LA CRESCITA DEL DUECENTO – Note per una concezione adattiva della storia.

Tra il mille e la fine del milleduecento, la popolazione europea cresce decisamente, quasi raddoppia. Accanto a questo fenomeno di cui indaghiamo il ruolo causale (causante e causato) si riformano o formano ex novo le città mentre il possesso delle terre passa dalla centralizzazione regale alle signorie. Le signorie favoriscono la crescita della produttività nella coltivazione agricola, tanto da produrre eccedenze che vanno a sviluppare lo scambio nelle città (mercato). Questo aumento della produzione chiama ulteriori investimenti per dissodamento, deforestazione, bonifica, irrigazione che vogliono dire manodopera e strumenti prodotti dall’artigianato. Si pongono problemi di rete viaria per collegare città con città e città con campagne e si pone il problema della moneta, del suo valore e della sua circolazione. A sua volta, la moneta è chiamata anche dalla sincrona espansione dell’attività mercantile ed artigiana ed in mancanza di una risposta puntuale ed adeguata, nascono i primi strumenti finanziari e creditizi. La crescita del Duecento è l’innesco di un lungo processo che porterà alla modernità. Giovanni Arrighi, nel suo monumentale “Il lungo XX secolo” pone qui l’invenzione dell’alta finanza[1] dei Bardi e dei Peruzzi, poi dei Medici, in quella Firenze che accoppiò il commercio religioso per conto di Roma, con quello della lana che importava dai Paesi Bassi e dalla Francia e poi da tutte le nuove altre fonti, finanziando anche le produzioni del Nord Europa e collocando i prodotti nel Levante in cambio di spezie, tinture e prodotti esotici che rigirava alla nuova classe affluente europea. A seguire, la prima forma di capitalismo finanziario (che secondo Braudel è l’unico, vero, capitalismo in quanto tale), sviluppata da Genova, quello più spiccatamente commerciale di Venezia e la prima industria del milanese e del Nord Italia.

Cosa causò la crescita del Duecento? Il modello di causa semplice, prevede una causa che poi determina a cascata tutte le altre. Un modello di causa complessa può anche prevedere una prima causa con funzione di accensione del ciclo espansivo ma dovrebbe considerare l’intero processo come strutturato da un sistema. Ogni parte del sistema alimenta la crescita del sistema stesso e rinforza le altre cause talché l’innesco iniziale può essere anche una fluttuazione casuale che attraverso rinforzi non lineari, produce attraverso il “sistema” che alimenta se stesso, il nuovo fenomeno macroscopico. La descrizione del modello allora, tratterebbe il fenomeno di causazione come centrato sul sistema, un sistema certo innescato inizialmente ma in cui questa causa prima ha una funzione causale ma anche casuale. In realtà la causa forte del fenomeno è plurale ed interna al sistema stesso. E’ anzi proprio l’autopoiesi del sistema la causa forte del fenomeno e sarà la descrizione delle sue sincronie e diacronie a costituire la descrizione della sua logica causale. Infine, un sistema non è mai nel vuoto e quindi reagisce a molte sollecitazioni e limitazioni esogene mentre tenta la sua riconfigurazione.

Nella storiografia medioevale, si è ritenuto per lungo tempo che questa causa, “prima” in senso temporale, la causa della crescita del Duecento, fosse da ricercare in un abbinamento tra cambiamento climatico e momentanea riduzione delle diffusioni epidemiche che portarono ad un beneficio quantitativo demografico, ma con ulteriore beneficio qualitativo in seguito alla fine della triplice minaccia portata dagli invadenti popoli esterni (vichinghi e normanni, ungari, saraceni) . Questa spiegazione è stata promossa dagli storici mentre gli economisti hanno promosso la propria interpretazione, riportando la causa all’aspettativa di un crescita della rendita da parte dei signori che per rinforzare il proprio potere, hanno cominciato a fare investimenti che permettessero  un maggior e miglior sfruttamento della terra.

Tra 1000 e 1350 in Europa la popolazione cresce, si stima, da 30 a 70 milioni. Si tenga conto che dopo il 1350, la popolazione crolla di un terzo e ci metterà poi molto tempo a crescere di nuovo. Lo stesso incremento del 233% di questi tre secoli e mezzo, partendo dai 70 milioni raggiunti nel 1350, impiegherà quasi cinque secoli per prodursi di nuovo (circa intorno al 1815)[2]. Si tenga anche conto che produrre una crescita sistemica partendo da 30 non è come produrre una crescita partendo da 70, quanto più contenuto è il sistema tanto più è sensibile alle fluttuazioni causali e casuali.

