CRONACHE DELL’ERA COMPLESSA

IN QUESTA PAGINA SI RIPORTANO (in ritardo) I POST SCRITTI A COMMENTO DEGLI EVENTI DEL GIORNO NELLA MIA PAGINA FB. CHI LO DESIDERA PUO’ CHIEDERMI IL CONTATTO DIRETTAMENTE SU FB

CRONACA 681

ITALIA: 12% POPOLAZIONE UE, HA RICEVUTO IL 70% DEI MIGRANTI -VIA MARE- 2017 VERSO L’EUROPA. (Dati Organizzazione Internazionale per le migrazioni di Ginevra, 165 paesi aderenti, Italia co-fondatrice).

Dopo questo dato viene tutto il resto. Viene Salvini che non ci piace, viene la tabella che molti postano che mostra che l’Italia è ultima in Europa per accoglienza (ma si riferisce ai rifugiati, non ai migranti e forse quel dato basso è spiegato da questo molto alto sebbene non altrettanto diffuso), viene il sì però non rimangono tutti qui (si però arrivano tutti qui), viene il giusto cruccio etico e morale per l’altrui disgrazia, la destra e la sinistra, la manipolazione politica, viene la Chiesa cattolica, vengono le ipotesi sulle ONG o su Soros, vengono i maestri di pietà e quelli di giustizia, viene Saviano, viene il Vangelo, e tutto il resto che postate comunicando la vostra identità ed opinione spesso vibrante ed appassionata se non indignata magari per opposte ragioni. Buoni e cattivi.

In Africa e non con intenti umanitari, sono presenti con interessi economici forti e con pratiche spesso oltre la legalità: Belgio, Gran Bretagna, Francia e molti altri. Noi forniamo soprattutto preti per le missioni cattoliche che scavano pozzi ed aprono scuole. Ma abbiamo anche imprese dedite al “land grabbing” sebbene in questo caso l’unione degli europei funzioni alla grande visto che ci sono anche UK-FRA-FIN-SPA-POR-OLA e pure il Lussemburgo. Buoni e cattivi.

L’Africa è in credito col resto del mondo per 43,1 miliardi di US$, nello sbilancio tra aiuti e rapine di multinazionali che poi portano i profitti nei paradisi fiscali (Rapporto Honest Account 2017 – Global Justice Now). Nel 2015, le Nazioni Unite avevano avviato una procedura di ristrutturazione del debito africano votato con 135 sì e 5 no. Cinque no? E chi mai saranno questi cinque disgraziati che volevano mantenere il laccio al collo del disgraziato continente? Stati Uniti d’America (Obama), Gran Bretagna (Cameron), Germania (Merkel), Israele (Nethayahu) Giappone (Shinzo Abe) e l’inaspettato Canada. Già, buoni e cattivi.

L’oggetto di tanta indignazione è la nave Aquarius, e l’acquario è la giusta metafora. Sembra trasparente ma distorce quello che c’è dietro.

CRONACA 680

CRONACHE DELLA TRANSIZIONE. Trump sta modificando velocemente i rapporti di forza all’interno del’Occidente.

Angela Merkel di fronte a Donald Trump durante il G7 in Canada. ANSA/JESCO DENZE HANDOUT HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

Il Giappone sta già andando per conto suo dovendosi anche ricentrare sul suo quadrante geo-naturale che è l’Asia, non l’occidente.

L’Italia, nella nuova configurazione di governo, si presta a ruolo di quinta colonna che vorrebbe usare la spinta americana, per modificare i rapporti di forza interni all’Europa.

La Gran Bretagna è al momento silente e paralitica poiché a sua volta in transizione non avendo ancora mani completamente libere data la procedura in corso di divorzio con l’UE.

Il Canada è sotto bombardamento dazi-NAFTA e comunque, con tutta la simpatia per quel bel Paese, conta quanto il due di coppe a briscola quando regna bastoni. Rimangono così Francia e Germania.

Sulla Germania già sappiamo molte cose. Accusata di eccesso mercantilista, di far la vergine delle rocce con la Russia con cui continua a fare affari e soprattutto condotte di gas, reticente a finanziarie la NATO da par suo, altrettanto avviluppata in amorosi sensi con la Cina, attaccata con violenza su Deutsche Bank, acciao e suoi derivati manifatturieri, adesso si beccherà le fatidiche barriere sulle auto, core business della sua industria metallica ovvero core economy. Altresì, la Germania è il perno sia del’euro che della UE che sono intesi come suoi sistemi di egemonia.

L’euro occupa il 30% delle riserve mondiali, percentuale sottratta soprattutto al dollaro e visto che volenti o nolenti, si dovrà far spazio allo yuan (che tanto concesso o conquistato, il suo spazio naturale se lo prenderà per semplici ragioni di volumi), converrebbe a gli americani distruggerlo perché vaso di coccio tra vasi di ferro.

Già da tempo gli americani flirtano apertamente con la nuova fascia Visegrad-Intermarium-Trimarium, che ha nella Polonia il suo centro di gravità. Ora ci si mette pure l’Italia schiacciata da una egemonia tedesca molto ottusa e poco flessibile, peccati di mentalità atavica dei germani, peccato gravi in tempi complessi che richiedono adattamento veloce e flessibile, grande tattica e solida strategia.

Ora Trump cala l’ennesimo asso: non volete i dazi? Bene, facciamo libero mercato, totalmente però, voglio vedere come la mettete con la mie auto a -10% ed i pick up a -25% ed i prodotti agricoli e molto altro. Togli le barriere su i prodotti agricoli e Macron si trova Parigi sommersa di letame. Nel mentre Macron ha passato le ultime settimane ad allenarsi con la pinza rinforzante la stretta di mano per “lasciare il segno” al vertice appena concluso, chissà se la sua fedeltà liberale rimarrà altrettanto ferrea.

E’ noto che i circoli liberal americani hanno chiesto a francesi e tedeschi di resistere strenuamente, ancora fino a novembre, poi con le elezioni di mid-term il bestione pazzo sarebbe stato ingabbiato e derubricato ad anatra zoppa. Epperò i nuovi sondaggi danno Trump vincente e questo va come un treno, il mondo cambia velocemente, i “populisti” crescono come lumache dopo le prime piogge settembrine, serpeggia il dubbio che quella stagione sia finita, finita per sempre. Guarda la May che figuraccia planetaria ha fatto con la storia di Skripal. Era solo tre mesi fa che Londra costringeva tutti i partner occidentali ad allinearsi al “espelli anche tu il diplomatico russo” sognando il boicottaggio dei mondiali, ed oggi Trump e gli italiani vogliono portarlo al tavolo del salotto buono a discutere dei destini del mondo.

L’Internazionale liberale è in via di scioglimento. Dà sempre più deboli segni di vita in America dove i democratici stanno accarezzando l’idea di far proprio leader il proprietario di Starbucks (complimenti vivissimi, questo sì che si chiama intelligenza adattiva!), spianati in Gran Bretagna dove ormai solo Soros crede possibile ripetere il referendum sull’exit (ma nel frattempo che prova a metterlo in piedi sarà proprio l’UE a non esserci più o almeno non così), finanzia il tour dell’avvenir a Renzi ma forse si sta rendendo conto che non lì non c’è nessun avvenir. Quando è finita, è finita.

Sono tutte cose che sappiamo e sapevamo. Un oscuro pensatore indipendente (il sottoscritto) ha scritto tutto ciò già un anno e mezzo fa nel suo libro. Bastava leggersi le interviste elettorali di Trump, i deliri di Bannon, guardare i numeri, avere due nozioni in croce di storia, osservare le carte in mano ai giocatori ed i soldi sul tavolo verde, capire che si andava al prepotente ritorno dei principi realisti dopo la stucchevole sbornia di idealismi a copertura di una visione del mondo anni ’90, l’epoca in cui massimi intellettuali occidentali profetavano la “fine della storia”. Forse della loro.

Così siamo qui, in mezzo alla transizione, quando il vecchio muore ed il nuovo non si sa se sta nascendo promettente o come “fenomeno morboso”. Se non si hanno le idee chiare su di noi, chi siamo, cosa vogliamo ma soprattutto cosa è possibile (l’ostinato ritorno del principio di realtà), se non si sa del mondo e come funziona e funzionerà il gioco, faremo la fine che tocca a tutte le civiltà che hanno resistito al cambiamento dei tempi. Anche se alcuni di noi si sentono assolti, siamo lo stesso tutti coinvolti: che facciamo?

CRONACA 679

E’ LA MIA NATURA! La favoletta della rana e dello scorpione, nel nostro inestinguibile occidentalismo, è attribuita ad Esopo ma in realtà pare abbia origine nell’antica saggezza indiana.

E’ la favoletta di quello scorpione che doveva passare dall’altra parte di un fiume ed a tal fine, cerca di convincere una rana a dargli un passaggio sulla schiena. La rana ovviamente dubita ma lo scorpione mostra la ferrea necessità della logica, se lui la pungesse morirebbero entrambi. La rana si fida della necessità logica, se lo mette sulla schiena ed entra in acqua. Poco prima di giungere a riva, lo scorpione improvvisamente la punge. Mentre la rana sta morendo nei gorghi del fiume, ha la forza di domandargli “Ma perché l’hai fatto?”. Lo scorpione che sta per morire anch’egli affogato, rassegnato le risponde “E’ la mia natura”.

La favoletta illustra il dramma del bene comune ovvero la ferrea divergenza tra l’individuale (competizione) ed il sistemico (la cooperazione). Sebbene la logica cooperativa sia spesso win-win, più spesso prevale quella individuale che è lose-lose. Quelli della Teoria dei Giochi si sono fatti ricche auto-manipolazioni sul concetto credendo che con la matematica si scoprono cose già note duemilatrecento anni fa (dramma del presentismo che domina la nostra cultura moderna).

La faccenda si può applicare al nostro momento storico in cui si presenta un problema a noi italici per lo più ignoto: l’interesse nazionale. Caracciolo, nell’editoriale dell’ultimo Limes, lamenta questa nostra atavica cecità verso l’interesse sistemico nazionale. Quasi tutti i paesi occidentali hanno la loro pluralità politica interna ma raramente queste divergenze si applicano all’interesse nazionale, motivo per il quale anche cambiando governo, certe strategie macro del sistema-Paese, non cambiano sostanza ma solo interprete.

In questi giorni, assistiamo ad una sbornia di odio reciproco. Ci odiamo alla follia, odiamo l’altrui stupidità, l’altrui malafede, l’altrui impreparazione, l’altrui falsa coscienza, l’altrui particolarismo, l’altrui insensibilità, l’altrui ignoranza (l’ignoranza è sempre in colui che non sa quello che sappiamo noi, mai viceversa) ci vomitiamo reciprocamente sarcasmo, ironia se va bene, recriminazione, paura.

A gli uni ed a gli altri, mi piacerebbe dire cosa sta succedendo nel mondo. Sto leggendo il libricino di quel Kishore Mahbubani (e chi diavolo è? diranno i più e già nella domanda o meglio nel suo atteggiamento sarcastico, c’è parte del problema perché il problema non è chi è Mahbubani col suo nome che ti sta apparendo ridicolo, ma chi diavolo sei tu con quel sorrisetto idiota di chi si sente tanto furbo e che non sa né chi è lui, né nulla di ciò di cui lui sta parlando) di cui ho parlato qualche post fa. Seguirà recensione sul mio sito.

Sta succedendo la più ampia, profonda e veloce trasformazione della storia, dell’umanità con cui condividiamo il pianeta. Dovremmo discutere tra noi, anche animatamente, su come attraversare questo impetuoso fiume eracliteo che rende difficile il nostro metterci in salvo sull’altra sponda.

Dovremmo cioè discutere l’interesse nazionale su cui sono ovvie le divergenze ma visto che non siamo abituati a porci il problema in questi termini, pur discutendo dovremmo altresì considerare la nostra diffusa ignoranza sulla complessità dell’argomento, dovremmo valutare meglio le ragioni altrui, dovremmo parametrare i giudizi non all’arbitrario elenco delle nostre ideali preferenze etiche, morali, ideali o sulla nostra esclusiva immagine di mondo costruita copia-incollando questa o quella ideologia smangiucchiata su qualche libricino o articoletto letto qui e lì.

Ma per gente che è stata serva per molto tempo, che è stata soggetta alla divisione sociale indotta da chi doveva controllarci in remoto secondo i suoi egoistici interessi (siamo il centro del mondo oggi, ospitiamo al contempo Bannon, Soros, il Bilderberg e sicuramente amici di Putin in incognito, quelli di Tel Aviv non in incognito, così quelli di Francoforte e molti altri), ragionare dell’interesse collettivo è difficile. Sopportare il ribrezzo per l’altrui vischiosità o la diffidenza per l’altrui egoista cattiveria, al fine di ottenere il comune risultato di andare dall’altra parte, è improbo.

Quindi teniamoci stretta la nostra stupidità e quando sembrerà che ce l’abbiamo fatta, che stiamo per aver speranza di andare dove sarebbe meglio andare, tiriamo fuori il nostro pungiglione acuminato e togliamoci la soddisfazione di pungere, è la nostra natura a fare la nostra cultura, per questo evolviamo così lentamente.

CRONACA 678

DIALOGO CON TIRESIA. Dopo una cena a base di fritto ho avuto un sonno agitato. Prendetelo per quello è, il frutto di un cattiva digestione.

Io: Tiresia, hai seguito la faccenda italiana? Come andrà a finire secondo te?

