ISLAM e COMPLESSITA’. Introduzione ad un piccolo studio sull’islam.

Il titolo di questo articolo, fa da introduzione a un titolo più impegnativo:  Piccolo studio islamico. Questo secondo titolo verrà usato nei prossimi articoli che proveranno ad  indagare la struttura dell’islam. Poiché lo studio è in corso (ed è questo il motivo del “buco” di pubblicazione di lunedì scorso), non so dire quante puntate svilupperà. Lo definisco “piccolo” perché la materia è molto vasta e noi ne sceglieremo solo parti ma anche perché le nostre capacità sono piccole rispetto ad un oggetto così complicato. Alla fine di questo articolo che fa da introduzione al susseguente “piccolo studio”, daremo qualche nota metodologica che intendiamo seguire nello sviluppo del compito. Passiamo adesso a dire qualcosa, invece, sul titolo proprio di questa introduzione.

Come sa chi segue questo blog, noi qui ci occupiamo di complessità. Riteniamo la complessità la sostanza propria dei tempi che ci è capitato in sorte di vivere. Questa complessità che era la cifra propria del mondo che usciva dalla Seconda guerra mondiale, è andata a svilupparsi con la mondializzazione economico-finanziaria e giunge oggi a manifestarsi con più di sette miliardi di individui allacciati in numerose reti di interrelazione. Poiché questo dato non è transitorio e semmai dovrebbe aumentare la sua complessità nei tempi futuri, questo ci fa pensare di essere  solo all’inizio di vera e propria nuova era, l’Era della Complessità. download4b9lUna dozzina di anni fa lessi avidamente un libro che s’intitolava “Lo scontro delle civiltà” di Samuel P. Huntington (Garzanti, Milano, la mia edizione è del 2003). Ricordo che lo trovai molto interessante, non per la tesi che poneva che per altro veniva posta dall’autore stesso in forma debole ed ancora dubitativa ma per il problema che poneva[1]. Il libro, nel suo complesso, più che sostenere la tesi anti-islamica, era un serio (più o meno condivisibile ma questo è un altro discorso) lavoro di analisi storico-geopolitica/culturale che individuava un problema nuovo, difficile, complesso: l’interrelazione organica e continuata tra zolle di civiltà nate e cresciute ognuna per conto proprio. Quella interrelazione sarebbe stata un incontro o uno scontro o qualche grado intermedio tra i due poli? Un tipico problema complesso: Varietà (le civiltà) in interrelazione (economica, politica, culturale) in un dato ambiente (il pianeta) per un certo tratto di tempo (a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale via globalizzazione, ancora ai nostri tempi e per molto tempo a venire).

Quel problema è oggi “il” problema dell’attuale fase geopolitica e più in generale, del futuro complesso del pianeta. Siamo soliti leggerlo con l’occhiale economico, finanziario e valutario, o con quello dell’imperialismo  o della crisi sistemica e siamo soliti leggerlo come Occidente vs Resto del Mondo. Con L’islam però, quegli occhiali funzionano poco. L’islam non è una definizione economica, finanziaria o valutaria sebbene al suo interno esistano certo questi aspetti. Di per sé non è imperialistico sebbene abbia una certa tendenza ad essere espansionistico. E’ certo un sistema ma diverso strutturalmente parlando sia da quello occidentale, sia da quello orientale. Si noti come questi due usano riferimenti geografici mentre l’islam usa un riferimento religioso.

