L’ HOMO DEUS di Y.N. HARARI.

Questo è un semplice sunto del libro di Yuval Noah Harari, Homo Deus, Breve storia del futuro, Bompiani, Milano, 2017. Data l’estensione del testo ed il numero di questioni trattate dall’Autore, non è stato possibile ridurlo ed accompagnarlo con un adeguato giudizio critico.

Questa ultima fatica dell’israeliano, segue la precedente “Sapiens. Da animali a dei” (Bompiani, 2014), parte dalla tesi che la condizione umana antica era segnata da tre minacce al nostro doppio imperativo ontologico del vivere il più a lungo ed al meglio possibile. Carestie, pestilenze e guerre da una parte hanno continuamente potato la crescita umana sul pianeta, dall’altra hanno accompagnato certi tipi di ordine sociale riflessi poi in certi assetti delle credenze condivise. Oggi si muore più per obesità che per malnutrizione, la medicina ha debellato la grande parte delle minacce ed assieme ai nuovi standard nutritivi e d’igiene, si stanno allungando a vista d’occhio gli indici di vita media. Sebbene rimangano per molti uno scandalo inaccettabile, le guerre sono in numero ben minore del passato e il carico di morti, sempre più contenuto. Secondo Harari quindi, termina una lunga fase storica di minorità e soggezione prima alla Natura, poi a Dio e s’inizia un nuovo programma che lo storico individua nella nuova trinità programmatica: 1) ricerca dell’immortalità (o a-mortalità); 2) ricerca della felicità; 3) raggiungimento dello status divino (o semidivino). Da cui la traiettoria: da Homo sapiens a Homo Deus.

Poiché le angosce del dopovita sono state il primo motore che ha dato centralità a grande parte delle credenze religiose, nel nuovo programma, queste sono destinate a diventare sempre più marginali. L’alleanza funzionale tra scienziati ed investimenti del mercato, sta sempre più sfidando l’ineluttabilità della morte. Quanto alla felicità il discorso è più difficile dato lo sfuggente statuto del concetto. Il tasso di suicidi nel mondo sviluppato è ben più alto di quello delle società tradizionali ma l’allargamento della base materiale della vita nei grandi numeri delle popolazioni oggi asiatiche ma domani africane, è comunque un passo in avanti. Nelle società avanzate, alcune ricerche indicano che il livello di soddisfazione esistenziale di oggi è pari a quello di sessanta anni fa e quindi si sta diventando insensibili al costante aumento di vita materiale tanto da riversare la ricerca della felicità più sull’automanipolazione chimica, non certo per “libera” scelta ma perché questo è lo sfogo obbligato di un sistema che vive del risolvere problemi creandone di nuovi che poi risolverà creandone di nuovi, stante che ad ogni passaggio cresce il Pil. Ormai è chiaro a tutti che la felicità del Pil non è direttamente correlata alla felicità umana ma il paradigma di felicità di origine utilitarisitica, fino a che rimarrà a governo delle nostre credenze condivise, questo postula. Di questo paradigma beneficia la stabilità politica, l’ordine sociale, la crescita economica, quindi le auto-manipolazioni psicotrope hanno un grande futuro davanti a sé. Ecco quindi che le biotecnologie, l’ingegneria biomedica e l’ingegnerizzazione dell’inorganico, diventeranno -secondo lo storico israeliano- il programma della nostra deificazione. Magari questi programmi non sono ancora del tutto completamente a portata di mano e non è neanche chiaro se hanno una terminazione, una fine. Per società ordinate dalla crescita infinita, programmi infiniti sono l’ideale.