T: Caro amico, a Maggio 2019 ci saranno le elezioni europee. Il potere che alberga a Bruxelles non potrà concedere ovviamente nulla di significativo prima di tale data. I partiti dei Paesi che hanno dovuto sottostare alle dure regole, sarebbero devastati dall’applicazione dei due pesi e due misure. Le forze anti-sistema dei Paesi dominanti, verrebbero corroborate nel loro veder confermate le loro critiche al sistema nel caso francese, mentre quelle tedesche vedrebbero conferma del paventato cedere interesse nazionale per aiutare interessi nazionali di altri Paesi. Sarebbe un incentivo alla sovversione.

Io: Allora all’Italia toccherà pensare seriamente di uscire dall’euro?

T: Tu pensi possibile cosa che non lo è, o almeno non così come te la immagini. Il prezzo del vantaggio ottenuto superebbe di molte volte il prezzo dello svantaggio. In più, seppure voi italiani vi votaste al muoia Sansone con tutti i filistei, l’evenienza sarebbe devastante per l’euro, l’UE e l’intero sistema economico-valutario mondiale. Vedrai che alla fine qualcosa cederanno, un po’ di deficit magari sotto mentite spoglie, magari la regola di sottrazione di certi investimenti strutturali nel computo dei bilanci, qualche forma del cosiddetto Fiscal Compact. Sul vostro stivale, da oggi, c’è la targhetta “Handle with care”, nessuno in Europa ha interesse a sballottare il composto instabile ed imprevedibile che si è venuto a creare. Voi siete a vostro agio nell’instabile e nell’imprevedibile, avete da sette secoli una torre di 14.000 tonnellate storta, ma gli altri sarebbero morti di ansia a tenersi quell’incombenza minacciosa. L’euro non funziona e non è riformabile quindi cederà il passo a qualcos’altro ma qui oltre, non posso vedere …

Io. Allora quando “cederanno” qualcosa, se hai appena detto che fino a Maggio 2019 nulla si muove?

T: Subito dopo e prima di ottobre quando scadrà l’italiano di Francoforte ed i tedeschi dovranno creare le condizioni di accettabilità per prender loro quella poltrona decisiva. Farà parte della loro “campagna elettorale” tra i partner europei che debbono accettare quella minacciosa candidatura, mostrarsi un po’ più ragionevoli, quel minimo che a loro costa relativamente poco e per chi ne beneficerà, vale abbastanza per poter esser esibito come risultato.

Io: Allora lunga vita all’euro?

T. Ti ho detto che non vedo abbastanza lontano per poterti rispondere amico mio. Ci sono molte altre variabili in gioco, variabili geopolitiche che gli europei non controllano affatto, variabili a cui sono tutti soggetti, non solo i Paesi che hanno meno forza, anche quelli con più apparente forza in Europa che però è minor forza se passi dall’Europa al Mondo. E’ da vedere cosa succederà alle elezioni americane di novembre di quest’anno, ad esempio. E’ da vedere quali nuove idee sorgeranno nel mentre si svolge il travaglio del nuovo mondo.

Io: … e come giocheranno tra loro queste asimmetrie?

T: Dipende dagli equilibri interni alla Germania ed alla Francia. In Germania, Merkel farà di tutto per non passare alla storia come colei che ha fatto saltare per aria il sistema ereditato dal trattato dell’Eliseo del 1963 e comunque ricordati che Merkel ha coalizione coi socialdemocratici che non affosseranno mai l’euro. Di contro è pressata da CSU, liberali e AfD, nonché dagli USA, da UK e dai Paesi dell’Intermarium tra cui i nuovi sogni di gloria dei polacchi. Cercherà di portare la nave a fine del suo mandato, poi si ritirerà perché il suo tempo è finito, i giochi sono nuovi e su questo domani non vi è certezza alcuna per eccesso di variabili. In Francia, Macron vedrà dissolversi il suo sogno di diarchia alla pari con Berlino e ripiegherà sull’orgoglio nazionale, anche per pararsi dalla possibile crescita di consenso interno degli anti-euro-EU nazionalisti. Tenterà di barcamenarsi con un po’ di franca intraprendenza, qualche concessione formale da parte di Berlino, farà coppia nel format poliziotto buono usando l’Italia come poliziotto cattivo. Nessuno ha idee forti per passare questa transizione, come dite voi “adda passà ‘a nuttata”, le cose saranno più chiare quando il “viaggio sarà al termine della notte” come diceva un francese.

Io: … e l’Italia? Questa coalizione giallo-verde ha futuro?

T: E’ una Gross Coalition sul nuovo consensus, funzionerà né più né meno come hanno funzionato le precedenti Gross Coalition sul consensus precedente. Alleverà una nuova classe dirigente e scoprirà che dei suoi molti problemi alcune soluzioni stanno nel riformare i rapporti esterni ma molte di più stanno nel riformulare quelli interni. I suoi leader capiranno che il potere si conquista a cavallo e poi si gestisce coi piedi a terra. Pensa solo a quanto cambiamento strutturale l’Italia sarebbe positivamente soggetta se affrontasse di petto la questione della delinquenza organizzata. Sono milioni, forse miliardi, che si perdono nelle distorsioni del vostro sistema di vita associata, nel meridione, nel settentrione come invadenza e condizionamento del capitale sporco, come mancato introito fiscale da parte dello Stato, come depressione endemica del potenziale del suo esser un sistema di 60 milioni di persone. Avranno molte cose fare …

Io: … qual è il rischio maggiore che corriamo?

T: Ragionar di cose nuove con la mentalità vecchia.

Io: … e tu, come fai a vedere nel futuro?

T: Sono cieco alle passioni e pressioni del presente.

CRONACA 677

04.06 SPREAD. Ormai diventato termine d’uso comune, letteralmente significherebbe “diffusione, propagazione, espansione” ma viene inteso, rispetto ai tassi su i titoli pubblici tra Paesi europei, col significato di “ampiezza della differenza”. Qui però, la chart illustra lo “spread” in senso di possibile “diffusione” del malcontento tra le nazioni scontente del livello di vita in relazione all’euro (pare). Non conosco la metodologia di ricerca ed ampiezza del campione della fonte Bloomberg (che rimanda al Bloomberg Economic Index con accesso solo a gli abbonati), so però che l’ha pubblicata oggi, quindi è fresca-fresca. Che ci dice?

Ci dice che eccetto la Lituania che sta sul Baltico e Malta che è paradiso fiscale, tutti i Paesi mediterranei sono nel negativo (nell’ordine inverso Grecia, Cipro, Italia, Spagna, Portogallo e Francia) mentre tutti i Paesi germano-nordici stanno nel positivo.

Questo è il vero spread della questione europea, l’obbligo ad agire secondo lo stesso paramento, per due mondi molto eterogenei tra loro. Per reclami, citofonare Marianne. Continuate a fare l’Europa secondo il materialismo storico monetario, la risata della Storia vi seppellirà!

CRONACA 676

L’OCCIDENTE HA PERSO COSA? Joseph S. Nye Jr, uno dei massimi politologi americani (Harvard, Trilateral, Foreign Affairs e molto altro), inventore dei concetti di interdipendenza complessa e soprattutto “soft power”, influente intellettuale delle amministrazioni Clinton ed Obama, autore recente di un libricino edito da il Mulino dal titolo “E’ finito il secolo americano?” che chiudeva la domanda retorica con un rassicurante quanto impervio da sostenere “No!” ( o “Ni”) , onora il libricino di un diplomatico di Singapore, di una piccata recensione su Financial Times (qui). Non poi così piccata, Nye è costretto a prender nota dell’ argomentazione dell’asiatico ma ne contesta la confezione, ritenuta un po’ troppo aggressiva. Certo per un americano idealista e non realista, il succo del’argomento del signor Kisohre Mahbubani, è urticante e poiché –in genere- l’idealista è monista intendendo realtà e suo pensiero la stessa cosa, gli è difficile distinguere il giudizio dalla presa d’atto.

Il singaporiano, già a lungo rappresentante del suo paese all’ONU, ha scritto un consiglio non richiesto alle élite occidentali dal titolo “L’Occidente ha perso? Una provocazione”, Penguin London 2018, già ritenuto da Martin Wolf (FT) “’Un avvertimento irrefutabile. E’ difficile esser in disaccordo con questo avvertimento di un ben informato amico dell’Occidente” La tesi è brevemente detta: il Resto del Mondo ha adottato le chiavi del successo occidentale ed in ragione del maggior peso demografico e del fatto che partendo da livelli arretrati ha spianata davanti a sé una vasta prateria di crescita impetuosa e costante, sta diventando e sempre più diventerà il cuore del mondo stesso. Gli occidentali farebbero bene a farsene una ragione, non pensare di poter ripetere la lunga storia moderna di aggressione, sfruttamento e dominio ed imparare a vivere assieme alle altre comunità, restringendo le proprie ambizioni in modo da trovare il proprio spazio e ruolo nella nuova, composita e complessa, comunità planetaria.

Tema avvincente che chi frequenta i miei studi sul blog sa essere uno dei perni della mia ricerca: l’adattamento dell’Occidente all’Era Complessa. Del libricino, ne scriverò meglio appunto in seguito sul mio blog. Intanto, mi sovviene un altro libro letto qualche anno fa: D.R.Headrick, Il predominio del’Occidente. Tecnologia, ambiente, imperialismo, il Mulino 2012. Il world historian, raccontava come caratteristica del sistema adattivo occidentale moderno che molti chiamano “capitalismo”, fosse sfruttare differenze ma per logica ferrea della seconda legge della termodinamica, consumare differenze porta all’indifferenza (detta entropia).

A furia di mediare tra 10 e 1, poi tra 9 e 2, 8 e 3 e via, si arriva a che tutto diventa 5. Così quando gli europei si presentarono a impiantar colonie ed imperi, all’inizio erano moschetti contro lance e frecce. Poi qualcuno fece soldi sottobanco vendendo moschetti ai nemici e così divenne fucili contro moschetti, poi fucili contro mitragliatrici e così via fino al tendenziale pareggio di dotazione. Lo stesso è accaduto con la globalizzazione. A quel punto arriva la fatidica domanda: cosa farà la civiltà basata sull’aggressione ed il dominio quando non potrà più aggredire e dominare?

Questo è lo scoglio adattivo che dobbiamo scalare, questa è l’epoca che ci lascia con la sua mentalità (immagine di mondo, organizzazione sociale, modo economico, filosofia politica e regolamento della vita associata ovvero “contratto sociale”) e questo è il tema per i pensatori occidentali che per quanto critici del proprio sistema, sono essi stessi nel sistema che declina.

Giù, giù a valle del gioco principale, le maschere della nostra turbolenta quotidianità, Saviano vs Salvini, Repubblica vs il web consensus, Savona vs Draghi, sovranisti vs liberisti, vecchio vs nuovo. Stiamo cambiando dentro un più grande cambiamento, questo è il tema che pochi vedono. Se mi posso permettere un consiglio, fareste bene a dedicare meno tempo ad arrampicarvi lungo le impervie vie del pensiero economico e recuperare un po’ di visione storica. E’ la transizione principiale a dettare i ritmi ed i contenuti di tutte le altre.

CRONACA 675

MESSE A FUOCO PROGRESSIVE. Come anticipato qualche post fa, l’intera faccenda turbinosa in cui siamo stati sballottati in questi giorni, ha avuto ed ha il merito di portare molte persone ad occuparsi di cose complicate a cui non avevano prestato attenzione visto che siamo tutti alle prese con le già ampie complicazioni della vita quotidiana. Questo è un fatto di estrema importanza poiché il primo punto del problema del mondo complesso non è solo nella sua intrinseca complessità ma proprio nella distanza tra opinioni pubbliche e fatti, distanza in cui si collocano i decisori politici e non solo, i quali senza un controllo dal basso o senza che dal basso si seguono le vicende su cui poi debbono esser prese le decisioni, potrebbero agire senza avere dietro un popolo.

Il tema è sempre quello Europa – Euro. Handsblatt Global (qui), fa un editoriale riflessivo su cui ci può esser utile far delle considerazioni. Il periodico tedesco, constatata l’impennata di luoghi comuni nazionalistici per i quali noi saremmo il Paese di Pulcinella e la Germania, quello di Hitler. Ma come? Tutta la retorica unionista diceva che il processo aveva fine nell’unirci e ci ritroviamo a far volare gli stracci? Aspetta un attimo, dice l’editoriale, ricordiamoci che tutta la faccenda nacque dalle macerie del ’45, il fine era quello di risolvere la secolare belligeranza tra fazioni sub continentali, se l’euro invece di unirci ci divide, be’ prendiamone atto e subordiniamolo (in qualche modo su cui non mi addentro) al fine superiore.

Abbiamo scoperto un doppio fallimento culturale in questo progetto. Il primo è quello segnalato dai tedeschi di Handsblatt, il secondo che poi spiega anche il primo, è l’aver ridotto una faccenda dall’immensa complessità, unire in qualche modo popoli eterogenei che si sono scannati per secoli, ad un’area economica che ha poi chiamato una moneta comune fatta come poi sappiamo. Una sorta di materialismo storico valutario, un mostro del pensiero. Lo stesso fatto che una faccenda economico-monetaria così complessa sia legata ad un trattato scritto e firmato ventisei anni fa, denota una certa follia.

Immaginate di aver scritto ventisei anni fa un contratto con voi stessi in cui vi impegnavate a fare a), b), c) e di attenervi ogni santo giorno, a fronte delle sollecitazioni di un mondo in rapidissima evoluzione, a quel dettato, scriteriato no? Questo è l’impianto adattivo che può pensare un ingegnere, ma le società umane hanno la complessità della biologia e della sociologia non della fisica newtoniana, dovrebbero procedere per tentativi ed errori, revisioni e nuovi tentativi per approssimazioni successive. Ebbene, questo è il fallimento che si sta rendendo evidente, ed è un fallimento culturale.

