PICCOLO STUDIO SULL’ISLAM (6/b). Conclusioni.

islam-politicoIl complesso ideologico dominante il mondo arabo, non v’è dubbio, sia la religione islamica. Coma abbiamo visto, questa religione si basa su un canone composto da Corano-sunna-biografia di Muhammad e su una stratificata interpretazione accumulatasi nei due-tre secoli dopo il VII° secolo. Successivamente, si è attinto al canone ed alla sua storia interpretativa, selezionando ora questo tono, ora quest’altro ma senza realmente innovare qualcosa di decisivo. Alla fine e nei fatti, questo canone con la sua interpretazione si è rinserrato in se stesso ritenendosi definitivo ed immutabile. Questo canone, in abbinata alle sue possibili interpretazioni è diventato Tradizione ed intorno a questa Tradizione ci sono teologi, giuristi, insegnanti, teorici, addetti ai servizi religiosi, una classe composita che non si può definire “clero”, sebbene in qualche modo ne svolga la funzione. La centralità del canone e della Tradizione porta con sé, la centralità di questo clero-non clero. Questo clero-non clero a sua volta, influisce e condiziona il potere politico a sua volta stretto tra i condizionamenti interni alla geopolitica arabo-islamica ed i rapporti  con l’Occidente.

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L’invasione coloniale occidentale del XIX° secolo ha prima imposto il format stato-nazionale, poi risvegliato il pensiero arabo alla ricerca di spiegazioni della propria debolezza e di paradigmi su cui vertere per il riscatto. Il primo corso si è sviluppato in consonanza alla occidentalizzazione delle élite ed ha avuto come agente trainante l’esercito, il secondo si è sviluppato in consonanza al tradizionalismo della società islamica ed ha avuto come agente trainante il clero-non clero. Né il primo corso ha tenuto conto della profonda islamizzazione della società reale, né il secondo ha tenuto conto della necessità di operare una profonda riforma della sua ideologia. L’ideologia modernista, laicista, socialista è quella del primo corso, l’ideologia tradizionalista, salafita – islamista è quella del secondo.

MappaBandungNel tempo, la componente socialista ha fallito e si è persa. Le élite tanto politiche che militari, sono oggi tutte libero mercatistiche. Così, salvo la Siria, il più o meno coperto allineamento americo-occidentale che non solo ha cancellato la posizione filo-sovietica (poi russa) ma soprattutto ogni terzo allineamento[1].  La componente laicista è anche in scomparsa. Il fatto è che le società nazionali arabe sono per la maggior parte intrinsecamente islamiche, nel senso che l’islam è strettamente intessuto nella loro trama sociale. Anche le élite più laiche, hanno dovuto alla fine re-inserire stralci sharitici nelle costituzioni[2]. Per il mondo arabo, l’islamismo è consustanziale e il laicismo islamico è un controsenso. Come abbiamo già osservato, la secolare tradizione storica, il potere di fatto di tutto il circolo religioso che emana discorsi del venerdì in moschea, da università e scuole, pubblicazioni, riviste e giornali, partiti e movimenti, la mancanza di alternative e il quasi inesistente cambiamento delle condizioni sociali, economiche, d’istruzione, di informazione, mantengono le società ancorate al dominio della Tradizione e delle sue principali interpretazioni. Naturalmente, una fetta minoritaria di società soprattutto giovane, femminile, istruita e metropolitana va in altra direzione ma la pesatura della massa sociale totale  è inequivoca.

arab-springLa modernità, a cavallo del libero mercato assunto come paradigma economico e sociale, è entrata in questo contesto, come prodotto. Una modernità come prodotto d’importazione, come possibilità di goderne i frutti senza impiantarne l’albero. Questa modernità da free-shop è proprio ciò che all’occhio offuscato dell’occidentale intellettualmente pigro, balza in evidenza creando una contraddizione visto che il costume sociale viene altresì definito medioevale. Questa contraddizione apparente che non è affatto contraddittoria, infatti, trova la sua massima espressione nella penisola arabica dove si toccano i vertici del medievalismo assolutista e puritano mentre al contempo si toccano i vertici dell’esasperazione tecnologica di una modernità ridotta a ipermercato di gadget per bambini mal cresciuti. Sia nella versione grattacieli, hi-tech, macchinoni, satelliti, sia nella versione dei più moderni sistemi d’arma che fanno del mondo arabo, il primo mercato per la produzione occidentale.

