LA FILOSOFIA DI PUTIN.(3/3)

Partiti da un articolo su Foreign Affairs (09/15) ci siamo messi in cerca della metafisica russa, di Soloviev, Berdjaev e Ilyn i tre pensatori su cui Putin, intende fondare la sua interpretazione dell’essenza russa. Qui concludiamo il viaggio con i cosmisti, le conclusioni ed anche un giudizio personale. Chiude una citazione da Dostoevkij che dimostra come l’artista sia più immediatamente comunicativo del filosofo.

I cosmisti ed altri.

Vi è poi una parte di questa pluralità di pensiero che non analizzeremo per niente poiché fuori dalle linee di metafisica individuate all’inizio. Tali linee sono quelle che, consapevolmente o meno, legano i nostri tre autori (Solovev, Berdjaev, Ilyn) e legano loro ad altri e tutti al ceppo forse più importante della tradizione russa, quello slavo-spiritual-limonof - metafisica_COPortodosso. E’ la longevità e l’estensione che fanno di questo, il ceppo principale. Come un mare coeso, questa tradizione forte del pensiero russo, venne attraversata dal materialismo razionalista comunista ma questa nave mossa da ideali mal congegnati (mal congegnati con la realtà concreta che doveva ordinare e che infatti dovette ordinare a forza poiché riottosa a questa logica), iniziò, passò e scomparve, senza lasciare tracce, tant’è che la natura profonda di quel mare, riprese intaccata il dominio dello spazio russo come si fosse trattato di una parentesi aliena, di una invasione mongola.

Solo per i più curiosi che magari partendo dal nostro discorso volessero ulteriormente approfondire il cosmo del pensiero russo indichiamo velocemente alcune altre linee. Alexander Chumakov è un molto interessante filosofo della globalizzazione ma sarebbe più corretto dire della globalistica intendendo quindi non solo gli aspetti economici o politico-strategici ma anche quelli più ampiamente culturali nonché le diverse forme di civiltà, nella loro similarità e differenza. Di formazione scientifica, è molto attivo come organizzatore culturale e nel 2003, organizzò un simbolico e molto significativo ritorno indietro delle “nave dei filosofi”, l’evento che portò alla diaspora di molte e diverse menti russe nel ’22. Il non meno interessante Mikhail Bakhtin, altresì, è una figura poliedrica, interdisciplinare, sebbene con una origine specifica nella semiotica e critica letteraria. copbg78Immensa la sua influenza sul neo-marxismo, lo strutturalismo, il costruzionismo sociale e la semiotica. Non estraneo a certa cultura della complessità, uno dei soggetti d’analisi preferiti, fu l’immancabile Dostoevsky. A parte Lossky, nulla abbiamo detto degli altri intuitivisti così come salteremo i materialisti nichilisti (ma i nichilisti russi sono di una specie a sé, quasi degli umanisti integrali), i logici, i positivisti, i simbolisti e varie forme di esistenzialismo interne anche alla wave spirituale.

Ci interessa invece approfondire un minimo l’area dei cosiddetti “cosmisti”. I cosmisti furono un sincretismo tra fisica e metafisica dove questa è di nuovo quella della pianta principale già presa in esame: l’Uno – Tutto, sostanzialmente un olismo. Non sono pochi gli scienziati russi che sebbene abbiano poi sviluppato importanti concetti e scoperte secondo gli standard scientifici occidentali, condividevano allo stesso tempo ed in forma integrata questa metafisica dell’Uno-Tutto. Questo olismo scientifico poteva poi prendere anche forme sistemiche come fu nel grande Dmitrij Mendeleev (la famosa tavola periodica degli elementi, la visione uni-sistemica dell’intero regno chimico). Visioni olistico-sistemiche si ebbero anche tra gli economisti: Kondrat’ev (teorico delle omonime “onde”), Leontief (Nobel 1973, teorico della omonime “tabelle”) mentre l’altro nobel, Kuznets (1971), pur di origine bielorussa e vivente per gran parte negli Stati Uniti, sarà un precoce critico della pretesa di misurare il benessere umano col solo reddito. Ma per tornare ai cosmisti, una figura basilare, fu Nilolaj Fedorov, il qual però potrebbe altrettanto bene essere inserito appieno nella tradizione spirituale cristiano-ortodossa e che fu molto amico, anche intellettualmente parlando, di Lev Tolstoj e vicino al concetto di kubrick-145sobornost. Si pensa sia stato anche filosofo di riferimento per tutto il successivo sviluppo del programma cosmonautico russo che ebbe in Konstantin Ciolkovskij (Tsiolkovky) il suo mentore.

