LA FILOSOFIA POLITICA CHE CI MANCA

In una lettera del 1951 a K. Jaspers, H. Arendt si interroga sul concetto di “male radicale” che aveva proposto all’interno della celebre indagine sulle Origini del totalitarismo. Confessa di non saper bene definirlo ma di avere la sensazione o intuizione che abbia a che fare con una riduzione dell’uomo a concetto, forse gli uomini hanno solo declinazione plurale e ogni loro singolarizzazione è una riduzione pericolosa, pericolosa perché taglia parti essenziali della loro stessa essenza irriducibilmente molteplice. Aggiunge di avere il sospetto che la filosofia non sia esente da colpe in questa riduzione ad unum e del resto il sospetto viene facile visto che la filosofia pensa appunto per concetti. A questo punto, specifica che questo non porta in conseguenza -come poi invece sosterrà Popper-, una discendenza diretta di Hitler da Platone ma induce a pensare che la filosofia politica occidentale sembra avere un punto cieco nel quale invece di avere un concetto puro della politica come attività che porta i plurali alla decisione singolare, ha sviluppato molti tentativi di singolarizzare la natura umana di modo che la decisione una, possa esserne dedotta in via logico-naturale dall’unità della presunta natura umana.

La filosofia politica occidentale, ha avuto due linee di sviluppo principali. La prima risale a Platone ed è la teorizzazione ideale di un modello di funzionamento della comunità, la seconda risale compiutamente a Machiavelli ed è una teorizzazione pratica dello stesso modello. Se la prima si svincola completamente dalla contingenza è veleggia verso le alte vette dell’ideale, la seconda assume a vincolo la contingenza e cerca di mettere a posto tutte le parti del sistema in atto, dandogli giustificazione o al limite, proponendo degli aggiustamenti. In onore ad Aristotele, molti filosofi politici iniziarono le loro trattazioni con l’esame del modello classico di quello che si chiama trilogos politikos ovvero la tripartizione dell’Uno, dei Pochi e dei Molti sebbene poi lo stesso Aristotele intese specificare che la vera differenza non passa attraverso la semplice quantità dei decisori politici. Ma questo richiamo alla partizione originaria, è stato per lo più fatto -salvo rare eccezioni- per dare tradizione e fondamenti al modello in atto, il modello monarchico o aristocratico/oligarchico. Quando -in alcuni casi più recenti- alcuni si sono spesi per il modello democratico, non hanno minimamente analizzato il suo concetto puro, sono andati direttamente alla contingenza prendendo lo stato delle cose che presentava stati-nazione massivi e non più poleis o comuni medioevali e deducendo da questo vincolo di quantità la possibilità d’esistenza della sola democrazia rappresentativa con suffragio prima ristretto, poi allargato, infine universale sebbene molto saltuario e ben poco informato e partecipato.

Potrebbe invece essere che il problema sia proprio lì dove negava Aristotele, la quantità delle persone che hanno diritto di decidere la politica della comunità, così come Erodoto presentò in origine la formulazione classica del trilogos. Riprendendo la tripartizione e portando avanti l’analisi, si può ulteriormente semplificare. Infatti, non appare realistico il governo dell’Uno come alternativa a quello dei Pochi. Nessun Uno, anche il dittatore più carismatico, feroce e plenipotenziario, nessun re assoluto può agire su una massa composita da solo. Nei fatti, c’è sempre un gruppo di potere con complesse dinamiche interne che portano ad un “primum inter pares” o ad un dittatore in un certo senso “eletto” o “consapevolmente subìto e servito”, catalizzatore di un interesse di un gruppo, per quanto piccolo. Nel Novecento,  alcuni hanno in un certo senso codificato questa diversa partizione nel concetto di élite, il gruppo dei Pochi che occupa la funzione politica direttiva, sia essa di origine militare o religiosa o etnica o aristocratica o oligarchica versione economica o politica come poi si verificherà anche nelle forme più acute delle forme piramidali del potere novecentesco. E’ nostro comodo ipostatizzare il fascismo in Mussolini e non nel partito fascista e successivo sciame di governo, così Hitler col partito nazista e la diffusa “banalità d male” del codazzo funzionariale e sebbene irriti inserirlo nello stesso elenco, anche Stalin ed il partito comunista sovietico. I russi che hanno sempre un modo tutto loro di individuare concetti comuni all’ambito occidentale, gli diedero anche un nome, “nomenklatura” se riferita all’élite diffusa, “apparatchik” se ristretta al partito. La partizione semplificata ci rende più chiaro il campo di gioco, in realtà si danno solo due ipotesi: o la società dei Pochi che regolano i Molti o la società auto-regolata dai Molti, tertium non datur.

