PICCOLO STUDIO SULL’ISLAM (6/a). Conclusioni.

L’islam arabo è solo il 20% dell’islam complessivo ma non vi è dubbio che esso sia il cuore del sistema dei musulmani perché qui il sistema è nato, si è sviluppato e da qui si è irradiato. Tutti i problemi teorici e pratici del più ampio sistema islamico sono condizionati da questo sottosistema arabo. In questa prima parte delle nostre conclusioni, ci occuperemo quindi dell’attuale struttura sociale e politica dell’islam arabo per poi passare, nella seconda parte, al quadro teorico ed ideologico delle dottrine, delle loro interpretazioni, delle loro possibili evoluzioni e delle relazioni che le legano al sostrato politico-sociale.

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L’islam arabo si basa su alcune strutture sociali tradizionali, il clan, la tribù, il governo di un territorio contenuto (ad esempio l’emirato nella penisola araba) o appena più ampio come il sultanato. Poi si passa ad una struttura, sempre tradizionale, molto ampia,  quello che da noi si chiamerebbe impero e da loro califfato. Quello che manca come tradizione è proprio lo stato e la nazione. Queste strutture sono state importate ed in qualche modo imposte dagli occidentali[1], a partire dal XIX° secolo e non sono indigene.

arab_dialectsCosì creati sinteticamente, gli stati hanno risentito dell’ inde-terminatezza dei loro confini e della eterogeneità della loro composizione interna[2] Altresì, sembra che solo due strutture siano in grado di ordinarli. Da una parte le monarchie o nella versione legittimata dalla discendenza (la discendenza da Muhammad, più o meno reale) come il Marocco e la Giordania o nella versione del clan-tribù che si è imposto a tutti gli altri come l’Arabia Saudita. Dall’altra c’è l’esercito. La storia recente o contemporanea di Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, Sudan, Siria, Iraq, Turchia, Yemen è stata disegnata ed ordinata da élite militari. Quella militare è la struttura che di sua natura si accoppia al concetto di stato e di nazione[3], di sua natura è difensiva-offensiva rispetto ai suoi confini, di sua natura è gerarchica, ordinata e quindi potenzialmente ordinante. Questo però non dice nulla sulla sua effettiva capacità di svolgere la funzione politica. Buoni militari non sono di per sé buoni amministratori e l’ordine della gerarchia militare nulla ha a che vedere con la pluralità sinuosa e complessa della società e con la funzione politica che la dovrebbe gestire.

downloadde4Teocrazia, monarchia e dittatura militare pur variando le logiche intrinseche la loro formazione e composizione, in realtà riproducono sempre lo stesso schema gerarchico di una élite forte (sacerdotale, tribale o clanica, ufficiali in comando) che deve “comandare” un sottostante. Mentre le strutture monarchiche o militari sono certo collegate ad un territorio specifico che può anche coincidere con lo stato-nazione, la struttura teocratica non lo è affatto. La struttura teocratica è di sua natura legata ad un écumene esteso a tutti i coloro che si riconoscono nella credenza di quel dio o di quel modo di interpretarlo nella dottrina. Nel caso arabo poi che oltre ai confini labili ed all’eterogeneità di composizione di alcuni “tentativi di stati”, la comunanza linguistica oltre quella più ampiamente culturale e religiosa, congiura oggettivamente a creare l’ontologia socio-politica del grande spazio comune[4], che sia impero come con gli ottomani  o califfato come nei casi abbasidi ed omayyadi[5]. Tant’è che anche la versione più politica del califfato, il sogno pan-arabista (pan-islamista ad un livello ancora più ampio e generale) si identifica con questa area grande degli uniti in qualcosa da qualcosa. Quello che però mancherebbe a questa ipotesi laica della grande unione degli arabi è sia la stabilità dei contraenti la stessa unione (cioè i singoli regni-stati), sia la condivisione di un regolamento che ordini l’unione stessa, quindi in definitiva il modo in cui una unione degli arabi possa funzionare (chi decide?).

