CRONACHE DELL’ERA COMPLESSA

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CRONACA 797

QUADRILATERI POLITICI. “Politici” qui sta per polis, sistema della convivenza di una data comunità. Si pone la questione politica della transizione ambientale. Come ogni transizione ovvero cambiamento da un dato stato ad un altro, c’è un costo. Il costo è dato dal fatto che qualche pezzo di società avrà perdite dal cambiamento di stato in favore di un altro pezzo ma più ampiamente in favore di un maggior bene generale.

Il quadrilatero politico è dato da quattro parti della polis che si contendono vantaggi e svantaggi della convivenza comune, della gestione dello stato di cose e del suo cambiamento, voluto o subìto. C’è lo stato ed il suo governo, c’è l’economia, c’è il popolo diviso però tra una strato in genere minoritario di superiori ed uno più ampio di inferiori. Quest’ultima divisione è consustanziale la nascita delle società complesse cinquemila anni fa, chi s’illude esso sia un portato del moderno e del capitalismo elude la natura storica della gerarchia sociale, scambia una polmonite per un raffreddore, un effetto per una causa.

Un giorno un governo decide di incentivare l’acquisto di un certo tipo di auto in favore della moderazione ambientale ed in sfavore dei produttori di auto tradizionali (tralasciate l’aspetto tecnico della faccenda per il quale, secondo alcuni, non ci sarebbe poi questo gran vantaggio). Il produttore di auto tradizionali minaccia di ritirare gli investimenti in quel dato paese, quindi meno occupazione. L’élite ovvero lo strato superiore, impegnato non sull’argomento ma più in generale contro il governo per altre ragioni, sfrutta la contraddizione per dire che il governo segue chimere ideologiche (il bene ambientale) in sfavore del bene concreto (investimenti, occupazione). Lo strato inferiore, il “popolo” si trova davanti al bivio: ambiente o lavoro?

Inutile prendersela col produttore, il produttore fa il suo mestiere come meglio crede, in più come ogni produttore oggi, può scegliere liberamente di andar a sviluppare il suo business dove trova le migliori condizioni di possibilità. Lo stato, avendo facoltà di spesa, qui come in altri casi, potrebbe far da ammortizzatore investendo da qualche parte ad esempio sempre a fini ambientali di modo da compensare i minori investimenti privati con quelli pubblici. Ma il governo non ha facoltà di spesa perché incastrato in un sistema di multiproprietà monetaria il cui regolamento impedisce l’ingaggio diretto dello stato in ciò che è riservato al mercato. Le élite che pure un settimana fa scrivevano su questo stesso giornale articoli contro-intuitivi in favore dell’eco-tassa francese non su futuri acquisti ma addirittura sul possesso, motivando la posizione con l’afflato ad aspirazioni ideali nobili e progressiste, ora (qui) specula sulla contraddizione dicendo al popolo: vedi in che situazione ti mettono quelli che hai votato? L’ecobonus infatti è detto “grillino” come sinonimo di incompetenza, velleitarismo, irrealismo.

Sempre della serie variabili fisse e mobili, il quadrilatero, così come è impostato, non ha soluzione. Si dovrebbe muovere qualche variabile, ad esempio annullare la globalizzazione ma pare improbabile. In più l’azienda in questione è americana sebbene la famiglia proprietaria sia italiana ed investa parte dei profitti in favore di uno dei maggiori operatori del soft power anestetico-sociale, la squadra di calcio più amata dagli italiani. Si potrebbe allora invocare la facoltà di spesa dello stato ma ciò comporterebbe l’uscita dal sistema monetario, operazione che ha molto problemi e molte controindicazioni, tra cui elevatissimi costi, indovinate pagati da chi? Si potrebbe invocare una patrimoniale per le élite, un tesoretto da impiegare qui come altrove per gestire vari problemi di transizione (tra cui abbassare il debito pubblico che ulteriormente restringe le possibilità di spesa dello stato) ma nessuno pare abbia forza politica da mobilitare per la bisogna.

Rimane quindi il popolo al suo bivio con perdite distribuite su entrambi i corni del dilemma, perdite che pagherà lui comunque perché il peggioramento ambientale riguarderà lui più di altri per varie ragioni e perché la minor occupazione -di nuovo- riguarderà il suo livello di vita stante che lo stato continuerà a pretendere le sue tasse, l’economia i suoi profitti e l’élite i suoi privilegi.

La transizione all’era complessa avanzerà mille e mille di questi dilemmi. Se del quadrilatero continueremo a tener fisse tre variabili, la quarta pagherà tutti i costi di transizione che saranno molto, molto alti.

Problema: qual è la prima condizione di possibilità che apre a qualsivoglia modifica di questo stato di cose ovvero modifica del quadrilatero politico?

CRONACA 796

LES NOEUDS VIENNENT AU PEIGNE. (tipo: i nodi vengono al pettine). Il day after del discorso di Macron segna una serie di traiettorie.

Sondaggio Ondoxa per Le Figaro e france.info, dà un 60% di francesi “non convinti”. Alcuni gilet gialli dicono che continueranno la mobilitazione, i blocchi in effetti continuano, così alcune mobilitazioni di categoria, i liceali oggi hanno manifestato in maggior numero che la settimana scorsa. L’inerzia sociale è dura da smuovere ma poi è anche difficile da frenare una volta mossasi. In certe situazioni non ci si dovrebbe trovare, se Macron avesse dato picche sabato Parigi bruciava e così la sua presidenza, se concedeva come in parte ha fatto o ha mostrato di voler forse fare, allora perché non chiedere di più?

In più, la fiducia sul personaggio ha ormai oltrepassato i limiti del suo capitale d’immagine. Capitale d’immagine mal calcolato poiché non era il 66% del secondo turno e probabilmente non era neanche il 24% del primo poiché il partito era appena nato, il personaggio poco noto, le promesse vaghe, le minacce ancora sottaciute e spese per altro con malagrazia, solo in seguito. Leggendo commenti di varia provenienza si rimane attoniti, come mai s’immaginavano possibile che Macron facesse quello che aveva promesso alle élite liberali manco fosse il presidente della Svizzera, la Francia non è la Svizzera, né il Lussemburgo. Ma i conti non li fa nessuno prima di chiaccherare?

Il premier è dovuto andare alle camere a promettere manovra suppletiva 2019 per ulteriori 8-10 miliardi ma data l’improvvisazione del menù, non è chiaro presi dove ed a scapito di cosa. I giornali francesi parlano di un deficit al 3.4%, possibile?

Così Macron si mette in una brutta posizione. Se fa deficit va in attrito con Bruxelles (ieri non ha pronunciato il termine “Europa” una sola volta) e scombina anche le relazione Commissione-Italia (stante che a Bruxelles è pure in crisi il governo e c’è la May alla porta che bussa per ulteriori concessioni legali all’accordo su cui ieri ha deciso che non era il caso di votare), inoltre l’asse franco-tedesco che alle europee doveva giocarsi il partitone Europa vs Sovranisti, rimane solo tedesco che è come scendere in campo con metà squadra. E bisogna pure vedere se rimane tedesco in quanto a AKK è più “sociale” della Merkel e quest’ultima è a scadenza se non già scaduta, a maggio.

Se non lo fa non ha i fondi, la sua credibilità sprofonda ed al netto dei moti di piazza che già cerca di evitare promettendo quattro mesi di “grande discussione nazionale”, alle elezioni la Francia manda una maggioranza euro-critico/scettica. Il deficit è anche difficile da calcolare perché molte mancette promesse (spesa improduttiva ed assistenziale direbbero nei talk show italiani), in realtà dovrebbero erogarle le aziende, ma è tutto da vedere se i privati si prenderanno in carico il sociale pur di salvare il “loro” presidente.

Lapidario il FT “Le contraddizioni francesi rimarranno irrisolte, anzi, le cose potrebbero peggiorare. Con questi sviluppi, la Germania non riuscirà a portare a termine le ambiziose riforme europee stilate insieme a Macron.” Chiudendo con un acido “Se Macron fosse stato in grado di rompere questo triste ciclo, la sua credibilità internazionale sarebbe salita alle stelle. Sarebbe potuto essere il campione globale dei valori liberali – un campione di cui c’è un estremo bisogno. Adesso, invece, sembra altamente improbabile che Macron possa salvare il mondo. Sarà fortunato se riuscirà a salvare la sua presidenza.”.

In effetti, sul piano internazionale, visto anche -pare- la scesa in campo dei primi gilet gialli in quel d’Africa che rumoreggiano sul franco locale, e vista la mala parata sulle tasse ecologiche che inficia il ruolo auto-attribuitosi di guardiano del COP21, Macron entra in un tunnel buio che chissà quanto durerà e dove sbucherà. Tunnel nel quale Trump e Putin hanno pur interesse e tenerlo. Lo si nota anche dai commenti della stampa int’le. Su quella italiana meno, vi sfido a trovare l’articolo sul suo speech di ieri su Corsera.it, è incredibile quanto in fondo l’hanno messo e non va poi molto meglio a Repubblica, mentre gli articoli sulla Stampa sono a pagamento.

I francesi sono i maggiori responsabili dell’euro, ora pare arrivino i nodi al pettine e si stanno accorgendo che non se lo possono permettere. Le sorti del sistema passano da Parigi poiché è Parigi che l’ha inventato.

[Link articolo Le Figaro http://vocidallestero.it/2018/12/09/gilet-gialli-macron-ha-mani-e-piedi-legati-dallunione-europea/?fbclid=IwAR3pwQNckpHe7Y243N864tDPfaD1TJV6u7twzcQNY8V9-hgTxVEulsN6VRw (Le Figaro, lo ripeto) a cui si aggiunge The Guardianhttp://vocidallestero.it/…/the-guardian-macron-sulla-scia-…/ e un sensato Gustavo Piga nostrano: https://www.startmag.it/economia/macron-italia-piga/]

CRONACA 795

NON TUTTE LE CINE SONO DI XI. NON TUTTO IL MONDO E’ DEGLI USA. Ho letto un buon 40% degli articoli dell’ultimo Limes, soprattutto gli articoli dei cinesi poiché è raro legger la loro voce qui da noi. Serpeggia un punto di vista che fa da filo rosso a tutto il numero: a che punto è la competizione tra USA e Cina per la leadership mondiale? La risposta sembra essere: la Cina mostra difficoltà, gli USA sono in ripresa di potenza. E se la domanda fosse sbagliata?

La tesi che chi scrive unitamente ai pochi multipolaristi esistenti propugna è che il mondo è diventato e viepiù diventerà troppo complesso per avere una struttura gerarchica piramidale con a capo un Uno. Non si pone quindi il problema di chi avrà la leadership mondiale, come scriveva Charles A. Kupchan in un libro del 2012, “Nessuno controlla il mondo” o come meglio risulta in originale “No One’s World”. Ne conseguirebbe una lettura più complessa del sistema mondo, lettura che non è facile trovare.

Se nell’immediato dopoguerra, gli USA mostravano un Pil che era circa il 50% di quello mondiale, oggi la percentuale è al 25%. Dice Fabbri sull’ultimo numero e da un po’ di tempo ripete, che l’economia non è tutto e non si trasforma immediatamente in potenza geopolitica. Ha ragione a mio avviso come principio ma a grana grossa, le cifre danno senso della distribuzione dei pesi e questi pesi vedono in traiettoria, il declino del peso percentuale occidentale e la crescita di un variegato mondo che ha il suo baricentro in Asia, Asia, il cui baricentro è la Cina.

Nel mio libro Verso un mondo multipolare introducevo una triplice nota metodologica:
a) la desinenza “geo” di geopolitica, per evitare di cascare nel determinismo geografico, va intesa come geo-storia. Va bene lo logica degli spazi ma quegli spazi sono abitati da uomini i quali modificano in parte o meglio interpretano i vincoli geografici, la loro storia indica “tendenzialmente” come;
b) ostracizzata lungo tutto il Novecento, la geopolitica si è fatta ma non si è teorizzata pubblicamente. Sconfitti i tedeschi-nazisti, i teorici di International Relations e Geopolitics sono stati quasi tutti americani, per lo più coinvolti in attività di formazione dell’immagine di mondo che avevano più a che fare con la costruzione ideologica che con l’autonomia disciplinare. Nel dopoguerra la si è continuata a fare ma a scala ridotta poiché tutto era bloccato in un ordine bipolare assai poco dinamico. Il quadro si è sbloccato dagli anni ‘90 e gli eventi del mondo nuovo hanno meno di venticinque anni. Tutto ciò per dire che se la radice storica della geo-storia ha valore, poiché la storia si svolge su tempi di lunga durata (poi con strati a media durata e strati a rapida fenomenologia), anche le traiettorie osservate in geopolitica vanno tarate sulla lunga durata, almeno le fondamentali;
c) la geopolitica per me, come le Relazioni Internazionali per Morghentau, sono la disciplina ideale per riuscir a forzare il sistema di logica causale che abbiamo nella nostra cultura, il principio erroneo della “causa unica”. Limes in effetti ospita articoli sul fatto militare e sulla evoluzione del digital-infomativo-AI, analisi di sociologia sinica e sguardi sul circostante e quindi lo spettro d’analisi è abbastanza ampio. Eppure mi rimane un sensazione di “non ancora abbastanza ampio”, c’è da fare di più forse per una corretta comprensione. La Cina è dentro un sistema, il sistema asiatico, mancano analisi della sua propagazione in Africa, dei rapporti con il mondo arabo, con l’Europa. Com’è d’uso a Limes, la parte di analisi economico-finanziaria è molto contenuta, praticamente relegata ad un solo articolo di un americano che insegna anche a Pechino (Pettis). Per carità, rispetto all’elementarità degli articoli sulla grande stampa siamo già molti passi avanti ma forse ne vanno compiuti altri per fare di Limes qualcosa di più che non una collezione di articoli disparati.

Piuttosto animoso l’articolo di Diego Fabbri che sembra vedere solo ridicole formichine che s’agitano all’ombra del dogma centrale per cui l’Impero americano domina e dominerà ancora a lungo perché segue la teoria di Mahan e le leggi bronzee della logica geografica.

Leggere Limes dunque? Senz’altro sì, però …

CRONACA 794

09.12  TETTONICA EUROPEA. Prendiamo a sistema Europa come totale degli individui e delle istituzioni che vi risiedono e ci domandiamo: cosa succede nelle geologia sociale del sub-continente?

Quello che sembra emergere è un reticolato di faglie che andiamo a contare:

1) Europa si divide rispetto alle politiche EU ed euro, tra paesi del Nord e paesi del Sud. La faglia è di lunga data, diciamo genetica poiché compare nella stampa anglosassone (PIGS), addirittura intorno a gli anni ’90.

2) Europa si divide politicamente, culturalmente e geopoliticamente tra suoi versanti occidentale ed orientale. La faglia è di origine storica, storia relativamente recente quale quella del dopoguerra ma anche più antica, addirittura paleo-neolitica-medioevale.

3) Europa si divide storicamente e sotto diversi aspetti tra il suo centrale ed il suo costiero. La sua tradizione greco-romana-mediterranea, anglo-sassone e vichingo-normanna, lega anseatica, poi italiana, portoghese, spagnola, olandese, infine inglese e britannica, è diversa da quella dei feudi, dei comuni, dei regni ed infine dei tentativi imperiali interni sopratutto franco-germanici.