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La citazione del ragionamento iniziale della Arendt, la traggo da un libricino edito da Cortina che ripropone un breve scritto della stessa su Socrate, seguito da due saggi di cui il primo di Adriana Cavarero è ben più interessante del secondo. In esso, Arendt mette in opposizione Socrate con Platone. Socrate era da Aristofane, che lo descriveva mentre ancora in vita e quindi citando l’opinione comune degli ateniesi, definito un sofista, un appartenente a quella scuola che non era una vera scuola formale ma un comune punto di vista sull’oggetto del pensiero. Di questo oggetto, logica e linguaggio erano costituenti primi della sua condivisione. La sofistica era l’impostazione filosofica che dominò l’Atene classica, quella in cui si sviluppò la democrazia dei tempi di Pericle. Va da sé che l’istituto democratico presuppone due fatti: il primo è il diritto/dovere di ognuno (pur nei limiti che restringeva il diritto/dovere ai maschi adulti di origine ateniese) di partecipare alla politica, il secondo è che questo pratica è di tipo discorsivo. Ne conseguivano due aspetti, il primo era che ognuno fosse in grado di esprimere la virtù politica che qualora mancante doveva esser insegnata non dandone un contenuto preciso ma come attitudine, la seconda è che ognuno fosse in grado di partecipare al discorso, fosse cioè in grado di ragionare, esprimere, dibattere, convincere e convincersi ed infine votare e poi rendersi disponibile ad un qualche, temporaneo, ufficio pubblico. Queste disposizioni mostrano già un primo concetto poco sottolineato, la democrazia non è una fatto naturale che è solo impedito da chi non vuole che si formi questa modalità di auto-governo della comunità, è una modalità difficile, da conquistare non solo contro chi la avversa ma da conquistare come si conquista una cosa che non si sa fare, che è difficile a farsi. Quest’ultimo punto è assai rilavante perché la cura delle condizioni di possibilità per la democrazia dovrebbe guardare non solo fuori di sé ma anche dentro di sé.

L’essere umano è considerato un animale sociale, nasce-vive-muore in società. Ma la vita umana in società ha una storia fatta di molti livelli, ognuno dei quali ha una temporalità diversa. Le bande di cacciatori e raccoglitori sono un tipo di società, le società stanziali di mille perone sono un’altra cosa, così quelle da diecimila, centomila, milioni, un’altra. Questa progressione delle quantità che aumentano esponenzialmente la complessità sociale, è proporzionatamente inversa al tempo in cui si è sviluppata. Lunghissimo il tempo in cui eravamo piccole bande, brevissimo il tempo in cui nazioni già di qualche milione di individui sono diventate di decine ed in alcuni casi, centinaia di milioni di abitanti. La virtù politica, era consustanziale ad ogni singolo individuo quando la comunità era piccola. Tutti sapevano tutto, forse non tutti facevano tutto e c’era già qualche accenno di divisione dei lavori ma questa divisione non era molto pronunciata, era recente e seppure qualcuno non faceva più del tutto alcune cose, sapeva bene come venivano fatte ed era in grado di giudicare di ciò che non era il suo stretto specifico. Altresì, tutti erano ben consapevoli della caratteristica intera del vivere assieme. Tutti sapevano che la sussistenza non era più importante della difesa che non era più importante della salute che non era più importante della conoscenza dei territori, che non era più importante delle tradizioni che davano la grammatica delle interrelazioni tra individui, che non erano più importanti delle credenze condivise e di tutto il resto che componeva la vita di tutti e di ciascuno. Tutto era importante e di questo tutto essenziale, a quei tempi era ben difficile coltivare il superfluo, tutti conoscevano le parti e le relazioni.  Tutti sapevano che la vita personale era dipendente da quella di tutto il gruppo e viceversa. Le condizioni di vita erano talmente non garantite che la forza necessaria per difenderle, presupponeva ovviamente l’unità e poco spazio c’era per il conflitto intra – individuale quando di giorno dovevi proteggerti dalle tigri coi denti a sciabola e di notte dai serpenti, dalla fame come dal freddo, dai predatori come dalla notte. In tali condizioni, la virtù politica era naturalmente distribuita.

Poi diventò un elemento accumulato ed al contempo scarso, viepiù che le comunità umane si ingrandirono, rientrò nell’ineguale distribuzione dei beni contribuendo al dare vita a varie forme di gerarchia. Poiché quindi la virtù politica era diventata un bene ineguale, i sofisti si prestavano ad aiutarne una più equa distribuzione. Naturalmente gli avversari della democrazia sostenevano che: a) la virtù politica non è equamente distribuita perché appartiene al merito individuale e tale merito è naturalmente asimmetrico; b) era cosa talmente “alta” che faceva inorridire la pretesa di “venderne” l’insegnamento. I sofisti infatti, si facevano pagare per le lezioni di oratoria o logica che impartivano come poi divenne standard solo molti secoli dopo con l’istituzione della scuola pubblica pagata con le tasse dei cittadini mentre i ricchi, da tempo si pagavano i loro precettori privati. I sofisti si facevano pagare perché che la società fosse regolata dalla ricchezza personale era un fatto che non avevano inventato loro, loro si limitavano ad agire in quel contesto, contesto a cui erano superiori solo gli aristocratici dotati di beni ereditati, come era Platone. La distribuzione asimmetrica della virtù politica non era un fatto naturale ma sociale ed era infondato dire che poiché così era, così doveva essere. Dall’Anonimo oligarca ai giorni nostri, questo refrain per cui la gente non sa e quindi non può giudicare è sistematicamente opposta come constatazione alla possibilità democratica ma il fatto che così è, non porta affatto al così deve essere. Quella parte della filosofia politica che parte dalla contingenza, finisce con l’assumere troppo passivamente questa asimmetria, la parte utopica rimanda sine die il concreto confronto con questo riequilibrio. L’autogoverno dei Molti che è difficile a farsi già di suo, non ha curatori, allevatori, protettori.