Nel califfato invece, tale regolamento è dato dal sistema Corano-sunna-Tradizione e il califfo fonda la sua legittimità sulla discendenza dal fondatore del sistema (Muhammad o inteso nella f8158c22421b021aae86c14d42c24c3cversione tribale cioè come qurayshita o in quella clanica hascim). Inoltre, sebbene si abbia sottolineato la fragilità, la contraddittorietà ed una certa indeterminatezza del concetto di stato-nazione in ambito arabo-islamico, va segnalato che vi è ormai anche una piccola tradizione di uno o anche due secoli di alcune di queste strutture.  La lotta per l’autonomia e quindi il lento processo di decolonizzazione ha comunque creato una storia di riconoscimento interno dei confini stato-nazionali, volersene appropriare significava per certi versi riconoscerli. Altresì, rispetto ai tempi estremamente più semplici degli omayyadi, degli abbasidi ma anche degli ottomani, appare oggi assai poco probabile che oggi arabi peninsulari si sottometterebbero ad una élite turca o maghrebini ad arabi peninsulari o giordani a sauditi o libanesi ad egiziani o algerini a libici o più in generale, africani ad arabi, indonesiani ad egiziani ognuna di queste coppie anche nel viceversa[6].

Ne vien fuori una fotografia fluida del momento storico. Nel mondo arabo-islamico rimane forte e presente la struttura clanica e quella tribale, proprio quella struttura meccano-beduina che Muhammad voleva sciogliere nell’utopia di una umma orizzontale ed indifferenziata al cospetto del Grande Uno Trascendente, La tradizione di questa umma ecumenica che avrebbe dovuto superare questa esasperata frammentazione o nella versione religiosa (califfato di origine meccana) o in quella etnica (impero degli ottomani) o in quella politica (pan-arabismo) rimane come utopia retrospettiva (secondo la definizione di M. Campanini) ma risulta assai improbabile nel mondo contemporaneo sia per il come dovrebbe formarsi, sia per il chi o cosa dovrebbe ordinarla, sia per il come dovrebbe funzionare[7]. Screen-Shot-2015-02-02-at-7.44.00-AMIn mezzo, l’ibrido dello stato nazione che non è indigeno, non è strutturalmente  stabile, ha una tradizione giovane ed assai incerta essendosi formato ma poi sistematicamente entrato in crisi, crisi risolta d’imperio dalle strutture militari che lo hanno salvato dal collasso ma non dalla strutturale incapacità di funzionare. Sotto, la perdurante ed esasperata frammentazione del localismo, sopra, il sogno impossibile dell’ecumene musulmano che fu. L’islam arabo è qui, tra il non più ed il non ancora.

