PICCOLO STUDIO SULL’ISLAM. (5) Cenni sul pensiero islamico contemporaneo.

copc45Nell’islam, il fatto storico-culturale più evidente del secolo scorso, è stato la lunga fase di dominio che l’Occidente ha esercitato prima con le colonie, poi con le guerre, poi con la fase post-coloniale nella quale però ha mantenuto una presenza forte sebbene apparentemente “dietro le quinte”. L’impatto con la modernità occidentale è stato certo traumatico: dalla potenza macchinica-industrial-tecnologica alle passioni ideologiche, dal laicismo al materialismo liberale o socialista, dal sapere scientifico a quello filosofico, dallo stato nazione alla razionalità del dominio, dello sfruttamento e del controllo. Ma come ha osservato l’algerino Malek Bennabi, se l’islam è stato colonizzato è perché era colonizzabile, la sua struttura non era resistente all’altrui possesso. Questo ha rappresentato il punto di massima umiliazione inferto all’orgoglio islamico ma anche la spia di un problematico adattamento ai nuovi tempi.

Molti intellettuali (tra i pochi prodotti da quel contesto) sono stati risucchiati come élite indigena e trasferitisi in Occidente, sono diventati musulmani occidentalizzati, critici dell’islam ma dal punto di vista del sistema alieno che l’aveva sottomesso. Criticare l’islam dal punto di vista occidentale ha pur sempre la sua funzione dialettica ma non emancipativa, l’emancipazione impone che la critica, il superamento, provenga dall’interno del sistema. Non è partendo da tutt’altre categorie storicamente distillate che si ottiene la messa in moto dell’intera struttura di un pensiero diversamente costruito lungo il tempo storico. 4040377Durante e subito dopo la Prima guerra mondiale, l’Occidente ha dapprima usato quelle terre per le scorribande delle proprie truppe alle prese con la mondializzazione del conflitto, poi ha lasciato il territorio non prima di aver disegnato inusuali confini che con tratti di matita degli astuti geografi franco-britannici assemblavano etnie e tribù in reciproco e profondo odio o dividevano altre di antica fratellanza o irrigidivano territori in cui storicamente si fluidificava.
Questa geografia politica sovraimposta a quella storico-culturale non cesserà di produrre contraddizioni.  Il periodo post-coloniale è stato per lungo tempo formale, nel senso che la presa degli ex colonizzatori rimaneva ben salda attraverso le amicizie, i favori tra élite, l’armamento degli eserciti, i contratti commerciali di esclusiva, il monopolio delle forniture e degli acquisti, il sistema banco-finanziario, la spinta all’allineamento geopolitico. In seguito, la presenza franco-britannica si è in parte allentata, soprattutto in Medio Oriente, sostituita dal Grande Fratello americano la cui presenza è stata motivata dal ben più preciso e decisivo interesse del controllo delle fonti energetiche, nonché  dalla logica scacchistica del controllo diretto ed indiretto del pianeta nell’ambito del grande gioco del confronto bipolare[1] con il sistema sovietico-comunista.

copce78Il pensiero d’area islamica (di cui più avanti ci occuperemo esaminando pensatori vissuti tra la fine del XIX° e soprattutto nel XX° secolo, relativamente all’area sunnita) si è allora polarizzato tra l’adozione dell’impianto occidentale come modello da cui trarre il punto d’appoggio critico per provare a revisionare il proprio impianto sclerotizzato e il rimbalzo che dalla critica degli invasori atei, disumanizzati dalla tecnica, individual-utilitaristi e colonialisti giunge fino alla critica delle melliflue élite locali ovvero al rimpianto quando non presa a fattivo modello dei “tempi d’oro”, dell’islam califfale, shari’a & jihad, l’islam puro e duro. E’ tra la modernità dell’islam e l’islamizzazione della modernità che si è giocata la partita, tertium non datur[2].

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Non è quindi un caso che la rinascita culturale interna al sistema islamico, a cavallo tra XIX° e XX° secolo, si sia espressa nel polo indo-pakistano con Sayyd Ahmad Khan o Ameer ‘Alì o sir Muhammad Iqbal[3] da una parte o in quello egiziano con ‘Abd al-Rahman al-Jabarti o Rifa’a Rafi al-Tahtawi o ancora Taha Husayn (figura di deciso spessore), piuttosto che Muhammad ‘Abduh (che per certi veri anticipa gli sviluppi della seconda corrente, quella dell’islamizzazione della modernità) discepolo del persiano-sciita al-Afghani. I primi stimolati ed influenzati dalla cultura inglese, i secondi da quella francese, entrambi presi dalla bipolarità tra il fascino indubbio della modernità occidentale e la necessità di islamizzare tale modernità per connetterla col tronco tradizionale delle loro culture.