Nelle “Nuvole” di Aristofane, leggiamo che gli insegnamenti dei sofisti avevano fini pratici ben precisi. Prima ancora che coltivare la virtù politica, oratoria e logica erano essenziali per difendersi o perorare cause legali stante che Atene era governata da leggi la cui amministrazione era popolare, non specializzata, né di classe. La non specializzazione giuridica era di nuovo uno di quei poco osservati effetti della quantità. Le leggi non erano molte, le problematiche per una comunità di un poco più di centomila abitanti (da cui togliere, schiavi, stranieri, donne e bambini) non esondavano la capacità individuale di conoscerle e gestirle in proprio. Altresì non era di classe nel senso che essendo una funzione della vita associata ed essendo la vita associata regolata da attività di decisione ed amministrazione comune, tutti dovevano saperla gestire che ne fossero affetti passivamente (difesa) o attivamente (accusa) o come terzi (giudizio). L’amministrazione della legge, non meno che della politica, presupponeva il discorso ed il discorso è fatto primariamente da logica e linguaggio. Non tecnicamente è fatto poi di contenuto ma oltre al naturale presentarsi delle opinioni politiche in ognuno dei cittadini, l’intero ambiente dialogante, discutente, financo litigante, aiutava a raffinare, precisare e modellare  l’istinto naturale ad avere una opinione su cose e fatti. Ci si dimentica che in Atene si chiacchierava e discuteva sempre, ognuno era in contatto con gli affari pubblici non meno che con quelli privati, sempre. Essenziale per la democrazia è il tempo che si dà per questa continua autoformazione che solo in parte dipende dall’individuo e molto più spesso dalla sua relazione con altri. Certo che una società dedita per un terzo a dormire, per un terzo alla cura personale e relazionale e per l’ultimo terzo a lavorare mai potrà esser democratica.

Questa modo di intendere la stessa filosofia come bene equamente distribuibile, urtava fortemente ogni aristocratico poiché l’origine di ogni differenza sociale non è economica ma culturale, è questa seconda che produce la prima più di quanto non sia l’inverso. Da qui lo sforzo titanico di Platone ad imporre un concetto tipicamente aristocratico se non monarchico, il discorso non è regolato dal raggiungimento di una verità intersoggettiva ma dal raggiungimento di una Verità assoluta, quella che solo il “vero” filosofo conosce. Platone, portò la lotta di classe, lotta condotta di solito dalle élite più che dal popolo, in filosofia e da allora questa gerarchia del Vero, del Buono e del Bello, ordina la forma nuda di ogni nostro cercar di capire ed argomentare sulla realtà politica del vivere associato. La cosa ha del paradossale se ci si pena un attimo. Va da sé che ogni singolo individuo pensa di aver ragione e quindi implicitamente che coloro che la pensano diversamente hanno torto ma invece che prender atto di questa naturale frammentazione del vero accettando la necessaria contrattazione della verità nel pubblico dibattito, si pensa che esista un vero in sé e si perpetua una condizione in cui ognuno pensa di averlo trovato sentendosi in diritto di imporlo all’altro. In questo senso, Platone “porta” ad Hitler, non meno che ad ogni altra forma di dominio di uno o pochi su tutti gli altri in base all’unilateralità della propria, esclusiva, ragione. Platone certo è solo l’inizio. Platone da solo, poverino, ben poco avrebbe fatto se Paolo di Tarso non fosse stato neo-platonico e così Agostino d’Ippona, se il cristianesimo non avesse retro-selezionato l’intera opera dell’ateniese (unico autore dell’antichità di cui ci hanno fatto pervenire l’opera completa, assieme ad Aristotele di cui però non ci è pervenuta l’opera completa e soprattutto le opere essoteriche, rivolte al pubblico esterno come nel caso di tutti Dialoghi del suo antico maestro) come corrispettivo filosofico dell’impianto concettuale della propria credenza di tipo religioso. Anche la scienza che si separò, orgogliosamente, a gli esordi del moderno, dalla filosofia e dalla religione, si presentò come episteme del vero, tornando ai fasti pitagorico-euclidei non estranei all’Accademia platonica salvo poi non notare che le verità degli oggetti e dei fenomeni non umani sono ben diverse cose da quelle umane. E comunque scoprendo poi che anche alcuni fatti parte del mondo quantistico e relativistico, hanno dipendenza dalla natura non universale dell’osservatore tornando in parte al detto “uomo, misura di tutte le cose”. Addirittura l’episteme del vero oggettivo che pure ha in oggetto cose e fenomeni per lo più non umani nel senso compiuto del termine, torna a Protagora di cui tutta la tradizione romana, cristiana ed oligarchica ha visto bene di perdere l’intera opera confinando per lungo tempo i “sofisti” nelle segrete della ciarlataneria, dell’alternative truth si direbbe oggi col tipico sorriso ironico di sufficienza di chi invece la “verità” la possiede. I secoli passano ma la lotta di classe sullo statuto della verità non dorme mai visto che  esso è il fondamento di ogni diseguaglianza sociale.

