PICCOLO STUDIO SULL’ ISLAM (4). Compendio storico.

La storia dell’islam parte da una situazione di estrema arretratezza e frammentarietà. Siamo nell’Hijaz, regione centro occidentale della penisola arabica che dalla costa del Mar Rosso entra per qualche chilometro nell’entroterra oltre il quale c’è il deserto. hijazI centri abitati sono raccolti intorno ad oasi, intorno, deserto pietroso o sabbioso. Siamo verso la fine del 500. Gli abitanti di queste terre, arabi non ancora con la coscienza di essere “un popolo”, sono divisi innanzitutto tra sedentari e nomadi-seminomadi, cioè beduini. I due principali centri dei sedentari sono Mecca più a sud e Medina più a nord. La società è frazionata in tribù che federano clan, tra le tribù ci sono vari livelli di convivenza con patti, apparentamenti, alleanze ma anche divisioni, vendette, vere e proprie faide. Il potere tribale e clanico è patriarcale. Non c’è alcuna forma di autorità centrale (tesoro pubblico – polizia), né legge codificata ed accettata sebbene viga un codice tribale più o meno condiviso. Il culto prevalente è un politeismo che può evolvere in enoteismo con un dio centrale Allah e tre dee-figlie: al-Lat, al-Manat, al-Uzza, più un vario seguito di dei minori o specifici di ogni centro. La società ha una pronunciata diseguaglianza, l’attività principale è il commercio sia in entrata (beduini che portano merci dall’intero arco nord-africano) sia su linee di scambio con il sud dell’Arabia oggi Yemen, con l’Etiopia, con la Palestina e la Siria. La razzia delle carovane è anche praticata, questo porta talvolta ad accrescere il disordine sociale, sia per l’innesco di vendette poi sviluppate in faide, sia perché gli uomini morti in azione, lasciano mogli e figli che non hanno di che sostenersi.

Il cerchio esterno questo cuore arabo è formato a sud appunto dalle più ricche ed avviate società dell’Arabia Felice (meridionale, oggi Yemen ed Oman), così detta per una storica maggior presenza di acqua (risente positivamente delle correnti estreme dei monsoni) che ha, nel tempo, permesso un relativo maggior sviluppo, trainato anche dalla funzione portuale di meta o scalo delle rotte commerciali dall’Oceano I064ndiano al Mar Rosso e viceversa. In questa società, dove ci sono già monarchie che hanno rapporti anche con i persiani dell’Impero sasanide, ci sono anche presenze non secondarie di ebrei e cristiani, questi a  loro volta divisi tra monofisiti, nestoriani ed altre interpretazioni minoritarie. La religione principale è però marcatamente politeista.  Ad ovest, gli etiopi sono governati da una monarchia con presenza religiosa cristiana e rapporti con l’altro grande impero del tempo: i bizantini. A nord vi son piccoli regni che gravitano a cintura, intorno ai confini dell’Impero bizantino, la religione è giudaica e cristiana anche quando l’etnia è più propriamente araba o parlante arabo (aramaico). L’Impero bizantino a nord-est e quello persiano sasanide ad est sono i due vasi di ferro dell’ambiente e proprio in quel periodo sono impegnati in una lunga guerra che sta portando i persiani, quasi alle porte di Bisanzio. Nello stesso Hijaz, sono presenti non poche comunità ebraiche e cristiane che vivono assieme a quelle politeiste. Sono presenti anche vari individui, poeti, mistici, predicatori, ispirati, maghi e veggenti che bordeggiano i vari credo che non precipitano in uno dei due-tre sistemi monoteistici organizzati (giudei e cristiani ma anche zoroastriani  che sono una transizione enoiteista tendente al monoteismo) e si riconoscono,  in un monoteismo semplificato che è la sintesi di tutti quelli storicamente sviluppati.