Harari è convinto che si possa sfruttare quello che lui chiama il “paradosso della conoscenza”. Sapendo cosa ci sembra avverrà, si può accettare o deviare la traiettoria prevista. Il libro diventa così una seduta di autocoscienza per la parte di mondo che abita i quartieri alti del mondo-paese, nella quale si cerca di riflettere sul dove stiamo andando, per indagare su i vari futuri alternativi, quelli più probabili ma non necessariamente auspicabili e quelli meno probabili ma forse più desiderabili. Se Dio aveva progetto e potenza di attuarlo, noi certo stiamo acquisendo forse pari potenza ma sull’idea, sul progetto, c’è forse molta meno chiarezza e soprattutto condivisione. L’umanità in via di divinizzazione non è un individuo, non è un mono-deo è più simile all’ assemblea condominiale dell’Olimpo, quindi, tocca discutere il progetto, le regole, i ruoli. Harari imputa questa forma di immagine di mondo (e di uomo) che punta alla nostra deificazione, al dominio di quello che lui chiama “umanesimo”, a dir suo il paradigma di credenza dominante gli ultimi trecento anni. Forse “umanismo” nel senso di sostituzione del soggetto divino con quello umano al centro di una credenza simil-religiosa, è più esatto di “umanesimo” ma vediamo come l’Autore svolge le sue argomentazioni.

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Il 90% di biomassa del totale dei grandi animali sulla Terra, oggi è fatto da umani o da animali addomesticati. Gli umani stanno violando sistematicamente i confini e l’indipendenza delle varie nicchie ecologiche, la nostra antica sudditanza alla natura è stata sostituita da una netta inversione gerarchica. Harari è vegano, quindi spende parecchie pagine a renderci consapevoli del nostro subdolo tentativo di deificarci allontanandoci dalla comune condizione animale e di contro, ridurre gli animali ad algoritmi calcolanti privi di sentimento e coscienza. Su questa necessaria distanza e costruita differenze di genere si basa il nostro imperialismo umano, non diversamente da ogni altra passata cosificazione delle altre razze ai tempi del colonialismo. L’algoritmismo è oggi il perno della metafora dominante, quella che legge il Tutto come informazione e calcolo, così come un secolo fa leggeva tutto come macchine a vapore e prima come ruote dentate ed ingranaggi di orologi e mulini. La rottura dell’egualitarismo delle creature nel quale viveva il cacciatore raccoglitore a sua volta socialmente egalitario, ha portato al monoteismo agricolo socialmente gerarchico, ora basta sostituire il dio con l’uomo ed il programma di emancipazione attraverso il dominio, potenziato dall’abbandono del religioso in favore dello scientifico spalleggiato dall’economico, può aprirsi ad una nuova fase.

L’immagine di mondo scientifica, la stessa Teoria di Darwin, ha escluso l’esistenza dell’anima e quindi l’intera narrazione a promessa dell’eternità immateriale non ha più senso, l’eternità deve esser materiale, il futuro deve rendersi presente. L’anima era un tutt’uno indivisibile quindi o era tutta bene o tutta male, l’uomo composto di parti biologiche e psichiche invece è fatto -appunto- di parti, quindi può essere soggetto del cambiamento, promozione, miglioramento evolutivo, progresso, auto-costruzione. Del progetto fa parte anche il vasto movimento di pensiero soprattutto americano che, seguendo i dettami comportamentisti, tende ad eliminare sia il concetto di mente, sia quello di coscienza in favore di una oggettività che legge solo procedure calcolanti. Harari va a sorvolo su tutti quei contrastati territori che presentano i nodi della contemporanea conoscenza riguardo la Teoria della mente, il “problema delle altre menti”, soggettività ed oggettività, Test di Turing, possibile autocoscienza della macchine, la stessa indeterminazione del concetto di intelligenza che si vuole riprodurre in maniera artificiale ma senza che ve ne sia una accettata conoscenza condivisa del suo essere in partenza “naturale”. Di contro, si nega coscienza a gli animali o almeno autocoscienza senza che -anche qua- si sia certi noi stessi del significato del termine e della stessa condivisione di questo stato con i consimili.