51v3nftihjl-_sl500_aa300_Abiurato il socialismo, sposato il libero mercato, relativizzata la mai fino in fondo condivisa laicità e ridotta la modernità da cultura a merce (chissà, forse è la sua essenza intrinseca), sul piano dei valori e delle idee rimane incontrastato il dominio del paradigma del conservatorismo, tradizionalismo e di recente, fondamentalismo islamico.  Come detto nell’Introduzione, il fondamentalismo (che sarebbe più preciso definire radicalismo islamista o islamismo-totalitario) non è il tradizionalismo conservatore ma senza dubbio, il primo non potrebbe esistere se non esistesse il secondo. Scopo teorico-pratico di ogni radicalismo è infatti spostare sulle sue corde vibranti quanta più massa inerte è collocata nel centro mediano di un sistema ideologico[3]. Inoltre, sebbene la penetrazione oggettiva dell’islamismo-totalitario nelle società arabe non sia poi così significativa, una certa area di simpatia è dovuta la fatto che questo corso di idee nacque come rivalutazione dell’essere musulmani, in opposizione orgogliosa all’invadenza del modernismo coloniale occidentale. Questo orgoglio della tradizione, della specificità musulmana, rimane l’unica identità propria a cui riferirsi per resistere all’omologazione nel registro modernista-occidentale, può poi prendere la forma quietista delle periferie e dei piccoli centri e comunità gravitanti intorno alle moschee o quella rivoluzionaria armata delle cellule integraliste e jiahdiste ma vi è una comune radice tra le due fenomenologie ed è la radice della condivisa difesa identitaria, dell’islam pregante.

L’islam pensante, altresì, non è privo di fremiti che cercano di liberarsi dal dominio soffocante del dogma rinserrato in se stesso, dall’imperio pervasivo della Tradizione. Queste idee premono con insistenza contro il divieto di riaprire l’interpretazione e cercano, nei limiti codificati dall’islam stesso o più spesso divincolandosi da essi copc8m7ibridandosi con qualcosa di esterno, di aprirsi un possibile nuova via. Dalle interpretazioni che volgono l’islam ad una teologia della liberazione, all’applicazione della più sofisticata ermeneutica, dalla promozione di un approccio storicista che possa portare scritture o anche solo le interpretazioni al diritto di uscire dalla presunzione di essere “oltre la storia”, fino alle elaborazioni addirittura in chiave femminile se non femminista. Uno spazio teorico poi c’è su una possibile via islamica ad una democrazia dal basso, egalitaria e partecipata mentre qualche difficoltà in più ci sono per la necessaria revisione dei fondamenti giuridici che non possono rimanere ancorati alle scarne e desuete prescrizioni sharitiche. Anche la conversione a partito politico dei Fratelli musulmani egiziani o Hizb’allah libanese  o al-Nahda tunisino vanno salutate positivamente. Per quanto con un fine di islamizzazione tradizionalista, percorrere la via politica invece di quella del terrore impositivo è comunque positivo. Non è poi escludibile ed è auspicabile anche una possibile evoluzione geopolitica quando e se, un fronte degli attori multipolari (oggi BRICS) potesse diventare downloadnm90un riferimento anche per qualche stato-nazione tra i più grandi ed importanti (ad esempio l’Egitto) aprendo una breccia nell’allineamento filo-americano che ha interessi esattamente contrari all’emancipazione dei popoli arabi. Infine, occorrerà seguire l’evoluzione dialettica tra le specificità dell’islam allargato (Africa equatoriale e Sudest asiatico, Pakistan-Afghanistan) e quelle del mondo arabo linguistico (Maghreb) vs il cuore più retrivo della Tradizione, cioè la Penisola arabica. Altresì decisiva sarà  la Grande Guerra già in corso nel Medio Oriente per rigiocarsi i confini post Sykes-Picot e per sciogliere la competizione sunniti vs sciiti ovvero sauditi vs iraniani.

