“I SISTEMI SONO PIU’ ANTICHI DEI FILOSOFI”.

Questa affermazione è di E.B. de Condillac che pone la questione dei sistemi già nel 1749 (Trattato dei Sistemi)[1]: “Un sistema non è altro che la disposizione delle diverse parti di un’arte o di una scienza in un ordine in cui esse si sostengono a vicenda, e dove le ultime si spiegano attraverso le prime.”. downloadvt7La nozione di sistema, un tutto scomponibile in parti, dovrebbe risalire ad Ippocrate (-460, -377). Nulla è più immediatamente sistema di un corpo biologico e nel tempo, la biologia rimarrà la sede naturale della nozione. Ancora l’austriaco L. von Bertalanffy (1901-1972), il fondatore della moderna Teoria generale dei sistemi (1945-68), era un biologo. Nel grande pensiero classico, colui che più si avvicinò alla nozione, fu certo Aristotele[2] che, secondo alcuni, in fondo era egli stesso un biologo-filosofo. Il corpo biologico, di cui quello umano è la versione forse sistematicamente più complessa per via della peculiare espansione delle funzioni cerebro-mentali, già dal suo esterno si presenta come dotato di parti pur essendo un uno. Tale constatazione si conferma e si rafforza aprendolo e non v’è dubbio che coloro che ebbero questa esperienza sin dai tempi più remoti, non poterono che rimaner colpiti dalla sua complessità compositiva.

L’altra grande fonte della nozione di sistema è ciò che è in cielo, soprattutto il cielo notturno[3]. Gli antichi greci, condensarono questo tutto nel concetto di cosmos. Com’è noto, la parola significa ordine e si oppone al suo simmetrico che è in negativo, l’assenza di ordine, il caos. Un “ordine” di una tale congerie di varietà di oggetti e fenomeni è l’altra via per giungere a concepire un tutto che ordina la relazione tra parti o componenti, una via più astratta. b-aristotle-sml-blkUnire parti, come appare nel corpo biologico, tanto nel suo esterno che nel suo interno è infatti più immediato e concreto perché chiari appaiono i fili che legano le parti (vasi sanguigni, nervi, muscoli avviluppati intorno ad ossa di varia grandezza, apparati come il digerente o l’uro genitale o il respiratorio etc.). Sospettare che via sia qualcosa di invisibile[4] che unisce le parti abitano il cielo è invece meno immediato. Solo dopo aver constatato la ripetizione di catene causative, aver osservato e registrato i moti degli oggetti celesti, il Sole e la Luna prima di tutti gli altri miliardi di puntini luminosi notturni, puntini messi gestalticamente a sistema nel concetto di costellazione, concetto non meno antico di quello di corpo biologico, si può giungere alla nozione nella sua versione celeste. Versione che poi darà vita la termine proprio “systema” che è di origine stoica, proprio col significato di ordine dell’universo, significato che si ripeterà con Copernico e soprattutto Galileo e seguenti.

Si può allora supporre che dedurre sistema dal corpo biologico ma anche proiettare l’ipotesi di sistema leggendo un ordine lì dove non è detto che immediatamente appaia come nel cielo, derivi non già da una semplice osservazione che imprime le sue forme nella tabula rasa mentale umana, ma da una predisposizione di questa tabula, che già per sua forma funzionale, tanto rasa non è. sistema-nervoso-rigenerazione-connessioni-neuraliSappiamo oggi infatti, che il cervello è certo un sistema e così la mente che ne è la sua definizione sistemica funzionale e sappiamo che rendere intellegibile, ordinato e significante il mondo là fuori è la sua prima funzione, la ragione per cui essa si è evoluta ed affermata come nostra caratteristica di specie e di genere. Se ciò che pensa è sistema ed i modi in cui svolge la funzione danno vita a sistemi di pensiero è più conseguente capire perché si notino sistemi là fuori nel mondo, in quel mondo interno che è il nostro corpo, in quel mondo esterno che è la natura ed il cosmo.

Il pensiero magico, quello mitologico, quello religioso, forme che anticipano quello naturalistico proto-scientifico e quello filosofico, così come poi la scienza modernamente detta, sono tutte forme sistemiche che tentano di pensare l’ordine di un tutto e la sua collocazione nell’ordine generale delle cose.

In questo senso, l’affermazione di Condillac per cui i sistemi sono più antichi dei tentativi di pensarli.

