CRONACHE DELL’ERA COMPLESSA

Les_fibres_de_la_mati_re_blanc Denis Le Bihan, M.D., Ph.D.,

QUESTA SEZIONE DEL SITO E’ DEDICATA A BREVI COMMENTI, SEGNALAZIONI, INTERPRETAZIONI SU FATTI O NOTIZIE QUOTIDIANE, DAL PUNTO DI VISTA CHE ANIMA L’INTERA RICERCA DI QUESTO BLOG, LA TRANSIZIONE ALL’ERA COMPLESSA.

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CRONACHE N. 577 

 

PIU’ OMOSESSUALI – VEGANI O MENO AMERICANI? Mi scuso preventivamente per la rozzezza del titolista ma faceva caldo ed andava di fretta. Ad ogni modo, la svedese Lund University (qui), ci fornisce uno studio in cui si pesano i nostri comportamenti in termini di impatto ambientale. Lo studio è effettivamente interessante per sapere cosa occorrerebbe fare prima che si sciolga non solo Larsen C ma tutta l’Antartide e tra questi consigli, fare meno figli e rinunciare ad aereo, macchina e carne, pare siano i più efficaci. Ma poi si scopre che il contributo di emissioni pro-capite dei 330 milioni di americani (pro-capite ovvero per singolo individuo, non complessivamente come nazione) è di 16.4 metric/tons mentre nella media della nostra sgangherata unione, noi contribuiamo “solo” per 6,8 T, poco meno di un cinese 7,5 T ma molto di più di un indiano 1,6 T. Nella lista dei cattivi c’è pure la Russia, tutti i petroliferi arabi e non e naturalmente gli altri paesi occidentalizzati ma per peso unitario e complessivo, gli americani sono, come sempre, un passo avanti. Quando cominceremo a far presente a questa simpatica popolazione che ci delizia giornalmente con i maldipancia del suo Game of Throne e ci ricorda costantemente quale indispensabile faro di civiltà sia il suo sistema di vita che ci hanno definitivamente stufato? [stufato: lunga cottura a temperature poco inferiori ai 100 gradi]

CRONACHE N. 576 

ELIO E LE STORIE TESE (qui e qui). Problema già ampiamente noto a chi segue la faccenda Qatar, ora ci si accorge che gli aerei a reazione potrebbero rimanere a terra, le risonanze magnetiche potrebbero fermarsi, così la costruzione dei superchip e soprattutto, inizia l’estate ma i sub non possono immergersi.

Tillerson ha firmato con Doha un patto di controllo dei movimenti finanziari al fine di evitare ogni possibile flusso in direzione della misteriosa entità “terrorismo” ma il curioso è che l’ha fatto prima di andare a Jeddah dove incontrerà i quattro paesi del blocco ostracizzante. Ora, stante questo patto, il pezzo più succoso delle accuse a Doha potrebbe cadere ma soprattutto, se i quattro firmano anche loro, anche loro debbono smetterla con il supporto alle varie fazioni che hanno ampiamente usato non meno del Qatar. Se invece non firmano, cambiano gli equilibri del gioco perché l’accusato si comporta meglio degli accusatori. Tillerson ha fatto capire che per gli americani il succo della faccenda è solo questo, le altre richieste avanzate dal fronte amici dei Saud, sono “irrealistiche”. Oppure voleva solo avere un pezzo di carta in mano per difendersi internamente ed internazionalmente dall’accusa di avere una base militare in un paese che è la capitale del Male? Mercoledì vediamo chi firma e chi no, poi vediamo cosa s’intende per “terroristi”, poi vedremo che succede nel mercato del gas (qui), poi vediamo che succede alla nuova liaison tra Riyad e Mosca, poi vediamo …

CRONACHE N. 575 

PUTIN PEZZO PREGIATO DEL CALCIOMERCATO (qui e qui). Ulteriori segnali di come il business energetico torni a trainare alcune relazioni internazionali. L’Asia sarà pure la fabbrica del mondo ma per accendere gli impianti ci vuole energia. La Russia, quindi, deve esser portata dalla parte dei fornitori per condizionare i produttori. [Dal manuale “Leggi dell’equilibrio di potenza” di H. Kissinger]

CRONACHE N. 574 

FOTO DI GRUPPO (qui). Fa un po’ tenerezza l’aspettativa con cui i commentatori mainstream seguono questi incontri dei vertici del nuovo mondo multipolare. In realtà, le interrelazioni tra i vari attori sono molto complesse e si svolgono permanentemente nel prima e nel dopo di questi incontri che servono più per dar lustro al paese ospitante ma anche per fisicizzare queste intricate interrelazioni.

Il polso della situazione mondiale vede, sul piano geopolitico, una nascente sicurezza ed ordine asiatico basato sulla SCO. Non che le relazioni, soprattutto Pakistan – India e Cina – India siano esenti da problemi ma questi non portano a crisi che non siano evitabili. Meno ordinato il Medio Oriente dove la pretesa saudita di ergersi a perno del sistema arabo ed addirittura musulmano è del tutto sproporzionata. Problematici i rapporti interni all’Europa dove Nord ed Est vanno per conto proprio mentre il Sud, anche grazie allo sproporzionato Macron, non va da nessuna parte. In crisi identitaria, quindi strategica, la Gran Bretagna, Trump va avanti sulla sua strada. Una strada che prevede il divide et impera sulla già divisa Europa, con celebrazione dell’art. 5 della NATO in Polonia, il distacco deciso dalla Germania e vedremo cosa con la Francia, prossima tappa dell’americano.

Palese, invece, la postura amicale nei confronti di Putin, almeno dalle pubbliche immagini, di suo, ben meno entusiasta e più prudente. Anche qui, la finta ingenuità dei commentatori che leggono e discutono le dichiarazioni ufficiali del lungo incontro, corroborate da ampie invenzioni di fantasia, fa sorridere. Prima di discutere di Siria, Ucraina o Corea, clima, commercio o le reciproche intromissioni informatiche, i due avevano da chiarirsi a quattr’occhi le relazioni squisitamente bilateriali. Queste, vertono sul problema energetico, strategie, joint venture, blocchi, prezzi, Qatar e Iran, logistica delle reti ed altro. Rampini sostiene che Trump e Tillerson, rispetto a Putin e Lavrov sono dei dilettanti allo sbaraglio ma sull’argomento in questione, Tillerson non è un dilettante allo sbaraglio ed è lì proprio e prevalentemente per questo. Questo accordo s’ha da fare, che piaccia o dispiaccia al deep state, Trump e Tillerson sono lì apposta. Che glielo lascino fare è tutt’altra questione.

 

CRONACHE N. 573 

IL COMPLESSO DI MACRON. Uno che si occupa del concetto di complessità non può che venir attratto irresistibilmente dal giovane presidente francese che rifiuta la conferenza stampa a base di domande e risposte perché il suo pensiero è “troppo complesso” (qui). E dire che proprio il francese Edgar Morin, “filosofo della complessità” pose come primo dei tre principi fondativi del pensiero complesso il principio dialogico che da una parte è riconoscimento della legittimità di due logiche parallele, dall’altra non può che richiamare l’arte del discorso, del dialogo, per intrecciarle in un complesso condiviso.

Ma il giovanotto, sembra aver una propensione di lunga data per la pubblicità culturale ovvero per una forma che vorrebbe mostrare uno spessore culturale che in realtà non si ha. Il posizionamento (tecnica di strategia di comunicazione) simbolico di Macron, è stato quello dell’intellettuale al potere, sogno platonico di molta intellighenzia francese. Così è passata la narrazione dell’assistente di Paul Ricoeur che poi passa alla Rothschild ed infine diventa re-filosofo. Peccato che Myriam Revault d’Allonnes, membro del consiglio scientifico del fondo Ricouer, allieva ed amica personale del filosofo ermeneutico, abbia specificato che monsieur Macron è stato solo assistente editoriale per una pubblicazione di una raccolta di saggi uscita nel 2000 per Seuil. Da correttore di bozze a re filosofo è un passaggio inspiegabile, forse è questo passaggio che è troppo complesso da spiegare.

Passiamo così dal re filosofo a Napoleone. Napoleone, i filosofi, non li amava e fossero stati altri tempi, forse li avrebbe incarcerati buttando via la chiave. La connotazione spregiativa di “ideologo”, pare sia proprio stata definita dal corso. Gli Idéologues erano un gruppo di filosofi materialisti-sensisti che rifiutando l’astrattezza metafisica, iniziarono una precoce ricerca sul pensiero sociale ed economico basata addirittura sulla struttura fisica del sistema nervoso, una sorta di acerba intuizione sulle relazioni tra idee-mente-cervello che non sarebbe poi male riprendere oggi che le scienze cognitive stanno facendo così tanti progressi. Gli Idéologues erano tra i pochi, strenui critici di Napoleone ed il disprezzo con cui questo li coprì, finì col riverberarsi sul termine stesso che poi divenne concetto. Macron è oggi il napoleonico campione del post-ideologico, del pragmatico, del comunicativo push ovvero non argomentato e discusso, cioè l’esatto contrario del complesso. Forse Macron che stupido comunque non è, ha un complesso, il complesso di sapere di non essere complesso e di esser solo un ”…garzone mandato dal suo padrone a riscuotere i crediti …” (Colonello Kurtz – Apocalypse now 1979) prima che il collasso da era complessa inghiotta la sua Francia.

[Il diavolo, si sa, è nei particolari. Ecco allora che i pubblicitari che supportano Macron avrebbero dovuto sapere che vendere un “filosofo” con la scrivania vuota è dissonanza cognitiva ma in effetti non dovevano vendere un filosofo ma solo un problem solver]

CRONACHE N. 572 

(23.06.17) TI DO DIECI GIORNI DI TEMPO, POI… . POI COSA? Gli Stati del blocco hanno dato al Qatar la loro lista delle doglianze in 13 punti (qui), aggiungendo un imprecisato pagamento di danni ma sopratutto hanno dato un ultimatum, dieci giorni. In pratica il Qatar dovrebbe suicidarsi e diventare una provincia saudita. Meno male che Tillerson aveva raccomandato che la lista fosse ragionevole ed attuabile. Estate calda eh? Piccoli principi crescono …

CRONACHE N. 571 

(23.06.17)  CIRCUITI LOGICI BREVI E DANZE DELLA PIOGGIA. Ed ecco che l’unica cosa che piove in abbondanza oggi sono gli articoli sulla siccità (qui). Il fatto (la siccità) è messa in breve relazione con la situazione climatica (fa caldo). Qualcuno si avventura su i territori del cambiamento climatico e (giustamente) Mercalli ammonisce sulla nostra nuova condizione climatica che è e sarà quella di un paese progressivamente sempre più un po’ arido, un po’ tropicale. Ricordo distintamente un servizio televisivo a Febbraio che ammoniva su questa situazione già ampiamente prevista dato che, questo inverno, non aveva piovuto e nevicato a sufficienza nel quadrante nord-orientale. Ne conseguono tre considerazioni: A) la RAI dovrebbe spiegare perché un programma come quello di Mercalli che aveva almeno il merito di dare minima pubblicità a questi problemi ed alle loro logiche non immediate (complesse), è stato cassato alla seconda stagione; B) i governi locali e nazionali dovrebbero spiegare perché pur sapendo in anticipo quello che senza alcun dubbio sarebbe successo questa estate, nulla è stato fatto per avvertire, prevenire, preparare; C) uomini e donne di buona volontà, dovrebbero capire che se continuiamo a ragionare con circuiti logici brevi, azione-reazione, attualità fruita passivamente, “oggi parliamo di … “ e conseguente tempesta di talk e post su i social che cambia ogni settimana tema, ci andiamo a schiantare.

