ONTOLOGIA DELLA RELAZIONE (2).

Questa è la seconda parte (qui la prima), di una ricerca in itinere che conduciamo mentre ne pubblichiamo i parziali esiti. 

Possiamo cominciare a disegnare tre domini del termine -relazione-: a) quello interno al Mondo (gli oggetti reali son fatti di relazioni ed hanno tra loro relazioni); b) quello stante nei rapporti tra gli Io e tra Io e Mondo (qui abbiamo le relazioni sociali, codificate o meno e i sistemi di relazioni con cui entifichiamo il Mondo. Le analizzeremo nella terza puntata); c)  quelle interne all’Io (le relazioni mentali si riferiscono ad oggetti ideali). reti-biologiche

In Occidente, il lungo dominio dello sguardo metafisico ha privilegiato l’osservazione e trattazione delle terze, l’affermazione dello sguardo scientifico della prima modernità, si è cominciato ad occupare delle prime, solo nella seconda metà del XIX° secolo si è cominciato a trattare le seconde.

Il concetto di relazione oggettiva (le prime ed in parte le seconde), ha una lunga e molto lenta storia, che si dipana dal formarsi delle prime forme di sguardo scientifico, dalla biologia all’astronomia, fino all’evoluzione e poi la relatività. Quando a partire dalla seconda metà del XIX° secolo si è prodotta la diaspora delle scienze umane dal tronco della filosofia generale (psicologia, sociologia, economia, antropologia, linguistica), il concetto di relazione oggettiva se ne è andato via con queste, in filosofia è rimasto quello soggettivo, che era già tradizione in metafisica.

Successivamente, la filosofia occidentale, ha subito una sempre più marcata divisione tra l’impostazione austro-inglese e poi americana detta “analitica” e quella che ha continuato in un certo senso la “tradizione”, che è stata definita continentale. copLa via detta “analitica” ha esplorato più che oggetti, le condizioni di pensabilità degli stessi, attraverso le analisi su: la logica (da Frege a Russell ed il Circolo di Vienna), il linguaggio (la “svolta linguistica” da Wittgenstein alla importante tradizione anglo-americana), la mente (la recente “svolta cognitiva”, filosofia della mente, neurofilosofia etc.). In questa tradizione ci si è interessati alle relazioni più specificatamente presenti nel pensare e nel dire.  Ma alcuni filosofi si sono interessati anche delle relazioni oggettive nel Mondo con incroci importanti tra i due percorsi. Un “punto di origine” si può trovare in quel coacervo di menti che fu la Scuola di Brentano (1870-1890)[1], dove logica, filosofia e psicologia sgorgano da un richiamo unitario all’antica tradizione di un Aristotele da riprendere in mano per continuarne ed aggiornarne la riflessione.

Aristotele dava a relazione lo specifico significato di “relativo a…”, “in rapporto a…”, in Categorie (7) egli parla di “relative si dicono poi le nozioni…”, le nozioni relative sono relazioni solo dal punto di vista soggettivo. Franz_BrentanoNel suo dizionario (Metafisica, libro V), enumera i significati di a) il rapporto di proporzione (il multiplo rispetto al sottomultiplo); b) l’agente rispetto al paziente (la sega ad esempio rispetto al tronco d’albero); c) l’oggetto di un atto (il conoscibile rispetto alla facoltà conoscente, il sensibile rispetto alla sensazione)[2]. Del resto però, tutte e quattro le cause altrove approfondite, sono leggibili invece come relazioni oggettive. Lo stesso concetto di “forma” che è quello che dà più essere al significato di sostanza, potrebbe esser inteso come risultato finale di una serie di relazioni. L’esempio è quello che chiude il primo libro sulla sostanza (Libro Z), lì dove si cita la sillaba in rapporto alle lettere[3], esempio di cui abbiamo parlato qui e che ha a sua volta un antecedente nell’esempio di Democrito, delle relazioni tra parole e testi ed una ripresa che ci porta al nostro primo esempio di pensiero delle relazioni nella filosofia post-Brentano: A. Meinong.

