CRONACHE DELL’ERA COMPLESSA

Les_fibres_de_la_mati_re_blanc Denis Le Bihan, M.D., Ph.D.,

Neuroimaging,

Denis Le Bihan

QUESTA SEZIONE DEL SITO E’ DEDICATA A BREVI COMMENTI, SEGNALAZIONI, INTERPRETAZIONI SU FATTI O NOTIZIE QUOTIDIANE, DAL PUNTO DI VISTA CHE ANIMA L’INTERA RICERCA DI QUESTO BLOG, LA TRANSIZIONE ALL’ERA COMPLESSA.

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CRONACHE N. 556

GIOVENTU’ AFRICANA. L’interessantissimo e condivisibile editoriale di Caracciolo sull’ultimo numero di Limes, riporta –tra gli altri- alcuni dati di profilo sul fenomeno migranti. Abbiamo tre stati africani (Niger, RD Congo, Etiopia) che da soli fanno l’intera popolazione dell’eurozona (19 paesi). I tre paesi africani però, hanno una popolazione con età media compresa tra i 17 ed i 19 anni, mentre quelli dell’eurozona sono tra i 40 ed i 47 anni. Cresceranno imperiosamente i tre africani e molti altri loro intorno, nel 2050 l’Africa sarà cinque volte l’Unione europea che rimarrà più o meno flat. Un secolo fa noi eravamo più del doppio degli africani. L’arrivo dei migranti, nei cinque primi mesi dell’anno, segna un +44% rispetto l’anno precedente ed il trend proietta una stima di 200.000 l’anno, il cui 90% resterà qui da noi. Poiché Merkel ha chiuso il corridoio est con Erdogan, ecco che oltre a gli africani, la seconda etnia per sbarco in Italia è del Bangladesh. Abbiamo un problema ed un problema aggiuntivo è l’italica propensione a fare di un serio e grave problema logistico, una discussione idealistica sulle identità ed il multiculturalismo con tanto di manifestazioni di piazza tra guelfi e ghibellini. La discussione sull’appartenenza all’euro si fa lunga ma il tempo per tentar di arginare questo enorme problema epocale è assai breve, se ancora c’è. “L’Italia deve scendere a patti con la realtà” chiosa Caracciolo ma è molto più divertente discutere di vaccini, mondezza, Ivanka-tutta-panka.

CRONACHE N. 555

23.V. TRESSETTE COL MORTO? Mah, in genere mi astengo dal commentare gli eventi al caldo, meglio far posare la polvere. Ma la sequenza del solenne impegno a mollare la strategia Isis che re Salman avrebbe preso con i due compagni di gioco e il “message in a bottle” di Manchester, induce alla congettura. Al Sisi ha snocciolato con lucidità, i termini del problema del “terrorismo” https://www.youtube.com/watch?v=8vFhE1AFIuk. Una evidente rete di cointeressenze che riportano a centri “istituzionali”. Quali? Beh, lo sanno tutti i granelli del vasto deserto arabico, parte influente e sino ad oggi dominante della famiglia reale al Saud, delle loro finanze, della loro logistica, dei loro servizi segreti e diplomatici. Ora, la lotta per la successione al vecchio Salman è in pieno corso ed il giovane bin Salman al Saud, che non a caso fa il Ministro della Difesa, ha ricevuto il suo doppio pacco dono delle forniture di armi e dell’appoggio USA a formare la NATO araba, da cui l’impegno pubblico ad abbandonare la strategia terroristica (a quel punto fai la guerra tradizionale, non ti serve più di tanto la “quinta colonna”). Credo gli americani abbiano anche preso impegno per quell’acquisto del 5% di Aramco, visto l’impegno nelle danze di Tillerson con tanto si spada sguainata. I commenti di fb indugiano sull’aspetto folkloristico della danza ma quello che qui è “folklore”, lì è solenne impegno simbolico che non si inscena per farsi dei selfie. Fare quella danza assieme a Trump&Co significa che gli americani hanno preso impegni strategici chiari. Del resto era stato proprio il parziale disimpegno USA ad aver dato il via alla strategia geopolitica del’utilizzo dell’Isis da parte dei al Saud. Capita così che qualche pezzo di famiglia reale che sta perdendo la corsa alla successione, magari la diaspora londinese o chissà chi, unitamente alle gerarchie wahhabite, pezzi dei servizi ora superati dai militari e naturalmente la cupola dell’Isis, non l’abbiamo presa bene, com’è ovvio. Il cambio di strategia geopolitica è il cambio dell’élite che la deve sviluppare. Da cui il messaggio. E del resto cosa meglio di un concerto di “giovani” per mandare un messaggio ai “giovani” principi in ascesa? E chissà che il messaggio non sia rivolto anche a gli storici garanti del precario stato saudita, i britannici.