Per Harari, con tesi derivata dal suo precedente lavoro , l’umano è contraddistinto da una sola precisa cosa: l’umana è l’unica specie al mondo in grado di cooperare in modo flessibile su larga scala immaginando un mondo da realizzare. Ogni gerarchia è basata sulla capacità di cooperare entro una limitata élite che s’impiega costantemente a far di tutto affinché non si impari a cooperare nello strato sociale che questa élite domina. L’uomo non è il freddo elaboratore di calcolo postulato dalla Teoria dei giochi ma un caldo mammifero emotivo e sensibile che ha sviluppato anche una certa forma di razionalità. Ogni forma di cooperazione si basa su “ordini costituiti immaginari”, altri la chiamano immagine di mondo, credenza condivisa, come nello schema leibniziano delle monadi, queste si coordinano non interrelandosi direttamente ma perché fanno tutte capo ad una comune e sincronizzante visione del mondo. E’ questa la sede dello sfuggente concetto di verità necessario ad ordinare esseri senzienti e comunicanti linguisticamente, non la sua sede oggettiva pretesa dai profeti dell’assoluto, non la sua sede soggettiva pretesa dai profeti del relativismo, ma la sua naturale sede intersoggettiva di quello che potremmo chiamare relazionalismo. Queste reti di significati condivisi, dominano certi periodi storici ed in quello successivo, le loro verità lampanti diventano semplicemente incomprensibili poiché lette attraverso una nuova rete di significati condivisi. Con questa lode dell’ideologia, del significato e dell’intersoggettività che nel pensiero di Harari va a sostituire l’antropologia dell’homo faber, oeconomicus, calculatores, si passa alla successiva analisi delle sue strutture.

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Questi ordini costitutivi immaginari, ovviamente generano una loro burocrazia gestionale ed una propria élite e questa società maggiore (“maggiore” in termini di potere sociale, quantitativamente è minore) è quella che amministra l’ordine sociale. La scrittura aumentò di molto la capacità di strutturazione e complessificazione sociale ma al punto che nessuno poteva più avere una visione completa del Tutto. Inizialmente giocò una vasta interdizione alla comprensione ed uso della scrittura, poi si distribuì la facoltà ma quando ormai la complessità sociale rendeva non pericolosa la distribuzione della stessa. Il corpo sociale, si sottomette così ad un gigantesco ed impersonale algoritmo che da una parte è sufficientemente realista per far funzionare -più o meno- la società, dall’altra rimane pur sempre legato a qualche ordine immaginario per legare a sé l’immaginazione umana. La fantasia ordina la realtà come quando nei film americani si giura sulla Bibbia, si giura di dire la verità toccando con mano un concentrato di fantasticherie. L’importante è che funzioni, dove il “funziona!” è la capacità di coordinare l’agire collettivo ed i suoi ordini. Le religioni sono state le strutture narrativo – fantastiche più potenti e motivanti della storia e, secondo Harari, esse contengono sempre tre dispositivi: 1) giudizi etici; 2) asserzioni fattuali; 3) un miscuglio dei primi due al fine di dare orientamenti fattuali, un dover essere. La religione si interessa quindi principalmente da dare ordine mentre la scienza che molti hanno ritenuto -erroneamente- fosse in contraddizione competitiva con la religione, si interessa soprattutto di potere, di dominio sulla realtà concreta. Harari pensa che l’umanismo moderno, sia un patto basato sulla divisione del lavoro e la cooperazione tra i due ordini, religioso o ideologico e scientifico.

Lo storico israeliano giunge quindi ad individuare quello che -secondo lui- è il patto della modernità: gli esseri umani hanno accettato di rinunciare al significato in cambio del potere, una incessante e progressiva ricerca di ulteriori poteri in un universo svuotato di senso. Tale potere, è a sua volta mosso dal binomio del potere scientifico e la crescita economica, l’anima del “progresso” che, per natura del binomio, deve essere infinito. La “crescita” è una promessa di futuro che deposita benessere nel presente, l’inveramento della promessa è delegata ai progressi della tecnica e della scienza. Crescita è promessa di maggiore felicità, di emancipazione per i popoli che solo di recente si sono resi autonomi e votati al mercato, anche solo per mantenere il nostro attuale livello di vita materiale occorre crescere. Ormai, non c’è più alcun paese del mondo che non giochi a questo promettente gioco e questo gioco lascia ai margini come danni collaterali la compromissione ambientale, l’equilibrio sociale, i valori tradizionali, l’etica ed appunto, il senso. Complessivamente, è questa la nuova credenza condivisa che però non si sarebbe affermata senza un puntello ideologico, una sorta di nuovo credo che ha radicalmente cambiato la natura stessa della credenza sostituendo natura e dei con l’uomo in quanto tale. L’ “umanismo” è ciò che rimane dopo la “morte di Dio”.

