ONTOLOGIA DELLA RELAZIONE (5). La relazione in Cina.

La relazione è un concetto che, nella cultura occidentale, emerge lentamente nel tempo, assolvendo al crescere della complessità sociale, economica, politica, umana ed al pari evolversi della nostra conoscenza su ciò che ci compone e su ciò a cui diamo vita.  Prima della nascita della scienza moderna ed all’emergere di una sufficiente complessità sociale -o meglio- sino alla presa di coscienza della stessa che si realizzò solo a partire dalla Rivoluzione francese, in Occidente il concetto non era pensato. La sua rimozione, era stata determinata anche dalla vigenza ordinante di un ben preciso sistema paradigmatico che governava saldamente le nostre immagini di mondo. Questo sistema centrale era dato da concetti che ruotavano intorno all’ Uno, gerarchico e monarchico, semplice ed assoluto.

downloade4La fissazione ben precisa su i concetti di Uno, Semplice ed Assoluto, sin dalla metafisica platonica, avevano determinato una serie di condizionanti scelte iniziali che, ribattute e mineralizzate dalla metafisica teologica cristiana per più di un millennio,hanno assunto la forma di un vero e proprio “canone occidentale”. Questo canone rimase la struttura entro cui pensare i concetti, ancora fino ad Hegel che da ultimo si avvicinò ai confini di quel territorio, gettò lo sguardo sull’oltre, ma si ritrasse. La dialettica hegeliana ambientata nel divenire è la prima espressione di un concetto di relazione che appare in maniera convinta nella nostra tradizione. 9788883533013Pur tributandogli i dovuti onori, ben si capirà quanto appaia elementare quel senso di stupefazione sacrale con cui alcuni trattano il meccanismo hegeliano, quasi fosse non la rivelazione di una lunga via inesplorata, ma la meta bell’è pronta di un percorso già fatto e compiuto. A rendere più ampia la prospettiva sul pensiero della relazione, su quanto vasto ed inconosciuto per noi sia questo territorio del pensiero, può aiutarci l’esame di un altro sistema, non meno ed anzi più antico del nostro, il sistema cinese.

images cinIl concetto centrale intorno al quale si sviluppa il pensiero cinese è senz’altro la relazione. I cinesi non hanno le tradizioni di pensiero della metafisica e dell’ontologia, ma se dovessimo individuare il fondamento dell’ontologia cinese, esso sarebbe senz’altro dato dai due principi in relazione reciproca, lo yin (阴) e lo yang (阳). Due canoni non pongono mai il problema della preminenza esclusiva ma della fusione sincretica, le contraddizioni non sono dicotomie che tagliano il concetto in due (una parte servibile, l’altra inservibile) ma portano alla ricerca del dosaggio, alla complementarietà dinamica, al momentaneo prevalere dell’un più dell’altro, sino al momento successivo che potrebbe essere simmetrico e contrario. Il non essere, come in Parmenide, non è pensabile. Ogni interruzione, ogni frazionamento contrapposto, ogni irrigidimento impedirebbe la libera circolazione del qi ( 氣 ), il soffio vitale che anima Io, Mondo e loro relazione. imagessx4Le nostre dualità, lì diventano polarità, l’Uno è Due che sono Uno. Il loro più antico canone, l’Yi JIng  (Libro dei Mutamenti) è l’esplosione catalogata di diverse forme di relazione tra i due principi, prima nelle forme delle otto varietà ternarie (trigrammi), poi nella composizione di 8 x 8 = 64 esagrammi. Queste sono le 64 posizioni tipiche di ogni situazione in cui s’impone ed occorre un cambiamento, 64 prototipi di mutamenti accompagnati poi da un ulteriore numero di sfumature a seconda di come ricorrono i due principi nelle diverse posizioni. La rete delle relazioni e delle corrispondenze, la composizione interrelata delle parti di cui è fatto il Tutto, è la conseguenza di questa immagine di mondo, così geneticamente diversa rispetto alla struttura di quella occidentale.

