IDEOLOGIA: la fine di una fine.

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La definizione di questo concetto, data da N. Abbagnano, nel Dizionario di filosofia UTET,  è : ogni credenza [fondata su dati oggettivi o meno, realizzabile o irrealizzabile] adoperata per orientare[1] comportamenti collettivi, nozione impegnativa per la condotta, che può avere o non avere validità oggettiva. Noi diremo: sistema di orientamento dell’agire collettivo ordinato da una o più idee. All’interno della definizione di ideologia abitano poi specie diverse, più o meno razionali o più o meno fondate, più o meno realistiche o utopiche, empiriste o idealiste.

E’ sotto il tetto di questo termine che si compiono i misfatti. “Sotto il tetto” significa che la casa concettuale del termine ideologia, di per sé, non ha accezioni positive o negative, qualsiasi agire collettivo è orientato da una o più idee, cioè da una  -ideologia-.

Diversamente da come qui inteso, la storia del termine ha rilevato tutti i problemi che poi affronteremo come distinzioni interne al concetto, come esistenti  prima del termine, esistenti come natura intrinseca del concetto stesso, avversandone e da ultimo negandone in un certo senso a priori, il diritto d’esistenza. Questa negazione è assai problematica poiché crea un campo di agire orientato da idee (negativo in quanto ideologico) ed uno libero da questi condizionamenti. Ma realisticamente, quali campi dell’agire umano collettivo risultano “liberi” da idee che precedono l’azione? Fortunatamente o sfortunatamente nessuno, anche perché sarebbe un fatto irrealistico e contrario alle più lampanti evidenze sulle cause del successo adattivo di una specie che si fonda sull’utilizzo di una mente con coscienza di secondo grado, che produce a getto continuo deduzioni ed induzioni correlate in sistemi di idee. Idee che orientano l’azione, appunto. Tra il presentarsi del concetto e la sua abiura accompagnata da sospiri di sollievo per la fine delle ideologie (?), passano scarsi due secoli, una parabola la cui fretta di chiusura è assi sospetta.  E’ dalla prima formazione delle società complesse (8.000-10.000 a.f.) che probabilmente esistono ideologie (le più antiche furono ipotizzate da Dumézil, riguardo gli indoeuropei la cui entrata in Europa è data a 6000 a.f.), dove c’è l’agire di un collettivo umano pre-ordinato da un comune sistema di idee, c’è ideologia. Non ci sembra che il concetto sia eliminabile, semmai distinguibile. La faccenda è molto simile all’obiezione aristotelica per la quale anche decidere di non far filosofia è una filosofia, così per quanto attiene a questa filosofia etico-politica che è l’ideologia, negarne il concetto è già ideologia, magari per cancellare lo spazio da cui può nascere un contrasto con l’ideologia in atto.  Tutto ciò che sulle ideologie si è detto come giudizio su un costrutto negativo è in realtà una serie di giudizi di valore su ideologie ritenute idonee e buone ed altre ritenute inidonee e cattive, per questo piuttosto che porre accanto al concetto una negazione irrealistica, noi porremo delle differenze interne, analizzando il campo delle contraddizioni che sorgono all’interno del concetto. Vediamo allora velocemente chi e come si espresse contro l’ideologia tout court, per poi operare le distinzioni interne.

imagesA monte si consideri che il concetto di ideologia, cronologicamente, precede quello di immagine di mondo. Il rilievo è importante perché l’idea di “sistema complesso di idee=Weltanschauung”, si affermerà appunto dopo (a partire da W. Dilthey) e la mancanza di questa concezione sistemica forse si è riflessa su una serie di avventati giudizi che sul concetto sono stati dati. Il concetto letterale di -ideologie- (1796-1801, Destutt de Tracy)[2] era quello di sistema di pensiero orientato da una o più idee. Successe che i filosofi francesi dell’ideologie, si manifestarono a più riprese contro Napoleone e questi depositò il primo disprezzo per giudizi dati da punti di vista “teorici”, cioè non pratici, cioè non conformi a quello che lui stesso faceva nel mondo. Così come esistono n sistemi di idee sull’agire, esistono n modi di agire e la contrapposizione agire vs idea, apriori, non distingue alcunché se non due fasi dello stesso continuum. Anche l’agire di Napoleone era ordinato da una ideologia, solo che non l’aveva scritta, pronunciata e discussa pubblicamente. Val la pena di riportare l’argomento di Napoleone (1812) perché è l’obiezione poi reiterata più volte nel corso dei bisticci tra vari tipi di idealisti e vari tipi di pragmatici:

«È alla ideologia, a questa tenebrosa metafisica che ricercando con sottigliezza le cause originarie, vuole su tali basi fondare la legislazione dei popoli in luogo di adattare le leggi alla conoscenza del cuore dell’uomo e alle lezioni della storia, che vanno attribuiti tutti i mali che ha provato la nostra bella Franciaimages8X0NB60X

Oggi l’argomento sostituisce alla “conoscenza del cuore degli uomini e alle lezioni della storia”, la mirabile autorganizzazione del mercato, ma la struttura è la stessa dell’allarme anti-costruttivista del liberale Hayek.  A Napoleone seguì Marx il quale ne fece un pilastro del materialismo storico, attribuendo il misfatto ideologico alla classe dominante e relegando l’ideologia ad epifenomeno sovrastrutturale. Il materialismo storico nacque immagine di mondo, ma poi diventò  una ideologia, poiché una filosofia orientata alla prassi questo è, una “ideologia”. Una ideologia quella marxiana, che disprezza una altra ideologia (quella borghese) senza però chiarire la coappartenenza allo stesso concetto e depositando, dopo Napoleone, una ulteriore  quantità di disprezzo per l’oggetto “sistema di prescrizioni dell’azione orientato da una idea”. Marx, in tempi in cui già su Hegel si era stagliata la imbarazzante oggettività scientifica anglosassone, si era auto-iscritto alla verità scientifica, disprezzando l’ideologia in quanto “doxa”, apparenza, idealizzazione ex-post. Sarà Gramsci a riabilitare parzialmente l’ideologia in una tradizione marxista affascinata invece dal newtonismo positivista.  Sul disprezzo cumulato portò il suo ulteriore contributo il prode V. Pareto, per il quale l’ideologia è una teoria non scientifica, non logico-sperimentale. Il “grande discrimine” l’aveva per altro posto a monte, M. Weber, col concetto di avalutatività. Ma quando dal logico-sperimentale si deduce in fasi successive una singola idea e la si pone a governo di un sistema di idee che orientano l’azione, si è comunque prodotta una ideologia. Pareto crea un buco nero perché da una parte mette la scienza, campo dell’esperienza e dell’oggettivo, del comprendere e ragionare, dall’altra mette il persuadere e l’utilità sociale appannaggio delle teorie “del sentimento e della fede”. Quindi o si rimane nel vero che non dice nulla sul come agire o si passa al del tutto opinabile (emotivo-irrazionale-fideistico) e su questo si fonda l’agire. Questo buco nero è lo stesso nel quale prosperano i ripetitori del mantra per il quale occorre felicitarsi della “fine delle ideologie” che è come felicitarsi del fatto che si fa senza averci prima pensato, una incomprensibile adesione ad un programma di decerebrazione della specie, foriero di sicuro disadattamento essendo proprio la mente il nostro organo adattivo. L’intero argomento Pareto-Weber-Fukuyama e via declinando  è tipico “dell’ideologia della depoliticizzazione che ha accompagnato in varie forme tutta l’età del liberalismo classico” (M. Cacciari nell’Enciclopedia filosofica Bompiani vol. 8) e non solo classico.   untitledK. Mannheim aggiungerà due argomenti che poi tratteremo nella nostra analisi, ovvero una sorta di indeterminatezza congenita nell’idea che deve ordinare non solo un sottostante sistema di idee collegate ma vieppiù, le tante e diverse scelte del comportamento ed il problema dell’utopia possibile-impossibile.  Nella nostra trattazione recupereremo anche il contributo di Marx  poiché è indubbio che l’ideologia abbia una forte influenza di determinazione dalle condizioni storico-sociali, sebbene non riteniamo ciò si verifichi come unica causa ed in forme lineari, tantomeno in sola dipendenza ai rapporti economici.