220px-Siyer-i_Nebi_223bLe comunità dell’Hijaz, povere, ancora abbastanza barbare nei costumi, divise da tutto e su tutto sono il classico vaso di coccio tra vasi di ferro e rischiano, prima o poi, l’assimilazione coatta entro uno o più tra i sistemi forti delle regioni limitrofe. Nonostante questa loro oggettiva minorità, sono comunità piuttosto fiere ed orgogliose del loro passato (e presente) autonomo e libero. Chi riconosce a Muhammad la doppia genialità sia religiosa, che politica, tende a collocare la sua rivelazione in questo contesto. Da una tale molteplicità, debole e conflittuale che rischia di venir cancellata per incorporazione da qualche sistema più grande, organizzato e forte, egli trasse una comunità unica, unita, ben identificata e competitiva sotto i diversi aspetti (sistema sociale, legale, politico, militare, economico). Creò un popolo intorno ad una identità, una identità intorno ad un patto di fede, il patto di fede tra Dio e gli uomini[1]. Definendo il Corano un contratto che dalla fede si riflette nel sociale, che cioè crea una comunità unita che supera l’entropia della conflittualità tribale, ovvero del tutti contro tutti, si presenta nel 600 arabo, la stessa struttura dei fatti e delle idee che porteranno mille anni dopo T. Hobbes a scrivere il Leviatano. Del resto, non è solo questo il punto di contatto per analogia tra la struttura tribale araba e quella degli angli e dei sassoni. I primi adotteranno come regolamento la religione di Dio, i secondi quello del Mercato.

La formazione del soggetto, della comunità unica ed unita, avverrà tramite la religione, la sua codifica avverrà sempre all’interno della stessa religione ma con un serie di disposizioni sociali, legali, etico-morali ad hoc mentre le prassi sia del periodo che ha il Profeta in vita, sia del successivo che vedrà l’alternarsi di quattro califfi e due imperi califfali, costituirà l’insieme di prassi di riferimento che formano la tradizione. Dai primi quattro seguaci di un profeta ancora non creduto ed emarginato dai meccani (la moglie, uno schiavo poi affrancato, un parente della moglie se non cristiano già monoteista ed un cuginetto di 10 anni che poi gli sarà genero e da cui deriverà lo sciismo), ad un forma imperiale che comprendeva parte del nord Africa, tutta l’Arabia, la Palestina, la Mesopotamia, il Kurdistan e parte della Turchia,  maometto03l’altipiano iranico, e parte dell’Afghanistan più altri stati vassalli, passarono dunque poco più di cinquanta anni, una specie di miracolo. Poiché l’islam presuppone che Dio sappia e possa tutto e che per certi versi ciò che succede è la conferma della sua volontà, questa specie di miracolo testimonierebbe di per sé della missione divina dell’islam. Questa storia degli inizi, storia di un progetto di nuova unità coesa, forte e vincente, unità di coloro che rispondono all’appello di Dio e che Dio evidentemente protegge, rimarrà in tutta la successiva e contemporanea storia, come idealizzato “periodo dell’oro”, una utopia del passato a cui necessariamente bisogna tornare ogni volta che si fallisce l’adattamento alle condizioni dei mutanti tempi.

La religione era l’unica chiave di volta per operare questa trasformazione. Non poteva essere  la politica coadiuvata dal fatto militare poiché nessuna delle tribù originarie aveva la forza di inglobare e sottomettere le altre. Ancor fosse stato possibile e non lo era, non Maometto engramma30%avrebbe mai resistito all’instabilità congenita ad una coercizione mal sopportata da parte di popolazioni fiere, autonome e tendenzialmente anarchiche. Ancor avesse superato per un certo tempo questa contraddizione, non ci sarebbero state le condizioni per sottomettere le altre popolazioni che per certi versi si sottomisero da sole. L’impero islamico, per lungo tempo, adottò lo schema romano: lasciare istituzioni, credenze e culture locali e prelevare solo tasse, tasse con le quali finanziare il proprio esercito arabo e le sue élite. Fu l’affermazione del loro sistema politico, militare e commerciale a trainare le conversioni.

La religione svolse quindi la funzione fondativa della prima comunità, un patto contrattuale forte, equo, chiaro, stretto tra i tanti che superavano le loro disparità ed eccentricità reciproche riferendosi ad un punto centrale molto forte, in grado di sostenere l’intera costruzione, resistere nel tempo, declinarsi ulteriormente e fungere da perno unificante nel corso di un lungo sviluppo, tutt’ora in corso. Per questo “islam” non è il nome di una etnia o di una parte geografica ma di una religione che ha creato la società, la legge e la cultura di un popolo, il popolo dei credenti nel Dio unico ed unificante.