iqbal-frontDa qui, la stagione novecentesca che cerca una sua strada tra modernità e tradizione. Con l’algerino Malek Bennabi che, criticando tanto le ragioni dei colonizzatori quanto la passività ed arretratezza dei colonizzati, si richiama al periodo degli Almohadi (il califfato berbero del XII° e XIII° secolo, quello ispano-maghrebino in cui fiorirono Averroè e Mosè Maimonide, le università andaluse, l’arte ed i capolavori architettonici). Politicamente, Bennabi si richiama al riformismo salafita dei Fratelli Musulmani, quindi ad Hasan al-Banna ma anche ad un ceppo da cui poi prenderà corpo il panarabismo e il socialismo laico. Si segnala come il marxismo, non abbia mai davvero attecchito nel mondo islamico. I principi di continuo trasferimento delle ricchezze da chi ha di più e chi ha di meno, inclusi nelle pratiche della zakat (l’obolo prescritto come uno dei cinque fondamenti delle pratiche di fede) e l’orrore per la fitna (la divisione, la contrapposizione, la spaccatura nell’umma) che sarebbe conseguente il concetto di lotta di classe, hanno eretto una barriera alla penetrazione delle idee di Marx ed Engels. L’ateismo se non programmatico, quanto meno consequenziale il materialismo e la critica delle ideologie marxista, ha ulteriormente reso il marxismo un sistema di difficile frequentazione. Tale sistema poi, è stato vissuto come interno alla cultura dei colonizzatori, “occidentale”, nonostante le sue presunzioni di universalità. La repressione poliziesca  ha fatto il resto[4].

Di stampo più prettamente filosofico, il contributo del marocchino Mohammed ‘Aziz Lahbabi che riflette sulla relazione tra individuo e comunità usando luci di stampo heideggeriano, bergsoniane ed husserliane ed arrivando a proporre la shahada come fondamento della razionalità islamica, una sorta di cogito cartesiano che parte da Dio per giungere al me, all’io, all’altro. Questo tipo di riflessioni possono esser interessanti per una mente occidentale ma va detto anche  che non sembrano avere il benché minimo effetto sulla cultura media del sistema culturale islamico. Più critico l’egiziano Zaki Najib Mahmud che rileva la mancanza di negazione, quindi di dialettica[5], dialettica che è poi il motore del movimento, movimento che è proprio ciò che è mancato ad un sistema paralizzato nella sua tradizione. Più in generale, l’umma islamica deve sempre tendere a unificarsi e chiunque la frammenti (fitna) agisce contro lo stesso volere di Dio. Questo pregiudica la libertà del motore dialettico perché se non si formano parti non si potrà avere interrelazione di differenze. La tensione naturale alla molteplicità si è poi lo stesso manifestata (sciiti e sunniti, quattro scuole giuridiche sunnite, varie forme di teologia, i sufi etc.) ma è stata sempre vissuta con senso di colpa, come fatto negativo da superare presto verso la ricostituzione di quell’Uno indiviso in terra che specchiasse l’Uno dell’Unico in cielo.

410G6EJD0DLImponente la Critica della ragione araba del marocchino Muhammad ‘Abid al-Jabri. Anch’egli ispirato come l’algerino Bennabi, dal  glorioso passato del razionalismo andaluso averroista-aristotelico in opposizione alla tradizione ma anche allo “spirito avicenniano “orientale”, gnostico e promotore del pensiero delle tenebre”. Interessante al-Jabri ponga un islam occidentale (maghrebino-andaluso) contro un islam orientale. La sua riflessione storico-politica, segue quella di Ibn Khaldun, la critica decisa alla degenerazione occorsa sin dagli inizi che portò dalla missione profetica al califfato e da questo al potere patrimoniale, degenerazione che origina già dagli Omayyadi e prosegue nella storia con l’attiva partecipazione dei produttori di “falsa coscienza”: gli intellettuali. Critica decisa alla presunzione califfale che si ritenne investita di una missione divina quando doveva limitarsi alle funzioni vicarie del Profeta (ma chi ha detto poi che la funzione politica del Profeta dovesse avere un seguito, visto oltretutto che la sua funzione spirituale era irripetibile?). Attacco quindi alla immobilizzante tradizione sunnita, alla sua mitologia, al dogma dello status quo, del mito califfale. Al-Jabri giunge così a rivolgersi ad un diversa tradizione, la tradizione soffocata dalla gerarchia delle tribù meccane che s’impossessarono proditoriamente del sistema lasciato aperto dallo stesso Muhammad. L’appello non può che partire dal Corano (XLII, 38; III, 159) e da un paio di hadith in cui si esprime il concetto di completa auto-consultazione (shura) dell’umma per decidere il da farsi, cioè una qualche forma di democrazia partecipata dal basso.

