CRONACHE DELL’ERA COMPLESSA

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CRONACA 719

GOVERNARE LA COMPLESSITA’ (1). Affrontiamo l’impegnativo tema con tre post in sequenza. Il primo, questo, parte dall’ultima fatica di Ian Bremmer, scienziato (?) politico, imprenditore, scrittore e giornalista, docente universitario, presidente di Eurasia Group, forse il maggior think tank globalista del mondo. Bremmer si distingue per capacità comunicativa inventando quelli che sembrano concetti, racchiusi in una definizione memorabile, incuriosente, sintetica.

Ad esempio la J Curve, una sorta di sbaffo alla Nike in cui nel lato minore ci sono società chiuse ma stabili, in basso società mezzo e mezzo massimamente instabili, sul braccio che si apre voluttuoso a salire e sale di più in stabilità rispetto alle società chiuse, le società aperte. Oppure il mondo G-zero ovvero il mondo in cui gli USA e l’Occidente non hanno più facoltà ordinative ma nessuno altro sembra in grado di sostituirle, da cui una certa confusione. A ciò consegue anche il concetto di Stato-Pivot, hub di relazioni di cui lo “stato x” è il centro così che tutti gli altri ne siano dipendenti. Ad un certo punto ha introdotto anche la “Weaponization of finance”, la grande finanza usata come arma nelle relazioni internazionali. Insomma se il mondo oggi è complesso, Bremmer ne è sicuramente uno dei più informati osservatori interessati, interessato anche perché vende i servizi di consulenza geopolitica e geoeconomico-finanziaria del suo Eurasia Group (New York, Londra, Tokyo, San Paolo, Singapore).

Bremmer ha rilasciato da poco l’edizione italiana per Egea (la versione editoriale della Bocconi) del suo “Noi contro Loro. Il fallimento del globalismo” (qui). Siamo nel filone del ripensamento globalista dei globalisti, una forma auto-coscienziale dei più intelligenti, laddove i più stupidi che sono di gran lunga di più sono immersi nella fase negazionista (il futuro sarà meraviglioso, non c’è nessun problema) seguiti dagli inconsapevoli quelli che proprio non sanno di cosa stanno parlando, purtroppo la massa critica.

Bremmer va giù di catastrofismo pare, “pare” perché il libro non l’ho letto anche se penso che mi toccherà leggerlo e vi dirò meglio. In breve, il mondo è sempre più tendenzialmente unificato ma composto di differenze, queste differenze invece di diventare varietà creativa, stanno diventando divisioni. “Noi” e “Loro” sono le partizioni dialettiche di altrettante contrapposizioni (una volta si sarebbe detto “di classe”, etniche, religiose, integrati vs precari, paesi dominanti-emersi-emergenti etc.), muri, insulti, incomprensioni, odi, frizioni e potenziali conflitti. Il tutto, immerso in un bagno di ansia che prelude a vere e proprie forme di paura conclamata, paura del futuro, dell’instabilità, dell’occlusione delle possibilità, dell’esclusione, dell’eccessivo stress. Dall’ansia alla paura ed a seguire la rabbia, la grande esplosione di rabbia è quello che ci dobbiamo aspettare.

La diagnosi finale pare disperata: la situazione è solo all’inizio e può solo peggiorare e peggiorerà. Infatti, all’orizzonte, si staglia minacciosa l’ondata di sostituzione del lavoro umano da parte del digitale e dell’automazione, la rottura -l’ennesima- del contratto sociale moderno (vendo il mio tempo, ottengo denaro, compro cose). Nel menù già tremebondo, pare manchino le note tragiche ambientaliste ma geopolitica, econo-finanza, sociologia, demografia ci sono tutte e già bastano.

Sarei curioso di sbirciare le ultime tre paginette quelle che di solito questi format dedicano alla prognosi, i buoni consigli che tanto non servono a niente e rimangono inascoltati. Cercando nelle recensioni non ne ho trovati menzione il che sarebbe curioso se fosse confermato, vorrebbe quasi dire che il dottore è davvero allarmato, figuriamoci i pazienti!

[Qui WSJ che non la prende bene: https://www.wsj.com/…/us-vs-them-review-the-haves-and-have-…]

CRONACA 718

20.07  IT’S THE POWER, STUPID! Sulla Terra siamo 7,5 miliardi e se vivessimo ancora come cacciatori e raccoglitori, il nostro fabbisogno energetico sarebbe di soli 100 watt ovvero circa 2000 calorie al giorno per persona. Ma mediamente, oggi, i 7,5 miliardi, consumano pro-capite 3000 watt giorno ovvero quello che avrebbero consumato 200 miliardi di cacciatori raccoglitori. In più, sembra che tutti vogliano migliorare le proprie condizioni di vita, personali e sistemiche, avendo grossomodo come modello, la vita media americana. Negli USA, ogni americano, consuma 100 volte il fabbisogno energetico di un cacciatore raccoglitore ovvero 11.000 watt che corrispondono al fabbisogno calorico del più grande animale del pianeta, la balenottera azzurra, quasi quattro volte la media mondiale.

Naturalmente, si potrebbe e si dovrebbe considerare l’alternativa delle energie rinnovabili per prender questa energia dello sviluppo e della crescita ma motivi di inerzia del sistema economico cosiddetto capitalistico intrecciato al sistema geopolitico, non permettono una presa di posizione politica forte in tale direzione. In pratica, stante che l’Europa non è un soggetto ma la somma raffazzonata di soggetti più piccoli e molto poco autonomi (autonomi in senso di piena sovranità politica delle scelte), la sola Cina avrebbe interesse in questo cambio di paradigma, al limite assieme all’India.

Il complesso USA – ARABIA SAUDITA – PETROMONARCHIE da una parte e RUSSIA – IRAN – VENEZUELA dall’altra con una corona di altri produttori che vanno dai brasiliani, ai norvegesi, a gli egiziani, a molti stati africani e le repubbliche centro-asiatiche, stanno tutti dalla parte del solido dominio delle energie fossili. Potenza politica ed interessi economici sia dei consumatori (aziende produttrici che non vogliono pagare incentivi alla trasformazione del paradigma), sia ovviamente dei potenti produttori, congiurano oggettivamente (cioè convergono anche senza fisicamente mettersi d’accordo) affinché l’energia di cui il mondo ha bisogno per vivere, riprodursi e crescere, rimanga quella di origine fossile.

Nel mio libro “Verso un mondo multipolare”, segnalavo che era del tutto evidente e financo esplicito che dietro l’eccentrico candidato Trump ci fosse l’industria petrolifera americana e quando una volta eletto Trump fece inaspettatamente Segretario di stato, Rex Tillerson ovvero l’ex CEO di ExxonMobil, la pistola fumò per chi aveva occhi per vedere. Poiché nel sistema “cane non mangia cane” o meglio non ci si mangia apertamente l’un l’altro davanti a gli occhi dell’opinione pubblica (sia mai che capisca come funzionano i giochi veri), nessuno segnalò il fatto, ma il fatto era lampante. Per quale altra ragione secondo voi un presidente andava a prendere un petroliere e non un diplomatico, un politico di lungo corso, un geopolitico o stratega delle relazioni internazionali, un funzionario del Dipartimento di stato? Proprio quel Tillerson che aveva comandato una joint venture russo-americana per l’estrazione di gas e petrolio nella penisola di Sakhalin, già firmatario di accordi Exxon-Putin e da sempre ed a nome della categoria, contrario alle sanzioni alla Russia?

La lotta interna a gli Stati Uniti (qui) non è solo quella tra Trump ed i liberali associati ai neocon, tra la tradizione nazionalista con disimpegno dai compiti imperiali ed i globalisti interventisti, è soprattutto quella tra l’economia delle cose e quella finanziaria, è quella tra coloro che prosperano sul capitale e basta e quelli che prosperano sul capitale che proviene e continuerà a provenire nella misura in cui gli Stati Uniti controllano direttamente o indirettamente l’energia che fa vivere e crescere il mondo, oggi e nei prossimi trenta anni ancora. It’s the power, stupid!

[Le cifre del primo paragrafo sono prese da “E’ tutta energia stupido!” nel quinto capitolo del libro di G. West, Scale, Mondadori, 2018]

CRONACA 717

20.07 IL LIBERALE TOTALITARIO: Ho finalmente capito quale perturbazione mentale hanno i liberali degli ultimi tempi, silenziano i neuroni specchio. i neuroni specchio sono quelle strutture cerebrali che si sono evolute per farci entrare in empatia con l’altro. Per questo andiamo al cinema e piangiamo per storie (inventate) di gente (che non conosciamo e probabilmente neanche esiste).

Qui VICE su piattaforma HBO, intervista i poveri Cohen e Mearsheimer, gli ultimi due eroici rappresentanti in America dell’impostazione a lungo tempo dominante nelle Relazioni Internazionali americane e mondiali: il realismo. Il realismo ha tradizione in Tucidide, Machiavelli, Hobbes, Napoleone, Lenin, Kissinger e molti altri, praticamente non c’è stato alcun altro standard nel campo che non fosse attenersi onestamente alla realtà. Poi ognuno, su quella realtà si faceva il suo disegno. Ma negli anni ’80, poi nei ’90 ecco spuntare fuori i liberali per i quali la realtà non è uno scenario comune nel quale competere o configgere col nemico, la realtà è la loro visione del mondo, mondo e visione del mondo diventano la stessa cosa.

Ad un certo punto, il giovane intervistatore s’indigna per il fatto per lui incredibile che alcuni paesi limitrofi alla Russia non possano chiedere di entrare nella NATO. E’ incredibile, ma perché “non possono”, dove nasce questa limitazione della libertà? Nella reciprocità nasce e la reciprocità è riconosciuta in tutto il mondo come l’unica norma etica universale, essendo regola aurea di ogni relazione umana.

Se il Messico fa un accordo militare con la Cina, questo è considerata (giustamente) un presupposto di aggressione dagli USA. Nel 1962, con analoga questione relativamente alla crisi dei missili di Cuba, si sfiorò la terza guerra mondiale. Un presidente americano rese noto al mondo nel 1823 che chiunque avesse avuto intenzione di venir a far casino non negli Stati Uniti ma nel continente americano, era come se attaccasse gli Stati Uniti stessi. E’ una delle più famose dottrine delle Relazioni Internazionali, la Dottrina Monroe.

I liberali non si mettono nei panni altrui, esistono solo loro e la loro libertà insindacabile, illimitabile, indiscutibile. Dato che non riconoscono l’altro, la sua specificità e punto di vista, sono esattamente il prototipo del loro presunto nemico concettuale: il totalitario. Il liberale ultima serie è un totalitario che ce l’ha fatta, ma non per molto ancora, spero. In genere, quando ti metti contro un dispositivo che è stato premiato dall’evoluzione, ti metti contro la vita e lì son cartacce.

CRONACA 716

20.07 SOLO NIXON POTEVA ANDARE IN CINA? Spock cita la frase senza punto interrogativo in Star Trek VI, come “vecchio proverbio vulcaniano” rivolgendosi a capitan Kirk per incentivarlo a promuovere un viaggio del cancelliere della Terra presso i Klingon, per avviare relazioni diplomatiche stabili ed in prospettiva, negoziati di pace.