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La dialettica tra l’Uno ed il molteplice è ciò che caratterizzerà l’islam nella sua storia. L’Uno era il paradigma del progetto originario, un Dio unico che si esprime in un discorso unico (Corano) ad un popolo da unificare intorno a sé come comunità dei credenti. Questo scioglieva la molteplicità dei clan e delle tribù, delle differenze tra stanziali e nomadi, tra ricchi e poveri , ricomponendola nell’unità semi-egalitaria dell’umma. Se il concetto cardine dell’unicità di Dio è ciò che è rimasto costante, a valle, si è andato formando un vero e proprio estuario di molteplicità. Il discorso unico è diventato molteplice. Sunni-Shia-IbadiIl Corano stesso ha visto letture letterali, letture universalistiche ma anche particolaristiche, letture filosofiche, letture giuridiche, letture mistiche ed  esoteriche, moderniste e tradizionaliste, conservatrici e riformiste. Ma poi al Corano stesso si sono affiancati gli hadith del Profeta, la sua biografia, il corpo sempre più vasto delle interpretazioni giuridiche e dell’accumulo stratificato della tradizione. Alla lettera si è affiancata l’interpretazione per analogia, all’analogia il decreto per consenso.  Al discorso di Dio son seguiti i presunti discorsi di Muhammad ma anche quelli dei suo primi Compagni, dei seguaci di questi e financo dei seguaci dei seguaci. All’unità religiosa della comunità iniziale, fece seguito la divisione tra sunniti, sciiti e kharigiti (oggi, ibaiditi dell’Oman) e le divisioni interne a queste tre correnti. Le tre divisioni, più che essere animate da fondamentali questioni dottrinarie, corrisposero a tre diversi modi di intendere la legittimità del potere di coloro che dovevano guidare l’islam e, nel tempo, furono usate come identità per gruppi etnici e politici in reciproco conflitto. Seguirono le diversità teologiche e quelle pratiche, i sufi diverranno accanto a gli ulama e gli imam, i sostituti di quello che nella cristianità è il clero. Più ci si allontana dal cuore arabo, più le pratiche sufi presero a divergere dall’asciutto canone di base fino a quel Sudest asiatico o ai musulmani centro africani in cui si amalgamarono alle antiche pratiche magico-animiste dei villaggi interni. Gli stessi ulama presero a riferirsi ad almeno quattro diverse scuole giuridiche (sunnite) la cui attuale cartina di diffusione, testimonia di come tali interpretazioni divennero fatti identitari locali piuttosto che libera adesione a questa o quella linea interpretativa.

Sul piano della comunità concreta, una doppia creazione di molteplicità. In termini di stratificazioni di classe sociale tra beduini e stanziali, cittadini e contadini, soldati e depositari delle scritture, possidenti di terre e commercianti e artigiani, burocrati imperiali ed élite locali. Tale stratificazione sociale ebbe la meglio sulla semplificata struttura della comunità araba originaria basata sulla parentela e sul lignaggio e su quella teorica di una vagheggiata uguaglianza coranica. Umayyad750ADlocMa oltre alla stratificazione sociale si ebbe la frammentarietà etnica. L’Uno etnico fu quello arabo ancora lungo la dinastia Omayyade ma sempre più, in relazione all’espansione imperiale, si sommarono le origini disparate dei nordafricani, degli egiziani, dei persiani, dei siriani, dei turchi, delle periferie orientali ed occidentali che si sommavano alle differenze originarie tra arabi stanziali e nomadi, tra meridionali (yemeniti) e settentrionali, arabi occidentali (Hijaz) ed orientali ((Golfo Persico) in una traiettoria che portò l’impero arabo (omayyade) a diventare sempre più impero musulmano (abbaside) ma anche sempre meno impero, cioè sempre meno Uno. Allo strato arabo che presto divenne aristocratico si sommò quello plebeo, le etnie “clienti” subordinate e financo l’importazione di dosi massicce di schiavi. La cultura comune unificata dalle Scritture, ha progressivamente assorbito gli strati precedenti (bizantini, sasanidi, arabo-beduini), ha fatto convivere i vari monoteismi (cristiano, che a sua volta era ramificato in diverse interpretazioni, ebraico, zoroastriano), ha risentito dell’interpretazione siriano-alessandrina dell’antica cultura greca, ha generato nuovi ceppi culturali poetici, letterari, scientifici. La stratificazione di genere è rimasta costante, l’uomo è inequivocabilmente superiore alla donna. La lingua araba fu uno dei pochi fattori di omogeneizzazione. Imposta come lingua della Scrittura, dei religiosi e dei giuristi, dei letterati e dei burocrati, la lingua della piccola etnia originaria, poi dominante,  divenne la lingua dell’impero ed elle Scritture ma non ancora la lingua di tutto l’islam.

