LOGICA DEL LIMITE. Per una etica della complessità.

Vi ricordate l’apeiron? Iniziando le prime pagine di una qualsiasi storia della filosofia occidentale, dopo Talete e semmai qualche accenno alla sapienza arcaica, vi trovate Anassimandro. Di costui c’è arrivato un solo, piccolo, frammento che dice che l’inizio di tutte le cose è l’apeiron. Fiumi di parole sono state scritte su questo concetto e prima ancora sulla sua traducibilità ma in sostanza, sembrerebbe che la questione sia abbastanza semplice. Se la cosa è ciò di cui possiamo dire, vedere, toccare, pensare i contorni, cioè i limiti, prima della cosa c’è l’apeiron, ciò di cui non si può dire, vedere, toccare, pensare i

anassilimiti. Prima di partire per la tangenziale dell’infinito però, dovremmo sostare un attimo sul punto stretto. L’apeiron è un concetto negativo in relazione alla cosa, è la non-cosa, quello da cui proviene la cosa, lo cosa è un ritaglio di qualcosa di precedente più grande. Dire, fare, toccare, pensare la cosa significa dargli i limiti. Prima c’è l’apeiron, dopo c’è la cosa, la cosa introduce il concetto di limite. Su questo pensiero potremmo indugiare a lungo perdendoci in una nuvola di rimandi del prima (Esiodo, il Rg Veda) e del dopo (su fino ad Heidegger) ma andremo oltre perché a noi, qui, non interessa l’apeiron ma il concetto di limite. Diremo solo che, in sostanza, Anassimandro fonda una branca del pensiero filosofico, quella che poi Aristotele sistematizzatore del pensiero greco, chiamerà filosofia prima e noi oggi -ontologia-, discorso (logos) su ciò che è (ontos), discorso sulla cosa. La fondazione inizia dunque con questa semplice constatazione, prima non c’è la cosa, dopo c’è la cosa e la cosa è tale per via dei suoi limiti, dei confini che la separano, la estraggono dalla non cosa. Tutto il resto della filosofia viene dopo, prima c’è la necessità di avere qualcosa su cui dire, vedere, toccare, pensare, questo qualcosa è la cosa e prima della distinta cosa c’è l’apeiron, l’indistinto.

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Nel suo agile libricino (Limite, Il Mulino, Bologna 2016), Remo Bodei, ci ricorda che quella del superamento del limite, è una fissazione della modernità (l’or ora, l’odierno), iniziata, nel pensiero, con la triplice sfida a gli arcana naturae con Telesio, Galilei e Bacone, gli arcana Dei con Spinoza e gli arcana imperii con Machiavelli. Ma “spirito dell’epoca” o meglio già del suo inizio, fu anche la ricerca del Grande Oltre condotta da italiani, portoghesi, spagnoli ed olandesi che si avventurarono alla ricerca delle terrae incognitae. Da allora, è un susseguirsi di invenzioni ed innovazioni, di allargamento progressivo dei limiti. Fisica, chimica, biotecnologie, informatica, cosmonautica, cibernetica, ibridi, chimere,Warehouse-VERSION-6403 clonazioni, robot, protesi, tecnologie, psicofarmaci, realtà virtuale, intelligenza artificiale, costruttivismo biomolecolare, aumento della vita media, superamento degli Stati, superamento delle ideologie, delle identità, globalizzazione, una lunga ed affannosa corsa per andare continuamente oltre l’ultimo oltre, oltre l’ultimo uomo e questo troppo stretto mondo. Questa coazione non ha limite, è illimitata.  L’intero percorso ha prodotto, come sempre accade, la sua ideologia riflettente. Il moderno, come società sovversiva di ogni limite, è subentrata alla precedente di tipo medioevale che verteva sull’ordine di Dio, un Super Io imperativo che imponeva limiti, norme, divieti con minaccia di punizioni dappertutto. Il superamento di Dio (il superamento della credenza dei limiti imposti dalla credenza in Dio), ha comportato anche l’abbandono dei limiti morali ed etici poiché questi erano inclusi a pacchetto nel vecchio modello di ideologia e società.  Ne è venuta fuori quella società liquida in cui il liquido sta per opposizione al solido, il processo sta al posto della cosa, una sorta di ritorno all’apeiron che Esiodo però chiamava Chaos.

Come è ben noto, il moderno si suole farlo coincidere col capitalismo e col liberalismo. Il liberalismo, nacque nel XVII° secolo, in Francia o meglio a Parigi, come ribellione urbana ed alto borghese, ai limiti della vecchia mentalità e costume. Si chiamò libertinismo e la sua natura edonistico – sensista, segnerà una buona parte dell’evoluzione dei costumi, ancora fino al ’68 del “vietato vietare” ed oltre. Questo primo conato, diventerà quel meccanismo che portando il desiderio a legittimo bisogno, baserà la vita associata sul meccanismo del bisogno di soddisfare individualmente il desiderio, meccanismo di sua natura illimitato visto che il desiderante è un principio senza oggetto. La ribellione individuale downloadseche pretende la libertà del perseguimento di ogni desiderio, nel tempo, porterà il soggetto a vincolarsi da solo a sempre nuove “catene di seta”, poiché ogni soddisfazione ha un costo, il cui prezzo è una piccola schiavitù. Del resto, è noto dal tempo degli antichi che sono le aspettative il motore dell’insoddisfazione, quindi dell’infelicità.