4) Europa si divide tra quattro stati grandi (+60 milioni), quattro medi (+20 mio) e molti piccoli (ben 37 di cui 31 sotto i 10 mio). I ceppi linguistici principali sono sette, ma le lingue parlate sono diverse decine. Le principali religioni sono tre cristiane più altre due abramitiche e minori in ordine sparso.

5) Europa, come parte di “Occidente” è stata colpita negli ultimi due decenni (fonte Branko Milanovic dati OCSE-WB), da una radicalizzazione socio-economica per la quale si è un po’ ingrandito il livello superiore (alto-medio alto) arrivato a circa il 20%, il livello “alto” è rimasto numericamente contenuto ma per ricchezza complessiva ha subito una inflazione potente, il “medio-alto” invece ha visto aumentare un po’ i suoi ranghi. – Il secondo livello tradizionalmente medio (medio superiore-medio-medio inferiore) è complessivamente scivolato ai ranghi inferiori. Pochi sono passati al livello superiore e molti di più a quello inferiore. – Il terzo livello, quello inferiore, ha visto ingrossarsi i ranghi (provenienti dal livello medio), occludersi ogni possibilità di ascensore sociale, permanere in condizioni viepiù disagiate.
– Nuove enclave sociali sono: una sparuta pattuglia di rentier che vive di capitale (non nuova in assoluto ma più significativa che in passato per via della “finanziarizzazione”) o di lavori cosmopoliti ed una ampia fascia di indefinibili poiché onto-professionalmente “precari”. La precarietà è stata sdoganata negli anni ’90 per accompagnare una transizione verso la crescita spinta da nuove professioni (servizi), ma al rovescio della crescita in stagnazione con punte di depressione (2008-9) è diventata endemica. Doveva esser limitata ma ha esondato i limiti, doveva esser dinamica ma è diventata statica. Il tutto ha preso a grana grossa il disegno della faglia élite vs popolo.

6) In Europa, dall’analisi dei voti per Brexit, elezioni francesi ed altre regioni, si registra un riproporsi della faglia tra città (integrati) e campagna o periferia (apocalittici).

7) A livello demografico, si inspessisce la faglia tra giovani ed anziani.

8) A livello etnico si inspessisce la faglia tra indigeni e migrati.

9) Permane una faglia tra potere sociale maschile e femminile nelle partizioni tra società cattoliche-ortodosse e protestanti.

10) A livello politico si assiste ad una implosione dell’area di sinistra, una contrazione dell’area centrale ed una esuberanza di destre non conservatrici.

Diagnosi: Europa è sistema avviato a frattura multipla e scomposta dal crollo del Patto di Varsavia 1989-1991 a cui ha fatto seguito la sequenza della riunificazione tedesca del 1990 a cui ha fatto seguito il Trattato di Maastricht del 1992 e l’istituzione del WTO nel 1994.

Il terremoto ha portato in Europa una parte (orientale, balto-slava, ponto-balcanica) che pur appartenendo geograficamente, ne è distinta storicamente. Ha rotto l’equilibrio di potenza tra i quattro stati principali, elevando uno di essi ad un terzo di popolazione in più e conseguente potenza economica. Ha portato la Francia preoccupata ed impotente verso la riunificazione tedesca a costringere questa a vincolarsi alla moneta comune. I tedeschi hanno accettato il prezzo ma si sono contro-assicurati imponendo all’euro lo statuto del loro atipico modo di intendere la moneta. L’Europa ha disegnato se stessa come un frattale della globalizzazione confidando sulla potenza di design del mercato e della metafisica della mano invisibile.

Prognosi: il mio professore di disegno, sardo e molto ermetico, quando osservava i nostri penosi sforzi di far qualcosa di “artistico” con la plastilina ed il DAS aggirandosi tra i banchi, alzava immancabilmente il sopracciglio e biascicava la fatidica sentenza: fare palla!

CRONACA 793

VARIABILI FISSE E MOBILI DUE. “Problema del sistema” già sottoposto riguardo le problematiche compatibilità tra variabili demografiche, pensionistiche, occupazionali e di orario di lavoro in Italia, il problema di quante variabili compongono un problema e quali scegliamo di tener fisse e quali mobili, lo ripropongo oggi sull’oggetto Europa. Imboccando una unilaterale strada diagnostica pessimista elenchiamo:

A) Germania segna un -0.2% di Pil nel terzo trimestre, il quarto non c’è motivo pensare andrà meglio, la previsione precedente segnava una crescita 1,1 per il 2018, forse chiuderà a meno. Merkel lascia il centro della scena politica tedesca dopo ben 13 anni, l’SPD è in via di cupio dissolvi, crescono Verdi (carini e simpatici per carità, ma ridurre la complessità contemporanea all’ecologia pare un tantino nevrotico) e come altrove la convivenza multi-etnica fa problema, Deutsche Bank è fradicia di debiti e cartastraccia a bilancio nonché pratiche scorrette, incombono le auto elettriche asiatiche e le sanzioni americane sull’automotive. Sotto tiro americano per geopolitica verso l’Est Europa, il gasdotto del Baltico, la Cina. Si può dire la Germania sia entrata per ultima in Europa, in transizione? Direi di sì. Se a Merkel subentra Merz (è iniziato il Congresso CDU oggi), significa che la transizione sarà ancora lunga poiché vorrà dire che le élite tedesche non hanno un piano multi variabili sensato e si preoccupano come accaduto in Francia, solo di preservare i loro unilaterali interessi senza visione complessiva e strategica;

B) In Francia, poco meno di due anni fa, crollano contemporaneamente gli assi centrali della tradizione politica, socialisti e gollisti-repubblicani. Nel buco s’infila un giovanotto sintetizzato negli ambienti massonico-finanziari che prende un 24% alle elezioni. Dopo un anno e mezzo è poco meno l’indice di gradimento del ragazzotto, un quinto dei francesi. L’8 dicembre, domani, c’è addirittura chi teme possa esser un 14 luglio, d’improvviso si scopre un intrattabile magma sociale incandescente pronto ad eruttare. La finanziaria francese è stata bocciata a Bruxelles assieme a quella spagnola ed italiana. Macron è sotto tiro americano per le velleità di leadership europea, perderà più prima che poi i dominion africani oggetto di offensiva cinese, ha una economia indecisa già non più industriale ma non ancora info-comunicativa. Ha brutte carte in mano e pochissime fiches, il ragazzotto non ha statura storica necessaria a guadare la difficile transizione e ci si ricorda di Toqueville il quale asseriva che le rivoluzioni scoppiano non quando la gente sta male, ma quando sta peggio.

C) In Spagna il crollo del centro politico è dilungato. Il presidente del PP per 14 anni e per 7 Presidente del Consiglio, Rajoy, è definitivamente eclissato, quello giovane-socialista sopravvive perdendo per la prima volta dopo 36 anni l’Andalusia, con un governo di minoranza. Emergono indipendentisti, populisti liberali, neo-franchisti. Anche qui si fa sentire la questione migratoria, la stagnazione economica mentre emerge la questione dell’unità del Paese, segnale di tettonica profonda nella geologia geo-sociale della penisola.

D) In Italia sappiamo tutto tutti in vivo. Abbiamo il governo più popolare d’Europa (circa 60% dei consensi) sebbene sia le sue performance oggettive, sia l’unanime coro dell’élite sdegnata ed imbizzarrita, tentino di rosicarne la consistenza. Non c’è però alternativa, le istanze che hanno portato al governo le due strane configurazioni maggioritarie restano valide e ne sorreggono le sorti almeno finché qualcun altro non ne prenderà l’eredità con mani più sapienti. Anche qui il centro politico è definitivamente defunto, i conti economici tornano meno che altrove, gli strattonamenti geopolitici americani si fanno sentire con forza (dall’Iran, al Mediterraneo, alla Libia, ai rapporti con Mosca e Pechino) ed erodono la già evanescente “sovranità”.

E) Poi ci sono austriaci, Visegrad, malumori baltici, polacchi pied a terre di Trump, ucraini con legge marziale, Balcani balcanizzati, greci dimenticati nel reparto rianimazione ormai da anni, belgi sempre pronti a spaccarsi tra valloni e fiamminghi che guardano con preoccupazione a Parigi traendone ancor maggior preoccupazione ed i britannici infilati in un casino multi variabile ad equazioni intrecciate che neppure un computer quantistico riuscirebbe a dipanare.

A latere, il silenzio dei chierici. Mi si indichino non dico tanto ma almeno cinque intellettuali che, amati o odiati non importa, mostrino di avere una visione generale, un tentativo di controllo della matassa di fili che collegano le molti variabili in gioco. Tre? Due? Uno? Quando la classe intellettuale è silente e smarrita, vuol dire che non c’è immagine del mondo ed un mondo che non riesce a pensarsi, non è, come stabilì in positivo il primo pensatore del moderno, Descartes.

Le variabili sono: 1) l’unità metodologica ed ontologica dello stato-nazione europeo a sei millenni dalla sua nascita; 2) i suoi rapporti di dominanza o sudditanza ad un mercato non più WTO ma tornato a frantumarsi tra interessi nazionali divergenti in mano a potenze (armi+soldi+intenzionalità politica centralizzata); 3) previsioni di stagnazione lunga o recessione a breve; 4) gravi problemi di adattamento alla natura con conseguenti questioni ambientali, costose sia che le si ignorino (per via degli effetti che producono e sempre più produrranno), sia che le si tenti di affrontare (costi di incentivi – dis-incentivi – investimenti sulla transizione energetica), 5) mancanza di posizionamento nella divisione int’le del lavoro e ritardo ormai difficilmente recuperabile sulle nuove tecnologie; 6) intrinseca debolezza militare; 7) smarrimento geopolitico pronunciato aggravato dalle perdita complessiva di potenza e dall’eterogeneità degli interessi dei diversi players (tedeschi, centro-europei, baltici, italiani, francesi tutti a loro volta strattonati da arabi del Golfo, americani, russi e cinesi che invece hanno idee chiare e mezzi per supportarle in pratica); 8) EU ed euro pensati ideologicamente secondo gli orizzonti di ventisei anni fa, all’indomani della dissoluzione sovietica, della non ancora ascesa cinese, di una condizione economica mondiale che si pensava eternamente brillante ed espansiva, per quanto alimentata già da allora fondamentalmente da debiti a babbo morto e circolazione di capitale fittizio impiegato in scommesse finanziarie in attesa del momento Minsky, ovvero mille-bolle-blu, senza preoccupazioni ambientali e senza un mondo di intelligenza artificiale governato dalla stupidità naturale; 9) pronunciato declino demografico; 10) assedio migratorio africano, asiatico, sud americano.

Il tutto con popolazioni ed élite fondamentalmente anziane, viziate, preoccupate ed abbastanza ignoranti della complessità della fase storica.

L’elenco spiega sia i punti premessi, sia il silenzio dei chierici, la faccenda appare ben complessa, non c’è che dire. Il viaggio non è ancora al termine della notte, pare appena iniziato …

CRONACA 792

C’E’ DEL MARCIO IN DANIMARCA? Così Marcello nell’Amleto di Shakespeare commenta la pazzia del principe danese che andava in giro a bofonchiare che il mondo era “un giardino incolto pieno di malefiche piante”. Storia che pare Shakespeare prese da una versione del ‘200 relativa ad un principe Amled nella Gesta Danorum di un certo Saxo Grammaticus compilatore dei sedici volumi delle gesta dei Dani. Storico il cui nome venne preso da questa banca di Copenaghen che ogni anno lancia il suo oroscopo finanziario-economico.

Quest’anno, le previsioni del possibile ipotetico per l’anno prossimo ruota su tre eventi principali:

1) i britannici vanno a rielezioni dopo la caduta di May per bocciatura accordo Brexit e vince Corbyn a larga maggioranza sterzando verso una social-democrazia tutta patrimoniale e “QE per il Popolo” (reddito di cittadinanza erogato dalle stamperie della Bank of England;

2) Btp italiani mandano in crisi l’intero sistema euro obbligando al giubileo del debito (pratica nata cinquemila anni fa in Mesopotamia, vedi Graeber-Hudson), ritorno massiccio al QE ed eurobond;

3) la Germania entra in recessione strutturale, lunga e sanguinosa, per crollo dell’asse portante del settore automobilistico preso a tenaglia tra l’elettrico su cui è in ritardo (Asia) e dazi (USA).

Tra le ipotesi minori, un cambio al FED con nuovo governatore che tira la volata alla rielezioni di Trump con tassi di favore ed altre divertentissime come l’abolizione ufficiale del Pil da parte di Fmi e World Bank.

Di fondo, sono interessanti due cose. La prima è che si sta facendo largo la certezza si stia per entrare in un lunga e cupa fase recessiva occidentale quindi in parte mondiale. Questa non è farina dei Branko danesi ma quasi-certezza di cui ormai si parla apertamente un po’ ovunque. E’ chiaro che l’arrivo di valli nelle onde economiche, premerà su una complessità strutturale dell’economia mondiale talmente imbrogliata da esser molto fragile e con le scosse alla fragilità, arrivano le fratture.

E qui si va alla seconda cosa interessante, tale previsione porta a prevedere delle discontinuità, dei salti, dei ’48, delle distruzioni creatrici di novità.

“Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è favorevole” disse con piglio oracolare Mao Zedong, riprendendo i toni del Libro dei Mutamenti (Yi Jing XI secolo a.C. ma forse prima, anche molto prima). Si riferiva proprio al fatto che quando una struttura di mondo cede, ampie sono le possibilità per sterzate inimmaginabili. A tempi del genere, sarebbe bene andar incontro con qualche piano perché il disordine chiama ordine purchessia ed in genere, ai fallimenti classici dei sistemi liberali (primo Novecento, ad esempio), nei sistemi occidentali che rimangono pervicacemente capitalistici o econocentrici (a loro volta mercato-centrici), subentrano i fornitori ufficiali di ordine e disciplina. Il che fa un po’ dalla padella alla brace anche se la storia ci piace pensarla ad eterni ritorni ma alle volte non torna affatto.

E concludo la mattinata citazionista con Giovanni Paolo I che abbandonato il discorso ufficiale ai parroci romani all’inizio della Quaresima la cui lettura veniva rimandata all’Osservatore romano dell’indomani, salutò la platea con un caldo “Damose da fa! volèmose bene, semo romani”. Fine.

CRONACA 791

04.12  VARIABILI FISSE E MOBILI. Allora, rispetto ai primi decenni del Novecento, viviamo venti anni di più, circa 82,5 i maschi ed 85 le femmine. Erano ancora 71 anni nel 1950. Tra venti anni si stima un allungamento di altri due anni per una media totale di poco meno di 85 anni, questa è la variabile anagrafica. Purtroppo o per fortuna, l’Italia è tra i primi cinque Paesi al mondo su duecento, per aspettativa di vita, ma la quantità non dice della qualità.

L’età della pensione continua di conseguenza a slittare in avanti e c’è chi teme, a ragione, continuerà a slittare in conseguenza di questa lunga longevità trattenendo i dichiarati “non più anziani” (soglia di recente spostata a 75 anni dai precedenti 65 con un bel salto di 10 anni), nel mondo del lavoro ancora a lungo. Questa è la variabile pensionistica.