Tenendo conto di questa considerazioni, appare allora non esistere una dicotomia tra causazioni climatico-epidemiche a loro volta supportate indirettamente dalla cessazione della pressione dei popoli esterni e quelle della prima comparsa della brama del profitto da parte dei signori. Queste cause sono in competizione descrittiva solo perché lo sono le discipline dei rispettivi studiosi. La causa prima a livello di sequenza fu a sua volta l’interazione di più cause, quelle predilette dalla lettura storica e quella prediletta dalla lettura economica. Un causazione pluralizzata dalla sincronia tra clima, minori epidemie e minor pressione delle invasioni barbare (che potrebbe anche esser stata causa delle minori epidemie) produsse non solo una prima fluttuazione demografica ma anche le ragioni per le quali, dato che il potere centrale ebbe minor ruolo e necessità poiché la funzione dei re era di accentrare e coordinare le milizie offerte dai signori, si sviluppò il diverso ruolo dei signori della terra. Questi, per altro, avrebbero dovuto “sentire” l’avvento di tempi favorevoli in quanto convergenza di variabili, prima di investire nell’aumento della produttività creando così l’innesco per la formazione dello scambio, quindi dei mercati e della rinascita cittadina. Questa poi portò sia alla comparsa di una nuova attività artigianale, sia della nuova rete che collegasse i centri tra loro e le città meglio alle campagne e non solo quelle immediatamente vicine, che portò poi allo sviluppo di un nuovo atteggiamento verso la moneta e l’attività finanziaria e creditizia a seguito della grande espansione commerciale. Questa espansione, godette in primis dell’aumento della domanda in seguito all’aumento della popolazione ma anche della fine delle turbolenze barbariche, variabili a loro volte condizionate dal clima.

La contrapposizione tra storici ed economisti non è l’unica, c’è anche la contrapposizione tra endogeni  ed esogeni della causa ovvero tra coloro che cercano le cause dei cambiamenti nei rapporti adattivi tra un sistema ed il contesto e coloro che le cercano all’interno del sistema al netto del contesto. Su questo piano, ci pare che la ragione rimanga dalla parte degli storici e degli esogeni più che degli economisti e degli endogeni e che il sistema economico non sia il senso primo delle forme umane di vita associata ma una funzione affiancata ad altre nel più generale sistema sociale che deve continuamente adattare le sue forme interne alla logica con cui la società si adatta al suo esterno, un esterno che è sempre in cambiamento anche se meno o più pronunciato. Se infatti, pur dandole il ruolo di minima fluttuazione iniziale che di per sé non è la causa determinata ma solo la condizione di possibilità, una causa singolare prima delle cause plurali prime va cercata nel caso in oggetto, essa rimane quella del cambiamento climatico. Fu il cambiamento climatico, principalmente, a determinare l’esaurirsi della spinta migratoria dei barbari che divennero stanziali. Ottenendo le loro migliori condizioni di possibilità dove già si trovavano, non ebbero più molta spinta a premere ed invadere i confini della prima Europa che, per altro, aveva evoluto le proprie capacità difensive. Questo portò anche un vantaggio di minor contagio epidemico che, com’è noto, dipende in gran parte dai contatti tra popoli che sono cresciuti a lungo separati, sviluppando proprie immunità che sono diverse le une da quelle degli altri[3]. Non solo gli abitanti della prima Europa, vissero un po’ di più ed un po’ meglio perché non trucidati dagli invasori e falcidiati dalle epidemie ma anche loro, cominciarono ad ottenere primi benefici dal cambiamento climatico in termini di produzione e quindi di alimentazione. Se l’assenza delle minacce invasive diede minor ragione dell’esistenza dei poteri centrali che ai tempi avevano l’unica funzione di coordinare l’attività militare svolta dalle forze dei tanti signori legati dai patti feudali alle monarchie, questi si poterono certo meglio dedicare allo sviluppo delle proprie terre anche mossi dalle migliori condizioni di possibilità generali tra cui il trasferimento della proprietà e il suo lascito in eredità. Certamente questa visione di un futuro per la prima volta da molto tempo più roseo e promettente, li mosse all’intraprendenza ed a tutto ciò che gli economisti hanno notato come aumento della produttività e conseguente produzione di quelle eccedenze che innescarono tutte la cause sistemiche seconde.