Il primo libertinismo, in seguito, prese le forme del discorso politico ma non ex ante come poi si ritenne dovesse essere il ruolo dell’ideologia politica ma ex post, dopo che si erano compiuti fatti liberali. Questi furono appannaggio degli inglesi che, mentre i francesi si limitavano a rivendicare la libertà degli individui che se la potevano permettere, capirono che doveva essere ciò che ordina la società a diventare liberale e così superare l’ordinamento precedente. Dopo una precoce ribellione che portò alla Guerra Civile (1642-51), ritentarono e questa volta con successo, retrocedendo di un gradino il potere del monarca e della Chiesa e sopravanzando al loro posto, un parlamento eletto dalle élite della ricchezza non più solo ereditaria ma anche quella prodotta dalle nuove attività commerciali. Fu John Locke, nel 1690, con i Due trattati sul governo[ii], a fornire questa giustificazione ex post, introducendo sul piano dei diritti le nuove libertà di opinione e culto e sul piano dei doveri, il rispetto della proprietà privata che Hobbes non aveva introdotto nel suo stato di civiltà subentrante quello di natura. Fu quello il momento ideologico preciso, in cui l’economico subentrò al politico ed al religioso e, per ironia della storia, fu fissato “politicamente”. In seguito, come ricorda il Keynes nel suo “La fine del lasseiz faire”[iii] del 1926, anche il giovane pensiero economico, nato in quel di Francia, registra la mitica risposta del mercante Legendre al centralista ministro dell’economia Colbert che chiedeva cosa avrebbe dovuto fare il governo per favorire l’espansione e la vivacità economica, sentendosi appunto rispondere l’equivalente del “Voi non dovete fare niente, lasciate fare a noi”. L’economico chiese ed ottenne di esser lasciato il più libero possibile dal potere politico più liberale dei tempi, quello anglo-britannico e fu lì che si crearono le condizioni8231634a1b667f2c49652e419810b526_w600_h_mw_mh_cs_cx_cy per tutto il successivo sviluppo a cui solo dopo più di un secolo, aderirono anche i francesi, poi ancora dopo i tedeschi e gli italiani, mentre gli americani che correvano paralleli ad i britannici, alla fine superarono tutti.

Com’è altrettanto noto, Max Weber, pensò che in origine, forse era stata la nascita del protestantesimo a creare quelle condizioni ideologiche etico – morali, idonee a tutto il successivo sviluppo capitalistico poiché questo, sdoganava l’intraprendenza, sia togliendo di mezzo l’élite interpretante le Scritture il cui accesso era libero per tutti, sia stabilendo che il successo sociale fosse sintomo di grazia e salvezza, quindi modello. Weber, coniò anche l’espressione “disincanto”[iv] per dire che l’epoca moderna era quella che superava la vecchia concezione di un mondo incantato per approdare all’idea di Telesio che la natura si muove iuxta propria principia, ovvero indipendentemente dalla Provvidenza. Ne conseguiva in linea di principio la conoscibilità (Galilei) e dopo la manipolabilità (Bacone) del mondo, da cui la scienza, la tecnica, il razionalismo (Descartes), il costruttivismo politico dei parlamenti di color che sanno e possono (Locke), le élite che agiscono ai propri fini ma inconsapevolmente anche per il bene comune, il common wealth (l’etica utilitaria). Ma forse si legge il passaggio dal medioevo alla modernità, stando con lo sguardo troppo dalla parte di quest’ultima, forse dovremmo andare un po’ più vicino a quando è cominciata questa inversione per capirne le ragioni. Già, ma quando è iniziata questa inversione? Cosa agì prima della borghesia, della scienza, del pensiero liberale e del capitalismo?[v]

Alcuni storici, hanno individuato questo turning point in una disgrazia, la Peste nera che colpì l’Europa alla metà del ‘300. In cinque anni, morì un terzo della popolazione. Occorre immedesimarsi nella mentalità di qualcuno che visse quegli aventi per capire cosa significò per tutti i sopravvissuti, l’aver visto morire -preda di atroci sofferenze- un terzo dei propri affetti[vi], amici e conoscenti, nel breve giro di cinque soli anni ed anche meno visto che questi cinque anni segnano il diffondersi della pandemia a tutto il continente da Lisbona a Mosca, che localmente agì in ben meno tempo. Anche “un terzo” è una misura statistica, il che significa che in molti luoghi fu la metà o anche più.  L’errore fatale dei custodi della credenza condivisa del tempo, la Chiesa, fu dar causa degli eventi a Dio che, adirato contro 51QwyyRgdmL._SX362_BO1,204,203,200_gli uomini per i loro peccati, aveva scagliato la tremenda punizione, una sorta di Provvidenza negativa. Ma, è probabile che questo tentativo di spiegazione sia stato sentito, magari non consapevolmente, come altamente incongruo. Altresì, le istituzioni politiche, economiche e culturali, non essendo state in grado di spiegare, affrontare e risolvere il problema, crollavano in credibilità assieme al ruolo intermediante delle Chiesa. Il tutto prendeva forma di un gigantesco fallimento adattivo a cui occorreva far fronte con un nuovo paradigma: una nuova credenza condivisa. Questa nuova credenza condivisa si formò nei decenni e secoli successivi ed è quella le cui linee principali abbiamo disegnato in precedenza ma un punto psicologico e sociologico fu necessario si formasse prima, il cambio di atteggiamento nei confronti del mondo esterno: da passivo ad attivo. Non fu quindi un caso che la prima nuova espressione culturale che troviamo nell’hot spot del tempo, l’Italia[vii], fu l’umanesimo, il porre l’uomo al centro del cosmo. Questo uomo era stato tradito da coloro ai quali si era affidato per ricevere ordine ed ordini: Dio, la Chiesa, i principi, le concezioni pre-scientifiche e magiche. A questo punto, l’uomo doveva far conto più su se stesso. Sul piano pratico, fu la stessa improvvisa penuria di esseri umani a richiedere un impegno ed attivismo maggiori per reggere l’organizzazione sociale dei sopravvissuti, ricevendone subito in cambio più terra, più opportunità, mobilità sociale, scomparsa della servitù della gleba, salari più alti. Tanto significativa fu la mancanza di persone che iniziò lì il macchinismo, ovvero la sostituzione parziale del lavoro umano con lavoro delle macchine che oggi giunge alla nemesi del prossimo finale esautoramento del lavoro umano con quello degli artefatti. La macchina a stampa di Gutenberg, ad esempio, si rese necessaria anche perché erano morti più della metà degli amanuensi. La Morte Nera, anche nell’iconografia, apparve come agente democratico, la Grande Livellatrice, una sorta di benefico reset che spinse i sopravvissuti a ripartire su nuove basi[viii]. La democrazia mortuaria darà un duro colpo alle pretese giustificatorie della gerarchia sociale.