Naturalmente le cose geopolitiche inducono al cinismo disincantato, i 22 ragazzini e il vuoto che lasceranno nell’animo di molte più decine di persone a loro vicine, rimane una cosa a sé, una cosa per cui le parole, di qualunque tipo, risultano sgraziate ed inutili.

CRONACHE N. 554

Rampini ha saggiamente assunto una posizione neutra per raccontare lo scontro perpetuo tra l’amministrazione Trump e l’amministrazione ombra di Washington (qui). Il tema dei temi è sempre il punto delle relazioni con la Russia. Già nel nostro “Verso un mondo multipolare” avevamo trovato tracce inequivocabili dell’intenzione di Trump di modificare i rapporti con la Russia, intenzione che per altro aveva anche fatto apertamente trasparire in campagna elettorale. Intenzioni basate -ovviamente- su analisi razionali, sulle quali gli americani potrebbero essere d’accordo o meno, usando metro di giudizio razionale. Invece, la tesi complottista che legge ed ha continuamente interpretato questa volontà come subordinazione, tradimento, collusione col nemico, è ovviamente il tentativo di impedire lo svolgersi di questa intenzione geopolitica facendo leva su i sentimenti pre-razionali dell’americano medio. Vediamo quindi lampante uno dei vari drammi dello stato pseudo-democratico della “più grande democrazia del mondo” (che poi -per grandezza di popolazione- è la seconda dopo l’India), ovvero due élites che si sbranano intorno ad un fatto di merito ma non discutendolo apertamente per quello che è davanti alla propria opinione pubblica, ma usando verità e menzogne che muovono sentimenti e valori per strapazzare il giudizio pubblico a favore o contro, dell’uno contro l’altro. Al cittadino americano non è chiesto un giudizio sul fatto in sé ovvero sulla opportunità o problematicità di riassettare le relazioni con i russi, la strategia geopolitica non è cosa da dibattito democratico. E’ invece cosa da dibattito democratico, esprimere giudizi ed opinioni in libera uscita, utilizzando uno degli emoticons che l’amministrazione di sistema ha previsto per l’istantaneo sondaggio d’opinione, quella doxa che misura lo stato di salute di qualsiasi democrazia e che -nel caso in questione- segna un livello sempre più regressivo che ci dice cosa siamo -o meglio- cosa dovremmo essere: bambini attoniti, divertiti o spaventati, davanti alla cose da grandi che non campiamo -o meglio- che non dobbiamo capire. La democrazia contemporanea è al penultimo stadio di quella che è conosciuta come “la tragedia dei beni comuni”, quei beni generali che non essendo miei o tuoi, della mia classe sociale o della tua, della mia cultura o della tua, della mia opinione o della tua, non vengono curati da nessuno e quindi deperiscono per mancanza di cura. L’individualismo possessivo della modernità miete vittime senza discriminazioni, è questo davvero il caso in cui “non c’è più destra – non c’è più sinistra”, se non è “mio” o “tuo” allora non è di nessuno, altro che “bene comune”. Ora, che la “destra” non abbia trasporto per la democrazia rientra nella normalità delle cose, è l’atteggiamento della sinistra che lascia stupiti. “Sinistra” era la posizione dell’emiciclo in cui sedevano i rappresentanti del popolo nelle assemblee parlamentari prima e dopo il Luglio del 1789 in Francia e quelli più a “sinistra” erano quelli che volevano che il parlamento e dopo di lui il governo, riflettessero con esatta proporzione la composizione sociale del Paese dove il popolo è maggioranza. Il divorzio tra sinistra e popolo è la ragione per cui “non c’è più destra, né sinistra”, siamo diventati tutti utenti di emoticons da apporre allo spettacolo delle élites che combattono per il potere, il potere su di noi.