L’espressione, che in America fa parte della cultura popolare, venne coniata dal leader dei democratici del Congresso, in una intervista, prima dell’inaspettato viaggio in Cina di Nixon del 1972. H. Kissinger, dicono carte oggi desecretate, pare cominciò a lavorare su segreti contatti con corrispondenti cinesi, già nel 1969, appena eletto consigliere alla sicurezza. Ci furono una serie di viaggi segreti, scappatelle al riparo degli occhi indiscreti del suo seguito durante dei viaggi ufficiali in Pakistan.

Seguì, a sorpresa, il contro segnale di Mao Zedong che colse al volo una storiella di primo contatto umano tra giocatori di ping pong cinesi ed americani nell’autobus che li trasportava per le rispettive partite ai mondiali che si tenevano in Giappone, invitando la squadra americana. Erano i primi americani, dopo le pantere nere, a metter piede in Cina dopo 22 anni di gelo assoluto. Seguì l’inaspettato viaggio di Nixon.

Appena atterrato a Pechino, Mao -pur malato- lo convocò per un breve incontro di un’ora. Nixon si fece accompagnare dal consigliere per la sicurezza (Kissinger) ma non dal Segretario di Stato a cui venne ordinato di rimanere in albergo. Ne seguì la normalizzazione della questione di Taiwan, il riconoscimento del primato militare navale degli americani nel Pacifico in chiave anti-sovietica, l’apertura di canali commerciali. Più in generale, l’evento è riportato negli annali della politica estera come capolavoro assoluto di diplomazia e strategia, incunearsi nelle storica diffidenza sino-russa che erano pur sempre gli unici due grandi paesi del mondo in cui vigeva il comunismo. Tutta la stampa americana seguì l’evento con stupefatto entusiasmo, i sondaggi d’opinione dettero un incredibile 56% di indice di approvazione ad un presidente per altro molto poco amato. L’anno dopo, Henry Kissinger ricevette il Nobel per la Pace.

A fatica ho trovato questa immagine ironica che sembra far paio con altre che oggi imperversano a commento e sbeffeggio della “new special relation” tra Trump e Putin, ma si tratta evidentemente di una ironia innocua e senza malizia.

Nixon non era Trump, gli anni ’70 del Novecento non erano i nostri tempi, Kissinger oggi ha più di novanta anni. Ma da Mackinder a Spykman, da Brzezinski a Kissinger, ogni geopolitico anglosassone o americano e non sa che l’asse sino-russo non deve saldarsi, altrimenti l’Europa segue in conseguenza e formatosi il blocco continentale del cuore della Terra, gli anglosassoni diventano periferia.

Ma la vera differenza tra i tempi di Nixon ed oggi è proprio che la politica estera americana non è fatta più dai presidenti coadiuvati degli strateghi geopolitici ma da un coacervo pulsionale di interessi egoisti di piccole parti tra loro saldate nel famoso “stato profondo” americano. Coacervo a sua volta centro di una sistema occidentale che giunge fino in Europa. Ogni forma di sistema di fenomeni del mondo ha la sua disciplina ed ogni disciplina ha la sua intelligenza, quella geopolitica è fortemente condizionata dalla geografia che com’è noto, non cambia nel tempo, per cui alcuni assunti generali come quello che va dai primi del ‘900 al suo ultimo rappresentante in vita per quanto assai vicino a morire, rimangono costanti. Von Clausewitz, pur essendo un militare, ammonì che la guerra altro non era che una appendice della politica, la guerra e più in generale il fatto militare, era strumento troppo delicato e complesso per esser lasciato nelle mani dei generali o delle banche d’affari o dei fondi d’investimento o dei giornalisti.

Ma noi non viviamo un’epoca intelligente, viviamo l’epoca in cui l’acqua dello stagno evapora ed ogni pesce cerca di ammazzare pubblicamente l’altro per accaparrarsi la sua quota di ossigeno. Oggi la geopolitica la fa il New York Times, l’economia la fa Wall Street, la cultura la fa 60 minutes e la torma di replicanti acefali che rilancia le vignette ironiche su Putin e Trump sul web. La storia, quindi, la fanno le varie mani invisibili che si strattonano le une con le altre mentre noi applaudiamo senza capire alcunché del gioco che davvero si sta giocando e del quale noi siamo la posta in gioco.

CRONACA 715

18.07  IL PROCESSO DEL LUNEDI’. Storica trasmissione televisiva eponima del calcio parlato rispetto a quello giocato. Così abbiamo avuto una partita a porte chiuse e che nessuno ha visto che si è tenuta ad Helsinki tra Trump e Putin ovvero le due squadre che rappresentano (Putin la Russia, Trump solo una parte degli Stati Uniti d’America) e l’indomani una pioggia di commenti, a gamma ampia tra l’entusiasmo, il contenuto, il deluso, l’arrabbiato, ma di cosa? Ovviamente il commento deriva dall’immagine di mondo del commentatore, il suo schieramento nella battaglia degli ordini interpretativi, il suo metodo d’analisi.

Quello che stupisce o forse non stupisce più, è che in sé il fatto diceva una semplice ed unica cosa: noi possiamo anche parlarci. Cito spesso Kissinger quando parlo di Trump perché non ci sono solo piste investigative del chi ha visto chi parlando di cosa, basta prendere quello che ha detto o diceva Kissinger, metterci accanto il comportamento di Trump e derivarne parallelismi o meno, io ne traggo spesso addirittura coincidenze. Kissinger perora da tempo (da molto tempo prima di Trump) un “ritorno della diplomazia”, ci ha scritto sopra anche libri per celebrarne il ruolo. La diplomazia è solo una condizione di possibilità, non dice chi cede cosa a chi, quando e perché, è solo strumento e stile di relazione internazionale.

In USA, il Deep State è talmente terrorizzato che la politica estera la faccia il presidente di turno (non importa quale), che ha spinto, spinge e continuerà a spingere affinché non ci sia alcuna trattativa, solo rapporti di forza. I rapporti di forza possono esser ben gestiti e sono pure convenienti in termini di potere e soldi per la struttura profonda, la diplomazia certo che no, non vanno mica quelli del Deep State a gli incontri. Non hanno mica potere di decidere alcunché, poi magari si ritrovano con qualche vantaggio economico che a loro non riguarda pagato con qualche concessione militare che invece loro riguarda e che fai?

Tra le cose ridicole che si possono leggere oggi un po’ qui ed un po’ là, c’è anche la sorpresa per il fatto che non si è saputo nulla della lunga lista di dossier connessi alle relazioni russo-americane: NATO, Baltico, Ucraina, Siria, Iran, vie della seta, gasdotti, politiche dell’energia, arsenale atomico, sanzioni etc.. Non so, cosa s’immaginavano che i due si incontrassero e dopo due orette avessero risolto l’universo mondo dei problemi?

Mah, certo che se fosse esistito il circo mediatico a Vestfalia (il racconto che fa Kissinger della lunga trattativa del tempo con corrieri a cavallo che ci mettevano giorni a collegare ambasciatori e cancellerie e quando tornavano a base la trattativa era tutta cambiata nei termini, è gustosissimo), era probabile che il vociare dei commentatori avrebbe pure fatto fallire i vari vertici, creando scompiglio nelle rispettive pubbliche opinioni e da lì nell’intera storia.

Come altresì avevamo annunciato, il comunicato finale era redatto e convenuto da giorni e dice solo una cosa: noi possiamo parlarci e ci parleremo. Tutto il resto è processo del lunedì.

CRONACA 714

17.07  PITE NATUFIANE. [QUI] Pita: uso del frumento ma anche altre farinacei e non, per fare pani bassi e non lievitati come si mangia in larga parte del Mediterraneo, a partire dalla Grecia.

Natufiani: tra 12.500 e 14.400 a.C. Ergo, cacciatori, raccoglitori e paninari, mica male come varietà di dieta. Usavano granoturco selvatico, lo curavano, questa è la prima forma, l’agricoltura antropizzata viene dopo. Molte analisi degli scheletri lungo il periodo che va da lì a 4000 e passa anni dopo quanto si introdusse l’agricoltura intenzionale, rivela un tracollo della varietà alimentare e conseguente abbassamento dell’altezza e fragilizzazione delle ossa. Non fu affatto una causa, fu una conseguenza.

E’ giorno particolarmente felice per chi, come me, pur non essendo -di questo come in nessuna altro- “-del ramo”, ha già scritto di questo da anni. I natufiani che si fanno pita e capretto, magari un po’ di cipolla, cetrioli e chissà cos’altro dei ricchi orti che avevano, quattordicimila anni fa (7 volte la storia “dopo Cristo” ma prima) mi riempiono di gioia immensa. Siamo sempre più antichi di quanto credessimo. Penso sia una golden rule, fin’ora ho ricevuto solo conferme.

Il problema era la demografia non l’innovazione del modo di produzione. Engels, che certo al suo tempo non poteva contare sul repertorio di scoperta con criteri scientifici che abbiamo oggi, la interpretò come la conferma della natura rivoluzionaria inconsapevole dei cambiamenti dei modi di produzione in seguito a “scoperte”. In effetti era quello il sistema ai tempi di Engels e reggeva ancora quando lo rilanciò Gordon Childe che lo immortalò nel concetto di “rivoluzione agricola”. Non ci fu alcuna invenzione ma solo il triste adattamento a quella, che la crescita della popolazione precedentemente e da altro causata, aveva fatto diventare un gruppo che per sostenersi di caccia e raccolta doveva proporzionatamente allargare il raggio del proprio territorio. Lì nasce la geopolitica ed, ahinoi, l’economia, lo scambio, la gerarchia, la politica e la cultura pubblica. I numeri contano.

CRONACA 713

17.07 L’ORDINE NUOVO. In geopolitica, l’ordine è la geometria delle relazioni, chi sta con chi in favore di cosa e contro cosa, quindi chi.

Dopo il summit di Helsinki ed il tour a tre tappe di Trump, il mainstream celebra non senza preoccupazione la fine dell’ordine post bellico, la fine di una fase di settanta anni. Il solo fatto sia durato settanta anni è di per sé eccezionale ed il fatto abbia resistito negli ultimi trenta, assai sintomatico. Sintomatico del fatto che i vincitori, gli Stati Uniti, abbiano a lungo recalcitrato a prender atto che quell’ordine rispondeva a tempi che non solo non erano più, ma andavano ad esser rimpiazzati da altri del tutto diversi.

Questo ordine si basava sulla preminenza del sistema occidentale, ordinato dagli Stati Uniti, contro prima l’URSS e poi la Russia perché l’ideologia c’entrava in parte e dopo il dissolvimento dei principi e delle idee (sistema sovietico e comunista) rimaneva pur sempre la geografia (sistema russo). L’assetto, prevedeva altresì l’amicizia tra Occidente ed Asia, non solo Giappone cooptato come la Germania già nel ’45, ma anche la Corea del Sud per la quale si fece comunque una guerra, le Filippine per le quali s’era fatta una guerra ai primi del Novecento, l’Indonesia di cui si condizionò a lungo la politica interna coi soliti metodi dell’ingerenza organizzata. Tralasciamo altri quadranti come il centro Asia, Medio Oriente ed Africa per ragioni di sintesi. Questo era l’ordine bipolare imperfetto.

Questo ordine crolla per molti versi spontaneamente trenta anni fa, per collasso del perno negativo, quello contro il quale, qualcuno in favore del quale, si erano tutti organizzati, l’Unione sovietica e con lei il perno ideologico che incarnava: l’anti-capitalismo. Il modo economico capitalista diventava allora un universale, sebbene con ruolo diverso paese per paese. Ordinatore primo per l’Occidente e gli USA, modo economico più o meno subalterno al politico per Russia e Cina ed a seguire con variazioni, per altri. In America, fanno fatica a capire che liberalismo economico e politico sono due cose distinte e si può avere moderatamente il primo senza avere per niente il secondo, per loro i due sono un sistema binario, gravitano naturalmente l’uno sull’altro, così è per loro e travisando il relativo con l’assoluto, così pensano sia in natura e quindi per tutti.