Vediamo allora i quattro punti sensibili del concetto di ideologia:

imagesPYSTHJEU1)      RIDUZIONE: il semplice fatto di sussumere in una idea (o in un sistema di idee ordinato da una di loro) quel molteplice delle situazioni del Mondo che pone molteplici quesiti sulle nostre possibili scelte, un molteplice che oltretutto varia modificando i suoi termini lungo il divenire, porta ad una tensione continua tra completezza delle prescrizioni, contraddizioni, coerenza ed attinenza. Sembra che in una ideologia, più si appianano le contraddizioni e si stabilisce la perfetta coerenza, tanto meno le prescrizioni saranno complete e soprattutto attinenti alla realtà dei fatti concreti.  Ridurre il molteplice all’uno o ad un sistema di idee contenuto, cioè maneggevole cognitivamente, ancorché per noi necessario, porta altrettanto necessariamente questo problema[3]. E’ nella natura dell’una idea che ordina un sistema di idee più o meno dedotte che chiamiamo ideologia, essere vago ed indeterminato rispetto alla molteplicità dei casi concreti e del loro divenire nel tempo. Ma o si fa senza pensare e la cosa non ci sembra realistica ed opportuna o si cerca di ridurre e controllare, quanto più è possibile, i problemi congeniti al riduzionismo ideologico. L’ideologia dovrebbe essere intesa né come una mappa fantastica, né come una mappa precisa, ma come una mappa vaga. Dovrebbe esser gestita e non diventare ciò che ci gestisce.

2)      NATURA DELL’IDEA e STRUTTURA dell’IDEOLOGIA :  partiamo dall’esame della natura dell’idea che funge da vertice delle deduzioni ed induzioni con cui si costruisce il sistema ideologico. La prima differenza corre lungo il campo delle idee radicali e delle idee laterali. Con “idee radicali” intendiamo idee che pongono radici alternative a quelle dominanti nello sviluppo del pensiero del come stare al mondo. I Vangeli in epoca romano-imperiale ad esempio furono radicali rispetto al modo di organizzare vita e società della romanità, gli illuministi radicali[4] lo furono rispetto ad una società ancora intrisa di religione, lo furono gli anarchici del XIX° secolo poiché ponevano in revoca il secolare (o millenario) concetto di gerarchia, lo furono comunisti russi e cinesi all’alba delle loro rivoluzioni laddove si sovvertirono gli impianti delle loro precedenti società antiche. Queste idee sono in rapporto di negazione dialettica con l’idea dominante. Con “idee laterali” intendiamo quelle che non discutono il dominio di un paradigma alla radice, ma si presentano come alternative interpretative “forti” allo stato di cose. La Repubblica di Platone ad esempio non discute la gerarchia oligarchica ma pone una alternativa al vertice del re-guerriero, proponendo il re-filosofo (o un condominio tra la volontà di potenza di un re e la potenza della volontà ragionata del filosofo). Il protestantesimo non discute il cristianesimo, ne fornisce una diversa interpretazione sia teologica, sia mondana. images5QDBTATTMarx è un po’ a cavallo tra le due classificazioni poiché ha lateralità partendo dallo stesso principio vigente l’epoca in cui visse, cioè l’economia come ordinatore della società, ma poi arriva ad un certo radicalismo per altro non ben espresso, prevedendo una futura società senza classi, che retrocede l’economia a soddisfazione della sussistenza dei beni primari, lasciando spazio vitale ad un imprecisato “altro”. Le “idee laterali” sono in rapporto di contraddizione dialettica con lo stato di cose.

