IL PREZZO DEL DISADATTAMENTO

14 Novembre. Ed ora l’onda di sdegno e commozione, le improbabili contro-analisi su chi è stato e perché l’ha fatto, la melassa retorica, la voglia di restituire il colpo. Noi non stiamo capendo cosa è diventato e cosa diventerà il mondo, il nostro e quello a noi vicino. Noi non siamo adeguati ai tempi che ci è toccato in sorte di vivere. Viviamo ignari convincendoci che tutto va per il solito, poi soprassaltiamo un po’ quando succede qualcosa di violento che ci lambisce o colpisce, poi dimentichiamo e torniamo a prorogare ostinatamente il nostro corso di vita estraneo. Noi ci rifiutiamo di capire perché rifiutiamo di agire perché sappiamo che questo agire turberebbe profondamente il nostro modo di essere, noi non vogliamo cambiare. Quando il mondo cambia e noi no, poiché chi detta le regole del gioco della realtà è il mondo, noi ci troviamo disadattati. I morti di Parigi e quelli che verranno sono le vittime del nostro disadattamento.

Cosa dovremmo capire per agire di fronte a fenomeni come quelli di ieri sera a Parigi? Forse dovremmo partire dall’anello di causazione più semplice, non l’unico, ma comunque quello senza la cui esistenza non esisterebbero neanche gli altri. L’anello più semplice ha tre segmenti. Il primo segmento è dato dal fatto che ieri sera, a Parigi, molte persone trovavano bello trascorrere la serata in compagnia, o in un ristorante cambogiano, o ad un concerto rock, o a vedere una partita di calcio. Il lato piacevole della vita normale secondo gli standard europei e più in generale occidentali. Questi standard sono garantiti da una complessa macchina economica e finanziaria che in quanto determina gli ordini sociali dei nostri popoli-nazioni, diventa interesse di Stato. Una parte di questa macchina, per i francesi, include una vasta serie di rapporti interessati con realtà extra-nazionali che si trovano, tra l’altro, in Africa occidentale e Medio Oriente. Il secondo segmento presenta una perturbazione a gli interessi dello Stato francese. Si tratta di conflitti indiretti, conflitti che riguardano fazioni politiche relative ai territori extra-francesi: la fazione del potere in carica -che ha ottimi rapporti con lo Stato francese, quindi con il loro interesse- e le fazioni sfidanti. I francesi potrebbero lasciarlo esser un conflitto indiretto ovvero aspettare che si risolva in favore dell’uno o dell’altro ma bisognerebbe allora che accettassero il fatto che se vincesse il potere sfidante, dovrebbero dire addio ai benefici della propria presenza che estrae ricchezza locale per alimentare lo standard di vita nazionale. Se non si accetta questa eventualità, la riduzione della propria potenza, allora bisogna intervenire ed il conflitto da indiretto, diventa diretto. Si arriva così al terzo segmento. Avere un conflitto diretto tra uno Stato ed una entità non formale, porta allo scontro asimmetrico.  E’ uno scontro come qualsiasi altra forma più tradizionale, cioè una guerra, ma mentre le guerre propriamente dette hanno un solo campo di battaglia ed eserciti regolari con vittime civili collaterali, lo scontro asimmetrico può arrivare ad avere due campi di battaglia, due eserciti, uno regolare ed uno no, vittime civili facenti parte del campo di battaglia non come collaterali ma come obiettivi principali. Quello che è successo ieri a Parigi è la chiusura del circolo delle cause semplici in una forma finale di guerra asimmetrica.

Poiché in definitiva, il soggetto centrale di tutta questa situazione è il popolo francese, perché è questo che deve decidere del prezzo del proprio standard di vita, perché è questo che elegge i propri rappresentanti che poi interpretano e gestiscono l’interesse nazionale, perché è esso stesso quello che paga il prezzo d vite umane della guerra asimmetrica, tocca al popolo francese decidere come agire.