Apriamo qui una piccola finestra cinematografica, ovvero la famosa dialettica tra 2001 Odissea nello spazio (Kubrik, 1968) e Solaris (Tarkovskij, 1972). Tanto il primo inizia con l’homo habilis con venature hobbesiane (la scimmia che spacca ossa con un altro osso) e continua in una relazione tra una macchina ed un solo uomo che alla fine del “viaggio”, sprofonda nello spazio-tempo diventando “cosmico”, il secondo ha tre piani: livello relazione uomini col pianeta che si suppone vivo, livello delle relazioni tra il protagonista Kris Kelvin e gli altri cosmonauti (già il fatto che in inglese ci siano navigatori tra corpi separati ovvero “astri” -astronauti- ed in russo navigatori di un tutt’uno ordinato ovvero “cosmo” -cosmonauti-, la dice lunga sulle due immagini di mondo), livello dell’auto-relazione tra il protagonista ed il proprio insondabile se stesso. Non andiamo oltre,93a consigliamo a chi non l’ha fatto, la visione di entrambi.

Terminiamo la nostra finestra cosmista col grande Vladimir Vernadskij, sistemico-complesso tra i più rilevanti di questa giovane cultura di cui tanto indaghiamo in questo spazio. Vernadskj fondò la geochimica, biogeochimica e radiogeologia, rilanciando e rendendo noto il concetto di “biosfera” (con cui sono in debito Lovelock e Margulis, L’ipotesi Gaia 1979). Segnalo che Vernadskj, come molti altri scienziati russi, non aveva credenze religiose ma cionostante ne aveva di spirituali (sebbene l’utilizzo di questo termine sia di massima indeterminatezza) ed in lui ritroviamo quel concetto di noosfera (sfera del nous, nous=facoltà mentale, intelletto, intelletto che conosce. Il filosofo del nous è Plotino, la versione russa è la sophia di Soloviev). Dopo la sfera inanimata (geosfera), c’è quella animata (biosfera) ed infine quella cosciente di essere animata (noosfera), quella che pensa e può agire tutte le altre (ripartizione presente già in Soloviev che alla fine mette anche la sfera di Dio, per quanto inconoscibile ma spiritualmente partecipabile). Le sfere non sono staccate. Se infatti dicessimo che la mente umana è materia che pensa se stessa, inviteremmo a pensare che con l’umano si compie un ciclo di 559-3evoluzione che porta la materia ad autocomprendersi, chiudendo il ciclo di un unico piano di sviluppo.

Tale idea la ritroviamo nel teologo gesuita, ma anche scienziato evoluzionista, Teilhard de Chardin che ispira una buona parte dell’impostazione dell’enciclica papale Laudato sì (ne parlammo qui) che, guarda il caso, papa Francesco ha presentato assieme al Patriarca ortodosso (il metropolita di Pergamo). Stretti i legami tra il gesuita Teilhard de Chardin e Soloviev. L’origine di questo pensiero è nelle emanazioni di Plotino, micro-macro dei neoplatonici, cosmismo e cosmopolitismo stoico. Il cosmismo russo ha anche una sua derivazione cibernetica. Ultimo rappresentante di rilievo, Alexander Chizhevsky, tra i fondatori dell’astrobiologia (o cosmobiologia) che essendo sistemico, come Kondratiev propose cicli nello sviluppo economico, propose cicli nell’attività solare. In questo caso, l’Uno –Tutto è inteso come un sistema dinamico che ha le sue ricorsività.

Come si vede, anche qui, come nel politico, si può andare su altre polarità d’interesse e prescindere financo da Dio in quanto tale, ed essere scienziati senza essere positivisti. La gravità metafisica russa però, risucchia inesorabilmente a gli stessi principi.

Conclusioni.