Ma i “non più anziani” non sono di per loro colonne dell’aumento di produttività, lo sarebbero semmai i giovani che però sono sempre meno e ciononostante, stante la bassa crescita e la lunga permanenza nel mondo del lavoro dei non più anziani, sempre più disoccupati. C’è anche chi vorrebbe importare umani (migranti) in modo che loro ci paghino le pensioni, ma ce le pagherebbero se ci fosse il lavoro s’intende.

Le previsioni di crescita però per le economie del mondo e quelle occidentali in particolare, sono dubitabonde tra lo stagnante ed il poco mosso, non è da lì che ci si può aspettare maggior lavoro. Si tenga conto che pare che sotto il 2,1 o 2,2 in più di Pil/anno (che è per noi comunque fantascienza) non si hanno sensibili benefici occupazionali.

Purtroppo, su questo quadro poco ottimista, si sta abbattendo la cosiddetta IV rivoluzione tecnica che porterà a convertire lavoro umano in lavoro macchina/algoritmi, chi prevede di più e chi di meno ma senz’altro un po’ sì. Questa è la variabile occupazionale.

Quindi, rispetto all’accordo internazionale dell’International Labour Organization del 1919 (l’anno prossimo è un secolo!) che fissava la giornata lavorativa ad 8 ore oggi abbiamo: 1) un mondo quadruplicato in termini di popolazione; 2) una estensione del lavoro organizzato a tutto il mondo; 3) popolazioni occidentali sempre più longeve ed a bassa natalità; 4) che vanno incontro a prospettive di crescita economica stagnante; 5) con sistemi pensionistici che richiedono di lavorare più a lungo; 6) investite da un ciclone di innovazioni tecniche che tendono a sostituire lavoro umano con lavoro macchina.

La variabile sono: a) orario di lavoro; b) crescita economica; c) decrescita del lavoro; d) indice di occupazione/disoccupazione; e) flusso entrata uscita dal mondo del lavoro con riflessi pensionistici per popolazioni sempre più longeve.

PROBLEMA: Data fissa la variabile anagrafica, tra variabile pensionistica e variabile occupazionale, come si fa a far quadrare i conti?

(Chissà magari la generazione ’52-’58 che da giovane fu chiamata all’agitazione sociale per puro spirito ribellista, potrebbe sfruttare lo sdoganamento del “non esser vecchi”, per riprendere a far politica attiva partendo proprio da questa equazione. Anche perché pensioni sempre più tarde e basse, per lunghi tempi fatti comunque di moderato o meno disagio biologico, con figli precari che non vivono bene, li vedono senz’altro il target preciso. Una sorta di Movimento dei Padri e delle Madri Responsabili. Forse invece che tingersi i capelli e smanacciare lo smart-phone, sarebbe più serio ed al contempo più divertente …)

CRONACA 790

FILOSOFIA DELL’INTERO o DELLA TECNICA DEL MONTAGGIO DEL MOBILE IKEA. L’amico Riccardo Paccosi da tempo porta avanti la meritoria battaglia di igiene mentale sul pensiero che contempla almeno due variabili.

Quanto alla forme di vita associata che chiamiamo “società”, formalizzate in stati con più o meno “nazioni”, le componenti o variabili sono tante e tante le questioni dell’adattamento di queste società tra loro e tra tutte loro ed il mondo “grande e terribile”.

Purtroppo, le nostre forme di conoscenza sono divise e riflettono l’antica divisione del lavoro, ci siamo evoluti come società complesse da appena cinquemila anni, dividendo l’intero in parti secondo schemi gerarchici tra generi, anagrafi, classi, etnie, stati e civiltà.

Le battaglie ambientali portano sacrifici? E come distribuiamo questi sacrifici? La risposta porterebbe ad una teoria integrata tra ambiente-economia-sociologia e politica. Poi anche a problemi geopolitici sulle scelte dei fornitori di energia o in alternativa a scelte sul ruolo delle banche centrali nell’accompagnare processi di transizione energetica che confluiscono sempre alla fatidica domanda: chi decide? in termini di intenzionalità politica ultima, sperabilmente democratica.

Così più in generale, le conoscenze necessarie a parlare delle nostre società presupporrebbero una vasta quantità di conoscenze residenti in più discipline. Non è che la geografia, sia più importante della demografia, della storia, dell’economia (astratta e concreta), della politica praticata o di quella pensata, a sua volta dipendente da schemi di pensiero influiti dalla filosofia (logica ed etica quantomeno ma anche ad antropologie di background), dai rapporti tra scienze naturali e sociali e financo dalla teologia, dall’interno sociale politico non meno del suo esterno studiato in relazioni Internazionali e geopolitica, con spruzzatina di conoscenze nell’arte che esprime lo spirito dei tempi e dei vari popoli e così via nel diacronico e nel sincronico, nell’analitico come nel sintetico.

Insomma, i grandi problemi sono degli interi, ma noi li separiamo in parti che si disputano il primato d’analisi e di prognosi girando intorno le une a le altre, riducendo, semplificando, vantando qualche determinazione originaria da cui promanerebbe il tutto, come l’intera matematica dall’uno.

In realtà, si tratta sempre di problemi adattivi, di come adattare parti tra loro in vista di un più generale adattamento dei sistemi macro tra loro e tra tutti loro e ciò che li contiene, in ultimo, il pianeta intero. Decisione che attiene alla politica, distribuzione di oneri ed onori e di potere decisionale ben preparato sulla loro distribuzione ripartita.

La cosa ha parallelo nel famigerato montaggio del mobile Ikea per il quale le viti non vanno strette una alla volta ma progressivamente tutte assieme perché la compatibilità reciproca di tutte le parti presuppone il mantenersi di una certa elasticità reciproca man mano che si compone il tutto che si fissa compiutamente solo alla fine.

A noi manca, da più di un secolo e mezzo, l’attitudine a sviluppare pensiero sull’intero. La condanna che colpì il grande pensiero sistematico, va riportata in giudizio al tribunale della ragione, occorre tornar a sviluppare pensiero su gli interi. Interi che poi hanno a loro volta dipendenza dai contesti a cui debbono adattarsi.

Il vero è l’intero, il resto è tutto chiacchiere, distintivo e divide et impera.

(A partire da un articolo di Internazionale, qui)

CRONACA 789

PER UNA EUROPA MULTIPOLARE. L’Europa, è sempre stata un frattale di complessità. Con frattale s’intende una forma che si ripete più o meno invariata a diverse scale. L’esempio più tipico sono le linee di costa che tanto nelle cartine a grande scala che nel ravvicinato di ciò che si osserva a scala umana, ripete sempre lo stesso andamento della linea zigzagante che separa terra e mare. Con complessità s’intende sistema dotato di tante parti in interrelazione.

Se dunque l’oggetto più complesso è il mondo, l’Europa è stata sempre un piccolo mondo, tant’è che spesso ne ha anticipato o condizionato gli andamenti proprio perché riproduce “in piccolo”, assetti che sono propri del grande.

L’Europa è sempre stata multipolare. Si potrebbe dare eccezione ai tempi dell’Impero romano ma invero l’Impero era solo dell’Europa occidentale ed escludeva scozzesi, germani e tutto il resto del nord e del’est, quindi non era propriamente “Europa”. Ogniqualvolta qualcuno si è lanciato nell’idea di unificarla coattivamente, da Carlo Magno a Napoleone a Hitler (Francia vs Germania: 2-1. L’Europa rattoppata dagli Asburgo è non classificata), ha scritto intense pagine di storia che però sono durate molto poco, per fortuna. Europa unificata da uno a tutti (così come da tutti a uno) è oggetto intrinsecamente instabile ed ingovernabile, appare possibile nell’astratto ma non nel concreto.

Figli di questa storia, i primi studiosi di relazioni internazionali del dopoguerra, alcuni nativi e rimasti in Europa (Carr, Aron), altri nativi d’Europa ma migrati negli Stati Uniti (Morgenthau), condividevano due caratteristiche: erano realisti come oggi si dice “classici” (Machiavelli-Hobbes) e ritenevano che ancorché pensabile un sistema mondiale monoliticamente stabile fosse impossibile in via di principio, il suo ordine multipolare era il più auspicabile in quanto è proprio dei sistemi molto complessi dividersi in sistemi e sottosistemi, secondo appunto logica frattale. La ripartizione in sistemi e sottosistemi scompone il troppo grande in medi che nel rapporto reciproco, rapporto che ha anche le sue conflittualità naturali, si equilibrano l’uno con l’altro dando infine “ordine” all’intero. Apparentemente meno ordinato e stabile dell’ordine piramidale, questo ordine fluttuante, per le cose di origine biologica e non minerale, è l’ordine naturale.

Di contro, usciti devastati ed anche depressi dal secondo conflitto euro-mondiale, alcuni europei (sei paesi solo, di cui due piccolini ed un francobollo) decisero di mettere assieme alcune cose onde cercar di ammorbidire la loro naturale coazione al conflitto inter-statale (ma il conflitto risaliva anche ai tempi inter-aristocratico/medioevale e si può dire che per ragioni geo-storiche era naturale ed endemico).

Cominciarono con il carbone e l’acciaio fonte di storici dissapori tra francesi e tedeschi (sempre loro), poi la ricerca atomica, poi i francesi proposero l’esercito comune ma quando tutti gli altri l’avevano già approvato in parlamento, ci ripensarono bocciando inaspettatamente la loro stessa proposta. Poi nel ’57 si varò la Comunità (sinonimo di pluralismo) Economica Europea. L’Europa permaneva multipolare, come di sua natura, ma commerciava con speranza di pacificazione alla Montesquieu.

Nel 1992 poi, si varò il progetto unionista, l’Unione (non più “Comunità”) degli europei. Si ritenne che il mercato comune avesse bisogno di due altre cose: un coordinamento politico, in realtà giuridico ed una moneta comune. Il 1992 è esattamente a metà tra la fine dell’ordine bipolare (USA vs URSS ’89-‘91) e l’inizio della piena globalizzazione (WTO 1994). Globalizzazione avviata dal delirio di onnipotenza USA che immaginò possibile passare dal bipolare all’unipolare trovandosi oggi in ciò che già allora si poteva prevedere, ovvero un multipolare di fatto.

L’Unione europea era in sostanza un frattale della globalizzazione in cui tutto il sistema è un mercato unico governato da un assetto bipolare centrato su i due storici contendenti al ruolo di egemone: Francia e Germania. Ruolo di egemone che come dice la storia, si pensa ma quando poi si prova a mettere in pratica si mostra non possibile poiché l’Europa, per ragioni geo-storiche ha troppa eterogeneità intrinseca per esser ridotta ad “unum”, anche nella versione diadica.

Ieri al G20 ( diventati ormai 20 più “invitati” in pianta stabile mentre ancora qualche anno fa ci si baloccava con il formato a 7-8), si è ratificata la fine del WTO, il WTO ha fallito, l’ordine semplice del “tutto il mondo è un mercato ordinato dalla sua mano invisibile” non funziona. Tra l’altro, non funziona più proprio per chi l’ha promosso originariamente. Nessuno più (salvo qualche scalmanato da think tank americano che fa finta di non capire e scrive articoli infuocati sulla ridicola “trappola di Tucidide” oggetto di intrattenimento per orfani di Risiko che rifiutano di lasciare l’adolescenza idealista in favore di una sobria maturità realista) immagina possibile né l’ordine unipolare, né quello bipolare, l’ordine naturale del mondo è multipolare. Di nuovo, frattale poiché se a livello potenza militare sono in tre, a livello economico sono almeno cinque/sei. Ma poi regionalmente ci si multi-polarizza a diverse scale, c’è il livello demografico che darà nuovi pesi in prospettiva, non c’è più solo Atlantico-Pacifico ma anche Mediterraneo, Artico, Indiano nonché la partizione occidentali vs emergenti etc.

Eccoci dunque qui. Il mondo si avvia con naturalità concreta a giocarsi il suo nuovo assetto multipolare anche perché è “mondo” solo da pochi anni. Il bipolare in realtà aveva già a lato i “non allineati”, era invero solo un ordine macro-regionale euro-mondiale in cui due commissari esterni (USA – URSS) si spartivano l’asilo rissoso incapace di auto-bilanciarsi. Il mondo va al multipolare mentre l’Europa ormai incapace di ragionare in autonomia e preda con qualche decennio di ritardo della febbre delle analogie, si è convinta della giustezza del suo auspicato quanto ambiguo assetto globalizzato con governo giuridico-politico bipolare in cui, toltasi di mezzo l’UK bilanciante, si ostina contraddire logica e storia chissà ancora quanto a lungo.

Il destino dell’Europa è multipolare poiché sistemi molto complessi ed eterogenei debbono ripartirsi in sottosistemi che poi si equilibrano vicendevolmente. In più, non c’è più solo da stabilire l’ordine interno al sub-continente ma i soggetti statual-politici (sarebbe ora di chiudere con vergogna la lunga fase dei roboanti annunci mortuari, dallo stato alle ideologie, che tanto ha contribuito a devastare boschi per trarne carta per corrompere menti febbricitanti in preda al delirio) debbono contemporaneamente porsi anche il problema del loro peso e statuto nell’ordine multipolare mondiale.

Nuovi poli post-nazionali quindi, per bilanciarsi in Europa e nel Mondo. Il resto è perdita di tempo, dove il tempo è scarso, nonché viepiù costoso.

CRONACA 788

ECONOMIA CONCRETA. L’articolo gira (qui) ed è già stato postato da altri. Mi prendo la briga di ripostarlo anch’io solo per aggiungere non un commento di merito ma di forma che a volte è sostanza. Chi è l’IIF? Ci dice Wiki che è l’unico istituto globale delle istituzioni finanziarie. Sono 500 tra banche commerciali e di investimento, compagnie di assicurazioni, gestori di investimenti, multinazionali e società commerciali, nonché agenzie di credito all’esportazione. Insomma è l’istituzione comune di chi sta al crocevia della circolazione di ricchezza in 70 Paesi del globo, con sede a Washington, Londra, Dubai, Singapore e Beijing. Quindi gente che vede l’economia nel concreto, il sancta sanctorum del sistema circolatorio, dice cosa semplice: smettetela con l’austerity, vi state facendo del male.

CRONACA 787

TEMPI IGNORANTI. L’articolo linkato riporta un recente studio che afferma che la civiltà della valle dell’Indo, scoperta tardi e quindi non presente nel nostro senso comune condiviso sulle grandi civiltà del passato, si sarebbe improvvisamente spopolata (cosa che avvenne e rimane misteriosa) per via di una mini-era glaciale.

La teoria in uso -invece- dice che non si trattò di una mini era glaciale che nel 2000 a.C. è del tutto imprevista da tutti i modelli climatici. Si trattò più probabilmente di un terremoto a monte, dove nascevano l’Indo ed il Sarasvati deviandone il corso. Il terremoto fu provocato dalle ripercussioni delle tettonica che spinge la piattaforma indiana contro il Pamir-Tibet. Teorie sulla dislocazione dei monsoni vennero avanzate a suo tempo anche per spiegare la perdita di tropicalità che una volta connotava la Cina, sebbene più di duemila anni indietro rispetto ai fatti dei vallindi. Per altro, il resto del discorso rimane valido in termini di difficile ri-localizzazione.

