PER LA DEMOCRAZIA LA FORMA NON E’ LA SOSTANZA.

paris-manifestoParliamo di democrazia, urtati dal dibattito Scalfari-Zagrebelsky. Il punto è questo: l’intera tradizione della filosofia politica occidentale, muove il pensiero intorno alle forme della decisione politica. Uno, Pochi, Molti ovvero la nota tripartizione di cui esistono forme “positive” e forme “negative”. Inoltre, c’è la constatazione di ciò che è ed è sempre o quasi sempre, stato, quasi che lo stato di fatto fosse anche ciò che dovrebbe essere. Le forme del potere della decisione politica però sono solo il riflesso dello stato della distribuzione della capacità di decisione politica. E’ quindi tautologia dire che siccome sono Pochi coloro che sono in grado di prendere la decisione politica sul bene comune, allora l’unica forma di decisione politica concepibile è che siano i Pochi a decidere il bene comune. Per giungere a tale determinazione, non è necessario smuovere l’intelletto, né la filosofia, basta un cultore della tradizione, un semplice conservatore, un sacerdote del “così è stato e sempre così sarà” che officia il rito di ubbidienza alle presunte leggi ferree della società umana.

Aristotele, non in Politica ma in Metafisica, affronta (insuperato) il problema della sostanza, la sostanza è “composto di materia e forma”. Noi, a proposito del dibattito tra Pochi e Molti (oligarchia – democrazia) parliamo solo della forma, dov’è la materia? La democrazia, la forma, non anticipa la materia, la democrazia si adagia sulla materia che trova. Se in qualsivoglia gruppo umano, le informazioni, le conoscenze, le capacità di espressione, sono assortite in maniera asimmetrica, quel gruppo umano prenderà una forma della decisione comune in modo asimmetrico.

Per avere democrazia non si può prendere una materia asimmetrica ed apporgli per decreto una forma simmetrica, il risultato sarà comunque asimmetrico per la gioia del sacerdote della ferrea legge. Per avere democrazia bisogna agire sulla materia.

Agire sulla materia significa distribuire informazione, conoscenza, capacità di espressione e di ragionamento. Atene classica aveva il teatro pubblico, Euripide ti emozionava, Aristofane ti faceva ridere amaro, discussioni continue per strada, voltavi l’angolo e ti ritrovavi Socrate che ti faceva scomode domande, i sofisti insegnavano a tutti (quasi) i trucchi dialettici, ci si vedeva una volta a settimana sulla Pnice a discutere tutto il giorno, ognuno aveva l’onere di entrare in contatto con qualche funzione pubblica e “sapeva” in cosa consisteva il bene comune anche perché controllato da tutti coloro con cui condivideva l’in comune. Purtroppo anche molti difensori teorici della democrazia, dimenticano che il democratico non ha traguardo nel discutere del potere con il potere ma con quel popolo che il potere lo subisce.

Il democratico dovrebbe sentirsi solo un funzionario dei Molti che ha per fine, l’emancipazione dei Molti, aiutare le persone a servirsi del proprio intelletto Purtroppo questo non produce fama, notorietà, cattedre, visibilità mediatica, “riconoscimento” da parte di quella società asimmetrica sempre pronta ad acclamare passivamente il suo oligarca intellettuale. La contraddizione dell’intellettuale democratico è questa, diventare uno dei Pochi che, celebrando i Molti, perpetua l’asimmetria.

Per uscire dalla contraddizione, l’intellettuale democratico dovrebbe rivolgersi ai Molti, parlando in modo comprensibile, offrendo conoscenza e sapere a tutti, scrivere per fonti di informazione o commento indipendenti (che cioè non siano in conflitto d’interessi con le oligarchie), partecipare a forme di scuola (sarebbe preferibile un altro termine poiché sarebbe preferibile una altro tipo di istituzione di scambio del sapere ma usiamo quello che c’è) orizzontali e popolari. Nella decisione in comune, la prima forma di uguaglianza a cui aspirare è l’uguaglianza informativa, conoscitiva, interpretativa e dialettica per disputarsi l’opinione. Sapere del bene comune, come ammoniva Rousseau, non è sommare i punti di vista del bene individuale ma condividere il sapere generale che riguarda il sistema di cui si è parte. Una qualche forma di democratici deve pre-esistere alla democrazia propriamente detta altrimenti la forma non incontra nessuna materia e com’è ovvio, poiché la forma non può creare la materia, rimane “formale” ovvero proprio il tipo di democrazia che abbiamo in Occidente da qualche decennio.

Come diceva l’elitista ex socialdemocratico poi fascista, Robert Michels: “le correnti democratiche nella storia sono come il battito continuo delle onde: si infrangono sempre contro uno scoglio, ma vengono incessantemente sostituite da altre”. E’ il senso profondo della giustizia umana che alimenta quelle onde. Il fatto che nelle poche migliaia di anni delle società complesse le onde non abbiano infranto lo scoglio non vuol dire che così sempre sarà. Come ben sanno coloro che vivono in riva al mare, nel lungo tempo è il moto dell’acqua a sagomare la costa, fino a che la materia non incontra la sua forma e riposa in pace, nella raggiunta sostanza.

