sottoposta ad un terremoto simulato di magnitudo 10. La struttura ha ovviamente barcollato paurosamente ma è rimasta intatta, perché?

1) Ciò che sostiene la struttura è poggiato ma non fissato per terra. Questa è la nozione di relazione, c’è vicinanza ma non ancoraggio.
2) La struttura è fatta di materiali duri ma flessibili come il legno. Questa è la nozione per la quale la materia deve accompagnare la forma.
3) Il peso strutturale è distribuito su molti punti, così, la perturbazione strutturale viene distribuita (ripartita) e la sua forza è divisa in molti effetti minori. Questa è la nozione di equità.
4) La forma della pagoda crea un contrappeso al movimento. Il tetto è incredibilmente pesante, così quando tutto si nuove, il tetto ondeggia in senso contrario, compensando. Questa è a nozione di equilibrio.
5) Il “dougong” è lo snodo che demoltiplica la forza che sale dalle colonne, prima di arrivare al tetto. Questa è la nozione di struttura intermedia (intermediante i rapporti interni).

Ne conseguono gli effetti di resilienza, equilibrio dinamico, adattamento alle perturbazioni del cambiamento. Il tutto è stato previsto intenzionalmente, visto prima che accadesse. Non è frutto di inconsapevole auto-organizzazione.

All’ingegnere (forse americano) che commenta alla fine l’esperimento, il tutto sembra incredibile perché pensato e fatto secoli e secoli fa. In realtà, è proprio la presenza di saperi nati in altri contesti e poi estesi indebitamente per analogia a creare la cecità adattiva per la quale molti pensano che per resistere a gli scossoni occorre essere duri e compatti. Magari va bene essere duri e compatti in altri casi, non nel caso di terremoti. E’ l’assenza di questa estensione analogica ad aver permesso a gli antichi di imparare, per prove ed errori, ad accompagnare il movimento pur restando stabili, senza confondere stabile con fisso.

La città degli uomini ideale, la società resiliente ma non resistente con ostinazione al cambiamento, è la società che ha relazione ma non dipendenza, che è fatta di parti e relazioni stabili ma flessibili, equa e distribuita, in equilibrio dinamico, con snodi che producono feedback negativi demoltiplicanti le perturbazioni.

Questa società ideale è proibita. Da chi? Da tutti coloro che vogliono scaricare il disagio adattivo su gli altri, da tutti coloro che non accettano la loro parte di oscillazione per rimanere tutti intatti, da coloro che pensano egoisticamente ad assicurarsi il proprio angolo di tranquillità, che non accettano il disagio da eguaglianza, da tutti coloro che ragionano per parti e non per sistemi, da tutti coloro che non considerano i contesti e l’esperienza storica.

Per questo certe società umane hanno avuto una loro parabola gloriosa ma poi sono crollate nel collasso di complessità, sempre. Nessuna élite, nessun dio, nessuna verità eterna ci salverà dal cambiamento. L’unica cosa che ci può salvare è un contratto sociale equo, flessibile, dinamico ma ordinato, intelligente ed adattativo. O quel contratto lo scrivono i Molti che sono le parti del Tutto o la pagoda malfatta crollerà al prossimo scossone. Come è sempre crollata, nei secoli dei secoli.

CRONACA N. 611

DA DOVE VENIAMO? Chi segue il mio diario di ricerca (il blog) sa che da tempo indago su una contro-storia delle origini. Non lo faccio per amore di storie fantastiche ma perché su questo argomento si incontrano alcuni tic tipici del nostro modo di ragionare e condividere ragionamenti. Inoltre, capendo come e perché siamo finiti ad ammassarci gli uni con gli altri nelle proto-città e poi proto-Stati, potremmo forse capire meglio cosa succede oggi che -di nuovo-, siamo sull’onda di un incremento demografico potente che ha lavorato negli ultimi cinquanta e più anni.

I due libri segnalati da New Scientist, uno dei due in particolare, mettono assieme gli ultimi tasselli antropo-archeologici raccolti negli scavi degli ultimi decenni. E’ questo il tipico caso alla Khun di collezione di anomalie, la cui somma ad un certo punto, porta alla sovversione del paradigma di ricerca e spiegazione dominante in precedenza, messo prima in crisi e poi falsificato dalla collezione di anomalie. Da anni s’è scoperto che l’agricoltura è più antica di almeno 8000 anni del ritenuto, aveva solo una piccola funzione complementare ad una dieta ben variata, alcune popolazioni si erano stanzializzate ben prima del ritenuto ed avevano sviluppato specializzazioni e quindi società complesse. Complesse ma non statali, centralizzate e gerarchiche e soprattutto non fondate dalle mani invisibili dell’innovazione tecnica e produttiva e dai modi di produzione, una convinzione che ha a lungo unito mentalità liberali e marxiste in un modello proto-storico-materialistico, che proiettava nell’universale il particolare della Rivoluzione industriale. Come già noto, gli scheletri degli stanziali agricoli che poi daranno presto vita a gli Stati e le società centralizzate, mostrano carenze nutritive di vario tipo, malattie, alta mortalità. Insomma “ti guadagnerai da mangiare col sudore della fronte” ed il paradiso precedente in cui bastava allungare la mano per nutrirsi (idealizzazione o come l’ha definita Baumann in altro contesto -retropia-) era perduto. Se non costretti da qualcosa, nessuno avrebbe scelto quel tipo di vita. Quindi “costretti” da cosa?

Si tratterebbe, come sempre, di un complesso di fattori e non della fatidica e sempre erronea causa unica. Una relativa abbondanza figlia di ottimali condizioni ecologiche aveva fatto aumentare le popolazioni prima del 6-4000 a.C., un successivo e repentino peggioramento, nonché un certo disordine delle ecologie dovuto all’arrivo delle onde disordinanti della de-claciazione, spinsero alcuni a valle, in Mesopotamia e lì l’agricoltura sostituì la dieta variata, attivando tutti i successivi processi tra cui la conflittuale relazione tra i nuovi stanziali massificati e coloro che erano rimasti in libertà (i barbari da cui poi discendono i liberali, ovvero le tribù germano scandinave da cui discendono gli anglo-sassoni).

La Storia, almeno questo tratto, è quindi da leggere come dinamiche di adattamento ai contesti che di loro natura cambiano decisivamente ed apparentemente a strappi.

Così oggi che i contesti son cambiati repentinamente e in maniera davvero decisiva (aumento della popolazione planetaria di quasi quattro volte in un secolo!), ci ritroviamo di nuovo con un grave problema adattivo. Trema il concetto di Stato, l’economia va fuori registro, si paventano guerre, migrazioni di massa, disordine ambientale, nessuno sembra avere una bussola funzionante. Questo è ciò che intendo con l’espressione “problematico adattamento all’Era Complessa”. Buona lettura.

Qui

CRONACA N. 610

COSA HA IN TESTA TRUMP? Un gatto morto diranno alcuni, un decadimento neuronale diranno altri. Ma, più seriamente, è ormai argomento planetario capire cosa guida la sua strategia sempre che abbia una strategia orientata da qualcosa.

Quando dovetti fare l’analisi di Trump nei pochi giorni dalla sua inaspettata elezione poiché il mio libro doveva andare in tipografia, mi parve di scorgere due obiettivi. Il primo è pieno di punti su vari aspetti della sostanza e della posizione americana e ve lo risparmio. Il secondo è più semplice e prosaico ma essenziale da tenere in considerazione. Trump ha stretto un patto elettorale con un elettorato atipico fatto da una certa parte dei repubblicani ma fatto anche da molti ex non elettori, il suo quindi è un contratto diretto che riformatta la platea elettorale, c’è lui e ci sono loro che gli danno potere e legittimità. Grandi media, rock star ed attori, l’inner circle dentro la beltway di Washington, financo l’èlite e probabilmente i grandi numeri dell’elettorato repubblicano, non sono nel contratto.

Non è proprio Sansone contro tutti, l’industria petrolifera che gli ha piazzato Tillerson accanto, quella pistola e fucili, l’industria militare, forse una parte del capitalismo sia produttivo che finanziario, gli ruota attorno ma il contratto funziona se e solo se rimane salda la delega elettorale tra lui ed il suo atipico elettorato.

Seguo le sue cose costantemente occupandomi di politica internazionale, fino ad oggi, ho notato una coerenza ferrea in ciò che ha fatto e soprattutto detto e l’ho notata perché ho davanti quelle persone che lo hanno eletto, tanto “più o meno tutti” rimangono sbigottiti dentro e fuori l’America, tanto più vuol dire che lui sta onorando il suo contratto perché in effetti tra il suo elettorato ed il “mondo normale”, c’è un fossato.

La sua presidenza ha obiettivi ambiziosi (lo dico tecnicamente, senza alcun trasporto o simpatia personale) ed ha bisogno di tempo ovvero di otto anni ma in mezzo ci saranno le elezioni. Anche sul piano personale, la psiche del personaggio non reggerebbe una bocciatura clamorosa a metà mandato. Questa prima fase dunque, cercherà di onorare il contratto più in maniera formale che sostanziale per potersi presentare alla rielezione con la credibilità intatta, a chiedere il secondo mandato. E’ esattamente ciò che s’intende di solito per “populismo”, un rapporto diretto tra leader unico e popolo molteplice, un rapporto che si rinforza viepiù se sembra scavare ancor di più quel fossato tra “loro” e tutti gli altri.

La sistematica distruzione di ogni precedente accordo o atto sottoscritto da Obama, cosa che a noi potrà sembrare formale e un po’ semplicistica (e lo è), fa parte della promessa e della sua credibilità nell’onorare la delega di potere, l’unica che gli permette di sedere su quella poltrona. Non credo quindi che Trump voglia dichiarare guerra all’Iran, credo voglia anche solo spostare una virgola dell’accordo originario per poter dire “Ecco, si poteva fare di più, l’ho promesso e l’ho fatto”. Certo poi ci sono convenienze verso Israele ed i sauditi che rimasti delusi si stanno volgendo al nuovo asse russo-cinese ma sono più aspetti di forma che di sostanza tant’è che avendolo capito, i sauditi che hanno problemi concreti e non sono totalmente scemi, hanno ormai deciso di rivolgersi a chi vuole parlare con loro non con chi fa finta. Anche il rifiuto del negoziato fa parte della sceneggiata, soprattutto il rifiuto europeo, sanguisughe opportuniste o almeno così ci leggono i suoi elettori. Se sarà impedito a rinegoziare potrà dire “datemi più potere”. Sarà poco originale come analisi ma in effetti i paralleli con Berlusconi sono molti.

Trump è sotto assedio, per questo ha probabilmente convenuto con Bannon che era meglio farsi da parte, ma la strategia rimane quella sebbene mitigata forse con alcuni realistiche concessioni verso l’altra parte dell’elettorato repubblicano. Si ricordi infatti che Trump ha vinto solo perché Clinton ha perso, il voto popolare parla chiaro. Ma si ricordi anche che siamo neanche ad un anno dei quattro del primo mandato. Azzardo una previsione: se Trump non cade prima, mi immagino che Bannon lancerà un “partito del Presidente” poco prima della scadenza. Il problema infatti risiede nel Congresso e molti sono gli atti con cui Trump sta spingendo il Congresso a rendersi indigeribile al suo elettorato.