Non so se è un problema di destra o di sinistra, se è assimilabile alla questione neoliberale o se ha rapporti con l’euro e l’Unione europea o c’entri Trump e Putin ma temo che la struttura mentale fatta di neuroni che s’infiammano per poi sedarsi, scollegati tra loro e confinati in circuiti locali irrelati gli uni a gli altri, sia l’origine di quello che chiamiamo “alto rischio di disadattamento”. Noi non pensiamo il tempo, le cause lunghe e le conseguenze altrettanto lunghe, noi siamo ancora alla danza della pioggia.

CRONACHE N. 570 

(19.06.17)  ONE STEP BEYOND. Era il 1992 quando quei pazzerelloni dei Madness, infiammavano i londinesi in un famoso concerto a Finsbury Park, già il quartiere in cui un tizio occidentale ha pensato fosse giunto il momento di dire la sua nel dibattito sull’integrazione, scagliando un pulmino contro musulmani che uscivano dalla preghiera notturna alla moschea, essendo tempo di Ramadan. Negli anni ’90 la band londinese suonava allegramente lo ska, una musica che originava dalla felicità con cui i giamaicani negli anni ’60, festeggiavano la raggiunta emancipazione dal colonialismo britannico. I bianchi suonavano e ballavno la musica dei neri ma mischiare le note è più facile che mischiare le persone, in più, gli anni ’90 erano affluenti e quando le cose vanno, molte contraddizioni vengono ammorbidite anche quella per la quale i colonialisti ballano alla musica dei colonizzati.

Negli ultimi giorni, ho letto molti post sul problema dello ius soli. Chi postava Sartori che dall’alto dei suoi novantatre anni diceva che non bastano cinque anni di elementari ci vuole anche il ripudio della sharia (? non cedo sia un problema ottenere un solenne giuramento da un bambino di dieci anni, è farglielo mantenere quando ne avrà venti che la vedo più complicata), chi postava neri che parlavano fiorentino all’università, chi postava migranti che commettono reati, chi posta le basse percentuali dei migranti in Italia rispetto a quelle di altri paesi, chi scomodava il mitico Kalergi ed il suo piano di annullamento della razza in favore di un capitalismo meticciato, docile, remissivo, manipolabile. Mah, in questi giorni mi dedico a seguire le faccende del mondo arabo e posso solo immaginare come la faccenda di Londra verrà presentata lì da alcuni che da mesi, forse anni, cercano -finora invano- di accendere il grande rogo dello scontro di civiltà.

A chi odia l’arabo, a chi odia il musulmano, a chi odia coloro che odiano gli arabi ed i musulmani, a chi odia coloro che odiano coloro che odiano gli arabi ed i musulmani, a gli intellettuali o almeno ai facente funzione o aspiranti facenti funzione, a coloro che hanno i sensi di colpa occidentalisti per via del colonialismo, ai curatori di anime che non si preoccupano del fatto che le anime sono dentro i corpi ed ai corpi va trovato un lavoro, una casa, un futuro, a coloro che pensano che il nostro deficit demografico non sia un problema ed a coloro che hanno postato Tito Boeri che avverte che senza i contributi previdenziali dei migranti non abbiamo cash flow per pagare tutte le pensioni pensando che si tratti di un inammissibile ricatto, a coloro che odiano la Boldrini ma anche alla Boldrini che dall’alto del suo attico al centro non capisce cosa significa vivere in un quartiere multietnico se non monopolizzato da etnie molto diverse dalla tua, ai buoni come ai cattivi, ai nazionalisti come ai “il proletariato non ha nazione”, consiglierei di fare one step beyond, un passo indietro. Non siamo sempre obbligati a dare giudizi sulle cose, in democrazia ed oggi in particolare che i tempi si stanno facendo molto complessi e difficili e sempre più lo saranno, è prima importate capire cosa stiamo giudicando, qual è il fenomeno. Non ci sono soluzioni se non si capisce qual è il problema ed i problemi sono un po’ più complicati che non tutti i giusti di qui e tutti i cretini di là.

Quello che è successo a Finsbury Park, spero senza speranza, che sia come si sono affrettati a dire un “gesto isolato”, ma la rabbia cova, cova da una parte e dall’altra. Un rabbia figlia non solo di accenditori di fuochi perché i piromani contano comunque sulle sterpaglie secche che si accumulano nel sottobosco sociale. Chi ha creato questi pasticci non sa e non vuole risolverli ma gode nel vederci scendere in campo a partecipare alla rissa su un problema da loro stessi creato. Uomini mediocri, cercano di ritagliarsi un posto al sole per ottenere qualche voto in più (da una parte o dall’altra), cercano di passare per vittime perché hanno “osato” dire la “verità”, qualcuno ci si fa un po’ di pubblicità per vendere qualche libro in più, qualcun’altro brandeggia giudizi morali come il machete nella foresta.

Possiamo anche godere lo spettacolo della triste fine della nostra civiltà che sta finendo prima culturalmente e politicamente che razzialmente, ma ricordatevi che noi ne siamo dentro.

CRONACHE N. 569

“COSE PREZIOSE” IN MANO AI RAGAZZINI (L’espressione romanesca identifica la “cosa preziosa” con un termine preciso che qui non si può riportare). I sauditi, assieme o per conto dello schieramento che ostracizza il Qatar, ha annunciato da ieri di star preparando un “lista delle lagnanze” da sottoporre al Qatar. Il fronte aveva già presentato la lista dei 59 reprobi e delle 12 associazioni definite “finto-caritative” con le quali il Qatar doveva tagliare ogni rapporto ed era questo il punto concreto sul quale verteva il contenzioso. Ora però aggiungeranno questa nuova “list of grievances”, perché? In questi giorni, c’è stato un turbinio diplomatico. USA, Francia, Germania, Gran Bretagna, Turchia, Pakistan, Marocco, Kuwait, Russia, sono tutti mobilitati per cercare di sciogliere o contenere le tensioni del Golfo ma questa faccenda è molto difficile da risolvere. La lista serve a dare ulteriore ragione pubblica del motivo che muove il fronte capeggiato dai sauditi e forse a meglio specificare l’oggetto del contendere, stante che la strategia del fronte contro il Qatar è non trattare alcunché ma imporre il “o con noi o conto di noi”. Tenendo il blocco a lungo, si spera che qualcuno in Qatar, soffocato da queste nuove condizioni di vita che sono assai difficili per gente che stava nel paese a più alto reddito pro-capite al mondo, decida di detronizzare la famiglia al Thani. La posizione del fronte non è trattabile per una ragione ben precisa. Persa sostanzialmente la guerra in Siria e trovato in Trump un interlocutore potenzialmente più ricettivo di Obama ma con l’intenzione ferrea di onorare il mantenimento della promessa elettorale di sradicare il “terrorismo”, i sauditi hanno riformulato la loro strategia. In cambio di un nuovo patto di ferro con gli USA, i sauditi hanno promesso probabilmente l’abbandono dell’Isis.

Cosa curiosa di tutta la crisi del Golfo che verte pubblicamente sul problema del “terrorismo” è che nessuno parla più da un paio di settimane dell’Isis. Nessuna dichiarazione pubblica del fronte ha mai nominato l’Isis tra gli addebiti mossi a Doha, semplicemente perché Doha manovra altre forze, non l’Isis. Il contenzioso con Doha è concreto, quindi non c’è alcun bisogno di dire bugie come siamo abituati in genere a sentire nelle guerre delle fake news che accompagnano i conflitti geopolitici contemporanei. L’Isis colleziona sconfitte in Siria, i russi pensano addirittura di averne decapitato il vertice con o senza al Baghdadi, l’idea stessa di uno Stato islamico nel nuovo scenario geopolitico è del tutto irrealistica. Ma se Riyad abbandona l’islamismo militare (almeno nella forma Isis) allora Doha deve abbandonare l’islamismo politico (Fratelli musulmani) perché le due strategie sono entangled, l’una è nata per far concorrenza all’altra poiché concorrenti sono i due centri che le promuovono. In breve, se Riyad abbandona quella strategia perché ne ha un’altra basata sul riallineamento gemellare con Trump, Doha deve abbandonare la sua linea concorrente, senza se e senza ma, non c’è alcun margine per trattare questo principio, ovviamente.

A questo punto entra in gioco la variabile tempo. Arriverà prima la rivolta delle élite di Doha che rovescia gli al Thani o una qualche forma di “buying time” in cui Doha promette ciò che poi non manterrà come altre volte ha fatto (ma dubito che i sauditi si accontentino di questo) oppure arriveranno prima i tradimenti dell’alleanza delle spade, se non le dimissioni stesse del clan Trump che è ormai isolato ed accerchiato da tutte le parti? Tra l’azzardo della sterzata di Riyad, gli insuccessi sauditi in Yemen, il verificare che addirittura il Pakistan sta tradendo l’alleanza con i sauditi (così il Sudan), l’aperta secessione dell’Oman e la stessa terzietà del Kuwait, la lotta alla successione nella monarchia beduina, la debolezza di Trump, il nuovo semi-asse Ankara-Teheran, la SCO che avanza (l’India sta investendo a manetta per il potenziamento di un porto in Iran), lo scarso allineamento del fronte (Trump parla di 50 stati allineati a Riyad perché così gli avranno detto che sarebbe stato ma le Maldive, due stati falliti ed un gruppetto di africani centro-occidentali non fanno l’islam), l’onere è tutto da una parte.

Forse i trentadue anni di bin Salman (Jared Kushner che probabilmente è colui che ha condotto la pre-trattativa per il clan Trump ne ha solo quattro di più, l’emiro del Qatar ne ha cinque di più), sono stati una cattiva guida per maneggiare una cosa così complessa come la strategia geopolitica di un gioco così difficile.

CRONACHE N. 568

SHOPPING. La Turchia, paese NATO, starebbe per firmare l’accordo d’acquisto per due batterie di S-400 dalla Russia, sistema già venduto dai russi a cinesi ed indiani (qui).

PORTI. L’India procede ma con qualche difficoltà, nello sviluppo del porto di Chabahar in Iran. Il porto farebbe parte di una strategia di aggiramento del Pakistan che ospita il porto cinese di Gwadar e legherebbe non solo India ed Iran ma anche Afghanistan e questo Sud col Nord delle repubbliche centro-asiatiche (qui). La regione è quella del Belucistan, sunnita, in cui è presente un gruppo armato affiliato ad al Qaeda, già autore di diversi attentati in Iran. L’Iran sostiene che gli attentatori delle due recenti azioni terroristiche svolte a Teheran, provengono da questi gruppo e di avere prove del fatto che esso è eterodiretto dall’Arabia Saudita (qui).