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Su i tentativi di pensarli, lo stesso Condillac, è molto critico secondo un ragionamento che ha lunga vita, essendo in corso ancora oggi. In pratica, secondo il francese, la natura sa fare sistemi, gli uomini no. Quando gli uomini fanno sistemi (di pensiero) agiscono secondo una unilaterale passione che si riflette nel sistema rendendolo astratto. Colui che propende per una psicologia dolce e benevola, si affida ai sistemi garantiti da Dio, colui che propende per “…un carattere chiuso, melanconico, misantropo, odioso a sé e agli altri, avrà una predilezione per queste parole: destino, fatalità, necessità, caso”. Dopo Hegel, la tentazione sistemica sarà bollata come volontà di potenzia, totalitarismo soffocante, idealismo astratto.

41uNULmLMgL._SY300_Eppure, la stagione del pensiero moderno, annovera vari tentativi di sistema, incompiuti ed appena abbozzati in Leibniz e gli enciclopedisti francesi ed alcuni sistemi compiuti, tra cui Spinoza, Wolff, Kant ed appunto Hegel che è l’ultimo e più celebre tra i filosofi sistematici. La più convinta e ben poco passionale difesa del concetto di sistema, prima di Hegel, la troviamo nell’austero e lucido Immanuel Kant. Essa è perorata nell’Architettonica della Ragion Pura con la quale, praticamente si conclude la sua più celebre opera, stante che il termine “architettonica” è tratto da una precedente opera del fisico-matematico svizzero J.H. Lambert (Anlage zur Architektonik, oder Theorie des Einfachen und Ersten in der philosophischen und mathematischen Erkenntnis 1771).

Per Kant[5], l’architettonica è “l’arte del sistema” e l’unità sistematica è la sola cosa che fa di una rapsodia, una scienza. Specificatamente per sistema, Kant intende “l’unità di molteplici conoscenze sotto un’idea. Quest’ultima è il concetto razionale della forma di un tutto, in quanto mediante tale concetto viene determinata a priori l’estensione del molteplice, come pure la collocazione delle parti tra loro”.  1024px-kritik_der_reinen_vernunft_erstausgabeKant arriva ad un vero e proprio imperativo teoretico per il quale: “Nessuno tenterà mai di costruire  una scienza senza avere un’idea alla base” e quindi senza compiere un “sistema”.  Addirittura, “poiché tutti i sistemi si unificano adeguatamente tra loro, come membri di un tutto, in un sistema della conoscenza umana, e permettono un’architettonica di tutto il sapere umano.”, dopo tutto il tempo in cui si sono sedimentati materiali e rovine degli antichi edifici di pensiero crollati, questa architettonica generale non solo sarebbe possibile ma neanche troppo difficile. Infine, il sistema di ogni conoscenze filosofica è la filosofia. Abbiamo così tutti gli ingredienti: il sistema come scienza, basato su una idea che ne unifica le molteplici parti di modo da pervenire ad un architettonica di cui , addirittura, si potrebbe tentare la versione generalissima, quella dell’intera conoscenza umana che per la conoscenza filosofica (e non solo) è appunto la filosofia. Siamo così ad Hegel, l’Hegel dell’Enciclopedia delle Scienze Filosofiche (1817-27-30).

In Hegel ritroviamo sia che la filosofia o è sistema o non è, sia un’idea di base rappresentata dalla metafisica del divenire esposta nella Scienza della logica (la logica-ontologia di essere-nulla-divenire), sia l’ambizione a edificare l’architettonica dell’intera conoscenza umana presente ma costruita con quella stratificata eredità per cui “come per la contadina sono il fratello e lo zio morti, così per il filosofo sono Platone, Spinoza ecc.” imagesesu9asw3sotto l’egida del circolo dei circoli che è l’autocoscienza dello Spirito assoluto, ovvero la filosofia che pensa l’intero, tra cui se stessa. Siamo alla scansione dell’indice tematico dell’Enciclopedia delle Scienze Filosofiche, ovvero innanzi la forma conclusa del “sistema” hegeliano. Non ci avventuriamo nella complicata questione di quanto sia aperto o chiuso il sistema hegeliano, rigido o elastico, quanto sia fondato o auto-fondato o su quanto sia verità ultima o verità del suo tempo appreso col pensiero, quindi soggetta al divenire.  Segnaliamo però che la sua definizione di “circolo dei circoli” tende a sottolineare la dinamica più che la statica, che l’Enciclopedia venne rivista per la pubblicazione per ben tre volte e che se l’autocoscienza è la logica, il contenuto non è dato certamente una volta per tutte.