-RELAZIONI- NELLA FILOSOFIA EUROPEA DI INIZIO SECOLO

A. Meinong (1853-1920) usa il termine -complessioni-, come risultato di una o più relazioni tra elementi distinti, risultato che mostra il fatidico “più della somma delle parti” dato dalla forma, come sigillo del senso complessivo dell’intero, il cum-plexus (intrecciato, interrelato assieme). La considerazione aristotelica dei rapporti tra lettere e sillabe (e quella di Democrito tra parole e testi)  è qui attualizzata con note e melodie. MeinongPer Meinong, delle complessioni, esistono forme reali che diciamo -così sono nel Mondo- e forme ideali, che potremmo dire -così sono nell’Io- (relazioni oggettive e soggettive), queste ultime si dividerebbero poi in rappresentazioni date (ovvero sono corrispondenti mentali di atti percettivi, sono quindi “riproduzioni”) ed altre che invece sono produzioni mentali basate solo su atti percettivi semplici. Oggi potremmo tradurre Meinong in termini sistemici. Ci sono sistemi nel Mondo e sistemi nell’Io che è esso stesso un sistema, ordinato da quell’unità dell’appercezione che chiamiamo Io. I sistemi mentali (che sono sistemi emergenti di sistemi cerebrali che sono sistema di sistemi biologici vari di cui ogni ente biologico è composto) riflettono (riproducono) i sistemi del mondo o in base a percezioni eterogenee riunite appunto “a sistema” dalla mente o ne costruiscono di propri. Ad esempio quelli delle definizioni di relazioni di Aristotele (rapporto, attinenza, intenzione).

the-school-of-alexius-meinongDove ci sono relazioni ci sono complessioni e viceversa[4], le relazioni sono sempre parte di una complessione, sebbene questa sia fatta sia di relazioni, che di membri (parti, elementi). Meinong ne ricava anche una distinzione tra esistenza e sussistenza, l’esistenza è nel Mondo, la sussistenza è una complessione mentale ricavata da qualcosa che è nel Mondo, ma che nel Mondo non è in forma di complessione. L’intera aritmo-geometria sarebbe sussistente ma non esistente.

Il concetto di “complessione” di Meinong, percorre la prima parte della sua ricerca, più o meno dal 1889 al 1898. “Sulla psicologia delle complessioni e delle relazioni” è del 1891 e da quel periodo deriva la formazione di un punto di vista che pone il concetto di sistema, di parti in relazione, di mente come Io e Mondo. Poco dopo. Ai primissimi del nuovo secolo, F. de Saussure fonderà la moderna linguistica sincronica, che analizza la lingua come sistema o struttura, dando vita al successivo sviluppo dello strutturalismo (in antropologia, psicologia, sociologia, critica letteraria e semiotica, filosofia, epistemologia) di Jakobson, Lévi-Strauss, Lacan, Foucault, Althusser, Barthes. Ma Meinong ebbe influenza anche sull’ontologo  N.Hartmann[5] la cui teoria degli strati venne considerata da 9788804533429-teoria-generale-dei-sistemi_copertina_piatta_foL. von Bertalanffy (che in origine è un biologo) il modello a cui si ispirò per la fondazione della moderna Teoria generale dei Sistemi.  C’è probabilmente un triangolo concettuale che potrebbe unire anche Meinong e von Bertalanffy via O. Neurath (Circolo di Vienna a cui partecipò von Bertalanffy).

Ora però seguiremo le sorti del concetto sistema (anche non così nominato)  come parti in relazione, lungo un cammino filosofico, prima inglese, poi americano, non ancora “analitico”.

-RELAZIONI- NELLA FILOSOFIA ANGLO-AMERICANA

Samuel Alexander (1859-1938) è un australiano trapiantato in Inghilterra, presenta una posizione terza rispetto alla contrapposizione tra idealismo e realismo. La terzietà è data dallo sforzo di rendere reciprocamente relative, parti che altrimenti vengono ipostatizzate come opposte. L’ambito di cui in genere qui ci occupiamo, la cultura della complessità, compare sempre come “terzo” tra tradizioni formalmente dicotomiche[6]. Di questa “vocazione” al tertium datur, abbiamo parlato qui.