ISOLE. La commissione parlamentare egiziana ha dato il via libera alla votazione alla prossima votazione alla Camera per la ratifica della contrastata cessione delle due isole di Tiran e Sanafir, all’Arabia Saudita. Le due isole (deserte) controllano l’accesso al Golfo di Aqaba in fondo al quale si trova Eliat (Israele) da cui dovrebbe partire una collegamento ferroviario per il Mediterraneo cofinanziato dai cinesi che pensavano di utilizzare questo braccio del Mar Rosso come eventuale alternativa della loro Via della Seta di mare, qualora fosse bloccato Suez (qui).

CANALI. Panama ha disconosciuto Taiwan e quindi si offre per ricche partnership con la Cina (qui).

CRONACHE N. 567

ARABIA FELIX. Yemen, l’OMS comunica che nello Yemen dilaga il colera: 1000 morti accertati, 125.000 infettati. Dopo 27 mesi di bombardamenti sauditi armati dagli occidentali (Italia inclusa), la situazione è: 6000 morti, 1,5 milioni di profughi, 15 milioni di persone non hanno accesso alle cure di base (gli ospedali sono bombardati), 7 milioni non hanno cibo, 500.000 bambini sotto i 5 anni gravemente denutriti. Al prossimo titolo di editoriale in cui campeggia la fatidica domanda “Perché ci odiano?” datevi la risposta.

CRONACHE N. 566

EVOLUZIONE NEGLI SCHIERAMENTI. Con gli autori del blocco Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti ed Egitto, c’è lo Yemen dove però c’è una guerra che oppone il vecchio governo sunnita alleato a gli houti sciiti a quello nuovo amico dall’Arabia Saudita. Analisti arabi segnalano una forte presenza di militari UAE nello Yemen del sud e stimano una successiva rivendicazione di sovranità o di secessione di questa parte da quella meridionale come era un tempo, opzione decisamente malvista dagli alleati sauditi. C’è poi la Libia di Tobruk (Haftar) ma non quella di Tripoli (Serraj). C’è anche la Mauritiana, il Senegal, il Chad ed il Niger. Non pervenuta la Nigeria, così l’Algeria, la Tunisia, il Libano. Il Marocco, si è offerto ieri di mediare (già lo fa il Kuwait). Il Sudan come il Pakistan hanno pubblicamente dichiarato di non vedersi coinvolti nelle beghe del Golfo invitando gli “amici arabi” a trovare la soluzione tra loro, il Pakistan ha anche dovuto smentire voci di un dispiegamento di forze a protezione del Qatar. L’Etiopia ha sposato la causa del Kuwait ovvero la mediazione tra le parti mentre l’Eritrea appositamente sollecitata da Riyad non solo a risposto picche ma ha confermato i legami di amicizia a Doha. L’Oman ha ricevuto la visita del MdE saudita ma non ha fatto dichiarazioni, né è probabile le farà dato che storicamente ha una posizione eccentrica. L’Oman (che appartiene al CCG e come al Kuwait non partecipa la blocco) è l’unico paese arabo né sunnita, né sciita. Ha comunque fatto un accordo per diventare pre-base marittima degli scambi con Doha nel senso che le importazioni del Qatar adesso arrivano in Oman e da qui vengono portate in patria. La Giordania ha downgradato le relazioni diplomatiche con Doha ma cosa questo significhi sul piano pratico non è chiaro. Se c’è un regime change a Doha, Hamas ha chiuso. L’Iraq, in quanto sciita, non è della partita, la Siria certo non può prendere parte e contempla felice la spaccatura nel fronte nemico. La Turchia ha deliberato lo stanziamento truppe in Qatar (operazione per altro prevista già da Maggio scorso) ed Erdogan è nervoso perché non vuole litigare coi sauditi. Quattro aerei e tre navi di acqua e cibo inviate da gli iraniani, voci inverificabili di origine saudita dicono che una guardia speciale iraniana avrebbe preso posto a difesa del palazzo dell’emiro del Qatar. Ma l’Iran ha annunciato anche due navi da guerra in partenza prima per l’Oman e poi per le acque internazionali davanti allo Yemen – Golfo di Aden. Ripeto: Yemen – Aden. Si prevede un blocco? A livello internazionale, silente Parigi che sembra pendere per Riyad (ma ora arriva Macron) , molto allarmati i tedeschi intervenuti due volte per bocca di Gabriel ed una per bocca di Merkel. Col loro 17% di VW in mano ai qatarioti, i tedeschi pendono chiaramente per Doha ed avvertono che l’imbroglio rischia di sfociare in guerra aperta e fratricida se tutti non si danno una calmata. La nuova amministrazione americana ha dato un altro saggio di incomprensibilità. Parte un comunicato molto preoccupato del Dipartimento di Stato a firma Tillerson che ricorda come in Qatar ci sia la base USA da cui partono gli attacchi all’Isis dicendo che un Qatar equilibrato e sereno è essenziale per gli americani ma un paio d’ore dopo parte il tweet maramaldo di Trump che plaude all’energica azione di Riyad nell’isolare lo stato terrorista (?). Il MdE del Qatar visita Mosca per incontrare Lavrov che non si sbilancia ma si ricordi che il Qatar si è appena comprato il 20% di Rosneft. Ieri anche una telefonata Lavrov-Tillerson. Molto preoccupati il Giappone il cui rifornimento energetico è dato da GNL qatariota, gli stati indiani ed indocinesi che solo in Qatar hanno più di un milione e mezzo di connazionali. Silenziosamente preoccupati anche gli italiani che vendono armi a Riyad ma ricevono importanti investimenti strategici da Doha. Anche la rete delle moschee e madrase negli anni finanziate da Riyad e Doha in tutto il mondo arabo, islamico ed europeo, parteciperanno alla tenzone?

FATTI. L’espulsione dei qatarioti dagli stati del blocco sta generando un diluvio di ricorsi alle corti internazionali e la mobilitazione delle agenzie dei diritti umani, tra cui Amnesty. Famiglie spaccate, imprenditori rovinati, aziende miste allo sbando. Il Qatar non ha applicato pari sanzioni che però verranno applicate dai governi del blocco ai loro cittadini che sono in Qatar. Chiara l’intenzione di premere attraverso questi fatti, più il crollo del riyal, blocchi bancari e finanziari, l’improvvisa restrizione delle condizioni di vita affinché siano a qatarioti a rovesciare la famiglia al Thani ritenuta responsabile dei misfatti ascritti. Questi sono la protezione di 58 individui per lo più vicini ai Fratelli musulmani (più banchieri di al Qaida), più una dozzina di enti caritativi, l’attendibilità della lista è stata contestata dall’ONU. Forte azione di lobbying saudita e pressioni su i parlamentari americani che a breve dovrebbero decidere se mettere i Fratelli musulmani nella lista dei fuorilegge. Si ricorda che i Fratelli musulmani hanno pubblicamente rinunciato all’uso delle armi già parecchio tempo fa. Sono però fuorilegge e con 1200 condannati all’esecuzione nel solo Egitto. Il Qatar, accusato di ospitare l’unica rappresentanza diplomatica al mondo dei talebani ha ufficialmente chiarito che i talebani sono stati invitati su sollecitazione degli americani per favorire trattative un-official tra loro e gli afgani. Al Jazeera è stata depennata per legge da tutti le televisioni pubbliche (e private) degli stati aderenti al blocco, galera per chi non si adegua. Si segnalano anche blocchi e discriminazioni per i cittadini qatarioti in pellegrinaggio a Mecca il che è abbastanza problematico poiché Mecca e Medina dovrebbero esser trattate come entità extra territoriali. In tutto ciò, il prezzo del petrolio scende ma i dollari a Doha cominciano a mancare. Espressioni di simpatia verso il Qatar espresse via social media da cittadini dei paesi del blocco sono punite con prigione ed ammende finanziarie. Sono altresì bloccati gli accessi ai siti di informazione del Qatar e nell’UEA anche i servizi postali per il Qatar

Non strettamente attinente al contesto si ricorda che i curdi iracheni hanno indetto unilateralmente il referendum per la secessione a Settembre ma sia Ankara che Baghdad hanno detto che se lo possono scordare. I curdi però confermano. Si ricorda che vi sono curdi in Turchia, Siria, Iraq ed Iran e che i curdi iracheni sono armati, formati e finanziati direttamente dagli USA.

Speriamo che tutti sappiano cosa stanno facendo. Il Medio Oriente è una miscela instabile, shakerarlo non è il miglior approccio. Consoliamoci con Pep Guardiola: “voteremo anche se lo stato spagnolo non vuole”, riferendosi ad un altro referendum autoconvocato, la secessione della Catalognia dalla Spagna, il primo di Ottobre.

CRONACHE N. 565

QUESTO PAZZO, PAZZO MONDO. Una cosa è certa, chi segue la politica internazionale, si diverte molto di più di chi segue la politica nazionale.

Brutto colpo ieri per l’élite anglosassone. Forse i tories riusciranno a fare un governo di coalizione (con i conservatori nord-irlandesi), con risicatissima maggioranza ma è chiaro che i britannici vanno politicamente in stallo, sia sulla trattativa per Brexit, sia in termini di politica estera. Ricordiamo che May ha anticipato Trump nella visita a Riyad, con tanto di vendita d’armi (il rilancio della produzione armiera era un punto fondante della politica della May) e che sicuramente c’era l’avvallo di Londra per l’ostracismo dei petromonarchi del Golfo, nei confronti del Qatar. Chissà se gli attentati in UK facevano parte della dialettica sotterranea a gli eventi. May era l’alleato più organico a gli USA di Trump che messosi in urto coi tedeschi (quindi l’UE), ora si trova un po’ più solo.

Ma ieri si è compiuto un altro importante fatto. Pakistan ed India, com’era già pianificato, hanno terminato positivamente le procedure e sono stati ufficialmente ammessi alla Shangai Cooperation Organization – SCO. SCO ora conta paesi per quasi la metà del mondo, in termini di popolazione (Cina, Russia, quattro repubbliche centroasiatiche + Pakistan ed India). Non va sovra interpretato il fatto pensando che così si formi una compatta ed armonica compagine orientale, che Pakistan ed India troveranno finalmente modo di andare d’amore e d’accordo, così l’India e la Cina. Indubbiamente però, gli orientali si stanno organizzando e lo stanno facendo in maniera assai poco hobbesiana. Se la Russia ha voluto fortemente l’India nella compagine, la Cina ha voluto fortemente il Pakistan e quindi India e Pakistan (magari per motivi diversi) hanno accettato di sedersi per la prima volta in un organismo comune. Questo tipo di “triangolo del possibile”, appunto, è molto poco hobbesiano ed indica nuovi possibili standard per il nuovo mondo multipolare. Prossima entrata attesa nello SCO: Iran.