Nel 2001, gli USA e l’Occidente scoprono l’islam e incautamente incorporano la Cina nel WTO. Troppo complicata la faccenda islamica per trattarla qui. La cooptazione della Cina, invece, va spiegata non certo come una decisione geopolitica ma economica. Essendo ordinati dal principio economico, gli USA non s’avvedono del fatto che stavano portandosi in casa l’elefante, del resto gli economisti sono più idraulici che ingegneri, più bottegai che strateghi mentre imprenditori e rentier sono automi unidirezionati a far profitto, non importa come, con chi, a quale prezzo. Altresì, convinti di far simmenthal dei russi, incappano nella resistenza dell’apparato che imploso come una stella a neutroni, si compatta comunque intorno la propria geostoria: la russità.

Gli USA vanno d’inerzia spinti dalle forze dominanti i loro ultimi decenni di storia, ma a ben vedere anche i decenni -se non secoli- precedenti: conato semi-imperiale allacciato al liberalismo politico ed economico. Non s’avvedono però che il mondo è cambiato e che per paradosso, loro stessi l’hanno aiutato a cambiare.

Saltiamo all’oggi. Trump è il curatore fallimentare di questa non strategia, incarna in qualche “strano” modo la presa di coscienza che il mondo è prima politico, poi economico. Ridefinisce il nemico che diventa la Cina, nemico commerciale più che militare. Prova e proverà a ridefinire le alleanze che a questo punto invertono nel ruolo di alleato tattico la Cina di Nixon con la Russia di Putin, allentano i legami di solidarietà occidentale in quanto gli amici costano e sul piano economico più che amici diventano nemici e sottopone il suo Paese da un dura riformattazione economica, quindi sociale e politica al contempo.
La faccenda meriterebbe un articolo, spazio che qui non abbiamo.

Concludiamo con la fotografia attuale, un quadro che non ha più l’ordine conosciuto e si mette in cerca del nuovo. L’UE dopo il Canada, sta per firmare un nuovo trattato libero scambista col Giappone, mentre si è rimessa al tavolo per discutere di norme di scambio con la Cina, ripromettendosi addirittura di riscrivere le regole del WTO assieme. Degli asiatici che vanno verso una loro area sistemica detta RCEP abbiamo detto i giorni scorsi e così dei “pacifici” con il CP-TPP. Anche gli africani stanno provando a mettere in piedi una loro area interna e così Etiopia ed Eritrea trovano pure la forza di far pace dopo tanto sangue versato. I britannici travagliano tra hard e soft brexit ma brexit comunque sarà alla fine e da quel punto in poi (marzo anno prossimo), vedremo un nuovo attore assai birichino com’è loro tradizione. La Russia è oggi tutta sbilanciata verso Est ma è da vedere cosa succederà nei prossimi tempi quando Trump farà offerte per riportarla un po’ più verso Ovest o almeno in posizione terza. Certo è piena di gas e di terra, corteggiata di qui e di là, male non sta. Capitolo USA troppo complicato per scriverne qui, dipende molto anche dalle elezioni del prossimo novembre Per il momento l’America first, si sta tramutando nella solitudine dei numeri primi, ma è presto per dire come finirà.

Una cosa sembra certa, il secondo principio della termodinamica: una volta uscito dal tubetto, il dentifricio non può esser rimesso dentro se non utilizzando una sproporzionata quantità di energia che oggi nessuno ha. Ad ogni ordine finito, subentra un ordine nuovo e sul tipo di questo nuovo ordine abbiamo una sola certezza: sarà complesso.

CRONACA 712

16.07 DILEMMI CHE PORTANO DAL SONNELLINO AL COMA. Eugeny Morozov (qui) sferza le leadership europee dedite a “sonnellini pomeridiani lubrificati” (forse si riferisce a i portatori di sciatica?), domandandosi quale siano in prospettiva le chances europee nel campo delle nuove tecnologie. Tra USA e Cina, l’Europa è semplicemente tra i non pervenuti quanto ad investimenti significativi di ricerca e venture capitalism, su i nuovi settori avanzati. A tale proposito, si consideri un fatto. Noi parliamo di Europa, ma Europa è un aggregato statistico. Gli investimenti e le start up sono e rimangono nazionali poiché i brevetti sono nazionali o se hanno valenza int’le sono comunque sfruttati da questa o quella azienda nazionale. Immaginiamo un fondo italo-franco-tedesco che investe e produce un brevetto. E se lo sfruttamento di quel brevetto interessa o finanziariamente è possibile solo per i tedeschi cosa diranno francesi ed italiani che hanno finanziato un successo estero? Come la si gira torniamo sempre a bomba. O si fa uno Stato o si fa un mercato ma il mercato non ha né l’intelligenza, né la potenza di fuoco, né la definizione giuridica di uno Stato. Ma uno Stato europeo non si può fare. Tanto meno si può ipotizzare di esser competitivi contro USA e CIna partendo dalla dimensione nazionale. Quindi?

CRONACA 711

14.07  GEOMETRIE DI POTERE. Di sotto, l’immagine comparata del modello a rete (1) e quello “hub & spoke” (2). Quest’ultimo nasce in aeronautica civile moderna e stabilisce il “mozzo” come centrale di gran parte delle rotte di una area ed al contempo, base e sede dei servizi della compagnia aerea dominante.

In geopolitica, il modello “hub and spoke” (mozzo e raggi) è da lungo tempo bandiera di H. Kissinger ed è il non citato presupposto della strategia a cui si riferisce Trump. Ne consegue l’allergia per ogni formazione reticolare (o multilaterale) che non solo va rifiutata ma va proprio combattuta in quanto occorre creare il presupposto di quella dispersione per la quale gli USA ovvero l’HUB si pone al centro di relazioni variabili, ovvero i vari SPOKE, in cui ovviamente il soggetto più potente regola la relazione a piacimento, mette in competizione i vari soggetti subalterni, muove l’intera dinamica in maniera flessibile a suoi insindacabili fini.

La Cina, altresì, sta invece andando verso il primo modello, quello a rete. Che sia AIIB, SCO, RCEP, BeltRoadInitiative BRI, la Cina s’inscrive dentro reti.

C’è una preminenza astratta dell’un modello teorico sull’altro? No. E’ che gli USA sono il 4,5% della popolazione mondiale che fa ancora il 25% del Pil mondiale e quindi deve mantenere molto alta la sproporzione tra la relazioni che in via teorica dovrebbero esser orizzontali e reciproche. I costi delle reti multilateriali, (o meglio, alti costi per bassi rendimenti) sono oggi insostenibili nel nuovo ambiente competitivo, in più -caso Germania- rischiano di diventare incubatori di nuovi sfidanti o meglio, agenti del nuovo ordine a più poli.

La Cina, invece, col 17,5% della popolazione mondiale, fa ancora solo il 15% del Pil mondiale, ed ha tutto l’interesse a relazioni di condivisione. Ma la vera differenza è nel contesto. Gli USA sono molto sproporzionati sia considerati nel loro ambiente geografico naturale, sia ambientati nel sistema occidentale, sia ambientati in quello mondiale. I cinesi non solo sono e saranno ancora a lungo proporzionati, ma sono iscritti di natura in un ambiente geo-storico, l’Asia, nel quale c’è pluralità naturale, relativa distanza tra i più potenti ed i meno, percorsi più o meno sincronici di crescita di economia tradizionale (produzione e scambio).

La strategia USA come va valutata? Non la strategia ma la posizione USA ha due problemi strutturali irrisolvibili, non sempre nelle congiunture storiche i problemi sono risolvibili, ci sono presupposti insostenibili a volte (vedi Impero romano). I due presupposti insostenibili sono collegati e sono: 1) mantenere quella scandalosa sproporzione (di cui si noti poi la insostenibile distribuzione interna. Gli USA non solo sono scandalosamente ricchi e potenti ma altresì scandalosamente ineguali nella distribuzione interna di quella potenza e di quella ricchezza) tra la sua dimensione demografica e la sua dimensione economica e di potere generale sul resto del mondo; 2) solo i francobolli geopolitici baratterebbero autonomia con rendimenti residuali dati dalla posizione protetta dal gigante di cui si è satelliti. Nessuna tra le medie potenze nel mondo accetterebbe il modello “hub and spoke” quando ha la possibilità di partecipare ad un gioco collettivo reticolare che offre maggiori opportunità e minori vincoli.

Quindi gli Stati Uniti sono destinati a perdere potenza. In quale quantità, in quanto tempo, dipenderà dallo svolgimento del gioco. La Cina farà di tutto affinché gli USA perdano poco alla volta e per un tempo lungo, adattandosi goccia a goccia al suo -inevitabile- sgocciolamento di potenza. Se invece di uno sgocciolamento ci fosse un crollo della diga, potrebbe scoppiare una guerra.

Sarebbe anche interessante far considerazioni su un aspetto del “potere” che poco tempo fa era ritenuto, nelle mentalità liberali, assai importante, il soft power, versione americana dell’egemonia gramsciana. Si noti l’antipatia generale, diffusa e sempre più irritata che promanano le entità occidentali. Da gli USA/Trump, alla Germania ed alla Francia in ambito europeo. La Cina non sta affatto simpatica a nessuno e neanche sembra preoccuparsene più di tanto. Alla Cina basta offrire opportunità commerciali e di investimento, l’interesse concreto e pur limitatamente la fiducia reciproca, fanno miracoli. Sun Tzu invitava a valutare come prima variabile il contesto del conflitto, il contesto attuale è per lo più in favore dei cinesi.

Naturalmente, questo è la fotografia attuale. Quando tra trenta anni la Cina sarà super-massiva, la geometria potrebbe invertire le posizioni e le strategie. Ne riparleremo in seguito.

CRONACA 710

13.07 IL SOVRANISTA AD UNA DIMENSIONE: IL CASO “NATO”. La NATO nasce improvvisamente (dai francesi in giù nessuno ne sapeva niente a parte i britannici ed ovviamente gli americani) nel 1949. Solo nel 1955, i sovietici si decidono ad opporgli il Patto di Varsavia. Poi l’URSS collassa tra l’89 ed il ’91 e la NATO si espande ad est, cooptando i Paesi prima di area russa. Oggi colleziona 29 membri di cui 26 europei, due americani (USA e Canada) e -per il momento- i turchi. Quale interesse militare hanno in comune questi associati a quasi settanta anni dalla fondazione del patto? In effetti nessuno. A cosa serve l’imponente macchina con sede a Bruxelles se USA e Russia sono allacciate e rispettivamente bloccate dalla dottrina della Mutual Assured Distruction nucleare dagli anni’60? A nulla, se non a spendere soldi inutilmente.