Può certo desiderare di distruggere il potere sfidante locale di modo da non subirne la reazione ma nel caso in oggetto, questo obiettivo parrebbe non alla portata del solo Stato francese. Potrebbe allora allearsi con gli altri nemici del potere sfidante ma chissà perché, proprio lo Stato francese risulta alleato con gli amici del potere sfidante e nemico dei loro nemici naturali. Forse di questo dovrebbe chieder conto ai propri rappresentanti. Potrebbe inventare una qualche forma più sofisticata di intervento indiretto che forse: a) renderebbe meno esplicito ed evidente il suo ruolo; b) potrebbe addirittura portare effetti più concreti degli interventi diretti, cioè militari. Sembra però che questa forma più sofisticata di manovra sul mondo complesso non sia conosciuta in Occidente. Del resto, nel passato, anche quando era conosciuta, ha portato a risultati disastrosi. Potrebbe migliorare la propria intelligence, polizia e forma repressiva interna di modo da minimizzare i rischi delle ritorsioni indirette ma questo consiglio sembra non tenere conto della oggettiva ed ineliminabile porosità delle società occidentali. Eliminare questa porosità che offrendo libertà offre anche opportunità di azione per il nemico, significherebbe togliere “occidentale” da “società”e tra l’altro non si vede quale logica potrebbe avere, visto che la ritorsione si ha per essersi impicciati in cose da cui proviene parte della qualità di vita di quella società. In pratica si accetterebbe di peggiorare la qualità di vita ma alzando i rischi di ritorsione, un assurdo. Ci si potrebbe del tutto astenere dall’intervenire in conflitti terzi e si potrebbe accettare una moderata rinuncia di parte di quella qualità della vita ma allora bisognerebbe agire internamente per redistribuire la tanta che hanno i Pochi, compensando quella poca che perderebbero i Molti.

Rimarrebbe certo una parte del problema. Popolazioni con alti tassi di natalità, quindi giovani, sono strette nel triangolo insostenibile fatto da: 1) una memoria storica di umiliazioni seriali, di morti, stupri, ingiustizie, rapine, tracotanza, sudditanza ad opera di 978880618037MEDsoggetti coloniali; 2) una realtà economica depressa e corrotta poiché gli interessi di monarchie medioevali, élite militari, stati confinanti, potenze planetarie, soggetti settari, variamente in concerto tra loro, non mostrano alcuna capacità di aiutare i loro popoli ad un adattamento sociale e storico ai tempi che sono; 3) una ideologia di stampo religioso, molto indeterminata sebbene presente come unica ed in forme molto estese, che offre spunti per interpretazioni che vanno dalla quiete universale alla guerra santa, che non ha una autorità centrale normativa, che è usata da interessi settari o nazionali o geopolitici da parte di attori molto furbi e molto ricchi. Tale triangolo che ha solo entrate e non uscite, è poi inscritto del cerchio della modernità, quella in cui, quei giovani sono immersi ma con pochi diritti di fruizione se si vive fuori dall’Islam, quella vista nei mezzi di comunicazione di massa e con nessun diritto di fruizione bensì solo di desiderio, se si è nell’Islam. Tale desiderio è poi ambivalente perché in conflitto con alcune norme della propria etica religiosa e relativo al mondo di coloro che, in fondo, si odiano.

Questa secondo problema è più complesso e merita un dibattito ampio e profondo ma è meno urgente. Quello più urgente è che i francesi e coloro che partecipano della loro sorte, decidano dentro l’equazione data: se pagare i prezzi degli atti di guerra condotti per sostenere una parte del proprio tenore di vita, se incrementarli incrementando l’azione di guerra, se diminuirli astenendosi da azioni unilaterali, se diminuirli di più astenendosi del tutto da condurre azioni di guerra aperta. Il resto è “temps perdu”.