CRONACHE N. 553

(Aggiornamento di vari post da facebook dal 19.04 al 15.5)

15.05 Stavo facendo dei calcoli su dati WB. Nei cinque anni precedenti il 2015, il Pil mondiale, praticamente non è cresciuto, ha avuto qualche oscillazione in su ed in giù ma nella sostanza, il Pil del 2015 è praticamente quello del 2011. Nel decennio tra il 2005 ed il 2015, l’area Nord America + area Euro, hanno complessivamente perso un 10% di peso nel Pil mondiale (da 52% a 41%) e per più di due terzi, la perdita è portata dall’area Euro. Quasi tutta la perdita è andata a vantaggio dell’Asia che nel 2015 pesava per un terzo dell’economia mondiale, ma crescerà ancora. Stavo vedendo anche un video del summit sulla Belt and Road Initiative ed erano tutti con gli occhi a mandorla e la pelle di vari colori, ma non bianca. Per distrarmi ho fatto un po’ di zapping di articoli vari imbattendomi in Staglianò che scriveva: “l’Institute for Local Self Reliance di Washington ha inoltre calcolato che, mentre un negozio tradizionale dà lavoro a 47 persone ogni 10 milioni di dollari generati, Amazon ne impiega solo 15 per produrre la stessa ricchezza.”. Ne consegue anche la desertificazione del paesaggio urbano perché i negozi chiudono a grappoli. Seguono le fosche ma realistiche previsioni profetate di recente da Jack Ma: “Nei prossimi trent’anni, per gli sconvolgimenti economici che internet ha portato nell’economia, il mondo vedrà molto più dolore che felicità”. Del resto, Bill Gates dice le stesse cose da cinque anni in ogni conferenza a cui è invitato, usando toni sempre più allarmati. Poi ho letto l’ennesimo articolo sull’attualità di Marx ed uno di Cacciari sulla perdita irreversibile di ragione delle categorie “destra e sinistra”. Mah, mi sa che un salutare “non ci stiamo capendo più niente, non abbiamo la più pallida idea di cosa fare” sarebbe un buon inizio per tentare un adattamento ai tempi. Ma non sono sicuro…

13.05 POTERE DELLE ARMI vs POTERE DEI SOLDI. In “Verso un mondo multipolare” sintetizzavo così il senso della tenzone tra Stati Uniti e Cina. Abbiamo visto recentemente il round americano con promesse di intensificazione militare al Giappone ed alla Corea del Sud, in funzione anti Corea del Nord ma in subordine anche come piazzamento d’area in funzione contenimento della Cina. Ora vediamo il secondo round. La Corea del Sud che dichiara di voler distendere le relazioni con la sorella settentrionale, la Cina che redistribuisce un po’ di surplus promettendo di comprare manzo e gas statunitense. Poi oggi, scopriamo che la diplomazia nord-coreana “apre” a possibili chiacchierate con gli USA, chiacchierate già avviate a livello informale e forse alla base di quel inspiegabile “sarei onorato di incontrare -a certe condizioni- Kim Jong-un” di Trump. Il tutto, nella cornice del primo summit dei 30 paesi interessati agli sviluppi della Belt and Road Initiative (le due vie della seta, quella di mare e quella di terra) dove i cinesi si presentano con 650 miliardi di dollari di investimenti concreti, il che in questi tempi di magra, è un bel presentarsi. Per Pyongyang, una ottima opportunità di trattare con gli USA, giocando sulla triangolazione con Cina e Corea del Sud. Per chiudere il poligono, tutti dovrebbero poter portarsi a casa qualcosa, vedremo cosa…