Quello che c’interessava era ripercorrere sommariamente questa breve storia del pensiero a forma di sistema che tenta l’apprensione di quei sistemi che come diceva Condillac, son tanto più antichi dei tentativi di pensarli. O meglio, quello che c’interessava era giungere qui per chiederci: perché abbiamo smesso e ci siamo vietati di pensare in forma di sistema?

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In altro articolo abbiamo segnalato tre possibili ragioni per questo abbandono convinto ed addirittura autoprescritto. La prima è rappresentata da quella che P. Ricoeur ha chiamato la “scuola del sospetto”. Ha iniziato Marx sospettando che dietro questi grandi edifici si annidasse falsa coscienza ed intenti ideologici al soldo degli interessi dominanti o di classe. 146459-MarxEngel300dpi-285x403Ha continuato Nietzsche sospettando che anche il filosofo, anzi forse ancorpiù il filosofo nemico dell’abbandono dionisiaco, fosse animato da volontà di potenza esercitata in forma sublimata con parole e pensieri. Ha finito Freud sospettando di un mondo ctonio, disordinato e pulsionale, a disagio nella civiltà e che tiranneggia anche le nostre espressioni più razionali, così come Condillac temeva la passione arbitraria di questo o quel filosofo nello scegliere la sua idea base su cui far vertere l’edificio sistemico. Sospetti che hanno attraversato da Schelling a Rosenzweig, da Benjamin ad Adorno il cui lapidario “Il tutto è il falso” si oppone “dialetticamente” a “il tutto è il vero” di Hegel. L’attuale filosofia post-moderna è figlia di questo rifiuto del tutto e dell’uno che dovrebbe ordinarlo e renderlo intellegibile. La filosofia analitica è figlia del “ciò che si può dire può esser detto e di ciò che non si può parlare, meglio tacere” di Wittgenstein, stante che ciò che si può dire è proprio sul dire, cioè sul linguaggio.

Accanto si deve porre lo svuotamento della filosofia, nel senso che la diaspora delle scienze umane oltre al progresso di quelle dure, hanno svuotato di oggetti lo sguardo del circolo dei circoli. Sempre nell’architettonica, Kant a proposito della psicologia empirica osserva che il suo posto sarebbe fuori della metafisica ma poiché esse è al contempo: max_webera) molto importante; b) ma non ancora sviluppata al punto da costituirsi scienza propria, essa va momentaneamente trattenuta nell’ambito filosofico ; “…come di uno straniero, ospitato già da tanto, a cui si concedesse un soggiorno per qualche tempo ancora, finché esso possa trovare la sua propria dimora in una antropologia completamente sviluppata (il corrispettivo di una scienza empirica della natura)”. Gli stranieri, che fossero l’antropologia o la psicologia, la nascente sociologia o la linguistica, l’economia che abitava presso la filosofia morale ed il diritto che abitava quella politica (nonché la politica stessa assurta a scienza in seguito), la geografia, l’archeologia, la comunicazione, lasciarono la casa filosofica appena maturi, uno dopo l’altro, lungo tutta la seconda metà del XIX° secolo e l’inizio del XX°. Anche la logica andò a coabitare con la matematica portandosi via anche un pezzo di ontologia mentre una fisica o cosmologia o biologia o fisiologia rationalis come era d’uso nel XVIII° secolo si fecero impossibili data l’enorme espansione delle loro versioni empiriche.

