ZIGZAGANDO TRA DIVERGENZE E CONVERGENZE. Recensione de -La grande divergenza- di K. Pomeranz

NZOKenneth Pomeranz è l’autore di un seminale testo di analisi storica nel campo (oggi molto in voga) della “World history”: La grande divergenza, Il Mulino, Bologna, 2004. Pomeranz insegna storia a Chicago ed è president-elect dell’American Historical Association, dotato di una specifica competenza sulla Cina degli scorsi secoli (rara), votato agli studi comparativi ma analizzando gli elementi per reciproca interazione e non perché uno di questi funga da standard e gli altri da scostamenti. Egli prende in esame l’economia, la demografia, la geografia, la tecnologia, gli elementi sociali ed istituzionali, l’ecologia (in modo particolare) cercando di tenere questi elementi interrelati. E’ insomma dedito ad un approccio che secondo la nostra definizione, si avvicina molto ad un metodo sistemico-complesso.

Il titolo dell’opera allude a quel momento del XIX° secolo in cui, precedenti allineamenti sostanzialmente omogenei tra alcune aree di Europa (Gran Bretagna in particolare), Cina e Giappone, prendono a divergere con l’impennata coincidente con la Rivoluzione industriale. Il lavoro quindi è anche una ennesima puntata di quello studio interminabile sull’origine e le cause della Rivoluzione industriale e sulla ricerca delle risposte alle fatidiche domande: perché in Inghilterra e perché allora? Rispondere a queste domande non è mai stato d’attualità come oggi, poiché se lì si pongono le radici della modernità contemporanea, da questa risposta si dovrebbe capire cosa l’ha determinata e quindi cosa la potrebbe rilanciare o far definitivamente collassare. Non secondario, l’interesse a capire se il presunto “eccezionalismo anglosassone” ebbe cause interne o esterne, replicabili o contingenti e se l’intera faccenda mostri una parvenza di regola, di “legge”, al pari dei fenomeni naturali. Insomma questo è uno dei tipici “Sacri Graal” dello studio storico, al pari della nascita-splendore-morte delle civiltà, di cui l’Impero romano è il caso paradigmatico. Non a caso anche questo secondo argomento ha a che fare con l’ansia occidentale, in questo secondo caso, di capire quando e come suonerà la campana a morto, l’ora del fatidico “tramonto della civiltà”. Com’è che avemmo successo e com’è e quando, che si comincia a morire sono quindi i due tormenti dell’ontologia occidentale. Si potrebbe già dire che quando ci si fa queste domande vuol dire che la fine è  vicina, ma andiamo con ordine deduttivo ed induttivo accantonando l’abduzione intuitiva.

1867797image5964Inutile dire che la letteratura sull’argomento specifico della Rivoluzione industriale è sterminata. Padri teorici orgogliosi della paternità furono gli Smith, i Ricardo, già più problematico il Malthus e Stuart Mill, decisamente critici i Marx e gli Engels. Più ingarbugliato è il registro dell’analisi storica su cui si sono cimentati dal mitico Ashton ad Hobsbawam, dalla Deane a Landes. E poi come non citare i dati di Madison, la “rivoluzione industriosa” di de Vries, l’entusiasmo di Toynbee, le lunghe durate di Braudel, la Grande Trasformazione di Polanyi e la world-system theory di Wallerstein? E poi Wrigley, Pollard, Mokyr, Cameron, Jones… [1].Non vi è storico anglosassone, o del capitalismo o dell’economia (che spesso è ritenuta la stessa cosa), che non vi abbia ronzato attorno, dicendo la sua.  Naturalmente l’ideologia pesa sull’interpretazione (si pensi all’entusiasmo protestante di M.Weber) e soprattutto certi anglosassoni quando parlano della loro creatura (anglosassoni britannici nella fattispecie) non sembrano molto più lucidi di certe madri meridionali, quando parlano dei loro figli.

Ne discende una vera e propria enciclopedia della cause che spazia dal protestantesimo laborioso, alla geografia, al carattere pragmatico-empirico degli isolani, ai fattori istituzionali più vari (stato, mercati della terra, del lavoro, dei capitali, dei prodotti, a breve-media o lunga distanza, banco-finanza, diritti di proprietà materiale ed intellettuale e rule of law in generale, liberoscambismo etc.), alla matrice tecnico-scientifica con spruzzi di ingegnosa creatività, dall’interpretazione di classe con l’accumulazione primitiva, all’Illuminismo scozzese, dalla Massoneria, ad un innato senso all’intrapresa, al rischio, a giocarsela in grande fino ad arrivare a un più generico, esplicito o implicito, senso di superiorità (solo in parte europeo, più spiccatamente british) non si sa se dovuto a Dio, alla razza o alla fucina storica che forgiò un sì invidiabile popolo. Qualcuno ha inserito l’eccezionalismo britannico in un più generale miracolo europeo di cui comunque i britannici furono il cuore pulsante se non la mente promotrice.

