PENSARE A COME PENSIAMO.

L’articolo è pubblicato sul blog del Festival della Complessità (qui) e presenta la prossima edizione (la decima) che si aprirà a Roma, il 10 Maggio. La sessione di apertura e l’intera edizione, verterà su questo duplice invito alla riflessione.

A. Rodin Il pensatore 1880-1902

 

“Credo che il sapere, nelle nostre società, sia diventato attualmente qualcosa di così ampio e di così complesso da essere ormai il vero inconscio delle nostre società. Noi non sappiamo davvero quel che sappiamo, non conosciamo quali siano gli effetti del sapere. Per questo mi sembra che l’intellettuale possa assolvere il ruolo di colui il quale trasforma questo sapere, che domina come l’inconscio delle nostre società, in una coscienza”

M. Foucault 1978

Il pensiero è oggi più che mai il capitale più prezioso per l’individuo e la società.  

E. Morin, La testa ben fatta, 1999

E’ questo il titolo della Xa edizione del nostro festival diffuso e sarà questo il titolo dell’apertura della sessione che terremo a Roma, al museo MACRO, il 10 Maggio. Forse avremmo potuto scegliere un titolo meno esoterico, forse avremmo potuto agganciarci a qualche tema della vivace attualità che pullula intorno a noi, ma abbiamo scelto di dar seguito ad un richiamo forte che sentiamo come pensatori di complessità, un tema più attuale di tutti gli altri e che tutti i fatti nuovi che pullulano intorno a noi, comprende.

In una recente intervista fatta dall’attuale Presidente del Consiglio Giuseppe Conte al filosofo Emanuele Severino, ad un certo punto compare questa domanda: “Trova anche lei che si sia persa l’idea dell’unitarietà del sapere e che le discipline scientifiche si strutturino a compartimenti stagni, che secondo Edgar Morin è il grande problema del nostro tempo?”

E’ dai tempi di “La conoscenza della conoscenza”(1986), seguito poi da molte altre riflessioni che ne “La testa ben fatta”(1999) o “I sette saperi necessari all’educazione del futuro”(1999) che il filosofo della complessità francese, si interroga su questa “struttura della conoscenza”. Un riflessione che anticipa di più di un ventennio i giorni nostri.

Tutti noi che ci muoviamo sotto il cono concettuale del termine complessità, chi per speculazione, chi operativamente nella propria professione, sappiamo quanto sia difficile spiegare a chi non si trova in quello spazio concettuale comune, cosa intendiamo precisamente quando convochiamo il concetto di “complessità” nei nostri discorsi. Com’è ben noto, non esiste una definizione precisa e comunemente accettata di complessità, neanche tra noi. Chi risale all’etimologia, chi inizia distinguendo complesso da complicato, chi fa coincidere complessità con sistema, chi con solo ciò che ha a che fare col mondo della vita, chi comincia a declinare una serie di concetti di corollario come feedback, cibernetica di vari livelli, riflessività, relazionalità, contesto, emergenza, auto-organizzazione, non linearità, non riduzionismo-determinismo, margine del caos, entropia etc.

Da una parte, la genealogia breve del concetto, può farsi risalire alla metà del secolo scorso (ce ne sarebbe poi una a cronologia più lunga, ma lì le cose si complicano ulteriormente), a partire da due distinti ambiti: la Cibernetica di N. Wiener e la Teoria generale dei sistemi di L. von Bertallanfy. Dall’altra, lo stesso albero evolutivo del concetto nelle sue applicazioni teorico-pratiche, da queste partenze si espande in un estuario a mille rivoli, coprendo niente di meno che tutto il novero delle discipline in cui si articola la conoscenza razionale umana. Dalla fisica alla metafisica, si sarebbe detto una volta. Pensiero complesso si trova ormai in tutte le scienze dure, sociali ed umane, nelle discipline umanistiche, ma poi ci sono anche artisti e perfino teologi.