Juncker bacia Dimitris Christofias, presidente di Cipro, la cassaforte degli oligarchi russi (fonte: Panorama)

L’operazione “cofanetto filosofico” di Putin ha due origini, una politica, l’altra culturale. Quella politica è stata dettata dalla necessità di far di necessità virtù. Isolato dalle sanzioni, messo contro l’Europa dall’operazione Kiev, Putin si è trovato improvvisamente chiuso il promettente spazio di una relazione assai vantaggiosa e naturale per entrambi i contraenti. Scambi tra tecnologia europea ed energia russa, con operazioni di investimenti incrociati sarebbero convenute tanto alla Russia, quanto all’Europa ma pare non si possano fare. Che fare? E soprattutto come gestire il senso di umiliazione e di impotenza delle élite che già pregustavano l’abbandono alla “dissoluzione tentatrice” degli occidentali? Come staccare queste élite dal popolo ovvero come instaurare un diretto legame capo-popolo che emarginasse le élite occidentaliste ed al contempo rafforzasse la legittimità di una leadership forte poiché “forte” doveva esser la reazione a questo attacco strategico alla Russia? Ecco allora l’invio di un condensato di tradizione del pensiero, un percorso in tre tappe per riconciliarsi con se stessi e la propria russità. Già ma quale?

I russi hanno probabilmente sia un problema di identità, sia un problema di autostima. Cominciando da quest’ultima, tra i disastri di Elstin, la triste storia dell’Unione Sovietica (per i russi, probabilmente, non è possibile staccare la Rivoluzione d’Ottobre dal resto come si usa qui da noi), la lunga e poco brillante reggenza dei Romanov, poco sollecita all’orgoglio della storia di famiglia se non l’arte, in tutti i suoi aspetti. Di contro, c’è poco Romanov-monarcas-dinastia-esda fare, i russi non sono totalmente europei, né totalmente asiatici, né possono rinunciare al loro essere l’una come l’altra cosa. La mossa di Putin allora appare realista e per certi versi saggia: siamo quello che siamo. Ecco allora che la compilation filosofica, assolve il compito di costruire una possibile narrazione di questa russità, di rispondere alla successiva domanda: sì ma cosa siamo?. Non si tratta di fanfare dell’orgoglio russo ma di una seria e pacata riflessione sulla propria specificità, sulla propria antropologia (per questo l’autore strategico è Berdjaev).

Soloviev, Berdjaev, Ilyn, coprono diversi aspetti della concezione del mondo e del cosmo russo fatto di tradizioni, spiritualità, etica, significato dell’esistenza, intenti giuridici, forme politiche, rapporti popolo-élite, responsabilità di queste nella condotta etica del popolo, slavofilia, significato profondo delle relazioni con l’Occidente (così vicino e così lontano), visione cosmiche e terrene. Il discorso non fatto da Putin ma fatto usando la voce dei suoi filosofi, ricorda quale sia la natura profonda della russità ortodossa, olista, alla ricerca dell’unità della molteplicità dentro e fuori di sé. L’intero sistema di pensiero russo, per quel poco che mi è stato possibile approfondire, ha sia una storia che un preciso e coerente significato e l’operazione del capo del Cremlino non solo non è affatto banale ma ha anche una sua intelligenza sofisticata, popolarmente colta.

Questa pianta, affonda le radici nell’Antica Grecia che è la madre di Europa, dal Portogallo alla Novaja Zemlja. E da queste radici comuni, il tronco slavo-ortodosso non è meno significativo di quello cattolico o di quello protestante, solo diverso. Questa è un primo dettaglio dell’unità e della molteplicità. E questa diversità è ricca di qualità spirituali, proprio quelle che i fratelli occidentali hanno del tutto perso divorati da un materialismo spiccio che si rivela, alla lunga, piatto di significati stante che gli uomini non possono vivere senza significati (“Giacché il segreto dell’esistenza umana non è vivere per vivere, ma avere qualcosa per cui vivere” Dostoevskij, I Fratelli Karamazov, ed. citata in nota finale, ). Putin sembra dire nel suo recente discorso all’ONU, siamo così, non migliori, non peggiori, siamo diversi e nessun potrà piallare la nostra diversità come nessuno di noi mai si sognerà di imporla ad altri. In fondo, la strada per la multipolarità geopolitica e geoeconomica, si fonda dapprima nel riconoscimento di quella geoculturale. Putin fa un discorso sull’irriducibilità russa che è oggettiva. Il punto di leva da cui originò questa considerazione ha più di due secoli ed è in J. G. 9781571133953Herder (1744-1803), un tedesco. Herder il cui prototipo politico e culturale di riferimento era la monarchia russa di Pietro il Grande, quello Stato che deve “favorire ciò che giace in una nazione e destare ciò che vi dorme”.