Le “idee laterali” si suddividono poi tra quelle conformiste e quelle non conformiste. Sono conformiste quelle che inquadrano lo stato di cose e lo  precisano o dettagliano in un argomento teorico, sono precisazioni parzialmente simili/diverse delle “idee dominanti”, sono non conformiste, quelle che presentano una alternativa parziale  alla struttura dello stato di cose. E’ conformista ad esempio l’economia neo-liberale, è non conformista l’economia keynesiana (spesso dette, le prime “ortodosse”, le seconde “eterodosse”). Il conformismo ed il non conformismo si definiscono rispetto allo stato di cose e capita che idee laterali non conformiste come il primo protestantesimo o il  cristianesimo post-costantiniano, possano diventare conformiste ad esempio con l’avvento della Chiesa anglicana o della Chiesa romana e generare poi speciazioni non conformiste come le dottrine puritane o la teologia della liberazione di origine sudamericana. Altresì, l’economia  keynesiana oggi non conformista, era conformista negli anni ’60, poiché era quella che orientava l’agire economico nello stato di cose di allora. La stessa economia di libero mercato era non conformista ai tempi in cui dominava il mercantilismo, ai tempi della trattazione che ne diede Smith, poi divenne paradigma dominante.

3)       NATURA DELLE IDEE UTOPICO-NON PRATICHE: a questo punto occorre distinguere sistemi di idee dedotti da una idea utopica o da una idea non pratica. Una idea ordinativa del tutto utopica porta a sistemi radicali, una idea non pratica (non “ancora” praticata ed avversaria delle pratiche in atto) porta a sistemi laterali-non conformisti. Idee del tutto lontane dall’esperienza di mondo sono quelle comuniste, idee utopiche sono quelle anarchiche, del primo tipo furono i protestantesimi iniziali, utopico fu anche il pensare un mondo senza dio ordinato dalla sola ragione di certi illuministi.  Le idee utopiche, data la loro lontananza dallo stato di cose, sono in genere poco declinate in sistema e rimangono come punti fissi sulla linea dell’orizzonte, lasciando libertà di dedurre da esse diversi tipi di prescrizione teorico-pratiche, deduzione che però non si presenta quasi mai come esigenza dato che l’utopia rimane in una orbita fortemente ellittica rispetto alla realtà. imagesJNF6CL4CLe idee utopiche che hanno una certa natura trascendentale, vaga ed imprecisata, al riparo dalla consunzione e la modificazione che opera la realtà, sono anche le più longeve. Le idee non pratiche hanno vari gradi di contraddizioni, incoerenze da appianare, incomplete prescrizioni, se risolvono questi rilevanti dettagli in via teorica è facile rimangano lontano dalla praticabilità, se le risolvono a contatto con la realtà, trovano precisazione concreta anche se rischiano di allontanarsi, anche di molto, dalle intenzioni originarie come fu lo stalinismo rispetto all’idea comunista. I problemi dei sistemi di idee ordinati da una idea utopica o non pratica, variano di urgenza e significanza a seconda che essi siano usati per testimoniare che un altro modo – un altro mondo è possibile (negazione dialettica) o si pongano come concreta alternativa in fasi transitive in cui un paradigma dominante o un sistema di idee conformiste entra in crisi (contraddizione dialettica). Questi sistemi di idee soffrono il passaggio da una situazione prescrittiva del solo agire critico, ad una situazione in cui gli si chiede più volte e su più questioni, un concreto che fare?  Le risposte a questi problemi vanno osservate nel punto successivo.