CRONACA N. 609

LA STORIA CI GIUDICHERA’ (MALE).

Oggi parliamo di orario di lavoro.

 ‘800 – si stava sulle 16 ore
 1899 – si “strappano” le 12 ore
 Primi ‘900 – si scende alle 10 ore
 1919 – si raggiunge l’accordo internazionale che sancisce la nascita dell’ International Labour Organization (ILO-ONU), con il traguardo delle 48 ore settimanali, sei giorni a settimana, otto ore al giorno.
 ’60-’70 – in pieno boom industriale, si riesce a strappar la progressiva riduzione di 8 ore settimanali, quindi 40 settimanali per cinque giorni la settimana, sempre ad otto ore/giorno.

A questo punto occorre tener conto di due cose. La prima è il già avvenuto costante aumento della produttività che, dopo cinquanta anni dall’ultima riduzione, porta a produrre sempre più cose nella stessa unità di tempo. Il che porta a ad altre tre constatazioni: 1) siamo sempre più pieni di cose, per lo più inutili; 2) materia ed energie cominciano a scarseggiare ed attivano guerre per l’appropriazione degli stock; 3) pisciamo in cucina ovvero inquiniamo con gli scarti terre ed acque.Forse dovremmo produrre meno oltreché meglio?

La seconda è la prospettiva ravvicinata, la minaccia di un drastico taglio di ore lavoro umano in favore del lavoro info-meccanico. L’articolo linkato parla dell’ennesimo studio (presentato ad una assise dell’IMF – qui), questa volta McKinsey, secondo i quali già oggi sarebbe teoricamente possibile tagliare addirittura la metà del monte ore – lavoro in USA, sostituendolo con quello della macchine. Lo studio segnala la dinamica cumulativa a progressione geometrica che connota il progresso tecno-scientifico nell’applicazione del lavoro delle info-macchine. Quindi se oggi siamo al 50%, tempo chessò cinque anni, potremmo essere a molto di più.

A questo punto si apre il dibattito sul -che fare-? Alcuni propongono la tassa su i robot ma i più del fronte capital-imprenditoriale stanno invece convergendo verso un astruso ragionamento confezionato dai soliti economisti di corte, che s’inventano un complesso ed inattuabile meccanismo di redistribuzione degli utili parallelamente alle solite scuole per la riqualificazione a fare non si capisce bene cosa. Quello che però sorprende non sono queste non soluzioni pensate da chi vuole sempre spendere il meno possibile altrimenti il profitto, ovvero guadagnare il miliardo in più etc. etc. .

Quello che sorprende è la vociante congrega di coloro che a parole dovrebbero fare gli interessi dei Molti, dei poveri, dei disagiati, dei “proletari” cognitivi o meno etc. Questa nutrita schiera di primi della classe, ti dicono che l’unica soluzione è uscire dal capitalismo, costruire uno Stato keynesiano di piena occupazione che stampa denaro e lo sotterra nelle miniere pagando poi coloro che debbono dissotterrarlo, quelli del lavoro socialmente utile, della riqualificazione ecologica e altre varianti che hanno introiettato l’astruso principio perverso che non si può vivere senza lavoro. Certe gente ha studiato e ci tiene a fartelo sapere.

Non si capisce perché coloro che subiscono il sistema dovrebbero anche pensare al come salvarlo invece che pensare ai propri casi, dove il proprio caso è semplicemente lavorare il meno possibile ottenendo il più possibile, facendo lavorare tutti o quasi altrimenti si è ricattati dai disoccupati costretti oggi ad accettare un anno di stage gratuito per poi essere sostituiti da quelli che aspettano di fare un anno di stage gratuito sostituti da quelli dopo e così via. L’economia della speranza disattesa.

Non so se la Storia ha un suo fine immanente ma so che ha un significato ed il significato di questa breve storia è la riduzione costante dell’orario di lavoro. Quindi azzererei le chiacchiere e mi trincererei dietro un semplice obiettivo: ridurre l’orario di lavoro a parità di salario. Non si può? E chi l’ha detto? Gli stessi che profetavano il crollo della società, della civiltà e del benessere delle nazioni nell’800? Falsificati dalla storia. I sottomessi debbono urlare la loro irrazionale (?) pretesa, alle soluzioni penseranno quelli che hanno studiato.

Ma so già che i soloni delle cose complesse (o più che altro di cose “complicate”, se capissero qualcosa di cose complesse ragionerebbero diversamente) seguiranno altre strade. Che si muovano tutte le variabili possibili del sistema lavoro, al variare dei tempi, ma le otto ore rimangano fisse, per carità! Intanto i disoccupati aumentano, le ineguaglianze aumentano, la sfascio sociale aumenta, i populisti aumentano, i salari diminuiscono. Però, vuoi mettere la soddisfazione di scrivere un articolo che ottiene 45 Llike o magari anche scrivere un libricino col tuo nome stampato sopra? La Storia che poi saranno i nostri figli ed i nostri nipoti sputerà sulla nostra idiozia, altro che like.

  • La riduzione dell’orario di lavoro nella piattaforma IG Metal (qui)

CRONACA N. 608

PIVOT to GULF. Che succede in Arabia Saudita? Allora, abbiamo visto che:

1) Trump inizia il suo primo viaggio estero a Riyad, fa la danza delle spade, si fa fotografare tipo Spectre imponendo le mani sul globo;

2) i sauditi fanno cosa assai irrituale cambiando la linea di successione al trono. Irrituale cambiarla, irritualissima cambiarla in favore del figlio del re e non di un nipote com’è tradizione, figlio che è trentenne ed ha davanti a se forse cinquanta anni di regno (inedito assoluto). Il ragazzo ha un piano che si chiama Vision 2030 e vuole trasformare radicalmente la società (e quindi la politica) del suo Paese anche perché pare che altrimenti, la SA diventerà un failed-State;

3) i sauditi bannano il Qatar. Veniamo oggi a sapere da spifferi kuwaitiani (chissà se veri) che addirittura s’è sforato l’intervento militare. Allora forse avevano ragione coloro che indicavano il North Field – South Pars (il più grande giacimento di gas naturale del mondo), essere il bocconcino prelibato. Nel Qatar c’è la più grande base USA in Medio Oriente ed il Qatar sdogana l’amicizia con l’Iran mentre consolida quella con la Turchia. Trump approva entusiasta via twitter il ban ma qualcuno a Washington gli fa notare che geopoliticamente è una bella cappellata. Forse aveva dato il suo assenso senza saper bene di cosa stava parlando?;

4) i cinesi annunciano il varo del petro-yuan che può essere convertito in oro sulla piazza di Shanghai ed assieme a russi, portano avanti idee e fatti per creare un sistema di pagamenti parallelo a quello occidentale;

5) Tillerson vola in zona a mediare. Veloce l’accordo con Doha poi va a Riyad il quale però risponde che non se ne parla nemmeno, perderebbe la faccia-. Tillerson successivamente dice che c’è un tavolo di colloquio anche con la Corea del Nord ma Trump twitta che sta perdendo tempo. Girano voci di dimissioni e voci che riferiscono che Rex avrebbe dato pubblicamente dell’imbecille a Trump il quale fa sapere di esser pronto a sottomettersi al test per il QI sicuro di poter dimostrare di essere più smart di Rex. Intanto la priorità di Trump rimane il Pivot to Golf (battuta…);

6) nel frattempo, pare ci siano incontri tra israeliani e sauditi, tra israeliani e russi, accordi anche valutari (per scambio valute sottostanti scambi commerciali) tra turchi ed iraniani, i curdi fanno un inutile referendum di cui si disinteressano tutti;

7) i russi accettano il passaggio del 15% circa di Rosneft dalle mani del Qatar -bisognoso di liquidità-, ai cinesi;

8) inaspettatamente, il vecchio Salman vola a Mosca con cento imprenditori per una cinque giorni di incontri, contatti, contratti. Ne vien fuori una “nuova amicizia” condita da vendita di missili e promessa di aprire una fabbrica di kalashnikov in Saudia e molto altro;

9) mentre Mattis dice che l’accordo con l’Iran va mantenuto (ed incredibilmente anche gli europei oltre ovviamente russi e cinesi co-firmatari dell’accordo), Trump annuncia di volerlo rivedere;

10) Trump sdogana la vendita del sistema THAAD ai sauditi e si aspetta il via libera finale del Congresso, si muove male ma per fortuna anche in ritardo;

11) RT fa uscire una news in cui i russi si direbbero pronti ad istituire un tavolo di colloqui tra sauditi ed iraniani per trovare un “modus vivendi”. Chissà, non è che RT scriva le cose a vanvera, almeno dal punto di vista di Mosca;

12) i sauditi erano andati in Cina a Marzo firmando 14 accordi commerciali principali e 35 minori per 65 miliardi di dollari con Xi “the Pooh” Jinping;

13) i sauditi hanno da collocare il 5% di Aramco ed i cinesi si dicono pronti a “suggerire” ai sauditi di accettare yuan per petrolio (la Cina è oggi il primo cliente petrolifero del pianeta).

Quello che “sembra” a noi esterni alle complesse cose tramate lì dove non arrivano i nostri occhi ed orecchie è che:

1) I sauditi sanno che tra tenta anni finiscono il greggio e vanno in paranoia. Varano il Vision 2030 che a questo punto va preso sul serio, lui ed il giovane Muhammad bin Salman che è capo della nuova generazione ma anche l’unico che ha “un piano” per dare un futuro al precario regno di sabbia. L’inversione della successione, evidentemente gode della maggioranza nell’affollata famiglia reale. Il piano richiede fondi ed investimenti esteri, trasferimento di tecnologia, modernizzazione del Paese sul modello emirati. Finalmente le donne potranno guidare e si parla addirittura di aprire cinema e teatri. Recentemente, si contano attentati interni all’AS, condotti non si sa da chi e per quale motivo ma si sospetta che dietro ci sia la assai rabbiosa élite wahhabita che va a perdere potere e centralità.L’ex successore al trono, ora in vacanza blindata a casa sua, era stato insignito della massima onorificenza della CIA da Mike Pompeo appena nominato da Trump, cavallo perso.

2) Gli USA si presentano belli freschi a dire che loro sono amici veri (non come Obama) ma dopo molte chiacchiere, nei fatti, non esce un soldo, un impegno concreto, nulla. I sauditi muovono il ban al Qatar e sono pronti pure ad iniziare lo scontro con l’Iran ma verificano nei fatti che le chiacchiere stanno a zero, a Washington regna il casino sovrano e nei fatti, il nuovo sceriffo in città è russo mentre il nuovo paperone del mondo è cinese. I sauditi ne prendono atto, gli USA non sono affidabili, non rimane che la Vision di Muhammad-McKinsey.

