Termodinamica delle relazioni internazionali.

[ Nato come un post su facebook, Megachip -che ringrazio- ha inteso cortesemente pubblicarlo come articolo, lo riporto per mia documentazione. Sono cose già note ai lettori di questo blog ma almeno ha il pregio di essere relativamente breve -per i miei standard- 🙂 ]

Gli USA sanno che, nel tempo, dovranno ridimensionarsi dato che perderanno inevitabilmente il controllo di ampie porzioni di mondo e che questa perdita, retroagirà sulla loro potenza, quindi consistenza. Alcuni pensano che data questa posizione che sembra priva di alternative, gli USA cercheranno di buttarla in caos e paventano una Terza guerra mondiale, di impellente attualità. Questo corrisponderebbe ad un riscaldamento globale delle relazioni internazionali, una sorta di forzatura verso uno stato eccitato in cui tutte le particelle impazziscono nel rimbalzare reciprocamente in un disordine assoluto che si autoalimenta. Due cose però fanno ritenere questa previsione poco sostenibile.

La prima è che il confronto tra grandi potenze, quello USA – Russia nello specifico, è da più di sessanta anni soggetto al principio paralizzante della Mutua Distruzione Assicurata. Anche idee limitate di confitto locale quasi-tradizionale diventano irrealistiche dal momento che ogni conflitto è soggetto all’escalation di violenza e quindi non importa come inizia ma di certo arriva prima o poi alla massima potenza dispiegabile, quindi alla M.A.D. Alla M.A.D. militar-logistica già prevista negli anni ’50, oggi poi si sommerebbe quella economica e finanziaria che molte blue chip di Wall street certo non gradirebbero.

La seconda obiezione è che non si capisce quale effettivo vantaggio avrebbero gli USA a scatenare una guerra che: a) condurrebbero praticamente da soli in quanto non si vedono alleanze organiche significative (più significative delle repubbliche baltiche ad esempio) e convinte (più convinte dei recalcitranti euroccidentali-NATO); b) non potrebbe essere “vinta”; c) distruggerebbe la residua credibilità internazionale di un attore che non sopravviverebbe all’attribuzione della colpa di responsabilità di un conflitto così grave, anche se seppellita da narrazioni confondenti e depistanti che possono valere in corso d’opera ma non quando la fog of war si sarà depositata.

Infine, considerazione accessoria, non si è mai vista una guerra mossa da un paese che tra fine mandato ed insediamento del successivo, avrà un comandante in capo con poteri effettivi, non prima di un anno da oggi.

Come spiegare allora le tante e continue “provocazioni” NATO-americane, non solo verbali ma sostanziali, che registriamo nelle cronache internazionali? Se il tempo è ciò che porterà alla dolorosa e necessaria contrazione di potenza e di sostanza degli USA, allora occorre rallentare il tempo. Poiché il tempo è la misura degli stati successivi del movimento delle parti, per farle muovere di meno, occorre raffreddarle, idealmente, congelarle. Allo 0 assoluto Kelvin (al suo approssimarsi) tutte le parti rallentano e quasi si fermano e con esse il tempo. Gli inglesi hanno la felice espressione “buying time” per dire appunto “prendere tempo” (per loro essendo il tempo denaro, lo si compra), dilazionare il destino nel nostro caso, pilotare i processi e scegliersi con calma le opzioni migliori.

Con una guerra minacciata e non agita si raggiungono diversi risultati: 1) il complesso scientifico-militare-industriale tira come se fosse in guerra con evidenti benefici economici interni anche in funzione dell’export (Obama toglie l’embargo al Vietnam ed invita tutti gli alleati a spendere di più per gli armamenti, apposta essendo il principale fornitore della merce e l’ultimo G7 tende a sdoganare la ripresa degli “investimenti statali” con tanto di paper IMF che riconsidera i meriti del neoliberismo e suggerisce un po’ di keynesismo giudizioso); 2) gli “alleati” riottosi, sono spinti a superare le proprie resistenze da una continua escalation delle tensioni e con ciò sottratti al dialogo col nemico e riportati nel recinto amico; 3) i nemici, sono costretti a competere nell’escalation degli investimenti militari e con ciò, rallentare il loro sviluppo economico (Cina) o rischiare di diventare una leadership che non dà benessere (Putin) e come tale, che perde consenso sociale e quindi, prima o poi, da cambiare.

Poiché ogni potenza è formata da stratificazioni interne di diversi interessi, alcune parti del complesso militar-industriale russo o cinese, potrebbero avere cieco interesse a seguire questa escalation poiché dà a loro, nel gioco del potere interno, più centralità e forza. Si notano quantità crescenti di minacciosi articoli, libri, dichiarazioni di militari o esperti occidentali che è evidente stiano parlando alle loro controparti russe e cinesi, proprio per riscaldarle e dar loro materiale col quale allarmare le proprie leadership politiche.

Ne consegue una possibile deduzione ipotetica: ogni parola in più spesa nell’aumentare l’isteria da guerra imminente, fa il gioco americano di alimentare l’escalation e con ciò, irrigidire le relazioni internazionali affinché il tempo rallenti, affinché i nemici siano paralizzati dallo sforzo di difesa e gli amici riottosi, congelati nella polarizzazione delle relazioni internazionali del “o di qua o di là”. La guerra ibrida è calda nelle minacce e fredda nell’esito.

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Infografica: elaborazione su immagine © Immagine tratta dal film di Stanley Kubrick, Shining (1980).

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Informazioni su pierluigi fagan

59 anni, sposato con: http://artforhousewives.wordpress.com/, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore per 22 anni. Da più di tredici anni ritirato a confuciana "vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente. Il tema del blog è la complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore.
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