copn890Con democrazia, non si deve intendere certo la versione occidental-parlamentare come se questa fosse l’unica del genere. A. Sen ha scritto un libricino “La democrazia degli altri” (Milano, Mondadori, 2004) in cui, appunto, sostiene che la democrazia in senso concettuale, non è una invenzione occidentale. Vi sono infatti casi africani, cinesi, indiani ed orientali in genere, dei nativi americani, dei cosacchi, di molti popoli barbari e forse, era questa la più antica forma di auto-governo della profonda antichità, quando le comunità erano piccole. Concordiamo con Sen e concordiamo con al-Jabri poiché anche a noi (ed al Corano) sembra che la prima umma fosse proprio una di quelle piccole comunità semi-egalitarie che funzionava per auto-consultazione. La democrazia non è altro che il nome codificante l’autogoverno dei Molti che insieme allo schema dei Pochi (o dell’Uno che però al di là dell’umano fascino che gli uomini provano per il Big man, in realtà non è mai unico) che governano i Molti sono i due universali della prassi politica che incontriamo nella storia umana. Non è la panoplia degli accessori moderni quali i diritti umani o la libertà di parola o il parlamentarismo che vanno  esportati con i bombardieri che qualifica la democrazia. La democrazia è cura della espressione individuale sul destino collettivo, una modo che alle élite occidentali  non garba affatto[6], almeno quanto non garba alla élite islamiche.

Abbiamo poi anche contributi sul laicismo da parte del siriano Sadiq Jalal al-‘Azm che diventano anche strenua battaglia contro l’islamismo radicale da parte degli egiziani Muhammad Sa’id al-‘Ashmawi e Fu’ad Zakariyya. Il primo che censura la distorsione politica della religione, il secondo si scaglia contro il dogma della tradizione ed il rifiuto della storicità (nella definizione che diede Najib Mahmaud: “il potere del passato sul presente è analogo al potere che un morto potrebbe esercitare sul vivo”).  Così il siriano Bassam Tibi che invero sembra particolarmente intriso di cultura occidentale mentre più pulita sembra la critica del marocchino Abdou Filali-Ansary. Questi critica con decisione la commistione religioso-politica che risulta esser stata un arbitrio del tutto ingiustificato. La nuova coscienza islamica dovrebbe revisionare nel profondo la propria storia. Un concetto forte di autocritica dei fondamenti che in effetti pare assolutamente necessario come il razionalismo greco fece con la mitologia, quello moderno fece con il pensiero medioevale, la scuola del sospetto fece con la tradizione metafisico-idealistica, quello marxista propose nei confronti dei dogmi ideologico-economicisti, la psicoanalisi nei confronti della stessa razionalità pensante, l’ermeneutica nei confronti dell’interpretazione, il relativismo nei confronti della presunzione di Verità assoluta etc. . L’idea vi sia un modello prescritto di organizzazione e potere politico islamico e che questo si realizzò con il mito dei quattro califfi (che già definire “ben guidati” -da chi?- porta a dare un giudizio, sottraendoli alle luci dell’indagine storica) e poi 41GN+4TNyjL._UY250_con quello degli Omayyadi e seguenti è il dogma da porre in discussione. Il marocchino ci sembra colga il punto con precisione.

Al motore del pensiero islamico manca la funzione critica riflessiva. Le sue parti storiche, si sono ampiamente ed aspramente criticate l’un l’altra ma nessuna ha assunto l’impianto portante il sistema come oggetto critico. Si può discutere dentro l’islam ma non sull’islam. Solo uscendo dall’islam ci si può esprimere sulla natura stessa dell’impianto Corano-sunna-tradizione. Non si può indagare il testo secondo i principi storico-linguistici (M. Arkoun, Abu Zayd)  non si può mettere a contrasto il Corano meccano con quello medinese (come tentato dal sudanese Mahmud Taha seguito da Abdullahi an-Na’im), non si può separare, come dovrebbe esser naturale, il Corano dalla sunna (coranisti), non si può obiettare sulla biografia di Muhammad. Il sistema non prevede la posizione a lui esterna, è isolato ed autoserrato. L’atto di fede richiesto a monte, atto che porta dentro il sistema che poi diventa sistema culturale e storico, sistema identitario e esistenziale è una porta con la maniglia autobloccante, si può entrare ma non uscire un attimo per osservarlo da fuori.  E ci si dovrebbe anche interrogare sul perché un impianto che si basa sull’individualizzazione della relazione tra Dio ed i singoli credenti, sia poi stato posto dentro una macchina comunitaria del consenso forzato a dogmi distillati da élite.

