GUERRA ALLA COMPLESSITA’.

Si è formalizzato ieri, su alcuni giornali italiani, il fronte di guerra alla complessità. Non che ieri sia nato, non è mai “nato”, c’è sempre stato, noi viviamo in un universo mentale semplificato, da sempre. Né ieri si è manifestata la sua discesa in campo per la conquista dei cuori e delle menti relativamente all’orientamento delle pubbliche opinioni rispetto alla guerra in Ucraina. Sono ventuno giorni che domina indisturbato. Ieri ha solo attaccato coloro che avanzano riserve su questo dominio del semplificato.

Di sua prima base, il complesso deriva dal suo etimo: intrecciato assieme. Tante e diverse variabili tra loro interrelate (relate a due vie) fanno sistemi complessi. Poche variabili, poche interrelazioni, poco complesso. Tante variabili, tante interrelazioni, molto complesso. In mezzo varie gradazioni. Nel complesso si osserva un oggetto o un fenomeno assieme al contesto. Infine, si cerca di risalire alla matassa intrecciate di cause che l’hanno preceduto. Questo di prima base poi c’è molto altro.

Semplificando, invece, si possono ridurre le variabili e le interrelazioni a proprio piacimento. Si può ridurre il problema del potere in Russia il cui studio impegna una manciata di studiosi da anni ad un singolo pazzo, ex-KGB, omofobo e violento. La Russia non è una potenza con 6000 ordigni nucleari assisa al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, è solo uno stato canaglia a capo dell’Impero del Male. O elevare un comico finanziato chissà da chi in uno Stato-Mafia a Churchill. Infine, potrete isolare un fatto nel mentre si compie ignorando ciò che magari anche voi stessi avete fatto, consapevolmente o meno, per generarlo.

I semplificatori operano una distrazione logica. Presuppongono che l’oggetto del discorso sia la condanna dell’invasione russa, ma non si capisce contro chi facciano questa guerra. Chi giustifica o non condanna ciò che è successo secondo l’ovvio ed universale principio dell’inviolabilità dei confini di uno Stato da parte di un altro, armato? A parte Luttwak e qualche Stranamore americano che in questi decenni hanno spinto a varie guerre umanitarie, democratiche e liberanti, Saddam che invadeva il Kuwait e poco altro, non mi pare di vedere queste masse di teorici della guerra giusta. E comunque non li ho visti nel caso ucraino. Li ho visti invece nel campo dei semplificatori, soprattutto americani, negli ultimi decenni semmai. Allora con chi ce l’hanno?

Ce l’hanno con coloro che cercano di mettere nel ragionamento tutte le variabili e tutte le interrelazioni, di valutare il contesto, di includere i processi di causazione di lunga e media durata. Questi perplessi lo fanno per sovvertire il giudizio sul principio di inviolabilità dei confini sovrani da parte di un nemico armato? No di certo. Cercano solo di capire come siamo finiti in un dato fatto, perché e come si è prodotto, per capire come comportarsi e soprattutto come se ne esce. Ed in genere, è capendo come ci sei entrato che trovi il modo di uscirne.

I semplificatori vogliono solo inchiodarti alla condanna del fatto, i complessificatori non hanno alcun problema a condannare il fatto, si pongono tutt’altro problema: capire e risolvere.

Un padre che ha un figlio drogato certo non sta facendo una crociata per giustificare eroina libera per tutti quando cerca di capire come è arrivato lì e soprattutto come può aiutarlo ad uscirne, no? Una intera disciplina, la sociologia, analizza i fatti sociali più disturbanti non certo per giustificarli ma al contrario per conoscerne le cause di modo da contenerli se non evitarli. Se diciamo che povertà e disagio sono condizioni di possibilità per la delinquenza per questo stiamo dicendo di non fare i processi ai delinquenti? Così la psicologia. Ma a ben vedere anche la biologia. Se curiamo i cirrosi epatici è per incentivarli a tracannare all’infinito?