844889A noi, comunque, se potessimo scegliere nel catalogo delle possibili vie re-interpretative del canone,  la posizione più radicale e necessaria ma anche quella maggiormente possibile per la riforma dell’impianto ideologico appare quella che ebbe forma nello scomparso  Mahmud Taha e nel suo vivente prosecutore ideale ‘Abdullahi al-Na’im, entrambi sudanesi. Al-Na’im propone una radicale riforma dell’islam basata su due imperativi categorici che sebbene di origine kantiana, possono esser considerati dei veri universali: 1) considerare gli uomini come fini e non come mezzi; 2) la regola aurea o non fare a gli altri quello che non vorresti fosse fatto a te (presente nell’etica cristiana, in quella confuciana, nella shari’a coranica ed in Kant, quindi financo nella tradizione illuministica europea), definibile anche “etica della reciprocità”. Al-Na’im centra il punto anche scagliandosi contro i pilastri della tradizione più retriva e conservatrice , quel Ibn Taymiyya su cui si fonda tutto l’islamismo contemporaneo, il salafismo, quello che origina da al-Banna, Qutb, al-Mawdudi ed anche tutto il wahhabismo. Siamo cioè al punto d’origine di tutta la deriva conservatrice, lì dove la teologia mutazilita venne definitivamente sconfitta ed estromessa dal canone da una specifica interpretazione che si rinserrò dentro le scritture, chiudendo dietro di sé la porta dal di dentro e buttando per sempre via la chiave: l’hanbalismo.

Il maestro di Al-Na’im, 978883071188Mahmud  Taha, fu un teologo sudanese impiccato dal regime militare  e seppellito in un punto tenuto segreto del deserto  nel 1985 dopo esser stato giudicato, come al solito, apostata. Tutte le copie dei suoi libri sequestrati e bruciati. Taha aveva centrato il punto: il Corano meccano è quello universale, quello medinese è un adattamento storico e le disposizioni ivi contenute vanno storicizzate così come quasi tutta la sharia’a, la sunna è tradizione umana giuridicamente inservibile. Per quanto radicale, questa posizione ci sembra l’unica veramente possibile in quanto questa posizione non è occidentalista, non salta a priori la roccaforte della Tradizione sposando il punto di vista storicista o femminista o democraticista o laicista o qualche grimaldello ermeneutico-decostruzionista appreso dagli intellettuali arabi migrati in Francia o nell’area anglo-sassone, poiché Taha nato e sempre vissuto in Sudan, ben sapeva che tutto ciò che è fuori dai fondamenti dell’islam non scalfisce la Tradizione. Questa posizione entra nel fortino della Tradizione ed in nome del primo Corano e dell’umana intelligenza di cui Dio ci dotò evidentemente per una qualche ragione, ne scioglie le pretestuose fondamenta. Taha non esce dall’islam per spingerlo e spostarlo, rimane dentro l’islam per rimuovere i freni e le ganasce che una élite religioso-politica ha pretestuosamente messo al sistema sin dai califfi rashidun.  Non usa categorie occidentali per dialetizzare il monolito islamico, usa l’originaria dialettica interna di una tradizione interrotta, quella della fede razionalizzata mutazilita. Non solo i fondamentalisti di ogni sorta hanno i loro martiri, anche l’umanità intelligente ne ha ed anche molti di più, Taha è uno di questi.

Ma perché tutti questi tentativi e le forze culturali e sociali ad essi connessi si possano liberare favorendo la nascita di un rinascimento islamico che  superi la sua paralizzante introflessione, occorre neutralizzare i guardiani del sistema. La riforma dell’ideologia è intellettualmente più che possibile ma non fino a che l’islam rimane prigioniero del conservatorismo tradizionalista che interessa certe élite arabe, tanto politiche che religiose. Elite che sono legate a doppio filo con quelle occidentali con le quali, assieme, costituiscono il blocco del sistema.

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Cosa può fare l’Occidente di buona volontà per aiutare l’islam ad evolvere il proprio adattamento alla complessità?

