L’EVOLUZIONE DELLA TEORIA DI DARWIN. (1/2)

 

La sopravivenza del più adatto, questa è la sintesi che condensò l’intuizione e laCharles_Robert_Darwin_by_John_Collier successiva teoria su essa basata di Charles Darwin. Non è, nello specifico, una frase di Darwin ovvero non fu Darwin a dare questa sintesi, essa quindi è una ricezione, come venne recepito il discorso del naturalista. Queste ricezioni, dovendo sussumere tanto in poco (l’Origine delle specie è abbastanza voluminoso e l’argomento di cui tratta è complesso ed originariamente poco determinato nello specifico), fanno scelte linguistiche che vengono operate da mentalità orientate epistemicamente, a loro volta orientate a comunicare qualcosa ad altre menti epistemicamente orientate secondo i codici vigenti in una data epoca.

Cosa succede se pluralizziamo la frase se cioè il condensato del pensiero darwiniano diventasse “la sopravvivenza dei più adatti”? Apparentemente poco ma in realtà, invece, si crea subito una scena diversa. In questa scena non c’è più l’Uno contro Tutti ma i Molti. Questi Molti poi potrebbero ben essere in competizione tra loro e con Altri per downloadcvsopravvivere ma anche in competizione con Altro. Questo “altro” sarebbe l’impersonale fronte naturale, l’ambiente, il contesto in cui ogni situazione biologica è di sua natura posta. In effetti, il registro naturale che è ciò che affascinava Darwin, è spesso il venirsi a creare di progressivi affinamenti di organi o di prestazioni di organismi, relativamente al loro ambiente. La gran parte di queste caratteristiche fenotipiche, non sono volte alla competizione inter-individuale ma alla fitness con l’ambiente. Del resto, Darwin titolò la sua opera al plurale, parlò delle” specie” e terminò il volume con la famosa dichiarazione di meraviglia per questo bellissimo e complesso spettacolo delle diversità biologiche, un vero inno all’autocreazione del Molteplice[i] che è la “vita”. L’essenza dell’intuizione di Darwin sembra proprio essere il come la relazione con l’ambiente modelli le varie specie.

Questa formulazione plurale, “i più adatti” non direbbe immediatamente una seconda cosa ma creerebbe maggiori condizioni di possibilità per pensarla. Ci riferiamo al fatto che la selezione plurale, la selezione dei Molti, alluderebbe immediatamente al fatto che, oltre che alla competizione interindividuale, c’è quella tra gruppi e quella tra specie sempre sullo sfondo di quella della ricerca di fitness con l’ambiente. La competizione tra gruppi ealbere-delle-specie-darwin specie vedrebbe confrontarsi non più singoli ma collettivi. Ciò porta al concetto di “veicolo adattivo”, i gruppi sono strategie di adattamento che hanno scoperto che gli individui sopravvivono meglio all’adattamento con la natura se inglobati in un totale maggiore della somma delle parti. La selezione naturale, ci vede meno bene quando ha a che fare con sistemi sociali, nel senso che seleziona il sistema più che l’individuo. Sul piano umano, il fatto che nella nostra breve storia sul pianeta, abbiamo creato gruppi, famiglie, clan, tribù, unioni di tribù, regni, stati e civiltà, si spiegherebbe meglio se il succo cognitivo della teoria di Darwin non suggerisse sempre ed univocamente l’individualismo metodologico dell’Uno contro Tutto e Tutti. Per creare gruppi, infatti, quelli che sono stati selezionati, sono più i caratteri cooperativi, che non competitivi.

La frase “selezione del più adatto” fa pensare ad una continua selezione dei migliori il che, dopo milioni di anni di questo gioco, dovrebbe portare ad un campionato delle eccellenze. Da qui, l’idea di “evoluzione” cioè di cambiamento per l’affinamento qualitativo che ha anche una sua teleologia: la ricerca della sempre maggior perfezione. Ma in natura, di questa presunta eccellenza, di questa teleologia della perfezione non si vede traccia. fringuellim654Continuano a riprodursi codici genetici che portano all’esistenza individui lenti, distratti, pigri, poco intelligenti, senza alcuna particolare qualità. Continuano a sopravvivere genotipi che portano a fenotipi che più che “più adatti”, sembrano non del tutto “inadatti”. Insomma, talvolta, la selezione, dentro un certo margine di necessaria compatibilità, sembrerebbe esser assai di manica larga.  Del resto è proprio nel concetto di selezione il fraintendimento. L’ambiente a cui specie, gruppi ed individui debbono adattarsi cambia. L’avevano spuntata i grandi e grossi (i sauri) ma quando le condizioni sono cambiate, sono tutti morti e sono sopravissuti i piccoli ed i furtivi da cui buona parte del regno mammifero discende, quindi anche noi. Certe condizioni, selezionarono i grandi e grossi, altre condizioni li fecero estinguere e selezionarono i piccoli e più fragili ma agili e flessibili.  Nel loro piccolo, i batteri hanno l’invidiabile primato di specie più longeva, circa tre miliardi di anni. Alle volte, piccolo e semplice è bello, grande e complesso è forse relativamente meglio in certe occasioni (noi ad esempio, talvolta, siamo in grado di combattere i batteri forse meglio di quanto loro combattono noi), ma nel lungo tempo rischia di più il disadattamento il grosso e complesso del piccolo e semplice. I cambiamenti repentini e profondi di condizioni sono talvolta letali per i sistemi più complessi proprio perché la maggior complessità è uno sforzo di affinamento adattivo più fine e preciso a condizioni date, cambiando le condizioni, cambia la domanda di adattamento e chi ha troppo da dover cambiare, rischia di più.