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Stante che Socrate parlava e non scriveva e di ciò che avrebbe detto ci sono pervenuti solo resoconti da parte di aristocratici antidemocratici (Senofonte e Platone), si può comunque ben dire che fosse un filosofo da strada, dialettico nel senso che intrecciava il discorso con interlocutori occasionali in seduta pubblica. Da questo punto di vista, si può ben dire egli fosse un sofista radicale che poteva rinunciare a gli emolumenti d’insegnante e viceversa si dedicava ad educare al discorso l’intera cittadinanza. Questa propensione popolare, fu ampiamente criticata da Platone, il quale sosteneva che non si può dialogare alla pari tra chi aveva nozioni e formazioni così diverse, pena l’incomprensione, quella stessa che sciaguratamente portò poi la città a condannare a morte il filosofo, per quanto questi pare fece di tutto per arrivare all’esecuzione forse pensando che ciò avrebbe giovato come estremo ammonimento su i pericoli dell’ignoranza non consapevole di sé stessa (il “so di non sapere”). Come sosteneva Hadot poi contagiante Foucault, quel tipo di filosofo faceva della sua propria vita la sua opera, parlava tramite l’esempio di cui lui stesso era la testimonianza. L’obiezione di Platone era per altro corretta in linea di principio, sebbene valgano due corollari: il primo è che se questo è vero, è allora un buon motivo non per rinchiudersi nei simposi tra amici prediletti come poi è diventato longevo vizio dell’intellettualità occidentale ma impegnarsi a redistribuire la conoscenza; il secondo è che in effetti Socrate non veicolava idee ma come “tafano” del corpo sociale in permanente dialogo, andava a pungere e disturbare ogni discorso mal posto, mal definito, contradditorio per aiutare il formarsi delle condizioni di possibilità stesse di un vero discorso pubblico. Che differenza allora con l’allievo che si richiudeva dietro le mura della sua esclusiva scuola in cui non si entrava se non dotati di immagine di mondo “geometrica” a discutere tra simili, scrivendo poi dei libri che passano alla storia come “dialoghi” sebbene l’autore sia colui che pone la tesi e l’antitesi al contempo. Arendt nel suo libro, ad un certo punto si inerpica per una perigliosa strada, critica avanzata giustamente dalla Caravero, che vorrebbe il dialogo interiore, parallelo a quello pubblico. Parallelo forse sì ma con una ben segnata distanza come sa chi si è sottoposto a qualsivoglia dibattito pubblico. La critica, la misinterpretazione, la lenta verifica dei rispettivi linguaggi (ognuno ha sue definizioni dei più importanti concetti), la competizione personale che esula talvolta dall’oggetto del dibattito, il peso delle immagini di mondo e delle teorie fantasma che ognuno ha implicitamente in background nella mente, tutto ciò che -inaspettatamente- esce fuori dal discorso dell’Altro, il segreto conflitto tra la quasi oggettività del razionale e l’estrema soggettività delle nostre irrinunciabili passioni giudicanti, nulla di tutto ciò ha a che vedere che i freddi dialoghi tessuti da una sola mente che si contesta solo ciò che vuole meglio spiegare e confuta solo ciò che gli vien facile da confutare non aderendo e non conoscendo l’irriducibile alterità del punto di vista dell’Altro.