3) I cinesi hanno un piano preciso, un Pivot to Gulf. E’ essenziale pacificare la regione, sottrarre all’influenza USA il Golfo e l’intero sistema del petro-dollaro, includere tutti nella BRI.

Vediamo come finisce ma se non si comprende che gli americani possono oggi offrire solo disordine e vendita di proprie armi mentre i cinesi offrono investimenti e piani di cosviluppo, credo si capisca poco di quello che succede e continuerà a succedere. Quando l’uomo del caos con la pistola incontra l’uomo del cosviluppo coi dindi, l’uomo del caos … va a giocare a golf.

  •  I cinesi hanno vasti piani sulle rinnovabili (qui)
  • Anche le monarchie del Golfo, si buttano nel business (qui)
  • L’AS pare voglia volgere l’Ipo sul 5% di Aramco in cessione diretta, indovinate a chi? (qui)

 

CRONACA N. 607

FATTI E NARRAZIONI. Nel cap. V del suo “Lo Stato innovatore”, M. Mazzuccato (insegna Economia dell’innovazione in Inghilterra ed è nel board degli economisti che consiglia J. Corbyn), analizza la componente “pubblica” nel successo del case history più celebrato in termini di geniale intraprendenza dell’imprenditore individuale affamato ed un po’ matto (stay hungry, stay foolish). Attraverso una puntigliosa ricostruzione, ne viene fuori che queste componenti, rilevano tutte, una partecipazione diretta o indiretta e comunque decisiva di contributi provenienti da qualche intervento pubblico:

 Memorie di disco rigido
 Rotella cliccabile (iPod)
 Schermo multitouch
 Gps
 Batterie litio-ione
 Compressione del segnale
 Schermo a cristalli liquidi
 Micro disco rigido
 Microprocessore
 Web / Http/Html /Internet
 Siri (assistente digitale in ambiente iOS)

Gli attori pubblici coinvolti sono per lo più di ambito militare (Esercito, Marina, Aeronautica, Dip. Difesa), energetico (Dip. dell’energia) e la mitica DARPA, vero snodo tecno-scientifico-finanziario. La faccenda riguarda tutta l’innovazione recente dal digitale, all’AI, dalle nanotecnologie elle biotecnologie. In particolare, il “sistema” prevede: sviluppo ricerca di base, commissioni pubbliche al sistema universitario (finanziamento ricerche), incentivi e detassazioni a spin off che si trasformano in start up (da “centro ricerche” a laboratori privati, poi aziende, i venture capital arrivano solo dopo), acquisto ingente di primi prodotti (primo acquirente-iniziale rientro dall’investimento) coordinamento e trasferimento di conoscenze.

Quest’ultimo aspetto è cruciale ed è credo proprio il cuore della missione DARPA. In sostanza, c’è gente che a) ha competenze scientifiche; b) ha competenze tecniche; c) è al corrente dei vari piani di ricerca disseminati in molte strutture per lo più pubbliche ma anche private; d) fertilizza incrociando gli uni con gli altri; e) consiglia il pubblico cosa e dove investire; f) raccorda con l’industria per lo più militare. Questo sistema è stato finanziato indefessamente da Reagan a Bush sr, da Clinton a Bush jr, ad Obama. Questo è lo “snodo” visibile che poi ci viene raccontato come magica capacità autorganizzativa del mercato ovvero della mano invisibile.

DARPA nasce ai tempi dello shock dello Sputnik, quando gli americani vennero presi in contropiede dai sovietici e dal loro razzo che portava in orbita satelliti e cagnette, sotto D. Eisenhower. Lo stesso (che in origine era un Generale) che si congederà dal popolo americano col famoso discorso radio in cui, tra l’altro, disse: “Solo una popolazione in allerta e informata può costringere ad una corretta interazione la gigantesca macchina industriale e militare della difesa con i nostri metodi ed obiettivi di pace, in maniera tale che sicurezza e libertà possano prosperare insieme”. La faccenda è nota per aver definito il concetto di complesso militar-industriale.

Tutto ciò a dire: poiché la retorica del libero mercato animato dallo spirito animale dell’imprenditore individuale affamato ed un po’ matto che bisogna lasciare “libero” di portare avanti la schumpeteriana (Schumpeter guidò una piccola banca privata fino a portarla al fallimento nel 1924) distruzione creatrice è una favola, perché opponiamo alle favole la razionalità della critica ideale invece di studiare meglio la realtà e dire: ma de che cappero stai parlando? Discutere le favola con contro favole ci mantiene su un piano che anche criticandole le legittimano e di contro, ci fanno pensare “buone” contro favole che rimangono favole e non vanno -nel concreto- da nessuna parte. Penso che una economia politica all’altezza dell’Era complessa, dovrebbe tenerne conto e più in generale, consigliarci di tenere a freno la nostra passione idealistica mentre gli altri ci danno in pasto ossi spolpati su cui ringhiamo, tenendosi la ciccia nel loro piatto.

Conoscere DARPA: https://www.darpa.mil/

CRONACA N. 606

Intervista rilasciata a L. Centini della rivista Oltre la Linea, (qui).

Lo studio sulla “Filosofia di Putin” del 2015, pubblicato su The Saker italia (qui)

CRONACA N. 605

NOBEL DELL’INCORAGGIAMENTO. E’ stato notato che, a volte, il Nobel viene attribuito più come incentivo che come riconoscimento. Sulla legittimità di questa iniziativa da parte dell’Accademia delle scienze svedese, non entriamo (e per altro il premio è dato dalla Banca di Svezia e non dall’Accademia, cioè non rientra nelle disposizioni del lascito di Nobel). Notiamo che anche il premio odierno all’economista Richard Thaler, rientra probabilmente nella categoria. Incoraggiare cosa?

Nel lontano 1978, il Nobel venne attribuiti ad Herbert Simon con competenze larghe in psicologia cognitiva, informatica, economia, teoria del management e filosofia della scienza, con attenzione al concetto di complessità. Simon apportò solide dimostrazioni al concetto di “razionalità limitata”, concetto che tendeva ad indebolire i presupposti dell’immaginario homo oeconomicus, su cui si basa l’economia neo-classica mainstream detta anche con termine rivelatore “ortodossa” (o meglio, sono tutte le altre da Marx a Keynes-Sraffa, dagli austriaci a gli istituzionalisti, bioeconomisti ed evoluzionisti ad esser definiti “eterodossi”). Un anno dopo esce Prospect theory: Decision Making Under Risk, a cura di Kahneman e Tversky con abbandonati contributi di psicologia cognitiva, poi quest’ultimo muore e nel 2002 il Nobel va assegnato a Kahneman. Si tratta di nuovo di fastidiosa sabbia gettata nei perfetti meccanismi della razionalità olimpica alla base ad esempio della Teoria dei giochi (von Neumann e Morgensten, per quanto poi Morgensten che dei due era l’economista, si dichiarò critico verso l’utilizzo un po’ troppo estremista del lavoro originale). Nel frattempo, all’economia comportamentale si affianca la finanza comportamentale ed è il suo massimo esponente Robert Shiller a ricevere il Nobel, nel 2013. Così si arriva a Thaler.

In pratica è tutta roba ampiamente nota a psicologici, sociologi, antropologi, filosofi, persone di buonsenso ma non a gli economisti. Spesso, al di là delle verbose formalizzazioni che ne danno gli economisti, qualsiasi esperto operativo di marketing ha a che fare con questo mondo tendenzialmente impredicibile, rischioso, incerto, risparmiatore di ragionamenti attraverso vari tipi di euristiche, che è il comportamento umano. L’intera industria pubblicitaria non sarebbe mai esistita se fossero veri gli assunti dell’homo oeconomicus ma tanto gli economisti di corte non hanno mai visto un’azienda o un mercato vero per cui come i teologi coi preti di strada, ognuno canta la sua canzone tanto i pubblici sono differenti. Se si occupassero di scienza, ovvero di cose prive di autoconsapevolezza, sarebbe diverso ma siccome si occupano di teologia, vanno avanti imperterriti fornendo pezze d’appoggio all’ideologia dominante che li remunera con cattedre, consulenze, pubblicazioni ed altri privilegi sacerdotali.

Incentivo ed incoraggiamento quindi a cosa? Dato il perdurare dell’incapacità della dogmatica neo-classica persa in curve, matematiche e correlazioni fantasiose ad autoriformarsi e dato che i fallimenti della teoria rispetto alle pratiche si accumulano vistosamente, forse s’è voluto dare un “incentivo”, una spintarella per come si esprime lo stesso Thaler di cui in Italia, abbiamo un solo testo e neanche così pregnante, pare. Servirà? Non credo ma per argomentare dovrei andare più lungo del già lungo. Era solo per provare ad inquadrare meglio …

CRONACA N. 604

05.10  IL MIGLIOR PRESIDENTE DELLA STORIA.

1. Trump, nella sua prima uscita internazionale, va a Riyad e dopo aver fatto la danza delle spade, annuncia di aver ricevuto commesse per ingenti acquisti di armi da parte dei sauditi. Successivamente, a Washington, nessuno sembra saperne niente. Immortale la foto con mani imposte sul mondo e luce dal basso che immortala la santa alleanza tra Re Salman, Trump e al Sisi.
2. Dopo una specie di soft golpe che cambia la successione al trono, i sauditi bannano il Qatar accusato di essere il padre di tutti i terrorismi. Trump approva via twitter.
3. I russi portano fin verso la fine il lavoro in Siria, nell’assenza sostanziale di reazione da parte degli USA.
4. Tillerson va a mediare tra Qatar e Arabia saudita e Trump dice che il Qatar è paese molto amico ma i sauditi non sembrano confermare.
5. Re Salman vola a Mosca e firma contratti in cui investe nel settore energetico in Russia, compra armi e probabilmente know how per far partire il progetto di produzione indigena bellica contenuto in Vision 2030 e fa cartello sul prezzo del petrolio.

A questo punto ci starebbe a pennello una bella vendita del 5% di Aramco alla Cina (che negli ultimi mesi ha firmato contratto coi sauditi per 110 US$) e così la danza del mondo multipolare prende velocità mentre Trump twitta che l’Iran è l’Asse del Male, Mattis afferma che l’accordo sul nucleare va mantenuto, Tillerson afferma che si sta trattando con Kim Jong un, Trump gli dice che “sta perdendo tempo” stizzito via twitter. E sono solo sette mesi di presidenza! Quando scade il mandato, tra altri trentanove, della potenza degli Stati Uniti d’America si parlerà come di un lontano ricordo. Good job Donald!