Noi seguiamo anche la faccenda del Golfo perché il mondo non è quello dei titoli dei nostri giornaletti di quartiere. Lì si va formando la mezzaluna degli improbabili: Turchia, Iran, Qatar, secondo l’antico principio (in origine antica, espresso da un indiano Kautilya IV secolo a.C.) per il quale il nemico del mio amico diventa anche mio nemico (versione turca) e il colui che ha il mio stesso nemico diventa mio amico (Qatar – Iran). Il Ministro degli Esteri degli Emirati ha detto che il Qatar sta scrivendo pagine “tragiche e comiche” nella storia del Golfo con questa improbabile alleanza ma credo che la dichiarazione sprezzante, riveli un certo rodimento perché la mossa dell’ostracismo sta creando una alleanza paralizzante per le mire saudite. Volendo abbandonarsi alla fanta-pipeline, si potrebbe addirittura immaginare qatarioti che inviano gas ai turchi (motivo originario del conflitto siriano), via Iran. Molto “fanta” ma divertente. Intanto, i golfisti, hanno prodotto la lista dei terroristi connessa all’ambigua politica estera del Qatar ed ecco venir fuori l’oggetto vero della contesa: Yousuf al-Qaradawi. Il “problema” con Doha, non l’unico, è la sponsorizzazione dei Fratelli musulmani ovvero la via politica (e non terroristica) all’islamizzazione, ciò che più temono gli anziani maschi alfa tribali che possiedono senza alcuna islamica legittimità gli stati arabi inventati dai britannici.

L’immagine sottostante è un banner che appare nelle pagine web di al-Arabya ovvero la tv-sat dell’Arabia Saudita che voleva contrastare il dominio di al-Jazeera (Qatar). Non esattamente un messaggio rassicurante per il resto del mondo islamico che trascende di molte volte lo specifico del Golfo. Del resto gli art director di Riyad, sono gli stessi che hanno impostato quella ridicola sceneggiata dei tre demiurghi illuminati sinistramente dal basso con le mani sul mondo. Noveau riche, il gusto non si compra e l’egemonia neanche, dovrebbero andare a lezione dalla sheikka Mozha.

CRONACHE N. 564

QUESTO PAZZO PAZZO MONDO. (Per lo più saccheggiando al Jazeera news ma non solo) Il parlamento turco ha autorizzato il presidente a dislocare velocemente truppe fuori dei confini per proteggere gli interessi nazionali, cioè in Qatar. Il capo dell’associazione delle aziende esportatrici turche ha detto che sono pronti a far arrivare cibo ed acqua velocemente in Qatar, così gli iraniani. Il Ministro della Difesa del Qatar ha elevato al massimo livello le forze armate per difesa dei confini di terra, mare, aria. Già da ieri, Qatar Airways vola su Iran e Turchia per i voli da e per l’Europa. Gli Emirati ed il Bahrein potrebbero operare un formale embargo per strozzare la penisola. Gli Emirati, hanno promesso 15 anni di carcere a chi mai dovesse manifestare simpatia e solidarietà al Qatar. Il Kuwait va e viene dai paesi del Golfo in cerca di una mediazione. I 10 punti dei termini di resa del Qatar, tra cui la chiusura immediata di al Jazeera (o quantomeno l’immediato allontanamento del predicatore al Qaradawi), non sono stati , né verranno presi in considerazione dall’emiro al Thani. Anche il Senegal ha rotto le relazioni diplomatiche con Doha mentre si registrano manifestazioni di solidarietà davanti l’ambasciata del Qatar in Mauritania, regolari i voli con il Marocco. La Giordania ha messo in downgrade le relazioni col Qatar mentre gli avvoltoi di Standard & Poor’s hanno downgradato il debito sovrano. Hamas si è detto scioccato per le dichiarazioni saudite su i rapporti tra Doha e palestinesi. Banche saudite stanno vendendo riyal qatarioti a piene mani, il riyal è sotto attacco ed è ai minimi da 11 anni. Masoud Barzani ha annunciato per il 25 Settembre la data del referendum per la secessione dei curdi dall’Iraq. Le Guardie della Rivoluzione iraniane hanno accusato formalmente l’Arabia Saudita di manovrare i terroristi (forse del MKO) che hanno condotto l’attacco di ieri e che questo atto non rimarrà impunito. La frase è di rito ma dopo gli attacchi di ieri, attacchi anche di significato simbolico, non rimarrà semplicemente rituale. Sta venendo fuori da parlamentari e think tank americani che non c’è stata alcuna fattiva vendita di armi all’Arabia Saudita ma solo scambio di lettere d’intenti e per un importo ben inferiore ai 110 mld di US$ pubblicizzato. Si comincia anche a parlare del fatto che le camere USA potrebbero non ratificare gli accordi. Il cuore della vendita era il sistema missilistico THAAD, quello che il nuovo governo sud coreano ha ieri bloccato congelando i precedenti accordi mentre Washington ha fatto salpare la Nimitz che si unirà alla Vinson ed alla Reagan oltre 3 incrociatori e 12 cacciatorpediniere. Pyongyang ha festeggiato lanciando in aria un mazzetto di missili. In USA ampio è lo sconcerto per il tweet mattutino di ieri di Trump, la controreplica del Dipartimento di Stato che in Qatar ha la più importante base della regione, la telefonata di Trump in serata all’emiro al Thani proponendosi -pare- come mediatore, di che non si sa. Come mediatore si è proposto anche Macron sebbene i francesi pendano per Riyad mentre il tedesco Gabriel pare sia molto seccato anche perché il Qatar detiene il 17% di VW. “Spifferi” non solo avvelenati dalle polemiche interne vs Trump, dicono dello sconcerto per come il Presidente ed il suo improbabile entourage a base familiare, sta affrontando le questioni regionali che com’è noto hanno diversi e stratificati gradi di complessità. La faccenda FBI-Comey potrebbe offrire un appiglio giuridico concreto per l’impeachment. UK va alle elezioni indette per rinforzare la maggioranza tory in vista di una trattativa di uscita dall’UE ma potrebbe addirittura perdere la maggioranza che ha, a quel punto tutto il processo della Brexit andrebbe rivisto a fondo e l’intera strategia britannica andrebbe in stallo. Previsioni? Da seguire la possibile formazione di una mezzaluna ottomano-persiana-salafita con venature kharigite, sarebbe la nascita di una inaspettata supernova nei cieli nuvolosi della geopolitica contemporanea, lì dove la semplice geografia e la storia di lunga durata spiegano quello che tonnellate di articoli smarriti nei gomitoli ideologici non riescono a leggere. Stay tuned …

CRONACHE N. 563

CHE SUCCEDE NEL GOLFO? (Anche qui) La notizia odierna di un improvviso e sincronizzato ostracismo nei confronti del Qatar, operato da Arabia Saudita, Baharein, EAU ed Egitto, una espulsione dalle logiche che uniscono tra loro gli stati che si affacciano sul Golfo e da quelle a base della nuova presunta NATO araba, è la miccia d’innesco di un processo.

Il processo è quello di “semplificare” la regione che gode di una lunga tradizione di atavici incroci del “tutti contro tutti”, una sorta di frattale multipolare a sé a base tribal-beduina. I poli tradizionali sono la Turchia, l’Iran, le petromonarchie, l’Egitto, un attrattore politico è il conflitto israelo-palestinese, lo sfondo ideologico islamico è quello che vede tanto governi laici come l’egiziano ed in fondo anche quello turco e monarchie sunnite islamicamente ingiustificate (a parte -forse- quella giordana), la spaccatura sciiti – sunniti su cui ormai sarete esperti e quell’aggrovigliato mondo che si riferisce all’ideologia genericamente definita “salafita”, che ha al suo interno diversi interpreti in competizione sia con l’Occidente, sia con i governi arabi ritenuti -in genere- illegittimi, sia tra loro. Sotto tutto ciò c’è il petrolio (le riserve, il prezzo, la logistica delle pipeline), la lotta per l’egemonia dei sunniti, la geopolitica di un’area che deve esser attraversata dalla Via della Seta cinese e gli appetiti delle potenze. Il Qatar è una monarchia del Golfo, storicamente in competizione con l’Arabia Saudita (http://www.aljazeera.com/…/will-gcc-survive-qatar-saudi-riv…) sebbene da quelle parti sia d’uso bere il tè assieme e fumare in amicizia con gli “amici” nel mentre gli si organizza un attentato contro. Il Qatar è stato spesso affiancato ad altri nell’elenco degli stati che finanziano e proteggono l’Isis ma chi scrive pensa che ciò sia sbagliato, Isis è creatura eminentemente saudita e quindi è assai improbabile che riceva aiuti dal Qatar. Il Qatar è notoriamente supporter di un’altra interpretazione del salafismo, quella dei Fratelli musulmani che ha tradizione in Egitto, presso i palestinesi di Gaza (Hamas) ed in Turchia che infatti ha strettissimi legami col Qatar (c’era chi sosteneva che le prime informazioni sul tentativo di colpo di stato in Turchia, vennero date ad Erdogan dai servizi qatarioti). Ad al Qaida, storicamente, gli appoggi vengono un po’ da ogni parte del Golfo sebbene sia da quasi tutti ritenuto che in Siria, al Nusra nello specifico, il primo manovratore delle fazioni locali, fosse appunto il Qatar. Forse la guerra siriana, è stata persa anche per la competizione tra fratellanza, qaedisti e Isis. Ricorderete altresì che alla base del conflitto siriano, c’era -tra l’altro- la questione della competizione tra gasdotti che per altro pescavano dallo stesso pozzo che si trova sotto il Golfo, quello qatariota e quello iraniano.

Il fatto del giorno che segue la recente kermesse di Riyad con la solenne imposizione delle mani sul mondo di Salman ed al Sisi uniti da Trump, sembra dire una cosa ben precisa. Nell’area non c’è posto per nessun altro che non si schieri o dalla parte capitanata da USA- Arabia Saudita-(Israele) o quella capitanata dall’Iran. I fratelli musulmani e l’eterodirezione di al Qaida vanno abbandonate, quindi Hamas. Deve esser stato firmato un patto d’acciaio su qualche progetto petrolifero di cui non conosciamo i termini (ma su cui sospettiamo il solenne impegno americano a prendersi quel 5% di Aramco che verrà messo sul mercato) ma che sembrerebbe voler mettere in ginocchio il Qatar, quindi dare per persa o pareggiata la faccenda in Siria ed al suo posto, pensare a pipeline che passino in Arabia Saudita e poi o in Giordania-Israele o Egitto-Sinai per sboccare nel Mediterraneo. A quel punto un bel conflitto (o una sua calda minaccia) nel Persico (ricorderete la segnalazione che abbiamo dato sul fatto che non si faceva la “danza delle spade” seguita a gli incontri a porte chiuse di Riyad, per puro folklore) bloccherebbe le forniture iraniane, farebbe schizzare il prezzo con grande gioia di Tillerson e della lobby delle quattro sorelle che ha promosso la presidenza Trump, porterebbe i petrodollari a fluire nell’industria degli armamenti americana, porterebbe in stallo l’intera complessa strategia cinese della Via della Seta tanto di terra (via Iran) che di mare (Mar Rosso, Suez), risolverebbe sia la successione a Salman in favore del giovane bin Salman, sia il senso strategico dell’Arabia Saudita per i prossimi anni. La faccenda, come avrete capito, è assai complicata e foriera di strategici sviluppi per cui andrà seguita con molta attenzione. A questo punto si attendono le mosse cinesi, russe, iraniane e turche ma anche quelle di Doha che ha una intelligenza strategica piuttosto sofisticata e per nulla acquiescente. Stay tuned …