Platone arriva così a teorizzare il governo del filosofo ovvero della Verità, la dovuta e necessaria tirannia dell’ordine del vero che domina la confusione delle opinioni, modello per ogni minoranza fortemente intenzionata a sottomettere la pigramente confusa ed indifferente maggioranza. In più, lancerà il libero concorso sul modello più idealistico o realistico di società che si vorrebbe, concorso a cui poi quasi tutti i filosofi politici aderiranno entusiasti offrendoci modelli di tutti i tipi, libero concorso che continua ancora oggi in cui ogni settimana troviamo in libreria il lancio di un nuovo modello di economia, modo di intendere la società politica, modo di stare al mondo con acclusa costellazione valoriale e norme per il montaggio sociale (questa parte invero poco sviluppata, di solito perché l’aspetto fantasy è più importante e “vende” di più). Come se il problema delle cose fosse pensarle e non il farle. Questa collezione di modelli è tutta interessante e falsa è la posizione di coloro che hanno pensato ci si debba liberare dalla pulsione del sogno della società, poiché è natura del pensante umano prefigurare il futuro atteso, sognato, temuto. Il problema è che una filosofia politica di base, avrebbe dovuto indagare primariamente il “come”, come portare un sistema complesso fatto di parti altamente eterogenee e sempre più disconnesse le une dalla altre ed ognuna dal tutto sociale del sistema in cui si vive in comune, a prendere la decisione, quella sì “una”. Ognuno di noi ha la sua visione del mondo, di quello che è e di quello che si vorrebbe che fosse, la filosofia politica di base dovrebbe allora aiutarci nel processo di composizione di così tanti punti di vista in una finale decisione di auto-governo, di messa in pratica di ciò che alla fine contratteremo tra noi. Di questa ragion pratica, di questa filosofia della prassi politica basilare, si sente la profonda mancanza.

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Ogni uomo ha una sua immagine del mondo ed ogni uomo è obbligato a vivere con l’altro in questo mondo, così, ogni mondo sociale ha una sua struttura di funzionamento. Questo funzionamento dovrebbe essere il primo oggetto di una filosofia politica, altrimenti il “necessario funzionamento della società” sarà dato da qualche forma di ordine dominante promosso dall’interesse di una minoranza. Questo funzionamento ha solo due possibili esiti: i Pochi su i Molti o l’auto-governo dei Molti. Gravare questa situazione di assoluta impotenza al darsi il funzionamento da sé da parte della società, con l’ennesimo modello ideale o pensare che attraverso la critica corrosiva i funzionamenti attuali cedano in favore di nuovi per altro male o per niente definiti è aggiungere confusione a illusione. Abbiamo ormai un secolo e mezzo di acuta e penetrante critica interna all’Occidente sul nostro funzionamento dominante che però rimane tale, immune ad ogni negatività ed abbiamo decine di mondi sognati dal libero esercizio dell’immaginazione politica che rimangono città celesti dell’iperuranio.  Quello che non abbiamo è un quadro chiaro di cosa si deve fare per cambiare l’assetto decisionale portandolo da una qualche versione dei Pochi alla naturale versione dei Molti, ovvero una società pienamente in grado di auto-regolarsi. La battaglia su i diversi modelli la faremo poi tra noi, quando avremo messo in opera un campo di gioco comune, prima c’è da decidere come si decide delle cose comuni. La filosofia politica che ci manca è tutta qui.

  • Hannah Arendt, Socrate, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2015

Informazioni su pierluigi fagan

64 anni, sposato con: http://artforhousewives.wordpress.com/, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore per 23 anni. Negli ultimi venti anni ritirato a "confuciana" "vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente. Il tema del blog è la complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore. Ogni tanto commenta notizie di politica internazionale su i principali media (Rai3, la7, Rai RadioTre Mondo, Radio Blackout ed altre) oltre ad esser ripubblicato su diverse testate on line. Fa parte dello staff che organizza l'annuale Festival della Complessità. Tiene regolarmente conferenze su i suoi temi di studio. Nel 2021 è uscito un suo contributo nel libro collettivo "Dopo il neoliberalismo. Indagine collettiva sul futuro" a cura di Carlo Formenti, Meltemi Editore.
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8 risposte a LA FILOSOFIA POLITICA CHE CI MANCA

  1. radek ha detto:

    Man mano che ascendiamo a società demograficamente estese l’autoregolazione dei molti diventa improbabile.
    Che dire poi della società multiculturale immaginata dalla sinistra mondializzante?
    Se ogni uomo è un essere nel mondo e se l’essere nel mondo è un incontro/dialogo con l’altro, il problema diventa il gradiente di diversità sostenibile per garantire l’incontro ed il riconoscimento.
    L’incontro dell’umano con l’umano è sufficiente per costituire una società politica? Direi impossibile perchè l’umano non è soggetto politico. Mentre l’ho è il francese o il giapponese.
    La sua battaglia per i molti è stimolante. ma può avere successo riconducendo l’umanità intera al modello umano del politicamente corretto neo liberista “vuoto”, privo di valori e di “costume” che è tuttavia all’oggi, fondato su un rapporto di dominio. Un valore, se è un “valore”, non potrà mai essere relativo. Non si può affermare in un principio che valga solo per qualcuno e non per tutti. Posso anche non imporlo agli altri, ma continuerò a ritenere che i principi altrui non siano il “vero”.
    O forse potremmo dirigerci verso un molteplice di piccole comunità autoregolate dialoganti fra loro, che in quanto tali non possono essere troppo aperte o troppo inclusive a pena di dissoluzione e quindi moderatamente intolleranti verso il diverso e l’estraneo, in attesa che qualche comunità inglobi le altre ricostituendo la grande massa demografica ed il dominio dei pochi per la maggior complessità risorgente.
    L’unica cosa politicamente possibile è la riduzione del gradiente di dominio.
    I modi stare al mondo alla fine sono pochi e sono sempre gli stessi.
    Piccole democrazie localiste ed esclusiviste, grandi imperi gerarchicamente strutturati ma universalisti (a cui è riconducibile il sistema neoliberista attuale con elite dominante anglosassone e le altre gerarchicamente subordinate) e stati nazionali differenzialisti.
    un cordiale saluto Radek