Da questo punto di vista semplificato e ridotto allo scatto mentale che cambiò giocoforza l’atteggiamento tra Io e mondo, mettendo Dio un po’ da parte e diffondendosi in maniera diffusa in molte menti ed in breve tempo, nasce quello che poi leggeremo come moderno. Quello scatto originato da un fallimento fu l’apertura, la condizione di possibilità per tutto il successivo processo. Si comprende meglio allora l’affermarsi ed il successivo successo della mentalità umana attiva, intraprendente, materialista, razionalista,  auto-centrata sullo sforzo umano a spostare i limiti oppressivi delle incapacità e delle ignoranze, prima un po’ più in là, poi un po’ più oltre. Noi ultimi moderni, siamo ancora figli di quella reazione che fece dellaWEBER2 necessità di occupare lo spazio apertosi per crollo dei limiti precedenti, la virtù di spingersi ciecamente oltre ogni limite sospettato di essere sempre un limite apparente. Una intera macchina di organizzazione sociale con la sua riflessa credenza condivisa si andò formando e diede il suo ordine, significato e premio adattivo che portò l’Europa degli scarsi 50 milioni di sopravvissuti alla Grande Livellatrice a diventare il modello di moderno che dominerà terre, mari e popoli, con commerci, eserciti, saperi spinti sempre un po’ più oltre, non riconoscendo altro che limiti apparenti, sfide che chiamano il superamento. Commerci, eserciti e saperi, costituirono un sistema, il sistema moderno in cui nessuno dei termini ha altro fine che supportare l’altro e tutti insieme l’adattamento al mondo delle genti che vi si riferiscono.

In questo contesto, il liberalismo altro non è la vocazione a liberare l’individuo da ogni costrizione esterna, sia essa di natura che di cultura (religiosa o ideologico-politica) ed il capitalismo, la forma delle attività economiche che si pone l’obiettivo utilitario del maggior benessere per il maggior numero, scaturito dal perseguimento infinito del desiderio umano. Dobbiamo vedere queste due vocazioni come principi, principi fondativi del moderno occidentale che nacque dal rimbalzo fallimentare del passivo comunitarismo impaurito, vigente nel Medioevo. Famiglia e comunità, le forze sistemiche del medioevo, sono state soppiantate da una costruzione che verte su individui potenziati dal mercato e protetti (almeno fino a poco tempo fa) dallo stato.

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H. Matisse, Icaro, 1947 (particolare)

Riflesso di questo stato di cose fu poi l’affermarsi di due altri concetti funzionali a questa organizzazione della società e della credenza condivisa: il progresso e l’evoluzione. Progresso ed evoluzione sono concettualmente la stessa cosa, un po’ di più ed un po’ meglio del dopo rispetto al prima. Nei fatti, progresso ed evoluzione sono pensati, in via semplificata, come privi di fine e fini, cioè non hanno termine e non hanno oggetto finale da conseguire, sono a-teleologici. Entrambi sono concetti auto-centrati ovvero concetti centrati su se stessi, il cui significato deriva da una comparazione tutta interna ad un processo cieco ed a-finalistico, che ne dà l’illimitatezza. Ma questo “nei fatti” è dato dall’interpretazione generale dello spirito del moderno poiché il progresso o l’evoluzione dovrebbero esser tali pur rispetto a qualcosa. Il progresso dovrebbe valutarsi non all’indietro ma in avanti, a quanti passi in avanti si stanno facendo per arrivare da qualche parte e l’evoluzione non ha altro fine che l’adattamento a qualcosa che cambia in continuazione. Se non cambia, o il progetto è semplice e ben fatto, si può rimanere più o meno eguali a se stessi anche per tre miliardi di anni, com’è nel caso dei batteri o delle spugne e meduse, che hanno centinaia di milioni di anni.  Inoltre, lì fuori nel mondo, non c’è nulla che non abbia limite. Se il limite medioevale era autoimposto da una vasta e profonda condivisione della credenza che imponeva limiti in abbondanza sebbene con scarsa ragione e se la modernità è stato il movimento che ha spinto a trascendere questi limiti che l’uomo cedeva di avere, oggi incontriamo un nuovo stato di cose che pone la modernità nella stessa posizione che ebbe il medioevo rispetto ad essa. Incontriamo cioè nuovi limiti ma non limiti imposti dalla credenza condivisa, non limiti autoimposti dalla mente o ragione umana ma limiti imposti da ciò che è fuori la mente umana, limiti nel Mondo.