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Informazioni su pierluigi fagan

59 anni, sposato con: http://artforhousewives.wordpress.com/, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore per 22 anni. Da più di tredici anni ritirato a confuciana "vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente. Il tema del blog è la complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore.
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12 risposte a IL PREZZO DEL DISADATTAMENTO

  1. pa8olo ha detto:

    Userei il termine ignoranza. Religione e violenza sono la stessa cosa. Dio non è grande. Dio è odio. E non è una novità. Le religioni (cioè l’ignoranza) e la forza (armi, militari, finanza) vanno da sempre insieme, strumenti di parassiti che sfruttano e coltivano l’ignoranza per creare appartenenza e nemici. Prega e muori, ignorante.

  2. Jacopo Coro ha detto:

    Salve Pierluigi,

    ci siamo scritti qualche tempo fa riguardo alla democrazia, Platone etc…
    Vorrei chiederle alcune precisazioni su alcuni punti di questo suo ultimo articolo, mi aiuterebbero a capire maggiormente la situazione globale e occidentale, in particolare riguardante il nostro stile di vita.
    Le riporto i passi:

    …Questi standard sono garantiti da una complessa macchina economica e finanziaria che in quanto determina gli ordini sociali dei nostri popoli-nazioni, diventa interesse di Stato. Una parte di questa macchina, per i francesi, include una vasta serie di rapporti interessati con realtà extra-nazionali che si trovano, tra l’altro, in Africa occidentale e Medio Oriente…

    …I francesi potrebbero lasciarlo esser un conflitto indiretto ovvero aspettare che si risolva in favore dell’uno o dell’altro ma bisognerebbe allora che accettassero il fatto che se vincesse il potere sfidante, dovrebbero dire addio ai benefici della propria presenza che estrae ricchezza locale per alimentare lo standard di vita nazionale…

    …Poiché in definitiva, il soggetto centrale di tutta questa situazione è il popolo francese, perché è questo che deve decidere del prezzo del proprio standard di vita…

    …visto che la ritorsione si ha per essersi impicciati in cose da cui proviene parte della qualità di vita di quella società…

    Le mie domande sarebbero:

    Come si ottiene concretamente il nostro standard di vita?
    Da cosa è garantito?
    Perchè non lo si potrebbe ottenere in altri modi?

    Grazie in anticipo per l’attenzione, e complimenti sempre per le sue analisi “ complesse”, non se ne trovano davvero di altrettanto profonde in tutta la rete!

    • pierluigi fagan ha detto:

      Buongiorno Jacopo,

      questo link: http://m.espresso.repubblica.it/plus/articoli/2015/10/02/news/africa-dove-bombarda-hollande-1.232674, mostra abbastanza bene (ma si potrebbe allargare il discorso) quanto la Francia operi a protezione e sviluppo dei propri interessi, facendo “guerre”. Il paradosso (preoccupante) è che queste cose non sembrano affatto chiare e note ai più. Di tutte le immagini del diluvio di emozione di questi giorni, mi ha sconfortato quel gruppo di persone che lasciavano lo stadio cantando la marsigliese. Cribbio, se A fa guerra a B, sarà pur normale che B venga a mitragliarti a casa, no? Purtroppo, guerra, stragi, sangue, islam, scontro di civiltà , giornalisti, mestatori, politici avvoltoi e molti altri, attivano turbini di emozioni e le emozioni annegano di neurotrasmettitori le sinapsi che si collegano creando stati mentali che nulla hanno a che fare con quello che succede.

      La Francia è il paese europeo che più mantiene interessi, economici e finanziari, in altre zone del mondo, Africa, Medio Oriente su tutte. Se vai a riprendere la famosa foto della marcia dei presidenti, all’indomani della strage di Charlie Hebdo, vedrai a sinistra di Hollande la Merkel, a destra, I.B.Keita, presidente del Mali. Semplicemente, una parte del Pil della Francia, dipende da relazioni privilegiate con ex colonie. La Siria, sin dagli accordi Sykes Picot (https://it.wikipedia.org/wiki/Accordo_Sykes-Picot) è protettorato francese. Mentre l’azione francese in Africa ha di mira interessi economici e finanziari diretti, quella in Siria ha di mira interessi geopolitici che sono la pre-condizione per lo sviluppo successivo di quelli economici-finanziari.