CRONACHE N. 562

LA CATASTROFE A DUE VELOCITA’. L’ultimo numero di Limes non smette di sollecitarci riflessioni. Questa è la volta dell’acuirsi della distanza tra le due Italie, quella del Centro-Nord e quella del Sud. La prima ha il 77% del Pil italico con il 65% della popolazione, la seconda con il 35% della popolazione, pesa solo per il 22% del Pil complessivo. Significative le differenze infrastrutturali, logistiche, occupazionali, del sistema civile. Una serie di articoli sul numero tematico dedicato all’Italia, costruisce la tesi allarmata di un possibile risucchio dell’Italia del Nord nella sfera d’influenza tedesca. Tale risucchio potrebbe prendere varie forme: 1) un possibile futuro piano per una riorganizzazione macroregionale imposto a gli Stati aderenti (per unire prima si deve dividere diversamente) che prepari una qualche “autonomia del Nord” preludio per un assorbimento di fatto, almeno sul piano economico e finanziario; 2) l’oggettiva attrazione di una sempre maggiore integrazione logistico-economica tra Nord Italia secondo lo schema della Kerneuropa (cuore dell’Europa); 3) l’ineguale distribuzione degli investimenti eventualmente previsti dal nuovo nucleo d’acciaio del fallito progetto europeo versione ecumene, che richiederanno quelle condizioni minime di standard che il Nord ha ed il Sud no. Fabbri arriva addirittura a prevedere un invito selettivo di adesione al possibile futuro Neuro (euro del Nord) che potrebbe far da perno ad una effettiva federazione di Germania, Austria, Slovenia, Ungheria, Slovacchia, Rep. Ceca, Benelux, Danimarca e Finlandia in una nuova entità statale-militare (ed ovviamente economico-monetaria) a centro tedesco. Questo ipotetico impero centro-nord europeo, sarebbe amico con la Russia (e la Cina), nemico con la Turchia ed in lotta per l’egemonia dei Balcani, mentre grande nemico a questo punto diventerebbero gli USA che però conterebbero sulle paranoie polacche, rumene ed ucraine per mettere i bastoni fra le ruote. Secondo Fabbri, l’Italia stessa diventerebbe e per l’ennesima volta, oggetto di divide et impera, con ritorsioni americane contro il Nord eventualmente secessionista ed in funzione preventiva, chissà quale sequenza di pasticci, servizi deviati, stragi, bombe, avvelenamenti e primavere nazionaliste sovvenzionate da Washington, ma anche Londra, sempre che Parigi decida di dormire sonni profondi assieme a Mosca che chissà che opinione avrebbe sul fatto. Mah, forse Fabbri è andato un po’ troppo in là con il suo Risiko privato epperò rimangono alcuni fatti.

I fatti sono che nel nuovo mondo multipolare ormai sancito da Brexit-Trump, la quarta potenza economico-commerciale non può non dotarsi di una propria polarità, questa non può che formarsi nell’area europea, i tedeschi non annettono territori e non uniscono politicamente se prima non hanno germano-formato le economie di quei territori che intendono annettere alla loro sfera d’influenza prima e di dominio poi. C’è una tempesta crescente di articoli preoccupati sulle mosse di Berlino, a partire dai think tank americani. Dal sibillino annuncio sull’Europa a più velocità, a quello sull’emancipazione dell’Europa dagli USA, all’attivismo diplomatico per il prossimo G20 di Amburgo a Luglio, al preannuncio della presidenza Weidmann in BCE, a gli accordi militari bi o trilaterali promossi dai tedeschi, al rischio di una epidemia di bail-in bancari che esporrebbero al fallimento quel tessuto micro-bancario italiano che fa gola alle teutoniche mani forti che già si sono succhiati il sistema aeroportuale greco , alla gioia per l’elezione di Macron che porterebbe la Francia ad esser partner del banchetto italico e junior partner del nuovo sistema binario germano-franco, la Germania mostra di avere piani ed intenzioni. Per noi, l’unica via sarebbe coltivare un nostro diverso progetto ma questo richiederebbe una mentalità che ancora non c’è, al massimo possiamo fare un convegno per l’uscita a chiacchiere dall’euro.

CRONACHE N. 561

ZUPPA DI ESTREMOFILI. Fra qualche decennio, chi verrà dopo di noi, si siederà al ristorante “Da Checco al Bellosguardo” e incantato dalla vista del violaceo mare notturno ordinerà la gustosa zuppa di estremofili innaffiata da un mezzo litro di Maalox per calmare l’acidità. Una buona parte di organismi estremofili infatti, sono acidofili, vivono cioè in condizioni di acidità-ph per i più proibitive. E. Kolbert, nel suo “La sesta estinzione”, premio Pulitzer 2015 (è scritto effettivamente bene), ci racconta di come stiamo producendo le condizioni per l’avvento della sesta estinzione biologico-planetaria di massa. Un volenteroso contributo, proviene dal fatto che cielo e mare si scambiano gas vicendevolmente, più o meno con pareggio di bilancio. Quando però come oggi avviene ed avviene da tempo, i gas atmosferici sono di più di quelli marini, il mare assorbe l’esubero e lo trattiene. Il gas in questione è il diossido di carbonio, la famigerata CO2 . Questo gas aumenta l’acidità dei mari e fra qualche decennio, l’acidità marina sarà 150 volte maggiore di prima della rivoluzione industriale, tre delle cinque estinzioni di massa registrate nella storia planetaria, ebbero un sostanziale contributo dalla progressiva acidificazione degli oceani. Più acidità, meno biodiversità, addio ai mitili con guscio calcificato (cozze, vongole etc.) e sovra riproduzione di estremofili, organismi che amano l’estremo, organismi non complessi (la complessità biologica è figlia di condizioni del giusto mezzo, non di condizioni estreme) che prosperano in ambienti per noi proibitivi.

Tutta la faccenda allude ad un problema del mondo complesso a cui non siamo abituati, il tempo. Ci sono cause che producono fenomeni talmente lentamente da uscire dal raggio percettivo del senso comune. Così i rimedi debbono agire nel tempo lungo ed esser posti in essere molto prima che i peggiori fatti accadano. Tocca cioè avere a che fare con analisi, diagnosi e prognosi e non con cose che si toccano, belle e chiare per tutti. Ne consegue che molti politici eletti da un corpo elettorale ignorante possano ignorare questo problema, specie se il problema richiama soluzioni a base di tempo e la società è ordinata da un paradigma già felicemente espresso da Benjamin Franklin: il tempo è denaro. Una società fondata sul denaro che è misura del tempo, non ha denaro, per soluzioni che costano tempo. Così, con immagini di mondo che ci hanno portato a costruire un certo tipo di mondo, inadatte al mondo nuovo che hanno generato, andremo convinti e furiosi a sbattere contro il fallimento adattivo, la grande mano invisibile di tutte le mani invisibili, quella che ti cancella dal gioco. Ma tanto molti di noi saranno già fuori dal gioco, per cui, godiamoci le cozze prima che entrambi si diventi ricordo. Loro verranno ricordate con nostalgia, noi…non credo.

CRONACHE N. 560

LA CHIMICA QUANTISTICA DEL MONDO. Ai primi di Luglio, Merkel guiderà il G20 dal titolo: Dare forma ad un mondo interconnesso. Il titolo non è male, dà l’idea che il mondo è sempre più “un” mondo ma che la forma di questa nuova materia planetaria è da decidere. Si può avere “un”mondo-mercato o un mondo come risultante delle interrelazioni tra aree-civiltà e stati, un mondo cooperativo (tendenzialmente) o competitivo, in tensione o in conflitto, etico o egoista, governato in qualche modo o anarchico, dominato da pochi o contrattato tra molti. Ecco a cosa serve una laurea in chimica quantistica ed un marito quasi Nobel per la fisica (chimica), a fare il demiurgo tra il disordine delle particelle e l’ordine delle molecole. Merkel ha cominciato a costruire il prossimo G20 con la disdetta della conferenza stampa congiunta con Trump, ha poi messo il secondo mattone con le dichiarazioni dell’esplicito divorzio momentaneo dagli USA, rincarate da un editoriale piuttosto rude dello Spiegel e dalle dichiarazioni di ieri del vice cancellerie Gabriel, mentre ora sta preparando il menù dell’incontro con l’indiano Modi e poi il cinese Li Keqiang. Nel più classico del “nemico del mio nemico…” Merkel dice a Washington “ok, se ognuno va per la sua strada chissà che la nostra allora non porti ad est”. Forse Trump, una letta al libro del recentemente scomparso Brzezinski sulla Grande Scacchiera euroasiatica, dovrebbe darla ma non entrando le formato twitter, improbabile lo farà. Esente dal peccato di vanità che rovina il necessario equilibrio tra passione, senso di responsabilità e lungimiranza, le tre qualità fondamentali de “La politica come professione” (Weber, 1919), la figlia del pastore luterano su cui rovesciamo da anni apprezzamenti poco lusinghieri, continua a seppellire leader meteore che solcano disordinatamente i cieli occidentali. Così s’avvia incontrastata al quarto mandato. Responsabilizza i tedeschi facendo leva sull’atavica diffidenza verso l’americano e li prepara ad una nuova fase in cui Angela diventerà la cancelleria del mondo, osserva silenziosa la May naufragare nella gestione della piratesca strategia britannica, si assicura la partnership del junior partner francese che ha un debole per le donne mature e sagge, incontra Obama e accetta il mandato dell’internazionale liberale di far terra bruciata intorno al cafone di New York. Se Trump non getta molti soldi e lavoro sul piatto americano entro i prossimi 18 mesi, perderà di certo una o tutte e due le camere. Senza una maggioranza, Trump si dimette ed arriva Pence ovvero il “deep state” tanto caro al Fabbri di Limes. Per l’Europa, si comincia a parlare di “piani segreti” con qualcosa di simile a bond comuni per rilanciare gli investimenti (FAZ), piano speciale sulla Libia per il problema migranti, le fatidiche forze armate congiunte preludio per una modifica dei rapporti di forza NATO -da una parte-, se e solo se però c’è Weidmann -dall’altra- (nel 2019), ovvero la Buba diventa BCE. Non è bella, non è simpatica, non ha carisma, non è alla moda. Ove si dimostra che una sola cosa può sopravvivere all’entropia della complessità: l’intelligenza.