Questi limiti sono di due tipi. Quello che abbiamo scorto per primo è quello naturale[ix], quello che stiamo scoprendo in questi tempi travagliati è il limite che ci diamo reciprocamente tra gruppi umani. Si sta formando cioè un del tutto nuovo contesto rispetto a quello passato, abbiamo cioè la formazione di un sistema macroscopico, l’umanità, che si ambienta in un sistema maggiore di tipo fisico-chimico che è il mondo, il pianeta. L’umanità incontra limiti nel pianeta che non è più un apeiron ma una cosa dai confini ben precisi, con quantità non infinite e complessi processi auto-organizzati che dipendono dalla stabilità di molti fattori,  e ciò le pone un problema ed in questo la rende consapevole di se stessa come Uno, per la prima volta. Questo problema è l’adattamento, come adattarsi a ciò che la contiene che ha limiti e pone limiti. L’umanità si sente, per ora debolmente e solo in alcune menti, Una per la prima volta davanti a questo problema a cui giunge con una credenza non condivisa poiché storicamente, l’umanità non è che un concetto vago, una sorta di macrocategoria della ragione che non ha mai avuto significato ontologico per noi che ne siamo parte, se non per operare distinzioni verso altre specie, cioè esaltare la nostra. Non essendo un soggetto autocosciente non ha una credenza condivisa ma molte, tante quante sono le culture in cui è suddivisa. Di tutte queste, quella moderna occidentale, è la meno soggetta al concetto di limite, il che crea un pericoloso, potenziale conflitto, sia contro le altre, sia perché antitetica al problema che l’umanità ha con ciò che la ospita, i limiti del pianeta.

copertina-atlante2okdrittaScopriamo poi un secondo significato inedito del concetto di limite, inedito per noi moderni: il limite che ci diamo l’un l’altro come individui, come classi, come popoli, come nazioni, come stati (il “limes” della geopolitica). Fino ad oggi, individui, classi, popoli, nazioni e stati, hanno agito avendo come concezione di ciò che li conteneva l’apeiron, l’illimitato. Anche il gioco della classi in Occidente, è stato ambientato dentro un sistema che dominava, più o meno, l’intero pianeta. Ma proprio per questo, ben diversa è la logica distributiva della ricchezza dentro un sistema sempre più ricco, rispetto a ciò che si dovrà fare quando questo sistema sarà solo un sistema tra i tanti e sarà già tanto se rimarrà stagnante e non decrescente. Il gioco dei limiti reciproci nell’illimitato e ben diverso da quello che si dovrà giocare nel limitato. Il primo può essere un gioco a somma incrementale, win-win come recita la cultura dell’epoca, il secondo è un gioco a somma zero, se io +1, tu -1, il ritorno del win-lose. Si tratterà quindi di gestire un doppio adattamento quello degli umani tra loro e quelli dell’umanità al pianeta.

Ma se questo stato di cose si presenta chiaramente come nuova “era dei limiti”, cosa fare della nostra credenza condivisa che proviene dai secoli in cui reagimmo ad un fallimento adattivo scoprendo che i limiti imposti dalla allora credenza condivisa e la relativa organizzazione sociale, erano causa di fallimento, sdoganando un atteggiamento volto all’illimitato? Come cioè riusciremo a reintrodurre i limiti nella credenza condivisa senza ricorrere a qualche immagine di mondo specifica che reintroduca la magia, l’incantamento, Dio e la Provvidenza, leggi storico-sociali immaginarie, che sono concetti a cui non possiamo più ricorrere come se il tempo non fosse passato e le esperienze ed i fatti non fossero accaduti? Come si comporteranno i concetti di liberalismo limitato, capitalismo limitato, progresso limitato, evoluzione limitata? Limitati da cosa e soprattutto da chi?

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Dovremmo qui aprire una lunga riflessione che esula dai “limiti” di un semplice articolo. Accenniamo solo a quella che ci sembra la natura della nuova strada che ci sta di fronte. Questa natura ci sembra essere la necessità di incorporare il concetto di limite in noi stessi seguendo quindi una storia che dal limite dato da qualche credenza eteronoma (da i vaghi divieti della sapienza greca a quelli precisi dati da Dio), passò alla convinzione che l’uomo978880620105MED dovesse superare tutti i limiti che incontrava, alla constatazione che oggi ne incontra due di natura intrascendibile: quelli dati dalla natura e quelli che ci diamo reciprocamente, uno all’altro, come umani. Si tratterebbe quindi, inizialmente, di una introiezione dei limiti esterni, all’interno delle nostre mentalità. Successivamente, si tratterebbe di contrattare limiti collettivi, all’interno delle singole società, delle società tra loro, dell’umanità col pianeta. Si tratterebbe in sostanza, di passare ad una cultura della limitazione autonoma, cioè data da sé, dell’individuo a se stesso, della singola società a se stessa, delle società componenti l’umanità, le une alle altre e tutte assieme nei confronti di una convenuta accettazione dei limiti planetari. Quanto a questi ultimi, è ben chiaro che non vi sia, in teoria, alcuna legge chiara del limite planetario in sé per sé. Si potrà e si dovrà continuare ad estendere, nei limiti del possibile, il limite naturale e planetario, tanto al suo interno (forzare la resilienza naturale) che al suo esterno (planetario). Ma questa doppia estensione dei limiti, soprattutto quella dei limiti interni, comporta rischi che vanno assunti collettivamente e con coscienza e poiché non ci possiamo aspettare grandi e decisive soluzioni, non ci possiamo aspettare in tempi brevi ad esempio la trascendibilità planetaria, non si può far affidamento ciecamente su questa possibilità come pass par tout per aggirare la logica del limite. Continueremo a sfidarli ma dovremmo porvi coscienza diffusa delle conseguenze e coscienza del fatto che i rendimenti della nostre ricerche saranno probabilmente decrescenti e più lenti delle attualità che i limiti ci pongono. In sostanza, nel mentre continuiamo a provare a trascenderli, dovremmo agire e pensare “come se” fossero intrascendibili ed agire con cautela condivisa seguendo quello che H. Jonas chiamava “principio di precauzione”[x]. 9788842072058Ma questo inedito, delicato ed anche pericoloso gioco del porre e gestire l’approssimarsi ai limiti, a quale logica dovrà fare riferimento?

