UNA NUOVA UNI-MULTIVERSITA’ COMPLESSA?

Articolo pubblicato sul sito del Festival della Complessità (qui) che quest’anno giungerà alla sua Xa edizione.Alla versione on line sul sito del festival, qui si aggiungono alcune considerazioni più specifiche (in corsivo).

Nei due articoli precedenti sul –pensare le cose nel loro complesso– ed il successivo che tornava sulla annosa questione delle “due culture”, abbiamo indagato l’impostazione del nostro sistema delle conoscenze. Già qui avevamo introdotto a premessa l’intero argomento. Pare a noi evidente che un mondo sempre più complesso quindi “intrecciato assieme”, chiami una profonda revisione del nostro sistema delle conoscenze, sistema che ereditiamo dal moderno, un periodo alla fine del suo ciclo storico e culturale. A sua volta, il sistema moderno andava a rimpiazzare il sistema delle conoscenze medioevali, il trivium (latino, retorica e filosofia) e quadrivium (aritmetica, geometria, astronomia e musica) impostati da Marziano Capella già nel V secolo. Se ogni epoca si rispecchia in un sistema di conoscenze, potremmo interrogarci su quali potrebbero esser le condizioni necessarie per riformare l’attuale sistema in  tempi di nuova complessità.

La riflessione anglosassone su i sistemi di educazione e formazione va avanti già da tempo. Si sta verificando che il sistema delle iper-specializzazioni votate alla formazione -tra l’altro non di futuri cittadini, ma di futuri professionisti-, ha tre problemi. Il primo è che il mondo del lavoro richiederebbe in realtà un misto di saperi pratico-teorici, quando le scuole sono semmai prodighe dei soli saperi teorici. Il concetto stesso di specializzazione è ambiguo dato l’alto tasso di odierna evoluzione delle forme economiche che sembrano chiamare certe conoscenze per un qualche periodo di tempo, poi altre per il periodo successivo. Il secondo è che, più in generale, la formazione teorico-specialistica sembra produrre tecnici che si trovano a loro agio solo nell’applicazione di procedure e modelli, totalmente smarriti quando si tratta di improvvisare, innovare, inventare. Data la richiesta di un alto tasso di novità crescenti e data l’alta interconnessione che c’è nei sistemi complessi e dato che tutti i principali sistemi della nostra vita associata stanno diventando sistemi molto complessi, si sta venendo a creare una sorta di disadattamento cognitivo per il quale si formano esperti di procedure laddove si incontrano ogni giorno di più terre incognite che di loro natura non sono ancora mappate, né tantomeno hanno procedure indicative sul come affrontarle.  Il terzo problema è che qualsiasi sia la forma di pensiero applicato, va applicato a cose che sono connesse ad altre cose di cui lo specializzato non è che non abbia conoscenza, non ha proprio “visione”, nel senso che pensa le cose scisse dalla rete di ciò che le co-determina.

Già qualche anno fa mi capitò di leggere sulla stampa, da un parte i lamenti dei grandi CEO della varie compagnie high-tech della Silicon Valley che lamentavano questa abbondanza di cervelli piatti (nella mitologia dei vari eroi della nuova rivoluzione tecnologica, da Jobs a Musk, da Gates e Zuckerberg a Bezos, prevalgono 3-2 addirittura i non laureati) e dall’altra il dibattito nazionale sull’urgenza di modificare i nostri italici sistemi educativo-formativi in direzione di quel mente-piattismo che gli “eroi dell’innovazione” stavano dicendo essergli del tutto inutile. L’assenza di attitudini mentali critico-creative, deprime la pulsione all’innovazione, la procedure impediscono la “serendipity” in via di principio. Con ciò non si vuol far l’elogio acritico del nostro sistema educativo a base gentiliana, ma se ci si vuol metter mano si discuta al suo giusto livello le problematicità. Più scienza meno filosofia, ad esempio, non è il “giusto livello”.