Nell’umanismo di Harari, il valore supremo di conoscenza è dato dalla formula: ESPERIENZA X SENSIBILITA’. I due stati si coimplicano e così per fare esperienza bisogna attivare le nostre sensibilità che a sua volta, si raffina solo in base a traiettorie di esperienza. Questo paradigma, è condiviso ma meno condivisa è l’idea di come farlo esprimere. Si sono così venuti a creare tre interpretazioni: quella liberale, quella socialista, quella evoluzionista. La prima -diciamo così-, di centro e fondata su uno strenuo individualismo, la seconda di sinistra e fondata sulla relativizzazione dell’individuo rispetto alla società, la terza di destra e fondata anch’essa su un individualismo ma molto conflittuale di modo che la selezione naturale dei migliori faccia avanzare ulteriormente l’umanità. Seguono alcune considerazioni assai eterogenee e francamente assai leggerine di analisi delle fondazioni teoriche di queste tre supposte interpretazioni, nonché una ricostruzione a volo d’uccello (l’uccello Harari vola molto alto e molto veloce nella sua narrazione e quando va in picchiata per articolare -come si conviene in ogni best seller- la narrazione in esempi, la sue scelte sono sempre letterariamente succose ma metodologicamente opinabili) dell’intero secolo che va dal 1914 al 2014. Il secolo lungo e breve secondo i diversi autori, un classico per ogni interprete della storia, ha visto nella prima metà, un liberalismo che ha preso pugni e schiaffi tanto da destra che da sinistra ma, nella seconda parte, dopo aver a lungo sofferto e temuto financo di soccombere, ha trionfato sbaragliando tutti. Si arriva così alla constatazione che “Nel 2016 non esiste una seria alternativa al pacchetto di individualismo, diritti umani, democrazia e libero mercato” (p.407) sebbene –aggiunge l’Autore con una punta di veleno – “trovare falle nel pacchetto liberale” sia l’attività preferita di accademici ed attivisti i quali, per altro, si guardano bene dall’avventurarsi nella ricerca di qualcosa di meglio. Né la Cina che è in un limbo ideologico travestito da un pseudo comunismo confuciano, né il nazionalismo induista, né l’Islam che nel radicalismo ha solo una forma di dialettica interna segno per altro di impotenza e disadattamento al destino moderno, sono reali alternative. Quanto ai socialisti, secondo Harari, se Marx tornasse in vita, consiglierebbe i suoi adepti di leggere di meno il Capitale e studiare di più Internet ed il genoma umano. Tutto bene quindi, “fine della storia” reloaded? No, ci sono delle prospettive che sembrano minare proprio dall’interno il programma umanista – liberale e questo è il tema della sezione finale del lungo viaggio.

Le questioni che s’affacciano in prospettiva allo sviluppo del programma umanista privo di competitor esterni ma non privo di virus interni è compendiato da quattro domande: 1) Cosa accadrà al mercato del lavoro al pieno sviluppo del programma di automazione – infomatizzazione?; 2)  Cosa ne sarà dalla vasta classe degli inutili?; 3) Cosa ne sarà delle relazioni e dell’intero ordine sociale quando gli ottanta anni saranno i nuovi cinquanta; 4) Cosa succederà quando la superclasse di chi può, potrà progettare il proprio corpo, i propri figli, le proprie esclusive abilità di potenza che porteranno il loro dominio su un inedito piano biologico e non solo ideologico?