Più volte ho lamentato l’assurda mancanza di una riflessione nell’intellettualità europea, sul mega-progetto “Uniamoci!”. Per molto meno si abbattono intere foreste per trarne la carta su cui più menti scrivono, analizzano, propongono, criticano. L’unica parte del tema che è stata sufficientemente esplorata è quella neanche economica ma più strettamente monetaria. Gli opinion leader di questo discorso, che si voglia promuovere l’euro o criticarlo aspramente, sono gli economisti. E gli storici dove sono? I sociologi? Gli storici delle idee? I geopolitici? I giuristi? I filosofi? I demografi? Gli artisti? I geografi? Gli scienziati? Gli studiosi di politica? Come si può pensare di affrontare un problema di tale complessità riducendolo ad una faccenda monetaria neanche fossimo lo Zollverein?

Se ne è accorto il lucido Savona che nella letterina su Scenari economici che doveva rassicurare ottenendo invero -volutamente- l’effetto contrario, spiegando la sua filosofia d’Europa, metteva al primo punto (!) un inaspettato “Creare una scuola europea di ogni ordine e grado per pervenire a una cultura comune che consenta l’affermarsi di consenso alla nascita di un’unione politica …”. Lo ha detto un “economista” ma non se ne è accorto nessuno perché lì abbiamo un punto cieco.

Con ciò non volevo né promuovere una nuova Unione Europea, né l’idea di una scuola comune, volevo solo sottolineare l’ovvio ovvero che o il fine di questo progetto è politico o non ha senso e ritengo il fine politico di unire i 27 o 19 Paesi europei semplicemente impossibile, non perché c’è la Merkel o i populisti, ritengo sia impossibile in sé, come far volare gli asini, quadrare il cerchio o avere la moglie piena e la botte ubriaca (che è appunto anche più impossibile della formulazione canonica sinonimo di impossibilità di per sé).

Altrove (si cerchino nel motore di ricerca interno gli articoli con tag Europa della pagina principale di questo blog) ho analizzato in passato con lo spazio che merita questa impossibilità. Allora, da dove dovremmo ripartire?
Non si possono unire di botto molti eterogenei, vanno prima uniti tra loro i più simili e l’analisi di similarità non può esser fatta partendo dall’economia (per quanto anche alcuni economisti lo hanno notato, leggasi Mundell e il problema delle aree valutarie ottimali tanto caro a Bagnai) perché il fine di una unione politica è di natura più complessa e generale. Più tardi lo capiremo, peggio sarà per noi ed il nostro destino futuro.

CRONACA 674

PARTITE MONDIALI. Forse vi ricorderete che ci aspettava il “pasticcione dell’estate” a proposito della crisi M.O. con turchi, israeliani, iraniani e gli immancabili amici di Riyad. Si profetava venisse servito o in Libano o in Qatar. Ecco che Al Jazeera (qui), tirando in ballo Le Monde e il duo dei giovinotti della cena del Louvre su cui facemmo dell’ironia (Macron e MBS) dà la notizia qui sotto. Il fantasma di Riyad (MBS non appare in pubblico ormai da un mesetto e quasi mezzo) avrebbe scritto all’amico francese che se il Qatar chiude l’annunciato acquisto di batterie di S-400 russi, loro potrebbero bombardarli preventivamente. Da lì, apriti cielo! Notizia ripresa con enfasi da Press TV (Iran). I prossimi mondiali si apriranno con Russia – Arabia Saudita.

CRONACA 673

TEST DEL PUNTO CIECO. Noi pensiamo, analizziamo e giudichiamo, secondo le forme della nostra mente che hanno radici biologiche e storico-culturali. Quelle storico-culturali possiamo chiamarle ideologie ma io preferisco “immagine di mondo”, l’immagine non è oggettiva, è quella che si forma a seconda della forma che ha il nostro pensiero che processa i dati di realtà.

Che tra conoscenza e visione vi sia una storia di metafora intrecciata è ben noto a partire dalla più antica forma di pensiero sacro da noi conosciuto, i Veda. Il termine veda indica il “sapere”, la “conoscenza”, la “saggezza”, e corrisponde all’avestico vaēdha, al greco antico οἶδα (anticamente ϝοἶδα, da leggere “woida”), al latino video, quindi dalle matrici indoeuropee al latino, vedere è l’atto col quale entriamo in relazione col mondo. Gli antichi greci, a metafora del saggio che vede le essenze e non le contingenze, lo disegnavano cieco, come Tiresia.

Quando il nostro apparato percettivo biologico collegato a quello mentale va a vedere il mondo, qualcosa vede e qualcosa no. Vede ad esempio tutto ciò che riflette il piccolo segmento delle onde elettromagnetiche che chiamiamo “luce”, non vede né le onde radio, le microonde e l’infrarosso, così come non vede l’ultravioletto, i raggi x e gamma. Altresì, c’è un punto della nostra retina che per qualche ragione evolutiva, non ha bastoncelli recettori, è cieca, non funziona, non svolge il compito per il quale si è evoluta la retina. Potrete verificarlo con il test che accludo sotto. Altresì le cose che vediamo cambiano se le vedete da vicino o da lontano (ci sono vantaggi ed svantaggi in entrambi i casi) cioè coi loro contesti e cambiano se le fissate un un fermo immagine o se le guardate per come quasi sempre si trovano ovvero in movimento.

Così per le immagini di mondo o ideologie. Cercate ad esempio di leggere l’universo mondo categorizzando in classi sociali? Vedrete solo classi sociali e non vedrete individui, popoli, stati, civiltà, sessi e generi, generazioni. Cercate modi produzione? Vedrete solo modi produzione, non filosofie o religioni, logiche o tradizioni. Cercate la classe salvifica che guiderà la sacrosanta marcia per l’emancipazione? Non vedrete che il fatto che le società umane sono ordinate dai Pochi su i Molti è schema che esiste da ottomila anni e forse la faccenda è un po’ più complicata. Cercate la rivoluzione? Non leggerete che i libri di storia raccontano solo di lunghissime e lentissime trasformazioni a volte impercettibili e quando cambiano repentinamente è perché cambiano la forma e non la sostanza. Cercate la Verità? Non vedrete che la verità è storica e relativa a coloro che la cercano e si basa su ciò che si conviene tra noi esser vero almeno per quanto attiene al mondo umano. Cercate “la” causa? Non vedrete che quasi nulla è dato una “una causa”, per lo più le cause che agiscono attivamente e passivamente, direttamente o indirettamente, nel tempo breve o in quello molto lungo, sono tante.

Insomma, il mondo non è come ci appare sebbene ad uno sguardo non riflessivo sembrerà sempre e solo secondo i presupposti di ciò che già avete in mente a priori. Conoscere allora altro non è che ridurre quel punto cieco che non vi fa vedere la cosa per come è ma solo per come l’avete immaginata prima di vederla.

Se poi ogni tanto vi viene in mente la domanda: che fine ha fatto la sinistra? conseguitene che una visione del mondo deperisce nella misura in cui non i suoi valori ma i suoi presupposti conoscitivi ed interpretativi sono per lo più concentrati in un unico, grande, punto cieco. In quel buco nero, c’è la risposta.

= = =

IL TEST: Coprite l’occhio sinistro, ed osservate l’immagine qui sotto con l’occhio destro. Ponetevi ad una distanza di circa 30 cm dal monitor, e fissate con l’occhio destro la croce. È importante fissare la croce senza muovere gli occhi.
Muovendo avanti e indietro la testa, dovreste notare che il pallino a destra scompare e riappare alternativamente. Questo perché, quando il pallino passa attraverso il punto cieco dell’occhio destro, il cervello usa l’area circostante (completamente bianca) per riempire il pezzo mancante; funziona anche coprendosi l’occhio destro e fissando il pallino.

CRONACA 672

01.06 PER ANDARE DOVE DOBBIAMO ANDARE, PER DOVE DOBBIAMO ANDARE? Negli spostamenti progressivi della inquadratura del “problema”, stiamo piano-piano scoprendo che nel mondo grande e terribile (Gramsci), ci sono almeno due variabili di cui tenere conto. Lo si vede nelle oscillazioni tra economisti e geopolitici, entrambi -diciamo così- “critici”.

I primi giustamente intenzionati ad alzare il livello di frizione con la Germania, a costo di far finta di non vedere l’interessata amicizia americana (e britannica) sempre pronta col divide et impera a rompere la sfera di potenza tedesca che è l’euro-UE ed usarci così per giochi geopolitici. I secondi giustamente allarmati dal fatto che scappar da Berlino per mettersi nella mani di Washington, fa un po’ trama di film di Romero tipo “La notte dei morti viventi”, lì dove scappi da uno zombie per finire in braccio a quello che pensi un amico e che poi si rivela un mostro ben peggiore del primo.

Il punto è la sovranità. Non quella elementare e spezzettata nei vetri triangolari del caleidoscopio della nostra immagine di mondo che o parla di economia o parla di geopolitica, ma quella che riunisce in sé l’economia, la geopolitica, la cultura, la demografia ed ogni altro aspetto del tutt’uno di cui è fatta una società: la sovranità politica. Abbiamo scoperto che non abbiamo sovranità economica ma se è per questo non l’abbiamo neanche militare e tasse ed esercito sono i presupposti per fare Stato, quindi non abbiamo sovranità politica o quantomeno ne abbiamo una molto debole.

La cosa non solo dovrebbe preoccuparci per il senso di minorità oggettiva che ciò comporta, cosa di per sé grave, ma anche per il fatto che se invece che dal presente andare al passato (ah, non dovevamo firmare Maastricht, ah non dovevamo diventare una colonia americana dal dopoguerra in poi) andiamo al futuro, il nuovo mondo denso, complesso e multipolare con 10 miliardi di individui, darà carte da gioco viepiù peggiori tanto meno “potenza” (in senso completo, quindi politico come somma di tutti gli altri aspetti) si avrà. Lo studio PWC The Long View prevede che, nel 2050, noi italiani saremo la 21° economia la mondo. Va un po’ meglio ai francesi (12°) ma non tanto da potersi ancora definire una potenza e difendere il seggio al Consiglio di Sicurezza ONU, ma va anche peggio a gli spagnoli (26°), per non parlare di greci e portoghesi.

Servirebbe allora un piano, non solo un Piano B tattico per districarci nei rapporti di forza all’interno della gabbia del sistema euro-UE, ma un piano forte per districarci all’interno dell’affollato cortile-mondo di cui diventeremo una frazione trascurabile che sulla sovranità potrà al massimo scrivere libricini lamentosi su quanto era bello quando c’era Giulio Cesare o il Rinascimento, lira più o lira meno.

Trattandosi di un problema non semplice, mi dispiace non potervi offrire soluzioni a slogan facili, immediati, intuitivi e confortanti. Così è quando si deve passare dalla tattica alla strategia, dall’oggi alla prospettiva, dalla mono-variabile al gomitolo di variabili intrecciate tipi fili delle cuffiette dell’I-pod che sembrano studiate apposta per intrecciarsi tra loro (intrecciate-plexus, assieme-cum = cum-plexus).

In breve, sembrerebbe consigliabile cominciare a prendere in serio esame il fatto che c’è un unico modo di scavallare il problema del nanismo delle tanti parti, cominciare a pensare di metterci assieme per fare un totale maggiore della somma delle parti.

Portogallo, Spagna, Francia, Italia, Grecia, siamo 200 milioni e saremmo la terza economia del mondo, il bilanciere perno tra USA e Cina, l’arbitro giocatore del mondo multipolare. Avremmo atout non disprezzabili in molti campi produttivi e finalmente potremmo fare investimenti di ricerca significativi per darci un futuro. Avremmo l’atomica ma anche tanto soft power ed anche il papa di una credenza che scalda i cuori di 2 miliardi di con-terranei. Potremmo lanciare una Dottrina Monroe su Mediterraneo ed Africa e fare affari con i parlanti ispano-portoghesi del Sud e Centro America. Anche a quelli del Vicino Oriente potremmo dare qualche bacchettata per farli smettere di incasinarci la vita ogni tre per due. Amici di tutti ma servi di nessuno. Sovrani sì ed anche eccitati del poter decidere in autonomia finalmente un bel mucchio di cose. Con quel sistema politico anticamente fondato dagli amici greci che i cugini anglosassoni hanno trasformato in un nobile paravento dietro a cui si fanno i più sporchi affari (loro hanno fatto “società” secoli fa e con molta fatica, solo per quello, per fare affari, è la loro antropologia).

Utopia è il non luogo [οὐ (“non”) e τόπος (“luogo”)], chissà mai se potrà esistere, quando, a quali condizioni questa idea. Sta di fatto che se non hai una meta nel cammino, come fai a capire verso cosa stai camminando? A meno non preferiate rimanere nel flipper dell’indecidibile a rimbalzare tra “ma in fondo la Merkel è meglio di Trump” o mettere like nella pagina degli “amici di Putin” o rivalutare la simpatica sbruffoneria stelle e strisce o la massoneria britannica (lei sì che sa “costruire il mondo”) o iscrivervi ad un corso di mandarino. Fate voi.

CRONACA 671

31.5 PAURA EH? (post jazzato, diciamo di “nazionalismo ironico” poco comprensibile forse ma concedetemelo) The Economist cambia il rating da “ridicolo” a “preoccupato”. La scorsa settimana eravamo rappresentati con la commedia dell’arte, oggi siamo al gelato esplosivo, in copertina.