RAND Corporation è quantomeno perplessa : https://www.rand.org/…/king-salman-and-putin-deals-leave-th…

CRONACA N. 603

 

03.10 Oggi mi concedo uno svolazzo narrativo. E’ lungo ed assai fuori format per facebook. E’ un esercizio di ucronia, storia fantastica (da οὐ = “non” e χρόνος = “tempo”) parente dell’utopia che è il nessun luogo. Qui il luogo c’è ed è il nostro. Buona lettura ai coraggiosi e perditempo …

RES PUBLICA LATINA. [Esercizio di ucronia (storia fantastica)]

Dove va la Storia? Difficile prevedere le rotte zigzaganti delle traiettorie delle entità complesse, però proviamo a fare un esercizio di fantasia realistica. Partiamo dall’origine: una città centro – mediterranea (Roma), comincia ad espandersi diventando un Impero. Arrivato al punto di massimo disequilibrio tra la sua costituzione interna e le possibilità esterne, collassa su se stesso. L’Impero diventa una macedonia di potentati locali in perenne reciproco conflitto. Ogni tanto, qualche autoproclamato re o imperatore tenta di riunificare più vasti territori ma i tentativi ci mettono tanto ad andare a termine ma molto poco a disfarsi, non è quella la strada.

Quello che invece sembra funzionare è l’addensamento in nuove partizioni che in parte seguono la geografia, in parte la storia che fornisce similarità di credo religioso, lingue e di tradizioni varie (ovvero la Nazione). Comincia la terra dei Franchi nel XV secolo e subito la seguono gli inglesi a loro legati da un conflitto di cento anni e le terre degli ispanici e dei portoghesi. Gli italici ed i greci, poi anche i germani, popoli di antico travaglio, arriveranno molto dopo. Gli italiani sarebbero anche arrivati prima se non avessero avuto la disgrazia che qualche volta fu anche fortuna, di avere a Roma il capo della credenza religiosa condivisa in una parte del sub-continente.

Nel XX secolo, a seguito delle più antiche dinamiche del sub-continente a sua volta traversato anche da i conati degli ex-barbari germanici ed anglosassoni, si manifesta una doppia -tragica- instabilità. Milioni di morti chiudono una lunga sequenza di sangue, guerra e distruzione che ha segnato queste lande per millecinquecento anni. Latini e germani, poi a malavoglia seguiti dai sospettosi britannici, tentano un esperimento di relazione rinforzata che chiamano “Unione”. Ci provano prima mettendo in comune le politiche di alcune materie prime che in passato furono parti causanti di conflitti più ampi, poi regolando gli scambi commerciali vincolando le rispettive monete le une a le altre, poi incatenandole le une alle altre così fortemente da fonderle in una unica come accade con gli atomi che collassano nel buco nero. Nel mentre, l’anima mercatistica reclamava nuovi mercati e così ci si ricordò che ”europei” erano anche alcuni cugini dell’est, e c’era anche chi avrebbe voluto mettere nel gruppo anche i turchi (!) e qualcuno addirittura gli ebrei-fenici stanzializzatisi dopo annose traversie per altro mai del tutto terminate, in uno Stato dall’altra parte del mare comune. Ma questa è tutta storia mossa da intenzioni interne, cosa succede invece all’esterno, poiché -da sempre- è il rapporto con l’esterno che determina l’interno?

Questa vaga “Unione” era un gigante come aggregato economico, ma non era un soggetto. Non lo era, né poteva esserlo poiché geografia e storia la sanno più lunga dell’economia. Anche in passato, quando non vigevano gli economisti ma i teologi che gli furono padri, venne in mente di unire genti diverse poiché da tanto o da poco, convintamente o apparentemente convinti, in fondo erano tutti “cristiani”, ma non funzionò. Credenze religiose e pratiche economiche sono parti di un totale che ha però la sua costituzione sostanziale nella geografia e nella somma degli eventi che da questa promana: la storia. Ci si trovò così in un impasse. Non si poteva tornare indietro sebbene qualcuno lo desiderasse ardentemente ma non si poteva andare avanti perché nessuno lo voleva veramente ma soprattutto perché non era possibile. Ciò che rese possibile le avventure di Carlo Magno o l’Unione dei mercati e della moneta, non costituì base per creare nulla di stabile e sensato, non è così che si fa la storia. Così come da ragazzini si pestavano i fiori aggiungendo dell’alcol e poi si metteva la poltiglia dall’incerto colore ed odore in una bottiglietta regalandola alla mamma dicendo che un “profumo” per lei, alcuni ragazzini andavano in giro a pensar di pigiare i fiori della storia europea assieme ed aggiungendo un po’ di euro, avrebbero fatto addirittura gli “Stati Uniti d’Europa”, potenza deleteria dell’analogia di cui si innamorano le anime semplici!

Ad un certo punto accaddero due fatti simmetrici ed inquietanti. Nel macro, con l’irresponsabilità un po’ fanciullesca che prende certi anziani, gli europei si erano affidati ad una badante figlia di amici che erano andati a vivere dall’altra parte del Grande Oceano. La badante americana, era stata protettrice e tirannica (come tutte le badanti) ed aveva governato la lunga fase post ultimo clamoroso conflitto ma andava trovandosi in una nuova travagliata situazione anche lei. Il mondo non era più quello di settanta anni prima. Il mondo era diventato molto affollato e complesso, era entrato in una fase di auto-organizzazione e nessuno più poteva dirgli di essere così o cosà. La pubertà del mondo era come ogni pubertà assai disordinante. Gente che discuteva in arabo o cinese, indiani che sciamavano silenziosi, russi sornioni, giovani africani esuberanti, guerrette qui e là, l’economia che aveva collassi e febbri, improvvisi vuoti ed esagerata sovreccitazione finanziaria, paurosi catastrofi ambientali. Chi la voleva sferica e chi cubica, chi cresceva e chi ristagnava, chi pregava e chi accumulava, chi sparava e chi stendeva rotte di collegamento dopo aver letto “Le avventure di Zheng He” . In Europa non ci si capiva niente se non, che non ci si capiva niente. Nel trambusto, qualcuno pensò che era meglio rifugiarsi nel micro come in fondo era tradizione dei mammiferi che al tempo della megafauna se ne stavano sottoterra ed uscivano a cercare qualcosa da mettere nello stomaco stretto dalla paura, di notte. Torniamo a noi, qui dove da sempre viviamo, lì dove ci conosciamo, lì dove -al di là della piccole differenze- in fondo ci capiamo, condividendo più di quanto condividiamo con tutti quei matti là fuori. Chissà magari dopo tutto questo casino di storia vuoi vedere che avevano ragione gli Svizzeri o torniamo alla città -Stato?

Andare a parlare di monetine e mercati in quel casino, non sortiva effetto alcuno e del resto si affacciava una istintiva saggezza, quella che capiva che il totale dei problemi era maggiore della somma delle sue parti. Già, antica saggezza distillata da Aristotele che probabilmente l’aveva a sua volta distillata da succosa saggezza ancora più antica. Capitò così che si giunse alla nuova storia. Alcuni europei si ricordarono di avere in comune geografia e storia, lingua e religione, tradizioni formali (ad esempio giuridiche) ed informali (stili di vita e culture) e sulla scorta di una realistica convinzione che tornò in auge dopo tanta dissennatezza dominante, ci si ricordò che in origine l’ordinatore del vivere assieme non era l’economico o il religioso o il militare o il solo culturale ma quello che tutti questi mette assieme fungendo altresì da centro intenzionale, ciò che rende una unione un soggetto storico, il politico. Ma il cuoco politico non mette assieme il tonno ed il parmigiano, il latte e di limone, la marmellata ed il ragù ( ameno che non sia inglese).

Poco più di duecento milioni di antichi europei latini e mediterranei che avevano tanta storia, quindi geografia in comune, si fusero in un totale maggiore della somma delle parti. Ne venne fuori la terza potenza economica planetaria, un grande Stato federale che fece felici tutte le comunità in cui i precedenti Stati rischiavano di disgregarsi, una complessa architettura istituzionale innovativa con più camere tematiche che ruotavano intorno ad un Parlamento composto dai rappresentanti della camere territoriali, lì dove iniziò la terza stagione del modo politico detto “democrazia” . Dopo Atene che era democratica però piccola e la democrazia liberale che era per società grandi ma non era democrazia, si giunse alla sintesi. Licenziata la badante ed assuntisi le responsabilità di autodifesa in proprio, assisi nel Consiglio di sicurezza di cui divennero il perno che regolava le diatribe tra russo-cinesi affluenti e americo-britannici declinanti, dotati di arsenale atomico qualora a qualcuno fosse venuto in mente qualche idea bizzarra, eccitati dal mettere in comune le loro vivide intelligenze, promananti fascinoso soft power naturale, si votarono alla gestione attenta delle relazioni internazionali con africani, sud americani (che parlavano una lingue simile, pregavano lo stesso dio ed in fondo erano latini di seconda generazione) e quei birboni dei medio-orientali che però i latini conoscevano meglio di chiunque altro. La Repubblica federata dei latini mediterranei, francesi, spagnoli, portoghesi, greci ed i bizzarri italiani, sorse improvvisamente al punto più basso della parabola storica di questi popoli, come la fenice. Nati nell’Antico ed inventori del Moderno, si presentarono così alla nuova Era Complessa riscuotendo generale ammirazione (ed un po’ di invidia da parte di qualcuno ma è brutto farne i nomi).

La Storia non era finita come alcuni scellerati avevano creduto in passato. La Storia non finirà mai perché essa non è il risultato di moti interni ma è il risultato del rapporto tra l’interno dei sistemi ed il loro esterno fatto di altri sistemi ed ambiente e questo cambia sempre, non sta mai fermo. Così quei popoli vecchi ed un po’ stanchi si salvarono, si salvarono capendo che bisognava cambiare i propri sistemi interni per adeguarli al mondo nuovo e complesso che s’andava formando. Si salvarono capendo che era giunto il momento di fare la storia e non più solo subirla, che ci voleva un progetto e che il progetto doveva ossequiare la realtà che per l’argomento in questione ha longitudine geografica e latitudine storica.

CRONACA N. 602

02.10  CONDIZIONI DI POSSIBILITA’. Si nota un certo panico nei commenti su i fatti catalani. Chi emotivamente a favore, chi razionalmente contro, chi disorientato. Forse ci si sente presi un po’ in contropiede e non si sa bene se votarsi all’analisi giuridica o a quella storica o a quella economica o a quella geopolitica. In questi casi vince -in genere- l’analisi politica ma a sua volta questa si divide tra quella che ha in oggetto il fatto contingente e quella che guarda più in là, allo sviluppo delle condizioni di possibilità. Su questo, si sconta un po’ di ruggine che si è accumulata nei neuroni e nelle sinapsi poiché il “politico” è stato a lungo represso e depresso e si nota una certa fatica nel rimettere in moto visioni, possibilità, lettura di trasformazioni.

Vabbe’ il referendum è andato come è andato. La repressione fisica dell’atto di voto serviva a questo, a dire che hanno votato meno della metà e quindi l’atto è politicamente invalido, stante che ovviamente lo era già giuridicamente. Ma purtroppo, per compiere l’atto repressivo, si è compiuto comunque un atto politico e quindi il mezzo voto più la mezza repressione portata avanti da un governo che si regge su gli stecchini, ha portato all’atto politico pieno. Ora, la faccenda è appena iniziata e così come il Campionato di calcio è solo alla 7a giornata, i commenti sensati si faranno alla fine dei giochi.