E rimane valido più in generale un problema che poi viene ridotto al “global warming”. Clima ed ecologie cambiano nel tempo, a volte di più altre di meno. Negli anni ’70 ad esempio c’erano modelli molto preoccupati per un global cooling, piuttosto che warming, basato sulle teorie di Milankovitch. Dal possibile meteorite della Groenlandia recentemente scoperto forse causa del Dryas recente, al cataclisma mediterraneo del XII secolo a.C., al grande lungo inverno del VI secolo d.C. dovuto alle eruzioni islandesi, alla piccola era glaciale del XV-XIX secolo in Europa, sempre più diventiamo sensibili a come la variante climatico-naturale abbia disegnato la nostra stessa storia che prima ci piaceva immaginare dipendere solo da noi.

Le nostre attuali temperature medie, si sono registrate raramente e solo per brevi periodi nel passato. La “civiltà” così come la conosciamo ha non solo goduto di buone temperature rare nella storia planetaria, ma a lungo stabili (vedi chart allegata). Questi periodi detti -interglaciali- sono di solito durati intorno ai diecimila anni, il nostro recente (Olocene) dura da poco meno di dodicimila. Con l’aritmetica del fruttivendolo, c’è anche chi pensa che l’eventuale raffreddamento dovuto ai complessi assetti della rotazione terrestre, della produzione solare e dell’intricato effetto delle varie gravità del sistema solare e non, andrebbe a compensare il riscaldamento antropico.

Tutto ciò a dire due cose. La prima è la difficoltà a trattare il problema climatico. Pur ammettendone il fatto, c’è chi pensa sia colpa umana e chi naturale. Tra i negazionisti del riscaldamento antropico, anti-capitalisti che ne leggono l’intento di scusa per una nuova distruzione creatrice produttiva, conservatori che ne leggono una matrice complottista di sinistra atta a favorire la Cina “comunista” (dove all’amministrazione Trump si è affiancato di recente Bolsonaro). C’è poi chi nega proprio il fatto il sé. C’è anche chi nega il fatto macroscopico ma ammette una certa possibile ridistribuzione delle celle climatiche e quindi cambi di ecologia locale.

La scienza del clima è forse un denso condensato dei problemi epistemologici rilevati dalla cultura della complessità (molte variabili tra loro intrecciate in flussi e feedback non lineari), è giovane e non ha poi tutto questo gran materiale soprattutto storico su cui basarsi per le statistiche ed i trend. Se tanta indeterminazione teorica cade nel tritarifiuti di chi usa tali teorie come una clava per bastonare l’avversario ideologico, il tutto perde la sua fragile credibilità a priori e questa è la seconda difficoltà. Infine, a parte l’infima minoranza che non crede il clima stia cambiando, tutti gli altri pur divisi sull’attribuzione di causa, dovrebbero almeno convenire sulla problematicità degli effetti. Forse ai più non è chiaro cosa significhi il treno di feedback innescato in termini ecologici e di vivibilità, da un cambiamento di clima per quanto parziale ed a chiazze, in un pianeta di 7,5 miliardi di persone. Qualunque ne sia la causa.

Il post non conclude, voleva solo riflettere su quanto difficile sia non solo fare constatazioni e previsioni di fenomeni complessi, attribuzione di cause e preoccupazione su gli effetti, sviluppare conoscenza incerta e tuttavia necessaria, ma far tutto ciò in un ambiente altamente competitivo, conflittuale, sospettoso e fondamentalmente ignorante ma anche ignaro di esserlo.

[Valle dell’Indo – da A. Catsicashttps://www.repubblica.it/…/harappa_un_antica_civilta_spa…/…]

CRONACA 786

18.11  INDIVIDUI E FENOMENI. Diciamo “fenomeni” i processi storici o economici o culturali o sociali o tutte queste cose assieme, insomma la dinamica dei fatti. La scuola storica inglese del XIX secolo è stata per tradizione la maggior sostenitrice dell’idea che i “grandi uomini” (raramente le “grandi donne”) siano fattori decisivi quanto imprevedibili che cambiano e determinano il corso storico. All’opposto, la suola francese soprattutto quella delle Annales, riteneva che i personaggi fossero interpreti occasionali ed intercambiabili di processi complessi -in genere- di lunga durata. Ne conseguirono voluminose biografie accanto alla tradizionali narrazioni storiche nel primo caso e non meno voluminose “storie processuali multifattoriali” nel secondo. Individualisti vs strutturalisti, un classico.

E veniamo al nostro vecchio amico Muhammad bin Salman (qui), il giovanotto destinato a diventare re dell’Arabia Saudita, perno gemello di un sodalizio con suo pari degli Emirati Arabi Uniti. I due sono le fondamenta di un complessa operazione che: a) voleva portare il sunnismo peninsulare (soprattutto wahhabita, poi “liberalizzato”) a capo del sunnismo arabo e questo a capo dell’islam tutto; 2) tale interpretazione se la giocava contro quella politica dei Fratelli musulmani soprattutto ma anche con tutte le altre variegate forme politiche del’islam (pakistane, indonesiane, marocchine, egiziane et varie, tra cui la tradizione ottomana non proprio secondaria); 3) prevedeva un più diretto ostracismo contro gli sciiti (cioè l’Iran), un riavvicinamento sostanziale e per certi versi “epocale” con Israele, la lotta mortale contro ogni altra forma “politica” di islam (vedi Siria); 4) la riaffermazione forte dello storico sodalizio con gli Stati Uniti d’America, sodalizio messo in parte in discussione dalla dottrina mediorientale di Obama (molto saggia ma molto poco supportata dagli stessi apparati americani). Infine, 5) l’anagrafe e l’ambizione dei personaggi garantiva una qualche idea strategica per i loro regni-emirati dacché il futuro non poteva più esser semplicemente pensato in termini petroliferi data la riduzione sensibile delle scorte nei giacimenti. Ne venne fuori un ambizioso piano di riconversione liberale, volto alle nuove tecnologie, una sorta di “grande balzo” dal medioevo al post moderno, una roba che uno storico delle Annales guarderebbe con sopracciglio quantomeno perplesso, non dando un giudizio ideologico ma semplicemente pratico, di possibilità.

Ne è venuto fuori: 1) il disastro siriano ed il repentino crollo dell’Isis vero perno strategico della precedente strategia generale, non solo siriana; 2) l’accanirsi nell’inutile quanto particolarmente orrenda ed irrisolvibile guerra in Yemen; 3) l’ostracismo col Qatar e susseguente grande freddo con la Turchia (con vari problemi dati dalla penetrazione economico-finanziaria qatarina nel capitalismo occidentale), 4) la finta amicizia con l’Egitto poi raffreddatasi, l’allontanamento volontario del Pakistan, le sanzioni all’Iran, le sempre meno sotterranee liaison con gli israeliani, la cittadinanza al primo robot artificialmente “intelligente”, il riavvicinamento alla Russia, il ritiro momentaneo del collocamento azionario di Saudi Aramco, la patente alle donne e molto altro andamento zigzagante che farebbe dire allo storico francese che alla base c’è una evidente sproporzione tra ambizioni e possibilità tra Arabia Saudita e suo futuro.

Poi arriva il peggior pasticcio del giovane pasticcione saudita, l’affare Khashoggi su cui vi spero informati perché non possiamo qui entrare nel merito. Ora qui siamo a: A) non sappiamo quanto a lungo Erdogan continuerà lo stillicidio di prove dei modi con cui è stato perpetrato l’orrendo misfatto e non sappiano ma immaginiamo decisive le prove in sua mano, Erdy ha almeno un full vestito in mano ma forse molto di più; B) non sappiamo il prezzo che Erdogan pretende di far pagare per terminare la sequenza al rialzo delle varie prove scandalose e chi lo deve pagare (USA, Arabia Saudita, entrambi); C) l’opposizione americana sta (forse) marciando accanto ad Erdogan (vedi spifferi CIA-WP) oltretutto coinvolgendo l’ambasciatore saudita in America Khalid, fratello di MbS e primo candidato alla sua possibile sostituzione nell’ambito di quelle meno dolorose.

Fatta salva l’incognita delle carte (invero, nastri) di Erdogan e delle sue pretese o i sauditi riusciranno a far fuori MbS facendo una figuraccia epica ma almeno garantendosi uno straccio di agibilità politica futura (molto complicato per varie ragioni interne alle dinamiche del regno) o MbS alla fine sopravviverà ma in condizioni politiche menomate e dato l’andazzo, con ampie possibilità di continuare ad inanellare catastrofi politiche di vario peso e dimensione, portando l’AS sempre più “sotto schiaffo” dei suoi protettori.

E’ quindi il piccolo principe arrivato al ruolo di grande uomo il problema o è che l’Arabia Saudita è un cavallo morto qualunque fantino lo cavalchi?

CRONACA 785

LABORATORIO MULTIPOLARE. Una teoria multipolare invero non è mai stata appieno elaborata e studiata. Essa sarebbe di pertinenza teorica della disciplina delle Relazioni Internazionali, parente delle Geopolitica. Tale disciplina, dalla sua fondazione che risale esattamente a solo un secolo fa, è stata monopolizzata dagli americani i quali si sono interessati alla sua versione epistemica generale (realismo-liberalismo) o applicata (monopolare-bipolare, uni-multilateralismo, equilibrio di potenza-egemone etc.) con scarsi accenni al formato multipolare.

L’unico vero riferimento è all’Europa di parte del XIX secolo, il cosiddetto “Concerto”. Secondo le teorie a lungo dominanti nella disciplina, teorie nate in ambiente guerra fredda, quello multipolare sarebbe un sistema instabile, un equilibrio precario tendente al collasso bellico. Non lo pensavano così invece i due maggiori teorici puri realisti Hans Morgenthau e E.H.Carr (i miei preferiti, l’uno tedesco, l’altro britannico), puri nel senso di studiosi non reclutati all’interno degli ambienti pratico-teorici di Washington. Secondo i due, più poli si distribuiscono il potere, debbono equilibrarsi l’uno con l’altro, non appena uno sembra emergere gli altri si coalizzano, così fanno le potenze minori che diventano più importanti della loro consistenza. Il tutto prende un piglio non statico ma nel complesso di equilibrante dinamica. Naturalmente, l’idea di divenire un “primus inter pares”, non piace a gli americani che hanno sempre disprezzato questo format trovandogli difetti che non si sa se reali o proiettati, le teorie hanno sempre valore ideologico.

Giusto ieri leggevo della chiusura lavori della commissione bi-partisan del Congresso che ha analizzato lo stato delle politiche militari americane, concludendo con un drammatico: «Gli Stati Uniti potrebbero avere difficoltà a vincere, e forse potrebbero perdere, una guerra contro la Cina o la Russia». Conclude anche invitando ad un inedito “sforzo americano dovrà essere nazionale, pubblico e privato, addirittura culturale, e non potrà essere demandato soltanto al Pentagono” una vera e propria chiamata alla armi per ripristinare il vantaggio competitivo.

In link allegato invece racconta della tenzone trasferita nel luogo più caldo del pianeta per gli assetti multipolari, l’Asia-Pacifico. Interessante la chiusura della quale avevo parlato a suo tempo nel mio libro. Gli USA si presentano con le armi, i cinesi con i soldi (alcuni a fondo perduto, altri a debito) per cercar di marcare le proprie sfere di potenza ed influenza. Come recita l’articolo e come è tipico della teoria multipolare “ I leader di Asia e Oceania stanno provando a destreggiarsi tra i due contendenti, perfino a sfruttarne la loro sfida per strappare all’uno o all’altro delle concessioni migliori. Sperando che la tensione non salga ancora.”. Il problema è proprio quel “salga ancora” perché come ha dichiarato lo sveglio premier di Singapore “A quel punto, ha avvertito il premier di Singapore, potrebbero essere costretti a scegliere un campo.”. In effetti, si mostra allora che quello che si presenta sul tavolo non è un multipolare ma un bipolare a caccia di egemonia.

Per avere un vero multipolare, dovrebbe esserci una forza terza che unisce negli intenti una parte dei tanti Paesi dell’area, un soggetto unificato regionale a far da terzo che, pur non competendo a pari su i due item (soldi-armi) con i due super-potenti, possa comunque trattare da posizione meno svantaggiata bilanciandosi di qui e di là e riuscendo così ad ottenere il meglio dai due contendenti, ponendogli un limite di potere ovvero impedendo al sistema di collassare.

La cosa, va notata, perché è dinamica interessante anche per noi che siamo in Europa-Mediterraneo.

CRONACA 784

ELITE POPULISTE? “ “Siamo una nazione orgogliosa e ci siamo ridotti ad obbedire alle regole fatte da altri Paesi che hanno dimostrato di non avere a cuore i nostri migliori interessi. Possiamo e dobbiamo fare meglio di questo.”. Populista? Bibitaro? Amico di Putin? Ur-fascista?

Questa dichiarazione che termina con “Il popolo del Regno Unito merita di meglio” accompagna le dimissioni del ministro per la Brexit nonché capo-negoziatore per il governo May all’indomani della riunione di ieri pomeriggio a Downing steet, riunione che pare si stata uno psicodramma con pianti ed urla. Dopo che May aveva fatto sapere che era andato tutto bene, oggi si sono dimessi in quattro e fanno 21 dall’inizio del governo, appena luglio 2016, due anni quindi. Qui da noi con 21 ministri cambiati in due anni saremmo già tutti in cura da Recalcati a domandarci perché siamo così intrinsecamente cialtroni e pulcinella.

Il tipo della dichiarazione si chiama Dominic Raab, è in parlamento da otto anni, ha studiato ad Oxford, ha vinto un premio di diritto internazionale, poi si è raffinato a Cambridge. Poi si trasferisce a Ramallah per assistere uno dei capi-negoziatori palestinesi per gli accordi di Oslo. Rientra nel Foreign Office e fa un po’ di sottobosco formativo prima di entrare come giovane e rampante conservatore in parlamento, poi Ministro della Giustizia, poi per la Casa e Pianificazione, infine Segretario di Stato per l’uscita dall’Unione europea. La sua è quindi una dichiarazione non frutto di distorsioni mentali di varia natura, origine ed antropologia, ma la visione politica nitida -giusta o sbagliata non siamo qui a discuterlo- di quello che egli e non solo egli evidentemente, ritiene l’interesse nazionale, una cosa abbastanza normale in politica che suscita orticarie incurabili solo qui da noi. La sua -ovviamente- come quella che gli è opposta.

Si parla ora di possibili mozioni di sfiducia per May, con spaccatura verticale dentro il partito conservatore nato non da un gruppo di padani alticci o da un consulente di società di telecomunicazioni ma nel 1678, decisamente il più antico partito politico europeo, quindi del mondo. Addirittura si riparla di hard Brexit in confronto alla quale lo spread a 310 sta come uno spintone rispetto all’andare di faccia contro un superveloce. Politica, cosa che in un Paese con profondo senso della dignità e della strategia internazionale, si fa e si subisce senza quella marmellata di moralismi isterici ed anatemi apocalittici con cui sette reti televisive fanno palinsesti dal mattino alla sera, amplificati poi dalla suburra di Internet.

Sapete quanto sia critico verso i vecchi amici brit o meglio “inglesi”, ma una cosa è la critica, un’altra il rispetto.