9135456L’egiziano Hasan Hanafi propone una schema di critica culturale molto interessante, All’orientalismo occidentale, scienza del dominio coloniale, va opposto un occidentalismo, un simmetrico contrario con cui i perdenti possano inquadrare i vincenti ribaltando la gerarchia del punto di vista. Hanafi si collega spesso a Gramsci e non vi è dubbio che la sua idea sia conforme quella dell’italiano che promuoveva la formazione di un pensiero egemonico dei subalterni che orienti il riequilibrio della bilancia dei poteri sul piano dei sistemi di idee al pari di quanto è necessario fare nel campo dei rapporti di forza politici ed economici. Hanafi è l’esponente teorico di quella che si potrebbe definire una “sinistra islamica” che ha qualche grado parentale con il nasserismo da una parte, con certo riformismo salafita, dall’altra.

Segnalando il fatto che il concetto stesso di modernità è tutt’altro che chiaro e condiviso, verso questo concetto-alone, che i musulmani hanno distillato come essenza dell’essere occidentale e ragion per cui si spiega il dominio che questi hanno esercitato sulle società islamiche a partire dal XIX° secolo, si è avuto un atteggiamento ingenuo. Oggi vediamo ex-beduini petrodollarizzati che pensano di risolvere il problema comprando la modernità. Resi potenti dalla manna energetica, costoro giungono in Occidente e fisicamente si appropriano della modernità comprandola. Che sia lo shopping individuale o quello dei fondi sovrani, ricordano quella battuta che circolava nel calcio italiano su un presidente talmente ignorante da pensare che la mancanza di “amalgama” della propria squadra si risolvesse per vie brevi: comprandolo. doha-qatar-new-hd-wallpapers-for-desktop-full-freeNe nascono quei parchi giochi dell’assurdo che sono le skyline vetro specchiate delle città inventate nel deserto, dove sfrecciano SUV sovralimentati e Ferrari utili per andare di fretta da un non luogo all’altro, dove le signore proprietarie di stanze guardaroba ripiene di tagli di design possono mostrarsi e vantarsi solo rimanendo nel chiuso dei propri regali appartamenti, dove non si beve e non si fuma all’aperto ma solo al chiuso del privato, dove le biblioteche ospitano un solo genere e spesso un solo libro ma al-Jazeera testimonia che basta poco per sentirsi “al passo coi tempi”. Quando poi non si prendono le élite petrodollarizzate, scompaiono i grattacieli, le Porsche, i tagli alla moda e rimane una immane povertà impastata di ignoranza e di sabbia. Fuori dal lusso occidentalista goduto in privato dai ricchi, rimane la shari’a  per tutti gli altri.

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L’altro percorso, quello dell’islamizzazione della modernità, risale già al primo impatto con le invasioni napoleoniche. Un riflesso immediato portò alcuni intellettuali (ammesso esista questa categoria nell’slam o ammesso che possa condividere il termine con la simile categoria occidentale) a pensare “ma noi eravamo così una volta”, rivolgendosi indietro ai califfi di Baghdad. Già ma a quali condizioni ed in quale periodo? Parliamo di almeno un millennio prima e parliamo di un islam atipico, quello delle corti califfali abbasidi (o degli ommayadi andalusi) che furono un unicum nella storia dell’islam e che, per certi versi, non erano neanche islamiche in senso propriamente detto essendo state tolleranti, cosmopolite, tutt’altro che fondamentaliste ma -attenzione- sempre elitarie. Alcuni popoli hanno questo tratto di nobiltà perduta che rimane un faro che richiama all’indietro, l’Antica Atene per i greci, il Rinascimento per gli italiani, l’Impero per i cinesi, gli inglesi, i francesi etc. Il fenomeno è scisso dalle sue condizioni di possibilità e rimane la testimonianza che se lo abbiamo fatto una volta, possiamo rifarlo, appartiene alla nostra genetica ed è quindi riproducibile. Come esistesse una genetica dei popoli. Questa sopravvalutazione del testo e sottovalutazione del contesto è universale ed è uno dei tratti più chiari del nostro incipiente disadattamento alla complessità

9780300049152Questa linea di riflessione iniziata da Jamal- al Dini al-Afghani e da Muhammad ‘Abduh, giunge ad esprimersi compiutamente con il fondatore della neo-salafiyya: il siriano Rashid Rida. Il ragionamento vede da una parte lo spostamento da un islam prettamente religioso ad un analogo politico e dall’altra una critica serrata a tutti i deviazionismi indicati come cause della “smarrita via”. In Rida, si fondono la tradizione hanbalita di Ibn Taymiyya, l’eterno ritorno allo splendore dei primi seguaci di Muhammad (puri perché più vicini alle fonti, una evidente forma di “pensiero magico”), l’idealizzazione del califfato, la constatazione che quella araba è la vera matrice etnica del sistema corrotto dalla diversità di origini delle altre etnie che vi sono affluite, il riconoscimento che l’interpretazione moderna più pura in questo senso è quella di al-Wahhab, da cui l’entusiasmo per la conquista di Mecca da parte dei sauditi ed il porli come nuova avanguardia trainante la rinascita del vero islam. Va anche detto che il wahhabismo è un fenomeno indigeno, precedente ogni contatto con l’Occidente.  Rida agiva contro tre nemici: gli occidentali certo ma anche il disfacimento decadente dell’impero ottomano, nonché la diluizione di purezza islamica seguente l’espansione geografica del sistema.