Secondo Harari, la moderna indagine interna alla mente, sta sgretolando il perno del programma liberale, noi non siamo uni-individui e non siamo dotati di ciò che chiamiamo “libero arbitrio”. L’arbitrio è la finale di una complessa equazione fatta di processi deterministici ed altamente casuali che si presentano come finale desiderio di far qualcosa che per noi funziona come un ordine. Siamo consapevoli solo della parte finale del processo, il voler far qualcosa ma questo “volere” è determinato, non ha alcuna spontaneità primigenia. Altresì, altri esprimenti, hanno reso evidente che la nostra bilateralità cognitiva ospita almeno due sé, quello esperienziale e sensitivo e quello narrativo. Alla fine noi riteniamo il nostro vero sé solo quello narrativo ma questo si limita a cucire assieme le varie contraddittorie pulsioni di quello sensitivo. Inoltre, è quello che ci obbliga a seguire la coerenza della nostra immagine di mondo anche quando questa ci ha portato a compiere molte azioni dannose, senza senso, fallaci.  Infine, tende a difendere la vigenza di una certa immagine di mondo anche quando questa colleziona serie sempre più fitte di falsificazioni e problematicità. Tentativi ne facciamo tanti, errori anche di più ma la supposta capacità di imparare da questi è avversata dalla strenua difesa della nostra coerenza interna anche quando questa si è dimostrata ampiamente incoerente con la realtà là fuori. Queste attuali convinzioni della ricerca scientifica sulla mente, stanno anche depositando uno strato di inquietanti conoscenze specifiche su come sradicare i ricordi malevoli, come sentirsi gratificati anche a fare cose non gratificanti, come tacitare l’assemblea condominiale che siamo per concentrarci inumanamente su un compito, come tacitare le emozioni per condurre al fine compiti sovrumani. Tutte conoscenze che soprattutto gli apparati militari e poi i tecnici del neuro marketing, stanno avidamente collezionando per farci essere “più efficienti” con gioia e tripudio del business sanitario – farmaceutico e del casinò finanziario che sulla loro crescita, scommette.

I progressi dell’AI + biotecnologie renderanno superflui molti esseri umani, sia nell’economia, sia come componenti di quegli eserciti nazionali che assieme a gli eserciti della produzione, hanno fatto da base per il moderno liberalismo dello stato nazionale. Harari teme l’AI non necessariamente forte come descritta o predetta in molte distopie (ad esempio autocosciente ed intenzionale) ma anche quella debole, una superintelligenza velocemente calcolante su immense basi dati a cui progressivamente delegheremo di buon grado molte funzioni oggi tipicamente “umane”. Molti già oggi, gli algoritmi in uso e sostituzione delle umane abilità fisiche ma già al lavoro anche quelli di sostituzione cognitiva che auto apprendono. Questo mondo superiore, un mondo che si verrebbe a formare sinuosamente e con la stessa collaborazione degli inferiori, sarebbe nelle mani di un élite potenziata biologicamente, una élite che domina su un oceano di nullità confinate in qualche micro mondo di eterna auto-stimolazione psichica, dediti come topi da laboratorio a premere compulsivamente qualche levetta per l’auto-gratificazione chimica. Una vasta “classe inutile” senza più alcun valore economico, politico e financo artistico a giudicare dalle performance di alcuni recenti software che scrivono ottime sinfonie ed haiku. Oltre ai canali sociali, al divertimento ed intrattenimento, è la promessa di curarci e proteggerci meglio di quanto noi stessi potremmo fare da soli, la prossima ondata di seduzione.

Devolvere il controllo su praticamente tutti i nostri bio-dati, inclusa la mappatura genetica, allacciati in rete, pieni di nano robot e piccole stazioni di controllo info-elettroniche negli organi principali, in cambio della promessa di salute e vita allungata, questo il programma che vede Harari. La dis-connessione come anticamente era l’ostracismo, è la minaccia terrificante che normalizzerà ogni obiezione e riserva. Naturalmente, la superclasse avrebbe sempre aggiornate le ultime versioni mentre la classe inutile sarebbe attaccata alla coda lunga che porta inevitabilmente ogni tecnologia premium a diventare obsoleta e quindi di massa. L’aspetto meno avvertito, secondo l’israeliano, è proprio la seduzione intrappolante (una ennesima versione delle “servitù volontaria” à la Boétie?), così come ci stupiamo che i selvaggi africani cedettero i diritti sulle loro terre ai tempi del colonialismo per “specchietti e collanine”, già oggi tutti noi cediamo la ricchezza dei nostri profili psicografici più intimi mettendo like e postando stati d’animo in cambio del servizio gratuito di mail ed un diluvio di deliziosi gattini. I tanti test gratuiti di Internet  su nostri gusti e preferenze sono la risposta al delfico ed enigmatico “conosci te stesso!” mentre qualcuno accumula i nostri profili nelle banche dati. Il liberalismo fondato sul valore supremo della libertà degli individui, almeno sul piano dei diritti umani, uguali, lascerà il posto ad una gerarchia che non prevede alcun possibile ascensore, gerarchia nella quale una massa di inutili ed indistinti soggiace ad una élite di superuomini e superdonne ormai collocati in un loro Olimpo privato, quel Giardino delle Delizie in cui sono già collocati quei sessantadue miliardari che detengono una ricchezza pari a 3,6 miliardi di già inutili. E chissà se a quel punto, verificata la loro sostanziale ed effettiva inutilità, non si deciderà di revocar loro anche quei tenui fili che ancora li tengono attaccati al treno dell’umanità, una qualche forma di potatura demografica sarebbe opportuna per via dei limiti planetari, stante che la colonizzazione degli altri mondi è immaginata ma ancora lungi dall’essere effettivamente perseguibile.