Abbasids850L’impero divenne presto una entità a se stante dove il problema specifico era quello di imporre e riscuotere tasse per mantenere in piedi la sua imponente burocrazia e l’apparato militare. La strategia iniziale fu quella di intervenire e modificare il meno possibile le strutture locali (ad esempio, sul piano religioso, l’impero era solo formalmente islamico, gli arabi non erano missionari e non favorivano le conversioni). Strategia saggia (la stessa dei romani) per tenere assieme tanta complessità stipata all’interno di una unica entità. Ma nel tempo, questa genetica molteplicità diverrà la ragione dell’implosione perché il principio di differenza lavorerà sotterraneamente screpolando e poi fratturando la superficie unitaria dell’entità imperiale.

Questo secondo tratto di storia dell’Islam (il primo coincise con la Rivelazione  e con la vita di Muhammad) si può suddividere in tre fasi: 1) Il periodo dei califfi: i primi quattro califfi (rashidun cioè “ben guidati”) dal 632 al 661, la successiva dinastia omayyade dal 661 al 750 e quella abbaside dal 750 al 833; 2) il periodo degli imperi: il declino abbaside ma anche califfale dal 833 al 945 che si prorogò sino alle dinastie abbasidi “fomali” che cioè esistevano e risultavano in carica, sebbene del tutto prive di ogni reale potere (fino al 1258). Durante tutto questo periodo, si può leggere una tensione all’interno del sistema politico islamico, tra l’Uno del Califfo a cui, in maniera del tutto impropria, la dinastia omayyade ma anche quella abbaside, riconoscevano poteri semi-divini e tutta la sottostante struttura che andava aprendosi tra gerarchie della burocrazia e dei militari, poteri territoriali locali, poteri spirituali e legislativi degli ulama, etnie non arabe di 260px-Ottoman_1683tradizione tanto più eccentrica quanto più ci si allontanava dai centri di Damasco e successivamente Baghdad. Benché fuori linea rispetto ai dettami coranici (o forse proprio per questa ragione) furono proprio le corti califfali a diventare quei centri aperti e cosmopoliti, dai quali fiorirà la grande stagione della cultura islamica delle scienze, dell’arte, dell’architettura, della poesia e letteratura, cultura che declinerà e scomparirà in silenzio, parallelamente al lungo declino della dinastia abbaside. Il revival imperiale degli ottomani (1299-1922) ebbe ragioni e caratteristiche diverse da quelle dei grandi califfati; 3) il periodo della colonizzazione occidentale sfociata poi nella divisione in moderni stati-nazione, sino ai giorni nostri. Periodo traumatico, di estrema sconfitta ed umiliazione per l’orgoglio di civiltà. Ma la reazione a questo impatto devastante con la modernità e la forza occidentale non favorirà una evoluzione del sistema, bensì il suo volgersi indietro a quell’utopia retrospettiva dei “tempi d’oro” che diverrà il fondamento dell’ultra-conservatorismo e del fondamentalismo.

IL PERIODO CALIFFALE.