Quando si cerca di riflettere sulla propria identità, nulla meglio che chiarirsi le idee parlando con un(a) amico(a) e l’amico del russo è il tedesco. Che sia il primo illuminismo ingessato di Wolff, o l’olismo di Goethe, o il dualismo della relazione kantiano, o certo romanticismo idealista che sfavilla in Shelling, o il fascino di Hegel che parla il discorso di Proclo che maneggiava le stesse radici a cui afferisce la stessa teologia ortodossa, financo Marx (e poi ancora la fenomenologia, il nichilismo nietzschiano e l’antropologia filosofica), nonché l’afflato mistico di Eckhart e Boehme,  la russità ha familiarità con la tedeschità poiché, in fondo, anche i tedeschi sono greci non uguali a gli altri, ai latini. La grecità dei tedeschi e dei russi è di ritorno essendo la loro origine più antica, molto più intensamente indoeuropea di quanto non sia quella degli italiani, dei francesi, degli spagnoli.

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Cliccare per ascoltare il discorso di Putin.

Rispetto alla posizione nel mondo, nessuno dei tre autori di Putin è euroasiatico mentre la cristianità è senz’altro europea. Putin sembra quindi dire “si, lo so, il nostro destino è con loro (con gli europei) ma questo non vuol dire esser come loro perché noi siamo come siamo. Nella nostra storia non c’è la democrazia liberale che per altro non è una vera democrazia e c’è l’élite ma deve essere una élite responsabile, financo etica, perché senza il proprio popolo non c’è neanche l’élite. E questo due che deve esser uno è lo stesso delle nostre storiche dualità, quelle dualità che gli europei vivono come dicotomia e che noi dobbiamo invece sforzarci di compenetrare: il reale e l’ideale, l’orientale e l’occidentale, il pensiero e l’azione, l’utopia e la sua realizzabilità, il micro ed il macro, la terra ed il cielo. Noi aspiriamo all’intero tanto quanto loro alla separazione, noi ci radichiamo nella tradizione quanto loro si dissipano in un progresso non sostanziato, loro hanno perso la loro fede quasi liberandosene mentre noi non potremmo se non perdendo il nostro noi stessi più intimo, il loro senso della libertà è formale mentre la nostra è l’eterna ricerca di quella sostanziale, loro hanno perso il senso della terra mentre noi siamo proprio quella, noi siamo “la nostra terra”. “Questa terra è la nostra nazione, la nostra identità ed io sarò il suo custode, se lo vorrete. Noi siamo quello che siamo e prima o poi anche “loro” (noi occidentali) lo riconosceranno”.

Forse i cugini europei, un giorno lo riconosceranno ma non prima di esser passati anche loro dentro l’angosciosa, delfica domanda “già e noi chi siamo?”. Oggi non esiste una chiare identità europea. Esiste un lascito per altro un po’ confuso che va dissolvendosi in termini di vita reale, in una anglosassonizzazione stanca ed infelice. L’Inno alla gioia di Beethoven è il più ironico dei contrappunti allo stato depressivo degli europei. Senza identità non c’è l’ente e senza enti non ci sono relazioni.