Quando Hanna Arendt seguiva il processo Eichmann per il New Yorker cercando di capire la natura dal Male e giungendo infine alla convinzione che l’origine di quel Male era in sostanza l’inconsapevolezza delle proprie singole azioni poste in processi più ampi di cui non si aveva o voleva avere consapevolezza, stava con ciò giustificando l’Olocausto? Nel rilevare la stupidità del Male o forse il come la stupidità porta al Male, stava giustificando il Male? Stava dando il destro all’assolvimento degli stupratori perché provocati dalla portatrice di minigonna come secondo un certo Gramellini fanno coloro che cercano di capire cause ed antefatti della guerra attuale? Forse Arendt chiese di assolvere Eichmann? O di giustificare lo sterminio nazista nei confronti della sua stessa origine ebraica?

Viene allora il dubbio che questi crociati contro la complessità dei fatti, vogliano loro giustificare qualcosa. Ma cosa? Sembra che vogliano partecipare alla costruzione di un unico e forte sentimento di condanna senza altre distrazioni per forzare ad una unica reazione attiva. Praticamente lo stimolo-risposta di Skinner. E lo fanno infrangendo la Legge di Hume per il quale da un com’è non consegue per forza il come dovrebbe essere, da una descrizione non consegue una prescrizione. Invece dall’ovvia, lampante ed indubitabile osservazione che qui c’è un aggressore ed un aggredito, conseguono in logica prescrizione vari assunti. Perché non mandiamo più armi in Ucraina? Perché non andiamo lì ad impicciarci della contesa che c’è da anni anche se ci siamo svegliati tre settimane fa e ne sappiamo dal nulla al niente? Perché non ignoriamo le conseguenze immediate e quelle future di quello che sta accadendo? Perché non proteggiamo a qualunque costo l’aggredito dall’aggressore a costo di iniziare una escalation che potrebbe portare a cose che neanche vogliamo nominare? Perché è il non averlo fatto per tempo ottanta anni fa che portò ad Eichmann, dicono.

I semplificatori forse hanno similarità con Eichmann sebbene vaneggino di un nuovo Hitler, neo-zarista ed intrinsecamente sovietico abusando delle scorciatoie logiche dell’analogia per cui le pere sono la stessa cosa delle mele dal momento che entrambe sono “frutta”. Anche lì, il colpevole diceva che lui era teso solo ad occuparsi col il massimo di perizia ingegneristica ad un problema logistico. A lui arrivavano solo input e la sua etica del lavoro gli imponeva di occuparsi solo dell’output. Ignorava cause e conseguenze, contesti, processi causativi più ampi del suo singolo specifico. L’essere il Male derivava da questa sua ostinata semplificazione. La Banalità del Male è appunto la banale semplificazione.

Così la banalità del Male, pensando di fare il Bene, attacca coloro che cercano di evitare si compia ancora più male. Lupi travestiti da agnelli scrivono su i fogli degli Agnelli, dicendo che gli agnelli sono i lupi. Ma che cosa pretendi nello scrivere queste cose, che chi usa la stupidità a fin di Male capisca che l’essenza del Male è assenza di comprensione complessa? Ma se lo capissero non sarebbero così stupidi no? Tagliamo le ali al pensiero così istituiremo la no-fly-zone per l’intelligenza e l’onestà intellettuale. Non ci distraiamo, siamo in guerra e come si dice in questi frangenti: à la guerre comme à la guerre…

Informazioni su pierluigi fagan

64 anni, sposato con: http://artforhousewives.wordpress.com/, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore per 23 anni. Negli ultimi venti anni ritirato a "confuciana" "vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente. Il tema del blog è la complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore. Ogni tanto commenta notizie di politica internazionale su i principali media (Rai3, la7, Rai RadioTre Mondo, Radio Blackout ed altre) oltre ad esser ripubblicato su diverse testate on line. Fa parte dello staff che organizza l'annuale Festival della Complessità. Tiene regolarmente conferenze su i suoi temi di studio. Nel 2021 è uscito un suo contributo nel libro collettivo "Dopo il neoliberalismo. Indagine collettiva sul futuro" a cura di Carlo Formenti, Meltemi Editore.
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3 risposte a GUERRA ALLA COMPLESSITA’.