    • pierluigi fagan ha detto:

      “I modi stare al mondo alla fine sono pochi e sono sempre gli stessi.” sono molto d’accordo ed è per questo che spesso torno ai fondamentali degli antichi greci, lì ci sono i termini di base e lì si dovrebbe sciogliere le difficoltà piuttosto che distrarsi e perder tempo pensando che la chiave è in qualche cassetto che non abbiamo ancora aperto. Altresì, concordo coi tre livelli comunitario – statale – impero. L’articolo e quello verso il quale mi dirigo sempre più spesso è accantonare momentaneamente le architetture per concentrarsi su i materiali. Per materiali intendo gli uomini e le donne singolarmente intesi, coloro che dovrebbero costruire non solo gli ambiti ma anche le loro interrelazioni. Prendo da una discussione avuta su facebook: “la democrazia si basa su un presupposto essenziale che viene prima delle sue forme operative; essere informati, avere conoscenza, sapersi esprimere in pubblico dibattito, vedere l’interesse generale, saper correggere le nostre errate convinzioni e rivedere le decisioni che hanno avuto esiti negativi. Tutto ciò, è l’investimento che manca. il giorno che faremo un partito o movimento che non si interessa del potere ma del “popolo che fa scuola al popolo” (imparando al contempo dal popolo stesso), allora avremo speranza. Questo presuppone una riforma della cultura, del linguaggio, della logica, degli intellettuali, del tempo disponibile per esercitare la virtù politica e di cittadinanza, il senso di amicizia (quello che manca in molte discussioni ) e molto altro, credo …”. Diciamo che ho fede (cauta) nel principio di autorganizzazione ma, di nuovo, a volte eccediamo nel concentrarsi sulle strutture o le dinamiche piuttosto che su il tipo e la natura dell’elemento base. Voglio dire, che il vivente sia un fenomeno a base di carbonio non è indifferente. Il carbonio è la base della chimica organica e lo è al punto da dar vita a più di 10 milioni di diversi tipi di composti. Questa sua forte propensione a combinarsi deriva dal suo numero atomico 6 che significa che tolti i due della prima orbita, ne rimangono quattro, esattamente la metà di ciò che serve per legarsi in un ottetto stabile che è legge dell’interrelazione atomica. Ho fatto l’esempio per dire che non è indifferente se l’elemento di base è di numero atomico “x” piuttosto che “y”, la sua caratteristica costitutiva è essenziale. Ora tornando a noi, l’individuo “democratico” non esiste in natura se non potenzialmente, va preparato o auto-preparato. Io penso che l’optimum sarebbero sistemi aperti-chiusi come le cellule, ovviamente chiusi altrimenti non sono “cose” (non hanno perimetro), ovviamente aperti altrimenti non c’è scambio di informazione-nutrimento-energia di cui ogni cosa ha bisogno per essere. Le cellule, seguendo cautamente la matafora, fanno organi e gli organi organismi. La cautela con cui prender la metafora è data dal fatto che la singola cellula non è un individuo autocosciente. Su cosa chiudersi e su cosa aprirsi lo lascerei decidere all’auto-determinazione della cellula. La cellula è fatta di atomi – individui (non l’atomo neoliberale che è una metafora per altro sbagliata in quanto atomi solitari, in natura, sono molto rari, solo i gas “nobili” lo sono) che si legano a far molecole a geometrie variabili in quanto propensi ai legami di vario tipo. Con gli atomi non autocoscienti (carbonio) è più facile, con quelli autocoscienti (individui umani) più complesso ma il numero atomico 6, per gli individui umani, significa essere dotati di tempo, informazione, conoscenza, capacità di interrelarsi (quindi prossimità relativa) per contrattare e giungere ad una decisione comune. Mi scusi la scarsa chiarezza del ragionamento, ci torneremo su tanto è lo schema che coltivo da tempo per cui si ripresenterà. Intanto, grazie del commento fatto e di quelli che vorrà continuare a fare per chiarirci reciprocamente le idee.

      (Un valore non è relativo per me o per lei ma già il fatto noi si coltivi due definizioni di un valore assoluto, rende il valore relativo -a me o a lei-. Per renderlo comune, c’è solo la contrattazione, un valore di forma terza rispetto ai due d’origine. Questo è quello che facciamo tutti in qualsiasi relazione umana, affettiva, contrattuale, amicale, professionale, prendiamo atto. Partiamo ognuno col nostro vero e giungiamo alla fine ad un vero comune contrattato. Che sia allora il modo di costruire la nostra cellula politica, avere modelli, discuterli, convincere tutti gli altri che il nostro è il migliore rendendosi però disponibili a convincerci che forse è migliore l’altro, contrattarli quindi, metterli in atto, verificarne la funzionalità, rivedere i risultati che non ci soddisfano. Il vero in sé come la cosa in sé, per noi tutti, è inconoscibile, ammesso esista.)