CRONACHE N. 559

LA CHIMICA QUANTISTICA DEL MONDO. Ai primi di Luglio, Merkel guiderà il G20 dal titolo: Dare forma ad un mondo interconnesso. Il titolo non è male, dà l’idea che il mondo è sempre più “un” mondo ma che la forma di questa nuova materia planetaria è da decidere. Si può avere “un”mondo-mercato o un mondo come risultante delle interrelazioni tra aree-civiltà e stati, un mondo cooperativo (tendenzialmente) o competitivo, in tensione o in conflitto, etico o egoista, governato in qualche modo o anarchico, dominato da pochi o contrattato tra molti. Ecco a cosa serve una laurea in chimica quantistica ed un marito quasi Nobel per la fisica (chimica), a fare il demiurgo tra il disordine delle particelle e l’ordine delle molecole. Merkel ha cominciato a costruire il prossimo G20 con la disdetta della conferenza stampa congiunta con Trump, ha poi messo il secondo mattone con le dichiarazioni dell’esplicito divorzio momentaneo dagli USA, rincarate da un editoriale piuttosto rude dello Spiegel e dalle dichiarazioni di ieri del vice cancellerie Gabriel, mentre ora sta preparando il menù dell’incontro con l’indiano Modi e poi il cinese Li Keqiang. Nel più classico del “nemico del mio nemico…” Merkel dice a Washington “ok, se ognuno va per la sua strada chissà che la nostra allora non porti ad est”. Forse Trump, una letta al libro del recentemente scomparso Brzezinski sulla Grande Scacchiera euroasiatica, dovrebbe darla ma non entrando le formato twitter, improbabile lo farà. Esente dal peccato di vanità che rovina il necessario equilibrio tra passione, senso di responsabilità e lungimiranza, le tre qualità fondamentali de “La politica come professione” (Weber, 1919), la figlia del pastore luterano su cui rovesciamo da anni apprezzamenti poco lusinghieri, continua a seppellire leader meteore che solcano disordinatamente i cieli occidentali. Così s’avvia incontrastata al quarto mandato. Responsabilizza i tedeschi facendo leva sull’atavica diffidenza verso l’americano e li prepara ad una nuova fase in cui Angela diventerà la cancelleria del mondo, osserva silenziosa la May naufragare nella gestione della piratesca strategia britannica, si assicura la partnership del junior partner francese che ha un debole per le donne mature e sagge, incontra Obama e accetta il mandato dell’internazionale liberale di far terra bruciata intorno al cafone di New York. Se Trump non getta molti soldi e lavoro sul piatto americano entro i prossimi 18 mesi, perderà di certo una o tutte e due le camere. Senza una maggioranza, Trump si dimette ed arriva Pence ovvero il “deep state” tanto caro al Fabbri di Limes. Per l’Europa, si comincia a parlare di “piani segreti” con qualcosa di simile a bond comuni per rilanciare gli investimenti (FAZ), piano speciale sulla Libia per il problema migranti, le fatidiche forze armate congiunte preludio per una modifica dei rapporti di forza NATO -da una parte-, se e solo se però c’è Weidmann -dall’altra- (nel 2019), ovvero la Buba diventa BCE. Non è bella, non è simpatica, non ha carisma, non è alla moda. Ove si dimostra che una sola cosa può sopravvivere all’entropia della complessità: l’intelligenza.

CRONACHE N. 558

IL NUOVO GIOCO GEOPOLITICO. Ian Bremmer è un geopolitico americano che aveva già segnalato che si stava andando verso un mondo G-zero, dove cioè il format dei “grandi” che si consultano per condividere un certo “ordine” nelle relazioni interstatali mondiali, non aveva più senso di esistere. In questa intervista, Bremmer segnala in fondo all’articolo (qui), un fenomeno interessante: il 2017 come anno della recessione geopolitica. In cosa consiste, questa “recessione geopolitica”? Per Bremmer, in due fatti. Uno è la previsione che le contraddizioni del mondo nuovo, unitamente alla mancanza di un gendarme planetario ed all’indebolimento dei formati trans-nazionali (G7 – G20 – ONU – IMF – WB – BIS – WTO etc.), innalzerà il numero e volume dei conflitti. L’altro è che il nuovo stato del mondo, interconnesso, multipolare, tendenzialmente anarchico, creerà viepiù pressioni esogene su gli stati. Le opinioni pubbliche premeranno ansiose su i leader e le questioni interne, nazionali, egoiste, monopolizzeranno l’attenzione politica tanto dei cittadini che dei loro leader. Questi non avranno né consenso, né forze per occuparsi di questioni esterne ma col paradosso che saranno spesso proprio esterne le cause delle crescenti pressioni che creano così tanti problemi interni.

Di contro alla diagnosi di Bremmer, si potrebbe dire che si assiste ad un cambio di ordinatore ed è questo che deposiziona il vecchio concetto di “ordine”. Il formato G 7 è un formato in cui la grandezza, la potenza e la ricchezza si condensavano in un blocco, il blocco occidentale. Oggi, la Cina è senz’altro più potente di tutti eccetto gli USA, l’India si vanta di essere diventata la nazione più numerosa e di essere la quinta ricchezza del mondo, il Brasile forse ha sopravanzato l’Italia, la Russia non sarà potente economicamente ma lo è certo militarmente, la Turchia vale poco più della metà del Canada in termini di Pil ma almeno tre volte di più sul piano della sua posizione geopolitica. Per ragioni di stabilità d’area Corea del Sud, Indonesia, Pakistan, Arabia Saudita, Egitto, Nigeria, Messico, hanno tutte ruolo e rilevanza. Ne consegue l’evidenza lampante che l’ordine del mondo dovrà nascere tra color che hanno peso geografico-politico e non solo economico anche perché vi sono molte più questioni al mondo di quanto ne preveda il nostro modo di pensare l’economia, che le prospettive dei prossimi trenta anni varranno più del pedigree, che l’eventuale accordo sarà fatto su gli interessi duri e non modulato sulle partiture ideologiche usate per dissimularli. Infine, reciprocità e cooperazione diventano l’unico ago con filo per tessere un ordito che sino ad oggi si è tessuto con dominio e competizione. In effetti è proprio questo imporsi dell’ordinatore geopolitico a rendere inutile il club occidentale economico e finanziario e sarà la lentezza e la resistenza con cui le opinioni pubbliche occidentali e le loro élite ne prenderanno atto a determinare quando, quanto e dove si rischierà di portare le tante contraddizioni del mondo nuovo, dal livello di tensione, al livello del conflitto. Il mondo sarà diversamente stabile o instabile a seconda di come il potere che ha dominato per settanta anni, accetterà di prendere atto che è cambiato l’ordinatore del gioco e quindi debbono cambiare tutti i sottostanti giochi e con essi, le aspettative, i concetti di egemonia e potenza, il tornaconto nazionale, l’ordine stesso sociale, politico e culturale interno alle nazioni. Per l’Occidente, si tratta della più difficile sfida adattiva da quando salpammo alla scoperta del Nuovo Mondo, non la scoperta del Mondo Nuovo ma il nostro assai difficile adattamento ad esso.

CRONACHE N. 557

26.V – PAREGGIO DEMOGRAFICO IN COSTITUZIONE. Sull’ultimo numero di LImes, il maggior demografo italiano M. Livi Bacci, constata che l’equilibrio demografico -a rigore- è più importante di quello di bilancio, se non altro perché ne è precondizione. Il nostro consuntivo delle nascite 2016, è pari a quello del XVI secolo, quando eravamo un quinto degli attuali. Complesse, ovviamente, le ragioni di questo pesante deficit.

Una contrazione della natalità si osserva un po’ ovunque (tranne nell’Africa sub-sahariana) nel più generale movimento che tende a convertire quantità di vite in qualità di vita. La possibile compensazione migratoria, in mancanza di un bilancio statale agile ed investibile nei processi di accoglienza ed integrazione, da soluzione diventa problema. Al movimento generale di riduzione della natalità, in Italia, si sommano questioni peggiorative specifiche. La prima è l’occlusione del futuro, senza fiducia ed aspettative non solo si produce la “preferenza per la liquidità” che blocca la circolazione della ricchezza ma anche la paralisi di ogni altro investimento, incluso quello riproduttivo. E’ curioso come la scienza economica non abbia una sezione di psicologia economica nel suo episteme, a parte il recente sviluppo della cosiddetta “economia comportamentale”. Ancora più curioso noi si faccia gestione sociale ricorrendo solo ad una scienza economica così gravemente insufficiente. La seconda sarebbe dare alle donne in età fertile (quindi giovani) garanzie occupazionali, di reddito e di servizi ma poiché i figli non li fanno da sole, tali rassicurazioni prospettiche dovrebbero valere anche per i partner il che ci porta all’annoso problema dell’occupazione giovanile, all’autonomia abitativa, alla sempre più impossibile indipendenza che è la terza ragion per cui del fenomeno negativo. Insomma, il pareggio di bilancio s’impone per non aggravare il debito ma porta ad una sclerosi economica che produce deficit demografico che produce sclerosi sociale ed economica che non può che peggiorare qualità di vita ed anche il debito.

L’Italia era la decima nazione al mondo nel 1950, è la ventitreesima oggi, trentunesima nel 2050. Nel 1950 eravamo poco di più dei nordafricani, nel 2050 saremo quattro volte meno e molto più anziani. In breve, s’imporrebbero due cambiamenti radicali. Il primo è assumere una mentalità sistemica, non c’è economia che non sia imbricata con la società, la demografia, la geografia, la geopolitica. Altresì, nei sistemi, le dinamiche sono non lineari e le reazioni alle azioni possono impiegare decenni a prodursi per cui occorre fare e condividere strategie e non disordine compulsivo di idee della giornata. Il secondo, è l’assunzione di un punto di vista basato sull’interesse nazionale comune. Senza la condivisione di un interesse nazionale (che non cancella la successiva lotta per poi ripartirsi in un modo o nell’altro il risultato complessivo), tutti noi avremo sempre minori condizioni di possibilità. Ragionar per sistemi e darsi in oggetto il sistema Italia, la forza politica che riuscirà in questo doppio intento, potrebbe rappresentare l’unica nostra speranza.

CRONACHE N. 556

GIOVENTU’ AFRICANA. L’interessantissimo e condivisibile editoriale di Caracciolo sull’ultimo numero di Limes, riporta –tra gli altri- alcuni dati di profilo sul fenomeno migranti. Abbiamo tre stati africani (Niger, RD Congo, Etiopia) che da soli fanno l’intera popolazione dell’eurozona (19 paesi). I tre paesi africani però, hanno una popolazione con età media compresa tra i 17 ed i 19 anni, mentre quelli dell’eurozona sono tra i 40 ed i 47 anni. Cresceranno imperiosamente i tre africani e molti altri loro intorno, nel 2050 l’Africa sarà cinque volte l’Unione europea che rimarrà più o meno flat. Un secolo fa noi eravamo più del doppio degli africani. L’arrivo dei migranti, nei cinque primi mesi dell’anno, segna un +44% rispetto l’anno precedente ed il trend proietta una stima di 200.000 l’anno, il cui 90% resterà qui da noi. Poiché Merkel ha chiuso il corridoio est con Erdogan, ecco che oltre a gli africani, la seconda etnia per sbarco in Italia è del Bangladesh. Abbiamo un problema ed un problema aggiuntivo è l’italica propensione a fare di un serio e grave problema logistico, una discussione idealistica sulle identità ed il multiculturalismo con tanto di manifestazioni di piazza tra guelfi e ghibellini. La discussione sull’appartenenza all’euro si fa lunga ma il tempo per tentar di arginare questo enorme problema epocale è assai breve, se ancora c’è. “L’Italia deve scendere a patti con la realtà” chiosa Caracciolo ma è molto più divertente discutere di vaccini, mondezza, Ivanka-tutta-panka.