      Quindi: la Francia s’ingaggia in guerre a protezione dei suoi interessi, i suoi nemici vanno a farle guerre a casa di modo che l’opinione pubblica si renda conto del prezzo che queste guerre comportano. L’opinione pubblica francese sembra non sapere di queste guerre. Chi ha fatto la strage, immagino volesse rendergli noto non solo il fatto, ma anche il prezzo. La cosa è abbastanza semplice e non ha nulla di emozionante, è tutto abbastanza pratico e razionale. Al limite, non ha neanche niente di morale, la guerra esiste da millenni, i morti pure. Si tratta solo di capire se preferisci mantenere i vantaggi di questo sfruttamento coatto di luoghi e popoli fuori dai tuoi confini ed allora ti prendi i morti del 13 e quelli che verranno (puoi piangere, fare funerali di stato, condire con un po’ di retorica nazionale, ci sta) oppure no. Quello che non puoi fare è pretendere di fare quello che fai e poi trasecolare se vengono a spararti a casa.

      Consentimi di rimanere così sul generico rispetto la tua domanda. Se la Francia per incanto magico, domattina, recedesse unilateralmente da tutte le sue presenza post-coloniali, il suo Pil si contrarrebbe a livelli inferiori a quelli dell’Italia. Scatterebbero i meccanismi di Maastricht. I francesi si infurierebbero (ai presente i manager Air France quasi linciati perché hanno osato “licenziare”?), sarebbe il caos. Verrebbero colpiti non solo nel loro tenore di vita ma anche nell’orgoglio nazionale. Partiti che promuovono l’uscita dall’euro vincerebbero a mani basse, sarebbe il crollo del sistema europeo. Meglio bombardare di qua e di là e quando vengono a spararti a casa…una bella folata di nazionalismo, cantiamo la marsigliese ed inviamo una bella portaerei per bombardare di più!

      Ripeto: quello che è preoccupante non è l’amoralità di questo comportamento ma l’incoscienza dell’intero meccanismo. A molti sembra bello mettere il tricolore francese su facebook perché si sentono mobilitati in difesa dei valori occidentali ma di quei valori fa parte l’andare a buttare bombe e missili in testa ad altri per mantenere quel po’ di ricchezza che ti permette di andare il venerdì sera a vedere un gruppo heavy metal americano. E’ questa incoscienza che è immorale.

  3. aiace ha detto:

    Ciao Pierluigi,
    sto seguendo dal primissimo inizio l’attentato a Parigi; intendo proprio dai primi istanti quando ancora non si sapeva cosa fosse. Mia figlia sta facendo l’Erasmus (Scienze Politiche, indirizzo globalizzazione) lì, abita 2 portoni dopo la pizzeria Casa Nostra in Rue de la Fontaine au Roi. Ha cominciato a scrivermi delle sventagliate di mitra intorno alle 21,30 e pareva una storia di criminalità comune.

    Lei è bravissima, ha la media del 30 e prende borse di studio ma ciò non toglie che portarla fuori da ragionamenti “main-stream” e farle notare che fatti di terrorismo come questi siano speculari a guerre, operazioni dei servizi, e colonizzazione economica dei paesi mediorientali, africani o comunque di cosiddetto terzo mondo risulta piuttosto difficile. Nonostante il pensiero di molti docenti della facoltà che a Milano (es- Giannuli) come a Parigi lei ritiene “…quasi comunisti”. A Parigi, in particolare, si è trovata a studiare in corsi dove non solo è necessario un qualche fondamentale sociologico ed antropologico ma sono previsti riferimenti abbondanti al pensiero filosofico. Insomma, non è come Economia alla Bocconi.