 

xinIl passaggio del tempo non è segnato da distruzioni e creazioni eroiche ma da transizioni, dissolvenze incrociate. L’uomo con il suo cuore e la sua mente ha un solo ed unico termine (  xīn )  per connotare questi suoi , per noi due ed in permanente conflitto, mondi interni. E così quella che noi chiamiamo ragione e loro santità o saggezza, da loro è finalizzata alla relazione armonica sotto gli aspetti dell’etica, del sociale, della politica, della relazione ambientale, del trascendente e dell’immanente, mentre da noi esercita il ruolo del tribunale che sancisce le gerarchie, le dominanze, le affermazioni che escludono. Se la nostra figura archetipica è il triangolo, la loro è il cerchio o il quadrato. It-道Così l’essere non è mai statico ma flusso, la saggezza non è la verità nell’essere ma il tao ( dao ), il cammino equilibrato nel perturbante divenire.  Così l’intera struttura di questa metafisica è binaria e relazionale. Ci sono le polarità dell’Yin/Yang[1], che di volta in volta sono il Cielo/Terra, il Vuoto/Pieno, il maschile/femminile, il padre/figlio e c’è la Via del Giusto Mezzo[2], ( la Cina afferma di sé di essere il Paese di Mezzo, in cinese Zhōngguó 中国/中國 )  la giusta relazione che non è banale geometria dell’equidistanza ma giusta posizione, giusta distanza, corretto rapporto, momento propizio, potremmo dire “l’equilibrio essenziale che mette nella giusta relazione”, rispetto alle grandi coppie polari[3] che fanno da contesto.

Esistono senz’altro molte ragioni di questa differenza d’impostazione tra la nostra e la loro visione dell’essere. Una, potrebbe provenire dalla semplice geostoria del loro spazio-tempo, così diversa dalla nostra. La Cina abitata, oggi come migliaia di anni fa, è solo una parte del grande territorio della nazione cinese[4]. cartina2L’attuale popolazione di circa 1.400 milioni di individui occupa ad occhio solo tra il 30 ed 40% dell’intero territorio, una porzione in cui oltretutto vanno ricavati spazi per vivere, terre da coltivare, siti per produrre, strade per collegare. Questo cuore irrigato da due grandi corsi d’acqua è sempre stato l’unico spazio vitale disponibile, limitato dal freddo e dalle montagne a nord, da migliaia di chilometri di catene montuose, deserti ed altipiani tibetani a ovest/sud-ovest, fitte foreste pluviali a sud, l’oceano ad est. Già nelle antiche culture neolitiche, i siti non distavano mai l’uno dall’altro molto più di quanto non si potesse percorrere a piedi in un giorno di marcia.

4567wokSi può dire che la metafora dello  –spazio cinese- potrebbe essere quella grande padella della loro cucina che si chiama -wok-, uno scodellone in cui alla fine tutti i pezzi e gli ingredienti si cucinano assieme, ammassati e pigiati gli uni a agli altri. In questo contesto, con una natura di un territorio tutt’altro che facile (i due fiumi esondavano catastroficamente con periodicità, le alture andavano terrazzate per recuperare spazio vitale), avere la giusta distanza e convenire le giuste interrelazioni di convivenza, era essenziale. CINAIl problema tradizionale cinese, da sempre, è come andare d’accordo (in armonia tra uomini e tra uomini e natura) in così tanti, in così relativamente poco spazio[5]. Alla rottura dell’unità del regno antico (Zhou), i poco più dei due secoli conosciuti come Periodo dei Regni Combattenti (-453 -221), mostrarono ai cinesi cosa fosse la vita comune in uno stretto spazio senza  armonia nelle relazioni tra le parti. Quando l’armonia interna si ruppe, sistematicamente i cinesi furono conquistati dai più aggressivi popoli del nord, nomadi e seminomadi che i cinesi vissero sempre come “barbari” e senza armonia interna, sempre, prese spazio la guerra.