09.05 NON TUTTI I PD VENGONO PER NUOCERE. Moon Jae-in, pare diventerà il nuovo presidente della Corea del Sud, dopo nove anni di dominio conservatore. Moon è un liberal-democratico-progressista non proprio un “politico di razza” essendo il suo coinvolgimento nel partito democratico coreano (di cui i sottostanti geroglifici su blu, sono il simbolo) piuttosto tardo. Moon fu il capo di gabinetto di un altro presidente Roh Moo-yun, il quale aveva proseguito la campagna del presidente precedente Kim Dae-yung per la normalizzazione dei rapporti con la Corea del Nord, cosa che valse a quest’ultomo il Nobel per pace nel 2000, quando il Nobel veniva dato per la pace in quanto tale. Moon ha annunciato di voler riprendere la Sunshine policy (questo il nome della campagna di buone relazioni inter-coreane) e di voler effettuare il suo primo viaggio all’estero a Pyongyang. C’è anche chi ha supposto che il blocco del lancio di missili di Kim Jong-un fosse dovuto alla cautela del vedere come andava a finire a Seul perché l’elezione di Moon avrebbe cambiato le carte sul tavolo. Moon ha anche affermato di voler mantenere gli ottimi rapporti con Washington ma non di farsi dettare la politica estera dell’area, che è poi l’unica cosa che a noi interessa ed il motivo per cui scriviamo questo post. Ma la questione ha anche un rilievo economico importante perché l’economia del Sud potrebbe avere un bello slancio nell’interfacciasi con quella del Nord che è abbastanza depressa. L’intera questione poi, fa presumere anche una distensione economica con la Cina. Vedremo quanta luce del sole (sunshine) sprigionerà la nuova fase lunare (moon) coreana. Mi sa che al Pentagono non sono contenti anche perché puntavano su un altro candidato, Hong Yu-pyo, il quale aveva dichiarato che se avesse vinto sarebbe andato a stringere la mano a Trump sulla Carl Vincon. Peccato…😉

07.05 OSTE COM’E’ IL VINO? Repubblica apre il pezzo sulle elezioni francesi, intervistando un “filosofo” (? – categoria “aperta” a cui ci auto-iscrive per cui incontrollabile) che sentenzia sul rischio di fine della democrazia e dell’Europa. Ma chi è questo Bruckner a i più ignoto? Laureato con una tesi sulla liberazione sessuale nel pensiero di Fourier (correlatrice J. Kristeva), insegna in USA e all’università delle élite francesi, si schiera per l’intervento NATO contro i serbi e con Bush ai tempi dell’Iraq. Vede i nostri tempi come un reincanto di magico e razionale “Siamo lontani dallo spirito del calcolo razionale che formava, secondo Max Weber, l’ethos degli albori del Capitalismo: la produzione mercantile viene messa al servizio di una magia universale, il consumismo culmina nell’animismo degli oggetti. Con l’opulenza ed i suoi corollari (gli svaghi ed il divertimento), una sorta di incantesimo a buon mercato viene messo a disposizione di tutti. I prodotti esposti in vendita nei nostri centri commerciali (…) non sono esseri inerti: vivono, respirano e, in quanto spiriti, possiedono un’anima ed un nome. Il ruolo della pubblicità è quella di dare loro una personalità attraverso una marca, di conferire loro il dono delle lingue, di trasformarle in piccole persone che parlano” Dopo questa elegia della società di mercato ci si domanda: va bene, Todd, Onfray e Houellebecq hanno dichiarato che oggi non andavano a votare ed erano in vacanza ma cercare proprio l’oste per domandargli com’è il vino ed in più celebrarlo come “…uno dei più famosi filosofi francesi”, non vi pare un po’ tanto banale? Ogni epoca ha la filosofia che si merita.

http://www.repubblica.it/esteri/2017/05/06/news/elezioni_francia_pascal_bruckner_intervista_le_pen_macron_ballottaggio_democrazia-164790004/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P2-S1.8-T2

04.05  COMPRENDERE E GIUDICARE. Tillerson espone il principio guida della politica internazionale dell’amministrazione Trump. Nulla di nuovo, solo l’esplicitazione precisa di quello che si chiama “approccio realista”, lungamente egemone dal dopoguerra sino a che si è palesato un principio concorrente: il liberalista. Per simmetria concettuale lo si dovrebbe chiamare “idealista” ma a gli americani il termine non piace. Il principio liberalista, prevede sempre una politica guidata da interessi ma nel computo di questi mette anche elementi ideali quali la democrazia di mercato, i diritti umani etc. In pratica, si bombarda ed invade sempre e comunque ma in un caso -il realista- lo fa e dice che lo fa per espliciti interessi duri (hard) mentre nell’altro -il liberalista- lo fa sempre per interessi duri ma dice lo fa per interessi morbidi (soft) mutuando in un certo senso, il principio di “egemonia culturale”.