La questione poi solo accennata, ovvero se i sistemi educativi debbono formare cittadini o professionisti, meriterebbe invero di un lungo spazio a sé. A noi pare evidente che, registrando l’evidente complessità della fase di transizione storica nella quale siamo capitati, la priorità vada alla formazione di mentalità adatte a rinforzare le capacità adattative della società intera, poiché oggetto di selezione naturale sono i gruppi umani prima dei singoli come anche alcuni biologi evolutivi vanno scoprendo di recente. Che queste capacità siano pensate come adattamento a svolgere il ruolo di frazione e segmento di processi economici, è fare una scelta a priori che non si può accettare senza un atto di fede. A volte sembra che se il Moderno è iniziato contrapponendo la ragione alla fede, stia ora finendo riproponendo la fede nelle virtù salvifiche dello sviluppo infinito dei processi economici, senza il sufficiente distacco critico di ragione. Magari ciò che va adattato in primis è proprio il ruolo che il fare economico ha nell’ordinare le nostre società. Chi e come lo discute questo problema se formiamo solo funzionari di procedura? Come poi vedremo, non stiamo qui trattando un argomento fatto di tante parti pensando di poterlo trattare con generalizzazioni. La discussione sull’utilità dei saperi, utilità generale o specifica, è certo assai complessa. Stiamo solo sostenendo che i nuovi tempi presentano un tale elenco di novità intricate (politiche, sociali, geo-politiche, ecologiche, culturali, etiche) che se ai cittadini si chiede solamente di continuare a suonare “Sogno d’Autunno”[1] per mantenere di buon umore la prima classe, il naufragio è certo. Lo “smarrimento dell’opinione” che fa il paio con l’interminabile sfilza di fallimenti collezionata dalle élite che governano le nostre società, raccomanderebbe uno scuotimento, un ravvedimento, una reazione a questo melmoso affogare nel mentre alte si lanciano le grida semplificatorie di chi ha capito tutto, tranne la cosa più importante ovvero che sulla soluzione da dare alla matassa di questioni che ci stanno venendo addosso, onestamente, non abbiamo la più pallida idea.

Veniamo quindi a commentare una notizia fresca e molto pertinente al nostro tema che è quello delle forme complesse di conoscenza. Qui s’annuncia la creazione a Londra del primo corso di laurea generale che mischia saperi scientifici ed umanistici. Promossa per ora dalla vulcanica Virgin e da una delle principali società di consulenza del mondo, la McKinsy[2], la London Interdisciplinary School (LIS), ha un suo sito che è ancora un po’ vago sulle effettive forme di come funzionerà l’università ma qualcosa dice. A priori, si collochi il discorso nella sua giusta dimensione. E’ questo un territorio inesplorato, quello che hanno intenzione di fare o non fare alla LIS, lo prendiamo come segnale non come modello. Loro stessi ed il modello che hanno in testa, avranno bisogno di tempo per verificarsi ed assestarsi. Il segnale però è interessante.

Sul loro sito, mostrano alcuni casi applicativi di problem solving. Quante sono le competenze necessarie ad operare sul problema della malaria? O per trattare il problema dell’olio di palma? O per valutare i limiti delle libertà di parola su Internet? L’elenco delle competenze oggi è in più corsi di laurea separati, ma chi è in grado di comporre assieme queste competenze separate? Più dentro il sito, mostrano una partizione interessante tra il “capire il mondo” e i “metodi per cambiare il mondo”. Nel primo ambito, è interessante la linea di studio su “Umanità nel tempo e nello spazio”. Questa materia nuova si chiama geo-storia ed invero non è affatto nuova, solo molto poco frequentata. Lo storico Y.N.Harari, ci ha fatto sopra almeno tre top seller oltreché la sua fortuna, sebbene quelli di Harari siano libri divulgativi e non esattamente matrici di un nuovo metodo. Il punto però è che ci sono almeno tre intrecciati saperi generali indispensabili per affrontare le principali questioni del mondo complesso nel suo generale.

Il primo di questi saperi è la storia ma una storia non limitata al proprio paese o all’Occidente per noi che di quella civiltà siamo parte. Dai lavori di P. Frankopan[3] al più recente Pierre Grosser[4], così come Parag Khanna nel suo ultimo “Il secolo asiatico?” (Fazi editore, 2019), è tutto uno scoprire che il 60% dell’umanità è in Asia (la somma di Europa, Nord America ed Oceania dà 10%, e in prospettiva sarà in contrazione) e dal momento che l’Asia ha intrapreso una sua strada di nuovo sviluppo declinando a modo suo le ricette a base della modernità occidentale il XXI secolo sarà certamente un “secolo asiatico”. Cosa sappiamo noi dell’Asia? E quello che sappiamo chi ce lo ha raccontato? Da che punto di vista? Carico a priori di quali teorie? Veniamo da anni di dibattito televisivo con “esperti” che dell’islam non avevano neanche le conoscenze di base da Bignami[5], non sembra che sull’Asia andrà meglio. Altresì, la storia di una specie che ha 200.000 anni (e come genere più circa 3 milioni), non si può ridurre allo stretto arco di ciò di cui abbiamo fonti scritte. Sebbene archeologia, paleo-antropologia o paleo-ecologia, nonché biologia evolutiva, non siano oggi parte dello sguardo storico, se si vuole integrare la storia effettiva del tempo profondo, occorre averne una qualche nozione.