CRONACHE N. 555

23.V. TRESSETTE COL MORTO? Mah, in genere mi astengo dal commentare gli eventi al caldo, meglio far posare la polvere. Ma la sequenza del solenne impegno a mollare la strategia Isis che re Salman avrebbe preso con i due compagni di gioco e il “message in a bottle” di Manchester, induce alla congettura. Al Sisi ha snocciolato con lucidità, i termini del problema del “terrorismo” https://www.youtube.com/watch?v=8vFhE1AFIuk. Una evidente rete di cointeressenze che riportano a centri “istituzionali”. Quali? Beh, lo sanno tutti i granelli del vasto deserto arabico, parte influente e sino ad oggi dominante della famiglia reale al Saud, delle loro finanze, della loro logistica, dei loro servizi segreti e diplomatici. Ora, la lotta per la successione al vecchio Salman è in pieno corso ed il giovane bin Salman al Saud, che non a caso fa il Ministro della Difesa, ha ricevuto il suo doppio pacco dono delle forniture di armi e dell’appoggio USA a formare la NATO araba, da cui l’impegno pubblico ad abbandonare la strategia terroristica (a quel punto fai la guerra tradizionale, non ti serve più di tanto la “quinta colonna”). Credo gli americani abbiano anche preso impegno per quell’acquisto del 5% di Aramco, visto l’impegno nelle danze di Tillerson con tanto si spada sguainata. I commenti di fb indugiano sull’aspetto folkloristico della danza ma quello che qui è “folklore”, lì è solenne impegno simbolico che non si inscena per farsi dei selfie. Fare quella danza assieme a Trump&Co significa che gli americani hanno preso impegni strategici chiari. Del resto era stato proprio il parziale disimpegno USA ad aver dato il via alla strategia geopolitica del’utilizzo dell’Isis da parte dei al Saud. Capita così che qualche pezzo di famiglia reale che sta perdendo la corsa alla successione, magari la diaspora londinese o chissà chi, unitamente alle gerarchie wahhabite, pezzi dei servizi ora superati dai militari e naturalmente la cupola dell’Isis, non l’abbiamo presa bene, com’è ovvio. Il cambio di strategia geopolitica è il cambio dell’élite che la deve sviluppare. Da cui il messaggio. E del resto cosa meglio di un concerto di “giovani” per mandare un messaggio ai “giovani” principi in ascesa? E chissà che il messaggio non sia rivolto anche a gli storici garanti del precario stato saudita, i britannici.

Naturalmente le cose geopolitiche inducono al cinismo disincantato, i 22 ragazzini e il vuoto che lasceranno nell’animo di molte più decine di persone a loro vicine, rimane una cosa a sé, una cosa per cui le parole, di qualunque tipo, risultano sgraziate ed inutili.

CRONACHE N. 554

Rampini ha saggiamente assunto una posizione neutra per raccontare lo scontro perpetuo tra l’amministrazione Trump e l’amministrazione ombra di Washington (qui). Il tema dei temi è sempre il punto delle relazioni con la Russia. Già nel nostro “Verso un mondo multipolare” avevamo trovato tracce inequivocabili dell’intenzione di Trump di modificare i rapporti con la Russia, intenzione che per altro aveva anche fatto apertamente trasparire in campagna elettorale. Intenzioni basate -ovviamente- su analisi razionali, sulle quali gli americani potrebbero essere d’accordo o meno, usando metro di giudizio razionale. Invece, la tesi complottista che legge ed ha continuamente interpretato questa volontà come subordinazione, tradimento, collusione col nemico, è ovviamente il tentativo di impedire lo svolgersi di questa intenzione geopolitica facendo leva su i sentimenti pre-razionali dell’americano medio. Vediamo quindi lampante uno dei vari drammi dello stato pseudo-democratico della “più grande democrazia del mondo” (che poi -per grandezza di popolazione- è la seconda dopo l’India), ovvero due élites che si sbranano intorno ad un fatto di merito ma non discutendolo apertamente per quello che è davanti alla propria opinione pubblica, ma usando verità e menzogne che muovono sentimenti e valori per strapazzare il giudizio pubblico a favore o contro, dell’uno contro l’altro. Al cittadino americano non è chiesto un giudizio sul fatto in sé ovvero sulla opportunità o problematicità di riassettare le relazioni con i russi, la strategia geopolitica non è cosa da dibattito democratico. E’ invece cosa da dibattito democratico, esprimere giudizi ed opinioni in libera uscita, utilizzando uno degli emoticons che l’amministrazione di sistema ha previsto per l’istantaneo sondaggio d’opinione, quella doxa che misura lo stato di salute di qualsiasi democrazia e che -nel caso in questione- segna un livello sempre più regressivo che ci dice cosa siamo -o meglio- cosa dovremmo essere: bambini attoniti, divertiti o spaventati, davanti alla cose da grandi che non campiamo -o meglio- che non dobbiamo capire. La democrazia contemporanea è al penultimo stadio di quella che è conosciuta come “la tragedia dei beni comuni”, quei beni generali che non essendo miei o tuoi, della mia classe sociale o della tua, della mia cultura o della tua, della mia opinione o della tua, non vengono curati da nessuno e quindi deperiscono per mancanza di cura. L’individualismo possessivo della modernità miete vittime senza discriminazioni, è questo davvero il caso in cui “non c’è più destra – non c’è più sinistra”, se non è “mio” o “tuo” allora non è di nessuno, altro che “bene comune”. Ora, che la “destra” non abbia trasporto per la democrazia rientra nella normalità delle cose, è l’atteggiamento della sinistra che lascia stupiti. “Sinistra” era la posizione dell’emiciclo in cui sedevano i rappresentanti del popolo nelle assemblee parlamentari prima e dopo il Luglio del 1789 in Francia e quelli più a “sinistra” erano quelli che volevano che il parlamento e dopo di lui il governo, riflettessero con esatta proporzione la composizione sociale del Paese dove il popolo è maggioranza. Il divorzio tra sinistra e popolo è la ragione per cui “non c’è più destra, né sinistra”, siamo diventati tutti utenti di emoticons da apporre allo spettacolo delle élites che combattono per il potere, il potere su di noi.

CRONACHE N. 553

(Aggiornamento di vari post da facebook dal 19.04 al 15.5)

15.05 Stavo facendo dei calcoli su dati WB. Nei cinque anni precedenti il 2015, il Pil mondiale, praticamente non è cresciuto, ha avuto qualche oscillazione in su ed in giù ma nella sostanza, il Pil del 2015 è praticamente quello del 2011. Nel decennio tra il 2005 ed il 2015, l’area Nord America + area Euro, hanno complessivamente perso un 10% di peso nel Pil mondiale (da 52% a 41%) e per più di due terzi, la perdita è portata dall’area Euro. Quasi tutta la perdita è andata a vantaggio dell’Asia che nel 2015 pesava per un terzo dell’economia mondiale, ma crescerà ancora. Stavo vedendo anche un video del summit sulla Belt and Road Initiative ed erano tutti con gli occhi a mandorla e la pelle di vari colori, ma non bianca. Per distrarmi ho fatto un po’ di zapping di articoli vari imbattendomi in Staglianò che scriveva: “l’Institute for Local Self Reliance di Washington ha inoltre calcolato che, mentre un negozio tradizionale dà lavoro a 47 persone ogni 10 milioni di dollari generati, Amazon ne impiega solo 15 per produrre la stessa ricchezza.”. Ne consegue anche la desertificazione del paesaggio urbano perché i negozi chiudono a grappoli. Seguono le fosche ma realistiche previsioni profetate di recente da Jack Ma: “Nei prossimi trent’anni, per gli sconvolgimenti economici che internet ha portato nell’economia, il mondo vedrà molto più dolore che felicità”. Del resto, Bill Gates dice le stesse cose da cinque anni in ogni conferenza a cui è invitato, usando toni sempre più allarmati. Poi ho letto l’ennesimo articolo sull’attualità di Marx ed uno di Cacciari sulla perdita irreversibile di ragione delle categorie “destra e sinistra”. Mah, mi sa che un salutare “non ci stiamo capendo più niente, non abbiamo la più pallida idea di cosa fare” sarebbe un buon inizio per tentare un adattamento ai tempi. Ma non sono sicuro…

13.05 POTERE DELLE ARMI vs POTERE DEI SOLDI. In “Verso un mondo multipolare” sintetizzavo così il senso della tenzone tra Stati Uniti e Cina. Abbiamo visto recentemente il round americano con promesse di intensificazione militare al Giappone ed alla Corea del Sud, in funzione anti Corea del Nord ma in subordine anche come piazzamento d’area in funzione contenimento della Cina. Ora vediamo il secondo round. La Corea del Sud che dichiara di voler distendere le relazioni con la sorella settentrionale, la Cina che redistribuisce un po’ di surplus promettendo di comprare manzo e gas statunitense. Poi oggi, scopriamo che la diplomazia nord-coreana “apre” a possibili chiacchierate con gli USA, chiacchierate già avviate a livello informale e forse alla base di quel inspiegabile “sarei onorato di incontrare -a certe condizioni- Kim Jong-un” di Trump. Il tutto, nella cornice del primo summit dei 30 paesi interessati agli sviluppi della Belt and Road Initiative (le due vie della seta, quella di mare e quella di terra) dove i cinesi si presentano con 650 miliardi di dollari di investimenti concreti, il che in questi tempi di magra, è un bel presentarsi. Per Pyongyang, una ottima opportunità di trattare con gli USA, giocando sulla triangolazione con Cina e Corea del Sud. Per chiudere il poligono, tutti dovrebbero poter portarsi a casa qualcosa, vedremo cosa…

09.05 NON TUTTI I PD VENGONO PER NUOCERE. Moon Jae-in, pare diventerà il nuovo presidente della Corea del Sud, dopo nove anni di dominio conservatore. Moon è un liberal-democratico-progressista non proprio un “politico di razza” essendo il suo coinvolgimento nel partito democratico coreano (di cui i sottostanti geroglifici su blu, sono il simbolo) piuttosto tardo. Moon fu il capo di gabinetto di un altro presidente Roh Moo-yun, il quale aveva proseguito la campagna del presidente precedente Kim Dae-yung per la normalizzazione dei rapporti con la Corea del Nord, cosa che valse a quest’ultomo il Nobel per pace nel 2000, quando il Nobel veniva dato per la pace in quanto tale. Moon ha annunciato di voler riprendere la Sunshine policy (questo il nome della campagna di buone relazioni inter-coreane) e di voler effettuare il suo primo viaggio all’estero a Pyongyang. C’è anche chi ha supposto che il blocco del lancio di missili di Kim Jong-un fosse dovuto alla cautela del vedere come andava a finire a Seul perché l’elezione di Moon avrebbe cambiato le carte sul tavolo. Moon ha anche affermato di voler mantenere gli ottimi rapporti con Washington ma non di farsi dettare la politica estera dell’area, che è poi l’unica cosa che a noi interessa ed il motivo per cui scriviamo questo post. Ma la questione ha anche un rilievo economico importante perché l’economia del Sud potrebbe avere un bello slancio nell’interfacciasi con quella del Nord che è abbastanza depressa. L’intera questione poi, fa presumere anche una distensione economica con la Cina. Vedremo quanta luce del sole (sunshine) sprigionerà la nuova fase lunare (moon) coreana. Mi sa che al Pentagono non sono contenti anche perché puntavano su un altro candidato, Hong Yu-pyo, il quale aveva dichiarato che se avesse vinto sarebbe andato a stringere la mano a Trump sulla Carl Vincon. Peccato…😉