Se tutto ciò lo adottiamo come descrizione esplicativa, ne traiamo quattro possibili considerazioni epistemiche:

  • La prima è che nei fenomeni complessi non esiste la causa singolare ma le cause al plurale. Il che certo diminuisce il ruolo del pensiero determinista ed aumenta quello del pensiero casualista non al punto di sostituire quello con questo ma al punto da relativizzare entrambi gli assunti estremi (caso e necessità) che sono più polarizzazioni concettuali utili alla logica binaria della nostra mente che fatti concreti del reale.
  • La seconda è che i sistemi umani, fatti di società, economia, cultura, storia etc., sono mossi da una generalissima regola che impone l’adattamento a condizioni esterne e se queste non cambiano è meno probabile cambino anche i sistemi umani. Anche qui, ha minor senso l’estremismo endogeno e maggior quello esogeno senza per questo ricadere in un determinismo stereotipato stante che il risultato finale di una adattamento risulta sempre dalla relazione tra la forma e la storia del sistema ed il suo contesto e né solo il primo determina tutto, né solo il secondo.
  • La terza è che il cambiamento è dipendente sia dalla dimensione ovvero strutturazione e resilienza del sistema, sa dall’entità della o delle cause esterne. Significative queste ultime, ci vuole comunque un sistema sensibile alle fluttuazione e perché s’inneschi un cambiamento significativo, ci vogliono cicli non lineari di imput – output che moltiplichino e diffondano treni di causazioni innescati anche da sole fluttuazioni.
  • La quarta è che il cambiamento strutturale dei sistemi è costante e progressivo nel tempo ma quando agiscono cause plurali esterne di una certa entità (misurabile sia in quantità che in qualità) alla configurazione adattiva interna ai sistemi, è richiesto un salto, una riconfigurazione che porterà ad una radicale trasformazione, ad una “forma nuova”. Questo lo registriamo nel passaggio delle ere e -in parte- delle epoche.

Tornando alla storia dell’economia del medioevo centrale, se ad esempio la densità abitativa dell’Europa fosse stata minore e le eccedenze fossero state scambiate tramite mercanti itineranti (come -in parte- nel mondo musulmano), non si sarebbero formati i mercati, non si sarebbero formate le condizioni forti per la rinascita cittadina, non si sarebbe sviluppata una attività economica che viene spesso sottovalutata: l’artigianato. La rete di città tra loro collegate che andava dall’Italia[4] alle costa del Mare del Nord, città accompagnate da campagne che a latitudini diverse producevano prodotti diversi quindi maggiormente scambiabili (l’islam, ad esempio, si sviluppò lungo lo stesso parallelo, Rabat-Tripoli-Damasco e Bagdad sono allineate tutte poco sopra il 30° parallelo; tra i prodotti svedesi e quelli del Maghreb importati dalle flotte delle città stato italiane invece, passano ben quattro paralleli, dal 30°, al 60°), fu la condizione di possibilità principale affinché le varie cause potessero agire di concerto. In più, sarà questa “vivacità commerciale” la ragione stessa della transizione successiva prima all’alto medioevo e poi alla modernità, non prima di essere però passati per la catastrofe dei cinque anni della peste del Trecento, un evento decisivo per molte ragioni tra cui il crollo dell’immagine di mondo che dominava la mentalità del medioevo. Fu proprio questo passaggio a cancellare l’uomo imbozzolato nella fede provvidenziale con tutto il portato di gerarchia terrene a modello di quelle celesti e ad aprire all’uomo intraprendente mosso da varie ragioni ma presto anche temperato dalla razionalità calcolante già sottolineata da Weber.  Nell’unità metodologica “società” in cerca di adattamento, non esiste una divisione netta tra strutture e sovrastrutture, l’uomo fa ciò che pensa e pensa secondo quanto ha già fatto e realizzato di efficace, nel più classico dei cicli ricorsivi.

L’impostazione adattiva della storia racconta dei successi e dei fallimenti che le forme dell’umano vivere associato (clan, tribù, etnie, società, regni, imperi, stati, civiltà) incontrano nel corso della loro reciproca interrelazione e della relazione con il contesto geo-climatico che le ospita. Il “sistema” scelto come forma del vivere associato, ha sempre il compito di ridurre il disordine intrinseco che la dinamica del mondo ha e quindi di produrre ordine. La società è un veicolo adattivo usato dagli individui per vivere il più a lungo ed al meglio possibile, questo è il significato originario del vivere associato che è strategia primitiva del biologico. Usando in analogia il funzionamento alla base dell’origine e del mutamento delle specie, le innovazioni tecnologiche, le dinamiche tra classi, i grandi uomini possono corrispondere alla casuale proposizione di innovazione genetica dovuta ad errori di replicazioni del DNA ma alla fine sarà il rapporto tra organismo (la società) e gli altri organismi (le altre società) e l’ambiente (il contesto geo-storico-climatico) a dare l’assenso o meno sulla favorevole esistenza di questa novità. Le civiltà, le società, i grandi sistemi egemoni della storia umana, ad un certo punto falliscono perché nati inconsapevolmente e non intenzionalmente per qualche ragione che ne determinò il primo positivo adattamento, non riuscirono a produrre novità adattiva alle mutate condizioni di ciò a cui dovevano nuovamente adattarsi. La storia, racconta questi successi e questi insuccessi.