Nei travagli della nostra transizione si sono infilati i fondi americani con posizioni short, cioè speculazione a breve. Schizza lo spread a 340 punti ma accade che qualcuno collega il neurone A a quello B e qualcuno spericolato anche al neurone C e vien giù un ragionamento: se questi saltano, salta tutto il cucuzzaro! Negative tutte le borse occidentali, problemi addirittura su i titoli USA, scende l’euro sul dollaro. Calma e gesso. Arriva un ordine dal Tesoro USA: attenzione perché Italia-euro-mondo sono tutti collegati. Italia diventa l’odg del G7, si chiama “rischio sistemico” o anche “too big to fail”. Perché è troppo grande per fallire? Perché se muore Sansone, si porta appresso tutti i filistei (se volete una spiegazione più “sinfonica” c’è il post del 30.V). Pare allora (dice il Messaggero) che arrivi il consiglio “BUY!”. Anche il telefono di Francoforte trilla preoccupato e Mr “Wathever it takes” si presenta sul secondario pieno di buone intenzioni. Lo spread ritraccia a 230.

Abbiamo scoperto una cosa, siamo Noi questa volta ad essere la “sand in the vaseline” (la sabbia nella vasellina) nel sistema. Siamo Noi ad aver inventato il sistema, a Genova, a Firenze, a Venezia, con le seterie di Cremona che alimentavano le fiere della Champagne (ah! Fernand Braudel, Maestro, quanto ci manchi!). Voi l’avete solo pervertito.

Non siamo un grande Paese ma siamo un Paese strano, una naturale silhouette che la geografia ci ha donato dandoci l’eleganza naturale, slanciata nel Mare Nostro.Arriva l’estate, gelati, pizza, ballo, amore e risate. Noi siamo abituati a non prenderci sul serio. Voi però dormite preoccupati (minaccia comprensibile solo a chi ha fatto il militare, anche non a Cuneo). Magari, anche questa volta, ci inventiamo Noi una Cosa Nuova, non saremo ai Mondiali ma sappiamo rimediare e stare comunque in cima alle Vostre preoccupazioni.

Trattateci con cura, potremmo andarvi di traverso.

CRONACA 670

30.05 FARFALLE. Ogni tanto introduciamo elementi della cultura complessa a lettura dei fatti che osserviamo convinti che ad un mondo complesso dovrebbe corrispondere pari mentalità.

Recentemente abbiamo parlato della “path dependence” (dipendenza dal percorso) che porta anche alla importanza delle “condizioni iniziali”. Oggi parliamo di un concetto ancora più “classico”, per quanto questa cultura sia molto giovane (diciamo mezzo secolo di vita, circa), l’effetto farfalla. Introdotto ai primi anni ’60 da uno studioso del tempo atmosferico, Edward Lorenz, il concetto era posto in forma di domanda di cui esistono varie versioni che variano intorno a questo schema: può un battito di ali di farfalla in Brasile, determinare un tornado in Cina? Volendo, se ne trova intuizione precoce già in Fichte, Duhem, Turing ed in sostanza dice che in sistemi molto interconnessi, cause minime locali, possono avere effetti massimi generali. Invero vanno poste altre condizioni necessarie come il fatto che il sistema sia in equilibrio dinamico e quindi abbia molte traiettorie possibili di evoluzione e vi siano feedback non lineari.

Eccoci allora al titolo d’apertura (!) del Financial Times “Il mercato finanziario mondiale sballottato dalla crisi italiana” e il secondo titolo di Wall Street Journal “Il tumulto italiano spinge ad un generale sell-off nel mercato azionario globale”. Ieri era la volta di un preoccupato articolo di Bloomberg che criticava severamente Mattarella “Il Presidente italiano ha minato l’euro”. Il caso “Italia” diventa top problem in agenda al prossimo G7 (poi aggiungono che non c’è ancora un “rischio sistemico”, quindi “c’è” un rischio sistemico)

Gli elementi di questo classico caso di sistema caotico sono: 1) l’esistenza di uno sproporzionato volume finanziario -mondiale- che esubera di molte volte il sottostante valore economico reale peggiorato da una evidente sproporzione tra debito (non solo pubblico, debito globale ovvero pubblico più privato aziende, compagnie banco-finanziarie, singoli individui-famiglie) e l’oggettivamente scarsa crescita potenziale occidentale; 2) la fitta interconnessione sistemica mondiale (occidentale in particolare) tra mercati, bilanci, valute, riserve; 3) la consapevolezza negli attori mondiali principali che tutto ciò si regge finché si regge, nel senso che ci aspetta che prima o poi il sistema deragli in dinamica caotica, da cui la sensibilità ai segnali che potrebbero innescare l’aspettato tornado.

Su questo scenario pronto ad impazzire si incontrano due attori: l’italico “je so’ pazzo non mi cag…. ‘o ca..o” e la proverbiale egoista rigidità teutonica. Delle due, al netto delle ideologie e simpatie personali, dal punto di vista della teoria dei sistemi, è la rigidità tedesca il maggior problema in quanto quel castello di improbabilità si regge fino a che tutti sono disposti a partecipare alle sue oscillazioni (Hyman Minsky). Se a questa convenzione generale, si oppone una rigidità, la rigidità rimbalza ed amplifica le dinamiche disordinanti e porta al tornado. Salvini e Di Maio sono nel 2018 i Gravilo Princip del 1914, farfalloni.

Tutto ciò a dire che il soggetto Italia, notoriamente “troppo grande per fallire”, ha oggi alleato planetario, l’intero mondo economico-finanziario. Più facciamo i pazzi, più i telefoni squilleranno a Berlino. Prima hanno provato con Roma ma hanno capito che lì c’è poco da fare. Che poi a Berlino qualcuno risponda, è un altro film. Storicamente, i germani non hanno vocazione sistemica mondiale, è gente che non ha coste, non è abituata ad andar per mare, si orientano più sul concetto limitrofo di “spazio vitale”, hanno i piedi per terra, dediti all’acciaio, all’ingegneria ed alla meccanica di precisione. Gente che all’inflazione oppone Hitler, si spezzano ma non si piegano, anti-taoisti.

Bel film però, per quanto esserci dentro e non davanti in sala qualche preoccupazione la porta. I più nervosi ed ansiosi però, dovrebbero domandarsi dove erano quando si è deciso di costruire il modo occidentale di stare al mondo negli ultimi cinquanta anni, questa UE, l’euro, i fondi pensione, l’accorpamento tra banche retail ed investimento e l’abbuffata di valore cartaceo del famoso 1%.

Volevate stare tranquilli ed avete lasciato fare? Bene, allora adesso ballate al dolce suono di “Madame Butterfly”. Abituatevi, è il mondo complesso, l’avete costruito voi col vostro disinteresse sistemico!

CRONACA 669

29.05  COMPLESSITA’, DEMOCRAZIA E CAMBIAMENTO. La dipendenza dal percorso (path dependence) spiega come l’insieme delle decisioni che si affrontano per ogni data circostanza è limitato dalle decisioni prese nel passato o dagli eventi che si sono verificati, anche se le circostanze passate potrebbero non essere più rilevanti. Ciò porta a ritenere decisive le prime decisioni che si prendono, le famose “condizioni iniziali”. Noi siamo alle condizioni iniziali di quando “il vecchio muore ed il nuovo stenta a nascere”, definizione di “crisi” data da A. Gramsci. Tutti coloro che hanno speranze nel nuovo, vigilino affinché possa nascere bene altrimenti o morirà prematuro o nascerà un mostro.

1) Alcuni hanno avanzato una interpretazione geopolitica del momento europeo. In breve, gli anglosassoni starebbero spingendo per la frantumazione dell’UE per annettersi gli euro-occidentali (tra cui Francia ed Italia), dividendoli dalla Germania data per ormai convergente con l’asse russo-cinese. Tralascio prove a supporto che pure sono abbondanti perché seguiamo la linea complessa di mettere quanti più fattori sul tavolo e quindi la sintesi taglia l’argomentazione. Concordo del tutto con queste ipotesi, l’ho scritto nel mio libro più di un anno fa, questa strategia esiste, era logica a priori, è confermata a posteriori. Abbiamo consapevolezza di ciò?

2) Mattarella ha ragione, dovendo proteggere l’interesse nazionale e non avendo le due forze politiche candidate al governo espresso chiaramente la volontà di condurre la battaglia finale sull’euro-EU in campagna elettorale, non esiste un mandato democratico consapevole a riguardo. Se non c’è un mandato chiaro, l’interesse nazionale va interpretato ed oggettivamente, l’interpretazione non può che essere quella di richiedere di emendare Savona.

3) Savona è una persona seria, più un tecnico che un politico nel senso che il politico e il leone da tastiera può berciare quanto vuole contro l’UE e l’euro senza poi far nulla di concreto a riguardo. Savona invece sa quello che qualsiasi persona concreta sa ovvero che una trattativa si basa su rapporti di forza che nella fattispecie significa dotarsi del piano B senza il quale “battere i pugni sul tavolo” è una espressione narrativa che non ha alcuna conseguenza pratica. “Parla gentilmente e portati un grosso bastone” diceva T. Roosevelt, il piano B è il grosso bastone (equivale al missile nucleare di Kim Jong un).

4) Purtroppo, dotarsi apertamente di un Piano B, comunica una volontà concreta che per chi ti presta i soldi, significa rischio. I rischi si corrono ma oltre un certo punto non si corrono più e quindi si mandano deserte le aste su i titoli pubblici per cui devi aumentare i tassi di rendimento (spread). Se stamane avessimo avuto il governo e Savona, da oggi a sei mesi (tempo minimo per una trattativa con la Germania che tanto sappiamo tutti come sarebbe finita poiché ci è nota la complessità della faccenda euro-EU, la sua storia, la sua genesi, le ragioni profonde anche di tipo geopolitico che vi sono connesse, oltre la mentalità tedesca e quello che hanno scritto nella loro in Costituzione dal ’49), quanti miliardi si sarebbero bruciati? Come avrebbe reagito il Paese? Quanta gente, messa davanti all’aperto conflitto d’interesse tra i propri risparmi e la volontà politica, ci saremmo persi per strada? Quando il disordine avrebbe raggiunto il culmine, l’isteria popolare di “ordine” ordine! ordine!” a chi sarebbe stata rivolta? Con quale mandato? Come lo sappiamo noi come sarebbe andata a finire lo sanno anche i mercati quindi inutile stupirsi e far le vergini delle rocce.

5) Queste sono cose tutte note a chi studia e dibatte il problema del’euro da anni. Se pure a qualcuno non era chiaro il problema, quello che avvenne in Grecia tre anni fa avrebbe dovuto insegnare qualcosa. Le chiacchiere sono una cosa, la realtà un’altra se si vuole davvero cambiare una condizione tocca collegare le une all’altra. Come faceva Tsipras sbeffeggiato dai curvaioli anti-euro a tornare alla dracma quando Putin e Xi Jinping gli dissero di arrangiarsi da solo ed Obama gli ricordò al telefono che la Grecia faceva parte della NATO?

6) In passato, ho avanzato l’ipotesi euro-mediterranea proprio per minimizzare il rischio di una uscita solitaria sicuramente ingestibile sul piano pratico-politico-sociale ed economico. Erdogan minaccia di mandare truppe a Gaza e sembra voler secessionare silenziosamente dalla NATO? Date una letta a cosa sta succedendo alla lira turca in queste ore. Chi sta vendendo a piene mani lire turche su i mercati in queste ore? A quel punto come voteranno i turchi il prossimo mese?

7) Se io ragionevolmente chiedo di non mettere Savona ma chiunque altro pare a voi e stante che senza sbandierarlo ai quattro venti avreste potuto comunque fare tutto quello che volevate fare (quindi preparare un piano B sottotraccia) e tu insisti e mandi a monte un intero governo e piano di decine e decine di pagine per interventi (tutti assieme irrealizzabili) dal costo di decine e decine di miliardi, cosa debbo pensare?

8) Cosa debbo pensare a fronte di tutto ciò del fatto che Giorgia Meloni insorge chiedendo l’impeachment del Presidente e con lei il M5S? Cos’è la democrazia per il M5S che presenta una ipotesi di governo alle elezioni con un economista della Normale di Pisa, che affermava di essere un keynesiano-schumpeteriano corretto con cultura dei sistemi complessi che aveva in programma la realizzazione della spending review di Cottarelli per poi fare un governo con un allevo di Guido Carli che vuole rifare l’IRI e re-industrializzare l’Italia, con piano B e tutto ciò che ne consegue?

9) Se alla fine la questione era non governare ed andare a nuove elezioni, che pure realisticamente ci sta come ragionamento, urlare all’impeachment fa parte del gioco? Che stile di gioco è? Non è che l’avanguardia leninista che si convince ineluttabilmente di sapere cose che noi umani non possiamo comprendere, si sta trasformando nella più classica élite che lo fa “per il nostro bene”? Se si era leninisti, perché dirsi democratici? Cosa significa “democrazia” nella cultura “populista”?

10) Non illudetevi, ormai il “rischio Italia” è sul tavolo. In che condizioni di spread andremo a votare, quando andremo a votare?

Rimango maieutico verso il nuovo (Socrate era figlio di una ostetrica) , ma invito a vigilare sulle condizioni del parto. Gatta frettolosa fa i gattini ciechi.

CRONACA 668

26.05 TEST: CONSERVATORI O CAMBIATORI? Come italiani, siamo improvvisamente assurti alle cronache politiche occidentali (il resto del mondo ha altro di più importante da fare). Ecco allora Pulcinella ed Arlecchini, pazzerelli pizzaioli e scrocconi furbini che accompagnano articoli tra il divertito e l’allarmato, sul momento politico italiano. La forza di gravità del tema del giorno, il governo giallo-verde euroscettico e populista degli impresentabili che taroccano curricula e non pagano le multe, ci attira irresistibilmente, ma proprio per questo vi inviterei a resistere.