440px-Streitende-Reiche2Per altro, si deve rilevare che nella storia della cultura cinese, praticamente tutte le fondazioni genetiche del successivo pensiero (a parte il corpo della più antica ed indivisa tradizione ben compresa nell’Yi Jing, a cui attinsero tanto i confuciani che i taoisti, la scuola dello Yin-Yang, la medicina e financo la cucina tradizionale etc.) , si costruirono proprio in quei due secoli (dal -453 al -221) in cui l’armonia si ruppe fragorosamente e sette diversi regni si combatterono aspramente. L’interrelazione oppositiva, il contrasto e la reciproca negazione, fecero da nursery a quelle idee (periodo delle Cento scuole) che divennero poi, parti  costitutive della più ampia tradizione cinese. Da quella grande guerra originaria, dallo spavento e dalla consapevolezza che se quello fosse stato lo standard delle relazioni nel troppo stretto catino del “pentolone di mezzo”, la vita di ognuno sarebbe stata breve, feroce ed assai infelice, nacque la convenzione imperiale come forma di ordine dell’intero. Un ordine che dura, più o meno e salvo qualche interruzione,  da ventidue secoli, senza radicali “mutamenti”.

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LUN YU La raccolta degli aforismi di Confucio

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ZHUANG ZI, uno dei testi centrali del canone taoista

In Europa invece, non solo il territorio era poco più grande ma era tutto vivibile (se si eccettuano poche catene montuose, tra l’altro, ampiamente attraversabili ed alcune zone del Nord estremo), la popolazione ben inferiore (al massimo sviluppo dell’Impero romano questo contava circa 60 milioni di individui quando la Cina ne contava già 200 milioni) e più dispersa. Già nell’antica Grecia, le città-stato erano più di mille. Il nostro stile di interrelazione nacque reciprocamente antagonista, da noi lo Yin era -vs- lo Yang. A questo irriducibile antagonismo tra le parti, si aggiunse una dinamica che spostò diverse volte il centro del sistema continentale, una serpentina ascensionale che dalla Grecia portò a Roma, da Roma a Parigi, Paesi Bassi, poi passò a Londra ed infine,  saltò l’oceano per l’America del Nord. Ogni passaggio fu la morte veloce o lenta di un centro e la nascita e sviluppo di un altro. Qualcosa si trasmise, alcune cose si perdettero per sempre,  molto s’innovò ad ogni passaggio. In Cina, la capitale di un sistema quasi sempre unitario, ha gironzolato una decina di città raccolte in un territorio piuttosto limitato, il popolo e la cultura cinese sono quelli da migliaia di anni, essere uniti significava anche tornare sempre alla comune tradizione e ciò forse spiega anche la diversa persistenza della loro storia culturale, come la maggior rarefazione e pluralità delle entità statali in uno spazio ampio spiega la nostra storia di guerra semi-permanente che ha alternato creazioni a distruzioni.

I cinesi si sono presto configurati come sistema unico e plurale (-221)[6] in cui il concetto di relazione era essenziale per dare armonia all’ordine che lo strutturava. All’esterno le relazioni erano deboli e ripetutamente l’Impero venne conquistato, in tutto o in parte, dai popoli del nord, sempre più intenzionati ed aggressivi, sebbene sempre poi riassorbiti e cinesizzati a loro volta. Questo avvenne tra il IV° ed il V° secolo dove etnie nomadi e seminomadi non cinesi, frammentarono il nord in sedici regni e la cui riunificazione unitaria avvenne solo verso la fine del VI° secolo. Di nuovo l’ordine unitario si ruppe e si frammentò nel X° secolo per poi riunificarsi fino alla nuova conquista dei popoli del nord, questa volta mongoli. I mongoli dominarono tra il XIII° ed il XIV° secolo, poi di nuovo prese il sopravvento l’etnia han con la dinastia Ming. Zheng-He-1A gli inizi del XV° secolo, l’ammiraglio Zheng He, solcò i mari con una flotta di più di 300 navi fin quasi al Capo di Buona Speranza ad est e forse fino all’America del Sud ad ovest. Queste erano missioni esplorative e commerciali che non avevano intenzioni militari ovvero di occupazione di territori come poi avvenne col colonialismo prima e imperialismo poi, degli occidentali. I cinesi erano troppo preoccupati di tenere unita la nazione interna per dedicarsi all’espansione esterna e quando le lotte interne al potere imperiale volsero di nuovo in favore della tradizione antica, i cinesi affondarono la loro incredibile flotta, decretarono il divieto di costruire navi oceaniche e revocarono i permessi per le missioni estere poco prima di quando gli spagnoli decisero di mandare verso l’ignoto le loro tre piccole caravelle.  zheng_he_shipDal XVII° secolo e fino alla fine dell’Impero e la trasformazione in repubblica (1912), per quasi tre secoli, la Cina fu governata da una dinastia di nuovo del nord, i mancesi Qing.