      • Christian Lovato ha detto:

        Molto interessante il discorso del carbonio, è una bella metafora. Sarebbe interessante per me capire bene il concetto per vedere se può essere usato per identificare forme di vita non biologiche (memi/campi elettromagnetici).
        Invece riguardo alla democrazia come “luogo della discussione”, non sono tanto convinto che sia giusto/completo. Potremmo volere che la democrazia sia il “luogo dell’espressione dell’intelligenza” (uso termini generali perché non ho un background filosofico). Partendo dall’intelligenza potremmo dire che la psicologia moderna ha riconosciuto nell’uomo (negli uomini) almeno nove tipi di intelligenze*. Oltre a quella linguistica c’è quella logico/matematica, spaziale, sociale, introspettiva, cinestetica e musicale, naturalistica e filosofico/esistenziale. Richiedere che la dotazione di intelligenza linguistica sia la condicio sine qua non per accedere alla democrazia diretta mi sembra costruisca un “tappo” all’intelligenza della democrazia stessa… Io credo che bisognerebbe valutare la possibilità di intercettare nella democrazia anche gli altri tipi di intelligenza, in modo che tutti possano partecipare (anche quelli meno dotati verbalmente) e dare valore/intelligenza al complesso sociale.
        Dopotutto, se guardiamo al funzionamento del nostro essere umano, possiamo osservare che non agiamo sempre in conseguenza a “discorsi” che ci facciamo, molto più spesso agiamo d’impulso, senza riflettere troppo, mentre altre riflettiamo molto, ma anche senza parole, per immagini**. Dal punto di vista appena esposto potremmo pensare che lo “stupido” eccesso di burocrazia statale possa essere causato proprio dall’eccesso di “verbosità” che avviene nel cuore della nostra democrazia.

        * https://it.wikipedia.org/wiki/Howard_Gardner#Teorie_delle_intelligenze_multiple
        ** e tutto questo corrisponde ai diversi sottosistemi mentali che attiviamo.

      • pierluigi fagan ha detto:

        Conosco il lavoro di Gardner. Le intelligenze sono innate o apprese? Diciamo che in parte l’uno ed in parte l’altro? Bene, a parte che i matematici a logica vanno forte ed i sociali a linguaggio altrettanto, mentre i filosofico-esistenziali sarà meglio frenarli piuttosto che incentivarli, a parte le battute, tutto si può acquisire. Prendiamo poi le cose con buonsenso, non è necessario che tutti siano oratori o chirurghi dell’inferenza ma che ci sia attitudine ad esprimersi nella comunità civile, cosa che già per altro facciamo tutti spontaneamente. Già con la scolarità degli ultimi decenni, si può dire che un certo livello diffuso e bruto di ignoranza è stato migliorato, si può fare di più? Ma più di tutto, è importante la centralità dell’informazione e della conoscenza, pratiche non a caso che le élite si riservano come esclusiva. Infine, sapere delle cose su cui si deve decidere assieme, dovrebbe forse essere il primo lavoro che si richiede ad ogni associato. Se ognuno di noi è socio, allora all’assemblea dei soci tutti votano, magari appoggiano la tesi di un altro, ma hanno un’opinione informata ed è loro diritto e dovere esprimerla anche attraverso una delega consapevole. Insomma, il punto è vogliamo una comunità economica o militare o religiosa o politica? Io voto per l’ultima ed una comunità politica dovrebbe, a mio avviso, auto-regolarsi attraverso la convenzione (il contratto sociale) per la quale dell’impresa in cui viviamo e da cui dipendiamo, dobbiamo occuparci tutti, ognuno a modo proprio certo. Mi creda, ai miei tempi, quando ero giovane, questa era la convenzione della vita da studente di liceo e quanta cultura ed abilità d’analisi e discorsive ha dato a me ma anche a tanti altri. Oggi se un diciottenne chiama i compagni di classe ad un dibattito su migranti e globalizzazione, si trova da solo. Quale convenzione darsi ha molta importanza.

      • pierluigi fagan ha detto:

        Quanto alla altre forme di vita basate su campi o memi, non so. “Forme di vita” è un concetto che deriviamo dal biologico, se non siamo nel biologico temo dovremmo inaugurare un altro concetto e poi vedere le assonanze ed eventuali dissonanze tra i due. A mio avviso, sembra che la regola dell’interrelazione tra entità, a formare sistemi e sistemi di sistemi in scale di complessità, sia abbastanza diffusa ma ricordiamoci che il raggio della nostra conoscenza empirica di quello che c’è lì fuori, credo sia ancora molto limitato. Possiamo sfidare questo non-ancora-conosciuto con le nostre prefigurazioni che inevitabilmente non possono che ricorrere a forme del ciò che già conosciamo, ad analogie. Ma potremmo anche avere delle sorprese, delle forme, oggi, semplicemente im-pensabili.