Alla famiglia islamica califfale che era di origine meccana lungo tutta la dinastia omayyade, si opposero le nuove interpretazioni degli sciiti e dei kharigiti ma anche gli arabi meridionali (yemeniti) nel mentre la famiglia islamica religiosa vedeva crescere i lettori del Corano, gli ulama, la nuova interpretazione spirituale dei sufi e la gente degli hadith, popolo che seguiva il vasto materiale circolante di detti e racconti sul Profeta ed i suoi primi sodali, venerati come ispirati direttamente da Dio. Tra questi ed i giuristi si creò un lungo braccio di ferro fino a che si convenne, intorno a gli inizi del IX° secolo, di integrare le due tradizioni dando privilegio a gli hadith ma, al contempo, cercando di 25666verificarne l’attendibilità.  Altre questioni dottrinarie agitavano la composita comunità. All’opposto dei seguaci degli hadith ad esempio, c’erano i teologi mu’taziliti, fortemente influenzati dall’eredità del pensiero greco-razionalista. Anche qui occorse una mediazione operata dal teologo al-Ash’ari che privilegiò la fondatezza indiscutibile della rivelazione divina ma recuperando alcuni strumenti di razionalità non per l’interpretazione ma per la difesa della credenza. A margine, cresceva il peso (soprattutto nel versante orientale dell’impero) della metafisica teosofica dei sufi. Il sufi era mago (antica tradizione persiana), guaritore (antica tradizione sciamanica), autore di miracoli (antica tradizione cristiana), mistico ed anche filosofo di antica derivazione neoplatonica, gnostica, ermetica. Alcuni vennero onorati come “santi” e le relative pratiche di devozione deviarono non poco dall’asciutto monoteismo fondativo. Crescendo, anche gli sciiti si separavano in sette. Le divisioni degli sciiti così come la loro originaria formazione, erano legate a diversi modi di intendere il diritto di successione per il posto di capo della comunità: l’imam. Originariamente fedeli ad ‘Alì, quarto califfo rashidun ed ex cugino e genero di Muhammad, si divisero poi imamiti duodecimani ed ismailiti ma in seguito comparvero anche zayditi e gli assai meno ortodossi alevi ed alawiti a cui appartiene l’attuale presidente siriano al-Asad. Tra le Scritture e il credente, gli sciiti pongono l’imam. Mentre il califfo non ha alcun competenza nelle questioni di fede limitandosi a proteggere la comunità ed ad amministrare le condizioni per la sua migliore espressione musulmana, l’imam venne inteso come avente una sorta di incarico divino e da ciò, un ruolo intermediante ed interpretante.

207-ImamAhmad1Quando il settimo califfo abbaside al-Ma’mun (786-833) decise di porre una inquisizione per obbligare i dotti musulmani a convenire sulle linee interpretative più razionalistiche (quelle dei mu’taziliti), Ahmad ibn Hanbal fu l’unico a rifiutarsi. In ballo c’era la delicata questione se il Corano fosse “creato” (quindi storico, cioè modificabile) o “increato” (quindi co-eterno a Dio e quindi intoccabile)[2]. Da Hanbal seguì la scuola giuridica hanbalita che abbiamo già segnalato come quella più tradizionalista dalla quale discendono le interpretazioni, cosiddette “fondamentaliste”. Le altre scuole giuridiche (hanafita, malikita, shafi’ita) si affermarono all’inizio l’una in competizione accesa con l’altra, ma col tempo presero poi a convergere. Gli hanbaliti però rimasero distinti come coloro che volevano imporre la propria visione dell’islam, intransigenti, organizzati in squadre per la repressione del vizio (da cui la polizia religiosa mutawwi’a tutt’oggi operativa nell’unico stato islamico esistente, cioè l’Arabia Saudita), nemici giurati dei mu’taziliti ma anche dei più moderati ashariti e dei sufi, militarmente impegnati a combattere strenuamente e ferocemente gli sciiti e tutti i nemici, interni ed esterni verso i quali il jihad non termina mai. L’hanbalismo divenne l’interpretazione ufficiale dei califfi intorno all’XI° secolo anche perché un loro teologo Ibn Batta, aveva sancito che l’islam vietava tassativamente la rivolta armata contro i poteri costituiti (a meno che non contravvenissero ai dettami religiosi). l-union-des-musulmans-taymiyya-al-hadithUno dei più celebri rappresentanti dell’hanbalismo, influente ancora fino alla modernità ed a gli sviluppi dei salafiti e wahhabiti fu Ibn Taymiyya (1263-1328). A capo di una campagna per l’esecuzione di un cristiano che aveva offeso la memoria di Muhammad, nemico degli ashariti, dei sufi, degli esoterici, maghi, santi, metafisici, per Taymiyya esisteva solo il Corano e la sunna, la shari’a e il jihad (inteso come guerra a gli infedeli, nel caso specifico i mongoli) ed emise un certo numero di fatwa contro deviazioni “moderniste” che si allontanavano dal tracciato tradizionale dei tempi d’oro[3].

Se gli omayyadi si basavano sull’ideologia dell’élite araba (meccana) che doveva dominare tutto l’islam, quella abbaside (che era lo stesso araba e meccana, sebbene di una diversa tribù) andò al potere con l’intento di aprire il sistema a gli altri popoli. Quando iniziò il declino degli abbasidi, facendo passare un ipotetico meridiano su Baghdad, l’islam orientale prese a differenziarsi sempre più dall’islam occidentale, afro-mediterraneo. In particolare, cominciarono ad affluire nel sistema le prime popolazioni turche centro asiatiche, si rifecero vivi i bizantini, poi i crociati, si affermarono in Afghanistan un regime di soldati schiavi (Ghaznavidi) e riemerse con decisione la cultura persiana, differenziata anche linguisticamente da quella araba. L’unità califfale si frammentò in una miriade di pezzettini così come era avvenuto in Europa, con il collasso dell’Impero romano, per poi ricostituirsi in imperi locali.