downloadAlexander ricorda che le scienze empiriche, nascono per successiva speciazione dalla metafisica ma a questa ritornano, laddove provano a sintetizzare i propri dati in assunti generali. La sua metafisica ha quindi una propensione empirica, nel senso che come metafisica si occupa dell’essere in quanto essere e della ricerca di proprietà comuni in tutto ciò che esiste, ma come oggetto principale (sostanza) assume lo spazio-tempo, “la stoffa di cui sono tessute tutte le cose”. Essendo il concetto contenuto nel suo “Spazio, tempo e deità” che è del 1920, sono già note la relatività ristretta e quella generale, giusto l’anno prima la relatività generale era stata confermata dalle misurazione fatta da A. Eddington e giusto l’anno successivo, ad Einstein verrà conferito il premio Nobel. L’empirismo metafisico di Alexander è quindi la riflessione su i principi generali dell’essere, state che questo è definito da una sostanza che proviene dall’osservazione empirica.  La sua metafisica inoltre, comprende un elenco di proprietà categoriali (diverse dal canone aristotelico-kantiano), cioè proprie di tutte le cose che esistono, concetti di analisi generale, quali: esistenza, universalità, relazione, ordine, sostanza, causalità, reciprocità, l’essere un insieme di parti, movimento. Esistenza e sostanza sono proprie di ogni elenco categoriale, –relazione, ordine, reciprocità, l’essere un insieme di parti – sono invece concetti fondativi propri di una possibile ontologia sistemico-relazionale.

Mctagg3Alcuni di questi concetti, “giravano” nella filosofia inglese, anche a seguito dei precedenti di negazione assoluta delle relazioni operata dal monismo idealistico di F.H.Bradley il cui “Apparenza e realtà” era del 1893, negazione a sua volta negata dall’altro idealista J. McTaggart, nel suo doppio “La natura dell’esistenza” (1921-1927). McTaggart diverrà famoso per la negazione del tempo, tanto quanto Bradley rimane famoso per una negazione di più o meno tutto, ma a noi interessa la sua affermazione sull’esistenza  delle relazioni e della molteplicità. Il sistema di McTaggart si basa su una estrema pluralità di sostanze tra loro in relazioni, le quali cambiano anche le proprietà delle sostanze stesse. Il tutto in un sistema ascensionale in cui i livelli superiori includono quelli inferiori, sino alla sostanza ultima che è l’universo.

5657566-MIl nostro Alexander i cui altri riferimenti sono Aristotele, Spinoza e l’evoluzionismo, è in particolare noto per un altro argomento, caro alla cultura della complessità: l’emergenza. –L’emergenza-, traduce in fatto l’antica considerazione aristotelica che “il totale è più delle parti” che abbiamo trattato qui. Questo “più” che l’intero mostra rispetto alla sua materia di composizione è la o le proprietà emergenti, che “emergono” dalla specifica interrelazione tra le parti. L’intero ha proprietà che non sono proprie delle singole parti, ma scaturiscono dalle tra loro relazioni che fanno l’organizzazione, l’ordine, la struttura, lo schema, l’architettura o come altro si vuol definire, “la forma” del composto. Tali proprietà poi hanno effetti causali e sono quindi ontologicamente rilevanti a differenza degli epifenomeni[7].

L’emergentismo classico di Alexander è quello proprio della relazione cervello – mente, la mente è l’emergenza funzional-strutturale di un sottostante di parti (neuroni) in relazione (chimico-elettrica, attraverso dendriti, assoni, sinapsi). 978-0-674-36153-9-frontcoverMa la sua natura di principio metafisico generale è data dall’esistenza di “punti-istanti”, atomi di spazio-tempo, che sono la sostanza di cui si predicano le categorie. Dall’emergenza delle interrelazioni tra questi primi elementi, proviene il piano materiale, da cui il piano fisico-chimico, da cui il piano biologico, da cui il piano mentale, in quella “grande catena dell’essere” a cui il filosofo tedesco-americano A. O. Lovejoy (a cui si può connettere anche l’intera opera di T. de Chardin), dedicherà la sua omonima, fortunata, opera del 1936, opera in cui si fa il primo e più riuscito esperimento di “storia delle idee”. Una sottile linea porta dunque da McTaggart ad Alexander e da questi ad  A. N. Whitehead che abbiamo già qui trattato.