Se i fatti storici sono il tempo, il tempo è inestricabilmente intrecciato allo spazio che è studiato in geografia, il secondo sapere necessario. La geografia determina, condiziona, suggerisce, impedisce. Una certa retorica idealistica, ha di recente svalutato l’importanza materiale dello spazio, si è addirittura profetato un mondo post-geografico. La logistica delle reti commerciali internazionali, i relativi conflitti geopolitici per il controllo di passi, stretti, fiumi, coste, risorse e fonti d’energia; le migrazioni, le crisi ecologiche, ci dicono che la nostra platonica immaginazione post-materiale ha corso un po’ troppo. I vari attriti dello spazio evidenti ad un occhio geografico permangono dato che siamo fatti di atomi-molecole-cellule e non di bit. Altre volte nella storia delle idee abbiamo visto questo entusiasmo ingenuo  per il quale ogni cosa era un ingranaggio meccanico (‘600) o una macchina termodinamica (‘800), ora è tutto informazione.

Dopo la storia e la geografia, è chiaro che nozioni di demografia, storia delle religioni, storia delle culture e delle idee, geo-storia-economica, sono altresì necessarie. Viepiù appare bizzarro constatare che le principali cattedrali del sapere universitario economico, siano praticamente prive di corsi di storia dell’economia, come se l’economics fosse una ideologia unica, a-temporale, a-spaziale, una disciplina newtoniana di saperi senza spazio e tempo, veri per sempre ed ovunque. Ecco perché la regina Elisabetta ebbe gioco facile a sgridare l’intero corpo accademico della London School of Economics rimproverando loro di non aver neanche per sbaglio previsto il crollo dell’economia occidentale nel 2008. Quella insegnata alla LSE o alla Bocconi è una “scienza”? Una scienza incapace di fare previsioni ed esperimenti, ma solo modelli matematici? Disincarnata dalla demografia, storia, geografia, sociologia, geopolitica, ecologia, sistemi di immagini del mondo e financo psicologia? Una scienza umano-sociale disincarnata da uomo e società?

Insomma il solo limitato e specifico corso di “Umanità nel tempo e nello spazio” convoca un sistema integrato di saperi che oggi sono del tutto dis-integrati.

Nel secondo ambito dei corsi di studio che si pensano di impiantare alla LIS, c’è un saporito elenco di pensiero critico, creatività ed ideazione, strategia ed ovviamente un chiaro riferimento ai saperi trans-disciplinari dei “sistemi complessi”. Sono poi anche previsti corsi di fisica del mondo (da intendersi probabilmente come nozioni generali di fisica-chimica-biologia), tecnologie, teoria economica ed altro. Vedremo come si compirà il quadro definitivo. Sta di fatto che l’intento sembra ricomprendere la conoscenza necessaria in un unico arco “dalla fisica alla metafisica”[6], ameno nelle nozioni generali.

Questa ipotetica forma nuova della conoscenza complessa poiché “intrecciata assieme”, ha bisogno di alcune altre specifiche per avviarsi a dibattito.

La prima è che ovviamente non sostituisce i saperi specialistici non meno necessari di questa impostazione generale. Semplicemente, sarebbe utile avere nelle aziende, nelle amministrazioni, in politica, nel mondo intellettuale, compresenza di specialisti e generalisti poiché la grana fine delle parti e la grana grossa dell’intero, sono livelli di lettura ed analisi idealmente e praticamente complementari ed entrambi necessari. Si tratta solo di aggiungere nell’ideale piano cartesiano che individua gli oggetti ed i fenomeni, alle ordinate degli specialismi, le ascisse dei generalisti. Il tutto e le sue parti sono co-implicati poiché si co-determinano.

La seconda è che i nuovi “generalisti” ovviamente non saranno onniscienti. Andrebbero però dotati di coordinate di orientamento in un set di saperi generali ritenuti necessari da individuare e probabilmente a loro volta da declinare in due tre indirizzi che pesino di più o di meno le tre famiglie delle conoscenze: scienze dure, scienze umano-sociali e saperi più prettamente umanistici. Elementi di cultura generale farebbero bene anche a chi sceglie i saperi tecnico-applicati ed a tutti farebbe bene anche una spolverata di Storia dell’Arte e delle Religioni. Questa pratica di brokeraggio delle conoscenze che i nuovi “generalisti” potrebbero svolgere, farebbe anche molto bene ai rapporti tra mondi della conoscenza e mondo delle pratiche. Ad esempio, coltivare i saperi antropologici è assolutamente utile e necessario anche se magari è difficile che singole aziende assumano un antropologo (alcune recentemente hanno cominciato a farlo, per altro) o un filosofo o un sociologo. Se però ci fosse l’abitudine a consultare vari tipi di esperti in vari campi per vari problemi, anche l’antropologo o il filosofo o il sociologo avrebbero di che vivere senza per forza diventare assistente precario per tutta la vita del loro dispotico titolare di cattedra[7] o diventare improbabili impiegati di multinazionale.