Wiener_Kreis

Schlick, Carnap, Neurath, Hahn, Frank

Così la terza ragione che è proprio l’affermazione del-le scienze dure, affermazione che tra l’altro ha funto da attrattore gravita-zionale non solo per la diaspora delle scienze umane ma anche per quella parte di filosofia che dalla Vienna del Circolo all’Inghilterra e poi gli Stati Uniti d’America, inclusa la logica polacca e la nascente epistemologia, ha determinato il restringimento del circolo che era dei circoli ad ermeneutica o poco più. Questo ambito del sapere, il sapere scientifico, ha raccolto una incredibile sequenza di conferme sperimentali, ha scoperto cose inimmaginate, ha sovvertito non pochi parametri metafisici del tutto infondati, ha attratto investimenti laddove si è connessa alla tecnica ed entrambe allo sfruttamento commerciale delle innovazioni, ha cioè costituito il paradigma conoscitivo adatto alla filosofia utilitaria, empirica, pragmatica delle nuove potenze dominanti il modo occidentale di stare al mondo. L’Adam Smith che oggi fonda la visione del mondo occidentale è relegato ad una riga nelle Lezioni di storia della filosofia di Hegel a cui segue questa perplessa considerazione: “Simili regole generali, com’è ora la libertà di commercio, presso gli inglesi si chiamano: princìpi filosofici, filosofia.”[6]. Ma il successo paradigmatico delle scienze dure ha inciso anche sul metodo e non solo per la certezza, la replicabilità, la falsificabilità. Galileo osservò per primo che “Questa così vana prosunzione d’intendere il tutto non può aver principio da altro che dal non aver inteso mai nulla, perché, quando altri avesse esperimentato una volta sola a intender perfettamente una sola cosa ed avesse gustato veramente come è fatto il sapere, conoscerebbe come dell’infinità dell’altre conclusioni niuna ne intende”. Galileo così si  esprime, ironia della sorte per il nostro tema, nella giornata prima del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo.  Qui e poi in Cartesio, si ha il baratto tra certezza e particolarità, divenuto poi canone con l’esasperata divisione dei saperi conforme a quella del lavoro, divenuto poi standard unico delle università, delle pubblicazioni, del mondo dell’espertocrazia della modernità occidentale.

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51A9oYCiIIL._SY344_BO1,204,203,200_C’è da osservare altri due filosofi che tuonarono contro l’ambizione sistemica in filosofia, ambizione che per altro nessuno più coltiva. Abbiamo il Popper della Società aperta ed i suoi nemici che accusa di responsabilità morale nella formazione dei totalitarismi pensatori sistemici o quasi come Platone, Hegel e Marx e l’Hayek che in base a quel principio di complessità per cui la natura sa fare cose sistemiche che quando gli uomini si provano ad imitare altro non fanno che asfaltare la propria Via della schiavitù. Per entrambi dunque, ogni costruzionismo sociale e politico è severamente da bandire, ogni ragno baconiano che secerne la sua seta dalla salivazione interna è da schiacciare senza remore, mentre la libertà della società aperta è affidata al fenomeno naturale del mercato ed alla sua  mano invisibile, sorta di cibernetica della provvidenza neutrale, impersonale, sistemico-complessa come solo la natura (in questo caso umana), irriflessa, sa fare.