C.D.Broad (1887-1971), è un epistemologo e filosofo della scienza inglese, che scrisse su Bacon, McTaggart, Leibniz, Berkeley, Kant, etica e religione. La posizione di Broad è di un naturalismo realistico, quindi anti-metafisico, sebbene riconosca a questa una funzione congetturale [vicino quindi alle posizioni su una metafisica descrittiva e non correttiva il cui massimo esponente sarà poi P.F. Strawson (Individuals, 1959)]. 50301Nello sforzarsi di cogliere l’intero, la metafisica avrebbe anche un carattere positivo laddove il tendere ad una concezione generale e sintetica della realtà, chiama ad una critica dello specialismo. Oggi, siamo in pieno recupero della metafisica, almeno come ontologia, da parte di quella tradizione analitica che nacque auto-limitandosi a controllore di asserzioni stante che le cose sul Mondo erano dominio delle singole scienze e che su “ciò di cui non si può parlare è meglio tacere”. Ma sul recupero delle visioni generali, siamo ancora lontani.  Il suo “The Mind and its Place in Nature” è del 1925 e segue l’emergentismo di Alexander, che rinomina “materialismo emergente”. Nell’ambiente culturale del tempo, dare al concetto una connotazione “materiale” è indispensabile per chiudere le vie a scappatoie idealistico-spirituali. Questo emergentismo (che collega Broad ad Alexander ed al C. Lloyd Morgan  di “Emergent evolution” 1923) è solo ascensionale, nel senso che il cervello produce la mente (per esser brutali), ma certo nulla accade al contrario (da cui la lunga polemica sulla causazione inversa che affronteremo un’altra volta). In Broad c’è anche quel realismo dualistico che pur ammettendo l’esistenza o l’ipotesi di esistenza di qualcosa lì fuori nel Mondo (si deve tra l’altro a Broad, pare, l’introduzione del concetto di “catalogo” in ontologia) non può andare oltre l’affermazione: “la nozione di oggetti fisici persistenti è logicamente solo un’ipotesi per spiegare le correlazioni tra le situazioni percettive” che segue quanto già intuito, come abbiamo già visto, da Nietzsche, von Helmholtz e che seguirà nella teoria dei tropi e nell’ontologia formale. Simpatico è sottolineare questa sua affermazione, “…la nozione scientificamente ortodossa dell’uomo come una qualsiasi macchina calcolatrice […], è una fantastica sciocchezza”. Eravamo alla fine degli anni ’50.

HS6Saltando di continente, ci trasferiamo negli Stati Uniti. Qui andiamo direttamente al periodo, forse più vivo e pulito della storia americana, i fatidici anni ’50, dove troviamo “Natura e l’esperienza storica” (1958) di J.H.Randall. L’americano è quello che si può definire un “metafisico descrittivo” che dà una interpretazione, di nuovo relazionale della sostanza, come insieme di “processi cooperanti[9]. La sostanza si può descrivere come struttura, come contesto di relazioni specifiche. La struttura formale è come le cose stanno assieme, la struttura funzionale è il modo in cui le cose si comportano in un contesto specifico, distinzione che vale per cose materiali e mentali. Formale e funzionale (organizzazione e struttura, forma e processo) rimane una distinzione valida nelle concezioni contemporanee dei sistemi. Randall probabilmente prende spunto da M.R.Cohen che nel suo “Reason and Nature” (1931) riparte dal concetto di sostanza come ragion d’essere delle cose, identificandola con le relazioni o strutture che sono gli oggetti della scienza razionale. Ma le cose non sono solo e tutte razionali. Qui introduce un “principio di polarità” interessante. Le grandi dicotomie logiche (ideale-reale, uno-molteplice, quiete-movimento, identità-cambiamento) sono come poli di un magnete e vanno trattati come co-implicati quando si applicano ad un oggetto. Interessante anche il concetto di scienza come sistema di pensiero auto-correttivo, non tanto perché vero, ma in quanto “forma” di una relazione circolare autopoietica, concetto che, in seguito, troveremo in cibernetica (e in parte nel falsificazionismo di Popper e nell’epistemologia di Kuhn).

MEREOLOGIA, ONTOLOGIA DELLE RELAZIONI.