Torna in ballo la più basica delle regole geopolitiche: la geografia. Davvero il Portogallo, la Spagna, la Francia e l’Italia debbono temere una invasione russa che non siano i suoi turisti? O la Grecia che è ortodossa come lo è la chiesa russa schierata a supporto di Putin? O forse questi Paesi farebbero meglio a farsi una forza navale per presidiare il loro mare (in cui si stanno scoprendo giacimenti di gas sempre più grandi) lanciandoci sopra la più naturale delle dottrine Monroe? O non converrebbe a questi euro-mediterranei ed a gli europei del nord, una bella iniziativa comune di cyber attacco più sterilizzazione finanziaria e contro spionaggio anti islamisti in vena di jihad? Ed anche infiltrarsi nel profondo del continente africano ad intercettare le reti di sostegno alle migrazioni forzate verso di noi che tanta confusione ci stanno creando? E non ci converrebbe davvero evitare di finanziare il già pingue complesso militare industriale statunitense e magari finanziarne uno nostro che si fa anche occupazione e si sviluppa magari anche un po’ di tecno-scienza dai positivi fall-out commerciali?

Ventotto paesi NATO contribuiscono esattamente per il 28% del suo budget complessivo, gli USA da soli per il 72%, dislocando qui armi, arsenali nucleari, aerei, navi e soldati che costituiscono il necessario esito della loro ipertrofia militare imperiale. Praticamente paghiamo una tassa imperiale senza averne alcun tornaconto visto che è sì un impero, ma informale. E i sovranisti dell’ultima ora non hanno nulla da dire a riguardo? Vale solo l’euro come impedimento all’esercizio del pieno potere politico territoriale? Un veloce ripassino di storia per rammentarsi che la sovranità nasce con l’imposizione di tasse per finanziare la forza armata che difende i confini del sistema, no?

Mi sa che noi la sovranità non siamo proprio in grado di pensarla. Carcerati nelle divisioni disciplinari, vediamo sempre e solo una dimensione per volta. Chissà, magari è proprio quello che vogliono gli americani, farci scappare dalla gabbia dell’euro per correre come topini nella gabbia del loro grande abbraccio. Felici magari di aver ritrovato la lira per poi convertirla in dollari per pagargli lo shale al +20% rispetto la gas russo, visto che avendoci protetto nella difficile guerra di indipendenza delle valute, certo dobbiamo restituire il favore diventando loro clientes. E che bello sarà poi vedere i loro F35 decollare dalle nostre terre per andare a bombardare l’Iran con cui invece potremmo fare affari e così ritrovarci il costo dell’energia raddoppiato visto che ci sarà uno shock nel mercato energetico, no? O magari a quel punto comprare il petrolio dai sauditi che sono poi proprio coloro che finanziano jihadisti e buona parte delle reti occulte di migrazione dall’Africa in cui stanno combattendo la loro lotta per l’espansione egemonica finanziando le guerre locali?

La prima sovranità è quella mentale dalla quale siamo per lo più, quasi tutti, drammaticamente lontani. Tra Merkel-Macron ed Orban-Salvini forse di dovremmo dare un terzo. Forse in tema di piani B sarebbe il caso di lasciar perdere il professor Savona e dare un occhio a quello di Mélenchon.

La sovranità si applica a cose che hanno più dimensioni, anche se nella nostra testa ce ne entra solo una alla volta.

CRONACA 709

12.07  LIBERALI AL TRAMONTO. Timothy Garton Ash, può annoverarsi nel gotha del pensiero liberale contemporaneo. Storico e giornalista, atlantista, globalista, europeista, cosmopolita, difensore di Soros, ovviamente anti-brexiters, Putin, Trump etc. Insomma è un tipo paradigmatico. Esce oggi su Rep: a pagamento un suo articolo che in realtà traduce questo del the Guardian (qui) che ha il vantaggio di esser gratis e facilmente reversibile in italica lingua con Google traduttore.

Lascerei perdere la sua impostazione in vista delle prossime elezioni europee di un fronte Merkel-Macron (Merkron) vs Orban-Salvini (Orbvini) ed analisi correlata. Trovo più interessante un altro aspetto. Repubblica, sintetizza il pezzo col titolo “L’Europa liberale da salvare” e l’occhiello che recita:
“I governi diano risposte a ineguaglianze insicurezza e bisogno di identità”.

La tesi è che il liberalismo ha vinto ma ora paga il prezzo delle sue vittorie, liberalizzazioni, europeizzazione e globalizzazione non sono pasti gratis ed ora si va all’incasso dei dividendi negativi. Sono un po’ le tesi del nostrano Calenda, non sono tutte rose e fiori, tocca gestire il genio della lampada prima che faccia altri guai. Secondo TGA, il problema migratorio in effetti non è tale ma ammette che sintomatologicamente, intacca problemi di identità nazionale che non si superano facilmente come nota guardando il fenomeno del tifo del campionato mondiale. Non si può certo affidarsi ad identità deboli di tipo transnazionale o sovranazionale, tocca rispolverare un forte senso di patriottismo civico (?). Peggio ancora il problema della sicurezza del lavoro visto ciò che già sappiamo della rutilante rivoluzione informatico digitale mangia-occupazione e quindi reddito, che vien dopo il tifone globalista. E questo poi a somma del’attuale conclamata irrefrenabile diseguaglianza che ormai è tema sdoganato perfino alle preoccupate assise del World Economic Forum e dei report FMI. Insomma, per questo figlio dell’élite britannica, si rischia “la strana morte dell’Inghilterra liberale di inizi ‘900” dopo il dominio post Rivoluzione industriale, anche lì i liberali vennero spazzati via dalla storia senza neanche un gemito di rimpianto.

Noterei due cose a commento. La prima è che la lista dei problemi non accenna se non in maniera molto liberale quindi leggera ed impalpabile, alle possibili soluzioni. A mio avviso, rimanendo in una mentalità liberale, quell’elenco di problemi pur onestamente esposti, è irrisolvibile. La seconda è il gioco in difesa. Non siamo nell’arena italica in cui prevale la criminalizzazione dell’avversario, il suo dileggio e pubblico ludibrio, nonché negazione assoluta dei suoi temi. I temi si comprendono, naturalmente per Ash le soluzioni populiste, nazionaliste ed insopportabilmente irrazionali non vanno bene, ma secondo Ash grave sarebbe per i liberali sottostimare i problemi dai quali nascono.

Così, nonostante l’insopportabile arroganza dei liberali nostrani che in effetti non avendo tradizione nazionale sono abbastanza patetici come tutti coloro che non nascono dentro un tronco culturale ricco e variegato ma ne prendono solo il fenomeno esteriore facendolo diventare cialtronaggine, è da notare questo clima da “qui butta male” ammesso da uno dei più illustri pasdaran dell’ideologia che ha dominato i nostri ultimi decenni. Schadenfreude? Non solo …

CRONACA 708

GEO-ECONOMIA PERCHE’ L’OMOGENEITA’ CONTA. Continua il processo di regionalizzazione rinforzata che seguirà la globalizzazione ingenua di prima fase. Siamo al nuovo meeting del Partenariato Economico Globale Regionale (RCEP) di cui alla cartina, che si è da poco tenuto a Tokyo. Siamo con metà della popolazione mondiale, un terzo di Pil mondiale (RCEP 31%, EU 21%), 16 paesi per altro già allacciati in altri accordi regionali, alcuni nel nuovo CP-TPP (ex TPP voluto da Obama da cui si è poi sfilato Trump), o nell’ ASEAN nei vari formati Plus Three, Plus Six. Insomma, in pratica il gigante cinese, indiano e giapponese con i vivaci satelliti coreano, vietnamita, indonesiano e l’inedita partecipazione degli anglosassoni australiani e neo zelandesi in attesa Londra termini le procedure di Brexit e si presenti per il ruolo banco-finanziario assieme a Singapore. Intanto, i russi guardano interessati per portargli energia. E’ l’area di indubbio maggior successo economico e prospettiva futura. Stanno trattando a tappe forzate per addivenire entro fine anno ad un accordo ampio, rinforzato e pienamente operativo. E’ lì il motore del mondo nuovo, un mondo “pacifico”?

CRONACA 707

11.07 TRUMP ON TOUR. Inizia il fantastico trittico del tour europeo di Donald Trump, NATO, UK, Putin. Commenteremo a seguire stante che su Putin non si saprà nulla della sostanza (colloqui privati, pare senza traduttore americano e quindi affidandosi a quello russo e pare pre-concordato comunicato pubblico che i due hanno già stabilito scambiandosi versioni diverse già i giorni scorsi), l’UK è in travaglio da Brexit soft-hard (eppure già si ventila un accordo di libero scambio a due) e la questione NATO che sappiamo già su cosa verterà e quindi aspettiamo più che altro di valutare la parte folkloristica dei tweet, delle faccette e dei toni di voce con cui verranno accompagnate le dichiarazioni tonanti. Tutto ciò salvo sorprese che il nostro è uso non far mancare mai per ribadire il suo punto di forza che oltre al possedere vari tipi di forze, si basa sull’imprevedibilità del come le userà.

Detto ciò, sarà bene ricordare alcune cose.

Trump sa che gli USA rimangono il soggetto geopolitico più forte, ma sa che più il tempo passa e meno questo vantaggio resisterà all’assalto. Una cosa non conviene a gli USA: mantenere la strategia multilaterale in cui gli USA si presentano come capobranco dell’aggregato occidentale. Tale aggregato porta vincoli, costi e limitazioni tattiche alla libera interpretazione dei giochi. In più, quanto a Germania ed euro, i partner occidentali sono più parassiti che partner. Quindi “rompete le righe”, ognun per sé, conoscenti sì ma amici proprio no. Quindi “divide et impera” con tre finalità precise: 1) sabotare l’UE che tanto si sabota già di suo; 2) presi uno per uno, gli europei sono pesi mosca e si possono strappare ottime condizioni sia di relazione commerciale, sia di protettorato militare (vedi pellegrinaggio di Conte e fine luglio); c) un mondo senza euro è un mondo con un 30% di spazio in più per il dollaro.

Trump vede una strategia bipolare a guerra fredda elevando la Cina a nuovo nemico principale da contenere con attriti vari in Asia, Sud America, Africa ed Europa, finanza etc.. Se Kissinger portò Nixon a Pechino dividendo l’asse comunista, Trump vuole fare esattamente lo stesso al contrario. Frenate le pulsioni drammaturgiche per cui i buoni non si divideranno mai contro il grande cattivo, il gioco non prevede affatto le categorie “buoni e cattivi” così come “amici-nemici”, è puro interesse nazionale. Eleggendo la Russia a mio amico contro il mio nemico, è solo una questione di contropartite e tempi. Entrambe le questioni non si giocano con immediatezza, sarà questione dei prossimi anni, non mesi. Poiché Putin è il socio debole dell’asse con la Cina ha tutto l’interesse a far sembrare di esser irresistibilmente corteggiato da un’amante. Detto ciò è tutto da vedere se e quanto cederà alle “scandalose offerte” che prima o poi gli arriveranno sul tavolo, probabilmente no ma mai dire mai.

Il nazionalismo commerciale di Trump viene da alcuni scambiato per tendenziale isolazionismo autarchico. Trump non è neo-liberista è iper-liberista. Purtroppo il iberismo ha il fatidico “fifty shades of grey” e molti fanno fatica a stare appresso alle sue variazioni. Trump è per un libero mercato completamente de-regolamentato e darwiniano, avendo il soggetto più grosso e potente, è per il kick-boxing in cui vale tutto ed il suo contrario, lì dove è in posizione di forza. Di contro, dove non è in posizione di forza come con la Cina, vale l’esatto contrario ovvero dazi, blocchi, muri e conflitto multilivello a media intensità passibile di oscillazione verso la bassa e l’alta a seconda delle convenienze e delle possibilità del momento e dell’argomento.