Quali giochi? Questi ad esempio: http://www.huffingtonpost.it/…/i-paesi-baschi-chiedono-un…/…. E se la Spagna iniziasse un processo ri-costituente? Cosa meglio di un bella densità dinamica di discussioni, idee, confronti, critiche, sogni intorno al contratto sociale? Magari la faccenda contagia, magari finiamo col discutere tutti di Stati, Unioni, Regioni, élite e democrazia. Chissà, magari torna il “politico” quando tutti pensavano di averlo debellato. Manteniamo la calma e seguiamo il cambiamento, se c’è energia sociale e magari ci mettiamo accanto anche un po’ di energia intellettuale, chissà …

CRONACA N. 601

01.10  PIRATI, STATI CANAGLIA, SURREALISMO E PRESE PER I FONDELLI. Al tempo di Roosevelt, l’aliquota marginale (la più alta) era del 90%. Praticamente alla fasce di ricchezza maggiore, veniva sequestrato quasi l’intero importo. Kennedy e Johnson la portarono al 70% e tale rimase -pare assurdo, oggi- sino al 1981. Reagan, la portò al 28% ma per fortuna si poteva poi ricorrere ad altre detrazioni ed esenzioni. Bush padre e Clinton la alzarono di un po’ ma ora Trump promette di abbassarla di nuovo dal circa attuale 40% al 35% aumentando detrazioni, togliendo la tassa di successione di modo che le dinastie tornino ai fasti aristocratici (gli USA nacquero contestando il principio nobiliare ma solo per sostituirlo con il crisma della nobiltà della predestinazione protestante all’accumulare soldi e cose) mentre le aziende andrebbero a pagare il 20%.
Accanto, si consideri la minaccia mai ufficialmente proferita ma assai concreta e logica (conoscendo i soggetti) ventilata dai britannici brexiters ovvero trasformarsi in un vero paradiso fiscale per attrarre ricchi ed imprese in fuga dal perfido socio-statalismo euro-continentale (?).

Ma questa è solo metà della storia. Il processo di esenzione fiscale a cui corrisponde l’inevitabile taglio della spesa pubblica (ma non tutta, quella militare va ovviamente aumentata), si è accompagnato allo sviluppo di una fitta rete di paradisi fiscali. La faccenda dei paradisi fiscali meriterebbe uno studio a sé per quanto è assurda e per quanto è ancorpiù assurdo dimenticare questa variabile nei discorsi che normalmente si fanno sull’economia, la società, le ineguaglianze e lo Stato. Premesso che le stime sull’ammontare delle ricchezze nei circuiti neri e grigi (black and grey list, la cui storia è un altro capitolo di surrealismo esuberante) sono approssimative, BIS (ovvero l’associazione di tutte le banche centrali del mondo) afferma che ogni anno il 10% del Pil mondiale finisce fuori rotta. Ma attenzione, si riferisce solo all’ammontare dei depositi liquidi stante che la percentuale tenuta in liquidità nei patrimoni è in genere minoritaria poiché maggioritari sono gli investimenti in titoli o immobili. In più, è assai improprio fare la percentuale rispetto al Pil mondiale perché evasione ed elusione non sono fenomeni equamente distribuiti nel mondo.

Insomma, le famiglie più ricche d’Europa, eludono la fiscalità per quasi metà dei loro introiti ma sull’altra metà (ammesso sia tale, ho forti dubbi) pretendono tagli delle aliquote. Ad aiutarli in questa migrazione forzata per sfuggire dalla miseria, dalle guerre, dalla fame e dalla sete, una flotta di gommoni destinazione off shore, gentilmente messi a disposizione da olandesi, britannici, lussemburghesi (delizioso Paese grande come la Val d’Aosta con il secondo Pil pro capite al mondo) il cui primo ministro J.C. Juncker ha governato per 18 anni (più o meno come Putin). Che questo signore sia poi l’eletto che dovrebbe portarci con visione e saggezza ad unire i “popoli” d’Europa lascia interdetti solo gli stolti che non apprezzano la sottile ironia dei potenti.
Olandesi, inglesi ed americani (che hanno paradisi anche on shore, come il Delaware), sono gli stati canaglia che proteggono questo contrabbando della ricchezza a cui non si può negare il sacro principio della libertà. Per la verità J.S.Mill che passa per un vate del pensiero liberale puro, proponeva di sequestrare del tutto i beni (mobili ed immobili) lasciati in eredità da chiunque a chiunque, ma chi più legge i classici? Mill sosteneva che chi ereditava non aveva alcun merito nell’aver prodotto ricchezza quindi una società meritocratica doveva iniziare ogni volta da zero. Ma per fortuna non governano i filosofi la cui ragion pura è notoriamente poco pratica.

C’è dunque una classe dominante e questo già lo sapevamo avendo magari anche solo orecchiato Marx ma c’è anche un gruppo di nazioni senza le quali il potere di questa classe sarebbe ampiamente ridimensionato. Le stesse le cui università sfornano sapienti che ci vengono a dire come va formattata una economia ed una società competitiva. Praticamente è come andare a lezione di strategia di calcio da Moggi.

Articolo light su i paradisi fiscali qui.

CRONACA N. 600

PSICOANALISI DEL POPOLO. Ho letto diverse analisi sull’argomento della Catalogna, interpretazioni. I più danno un giudizio negativo sulla faccenda. Ormai il like ed il dislike ci parte d’istinto prima ancora che s’attivi la neocorteccia. La domanda è “quello che vedete è popolo?”. Se si, come parrebbe, cosa lo muove?

Questo è un concerto autoconvocato delle scuole di musica di Barcellona, qualche giorno prima del 1 ottobre. La canzone è l’Estaca (Il recinto, la staccionata) e venne scritta da Lluís Llach nel 1968 diventando canzone anti-franchista e poi hit internazionale di vari movimenti di liberazione.

CRONACA N. 599

CON CHI GOVERNERA’ LA MERKEL? Ricevuta la notizia di fine della Grande coalizione da parte di una frastornata SPD, Merkel ha fatto sapere che certe cose vanno discusse con calma. Naturalmente Merkel vorrà aprire due tavoli, uno con liberali e verdi, l’altro con socialdemocratici (e chissà magari anche i verdi), magari per la semplice tattica che vuole mettere in concorrenza gli aspiranti partner al fine di abbassarne le pretese. Ma mentre i più discutono del populismo paranazista di AfD e si sviluppa un gran polverone di sociologismo politico, il vero problema di Merkel è nei liberali. Questi hanno acquisito meno di AfD ma hanno comunque raddoppiato i voti ed hanno preso da CDU/CSU più di quanto questi hanno dato ad AfD.

Macron, pochi giorni prima del voto tedesco, pare abbia dichiarato che nel caso di affermazione dei liberali lui sarebbe stato “politicamente morto”. Era una dichiarazione off record e probabilmente esagerata ma abbastanza rivelatrice. I liberali porterebbero una postura ancora più rigida nelle relazioni franco-tedesche e i margini di manovra di Macron per mantenere una sorta di eccezionalismo francese (alla Francia si sono consentite parecchie eccezioni nella tenuta dei conti, in questi anni), molto più stretti. Ecco allora che sulle trattative di governo dei tedeschi, irrompe Macron con questa serie di dichiarazioni in cui spicca il rigurgito transalpino per l’interesse mediterraneo-africano: “… il Mediterraneo deve essere la chiave della politica estera dell’Europa e deve vedere l’Africa come partner strategico per il futuro” ben sapendo che per i tedeschi il Mediterraneo e viepiù del’Africa non stanno certo in cima alla lista degli obiettivi strategici. Su questo, Macron vedrà bene di far seguire una maggior corresponsione di amorosi sensi con Gentiloni.

Probabilmente a Merkel piacerebbe seguire la strategia già concordata con Macron. Probabilmente Merkel decise di presentarsi per il quarto mandato perché voleva portare a compimento la storicità della sua leadership e questa storicità prevedeva un passo decisivo verso la costituzione di una Europa un po’ più politica in termini strategici (esercito, polizia, politica estera, NATO etc.). Questa linea sarebbe certo stata condivisa con l’SPD ma non è detto che possa esserlo anche coi liberali anche perché gli altri aspetti economici e fiscali che fanno parte del pacchetto, vanno in direzione contraria alle posizioni di FDP, posizioni che probabilmente sono poi quelle che hanno attirato i 1.360.000 voti migranti dai democristiani (dato FAZ/Infratest).

Merkel concederà allora qualcosa a SPD pur di convincerla a tenere botta assieme o sarà costretta a sottostare al ricatto continuo dei liberali sfibrandosi in una continua mediazione tra le ambizioni condivise con Macron e la dura purezza dell’ordoliberismo dei propri vertici confindustriali. Vedremo …

CRONACA N. 598

24.09  RIDUZIONE DI COMPLESSITA’ 2. Nel precedente post, abbiamo avanzato l’ipotesi che gli USA vogliano portare avanti una politica estera fatta di strappi al fine di separare il mondo in due fazioni “con noi o contro di noi”. Qui ci occupiamo di mettere sotto questa ipotesi, alcuni fatti. Sono fatti dedotti o basati su induzioni di natura precaria poiché emergono da spifferi fatti uscire a bella posta nell’ambito di guerre informative di cui noi spettatori esterni non conosciamo al fondo le motivazioni prime e quelle seconde. Di solito, qui, ci occupiamo di analisi a grana grossa, non di contro-informazione ma oggi facciamo un tuffo in questa palude maleodorante per vedere un po’ cosa circola. Eviteremo le fonti più bizzarre ed useremo quelle al limite del mainstream, lì dove si gioca la guerra delle élite combattenti per cui una parte, pur di mettere in difficoltà l’altra, libera qualche chicca saporita (vai poi a sapere se vera o meno).

Occhi della guerra, cita una articolo della Stampa (forse il migliore dei grandi quotidiani nazionali per la politica estera) in cui si dice che la diplomazia europea teme che gli americani vogliano presentare “prove” di un link di aiuto reciproco tra Nord Corea ed Iran, di modo da dare la prova provata dell’Asse del Male 2. Ne seguirebbe la ragione per sfilarsi dall’accordo sul nucleare, elevare sanzioni progressivamente sempre più dure, costringere europei, russi e cinesi a scegliere da che parte stare. Ricevuto un picche da parte della CIA, indisponibile a fabbricare prove che non ci sono, starebbero arrivando in soccorso i britannici. Questi, tramite Telegraph (noto amplificatore delle veline dell’MI6) avrebbero già spifferato che tali prove esistono.