= 0 =

Ai pochissimi a cui interessasse il giudizio del pensatore e non il lavoro del ricercatore (gli altri possono tranquillamente passare alla chiusa finale, anche perché è di Dostoevskij e merita) che  qui vi ho presentato, confermerò che queste idee sono, per la mia immagine di mondo, se non proprio a gli antipodi per molti aspetti  lontane, non meno lontane di quelle che informano il corpus occidental-anglosassone. Non essendo hegeliano, non esulto per la simmetricità contrastante che l’impianto russo oggettivamente mostra nei confronti di quello anglosassone. Una totale mancanza di kantiana autonomia, porta molti smarriti ad esultare per il cavaliere bianco che dovrebbe salvarli dall’americanizzazione ma queste sono forme di pensiero elementare, sono la sterile coazione della negazione dialettica, un meccanismo logico che ha fatto perdere più di centocinquanta anni di tempo a tutti coloro che volevano trovare un modo diverso di stare al mondo. Il discorso sarebbe lungo, dovendosi confrontare con cotanta tradizione e non lo faremo. La spiritualità russa forse può dirci ancora qualcosa anche a noi atei ma non rinnegherei l’emancipazione dal pervasivo dominio di ogni chiesa. Molti di coloro che lamentano la perdita dei valoriepistemologia-ed-etica-le-radici-cognitive-del-nostro-agire-51-638 andati (non dei valori in quanto tali che è una perdita effettiva e dolorosa) forse dovrebbero tornare a studiare cosa erano i tempi del “potere dei credenti”. Per altro, ogni epoca ha la sua follia ed i credenti della Bocconi o della LSE, oggi, non sono meno ottenebrati ed inquisitivi di coloro che spadroneggiarono nel Medioevo. Forse è dall’uni-credenza in sé che dovremmo emanciparci, Dio non è morto, si è solo offuscata una delle sue ipostasi. La visione olistica è certo molto vicina a quella della complessità ma mentre i primi si limitano (a volte) a sprofondare nei corti circuiti delle loro sinapsi in cui “sentono di appartenere” all’Uno-cosmico, i secondi cercano ci capire questo Tutto di quanti Uno in relazione è fatto, Uno in relazione plurale, fuori di sé, dentro di sé. Ho scritto contro Platone (qui) e conosco bene la filiazione Filone – pensiero ebraico – neoplatonici – Plotino e compagnia. Sebbene questa tradizione di pensiero sia veramente eccezionale, in quanto ricchezza, mi ci muoverei con più circospezione di quanto i russi non vi si siano affidati.  Mi reputo, politicamente, un democratico radicale e non accetto radicalmente la teoria delle élite, fossero pure etiche, paterne ed altre definizioni che mi mandano il sangue in circolo al contrario. Nulla della mia geometria di pensiero tende all’Uno ed al re-filosofo di Platone, sacerdote laico dell’eterna religione che spinge i Molti ad adorare i Pochi ed infine l’Uno, che sia il Grande Uomo o l’Uni-Dio.  Infine, la mia scarsa conoscenza complessa della concreta società russa contemporanea non mi permette di dire quanto questo impianto putiniano sia in contraddizione con altre linee di pensiero della società russa che sicuramente esistono e quanto le necessità “politiche” dell’operazione cultural-ideologica, passino come rullo compressore su istanze la cui molteplicità non si fa facilmente ridurre ad Uno come i platonici di ogni ordine e tempo, pretenderebbero.

Ciò detto, riconosco povera e misera l’operazione FA e ben più seria ed interessante quella di Putin. La nostra cuginanza con gli occidentali anglosassoni non è maggiore di quella che abbiamo cultural-geneticamente coi russi europei. Come europeo, sarei senz’altro favorevole ad aprire una relazione fitta e ricca con il mondo russo stante che come loro non sono “noi”, noi non siamo “loro”. Il dialogo tra sistemi ed immagini di mondo, quella russa come quella cinese, come quella sud americana, araba ed un giorno, forse, anche quella africana, sarà la cosa più eccitante dell’Era della Complessità. Dialogo significa discorso tra due, ognuno con la propria identità, ognuno teso nello sforzo di comprendere e comunicarsi con l’altro. Comunque, prima, sarebbe il caso di capirci tra di noi su cosa intendiamo per Europa ed europei, stante che la nostra occidentalità non coincide, con quella anglosassone.