Segni tangibili della precarietà e complessità di questa transizione, si possono trovare nel veloce esame della  geografia politica anche solo degli ultimi due-tre decenni. Abbastanza stabili le monarchie di Marocco, Giordania e stati del Golfo, in tutto il resto dell’area, il libya_post-qaddafi_arms_and_population_flow_crop2registro storico è affollato di eventi. Tra il ’90 ed il ’92 in Algeria, gli islamisti vincono le elezioni locali e poi il primo turno di quelle nazionali. Ma il secondo turno non si terrà mai perché esercito e democrazie occidentali decidono che la società è si “aperta” ma non proprio a tutti. Si tenga conto di questo episodio perché poiché ogni ideologia esiste tanto nella sua versione media che in quella estrema, dal momento che quella media non ha via politica da percorrere per affermarsi, certo che rimane solo quella estrema. Ed infatti, dall’interruzione del processo di affermazione politica degli islamici algerini, nascerà il GIA e la sua scia di sangue e dal GIA, al-Qa’ida maghrebina.  Il clan Burghiba (militare) impera in Tunisia per trenta anni prima che il clan di Ben ‘Ali (militare)  e moglie si affermi con un colpo di stato per poi regnare per altri ventiquattro anni.  Dalla Tunisia parte il fenomeno delle primavere arabe[8] che qui aprono ad una imprevedibile  transizione ancora in corso. Gheddafi (militare) regna in Libia per quarantadue anni prima di esser eliminato dalla tenaglia di una relativa rivolta tribale usata da alcune democrazie occidentali per scopi mai ben chiariti. Risultato, tolto l’ordinatore il sistema torna alla sua intrinseca natura caotica del tutti contro tutti clanico-tribale in cui s’infilano Fratelli Musulmani, al-Qa’ida e da ultimo lo Stato islamico. In Egitto, dopo undici anni di Sadat (militare, ucciso) abbiamo trent’anni di Mubarak (militare), dimesso dalla locale primavera araba. Seguono libere elezioni vinte dai Fratelli Musulmani, una seconda rivolta e il tradizionale colpo di stato militare. Dopo l’Algeria, dopo i fatti egiziani (ed al netto delle riflessioni auto-critiche che i Fratelli Musulmani dovrebbero fare su i loro errori) la via democratica all’affermazione islamista, sembra ancor più una falsa promessa. In Sudan, la dittatura militare è giunta al ventiseiesimo anno di vita con alterni rapporti con l’islamismo e comunque tramata da fitte faide tribali e perdendosi nel 2011 il Sud cristiano-animista. In Libano, una invenzione francese che quanto ad assurdità geo-storica fa il paio con l’Iraq dei britannici, dopo quattordici anni di guerra civile, ci si barcamena tra invasioni israeliane, convivenza sciiti-sunniti-cristiani, amicizia-inimicizia coi siriani, rischi di balcanizzazione e recenti perturbazioni ricevute dalla guerra civile siriana e dallo Stato islamico. siria-etnoIn Siria abbiamo un clan sciita governa un paese sunnita, il capo clan padre (militare) regnò ventinove anni, il figlio quindici ma messo in crisi dalla locale primavera da cui è nata una guerra civile tutt’ora in corso. Il massacro dei diecimila (ventimila?) Fratelli Musulmani nel 1982  a Hama porterà in dote un longevo carico di odio tra gli islamisti sunniti ed i laici sciiti della dinastia Asad.  In Iraq, il militare Saddam Hussein governa per ventiquattro anni muovendo guerra all’Iran,  facendo strage di curdi e sciiti, poi invade il Kuwait , infine viene impiccato dopo che il paese è stato invaso per la seconda volta dagli USA. Dopo di lui, il tutti contro tutti, governo a guida sciita contro sunniti che s’iscrivono (soprattutto i militari privati del ruolo) allo Stato islamico che è poi anche contro i curdi. Curdi e palestinesi sono i popoli senza stato della regione. Curdi indoeuropei sunniti, se ne trovano in Iraq, Iran, Siria e Turchia, se avessero uno stato, neanche nati sarebbero già in conflitto con ben quattro vicini.  Lo Yemen anche ha avuto la sua primavera con annessa un guerra civile tra due fazioni militari, il tutto su una trama di conflitti sunniti-sciiti (tra cui Houthi sciiti e forti presenza di al-Qa’ida) e di antiche rivalità clanico-tribali sempre sotto la supervisione della soprastante Arabia Saudita. Arabia Saudita che intervenne militarmente per ordinare il Bahrein nel 2011, dove una maggioranza popolare sciita si stava ribellando ad una élite sunnita. Sul problema israelo-palestinese non entriamo ma è a tutti nota l’intricatissima questione ed il carico di frustrazione e rabbia che lascia ad ognuno che ne legga una equilibrata storia. Immaginiamo ad un fratello arabo…

 Iran_demographicsTurchia ed Iran non sono paesi arabi, sono di più antica costituzione avendo oltretutto una diversa base etnica ed infatti sono entrambi più stabili e meno influiti da ciò che disordina le dinamiche arabe.  In breve, dopo questa veloce disamina della storia recente del mondo arabo islamico, possiamo dire che il principale agente ordinatore è stato l’esercito. L’islamismo ha agito anche come ordinatore, sia del tessuto sociale, sia negli abortiti tentativi politici di presa del potere per via elettorale. L’islamismo moderatamente salafita e quello “dal basso” del Fratelli Musulmani sono praticamente l’unica alternativa politica all’ordinamento militare.