Tutto ciò porta ad una forma ben precisa di preliminare credenza condivisa, l’unica credenza che possiamo tutti condividere poiché prevede le credenze di tutti: la democrazia. Intendiamo con democrazia, la forma di decisione collettiva condivisa, presa dopo libero dibattito informato e senza alcuna delega che non sia mera scorciatoia funzionale (non sia cioè la forma della democrazia rappresentativa). Dovremmo cioè convenire che l’unica ammissibile forma di decisione su quanti e quali limiti porre al nostro essere ed agire, è quella in cui ognuno e tutti, previa contrattazione delle opinioni, decidono di darsi. La nuova credenza condivisa di cui abbiamo bisogno non è questo o quel modo di vedere la questione dei limiti, ma una procedura che favorisca la consapevolezza distribuita dello stato delle cose, su cui basare i processi di decisione collettiva ed al contempo, favorire l’introiezione individuale del nuovo atteggiamento.

Forme meccaniche o poco realistiche sempre presenti nella storia del pensiero umano, stanno portando alcuni critici del moderno, del liberalismo, del capitalismo, a vagheggiare un ritorno al pre-moderno. Ma questo, semplicemente, non è possibile e neanche auspicabile. Inviterei a leggere le cronache medioevali della Peste nera per apprezzare fino in fondo i moderni guadagni della medicina. Se poi riteniamo come forse è giusto ritenere, la medicina odierna, sequestrata non più da gli ordini del giuramento di Ippocrate ma dall’interesse dei capitali e dei loro possessori, non è al re-incantamento del mondo che dovremmo volgerci, ma al dissequestro della logica della ricerca scientifica, riportandola all’interesse umano nel generale e non nel particolare. Il fallimento della logica capitalistica è nell’utilità (che poi sarebbe la sua etica di riferimento, in teoria) poiché la medicina capitalistica tende sempre più a portare il benessere al minor numero e quindi ilslide_61 malessere al maggior numero. Così la ricchezza che produce, così i benefici di un modo di stare al mondo che produce benessere per sempre meno ed esternalità e problemi per i più. L’esatto contrario del suo mandata utilitario originario. E’ che nessun altro ha diritto e ragione di decidere le nostre utilità, né Dio, né il mercato. Solo noi, consapevoli dei limiti entro i quali possiamo agire, dovremmo deciderle. E solo questo lento esercizio adattativo, potrà trasferire la necessaria logica del limite dentro le nostre singole psicologie. Diffusione necessaria, senza la quale non ci potrà esser adattamento alla nuova Era complessa.

In definitiva, il periodo storico che ci si presenta innanzi, sul piano dei comportamenti sociali, economici e politici e sul piano dei sistemi di idee che informano le credenza condivise, sembra porci la nuova sfida: dare e darci limiti. Dovremo darceli noi se non vogliamo che sia l’armageddon bellico o la catastrofe ambientale e darceli. Questi limiti, dovremmo darceli previa diffusa conoscenza ed informazione alla base di una estesa e consapevole assunzione di responsabilità, una nuova società a responsabilità illimitata e ad azione consapevole e limitata. Dai limiti eteronomi del medioevo, alla ribellione dell’illimite del moderno, ai limiti che ci dobbiamo dare tutti assieme, consapevolmente, realisticamente, in autonomia. Ecco perché tutti coloro che desiderano cambiare lo stato del mondo e del nostro modo di viverlo, tutti coloro che sono mossi da principi di giustizia ma anche quelli che più semplicemente sono mossi dalla paura fondata di un nostro fallimento adattivo all’Era complessa, coloro che ritengono la guerra un fossile da rinchiudere nei libri della nostra prima storia, dovrebbero concentrarsi su una nuova credenza condivisa che evolva l’ordine democratico, l’unica forma che permette di darsi liberamente limiti in autonomia. L’evoluzione non è fine a sé ma all’adattamento alle cangianti forme del mondo, il progresso non è più dato dall’aumento estensivo delle quantità ma da quello intensivo delle qualità.

Se la cosa è data dai suoi limiti, dare nuovi limiti produrrà un nuova cosa, la “cosa nuova” che andrà oltre il liberalismo, il capitalismo ed il moderno. Il mondo nuovo apparirà così dai limiti che porremmo al vecchio.

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[ii] J. Locke, Due trattati sul governo, Rizzoli, Milano, 2009

[iii] J.M.Keynes, Sono un liberale?, Adelphi, Milano, 2010. In effetti, il keynesismo è un liberalismo limitato, ovvero a cui si sono posti dei limiti. Nel suo articolo, Keynes, sosteneva che il manifestarsi di un netto pensiero liberista, in economia, fu invero assai tardo, non prima della seconda metà del XIX° secolo con la Scuola di Manchester. Il conato iper-liberista, in economia, risulta collegato a fasi imperiali, fasi ben diverse dal mondo multipolare a cui andiamo incontro.

[iv] M. Weber, La scienza come vocazione, F. Angeli, Milano, 1996

[v] Nella generazione dei fenomeni, noi siamo soliti indagare la causa efficiente ma spesso, il primo passo del cambiamento è il solo aprirsi di una nuova condizione di possibilità.

[vi] In realtà di più visto che il dato è una media statistica europea, ed alcune zone furono risparmiate dal contagio.

[vii] Le visioni del mondo hanno le loro capitali ed il loro fallimento porta al fallimento di questi centri. Così fu Atene con Roma, così Roma con Londra (con una lunga transizione che procederà dal Sud al Nord Europa), cioè il medioevale dominio del paradigma Dio a cui subentrò il moderno dominio del paradigma dell’azione illimitata dell’uomo.

[viii] Vari i testi sulla Peste Nera, tra cui: W.H. McNeill, La peste nella storia, Res Gestae, 2012

[ix] Si rimanda al classico Club di Roma. Limits to Growth, 1972. Un buona visione aggiornata sulla stessa linea: J. Rockstrom, E. Mattias Klum, Grande mondo, piccolo pianeta, Edizioni Ambiente, Milano, 2015.