Di contro, l’autoriflessione concettuale, ovvero coloro di noi che riflettono proprio sul concetto in quanto tale e cercano di domarne questa complessità intrinseca, oltre allo stesso Morin, non conta su grandi schiere. E’ per noi stessi difficile emanciparci dal luogo mentale di provenienza (matematico, fisico, biologo, economista, psicologo, medico, antropologo, sociologo, filosofo di quale parte della filosofia generale poi?) e stare appresso al vasto ramificarsi della sue applicazioni ed evoluzioni. In più ci viene anche il dubbio che “domare la complessità” non solo sia impossibile, ma neanche giusto se non si vuole ricadere in qualche aborrito riduzionismo. Eppure, la mente umana continua da decine o centinaia di migliaia di anni, ad avere dei limiti operativi e per lavorare il pensiero ha bisogno di sintesi, di blocchetti di significato che poi mette in relazioni con altri, a comporre idee e soprattutto sistemi di idee. Noi stessi apprezziamo quella individuazione di concetti o pratiche dominanti che il spesso citato Thomas Khun chiamava paradigmi. C’è un sistema complesso nel pensare che viene prima del pensare questo o quello. Complessità allora, non sembra avere forma di una specifica teoria disciplinare, più che un paradigma di questa o quella disciplina che indaga porzioni di realtà, sembra attenere tanto alla realtà che alla conoscenza nel loro duplice assieme, separato ed intrecciato.

Ecco allora il primo motivo che ci ha spinto a scegliere questo titolo: avere tra noi un pubblico momento di confronto e dibattito sulle forme interne alla nostra comune cultura. Le ultime Conferenze Macy tenute tra il 1954 ed il 1958, furono proprio dedicate ad una versione di questa auto-riflessione, al pensare come i vari e brillanti membri del gruppo pensavano e del come si componeva il discorso comune, soprattutto per quanto atteneva ai metodi dell’ interdisciplinarietà e della multidisciplinarietà.

Se questa proposta auto-riflessione sul pensare complesso la potremmo dire, usando le antiche categorie del discorso filosofico greco, il momento esoterico (dal greco ἐσώτερος “interno”), il secondo motivo della scelta è invece essoterico ( da ἐξωτερος “esterno”), cioè rivolto al rapporto tra complessità e mondo inteso nel suo duplice significato.

C’è un “mondo” come sistema complesso, fatto oggi di 7,5 mld di persone, divise in 200 Stati, diverse civiltà, modi diversi di pensare ed agire. Questo mondo tende oggi, per la prima volta nella sua storia, a conformarsi -in parte- come sistema unitario. Al suo interno, aumentano le interrelazioni che siano informative (Internet, grandi media, cultura globale), finanziarie ed economiche (globalizzazione ed internazionalizzazione), migratorie, politiche, culturali nel senso più ampio. L’estendersi al mondo intero del moderno modo di organizzare le nostre società, cioè basandosi sul fatto economico potenziato da tecnica e scienza, porta a nuove competizioni per le fonti delle energie e delle materie prime, alla competizione per il dominio dei mercati, delle valute, ad una impossibile ricerca della crescita costante e  per tutti che già “il nostro” Kenneth E. Boulding, parecchi decenni fa, sentenziava essere una credenza propria o di un folle o di un economista (suggerendo che forse, si trattava spesso della stessa persona). Altresì, questa spinta potente alla pressione su ciò che tutti ci contiene, sta provocando già da tempo, una risposta prevedibilmente caotica dell’ambiente, sotto varie forme di problemi detti “ecologici”, concetto più ampio della sola, controversa, questione climatica e dove l’ecologia è una disciplina tipicamente parte della famiglia complessa. Sembra -quindi- che il mondo sia obiettivamente sempre più complesso

Questa recente inflazione di complessità, tra trenta e cinquanta anni, retroagisce sulle forme della nostra vita organizzata comune in vario modo: dall’aumento vertiginoso delle diseguaglianze nelle nostre società occidentali, al manifestarsi di governi piuttosto rigidi chiamati a dare ordine al crescente disordine, guerre senza quartiere sul come orientare o manipolare le pubbliche opinioni, un certo generale fallimento degli esperti e degli intellettuali oggi sempre meno amati e riconosciuti da chi vede tanti problemi e poche vere soluzioni viabili. Nel mentre, le nuove tecnologie che ci danno nuove opportunità di interrelazioni, intrattenimento e nuove comodità ultra-moderne, si tema vadano  a sostituirci progressivamente nella funzione sociale del lavoro che il contratto sociale della modernità stabiliva esser il fondamento che teneva legata in sé stessa la società intera. In più il costo della relativa maggior libertà di esprimerci sembra vada pagato con un maggior controllo che contraddice quella libertà in via di principio. In più, si va confondendo il confine tra l’umano che usa la tecnica e la tecnica che subordina l’umano. Non c’è dubbio che in questa descrizione ci sia la traccia inequivocabile di molte cose che noi chiamiamo “complessità”, una maggior complessità relativa recente che pare tenderà ad aumentare e non certo diminuire nei prossimi decenni.