Quanto alla crisi, beh, il discorso si fa complicato, per certo versi si potrebbe definirlo in tale condizione, per altri no. Dall’Africa occidentale a quella centro-orientale, dallo Yemen alla Siria, dalla Turchia al Kurdistan (iracheno, siriano, turco, iraniano), dall’Iraq all’Afghanistan, l’Islam è in conflitto armato e quindi una qualche crisi c’è. 3970E992-423B-11Dalle Primavere arabe, allo Stato islamico, passando per l’agitazione che percorre a treni di brividi il Pakistan a quel fuoco indomabile dell’instabilità perenne che è il quartetto Hamas, autorità Palestinese, Hezbollah, Israele, fino alle perduranti tensioni egiziane, la storia recentissima e contemporanea del sistema mostra senz’altro dinamiche critiche. Quelle che attraversano il concetto stesso di stato-nazione che non è un concetto islamico, quelle che oppongono “popolo” (un popolo anagraficamente molto giovane e già di per se “turbolento”) ad una classe dirigente spesso impresentabile e non all’altezza dei tempi, quelle che oppongono strutture tribali a strutture nazionali, quelle che sono state create dalle sistemazioni artificiali dei confini operate dai geografi coloniali al servizio di interessi geopolitici compulsivi, quelle infine della problematica modernizzazione che come lo stesso Huntington sosteneva, pur essendo originaria dell’Occidente, oggi è dato universale (vedi Cina o India). L’Occidente poi, impicciandosi sistematicamente negli eventi locali, disordina e turba le dinamiche che non possono così seguire il loro corso naturale.  Per altri versi però, gli islamici hanno un demografia sostenuta, mantengono una certa centralità nelle fonti energetiche e soprattutto crescono a vista d’occhio quanto a conquista di nuovi popoli e nella formazione di identità di quelli  appena conquistati. La struttura stessa dell’Islam quanto a sua definizione propria che è quella religiosa, si può dire esser un sistema in stato critico ma non propriamente in crisi.

Per la parte nostra si può dire che della guerra in Siria, i più si sono accorti tardi e male. Qualche fremito distratto dal ferragosto-mondo-mio-non-ti-conosco, per il massacro di Gaza. Poi c’è stato un po’ di folklore intorno allo Stato Islamico. Infine, più di una dozzina di morti a Parigi, lo shock del terrorismo in casa, la minaccia ai fondamenti della civiltà, siamo in guerra! Per restare sull’ultimo evento, si è sollevato un turbine di opinioni emotive, pre-giudizi (nel senso di giudizi a priori, per lo più infondati), posizioni sconnesse, tormentoni retorici, frasi fatte pronte all’uso, sdegno a buon mercato, ignoranza urlante e sentenziosità poggiata sul nulla più assoluto. Il fatto è che, In Italia più che altrove, si nota una certa difficoltà a trovare qualcuno che minimamente sappia qualcosa di ciò di cui sta parlando. Questo qualcosa è l’Islam.

muslim_2000_final

L’Islam e i musulmani ci possono piacere o anche no o anche risultare emotivamente indifferenti. Sta di fatto che sono 1.600.000.000 e crescono. Una buona rappresentanza del loro mondo, il cuore del loro sistema, lo abbiamo dirimpetto alla Grecia, appena un po’ diagonale rispetto all’Italia. Non proprio il cuore ma la sua prima corona esterna la abbiamo dirimpetta in Libia e Tunisia, poco ai lati Algeria ed Egitto, poco dietro, l’Africa. Abbiamo molti islamici nei Balcani e nel 2007, in Europa, erano 50 milioni. Oggi è probabile siano 60 di cui 20 nell’UE e 1,5 milioni in Italia, forse di più.

Prima di discutere se incontrarci o scontrarci, sarebbe il caso di conoscersi. Il nostro “piccolo studio” parte con questa intenzione. Per dialogare, discutere o litigare occorre sapere prima su cosa e con chi lo si fa. In questa introduzione esporremo solo una tesi centrale, un inquadramento complessivo che fotografa lo stato dell’arte: qual è lo stato dell’arte dell’islam?

= 0 =

STATO dell’ARTE: L’islam è lo sviluppo storico di un sistema sociale, giuridico,  politico ed etico-culturale ordinato da un credo religioso. Ordinato significa sia che dà l’ordine dei significati, sia che informa i significati stessi. Questo credo è centrato su un lungo discorso che Dio ha trasmesso al profeta Muhammad che lo ha trasmesso ai suoi seguaci e che, in seguito, è stato  trascritto in un libro, il Corano. L’insieme (parola di Dio – Profeta che l’ha trasmessa – Libro che la contiene) è un sistema chiuso dall’interno. Se si agisce criticamente sul libro allora qualsiasi sua parte rischia di diventare opinabile, se si agisce criticamente sul Profeta crolla la credibilità sia di quanto riportato nel Libro, sia la presunta esistenza di Dio che a lui si è rivolto, se si agisce criticamente su Dio si mina direttamente il fondamento ultimo di tutto l’islam. In ogni caso, si mina la struttura triangolata di tutto il sistema e con questa, vien giù tutto l’islam: Libro, Profeta, Dio.

