LA FILOSOFIA DI PUTIN (2/3)

Mossi dalle invettive di un articolo di Foreign Affairs su il presunto “filosofo di Putin” Ivan Ilyn ed incuriositi dalla notizia dell’invio da parte di Putin di tre libri di altrettanti filosofi russi al secondo livello del potere politico della Federazione russa, ci siamo messi in cerca di approfondimenti. Abbiamo incontrato prima l’origine metafisica della tradizione russa, poi il suo maggior pensatore (uno dei tre filosofi del “cofanetto Putin”): Vladimir Soloviev. Qui continueremo l’analisi con il lascito degli spiritualisti (dove incontreremo Berdjaev, autore del secondo volume del cofanetto), curioseremo nel problema dell’identità geoculturale ed all’interno del pensiero politico non marxista in cui si trova Ilyn. Fra qualche giorno, il resto con le conclusioni. Buona lettura.

Il pensiero di Soloviev, ebbe un impatto decisivo su molto seguito della filosofia russa. Segnaliamo Sergej N. Trubeckoj (ed il fratello Evgenij) e su Dostoevskj di cui fu amico. In seguito in Sergej Bulgakov (Bulgakov, Berdajaev e Ilyn si ritrovarono espulsi assieme nel ’22  nella già citata “nave dei filosofi” con, tra gli altri, Flovoroskij, Losskij e Sorokin) e quel Nicolaj Berdjaev (1874-1948) che è l’autore del  secondo volume della trilogia putiniana. Non meno impato, ebbe su Sestov e Frank che completano quella squadra della filosofia russa pre-marxista (con Leontjev) che risulta oggi l’unica vera radice del pensiero a cui i russi contemporanei possono riferirsi nella ricerca delle radici. Influenza forte, anche sul mondo artistico, dai simbolisti alla poetica di Blok e Belvj e più in generale su tutto l’ambito slavofilo-teosofico russo.

downloady7m0L’opera di Berdjaev scelta da Putin (da chi lo ha assistito nel compilare la trilogia che mostra capacità di costruzione ideologica assai sofisticate), è stata per lungo tempo ritenuta l’opera forse più insidiosa per la consistenza dell’ideologia comunista sovietica. Dei centosessantaquattro esuli della nave dei filosofi espulsi nel ’22, Berdjaev fu l’unico a meritarsi un interrogatorio ideologico speciale condotto dal creatore della CeKa  in persona, assistito da un membro del Politburo. Il punto di Berdjaev era centrato sull’antropologia filosofica ovvero sulla concezione dell’uomo e dell’umano in generale, materialistico-economicista ed in fondo razionale quella marxista-leninista, esistenzialistico-cristiana e quindi spirituale quella di Berdjaev. Incontrai nell’Abbagnano la considerazione che ogni sistema di filosofia, in fondo, proietta in differenze quella che è una diversa antropologia filosofica, il modo in cui s’intende l’umano. Ovvio, quindi, che fosse ritenuto proprio Berdjaev, il teorico più insidioso. Per Berdjaev, quella comunista, fu una rivoluzione senza Dio ma non c’è, secondo il russo, un rivoluzione umana senza anche una rivoluzione spirituale. Berdjaev in origine era marxista ed il suo giudizio su Marx fu sempre di grande considerazione. Come molti olisti (costitutivamente non riduzionisti), Berdjaev non denunciava la sbagliata posizione dell’antropologia filosofica marxista-leninista in sé ma l’innaturale amputazione di una parte essenziale dell’umano, quell’Uno non era Tutto.

Altre voci cristiane, magari più vicine a quella Chiesa ortodossa che giudicò il sofianismo un’eresia nel 1935, furono Georgij Florovosky e Pavel Florenskij (1882-1937) che con i sofianisti hanno in comune la riflessione sulla Divina Sophia e non sono lontani dal pensiero di Soloviev. In particolare, quella conoscenza integrata che unisce scienza, filosofia e teologia di cui così profondamente parlò Bulgakov.  Contrario invece al sofianismo il teologo ortodosso Vladimir Losskij che stressava la differenza tra il pensiero di Dionigi l’Areopagita e quello di Plotino e dei neoplatonici (ma insomma, siamo sempre da quelle parti …). Padre di Vladimir, Nikolaj Losskij, lauereatosi con Windelband e Wundt in Germania, convertitosi all’ortodossia ed esiliato con la ormai famosa nave del ’22, autore di una apprezzata Storia della filosofia russa. Diede poi vita ad una sorta di idealismo-gnoseologico detto Intuitivismo personalista, stregato come molti altri russi dalla dialettica hegeliana. Del resto con una metafisica delle origini così centrata su concetti trinitari e con una influenza così decisiva dei neoplatonici (e riconoscendo in Hegel una discendenza da Proclo) , la relazione ci sta tutta.