Gli agenti disordinatori invece sono molteplici. Le vaghe e confuse condizioni oggettive dei confini e l’eterogeneità compositiva etnico-religiosa (es: Libano, Iraq) o tribale (Libia) degli stati. La spinta clanico-dinastica che porta all’occupazione pluriennale del potere con creazione di vaste reti corrotte ed inefficienti, occupazione che poi crea  la sua reazione violenta ma non necessariamente dotata di un progetto alternativo (primavere arabe, golpe militare per istituire un nuovo clan dinastico). L’islamismo radicale che non ha alcun concreto obiettivo politico perseguibile se non il condizionamento, via disordine, dei governi in carica. Tale variabile oltreché spesso beneficiare di connivenze da parte del clero-non clero sunnita mai dichiaratamente schierato sul piano politico ma sempre interessato a condizionare le élite al potere[9], beneficia in alcuni casi dell’apporto logistico-finanziario e chissà se anche strategico-politico, dell’Arabia Saudita o del Qatar. L’Arabia Saudita è il co-regista del grande disordine arabo-islamico, sollecitando l’intervento contro Saddam, Yemen_Ethno_Religious_summary_lgintervenendo via islamisti radicali in Siria, destabilizzando il Libano in funzione anti-sciita (Hizb’allah), disinteressandosi del problema palestinese e quindi avallando il diritto prepotente di Israele, impicciandosi di ciò che avviene in Bahrein e Yemen,  appoggiando il golpe militare vs Fratelli Musulmani in Egitto, sollecitando il rovescio di Gheddafi (in aperta polemica coi sauditi sin dal tempo dell’OPEC), finanziando l’islamismo radicale maghrebino e quello africano, per non parlare dell’Afghanistan (talebani), del Pakistan (tribù pashtun) e dell’eterno odio anti sciita-Iran.

Infine, la co-regia del disordine, regia a sua volta spesso disordinata[10], degli occidentali. Che manovrano per negare libere elezioni (Algeria) o per togliere qualche perno ordinante (Saddam, Gheddafi, tentativi con Asad) salvo poi dolersi del caos esuberante che questi interventi lasciano o fiancheggiando tanto i governi corrotti e compiacenti (i moderati), quanto i loro momentanei giustizieri militari o proteggendo l’eterno produttore d’ingiustizia palese (Israele vs palestinesi, negazione del diritto nazionale del popolo curdo) o fiancheggiando il radicalismo islamico (al-Qa’ida in Libia e Siria, Stato islamico in Mid_East_Ethnic_lgSiria ed Iraq) assieme a gli alleati sauditi o interessandosi selettivamente di alcune rivolte (Libia, Siria) ma non altre (Yemen, Bahrein) secondo convenienza, cioè coerenza egoista .

Insomma, i giochi pan-arabici, si giocano dentro una difficile transizione alla modernità. Paesi che hanno la più alta natalità (dopo l’Africa) al mondo e quindi l’età media più bassa, alla loro giovane popolazione bene o male in contatto con il sogno della modernità, del benessere e del futuro, offrono l’alternativa tra la dittatura militare o il regime di polizia in mano ad una élite clanica più o meno occidentalizzata, in genere liberal-capitalista e l’islamismo più o meno puro e duro, politico o armato. Intorno, clan e tribù in perenne faida o monarchie assolutiste ultra-fondamentaliste ancorché partner in crime con un Occidente ipocrita, colonialista, schizofrenico che mette mano pesantemente ai corsi storici di quei popoli, distorcendone la naturale evoluzione. Alternativa più radicale, la migrazione in Occidente per finire a guardare da vicino il Primo mondo da dietro le invisibili grate che delimitano i loro gruppi sociali, le loro periferie, i loro ghetti.  Non il migliore dei posti in cui nascere, si converrà.