Inviterei a riflettere non sulla trama specifica del nostro momento politico su cui ognuno ha i suoi odi e speranze, dimenticatevi per un momento di Di Maio e Salvini, Mattarella e Conte, concentriamoci sul fenomeno. Il fenomeno è che circa metà del Paese ha votato due formazioni che non in assoluto, ma relativamente alle altre, tendono ad un processo di più o meno profondo cambiamento dello stato dell’arte politica nostrana. Lo vogliono fare né da destra, né da sinistra o forse proprio da destra ma ri-categorizzandosi, lo vogliono fare con più pubblico e meno privato o forse meno tasse per i ricchi ma anche più copertura delle fasce deboli, sono atlantisti ma anche russofili, diversamente europeisti ma anche un po’ nazionalisti o sovranisti, hanno molte idee ma tutte piuttosto confuse, forse. Di nuovo, resistete alla potente attrattiva del giudizio particolare, concentratevi sull’accenno del fenomeno. In pratica, ancora non è successo nulla, quindi c’è poco da giudicare nel merito. Al momento, si tratta solo di un accenno di possibile movimento.

Su questo accenno di movimento, nota giustamente Paolo Mieli, che non c’è nessun giornale italiano che abbia un atteggiamento incoraggiante, men che meno le sue istituzioni, men che meno i suoi intellettuali ufficiali. Der Spiegel, The Economist, Financial Times, New York Times sparano a palle incatenate, Moody’s ci mette sotto osservazione, i mercati ci fanno sapere che non è cosa, prima ancora sia successo alcunché ci fanno sapere che è meglio non azzardare neanche l’ipotesi di condizione di possibilità. Questo però è abbastanza normale e prevedibile.

Accanto, molti di noi che pure non sono né renziani, né berlusconiani, né confindustriali, né particolarmente eurofili, partecipano al contro-movimento conformista-conservatore perché non è quello il leader che ci aspettavamo, non è quello il programma, non è quella la casse dirigente, non è quello il modo. Si replicano tweet e post ironici, giudizi sferzanti, prese in giro, allarmi che evocano la nascita di quelle dittature per caso che all’inizio furono acclamate con speranze poi tradite dal volto feroce del tiranno.

Ora riducete il Paese e la sua complessità sociale-politica-economica a voi, alla vostra singola persona. Vi siete stufati della vita che fate o del vostro compagno/compagna o del vostro lavoro o della vostra grassezza o della vostra ignoranza e sognate un’altra vita, un altro amore, un’altra professione, una perduta agilità, una vostra emancipazione. Intorno a voi, amici e parenti vi consigliano prima di chiarirvi le idee ma come si può aver chiaro cosa essere quando vi è chiaro solo cosa non essere? Alcuni ammoniscono di non abbandonare il vecchio conosciuto per il nuovo sconosciuto. Altri ridono ironicamente delle vostre pretese perché sono “contraddittorie”.. Chi ha vantaggi dalla vostra minorità di cui vi siete stancati farà di tutto per sconsigliarvi, il vostro capo certo farà di tutto per dipingere fuori dall’azienda in cui lavorate un mondo feroce e cattivo, vengono avanzati dubbi sul fatto che cercando un maggior bene in realtà incontrerete un ben maggior male. Insomma, nessuno vi dà una mano non a cambiare ma solo a fare il primo timido e contradditorio passo che vinca l’inerzia perché il cambiamento è rischioso, incerto, destabilizzante per voi e per chi vi sta accanto.

Cambiare non è un vizio, l’essere umano e viepiù le società complesse tendono all’ordine e nessuno è istintivamente richiamato dalla fatica del modificare qualcosa ovvero anche se stesso e tutto ciò che gli è attorno. Quando c’è una solida voglia di cambiare, c’è sintomo. Se il sintomo è represso si ripresenta poi la seconda volta con aria più feroce. C’è il sintomo, c’è l’accenno di movimento e c’è la situazione prima descritta sul nostro momento politico. Ora potete fare il test: voi da che parte state, siete conservatori o cambiatori?

CRONACA 667

DELLE FORME SOCIALI. Forse avevamo già segnalato questo articolo uscito su Eurozine ed oggi qui tradotto e gentilmente segnalatomi da Marco Casimirri che ringrazio. L’articolo ha per oggetto il concetto di diseguaglianza all’interno del Grande Quadro ovvero la grande storia umana che affonda nel tardo Paleolitico. L’Antichità profonda, in questo argomento, funziona come Grande Altro, lì dove l’umano può dirci per differenza con il qui ed ora, come si comportò dato altro contesto.

Questo Grande Altro ha in genere due versioni con altrettanti -differenti- problemi. Una versione è quella di reperire fatti dall’osservazione dei comportamenti delle ultime tribù esistenti. Il problema qui -problema che si ripropone continuamente nella lettura ad esempio del discutibile “Il mondo fino ad ieri” (Einaudi) di J. Diamond- è che le ultime tribù di cacciatori e raccoglitori non sono immuni dal contatto con la civiltà e quindi non possono svolgere il ruolo di fossili viventi. La seconda versione che non ha questo problema perché affonda nei tempi in cui la civiltà non era ancora sorta, è quella di ricostruire modi di vita del tempo profondo. Il problema qui è triplice. Da una parte e soprattutto più indietro si va nel tempo, le prove dirette ed indirette che abbiamo sono davvero molto ma molto poche. Dall’altra, tali prove sembrano contraddittorie nel senso che vediamo ipotetiche prove di gerarchia in tempi molto lontani e prove di sostanziale eguaglianza (ad esempio nelle forme abitative) in tempi più recenti. Infine, a fronte di tale scarso e contraddittorio registro delle cose concrete, si ha a che fare con un voluminoso registro delle cose pensate che hanno fissato paradigmi -pare infondati- che violentano l’interpretazione e chiudono continuamente alla sua revisione.

Gli Autori, quantomeno, certificano lo stato di fatto che ormai anche l’accademia ha capito che la grande narrazione sul comunismo primitivo, la presunta “rivoluzione agricola” (mai verificatasi per come ce la siamo raccontata), la perdita di innocenza del roussoviano “stato di natura” e la sequenza dal piccolo egalitario al grande gerarchico, è piena di fallacie. Manca però ancora il coraggio di costruirne un’altra forse perché più che paleoantropologi ed archeologi, mancano i filosofi. In fondo il quadro narrativo esistente è quasi sempre una variante di quello fissato da Rousseau.

Che l’immagine di mondo a priori sia fondamentale nel proiettare ipotesi che legano tra loro sparuti e contraddittori fatti concreti, lo dimostrano gli Autori stessi, David Graeber -infatti-, come in parte Marshall Sahlins (col quale ha scritto il recente, voluminoso, “On Kings” ) sono conosciuti sia come paleo che antropologi dichiaratamente e convintamente anarchici e quindi chissà se lo sono dopo aver letto fatti o leggono fatti in accordo ai propri convincimenti a priori.

Sta di fatto che lo stato dell’arte sull’argomento è questo: è ormai ampiamente eroso l’edificio narrativo costruito al centro del villaggio conoscitivo degli ultimi due secoli e mezzo, siamo ai primi passi per la discussione su i fondamenti di uno nuovo. Una cosa però sembra uscire dalla sequenza dei nuovi ritrovamenti, la faccenda pare sia molto più complessa del ritenuto. Complesso, di minima, significa che le variabili in gioco sono molte di più di quelle prese in esame. Ad uscirne definitivamente confutata è quantomeno l’idea di una sequenza stadiale lineare tipicamente progressista (nel senso di progressiva). Inoltre, le faccende materiali ed immateriali che noi dividiamo cercandone il primato gerarchico di determinazione, sono sempre compresenti come lo sono stomaco e cervello nel corpo umano. Individuo e società sono due poli concettuali sempre presenti e non armonici sia in natura che in storia (così le loro ideologie “individualismo” e “comunitarismo”). Le forme di organizzazione sociale del passato erano molto più varie (il concetto qui è l’”ad-hoc-crazia”) e potevano anche cambiare nello stesso gruppo sociale a seconda delle occasioni o delle stagioni.

Tutto ciò detto e premesso, lascio alla lettura (per chi ha interesse) del lungo articolo, aggiungendo per vanità personale intellettuale tre miei convincimenti: 1) la diseguaglianza ha un lato che s’impone ma anche un lato che la lascia imporsi e per certi versi la reclama (servitù volontaria): 2) svolge una funzione importante per l’ordine adattativo dei gruppi umani e tende a cristallizzarsi al crescere del volume demografico dei gruppi (diventando disfunzionale); 3) ha il suo primo fondamento nella disparità culturale.

Non sono ancora certo ma su questo argomento sto studiando e scrivendo per quello che potrebbe essere il primo capitolo del mio prossimo libro. Segnalazioni ed approfondimenti sono quindi graditi. Buona lettura (qui).

CRONACA 666

POLITICO FIRST. L’Aspen Institute (link 1) si riunisce per fare il punto del processo di globalizzazione e conviene due cose. La prima è che questa è la seconda globalizzazione dopo quella del 1500. Per la verità gli storici, che i detentori del discorso pubblico si ostinano a non interpellare, già da tempo ne contano quattro di fasi “globalizzanti”, movimento a marea che avanza, rifluisce o poi avanza ancora in forma diversa dalla precedente (che ve e siano state varie forme, sfugge all’Aspen come a molti altri che si ostinano a non leggere libri di storia perché guidati da quelli di ideologia economica). Aspen allora nota che siamo in un fase di riflusso globalizzante anche perché le élite hanno creato malcontento nel popolo generando fenomeni di insofferenza. Si tratta di capire gli errori per dar vita all’inevitabile nuova fase di espansione dove però i benefici siano maggiormente condivisi. Ci sono due problemi in questa disamina dell’Aspen ma più in generale nel dibattito pubblico che confondono l’argomento.

Il primo è la ricorrenza del termine “libero commercio”. Libero commercio è un istituto affermatosi progressivamente all’interno di un potere territorializzato, principati, regni, poi stati. Può una struttura (libero mercato) vigente dentro un’altra struttura (potere territoriale) ed ad essa subordinata, rimanere tale anche nella relazione tra poteri territoriali? Detto più semplicemente: può la stessa modalità di scambio commerciale esistere nella sua stessa forma dentro e fuori un potere territoriale? Se sì allora tocca rinunciare al potere territoriale in quanto il potere del libero mercato (che è ordinante l’economia ma disordinante gli Stati) subordina il potere territoriale, altrimenti no. Ma “no” cosa? No libero o no commercio? Ne link 2 abbiamo notizia della pare conclusa trattativa tra USA e Cina a proposito di sbilance commerciali con incombente minaccia di dazi. I cinesi pare abbiamo promesso di acquistare più beni made in USA e così si andrà a riequilibrare la bilancia prima molto asimmetrica. Questo è commercio ma non del tutto libero. Solo chi è fuori dal mondo reale (da cui l’esigenza di interpellare ogni tanto i poveri storici che tengono il registro dei fatti concreti del mondo) può promuovere il simmetrico idealismo del totalmente libero mercato da una parte e dell’assenza completa di commercio internazionale dall’altra. E’ la semplice geografia a far sì che anche in termini di produzione naturale, qui e lì si producano cose diverse ed è la semplice ragione umana a far sì che si scambino eccedenze con mancanze che sono altrui eccedenze. Distopico quindi sia ipotizzare l’assenza di commercio inter-nazionale, sia ipotizzarne la totale libertà.

Il secondo problema è nel termine globalizzazione. Pur esistendo da molti secoli (a parte il Medioevo e neanche del tutto, risalenti anche all’Antichità più profonda) una variamente estesa/intensa trama di scambi commerciali sul pianeta, nessuno prima degli anni ’80, usava questo termine per denotare il commercio internazionale. Dal lancio del concetto avvenuto sulla Harvard Business Review nel 1983 alla definizione del Washington Consensus nel 1989, il passo fu breve e prese la definitiva forma di 10 disposizioni di politica economica internazionale poi assunte come fondamento da parte di una precisa istituzione il WTO (1995) che subentrava al precedente GATT. Come dice il termine stesso e come diceva l’articolo del 1983 che lanciò il concetto, si è trattato dell’idea di “globalizzare i mercati” ossia i mercati erano tanti, diversi e plurali, si trattava di farne uno somma e soppressione di tutti gli altri come Internet che ha definizione proprio in “rete di reti”. Si trattava cioè di unificare ed infatti da ciò conseguirono anche autori che sostennero, con stoico sprezzo del ridicolo, il destino di un unico “governo mondo”. Questa idea che era intellettualmente assai ingenua e politicamente assai furba (per chi aveva il dominio del dollaro, dell’IMF, della WB e dei mari), ha generato ovviamente troppo disordine ed ora sta rifluendo ma al contempo rilanciandosi in nuova forma.

Il nuovo sistema non potrà che essere più complesso. Si tornerà quindi all’idea di un mercato di mercati dove i mercati (UE, nuova unione libero commercio africana, TPP, UEE / Unione Euroasiatica ed altre anche di minore condensazione ovvero di ampiezza regionale più limitata) avranno poi certo una meta-rete che li collega ma con la sostituzione nel ruolo di regolatore della “mano invisibile” economica con la “mano visibile” politica. Inter-nazionale significa tra nazioni e poiché con “nazioni” s’intendono Stati, ecco che è lì che il politico subentrerà trattando le regole che saranno ampiamente variabili, quindi più adattative. Ancora non si vedono chiari segni ma se ciò sta avvenendo sul piano delle produzioni e delle merci, presto accadrà sul doppio piano sia della valute, sia della libera circolazione dei capitali.

In uno scambio l’altro giorno in un altro thread si citava la Clearing Union proposta da J.M.Keynes nelle trattative di Bretton Woods. Allora l’inglese perse ma mi sa che alla lunga potrebbe riprendersi la rivincita dei tempi lunghi. Attualmente ce ne è una in vigore con sede a Teheran che riguarda Bangladesh, Bhutan, India, Maldive, Myanmar, Nepal, Pakistan, Sri Lanka ed ovviamente Iran (con conseguente distacco ed alternativa al circuito SWIFT).