Harari giunge così alla fine, l’analisi di una nuova credenza condivisa che guidi il nostro modo di stare al mondo, una sorta di neo-religione intesa nel senso di ideologia strutturata fornitrice di senso. La prima versione sarebbe una sorta di tecno-umanismo, un programma di potenziamento dell’umano a base bio-info-tecnica. Il programma sarebbe una promessa di ancora maggior potere ma per farci cosa non è dato sapere. Sulla seconda invece, ha idee ben più chiare e ben critiche: il datismo. Il datismo, la creazione di una rete sempre più vasta, iperconnessa e portante, potrebbe essere la ragion per cui si creda alle tre promesse iniziali: vite sane sempre più lunghe che aspirano all’a-mortalità, felicità pret-à-porter, deificazione progressiva sotto forma di quasi onnipotenza. La forma concreta del datismo è l’Internet-di-tutte-le-cose, una ontologia dell’iperconnessione, il suo presupposto paradigmatico è il nuovo dogma scientifico per il quale il senso della vita è prendere decisioni e gli algoritmi che accedono alla totalità dei dati, possono prendere queste decisioni molto meglio di qualunque altra entità, inclusi noi stessi avvolti in diversi veli d’ignoranza. Al pari della concezione olista della rete della vita, del mercato come rete delle transazioni, dell’ecologia come autorganizzazione del biota, il datismo pensa ad una rete in cui viaggiano quanti più dati possibili ed algoritmi che li prelevano per fornire decisioni, una seconda natura infomazionale. Il modello è sempre quello distribuito che ha mostrato di funzionare incomparabilmente meglio di quello centralizzato, che poi questo impersonale distributismo abbia i suoi centri, nodi, punti di accumulo e potere, la metafora non lo ricorda. L’illusionismo di questa abusata metafora, dice che il potere non c’è più, è distribuito, è impersonale, si è sciolto e frantumato annullando il suo stesso concetto. Harari come molti altri lettori della Rivoluzione informazionale, cita sempre Google o Facebook o Amazon ed Apple ma non sembra che citare questi agenti intenzionali con tanto di consiglio di amministrazione e proprietà del pacchetto azionario di controllo, gli dia l’idea che quello sia un grumo di potere. La Borsa è una rete che determina il valore istantaneo, che ci sia Blackrock o Goldman Sachs è solo fatto collaterale.

La visione informazionale della Grande Storia umana ha visto l’aumento quantitativo delle entità che processano informazione, poi l’esplosione varietale di queste entità, la loro differenziazione, poi l’aumento delle interconnessioni tra queste entità varietali, infine la totale libertà di flusso all’interno di questa rete. Le entità possono essere chip o umani o altre entità biologiche ridotte a chip in quanto processori di informazioni. Poiché la coscienza umana è un fatto soggettivo non esperibile scientificamente, l’uomo può essere ridotto ad algoritmo e quindi ecco che la Mecca degli algoritmi che è la rete, prende il posto di ogni altro regolamento sociale o politico, rimanendo per altro in totale sintonia con quello economico. Pur cautelandosi con l’eccezione della non linearità che impedirebbe di principio il fare previsioni, viepiù a lungo termine, Harari dà a questo programma il probabile monopolio per il prossimo secolo. Tutto sommato egli stesso umanista e liberale, Harari ha voluto usare quello che lui chiama il paradosso della conoscenza per dirci: così sembra vadano le cose, vi piace? Se sì abbandonatevi e gioite, se no, allora tocca pensarci più approfonditamente prima di consegnarci a questo enigmatico futuro.