Infine, trattandosi di un nuovo sistema, non ci si fermi a questi primi balbettii. Si devono immaginare percorsi, tentativi ed errori, sperimentazioni, ideazione creativa e stretta verifica con feedback correttivi, prima di avere idee più fondate. Altresì, si debbono immaginare sintesi e sintesi di sintesi che oggi non ci sono, testi interdisciplinari, multidisciplinari, transdisciplinari[8], dibattito sul metodo, strumentazioni, banche dati sistematiche, cataloghi e nuove categorie oltreché concetti. Insomma va sviluppata una nuova forma di cultura integrata  e dopo secoli di disintegrazione, non sarà facile ed immediato farlo.

L’Era della Complessità pone questioni che non possono esser affrontate senza predisporsi al cambiamento anche deciso, delle forme organizzative della nostra vita sociale. Sappiamo e ci preoccupiamo delle questioni ambientali, della questioni etiche connesse allo sviluppo delle nuove tecnologie, delle potenti frizioni della tettonica geopolitica, delle sempre maggiori diseguaglianze, degli squilibri demografici, dell’impazzimento semplificatorio del dibattito pubblico. Dovremo cambiare molte cose ed abbiamo lunghi elenchi di problematiche critiche. Chi discuterà le soluzioni? Nell’interesse di chi? Con quel mentalità? Forse la prima risposta è proprio quella di ripensare a come pensiamo le cose.

= = =

[1] “Songe d’Automne” pare sia l’ultimo pezzo suonato dalla famosa orchestra del Titanic mentre il vascello affondava. Si noti l’ironico richiamo a quell’ “autunno” come china finale di un ciclo storico-economico di braudeliana memoria.

[2] La presenza tra i promotori della McKinsy è interessante. Una delle principali società di consulenza aziendale mondiale, quanto a management e strategia d’impresa forse “la” principale, McKinsey è stata essa stessa spesso accusata di mente-piattismo e di contro, chi meglio di loro ha il termometro di quale sia il “livello culturale” del management d’impresa che nel tempo ha sostituito capacità varie con l’uniformismo finanziario?

[3] P. Frankopan, Le Vie della Seta. Una nuova storia del mondo Mondadori, 2017

[4] P. Grosser, Dall’Asia al mondo, Einaudi, 2018

[5] Sarà il caso specificare che l’islam è un sistema che copre circa 1,7 miliardi persone che è poco meno di un quarto della popolazione mondiale, è la religione principale in 57 stati (più di un quarto del mondo) di tre aree continentali (Asia, Medio Oriente, Africa), ha due principali interpretazioni (sunniti e sciiti) e ben quattro scuole giuridiche (interpretazioni diverse della sharia). Gli Arabi (cluster non privo di problemi definitori), sono meno del 20% dell’islam e le interpretazioni del Corano in uso presso l’Isis, sono quelle praticate in un solo paese di tutto il mondo musulmano: l’Arabia Saudita.

[6] Che poi era il modello del “Liceo” di Aristotele.

[7] Segnalato dal fisico Carlo Rovelli, questa invocazione al ruolo della filosofia come essenziale alla formazione dei pensieri, logiche ed argomentazioni , in ambito scientifico (con esempio relativi alla biologia, scienze cognitive e la stessa fisica oltreché, ovviamente, come epistemologia). Gli autori, tra cui lo stesso Rovelli, provengono dalle scienze, dure, umane e sociali ed il pensiero umanistico propriamente filosofico. https://www.pnas.org/content/116/10/3948?fbclid=IwAR3HQ8bHTqBJI2_D_HerrILa7aOF30WdHds96uWvGST0V0ErZzvn3dtawV4

[8] I riferimenti vanno facili ad i due volumetti di E. Morin: La testa ben fatta, Cortina, 2008; I sette saperi necessari all’educazione del futuro, Cortina, 2001

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Informazioni su pierluigi fagan

60 anni, sposato con: http://artforhousewives.wordpress.com/, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore per 23 anni. Da più di quindici anni ritirato a "confuciana" "vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente. Il tema del blog è la complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore. Ogni tanto commenta notizie di politica internazionale su i principali media (Rai3, la7, Rai RadioTre Mondo, Radio Blackout ed altre) oltre ad esser ripubblicato su diverse testate on line. Fa parte dello staff che organizza l'annuale Festival della Complessità.
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