= 0 =

fratelli c2 08Infine, a tributo non di Putin ma del piacere che mi ha dato questo viaggio di ricerca nel grande spazio dell’anima e della terra russa, riporto la fine dell’Introduzione di Gustav A. Vetter al – A. Dahm, A. Ignatov, Storia delle tradizioni filosofiche dell’Europa Orientale, Torino, Ed. Fondazione G. Agnelli, 2005 – che,  letto alla fine del mio ricercare, mi ha confermato le principali linee di interpretazione soprattutto della metafisica di base. E’ una lunga citazione dei Fratelli Karamazov che comunque assolve, in qualche modo, alla funzione di sintesi ultima. Qui, lo scrivente, serioso e razionale studioso, ha lasciato il posto al ragazzo che amava Sergej Esenin e davanti a tale bellezza, è affiorata la commozione ….

alcuni passaggi molto toccanti del romanzo I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij che si riferiscono agli insegnamenti dello starec  Zosima (starec: mistici cristiani ortodossi): «Amate tutte le creature divine, l’intera creazione come ciascun granello di sabbia. […] Se amerete ogni cosa, in ogni cosa coglierete il mistero di Dio. […] Molte cose sulla terra ci sono nascoste, ma in compenso ci è stato donato un misterioso, recondito senso del nostro vivido legame con un altro mondo, un mondo superiore, celeste, e le radici dei nostri pensieri e dei nostri sentimenti non sono qui, ma in altri mondi […] Dio prese i semi da altri mondi e li seminò su questa terra, il suo giardino crebbe e tutto quello che poteva germogliare germogliò, ma ciò che è cresciuto vive ed è vivo esclusivamente in virtù di quel senso di contatto che avverte con gli altri mondi misteriosi. […] Che il prostrarti per terra e baciare la terra ti siano cari. Bacia la terra e amala incessantemente, insaziabilmente, ama tutti, ama tutto.»

La sera tardi, Alëša Karamazov lascia la camera ardente del vecchio starec Zosima, sapendo che porterà per sempre nel cuore questi ultimi insegnamenti del maestro prediletto. «La volta celeste», continua Dostoevskij, «punteggiata di placide stelle splendenti, si stendeva ampia e sconfinata sopra di lui. […] Il silenzio della terra sembrava fondersi con quello del cielo, il segreto della terra faceva tutt’uno con quello delle stelle…Alëša stava in piedi, ad osservare la notte, quando ad un tratto si gettò di colpo per terra.

Non sapeva perché stesse abbracciando la terra, non si spiegava perché desiderasse così irrefrenabilmente baciarla, eppure la baciava, piangendo, singhiozzando. […] Per che cosa stava piangendo? Oh, nella sua esultanza egli piangeva persino per quelle lacrime che brillavano per lui dall’abisso della notte. […] Era come se i fili di tutti questi innumerevoli mondi divini si fossero uniti tutti insieme nella sua anima ed essa trepidasse “al contatto con gli altri mondi”.

 

Fedor M. Dostoevskij – I fratelli Karamazov, trad. M.R.Fasanelli, Garzanti, Milano, vol II p. 502-503. Secondo alcuni critici, Dostoevskj, modellò la figura di Alëša su Soloviev.

(3/3) Fine.

La prima puntata della ricerca qui. La seconda, qui. In una unica soluzione, tutta la ricerca, qui.

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Informazioni su pierluigi fagan

59 anni, sposato con: http://artforhousewives.wordpress.com/, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore per 22 anni. Da più di tredici anni ritirato a confuciana "vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente. Il tema del blog è la complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore.
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2 risposte a LA FILOSOFIA DI PUTIN.(3/3)

  1. Marco ha detto:

    “Una totale mancanza di kantiana autonomia, porta molti smarriti ad esultare per il cavaliere bianco che dovrebbe salvarli dall’americanizzazione…”
    Questo punto mi interessa specialmente: sembra che noi europei ci sentiamo in dovere di scegliere se schierarci dalla parte degli americani o da quella dei russi; ci dividiamo tra occidentalisti-russofobi e russofili-antiamericani e sembra che non ci sia modo di assumere una posizione autonoma.
    Forse anche noi europei soffriamo una crisi di identità e i movimenti indipendentisti di certe regioni ne sono una delle tante manifestazioni. Forse questi ed altri sommovimenti politici ci porteranno ad imparare chi siamo. Però sarà dura e forse non arriveremo in tempo.

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