4)      NATURA COLLETTIVA/STORICA dei SISTEMI IDEOLOGICI: non si può parlare di una ideologia individuale, con ideologia s’intende sempre un discorso accettato da un gruppo di individui. Altresì, non è mai il discorso di un momento ma di un tempo, più o meno lungo. Intervengono allora due ulteriori problemi che confluiscono in un unico atteggiamento di rigidità del pensiero, l’atteggiamento censurato con l’impreciso termine “ideologico”, usato a mo’ d’insulto. La rigidità del collettivo è data dal fatto che l’ideologia è un sistema di pensiero ed il pensiero prevede un pensante, un Io penso. Un singolo ed ideale Io penso, che forgia un sistema di idee è sempre perfettamente in grado (almeno in potenza) di modificarlo. La disponibilità a questo adattamento continuo tra intellectus et rei è assai minore nei collettivi umani rispetto all’individuo, poiché i collettivi umani non sono un cervello-mente ma un gruppo di cervelli-menti che si riuniscono intorno ad un pensato, che viene assunto come pensato collettivo di cui nessuno è proprietario e che spesso diventa l’oggetto dello stesso contratto che salda la ragione di quello stare assieme in modo solidale e condiviso. Questo porta indisponibilità alla modificazione poiché la modifica di alcuni termini del contratto potrebbe depotenziarne le ragioni per tutti coloro che l’hanno sottoscritto e relativa impossibilità della modificazione perché non si capisce bene chi ha l’autorità (a volte anche la semplice capacità) per operare la modifica. Infine, la modifica anche di una piccola parte del sistema, può ripercuotersi in modo imprevedibile su altri parti del sistema (ad esempio, modificandone la coerenza o la completezza o la pertinenza). A queste tre difficoltà del pensato collettivo (mancanza di un Io penso proprietario dell’intero sistema di idee, rischio nel modificare il patto da cui discende il collettivo, complessità delle retroazioni globali di modifiche locali) si aggiunge il cemento del tempo. imagesEDQMY6KDTanto più è longeva la vigenza di una ideologia, tanto minori saranno le possibilità di adattarla e modificarla. Questo prende il nome di “tradizione”. La tradizione diventa un ingombrante corpo ermeneutico fatti di interpreti, ognuno dei quali, con la propria ripetizione dell’ideologia nel pensiero, come nella pratica, ne irrigidisce la prescrittività e l’immodificabilità. Questo irrigidimento produce sempre più dogmatismo, dottrinarismo, estremismo difensivo delle inviolabili verità ed al passare del tempo, soprattutto quando si presentano soglie di profondo cambiamento storico, si creano situazioni ormai del tutto diverse da quelle in cui il sistema venne originariamente forgiato situazioni che imporrebbero revisioni strutturali profonde. A peggiorar le cose, intervengono gli intermediari della verità dell’idea ordinativa, ovvero quel corpo intellettuale-sacerdotale il cui compito è detenere l’ermeneutica ufficiale del gruppo umano che in quel sistema di idee si riconosce. Tanto maggiore è il disadattamento tra quel sistema di idee e la nuova realtà tanto più assurde e paradossali si faranno le logiche dell’ermeneutica ufficiale. Anche perché il corpo sacerdotale, spesso, di quella verità, della sua custodia e della sua diffusione sociale, vive sul piano esistenzial-materiale.

5)      Infine, occorre considerare che una ideologia è fatta di due segmenti. Quello prescrittivo dell’azione o del giudizio, si volge al Mondo con i problemi del collettivo, del tempo, della tradizione etc. che abbiamo appena citato. Ma quello dell’idea propriamente detta si rivolge ad un costrutto di pensiero ben più ampio e di natura implicita, quindi invisibile e spesso del tutto sconosciuto anche ai più acuti teorici di quella ideologia. imagesDS1QESHIQuesto costrutto è una immagine di mondo, ovvero il sistema logico-ontologico-metafisico-etico-estetico complessivo a cui la specifica ideologia si richiama o comporta in modi, come detto, spesso del tutto sconosciuti. L’ideologia è la parte prescrittiva dell’atteggiamento pratico di una immagine di mondo.  Prescrivendo comportamento umano, si ha anche sempre una implicita ed altrettanto invisibile antropologia in premessa poiché se ogni sistema di immagine di mondo è il set della relazione Io – Mondo, la definizione di Io è data in base ad una credenza antropologica consapevole o meno, posta in premessa. L’uomo è lupo per ogni uomo per l’individualismo anglosassone, è lavoratore-trasformatore per Hegel-Marx, è animale sociale (politico) e per “natura” tende al sapere per Aristotele, è animale linguistico per molti post-moderni, è affamato di sesso per Freud, è creatura di Dio in attesa di con Lui ricongiungersi per molte religioni, etc. . L’ideologia è sempre una versione sotto-determinata in espressione, di una ben più ampia immagine di mondo. La natura spesso invisibile ed ipercomplessa di una immagine di mondo, moltiplica i problemi  del – credere ed agire dei collettivi umani nel tempo – rilevati precedentemente.