Rampini presenta e commenta, cioè spiega e giudica al contempo, la notizia e chiaramente non può che farlo dal suo punto di vista che è liberalista. Incorre quindi nell’errore di livello elementare quale quello di equiparare la politica interna (quella sì basata necessariamente anche su valori poiché fondano la comunità tanto quanto gli aspetti pratico-materiali-funzionali) con quella estera, cosa che non si fa dai tempi di Locke. Bill of Right di qui e quindi Bill of Right per tutti!

L’approccio liberalista, in questa sua foga di insaziabile egemonia hard & soft vorrebbe essere più umano di quello realista ma lo è di meno poiché la pretesa di imporre valori per liberare l’umanità è una missione non richiesta che porta ad una interpretazione di “interesse nazionale” più ampia e paradossalmente più aggressiva di quella onestamente basata sull’egoismo delle nazioni. Il mondo esterno non è una comunità ma un insieme di comunità, ognuna col suo interesse e punto di vista valoriale. “Siamo in missione per conto di Dio” recitavano i Blues Brothers ma non c’è niente di peggio di colui che confonde l’Io con Dio.

http://www.repubblica.it/esteri/2017/05/04/news/tillerson_politica_estera_usa_non_sara_subordinata_ai_diritti_umani_-164571462/?ref=RHRS-BH-I0-C6-P2-S1.6-T1

26.4  APOCALITTICI ED INTEGRATI (en France). Alla partizione destra – sinistra se ne sovrappone una nuova, ortogonale, quella tra integrati e non nel “sistema”. L’analisi della sociologia del voto francese allegata (Ipsos – 4700 casi, quindi discretamente affidabile) dice che gli apocalittici (gli anti-sistema capital-liberal-europeista) sommano a poco più di 46% mentre gli altri sono ovviamente il rimanente. Direi che questa è l’espressione quantitativamente più rilevante ed approssimata al punto di rottura sociale, registrata in Europa. Dal punto di vista sociologico, i voti si pesano più che contarli, cioè si guardano con gli occhi socchiusi, si valutano a grana grossa. A grana grossa, il sistema, in Francia, accontenta la metà della popolazione. Sempre dal punto di vista sociologico, un sistema che si approssima pericolosamente non importa se di poco sopra o di poco sotto la metà del consenso è sostanzialmente privo di consenso. Consenso è una massa critica che va -più o meno- dal 60% in su. Di contro, gli anti-sistema, com’è stato per il referendum italiano del 4 Dicembre, hanno senso solo come negazione alla tesi positiva. Poiché ogni società necessita di un sistema come ogni vertebrato di uno scheletro, essere contro un sistema non porta di conseguenza ad essere tutti a favore di un altro specifico ed alternativo sistema ed è per questo motivo che affermare che la partizione destra – sinistra non ha più senso è sbagliato. E’ giusto rispetto al negativo del rifiuto di un sistema in atto ma sbagliato rispetto a quello che lo dovrà sostituire.

Ortogonale, significa proprio che una partizione si sovrappone all’altra, non che la sostituisce, come negli assi cartesiani.
Il dato apocalittico del voto francese è ben esemplificato dalle risposte di auto-collocazione politica degli intervistati. L’unico a dichiarasi né di destra – né di sinistra è stato Macron ma solo il 17% del totale di coloro che così si auto-definiscono, lo hanno votato. Il 68% ha votato o per Le Pen (37) o Melénchon (16) o Altri (15 – Dupont-Aignan/Autres).

Ne consegue che la Francia è in transizione. Macron o meglio il sistema (che include Hamon e Fillon) deve ancora risolvere il problema non del secondo turno ma delle elezioni di Giugno e così va inquadrato il richiamo di Hollande “Attenzione, non è ancora finita” a calmare gli esuberanti spiriti festanti per lo scampato pericolo lepenista. Se con il giovane e sbiadito ologramma digitale di Macron, il sistema ha ottenuto ancora il 54% (e non senza anche lui polarizzarsi al suo interno che rimane altrettanto vario quanto quello apocalittico), cosa riuscirà a fare per il parlamento dove “monsieur novità” pare non abbia neanche un suo partito, un suo primo ministro ed una sua classe dirigente? Il pericolo “anatra zoppa” in parlamento è ancora ben vivo mentre quello del paese spaccato, turbolento e riottoso ad ogni riforma è certezza. Il termine della notte è ancora lontano, En Marche quindi, ma verso dove? (Link preso da Nicolò Scarano) : http://www.ipsos.fr/…/ipsos-sopra-steria_sociologie-des-ele…