  1. Antonio ha detto:

    Egr. Prof. Fagan, beh, con una battuta scherzosa, alludendo , appunto , alla complessità sulla quale lei scrive trattati , trovo un pò complessi i suoi articoli, comunque sempre interessanti . Sono io che sono ignorante , e fatico . I russi sono europei secondo lei? Ricordo molte dichiarazioni di personalità russe secondo cui , a chi chiede loro se si sentono europei , rispondono che non sono europei : ” noi siamo RUSSI “. Si vogliono distinguere e identificare per un popolo non europeo ..Per me , ignorante , sono asiatici per molti tratti caratteriali e hanno nel loro DNA l’assolutismo e la sola autocrazia nel governare i popoli , che derivano dalle ” civiltà idauliche ” . cioè da quelle civiltà sorte e sviluppatesi lungo i grandi fiumi asiatici :Tigri ed Eufrate , Indo , Gange , fiume Giallo e fiume Azzurro, mi pare , in Cina . A questi bisogna aggiungere il NILO , nell’antico Egitto .Tanti anni fa lessi un autore , forse storico e sociologo , che sviluppava questa tesi : quelle società non
    sarebbero potuto diventare democratiche e liberali , o di altro tipo più prossimo alle nostre , a causa dell’esigenza di controllare e regolare l’uso e lo sfruttamento delle acque . Può essere così, secondo lei? Grazie

    • pierluigi fagan ha detto:

      Buongiorno, non sono prof. Nei manuali di geografia umana, sono considerati europei fino a gli Urali. Dopodiché il discorso, dal punto di vista culturale è complesso. Tenga conto che i russi sono circa 200 etnie.

  2. Elena Grammann ha detto:

    Buonasera Pierluigi Fagan. Nel suo articolo lei enfatizza, o sottolinea, la complessità, che a quello che ho capito è il suo oggetto di studio. Questo si vede bene anche nella risposta a Antonio qui sopra: “Tenga conto che i russi sono circa 200 etnie” – il che vuol dire, se lo si prende seriamente, che è praticamente impossibile parlare dei “russi”. Però noi parliamo dei russi, e anche lei, credo, lo fa. Ne parliamo a vari livelli di astrazione e di complessità, ma ne parliamo, perché a un certo punto, se si vuole parlare, bisogna semplificare la complessità. Ma non è di questo che volevo parlare. Quello che volevo dire è questo: giustamente lei invita a non semplificare questioni complesse solo perché, semplificate, sono più comode da gestire, soprattutto emotivamente. E giustamente lei fa notare l’enorme margine di errore in cui si rischia di incorrere con questo tipo di semplificazioni. Tuttavia, per dirimere diciamo concettualmente una questione che immagino complessa come la guerra di Ucraina, lei propone una lettura unica e semplice: il paventato ingresso dell’Ucraina nella Nato con conseguenti missili puntati su Mosca. Il che presuppone da parte della Nato un atteggiamento aggressivo nei confronti della Federazione russa, che però non è così evidente. L’ingresso nella Nato potrebbe anche essere visto, invece, come l’unica manovra possibile dell’Ucraina per mettersi al riparo dall’aggressività della Federazione – quella sì abbastanza evidente e radicata, fra le altre cose, in fenomeni culturali che con i missili non hanno a che fare. Immagino che lei non avrà difficoltà a confutare queste mie “interpretazioni” alternative, e la prego anzi di non perderci tempo, mi considero già confutata. Quello che voglio dire però, è che nella presente situazione si ha l’impressione che lei sostituisca una semplificazione con un’altra.
    Grazie dell’attenzione e cordiali saluti

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