La fase storica generale vede l’eclisse dell’Uno e lo sviluppo del Molteplice, che siano valute, istituzioni, regolamenti, unioni di scambio libero sì ma …. Così in economia, così in politica e speriamo, così nei sistemi di idee.

1. http://franceschini.blogautore.repubblica.it/…/aspen-discu…/

2. http://www.repubblica.it/…/usa_cina_intesa_commercio-1968…/…

CRONACA 665

PURCHE’ SE NE PARLI. Il tema è l’euro, questa configurazione delle istituzioni europee, il “che fare?” Da una scorsa di giornali di stamane, ho tratto alcune impressioni:

a) l’Italia è pur sempre un perno, almeno simbolico (ma il piano simbolico nelle imprese umane è molto rilevante in termini di legittimità) dell’Europa. Una critica del sistema euro e delle istituzioni e trattati giunta a livello di governo (se vi giungerà), ha una sua rilevanza;

b) la posizione italiana non dovrà di necessità essere formalmente specificata (un vero e proprio “piano di uscita dall’euro”, politicamente e praticamente molto difficile da mettere in pratica). Un manifesto “disagio” rimanderà la palla al campo avversario, lascerà aperta la dinamica e fino a che rimane aperta la dinamica c’è speranza di evoluzione. Dal sistema non si esce per rivoluzione ma per progressività e trattativa;

c) se l’Italia mugugna, recalcitra, diventa nervosa, altri avranno gioco di far perno sul malessere italiano con lo schema poliziotto buono – poliziotto cattivo, per dire “beh, magari esagerano ma in fondo non hanno tutti i torti, qualcosa si potrebbe anche rivedere per evitare che in un Paese di 60 milioni di abitanti, vadano al governo i barbari”;

d) la questioni su base tecnica è complessa quindi dotata di molti variabili tra loro correlate, un dibattito permanente può aiutare ad esplorare piccole e grandi soluzioni illuminando meglio la complessità dei meccanismi, ma anche trovando piccole soluzioni e compromessi che aprono poi a nuovi livelli di mediazione;

e) Il signor Grillo che è un portavoce di tattiche e strategie decise da qualcuno (e dispiace che un movimento che si voleva definire davvero “democratico” non renda chiaro e trasparente il chi pensa, discute e decide le linee politiche), ora pone sul piatto l’ipotesi di divisione in due dell’euro. Questa posizione, che personalmente prediligo non nell’ottica dell’ideale ma del possibile (e chi segue qui i nostri discorsi capirà bene il perché …), ha una sua storia addirittura nata in ambito tedesco alcuni anni fa. Joseph Stiglitz gli ha dedicato un voluminoso libricino a cui quasi nessuno ha prestato attenzione. Che sia una soluzione praticabile e reale o una tesi ipotetica che serva a render più chiara la differenza tra aree economiche che hanno una oggettiva differenza (nonché mentalità storica di come si gestisce la moneta/valuta), poco importa. L’importante, come per tutte le altre considerazioni fatte è che “se ne parli”.

E’ dall’estensione ed intensione dell’area di questo “purché se ne parli” che nascono le condizioni pratiche per le quali si potrà e non si potrà cambiar qualcosa. Questa è politica, dal c’è al non c’è, dal tutto sì al tutto no, è solo tecnica e se la questione passa dal regno tecnico alla democrazia politica, ne abbiamo solo che da guadagnare, tutti (o quasi).

CRONACA 664

REGOLE DEL GIOCO PRINCIPALE. Qual è il gioco di tutti i giochi? Qual è, cioè, la situazione il cui assetto condiziona a cascata tutti gli altri? Il mondo.

Il gioco principale è il mondo, i giocatori sono gli Stati che formalizzano vari tipi di società, che si esprimono attraverso i loro leader. Gli stili di gioco sono influenzati dalle ideologie ma sarebbe meno confusivo chiamarli sistemi di pensiero o visioni del mondo. Nella pubblica opinione c’è l’errata convinzione che determinanti siano i leader mentre gli intellettuali ritengono determinanti le ideologie e quindi si adoperano caparbiamente a criticarle, decostruirle, falsificarle.

Ma le ideologie sono solo degli intermediari adattivi alle condizioni del mondo e i leader sono a loro volta solo degli interpreti dello spartito ideologico che agiscono su mandato implicito dell’ordine dominante una data società. Ciò che detta il ritmo e le condizioni di possibilità del gioco è il mondo.

Il mondo è di natura eraclitea, non potrete mai immergervi in due punti o momenti del suo flusso e dire di esservi immersi nello stesso mondo di prima. Visto da fuori certo è sempre “quel” mondo ma dentro, la sua composizione interna, cambia incessantemente, a volte lentamente e a volte repentinamente. La causa prima del cambiamento, il motivo per il quale ad un certo punto si abbandona progressivamente il medioevo e si inizia il moderno, per cui si uniscono principi e si fa uno “Stato”, per cui il 99% si unisce, assalta la Bastiglia e taglia la testa al monarca assoluto o marcia verso il Palazzo d’Inverno, non ha mai origine interna, ha sempre origine esterna o meglio nel rapporto tra un esterno che cambia incessantemente e le precarie forme di ordine con cui organizziamo la nostra vita associata che debbono rincorrere questo cambiamento, adattandosi.

Noi siamo capitati in uno di quei momenti del flusso del mondo detto Storia, in cui il mondo cambia non solo decisivamente ma anche repentinamente. Del resto, essendo il mondo un oggetto sempre più “complesso” (per via del fatto che aumentano varietà ed interrelazioni tra queste, quindi i “sistemi” che lo compongono) è facile che l’intensità e la vastità del cambiamento si produca in tempi insolitamente brevi, è la natura sistemica del mondo a dare queste regole.

Cosa è cambiato nel mondo di recente? Quello che riassume la tabella.

Non solo il mondo non occidentale è cresciuto di volume demografico e in maniera più intensa solo a partire da settanta anni fa, ma si è messo a convertire popolazione in crescita economica adottando i modi dell’economia moderna da noi messi a sistema tra XVIII e XIX secolo (ma per alcuni versi l’inizio sarebbe da porre nel XV secolo).

Il grande storico Kenneth Pomeranz, in un seminale studio che ha fatto epoca, chiamò la dinamica di distacco dell’Occidente dal resto del mondo operatasi solo a partire da metà ‘800, “la Grande divergenza” (2000). Noi siamo oggi all’inizio della “Grande convergenza”. Questo è il sintetico stato del mondo, la condizione che determina le condizioni di possibilità per tutte le altre.

Brexit, Trump, smarrimento europeo, crisi neoliberale e marxista (nel duecentesimo del filosofo di Treviri ci si è concentrati sulla vitalità del suo pensiero ma poiché lo stesso ammoniva nella II Tesi su Feuerbach che la verità di un pensiero va verificata nei suoi effetti pratici, qualcuno avrebbe pur potuto notare che il marxismo e con lui la “sinistra” se non morti versano comunque in condizioni molto critiche per auto-evidenza), decadenza etica e culturale occidentale, finanziarizzazione e conseguenti grandi diseguaglianze, contrazione demografica e della speranza occidentale, sono effetti della Grande convergenza di cui siamo solo a gli inizi.

Il “numero-peso-misura” della dinamica del mondo, imporrebbe a gli occidentali profondi ripensamenti sulla consistenza delle loro ideologie, tanto quelle dominanti che quelle critiche che le sono sorelle inverse per via del comune parto gemellare. Da qui la possibile nascita di idee su nuovi modi di stare al mondo, nuovi soggetti sociali e poi politici, nuova Storia.

“Come adattarsi al mondo nuovo?”. Questa la domanda di tutte le domande.

CRONACA 663

10.05 SILK CUT. Nelle sue memorie, l’ex primo presidente della appena nata repubblica islamica dell’Iran (1979) Abolhassan Banisadr, un laico che durò poco più di un anno prima di andare in collisione diretta con gli ayatollah, riferisce che dietro l’attacco dell’Iraq (1980) della sanguinosa guerra che durò poi altri otto anni, era opinione comune dei dirigenti iraniani di ogni ordine ed orientamento, ci fosse un piano ordito da Stati Uniti ed Israele e fino a qui siamo nell’ovvio. Meno ovvio è che Banisadr riferisce che l’obiettivo era quello di mettere a tal punto in difficoltà il nuovo corso da poter poi giungere ad una doppia opzione. La prima, preferita ma giudicata meno probabile, era il ritorno dello scià o di qualcosa che gli assomigliasse. La seconda, più interessante, era “… imporre la disintegrazione dell’Iran in cinque repubbliche”.

La faccenda è interessante perché al di là dell’ovvia citazione imperiale del “divide et impera”, c’è una applicabilità ricorrente di questo schema in stati che sono emersi tardi dalla frantumazione dei precedenti imperi musulmani. Lo abbiamo visto (oltre che nei Balcani da cui la nascita di un vero e proprio concetto “balcanizzazione”) in Iraq ed in Siria ma lo vediamo anche in Yemen o potremmo vederlo se la dinamica non fosse decisamente repressa anche in Arabia Saudita e Bahrein o potremmo vederlo in Libano, la composizione etnica – tribale – clanica – religiosa di questi paesi che in quanto pezzi di un ex impero non si curavano delle differenze omogeneizzate tutte nell’unità di livello superiore per altro benedetta dal Corano (il Corano al pari del Nuovo Testamento è decisamente universalista), è assai varia ed a determinate condizioni che si fa presto a sobillare, potenzialmente conflittuale.

L’Iran, sebbene anche come Persia abbia una storia diversa, ha anche lui la sua composizione di varietà. Notiamo subito che l’estremo nord-ovest, ha due etnie maggioritarie: i curdi e gli azeri. I curdi sono della piccola minoranza sunnita, assieme ai baluci (sud-est) che è poi l’enclave da cui pare venissero i terroristi dei relativamente recenti attacchi a Teheran. Gli azeri invece sono sciiti e lo sono anche in Azerbaijan ma l’Azerbaijan è anche alleato degli USA.

Vediamo poi una altro elemento interessante. Se si dovesse ipotizzare dove mai potrebbe passare la Via della Seta cinese di terra (strade, ferrovie, gasdotti, tlc) nel suo sviluppo verso l’Europa, non si potrebbe che pensare proprio al Balucistan confinante con il Pakistan come entrata ed al Kurdistan iranico che confina con la Turchia per l’uscita. In effetti, i siti più esoterici di geopolitica avevano a suo tempo segnalato una ripresa moderata ma significativa dell’iniziativa politica dei curdi iraniani quando c’era Obama e si pensava alla strategia per un possibile nuovo stato dei curdi iracheni a cui si sarebbero federati i curdi siriani. Altresì, nella parte pakistana del Belucistan, ci sono frizioni e movimenti in chiave anti-cinese che sta investendo molto nella regione.

Insomma, è chiaro che nella faccenda iraniana, come al solito, s’incrociano varie questioni, quelle che mobilitano l’Arabia Saudita, il condominio estrattivo del megagiacimento del Persico (tra Qatar e Iran) ed il suo fatidico sbocco nel Mediterraneo, la questione siriana, Israele ed ovviamente Hezbollah in Libano, russi, turchi, cinesi ed americani, francesi ed inglesi, il prezzo mondiale del petrolio (oggi siamo a 77 US$, in crescita ed ai massimi degli ultimi anni), gli equilibri nucleari ed altro. Ma non mi stupirei se i geopolitici da think tank di Washington, avessero riesumato quel piano a cui accennava l’ex presidente, è tipico di quella mentalità usare meno variabili del necessario per leggere la realtà. Se infatti è vero che tali composizioni eterogenee esistono in Iran da secoli, altrettanto da secoli, la Persia o Iran ha una sua omogeneità sistemica (di origine geo-storica) di lungo corso. Magari ciò che a tavolino sembra nel possibile, nella complessa trama del reale magari diventa un possibile assai improbabile.

Di contro, tra sanzioni, scaramucce, blocchi navali, bombardamenti israeliani in Libano e Siria, sobillamenti interni (che i sauditi possono manovrare coi baluci e gli americani coi curdi e gli azeri), espulsione dal circuito SWIFT ed altro, la messa sotto pressione dell’Iran sarà la costante dei prossimi mesi. Quando si parla di “regime change” forse, più che immaginare un improbabile fine della repubblica islamica, almeno da parte americana, si pensa alla sua interruzione spaziale in chiave anti-cinese. Ipotesi.

CRONACA 662

06.05  IL GRANDE RITORNO DEL PENSIERO MAGICO. (Post molto lungo e controverso) Foreign Affairs si domanda se la democrazia stia morendo. Un articolo sulla Stampa ci spiega che secondo Freedom House, i Paesi giudicati non liberi avevano il 12% del Pil globale nel 1990 ma ora sono al 33% e tra soli cinque anni supereranno le democrazie occidentali. Già oggi tra i 15 paesi più ricchi per Pil a parità di potere d’acquisto (PPP), due terzi non sono democrazie. Solo un terzo degli americani under 35 giudica la democrazia irrinunciabile e pare che tra 1995 e 2017, tra italiani, francesi e tedeschi, i favorevoli a regimi autoritari siano triplicati. Cosa sta succedendo?

Il fenomeno macroscopico, che noi qui proviamo a segnalare da tempo, è che siamo entrati in una fase storica di grande convergenza. Poiché tutte le parti del mondo si sono votate ormai allo sviluppo di una economia di tipo moderno, chi ha da convertire popolazione in crescita economica, cresce. Questa prima crescita naturale è semplicemente data dal fatto che alla popolazione servono un sacco di cose e questa domanda traina la crescita delle produzioni che forniscono reddito per sostenere lo sviluppo della domanda.