CRONACA 783

RIBELLARSI ALL’ESTINZIONE. (Segnalazione, non è detto io concordi su tutto ma per lo più, sì). Kevin MacKay, professore canadese di scienze sociali, autore di un libro il cui titolo tradotto suonerebbe “Trasformazione radicale. Oligarchia, Collasso e Crisi della civilizzazione” (2017), indica cinque punti che spiegano perché la civiltà industriale è destinata al collasso:

1) i mondi economici, finanziari, politici sono dissociati tra loro quindi l’azione correttiva sconta sia la difficile comprensione integrata dei fattori, sia la ancorpiù difficile effettività dell’azione politica;

2) la crescente complessità del sistema mondo è di impervia anamnesi, diagnosi e prognosi;

3) il mondo è stratificato in gerarchie tra nazioni e tra classi dentro le nazioni, stratificazione di ricchezza, di cultura, di potere;

4) siamo in overshhot rispetto ai limiti fisici planetari;

5) le società sono ordinate da una gerarchia che in cima ha una oligarchia che impone e beneficia proprio del sistema che crea così tanti problemi rendendolo viepiù immodificabile.

Il punto fondamentale di questa costruzione esplicativa è l’ultimo.

Così come sempre è avvenuto, i collassi di civiltà non sono avvenuti per mancanza di conoscenza o alternative o tecniche utili a cambiare ma per il dominio politico oligarchico di coloro che beneficiando di quel modo di stare al mondo, ne impediscono presa di coscienza, riforma e cambiamento. Tutti i sistemi debbono mostrare capacità adattative per sopravvivere, le civilizzazioni gerarchiche muoiono perché resistono ai cambiamenti radicali necessari in certe fasi storiche. Questa resistenza che somma la stupidità all’egoismo, è data dal potere delle oligarchie. Il passaggio evolutivo storico, è modificare l’assetto iper-gerarchico delle società complesse che hanno oggi cinque-seimila anni di pregressa storia.

Come l’aglio per i vampiri, la democrazia è l’antidoto all’oligarchia, una democrazia certo che nulla ha a che fare coi sistemi in vigore nelle nostre società. Il paletto di frassino definitivo, è la democrazia delle conoscenze. Chi mai volesse reagire allo stato delle cose, dovrebbe impegnarsi a diffondere conoscenza in ogni dove, in ogni modo, ovunque, comunque a chiunque è possibile. Prendere questo impegno, ognuno per come può, ci fa tutti militanti del cambiamento.

[Argomento segnalato da questo articolo di George Monbiot: https://www.theguardian.com/…/earth-death-spiral-radical-ac…]

CRONACA 782

VERITA’ E BUGIE. Leggendo il saporito ma non fondamentale libricino di J. Mearsheimer, Verità e Bugie, LUISS 2018 (ma è del 2010), mi sono imbattuto nel capitoletto su i miti nazionalisti. Il realista americano citando uno studioso del MIT, parla di “insabbiamento dei misfatti” per proteggere il mito nazionale.

Cita ad esempio la strategia post bellica dei tedeschi -alacremente aiutati dagli americani in cerca di alleati contro l’URSS-, di confinare la colpa dei principali misfatti compiuti dal nazismo sulle SS mentre documentazione storica inequivocabile, parla diffusamente dell’esercito popolare, quella Wehrmacht di cui la Bundeswehr era l’erede diretto. Cita anche il sodalizio tra stati nati dall’ingiustizia, accumunando gli americani sterminatori dei nativi con l’Israele che cacciò violentemente i 700.000 palestinesi residenti dalle presunte “sue” terre, salvo poi confezionare una articolata narrativa palesemente bugiarda che dava la colpa a gli stati arabi in modi su i quali transitiamo. In verità quello che mi aveva colpito per l’attualità, era proprio l’inizio del capitoletto in cui il nostro, cita una legge francese del 2005 in cui si dava disposizione che le lezioni ed i libri di storia delle superiori dovessero enfatizzare gli aspetti positivi del colonialismo francese. Insabbiamento dei misfatti a protezione del mito nazionale.

Chissà forse era questo che Macron chiamava l’altro giorno “patriottismo” che sarebbe secondo lui il contrario del nazionalismo, arguendo con logica ineffabile che il nazionalismo è il tradimento del patriottismo (parafrasando de Gaulle)? E’ per amor di patria che i francesi censurano la storia del loro colonialismo, non per nazionalismo. E’ l’amor di patria ad averli spinti così a lungo a sottomettere e soggiogare altri popoli quindi nazioni, salvo poi cancellarne le tracce storiche nella formazione superiore della propria gioventù. Così, quando i francesi invadono e sottomettono altre nazioni è patriottismo, quando altre nazioni resistono alla coercizione giuridico-politica franco-tedesca in ambito europeo, è nazionalismo.

Come dice Mearsheimer le democrazie mentono più spesso degli stati non democratici, le loro élite si comportano da realisti ma parlano da liberali e questo perché il popolo vuole i vantaggi materiali del comportamento realista ma accompagnati da storie edificanti in cui si sente dalla parte della ragione così da poter sentire il torto degli altri. Vuole amare il proprio Paese così da poter odiare quello degli altri, che è esattamente la definizione che de Gaulle dava della coppia patria-nazione.

Al fondo, il non detto, è sempre una interpretazione dell’interesse nazionale condito da massicce dosi di ipocrisia. Magari mettendosi la coccardina tricolore per parlare di bene comune europeo …

CRONACA 781

TERRE INCOGNITE. (Post metodologico quindi un po’ lunghetto) Quand’è che ci troviamo nella condizione di non poter applicare ciò che sappiamo di una situazione perché è diversa dal solito, quando cioè c’è una frattura tra ciò che sappiamo e ciò a cui andiamo incontro per cui le aspettative sul secondo non sono illuminabili con la conoscenza del primo?

Lo domando relativamente alla situazione internazionale, quella forma di ordine mai veramente ordinato che chiamiamo sistema mondiale. Le relazioni internazionali e la geopolitica, come ogni disciplina, non possono che riferirsi alla loro tradizione di pensiero, ai concetti accumulati nell’osservazione storica, ma cosa succede quando la situazione mostra caratteristiche del tutto inedite? E cosa sono queste caratteristiche inedite, lo sono davvero su tutto o in parte?

1. E’ la prima volta che nel mondo ci troviamo alle prese col problema di un vero e proprio sistema mondiale. Altre volte abbiamo detto “sistema mondiale” una forma di ordine di una sua parte. L’Impero britannico, il Concerto europeo, la prima e seconda guerra mondiale, la Guerra fredda che si basava sul fatidico ordine bipolare, stante che c’era però almeno un altro gruppo, non proprio un polo, i non allineati tra cui Cina ed India e la (stragrande) maggioranza demografica del mondo.

2. E’ la prima volta che questo mondo intero conta 7,5 miliardi di persone e 200 stati. erano solo 50 appena settanta anni fa ed eravamo appena 1,5 miliardi ancora ai primi del Novecento.

3. E’ la prima volta che praticamente tutti i paesi che abitano il pianeta si affidano allo stesso sistema di organizzazione sociale centrato sulla performance economica e finanziaria, più o meno l’economia di mercato stante una perdurante variabilità nell’interpretazione tra mercati aperti o semi-aperti ed ancora una consistente variabilità tra sistemi politici, oltreché eterogenee dotazioni di risorse indigene, divisione int’le del lavoro, traiettorie di sviluppo.

4. E’ la prima volta che tutto ciò dà vita ad un sistema generale di scambi davvero mondiali. La chiamiamo “globalizzazione” ma la potremmo – forse dovremmo- chiamare come si chiamava una volta “internazionalizzazione”. Globalizzazione è termine che comincia ad esser usato con intensità crescente tra la fine ’80 e primi ’90 e diceva che una unica forma di mercato avrebbe uni-formato il mondo, tant’è che ne conseguì il WTO ovvero un accordo generale (un set di regole) a cui tutti dovevano attenersi. Diverso è il sistema di internazionalizzazione dove la rete finale planetaria, “emerge” da un più complesso tessuto di molte reti locali e non, accordi a due, tre, quattro, dieci etc. con regole diverse. L’alto grado di internazionalizzazione dell’economia e della finanza è irreversibile, commerciare o “scambiare” è vitale ed attività storica di ogni gruppo umano, dal Paleolitico. Ciò però non dice come farlo ed infatti stiamo proprio di questi tempi vedendo lo svolgersi di trattative, piani, progetti, bracci di ferro, trattati, nuovi sistemi bancari, guerra delle valute a bassa intensità ma costante, invocazione di una nuova Bretton Woods, per far passare il sistema della globalizzazione ingenua che tanto ha dato da scrivere da Beck a Bauman, da Giddens a Augé, Sassen, Klein, Stiglitz, Zolo, Appadurai, Negri, Vandana Shiva, su fino a Rodrik (il quale, per primo forse, intuì l’insostenibilità della versione 1.0) ad un nuovo assetto. Tutto ciò sta anche enormemente aumentando il numero di attori: stati ma anche banche, fondi, sistemi fiscali concorrenti, multinazionali, criminalità organizzata, ONG, sistemi multilaterali, network informazione etc.

5. E’ la prima volta che questo mondo di solito terracqueo, va compreso inserendo i cieli, lo spazio, la sua versione immaterial-virtuale di cui parla il numero in edicola di Limes che abbiamo segnalato. Tra l’altro, oltre a creare ulteriore inter-dipendenza, questa rete rende anche noto tutto a tutti istantaneamente, formando un embrione di opinione pubblica mondiale, il che crea l’inedito problema della “reputazione mondiale”.

6. E’ la prima volta che non più solo le avanguardie commerciali (i commercianti che sono gli antesignani dei cosmopoliti o meglio che sono stati i veri cosmopoliti assieme -in alcuni casi- ai religiosi, e non le versioni plastificate incarnate da manager e turisti con qualche rudimento di inglese, carta di credito e cuffiette da i-pod), spingono fette di popolazione/cultura/religione l’un verso l’altra, si pensi ad esempio ai migranti o le varie diaspore.

7. E’ la prima volta che questi sistemi politici, nazionali, economico-finanziari, culturali, debbono cercare la quadra di convivenza svolgendo tutti attività economiche che dipendono modificando al contempo ciò da cui dipendono ovvero risorse naturali come gas, liquidi, minerali, entità biologiche vegetali ed animali, clima ed ambiente in generale. E’ cioè la prima volta che -in molti casi- ci si presenta davanti come invalicabile, il limite del Secondo principio della termodinamica, la freccia del tempo come regola intrascendibile quindi l’entropia.

8. E’ la prima volta dall’inizio del mondo planetario ufficialmente noto, dal 1492, che gli europei e poi gli occidentali, si trovano in una curva di potenza discendente, quanto ed in quanto tempo è da meglio specificare ma con andamento e direzione abbastanza certa.

9. Infine, le maggiori potenze, sono per la prima volta legate tra loro in uno strano gioco detto Mutua Distruzione Assicurata dovuto allo sviluppo dell’arma atomica che in teoria si potrebbe usare ma in pratica sembra di no. Questo limite che non è certo ma la cui logica agisce “come se” lo fosse, sembra impedire dagli anni ’50, la via naturale del conflitto tra potenze, la guerra diretta. Questo limite dissuasivo retroagisce intensificando la competizione su tutti gli altri giochi.

Volevo solo condividere l’insofferenza per il perdurante utilizzo di apparenti costanti storiche (anarchia, multilateralismo, trappole di Tucidide, egemonia, la stessa definizione di potenza, società aperta, democrazia planetaria, conteggio delle forze armate ed altri generi di conforto cognitivo) come se effettivamente tali costanti assomigliassero più a leggi fisiche che a regole da contestualizzare, nelle due discipline citate. Relazioni internazionali e geopolitica sembrerebbero necessitare della classica “rivoluzione paradigmatica” avendo a che fare con ben nove prime volte che cambiano i loro oggetti di studio, ma poiché esse sono per lo più animate da studiosi occidentali ma forse faremmo prima a dire americani, si continua a proiettare il vecchio sul nuovo.

Cercasi esploratori di terre incognite, cartografi coraggiosi, osservatori disincantati, innovatori del pensiero ed intelligenze vivaci, questo il senso del post.

CRONACA 780

IL DILEMMA STRATEGICO MULTIPOLARE ITALIANO. Trump atterra a Parigi e lancia siluri politici contro Macron e la sua pretesa di costituire una forza armata europea quarta rispetto a Russia, Cina ma anche USA. Lasciamo perdere l’esatta specifica di questa forza europea tra PeSCo, IEI o altri formati e lasciamo perdere i commenti sulle possibilità concrete di un progetto del genere, atteniamoci ad una linea strategica teorica e domandiamoci: quale strategia converrebbe all’Italia, sabotare il progetto europeo (quanto “europeo” o quanto franco-tedesco o quanto franco-anglo-tedesco non specifichiamo) facendosi quinta colonna americana o aderire provandosi ad inserire nella diarchia franco-tedesca euro-dominante?

Il problema è sempre il punto di vista, dove ancoriamo il punto di vista su un problema del genere per poi dare un giudizio.

Ancorandolo alla contingenza ed alla strategia a breve, una Italia in rotta di collisione con l’UE, la Commissione e l’euro, non ha altra strada che appoggiarsi a gli USA. Ne segue a raggio breve, l’obbligo di portare avanti il TAP, rinforzare il MUOS, ospitare i futuri missili a medio raggio e poi andare a Mosca a pregare di esser perdonati per “cause di forza maggiore”, ottenendo magari l’appoggio americano sulla Libia e una benevolente protezione nel processo di attrito con l’UE che si potrebbe tradurre in procedure di infrazione e chissà cos’altro, incluso lo spread impazzito et varie. Ne segue anche fare viaggi della speranza in Cina per poi titubare quando si tratta di firmare concreti impegni perché da Washington o Bannon hanno fatto sapere che “non è cosa”.

L’alternativa sarebbe una Italia che mentre litiga con l’UE e la diarchia, lasciando aperta anche l’estrema ultima possibilità di far saltare tutto e trovarsi “obbligata” alla secessione euro, tenta di proporsi come terzo tra Francia e Germania per disegni strategici a lungo termine e di più ampio respiro. Posizione contraddittoria e difficilmente sostenibile, rifiutata probabilmente sia dai franco-tedeschi che dagli americani per gli aspetti prima descritti. Oppure non litigare proprio e conformarsi alle politiche austerità e debito sin qui osservate facendo dissolvere il paese in una crescente e progressiva entropia sempre più suddita nei confronti di “chi può”.

Insomma, l’alternativa è scegliere a quale banda esser subalterni strappando il massimo risultato tattico conseguibile, pagandolo con la remissione di una vera e propria autonoma strategia. E’ questa la posizione di un paese che ha il peso che ha, comunque la giriate questo è il realistico quadro di ciò che possiamo fare: scegliere chi servire.

So che molti amici ed amiche con i quali discutiamo qui da tempo, pensano che l’idea di costituirsi terza forza aggregando paesi latino mediterranei per poi vedere a quale gioco giocare è pura utopia, non ci sono le condizioni, non ci sono i tempi, non ci sono le volontà, nessuno prende in esame questa ipotesi, non è da una pagina facebook che si cambia la storia etc etc. Altri invece, continuano a credere che la furba Italia potrebbe navigare a vista, zigzagando tra le altrui volontà di potenza, ottenendo il massimo accontentando quasi tutti o scontentando tutti a turno, cercando di portare a casa il proprio interesse nazionale a dispetto della propria intrinseca debolezza.