[x] H. Jonas, Il principio responsabilità, Einaudi, Torino, 2009

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Informazioni su pierluigi fagan

59 anni, sposato con: http://artforhousewives.wordpress.com/, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore per 22 anni. Da più di tredici anni ritirato a confuciana "vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente. Il tema del blog è la complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore.
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10 risposte a LOGICA DEL LIMITE. Per una etica della complessità.

  1. lorenzo ha detto:

    Post meraviglioso. Superare il modello attuale di civiltà per una consapevole dei propri limiti è sicuramente la risposta più adattativa. Del resto veniamo da civiltà la cui complessità permetteva al massimo una strategia di autoconservazione per mezzo della tradizione, più o meno rigidamente condannate ad essere se stesse sino a mutamenti del proprio ambiente troppo rapidi o radicali (e spesso indotti dalla civiltà stessa) per permettere ai lenti mutamenti della tradizione stessa di costruire nuove strategie adattative (penso un po’ all’esempio della civiltà maya in “collasso” di diamond).
    Arriviamo al modello attuale, più complesso dei precedenti, che ci irrigidisce in una crescita continua che permette di evitare il collasso solo trovando sempre nuove fonti di risorse da sfruttare per pagare i sempre crescenti costi della propria organizzazione interna (in una sorta di feedback positivo); forse già l’impero romano potrebbe rientrare in questa definizione.
    Il passo successivo non può che essere la nascita di un’ingegneria sociale che disegni strategie con scopi precisi sulla base delle risorse disponibili.
    Il primo problema è che un livello di organizzazione tale da permettere il coordinamento di studi tanto approfonditi per partorire un progetto ed i mezzi per metterlo in atto appartengono a élite che mostrano una cultura etica molto diversa da quella genuinamente democratica da te auspicata; ma questo è il problema minore.
    Il nodo gordiano è un altro: una società più consapevole a livello anche individuale richiede come condizione necessaria circolazione totalmente libera dell’informazione; il sapere qualcosa di utile è però l’unico strumento che gruppi ed individui possiedono per competere e prosperare nella società, ad ogni livello della stessa (un vecchio proverbio popolare meridionale recita: il mestiere non si impara, si ruba! ad indicare come le informazioni atte a realizzare un utile siano vitali e gelosamente custodite da chiunque).
    L’esempio più lampante è la proprietà della letteratura scientifica: in teoria non dovrebbe esserci nulla di più pubblico, in pratica quasi tutta in mano a pochi soggetti che ne limitano pesantemente la diffusione; un esempio:

    Che ne pensi?
    p.s. scusami, ho il brutto vizio di dilungarmi troppo

    • pierluigi fagan ha detto:

      Penso: grazie! Non conoscevo la storia si Swartz. 35 anni per aver fatto download di articoli accademici da JSTOR, bastardi. Stasera mi guardo il documentario e domani lo posto in Cronache. Grazie ancora.

      Il senso dell’articolo è rivolto a quanti si sentono smarriti per non avere un progetto di mondo dopo che i sistemi di idee principali, tra quelli rivolti all’alternativa sistemica, hanno dato brutta o incerta prova. Ci si dovrebbe concentrare su atti che limitino l’illimitato sistema vigente che tende al caos. Altresì, a livello di teoria politica, se si convergessero le forze oggi disperse in una babele di conventicole, nella direzione del principio democratico (nel senso specificato, ovvio) si scoprirebbe che non siamo poi così pochi e così impotenti, come spesso ci sentiamo. Ne riparleremo. A presto.

  2. Bruno Martina ha detto:

    Tesi suggestiva, affascinante e ben supportata. E’ difficile non soffermarsi e riflettere.
    Mi permetta una minuscola osservazione: l’ affermazione “…poiché la medicina capitalistica tende sempre più a portare il benessere al minor numero e quindi il malessere al maggior numero…..” sembra una semplice estensione al campo della medicina del fenomeno della concentrazione della ricchezza. Le case farmaceutiche utilizzano anche politiche di “cessione” della conoscenza sul confezionamento di un farmaco una volta trascorso il periodo di tutela con brevetto realizzando per tale via l’estensione del benessere al maggior numero di persone.
    Grazie

    • pierluigi fagan ha detto:

      Grazie, prendo atto. Non mi riferivo però solo alle case farmaceutiche ma alla sanità nel suo complesso e non mi riferisco quasi mai all’Italia nel particolare ma all’Occidente in generale, in ciò che scrivo Ciò perché io mi occupo prevalentemente di sistemi macro. Poiché l’assunto utilitarista è di origine anglosassone, è ironico che proprio in certa cultura anglosassone (mi riferisco a gli USA), si registri la perfetta inversione del principio in prassi del tutto invertite. Lo segnalo perché confesso di avere una predilezione per la filosofia, ovvero ritengo che in filosofia si distilli il nucleo di certe correnti di pensiero ed immagini di mondo e non lo si fa mai con leggerezza. Certo, anche la filosofia è ideologicamente orientata ma anche quando lo è -assai spesso- lo è in maniera sofisticata ed intelligente. Per dire che gli utilitaristi britannici del primo XIX° secolo, erano ben consapevoli della necessità di tenuta sociale, così come lo era Smith quando illustrava il suo sistema come il modo in cui si può “arricchire sia il popolo che il sovrano” (e del resto le radici dell’etica utilitaria sono nell’Illuminismo scozzese). Anche se si assume il punto di vista diciamo “capitalista” ma si perde la saggezza minima di rimanere nei limiti dell’utilità generale come consigliavano gli antichi, si va incontro a contraddizioni letali, letali per il sistema stesso e sopratutto per chi ne fa parte.