A proposito di contesti, gli economisti farebbero bene ragionare includendo le variabili geografiche e farebbero meglio ad adottare logiche sistemiche e complesse a cui, in genere, sembrano allergici. Sembra costitutiva della presunta “scienza”[5] economica, la tendenza a ridurre il complesso sociale a quello economico (un “materialismo storico” che sembra accumunare tanto i marxisti che i liberali), trovare in questo presunte leggi di natura (con una definizione di natura umana che è sconcertane) che diventano oggetto di formule dall’oggettiva apparenza, scollegarsi da discipline come la demografia, la sociologia, la psicologia umana, l’antropologia, la geo-storia attraverso l’abuso di quel “ceteris paribus” che ipotizza comode parità di condizioni che invece pari mai sono, concentrarsi solo sulla vista endogena visto che i contesti non contano (?), abusare di descrizioni a grana grossa quando il racconto storico mostra un tal numero di variabili componenti i fenomeni da suggerire di tener conto di una costante rete delle cause, per altro dinamiche. Due sono i modelli scientifici principali della modernità, quello di Newton e quello di Darwin. Il mondo della complessità fisica ha trovato il suo paradigma in Newton, quello della complessità biologica l’ha trovato in Darwin (un Darwin che noi consideriamo come teoria adattiva non come teoria dell’evoluzione). Il pensiero economico farebbe bene a dimenticare Newton ed a ripassare la lezione di Darwin.

Quanto detto per gli economisti, non vale solo per loro, i sociologi che sarebbero in teoria più attrezzati a considerare l’unità metodologica “società”, che è poi il vero ed unico soggetto oggetto di dinamica adattiva macroscopica, adottano più variabili ma cercando la “struttura delle relazioni interne”, tendono anche loro a decontestualizzare il loro oggetto di studio. Isolando l’oggetto dal contesto, loro ma anche molti altri, finiscono in quel relativismo con ambizioni universalizzanti che è l’occidental-centrismo. Dimenticandosi di contestualizzare all’Europa o all’isola americana abitata prevalentemente da ex-europei, finiscono con il confondere ricorrenze locali con leggi generali. Poi vanno a leggere l’islam o la Cina o l’India e rimbalzano perplessi perché i fatti violano le teorie ma lungi dall’assumere questa falsificazione per  tentare nuovi modelli, fanno finta di niente e con ciò, rinforzano le infondate pretese universali della cultura europea che rimane coloniale nel suo DNA epistemologico. Meglio gli antropologi che almeno per costituzione, vanno a studiare gli Altri anche se solo quelli allo stadio pre-civile. Nel complesso, se queste discipline si parlassero un po’ di più, la somma delle loro parzialità forse migliorerebbe il totale, ma questo appello alla reciproca interferenza è anatema per il bon ton accademico che protegge la divisione del lavoro cognitivo più di quanto Taylor proteggesse la segmentazione produttiva nella catena di montaggio.

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La cultura della complessità, a livello paradigmatico, invita a rifuggire dal riduzionismo, dal determinismo ed invita positivamente ad includere nei sistemi interpretativi (dove anche le descrizioni sono interpretazioni), eterogenei contributi pluri-disciplinari. Il riduzionismo è una forma di compressione algoritmica, un sussumere molte cause in una. Il determinismo è la pre-decisione si debba individuare strette necessità quando ciò che chiamiamo “caso” (più spesso un coacervo di cause minori legate da un gomitolo di interrelazioni non lineari che assume l’aspetto di “fluttuazione”) ha spesso altrettanto ruolo. L’appello a darsi impianti interpretativi che nel caso in questione non possono escludere la storia del prima e del dopo, la climatologia, la geografia, la demografia, le mentalità, ciò che è intorno, la sociologia quanto l’economia e financo l’epidemiologia, serve proprio per produrre descrizioni più attinenti alla complessità del descritto senza costringerlo nel letto di Procuste dato dai confini fissi della disciplina di cui siamo specialisti. Altresì, le cause efficienti vanno rapportate a quelle permettenti, le condizioni di possibilità si aprono e si chiudono favorendo o impedendo l’azione casuale ed il fatto “nuovo” che si cerca immediatamente per dar ragione di un evento “prima no-poi sì” può non esser qualcosa di veramente nuovo ma qualcosa di vecchio che si comporta in modo nuovo o permette ad altri fenomeni di comportarsi in modo nuovo. Infine, tra la perfezione formale povera di contenuto dei “modelli” e delle “leggi” a la rugosità del reale pieno di eccezioni e localismi, si consiglia una continua spola tra le descrizioni a grana grossa e quelle a grana fine. Se la nostra cognizione abbisogna di grana grossa (astratto) per sussumere il tanto in poco dato che la nostra capacità mentale è poca, si deve sempre ricordare che il mondo che interpretiamo è fatto della trama a grana fine (concreto), se non finissima perché è “tanto” e “complesso”.