L.N.Tolstoy_Prokudin-Gorsky

Lev Tolstoj

Facendo un passo indietro, un po’ a parte ma comunque cristiano e dal pensiero molto rilevante per lo spiritualismo e l’idealismo russo, fu Lev Tolstoj (1828-1910). Non solo l’opera del maestro ma anche il suo seguito che vede veri e propri tolstojani. Questi si riunirono in “eremi culturali” dove seguivano gli insegnamenti del maestro, in termini soprattutto di: pacifismo, antimilitarismo, resistenza non violenta (con vari gradi di prossimità a Gandhi, riconosciuti da quest’ultimo), vegetarianismo (rinunciano anche ad alcol e tabacco), fedeltà coniugale, raccolti in una sorta di anarchismo comunitario cristiano. In rotta di collisione col cristianesimo formale delle varie chiese, il fenomeno si sovrappone però sul piano sostanziale, universalizzandone i precetti etici e morali ed anche sociali (ci riferiamo al “cristianesimo delle origini”). Si pensa che l’Anticristo di Soloviev fosse ispirato dal “cristianesimo non cristiano” di Tolstoj. In linea generale, lo spiritualismo russo che evidentemente presuppone una antropologia comune ancorché non sempre pienamente dichiarata dagli autori, ha forte vocazione universale.

Altresì, Tolstoj è scrittore assieme a Dostoevskij (e Puskin, Turgenev, Gogol per rimanere a quelli di più significativa rilevanza per il nostro discorso), e qui va notata la tipicità russa di avere negli scrittori qualcosa di simile ai filosofi. La cristianità di Dostoevskij è radicale “se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori dalla verità e se fosse effettivamente vero che la verità non è in Cristo, ebbene io preferirei restare con Cristo piuttosto che con la verità” (Lettera a N.D. Fonvizina, 1854). Uno dei più acclamati e controversi contributi di copfrDostoevskij alla filosofia russa è senz’altro il racconto de -Il grande inquisitore- (annidato nei Fratelli Karamazov) che ha scatenato interpretazioni in Soloviev stesso oltre che  Rozanov, Sestov,  Belvj, Lawrence, Lukàcs, Pareyson. Ma senz’altro la più influente fu proprio quella di Berdjaev (Berdjaev, Nikolaj. La concezione di Dostoevskij. Trad. Einaudi, Torino 1945, 1977, 2002) il secondo autore della trilogia di Putin. Data la struttura decisamente metaforica del racconto si tratta, in primis, di trovarne la chiave ma proprio la ricchezza degli interpreti dice come la chiave sembri essere in molti posti ma non si riveli in nessuno con certezza. Sicuramente c’è una contrapposizione tra l’inquisitore simbolo di ogni coattiva istituzione elitaria che inganna dominando il popolo umano ed un concetto più puro ed ideale dell’umano stesso che è l’essenza dell’idea che, il Gesù Cristo silente prigioniero dell’inquisitore, ha predicato e testimoniato con la sua prima venuta tra gli uomini. Ma se il registro -concezione dell’uomo in Cristo- e -concezione dell’uomo nei presunti interpreti istituzionali di Cristo- è chiaro, dove stia la prima concezione nel pensiero complessivo dello scrittore, è meno chiaro. Comunque, sembra almeno si possa ricavarne la chiara affiliazione spiritual-solovieviana di Dostoevskij.