2_IslamicWorldNusretColpanL’islam non è una religione monoteistica come il cristianesimo le cui vicende storiche lo hanno portato a diventare un pilastro tra i pilastri della civiltà occidentale. La civiltà occidentale esiste e si sostiene anche in assenza del pilastro cristiano come ormai si verifica soprattutto in Europa dove si registrano molti non credenti, credenti deboli e formali, credenti che separano il proprio credo religioso da quello civile, credenti-credenti ma tolleranti verso i diversamente credenti o addirittura non credenti. Ma al di là della credenza e della religione, l’Occidente si sostiene anche per una altra serie di pilastri. L’Islam è più simile alla religione giudaica in cui i suoi credenti diventano un popolo che da quella credenza è definito e su cui  fondano tutte le loro tradizioni e la loro cultura. Ma nell’islam, si aggiungono anche gli aspetti sociali, politici e giuridici che discendono direttamente dalla rivelazione, per cui l’intera civilizzazione islamica si sostiene a ridosso della struttura triangolata che è il suo unico pilastro portante. Infine, se gli ebrei[2] sono 16 milioni circa (e sono anche, più o meno, una etnia), i musulmani sono oggi 1.600 milioni (e non sono una etnia in quanto se il fenomeno è di origine araba, oggi è universale e le etnie sono molte di più).  Mentre poi gli ebrei, ed i cristiani ancor di più, hanno una intermediante classe sacerdotale, i musulmani ne sono privi. Una prima cosa da sapere è che, da questo punto di vista, l’islam è più simile al protestantesimo ovvero rapporto one-to-one tra credente e Dio, via un Libro in cui c’è scritto tutto quanto serve sapere per essere un buon credente.

khana-kaba-wallpapers-2014Ne consegue, una certa rigidità della struttura portante verso la quale nessuno, per principio, essendo parola diretta di Dio, può avere l’autorità di operare modifiche. Dentro questa rigidità, c’è comunque un certo margine di oscillazione, di possibile interpretazione anche se condizionata. “Condizionata” significa che l’inter-pretazione ha dei margini ma anche dei limiti ben precisi. Tali margini ristretti sono più possibili verso il Libro, molto meno sul Profeta, inesistenti su Dio. La stessa storia dell’Islam e la sua stessa plurale composizione attuale, testimonia di questo liberarsi di una certa molteplicità dentro questa unità fondativa. Ciò però comporta anche che è sempre possibile operare interpretazioni del Libro, pur nei limiti imposti dalla sua struttura, anche “relativamente” eccentriche come quelle fondamentaliste, sebbene per ragioni sistemiche, la massa critica degli interpretanti l’islam, i musulmani, tendano sempre verso un centro ideale, ciò che nell’Antichità tanto occidentale, quanto orientale, si diceva “giusto mezzo”. E’ la traiettoria di questa massa critica centrale a determinare lo stato espressivo culturale, sociale e politico dell’islam storico.

Come però ben s’immagina, questa massa centrale che è il punto d’equilibrio dei vari modi di relazionarsi alla struttura triangolare ma soprattutto alla Scrittura, si muove molto lentamente, quando si muove. Non a caso, la vivacità della pluralizzazione islamica è inversamente proporzionale allo scorrere del tempo storico che, a sua volta, è inversamente proporzionale al numero dei credenti. Cioè, l’islam culturalmente più vivace fu quello dei primi tre-quattro secoli, quando oltretutto il numero complessivo dei credenti era minore. Al crescere della complessità storica, sociale, politica, culturale, interna ed esterna, l’islam tende a diventare più conservatore perché la maggior parte delle sue componenti tendono a riferirsi automaticamente alla tradizione (quindi al passato) che è l’unica interpretazione sicura in mancanza di un clero o di una strutturale apertura alla storicità[3]. Fuori della tradizione c’è solo la struttura triangolare che però, più passa il tempo, più denuncia la sua origine ben determinata, quella di un manipolo di tribù da poco sedentarizzate nelle oasi del deserto arabico di millequattrocento anni fa. Uscendo quindi dalla tradizione, non troviamo altro che una struttura piuttosto rigida, per certi versi universalistica ma per altri versi anacronistica, che può indurire ulteriormente il conservatorismo.