IL PERIODO DEGLI IMPERI LOCALI.

In Persia giunsero quindi i mongoli, poi Tamerlano ed infine i safavidi che portano lo sciismo a religione di stato stabilendo quella totale identificazione tra questa interpretazione islamica minoritaria e quel territorio che oggi è l’Iran. Dalle migrazioni turche e dal regime turco-selgiuchide dei primi secoli del millennio, nacque l’Impero ottomano, prima accentrato e crescente (Anatolia con la decisiva presa di Costantinopoli -1453- e la fine dei Bizantini, Balcani, Medio Oriente, Caucaso, Egitto e parte del Nord Africa), Fatimidspoi pressato dall’espansione europea e russa, aggirato dalle rotte commerciali coloniali europee, decrebbe e si disordinò frammentandosi ed infine, svanendo.  In Egitto e Siria s’impose intorno all’anno mille, una dinastia sciita ismailita (Impero fatimide) a cui seguì il periodo delle crociate cristiane che furono vissute dagli silamici, come un episodio assai marginale della storia. Con Saladino si ripristinò il dominio sunnita a cui fece seguito il regime dei mamelucchi, un sistema militare basato su schiavi ed infine il dominio ottomano che poi deflagrò.

La dinamica sembra sempre la stessa, la formazione impetuosa di un impero, l’allargamento con le conquiste, il raggiungimento dell’invisibile limite di struttura, la deflagrazione che libera una miriade di frammentate situazioni successivamente raccolte in un nuovo ciclo imperiale. Dal molteplice all’Uno e dall’Uno al molteplice per un nuovo ciclo. Nel Nord Africa, l’islam arriva con i califfati (omayyade ed abbaside) e map-al-andalus-1035-wikimedia-maps-of-spainl’impero ottomano ma anche con l’islamizzazione dei berberi nomadi. La Tunisia è il primo avamposto dell’islamizzazione a cui seguiranno varie dinastie (Aglabiti, Fatimidi, Almohadi, Hafsidi) sino a gli ottomani, il solito periodo di frammentazione ed infine il protettorato francese nel 1811. L’Algeria  prende forma statale ben più tardi e dopo vicende simili viene occupata dai francesi nel 1830. Il Marocco ha una precoce formazione statale e vede la nascita e sviluppo di due importanti dinastie locali: gli Almoravidi e gli Almohadi. Diventa protettorato francese nel 1912. La Libia ha più incerta identità e rimane una propaggine dei vari califfati ed imperi fino alla conquista italiana del 1911. In Spagna, l’islam arriva con gli Omayyadi nel  711. Lunga e fiorente la civilizzazione islamica che tra alti e bassi verrà definitivamente estirpata nel 1492 dalla Reconquista ispano-cattolica. In seguito, l’islam si espanse nell’Africa sub-sahariana, nel Sudan, Senegal e Zambia, Mauritania, Niger etc. per la parte occidentale e la Somalia, Zanzibar e l’intera costa affacciata sull’Oceano indiano per la parte orientale, dell’Africa. La modalità di espansione non fu militare ma per lento contagio lungo le linee commerciali, per conversioni delle élite, per migrazione di sufi, ulama ed altri portatori di cultura islamica. Tra il XVIII° ed il XIX° secolo, si registrò un secolo di jihad generalizzata (una sovraimposizione della naturale conflittualità tribale), un tutti contro tutti che venne infine terminato dall’occupazione coloniale europea che, in parte, arrestò anche la diffusione spontanea della fede musulmana. In generale, la forma di islam che ne derivò, risultò spesso sincretica con le antiche culture tradizionali locali.