La storia assomiglierebbe molto alle “prove” che la CIA non volle produrre per Bush ai tempi di Saddam-Iraq (provette di farina doppi zero agitate da Colin Powell all’ONU, ricordate?). Ci fu qualcuno che -ai tempi- spifferò che tali prove fossero state date dai britannici a Bush , basandosi su un castello di false informazioni prodotte dal Mossad. Questo qualcuno è Philip Giraldi (articolo dal quale è stato tratto il commento).

Giraldi ha già e più volte pizzicato Israele nel passato. P. Giraldi è stato per 18 anni nella C.I.A. nonché attuale Direttore esecutivo del Council for the Nation Interest, un think tank che promuove l’interesse americano nel Medio oriente. I suoi articoli sono spesso ripresi da questo sito, UNZ che pubblica –tra gli altri- P. Buchanan, S.P. Huntington, J. Mearsheimer. E’ consulente di politica estera di Ron Paul. UNZ è stato fondato da un tizio curioso che è anche editore del più compassato ma non meno critico approccio di The American Conservative. Questi sono una fazione di repubblicani ferocemente in guerra coi neo-con, addirittura più delle fazioni di sinistra dei democratici. Per l’ambiente ebraico-filo israeliano, sono dichiarati anti-sionisti e Steve Bannon non coinciderebbe perfettamente con loro ma avrebbe qualche grado di vicinanza.
Secondo Giraldi, la banda neo-con capitanata da Bill Kristol (figlio di Irving, “padrino dei neo-con”), starebbe portando l’amministrazione Trump verso la guerra con l’Iran. Alleghiamo il pezzo di Giraldi forse in contatto con fazioni della CIA arrabbiate.

Ad alcuni, non saranno sfuggite le recenti notizie sulla liason Israele – Arabia Saudita ed il gran darsi da fare dei russi per contenerle paranoie di Tel Aviv al fine di disinnescare le tensioni d’area.
Lo spiffero riportato dal Telegraph, chiamerebbe in causa anche russi (per le tecnologia missilistica) e pakistani (per quella nucleare) ma quella su i russi sarebbe una prova congelata che per il momento non si vuole esibire mentre su i pakistani, chi scrive, da tempo segnala che bisognerà porre attenzione. E’ di ieri la notizia proveniente da Globalist (fonte vertici esercito iraniano) di una presunta migrazione dell’Isis proprio in Pakistan, nelle zone tribali pashtun. Attenzione al messaggio iraniano, quelli dell’Isis verrebbero sterminati all’avvicinarsi ai meno di 40 km dal confine iraniano …

Iraniani che esibiscono nuovi missili, articoli del mainstream che cominciano a supportare l’idea che l’Iran sia una minaccia, contropiede di Macron che appoggia l’atteggiamento americano (Consiglio di sicurezza ONU fa USA+UK+FRA vs RUS+CIN = 3 : 2) vs Mogherini, Merkel zitta perché in campagna elettorale, Isis in Pakistan, Telegraph che insiste sulla stessa domanda che ci siamo qui fatti noi “chi ha aiutato la Corea del Nord?”, bombardieri USA mai così a nord del 38°parallelo, Kelly con la testa nella mani che segue desolato il discorso di Trump all’ONU, Erdogan che va a Teheran, crisi del Qatar messa nel freezer, Trump che rinforza la missione in Afghanistan, sdoganato il massiccio investimento in spese militari al Congresso americano …

E manca ancora il Venezuela! Vediamo come si dipana la tela …

La Stampa: http://www.lastampa.it/…/legami-tra-iran-e-nord…/pagina.html

Globalist: http://www.globalist.it/…/gli-007-iraniani-dopo-siria-e-ira…

CRONACA N.597

21.09  RIDUZIONE DI COMPLESSITA’. Se il mondo sta andando verso la formazione di una società complessa di Stati tra loro in interrelazione secondo geometrie complesse, gli Stati Uniti hanno allora il problema di rallentare e frenare il più possibile ed il più a lungo possibile, questa tendenza. Il perché è ovvio: nella futura complessità, gli USA diventano un soggetto come tanti, certo più grande e massivo ma con ben meno potere di quanto non hanno avuto negli ultimi settanta anni. Quel potere è ciò che ha permesso il loro equilibrio interno, il loro benessere pur asimmetricamente ripartito internamente. La questione è quindi vitale.

Sembra allora che le menti strategiche americane, abbiano varato una strategia che ricorre allo schema bipolare da guerra fredda ma dimenticate il parallelo con la guerra fredda e concentratevi su “bipolare”. Bipolare è lo schema “o con noi o contro di noi”. “O con noi” significa riconoscere a gli USA una permanente sovranità su uno spettro di nazioni ben più ampio, questo spettro è ancora ben più del 50% della ricchezza e del potere del mondo. “O contro di noi” è il tipo di relazione da avere con l’Altro, la parte ascendente, quella che rischia di sovvertire l’intero gioco, i promoter del “multipolare” in sé per sé. Il multipolare è un gioco cooperativo-competitivo mentre il bipolare è un gioco solo competitivo.

Trump avrebbe voluto disinnescare il fronte avversario capitanato dallo sfidante cinese, mettendo un cuneo nella relazione Russia – Cina ma non gli è stato permesso, dovrà portare avanti il disegno considerando il sistema avversario ormai una diade (recente la notizia dell’acquisto cinese della quota Rosfnet già detenuta dal Qatar). Per altro, Trump continua a mantenere una piccola fessura aperta con Mosca, non attaccandola mai in via diretta.

La strategia sarà allora quadruplice: 1) Rinforzare l’asse con gli alleati di primo livello ovvero monarchie del Golfo ed Israele; 2) Costringere gli alleati ambigui (Europa e -in parte- Gran Bretagna, Australia) a recedere dall’ambiguità per allinearsi, volenti o nolenti; 3) Compattare l’area incerta, soprattutto il Sud America (facendo leva su Argentina, Colombia, in parte Brasile) con un locale “o di qui o di lì” in cui l’Altro prototipico è il Venezuela; 4) Conficcare cunei nel fronte avversario, dal nuovo impegno in Afghanistan, alle turbolenze che l’AS-UAE creeranno con l’islamismo radicale nei paesi islamici afro-asiatici (prossimo obiettivo Myanmar ma penso che poi vedremo qualcosa anche in Pakistan), ai flirt con l’India preoccupata dall’attivismo del vicino cinese, al Giappone da riarmare, alla Corea del Sud.

Siamo in un post e questa è faccenda molto complicata che meriterebbe analisi a grana fine ma in breve si possono aggiungere due cose. Corea del Nord e la prossima disdetta degli accordi sul nucleare iraniano, così come il Venezuela sono “casus belli” che servono per compattare il proprio fronte presentando l’imperativo “o di qua o di là”. Il punto più sensibile di tutta la strategia è quanto gli USA riusciranno a domare le ambiguità europee e già s’intravede un “divide et impera” di amicizia con Macron (ed UK) in funzione anti-tedesca. Il perno centrale della strategia verte proprio sull’Europa, senza la quale la BRI cinese non ha l’approdo finale, il motivo per il quale i cinesi sviluppano la loro strategia. Fra tre giorni si vota in Germania e Merkel avrà il suo nuovo incarico, dopo vedremo come la chimica quantistica ha intenzione di fare le sue mosse.

Mentre tutti gli occhi ed i cuori palpiteranno per le precarie sorti dei focolai di tensione coreani, iraniani, venezuelani, seguendo la regola aurea di volger lo sguardo lì dove nessuno sta guardando (invalidando cioè il principio primo degli illusionisti), aspettiamoci comunque grandi turbolenze in Europa.

CRONACA N.596

17.09 CHE FACCIAMO I PROSSIMI TRENTA ANNI? Da tempo penso che questa sia la principale domanda che tutti dovremmo porci in senso politico prima che esistenziale. Dovremmo abituarci al porci domande sul futuro perché il futuro non presenta condizioni di possibilità agevoli del tipo “beh, vediamo un po’ come si presenta, poi decidiamo cosa fare …”. Il futuro presenta limiti, vincoli, pressioni, condizioni particolari, o meglio “condizioni strette”. Noi non siamo culturalmente preparati a questo cambio di scenario, proveniamo da secoli -ma per altri versi, millenni-, di un atteggiamento molto simile a quello dei cacciatori raccoglitori. Il mondo era una inesauribile riserva di opportunità, bastava coglierle.

Quello che chiamiamo “capitalismo” è essenzialmente il fare di questa ricerca di opportunità, il senso della nostra vita individuale ed associata. Quello che chiamiamo “Occidente” è stato -per lo più- lo sfruttare senza limiti l’ambiente esterno al nostro perimetro geo-culturale, importando ordine per darci un futuro non solo garantito e prevedibile ma anche agevole.

Tre novità segnano la fine di questa postura spensierata: 1) limiti ambientali; 2) limiti dati dal fatto che Occidente è una sempre più limitata minoranza assediata da una maggioranza molto corposa di popoli che: a) reclamano il loro posto al Sole; b) hanno lungamente subito le nostre angherie e c’è solo da sperare non portino eccessivo rancore stante che comunque non ci serviranno passivamente le loro vite ed i loro territori per alimentare il nostro benessere scontento di non aver di più; 3) il fare attività economiche incontra sempre più difficoltà all’espansione (le incontra già dagli anni ’70, sono ormai quasi cinquanta anni sebbene noi ci sia svegliati a parlare di neo-liberismo, finanziarizzazione, globalizzazione iniqua, disoccupazione tecnologica solo da qualche tempo più recente).

Ne consegue un terrificante elenco di punti di domanda: come garantirci livelli moderati ma costanti di benessere? Come riformulare il concetto di benessere e come governarne la distribuzione? Attraverso quali istituzioni comuni? Elette o partecipate da chi? In base a quale realistica consapevolezza diffusa dei tanti argomenti su cui si deve dibattere e decidere? Stabilendo quale atteggiamento, quale postura verso il resto del mondo e verso le limitazioni naturali?

Come si cambia il nostro modo di stare al mondo? La principale risposta a questa domanda è stata nell’ultimo secolo e mezzo quella data da Marx: invertire i rapporti di gerarchia all’interno del fatto economico tra i Molti subalterni a Pochi che decidono, agiscono, traggono profitto, di modo che –cambiando la struttura del sistema economico- si cambi la società dato che questa è ordinata proprio dal sistema economico. Questa risposta è vaga, assomiglia più ad una tautologia e non fornisce alcuna indicazione pratica per il cambiamento. Dove la si è provata ad applicare direttamente e meccanicamente, ha dimostrato che l’asimmetria tra Pochi e Molti si riproduce ineffabile ma col peggiorativo di un sistema economico poco o per niente funzionante ed una società che nulla aveva del paradiso in terra. Non v’è dubbio che la ricetta sia giusta ma quello che indica è il punto d’arrivo, manca il tragitto, non è una strategia è solo la premessa.