Per disarticolare questa costruzione di modo da aprirla all’adattamento al mondo complesso occorrerebbe disarticolare il suo baricentro storico, politico, economico, culturale: le monarchie della penisola arabica ed in particolare i guardiani dell’ortodossia e dei luoghi sacri che centrano l’intero sistema: l’Arabia Saudita. wahabismQui troviamo la leva petrolifera con la quale si ricatta l’intero mondo industrializzato e non[4], l’accumulo di ricchezza proveniente dalla dote energetica, accumulo reinvestito in parte nel partecipare al grande gioco finanziario-proprietario del capitalismo globalizzato, in parte in una forma sottile di promozione pan-islamica dell’hanbalismo ultra-conservatore. Qui troviamo  la forma politica della monarchia assoluta clanico-dinastica, la shari’a implementata come legge unica della comunità, il complesso giuridico-religioso wahhabita che tratta come apostati tutti i credenti le altre religioni del Libro ma anche i musulmani non wahhabiti e che introduce come “sesto” pilastro della fede quel jihad mono-interpretato che porta ai progetti dell’islamismo armato  1.0 tipo al-Qa’ida ed a quelli 2.0 tipo Isis-Stato islamico (tesi oltretutto a concentrare il fuoco islamizzante fuori dai propri confini). Mutawwa’a e ikhwan, l’ideologia totalitaria ed il suo braccio armato, disciplina e punizione al servizio di una élite di potere, questa fu la fondazione dell’Arabia Saudita e questa è la struttura dell’odierno Stato islamico. Qui origina l’ambiguo patto imperiale con gli Stati Uniti e il costante revival del sanguinoso odio stragista verso gli sciiti. Da qui parte la formazione tentacolare che s’innerva con fiumi di dollari che diventano moschee, pubblicazioni, scuole, cellule jihadiste, in Medio Oriente, Maghreb e  Sahel, con una evidente predilezione per aree dotate di petrolio (Libia e Nigeria, Siria ed Iraq) quanto in Afghanistan e in Pakistan e fino alla diaspora islamica occidentale  La ultra-conservatrice lotta contro ogni tentativo di evolvere l’islam in qualche direzione propria ma diversa dalla loro ottusa interpretazione della Tradizione (attiva lotta contro il nasserismo, il repubblicanesimo, il costituzionalismo, il socialismo e viepiù il comunismo, la democrazia anche nell’annacquata versione liberale, la parità di genere, il rispetto delle differenze, la cultura, l’arte etc.) quindi il presidio in senso costantemente ultra-tradizionalista del sunnismo e la lotta per affermare la sua totale e finale egemonia su tutto l’islam. Sforzo per affermare la Tradizione più retriva e chiusa nel sunnismo e per affermare il sunnismo arabo su quello islamico e sullo sciismo, sforzo che l’Arabia Saudita compie con dollari, armi, terrorismo, reti geopolitiche e una ideologia portata da un ambiguo  clero- non clero diffuso in tutto l’islam e fuori di esso.

sunni_shia_nasrTutto questo sforzo (significato proprio di jihad) sta oggi prendendo la forma di uno scontro diretto contro i vari “nemici interni” che ostacolano questo delirio egemonico, a cominciare dagli sciiti. Il sistema sciita si identifica con un solo stato nazione, l’Iran, che non ha quindi problemi di lotta egemonica per affermarsi al suo interno. Gli sciiti hanno storicamente una diversa conformazione della gerarchia poiché gli iman sopratutto dopo la rivoluzione di Khomeini,  hanno in carico la funzione interpretativa della Scrittura, ruolo che permette gradi di maggior flessibilità adattativa per l’intero sistema. Inoltre, hanno mostrato una certa intelligenza adattiva come  nel caso libanese (Hizb’allah). Il “partito di Dio” sciita ha una strategia generale non poi molto diversa da quella dei Fratelli Musulmani ovvero di radicamento sociale e di islamizzazione dal basso ma ha atteso il tempo della sua effettiva affermazione egemonica, per altro gestita con estremo giudizio, non eccedendo precipitosamente nell’islamizzazione a tappe forzate di un sistema così intrinsecamente plurale come è il Libano. La componente sciita già crea pluralizzazione in Bahrein e Yemen, in Iraq, Siria e Libano, pluralizzazione che inquieta proprio l’Arabia Saudita attivamente impegnata ad annientarla. Insomma, tifare per gli sciiti nella partita sunniti vs sciiti non è certo tifare per la teocrazia iraniana ma per una realtà storica intrinseca all’islam che oggettivamente testimonia di una irriducibile pluralità naturale, interna al sistema.