23.4 L’ELITE POPULISTA. Se prendiamo la definizione di Wikipedia di populismo: “una relazione diretta, non tradizionale, tra le masse e il leader, che porta a quest’ultimo sia la fedeltà delle prime, sia il loro sostegno attivo nella sua ricerca del potere, e questo in funzione della capacità carismatica del leader di mobilitare la speranza e la fiducia delle masse nella rapida realizzazione delle loro aspettative sociali nel caso in cui egli acquisti un potere sufficiente” (G.Hemet, Les populisme dans le monde), come definiremmo un tizio che inventa un movimento un anno fa, senza storia né radicamento territoriale, senza quadri dirigenti, rappresentanza parlamentare, regionale, comunale, circoscrizionale, senza numero due o tre o quattro, con un programma generico, né di destra-né di sinistra e che si appella al modello della start up, una idea, tanta energia e chi mi ama mi segua? Al di là di Laclau e successivi approfondimenti su i quali Alessandro Visalli ci illuminerà, non è che le élite prima hanno imposto il brand (populista) ed ora ci ficcano dentro il prodotto (Macron)? Populismo di sistema. En Marche!

CRONACA N. 552 (19.04.17)

NE UCCIDE PIU’ L’IDEOLOGIA SBAGLIATA CHE LA COREA DEL NORD. Al 43° posto per aspettativa di vita (ONU), il Paese più relativamente ricco ed assolutamente potente del mondo, gli USA, vedono impennarsi le morti per fegato spappolato dall’alcol, dall’abuso di farmaci, droga, nella popolazione bianca che spesso sceglie questa lenta consunzione ma qualche volta -e sempre più spesso- il suicidio. Le condizioni economiche sono peggiorate anche tra le altre etnie ed anche in Europa quindi -da sole- non bastano a giustificare il fenomeno. E’ probabilmente un mélange di auto-condanna unita alla sanzione sociale dell’insopportabile fallimento a rendere invivibile la condizione. Il sogno americano rimane come motore immobile dell’immaginario sociale ma per molti non è perseguibile quindi la dissonanza “io non ce l’ho fatta” “tu non ce l’hai fatta”. La solitudine dell’individualismo competitivo fa il resto. La mancanza di comunità, solidarietà, condivisione permette che la mano invisibile premi con la ricchezza ed il potere sfarzoso i pochi e col rinunciare a vivere i molti. Alcuni entrano nelle statistiche quantitative morendo ma di più saranno in quelle qualitative che gli studiosi americani non possono fare perché “non scientifiche”, ora che i sociologi americani sono stati licenziati dagli economisti. Trump ha vinto con questi voti ed ha due anni di credito, poi anche lui verrà giudicato e credo che lo sappia molto bene….

CRONACA N. 551 (19.04.17)

NE UCCIDE PIU’ LA PAROLA CHE LA SPADA. Allora, il pallino in alto della cartina era la posizione della 3a flotta USA il giorno della dichiarazione che la voleva diretta verso la Corea de Nord, l’8 Aprile. Il pallino in basso, il 15 Aprile, il comandante della portaerei nucleare Carl Vincon, posta foto della posizione aggiornata ed era tra Giava e Sumatra. Doveva andare a nord, invece è andata dalla parte opposta perché doveva onorare programmate manovre congiunte con l’Australia. L’ha scoperto HP e NYT, poi oggi ne parla anche Rampini su Repubblica in taglio basso. In effetti, una flotta non è un ciclomotore con cui decidi all’improvviso di andare di qui o di lì, ci sono i tempi logistici, precedenti accordi, preparazioni. Trump quindi aveva necessità di alzare il clima minaccioso in un dato momento anche se in quel momento non poteva avere nulla con cui sostanziarlo. Ora la 3a flotta ha invertito finalmente la rotta e tra una settimana, pare, sarà da qualche parte del Pacifico nord occidentale. Arriverà quindi a due settimane dalle elezioni sudcoreane anche se i sudcoreani ed i giapponesi se la sono già fatta sotto e chissà cosa hanno concordato con il vice-presidente Pence che in effetti ha anticipato di qualche giorno il suo programmato viaggio da quelle parti. In effetti, anche la camorra ti avverte per tempo che se non paghi ti bruciano il ristorante…