Su queste radici si costruiranno due tronchi, quello pakistano di Abu al-A’la al-Mawdudi e quello egiziano di Hasan al-Banna continuato da Sayd Qutb vero punto di riferimento della galassia dell’islamismo radicale contemporaneo.

FOUR_KEYmawdudiAl-Mawdudi si manifesta in linea di principio contrario al concetto di nazione ma quando, nei fatti, si verrà a creare la separazione tra indù (India) e musulmani (Pakistan) cercherà di definire i limiti ed i compiti dello stato nell’ambito dell’islam. Ne vien fuori l’idea di stato islamico e della shari’a come architrave del sistema politico. Poiché l’unica e vera sovranità è quella di Dio, lo stato islamico diverrà uno “stato di servizio” ai suoi intendimenti che vennero espressi con chiarezza nella Rivelazione. Poiché ciò che più è vicino all’insieme di norme che impalcano una comunità politica è la legge coranica, lo stato islamico si conformerà a questa, esisterà per amministrare questa, per sfrondare ogni altra indebita intrusione legislativa che non proviene da questa, per controllare non si deroghi mai ed in nessun caso da questa. Mawdudi stringerà organici rapporti con l’Arabia Saudita redigendo, negli anni ’60, il programma dell’Università di Medina. Al contempo, si batterà per evitare il contagio tra islam e le nuove suggestioni socialiste e marxiste, sottolineando i caratteri semi-egalitari e di giustizia sociale già interni all’islam.  La visione del pakistano stabilisce anche una chiara antropologia. L’uomo è imperfetto, incapace, irresponsabile. Deve quindi riconoscere questa sua minorità oggettiva e costitutiva ed affidarsi a Colui, Unico, che sa. Tutto ciò che è fuori da questa volontaria subordinazione è jahiliyya (condizione di ignoranza e di peccato). Rivoluzionario ma anche profondamente conseguente è il jihad, la lotta contro ogni forma di ignoranza e peccato, ogni porsi fuori della subordinazione al volere di Dio così come espressa nel Corano e nella shari’a. Il passo tra la struttura del mondo generale (l’Uno-Dio che governa il molteplice del mondo umano) e quella del mondo politico (l’Uno-Califfo che serve il patto tra Dio e gli uomini e governa su una umanità-comunità di minorati, non più divisa in classi, etnie e stati-nazione) è conseguente. E’ questo il progetto sociale-religioso-politico totalizzante dell’islamismo centrato su stato islamico- shari’a – jihad.

tariq-ramadans-book1Hasan al-Banna, egiziano, è il fondatore dei Fratelli Musulmani. Il progetto condivide l’idea centrale della ricostruzione del califfato ordinato ed ordinante la shari’a ma ad esso affianca una peculiare forma missionaria e pedagogica di intervento nel sociale. Un interessante principio di re-islamizzazione dal basso.  La struttura del progetto è Dio-Muhammad-Corano (sunna)-shari’a-jihad-lotta incessante fino al martirio compendiati nella sequenza espressa direttamente da lui in “L’islam è in effetti fede e culto, patria e cittadinanza, religione e stato, spiritualità ed azione, libro e sciabola”. Il passo successivo lo condurrà Sayd Qutb. I piloni del pensiero di Qutb sono due. La shari’a la cui capacità ordinativa è l’unica cosa che distingue uno stato propriamente coerente con l’islam da qualsiasi altra forma che sia modernista, costituzionalista, socialista, capitalista o altro. Il jihad che è un obbligo individuale e collettivo anche sotto forma di piccoli gruppi fortemente coesi ideologicamente e militarmente. Il jihad sarà mondiale e permanete poiché l’obbligo è quello di far trionfare l’islam integrale in tutto il mondo. Da qui, la delegittimazione di ogni stato che si dichiari musulmano senza aderire al format stabilito già da al-Mawdudi, la creazione di cellule jihadiste impegnate nel jihad armato permanente sia verso il fronte interno (élite musulmane deviate), sia verso il fronte esterno (nemici dell’islam come l’Occidente e gli USA nel particolare). La posizione di Qutb si distacca dal posizionamento dei Fratelli Musulmani e verrà etichettata come “islamista”. Essa avrà una versione anche in abito sciita, ad esempio con l’iracheno Baqir al-Sadr e l’iraniano ‘Ali Shari-ati. In Qutb, l’islam, riconoscendo solo a Dio la facoltà legislativa, diventa l’unico sistema in cui non c’è dominio dell’uomo sull’uomo e quindi l’unico vero sistema che porti alla liberazione ed espressione piena della dignità umana. Peccato poi che tra la “sovranità di Dio” ed il popolo si intrufolino imam, teologi, giureconsulti e corti califfali che alla fine sono l’analogo di qualsiasi aristocrazia.