imagesTEVIFSOLConseguenze totalitarie dell’ideologia: sul fatto che le ideologie siano state causa di totalitarismi, ci si può agevolmente fare una opinione sull’ipotetica causa-effetto, prendendo la più antica ideologia occidentale, il cristianesimo. Contare le situazioni storiche in cui ha avuto la funzione di ispirare la ribellione e la solidarietà umana (funzione utopico-laterale/non conformista), contare le occasioni in cui ha svolto la funzione di ispirare il potere, i roghi ed i massacri degli eretici (funzione conformista) e dedurne facilmente l’inconsistenza. Destino simile per il comunismo, ma anche la traiettoria dell’invocazione liberale non fa differenza. Non è l’ideologia in sé che determina i totalitarismi e del resto i totalitarismi sono un fenomeno di rigidità della struttura politica – sociale, che si registra negli annali storici a prescindere dall’ideologia di corredo, spesso precisata ed adattata ex-post la presa di un potere. Magari partendo da una ideologia liberatrice. E’ vero però che ideologie ad esempio molto utopiche e poco precise nel canone prescrittivo, lasciano quegli spazi che i detentori del potere totalitario occupano con la loro interpretazione, arrivando anche a stravolgerne il contenuto in senso perverso, tipo: devi fare il male per raggiungere il bene. Tenendo fisso il fine, si manipolano i mezzi, creando una relazione fini-mezzi contradditoria.

imagesLGRF9FVDIl problema centrale di una ideologia è che questa è un costrutto semplificato, posto a strozzatura, tra due complessità quella minore dell’immagine di mondo e quella maggiore del Mondo. Il Mondo è il complesso, l’immagine di mondo ne è una riduzione, l’ideologia è una riduzione della riduzione e spesso è non cosciente ed esplicita nei rapporti con l’immagine di mondo. In pratica, le indeterminazioni nella ragion impura dell’immagine di mondo si rovesciano moltiplicate nella ragion pratica dell’ideologia, che ne è un di cui e che di per sé tende a semplificare oltre il possibile.  La gestione dell’impianto nelle dinamiche collettive e le lacune delle strutture utopiche e non pratiche, fanno il resto.

In teoria, una ideologia stabilita democraticamente nella giusta misura di ragion pratica e ragion pura, democraticamente dedotta da una chiara immagine di mondo e collettivamente declinata e controllata, aggiornata sempre e costantemente posta al massimo grado di relazione col mondo che l’azione umana deve esperire empiricamente e costruire in base a ciò che crede giusto fare, è funzionalmente ottimale. Non dogmatizza, non si sclerotizza, non dà corso ad una élite di interpreti, si apre alla continua precisazione e coerentizzazione,  si adatta al divenire e può diventare tanto efficace quanto longeva. La nostra non attitudine alla declinazione e precisazione collettiva di una struttura prescrittiva dedotta da una idea per quanto utopica o non pratica, non è una condanna strutturale, è solo il riflesso di un nostro stadio evolutivo, di una nostra incapacità da risolvere per tentativi ed errori, di una immaturità sociale ancora ingabbiata dalla gerarchia e ben lungi da una democrazia naturale degli individui sociali. Da qui sembra giungerci un suggerimento: forse dovremmo premettere una ideologia per il come si fa una ideologia, nel senso che ideologie concepite in ambiente gerarchico sembrano riprodurre la gerarchia e se l’intento è quello di prescrivere un ambiente democratico per avere ideologie non sclerotiche, allora la prima idea dovrebbe concentrarsi su come creare “momenti democratici a priori”. Non è nel vietare le ideologie che si risolve il problema, ma nell’adeguare le menti individuali e collettive alla complessità della loro formazione e gestione.