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Harari ha quaranta anni, vive in Israele in un moshav (istituzione originariamente inventata da sionisti socialisti, meno estrema quanto a sperimentazione sociale dei kibbutz), insegna World History all’Università ebraica di Gerusalemme, è vegano. Autore del best seller mondiale “Breve storia dell’umanità” (tradotto in 30 lingue), questo Homo Deus, uscito nel 2016, ha già avuto già 10 diverse traduzioni incluso il turco ed il coreano. Harari è un seguace di S.N. Goenka, maestro di meditazione buddhista Vipassana. E’ omosessuale e si definisce moderatamente tecnofobo. Del tutto estraneo alla cerchia della critica sociale colta di tipo euro-continentale, Harari è un ampio fenomeno che oltre ai milioni di copie vendute, somma ampi tour di conferenze ed una fitta presenza di video e corsi su Internet.

Siamo già troppo lunghi per fare ora una critica ragionata del suo lavoro. In estrema sintesi: a favore, lo sforzo titanico di inclusione di archi di tempo storico molto ampio ed una discreta facoltà di tenere assieme nel discorso una gran mole di variabili oltre naturalmente -visto il grande successo editoriale- una fluida e piana capacità narrativa, basata su conoscenze precise della attuale produzione ideologico – scientifica almeno di stampo anglosassone[1]. A sfavore, scelte non sempre spiegate su quali variabili osservare, mancanza di concettualizzazione che si paga quando si deve parlare ai Molti, esempi infilati un po’ a caso per sostanziare ed alleggerire al contempo il discorso che svolge (legge del best-seller). Ma più di tutto, Harari sembra aver compiuto uno sforzo immane che però è uscito proprio l’anno (2016) in cui molti paradigmi che lui dà per scontati sono andati -parzialmente o in toto è ancora da capire- in crisi. Evidente, una certa distorsione della totalità che cerca di com-prendere, limitata dal punto di vista fermamente piantato nell’occidental – centrismo[2].

Più in generale, la letteratura su gli enigmi del futuro immediato e prossimo, è in grande sviluppo e questo è un buon sintomo poiché almeno segnala una certa vivezza della cognizione. Il tema è sempre quello della Grande Complessità nella quale siamo capitati con vene d’angoscia per i contraccolpi adattivi soprattutto negli osservatori occidentali. Poi ognuno sviluppa il suo metodo di riduzione per quanto al lettore sembrerà strano definire una “riduzione” seicento pagine di testo. Su una epistemologia critica delle nostre stesse scelte di riduzione, siamo solo ai primissimi passi. Come spesso ci capita di chiosare, la strada è ancora molto lunga ma in compenso il tempo che abbiamo per percorrerla è sempre più breve. Di contro, il fatto si sia capitati in una transizione o metamorfosi epocale, comincia a penetrare sempre più coscienze pensanti e questo è ciò che tiene ancora in vita il “principio speranza”.

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[1] Harari riporta in nota una gran mole di studi e pubblicazioni, tutte molto aggiornate. Se non si è un ricercatore professionale sul Tutto e quindi un lettore bulimico, la sua lettura vale almeno come crash course di ciò che si pensa e si dice nell’ambito della divulgazione colta di più discipline, un settore tipicamente anglosassone a cui noi italiani, purtroppo, contribuiamo poco.

[2] Su questo punto, come su altri, Harari sembra mostrare una consapevolezza critica, ad esempio nell’esame della distorsione WEIRD ovvero il fatto che i Western, Educated, Industrialised, Rich and Democrats ovvero lo standard degli studiosi e dei fatti presi in esame per stabilire la consistenza della realtà, porti ad universalizzazioni indebite. Ma qui, come altrove, non sembra che l’osservazione critica sia poi del tutto incorporata nel suo apparato interpretante.

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Informazioni su pierluigi fagan

59 anni, sposato con: http://artforhousewives.wordpress.com/, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore per 22 anni. Da più di tredici anni ritirato a confuciana "vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente. Il tema del blog è la complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore.
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