1223278-MIl perno di questa concezione, dal punto di vista antropologico, è che l’uomo è una variabile informe e contraddittoria che va precisata ed ordinata da un sistema ferreo di leggi, giuste in quanto date da Dio. Il debolismo islamico trova la sua piena espressione nel noto problema della subordinazione della donna che deve essere “muslim” ossia totalmente dedita all’uomo mentre questo sarà totalmente dedito a Dio. Tutta la costruzione normativa che grava sulla donna (velo, remissione, privatezza, inesistenza individuale ma solo come propaggine di un uomo “padre-fratello-marito”) tende a scaricare su di essa l’incapacità maschile di resistere all’animale impulso sessuale. Nelle parole di un influente sceicco che vive in Australia, –se lasci della carne scoperta in strada e dei gatti vanno a prendersela, la colpa è della carne non dei gatti-. Tra l’istinto felino alla caccia per il cibo e l’istinto sessuale maschile alla predazione sessuale c’è perfetta analogia (ed anche tra la carne gastronomica e quella sessuale). Così gli uomini animali e bambini, debbono esser preservati dal peccato dalla tutorship di uno stato che attraverso polizia, tribunali, pene pubbliche esemplari, promuove la virtù e reprime il vizio in base alla shari’a, il dettato divino. Il versetto coranico estrapolato a fondamento: “promuovere il bene e proibire il male”.

Si badi che questa interpretazione non è coranica, tuttaltro. Nel Corano, Dio è più volte esplicito sulla responsabilizzazione individuale, l’islam coranico è essenzialmente questo: un appello forte al consapevole governo di se stessi. Sarà Dio a giudicare alla fine chi è riuscito e chi no a governare se stesso verso il bene, evitando le insidie del male. L’essenza del contratto coranico è proprio questa: sei riuscito a vivere come si conviene e come ti avevo avvertito di fare? Sì-paradiso, no-inferno.  Il debolismo islamico è quindi una costruzione storico-sociale, l’appropriazione della minaccia del Giudizio dell’Ultimo Giorno da parte dell’élite maschile, poi teologica, poi politica, arabo-patriarcale per sottomettere e subordinare donne, civili , etnie e strati sociali nella più tipica delle realizzazioni del principio d’ordine della gerarchia[7]. Tale paradigma è la risposta praticamente universale al problema di come far vivere assieme individualità autocoscienti, il problema del disagio della civiltà, della messa in relazione tra individui e comunità, tra l’Uno dentro di noi ed il molteplice fuori di noi.

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Il pensiero arabo-islamico si è mosso all’interno di un terreno limitato da due fattori, uno temporale, l’altro spaziale.

La fattore temporale è dato da un sequenza costitutiva e difficilmente modificabile di dogmi che pongono i fondamenti del sistema islamico in contrasto con la storia. Il tempo delle Scritture è un tempo fisso, un presente eternamente dilatato, il tempo storico invece è un tempo fluente, mobile, cangiante. Poiché l’interpretazione delle Scritture ha dei limiti e limitato è il numero e le caratteristiche dei soggetti abilitati a farle. L’islam è preso da un doppio vincolo che spinge ad esser contemporanei e storici ma sempre meno 41WuHDay7PL._SY344_BO1,204,203,200_conformi alla parola di Dio o viceversa. Gli interpreti modernisti hanno seguito non senza qualche contorsione la prima via ma questo li ha portati spesso a migrare in Occidente e non esser di alcuna seria rilevanza nel determinare qualcosa nel sistema islamico concreto. Quelli più antichi, poiché la frattura è profonda nella stessa storia del sistema, sono stati cancellati dal registro e se ne hanno solo deboli tracce (“i” mutaziliti ad esempio, nome collettivo che avrà pur avuto qualche pensatore di punta, qualche testo fondativo). Gli interpreti tradizionalisti hanno avuto vita più facile sul piano logico a richiamarsi alla letteralità della parola di Dio, indiscutibile per principio ed alla testimonianza storica del successo storico dell’antica tradizione califfale. Ma coloro che da questo volevano trarre progetti politici di riforma (Fratelli Musulmani, un certo tipo di salafismo) non hanno ottenuto risultati pratici più significativi dei primi. Questa, che era già una semplificazione si è poi ulteriormente semplificata e dallo sguardo indietro per uno slancio in avanti si è passati ad un tradizionalismo ultra-conservatore, un letteralismo umiliante, un irrigidimento dottrinario che vorrebbe cancellare il tempo, piallare le differenze, distruggere fisicamente la molteplicità per imporre con la spada ed il terrificante esempio della punizione sharitica, la legge di Un Dio, Una moschea, Un popolo (nello slogan di al-Wahhab).