Architetti, urbanisti, ingegneri, vari tipi di progettisti, sono i tipi culturali che mostrano una certa attitudine all’immaginazione concreta, testimoniando che il raccordo tra idea, fatti, e realizzazione pratica non è a sua volta, una utopia e neanche una idea non pratica. Collettivi umani che dominano la struttura sociale sono i più attivi avversatori e guastatori di ogni tentativo di evolvere queste facoltà anche nella necessaria costruzione sociale. I tipi psico-sociali del conservatore, del gregario, del pauroso-vigliacco, vari tipi di servi che hanno utilità nel servaggio, i “non so” gli smarriti di ogni ordine e grado, sono i naturali alleati di queste intenzioni repressive che nascono dalla difesa di ogni status quo. La relazione dialettica tra questi due insiemi, il gruppo del mantenere ed il gruppo del cambiare, ha nei primi la forza delle certezze e nei secondi la debolezza dell’incertezza, nei primi la forza di una intenzione decisa e nei secondi la debolezza di una intenzione vaga, nei primi il vantaggio dei Pochi e nei secondi lo svantaggio dei Molti che sarebbe un vantaggio sul piano dell’agire, ma non del pensare e decidere. La struttura sociale primaria della gerarchia, riproducendo continuamente dominanti e dominati, ostacola a priori l’emancipazione dei secondi dai primi e dalla struttura stessa. Ma dal re-guerriero indoeuropeo o dal re-dio non indoeuropeo, alle finte democrazie occidentali moderne, qualche passo s’è fatto. Il fatto che la strada sia tortuosa ed il nostro incedere lento, non deve farci credere che non vi sia emancipazione. Un fatto del Mondo ci è alleato, la complessità. imagesYLK7I4T2La struttura piramidale della gerarchia, essendo una semplificazione, tende a non funzionare vieppiù si fa complesso l’insieme sociale ed il mondo in cui questo vive. Il sistema generale che chiamiamo Natura, che è l’ente più complesso si conosca, non ha struttura gerarchica contrariamente a quanto descrizioni interessate e parziali ci dicono (se non per alcuni aggregati locali). Così per ogni singolo organismo vivente. La nostra mente non ha struttura gerarchica. Poiché in questi casi vi sono gerarchie ma sono variabili, sono funzionali all’adattamento col divenire, il “complesso” sembra richiedere questo tipo di forme dinamiche. Essendo il complesso il carattere principale delle nostre nuova epoca, possiamo dire che il cambiamento ci viene incontro. Nulla è garantito, ma nulla è vietato.

La citazione degli architetti-ingegneri-urbanisti ci porta poi ad una altra, finale considerazione. Il campo di questi saperi, ha la costruzione, come fine proprio ed in questi campi “costruire” significa che l’uomo fa qualcosa nel mondo, col mondo, qualcosa che prima non c’era, costruisce in base ad un progetto. Il campo del sapere filosofico ha talmente introiettato la separazione (innaturale) tra pensare e fare, da dare al termine “costruzione” un significato del tutto immateriale o negativo. Il costruttivismo immateriale, in filosofia, origina dalla concezione cosa-in-sé – fenomeno – noumeno in Kant e da Kant in poi è variamente ripreso come ri-costruzione del mondo nella mente, in base ai rapporti tra la ragion pura e le sensazioni. Il costruttivismo negativo, nel senso che l’intenzione concretamente costruttiva di una filosofia o sistema di idee viene ad ordinare le azioni nel mondo di un gruppo di umani, è censurato come tale ossia negativizzato da Hayek e problematizzato nel concetto di eterogenesi dei fini (conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali) da Wundt. imagesBF5HD9MGOra, si possono prendere i rilievi di Hayek, Wundt ed altri su questi aspetti concentrati, come utili avvisi di incapacità costruttiva umana, allo stato delle nostre attuali conoscenze-esperienze. Le obiezioni di Hayek e quelle di Wundt dicono quello che abbiamo detto ovvero che il sistema di idee è spesso incompleto rispetto alle realtà, “esplode” in esiti imprevisti quando dall’ideale vien poto in essere, la sua gestione è preda di gerarchie manipolatrici. Ma non si devono prendere altresì questi rilievi come leggi eterne, eternamente limitanti l’agire consapevole umano, al modo con il quale Agostino ammoniva ai suoi  tempi con l’imperativo: “Giù le mani da te stesso. Cerca di costruire te stesso e costruirai un rudere” (Remo Bodei, Ordo amoris pg.77). E non si può neanche convenire con la concezione hayekiana di un presunto spontaneismo delle cose che sono, ovvero i richiami all’esaltazione di quelle strutture umane che si fanno da sé, che poi sarebbe il mercato nelle versioni di Mandeville, Smith, Ferguson, Hume e dello stesso Hayek. Ferguson pensava che le istituzioni umane derivavano dall’umano fare e non dall’umano progettare. Sarà un progettare debole, opportunista, molto vicino al dato empirico, ma non si vedono istituzioni umane fatte senza pensare, premesse da un discorso in comune, magari di una élite ristretta. Al mercato come ordinatore si pervenne tramite una guerra civile, un colpo di stato, la neutralizzazione della monarchia operata dal doppio parlamento, tutti atti che vennero accompagnati da dibattito e debitamente teorizzati. Una critica dell’ideologia è assolutamente necessaria come abbiamo visto, internamente al concetto, ma pretendere di dicotomizzare uomo che pensa e uomo che fa non è altro che paralizzare il mondo dei dominati, stante che i dominanti fanno secondo quello che pensano giusto ed utile fare, sempre.