L’area grande degli spiritualisti vede, ai margini, anche una serie di personaggi ai limiti delle pratiche magiche, alchemiche, percezioni extra-sensoriali, astrologia, divinazione. L’humus è quello dello gnosticismo, ermetismo, teosofia e di certo paganesimo. G.I. Gurdjeff e P.D. Ouspensky sono tra i più noti, pubblicati anche in Italia, Gregorij Rasputin ne fu un altro esempio. La teosofia, in cui si distingue la fondatrice dell’omonima società (1875 New York), Helena Blavatsky Hahn ebbe anche influenze sull’, 1bb5142d27080e760715dca8e4a0d61e_XLespressione artistica sinestetica di Aleksandr Scrjabin a ribadire la tradizione di osmosi tra arte e pensiero che caratterizzò, a lungo, i russi. Su molte di queste espressioni sapienziali si sospettano forti influenze massoniche e del resto, la radice ermetica, è comune (i massoni russi fanno storia a sé come pare ogni altra cosa di questo paese). Il libro della Blavatsky, venne poi tradotto in russo dai coniugi Roerich. Nikolaj Roerich, intellettuale-artista a largo spettro, sarà figura centrale di quel neo-spiritualismo che influenzerà tanto certa parte del potere sovietico (il cui capostipite è Aleksandr Bogdanov) quanto il cosmismo, di cui parleremo più avanti.

Due degli autori del cofanetto Putin, quindi, provengono da questa area “spirituale” che è, senza dubbio, quella che interpreta la metafisica delle origini (da cui discende anche la corrente ortodossa) in modo più consequenziale. Se c’è una identità russa e la si vuole ritenere “una”, senza molteplicità divergenti, questo nucleo gli è fondamento.

Identità geo-culturale.

Seguendo questa traccia della metafisica dell’Uno, incontriamo il concetto di –sobornost– che nasce nell’ambiente degli slavofili ed a cui si richiamò anche Soloviev. I russi sembrano lacerati da un problema di individuazione culturale il che, data l’estensione del loro territorio tanto europeo quanto asiatico, è ben comprensibile. Tre correnti precise sembrano porsi questo problema, il problema del posto nel mondo dei russi ma in altro senso, anche della loro identità. Uno è appunto quello degli slavofili, il secondo è quello copfrb8degli euroasiatici ed il terzo è quello degli occidentalisti, naturalmente il primo ed il terzo sono in diretta opposizione. Degli slavofili fa poi parte anche una sottomovimento che in russo si chiamava -pochvennichestvo-, che si potrebbe tradurre con “ritorno alla terra” e che in opposizione all’universalismo illuminista, segue piuttosto l’Herder delle differenze culturali. Il movimento, individuando il nucleo della tradizione russa nella Chiesa Ortodossa, manifestò forti posizioni anti protestanti-cattoliche-ebraiche ed anti-occidentali, accusando questi di eccessi materialistici, perdita della spiritualità, follia positivista (con forti coloriture anche anti-rivoluzionarie, anti-socialiste, anti-comuniste ed anti-liberaldemocratiche). C’è chi riconosce in queste posizioni lo stesso Dostoevskij e chi il (per FA) “famigerato” Ivan Ilyn da cui siamo partiti. I “pochvennichestvo” erano anche decisamente anti-individualisti il che ci riporta al concetto “sobornost” che identifica proprio il concetto di comunità.

In termini filosofici, il termine venne usato da Nikolaj Losskij, l’intuitivista personalista che abbiamo incrociato prima (al margine della ricerca sullo correnti spiritualiste)  con l’intento di promuovere una via mediana e mediata tra opposte, differenti, idee. Ovvero, come la cooperazione tra diversi produca il nuovo, una sorta di meccanica dialettica semplificata (tesi-antitesi-sintesi) di tipo hegeliano che, come abbiamo visto, è autore che piace molto ai russi. I primi slavofili anticipano cronologicamente Soloviev e questi riprende il concetto ribattezzandolo  “vseedinstvo” a dire che il fine della storia è una sostanziale cristianizzazione spontanea di tutta l’umanità, è nel naturale sviluppo culturale delle molte parti tra loro in opposizione, ostile partizione ed escludente isolamento, giungere infine ad un Uno-Tutto apparentemente dai molti aspetti ma legato in profondità una comune solidarietà morale.