Darwin trasse le condizioni di pensabilità del suo concetto di affinamento delle specie,12 poiché stimolato dalle recenti scoperte dei geologi francesi che avevano enormemente dilatato il tempo della Terra che, ancora ai primi del XIX secolo, si credeva essere quello dell’Antico testamento, poco più di 6000 anni. Ed è anche noto che in tutta la polemica che venne sostenuta da Darwin a proposito dell’implausibilità dell’evoluzione di una cosa così complessa come l’occhio, trovò soluzione proprio nel tempo. Per andare dalle cellule epiteliali fotosensibili all’occhio, ci vogliono due cose: 1) una prestazione che anche se in forma molto primitiva è garantita da subito (la capacità di orientarsi alla luce anche se ancora senza vista nitida) e mantenuta ad ogni stadio; 2) molto tempo[ii]. Le specie si affinano in molto, molto tempo[iii]. Per certi versi, Darwin stava celebrando quello che in campo umano è la storicità di lunga durata ed il divenire incessante, due concetti con cui non siamo ancora ben confidenti nel costruire le nostre immagini di mondo.

Cosa succederebbe se la frase che ha senso di addizione (la somma dei pochi adatti) la volgessimo al contrario nel senso della sottrazione, tipo “l’eliminazione dei meno adatti”? Anche qui, apparentemente poco o niente se non un senso di allusione alla morte che in genere la mentalità umana non gradisce. Eppure questo secondo senso del concetto, qualcosa cambierebbe. Invece di una corsa ad ostacoli ad eliminazione per cui pochi ce la fanno, avremmo una ampia maggioranza variegata sempre promossa e l’espulsione di qualche inadatto specifico. Il significato biologico (che ha sempre una sua brutalità)imagesc4 sarebbe che più che eccellere, è importante non avere dei bug di sistema gravi. Se l’importante è passare l’esame, dal 6 al 10, è tutto sommato indifferente il valore della prestazione specifica. Col 5 si rischia ma non è detto che non gliela si faccia comunque. Il fatto è che la competizione intraspecifica (dentro la stessa specie) ed interspecifica (tra specie)[iv], per nutrizione, risorse, luce, territorio, possibilità di accoppiamento, avviene nelle più disparate condizioni, in cui la pressione e la scarsità sono assolutamente relative e richiede la più disparate attitudini. La selezione naturale dei viventi somiglia al giardiniere che pota i rami di un albero col fine, però, di farlo crescere. Solo che non ha l’intenzionalità di un giardiniere ed il nostro ricavare dal comportamento della natura una analogia stretta per le cose umane è una delle più tipiche fallacie della nostra mente.

Infine, che tutta la faccenda dell’adattamento delle varie forme di vita (nei vari regni in cui si esprime), che la varietà di strategie e situazioni relative ai vari stadi del tempo e dell’ambiente, possa essere succosamente condensata nel significato di in un concetto espresso con poche parole, è forse alla base di molti fraintendimenti. L’intuizione di Darwin è un processo complesso, alla base della relazione vita-ambiente. Così come non la si può matematizzare per eccesso di variabili in gioco e relative eccezioni, non la si può sussumere in un spremuta di significato. Questa riduzione al significato, è necessario per la mente umana che ha i suoi limiti di forma, stoccaggio e processo ma far di questi limiti una legge positiva, porta a ritenere di aver capito cose che forse non abbiamo veramente compreso nel senso di “prendere assieme, cum-prendere”. Se consideriamo l’estrema variabilità della condizioni ambientali, le quali non evolvono affatto ma semplicemente si susseguono in un procedere che ha dell’orizzontale stocastico e non certo del verticale unilineare e finalistico, ne consegue il dissolvimento di quella strana teleologia insita nel concetto di evoluzione. I famosi equilibri punteggiati di Gould ed Eldredge, disegnano un processo di ampie stasi ed improvvise, drammatiche e radicali cambiamenti. Questi cambiamenti radicali, diffusi e repentini possono derivare sia da qualche casuale innovazione dell’interrelazione che i geni hanno nel genoma (le parti rispetto al sistema), sia da qualche collo di bottiglia imposto dall’ambiente, una di quelle “catastrofi” che periodicamente cambiamo tavolo di gioco e regolamento tale per cui –improvvisamente- copcnon valgono più le regole precedenti ed anzi, ciò che funzionava prima diventa dis-adattativo nel poi. Questa successione stocastica delle condizioni generali, escluderebbe in via di principio una chiara linea della presunta evoluzione.