Non prendiamoci in giro, se come sembra, il mondo dei prossimi decenni sarà multipolare, lo standard della potenza necessaria a sviluppare quanto più e possibile il proprio interesse, sarà quello delle potenze maggiori che ci sovrastano di molti gradi. Più giù nella scala, diminuiscono le possibilità ed aumentano i condizionamenti, non ci vuole von Clausewitz per capirlo. Era il luglio del 2013 quando iniziai a promuovere l’idea di un sistema di potenza latino-mediterraneo perché questa appariva l’unica soluzione ad un dilemma le cui linee si potevano intuire già cinque anni fa. Per altro recuperando l’idea da uno strategia francese che arrivava alle stesse conclusioni nel 1945 (la geografia cambia poco nel tempo) riferendosi all’interesse francese.

Ma a dispetto delle nostre dichiarazioni orgogliose di sovranità, di cosmopolitismo, di costruzione del socialismo, di orgoglio patriottico e costituzionale, di appartenenza al sogno degli Stati Uniti d’Europa, vedo che a nessuno interessa davvero fare i conti con i pesanti blocchi del gioco reale, l’importante è partecipare ad un etereo dibattito astratto che scambia i nostri desideri per possibilità reali e litigare con chi sostiene un’altra ipotesi rispetto alla nostra.

Debbo dire che mi dispiace, l’Italia non ha un futuro interessante davanti a sé e chi più, chi meno, facciamo tutti a gara a partecipare al gigantesco processo di auto-inganno e nevrotica rimozione del dato di fatto. Scusate l’antipatica e malinconica franchezza.

CRONACA 779

IL LOGOS DEL MONDO NUOVO. (Post inadatto a chi è debole in geografia ed in pragmatica) “Logos” è uno di quei termini antico-Greci su cui puoi scrivere una enciclopedia di significati. Noi scegliamo “logica”, quando applichi la logica alla interconnessione fisica di merci e persone, vien fuori la “logistica”. Mentre analisti in preda al delirio dello s-materialismo a-storico avevano profetato un mondo “post-geografico”, il mondo che è e sarà sembra voler rimanere pienamente geografico e la sua logica, traspare da ciò che sta accadendo nei progetti di logistica.

Qui abbiamo il ministro dei trasporti israeliano Israel Katz che ieri in Oman, rilancia l’idea della “ferrovia della pace”, una ferrovia che andrebbe parallela a Mar Rosso-Suez, ma anche al piano indo-iranian-russo di cui abbiamo parlato qualche post fa. Sostanzialmente si tratta di collegare l’Oceano indiano al Mediterraneo, attraccando in Oman e venendosene su per gli Emirati prima e l’Arabia Saudita poi, giungendo al nuovo presunto nodo regionale di interconnessioni dell’area in Giordania, sfociando infine in Israele-Mediterraneo. Diramazioni ovvie con i porti del Bahrein e del Kuwait, ancora dietro la lavagna il Qatar, da vedere fra qualche anno che fare con Iraq e Siria. La faccenda certo non farà piacere a Doha, Teheran ma anche al Cairo.

Se ne traggono quattro considerazioni.

La prima è che dopo le inaspettate effusioni tra omaniti ed Israele (esortazioni dell’Oman al mondo arabo a considerare Israele un dato di fatto da integrare nella logica regionale. Si ricorda che l’Oman è l’unico paese musulmano a non esser in maggioranza né sciita, né sunnita poiché è ibadita, una antica fazione dell’ancor più antica interpretazione kharigita, affascinante ramo dell’islam che poi fu cronologicamente il primo a definirsi e dopo il quale si definirono sunniti e sciiti), ora ben si comprende quale fosse la ragione. Ad oggi, Oman ed Israele non hanno ancora formali relazioni diplomatiche, ma dato lo statuto terzo (i kharigiti -ai bei tempi- facevano volar via teste indifferentemente sunnite quanto sciite), chi meglio per far da mediatore?

La seconda è che ora si comprendono meglio anche le basi dell’ipotetico “accordo del secolo” evocato da Trump riguardo l’annoso contenzioso tra palestinesi e israeliani. Si tratta della creazione di un “interesse comune” regionale al fine ovviamente di far soldi, che porti alla normalizzazione di Israele nella regione (o parte di essa). Quando gireranno bei soldi da quelle parti (qui ferrovia ma domani perché non oleo-gasdotti?), è chiaro che un po’ potranno andare anche ai palestinesi, ovviamente in senso etnico ma non politico. Insomma, dismettete ogni velleità sovrana e venite a giocare con coi ai “mercanti nel tempio” vecchia occupazione regionale che ha antiche tradizioni. Tutti i popoli hanno élite e quelle palestinesi (non certo i vertici di Hamas ovviamente) potrebbero risuonare in accordo al messaggio.

La terza è che l’asse ebraico-sunnita tenderà a relativizzare l’Egitto e la Turchia, oltreché ovviamente ostracizzare l’Iran, cosa che già sapevamo ma che dopo i tentativi falliti della NATO araba e del conflitto siriano, prende ora pragmatica forma di un “chemin de fer” à la Montesquieu per il quale più commerci si fanno meno guerre si hanno.

La quarta è forse la più interessante. Perché o meglio per chi si farebbe questo collegamento stante che abbiamo capito contro chi lo si farebbe? Chi dovrebbe attraccare in Oman? La gestione del porto di Haifa che sarebbe lo sbocco mediterraneo della rete, è stata recentemente appaltata non senza sorpresa da parte degli analisti e commentatori, alla Shanghai International Port Group a partire dal 2021 per i successivi 25 anni. Si tratterà quindi di una diramazione del vasto progetto BRI? Una alternativa concorrente al progetto India-Iran-Russia per invitare la prima a lasciar perdere lasciando soli gli altri due? Una ridondanza necessaria nell’ottica di una globalizzazione 2.0?

Ecco, forse è il caso noi si cominci a studiare meglio il profilo di questa globalizzazione 2.0 che potrebbe sostituire il vecchio WTO. Non già il “tutto il mondo è un mercato” frantumato dalla geopolitica hobbesiana come qualcuno ha ritenuto di intuire, ma un “tutto il mondo è un mercato” con un piano di regole nuove che si stanno contrattando proprio sotto i nostri occhi, dal nuovo USMCA al suo possibile sviluppo in un nuovo Ttip, alle sanzioni alla Cina e molto altro per giungere infine ad un nuovo mega-deal planetario che incoroni “the artist of the deal” come padre del mondo nuovo, con pacificazione del Medio Oriente inclusa. Funziona?

Su quest’ultimo punto toccherà ovviamente ritornare, per ora fermiamoci qui.

[Ringrazio Lluch De Sa Font per le segnalazioni, si allegano:

1. Notizie da Israele: https://www.timesofisrael.com/rail-from-israel-to-gulf-mak…/

2. Riprese da Voltaire.net: http://www.voltairenet.org/article203773.html…

3. Logistica ad Haifa: https://www.porttechnology.org/…/shanghai_wins_haifa_termin…

4. Commento dell’appalto Haifa: http://www.occhidellaguerra.it/cina-israele/

5. Effusioni regionali: https://www.repubblica.it/…/storica_visita_di_netanyahu_in…/

CRONACA 778

I PROSSIMI DUE ANNI AMERICANI. Cosa significano i risultati delle elezioni di mid-term di ieri? Dipende dal punto di vista anche se a prescindere dal punto di vista, così come fino ad oggi il punto di fuga era posto sulle elezioni di mid-term, da oggi in poi il punto di fuga diventano le elezioni presidenziali del 2020.

Quanto al punto di vista degli americani, significano due anni di guerriglia delle intenzioni con pochi effetti pratici se non la continuata “presa di potere” dei repubblicani delle cariche fondamentali in cui si articola la macchina del potere, nomine che rimangono in capo al presidente ed al Senato in cui –tra l’altro- i repubblicani rinforzano la maggioranza. I “pochi effetti pratici”, saranno il risultato di una Camera in guerriglia permanente con il presidente, tale per cui le principali leggi che hanno effetti pratici non potranno esser ratificate. Guerriglia e non guerra perché l’affermazione democratica è stata moderata e quindi ai democratici non converrà alzare troppo i toni mentre -nei fatti- Trump non potrà legiferare su nulla di significativo, rimandando continuamente la colpa di ciò a gli stessi democratici.

Ne viene fuori un assetto per cui i fatti staranno a zero e le chiacchiere (polemiche, accuse, commissioni d’inchiesta) a mille. Buono per i giornali, per i commentatori, per lo stesso Trump che sappiamo esser di natura più un pubblicitario che un ingegnere ed anche perché non ci sono ragioni per paventare il temuto sfaldamento del consenso interno al suo partito che dovrà continuare a marciare compatto verso la rielezione del 2020. Come ricordava ieri Negri citando Frank Zappa “La politica in Usa è la sezione di intrattenimento dell’apparato militare-industriale”. Grande spettacolo quindi per due anni, gran polverone, pochi feriti, nessun morto.

Quanto al punto di vista Resto del Mondo, tutto ciò che Trump non potrà fare all’interno verrà fatto all’esterno poiché in termini di politica estera le sue prerogative rimangono intatte ed essendo l’unica parte in cui può agire, diventerà la vetrina delle sue credenziali per esser rieletto stante che comunque gli americani (come tutti del resto) sono più sensibili alle questioni interne che a quelle esterne. Ci si può quindi aspettare un Trump particolarmente protagonista che vuole dimostrare cosa può fare quando è messo nelle condizioni di fare.

Questo si traduce in continuità della strategia estera, sia in Medio Oriente (Isr+AS vs Iran) che in Asia (dove oltre alla serrata dialettica con la Cina si potrebbe aprire la possibilità di estendere gli accordi di libero scambio sul modello concordato con Canada e Messico -USMCA ex NAFTA- a gli ex TTIP). Altrettanto in Europa dove la strategia divide et impera continuerà spingendo sempre più Macron e Merkel l’uno nelle braccia dell’altra col punto interrogativo sul cosa farà Merkel dopo che verranno eletti i vertici della CDU a dicembre (personalmente credo che si dimetterà e si renderà libera per sostituire Juncker alla Commissione dopo le elezioni di maggio). Quanto alla Russia non sono in grado di dire. Sono convinto che la strategia Trump originaria fosse quella di provare a dividere Russia e Cina o quantomeno offrire una sponda a Mosca e sappiamo che “deep state” e democratici non vogliono questo in nessun modo. Riprendere questa linea nei prossimi due anni significa dare ulteriore carte alla polemica interna aizzando contro di sé tutte le bande armate imperiali, di contro è questa forse la più decisiva azione strategica (assieme al contenimento e pressione sulla Cina e sfaldamento dell’Europa unita) che potrebbe connotare i suoi prossimi due anni di presidenza magari rimandando la ratifica di eventuali accordi decisivi al dopo rielezione 2020. Un protagonismo stars and stripes (promozione dell’interesse americano che unisce e compatta) all’esterno gli permetterà anche di ricucire gli strappi interni per cui aspettiamoci molta carne al fuoco.

Comunque, l’anatra zoppa interna sarà gallo da combattimento all’esterno quindi abbiamo altri due anni di frizzante geopolitica di transizione multipolare da analizzare e commentare.

CRONACA 777

06.11 COSA AUGURARSI PER LE ELEZIONI DI MID-TERM DI DOMANI? Facendo atto di fede sul consenso delle previsioni su gli esiti elettorali delle elezioni di domani in USA (atto temerario ma comunque sono abbastanza unanimi), vediamo di commentare l’esito prima e non dopo il suo compimento. Il consenso generale dice che i democratici recupereranno la maggioranza alla Camera ed i repubblicani manterranno quella al Senato. Ci sono ragioni tecniche al fondo di questa differenza, la Camera si rinnova tutta mentre il Senato solo in parte e per lo più in collegi a storica maggioranza repubblicana. Avremo dunque l’esito più consueto dei casi del genere (mid-term) ovvero un presidente senza completa maggioranza.

Al di là del caso specifico Trump, pare che gli americani si sentano rassicurati da questo assetto di potere dimezzato. Poiché l’intero sistema Stati Uniti d’America è un sistema dotato di molta potenza intrinseca, meglio che il primo pilota sia un po’ legato altrimenti la somma della potenza di sistema più quella del pilota, potrebbe creare un mostro incontrollato. Quando poi il pilota è Trump, tale rischio è evidentemente da evitare una volta di più. Si ricordi, tra l’altro, che Trump ha vinto le sue elezioni solo per ragioni tecniche di affermazione in collegi decisivi, a teste, Trump ha avuto 3 milioni di voti in meno. In America, queste “ragioni tecniche” sono molto importanti come lo erano alla nascita e poi per lungo tempo nel sistema madre britannico lungo il XVIII e parte del XIX secolo (rotten boroughs), c’è un termine specifico per la questione “gerrymandering”.

Nei sistemi maggioritari ci sono modi di disegnare i collegi che fanno risultare maggioranze che non ci sarebbero in un proporzionale puro. Per queste elezioni, tra che ti devi iscrivere prima, la lontananza del seggio rispetto a popolazione spesso distribuita in vasti territori, la mancanza di registri federali (gli americani non hanno una vera carta d’identità) e le macchinette di voto elettronico il cui codice di software è in mano ad insindacabili imprese private, queste “manipolazioni” sono state ampiamente praticate. Da due anni commentiamo l’azione di un tizio a capo della maggior potenza planetaria che ha vinto col 2% dei voti in meno dell’avversario cosa che, nel caso di una azione politica così connotata in senso non proprio mediano, dà da pensare.

Comunque, stante che la politica estera rimane sostanzialmente una delle poche reali prerogative del presidente, tutto il resto finirà nel tritacarne della modalità “anatra zoppa”, dove cioè il presidente vuole andare da una parte ed il Congresso, in parte, punterà a fargli fallire i principali obiettivi. Data l’atipicità del personaggio, è da vedere “quanto” perderanno i repubblicani alla Camera (dai 30 ai 50 deputati, pare). Obtorto collo, infatti, alla fine le varie bande di repubblicani si sono aggruppate intorno al presidente ma se il risultato fosse chiaramente negativo, in vista delle decisive rielezioni del 2020, potrebbero iniziare la resistenza interna mentre la forza dei democratici si rinforzerebbe anche al di là dei numeri perché in promessa di vittoria futura. In particolare, gli esperti di cose americane, segnalano da tempo una avanzata dei neocon nell’amministrazione Trump e visto che i neocon sono anche democratici (chiamandosi diversamente), la stretta nei due rami parlamentari potrebbe farsi più forte.

Da vedere quindi se le previsioni saranno confermate ma anche la quantificazione del voto e l’andamento di alcuni duelli cardine. Trump dimezzato significherebbe azione politica meno coerente e decisa, imprevedibile come Trump reagirà visto che non è notoriamente “politico” e diplomatico. Soprattutto, non potendo armeggiare liberamente sulle forme interne del paese che è poi quello che a lui interessava decisivamente, è da vedere anche quanto ne risentirà la stessa agenda estera, la pressione verso l’UE e la Cina, l’Iran, le mai conseguite aperture alla Russia, il tentativo di aprire ad una globalizzazione 2.0 più normata. Su quest’ultimo punto si segnala che i Big di Wall Street hanno rotto il tradizionale bilanciamento semi-paritario di fondi elettorali dati ai due contendenti, sbilanciandosi decisamente a favore dei democratici. L’economia sembra andare per il verso giusto ma -com’è noto- i finanziari fanno un altro gioco che con l’economia c’entra poco o niente. I mercati finanziari hanno dunque votato, ora vediamo cosa faranno i “liberi” individui.