Cover design by Rob Huston

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Nella specifica originaria di sobornost data dallo slavofilo Kireevsky (1806-1856): “La totalità della società, in combinazione con l’indipendenza personale e la diversità individuale dei cittadini, è possibile solo a condizione di una subordinazione libera di persone distinte ai valori assoluti e nella loro libera creatività fondata sull’amore del tutto, l’amore della Chiesa, l’amore della loro nazione e dello Stato”, una sorta di Leviatano hegeliano. Ci si potrebbe avventurare in un parallelo con un sistema fatto di monadi leibniziane. Queste non hanno reciprocità tra loro se non per il fatto che ognuna riflette, sincronicamente, il Tutto. Nella Sobornost, ogni individuo che rimane a sé e libero, è coordinato dalla comune fede in Dio. La stessa geometria è platonica (al posto di Dio il Bene) ed infatti la sua versione politica è l’Uno che governa tutto ed i tutti poiché questi stessi devolvono a lui la funzione coordinatrice. Alcuni, per spiegare ancora più semplicemente, usano la metafora dell’orchestra di singoli maestri e del direttore d’orchestra che detta i tempi per confezionare il lavoro comune: l’armonia. Da questa forma di pensiero, consegue una certa predilezione per la comunità, lo Stato, la Patria, l’uniformità di pensiero, la Verità, l’autocrazia, l’Uomo forte reso tale dallo stesso, coeso, supporto della comunità.

Non analizzeremo le posizioni degli occidentalisti perché questa non è una sinossi della filosofia russa ma un estratto sintetico delle tracce che portano attorno o vicino ad un possibile nucleo di una filosofia di Putin che è il nostro punto di interesse. Diremo invece qualcosa dell’eurasiatismo che non è molto lontano dalla fazione slavofila. Il concetto parte dalla fondazione bizantina della civiltà russa, concetto sintetizzato da Kostantin Leontyev (filosofo conservatore anch’egli, ovviamente, slavofilo), basato su autocrazia e cristianesimo ortodosso. Sul concetto si trovarono Trubeckoj, Vernadskij e Savinckij, i heartland6-1024x683cosiddetti russi bianchi, in esilio europeo negli anni ’20, di cui Ilyn fu uno dei leader. In seguito, il filosofo russo Aleksandr Dugin (vivente), coniò il -neo-eurasiatismo- dove la contrapposizione non è più culturale con l’anomia individualistica euro-occidentale ma geopolitica (e culturale), nei confronti degli Stati Uniti e dove Europa, India, Cina, Giappone, Iran, sono tutti invitati a saldarsi in una rete di relazioni macro-continentali . In  pratica, l’incubo di Halford Mackinder (1861-1947), il fondatore della disciplina geopolitica, l’Heartland, cioè “chi controlla heartland, controlla il mondo”. Il saldarsi di un sistema eurasiatico integrato farebbe immediatamente delle isole (britanniche e nipponiche) e delle altre zolle continentali (Americhe, Africa, Oceania), delle periferie.  Dugin è l’epitome del “rossobrunismo”, mélange di fascismo, nazionalismo, comunismo, anti-occidentalismo atlantista, anti-progressismo di cui esistono parecchi adepti anche in Italia. Nella visione di Dugin, anche una alleanza russo-turca o russo-araba e l’ipotesi concreta di riannessione delle ex repubbliche sovietiche. Dugin è stato co-fondatore del Partito Nazional Bolscevico con Eduard Limonov, scrittore.

Si sarà notata una oscillazione occidente-oriente nella questione esaminata. In effetti, sembra che la Russia sia come quelle zone tratteggiate di grigio che fanno parte di due insiemi che hanno un’area sovrapposta. Essa è tanto dell’uno, quanto dell’altro sistema. In effetti, la contrapposizione slavofili – occidentalisti non fu mai così netta, gli uni riconoscevano i meriti europei ed anzi i russi avrebbero dovuto “salvare” i cugini cristiani, ad un certo punto, quando sarebbero emersi gli alti prezzi della loro scelta della strada sbagliata (che per Soloviev, culminava nella figura dell’Anticristo come per Dostoevkij, in quella del “grande inquisitore”), così gli altri, sapevano che la Russia non poteva essere intesa come una semplice replica dell’Europa estremo occidentale, date le sue innegabili specificità. Per altro, quando i russi occidentalisti si trovarono obbligati a risiedere coattivamente fuori della Russia, la loro nostalgija, li colorò un po’ di slavofilia. Da cui l’osservazione ontologica per la quale prima di domandarsi a chi si assomiglia, è il caso prima, di capire chi si è.

Politica.