In questa dinamica principale, s’inserisce una dinamica secondaria che è il fondamentalismo. Il conservatorismo non è il fondamentalismo, sono due dinamiche diverse. QuranIl conservatorismo, che è la dinamica precedentemente descritta, giunge semplicemente a riaffermare la media tradizione che, pur avendo un preciso baricentro, è comunque plurale. Il fondamentalismo invece, è una interpretazione radicale, per certi versi rivoluzionaria in quanto sceglie un preciso taglio e vi si attiene senza distinguo. Come poi vedremo, il fondamentalismo si aggrappa ad alcune sure (capitoli) o forse solo ayyat (versetti) del Libro che, non solo sono pochi nel totale complessivo della scrittura ma che potrebbero anche esser relativizzati da una ermeneutica appena sofisticata se non addirittura da una semplice critica testuale o anche sul piano di una pura logica realistica ammesso che essa possa qualcosa contro la parola diretta di Dio in persona. La stessa tradizione (si dice “tradizione” ciò che è stato fatto e detto dopo la morte del Profeta ed è più importante quanto più è vicina al 632, data della sua morte) che è certo più plurale ed ampia di quanto contenuto nella Scrittura, offre solo piccoli appigli ed anche contradditori a chi sostiene la linea interpretativa fondamentalista. C’è però un pericolo. Il conservatorismo ed il fondamentalismo hanno pratiche ben diverse ma i riferimenti alla struttura triangolare sono spesso (non sempre) coincidenti o molto simili. Poiché la dinamica generale per la quale all’incremento di complessità interna ed esterna all’islam, la media via tende a ricentrarsi su se stessa e la propria tradizione, e poiché la complessità del mondo continua a svilupparsi, c’è da temere che l’islam si condensi in forme sempre più conservatrici sino a sconfinare negli stessi territori dei fondamentalisti.  Questi stessi, potrebbero appena un po’ mitigare certe loro prescrizioni per andare incontro a questo movimento in loro favore. I fondamentalisti di qualunque natura (quelli religiosi come quelli economici) sono i frutti indesiderati degli incrementi di complessità, poiché offrono l’antidoto peggiore in sé ma apparentemente più logico: la semplificazione. Più il mondo diventa complesso, più gli uomini sono smarriti ed ansiosi, più il fondamentalista ha successo come spacciatore di certezze che fungono da ansiolitico.   I fondamentalisti dell’islam sono molto ma molto pochi mentre la media via che tende al conservatorismo ospita quei milioni di persone che poi fanno la sostanza di un potere politico e di una espressione culturale del sistema islamico. Se le pratiche e le idee dei pochi fondamentalisti dovessero arrivare a coincidere (magari perdendo appena un po’ di rigidità) con i grandi numeri del centro mediano, l’intero islam diventerebbe la più rigida ed antitetica delle risposte all’incremento costante di complessità a cui saremo tutti, sempre più sottoposti. Questo potrebbe diventare un grosso problema.

813bAw2VxYL._SL1500_Affronteremo quindi questo “Piccolo studio islamico” perché il sistema in questione, pur avendo ovvie componenti politiche, economiche ed anche genericamente “culturali” risulta centrato su quella struttura triangolare e sulla sua tradizione. L’islam è un caso in cui la sovrastruttura, in realtà, è la struttura. Se vogliamo è la più palese falsificazione del materialismo storico. Come poi vedremo, esistono reciproci condizionamenti tra l’ideologia e la natura concreta e materiale della geo-storia e delle varie società islamiche ma la libertà di evoluzione in qualunque direzione di questa società è fortemente condizionata da ciò che troviamo nell’ideologia anche perché questa, sembra anche definire a priori quali sono i margini di attinenza o critica che sono concessi, critica che oltre un certo limite pone fuori della società stessa o con il volontario esilio o con la condanna a detenzione, se non a morte, in ogni caso, con l’emarginazione. Il nostro problema specifico non è il fondamentalismo che è un aspetto che ha origini politiche[4] e solo dopo, dottrinarie. Il nostro problema è analizzare la composizione e la logica di quel “giusto mezzo” che è l’islam propriamente detto, inteso come massa critica. Quello è l’islam propriamente detto e di quello ci interessa capire quali siano i rapporti che intrattiene la struttura del suo fondamento e della sua credenza  con il concetto di complessità, vedere come ed in che modo si presenta sulla scena planetaria segnata dalla forma complessa. Come perviene a quel contatto ravvicinato con la civiltà occidentale e con quella orientale che ci pone il problema dell’incontro, dello scontro, della relazione reciproca. L’indagine intorno a questi temi, costituirà il nostro piccolo studio islamico.