In linea generale, altri due anni di incertezza nel baricentro del fronte occidentale sarebbero comunque un vantaggio per il mondo multipolare, meno per il fronte occidentale. Una maggior recinzione del potere di Trump, darebbe senz’altro forza alla élite liberali europee in attesa della futura inversione dei rapporti di forza il che avrebbe effetto sin dalle prossime elezioni europee di maggio e financo sul comportamento del nostro attuale governo, in particolare sul peso di Salvini e della Lega.

CRONACA 776

NEBBIA IN EUROPA. E così, anche dieci paesi del nord Europa si sono visti, parlati e si son travati d’accordo su qualcosa, lasciamo perdere cosa. Sono stati battezzati gli “anseatici” riprendendo una antica alleanza commerciale in voga nel nord Europa dal XII al XVI secolo.

Lo hanno fatto da tempo anche i quattro di Visegrad che però sono anche i quattro del segmento centro-nord dell’Europa dell’est, quattro più dieci fa quattordici.

Gli stessi di Visegrad poi, cercano affinità con un area più grande che ricorrendo alle tracce storiche geopolitiche (Intermarium polacco) è stato ribattezzato gruppo del Trimarium, sono altri otto, quattordici più otto fa ventidue (alcuni si sovrappongono con il gruppo del nord). In pratica, quelli del Trimarium, sono gruppi a differente composizione dei paesi dell’Europa dell’est.

Con Brexit, i britannici o più che altro gli inglesi (Remain vinse in tutta la Scozia, l’Irlanda del Nord e parte del Galles), ci hanno fatto sapere che loro sono inglesi ed inglese ed europeo sono insiemi che hanno qualche sovrapposizione ma non tanto da fare cose importanti assieme. Bastava leggere un libro di storia per saperlo in anticipo ma finché faremo commentare la storia a gli economisti non capiremo un tubo. Così l’UE scenderà da 28 paesi a 27.

C’è poi il gruppo EU MED composto dai sette paesi di antica cultura geografica mediterranea (a parte il Portogallo) e greco-romana (incluso quindi il Portogallo), fondato nel 2013, si è riunito già qualche volta ma qualcuno ne frena l’impeto e quindi è poco presente, ma c’è. Sette più ventidue fa ventinove e sembrano di più dei 28-27 dell’UE perché come detto alcuni li abbiamo conteggiati due volte, nell’area nord ed in quella est.

Riepilogando, pur convergenti su temi differenti, ci sono unioni naturali tra europei del nord, dell’est e del sud-ovest, perché? It’s Geo-History stupid!

Il mondo vi parrà in un modo se mettete gli occhiali polarizzati per l’ economia, o in un altro con lenti per la geopolitica, per la religione o per la cultura materiale, insomma più in generale per la “politica”. Qual è l’occhiale giusto? Dipende ovviamente dall’intento.

Cosa cercate, una unione economica? Potrete farla più o meno con chi vi pare, come si è fatto nella stessa Europa centro-occidentale con i paesi dell’ex Patto di Varsavia o come alcuni volevano a loro volta fare anche con la Turchia e perché no, anche Israele.

Se però volete fare una unione politica, allora è facile che per ragioni geopolitiche (geo sta per geografia) e storiche, quindi anche -se non soprattutto- culturali (dalla tradizione giuridica a quella etico-religiosa, dalla cultura alta a quella bassa, inclusa quella materiale, abitudini, valori, stili di vita, regolamenti sociali, mentalità, narrazioni e miti), non potrete prescindere dal principio di omogeneità relativa. Una unione politica non è niente di più e niente di meno che uno stato, il che presuppone un popolo che deve convivere sotto le stesse leggi. Poi lo potete fare più o meno federale o centralizzato ma questo viene dopo, prima dovete fare uno stato. Come si fanno gli stati?

Quando gli abitanti di quella che poi sarà chiamata Francia, il primo stato-nazionale europeo, si misero finalmente d’accordo, volenti o nolenti dopo la Guerra dei Cent’anni, di smettere di farsi concorrenza gli uni con gli altri, non andarono oltre i Pirenei o il Reno. Non è che fossero tutti davvero “francesi” in potenza, avevano belle differenze che poi nel tempo vennero omogeneizzate, ma secondo il principio di omogeneità relativa unirono quello che era relativamente meno differente e quello che era relativamente meno differente stava dentro un’area segnata dai tipici confini geografici, fiumi, mari, monti. Può sembrare strano ma nel mondo reale che è più nitido di quello mentale, gli esseri umani non camminano sulle acque e non si arrampicano facilmente su per tornanti quindi, nel tempo, si finisce per avere a che fare con Altri più facilmente raggiungibili, quindi quelli che tra noi e loro non oppongono significative barriere geografiche.

Dovrai poi pure fare delle forzature poiché i Bretoni si sentono parenti dei Cornish (Cornovaglia) o perché la differenza coi belgi valloni in effetti non esiste o perché nella Sars – Ruhr (Alsazia e Lorena) sono in pratica tedeschi o perché hai baschi che però sono anche in Spagna o corsi mezzi italici come a Nizza, ma insomma se vuoi fare una unità con intenti politici, non ti unirai certo con gli scandinavi, no? Sembra ovvio.

Eppure non è ovvio affatto soprattutto se continui a pretendere di guardare il mondo con occhiali economici riferendoti a progetti politici, una forma di delirio percettivo indotto da una ideologia purtroppo assai diffusa proprio in Europa: la tradizione “liberale” (che infatti è di origine inglese nella sua architettura dominante, quindi non prettamente europea). Così non ti accorgi che, nei fatti, per molte delle normali decisioni che dovrebbe prendere una “unione”, l’Europa è una collezione di gruppi geostorici naturali tutti intorno all’unico paese che non è membro naturale di alcun sistema, la Germania. L’Europa è tutta quella confusa roba intorno alla Germania che non ne è il baricentro, ma il problema. Guardando cose lontane con occhiali correttivi per guardare da vicino sei come un miope che scruta l’orizzonte per cercare una visione ispirante, ma l’unica cosa che vedrai è nebbia.

Noi siamo in quella nebbia, l’attuale “Unione Europea” è quella nebbia, Bruxelles è il porto delle nebbie, il nostro modo di pensare al futuro dei paesi europei è annebbiato i concetti dati in pasto al dibattito pubblico per cui ti iscrivi a gli “europeisti” o ai “nazionalisti” sono nebbiosi, il primo molto più del secondo.

Guidare i nostri destini nella nebbia, in un mondo multipolare che va a duecento all’ora, è da incoscienti. Te lo dice la geo-storia che forse conta un po’ più dell'”Europa”. Vai da un buon ottico e mettiti in asse lenti e cervello, vedere è la radice di conoscere.

CRONACA 775

L’ORA DI GEOGRAFIA MULTIPOLARE. Tempo fa si pubblicava una chart con l’India terza economia del mondo, nel 2030, fra dodici anni (HSBC). Ora, gli indiani, con iraniani e russi, si stanno facendo una loro Via della Seta, detto Corridoio di trasporto internazionale Nord Sud (NTSC). L’ultima notizia è che pare si vedranno questo mese russi, iraniani ed indiani per ratificare l’accordo di questa via (linea nera della cartina) che inizierà con lo sbarco delle merci indiane nel sud Iran e proseguirà via treno fino al Caspio, di nuovo via nave fino alla russa Astrakhan e da lì a Mosca. Ma i russi dicono che la via proseguirà in Europa anche se non è detto dove e come. Potrebbe arrivare ai porti baltici o coinvolgere l’Ucraina che pur fa parte del consorzio NTSC o andare dritto dritto in Crimea e da lì dal Mar Nero al Mediterraneo è un attimo. Ma lo stesso progetto qui riportato potrebbe anche cambiare percorso in quanto del consorzio NTSC fanno in effetti parte anche Azerbaijan ed Armenia che potrebbero rappresentare un alternativa al trasbordo caspico dando passaggio diretto a strade e ferrovie.

Ma con questi paesi le questioni aperte sono molteplici e quindi si vedrà nell’ambito di una più generale trattativa, discorso che vale anche per l’Ucraina (e la Bulgaria). Il potenziamento del porto di Chabahar sulla costa sud del’Iran con affaccio oceanico, dovrebbe aiutare a decongestionare Bandar Abbas (Iran, davanti Oman, imbocco del Persico) e rappresenterebbe anche il terminale per collegare le merci indiane con l’Afghanistan, nonché le repubbliche asiatiche centrali che Nuova Delhi deve oggi raggiungere tramite i cinesi.

Il tutto sarebbe ovviamente connesso con la BRI cinese ed a questo punto si intuisce che BRI potrebbe esser un progetto multinazionale in cui tutti i partner dell’attraversamento costruiscono e gestiscono pezzi della rete legandosi tra loro in senso strategico di lungo periodo. Chissà che anche col Pakistan non si stia giocando una partita aperta come nel caso dell’Azerbaijan e dell’Ucraina. Una partita del tipo: “guarda che noi ti bypassiamo tranquillamente anche se -certo- faremmo prima a passare da te. Per passare da te però, tocca che risolviamo quelle questioncine tra noi sospese … (nelle relazioni indo-pakistane il Kashmir. Si ricorda comunque che Pakistan ed India sono entrambe entrate ufficialmente a giugno nella SCO).

Infine,NTSC-BRI farebbero una rete ridondante e quindi resiliente che per il momento aggira Suez e tutti i possibili maldipancia del Mar Rosso, Gibuti e dell’imbocco della Porta del Lamento Funebre (Bab ed-Mandeb). Ma anche qua, si tratta di dichiarate alternative o di alternative che servono a stemperare possibili ricatti suggerendo un più realista senso di cooperazione proponendo il dilemma “wIth or without you”? Nel frattempo, gli sponsor del progetto russo-indo-iranico assicurano un -40% di risparmio tempi/costi tra la loro futura rotta e Suez, forse dichiarazione un po’ pubblicitaria ma queste cose vanno lette a grana grossa, logiche di ridondanza e geopolitiche (ad esempio l’equilibrio di potenza tra gli attori euroasiatici) di per sé compenserebbe gli sforzi anche con vantaggi minori sul piano strettamente logistico-economico.

Pare altresì che I giapponesi, coi russi, coreani, cinesi, abbiano in animo di fare un loro raccordo anulare nell’area comune, con navi-treni-strade e quant’altro. Anche qui, si promettono vantaggi di costo molto sensibili. Ricordo il recente trattato di libero scambio UE-JAP e che i russi hanno la transiberiana. Vedremo. Di fatto gli annusamenti avanzati tra russi e giapponesi, giapponesi e cinesi, il processo di pace coreano benedetto da russi e cinesi, disegnano la nuova ragnatela tipicamente multipolare con pesi e contrappesi, amicizie, coppie libere e sesso occasionale, uova saggiamente distribuite in molti panieri.

Mi sa che questa faccenda del multipolare molti non l’hanno capita a fondo come funzionerà.

Questo sul piano materiale. Su quello ideale, nel turbolento mondo cappa e spada delle immagini di mondo, dopo aver parlato a lungo di strategia americana non più Pivot to Asia ma Indo-Pacific Stretegy come nuova Dottrina Trump che doveva vertere sull’India (!), dopo la ripubblicazione delle tesi di G.T.Allison sulla presunta “Trappola di Tucidide “ (fresco di stampa nella versione italiana per Fazi editore, ma anche in controanalisi in un libro appena uscito di A. Caffarena per il Mulino) oggi pare che Trump lanci segnali per un nuovo, inaspettato, mega-accordo commerciale con la Cina. Ma ormai abbiamo capito il tipo, sia quando schiaffeggia, sia quando carezza, non sai mai alla fine dove vuole arrivare, a pochi giorni della mid-term poi è da prendere con le pinze più del solito.

Comunque, stendere connessioni è il primo passo per le interrelazioni, che assieme alle varietà, fanno la complessità e che il mondo che verrà sarà complesso o non sarà è una delle poche certezze che possiamo nutrire su i tempi che ci vengono incontro domandandoci: voi che volete fare?. Alla Vecchia Europa suggerirei un passaggio da Amplifon, mi sa che ci stiamo perdendo qualcosa …

CRONACA 774

NOVITA’ DALLA STORIA PROFONDA. E’ ormai in pieno corso una rivoluzione paradigmatica nel campo della storia umana pre-antica. L’ Antichità e la sua storia narrativa, inizia con le prime forme di testimonianze scritte, circa cinquemila anni fa. La storia profonda è quella che la precede e sconfina con la paleoantropologia, avvalendosi di archeologia, geologia, biologia, climatologia e tutto ciò che può aiutare a ricostruire il quadro. Il processo è fortemente abduttivo, secondo Peirce, la vera forma del pensiero scientifico, l’unica forma che davvero produce nuova conoscenza.

Il focus della rivoluzione paradigmatica è nel periodo che va dal 15000 a.C. al 3000 a.C., un periodo prima segmentato tra Paleolitico superiore, Mesolitico e Neolitico, classificazioni che hanno due problemi collegati: le due principali (paleo-neo) vennero fatte nel 1865 quando le prove dei tempi addietro erano ben scarse e prese in esame solo per i cambiamenti nella lavorazione della pietra. La mentalità dominante al tempo era prettamente da Rivoluzione industriale. Oggi usiamo una grandissima massa di scavi e reperti, un grande ventaglio di discipline che ci raccontano cose dei tempi profondi che esulano dalla morfologia dei soli strumenti di pietra. Scaviamo un po’ dappertutto e sono spuntate fuori talmente tante incongruenze con la narrativa consolidata (Kuhn), da necessitare quello che oggi è il salto paradigmatico ad una nuova ricostruzione comprensiva.

In breve, non c’è stata nessuna rivoluzione neolitica, l’agricoltura non è stata “inventata” ma praticata per 10.000 anni prima come cura del selvatico, poi orticultura, poi agricoltura intenzionale, sempre come integratore alimentare di un dieta molto variata (caccia, pesca, raccolta, vari tipo di coltivazione) offerta dalle “terre umide”, prima di diventare l’unica forma di sussistenza. Ciò si è accompagnato con la domesticazione animale che è altrettanto longeva. La stanzialità è altrettanto antica, ancora quattromila anni prima della nascita del binomio stabile agricoltura-stato, c’erano città di 5000 abitanti che o non coltivavano nulla o molto poco.

Hobbes, Locke, Vico, Morgan, Engels (Marx), Spencer, Spengler, sulle orme di Giulio Cesare, hanno confezionato una narrativa moderna retro-proiettata su un telo bianco passivo che ha dato l’illusione di conoscenza reale quando in realtà si trattava di cinematografia. Non fu l’innovazione umana a cambiare la storia, né il motore primo fu il modo di produzione che cambiò come adattamento e non di sua spontaneità, né tutto ciò fu un progresso ma semmai un triste adattamento a condizioni sempre più strette, la faccenda durò migliaia di anni.