Nell’Asia centrale, tra popoli ostinatamente nomadi ed alcuni raggruppamenti stanziali, in una variante geometria di clan che formano orde, tatari, uzbechi, kazachi, uighuri furono progressivamente islamizzati nel mentre crearono entità politiche indipendenti ma non creando una entità imperiale comune massiva, vennero alla fine risucchiati e normalizzati all’interno delle due principali sfere d’influenza della zona: russa e cinese. Oggi, tutti e cinque gli stati centro asiatici divenuti indipendenti dal 1991-2 in seguito allo smembramento dell’Unione Sovietica,  sono ufficialmente musulmani mentre gli uiguri 1024px-Mughal1700rimangono in lotta (senza speranza) per l’indipendenza all’interno della Repubblica popolare cinese. L’India venne islamizzata dopo l’Afghanistan a partire dal’anno 1000 ma in maniera già sistematica a partire dal 1200 con i sultanati di Dehli intorno e dopo i quali, si riprodussero una serie di regimi musulmani indipendenti fino alla costituzione formale dell’Impero moghul (1526-1858) a cui seguì il governatorato britannico. L’islam locale convisse con la cultura hindi e tramite i sufi che fecero da cerniera, accettò di evolvere in forme sincretiche. Furono i commercianti musulmani che partivano dall’India a portare, a partire dal XIII° secolo, l’islam nel Sudest asiatico, caso di diffusione religiosa non veicolata da conquista militare. La nuova religione ebbe funzioni identitarie, prima nelle lotte interne poi in quelle di opposizione a portoghesi ed olandesi. Furono poi proprio gli europei ad unificare quei territori da cui oggi provengono la Malesia che ha una presenza musulmana di poco più del 60% in termini di diffusione delle credenze (ma è comunque la religione ufficiale di stato) e l’Indonesia che con un penetrazione di poco superiore all’85%, rappresenta oggi il più grande stato musulmano.

LA MODERNITA’

9788807817885_quarta.jpg.448x698_q100_upscaleIl XIX° secolo è l’impatto con la prima forma di mondializzazione. Così come l’Occidente sottomise, in parte, l’Impero cinese che a lungo gli era stato superiore, almeno economicamente, altrettanto fece con l’islam. Ma se l’islam orientale rientrò nel movimento di marea che vide una ondata coloniale accompagnata da una risacca che lo lasciò più o meno libero di riprendere il proprio corso storico, l’islam occidentale rimase a lungo sotto il dominio alieno del sistema europeo. A questo successe poi il dominio del sistema americano. Tutta la geografia politica dell’islam occidentale è stata coartata degli interessi coloniali e poi economico-imperiali occidentali. La libertà di evoluzione politica è stata congelata e l’Occidente è sistematicamente intervenuto per proteggere regimi tanto meno legittimi ed efficienti quanto più proni e supini a gli interessi dei dominatori. Il petrolio, posseduto dalle élite più retrive ed ultra-conservatrici dell’islam e desiderato dalle élite del sistema occidentale, ha fatto da liquido battesimale per l’adesione ad un comune sistema di interessi. Ogni tentativo di evolvere l’islam politico, che fosse nazionalistico, pan-islamico, quasi-socialista, quasi-laico ha visto schierati contro, tanto le dinastie hanbalite del Golfo, quanto le moderne democrazie occidentali. L’islam è smarrito nella difficoltà di corrispondere all’Uno religioso della comunità dei credenti qualcosa di corrispettivo sul piano politico: una molteplicità di confraternite? piccoli regni, principati, sultanati? stati nazione? federazioni? l’Uno califfale-imperiale? Il trauma culturale del XIX° e XX° secolo, trauma aggravato dal fatto che per i musulmani ciò che accade se non è direttamente orchestrato da Dio è da Lui permesso, dell’impatto devastante con la modernità, la tecno-scienza, l’occidentalità in genere, è stato giustificato nello stesso modo con il quale ogni sistema ideologico giustifica i propri fallimenti: mancanza di purezza.  Se il capitalismo occidentale oggi non funziona è perché non siamo tutti musulmani (totalmente dediti) al mercato, se il marxismo non ha funzionato è perché si è letto male Marx (il Corano), se l’islam ha fallito l’adattamento al divenire del tempo è perché ha smarrito la purezza dei tempi d’oro. Le idee sono pure ma gli uomini le corrompono.

Quando i sistemi umani vengono falsificati dall’ambiente a cui dovrebbero adattarsi non si riforma mai il sistema, si deve cambiare l’ambiente perché si adegui.  E’ il reale che è irrazionale non il razionale che non è reale.