Il fattore spaziale è dato dalle zone di nascita, crescita ed espansione del sistema islamico. I richiami di Qutb e degli altri ai tempi d’oro è l’esaltazione della purezza originaria precedente la corruzione per contatto con la filosofia greca, con i miti persiani, la religione israelitica e la teologia cristiana come se Muhammad non fosse stato a sua volta il catalizzatore della logica tribal-commerciale beduina con i monoteismi dell’area e lo zoroastrismo sasanide. Gli arabi etnici (quelli della penisola) si sentono più islamici di quelli linguistici e gli arabi in genere si sentono più legittimati degli islamici i quali tendono a forme anche sincretiche più lontano si procede dal centro arabo-peninsulare. 12_JabriQuesto centro di gravità medio-orientale è stato per via del caso geo-storico, beneficiato della manna petrolifera (vissuta come segno di Dio). Esso ha compensato la propria oggettiva povertà culturale (nessuno dei pensatori citati è della penisola araba, tranne al-Wahhab, pochissimi sono iracheni, un po’ di più i siriani) sponsorizzando il pensiero conformista altrove prodotto, legittimandolo in funzione del peso che hanno avuto i centri di Mecca e Medina, finanziando cellule politiche e poi terroristiche in grado di pungere i governi non conformisti, finanziando il sistema moschee-ulama-madrasa-università da cui un clero fattuale, cerca di conformare il popolo tenuto a livelli diffusi di impaurita ignoranza.

L’Occidente non ha avuto la minima capacità effettiva di dialogo col livello intellettuale se non importando qualche musulmano da inserire nelle sue prestigiose università di modo da clonarlo nell’acritica elegia del modello democrazia-libertà civili-mercato. Il vago multiculturalismo che evita il confronto diretto con un falso rispetto in realtà non meno umiliante, ha soddisfatto l’anima progressista. Ma ciò che è peggio, ha confermato continuamente la legittimità del potere arabo peninsulare, la sua funzione ordinativa, usandolo in chiave geopolitica per espellere ogni germe social-comunista o semplicemente democratico, nel mentre riempiva i loro forzieri di dollari scambiati con il carburante alimentante la propria macchina entropico-produttiva. L’imperialismo capitalista a guida americana e l’islamismo petrolifero a guida arabo-peninsulare sono diventati sistemi strutturalmente accoppiati. Matrimonio celebrato dal termine medio del rabbino monoteista propenso a far della “casa della preghiera una spelonca di ladri” (dai Vangeli di Marco, Matteo e Luca).

Così l’eredità della nostra origine medio-orientale di commercianti monoteisti, ebraica, cristiana, musulmana continua a gravare sulle nostre facoltà adatattive ad un mondo che, nel frattempo, si è fatto viepiù complesso.

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[1] Ripetiamo qui un concetto a cui teniamo. Il colonialismo occidentale non va giudicato solo sul piano dei principi. Non ne parliamo per dire che l’Occidente è stato “brutto e cattivo” in questa sua coazione invadente e possidente. Il colonialismo prolungato, più che altro, è l’intromissione di un sistema nelle vicende di un altro sistema. Si potrebbe fare un parallelo col genitore oppressivo. Il giovane che non ha la libertà di sbagliare, di fare esperienze anche non positive, di entrare in rapporto con la casualità degli eventi, raramente evolve una propria personalità stabile, una identità coincidente il suo essere. La distorsione continuata di una dinamica storica è sempre foriera di distorsioni e nei sistemi molto complessi, le distorsioni locali si propagano poi al generale e lungo il tempo.