Tra le condizioni di possibilità (o impossibilità) sociali interne al mondo arabo islamico si deve segnalare il perdurante e deciso divario tra le città e le campagne (o deserti). Una struttura economico-produttiva da terzo mondo. Il livello d’istruzione lo ricaviamo dall’Indice di Sviluppo Umano che, per il Mondo arabo, segna una posizione medio-bassa. Ma questa media è comunque, stante che l’ISU middle_east_night_skyè composto da istruzione, aspettativa di vita e Pil pro-capite, alzata proprio dal Pil procapite dei paesi petroliferi[11]. La sola istruzione, dovrebbe aver un indice ancor più basso. Il mondo dell’informazione è fortemente limitato dalle restrizioni sulla libertà d’opinione, sia quelle imposte dai governi militar-polizieschi, sia quelli imposti dal tradizionalismo coranico-sharitico. Al-Jazeera che comunque è un prodotto urbano e comunque a minor penetrazione è una televisione della petro-monarchia del Qatar, al-Arabya invece è a Dubai-EAU ma è finanziata dai sauditi. Secondo l’UNESCO solo trenta milioni di arabi hanno accesso ai giornali. Internet, quando c’è e non cade la connessione ha l’accesso a volte vietato o spesso controllato e riguarda, comunque, una sparuta minoranza di giovani urbani. Tutto ciò deprime le condizioni di possibilità si formi una opinione pubblica, una trama politico-democratica, stante comunque una certa tendenza generalizzata a soffocare il pluralismo partitico e la quasi totale assenza di fenomeni sindacali. La tradizione di élite politiche claniche, monarchiche e militari, tutte a tendenza dinastica , non ha certo selezionato una burocrazia competente. Anche l’accesso al potere di formazioni sfidanti come i Fratelli Musulmani o partiti islamici ha mostrato che l’abilità d’opposizione non si traduce affatto in capacità di governo e senza queste e quindi senza il consenso, ogni nuova strada deraglia presto in quel caos che richiama il principio ordinante dei militari.

World_Oil_Reserves_by_RegionLe condizioni di possibilità di una evoluzione in senso maggiormente adattativo dell’islam[12] arabo sono pertanto assai ridotte e contrastate. Ma ogni progetto di cambiamento, oltre che sulle sue possibilità sociali, politiche, geopolitiche, economiche,  si appoggia su una ideologia di riferimento ed è quindi essenziale, per inquadrare appieno questo sistema oggetto del nostro esame, capire qual è l’orizzonte ideologico. Questo sarà il programma della seconda ed ultima parte delle nostre conclusioni del nostro Piccolo studio sull’islam.

(6/a)

Introduzione Prima puntataSeconda puntataTerza puntataQuarta puntata – Quinta puntata.

Gran parte delle cartine pubblicate sono prese da qui.

[1] Il format statale venne imposto ovviamente per dividersi le aree di influenza – competenza ma anche per stabilire i diritti di proprietà sulle risorse. Più in generale però, quelle islamiche sono società basate su comunità ordinate da un complesso religioso mentre quelle occidentali sono società basate su individui ordinati dall’economia-politica.

[2] Libia,Iraq, Libano, smembramento della Grande Siria, Mali, beduini seminomadi del Maghreb, frammentazione tribale in Africa, Sudan, questione curda.

[3] Lo stato nazione nasce in Europa per dotare un monarca della facoltà di raccogliere, tramite tassazione, il necessario per pagare un esercito permanente.

[4] Questo grande spazio comune è anche suggerito dalla geografia ed in particolare dal’abbondanza di deserti ovvero penuria di grandi fiumi tant’è che gli unici due, Nilo e sistema del Tigri-Eufrate, storicamente, sono stati il centro di civilizzazioni unitarie e non, come ad esempio in Europa, segnatori di confini.

[5] Si deve precisare che il califfato non è una teocrazia propriamente detta ma un ibrido. La struttura politico-amministrativa è infatti del tutto laica e non ha ruoli religiosi ma è al servizio delle disposizioni legislative ordinate dalla religione. L’Iran è una versione ulteriore poiché il potere politico-amministrativo è un condominio tra laici e religiosi. Ciò che comunque ordina lo spazio socio-politico è la religione.

[6] Una delle cose più assurde che s’incontra nelle teorizzazioni dello stato islamico modello umma medinese è la disinvoltura con cui viene applicato il registro dell’analogia. L’umma medinese contava forse cinque-diecimila famiglie al picco della sua storia e nasceva in una unica etnia ben precisata territorialmente. Come questo sistema possa proiettarsi sulla multi-etnicità di più di trecento milioni di persone del XXI° secolo, non è dato sapere.