Nella Mezzaluna fertile allargata, il motore degli eventi del tempo profondo fu un meccanismo di correlazioni tra geografia, demografia, ambiente-clima. Il clima che s’avviava alla de-glaciazione subì uno shock tra il 10.800 ed il 9.600 a.C., poi una lunga fase “paradisiaca” (a cui si riferiscono tutte le mitologie antiche inclusa la Genesi che è solo quella che qui da noi si conosce meglio) e di nuovo un beve shock intorno al 6000 a.C. . Le comunità umane si mossero nei territori in virtù delle migliori ecologie locali, crescendo con una certa continuità. Più crescevano e si stanzializzavano, più aumentavano le epidemie, più aumentava la fertilità riproduttiva per compensare. Dopo il 6000 a.C., clima più secco, aridità dei terreni dovuta a molti fattori, rendimenti decrescenti della sussistenza mista, portarono ad un ricorso sempre maggiore all’agricoltura. Questa, tra l’altro, retroagì sulla complessione umana fragilizzando le ossa, rimpicciolendo il cervello, de-complessificando la mente umana esternalizzando la complessità nella struttura sociale (divisione del lavoro necessitante prima coordinamento e poi gerarchia), tutte dinamiche che rinforzavano il processo che le causava (rinforzo di feedback).

Tanti stimoli si possono trarre da questo cambiamento paradigmatico in corso: come usiamo le discipline se in forma integrata o imperialistica (oggi ad esempio l’economia), come consideriamo il tempo storico (a lunghe transizioni o a balzi “rivoluzionari”), quante variabili inseriamo nei modelli descrittivi (sistemica e complessità delle descrizioni) (da dopo McNeill ovvero da dopo quello che i meno addentro alle faccende degli storici scambiano per dopo Diamond, le epidemie sono diventate un fattore decisivo prima del tutto ignorato), l’antropocentrismo motore mosso poi da chissà cosa lascia il campo all’ adattamento condizionato dal fuori di noi, cambiano modi di considerare la società complesse ed i modi di produzione, la gerarchia e la guerra, la convivenza interna alle società, tra le società tra loro, tra le forme associate di vita umana e l’ambiente in cui crescono o decrescono periodicamente, per non dire delle trasformazioni di cultura materiale e non, incluse le concezioni metafisiche, teleologiche, escatologiche ed il senso della faccenda se ce ne è uno o più d’uno o nessuno.

Il libro postato (che sto studiando) non è che una delle tante ricostruzioni aggiornate che contemplano alcuni importanti risultati della ricerca degli ultimi venti anni, non è detto sia il miglior modo di interpretare i fatti ma i fatti usciti dalla ricerca sono tutti riferiti e quindi aiutano a farsi una idea complessiva. Qui una recensione da parte di un grande archeologo (che stimo molto) diverso dall’Autore, J.C. Scott, che è un professore di scienze politiche nonché antropologo di tendenze anarchiche di Yale, fortemente influenzato da Karl Polanyi.

Si cambia il modo di leggere il passato, quando si è spinti a trovare nuovi modi di leggere il presente ed il futuro. Oggi è uno di quei momenti. Meno male che c’è almeno un campo in cui il pensiero umano prende il moto ondoso, la bonaccia intellettuale prelude a morte certa.

Consiglio la lettura di questo articolo prima del libro: https://www.lrb.co.uk/…/steven-mit…/why-did-we-start-farming

CRONACA 773

IL FUTURO DI MAMMA EUROPA. Partiamo dalle elezioni di settembre 2017 in Germania. In termini di punti percentuali, rispetto alle elezioni precedenti del 2013: +8 AfD, +6 FDP (liberali), +1 LInke, = Verdi, -5 SPD, -9 CDU/CSU.

Nonostante la forte pressione stampa e vari poteri interni ad una coalizione CDU/CSU + Liberali + Verdi, non se ne fa niente e Merkel “convince” l’SPD dell’ineluttabilità di rifare l’alleanza di governo.

Successivamente, sia in Baviera che in Assia si confermano AfD e Liberali, si conferma la vistosa contrazione CDU/CSU con quest’ultima (in Baviera) particolarmente nervosa verso la gemella democristiana (CDU) e quindi la Merkel e coalizione centrale di governo, continua lo smottamento SPD questa volta recuperato in termini percentuali dall’ascesa dei Verdi. Percentuali e non politici poiché i Verdi tedeschi vanno più verso il centro che la sinistra.

Nel frattempo, il capitalismo tedesco comincia a dar segni di malore. Si contraggono crescita e volumi degli scambi internazionali, si contrae la previsione di crescita in Europa, si accusano i colpi americani, vacilla Deutsche Bank, crollano gli ordinativi automotive.

Merkel annuncia il ritiro dalla politica (governo, CDU) nel 2021. Un istante dopo FAZ (Frankfurter Allgemeine Zeitung, il più autorevole e centrale quotidiano tedesco) lancia la candidatura ( a guidare la CDU quindi poi il governo con rimpasto o nuove elezioni se necessario) di Friedrich Merz.

Merz è dell’ala liberale della CDU. Non c’è consiglio di amministrazione del grande capitalismo tedesco in cui l’avvocato non sia stato membro, dal fondo americano BlackRock (la Mordor del finanzcapitalismo neoliberista), fino a HSBC (banca inglese), AXA e Winterthur (assicurazioni), Ernst&Young (consulenza) Deutsche Borse, immobiliari, la Bosch, treni e financo il Borussia Dortmund. Membro della Trilaterale e commissario per la Brexit. Sponsor del think tank neoliberista Iniziativa per una nuova economia sociale di mercato ( INSM ) che dichiarandosi seguace della tradizione del padre del miracolo economico tedesco Ludwig Erhard in realtà è seguace di Friedrich von Hayek, per altro accusata di essere una subdola e troppo potente lobby culturale. Il giudizio sull’infedeltà alla tradizione di pensiero ordoliberista del capitalismo-sociale di Erhard è della Fondazione Ludwig Erhard che qualcosa sull’argomento, si presume ne sappia. Molto poco “verde” (a favore del nucleare e del rallentamento delle politiche di transizione energetica), molto poco “sociale”, molto-molto liberista duro e puro, vuole liberalizzare i licenziamenti, tassare le pensioni ed aumentare l’età pensionabile. Insomma, non ci vuole un genio per capire che Merz è l’uomo del capitalismo tedesco che a fronte di burrasche e tempeste delle previsioni economiche di grande quadro che s’annunciano e già si manifestano, vuole meno regole e più barbarie per salvare i profitti e gli incentivi a gli investimenti ed al “fare impresa”. Lo solita cura anti-intuitiva dell’omeopatia liberale.

In più Merz ha questi atout politici: 1) ha diretto a lungo la coalizione parlamentare CDU/CSU e quindi è garante per quest’ultima ed il capitalismo bavarese; 2) è in grado di riportare a casa almeno 4-5 punti percentuali dal FDP cioè dai liberali cresciuti sulla critica della posizione centro-sinistra di Merkel; 3) è in grado di riportare a casa anche qualche punto (forse 2-3) da AfD sia per il richiamo della foresta esercitato dal fattore economico-finanziario che torna prioritario in tempi di crisi, sia perché molto pragmatico e pare non problematico sul raggiungere AfD anche su alcuni item sociali-migratori. In più, è chiaro che a questo punto la diga a sinistra è crollata e tocca affondare il colpo scaricando come al solito gli aggiustamenti di sistema sulle classi subalterne sempre meno rappresentate, al massimo si rischia un 2-3% in più alla Linke che fa bene al pluralismo ma tanto non ha alcun effetto pratico magari divisi con il probabile rimbalzo più sociale di una SPD oltre l’orlo della crisi di nervi. Coi Verdi, invece, saranno botte aperte. Infine, è molto amico del capitalismo anglo-sassone.

Personalmente, non credo proprio che Merkel si ritirerà, Merkel andrà alla Commissione dove il bombardamento del quartiere generale (JC Juncker) spiana la strada ad una gestione più “etica”. Sarebbe un grave errore per i tedeschi reclamare la BCE che tanto controllano comunque e per via di come è scritto il Trattato e per il peso politico che ne condiziona le politiche una volta fatto fuori Draghi. Merkel è garanzia per “Sigfrido” Macron quindi per il Trattato dell’Eliseo (1963 De Gaulle-Adenauer, la radice di tutto il successivo sviluppo “europeista”), per il centro-sinistra europeo sempre più malmesso, come fiera Brunilde contro le orde neo-populiste, per la Germania stessa. Sopratutto è “garanzia” per tutto il sistema internazionale che ha creduto e scommesso sull’UE e che ha i forzieri gonfi di euro, l’anello da salvare a tutti i costi. L’anello del Nibelungo salverà l’Oro del Reno o si va verso il Crepuscolo degli dei?

CRONACA 772

QUESTO AFFARE PUZZA E NON SOLO DI GAS. Alberto Negri (qui) sostiene che la nostra accondiscendenza sul TAP è contropartita dovuta a gli americani per l’appoggio nella tenzone libica. Sappiamo anche che TAP costituirà alternativa alle forniture russe e quindi ben si comprende perché gli USA ci tengano così tanto, ma c’è forse anche un altro aspetto nella faccenda.

La “geopolitica critica” (Lacoste, O’ Tuathail) insegna che già nelle cartine si fa attivamente geopolitica, dipende cosa mettete, cosa inquadrate, cosa segnalate e cosa no. La cartina di questo articolo che è poi quella di Wiki, inizia il Tap in Turchia ma il Tap inizia in Azerbaijan. E cosa fanno in Azerbaijan? L’Azerbaijan è la banca, l’official carrier e il fornitore ufficiale di coperture diplomatiche delle covert operation NATO e USA in fatto di vendita armi (vedi famoso aereo fotografato a Cagliari mentre carica armi per gli Al Saud destinazione bambini Yemen, delitto Caruana a Malta, il volo Silk Way del 2011 che si schianta prima di arrivare a Bagram-Afghanistan, le bombe bulgare ad Aleppo e molto, molto altro ). Vorrai mica farli arrabbiare? Poi magari invece che ammazzarti una come la Caruana, te la fanno pubblicare i documenti di qualche losco traffico in cui -oplà- spunta una banca che porta ad amici di amici, un consolato israeliano, una fabbrica francese, un fax emiratino e chissà cos’altro. No, a gli azeri non si può dir di no, dopo tutto quello che fanno per “noi”.

Stante che dello schifo di cui è fatto il mondo geopolitico sappiamo forse una percentuale minima, ci si domanda: quanto schifo fa? Penso che dopo l’entomologo, il medico legale della morgue, il geopolitico non a libro paga di qualche fazione, sia uno dei mestieri che più mette a dura prova la tua fiducia nell’umanità. Ma voi non vi preoccupate, scrivete qualche post che prende in giro Di Maio ed i Cinque stelle, l’importante non è capire quanto schifo fa il mondo in cui vivete ma litigare tra servi.

CRONACA 771

IL LEGGIADRO FILO SPINATO. La geopolitica ha alcune costanti di lungo corso per via della parte “geo” che ne compone l’oggetto, la geografia fisica, in genere, non cambia. Così dalla Dottrina Monroe, ovvero dal 1823 (poi allargata dal Corollario Roosevelt 1904), ovvero da poco dopo che gli “americani” hanno avuto uno stato diventando quindi soggetto geopolitico, gli USA ritengono di dover esser il centro di un sistema che ha tutto intorno due fasce a cui non ci si deve/può avvicinare: 1) tutta la terra continentale (tant’è che chiamiamo “americani” gli statunitensi); 2) tutti e due gli oceani su cui affacciano.

Entro questi spazi, le sovranità le decidono loro se non direttamente, almeno evitando il formarsi di backdoor per eventuali nemici. Molti anni dopo, ci hanno provato anche i tedeschi a tirar fuori una teoria del genere pervertendo il concetto di Lebensraum (spazio vitale) che in verità aveva origini bio-geografiche o con Schmitt col concetto di “grande spazio”. Ma di nuovo, ciò che la geografia e la storia permettono in un contesto, non è detto si possa replicare in altro contesto. Non c’è nulla di più resistente all’idealismo della geografia fisica.

Gli USA si sono momentaneamente allontanati dall’applicazione della Dottrina Monroe in coincidenza dell’affermarsi della strategia globalista che aveva una sua convinzione post-materialistica quindi a-geografica che alcuni teorici liberali continuano a teorizzare (con sempre minor convinzione). Raggiunta una inedita massa critica di governi di centro-sinistra o sinistra-sinistra al 2008, è poi iniziata la Reconquista che ha segnato punti importanti in Cile, Argentina ed ora Brasile. Il Latinobarometro del 2016, censiva un 28% di elettori di centro-destra e solo il 20% di centro-sinistra, con ovviamente un baricentro di 36% centrista, spesso inclinato più a destra che a sinistra.

Alcuni indicano a spiegazione un mix fatto di sette protestanti, insopportabilità della criminalità e corruzione, incapacità della sinistra di far funzionare il capitalismo secondo i suoi spiriti animali, crollo dei proventi da vendita di materie prime che rimangono il principale asset latino-americano. Morti Kirchner, Chavez, Castro e con Lula in galera, le seconde generazioni non hanno ben performato. I leader della speranza hanno un certo vantaggio su i manager della gestione che quelle speranze, in genere, debbono ridimensionare.

Archiviato il trionfo di Bolsonaro, ora la partita si giocherà tra il mantenimento delle promesse fatte dalle destre coadiuvate ovviamente dagli Stati Uniti da vedere però quanto in grado di condividere la loro ricchezza vista la postura neo-egoista da una parte e il messicano Obrador ragionevolmente social-democratico dall’altra. Il crollo dei prezzi delle materie prime permane (con grande gaudio dei statunitensi nel frattempo riconvertitesi al materialismo-realista che a questo punto si riproporranno come principale/unico partner commerciale dotandosi di una congrua riserva utile a trincerarsi maggiormente in casa visti gli incerti tempi multipolari), la contrazione generale degli scambi internazionali pure, fintanto che gli statunitensi continueranno a drogarsi intensamente la criminalità certo non diminuirà, il Venezuela (preda ambita per via delle corpose riserve petrolifere) cadrà e la Cina continuerà a corteggiare l’area offrendo una alternativa sempre più difficile da perseguire.

Nel migliore dei mondi immaginabili ma non necessariamente possibili, la vera alternativa sarebbe la costituzione di uno stato latino-mediterraneo europeo dove portoghesi, spagnoli ed italiani potrebbero rappresentare l’alternativa ideale per un sistema di co-evoluzione basato su familiarità, reciprocità e differenza. In fondo, la Monroe che è una dottrina non solo geografica ma geostorica, venne fatta ai tempi proprio contro gli europei perché legami e relazioni stratificate nel tempo storico, contano.

Il tempo e gli uomini ci diranno come andrà a finire, per ora “Monroe is back” (che poi in realtà la dottrina era di J.Q.Adams, quinto presidente USA).

«Oggi […] le terre anche loro son libere, salvo alcuni scampoli come le colonie francesi e inglesi, e il campicello di Monroe, chiuso da un leggiadro filo spinato.»

(Carlo Emilio Gadda, La meccanica, 1929)

 

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