download45nv7Un secondo scenario da tenere d’occhio è l’islam della diaspora, l’islam in Occidente. Ogni sistema, per quanto integralista, tradizionalista e conservatore sia, laddove è stretta minoranza in un ambiente ostile nel senso di non conforme, deve necessariamente articolarsi per sopravvivere. Gli islamici occidentali debbono venire a patti tra tradizione e modernità, tra comunità ed individualità, tra stato islamico e stato costituzionale, tra religione e vita civile. Oggi sono pressati tra le spinte tradizionaliste delle moschee e del clero-non clero spesso finanziati massicciamente da Arabia Saudita e Qatar da una parte e l’indifferenza se non l’ostilità della mentalità occidentale dall’altra. Potrebbe esser utile per entrambi (musulmani e non) trovare il modo di discutere apertamente e con franchezza da una parte dei rispettivi eterogenei EU Muslim Populationpresupposti e dall’altra della necessaria via da trovare nella convivenza. I due atteggiamenti occidentali del “è un problema irrisolvibile, cacciamoli” e del “non c’è problema, siano benvenuti” sono, entrambi, irrealistici. E’ irrealistico pensare che etnie piene di giovani ed in esuberanza demografica ad un tiro di schioppo da terre relativamente ricche, stante la situazione di arretratezza  socio-economica quando non di guerra e perenne instabilità (spesso concreata dagli stessi occidentali) che li spinge a migrare, cessino di venire qui. Tra l’altro rappresentando una possibile parziale soluzione al nostro debito di crescita demografica. E’ irrealistico altresì postulare il “non c’è problema” perché qualsiasi gruppo sociale ordinato da un sistema di valori tra l’altro così forti com’è nel sistema islamico e così diverso com’è nel rapporto tra islam ed occidente, va in potenziale attrito con il sistema che lo ospita. Ma i musulmani della diaspora hanno anche la potenziale libertà di non esser coartati dalle loro società-governi tradizionali, hanno quindi una possibile maggior libertà relativa di aprire il proprio essere islamico a qualcosa di nuovo. Non c’è solo il rifiuto e il riflusso identitario da una parte e l’integrazione-assimilazione dall’altra, c’è anche l’adattamento per modificazione, modificazione del proprio sistema ma anche dell’ambiente in cui ci si deve adattare[5].  Molti di loro, potrebbero poi  tornare da adulti nelle loro terre d’origine e rappresentare un diversa esperienza di islamizzazione adattativa, aiutando da dentro l’evoluzione generale del loro sistema.

Oil_and_Gas_Infrastructure_Persian_Gulf__large_Gli occidentali poi possono fare molto di più. La Danimarca ad esempio, sta procedendo a tappe forzate verso l’autonomia energetica. Questo non è solo molto salutare, anzi di una necessità imperativa per l’ambiente, non è solo salutare per le bilance dei pagamenti nazionali, questo è essenziale per l’autonomia geopolitica. Non dover dipendere dall’energia fuori dei nostri confini, significa non dover dipendere dal potere geopolitico di chi la possiede. Significa poter avere relazioni non condizionate con il mondo arabo e arabo-peninsulare nello specifico. Così la recente decisione della Svezia di rompere l’accordo militare in vigore con l’Arabia Saudita dal 2005, seguito da rancoroso ritiro degli ambasciatori . Svezia che ha per prima aperto il processo di riconoscimento del diritto dei palestinesi ad avere un proprio stato. Le nostre depresse élite intellettuali potrebbero mostrare la necessità di dialogare non con le corrotte élite arabe presuntamente moderate legittimandole e spingendo chi si batte contro la loro dittatura nella braccia del radicalismo ma direttamente con quelle forze intellettuali e culturali ma anche politiche e sociali che possono rappresentare una maggior articolazione del pluralismo interno[6] al loro mondo. Altresì, sempre le nostre depresse élite intellettuali farebbero bene a sorvegliare criticamente non solo l’imperialismo americano ma il perdurante semi-colonialismo europeo (i francesi ad esempio, da questo punto di vista, avrebbero molto di cui tenersi occupati) nonché l’imperialismo economico-culturale delle monarchie del Golfo, quelle stesse monarchie che con i loro fondi sovrani ritornano alle nostre élite parte dei proventi incassati dalla vendita del petrolio e del gas, assicurandosi by the way quote strategiche di partecipazione nel nostro capitalismo decadente, sostenendone la lenta agonia.