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Giungiamo così alla nostra considerazione finale. I sistemi sono più antichi dei filosofi, sono dappertutto, ogni parte del tutto ciò che è si può descrivere come un sistema dotato di parti che ha interrelazioni con altri sistemi e con il suo contesto o ambiente ed esiste per un certo tratto di tempo. Tanto nel materiale, quanto nell’immateriale. Alcuni filosofi hanno provato a seguire Tommaso (non a caso un filosofo sistemico) cercando di far coincidere intellectus et rei[7] , intendendo “rei” come di natura sistemica, ma gli esisti sono stati controversi e forse immaturi. Una furibonda reazione negativa e critica, motivata anche dai peccati di presunzione commessi da alcuni metafisici della prima modernità e dei tempi addietro (tra cui la filosofia religiosa che a sua modo è anch’essa a forma di sistema), ha ostracizzato la forma sistemica come foriera di ogni peccato intellettuale. systemstheoryIl canone epistemico della seconda modernità si è basato sul particolare ritagliato e sminuzzato fino alle sue componenti più minute, recidendo le connessioni, isolandolo dal contesto, inquadrandolo in cornici di frame temporali o più spesso atemporali, tale per cui non si muovesse, non divenisse, non mostrasse la sua storia. Molte discipline straparlano e soprattutto non si parlano tra loro come per gli economisti la cui psicologia dell’umano farebbe inorridire la matricola del più scalcinato corso di psicologia. Tutto l’umano si è affidato ad una fede fintamente razionale e materiale per cui vendiamo il nostro tempo e le nostre capacità per un corrispettivo col quale soddisfiamo ogni nostro bisogno al mercato dei loro deviati soddisfacimenti. Il tutto sorretto dall’avidità, l’egoismo, la sana competizione per essere sempre meno ed apparire sempre più. Oggi questo sistema irriflesso e mai veramente indagato nella sua presunzione scientifica non funziona più. Il mercato di tutti i mercati, il nuovo circolo di tutti i circoli sta fallendo per eccesso di complessità, falliscono gli stati che ad esso si sono affidati, fallisce la natura che da esso è rapinata senza limite, fallisce la pace insidiata dagli egoismi di questa o quella élite nazionale, falliscono le classi medie e ritornano i poveri dove più non c’erano da decenni, fallisce il sapere mai così privo di ambizione, comprensione, utilità umana, falliscono intere generazioni  e civilizzazioni come quella europea ridotta a serva dei suoi stessi vincoli monetari di dubbio senso e serva della foga imperiale dell’Occidente anglosassone, fallisce la politica che ha abdicato alla metafisica del mercato scambiata per fisica sociale. L’Occidente è scientifico, tecnico, commerciale, moderno, utilitario, libero e democratico, ma questo sistema di valori sorregge un modo di stare al mondo che non funziona più.   La complessità pullula incontrollata schiumeggiando imprevedibilmente attorno a noi. Il vero è sempre l’intero come mai diversamente potrebbe essere sin da quando abbiamo visto il primo corpo squarciato ed il primo cielo stellato. La nostra facoltà di pensare l’intero però è artritica, dimenticata, addirittura ostracizzata, vietata, impossibile per chi vive del proprio pensiero dato che si richiede specializzazione, utilità, precisione scientifica, risultato immediato come valori unici ed assoluti. In sincronia sono spariti il futuro e la nostra capacità di pensarlo ed in molti si afflosciano come corpi morti nella nostalgia del passato della piena occupazione keynesiana, delle battaglie parlamentari, della passione politica giù fino alla semplicità comunitaria semi-medioevale. Il mondo, l’ambiente, la geo-politica, l’economico-finanziario, le culture, le società, le nostre cerchie sociali sono tutti sistemi ma noi abbiamo inibito la facoltà di pensarli in quanto tali ed ora che mostrano malfunzionamenti e pericoli di caos incontrollato, non sappiamo più: cosa dire, cosa pensare, cosa fare.

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Il povero Hegel si è macchiato di molti peccati ma se il suo sistema oggi ci sembra irricevibile non è detto che per questa ragione noi si debba rifiutare il sistema in quanto forma del pensiero. I moderni, Kant lo espresse con chiarezza, ritennero che il sistema fosse necessario ma che fosse anche necessario regolarlo su una idea, la dimostrazione però di questa seconda necessità è assai poco consistente. In effetti, i sistemi delle cose che sono, non mostrano mai l’orientamento all’uno, l’orientamento all’uno sembra essere più una nostra necessità cognitiva che non una regola rinvenibile nell’osservazione dei fenomeni. I sistemi mostrano caratteri spesso deboli e instabili, approssimati e continuamente cangianti entro una certa banda di oscillazione e modificazione, non sempre predicibili, non mostrano fondazioni tanto meno uniche ed immutabili, più che evolvere si adattano, spesso si può dire che si rinnovino ma non per questo si può dire che progrediscano, proprio in quanto sistemi di parti in interrelazione essi si apparentano al concetto di molteplice e certo non a quello dell’uno, tendono alla pluralità, ad una certa tolleranza dei parametri, al divenire, sono in definitiva “complessi”[8].

Forse dovremmo ripartire da qui. I sistemi sono molto più antichi della nostra facoltà di pensarli. Essi sono dappertutto e noi stessi che qui diciamo e leggiamo siamo sistemi, La nostra facoltà di pensiero si è evoluta per dotarci della possibilità di intermediare il rapporto tra noi ed il mondo diversamente da quanto fanno le pietre, le piante e molti animali. La nostra facoltà di pensiero che è sistemica di per se stessa non può che non avere sistemi in oggetto e sistematica in metodo. Forse dovremmo tornare a pensare sistemi evitando di fondarli sull’uno perché com’è dimostrato nell’universo del tempo e dello spazio, dall’Uno non nasce nulla.

Si tratta, in sostanza, si passare da una concezione elementare e semplificata, meccanica e idealistica del sistema ad una concezione realistica e articolata, cioè complessa.

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[1] Nell’intera esposizione ci si muoverà intorno ai contenuti del paragrafo 4 del quinto capitolo di “La civetta e la talpa” il Mulino, Bologna, 2014 di Remo Bodei. Da pagina 335 in poi.