[7] Anche se l’esempio ha gradi di pertinenza imprecisi, è un po’ il problema degli europei. Grandi unioni spontanee ovvero non create da un agente conquistatore, sono un inedito storico. Anche fosse, è assai problematico immaginare chi comandi su chi e quale sarebbe l’ideologia comune i contraenti-fondatori.

[8] La sequenza della rivolte arabe è stata decisamente mal compresa in Occidente. Già averle chiamate “rivoluzioni” denota un malriuscito accostamento alla sostanza dei fatti. Averle poi interpretate come moti democratici denota un eccesso di carico di aspettative ed una sovra imposizione di categorie inadatte. Averle poi contro-interpretate come complotti orditi da agenti disordinanti denota i limiti interpretativi dell’occidentalismo anti-imperialista (l’anti-imperialismo occidentalista è mono-tono, esiste un’unica causa a gli eventi del mondo, gli USA). Le rivolte sono state sì tutte arabe ma ciò non porta al fatto che abbiano avuto tutte le stesse cause e dinamiche. Furono comunque fratture, per altro annunciate, spontanee, createsi per manifesta incapacità di alcune élite locali di far fronte alla complessità sociale che si andava formando e furono, in seguito, sfruttate o meno dalle petro-monarchie e dall’Occidente (e non sempre per le stesse ragioni da Francia, Gran Bretagna ed USA).

[9] I rapporti tra quello che chiamiamo “clero” pur ben sapendo che l’islam sunnita non ha un clero simile a quello cattolico o ortodosso ed il potere politico sono aggrovigliati. Il potere politico, anche quando s’impone militarmente, deve nel bene e nel male far i conti con il consenso o quantomeno con un non aperto dissenso della società. Questa è da intendersi per la maggior parte islamica anche quando lo stato non lo è apertamente. Per questo élite laiche, quando non apertamente atee o agnostiche, hanno incorporato elementi sharitici nelle varie costituzioni. Il “clero” sunnita innerva l’islamizzazione della società ed attraverso questo potere, condiziona apertamente il potere politico.

[10] Rispetto al colonialismo franco-britannico, da questo punto di vista, la situazione è addirittura peggiorata. Spesso si agisce improvvisando, si reagisce su gli eventi (non sulle cause) quando prendono la piega non desiderata o come gli americani, a seconda dell’impianto geo-strategico del momento che cambia ad ogni presidenza. Nel caso americano attuale poi non è detto che per “americani” s’intenda un ente unificato. La presidenza che tratta per normalizzare le relazioni con l’Iran va da una parte, il complesso repubblicano-filosionista-industrial militare e petrolifero va da un’altra.

[11] Ranking ISU del mondo arabo: Qatar 31°, Arabia Saudita 34°, EAU 40°, Bahrein 44°, Kuwait 46°, Libia 55°, Oman 56°, tutti dotati di proventi energetici. Poi il Libano 65°, Tunisia 90°, Algeria 93°, Palestina 107°, Egitto 110°, Siria 118° e Iraq 119°, Marocco 129°, Yemen 154°, Mauritania 161°, Sudan 166°,

[12] Usiamo volutamente questa formula vaga. Dal nostro punto di vista non si tratta di consigliare a gli arabi di diventare democrazie dal basso o democrazie liberal-parlamentari occidentali o di far pace col concetto di stato-nazione o tifare per la loro idea di stato-islamico versione statale o pan-statale cioè califfale. Dovrebbero esser loro a decidere, scegliere, praticare e poi veder cosa funziona, se funziona. Quello che c’interessa è vedere cosa sarebbe necessario rimuovere per aprire ad una più libera esplorazione delle loro condizioni di possibilità. Quello per cui tifiamo apertamente è la possibilità si venga a creare una maggior molteplicità. La molteplicità crea flessibilità e la flessibilità articolata è adattativa. L’uno rigido e monotono non è affatto adattativo alla complessità.

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Informazioni su pierluigi fagan

59 anni, sposato con: http://artforhousewives.wordpress.com/, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore per 22 anni. Da più di tredici anni ritirato a confuciana "vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente. Il tema del blog è la complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore.
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