51oa5MgSdGLDall’antico greco μέρος = parte, la mereologia è una area di studio dell’ontologia formale[10], forse il suo dominio centrale, e si occupa delle “relazioni di appartenenza, di quelle tra la parte ed il tutto, di quelle tra parte e parte all’interno di un tutto[11].A sua volta, la questione parte-intero implica la relazione (la relazione tra la singola parte e l’intero, la relazione tra una parte e le altri, la relazione tra l’intero e l’interrelazione delle sue parti che può portare, o meno, a proprietà emergenti). Della faccenda si occupò Platone (ad esempio nella seconda parte del Parmenide) ed Aristotele in più punti (ad esempio Libro V, § 25,26, Metafisica). Ma come sempre, tracce iniziali si possono trovare in vari Presocratici. La questione “tutto parte” viene ripresa anche da Peirce e da qui, probabilmente, riemerge in questa recente parte della tradizione analitica.

Aristotele era “anche” un biologo e non c’è sistema mentale che ha in oggetto cose biologiche che non adotti immediatamente come forma analitica, la griglia parti-intero[12]. Inoltre come già segnalato, è di Aristotele l’originaria constatazione che “l’intero è più delle sue parti” e si può sospettare che la definizione così difficile da mettere a fuoco di sostanza, abbia a che fare con la questione.

Troviamo  una piccola storia della questione, facendo tappa in Boezio, Abelardo, Duns Scoto, Tommaso ed altri medioevali per poi arrivare a Leibniz ed al Kant pre-critico. Poi c’è Brentano e le prime Ricerche Logiche di Husserl[13]. 76f9016ccb9372c42fdf41af250d2f9f291La prima formulazione compiuta però l’abbiamo con Lesniewski della famosa scuola logica di Leopoli e Varsavia, fondata da K. Twardowski, allievo di Brentano ed alle quali appartiene anche Lukasiewicz e Tarski. Sul fronte anglosassone se ne occupano H.Leonard e N.Goodman (1940) e prima di loro A.N.Whitehead (1916,1919,1920) ed è stata usata anche come base formale della Teoria Generale dei Sistemi. Torna d’attualità recentemente con i lavori di P.Simons (1987) ed i nostri A.Varzi e R.Casati (1999).  La mereologia ha uno statuto incerto, tra logica matematica, ontologia (formale), proto-geometria, linguistica, ingegneria, computer science, sviluppo dell’ Artificial Intelligence e Teoria dei link della Meccanica Quantistica, che abbiamo incontrato di sfuggita nella recensione del libro di Rovelli, qui. Si fonda su tre assiomi di: riflessività, transitività ed relazione antisimmetrica, ma la loro discussione ci porterebbe troppo il là.

= 0 =

Il passo successivo all’analisi ontologica degli interi dotati di parti potrebbe essere l’inizio della fondazione di una ontologia relazionale generale (in cui gli interi diventano a loro volta, parti), del tipo:

>Ogni cosa è fatta di relazioni ed ha relazioni con qualcos’altro<

con validità assai generale, ossia relativamente ad enti materiali ed immateriali (cose, eventi, idee),  applicabile quindi a tutto ciò che si può identificare come “ente in quanto ente”. Si noterà che mentre Meinong e la mereologia assume un composto di cui poi analizza la composizione interna (tradizione parte-tutto in Aristotele), la metafisica britannica e solo in parte, americana, sale anche al livello delle relazioni tra composti, avvicinandosi ad una idea più generale di ontologia delle relazioni. Ma è ancora presto per tirare delle conclusioni alla nostra ricerca che, continuerà in un prossima puntata.

[La prima puntata dell’indagine, si trova qui]

 = = =

[Testi generali di riferimento a cui abbiamo variamente attinto sono: N. Abbagnano, G. Fornero; Storia della filosofia, 4 vol.; UTET, Torino, 1993-2007 / AA.VV; Enciclopedia filosofica, Bompiani, Milano, 2006-2010 / N. Abbagnano (G. Fornero) ; Dizionario di filosofia, UTET, Torino, 1998 / AA.VV. a cura di M. Ferraris; Storia dell’ontologia, Bompiani, Milano, 2008 / A.Varzi; Ontologia, Laterza, Roma-Bari, 2005]

[1] La Scuola di F.Brentano è a Vienna e rappresenta il più produttivo utero della cultura mitteleuropea. Con Brentano studiano Husserl, i fondatori della Gestalt, Meinong, i fondatori della logica polacca, il fondatore e  futuro primo presidente della Cecoslovacchia Masaryck, Steiner con la sua antroposofia e gli influssi formeranno anche Musil, Kafka e soprattutto Freud, allargandosi alla scuola economica dei Menger e Bohm-Bawerk, all’archeologia (Hirschfeld), alla filologia . La Scuola di Brentano (1880-90) anticipa il Circolo di Vienna (1920-30) e la sua eredità è rivendicata da alcuni in ambito filosofia analitica.