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[1] Il controverso statuto del jihad (massimo sforzo di volontà o armato, solo difensivo o anche offensivo?) occulta il fatto che, inizialmente, la comunità dei credenti andava a sostituire la comunità di sangue e parentela. Come questa era basata su i criteri della solidarietà, condivisione e reciproca protezione dalle insidie, così doveva essere la nuova comunità dei credenti. L’Islam non parte con l’idea di “far guerra” a sua discrezione, trasferisce i codici tribali ad un nuovo tipo di comunità basata sulla comune appartenenza ad una fede.

[2] Dal punto di vista del califfo, secondo le nuove concezioni per le quali questi era dotato di un crisma speciale di origine divina, se il Corano poteva intendersi “creato”, allora il califfo avrebbe potuto anche modificarlo in interpretazione. Dal punto di vista degli ulama invece, il Corano era increato e quindi non rimaneva spazio che per l’esegesi e l’interpretazione quanto più attinente, cioè quella che facevano loro.

[3] Il salafismo, la linea di pensiero a cui si rifanno le principali organizzazioni islamiche, politiche ed armate contemporanee, origina da una posizione antica. Questa riteneva che l’islam avesse raggiunto i suoi massimi di purezza ed efficienza religiosa ma anche mondana (il “periodo d’oro”), nel periodo dei “pii antenati” (salaf al-salhin). Questi erano la generazione coeva a Muhammad (i Compagni), la successiva (i seguaci dei Compagni) e quella dopo (i seguaci dei seguaci). Ciò corrispondeva a quel tratto di storia islamica in cui si affermò il califfato (con il califfo che deve discendere tassativamente dalle tribù arabo-meccane), gli ulama, il corpus che va dalla redazione scritta del Corano alla biografia del Profeta, alla raccolta dei suoi hadith-sunna, al cumulo della prima tradizione interpretativa, l’espansione militare che può esser intesa anche come jihad. 4164910Questa tradizione ritiene pertanto ulama, Corano-sunna, hadith, sharia’a e jihad i fondamenti, da cui l’erronea definizione di “fondamentalisti”. Erronea perché questa è solo “una” delle tradizioni interpretative dell’islam (e non certo la più diffusa). Come già detto, i veri fondamentalisti cioè coloro che si rifanno la fondamento oggettivo che rimane il solo Corano, sarebbero i coranisti. La posizione salafita ha lungamente coinciso con la scuola hanbalita ed era infatti questa la posizione che espressero Ahmad ibn Hanbal (780-855) e Ibn Taymiyya (1263-1328) e Ibn Qayyim al-Jawziyya (1292-1350)  sebbene si debba considerare che, in questo contesto, tale posizione era teologica e per certi versi anche riformista dal momento che si opponeva al sovrastante potere califfale che aveva una sua potente corte intellettuale fatta di filosofi, teologi e sufi. La posizione “salafita” torna in auge nel XIX° secolo in Egitto e successivamente in Tunisia con il carattere di una concretamente socio-politica, utopia retrospettiva (il termine si deve a M. Campanini) che indicava ai musulmani come recuperare autostima e progettualità sociale e politica, contro il disfacimento etico e politico portato dalla colonizzazione europea e dal devastante impatto con la modernità. Su gli stessi temi e con parzialmente coincidente punto di vista, si trovò Muhammad ibn Abd al-Wahhab (1703-1792) la cui dottrina -il wahhabismo- è fondante e tutt’ora ordinativa dell’Arabia Saudita. Wahhabita è anche l’ispirazione dello Stato islamico-Isis. Neo-salafita è detta la posizione di al-Hasan al-Banna (1906-1949), fondatore del movimento dei Fratelli Musulmani e di Sayd Qutb (1906-1966), tutti originari dell’Egitto. L’intera area culturale però non è affatto omogenea. Le antiche posizioni teologiche non portano di necessità a quelle politiche moderne. Mentre la posizione antica era in un certo senso “riformista” il suo revival moderno è diventato letteralista. Il taglio egiziano dei Fratelli Musulmani non è quello wahhabita dei sauditi ed entrambi non sono coincidenti con quello di molte formazioni neo-salafite tipo al-Qaeda. Come sempre, i musulmani partono all’Uno e si perdono nel molteplice che ostinatamente rifiutano nell’ideale ma assiduamente praticano nel reale.

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Informazioni su pierluigi fagan

59 anni, sposato con: http://artforhousewives.wordpress.com/, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore per 22 anni. Da più di tredici anni ritirato a confuciana "vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente. Il tema del blog è la complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore.
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