      Infine, provengo da fresche letture sul fenomeno dell’allungamento vita e sfida ai limiti del decadimento cellulare. Si paventa, credo a ragione, che si possa formare un divario tra umanità molto longeva, bio-tecno assistita, che è poi quella che si potrà permettere tale longevità ed umanità come vuoto a perdere. Questa è una rottura dell’ulitima solidarietà umana, quella verso la morte. Inedito…

      Cordialmente

  3. Jacopo Coro ha detto:

    Ciao Pierluigi, ti segnalo un altro video di Massimo Cacciari ( sembrerò fissato, ma mi sembra il filosofo che offre gli spunti più interessanti al giorno d’oggi in Italia ), dove risponde ad un altro filosofo dalle discutibili ( almeno a mio avviso ), posizioni filosofiche, Diego Fusaro.
    Il tema è proprio quello del limite, e Cacciari riflette sul fatto che Marx sarebbe totalmente inserito nell’idealismo tedesco ( altro che l’apparente materialismo storico ), che concepisce l’ente, l’io, come illimitato e dunque dal progresso illimitato, infinito. Quindi anche il capitalismo viene vista come una forma di produzione illimitata, infinita, e la critica di Marx non verterebbe su questo aspetto, ma proprio sui limiti instrinsechi al capitalismo che lo renderebbero invece limitato, questa cosa per lui negativa, in quanto ripeto totalmente inserito nella corrente idealista tedesca.
    Quindi usare Marx come simbolo dell’anticapitalismo come farebbe Fusaro, secondo Cacciari è errato, perchè per i motivi appena citati, non costituirebbe una reale opposizione all’essenza del sistema capitalistico, il progresso illimitato-infinito.
    Che ne pensi?
    Cordialmente.

    • pierluigi fagan ha detto:

      Buongiorno Jacopo, io credo che su “capitalismo” esistano degli equivoci. Il principale è il ritenerlo un modo di produzione stante che si ritiene legge che sia l’economico ad ordinare l’umano vivere associato. Marx sostiene che il vivere associato sia ordinato dall’economico (legge) e che il capitalismo sia un modo dell’economico, un modo ingiusto e contraddittorio (tesi) a cui oppone un processo di critica e negazione (critica – rivoluzione – dittatura transitoria del proletariato ovvero –hegelianamente- antitesi) che dovrebbe portare (se si ha fede nella dialettica hegeliana che si ritiene processo mentale e naturale, ideale ossia razionale e reale) al superamento: il comunismo. Io credo che il capitalismo sia certo una forma economica ma questa forma discenda dal fatto che si sia posto l’economico come ordinatore del vivere associato, e questo è l’essenza ordinativa solo del moderno. In sostanza, io non concordo con Marx sul materialismo storico, credo Marx abbia intuito la forma del moderno (l’economico ordina tutto) ma l’abbia erroneamente generalizzata come legge storica universale. Basta rivolgersi al Medioevo o ai califfati islamici per accorgersi che lì l’ordinatore era il religioso o all’Impero romano o a gli Unni o a Napoleone per vedere che lì l’ordinatore era il militare o ad Atene classica per vedere che lì l’ordinatore era il politico. Il superamento del moderno, sarà poi certo anche una nuova forma dell’economico, ma prioritariamente dovrà essere la retrocessione dell’economico che dovrà rispondere ad un altro ordinatore, anche perché pare evidente che oggi l’economico più che ordinare, disordina.

      Il moderno non va superato solo perché non ci piace, va superato perché va incontro al fallimento adattivo. Va verso il fallimento adattivo perché è una filosofia che non contempla il limite, essendo nata come reazione a limiti precedenti (imposti dalla credenza nella funzione ordinativa di Dio) che si sono rivelati falsi e disadattativi (milioni di morti). Falsi quelli, ha ritenuto che fosse falso il concetto di limite, una induzione errata. Come reimportare il concetto di limite nelle nostre immagini di mondo ma soprattutto nella forme del nostro vivere associato? Credo che l’unica strada condivisibile ed utile, sul piano del vivere associato, sia quello di pensare al politico come ordinatore. Qui per legittimità (chi pone i limiti) ma anche funzionalità (che limiti si pongono) l’unica forma adeguata di politico è il modo democratico.

      Hegel pensava che l’ideale informasse (desse forma) al materiale, Marx capriolò l’asse e disse che il materiale informa l’ideale. Invero, sembra che tra ideale e materiale o materiale ed ideale, ci sia una relazione. L’intermedio della relazione è l’umano che è poi quello che fa (materiale) e pensa (ideale). Ora, non sta bene che l’umano sia schiavo del suo ideale, così come lo sia del suo materiale. Per affermarsi, l’umano, che è un individuo ontologicamente associato ad altri umani ed alla natura, ha il suo modo: il politico. Il politico è il potere di decidere l’intenzione collettiva. Vogliamo farla decidere ad Uno? Vogliamo farla decidere dai Pochi? Io direi di farla decidere ai Molti. I Molti, informati e formati (cioè conoscenti), discutano e decidano da sé –liberamente- che limiti darsi e dare.

  4. lorenzo ha detto:

    Concordo pienamente con la tua conclusione, in una società sono i Molti che dovrebbero decidere. Distinguerei il concetto di Molti da quello di Maggioranza, però. Il problema delle decisioni riguardanti il governo di un sistema complesso (output) richiede un’elaborazione di un input su per giù corrispondente ad una rappresentazione relativamente precisa della struttura del sistema stesso; compito impossibile per un individuo (non esistono uomini capaci di tenere a mente un numero così grande di informazioni, figuriamoci elaborarle), e troppo arduo per una rete di pochi individui, magari tutti provenienti dalla stesso ceto sociale e dotati di visioni del mondo troppo simili tra loro. Se la democrazia fosse decidere sulla base delle preferenze di una maggioranza di individui disorganizzati, non è possibile alcuna elaborazione; di fatto una maggioranza disorganizzata è facilmente manipolabile da una minoranza organizzata (quello che accade oggi, il progetto della trilaterale descritto in “La crisi della democrazia” di Crozier, Huntington e Watanuki del 1975). Un sistema democratico nel quale i Molti non siano consapevoli di doversi organizzare in reti per l’analisi di ogni problema sociale è solo una copertura per nascondere una Tecnocrazia de facto. E’ necessario affiancare al proprio lavoro quotidiano (che richiede specializzazione del sapere individuale) un altro lavoro altrettanto quotidiano di studio e analisi (non solitario!) al fine di aggiungere al proprio bagaglio culturale gli strumenti di analisi e comunicazione per organizzarsi in tanti think tank collegati in rete tra loro. Ciò necessita, come pre-condizione, che gli individui debbano lavorare molto meno in termini di ore settimanali nel sistema economico e debbano accettare di non dover smettere mai di studiare ed analizzare nel sistema politico; è nel realizzare ciò che sorgono i problemi.

