E IL NAUFRAGAR M’È DOLCE IN QUESTO MARE.

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Mar Mediterraneo, Aprile 2015

La “questione mediterranea” pone una nuova sollecitazione alla nostra pigrizia mentale che costruisce concetti mal assortiti che poi, sotto la spinta delle contraddizioni, diventano dogmi. Questi dogmi vengono difesi sempre più strenuamente, al costo di una crescente irrazionalità fino a produrre un rimbalzo da rifiuto  che però porta con sé la dogmatica del concetto in un simmetrico contrario. Se era mal assortito il concetto poi dogmatizzato, cosa sarà l’anti-concetto a sua volta dogmatizzato?

Ci riferiamo al concetto di Europa nella diade unione-nazione. L’Europa diventa un concetto al limitar della fine della Seconda Guerra mondiale e già nasce come un rimbalzo da rifiuto. Rifiuto della divisione dei differenti che, crescendo in un lembo di terra non troppo grande,  storicamente sgomitano l’un con l’altro producendo una sequenza interminabile e del tutto sterile di conflitti. Una delle più ironiche irrazionalità della secolare storia europea è che se prendiamo i confini più o meno stabiliti del XV° secolo e quelli attuali, bordo più o bordo meno, enclave più o enclave meno, nella sostanza almeno delle grandi nazioni o dei principali gruppi etno-linguistici, abbiamo esattamente la stessa partizione. Guerre di religione, re ambiziosi, sante alleanze, napoleoni e imbianchini carismatici, ti invado io – mi invadi tu, milioni e milioni di vittime, per non cambiare nulla.

Il rimbalzo porta allora a dire: basta, tanto è inutile, cerchiamo di trovare una forma di con-vivenza, invece di dividerci, uniamoci! La cosa suona logica e viene rinforzata dal fatto che nella seconda metà del Novecento si apre un tableau de jeu nuovo, il Mondo. C’è la Cina e l’India, c’è la Russia e gli USA, tutti grandi e grossi. Però, per sedersi a questo tavolo e giocare il gioco che -o lo giochi o ti gioca-, pare occorra un pre-requisito: la dimensione. La cosa è conosciuta ai tavoli da poker con la legge di non sedersi mai ad un tavolo di cui non reggi il rilancio di colui che è più danaroso. Quindi unirsi è giusto, unirsi è necessario. Due buone ragioni.

Ma il concetto Europa avrebbe dovuto esser meglio analizzato e non composto così a sensazione. Di quale Europa parliamo? quella cristiana o quella protestante o quella ortodossa o quella anglicana, quella a ramo linguistico balto-slavo o romanzo o celto-germanico? quella mediterranea o quella del Mare del Nord, quella originaria di Atene-Roma o quella dei popoli nomadi barbari, quella che il capitalismo l’ha inventato o quella che l’ha subito? Cioè, se abbiamo trascorso qualche secolo a massacrarci, ci sarà pur una articolata venatura di differenze, no? Non è che inventi il concetto perché così ti sembra opportuno ed oplà, ecco il costrutto realizzato!

Tant’è che il razionale andrà da una parte e il reale, dall’altra. Il razionale, invero, fa ben poca strada e rimane petitio principii mentre il reale trova sfogo nell’idea di mettere una cosa in comune, obbligandosi così a cooperare, prima fonti di energia, poi un mercato, infine una moneta.  Questa ultima è la cosa apparentemente più semplice ma si rivela poi quella più difficile, quella che dovrebbe giungere dopo un lungo e articolato processo di creazione di un complesso, fatto di sistemi economici, finanziari e fiscali reciprocamente integrati che rispondano ad una pari integrazione politica dotata di una intenzionalità democratica. La cosa è così bizzarra in sé che infatti solo alcuni (19 su 28) intraprendono questo conato unionista del sì-ma-non-troppo sancito da trattati. In termini di complessità, quindi di gestione della flessibilità, legare una moneta non ad una intenzionalità politica ma a dei trattati è come andare ad un festival di breakdance con gli arti ingessati.

Com’è evidente, il costrutto mal costruito, peggio costruito del concetto stesso, tende a naufragare e galleggiare con l’inerzia di chi non può andare né avanti, né indietro, cioè fare “il morto a galla”. Nel frattempo, dopo esserci baloccati su monete, sovranità, Altre Europe ed altri disordini mentali, ci si pongono pressanti questioni dall’esterno, due nello specifico: disordini al confine Est e disordine al confine Sud. A quelli dell’Est frega niente dei problemi di quelli del Sud che, a loro volta, non capiscono proprio che diavolo di problemi abbiano quelli dell’Est. Domani potrebbero essere danesi e scandinavi ad essere allarmati per la sovranità del Polo che si sta sciogliendo ed allora potrebbero essere i mediterranei a non capire.  E’ normale, infatti la storia si fonda sulla materialità geografica per poi evolversi lungo i rami economici, religiosi, culturali e quindi politici. Non è un problema di comprensione reciproca, è proprio che le aree diverse hanno interessi ed intenti diversi, storie diverse, tradizioni e logiche diverse con cui devono affrontare problemi diversi. Confondere la differenza con l’egoismo, l’ontologia con la filosofia morale, come si fa nel disordinato dibattito pubblico, è sommare disordine a disordine. Né è d’aiuto l’esser seduti assieme in quella assemblea condominiale priva di poteri che è il fantomatico  “parlamento” di Bruxelles, perché questa unione dei senza poteri, per definizione, è solo una rappresentazione e le rappresentazioni non risolvono problemi, al massimo, li riflettono. E se anche avessero i poteri non avrebbero il potere di gestire i problemi derivanti da un concetto mal posto, mal assortito.