wahhabis_saudi_cockroachesPiù in generale, se Arabia Saudita e monarchie del Golfo riversano ingenti fiumi di denaro per finanziare l’islamizzazione hardcore tanto nel mondo arabo che in quello islamico, questi fiumi dovrebbero mischiarsi a loro pari che finanziano l’emancipazione sociale ed economica su cui deve basarsi quella politico-culturale[7] e nuovi standard di decente giustizia sociale. In questo senso, l’Europa dovrebbe aiutare il Nord Africa a diventare una fascia di transizione, dialogo e scambio tra l’Europa stessa e l’Africa. Il mondo complesso, ovvero innervato da una unica rete ramificata di interrelazioni, necessita di zone ibride in cui i diversi sistemi geo-storico-culturali, si mischiano l’un l’altro creando uno spazio per le fasi di transizione. Non si tratta né di occidentalizzare il Nord Africa, né di islamizzare l’Europa ma di creare una zona che, com’è per altro nella sua storia e tradizione, mischi influenze reciproche in un nuovo emergente, un totale maggiore della somma delle sue parti.  Ciò porta anche a doverci svegliare dal nostro sonno dogmatico per il quale esisterebbe “un” Occidente, “una” Europa. Né l’Occidente anglosassone, né quello germano-scandinavo, né quello euro-orientale hanno nulla di diretto a che fare con questa storia. Questa storia riguarda per ovvie ragione geografiche e quindi storiche, l’Europa mediterranea e questo, è l’ennesimo segnale che occorre cominciar a ragionar per sistemi possibili ed omogenei, sistemi che hanno le condizioni e l’interesse a condividere gli stessi problemi e coordinate soluzioni. L’Unione politica federale degli europei mediterranei s’impone come progetto forte e prioritario per ragioni monetarie, politiche, culturali, geostoriche e per ragioni di geopolitica dei propri  sensibili confini[8]. Confini mediterranei che poi potrebbero essere nuova frontiera per dialogo, crescita e sviluppo.

saudi_support_terrorismDa subito, comunque, occorrerebbe cominciar a denunciare l’Arabia Saudita come stato canaglia anche per disarticolare quel fronte del capitalismo globalizzato che è un sistema a sua volta articolato e non sempre e non tutto dipendente solo dagli USA. Anche le storiche forze critiche ed antagoniste, resistenti e militanti nei campi dell’antimperialismo e dell’anticapitalismo dovrebbero evolvere una visione un po’ più complessa di ciò che vorrebbero combattere. Ostracizzare l’Arabia Saudita e gli stati canaglia del Golfo, forse è più facile che non uscire domattina dal capitalismo powered by la più grande potenza militare che si sia mai vista nella storia planetaria. Embargo, sanzioni, denuncia etica e morale, conversione energetica immediata ed a tappe forzate, cioè aumentare la pressione su questo anello della catena che ci tiene legati al suo dominio. Così ad esempio, lanciare una campagna di boicottaggio per i prossimi mondiali di calcio in Qatar, una vera assurdità, anche dal punto di vista sportivo.