La grand strategy (militare) di Trump, prevedeva disimpegno dall’impegno di terra e nei vari micro-conflitti, fatto salvo l’investimento navale, atomico e nel nuovo livello elettronico. Se vuoi la pace prepara la guerra quindi, ma anche se prepari la guerra prima o poi è proprio ciò che otterrai (J.F.Maurice 1919). Una volta che gli USA saranno slegati dalle maggiori interdipendenze (non si può far guerra la proprio banchiere come diceva la Clinton, riferendosi alla Cina), non è detto che faranno guerra alla Cina ma a quel punto nulla lo impedirà.

Il nuovo ordine mondiale passa inevitabilmente per la distruzione del precedente, quindi se crollano i mercati perché volano dazi pesanti di qui e di là, se il petrolio s’impenna temendo la rissa nel Medio Oriente, se l’euro traballa lasciando sgomenti i banchieri centrali e non solo, tutto di guadagnato.

Il nemico (Trump) del mio nemico (Germania) è mio amico di regola, ma ricordatevi che tutto ha un costo, a breve, a medio, a lungo termine e senza potenza, in quanto servi, potrete solo scegliervi il padrone da servire, alle sue condizioni s’intende. Ed ora, godiamoci lo spettacolo.

CRONACA 706

FAGAN IN GRECO. Ringrazio moltissimo la mia traduttrice greca Ava Bulubassi per l’ingrato compito di rendere nella sua splendida lingua, un mio articolo per la rivista e-dromos, dall’immancabile titolo “Mondo multipolare. Geopolitica ed Europa”. La rivista la cui testata completa si traduce in -La strada della sinistra- colleziona “informazioni alternative e forum per il dialogo sui movimenti sociali e l’azione politica collettiva.” La filosofia della testata, è spiegata qui se il vostro traduttore automatico riesce a stare nei limiti del comprensibile …
https://www.e-dromos.gr/oi-katey8ynseis-kai-h-8ematologia-…/

CRONACA 705

07.07 PRIGIONIERI DELLA STORIA UNICA. Leggendo un saggio sul teorico e co-fondatore della disciplina delle Relazioni Internazionali Hans Morghentau (L. Zambernardi, I limiti della potenza, Il Mulino/Ricerca, 2010), padre del realismo moderno, rimasi colpito dal fatto che lo studioso italiano che si era letto anche la sua corrispondenza e non ricordo se anche i diari o insomma articoli vari ed ad ampio spettro dell’autore americano di origine tedesca, oltreché l’intera opera, sosteneva che a HM, delle relazioni internazionali, in realtà, non fregava poi così tanto.

Egli si riteneva invece un epistemologo (studioso della logica e dei metodi della conoscenza, per lo più scientifica ma è una faccenda complicata entrare nella definizione precisa) che si batteva contro quello che chiamava “il metodo della causa unica”. Contrario all’equivalenza tra scienze naturali e sociali, censore dell’oltretutto assai arretrata idea di metodo e verità scientifica legata alla scienza meccanica del XVIII secolo (quindi prima della rivoluzione mq e relatività), violentemente anti-scientista, inorridito dal comportamentismo americano, anti-riduzionista viscerale, precoce adepto dell’approccio complesso ossia a molte variabili intrecciate e non sempre tra loro in relazione di causa lineare, era che proprio nelle Relazioni Internazionali ovvero nell’oggetto della disciplina quindi la politica tra nazioni nel mondo, tutti questi temi metodologici prendevano una chiara configurazione in favore della sua critica.

Ma non volevo farvi due palle con questa questione. Era solo per introdurre il video della giovane e simpatica scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie, che ci parla di come veniamo imprigionati nella storia unica. Causa unica, storia unica, e state tranquilli che la realtà rimarrà ben lontana da ciò che pensate e dite. Buona visione.

[Se non parte di default, terzo bottone da destra in basso per attivare la tradizione simultanea in ITA]

CRONACA 704

HAI PAGATO LA QUOTA? Della serie piccole idee da segnare per un piano di rilancio della nostra esausta democrazia, mi sono sempre domandato perché non ritirare i diritti di cittadinanza (civili e politici) a chi non contribuisce al sistema comune, evadendo il pagamento degli oneri sociali.

In fondo una società, tra le tante cose, è anche quello che dice il termine ovvero l’unione a sistema del socius (compagno, amico, alleato), l’istituzione ha i suoi costi, tutti debbono contribuire oppure escono dall’associazione. Diritto di espatrio, diritto di voto, limitazione di alcuni diritti giudici, bisognerebbe parlarne coi giuristi.

Dispiace notare che ci sono arrivati gli americani, quanto di meno comunitario si rinviene nell’area occidentale (qui). Naturalmente, la pena andrebbe in relazione all’infrazione e quindi dovrebbe pienamente scattare da un certo livello in su. Anche perché, è facile che chi non paga tasse di un certo livello abbia un certo reddito e quindi abbia uno stile di vita che, come dire, si avvicina molto ad un certo cosmopolitismo. Questi cosmopoliti amano andare di qui e di là, per interessi e per diletto, salvo poi tornare a casa perché tutti abbiamo una casa culturale a cui tornare, il vero apolide -il privo di polis-, non è mai stato un individuo felice. Costringerli a far le vacanze ad Alassio o la settimana bianca al Terminillo, non sarebbe male, che ci fai di tutti quei soldi se non te li puoi godere? Noi poi, in quanto italiani, pur essendo popolo di navigatori, migranti ed esploratori, risentiamo più di altri della nostalgia della lontananza dal luogo di origine perché indubbiamente è uno dei migliori al mondo, almeno sul piano naturale.

Ovviamente si tratta di poco più che un principio, il mondo moderno offre troppe occasioni di evasione fiscale semi-legale e noi italiani non brilliamo per precisione ed inflessibilità nella raccolta fiscale viepiù ci si alza nella scala sociale. Secondo stime della Ca’ Foscari sono circa 40 miliardi l’anno di mancato introito, altro che reddito di cittadinanza. Ma secondo il Tax Research di Londra sarebbero anche quattro volte di più (evasione ed elusione) e secondo Eurispes ed Istat, includendo l’economia criminale, si arriverebbe anche a sette volte di più, addirittura 270 mld, cifre la cui metà all’incasso ci porterebbe subito ad un Paese che riprende corposi investimenti pubblici, istruzione e ricerca, migliorando l’output di servizio pubblico e si mette pure a ricomprare un po’ di debito pubblico estero.

Dispiace che nel mondo delle immagini di mondo si preferisca dilettarsi in massimi sistemi che quasi mai giungono ad effetti pratici e si ignori la base del contratto sociale democratico che nell’Antica Grecia, giungeva all’ostracismo per chi violava il contratto di cittadinanza.

Da noi la situazione è sempre grave ma non seria, quando comincerò a leggere contributi pubblici che vanno in questa direzione, riprenderò la speranza che in fondo ce la possiamo fare. Nel frattempo, continuiamo a dilettarci sul sovranismo, il monetarismo, l’uscita dal capitalismo, l’edificazione del mondo dei giusti, il buon sammaritano, l’aggiungi un posto a tavola che c’è un amico in più e il non c’è più destra, né sinistra. L’importante non è cambiare il mondo ma chiacchierarlo.

CRONACA 703

06.07 STANZA CINESE. Famoso argomento di un filosofo scettico (J.Searle) sulle potenzialità dell’AI. Si tratta della differenza tra sintassi e semantica, grammatica e significato. Mentre la prima è algoritmizzabile, il secondo è ancora un mistero sul come emerga dalla mente. Essendo ancora un mistero si dubita possa esser riprodotto visto che non si sa come funziona. L’argomento è del 1980, ha cioè trentotto anni, quasi quattro decenni in cui siamo stati bombardati da quanto sempre più intelligente è la “mente” artificiale. Non importa che fb manchi di intelligenza di contesto e rilevi dell’hate speech nella Dichiarazione d’Indipendenza americana censurandola (qui). Non importa cioè che
la macchina parli cinese ma non capisca ciò che dice. L’importante è continuare a ripeterci che l’intelligenza artificiale è intelligente anche quando questa è una dichiarazione artificiale. Capita quando il dogma è che il pensiero è informazione e l’informazione è calcolo.

CRONACA 702

05.07 AFFARI DEL SECOLO. Perdere italiani giovani (e non solo) magari diplomati e laureati (valore d’investimento pubblico di 90.000 euro nel primo caso tra 150 e 170.000 euro nel secondo, quello famigliare è inquantificabile) ed importare manovali esteri per lavoretti massacranti, precari e sottopagati. Astuta strategia del nostro “Sistema Paese”, espressione in voga qualche decennio fa oggi in disuso visto che qualsiasi riferimento sistemico al Paese è tacciato di sovranismo, nazionalismo, razzismo. Società aperta non importa quanto, dove, come ed a chi, non vorrete mica esser voi a determinare il sistema in cui vivete, no? Giù le mani dal vostro mondo, tuonava Agostino d’Ippona, ci pensa Dio! Questo milleseicento anni fa, oggi ci pensa la mano invisibile, perdio!

CRONACA 701

01.07  DO UT DES. Si sta chiarendo la composizione del pacchetto-dono con cui Trump si presenterà all’incontro di Helsinki con Putin il prossimo 16 Luglio (qui). Il vertice sarà anticipato dalla preparazione che ne faranno Pompeo e Lavrov, sarà il primo dopo lungo tempo, dovrà affrontare molte e spinose questioni quindi non ci può aspettare che in qualche ora si risolva tutto lo spettro di questioni sul tappeto. Altresì, come tutti i vertici, avrà la versione pubblica e quella privata. Quella pubblica dirà qualcosa a cui tengono i russi e qualcos’altro a cui tengono gli americani tipo le presunte interferenze russe sull’opinione pubblica americana, su quella privata che stenderà le linee di assetto del nuovo rapporto russo-americano, quindi la più succosa, ne sapremo poco.

Detto ciò, il pacchetto o parte del pacchetto dono con cui Trump si presenterà dal russo, sembra prevederà alcune cose precise. L’ipotesi di riammissione al G7/8 è poco probabile, sia per la reazione europea e britannica nello specifico, sia perché Putin non vuol mostrare internamente e soprattutto ai suoi nuovi partner cinesi, BRICS, SCO etc. di bramare una riammissione al tavolo occidentale foriero di un disimpegno su quello orientale. Potrebbe però spuntare dal cappello qualche coniglio tipo un G2 periodico istituzionalizzato.

Il congelamento delle esercitazioni militari congiunte NATO nel Baltico e nell’Europa dell’est invece sembra possibile. Nulla gira come info sul Donbass mentre il riconoscimento di fatto della Crimea russa è stato prima twittato, poi come la solito negato ufficialmente da Washington. Per altro, i russi, hanno fatto sapere che per loro questa non è una questione ma un fatto ormai archiviato e quindi non sia aspettano alcuna “approvazione” perché si sono già approvati da soli. Però, la faccenda è parte del contenzioso di cui alla sanzioni, sanzioni di cui si è prima promessa l’estensione per un nuovo anno, per poi confermarle solo per sei mesi. La questione attiene anche alle trattative tra UK-Europa ed USA, quindi forse non ci saranno novità ufficiali il 16, ma la tendenza sembra esser quella a risolvere il contenzioso di modo da riprendere gli scambi commerciali con la Russia.