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Informazioni su pierluigi fagan

59 anni, sposato con: http://artforhousewives.wordpress.com/, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore per 22 anni. Da più di tredici anni ritirato a confuciana "vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente. Il tema del blog è la complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore.
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8 risposte a PER LA DEMOCRAZIA LA FORMA NON E’ LA SOSTANZA.

  1. 9ri ha detto:

    *Citazione di Michels, non di Kelsen.
    Tutto sommato un buon articolo divulgativo. Complimenti.

  2. Jacopo Coro ha detto:

    “Come ben sanno coloro che vivono in riva al mare, nel lungo tempo è il moto dell’acqua a sagomare la costa, fino a che la materia non incontra la sua forma e riposa in pace, nella raggiunta sostanza.”

    Pierluigi, ma che frase hai scritto? Credo che questo sia il pensiero più bello ed elevato che tu abbia mai espresso, almeno su questo blog. Un capolavoro non soltanto filosofico ma soprattutto poetico. Non esagero ad affermare che sembri quasi una preghiera mistica.
    Complimenti davvero.

    • pierluigi fagan ha detto:

      Mah, stavo pensando ad Aristotele. Poveretto, dicono che le sue opere essoteriche che a noi non sono pervenute, erano davvero belle, anche più belle di quelle di Platone. Peccato.

      • Jacopo Coro ha detto:

        Intendi dire eSoteriche con una s? Quelle non pervenute, ( credi che qualcuno le abbia forse nascoste, perchè destabilizzanti verso il pensiero filosofico occidentale in quella data epoca? ), credo fossero quelle a carattere più “segreto”, quindi esoterico. Di fatto tutta l’opera pervenutaci di Aristotele ha un contenuto di tipo eSSoterico, soprattutto se messa a confronto con quella platonica…

      • pierluigi fagan ha detto:

        Dunque, per Platone esistono solo opere essoteriche e non sembra siano mai esistite opere esoteriche ma dottrine non scritte ovvero l’impianto di pensiero dal quale ha tratto tutti i Dialoghi, secondo quanto sostenuto dalla scuola di Milano e Tubinga (di cui ho letto due libri rispettivamente e che mi sembra abbiano ragione anche se l’hanno fatta un po’ troppo misteriosa, mi pare ovvio che un pensatore sistemico come Platone avesse un impianto mentale e che non c’è alcuna delle sue opere che lo riporta integralmente. Per lo stesso motivo non ho mai capito le critiche a questa ipotesi). Di Aristotele, invece, abbiamo solo le opere esoteriche e nessuna della versioni essoteriche. Esoterico ed esoterico si riferisce alla forma espositiva, se di suola (esoterico) o divulgate al pubblico (essoterico). Non mi risulta per nessuno dei due siano mai esistite opere esoteriche nel senso che verrà usato più tardi, tra medioevo e modernità.

  3. Jacopo Coro ha detto:

    Ah, ok ho capito! Io utilizzavo i termini esoterico ed essoterico dandogli l’accezione moderna, cioè di riservato a pochi, di carattere iniziatico. Ad esempio il mito della caverna, ha secondo me questa caratteristica, ma è soltanto un parere personale 🙂
    Oppure di carattere esoterico/iniziatico mi paiono anche queste frasi:

    “A queste dottrine d’Amore (tà erotikà), dunque, forse anche tu, o Socrate, potresti essere iniziato; ma ai Misteri (tà télea) e ancor più a quelli Epoptici(epoptikà), in virtù ed in ragione dei quali esistono quelle dottrine sull’eros, se si procede correttamente, non so se ne saresti capace”

    (Platone, Simposio, 209 e – 210 a; )

    “A colui che sia giunto al grado supremo (télos) della iniziazione amorosa, all’improvviso si rivelerà una realtà meravigliosa per sua natura, quella stessa, o Socrate, in vista della quale sono state sopportate tutte le fatiche precedenti: una bellezza eterna, che non nasce e non muore… E il Bello (tò kalòn) neppure si renderà visibile a lui come un volto… né apparirà come un concetto o una conoscenza di tipo razionale… si manifesterà come esso è per sé e con sé, sempre identico a se stesso…”

    (Platone, Simposio, 210 e – 211 b; )

    E devo dire anche questa di Aristotele:

    “La conoscenza intuitiva (noesis) del mondo spirituale, puro, santo, lampeggiando all’improvviso come un fulmine nell’anima ci permise allora di toccare e vedere (la Suprema Realtà). Perciò sia Platone, sia Aristotele chiamano questa parte della filosofia l’iniziazione suprema (epoptikòn), in quanto coloro… che hanno toccato direttamente la pura verità circa essa(la realtà metafisica), ritengono di aver conseguito il fine della filosofia (télos philosophias), lo stesso che è nella iniziazione (en teletèi)”.

    (Aristotele, Eudemo, fr. 10; Colli, I, p.107)

    Ecco la tua frase mi sembra sulla stessa lunghezza d’onda di queste che ho citato 🙂

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