E’ stato così anche da noi per decenni e si è ripetuto dopo che avevamo distrutto gran parte di ciò che già avevamo con la seconda guerra mondiale. I liberali hanno provato a mettere sopra questo fenomeno degli anni ’50-‘60 la teoria politica della liberal-democrazia mentre economisti progressisti ci hanno messo sopra la teoria economica keynesiana ma, sebbene entrambe le teorie abbiamo esercitato un ruolo (la seconda più della prima che ha un che di eccessivamente ideologico), l’origine della dinamica è nell’oggettivo spazio che c’è o non c’è in termini di domanda, prima ancora che nel reddito disponibile. Case, salute, cibo variato, infrastrutture, beni primari ed una prima corona di secondari di cui si forniscono alternative opzioni, questa la composizione della domanda vasta ed intensa di prima fascia. La gente sta progressivamente meglio, ha fiducia e speranza, fa progetti, fa figli, cresce la domanda, crescono le produzioni, il ciclo si autoalimenta.

Noi abbiamo smesso di poterci affidare a questo motore semplice già da tempo. Abbiamo dovuto prima programmare artificialmente la morte dei prodotti per tenere alto il ciclo, poi abbiamo sviluppato con le mode e la pubblicità un potenziamento artificiale della domanda, poi abbiamo simulato una innovazione secondaria (l’auto elettrica che sostituisce quella a gasolio o benzina non ha lo stesso ruolo che svolge la prima auto per coloro che prima non ce l’avevano), poi abbiamo spinto ad indebitarsi per avere costante domanda del superfluo in assenza della domanda del necessario (un necessario relativo), poi abbiamo enormemente dilatato l’offerta commerciale di servizi ovvero cose che prima ci facevamo da soli. L’unica vera novità reale è stata l’elettronica da consumo e l’informatica che da sole non reggono il paragone con le rivoluzioni del carbone, poi del petrolio, quella dell’elettricità, quella chimica e quella meccanica, la prima fase degli elettrodomestici anni ‘50, la necessaria ricostruzione post-belica che hanno sostenuto l’ultimo secolo e mezzo della nostra storia economica.

La prima semplice considerazione quindi è che economie di primo sviluppo hanno maggior spazio di crescita rispetto a quelle di seconda o terza o quarta fase di crescita. L’economia moderna non è a crescita infinita semplicemente perché la domanda non può esserlo perché il portatore di domanda (l’uomo e la società) sono enti finiti. Solo se cresce la popolazione, anche le società nelle fasi più mature di crescita possono continuare a crescere, altrimenti si tratta di alimentare domanda artificiale finché si può e quando non si può più si rallenta all’apice di una curva asintotica, che cioè tende a perdere impeto verticale per mettersi in orizzontale.

Naturalmente si può esportare e scaricare il problema su qualcun’altro, con la piena occupazione distribuire meglio i redditi, comprimere fino all’assurdo il ciclo del consumo, convincere un disgraziato che il televisore 3D è imprescindibile per la sua qualità di vita, sotterrare soldi e pagare poi qualcuno per andare a scavare per riprenderli, ma nella buona sostanza, la traiettoria della crescita è determinata a flettere. Se poi i redditi non sono così ben distribuiti, comincia l’incertezza, l’egotismo consumistico e la società dell’individualismo appariscente tendono a sconsigliare di mettere al mondo nuove generazioni, la dinamica flette ancorpiù velocemente.

Davanti a questo rivelarsi finito del ciclo economico, davanti a questa manifesta storicità di una invenzione sociale (lavoriamo tutti, percepiamo reddito, consumiamo tutti, lo Stato tassa ed investe in ulteriore sviluppo ovvero inizio del libro IV della Ricchezza delle nazioni del 1776) che rivela la sua natura limitata da un obiettivo materialistico di progresso che prima o poi giunge ad un sostanziale compimento e ad andare in conflitto coi limiti ambientali e gli equilibri ecologici, noi rimaniamo interdetti, non abbiamo alternative di modi per organizzare la nostra convivenza.

I debiti che abbiamo continuato a contrarre nella fede che il ciclo economico, crescendo, avrebbe pagato il debito, sono invece rimasti scoperti. Così siamo arrivati alla ragguardevole cifra di un +225% di debito sul Pil annuale del mondo (dati IMF 2018), debito pubblico e privato condensato soprattutto nei paesi OCSE, cioè nelle economia più che mature.

Coloro che da questo modo di organizzare le nostre società hanno tratto i maggiori benefici in termini di potere (economico, sociale, culturale ed ovviamente politico) non saranno certo coloro che lanceranno la sveglia del “ehi ragazzi, tocca inventarci un nuovo contratto sociale”. Hanno fatto e continueranno a fare tutto il possibile ma subito dopo anche l’impossibile per prorogare la vigenza del meccanismo da cui dipende il loro invidiabile status. Per il momento, sembra si siano solo assicurati porzioni crescenti di ricchezza accumulando sostanze per la fine dei tempi, egoismo che non fa che accelerare il disfarsi del sistema dato che la cattiva distribuzione dei redditi si riflette su i consumi. Il gruppo sociale maggioritario di coloro che sono a traino del meccanismo, sta tardando di mettere in campo anche la basica rivendicazione di ridistribuzione equilibrata, figuriamoci se da lì arriveranno idee concrete su come altrimenti organizzare la convivenza in Occidente.

Intanto, dalla Brexit a Trump, dalla disperazione francese poi confluita in quell’unico presentabile che però ora sta dimostrando di non corrispondere minimamente alle aspettative, ai lunghi mesi di non governo tedesco, a gli imposti limiti di mediazione delle coalizioni, alla lunga assenza di governi in Belgio ed in Spagna e qui da noi da ultimo, fino a gli strani governi dell’Europa dell’est e del Sud America post speranze socialiste, un po’ ovunque si mostrano le convulsioni disfunzionali di una politica che ha perso l’orizzonte. Nessuno sa più bene come mettere le cose, i conti non tornano e nessuno da come farli tornare. Forse producendo più armi che poi come ogni merce va consumata facendo guerre democratiche contro i tiranni o altrimenti detto, mettere economie che non crescono a far guerra a quelle che crescono.

In termini storici, sembra che noi occidentali si sia destinati ad un inevitabile e gigantesco fallimento adattivo. La morte del sistema politico esageratamente definito “democrazia” ne sarà la conseguenza. Quelli di FA forse, più che indurci ad avere una reazione ravvedente e salvifica che tenti di salvare questa convenzione politica che disinvoltamente chiamiamo democrazia, forma che ha preso a far acqua da tutti i fori confermando la “tragedia dei beni comuni” che muoiono perché nessuno li cura, stanno semplicemente preparandoci ad accettare un passaggio. Il prossimo passaggio sarà passare dall’oligarchia votata dal popolo che chiamano democrazia, all’oligarchia che vota il suo dominus che si chiama tirannia. Il tiranno verrà invocato da tutti a gran voce perché nulla funzione più e per una società l’ordine, in qualsivoglia forma, è questione ontologica. Del resto gli “altri” coi tiranni crescono … . La nemesi del moderno sarà il grande ritorno del pensiero magico.

CRONACA 661

04.05 CONCEZIONE DEMOGRAFICA DELLA STORIA. Non è una vera e propria concezione della storia, una sua filosofia, è solo la sottolineatura di un variabile tanto evidente quanto misconosciuta o sottovalutata.

1) Quando abbiamo cominciato a far la guerra? La guerra è un istinto umano direbbero gli anglosassoni probabilmente universalizzando il loro temperamento che è di origine barbara. Chi di voi non si è imbattuto in un libro anche serio (o supposto tale) con gli agili, furbi quanto spietati Homo sapiens che massacrano quei tontoloni dei Neanderthal? Era paleoantropologia mainstream fino a quindici anni fa. Tutta questa narrazione è stata spazzata via dagli studi su i Neanderthal degli ultimi quindici anni. Incluso il ritrovamento delle prime pitture rupestri a loro mano, mente e spirito. Ma la domanda era un’altra, quali prove abbiamo della guerra più antica? La prova più antica è di tra 15.000 e 13.000 anni fa, piuttosto recente quindi, si chiama Cimitero 117 ed è nel sud Sudan. Forse il precipitare di locali condizioni ambientali ha spinto alcuni gruppi umani contro altri e ne è nato il massacro. Si dirà “ma che c’entra la demografia”? Perché un gruppo x che vive in equilibrio col contesto, se cambia contesto (ed il contesto, lentamente ed a volte improvvisamente cambia sempre, non sta fermo mai, la Natura è eraclitea), è spinto dalla sua consistenza demografica a risolvere il problema delle risorse a qualsiasi prezzo, è imperativo ontologico non morale.

2) Dal link si apprende che quelli di Cambridge (qui) hanno retrodatato, come ormai sistematicamente avviene quasi sempre per i reperti paleolitici, l’idolo di Shigir a 11.000 e passa anni fa. Strano eh? e dire che la Venere di Willendorf è datata a 25.000 anni fa e quella di Hohle Fels fatta di avorio di mammut è datata a 40.000 a.f, ma c’è chi sostiene ve ne siano di 400.000 a.f. (Venere di Tan Tan in Marocco). Così Shigir è coevo di Gobekli tepe di cui altre volte ho qui parlato. Complessità sociale addirittura culturale (e con quale impeto come potrete vedere se visitate un sito su Gobekli), millenni prima della “rivoluzione” agricola, della società centralizzata che si costruisce tombe piramidali estorcendo plus-valore dal lavoro schiavile, della gerarchia imperante la divisione del lavoro. Poiché le veneri hanno un areale di distribuzione molto ampio e Gobekli (come per altro Chauvet e Lascaux) fa pensare ad un centro che serviva un areale intorno molto ampio, se ne potrebbe conseguire un modello a reti di interrelazione tra vari gruppi. Quando la densità abitativa (l’areale abitativo era ampio poiché semi-stanziale quindi basato su caccia e sopratutto raccolta) era a suo agio in ambienti prodighi e larghi, la tensione competitiva lasciava il posto alla cooperazione di vario tipo. C’era spazio, quindi non c’era competizione per lo spazio.

3) L’agricoltura non fu una “rivoluzione” ma una lenta transizione adattiva. Fu una progressiva conversione alimentata dalla crescita della popolazione che da scorta fece dei cereali piatto unico, durò millenni (forse 10.000 anni), con gravi ripercussioni sulla struttura scheletro-muscolare. Poi, la sicurezza alimentare, per quanto di alimenti più poveri e meno variati, ha ulteriormente contribuito a far crescere la popolazione, alimentando il fenomeno di cui era parte. Questo si chiama feedback (positivo, poiché accresce il fenomeno, se lo decresce si dice “negativo”). Al raggiungimento di una certa massa critica delle varie società e di una specifica densità abitativa, nacque il concetto di civiltà, regno, dio che progressivamente si restringe ad Uno, scrittura, legge e forza armata per imporla e difendere i confini dello spazio comune e poi via così …

4) La Peste Nera segnò l’inizio della transizione alla modernità, al capitalismo del prima e del dopo l’Illuminismo, la nascita degli Stati (poi Stati-nazione) e determinò il grave crollo di un terzo dell’edificio demografico europeo in soli cinque anni. Il crollo dell’immagine di mondo, della mentalità (un 30% di morti , poi morti pure male in soli 5 anni) dimostrò che il mondo andava pensato ed agito diversamente. Noi siamo figli delle conseguenze di quello shock e del crollo demografico che si verificò.

5) 1900 circa 1,5 mld di abitanti il pianeta, 2015 circa 7,5 mld, 2050 tra 9 e 10 mld. In più, lo “spazio vitale” di ogni popolo tende a dilatarsi visto che ormai abbiamo tutti, più o meno, lo stesso modo economico.

Demografia, spazio-ambiente, modi di vita. Tre variabili e dal numero tre inizia la complessità. Dell’Angelo della storia vi parlerà W. Benjamin, io mi limito al diavolo. E so che il diavolo della storia, un giorno busserà alle porte del prof. Francis Fukuyama e gli dirà: “Ma a te, quel cazzo di titolo sulla “fine della storia”, come t’è venuto in mente razza di idiota!?”.

CRONACA 660

01.05. INSORMONTABILI DIFFICOLTA’ DEI SISTEMI DI PENSIERO. La festa dei lavoratori al 1° di maggio discende da analoga festività introdotta in Canada ed in alcuni stati americani alla fine del XIX° secolo. Venne poi più chiaramente fissata ed internazionalizzata per ricordare i martiri di Chicago del 1887, i sette anarchici (di cui cinque tedeschi) impiccati per gli scontri avvenuti in una precedente manifestazione. La manifestazione ed in genere tutte le agitazioni diffuse nel movimento dei lavoratori di quel tempo, vertevano sulla riduzione dell’orario di lavoro ad otto ore. La definitiva fissazione dello standard internazionale delle otto di lavoro al giorno è del 1919, firmata da tutti i Paesi che aderivano all’International Labour Organization, oggi parte dell’ONU. L’anno prossimo si festeggia una secolo dall’adozione di questo standard.

Ci si domanda: perché i teorici del diritto al lavoro e dei lavoratori non riescono a prender atto del fatto che dopo cento anni di costanti aumenti di produttività ed a maggior ragione sulla soglia di un nuovo importante salto potenziato dall’innovazione tecnico-scientifica, nonché data l’estensione della produzione moderna ormai a tutto il mondo e dati i limiti naturali segnati dalle leggi dell’entropia e finitezza delle risorse nonché per ridistribuire il meno lavoro richiesto, sarebbe il caso di promuovere l’abbassamento ulteriore di quella soglia? E’ così difficile svolgere l’equazione per la quale se tutti hanno diritto ad un lavoro e di lavoro c’è sempre meno bisogno, occorre ridurre l’orario di lavoro? Cosa rende così difficile aggiornare la logica del ragionamento e prender atto che dopo centoquaranta anni è giunto il momento di fare un passo avanti per adattarci al mondo nuovo? Ed a parte i teorici del lavoro i teorici politici non hanno nulla da dire a riguardo?