Eppure anche in questo caso, si può pensare questo che abbiamo detto ma esso stesso non è sempre vero. Alcuni invarianti come ambienti d’acqua, terra e cielo rimangono, rimangono condizioni più o meno oscillanti entro bande di valori abbastanza precisi per lungo tempo e quindi –limitatamente a quell’ambiente, quel tempo o a quel luogo- si possono vedere progressioni per sommatoria ed affinamento come il collo delle giraffe o le capacità di mimetismo della phalera bucefala. Ma allora più che Evoluzione, abbiamo molteplici evoluzioni relative.  L’unico significato complessivo dell’evoluzione della vita sulla Terra, fino ad oggi, è stato il procedere non lineare ed aritmico dal poco al molto e dal semplice al complesso, dall’Uno più semplice al Molteplice più complesso. Sembra esserci quindi una “legge della giungla” non nel senso che vince il più forte ma nel senso che il più forte è la giungla che è metafora del complesso[v]. Altri significati, riguardano sacche spazio-temporali più specifiche e non hanno quindi significato generale. Se si dovesse spremere un succo concettuale del significato complessivo, questo sarebbe la relazione non l’essenza, ogni essenza, caso vitale individuale, qualità dell’individuo, speranze di vita e riproduzione, sono definite da una relazione. Relazione tra i geni, relazione tra individui , relazione tra gruppi, relazioni tra specie e tutte sia competitive che cooperative, dirette ed indirette ma soprattutto relazione complessiva tra un qualsiasi sistema vivente e l’ambiente da cui dipende. La teoria di Darwin è quindi una teoria della relazione, le selezioni per eccezioni modellano le specie, la somma delle specie dà il sistema dei viventi, il sistema dei viventi – è – nell’ambiente generale che determina i criteri selettivi .

La teoria dell’evoluzione, dovrebbe rinominarsi e riconcettualizzarsi come una teoria dell’adattamento. La sopravvivenza non è sempre una cosa così “difficile” semmai si rileva che “alcuni” non ce la fanno perché troppo poco adatti a certe condizioni. Non c’è sempre questa ossessiva scarsità da cui conseguono stragi ed ecatombe seriali ma un generico controllo qualità che scarta certe difformità relative e contingenti. I principi su cui si “scarta” sono inoltre assai variabili.  Questi “qualcuno” che sono selezionati mostrano grande pluralità di caratteristiche che rispondo soprattutto a contingenze ambientali, alla competizione tra specie, all’adattamento al gruppo, oltre che alla competizione inter-individuale. Molte innovazioni della riproduzione del codice sono neutre, molte sono affogate nel fenotipo ed il fenotipo può esserlo nel gruppo. Il presentarsi dei neuroni specchio e di una teoria della mente in alcune specie, dice che questa è la selezione di una attitudine utile ad intuire cosa pensa l’altro, il che è tanto adattativo nella competizione interindividuale che adattativo per costruire veicoli adattativi, gruppi, società, branchi,cop67 banchi, stormi, colonie, in cui alla selezione si presenta la strategia “totale maggiore della somma delle parti”. Così per la “simpatia”, l’imitazione, il contagio, l’etica della reciprocità è molti altri incentivi relazionali che ereditiamo da una storia che è stata premiata dalla selezione naturale: l’interrelazione costruttiva di sistemi sociali[vi]. Di questo totale fanno parte individui egoisti ed individui altruisti ma più che altro individui che selezionano la due modalità a seconda della situazioni. Anzi, è facile che la monodimensionalità, l’individuo totalmente dedito a gli altri e quello pervicacemente aggressivo ed egoista,  siano entrambi disadatti, il primo perché la sopravvivenza è esistenzialmente e biologicamente un fatto individuale, il secondo perché per seguire il proprio unilaterale egoismo mette a rischio gli interessi degli altri che esistenzialmente e biologicamente non sono meno egoisti ma più intelligentemente, hanno capito che l’Uno ha forti interessi ad interrelarsi positivamente con gli Altri invece di combatterli.