07.05 OSTE COM’E’ IL VINO? Repubblica apre il pezzo sulle elezioni francesi, intervistando un “filosofo” (? – categoria “aperta” a cui ci auto-iscrive per cui incontrollabile) che sentenzia sul rischio di fine della democrazia e dell’Europa. Ma chi è questo Bruckner a i più ignoto? Laureato con una tesi sulla liberazione sessuale nel pensiero di Fourier (correlatrice J. Kristeva), insegna in USA e all’università delle élite francesi, si schiera per l’intervento NATO contro i serbi e con Bush ai tempi dell’Iraq. Vede i nostri tempi come un reincanto di magico e razionale “Siamo lontani dallo spirito del calcolo razionale che formava, secondo Max Weber, l’ethos degli albori del Capitalismo: la produzione mercantile viene messa al servizio di una magia universale, il consumismo culmina nell’animismo degli oggetti. Con l’opulenza ed i suoi corollari (gli svaghi ed il divertimento), una sorta di incantesimo a buon mercato viene messo a disposizione di tutti. I prodotti esposti in vendita nei nostri centri commerciali (…) non sono esseri inerti: vivono, respirano e, in quanto spiriti, possiedono un’anima ed un nome. Il ruolo della pubblicità è quella di dare loro una personalità attraverso una marca, di conferire loro il dono delle lingue, di trasformarle in piccole persone che parlano” Dopo questa elegia della società di mercato ci si domanda: va bene, Todd, Onfray e Houellebecq hanno dichiarato che oggi non andavano a votare ed erano in vacanza ma cercare proprio l’oste per domandargli com’è il vino ed in più celebrarlo come “…uno dei più famosi filosofi francesi”, non vi pare un po’ tanto banale? Ogni epoca ha la filosofia che si merita.

http://www.repubblica.it/esteri/2017/05/06/news/elezioni_francia_pascal_bruckner_intervista_le_pen_macron_ballottaggio_democrazia-164790004/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P2-S1.8-T2

04.05  COMPRENDERE E GIUDICARE. Tillerson espone il principio guida della politica internazionale dell’amministrazione Trump. Nulla di nuovo, solo l’esplicitazione precisa di quello che si chiama “approccio realista”, lungamente egemone dal dopoguerra sino a che si è palesato un principio concorrente: il liberalista. Per simmetria concettuale lo si dovrebbe chiamare “idealista” ma a gli americani il termine non piace. Il principio liberalista, prevede sempre una politica guidata da interessi ma nel computo di questi mette anche elementi ideali quali la democrazia di mercato, i diritti umani etc. In pratica, si bombarda ed invade sempre e comunque ma in un caso -il realista- lo fa e dice che lo fa per espliciti interessi duri (hard) mentre nell’altro -il liberalista- lo fa sempre per interessi duri ma dice lo fa per interessi morbidi (soft) mutuando in un certo senso, il principio di “egemonia culturale”.

Rampini presenta e commenta, cioè spiega e giudica al contempo, la notizia e chiaramente non può che farlo dal suo punto di vista che è liberalista. Incorre quindi nell’errore di livello elementare quale quello di equiparare la politica interna (quella sì basata necessariamente anche su valori poiché fondano la comunità tanto quanto gli aspetti pratico-materiali-funzionali) con quella estera, cosa che non si fa dai tempi di Locke. Bill of Right di qui e quindi Bill of Right per tutti!

L’approccio liberalista, in questa sua foga di insaziabile egemonia hard & soft vorrebbe essere più umano di quello realista ma lo è di meno poiché la pretesa di imporre valori per liberare l’umanità è una missione non richiesta che porta ad una interpretazione di “interesse nazionale” più ampia e paradossalmente più aggressiva di quella onestamente basata sull’egoismo delle nazioni. Il mondo esterno non è una comunità ma un insieme di comunità, ognuna col suo interesse e punto di vista valoriale. “Siamo in missione per conto di Dio” recitavano i Blues Brothers ma non c’è niente di peggio di colui che confonde l’Io con Dio.

http://www.repubblica.it/esteri/2017/05/04/news/tillerson_politica_estera_usa_non_sara_subordinata_ai_diritti_umani_-164571462/?ref=RHRS-BH-I0-C6-P2-S1.6-T1

26.4  APOCALITTICI ED INTEGRATI (en France). Alla partizione destra – sinistra se ne sovrappone una nuova, ortogonale, quella tra integrati e non nel “sistema”. L’analisi della sociologia del voto francese allegata (Ipsos – 4700 casi, quindi discretamente affidabile) dice che gli apocalittici (gli anti-sistema capital-liberal-europeista) sommano a poco più di 46% mentre gli altri sono ovviamente il rimanente. Direi che questa è l’espressione quantitativamente più rilevante ed approssimata al punto di rottura sociale, registrata in Europa. Dal punto di vista sociologico, i voti si pesano più che contarli, cioè si guardano con gli occhi socchiusi, si valutano a grana grossa. A grana grossa, il sistema, in Francia, accontenta la metà della popolazione. Sempre dal punto di vista sociologico, un sistema che si approssima pericolosamente non importa se di poco sopra o di poco sotto la metà del consenso è sostanzialmente privo di consenso. Consenso è una massa critica che va -più o meno- dal 60% in su. Di contro, gli anti-sistema, com’è stato per il referendum italiano del 4 Dicembre, hanno senso solo come negazione alla tesi positiva. Poiché ogni società necessita di un sistema come ogni vertebrato di uno scheletro, essere contro un sistema non porta di conseguenza ad essere tutti a favore di un altro specifico ed alternativo sistema ed è per questo motivo che affermare che la partizione destra – sinistra non ha più senso è sbagliato. E’ giusto rispetto al negativo del rifiuto di un sistema in atto ma sbagliato rispetto a quello che lo dovrà sostituire.

Ortogonale, significa proprio che una partizione si sovrappone all’altra, non che la sostituisce, come negli assi cartesiani.
Il dato apocalittico del voto francese è ben esemplificato dalle risposte di auto-collocazione politica degli intervistati. L’unico a dichiarasi né di destra – né di sinistra è stato Macron ma solo il 17% del totale di coloro che così si auto-definiscono, lo hanno votato. Il 68% ha votato o per Le Pen (37) o Melénchon (16) o Altri (15 – Dupont-Aignan/Autres).

Ne consegue che la Francia è in transizione. Macron o meglio il sistema (che include Hamon e Fillon) deve ancora risolvere il problema non del secondo turno ma delle elezioni di Giugno e così va inquadrato il richiamo di Hollande “Attenzione, non è ancora finita” a calmare gli esuberanti spiriti festanti per lo scampato pericolo lepenista. Se con il giovane e sbiadito ologramma digitale di Macron, il sistema ha ottenuto ancora il 54% (e non senza anche lui polarizzarsi al suo interno che rimane altrettanto vario quanto quello apocalittico), cosa riuscirà a fare per il parlamento dove “monsieur novità” pare non abbia neanche un suo partito, un suo primo ministro ed una sua classe dirigente? Il pericolo “anatra zoppa” in parlamento è ancora ben vivo mentre quello del paese spaccato, turbolento e riottoso ad ogni riforma è certezza. Il termine della notte è ancora lontano, En Marche quindi, ma verso dove? (Link preso da Nicolò Scarano) : http://www.ipsos.fr/…/ipsos-sopra-steria_sociologie-des-ele…

23.4 L’ELITE POPULISTA. Se prendiamo la definizione di Wikipedia di populismo: “una relazione diretta, non tradizionale, tra le masse e il leader, che porta a quest’ultimo sia la fedeltà delle prime, sia il loro sostegno attivo nella sua ricerca del potere, e questo in funzione della capacità carismatica del leader di mobilitare la speranza e la fiducia delle masse nella rapida realizzazione delle loro aspettative sociali nel caso in cui egli acquisti un potere sufficiente” (G.Hemet, Les populisme dans le monde), come definiremmo un tizio che inventa un movimento un anno fa, senza storia né radicamento territoriale, senza quadri dirigenti, rappresentanza parlamentare, regionale, comunale, circoscrizionale, senza numero due o tre o quattro, con un programma generico, né di destra-né di sinistra e che si appella al modello della start up, una idea, tanta energia e chi mi ama mi segua? Al di là di Laclau e successivi approfondimenti su i quali Alessandro Visalli ci illuminerà, non è che le élite prima hanno imposto il brand (populista) ed ora ci ficcano dentro il prodotto (Macron)? Populismo di sistema. En Marche!

CRONACA N. 552 (19.04.17)

NE UCCIDE PIU’ L’IDEOLOGIA SBAGLIATA CHE LA COREA DEL NORD. Al 43° posto per aspettativa di vita (ONU), il Paese più relativamente ricco ed assolutamente potente del mondo, gli USA, vedono impennarsi le morti per fegato spappolato dall’alcol, dall’abuso di farmaci, droga, nella popolazione bianca che spesso sceglie questa lenta consunzione ma qualche volta -e sempre più spesso- il suicidio. Le condizioni economiche sono peggiorate anche tra le altre etnie ed anche in Europa quindi -da sole- non bastano a giustificare il fenomeno. E’ probabilmente un mélange di auto-condanna unita alla sanzione sociale dell’insopportabile fallimento a rendere invivibile la condizione. Il sogno americano rimane come motore immobile dell’immaginario sociale ma per molti non è perseguibile quindi la dissonanza “io non ce l’ho fatta” “tu non ce l’hai fatta”. La solitudine dell’individualismo competitivo fa il resto. La mancanza di comunità, solidarietà, condivisione permette che la mano invisibile premi con la ricchezza ed il potere sfarzoso i pochi e col rinunciare a vivere i molti. Alcuni entrano nelle statistiche quantitative morendo ma di più saranno in quelle qualitative che gli studiosi americani non possono fare perché “non scientifiche”, ora che i sociologi americani sono stati licenziati dagli economisti. Trump ha vinto con questi voti ed ha due anni di credito, poi anche lui verrà giudicato e credo che lo sappia molto bene….

CRONACA N. 551 (19.04.17)

NE UCCIDE PIU’ LA PAROLA CHE LA SPADA. Allora, il pallino in alto della cartina era la posizione della 3a flotta USA il giorno della dichiarazione che la voleva diretta verso la Corea de Nord, l’8 Aprile. Il pallino in basso, il 15 Aprile, il comandante della portaerei nucleare Carl Vincon, posta foto della posizione aggiornata ed era tra Giava e Sumatra. Doveva andare a nord, invece è andata dalla parte opposta perché doveva onorare programmate manovre congiunte con l’Australia. L’ha scoperto HP e NYT, poi oggi ne parla anche Rampini su Repubblica in taglio basso. In effetti, una flotta non è un ciclomotore con cui decidi all’improvviso di andare di qui o di lì, ci sono i tempi logistici, precedenti accordi, preparazioni. Trump quindi aveva necessità di alzare il clima minaccioso in un dato momento anche se in quel momento non poteva avere nulla con cui sostanziarlo. Ora la 3a flotta ha invertito finalmente la rotta e tra una settimana, pare, sarà da qualche parte del Pacifico nord occidentale. Arriverà quindi a due settimane dalle elezioni sudcoreane anche se i sudcoreani ed i giapponesi se la sono già fatta sotto e chissà cosa hanno concordato con il vice-presidente Pence che in effetti ha anticipato di qualche giorno il suo programmato viaggio da quelle parti. In effetti, anche la camorra ti avverte per tempo che se non paghi ti bruciano il ristorante…