Infine, sembra avviata la chiusura del dossier siriano (articolo al link), con i russi garanti degli equilibri tra Assad, Iran ed Israele, i jihadisti ormai alla frutta e l’YPG che rientra nella sovranità siriana, probabilmente con un futuro trattamento “federale”.

Seguiremo per nuovi particolari e soprattutto per scrutare l’ “ut des” russo che chi scrive, pensa non verrà annunciato pubblicamente ma praticato nei mesi successivi sotto forma di grande ondata di joint-venture tra le rispettive imprese petrolifere.

CRONACA 700

02.07 VARIABILI PICCANTI. Messico, con 117 milioni di abitanti (poco meno della somma di Italia e Francia) che saliranno a 130 milioni al 2050, il Paese è il secondo più popoloso dell’America latina, dopo il Brasile. 15° per Pil, è però 11° (giusto dietro l’Italia) per Pil procapite a parità di potere d’acquisto (PPP). Secondo PWC 2050 The Long View, il Messico sarà per PPP addirittura il 7° Paese al mondo, sopra Giappone, Germania, Gran Bretagna. Stiamo dunque parlando di un potenziale nuovo attore massivo del nuovo mondo multipolare.

A.M.L.Obrador, notizia del giorno, ha stravinto le elezioni presidenziali come previsto. Da vedere solo se avrà anche la maggioranza a Camera e Senato, ma ha comunque possibilità di formare una solida maggioranza. Ha iniziato la carriera politica nello stato messicano del Tabasco, salsa di media piccantezza, da cui il titolo del post. Carriera di questo popolare e pare assai bravo politico di razza che vuole stroncare corruzione endemica e potere dei narcos per liberare le energie sociali del suo Paese, li leggerete su i vari articoli che seguiranno sulla stampa, speriamo. Noi qui ci occupiamo di politica estera e quindi diamo alcuni cenni in merito.

Poiché però vedo già che l’italica stampa mainstream si occupa di politica estera come io mi occupo di ricette di cucina, diamo una prima breve miglior inquadrata politica. Obrador è notoriamente di sinistra, ma di che sinistra? Populista? Populista è una categoria dell’analisi politica giunta qui da noi in ritardo ed in senso spregiativo, ma origina da fine XIX secolo con due partiti-movimenti, uno russo e l’altro statunitense. La sua maggior incarnazione però è stata sud americana, dire populista e dire sud americano è omologo. Troverete dunque scritto sulla stampa master chef che il tipo è un derivato del populismo trumpiano (ma insomma, almeno cinque minuti su Wikipedia spendeteli prima di scrivere idiozie, a meno che non vi paghino proprio per scrivere idiozie), ed è una specie di Chavez o Fidel Castro. Sbagliato. Obrador ha rapporti con Mèlenchon e soprattutto con Corbyn, di cui dicono sia l’omologo messicano. Troverete anche la schifata definizione di “nazionalista”, ma se non sei un liberal-globalista la definizione è più un dato di default che propriamente una definizione. E veniamo alla probabile politica estera orientandoci geo-politicamente.

Ovest: il supposto Ministro degli Esteri del nuovo governo è un diplomatico di lungo corso che è stato a lungo in Europa, oggi ambasciatore in Danimarca. Intellettuale umanista e musicista, studioso di Oxford e Cambridge, con onorificenze spagnole, polacche, italiane e danesi. Unitamente ai contatti politici di Obrador, si può pensare ad un rapporto molto aperto e cordiale nei confronti dell’Europa.

Sud: Obrador spezza l’ondata di riflusso destrorso-neo liberista che ha investito l’America latina dopo i fallimenti di varia natura e ragione, dei governi della precedente ondata di sinistra. Vedremo se sarà in grado di costituire un nuovo modello di riferimento per l’area. Obrador ha un curriculum tecnico-politico di invidiabile spessore, è un signore di sessantacinque anni che ha amministrato a lungo una città di nove milioni di abitanti (praticamente la Svezia) e più che chiacchierare, fa cose. Ma non è il Sud America il primo target geopolitico di Obrador, è il Centro America che complessivamente è in termini di popolazione il 30% di quella messicana.

Est: il Messico fa parte del nuovo TPP da cui si sono sfilati gli Stati Uniti. Ma c’è un personaggio, Jesus Seade Kuri (uno dei principali economisti messicani), che occorre meglio inquadrare. Seade è il capo-delegazione che sta trattando la revisione del NAFTA. Ma Seade è anche legato a tripla mandata con il modo asiatico, cinese in particolare. Se ne traggano le dovute conseguenze …

Nord: e veniamo al problemone principale, i rapporti con gli USA e Trump. Impredicibile, al momento, capire come evolveranno. Obrador chiese una consulenza a Rudy Giuliani su come stroncare la malavita di Città del Messico, il tipo è pragmatico, almeno quanto il suo collega americano. Di contro, ha annunciato di voler trasformare i suoi 50 consolati in USA, in altrettanti centri di consulenza legale per tutelare i diritti dei suoi cittadini espatriati colà. Attenzione alla signora Alexandria Ocasio-Cortez, la giovane ed assai vivace ispanica del Bronx che ha maciullato un membro delle élite democratiche alle primarie di New York e che quasi sicuramente vincerà il seggio parlamentare a novembre. Non solo è un membro della fazione DSA (Democrats Socialist of America, Internazionale socialista), ma potrebbe diventare il riferimento per il sesto della popolazione americana di origini ispanico-latine, nonché di molti giovani, donne e sandersiani. Sempre a nord, si tenga conto della possibile naturale alleanza col Canada (naturale per via geo-politica, ovvero dove la geografia condiziona la politica).

Quindi, a chiudere, sono da seguire due cose: 1) quanto Obrador riuscirà internamente a portare avanti i suo programmi su cui ha ricevuto ampio mandato popolare e su cui quindi avrà la solita sporca, brutta e cattiva opposizione delle élite che a quelle latitudini sono abbastanza poco politically correct; 2) come riuscirà a gestire i rapporti con l’ingombrante vicino giocando ad ovest, sud ed est, per divincolarsi dai rapporti di forza con Trump a cui potrebbe far male e da cui potrebbe ricevere ancorpiù male.

CRONACA 699

01.07 GINEPRAIO. Folto gruppo di ginepri oppure in senso figurato “situazione confusa ed intricata”. Esempio: migranti e migrazioni.

1) I migranti (tutti i provenienti da Paesi extra-UE) sono troppi: FALSO. Pare siano in tutto un 5% della totale popolazione UE ma dal 1990 al 2017, il che per un sub-continente in stagnazione ed alcuni casi (Italia, Germania) in declino demografico, non è poi neanche un male.

2) I migranti vengono tutti da culture arretrate il che li fa sembrare più problematici del loro numero: FALSO. Quelli afro-asiatici-sud americani sono solo il 35% di quel 5% fatto 100 Sono cioè qualcosa come 325.000 l’anno (media dei diciassette anni) su un totale popolazione di 500 milioni, quindi lo 0,06 di nuova popolazione in più all’anno, l’1,6% circa nel totale periodo.

3) I migranti africani -quindi- non sono un problema per l’Italia: FALSO. Intorno al 70% dello specifico flusso che proviene dall’Africa è concentrato sull’Italia. Questo crea tre problemi: 1) Una questione di giustizia distributiva rispetto a gli altri Paesi europei; 2) Costi e problematica logistica di ricezione, gestione, inserimento in un Paese che non vive una felice stagione espansiva; 3) Questioni di specifico impatto culturale, soprattutto per i residuali che non vengono regolarizzati e ciononostante rimangono come popolazione ombra nella società.

4) Il fenomeno della migrazione africana è spontaneo, no è indotto: VERO E FALSO. Il fenomeno è in parte spontaneo per ragioni di esuberanza demografica, scarse opportunità locali (quando non conflitti o disgrazie ambientali se non procurate direttamente, quasi sempre create indirettamente da Paesi europei tra cui Francia, Belgio, Gran Bretagna o extra europei ma alleati del’Europa come USA e Paesi del Golfo), anagrafe molto giovane energetica ed intraprendente, fascinazione del modello occidentale. Impossibile pensare non si sia formata nel tempo una logistica di supporto al flusso fatta di piccoli interventi locali e qualche sostanzioso intervento esterno (ONG dal dubbio ruolo, grandi manipolatori geopolitici e geoeconomici). Lo spontaneo quindi è un “in potenza” che qualcuno e più d’uno aiuta a far diventare “in atto”. Per distrarci dagli “africani”, sarebbe interessante fare una inchiesta giornalistica su come fanno gli abitanti del Bangladesh (prendere cartina geografica e guardare dove si trova il Bangladesh) ad arrivare qui da noi, con telefonino e pronti subito a farsi imprenditori di frutta e verdura aperti h24.

5) Prima di tutto è un problema umanitario: FALSO. I problemi con umani dentro, sono tutti problemi umanitari, ma sono anche problemi economici, culturali, politici, geopolitici, sociali. Anche lasciare un anziano a vivere con 480 euro di pensione mese è un problema, ma non viene rubricato come problema umanitario. Certo, non è in gioco la vita o la morte (a volte sì, in termini di assistenza medica o cure), ma la dignità sì.

6) L’Italia è diventato un Paese odioso, inumano, razzista: FALSO. L’Italia è di gran lunga il primo contribuente assoluto del fondo europeo che investe in Africa per agire sulle cause profonde delle migrazioni e -come detto-, ha assorbito sino ad oggi, la gran parte di questo specifico flusso dell’Out of Africa. Un giro nelle banlieue o tendopoli come quella che si era formata a Calais in Francia o le tendopoli parigine ruspate non con baldanzose parole populiste ma con concreti caterpillar , consiglierebbero più prudenza nei giudizi.

7) I migranti potrebbero esser una risorsa invece di un problema: VERO. Ma con i vincoli di bilancio, le scarse risorse, la scarsa pianificazione ed organizzazione, la mancanza di conoscenza dei nostri specifici problemi demografici, contributivi, rapporti Centro-Enti locali, l’opportunità non può esser colta e si trasforma in problema.

… e si potrebbe continuare con l’esercito capitalistico di riserva, l’opportunità di integrare anche noi un Mbappé, l’insostenibile leggerezza delle teorie multiculturali, i contributi INPS e lo sbilancio dei prossimi anni, la gente che parla del fenomeno ma non ha mai preso l’autobus di una grande città avendone cioè percezione intellettuale e non sensibile, la differenza socio-culturale tra grande e piccola città, tra regioni industriali e regioni sottosviluppate, i costi della manodopera agricola, il protezionismo agricolo europeo, diamanti ed uranio oppure petrolio e armi, la tratta delle nigeriane, la mafia della chincaglieria cinese venduta da legioni di operatori commerciali di colore fuori legge, Conte sbeffeggiato a lettere cubitali e poi un trafiletto che dice che Merkel ha detto bugie su accordi che non aveva con cechi ed ungheresi solo per far star buono Seehofer, il mitico Macron, la società aperta e quella corta e molto altro.