CRONACA 659

28.04  UNISCI E LIBERATI. Così vien male ma nelle intenzioni voleva esser il contrario del “divide et impera”. Ci riferiamo alla svolta coreana che prevedemmo qualche mese fa (vecchio articolo qui), quando Kim ha cominciato a mandare in giro foto di lui che scherzava in pasticceria, sorrideva e visitava centri per bambini tutti pucciosi e rosa. Il perno della svolta è stata l’elezione di Moon Jae-in erede di una tradizione politica sud coreana volta alla riappacificazione con quelli del Nord. Il mandato presidenziale ricevuto un anno fa, conteneva questa esplicita indicazione di rifiutare di farsi incastrare nel più tipico dei conflitti per procura promosso dagli USA più che forse per destabilizzare il Nord, per piazzare soldati e missili su territorio asiatico, cioè a pochi chilometri da Pechino.

Cosa significa quindi l’incontro di ieri? Ipotizzo significhi un successo triplice. Per Xi l’aver disinnescato la scusa del conflitto inter-coreano, per Kim l’aver gettato le basi per una svolta nel destino della Nord Corea che probabilmente si avvierà ad una modernizzazione alla cinese governata dal Partito del Lavoro in cui avranno meno peso i miliari e più peso i tecnocrati (precedenti purghe di militari operate da Kim versione “canaro” della Magliana secondo la narrativa occidentale, probabilmente andavano in tal senso), ed infine per Moon che fa bingo allentando le tensioni, sottraendo ragioni per la presenza indoor americana che è ben cospicua, amicandosi i cinesi e soprattutto offrendo alla Sud Corea, 25 milioni di potenziali lavoratori a minor costo e subito dopo consumatori. Segue, Nobel per la Pace.

Contenti forse anche i russi per motivi analoghi a quelli cinesi ma anche perché con Power of Siberia, il nuovo supegasdotto che parte dai campi delle regioni di Krasnoyarsk, di Irkutsk e della Yakutia, per puntare verso Khabarovsk e successivo collegamento alla rete che unisce l’isola di Sakhalin con Vladivostok, da lì ci metterebbero un attimo a portare energia al nuovo sviluppo coreano, in attesa si convincano anche i giapponesi.

La sempre meno comprensibile stampa maistream (l’ottimo Pio D’Emilia di Sky c’informa che oltre a lui ed alla RAI, c’era solo l’inviato del Corriere ieri, tre giornalisti come gli inviati della stampa catalana. Del resto sono tutti al “fronte” per non perdersi sospiri di Martina, Orfini ed Orlando) prima isterica come le oche del Campidoglio, morbosamente attratta da Kim Han-nibal the cannibal, ora favoleggia della riunificazione tra due Coree ma non si capisce perché mai quelli del Nord dovrebbero passare dalle atomiche a sciogliersi come nazione. Disturbi bipolari della psiche occidentale, probabilmente.

Quel poco che qui si legge, segue solo le sorti della denuclearizzazione tema del prossimo meeting tra Kim e Trump, ma quella è un’altra partita. A questo punto sarà chiaro a tutti che i missili di Kim non sono per problemi con i fratelli del Sud ma per problemi con gli americani e quindi quella è una partita bilaterale che si gioca su apposito tavolo. Il realista Trump potrebbe far buon viso a cattivo gioco, in fondo lui di strategia militare sa poco e poco si eccita, lui gioca coi dazi. Potrebbe farsi padre della Grande Pace provando a minimizzare la nuclearità più di facciata che militarmente reale di Kim e come l’ha già buttata ieri di primo commento, dire di aver fatto quello che nessun presidente prima di lui era riuscito a fare uscendone come Wolf-risolvo-problemi di Pulp Fiction con fiches da giocarsi alle mid-term di novembre. Ma potrebbe anche seguire i consigli degli strateghi i quali non vorrebbero rinunciare alla scusa coreana per far sciacquettare le portaerei USA nel mare antistante. Nel qual caso vedremo una pace coreana separata che però renderebbe a tutti chiaro qual è il contenzioso strategico dell’area.

Infine i giapponesi che si trovano in gravi pasticci. Ci manca solo che i due coreani (i coreani di qualsiasi latitudine odiano i giapponesi) si allaccino in un nuovo supersistema economico collegato alle Vie della Seta benevolmente offerte dai cinesi, con gli americani che non sai mai che tattica seguiranno per perseguire il proprio egoistico obiettivo strategico, per rimanere col cerino in mano. Ma sul ruolo del Giappone nell’area dovremo ritornare perché sarà un pezzo importante del futuro asiatico.

Intanto segniamo questo punto per il previsto processo di multi polarizzazione di un mondo sempre più complesso e festeggiamo la fine di quelli che avevano predetto la fine della Storia (non a caso di lontana origine giapponese).

CRONACA 658

27.04  ASCESA. L’Asia (forse da aṣû(m): “ascendere” in accadico) ha il 30% delle terre emerse, 60% della popolazione mondiale, 35% del Pil globale, circa 50 stati (50 stati sul 30% delle terre emerse, in Europa sono sempre 50 ma solo sul 7% delle terre emerse) di cui già 6 sono tra i primi 10 per dimensione mentre nel 2050 la prima (Cina), la seconda (India) e la quarta (Indonesia) economie del mondo saranno asiatiche. Tutte le principali economie asiatiche sono previste in crescita per il 2050 anche perché al di là dei meriti individuali si innestano dinamiche di sistema, se cresce l’intero sistema tutti ne beneficiano.

Oggi si incontrano in Corea Kim Jong-un e Moon Jae-in i quali hanno deciso di perseguire l’interesse nazionale piuttosto che rimaner ingabbiati nelle rispettive tutorship (russo-cinese per quello del Nord, americane per quello del Sud). Ne parlammo già al tempo della crisi dei missili, raccontando della longeva dottrina sud coreana della Sunshine policy perseguita già da due presidenti precedenti l’attuale, dottrina che tendeva a fare sistema tra i due coreani. A parte l’unità etnica e la tutto sommata breve storia della loro separazione che rimane l’unica del genere dopo la riunificazione tedesca, i coreani hanno buoni motivi per fare accordi tra cui l’esser vasi di coccio tra vasi di ferro. L’economia sud coreana avrebbe naturale sfogo di crescita a Nord, il Nord avrebbe l’opportunità di migliorare le proprie condizioni economiche. L’odio per i giapponesi e la diffidente amicizia verso gli ingombrati vicini cinesi gli unisce in senso geo-storico-culturale.

Ma oggi si incontrano anche Modi e Xi Jinping per una chiacchierata informale (qui), si rivedranno poi in veste ufficiale a giugno (9-10) alla riunione della SCO (Shanghai Cooperation Organization) nel nuovo formato che include oltre a cinesi, russi ed i vari “stan” centro-asiatici anche gli indiani e gli odiati pakistani.

Come già segnalato, Giappone, Singapore, Vietnam, Malaysia e Brunei si sono allacciati nel trattato di libero scambio CP-TPP senza gli USA e cinesi. Molti altri forum ci sono nell’area tra cui l’ASEAN che ha vari formati.

Intorno a gli asiatici ruotano russi, arabi sunniti ed americani in funzione di balancer a cui a turno i singoli attori asiatici si appoggiano per pesare nelle rispettive trattative bilaterali.

Ci si domanda: stante che l’Asia non è assolutamente pensabile come ad una area in cui si impone un egemone (l’Asia è plurale per definizione e i suoi abitanti -tra l’altro- neanche si riconoscono nella definizione che proviene da Erodoto ed è parte della mentalità occidentale), nel tempo, prevarranno gli istinti cooperativi o competitivi? Avendo un brillante futuro già disegnato davanti a loro, si potrebbe propendere per la cooperazione, non certo esente dalle solite contraddizioni, frizioni, intoppi ma tutto sommato abbastanza lineare in tendenza.

Quello che succederà in Asia nei prossimi trenta anni sarà la cifra di quello che succederà nel mondo, è lì che si gioca il partitone centrale del gioco di tutti i giochi. Le carte più importanti del partitone sono in mano ai cinesi, sarà il comportamento cinese a pesare più di ogni altro sulla cifra delle relazioni intra-continentali. I cinesi hanno tutte le intenzioni di sviluppare il registro cooperativo, nonostante le difficoltà che sono endogene e soprattutto portate dall’esterno in parte dai musulmani sunniti che hanno centro nella coppia AS-EAU e più ancora dagli USA, registro che però “conviene a tutti”. Rimane sospesa però la variabile “saranno capaci”? E’ un inedito assoluto, i cinesi non hanno alcuna tradizione in merito, è questa una delle tante cose che fanno il mondo che viene del tutto nuovo ed impredicibile.

Ed è anche la prima volta che la partita per gli equilibri del mondo si giocano lì, rendendoci come europei, per la prima volta, periferia, il che non è affatto detto sia un male. A cominciare dal disciplinare la nostra foga a pensare il mondo come ad un nostro contorno.

CRONACA 657

SCIENZA DELLA LOGICA. La sinistra discende dal pensiero di Marx. Il pensiero di Marx per la sua consistenza filosofica, discende da Hegel. Il pensiero di Hegel discende dalla convinzione che il motore logico che è il motore primario del pensiero, fosse intrinsecamente dialettico. La dialettica ha, nella storia del pensiero, molte forme, quella hegeliana mette l’accento sulla relazione tra l’affermazione e la negazione, un costante lavorio che il negativo farebbe sul positivo, creando le condizioni di possibilità per il suo superamento.

Siamo a livelli molto astratti. Astratto significa concettuale ovvero estrema sintesi singolare di cose molto più complicate e plurali. La nostra mente ha bisogno di concetti perché la memoria di lavoro ha un numero limitato di slot che può trattare più o meno sincronicamente nel “pensiero”. Altrimenti bisognerebbe recitare l’intera stringa di descrizione di qualcosa ma dopo un’ora e mezzo si sarebbe perso il filo del ragionamento e non si riuscirebbe a trattare un concetto assieme ad altri per mancanza di spazio mentale.

Le scienze cognitive sezione “linguistica”, hanno non da molto scoperto il concetto di frame (cornice, quadro, struttura). Ogni volta che nel dibattito politico qualcuno impone un frame (populismo, fake news, libertà, asse del male, stato canaglia, sindaco d’Italia, Stati Uniti d’Europa), cioè un concetto, una tesi, non si limita a porre il suo concetto, impone tutta l’immagine di mondo che fa da sistema a quel concetto. I rapporti tra frame ed immagine di mondo sono di solito regolati da metafore o analogie potenti, evocative e con un fondo emotivo che le fissa nella mente.

Quindi, la “tesi” nella dialettica hegeliana, non ha pari poteri con l’antitesi. L’anti-frame combatte non solo contro un concetto ma contro una intera visione del mondo ed anche se lo negativizza o critica, è impotente nei confronti del ben più complesso sistema di idee che gli è a monte. Per certi versi, anche criticare un frame non fa che accettare il perimetro del campo di gioco dato dalla visione del mondo da cui nasce.

A loro volta, le immagini di mondo, sono date da un sistema fisico fatto di neuroni connessi ad altri neuroni vicini (collegati con dendriti e sinapsi) e lontani (tramite assoni). Il cervello come gran parte dei nostri organi funziona per strade conosciute e frequentate, più usiamo certi sistemi più si rinforzano, più si attivano di default e ci spingono a fare sempre quelle cose o pensare il quel modo o dire in quella maniera. Per questo è così difficile “cambiare”, si tratti di abitudine al fumo, al cibo, a sceglierci la persona sbagliata da amare, a superare errate convinzioni. Questi sistemi sono rinforzati continuamente da altri sistemi che noi chiamiamo “emotivi”, sistemi che danno al cervello buone sostanza di rinforzo che dicono “esatto, propri così, è così che bisogna fare!”. Questi sistemi preservano l’identità, il nostro modo di essere.

Ne conseguono alcune cose. 1) la critica razionale arriva a modificare il campo mentale fino ad un certo punto, dopo scatta la difesa dell’identità e l’identità è l’identico modo col quale pensiamo ed agiamo in genere; 2) si abbandona una convinzione solo quando se ne è formata un’altra ma questa seconda deve comunque fare i conti di coerenza con l’intera immagine di mondo; 3) cambiare l’immagine di mondo è cosa difficile e che comunque si misura sul piano personale coi decenni, sul piano sociale con le generazioni (anche perché deve corrispondere in qualche modo al “mondo” ed il nostro mondo cambia molto lentamente); 4) chi impone il frame, impone una immagine di mondo; 5) il lavoro critico sul frame rischia di validarne comunque l’immagine di mondo, accettare di discutere il concetto di fake news è accettare che esistano notizie “vere” il che è filosoficamente assai dubbio possa esistere; 6) il negativo non ha alcuna potenza, la piena potenza è solo del positivo, il primo non esiste senza il secondo che invece può esistere senza il primo; 7) la dialettica hegeliana è cattiva guida per lo sviluppo di una immagine di mondo concorrente poiché non discute il sistema posto dal positivo; 8) le anti-tesi non costruiscono il mondo, quanto l’antimateria non costruisce l’universo visibile e tangibile.

Una sinistra che si limita a criticare è subalterna nel campo del pensiero generale e quindi dell’azione nel mondo. Se è subalterna perde la sua ragion d’essere.

CRONACA 656

L’incontro a Milano con i valenti promotori di Sottosopra, seminari, incontri e dialoghi per provare a pensare il presente in maniera diversa, immaginare il futuro, quello possibile e quello probabile.

Il link alla conferenza (qui):

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