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La nave dei filosofi, 1922

Una terza, influente, tradizione del pensiero russo è il problema del governo, dello stato, del politico. La massa centrale di questo cosmo è naturalmente legato alla rivoluzione ed allo sviluppo storico dell’Unione sovietica, del marxismo-leninismo, dello stalinismo, del trotzskismo ma, sebbene sarebbe interessante approfondire le tensioni tra le culture comuniste di origine tedesca e quelle più propriamente russa, lo sviluppo dei soviet, della comunità agricole, il neo-zarismo stalinista, il materialismo dialettico e molto altro, usciremmo troppo dal seminato del nostro già arzigogolato percorso. Includiamo solo una citazione “L’idea di fondo di un universale, molteplice e vitale connessione del tutto con il tutto […] è assolutamente geniale”, pare abbia detto dopo la lettura del capitolo sull’essenza della Scienza della Logica di Hegel, V.I. Lenin. Sta di fatto che tutti gli spiritualisti (sofianisti, pancristiani, ortodossi, mistici), i nazionalisti, ovviamente i conservatori, gli slavofili come gli idealisti ed anche gli anarchici, furono in rotta di collisione con l’esperienza concreta del comunismo sovietico. Del resto, fu proprio Lenin a dare l’imput per l’operazione “nave dei filosofi”. Da notare, che Soloviev ed in parte Berdjaev rimproveravano al comunismo di essere un simmetrico inverso del capitalismo. In fondo entrambi sono convinti che la società dipenda e debba dipendere dal suo ordine economico riducendo la complessità umana in maniera razional-positivista, quindi “occidentale”.

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L’Uomo Nero di Sergej Esenin detto da Carmelo Bene (link a youtube, cliccare per video 7:36)

Si possono però segnalare, a latere della mega galassia comunista, almeno tre altre correnti più pertinenti al nostro discorso: il populismo, il monarchismo-autocratico, l’anarchismo. Una radice forte è quella dell’uguaglianza e della giustizia sociale. Molti pensatori tra quelli sin qui analizzati, erano del XIX° secolo, prima quindi che le aspirazioni egalitarie affluissero nella Rivoluzione d’Ottobre. Tale radice, non è per altro estranea a certo cristianesimo originario come abbiamo visto in Tolstoj. Berdjaev, in autocritica cristiana, diceva che il comunismo e la Rivoluzione occuparono lo spazio della rivendicazione della giustizia sociale colpevolmente lasciato vuoto dagli stessi cristiani. Non lontano dalle tesi di papa Francesco. Quale poi sia il concetto di “giustizia sociale” in senso cristiano, non è facile rinvenire in letteratura se non come “petitio principii”, a furia di lasciar vuoto lo spazio delle pratiche, evidentemente si è svuotato anche quello del pensiero. Una società squilibrata,  è ciò che fa resistenza al processo di evoluzione spirituale individuale e collettiva, alla sua capacità creativa ed espressiva, al perfezionamento umano necessario per raggiungere il maggior stato di perfezione che auspicavano gli spiritualisti, tanto per gli individui, che per il popolo, che per lo Stato che deve condurre entrambi nel loro sviluppo.

Questa radice è ben piantata per terra nel letterale senso della parola. La Russia è principalmente la sua terra, l’Europa moderna invece, l’emancipazione dalla terra. Le ridotte dimensioni spaziali e la formazione dei primi borghi nell’Europa occidentale dell’anno mille, determinarono un percorso specifico che poi evolverà nelle città e da queste all’industrializzazione. Questa storia europea, determinò anche il proporsi in un certo modo del problema della libertà (in Russia anche si presenta questo problema nel pensiero, ma in tutt’altro modo ad esempio come emancipazione dalla servitù delle gleba), stante che era proprio la città a far respirare l’aria di libertà. Al contempo però, al crescere del numero dei cittadini, con l’urbanistica e l’accentuazione della divisione dei lavori, la comunità tende a frantumarsi in individualità. Quando l’aggregato delle individualità, tenderà a trovarsi sempre meno in chiesa (concettualmente,  nell’aspettativa della Provvidenza), rimarrà solo il mercato (con l’aspettativa della Mano Invisibile che, secondo la nuova classe sociale vincente, ci vede meglio della Provvidenza). Altresì, la terra in quanto natura, diventa oggetto da dominare e Dio stesso, diventa sempre più “celeste”, cioè -astratto-.   In Russia invece, vige la campagna, quindi il villaggio, quindi la comunità organica e Dio rimane Tutto, quindi anche natura.