[2] Aristotele, Metafisica, 1045a – 5 in poi. Molti i riferimenti interessanti ovviamente negli scritti biologici, il De partibus animalium su tutti. Sappiamo che Aristotele condusse sistematiche interviste ad allevatori, pescatori, cacciatori e macellai, proprio per avvalersi di tutta la conoscenza empirica disponibile sulla costituzione in parti degli animali. La sua definizione di “anima” (forma di un corpo dotati di organi) si avvicina molto a quella di sistema. Si veda anche M. Vegetti, il coltello e lo stilo, Il Saggiatore, Milano, 1996, pg. 21 sgg.

[3] C’è un difetto di visione da parte dei contemporanei o dei moderni nel giudicare l’antica propensione umana a dare spiegazione ordinata del fenomeno cosmologico. Questo difetto emerge ogniqualvolta si deve prender nota di quanta sapienza empirica scaturisce da concezioni antichissime che ricostruiamo in base a qualche frammento di testimonianza diretta o più spesso indiretta. Sono le famose cognizioni cosmologiche che ripudiate da un paradigma che postula l’intelligenza umana come fatto recente, finiscono nelle torbide acque della fanta-archeologia laddove si pensa ad un allineamento di pietre, ad una corrispondenza tra manufatti umani e cose e processi del cosmo. morbihanLa spiegazione è talmente bloccata da questo infondato paradigma che addirittura si può chiamare in aiuto esplicativo gli alieni, piuttosto che presupporre una originale conoscenza empirica dell’osservazione celeste. Il difetto deriva certo da presunzioni paradigmatiche ma anche dal semplice fatto che noi il cielo notturno non lo vediamo più. Se si immagina lo spettacolo del cosmo a dieci e più gradi di maggior risoluzione rispetto a quanto ci capiti di vedere in montagna o stando in mare di notte, non si può che convenire che questo fosse il più grande spettacolo del mondo delle ere antichissime e poiché di tale misteriosa evidenza era un fatto clamoroso, non si può che accettare che l’intelligenza umana dell’epoca ne avesse tentato una qualche apprensione. Il vero mistero in tutto ciò è il perché noi non lo accettiamo.

[4] Quando Newton propose la sua legge di gravitazione, non pochi furono gli scienziati che la rifiutarono perché presupponeva una invisibile azione a distanza, secondo loro del tutto mistica e non scientifica.

[5] Le citazioni di Kant sono da: “Critica della ragion pura”, Bompiani, Milano, 2004, l’Architettonica della Ragion Pura (A832, B860).

[6] F. Hegel, Lezioni sulla storia della filosofia, Laterza, Roma-Bari, 2009, pg. 502

[7] http://it.wikipedia.org/wiki/Adaequatio_rei_et_intellectus

[8] C’è da segnalare una questione che però è troppo vasta per esser qui trattata. Questa the-theory-of-everything-poster-wallpapersmetafisica dell’Uno sottende anche le nostre concezioni scientifiche del mondo. I fisici sono alla (vana ?) ricerca da sempre ed in specie nell’ultimo secolo dove si sono formati due domini (quello quantistico del micro e quella relativistico del macro), della Teoria di tutto (TOE), ovvero del principio da cui partirebbero tutti gli altri. Così pensano necessario unificare le forze fondamentali (che già da quattro sono scese a tre) convinti che tutto origini da uno. Così ne sono convinti anche le religioni monoteistiche e teistiche in generale e la metafisica platonica (quella aristotelica sposta l’uno come telos, cioè alla fine). Il problema è che, nell’osservazione dei fatti, tanto materiali che immateriali, quasi sempre, la generazione è da due (in poi), non da uno. Ci vorrebbe allora una metafisica del due, quindi della relazione ma siamo solo agli inizi…

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Informazioni su pierluigi fagan

59 anni, sposato con: http://artforhousewives.wordpress.com/, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore per 22 anni. Da più di tredici anni ritirato a confuciana "vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente. Il tema del blog è la complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore.
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2 risposte a “I SISTEMI SONO PIU’ ANTICHI DEI FILOSOFI”.

  1. Mauro la Spisa ha detto:

    Considerazioni ben articolate. Si riconosce che Tommaso d’Aquino è stato pensatore sistemico ma che la tradizione tomistica non gli ha reso l’onore che merita. Consultanto il termine ‘relatio’ nell’Index Tho. on line si può farsene un’idea meno antichistica

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