Come più volte detto, il problema nella dimensione attuale è ridicolo se comparato con le dimensioni che prenderà nei prossimi anni, semplici osservazioni demografiche e politiche danno certezza che il fenomeno crescerà di intensità. Il paesaggio politico italiano ma ancorpiù europeo che dovrebbe fra fronte a questo fenomeno, i cui lati di opportunità e problematica sono intrecciati, è sconfortante. In settanta anni abbiamo costruito a malapena un mercato commerciale comune e negli ultimi meno di venti, una moneta con regolamento comune che non funziona, nonché una legge che ci permette di non mostrare i passaporti ma le carte d’identità alle frontiere, più qualche scambio di studenti universitari per sei mesi o nove. Dai migranti alla geopolitica, dalle politiche di Difesa e quelle fiscali, dalla democrazia alla cultura, rimaniamo 27 nazioni in potenziale conflitto più una che ha già abbandonato la finzione comunitaria. Intorno a questo dis-aggregato ruotano famelici gli USA, la Russia, la Cina, il Sud Est asiatico, le petromonarchie. I decisori politici hanno la loro nazione di appartenenza, hanno la loro ideologia e lobby di sostegno, rispondono ad elettorati che nulla hanno capito della complessa fase storica in cui sono capitati, strattonati da neo-nazisti, xenofobi, conservatori tradizionalisti, liberali dal “che problema c’è?”, anime belle perse in bolle valoriali assolute rigidamente separate dalla rugosità della realtà maleodorante, preti in cerca di nuovi adepti per infoltire le schiera combattenti delle fedi in eterna competizione, intellettuali che cercano il proprio quarto d’ora di gloria, giornalisti che percepiscono reddito a seconda della storiella che scrivono in favore o sfavore di questo o di quello.

Poi apri il giornale e scopri che la nuova corrida del giorno tra odiatori di migranti ed odiatori di odiatori di migranti è lo scontro Pearl Jan vs Rita Pavone e capisci che l’unica cosa che può salvarti dal ginepraio è la sua bacca, quel “botanical” che macerato dà il profumo all’incolore ed insapore distillato di orzo e frumento detto “gin”. Alla vostra salute!

[Prego gli eventuali commentatori di rimanere sul generale, affermazioni lapidarie come VERO o FALSO sono sempre relative, i dati riferiti li ho presi da fonte abbastanza credibile, ma la numerica precisa lasci il posto alla visione generale. Il senso della nota è “come stiamo affrontando un problema complesso?”]

CRONACA 698

LA DOTTRINA TRUMP (Con importanti novità su WTO e NATO). Come ho già avuto modo di raccontare, mi trovai all’indomani degli inaspettati risultati elettorali delle presidenziali USA del novembre 2016, a dover inserire velocemente una analisi su Trump nel mio libro che stava andando in stampa.

La visione di politica estera di Trump, era quasi tutta in una sola intervista al NYT, corroborata da qualche dichiarazione accessoria e da un minimo di ricerca sulla commissione esteri del suo staff di campagna, Bannon, e poco altro. Il problema di quella dottrina non era capirla, era accettarla (accettarla a livello di comprensione, facciamo gli analisti mica i tifosi) e giustificarla. In tutto questo tempo, permangono due ostacoli a questa giustificazione ed accettazione.

Il primo è la rimozione ampiamente condivisa da tutto l’Occidente di una realistica analisi dello scenario mondiale dal punto di vista USA, ad oggi ed in immediata prospettiva, diciamo 5-10 anni massimo.

La seconda è la battaglia politica che sembra coinvolgere ogni analista come recluta di un esercito o dell’altro, sospendendo la terzietà che dovrebbe segnare la posizione dello studioso.

Nell’allegato A) articolo di The Atlantic, una rivista seria, si leggono ancora delle incomprensibili ingenuità come il domandarsi se l’individuo semi-instabile e compulsivo che è alla Casa Bianca, è capace di riflessione e pensiero strategico, come se un Presidente fosse al contempo la sua lobby di sostegno, il suo staff, la sua area culturale di riferimento, il suo strategist ed il suo network di think tank ed anche il cover boy di se stesso. Questa personalizzazione della politica è un fenomeno che forse risale a quella storiografia anglosassone à la Burke, per la quale s’immagina che fenomeni ed eventi complessi, siano provocati, diretti e risolti da qualche “grande uomo del destino”. La dottrina Obama conosciuta come “Pivot to Asia”, risultava essere assunta e riassunta in una articolo di Foreign Policy di almeno tre anni prima che venisse pronunciata e quell’articolo non era di Obama, ma di Hillary Clinton. A sua volta, non si può certo immaginare la signora Clinton lì alla scrivania a scrivere e limare il testo dell’impegnativa strategia, ci sarà pur stato qualcuno, diciamo più d’uno, che ha elaborato quel testo, certo condividendolo con la presunta Autrice. Sembra vi siano ostacoli insormontabili a prender sul serio il come funziona il vertice politico di una iperpotenza come gli USA, il che non aiuta affatto a capire cosa farà, come e perché che poi dovrebbe essere il ruolo dell’analista. Forse rimpolpare le redazioni con qualche stratega in più e qualche esperto di psico-costume in meno, aiuterebbe. Ma non sia mai, poi magari finisce che ti devi privare del piacere di dar del cretino al lettore ricordandogli che lui è un analfabeta funzionale e che della “grandi cose” lui non capisce niente.

Tutto ciò detto e premesso, abbiamo due notizie. La prima B) è che col modello “faccio uscire uno spiffero-poi lo nego-vedo un po’ come butta-e poi lo faccio davvero”, è appunto uscito uno spiffero privato del Presidente che avrebbe annunciato ai suoi la volontà di ritirare gli USA, niente-po’-po’-di-meno-che dal WTO. Possibile?

La seconda (ringrazio Lorenzo Gio delle segnalazioni) è una lettera inviata da Trump al Primo ministro norvegese C) e D) che poi l’ha girata alla stampa e di cui -quindi- abbiamo contezza. Quasi sicuramente il norvegese non è stato l’unico a leggere nero su bianco che gli USA stanno per fare la voce grossa e qualcosa più che la sola voce, al vertice NATO del prossimo 11-12 luglio. Il tema è il famoso 2% di spesa contributiva al bilancio NATO che alcuni danno, altri si son ripromessi di raggiungere entro il 2024, altri ancora nicchiano, tra cui la Germania. Sembra anche, come qui già detto tempo fa, che anche questo fatidico 2% cominci ad esser ritenuto “il minimo” e non è detto venga rivisto al rialzo.

Cosa vuole raggiungere Trump? 1) T. vuole solo risparmiare su i costi NATO e farsi un tesoretto da investire nell’annunciato piano infrastrutturale interno che rilanci occupazione soprattutto in vista delle elezioni mid-term? 2) T. vuole usare la faccenda del 2% per punire con ulteriori sanzioni commerciali selettive alcuni tipo la Germania? 3) T. non sarà mai contento neanche del 2% perché in realtà vuole di più per vendere qualche arma in più ai partner? 4) O in prospettiva T vuole smantellare la NATO per come la conosciamo e riformularne assetti e missioni magari mettendosi a vendere “servizi di protezione” a singoli Paesi e poi “vendere” la novità a Putin aggiungendovi il riconoscimento della Crimea, qualche soluzione condivisa per il Donbass e la Siria ed ottenere in cambio una primo raffreddamento dell’asse Mosca-Pechino che è un punto decisivo della sua già annunciata dottrina, nonché corpose joint venture negli idrocarburi siberiani?

Chissà, vedremo. Tornando a The Atlantic, l’analista riferisce le risposte anonime di membri dello staff presidenziale ricevute a domande su quale fosse in sintesi lo slogan della presunta dottrina Trump. Mette così in classifica: 1) “We are America, Bitch!”; 2) La destabilizzazione permanente crea un vantaggio per gli USA; 3) “No Friends, No Enemies”. Due anni fa io scrissi la seconda e la terza ma con ordine invertito, la prima è puro folklore narrativo sul luogo comune trumpiano, buono per i lettori degli eventi come fossero un fumetto Marvel comics.

La dottrina Trump ha un nemico, la Cina. Rallentare lo sviluppo, l’egemonia e la crescita cinese, l’unico obiettivo sensato per chi deve fare una strategia a 10-20 anni per gli Stati Uniti d’America. Da ciò consegue il cercare di staccare il più possibile la Russia dalla Cina. Da ciò e non solo da ciò consegue far dell’Europa una marmellata con cui far colazione la mattina.

Secondo me quindi, alla fine si ritirerà dal WTO e modificherà in profondo l’assetto della NATO. Niente amici permanenti e niente nemici permanenti, solo alleati tattici come il prof. Conte che verrà lanciato in mondovisione con baci ed abbracci il prossimo 30 luglio. “Verso un mondo multipolare” s’intitolava il libro, non era una speranza io non faccio l’opinionista, era una fotografia.

A)https://www.theatlantic.com/…/a-senior-white-house-…/562511/

B)http://www.ansa.it/…/axios-trump-vuole-ritirarsi-dal-wto_15…

C)http://www.ilgiornale.it/…/vertice-nato-trump-invia-lettera…

D)https://www.axios.com/donald-trump-foreign-policy-europe-na…

CRONACA 697

FILOSOFI AL CAPEZZALE DELLA SINISTRA 1 e 2.

1) Michael Walzer è uno dei più famosi, sebbene un po’ eccentrico rispetto a gli ambienti mainstream, filosofi politici americani. Avvicinato non senza problemi di effettiva coincidenza con la sfera “comunitaria” dei MacIntyre e Sandel, professore a Princeton, per quaranta anni direttore della rivista trimestrale di teoria politica Dissent (di origine socialista democratica, ospita contributi di marxisti umanisti ed eterodossi, femministe radicali, democratici radicali oltre ai socialdemocratici propriamente detti come Walzer e Rorty) è particolarmente noto per lavori sulla “guerra giusta” e sul concetto di uguaglianza nella giustizia (Sfere di giustizia, Laterza 2008) o “uguaglianza complessa”.

Qui viene intervistato (da la Stampa) a proposito dell’uscita del suo nuovo libro “A Foreign Policy for the Left” (Yale UP, 2018), in cui sembra denunciare proprio nella mancanza di una visione di politica estera o mondiale, la mancanza di logica e presenza di una immagine di mondo di sinistra (… la sinistra non ha riflettuto seriamente sull’ uso della forza all’ estero, i rifugiati e le migrazioni: ha infilato una lunga serie di fallimenti nel ragionare con realismo su come funziona il mondo).

In conclusione, questa la sua ricetta curativa per la sinistra (sopratutto americana) dal pensiero devastato: “La sinistra deve trovare un’alternativa al neoliberismo, parlare alle classi disagiate, garantire ai bianchi che non saranno abbandonati anche se diventeranno minoranza, non cedere su identità e diritti, essere realista su politica estera e sicurezza, ricordare gli studi di tutti i sociologi che dimostrano come nei quartieri con più immigrati la criminalità è più bassa, ma nello stesso tempo accettare il principio di controllare gli arrivi. Senza questo, continuerà a perdere.”.

Se ne dà conto così per ampliare le conoscenze, siamo pur sempre ad un punto di vista “americano”, sebbene la denuncia della storica mancanza di realismo e visione del mondo ad alta risoluzione (quindi con le religioni, le etnie, le varie tradizioni, la geografia, la storia, l’antropologia e tutto ciò che è fuori la monotonia dell’analisi di classe), la trovo interessante.

Se non altro c’è qualcuno dotato di neuroni attivi che si prende la responsabilità di capire cosa è andato storto invece di invocare l’analfabetismo funzionale, gli hacker russi, la manipolazione di Internet coi quali ci si diletta qui ai confini della realtà …

2) Un davvero ottimo Carlo Galli  https://ragionipolitiche.wordpress.com/2018/06/29/sulla-sinistra-rossobruna/amp/

CRONACA 696

LA BOTTEGA MESSICANA. Domenica dovrebbe esser eletto Presidente del Mexico, A.M.L. Obrador che in castigliano, pare significhi appunto “laboratorio artigianale”. Storico sindaco della capitale, “Più vicino a Chávez e a Morales che a Mujica o a Lula, con forti dosi di retorica antipolitica e giustizialista” recita l’articolo allegato (qui e poi qui).