Questa comunità legata alla terra di cui non c’era proprietà privata ma neanche produzione comunitaria, la “obscina” e la comunità villaggio “mir”, furono alla base dei pensieri politici degli slavaofili, dei democratici rivoluzionari come Herzen poi degli anarchici come Michail Bakunin. Quando si andò a saldare il pensiero dell’intelligencija filosofico-politica che aveva non pochi punti di contatto col primo socialismo utopico francese (fourierismo) con il popolo della terra che qui svolge il ruolo che nel comunismo avrà il proletariato, nascono i narodniki, i “populisti” propriamente detti. Ma questa impostazione basata su una avanguardia di pensiero che pensa in nome e per conto del popolo, che poi l’élite dovrà concretamente guidare date le maggiori capacità intellettive (Petr Lavrov, un altro platonismo), diverrà poi un modulo che ritroveremo nel concetto di avanguardia leninista e poi fino al potere autocratico di Ivan Ilyn. 249927Questa teorizzazione non è altro che la constatazione dello stato reale della diffusione della conoscenza presso il popolo russo, un popolo della campagna dei grandi spazi molto arretrato rispetto alla avanzata élite intellettuale e politica delle città. Perché gli elitisti di tutti i tempi deducano da questo che è uno “stato di fatto” la legge dell’ineluttabilità e non quella della trasformazione, però, non si giustifica appieno. Tale constatazione  portò probabilmente Ilyn, come porta oggi Putin, a dire che la “democrazia” non è un sistema applicabile in Russia.  L’ottusità campagnola fece quindi resistenza ai progetti delle “élite ben intenzionate” e nel tempo, l’azione rivoluzionaria si spostò nelle città dove studenti ed operai rappresentavano una audience ben più sensibile e preparata per le istanza del cambiamento. Le frange più urbane e rivoluzionarie del populismo russo, teorizzarono apertamente il regicidio, giungendovi poi con l’assassinio di Alessandro II (1881) ed infine  confluirono successivamente nei moti rivoluzionari dei primi del ‘900.

Avendo già incontrato gli anarchici, possiamo passare al principe Petr Alekseevic Kropotkin (1842-1921). Kropotkin era anche uno scienziato (quasi tutte le biografie degli intellettuali russi hanno una sfilza di specifiche multidisciplinari che qui da noi sono intese antitetiche essendo premiata la competenza specialistica) ed aveva quindi una vena positivista e determinista. Ed è proprio sviluppando il suo pensiero a seguito di quello di Darwin, che il nostro nota l’ovvio: sono pochissimi gli animali che vivono individualmente isolati, tutti gli altri, la stragrande maggioranza, vivono in gruppo. Tutto il neo-darwinismo a marca anglosassone è un rifiuto sistematico ed ottuso di questa considerazione auto-evidente. L’intera immagine di mondo che interpreta (a modo suo) Darwin, deve torcersi su se stessa per agganciarsi a quella antropologia anglosassone che postula lo stato di natura hobbesiano ovvero quello stato di natura che il filosofo inglese non aveva mai 220px-Kropotkin_prince_lectureosservato dal vivo direttamente in vita sua ed aveva astratto per giustificare la storia dei barbari sassoni in terra inglese, di cui era un competente studioso. Furono Spencer ed Huxley (nessuno dei due era un naturalista, quindi un osservatore empirico, sebbene Huxley fosse biologo) a torcere Darwin per fini ideologici.  Kropotkin fonde queste intuizioni col principio di uguaglianza (di cui deriva la ragione nella natura stessa) ed esplica il tutto nel famoso “Il mutuo appoggio” (1902). Mi piacerebbe molto effondermi sulla concezione di Kropotkin, sulla rilevanza che la sua ricerca etico-naturalistico potrebbe avere (stante che morì nella compilazione del suo opus magnum, appunto dedicato all’etica)  per la stessa filosofia della complessità che qui promuoviamo ma mi limito a sottolineare che anche in questa area davvero periferica del filone principale che abbiamo sin qui indagato, compare quella concezione comunitaria e mutualista che cozza frontalmente con l’asse individualistico-egoista dell’antropologia anglosassone che è il vero simmetrico inverso di quella russa. Russi cristiani mistici e monarchici come russi atei anarchici e rivoluzionari partono dalla stessa o molto simile concezione dell’uomo e del mondo come Uno interrelato o intessuto di Molteplice. L’area anarchica che ebbe la sua gloria in Ucraina con il movimento guidato da Nestor Machno, rimase più legata alla campagna, alla comune, all’autogestione e questo la pose in rotta di collisione con il comunismo industrial-centralizzato.