La strategia consegue la risposta alle sei terrificanti domande, mettendo assieme tutte e sei le risposte e comparando ciò che viene fuori con un’analisi realistica delle condizioni materiali del mondo a cui dobbiamo adattarci, verrà fuori il “che fare”. Un “che fare” che prenda atto del fatto che così come il mondo ha impiegato secoli per diventare com’è, non è certo in una settimana che lo si trasforma. La storiella di quello che fa il mondo in una settimana fa parte della nostra tradizione favolistica, storielle della buonanotte che usiamo per abbassare l’ansia da complessità.

Chi ama dar senso alla sua vita, continuando l’inesausta ed eterna battaglia per migliorare le condizioni di vita non solo sue o di pochi altri ma del maggior numero, dovrebbe tentare di risolvere l’equazione a sei variabili. La NATO, l’Euro, lo Stato, la Democrazia, la cultura, la geopolitica, il reddito, i fini delle tecniche e dei loro prodotti,la tripartizione del tempo sociale-individuale-di lavoro, l’informazione e la comunicazione, lo studio dell’uomo e del mondo, l’ambiente, l’umana “insocievole socievolezza”, le religioni, la Verità, il discorso con cui ci scambiamo idee ed opinioni, il desiderio, la salute, l’espressione della propria individualità senza creare eccessivo conflitto con l’espressione di tutti gli altri, molti di noi si dedicano ad uno o più di questo temi. Non solo vi si dedica scegliendo il particolare che più lo sollecita ma per lo più, lo fa criticando lo stato delle cose, chissà forse spera che a furia di produrre antitesi sul piano della parole, chissà come e perché (pensiero magico) si produrrà un superamento delle cose. Quello che ci manca, è la visione d’insieme, non solo la visione destruens ma anche quella costruens, il coraggio di fare proposte pratiche e senza questa visione nessuno di noi sa per cosa battersi davvero.

E’ la mancanza di questa visione utopico-realista, ispirata, integrata, pratica che fa sì che al punto minimo (ma è un minimo relativo che avrà molti maggiori ed ulteriori gradi di minimalità) di funzionamento delle nostre società, corrisponda il punto massimo della nostra passività rassegnata. Che facciamo i prossimi trenta anni?

(Articolo correlato, qui)

CRONACA N. 595

GEMEINSCHAFT o GESELLSCHAFT? Il sociologo tedesco Ferdinand Tonnies, introduceva questa dicotomia in un libro del 1887, poi destinato ad aver longeva fortuna. I due termini in ostico tedesco, sono di norma tradotti con “comunità” e “società”. La differenza è data dal tipo di legame sociale e da tutto ciò che di materiale ed immateriale promana da questi. Se la relazione sociale è di tipo personale siamo in regime di comunità, se di tipo impersonale siamo in regime di società. Ne conseguirebbe una teoria dello spazio politico, se piccolo (atto cioè ad esser intessuto di relazioni personali) o se grande (atto cioè ad esser intessuto da relazioni impersonali). Che sia una dicotomia è giudizio storico non teorico, nel senso che così sembra si sia sviluppata la storia umana da spazi e gruppi più piccoli a spazi e gruppi più grandi (ma la faccenda non è lineare, a volte è accaduto l’inverso). In teoria invece, nulla osta pensare una possibile composizione stratificata in cui il grande è composto da un sistema di piccoli in una visione detta di “federalismo radicale”.

Pur essendo interessante un discorso su i sistemi tratto dalla lettura delle sole interrelazioni, si consideri che le parti che vanno in questa interrelazione sono altrettanto importanti. Il discorso ha attinenza anche con il sistema politico detto “democrazia”, comunità o società (comunità e società) che si auto-gestiscono arrivando a decisioni su se stesse. Questo sistema, almeno nella sue fondamenta, predilige spazi piccoli.

C’è un movimento di pensiero che vede positivo un restringimento dello spazio socio-politico, una diminuzione di spazio, corrisponderebbe ad un aumento di intensità. Ne hanno parlato Murray Bookchin ma verso qualcosa del genere anche Abdullah Ocalan virò di recente la linea politica del PKK, Saskia Sassen e Benjiamin Barber per la parte diciamo più socio-politica ma anche Parag Khanna per la parte economica secondo il quale, il futuro è nel ritorno alla città-Stato e c’è chi vede in questa tendenza una direzione anarco-capitalista. Hobsbawm pensava che i processi di globalizzazione, fossero tessitori di Gesellschaft a scapito della comunità, rendendo i funzionamenti del mondo sia sempre più impersonali, sia sempre più incontrollabili. Secondi alcuni pensatori democratici, la dimensione municipale porta in via naturale a forme democratiche, quanto i grandi spazi (dallo Stato centralista all’Impero) all’elitismo.

Come nella dicotomia individuo-società, anche quella comunità-società rileva forti positività ma al contempo negatività, su entrambi i termini. E’ la tipica relazione conflittuale e sembra poi la situazioni peggiori se uno dei due termini è sostenuto unilateralmente da questa o quella ideologia ma di base, la non decidibilità di una chiara preminenza dell’un termine su l’altro, sembra oggettiva.

Esistono vari elenchi di prossime -ipotetiche- nazioni, dal ritorno della Repubblica Veneta alla Scozia, dal Kurdistan alla divisione della Somalia e molti altri. Alla tensione principale tra forme post nazionali come l’Unione europea ed il ritorno degli Stati-nazione (o anche Stati non necessariamente basati su “una” nazione), si aggiunge questa possibile tendenza a tornare a sistemi di prossimità. Queste tensioni dello spazio politico e sociale sembrano oggettive e forse l’unica cosa da evitare e ricondurle ai loro corrispettivi ideologici come fossero questi a creare il problema. Egoismo localista, neo-medioevalismo, divide et impera? Oppure ritorno ad una sorta di materialismo sociale, fatto di voci, contatti, reputazione, tangibilità e condivisione?

Cosa porta cinquecentomila persone in piazza ieri a Barcellona in tempi in cui è difficile organizzare la benché minima forza sociale e politica capace di unirsi su un qualsivoglia obiettivo?

CRONACA N. 594

QUANDO LE IDEE NON VANNO APPRESSO AI FATTI. Il Canale del Nicaragua costruito dai cinesi, doveva partire già tre anni fa ma torna d’attualità pare, solo oggi (qui). Ci vorrebbero cinque anni teorici per costruirlo ma nei fatti, sebbene i cinesi non siano dediti allo standard Salerno – Reggio Calabria, forse di più. Se prima gli USA non fanno un colpo di stato a Managua nel mentre depongono batterie missilistiche in Corea del Sud per “difenderla” da quella del Nord, quando in realtà pare stiano solo allargando la logistica del Pivot to Asia sebbene interpretato oggi con meno parvenza commerciale e più concretezza militare, rispetto ad Obama. Nel frattempo, Trump minaccia di chiudere i canali commerciali con la Corea del Sud se non riequilibra quei 27 mld di dollari di disavanzo della bilancia commerciale. Addio Samsung ed automobiline a basso prezzo? Ma si sa, Trump è protezionista, non come l’UE che la prossima settimana dovrebbe approvare un regolamento di rinforzo del potere di interdizione degli investimenti esteri (cinesi) nei settori: infrastrutture, tlc, difesa e sicurezza ma anche quelli sui server, infrastrutture finanziarie, tecnologia come intelligenza artificiale, robotica, semiconduttori, cybersicurezza, spazio, nucleare o informazioni sensibili.

Il WTO, è naufragato per una serie di contenziosi irrisolvibili come quelli intentati dal Brasile contro gli USA per barriere doganali (sotto forma di sussidi ai cotonieri americani) sull’esportazione del cotone e quello che opponeva i paesi africani che pur producendo molti vegetali ed a bassissimo prezzo, sono stati sistematicamente interdetti dal poterli esportare in Europa. Certo, se non riescono a venderci neanche le cipolle, come diavolo dovrebbero “crescere” questi Paesi di cui poi soffriamo le migrazioni in cerca di lavoro? Queste due citazioni sono relative a cose di più di dieci anni fa, precedono di molto il recente dibattito artificiale su protezionismo e liberalismo-libero-e-bello. Potremmo poi parlare delle banche tedesche o della Grande Francia che conta su mercati ex-coloniali privilegiati due volte la dimensione del proprio paese (ne abbiamo già palato in un post precedente), dei petrodollari delle monarchie del Golfo o delle Vie delle Sete o dell’economia indiana …

Qual è il punto? Il punto è che questa è la realtà, abbiamo citato alla rinfusa fatti economici e fatti politici basati su partizioni geografiche (geostoriche), per alcuni “geopolitiche”. Questi fatti sono tutti parte dello stesso fatto ed il fatto è che ogni stato promuove e protegge la propria economia, dalla fine del XVII secolo per gli stati ma almeno dal XIV se prendiamo ad esempio la Repubblica di Venezia in cui c’era una fabbrica pubblica (l’Arsenale) che produceva a catena di montaggio impiegando più di 3500 tra operai ed artigiani (stiamo parlando del ‘300), le navi che reggevano la ricchezza commerciale dell’aristocrazia non terriera ma commerciante della Serenissima.

Ci si domanda allora: cos’è il capitalismo? quando nasce? cosa intendiamo esattamente quando ci dilunghiamo sulla dicotomia tra Stato e Mercato? tra libero commercio ed investimento e gestione occulta delle barriere filtro? tra globalizzazione e presunto ritorno (ma quando mai sono scappati?) degli Stati? tra fatti militari e fatti economici? tra società aperte e società chiuse? Aperte a chi e chiuse a cosa? L’impressione è che il mondo dei fatti non ha le nostre categorie di pensiero, il pensiero ipostatizza ed isola, fatti che hanno confini sfumati, che sono intrecciati tra loro.

Noi stiamo accettando che l’immagine del mondo sia uno scontro tra dicotomie che impegnano le nostre migliori menti, nel mentre il mondo reale se ne frega assai delle nostre dicotomie e continua a procedere secondo fenomeni la cui vera natura ci sfugge. Noi usiamo “concetti” e su questi conduciamo battaglie intellettuali ma poiché essi non corrispondono ad alcun ente reale, le battaglie sono solo “baruffe chiozzotte”, per rimanere con Goldoni in Laguna.

Noi non sappiamo interpretare il mondo, per questo non riusciamo a cambiarlo.

CRONACA N. 593

07.09 LEONARDO D’ARABIA. Che delizia! Apre un franchise del Louvre (qui) in questa splendida città, metropoli ormai internazionale, in cui attendono anche un possibile spin off, addirittura del Guggenheim. Ma i francesi la fanno da padroni con un distaccamento della Sorbona e l’idea di ricostruire una “piccola Lione” a Dubai con piazzette, brasserie e tanta arte. Che festa! Un opera di Leonardo magari con volo Emirates o Alitalia, viene concessa in mostra ai beduini. Guardate se quel divino uomo di spettacolo che è Macron, non decide di portarla lui, con scorta presidenziale, magari! Beh, perché no, soft power direbbe il realista.