Insomma, il mondo è complesso e dovrebbero esserlo anche i nostri sforzi descrittivi ed interpretativi.   Poiché è con queste descrizioni ed interpretazioni che produciamo quella conoscenza, che è l’unica risorsa umana per sviluppare positivo adattamento al cambiamento dei contesti nel tempo, in un mondo sempre più complesso com’è il contemporaneo, questo invito prende forma di imperativo. Imperativo confermato dalla obiettiva difficoltà di rispondere alla domanda: le nostre società sono adatte al contesto nel quale si trovano e sempre più si troveranno? Il modo di stare al mondo che originò da quella crescita del Duecento, un mondo frazionato in zolle di civiltà tra loro scarsamente collegate e complessivamente sottopopolate (circa 500 milioni di abitanti il pianeta), è adattivo anche in un mondo iperconnesso benché frazionato in più di 200 stati, con 7,5 miliardi di abitanti? Continuerà ad esserlo con i 10 miliardi che avremo tra tenta anni?

0 = 0

[1] Ma invero molti altri otre a lui, ad esempio Braudel.

[2] Apparirà allora ben significativa il dato di crescita della popolazione mondiale che tra il primo ‘900 ed oggi (poco più di un secolo) ha registrato un +400%.

[3] McNeill (2012)

[4] L’Italia era a sua volta il terminale degli scambi con Medio Oriente ed Africa.

[5] Chi scrive sostiene che scienza si ha dei fenomeni esclusivamente naturali. Si possono avere prestiti metodologici, suggerimenti sperimentali, si può usare in modo analiticamente proficuo per ottenere sintesi per elaborare ragionamenti il linguaggio e la logica matematica ma questo “tendere” ad una conoscenza certa e riproducibile rimarrà costitutivamente   sempre un “tendere” e mai un “essere”. Sarebbe allora meglio, trovare un altro termine per quelle discipline che usano iscriversi alla categoria delle “scienze umane”.

Piccola bibliografia:

  1. Arrighi, Il lungo XX secolo, il Saggiatore, 2014
  2. Bordone, Sergi, Dieci secoli di medioevo, Einaudi, 2009
  3. Braudel, Scritti sulla storia, Bompiani, 2001-2016
  4. Braudel, La dinamica del capitalismo, il Mulino, 1981
  5. McNeill, La peste nella storia, Res Gestae, 2012
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Informazioni su pierluigi fagan

59 anni, sposato con: http://artforhousewives.wordpress.com/, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore per 22 anni. Da più di tredici anni ritirato a confuciana "vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente. Il tema del blog è la complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore.
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2 risposte a LA CRESCITA DEL DUECENTO – Note per una concezione adattiva della storia.

  1. alfio ha detto:

    ho appena finito un libro che lei avra’ sicuramente gia letto intitolato’ ‘ civiltà comparate’
    di s.eisenstadt che in realta’ e ‘ una serrata e intelligente critica ai saggi di max weber contenuti
    nei 2 volumi ‘ sociologia delle religioni’ in cui l’autore cerca di dimostrare il perché la modernizzazione si sia radicata solo in occidente.
    eisestandt pur riconoscendo i meriti di weber , spiega come la realta’ sia molto diversa ,e come
    i saggi di weber cadano in una forte forma di eurocentrismo e orientalismo.

    • pierluigi fagan ha detto:

      No, non l’ho letto ma ora che me lo ha segnalato, lo leggerò senz’altro. Lo studio della storia e dei rapporti tra civiltà, da Toynbee a Huntington, è senz’altro da aggiornare. Tempo fa mi domandavo appunto sul perché gli intellettuali non sentano il bisogno di confronto, di conoscenza, di scoperta reciproca. Una marea di chiacchiere sul multiculturalismo, sul “noi siamo così ma loro cosà” e poi veramente a pochi prende l’eros della scoperta dell’Altro ignoto. Ci vorrebbe una Davos degli intellettuali e degli studiosi.

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