Come una teoria non deterministica, complessa e non riduzionista, che è propria del concetto di relazione tra sistemi individuali, collettivi, di specie, alle prese con il giudizio dell’adattamento ambientale, sia diventata la risultante dell’individualismo egoista, la sceneggiatura del mors tua vita mea e la celebrazione del diritto del più forte di Trasimaco[vii], va spiegato non con Darwin ma con la sua ricezione, non col testo ma con la sua interpretazione.

(Prima di due parti)

[i] L’essenza propria della vita, cioè del fenomeno vivente, è la molteplicità. Questo concetto è primario, cioè irriducibile. La vita, nell’unità vitale (l’individuo) chiama due funzioni primarie, l’alimentazione e la riproduzione. Gli stili alimentativi sono assai vari ed i carnivori sono solo una parte, pare, non maggioritaria. A loro volta si dividono tra i saltuari e gli obbligati, i predatori ed i saprofagi. I carnivori predatori obbligati, che sono quelli in cui più di ogni altra specie si è spinti ad una lotta competitiva vitale-mortale, sono una minoranza assoluta. La riproduzione asessuata ovviamente non porta competizione. Quella sessuata è più spesso basata su rituali di corteggiamento in cui il maschio si propone e la femmina dispone, forse è per questo che “selezione” è genere femminile. La scelta ovviamente premia la buona salute e tutto ciò che a giudizio della femmina sembra portare ad una prodotto riproduttivo efficace, capacità di sensibilità interpretativa e valutazione olistica che caratterizza anche le femmine umane. Anche qui, la competizione con annientamento dei rivali è solo un caso specifico, assai minoritario.

[ii] Nel nostro recente studio su Tempo e Politica, ci siamo spesi ripetutamente per introdurre questo concetto del miglioramento progressivo nel lungo tempo, anche per le forme politiche. Ad esempio, per il concetto di democrazia, potremmo considerare quella rappresentativa uno stadio primitivo tipo “cellula fotosensibile” ed altresì per una democrazia con vista nitida a diverse messe a fuoco con policromia di visione, c’è da mettersi comodi e far molta strada. Ma ad ogni passo di questa strada, un grado seppur minore di democrazia deve “funzionare”, e ad ogni scalino, la forma successiva deve migliorare la precedente.

[iii] C’è anche l’interpretazione a “salto” di Gould – Eldredge, lunghe stasi ed improvvisi e radicali cambiamenti ma seguendo un pluralismo esplicativo, questa non annulla l’altra.

[iv] La competizione inter-specie è più spesso indiretta, cioè eco-sistemica e gli stessi eco-sistemi cono oggetto di selezione naturale (ambiente + specie). Altrettanto spesso però le relazioni tra due specie possono essere cooperative, simbiotiche o semplicemente compatibili. In quel caso il sistema tende allo stato di equilibrio eco sistemico.

[v] http://hierarchygroup.com/library/video/

[vi] http://evonomics.com/how-bad-biology-is-killing-the-economy/

[vii] “Il giusto altro non è che l’utile del più forte”, Platone, Repubblica.

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Informazioni su pierluigi fagan

59 anni, sposato con: http://artforhousewives.wordpress.com/, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore per 22 anni. Da più di tredici anni ritirato a confuciana "vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente. Il tema del blog è la complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore.
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5 risposte a L’EVOLUZIONE DELLA TEORIA DI DARWIN. (1/2)

  1. alfio ha detto:

    sarebbe anche interessante un discorso che partendo dalle analisi di Darwin tocchi anche le neuroscienze le cui ricerche potrebbero legarsi alle dinamiche interne alla selezione
    naturale.

    • pierluigi fagan ha detto:

      Assolutamente sì. Ora sto leggendo “Mente e Cosmo” di Thomas Nagel, il quale corteggia -mi sembra- una specie di concetto teleologico che ha a che fare con le relazioni che formano sistemi. Può darsi che ci scrivo su qualcosa…lei ha qualche idea da mettere sul piatto?

  2. alfio ha detto:

    ho letto con molto interesse i libri di damasio che pero’ toccano l’argomento da lei trattato solo
    indirettamente, anche gregory bateson e il suo concetto di relazione potrebbe essere utile,
    tra l’altro esiste molto materiale sia in italiano che in inglese in rete.
    un libro che le consiglio vivamente e”la realta non e’ come ci appare” anche questo testo
    pero non tocca direttamente la sua ricerca ma propone un visione della realta’ che presciinde
    da caratteristiche teleologiche o finaliste cercando di far comprendere nei limiti del possibile
    la struttura del reale

  3. alfio ha detto:

    mi scusi, l’autore del libro ” la realta’ non e’ come ci appare” e’ di carlo rovelli .

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