[2] Intendiamo il fatto che l’islam è il sistema residente, la modernità il sistema invadente ma l’incontro – scontro non può risolversi né nell’assorbimento del primo sul secondo, né viceversa. Occorrerebbe che dall’incontro – scontro, l’islam riflettesse su di sé in termini non di comparazione col modello straniero ma in termini adattativi al mondo contemporaneo. Lo stesso varrebbe per la modernità occidentale. Qualcuno ad esempio, qui da noi e proprio di questi tempi, sta notando la grande potenza mobilitante dell’ideologia islamica. Il sistema liberale di mercato, ci ha lasciato una eredità nichilista, cinica, pigra. Un “Ultimo uomo” nietzschiano svuotato di senso che ha paura ma anche fascino per l’eccesso di senso che muove, ad esempio, il fondamentalismo. Questo non significa certo sperare nella nascita di germi fondamentalisti qui da noi ma rilevare come l’uomo abbia essenza molteplice. Altresì sarebbe interessante, soprattutto per gli occidentali e per certi occidentali anti-capitalisti ovvero anti individual-utilitaristi, comprendere la necessità di uscire dal meccanismo binario-dicotomico perché sembra che per uscire dall’anomia dell’atomismo individualista occidentale si debba poi finire dentro una appiccicosa dittatura del provincialismo comunitario o viceversa. Tra il non esistono società ma solo individui ed il non esistono individui ma solo comunità deve pur esserci un passaggio che ci porti a far pace col fatto che siamo individui sociali, varietà in interrelazioni che formano sistemi ambientati ed interrelati tra loro.

[3] Iqbal si espresse contro l’utilizzo degli hadith quali fonti della legge. Ad un suo poema  Tulu’i Islam (risorgimento dell’islam) ed alle sue idee, si dedicò l’omonima rivista, fondata in Pakistan nel 1935. Da questa, l’omonimo movimento coranista, animato dal pakistano Ghulam Ahmed Parvez, la figura forse di maggior spicco di quel punto di vista.

[4] Abdallah Laroui, marocchino, ha promosso un non meglio precisato “marxismo oggettivo”, un marxismo depurato delle contingenze europee ed adattato all’immagine di mondo islamica. Fortemente convinto della necessità di separare l’islam come fatto religioso dal fatto statale e politico, Larroui ha scritto parecchio, specificatamente contro il concetto, secondo lui contraddittorio, di “stato islamico”.

[5] Con la sua meccanica dualistica, la dialettica assomiglia pericolosamente al politeismo.

[6] Sono molteplici le voci islamiche che hanno tentato di riconnettere democrazia ed islam in vario modo. Ricordiamo il libanese Ahmad Moussalli che vede nell’origine contrattualistica dell’umma, l’abbinamento tra democrazia e shura; il sudanese Hasan al-Turabi che vede nell’origine dell’umma i caratteri della ijma (consenso comunitario), l’obbligo di sottomissione alle decisioni di maggioranza (vi è un caso ben noto proprio nelle biografie di Muhammad in cui Egli si sottomise, anche se in disaccordo, al pronunciamento della maggioranza), il pluralismo delle opinioni. Khaled Abou el-Fadl, kuwaitiano, denuncia la deriva della giurisprudenza (shari’a, fiqh) da autorevole ad autoritaria ed esalta alcuni valori storici della prima umma: contratto (‘ahd), consenso (ijma), legittimazione dal basso del potere politico (ikhtiyar), giustizia (‘adala), bene comune (maslaha), uguaglianza (musawat), consultazione (shura). L’islam ha in sé, potenzialmente, tutti gli elementi per generare una propria, originale, storia democratica che non scimmiotti quella occidentale a anzi, la evolva.

[7] E’ in Ibn Taymiyya (1263-1328), teologo fondativo della scuola hanbalita, che troviamo questa teorizzazione in forma compiuta. Corano-sunna, jihad, potere politico che governa tramite la shari’a sono i fondamenti del raccordo, ritenuto naturale, tra islam-società-politica, via giurisprudenza. Il rapporto governante-governato è assimilato a quello pastore-gregge, il potere politico necessita del sostegno degli ulama, il sultano è l’ombra di Dio sulla terra, sessant’anni con un sovrano ingiusto sono meglio di una sola notte senza sovrano, la comunità deve obbedire-sostenere-consigliare, se tre uomini si mettono in viaggio uno di loro dovrà necessariamente comandare su gli altri così per ogni raggruppamento sociale, l’emirato (ai tempi il califfato era in evidente crisi terminale) è un atto per mezzo del quale ci si avvicina a Dio e fa parte (integrante) della religione. Questa una succinta raccolta di pensieri di Taymiyya. La visione fondamentalista islamica proviene da questo giurista hanbalita del XIV° secolo, continua con le teorizzazioni salafite ed islamiste del XIX° e XX° ed è perciò che fatti come lo Stato islamico-ISIS, o sotto la loro forma o sotto altra, non sono improvvisazioni destinate a presto scomparire.

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Informazioni su pierluigi fagan

59 anni, sposato con: http://artforhousewives.wordpress.com/, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore per 22 anni. Da più di tredici anni ritirato a confuciana "vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente. Il tema del blog è la complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore.
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