    Eppure, a fronte di fatti come quello di Parigi, il ragionamento, l’analisi critica, si bloccano.
    Come dice splendidamente Latouche, abbiamo un pensiero ormai colonizzato e soprattutto, aggiungerei io, quando ci tocca pagare il conto direttamente.

    Però, però, va detto che questa cosa non capita solo a noi occidentali e/o figli d’occidentali. E’ saltata comunque anche nella testa degli “altri”, la possibilità del dialogo, non certo con governi e governanti ma fra rispettive “intelligenze” critiche di entrambi le parti. Ai tempi della guerra d’Algeria era semplicemente normale che queste parti (le intelligenze critiche) non solo si confrontassero ma che collaborassero.

    Oggi non è più così, il caso Arrigoni docet.

    Intanto ieri sera mio figlio liceale metteva (…tam tam virale indotto di whatsapp) due candeline sulla finestra. Non glielo ho certo impedito ma gli ho fatto notare in quante altre occasioni non si fa; perché non succedono a casa nostra.

    Mentre lunedì, abbandonando la mia specifica materia, vedrò che cosa dire ai miei studenti di istituto tecnico.

    Un saluto

    (PS: ..faccio sempre tesoro dei tuoi ragionamenti, delle tue ricerche e le condivido con colleghi a scuola; non so se stai a Milano, ma nel caso, se tu fossi disponibile, vorrei organizzare in scuola una conferenza con la tua partecipazione).

    • aiace ha detto:

      … leggo ora che Valeria Solesin era attivista di Emergency; questo rende ancora una volta amara ogni riflessione

      • pierluigi fagan ha detto:

        La riflessione è amara, concordo. Questo pezzo che ho pubblicato ieri in due momenti diversi e che inizialmente era solo un commento informale nella sezione delle Cronache, è scritto veramente male, perché l’ho scritto controvoglia. Il commentismo, appena accadono fatti è ormai un riflesso per molti. Quello che è successo non mi ha sorpreso. Sto scrivendo un libro su questioni geopolitiche e più in generale sull’epoca che viviamo e certe cose mi sembrano inesorabilmente scontate. Noi non stiamo comprendendo la profondità dei cambiamenti storici ai quali saremo sottoposti. Mi commuovo anch’io come tutti davanti alla televisione, fossi un giornalista non saprei proprio come continuare imperterrito dopo certi servizi. Eppure dopo tanti morti e tanta rabbia, tante lacrime e tanta paura, bisogna tornare a ragionare. Noi non siamo gli spettatori o i commentatori degli eventi, noi siamo gli eventi.

      • pierluigi fagan ha detto:

        Per un mio problema di browser ho letto solo la considerazione finale del tuo intervento ma quanto ho scritto vale comunque. Mi interessa però aggiungere una cosa. In effetti, è segno dei tempi la mancanza di un dialogo euro-arabo ed è un segno dello smarrimento dei tempi, il disordine intellettuale europeo che rimbalza tra migranti, sociologia piagnona, terza guerra mondiale, eurocrazia e morte della sinistra. Vedo menti smarrite e se lo sono quelle di coloro ai quali abbiamo delegato il pensiero, la somma dello smarrimento di tutte le altre, preoccupa ancor di più.

        p.s. Mi spiace, non vivo a Milano ma se passo (capita ogni tanto) te lo faccio sapere per tempo. Grazie del tuo intervento.

  4. solounacri ha detto:

    Potrei chiedere la sua opinione sull’ipotesi di false flag? Grazie.