    • pierluigi fagan ha detto:

      Come l’avessi scritto io. Aggiungo due cose. La prima è che la democrazia di cui parliamo è evidentemente un tendere a …, di cui tra l’altro si dovrebbe riprendere l’elaborazione teorica anche perché non c’è termine così usato e positivamente condiviso ma così privo di specifiche nella nostra tradizione di pensiero. Ad esempio: come influisce il discorso delle reti dialoganti, la dimensione delle cellule (nodi) dialoganti al loro interno e tra loro, la necessaria condizione di tempo a disposizione per comprendere, discutere e decidere su molte cose, rispetto all’economia o alla teoria dello Stato? Lo dico perché, ad esempio, nel caso dello Stato, si è gioito per la soppressione delle province ma invero si sarebbero dovute sopprimere le regioni. Le regioni sono troppo grosse per rappresentare un nodo democratico, sono un istituto burocratico-amministrativo di uno Stato centralizzato basato sul sistema rappresentativo, le province, almeno come dimensione, già vanno meglio nell’ottica di una democrazia più diretta. Come si fa a permettere che vi sia un partito che al contempo usa come nome della ditta “democratico” da una parte e dall’altra non promuove un sistema elettorale rigidamente e semplicemente proporzionale? Hans Kelsen sarebbe inorridito e stiamo parlando non di un pericoloso sovversivo ma di uno dei maggiori giuristi del ‘900. In mancanza di una teoria di riferimento, si rischia di andare appresso a decisioni politiche che non seguono un meditato percorso di costruzione democratica. Che priorità dovrebbero avere la difesa di una informazione pluralistica e pubblica o di una scuola pubblica estesa anche a gli adulti, nel nostro agire politico? Visto che giocoforza dovremo lavorare di meno, perché non pensare a forme di apprendimento continuo per gli adulti (andragogia: https://it.wikipedia.org/wiki/Andragogia)? Cosa facciamo per questo?

      La seconda è che il nostro sapere, in accordo con la forma della divisione del lavoro tendente alla iper-specializzazione, ha unicamente questa forma verticale. Occorrerebbe forse cominciare a coltivare anche la forma orizzontale non perché questa sostituisca quella, ma per dare tridimensionalità al nostro sapere pubblico. Mi riferisco a generalisti, intelletti in grado di collegare le parti tra loro, stante che la conoscenza specifica delle parti rimane in capo ai presidi specialisti. Insomma se si deve upgradare la nostra mente sociale, non bastano neuroni e dendriti locali ma anche assoni che che collegano i sistemi di sapere locale con altri a medio e lungo raggio. Ne conseguono alcuni compiti: pensarci su ed estendere una teoria della conoscenza che superi le dicotomie moderne (pratico-teorico, umanistico-scientifico, vero in sé-vero per me, oggettivo-soggettivo, razionale-emotivo), promuovere libri e corsi di insegnamento più orizzontali, dare sostenibilità sociale a chi svolge questo importante lavoro. Io ho la fortuna di potermi permettere la mia autonomia di pensiero ma se un giovane va da un professore o anche uno studioso convertito andasse nell’accademia a fare questi discorsi, sarebbe immediatamente ostracizzato. Ricordo che il Discorso sul metodo di Descartes, fu la prima opera scritta in francese volgare (non in latino) e Descartes prese questa decisione scientemente perché sapeva che andare a presentare una idea di sovversione del metodo all’accademia (che scriveva solo in latino) significava ricevere una indagine dall’Inquisizione.

      Sono discorsi che qui cerchiamo di fare di continuo. Mi fa piacere tu li condivida. Ci torneremo su…

  5. maria cristina fazzi ha detto:

    Scrivo semplicemente per ringraziarla, sono una di quelle che per 40 anni ha promosso corsi di insegnamento orizzontali pur nell’assenza totale di qualsivoglia sostenibilità sociale. Non sono in grado di poter interloquire o argomentare con i suoi approfonditi e articolati contributi ma sono in grado di apprezzarli anzi, di studiarli e di spaziare, di ampliare anche utilizzando i suoi suggerimenti bibliografici. La gestione della complessità fa parte dei miei interessi da molti anni e mi sforzo di essere una cittadina che cerca di andare oltre l’assordante rumore di fondo per cercare di essere soggetto attivo nella realtà in cui mi è capitato di vivere oltre che cercare di comprendere sia il cammino fin qui percorso dall’umanità sia quale potrebbe essere la sua evoluzione. Il suo sito è, a mio avviso, un buon esempio di coagulo di quelle forze riflessive disperse che sarebbero molti utili per avviarci verso una indispensabile evoluzione.

    • pierluigi fagan ha detto:

      Grazie. Sull’ultima affermazione che ha fatto sto meditando da un po’. Fino ad oggi, qui, io scrivo e qualcuno legge e semmai commenta. Chi legge questa roba che non è né breve, né -a volte- semplice, mostra una propensione per forme e contenuti del pensiero che potrebbe meritare una diversa coltivazione. Non so, ci sto pensando. Penso intorno all’espressione “coagulare forze riflessive disperse”. Continuerò a farlo, intanto, se qualcuno ha qualche idea, è benvenuta. A presto.

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