Dicono che il principe ereditario del trono di UAE-Abu Dhabi, abbia una forte influenza sull’altro principe ereditario di Ryiad, Muhammad bin Salman (c’è una vision 2030 di Abu Dhabi gemella di quella saudita). Questi due giovanotti, sarebbero allineati su ogni questione geopolitica riguardi il futuro della penisola arabica, dalla guerra in Siria e quella nello Yemen, dall’ostracismo verso il Qatar (terrorizzati da i Fratelli Musulmani, la via “povera, popolare e politica” all’islam in competizione con quella “ricca, elitista e terrorista” ) e l’Iran al ruolo giocato nel rovescio di Gheddafi e successiva spartizione della Libia in cui UAE è alleata della Francia. Definiti “la piccola Sparta del Golfo” (definizione James Mattis, Segretario alla Difesa di Trump), gli Emirati con 10 milioni di abitanti, è il terzo importatore di armi del mondo, grandi acquirenti di mercenari, proprietari di una delle aviazioni militari più moderne del mondo, sponsor dei separatisti somali di Somaliland (la contestata base di Berbera) che si presentano come nuovi attori nel complicato gioco della prossima guerra per il controllo dell’imbocco del Mar Rosso, si allargano anche nel Mediterraneo da Bengasi (UAE è grande sponsor di Haftar) a Limassol (Cipro), partecipando a manovre congiunte con Israele e facendo infuriare Erdogan. Gli Emirati sono sospettati di torture nello Yemen (accuse di Human Rights Watch, Associated Press, Amnesty International) , in cui vorrebbero alla fine del massacro, prendersi una potestà su una enclave, dice al Jazeera (si ricorda -per correttezza- che AJ è Qatar, a cui gli Emirati hanno elevato sanzioni, questa estate). Il progetto farebbe paio con il controllo della costa somala, cioè Bab al-Mandab l’imbocco del Mar Rosso a cui si accede costeggiando Gibuti.

Sono comunque, e lo sono storicamente, dei gran birboni … perché ? Perché questa gente è tra i principali finanziatori dell’Isis e di al Qaeda, la via ricca, elitista e terrorista all’islam, dopo l’Arabia Saudita. Quelli che abbiamo visto picconare statue, mura, vestigia del passato profondo, “cultura” nel senso più storico ed umano ci sia, quindi il più vero. Fico. E noi che facciamo? Gli portiamo la Belle Ferronnière di Leonardo! Altro che società dello spettacolo, Matrix, 1984, qui siamo alla presa per il culo e poi ti sfottono pure. Da sputargli in faccia …

CRONACA N. 592

06.09 COM’E’ ANDATO IL VERTICE BRICS? Questo tipo di incontri ha tre livelli, il primo è quello delle dichiarazioni ufficiali che raramente mostrano dati interessanti, il secondo è quello degli incontri riservati, il terzo è quello degli incontri bilaterali. Di questi secondi due non si hanno mai notizie esplicite e la valutazione sulle relazioni vanno fatte tempo dopo, in base a fatti rilasciati nel medio periodo.

Partiamo dal format BRICS. Un quarto del Pil globale, poco meno della metà della popolazione mondiale, poco meno della metà del totale della crescita del Pil globale, i BRICS invenzione di un analista di Goldman Sachs nel 2001, non hanno omogeneità specifiche se non il comune interesse allo sviluppo di un mondo multipolare. Di questo, vorrebbero essere il gruppo promotore.

Il primo dato interessante è quindi quello che è stato chiamato il formato BRICS Plus, un formato allargato ad altri cinque paesi tra cui spiccano l’Egitto ed il Messico. L’Egitto è per posizione, tradizione e peso politico-militare-economico e strategico (Suez), uno di quei paesi di seconda fascia (la prima è quella dei tre USA – Russia – Cina) che svilupperà sempre più una propria strategia. Il Messico si sta riposizionando dopo che Trump ha rescisso i precedenti forti legami e guarda ad una possibile egemonia del Caribe. Al Messico, la Cina ha proposto un trattato di libero scambio nel più classico dei “gli ex amici del mio nemico sono miei amici”.

Il secondo dato è la dichiarazione finale, non per la retorica sullo sviluppo equo e sostenibile, la globalizzazione inclusiva, la proposta “Alleanza solare” sulle energie alternative, la sicurezza generale ed informatica, le dichiarazioni sulla Nord Corea ma per una messa la bando di alcune specifiche organizzazioni terroristiche equiparate ad Isis che si sospetta siano protette dal Pakistan. Le testate indo-pakistane non parlano d’altro. Il triangolo è tra Cina stretta alleata del Pakistan, Pakistan nemico mortale dell’India, India in rapporti alterni con la Cina tra cui le scazzottature avvenute al confine col Buthan, ampiamente pompate dalla stampa anglosassone come segnale dell’irredimibile incompatibilità tra i due giganti asiatici. La questione del Buthan si è frattempo sgonfiata ma l’inserimento di questa citazione anti-pakistana nella dichiarazione finale è una chiara vittoria diplomatica di Modi. Ma si potrebbe anche dire che accettandola, la Cina ha mostrato di voler salvaguardare i rapporti con Delhi, di voler “concedere” per rinforzare le relazioni. Del gran baccano che stanno facendo gli indo-pakistani su i loro media rimarrà probabilmente poco. La Cina investe 46 mld di US$ per lo sviluppo della BRI in Pakistan e non sarà certo questa dichiarazione (per altro doverosa e nell’interesse anche di Pechino visto che si citano anche gruppi dell’Afghanistan da cui partirebbero alcuni agenti della destabilizzazione del Xinjiang) a cambiare l’assetto della relazioni.

Infine, c’è il capitolo economico con l’inizio dei lavori per la sede della Nuova Banca per lo Sviluppo (con chairman indiano) con sede a Shanghai, una possibile alternativa alla Banca Mondiale. La questione fa parte del pacchetto della lotta per gli equilibri nella governance delle grandi istituzioni globali, concorrenza con WB, lotta ancora all’interno dell’IMF per riequilibrare i pesi di rappresentanza e di potere, riforma del Consiglio di sicurezza dell’ONU (far entrare l’india), rinforzo del G20 a scapito del G7, varo di una agenzia di rating BRICS. A margine, la notizia sul prossimo lancio di un future cinese sul greggio in yuan ma convertibile in oro, che potrebbe sparigliare i giochi dominati dal dollaro (e l’effetto delle sanzioni e dei blocchi commerciali, come ad esempio con l’Iran) a cui si aggiunge l’idea di studiare una nuova cripto valuta BRICS.

I (rari) commenti della stampa occidentale, non tengono conto che quella dei BRICS non è una alleanza specifica come il G7, la NATO ed altri atlantismi ma generale ovvero su un forte e strategico obiettivo comune: allargare i giochi. A lato si può anche continuare a litigare su questo o quell’aspetto, gelosie e rivalità permangono, non è una alternativa di “governo mondiale” ma la più genuina forma di cooperazione, ovvero fare assieme una cosa che è nell’interesse di tutti. Per demografia, economia e intenzione, la linea dei BRICS è il futuro, c’è poco da schizzar veleno …

CRONACA N. 591

05.09 EFFETTO BUKOWSKI. (Post inconcludente e di intrattenimento) Poeta inquadrato nella corrente del realismo sporco (bella definizione), C. Bukowski ebbe a dire che “… la gente è il più grande spettacolo del mondo e non si paga neanche il biglietto!”. Concordo.

In questi giorni, lo spettacolo non è Kim l’atomico ma l’insieme di reazioni del pubblico che assiste alla spettacolo che solo in parte è quello che è, più che altro è quello che alcuni ci dicono che sia. La sera prima del botto coreano, mi arriva un alert del WP che ho poi pubblicato col titolo “Al momento giusto”, in cui si dava notizia del febbrile affaccendarsi degli uomini del Presidente, al fine dal dissuaderlo dall’intenzione di recedere dal trattato di libero scambio con il Sud Corea. Cioè mentre da una parte manda flotte e portaerei davanti alle coste coreane e organizza caroselli navali interforze per gestire la complessa situazione, Trump minaccia di rinunciare a 43 mld di esportazioni e di infliggere un ammanco di 70 mld di altrettante al Sud Corea? Ma come? Il naturale primo alleato e pied a terre nel quadrante asiatico, minacciato di rottura delle relazioni mentre “rombo di tuono” fa sentire i suoi cupi presagi?

Da quando Trump ha annunciato di aver buttato nella spazzatura la faticosa trama tessuta pazientemente da Obama per creare una rete commerciale vertente su Washington (TPP), il gioco è passato dal commerciale al militare ma poi a ben guardare sembra che il commerciale abbia preso solo un’altra forma. Così prima tutti a scrivere articoli sul TPP, poi sospiro di sollievo perché Trump invece di Clinton significa NO TPP, poi gli stessi a scrivere articoli sulle bombe atomiche. Anzi, non gli stessi perché chi si occupa di cose economiche non coincide in genere con chi si occupa di cose geopolitiche, le cose in quanto tali sono tutte intrecciate ma poiché non lo sono i nostri sguardi disciplinari, ecco il caleidoscopio.

Non voglio sostenere alcuna tesi, mi andava solo di scrivere stamane e così passo ad un altro aspetto che sicuramente non c’entra niente. Due giorni fa mi appare una foto di Kim in una cameretta tutta rosa (era un orfanotrofio ma la foto è uscita assieme alla notizia della sua nuova paternità) in cui ride da pazzi, Kim ride sempre e “ride come un pazzo”, ovviamente. Di contro, scopriamo che Han Kwuang Son, il “bomber” nord-coreano che ha segnato tre reti col Perugia, pare sia solo la punta avanzata di una diaspora di calciatori dell’Impero del male, pronti a riversarsi in Occidente. Poi, girando su Internet, scopro diversi reportage di innocenti turisti italiani che sono andati in Corea del Nord che pare, abbia anche notevoli attrazioni naturali in cui tra l’altro -i soliti italiani- stanno costruendo “attrezzature”. Alcuni realisti sporchi, hanno altresì scritto doverosamente sulla montagna di risorse minerarie su cui siede Kim-il-Bomb. Mah, mi sembra tanto una strategia da soft power. Così si potrebbe chiosare che Kim espone hard power mentre si appresta a sviluppare soft power e Trump che ha grossi problemi di soft power (il disavanzo commerciale con la Sud Corea è di 27 mld), gioca anche lui con l’hard power e sono ormai mesi che se ne sta lì, imbronciato (Trump non ride ma è considerato pazzo anche lui), a contemplare “tutte le opzioni sul tavolo” .

Chissà cose c’è sotto, forse il banale realismo sporco ovvero giochi poco eleganti e netti che alle nostre sensibilità da realisti idealisti non piacciono. Meglio scrivere un bell’articolo sulla Terza guerra mondiale, lo spettacolo ha le sue regole, la coerenza delle nostre immagini di mondo anche, il dire una cosa e farne un’altra pure, approfittarsi della confusione un “must” per sopravvivere nei tempi complessi …

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