    • pierluigi fagan ha detto:

      L’ipotesi false flag (che non escludo in via di principio, in genere) non credo sia pertinente per tre motivi. Il primo è la presenza di kamikaze. Nessun agente, di nessuna altra organizzazione che non sia una forma ideologica molto settaria con complesse promesse su l’oltrevita, si suicida in un attentato. Si potrebbe ipotizzare che in effetti nessuno si è suicidato ma a parte qualche conferma che mi sembra emerga da testimoni non sospetti, pare essere questa la dinamica dell’attentato allo stadio. Si sono sentiti distintamente i botti ma i morti pare siano solo sei di cui tre terroristi. Così quelli che si sono ficcati al Bataclan, certo non pensavano di uscirne vivi. Il secondo è il fine. Mi sfugge il fine di una operazione del genere ed il possibile mandante.Questo anche nel caso si sia trattato di una etero-direzione di gruppi sinceramente jihadisti da parte di forze occulte. Nel caso poi, l’Isis di cui è nota la capacità di gestione delle comunicazioni, si sarebbe dissociata. Se poi si crede che l’Isis è tutta una invenzione della CIA, beh allora qui manca lo spazio per argomentare ed invito a fare una ricerca seria su siti comunque di contro-informazione ma affidabili che spiegano con riscontri quali siano le forme costitutive dell’Isis, derivate dall’esercito, i servizi e la polizia dell’Iraq di Saddam rivestiti, finanziati ed in parte eterodiretti dall’Arabia Saudita.Che poi vi siano state collusioni con interessi manovrati dall’intelligence USA è un altro discorso. Il terzo è che invece c’è il fine ed il possibile mandante se lo si cerca negli interessi delle forme armate che combattono in Siria. Non solo, Beirut e Sinai sono precedenti recenti di una normale strategia di reazione di chi sta perdendo il dominio del territorio sotto la triplice azione russo-siriana-hezbollah.E’ tipico di ogni formazione guerrigliera, mostrare alle opinioni pubbliche del paese-Stato che le aggredisce, il prezzo da pagare. Si cerca di togliere legittimità e creare contraddizioni in campo nemico, è l’abc delle tecniche di guerriglia.

      Più in generale, mi sembra che l’ipotesi fase flag ormai scatti di default come un riflesso a priori. Su Internet, girano opinioni che non solo sono fondate sul nulla pneumatico ma attirano e distraggono l’attenzione sulle linee solide dei fatti. Penso che in una certa misura, alcune forme di nebbia interpretativa, siano alzate di proposito da coloro che prosperano nella confusione mentale. Magari proprio coloro che le ipotesi false flag vorrebbero mettere sotto accusa. Dire che l’attentato al Bataclan aveva di mira il proprietario ebreo rasenta il delirio. Lei manderebbe quattro kamikaze ad ammazzare 120 persone per fare un dispetto al proprietario del locale?

      Intanto oggi, a Vienna, Usa e Russia hanno trovato ed imposto le linee di una accordo per sbloccare la situazione siriana: http://www.repubblica.it/esteri/2015/11/14/news/siria_accordo_per_dialogo_governo-opposizione_russia_de_mistura_scelga_i_rappresentanti_-127368498/?ref=HREC1-10.

      Cordialmente.

  5. Jacopo Coro ha detto:

    Pieluigi, Masssimo Cacciari dice esattamente quello che hai detto tu:

    “Non c’è contraddizione tra sicurezza e libertà. La sicurezza serve a vivere liberamente. Il problema è che questi terroristi, grazie anche a una serie sciagurata di errori commessi dall’Occidente, oggi hanno anche una struttura territoriale, governano determinati territori. La risposta non può essere che molto complessa, ha un aspetto militare che ancora non si sta configurando, ha un aspetto nei grandi equilibri geografici ed economici, non ha finora una risposta adeguata sul piano delle politiche di emigrazione e integrazione (alcuni dei terroristi di Parigi avevano regolare cittadinanza europea). O noi affrontiamo questo terremoto in termini sistemici e attraverso una politica europea veramente concordata o questa emergenza diventerà fisiologica. Questa risposta sistemica non c’è. Manca tragicamente.

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