Studiare i cinesi è studiare l’Altro, così da percepire: “…quale parte della nostra umanità appartiene all’umanità universale, e quale parte invece non fa che riflettere mere idiosincrasie indoeuropee”[7] ed altrettanto per loro. I cinesi sono un po’ come degli alieni del pianeta accanto, una diversa via dell’umano che testimonia cosa discende e si sviluppa, da un impianto fondato su altri presupposti, determinato da diverse condizioni di contesto. Tra il monadismo competitivo occidentale e l’olismo armonico cinese corre la Via della Complessità, ovvero la messa in relazione degli enti in un intero che ha, a sua volta, relazioni esterne. Questo è il successivo passaggio, che vale per noi, come per loro. Ma nel caso specifico del concetto di relazione, come dominante dell’impianto che genera le immagini di mondo, non v’è dubbio che il caso cinese è ben più centrato di quanto non lo sia il nostro.

    [1] Può esser utile dare un occhio qui: http://it.wikipedia.org/wiki/Yin_e_yang

[2] Il “giusto mezzo” è un concetto tipicamente confuciano, in parte anche taoista, ma compare anche in Platone ed è centrale in Aristotele.

film-pensierocinese[3] La breve analisi dei concetti cinesi si basa sulla condensata presentazione che ne fa A. Cheng all’inizio del suo “ Storia del pensiero cinese” vol. I, Einaudi, Torino, 2000. Naturalmente non si può condensare una minima bibliografia sullo sterminato argomento. Segnalo come dotazione iniziale per chi si voglia avventurare: I quattro libri di Confucio, UTET, Torino, 2003; il classico M. Granet, Il pensiero cinese, Adelphi, Milano, 1971; per la tradizione taoista il Zhuang-zi, Adelphi, Milano, 2005, l’Yi Jing conosciuto anche come I Ching in varie edizioni e naturalmente i due volumi di Annne Cheng oltre ad una storia quale M. Santangelo, P, Sabbatini, Storia della Cina, Laterza, Roma-Bari, 1994. Un approccio specifico di comparativismo dei principi si può trovare in F.Jullien, Strategie di senso in Cina e in Grecia, Meltemi, Roma, 2004.

[4] La superficie della R. P. della Cina è più o meno pari a quella degli Stati Uniti (la cui popolazione è però meno del 25% di quella cinese) ed è inferiore a quella dell’Europa (fino a gli Urali).

[5] Così, almeno ci pare, andrebbero interpretate quelle parti del canone confuciano che noi occidentali facciamo più fatica a comprendere. I li (禮), di solito tradotti con “riti” sono la grammatica formale del modo corretto e virtuoso di tessere interrelazione sociale. Così per il concetto di   (義), di solito tradotto come “reciprocità”, alla base di una etica orizzontale che prevede come poi nel cristianesimo e poi in Kant, che applichi a te ciò che vorrei venisse applicato a me. Così per il terzo concetto di ren (仁, già nella composizione del carattere, un uno accanto ad un due), di solito tradotto con “umanità”, come predisposizione empatica verso l’Altro. Questi concetti, fondano quella parte dell’etica confuciana che più precisamente si rivolge alle regole delle interrelazioni sociali, convergendo tutte e tre sull’armonia necessaria a dare ordine dinamico ed evitare il conflitto.

[6] Ma la tradizione di regno unitario risale alle due dinastie Zhou e prima ancora a gliIl-cinese-per-gli-italiani Shang (-1600, -1046). Della prima dinastia Xia, non c’è concorde evidenza storica anche se gli scavi della Cultura Erlitou (-2000, -1500) potrebbero  esserne la prova.

[7] Simon Leys in apertura (p.5) del volume di Cheng già citato. Il miglior testo per lo studio iniziale del cinese è “Il cinese per gli italiani” AA.VV. Hoepli   *Le altre parti dello studio sull’ontologia delle relazioni: 1), 2), 3), 4).

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Informazioni su pierluigi fagan

59 anni, sposato con: http://artforhousewives.wordpress.com/, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore per 22 anni. Da più di tredici anni ritirato a confuciana "vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente. Il tema del blog è la complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore.
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