Dovremmo allora cominciar a dichiarare la fine della fine delle ideologie. Digerire la fine delle ideologie vecchie ed antiche, capire cosa non ha funzionato nei vari esempi che ci offre la storia, fare i conti con le indeterminazioni utopiche e non pratiche sapendo però del loro fascino trascendentale, fare i conti con la struttura sociale che le gestisce, le impone e le manipola. Si deve altresì svelare che le felicitazioni per questa supposta fine delle ideologie, nasconde il trionfo dell’unica ideologia rimasta, la società ordinata dal principio economico, decisamente pragmatica (almeno fino a che l’economia funzionava) e per la stessa ragione stridente con ogni idea del giusto, del buono e del bello. Oggi la struttura di mondo (occidentale) ordinata da una ideologia dotata di una sua antropologia ed immagine di mondo, tutte risalenti al XVIII°-XIX° secolo, scricchiola. Il momento in cui una ideologia lungamente dominante decade e nessuna altra sembra pronta per sostituirla, è  il momento più delicato poiché è quello che lascia spazio all’agire irriflesso, che spesso si manifesta come reazione di ordine al crescente disordine.

Fatti i dovuti conti ed assunte le debite considerazioni in uno spassionato dibattito su i risultati delle esperienze passate, urge metterci tutte a crearne di nuove, magari in versione 2.0.


[1] Abbagnano, invece che orientare usa “controllo”, ma mi pare eccessivo.

[2] Il termine è di A.-L.-C. Destutt de Tracy (1754-1836), illuminista radicale del gruppo degli idéologues (Cabanis, Cousin, Maine de Biran, Volnay), razionalisti, riformisti, laici se non atei, anti-autoritari, eredi di Diderot, Helvétius, d’Holbac e Condorcet. Il paradosso è che costoro erano empiristi, anti-metafisici, materialisti, mentre il termine ha poi preso le sembianze opposte, quelle dell’ idealismo più sfrenato.

[3] Ridurre il molteplice ad uno era l’oggetto delle cosiddette “dottrine segrete” di Platone. Queste rimasero nella mente del filosofo, il quale da questo sistema in background, trasse gli argomenti e le argomentazioni per la gran parte dei suoi dialoghi. E’ questa la più recente novità nel campo degli studi platonici (si veda tra gli altri: G. Reale, Autotestimonianze e rimandi dei Dialoghi di Platone alle “dottrine non scritte”, Bompiani, Milano, 2008; M.-D. Richard, L’insegnamento orale di Platone, Bompiani, Milano, 2008).

[4] J. Israel, La rivoluzione della mente, Einaudi, Torino, 2011

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Informazioni su pierluigi fagan

59 anni, sposato con: http://artforhousewives.wordpress.com/, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore per 22 anni. Da più di tredici anni ritirato a confuciana "vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente. Il tema del blog è la complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore.
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