PLATON_Time_BLOG-442x590Di base, poi, la regola aurea dovrebbe essere quella di impedire per qualsiasi ragione ed in qualsiasi modo l’attivo intervento militare. Mettere mano ai corsi storici dall’esterno, ha significato disordinarli in maniera del tutto imprevedibile, disordinando la logica degli eventi locali si è impedito lo svolgimento del processo interno della loro dialettica storica. Ogni intervento militare, dall’Afghanistan all’Iraq alla Libia è stato un prender a randellate un vespaio con conseguente liberazione caotica di ciò che prima era, in qualche modo, ordinato. Sconclusionato e contro-producente intervento militare, uso coperto delle cellule terroristiche manovrate dai sauditi e non solo (vedi guerra civile siriana), sfruttamento coloniale e capitalistico, massiccia vendita di armamenti, dipendenza dalla fornitura energetica fossile, protezione acritica e mafiosa di Israele e del suo diritto unilaterale a fare e disfare ciò che vuole oltre i suoi mai ben definiti confini, alleanza organica con i centri dell’imperialismo fondamentalista sunnita interno all’islam, protezione e cooptazione delle corrotte élite locali,  questo è l’attuale standard del nostro modo di relazionarci a questo mondo. Così continuando, non possiamo che aspettarci che al veleno sversato nei campi corrispondano sempre più amari frutti serviti direttamente o indirettamente sulle nostre tavole.

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Concludiamo così il nostro Piccolo studio sull’islam, un sistema molto complesso che abbiamo imparato a conoscere un po’ meglio, rispettandone l’ intricata articolazione. Il primo risultato che portiamo a casa è lo sconcerto per come il nostro mondo, quello colto e quello massificato, approccia un sistema di 1,6 miliardi di persone che condividono quattordici secoli di storia. Sconcerto per la superficialità, la presunzione, l’ignorante semplificazione, con i quali approcciamo questo fenomeno con cui dobbiamo condividere il mondo.  Quello che infine traiamo come finale conseguenza è che non esiste alcun scontro di civiltà. Esiste anzi un incontro ed una complicità organica tra élite gerarchiche presenti tanto nel nostro mondo che nel loro, élite che resistono al cambiamento che diminuirebbe le condizioni di possibilità che le creano e sostengono, che resistono con ottusa e cieca ostinazione alle trasformazioni necessarie per adattarsi alla nuova complessità del mondo. Guerra, terrorismo, ideologie totalitarie, distruzione ambientale, profughi, questo produce la cupola elitista che governa i due sistemi. Quello che ci sembra necessario è invece uno scontro nelle civiltà, l’eterno scontro tra chi resiste al cambiamento per difendere il proprio privilegio adattivo e chi da questo cambiamento trarrebbe nuove opportunità di sviluppo e crescita della generale fitness tra le varie parti dell’umanità e tra l’umanità tutta ed il pianeta. Umanità vs élite, questa è l’eterna partita della Storia che oggi siamo chiamati a ri-giocare in un contesto sempre più complesso. Il che non è detto sia per noi umanitariani sia un contesto avverso, tutt’altro…

(6/b. Fine.)

Puntate precedenti: Intro1 2345 6a

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[1] L’ultimo tentativo se ne è andato con il per altro velleitario islamismo pan-africano di Gheddafi.

[2] Questa dicotomia senza apparenti alternative, Occidente vs islamismo è rivelata dalla storia recente della Turchia il paese che nasce con un posizionamento laico. Dopo aver agognato l’entrata nella sfera europea e dopo esser stata sostanzialmente rifiutata, la Turchia è oggi in via di lenta ma costante re-islamizzazione.

[3] Di converso ogni strategia tesa a spostare il radicalismo armato verso l’espressione politica partitica è l’unica strategia che ha mostrato di funzionare tanto nel caso irlandese (IRA) che in quello basco (ETA). Certo, ci si deve rassegnare al fatto che la sottostante istanza politica alla fine prevarrà perché ha ragione di essere.

[4] Si veda la recente operazione di dumping sul prezzo del petrolio che mette in serie difficoltà il Venezuela, la Russia e gli storici nemici dei sauditi: gli iraniani.

[5] A titolo d’esempio, l’Austria ha recentemente varato un piano che permette una certa libertà di edificazione di nuove moschee, solo che si deve dimostrare l’origine dei finanziamenti. Ossia moschee sponsorizzate Arabia Saudita o Qatar non vanno bene poiché non sono neutralmente islamiche ma di un certo tipo, di una certa interpretazione (che è poi quella che finanzia e promuove l’islamismo radicaleggiante). Allora perché non costruire noi direttamente moschee magari rientrando poi parzialmente dell’investimento dilazionando un debito che con la zakat (l’obolo rituale che poi dovrebbe servire anche a questo, a promuovere la via di Dio) i fedeli farebbero presto ad estinguere ?