617lvqHQE6L._SL1500_[2] M.G. Henninger, nel suo Relations (Oxford, Claredon Press, 1898, p.6, secondo la citazione in V. Morfino, Ontologia delle elazioni e materialismo della contingenza in «Oltrecorrente», 6 (2002), pp. 129-144) interpreta i tre modi aristotelici di dire relazione come “matematiche, causali, psicologiche”. Più avanti, noi le definiremo in termini di: “rapporto, attinenza, intenzione”, tre modi che si verificano sempre e solo dal punto di vista soggettivo. L’Abbagnano le sintetizza in “quantitative, potenziali, oggettuali”. La scolastica le definiva, “di ragione, potenziali, reali”.

[3] E’ questo il concetto di σχεσις che l’Abbagnano traduce con “disposizione”, riferendo di Duns Scoto che lo traduceva in latino come  “respectus” con cui lo scozzese dava sostanza alle relazioni dei composti. Senza queste, infatti non si troverebbe la differenza tra sillaba (ba) e lettere (la “b” e la “a” in sé).

[4] Teoria dell’oggetto, a cura di V. Raspa, Trieste, Parnaso, 2002, 162-165

[5] Link ad una presentazione di Hartmann

Terza-cultura1[6] La “Terza cultura” è un termine inventato da un grande operatore del marketing delle idee: John Brockman. Brockman e il fondatore ed animatore di Edge (da visitare). Qui, una equilibrata e ben informata presentazione delle idee di Brockman (in cui s’intrufola il problema fede e ragione, ma ognuno riempie lo spazio che crea una terzietà come preferisce).  Contro il concetto ed il suo autore ha polemizzato Zizek. Il concetto risponde alla famosa analisi fatta da C.P.Snow nell’influente libricino “Le due culture” (e.o. 1959, in Italia, Marsilio 2005). Qui un accenno alla questione. Lo stesso tema è affrontato in altro modo da e in: I. Prigogine, I. Stengers, La nuova alleanza, Einaudi, Torino, 1981.

[7] Il termine emergenza data al 1875, in cui compare in un volume di G. Lewes e ricompare in H. Bergson nel 1907. L’emergentismo di Alexander invece, verrà ripreso in chiave evolutiva da C. Lloyd Morgan (1923). L’emergentismo ha il suo splendore nel decennio che va da gli anni ’20 a gli anni ’30, in Gran Bretagna, poi scompare dai radar e ritorna solo negli ultimi decenni del secolo, all’interno della cultura della complessità. Nell’intervallo, il solo Ernst Nagel (1961)  ne fa oggetto di riflessione. Il fenomeno emergente è la ragione per cui la cultura della complessità non è riduzionista, “riducendo” infatti, si perde proprio l’emergenza.

[9] I “processi cooperanti” potevano esser, negli Stati Uniti, un concetto negli anni ’50, non certo negli anni ’80-’90. A proposito del detto di Hegel “la filosofia è il proprio tempo appreso col pensiero”.

cop (1)[10] L’ontologia formale è di tipo generale, il generale può comprendere poi varie ontologie regionali (fisica, biologia, matematica). La distinzione risale ad Husserl.

[11] A. Varzi sull’Enciclopedia della Filosofia di Stanford

[12] De partibus animalium, in Opere biologiche, a cura di M. Vegetti e D. Lanza, Torino: UTET, 1972

[13] E. Husserl; L’intero e la parte; il Saggiatore, Milano, 2012

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Informazioni su pierluigi fagan

59 anni, sposato con: http://artforhousewives.wordpress.com/, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore per 22 anni. Da più di tredici anni ritirato a confuciana "vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente. Il tema del blog è la complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore.
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