Ma nel mondo ci sono anche soggetti, individui o gruppi che hanno il problema di adattarsi al mondo in quanto oggetto fatto di processi. Lo fanno, lo facciamo, inconsapevolmente a volte, facenti parte di società le cui dinamiche più profonde e decisive a volte ci sfuggono. Altre volte siamo chiamati ad un giudizio, ad un discussione, a parteggiare per una idea o per altra, siamo chiamati a partecipare di questo mondo e dei sui problemi, anche perché è il “nostro” mondo, sono i “nostri” problemi. Ci domandiamo allora: siamo sicuri che il come pensiamo a tutte queste cose sia adeguato alla loro complessità? Dalle punte di eccessiva vivacità polemica o vera e propria acrimonia che si notano nel dibattito pubblico “basso” e dal deserto di quadri concettuali ampi e profondi nel dibattito “alto”, sembrerebbe di no.. Tutte le forme del nostro pensiero, le conoscenze, le logiche, ciò che ha costruito le nostre tradizioni di pensiero e di azione concreta, i fatti e le istituzioni sociali di cui ci siamo dotati, la stessa organizzazione del sapere e la sua distribuzione, dai sistemi di circolazione delle idee all’educazione, provengono da periodi storici di complessità ben diversa, per molti versi, minore. Le forme del pensiero che ereditiamo dal passato forse non sono adeguate al mondo che si sta formando.

Molti di noi, consapevoli o meno, si sentono spesso vicino alle tradizioni dell’Umanesimo e del Rinascimento, di quel periodo di transizione tra un vecchio modo (il Medioevo) ed un nuovo modo (il Moderno), ed ideale della conoscenza di quel periodo era proprio cercare una nuova unità della conoscenza per capitalizzare il saputo al fine di affrontare l’ignoto, il nuovo che doveva andarsi a costruire assieme. Lì dove un’era trapassava in un’altra che poi era quella che oggi ci è alle immediate spalle, la modernità. Ci sono fondati sospetti del fatto che noi sia -nuovamente- capitati in una di queste potenti transizioni storiche, lì dove urge una “renovatio” che non sia semplice profusione di tante “innovatio”, che sia un nuovo modo di pensare in forme sistemiche. Ad esempio riuscendo ad usare un po’ tutte le discipline alla base dei vari problemi prima elencati perché tutti quei problemi che elenchiamo separati o appaiati, in realtà sono intrecciati. La sintesi di problemi demografici, politici, culturali, economici, finanziari, ecologici, geo-politici, sociali, psicologici, dei fini dell’indagine scientifica e dei suoi rapporti con l’umano, di utilizzo delle tecniche, financo l’interrogazione sul senso dell’esistente e molto altro, nel loro intreccio comune per cause ed effetti, è inutile chiederla solo a chi risiede nello stretto di una di queste discipline. Modificare le forme del nostro modo di stare al mondo è problema di sistema ed i problemi sistemici andrebbero affrontati in senso sistemico, qualcosa che, nel senso più ampio dell’espressione, noi non siamo abituati semplicemente a fare. Non è così che è organizzata la nostra conoscenza, individuale e collettiva.

Ad un mondo complesso dovrebbe corrispondere una forma del pensiero forse più complessa di quella che ereditiamo dalla modernità, altrimenti si potrebbe fallire l’adattamento ai tempi che sono e sempre più saranno. La “riforma del pensiero” invocata da Morin già venti anni fa, sembra sempre più urgente. Il mondo ci chiede di agire, noi agiamo per come pensiamo, non possiamo agire in un mondo complesso partendo da un pensiero che non lo è. “Pensare a come pensiamo” è quindi il duplice invito a chi è interessato a indagare meglio questo possibile disallineamento ed a come colmarlo, a noi stessi che delle forme di pensiero sistemico-complesso siamo seguaci, per interrogarci su come meglio renderle utili ai tempi che ci son toccati in sorte di vivere, assieme.

FESTIVAL DELLA COMPLESSITA’

Venerdì 10 Maggio, ore 17.00 – 20.00, Museo di Arte Contemporanea Roma –

MACRO Via Nizza 138, 00198 Roma, Sala Lettura

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Informazioni su pierluigi fagan

60 anni, sposato con: http://artforhousewives.wordpress.com/, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore per 23 anni. Da più di quindici anni ritirato a "confuciana" "vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente. Il tema del blog è la complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore. Ogni tanto commenta notizie di politica internazionale su i principali media (Rai3, la7, Rai RadioTre Mondo, Radio Blackout ed altre) oltre ad esser ripubblicato su diverse testate on line. Fa parte dello staff che organizza l'annuale Festival della Complessità.
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