[6] Forze che rimangono invisibili fino a che, qui da noi, vengono condotte analisi al livello di quanto accaduto in occasione degli attentati di Parigi o durante e dopo le primavere arabe o a proposito dell’Isis-IS-al Qa’ida.

[7] Si tenga conto che l’improvviso successo nell’arruolamento di vaste porzioni di giovani musulmani nelle file dello Stato islamico si deve non solo alla potenza ideologica del progetto ma anche al fatto che gli arruolati percepiscono uno stipendio. Con questo idealismo materialista, il progetto islamico-totalitario ha solide radici su cui fondarsi. Qui (min.52:00 circa) l’inviato dell’Espresso F. Gatti, riferisce che Boko Haram, arruola giovani disperati in Niger, offrendo 1000 euro ed una moto. Questo s’intendeva nel dire che l’Arabia Saudita versa fiumi di denaro a sostegno della sua strategia.

[8] Ne abbiamo parlato qui.

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BIBLIOGRAFIA delle FONTI

la cui lettura e studio hanno accompagnato la redazione del Piccolo studio:

K. Armstrong; L’islam, Rizzoli, Milano, 2001

M. Campanini; Il pensiero islamico contemporaneo, Il Mulino, 2009

M. Campanini; Il Corano e la sua interpretazione, Laterza, Roma-Bari, 2013

M. Campanini; L’alternativa islamica, Bruno Mondadori, Milano, 2012

M. Campanini; Storia del Medio Oriente contemporaneo, Il Mulino, Bologna, 2014

M. Campanini, S. Minetti; Il pensiero islamico contemporaneo in Filosofie nel mondo, a cura di Virgilio Melchiorre, Bompiani, Milano, 2014

F.M. Doner; Maometto e le origini dell’islam, Einaudi, Torino, 2011

G. Filoramo; Islam, Laterza, Roma-Bari, 2005

G. Kepel; Fitna, Laterza, Roma-Bari, 2004

I. M. Lapidus; Storia della società islamiche vol. I – vo. II, Einaudi, Torino, 2000

W. Montgomery-Watt; Breve storia dell’islam, Il Mulino, 2001

M. Papa, L. Ascanio; Shari’a, Il Mulino, Bologna, 2014

A.-L. de Prémare; Alle origini del Corano, Carocci, Roma, 2014

T. Ramadan; Maometto, Einaudi, Torino, 2007

M. al-Rasheed; Storia dell’Arabia Saudita, Bompiani, Milano, 2004

M. Rodinson ; Maometto, Einaudi, Torino, 1973-2008

B. Scarcia Amoretti; Il Corano, Carocci, Roma, 2009

B. Scarcia Amoretti; I Musulmani, Carocci, Roma, 2013

Al Suhrawardy; Maometto, le parole del Profeta, Newton Compton, Roma, 2012

Nasr Abu Zayd; Islam e storia, Bollati Boringhieri, Torino, 2002

H. Zanaz; Sfida laica all’islam, Elèuthera, Milano, 2013

S. Zizek; Islam e la modernità, Ponte alle Grazie, Milano, 201

Il Corano, traduzione M. M. Moreno, UTET, Torino, 2005

Il Corano, traduzione A. Bausani, Rizzoli, Milano, 1999

 

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Informazioni su pierluigi fagan

59 anni, sposato con: http://artforhousewives.wordpress.com/, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore per 22 anni. Da più di tredici anni ritirato a confuciana "vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente. Il tema del blog è la complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore.
Questa voce è stata pubblicata in geopolitica, globalizzazione, islam, modernità, mondo, occidente, religioni e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

3 risposte a PICCOLO STUDIO SULL’ISLAM (6/b). Conclusioni.

  1. Sir Joe Works ha detto:

    Complimenti per il “piccolo” studio sull’Islam. E pensare che manca tutta la parte sui Faganìti!

  2. Pingback: Islam e Occidente nella complessità | Aberglaube

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