= 0 =

NOTA METODOLOGICA: chiariamo inizialmente il punto di vista di chi scrive. Chi scrive non può fare a meno di essere intriso di occidentalità poiché in questa parte di mondo è nato e cresciuto. Ci si sforza però di avere un atteggiamento critico anche verso la propria costituzione non in senso di negazione quanto in senso di relativizzazione. Anni addietro intrapresi un lungo studio della cultura classica cinese, culminato in tre anni di studio della lingua cinese (moderna). Tale studio, in primis, mi fece capire meglio di quanto già non ipotizzassi che la nostra, non è l’unica cultura del pianeta e che quando sotto altre definizioni culturali si pongono storie lunghe secoli e popolazioni di centinaia di milioni di persone, non ci si pone un problema di migliore o peggiore ma solo del reciprocamente diverso. Il primo approccio quindi, quello maggiormente a priori, anche nei confronti dell’islam, è stato quello di scoprire la forma della sua peculiare proprietà che per noi è diversità. Come in altri analisi qui pubblicate, il nostro punto di vista logico-ontologico e gnoseologico farà perno sul concetto di complessità. Questo piccolo studio dell’islam allora non sarà un continuo andare a venire comparativo per misurare quanto tanto o quanto poco  è laica o moderna o scientifica o dialettica la società islamica o quanto lo sono i suoi fondamenti ma che relazione questo soggetto culturale ha con i concetti di Uno-Molteplice, Semplice-Complesso, Assoluto-Relativo. Avendo chiamato in causa il punto di vista logico-ontologico-gnoseologico o epistemologico, si capirà altresì che il nostro punto di vista non è di tipo politico o religioso o strettamente scientifico ma principalmente storico-filosofico. Chi scrive ritiene che il punto di vista filosofico abbia il privilegio della massima generalità e quello filosofico della complessità abbia il primato dell’attualità. Infine, chi scrive non ha credenze religiose e per certo versi, questo lo pone nella miglior predisposizione per affrontare una costruzione culturale che invece è eminentemente religiosa. Il “migliore” è riferito all’assenza di forti conflitti di interesse. Naturalmente non discuteremo i problemi della trascendenza, della fede, dell’oltrevita, daremo per scontato il diritto di chiunque a credere in questa o quella narrazione, inclusa quella islamica. Agiremo dando la credenza per scontata. Personalmente non ho neanche forti propensioni spirituali ma credo di riuscire ad attivare almeno un po’ i miei neuroni specchio per immedesimarmi partecipativamente di questa propensione che è propedeutica ad ogni fede. La fede è propria dell’umano, di qualsiasi umano, anche il razionalista laico se non ateo, oltre un certo limite di fondazione logico-empirica che quasi sempre è auto-fondata ed ipotetica (come se … fosse vero che …), procede ad una generalizzazione per induzione che in fondo è fede. Quello che ci interessa è, dato questo per scontato, capire meglio cosa discende dalle forme proprie del sistema islamico in termini di rapporto tra questo ed il concetto di complessità.

Scrittura_araba_grDue parole sugli strumenti. Non conosco l’arabo, tanto meno quello classico. Non sono un accademico e non intendo fare sfoggio di competenze che non ho. La grafia dei nomi arabi quindi è semplificata, priva di accenti e se i nomi sono riportati con qualche errore me ne scuso preventivamente con i lettori arabi. Ove possibile non si è riportato il termine arabo  del concetto o il nome intero di un personaggio preso in esame per non appesantire la lettura, qui siamo alla ricerca della comprensione generale, non all’esibizione di conoscenza esoterica. Si troverà un uso molto parco della citazione di versetti. La nostra tesi, come poi si vedrà, è che approcciare il Corano come un testo scritto a cui applicare l’analisi linguistico – testuale è fuorviante, perché non è quella l’intenzione che lo informò. Il Corano è stato letto una volta interamente e più volte a pezzi. Ad esso si è affiancata la lettura di qualche approfondimento esegetico, storiografico, ermeneutico. Così per le biografie del Profeta. Si è poi aggiunta la lettura di approfondimenti sulla storia successiva alla morte del Profeta e qualcosa sul dibattito contemporaneo. La bibliografia verrà pubblicata a chiusura dello studio. Essendo alla ricerca della comprensione generale (rispetto al  concetto dato) siamo andati avanti ed indietro da un distanza più staccata ad una più ravvicinata ma fermandoci prima del livello oltre il quale interviene la linguistica, la disputa sulla parola, la frantumazione dell’atomo. Questa scelta si può definire olistica senza che questo significhi superficiale. Spero.