  2. Christian Lovato ha detto:

    Riguardo alla concettualizzazione della natura umana, possiamo dire poeticamente che l’altro è portatore di un mistero, di una meraviglia, inaccessibile anche alla mente umana più evoluta (ad esempio Platone), e quindi l’organizzazione politica dovrà essere concepita a priori in modo da non sopprimere questa meraviglia… dovrà essere un’organizzazione non coercitiva, non violenta, ma che esalti l’individualità propria degli individui che ne partecipano. Dovrà essere concepita come un servizio piuttosto che come un sistema di controllo.

  3. Fortunato Reale ha detto:

    Ho l’impressione che si entri in un cerchio senza uscita. Gli “UNI” non sono in grado, da soli, di fare molto. I “Pochi” dubito che accettino di sacrificarsi per i molti ed i ” Molti” avranno enormi difficoltà a conoscersi. Almeno che non facciamo entrare in campo la fantascienza ed ipotizziamo una super guida (AI del futuro) che ci indirizzi, con il dubbio che poi ne prenda il controllo. Sono questi i discorsi che si ripetono senza fine e senza che si arrivi ad un fine.

    • pierluigi fagan ha detto:

      Il fine a cui si vorrebbe arrivare necessita di una intenzione e di una strategia. Sull’intenzione qualcosa c’è ma non molto, sopratutto non c’è una chiara intenzione verso un modello di auto-gestione della funzione politica. Nei fatti, quello che si è accettato nel secolo scorso, è comunque un modello di avanguardie che dovrebbero rappresentare e trascinare i Molti, una riedizione -per quanto a fin di bene- del modello elitista. Le strategie hanno conseguito questa confusa intenzione. Quello che qui si propone e spinge è un ritorno alla riflessione sulla democrazia. Quanta energia, fisica ed intellettuale, dedichiamo a questa forma politica? Se una precondizione per lo sviluppo di reti democratiche è che le persone abbiano il tempo materiale (orario) per questa attività, potremmo sfruttare la mancanza di lavoro e l’erosione della sua stessa necessità per via della incipiente e diffusa sostituzione uomo-macchina? Visto che ci serve tempo da investire in lavoro culturale e politico, potremmo darci una indicazione su una battaglia comune sulla riduzione controllata e generalizzata del tempo di lavoro a parità di potere d’acquisto e sua redistribuzione? Non so, forse è una minima opzione ma almeno lo è più che continuare a scrivere articoli che “chiedono più lavoro” o accettano con fatalità critica (la critica è l’unica attività politica che sembra poter catalizzare le nostre scarse energie) l’aumento delle diseguaglianze o promettono improbabili ritorni di keynesismo dalla belle speranze. Ma il discorso è ben più ampio, ovviamente. Attiene anche al ruolo degli intellettuali, la revisione della dottrina madre del cambiamento sociale, il ruolo del marxismo come unica o principale forma di pensiero antropo-socio-politico alternativo, la cura del linguaggio con cui ci scambiamo idee e riflessioni, l’attacco alla dissennata divisione e sempre più particellare specializzazione dei saperi (non tanto a questa in quanto tale ma alla sua vigenza come “unica” forma accettata di sapere, il che significa anche di forma delle menti interpretanti, di insegnamento, di produzione di analisi e libri etc.), la revisione della credenza meccanica sul fatto che cambiando (chissà poi come) la struttura produttiva ecco magicamente cambiare anche le sovrastrutture (magari rileggere Gramsci non farebbe male?), la dimensione municipale necessaria alla sovranità democratica (quanto cambia questa eventuale considerazione nel dibattito su mondialismo – stato/nazionalismo?), una epistemologia della Verità che distingua tra verità scientifiche (sempre comunque provvisorie ma sopratutto possibili per oggetti o fenomeni in cui non gioca ruolo la coscienza umana) e verità sociali e molto, molto altro. I discorsi sono lunghi e complessi ed io, come Lei, come il Marx dell’XI tesi, condivido che debbano avere un fine, un fine trasformativo pratico. L’articolo in oggetto è solo una piccola parte di un più ampio discorso che in questo blog si porta avanti da tempo ma senz’altro, ad oggi, siamo ancora solo alle premesse. Col tempo, prenderanno corpo anche i capitoli successivi, chiarite le intenzioni, si potrà sviluppare una strategia e da una strategia poi meglio definita assieme, sorgeranno di conseguenza le azioni, il “che fare?”. Rifletto su questo tema da anni, posso sbagliarmi o esser preda di abbagli, ma credo che che non ci sia tema di cui più diamo per scontata la sostanza quando invece la sostanza ci sfugge sistematicamente. Noi, non siamo mai davvero stati “democratici”, neanche nelle intenzioni teoriche (tolti pochissimi), figuriamoci in quelle pratiche.

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