Si giunge così ai morti che galleggiano in mezzo al mare nostrum, “nostrum” non dell’Europa ma delle popolazioni europee che intorno a quel mare vivono da secoli, che poi sono proprio coloro che gli hanno dato quel nome. E si finisce anche con la paranoia che ogni movimento, ogni tentativo di rottura delle paralizzanti simmetrie dei nostri patti di gesso, ci porti in acque inesplorate come ha ammonito di recente M.Draghi.  Morti a galla ed acque inesplorate, che fare?

Beh, se ci si riferisce ai meno di trenta corpi che galleggiano ed a gli altri ottocento andati a fondo è una cosa, se ci riferisce a gli altri forse 250.000 o anche più che nell’ultimo anno sono giunti e giungeranno tra Spagna, Italia, Malta, Cipro, Grecia o direttamente in Francia è un altro. Se poi ci riferiamo al milione in stand by pronto a partire è un altro ancora. Ma forse dovremmo anche riflettere sulla aritmetica delle popolazioni che ci dice che nel prossimo trentennio, solo gli africani (non i medio-orientali) aumenteranno di un miliardo (quattro volte più grandi di noi!) mentre noi europei diminuiremo di cento milioni. Poiché è utopico pensare di rimuovere le cause forti che producono i fenomeni che rendono la vita impossibile nei loro luoghi di nascita, cause forti da noi stessi prodotte direttamente o indirettamente o prodotte da nostri amici e parenti, non ci vuole la pizia per vaticinare che saranno appunto milioni, coloro che, in un modo o nell’altro, proveranno a venire da lì a qui. Sempre che un qualche disastro ambientale o epidemico, non ne produca decine di milioni. Se le nostre coste fossero lambite da migliaia di morti a galla, addio bagnetto ferragostano e la stessa spigola ci darebbe sospetto di cannibalismo per interposta catena alimentare. Se le nostre comunità già pressate da una crisi senza speranze, obbligate a fare i compiti a casa, depresse dalla perdita di futuro, dovessero pure trovarsi alle prese con obblighi di ulteriori solidarietà e condivisioni di massa, la situazione diverrebbe facilmente caotica.

Occorre allora far qualcosa ma qualcosa di grosso, di coordinato, di strategico, di organizzato, qualcosa che, come si dice in questi casi, “gestisca la situazione”, grossa la situazione, grosso il qualcosa che la dovrebbe gestirla. Ma quanto grosso?  Ecco allora che andiamo a rimbalzare di nuovo contro il costrutto mal costruito derivante dal concetto mal posto, cioè mal assortito. Il tempo che passeremo a discutere e litigare senza costrutto con gli olandesi o i danesi o i lettoni o i polacchi in paranoia confinaria che non vedono certo neri galleggianti ma solo orsi russi infidi ed aggressivi che si mimetizzano dietro le betulle, trascorrerà invano e poiché già lo sappiamo perché buttarlo via inutilmente? Oltretutto visto che nel nostro modo di stare al mondo, il tempo è denaro, richiedendosi appunto denaro per far qualcosa di grosso che affronti il grosso problema e che di denaro ne abbiamo sempre meno, come del resto di tempo? Allora?

Chi pensa dovrebbe anche fare ma il fare del pensiero  è ridotto, nel nostro modo di vivere, al far concetti. Che almeno il pensare, ci porti a pensare qualcosa che ha la possibilità di utilità a risolvere questo problema grosso, altrimenti si fa esibizionismo concettuale, falso moralismo, sfoggio di cattiva coscienza, esercizio di retorica, vomito emotivo, logistica dell’utopia ed altre cattive pratiche che sommano inutilità e confusione a quanta già ce ne è. Che il pensiero sconti, a volte, una sua (apparente) inutilità vabbè ma che addirittura proprio chi pensa per sciogliere la nebbia della comprensione, aumenti l’entropia, proprio no.