Lo studio verrà pubblicato a puntate, si cercherà di rispettare l’aggiornamento settimanale ma senza garanzia. Oltre alla vastità e complessità della materia, avrò qualche impedimento personale che rallenterà, forse, il progetto. Non è poi detto che l’attualità non ci rapisca distraendoci dal compito che, comunque, intendiamo portare a termine.

mid_east_ethnic_lg

[1] Il libro segue un articolo del 1993, uscito su Foreign Affairs. E’ lo stesso autore a ricordare che quell’articolo poneva quel titolo con un punto interrogativo “Scontro di civiltà?”. Se ben ricordo, l’autore avrebbe voluto mantenere quel punto interrogativo anche nel libro ma l’editore fu inflessibile, un problema non attira lettori, una tesi sì. Ricordo che nello sviluppo delle quasi cinquecento pagine derivate dall’articolo, quando Huntington arrivava all’islam, le tesi si facevano molto critiche ed allarmate (ed allarmanti). Del resto la rivista FA è nota per interpretare il mainstream del pensiero geopolitico statunitense e l’articolo era di appena due anni successivo alla Prima Guerra del Golfo di Bush sr. Huntington, inoltre, fu uno dei fondatori del neo conservatorismo. Ma quanto è poi passato nel mainstream di quel titolo e di quel lavoro, la tesi forte dello scontro di civiltà, in specie con quella islamica, non era in origine l’intento dell’autore.

[2] Ebrei sono le persone di etnia ebraica ed anche i credenti nella religione monoteista vetero-testamentaria ma ci sono anche ebrei non credenti mentre i credenti nell’ebraismo non di etnia ebraica credo siano molto pochi. Ai tempi di Maometto, c’erano ebrei ed arabi che comunque credevano in quella religione, così come in vari tipo di cristianesimo (gli arabi, non gli ebrei).

[3] Nel Corano, ci sono versetti che sembrerebbero addirittura alludere al fatto che il testo rivelato ha un corrispettivo in un -Libro celeste- che ovviamente deve intendersi eterno. Sono però possibili discussioni a riguardo in quanto il testo (come spesso accade nelle scritture sacre ed in questa in particolare) accenna, allude, non spiega e si può interpretare anche in altri modi. Quanto alla storicità, si dovrebbe considerare che ai tempi, l’idea che il mondo potesse finire da lì a non molto, idea che troviamo tanto nel Vecchio, quanto nel Nuovo Testamento ed in molto eresie di quei primi secoli, pregiudicava l’aprirsi al senso della storia, iniziata da poco e che si temeva, dopo poco sarebbe finita. Apertura alla storicità che anche in Occidente, è cosa che avviene tardi (tra XVIII° e XIX° secolo). Altresì scopriremo in seguito che vi sono versetti che sembrano condizionare la stessa comprensione del testo ed unitamente al fatto che tutto ciò che dice il Corano è inteso come parole di Dio, questo è ciò che diciamo “chiusura della serratura dall’interno”. Va da sé che il nostro studio sarà anche un tentativo di intrufolarsi dentro questa serratura senza però scassinarla.

[4] In realtà ha origini in una scuola giuridica ben precisa, la scuola hanbalita.

Annunci

Informazioni su pierluigi fagan

59 anni, sposato con: http://artforhousewives.wordpress.com/, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore per 22 anni. Da più di tredici anni ritirato a confuciana "vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente. Il tema del blog è la complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore.
Questa voce è stata pubblicata in filosofia, geopolitica, globalizzazione, modernità, mondo, religioni, società complesse e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a ISLAM e COMPLESSITA’. Introduzione ad un piccolo studio sull’islam.

  1. Pingback: La complessità siro-irachena ridotta all'osso - l'interferenza

  2. Pingback: Quattro brevi punti più uno che è utile considerare quando discutete del problema islamico - l'interferenza

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...