Insomma, dopo l’ondata centro-sud americana di sinistra e dopo la contro-ondata di destra, ora potrebbe esser la volta di un nuovo contro-contro ciclo dicono alcuni analisti. Non so, certo è che è una novità decisiva per il Mexico ed il Mexico è e sempre più sarà un Paese strategico dell’area, un Paese che non è vicino a gli USA, confina. Potrebbe esser l’inizio di un nuovo equilibrio per il continente americano, da seguire con attenzione …

CRONACA 695

L’EUROPA TRA FISICA E METAFISICA. Sul tema “Europa” ha a lungo dominato la metafisica espressasi in due versioni, quella del mercato che tutto e tutti unisce e quella del “sogno di una cosa” o di una casa, comune, per tutte le genti del tormentato sub-continente. Il mercato, per altro, è anche un fatto ma si sta dimostrando che non è un fatto sufficiente per farci base per la costruzione della casa. Addirittura si potrebbe notare che in effetti gli scambi di mercato migliori sono quelli tra dissimili mentre per fare casa comune occorre un qualche pregresso “in comune” che di solito si trova tra simili. Tant’è che l’UE è a 28 ed a tratti, c’è pure chi aveva vagheggiato una inclusione dei turchi o degli israeliani o degli egiziani. Fare un mercato ha logica del tutto diverse da quelle che governano la costruzioni di stati, ed una cosa è certa: fare una casa comune è fare, in prospettiva, uno Stato.

Fino a qualche mese fa, pochi mesi fa, il dibattito era ancora governato dalla metafisica, opinioni in libera uscita su chi la voleva cruda e chi la voleva cotta, asini che volevano come gli Stati Uniti d’Europa, ferrei paradigmi economicisti o meglio, monetari, diarchia regnante un po’ a Parigi, un po’ di più a Berlino.

Ma ecco che irrompono due fatti concreti. Il primo è la serie a ripetizione degli attacchi di Trump: dazi sull’export, liaison con gli euro-orientali, datemi più soldi per la NATO, richiamate i russi al tavolo, special relation con il nuovo governo italiano. Il secondo è la stagionale questione migratoria che nella sua ricorsiva manifestazione non ha nulla di nuovo, ma che ha incontrato una nuova variabile di quadro: l’Italia che chiude i porti ed apre le discussioni.

I fatti concreti dissolvono le nebbie della metafisica europeista e fanno precipitare il tema sulla fisica. E con la fisica, torna la geografia che abitata da genti è sempre geostoria. Nel nuovo contesto l’unità metodologica torna ad essere lo Stato, l’istituzione della sovranità giuridica-fiscale-militare che un popolo ha su un territorio. Una istituzione umana che ha appena cinquemila anni, forse seimila, e che i metafisici di varia estrazione, quelli liberali e quelli marxisti, avevano liquidato con la tipica leggerezza di chi confonde le parole con le cose, gli universali coi particolari, l’idea con il “tode tì” (il “questo qui”, il concreto, la sostanza per Aristotele).

E con gli Stati tornano le interrelazioni tra Stati su base geostorica: i britannici che, pragmatici ed empirici, per primi hanno dato il via al ritorno ordinativo della fisica; i nove di Bucarest non russi e non euro-occidentali con sogni ancora vaghi e per altro neanche coincidenti tra Intermarium e Trimarium; la Lega anseatica degli euro-nordici un po’ germani, un po’ scandinavi; i latino-mediterranei richiamati dalla comune condizione di dirimpettai all’Africa a condividere problemi e quindi anche a convenire le soluzioni.

Certo, le cose non sono mai nitide come vorremmo, transitano e fanno i conti con l’attrito delle contraddizioni e delle rispettive complessità. Tra i britannici c’è chi vorrebbe mantenere il mercato comune con gli europei, tra gli euro-orientali c’è chi odia i russi e chi no, tra i nordici c’è chi come Merkel e la SPD s’incupiscono all’idea del non realizzo del sogno europeo germano-centrico. Poi, tra gli euro-sud, c’è il povero Macron che è in un gran bel pasticcio tra la tradizione del trattato dell’Eliseo, la grandeur, l’asse FN-Lega, egoistici interessi africani, la prospettiva di un riproporsi della questione corsa ed il mandato di leader dell’internazionale liberale che lo vuole a capo dell’asse Ciudadanos-Renzi per tornare alla metafisica del mercato.

Ma se le cose non sono nitide in fotografia, diventano più chiare nel film ed il film sta cambiando il registro tra il primo ed il secondo tempo: svaniscono gli enti metafisici e torna a dettar il contesto di riferimento per tutti, la concreta realtà. Penso sia un bene, anche se a molti sembrerà diversamente.

CRONACA 694

28.06 LA SOCIETA’ LUNGA ED I SUOI AMICI. Mi lamentavo -di recente- della mancanza di quella base di fotografia sociale il cui riferimento più illustre risale al Saggio sulle classi sociali pubblicato da Paolo Sylos Labini nel 1974. Mi sbagliavo.

Qualcosa c’è ed è il Rapporto 2017 dell’ISTAT a cui fa seguito quello postato ieri specifico sulla povertà (assoluta e relativa) in Italia. E’ una autentica miniera e passerò i prossimi giorni a spulciarmelo. Forse scrivere qualche articolo in meno su i Big Data e leggersi qualche Rapporto con i Big Data dentro, aiuterebbe tutti. Io adoro le statistiche, s’imparano un sacco di cose sulla realtà ed inoltre, in epoca di iperinflazione delle analisi qualitative che se ne vanno per conto loro mischiando indifferentemente fenomeni macro e micro, trend e consolidati, numerare-pesare-misurare le componenti ed i fenomeni sociali, oltretutto messi in dinamica nel trend degli ultimi anni, aiuta a mantenere ancorato il discorso al come il mondo è e non a come ci sembra sia, in base all’idea che ognuno di noi si fa in testa nel privé della sua immagine di mondo.

Troppe cose andrebbero riprese e sottolineate, siamo su un post di fb e quindi abbiamo una pallottola sola da sparare. Decidiamo di spararla su questa chart: dal 2014 al 2017 (4 anni), le famiglie in povertà assoluta e relativa sono aumentate costantemente, con un balzo relativo all’anno scorso, di un +20% comparando il 2017 al 2014.

Non va meglio nei cluster superiori a questi, c’è la già nota frana verso il basso che caratterizza i nostri tempi. La società si sta continuamente allungando, perde la sua compattezza, i ricchi abbandonano la nave sociale e fanno ciao – ciao con la manina a chi rimane sul Titanic. Si tenga conto del fatto che una società che frana verso la povertà, restringe la capacità di spesa complessiva e quindi grippa l’intero meccanismo economico.

Ora, a questo punto, il mondo del “che fare?” si divide in tre:

1) Crescita! Bisogna tornare a far crescere il volume economico che trascinerà in alto tutta la società. Sul come farlo c’è il deserto e comunque tempo che ci prova e ci si riesce (ammesso, ma decisamente non concesso), siamo tutti morti.

2) Socialismo! Bisogna uscire dal capitalismo e convertirsi ad un nuovo modo di produzione che porta ad una nuova forma di società. Sul come farlo c’è il deserto e comunque tempo che ci prova e ci si riesce (ammesso, ma decisamente non concesso), siamo tutti morti.

3) Ridistribuzione! Bisogna trovare il modo di prendere i soldi dai quintili superiori e darli in qualche misura e modo ai quintili inferiori. Sul come farlo c’è il deserto ma comunque è l’unica cosa che in teoria si può fare presto, con effetti immediati.

In effetti le tre opzioni non sono concorrenti. La terza è l’unica in grado di dar risultati sensibili nel breve termine. Nulla esclude che, guadagnando tempo, poi ci si dedichi alla prima e/o alla seconda, ma dedicarsi solo a queste non risolve l’inerzia verso il negativo della frana sociale. E l’inerzia verso il negativo della frana sociale è l’humus di eventi politici ben peggiori di quelli in atto.

CRONACA 693

27.06  CECITA’ ISTERICA. Fenomeno per il quale si nega la percezione diretta del reale al punto da elaborare un inconscio sabotaggio della funzione visiva primaria.

Il giorno prima l’Istat comunica che nel 2017 in Italia gli individui in stato di povertà assoluta sono 5 milioni mentre gli individui in stato di povertà relativa sono 9 milioni (spesa media mensile da 1080 euro in giù, per due persone). Sommati, sono “appena” un quarto del Paese.

Il giorno dopo Calenda pensa di curare il triste declino del centro-sinistra lanciando l’astuta idea di superare il PD in favore di un Fronte Repubblicano.

Addio, non li ripigliamo più …

CRONACA 692

LONDRA, NATO , PUTIN. Luglio caldo per le relazioni internazionali. Trump pare visiterà finalmente Londra, Londra che ha annunciato di aver ricevuto il Royal Consent (l’approvazione ufficiale della regina) per il già approvato dai due rami parlamentari disegno di legge che fa diventare Brexit un percorso obbligato che si chiuderà ufficialmente ed inderogabilmente il prossimo 29 marzo. Nove mesi quindi alla liberazione britannica nel mentre Londra sta già trattando l’entrata nel nuovo TPP e pare abbia anche firmato una intesa per lo sviluppo di un nuovo bombardiere strategico con Erdogan a cui May ha fatto gli auguri e dato i complimenti per il successo elettorale arrivando solo di un pelo dopo Putin e Rohani.

Corsa contro il tempo per gli eventuali sussulti referendari del ripensamento dell’ultima ora. Non sono un giurista ma ad occhio, mi sa che queste notizie su un improbabile nuovo referendum, facciano più parte della dialettica politica interna al Regno, che esser una concreta opzione. Londra tornerà un vascello pirata, contateci.

Londra verrà dopo la riunione NATO in cui ci si aspetta il Trump tonante con la inderogabile pretesa del famoso 2% di Pil di contributo alle spese della confederazione militare. Si vocifera che l’Italia avrà uno sconto per via dei costi indiretti di ospitalità a Napoli e non solo, un modo garbato per fare figli e figliocci della complicata famiglia degli euro-occidentali. Tra NATO, forza militare europea, nuova “force de frappe” a nove (di cui abbiamo già dato notizia nel post su i francesi) promossa da Macron e le grandi manovre per gli assetti produttivo-industriali del settore armi e difesa degli europei, i conti non quadrano: troppi impegni per poche sostanze da investire. Qualcuno dovrà fare marcia indietro, si accettano scommesse sul chi.

Infine, pare proprio si farà l’incontro Trump – Putin, il 15, pare a Vienna ma c’è ancora chi scommette su Helsinki. La nuova geopolitica trumpiana procede a tappe regolari e forzate, ad allora mancheranno solo quattro mesi alle elezioni di mid-term.

CRONACA 691

UN PO’ DI SANO OTTIMISMO!. Pare dicesse Agatha Christie: «Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza,ma tre indizi fanno una prova». Possibile? Lo ritengono 15.000 scienziati che lanciano un nuovo allarme dopo quello storico del 1992. Di seguito l’articolo sulla notizia (qui) e quello pubblicato su BioScience (qui), nell’immagine alcuni “indizi”.

 

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