La tradizione monarchica, certo si presenta come opposta a quella anarchica. Va però detto che per monarchici russi non s’intendono i supporter dei Romanov o dello zar nello specifico, bensì senz’altro dei conservatori ostili ad ogni principio di democrazia o potere popolare ma in quanto filosofi politici. Sono i credenti nell’Uno politico, nell’uomo sintesi dell’essenza di un popolo e di una nazione. La loro è proprio l’interpretazione letterale del termine; mónos (μόνος) “solo, unico” e -archìs (ἄρχω), da árchō, “governare, comandare”. La concezione platonica del re-filosofo non è molto lontana. Essi sono soprattutto interni alla tradizione slavofila e tutti parte della migrazione bianca ovvero di coloro che furono espulsi nel ’22 dai comunisti, tra essi il nostro terzo autore, quello che FA individua hqdefaultcome “il filosofo di Putin”, Ivan Ilyn. Per Ilyn, laureatosi con una tesi sulle concezioni della legge e della Stato in Hegel, le élite sono naturali ma hanno il dovere morale del buongoverno, il monarca è il pater familias, il popolo la comunità. Conservazione e tradizione sono i collanti dell’insieme. Il suo modello è direttamente speculare ed inverso a quello repubblicano occidentale basato sull’individuo. Che il modello di Ilyn fosse ideale, lo testimonia la sua ampia critica della russa imperiale e la partecipazione con adesione alla rivoluzione di Febbraio. Il reazionario Konstantin Pobyedonosteyev che lo precedette, fu l’eminenza grigia della Russia imperiale ed era anch’esso di provenienza ed interessi giuridici ma l’humus nazionalista, anti-occidentale, slavofilo, molto vicino sia alle posizioni di Berdjaev che di Soloviev, è comune.  Nella visione di Ilyn, il monarca  non è il capo di un partito o di una fazione, deve esser fuori da ogni parte poiché deve sintetizzare il tutto, è l’Uno che rispecchia il Molteplice. Senz’altro affascinato dal primo fascismo (che come parlamento delle corporazioni piaceva non poco anche a Berdjaev), non mi è stato possibile trovare conferme delle sue simpatie naziste (per altro sembra sia stato sollevato dall’insegnamento in Germania, già nel ’34 e scappato nel ’38), così come non è confermato il suo presunto antisemitismo sbandierato da FA.

A nota della mia ricerca su Ilyn, indico questo blog (qui)  di colui che pare esser stato l’originale creatore della definizione “il filosofo di Putin”. Paul Robinson è professore (Public and International Affairs) all’Università di Ottowa. Un suo articolo iniziale è diventata la traccia di altri sul Journal of Militar Ethics e su The Spectator ed in seguito su American Conservative (il post di Robinson contiene tutti i link per la documentazione). Da qui, un albero di citazioni, sino all’articolo di Foreign Affairs che lascia basito il professore. Per farsi una idea dello “scandalo” dell’articolo di FA, una rivista di prestigio internazionale che si abbassa a commissionare un articolo ideologico a due scribacchini superficiali e in aperta malafede, consiglio di leggere il post del professore canadese (qui) che pare essere uno dei pochissimi occidentali che si è preso la briga di studiare ciò di cui parla. Qui, un altro suo interessante contributo.

Termineremo lo studio avviandoci alle conclusione nella terza parte di prossima uscita, fra qualche giorno.

(2/3) segue…

Qui, la prima parte.

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Informazioni su pierluigi fagan

59 anni, sposato con: http://artforhousewives.wordpress.com/, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore per 22 anni. Da più di tredici anni ritirato a confuciana "vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente. Il tema del blog è la complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore.
Questa voce è stata pubblicata in europa, filosofia, geopolitica, globalizzazione, occidente, ontologia e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

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