Il pensiero proposto è quello di fermarsi e chiedersi: l’Europa unita è un concetto che possa portare ad un costrutto? Si, no, su quali presupposti, in quanto tempo e con quali passaggi? Quale unione? Quella con i 50 stati indipendenti che la compongono, con i 28 dell’Unione, con i 19 dell’unione monetaria? Forse scopriremmo che in ogni caso questo è un concetto mal assortito, cioè impossibile da trasformare in costrutto. Non c’è una storia ma neanche una geografia in comune, non c’è una religione, né un ceppo linguistico, non ci sono tradizioni culturali o atteggiamenti antropologici in comune, non ci sono forme economiche e neanche interessi geopolitici o geostrategici in comune. Se non c’è niente in comune, se è un concetto mal assortito, quando mai si trasformerà in un costrutto ben costruito? Quale mago alchemico, quale pensiero magico potrebbe sintetizzare un conflitto di differenze e di interessi in un sublimato virtuoso? perché continuare dogmaticamente a pensare a qualcosa che non potrà mai essere e subordinare le nostre sempre più difficili vite a questo disegno non intelligente?

Data la più probabile risposta alla riflessione proposta, però,  si dovrebbe anche evitare  di finire rimbalzati dal meccanismo della semplificante negazione, al polo opposto, al “no ad ogni unione”, al “torniamo alla nazione”. Ce la vedete voi, una qualsivoglia europea nazione otto-novecentesca, alle prese col dollaro o lo yuan o la speculazione o la NATO o la Cina o l’islamismo armato o i centinaia di migliaia di profughi assedianti o la gestione delle politiche ambientali planetarie, la competizione globale o qualsivoglia altro problema postoci dal mondo che, differentemente dai nostri schemi concettuali, non è più nel XIX° o XX°  ma nel XXI° secolo?  Direi di no. Finirebbe col far da fauna interstiziale nei domini della magafauna. Allora?

Allora si potrebbe andare verso una unione di coloro che hanno forme simili e problemi altrettanto simili, simile geografia, quindi storia: i mediterranei ad esempio. Duecento milioni di individui che sarebbe ben più possibile porre in un processo di progressiva unificazione concreta, cioè una unica entità socio-economico-cultural-politica, una macro-nazione federata che funziona con la democrazia. Una unione con una sua moneta di cui possiamo prevedere una gestione espansiva e che visto che nascerebbe già bella indebitata, non si contorcerebbe come la Merkel se anche si producesse un po’ d’inflazione. Una moneta in grado di attivare le soluzioni della gestione del grosso problema o nella versione piena ed indiscriminata accoglienza o nelle versione selezione a metà strada o nella versione miglioriamo il loro mondo lì,  poiché, in ogni caso, son tutte soluzioni che -costano-. Un nuovo sistema geostorico con una economia ed una politica aperta all’Africa, la parte di mondo che più crescerà nei prossimi decenni. Ma aperta anche al Sud America, alla Russia, alla Cina e al contempo attenta a moderare il disordine mediorientale ed a evitare che altri disordinino proprio il continente sottostante lasciando poi a noi il compito di gestire quel disordine. Piani che costano ma costi che però non solo promettono di gestire il “grosso problema” ma che potrebbero essere anche visti come investimenti ed occupazione, costi e strategie che richiederebbero quei sforzi impegnativi che solo una macro entità può porsi in obiettivo. Una Unione che avrebbe il suo posto nel consiglio di sicurezza ONU certo ed influente, influente ad esempio sulle decisioni da prendere sul quadrante africano o mediorientale, che avrebbe un suo peso nelle decisioni grandi decisioni economico-finanziarie (credo avrebbe il secondo pil del mondo, massimo il terzo), in quelle ambientali, che produrrebbe un suo esercito ed una sua autonoma politica di difesa. Insomma un nuovo soggetto geo-storico adeguato ai tempi che ci è toccato in sorte di vivere. L’unico soggetto che avendo un problema preciso e condiviso, sia in grado di porre in essere una azione complessa e costosa atta a gestirlo. Ma anche atta a gestirne molti altri e con un certo, prevedibile, accordo delle intenzioni, quantomeno maggiore di quello che ci dovrebbe unire a scandinavi o baltici o sassoni e frisoni o ugro-finnici. Un concetto ben posto, ben assortito, che possa dar vita ad un costrutto ben costruito.

Si potrebbe fare allora un nuovo parlamento ed intitolarlo a Fernand Braudel (così i francesi son contenti), colui che ci ha insegnato che la storia è il divenire degli abitanti di precisi luoghi geografici e che il Mediterraneo è la fonte della nostra storia, quindi della nostra vita. “…e il naufragar m’è dolce in questo mare” potremmo così sospirare, un mare che non ha per noi acque inesplorate, in cui  non finiremmo col far o con l’esser dei “morti a galla”.

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Riferimenti: A. Kojève, Il silenzio della tirannide, Adelphi, Milano, 2004, L’impero latino p.163; F. Braudel, Il Mediterraneo, Bompiani, Milano, 2008; ed indegnamente anche questo.

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Informazioni su pierluigi fagan

59 anni, sposato con: http://artforhousewives.wordpress.com/, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore per 22 anni. Da più di tredici anni ritirato a confuciana "vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente. Il tema del blog è la complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore.
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