imagesCAJZ4JIEQuasi tutti questi registri seguono la strada della causa endogena, cioè il fatto è giustificato da fattori britannici o al massimo europei. E’ questo un tipico vizio anche delle teorie sul capitalismo, tanto entusiaste-liberali che critico-marxiste ed è una impronta indelebile di quel pacchetto di teorie che si studiano nella facoltà di economia per le quali tutta la macchina non ha mai entrate o uscite in qualcosa fuori di lei, così non hai mai problemi di alimentazione o scarti, per cui ciò che succede nel vile mondo della materia, dell’energia, della geografia politica, della guerra, dell’ecologia, non ha rilevanza alcuna. Neanche il caso ha ruolo, il meccanismo è newtoniano, necessitato. Anche su quel legno storto che è l’essere umano sono passati con la piallatrice, tanto da renderlo una black box che a imput dati risponde sempre con output prevedibili e perfettamente razionali. L’importante è che non vi siano contingenze o frizioni, contraddizioni, entropie o limiti inaggirabili così l’equazione fila via in tutta la sua “eleganza”, disegna il modello e la scienza è salva. E con la scienza, la cattedra, la pubblicazione, il Nobel e in alcuni casi anche un posto in politica o in qualche remunerativo consiglio di amministrazione. La comparsata in televisione è ultimamente anche gradita.

Ma torniamo alle cose serie. Pomeranz distrugge subito l’idea di una longue durée per spiegare il fenomeno, anche se egli si riferisce al fenomeno della divergenza tra Europa e Cina e non a quello della lunga marcia lungo il sentiero dell’evoluzione economica. Secondo lui, fino almeno alla seconda-metà del XVIII° secolo questa differenza era inesistente. Il capitalismo industriale che è ciò che determinò la cosiddetta “rivoluzione” è un fatto certo e pieno solo del XIX° secolo. Quanto a ciò, cioè all’industrializzazione, il fenomeno è circoscritto alla Gran Bretagna almeno fino al 1860. Inoltre non ha senso nella logica comparativa, operare su oggetti incommensurabili per cui una cosa era la Gran Bretagna e al massimo l’Olanda, altro l’Europa, così come a questa corrispondeva la Cina, ma alle prime corrispondeva il Gansu e il delta dello Yang tze. Inoltre non va sottovalutato l’apporto coevolutivo, quindi sistemico, per cui la crescita di terze parti del mondo, fece da mercato per gli output europei senza che ciò venga stereotipato in quel pacchetto narrativo del “portare la civilizzazione al mondo”, che pur avendo dell’incredibile è ancora usato da certi sceneggiatori à la Ferguson[2].

untitled6Il libro, che è un trattato approfondito di più di 500 pagine in tre parti, sei capitoli e cinque appendici che spaziano da comparazioni sulla produzione della seta, del legno e distribuzione di letame e flussi di azoto, lettura  non sempre prêt-àporter, smonta pazientemente i fondamenti causali prima citati. Alcuni risultano del tutto infondati, altri vanno relativizzati, altri sussistono ma non nell’entità supposta, altri non reggono da soli la giustificazione della divergenza, altri studiati in altri contesti –dove cioè interagivano con quadri complessivamente diversi- non diedero affatto il medesimo esito causativo. Inoltre, più che una causa, si suggerisce di porle tutte in interazione e capire quale o quali hanno rappresentato poi la rottura di simmetria. Infine anche quelle valide come la prospezione a lunga distanza à la Braudel, vanno messe non in relazione al supposto bottino di quella accumulazione che poi diede vita alla successiva fase ma  analizzata come relazione tra capitalismo europeo e stati forti nel governo di una legge idonea al fenomeno, soprattutto in grado di aggirare le strozzature ecologiche (terra, materie prime, energie) scatenando flotte ed eserciti. Particolarmente doviziosa è la corrosione degli assunti idealistici sulla libertà dei mercati, sull’efficienza degli stessi, sulla superiorità economico complessiva degli occidentali, quando questi non debitamente supportati dai cannoni. Una corrosione salutare anche per rendere visibili quei pregiudizi ideologici che operano anche nelle alte sfere della ricerca culturale e che dominano oggi con il paradigma neoliberale, una tipica ideologia da periodo decadente[3]. Un insieme di monopoli, privilegi garantiti dallo stato, commercio armato e colonizzazione sembrano la reale trama di una tela che sopra ha un dipinto apocrifo fatto di mano invisibile, genialità imprenditoriale, virtù dell’individualismo proprietario ed altri narcisismi narrativi eurocentrici.

Pomeranz individua i due snodi cruciali, le due condizioni necessarie senza delle quali l’intero percorso precedentemente evolutosi mai sarebbe giunto all’esplosione industriale britannica con relativa andata in orbita dell’economia, del Pil, dei nostri stili di vita. Da una parte il carbone, (la famosa “foresta sotteranea”) quel salto di intensità energetica per produrre il quale sarebbero stati altresì necessari così tanti uomini che la demografia e soprattutto l’ecologia (la terra per sfamarli, vestirli e contenerli) sarebbe stata un limite invalicabile. Si trattò nientemeno che di una “fortuna”, un “accidente” che si trascinò appresso anche la felice evoluzione della macchina a vapore, senza la quale l’industria non sarebbe mai esistita. RivoluzioneIndustrialeLe miniere britanniche ad esempio avevano infiltrazioni d’acqua, da cui la pompa attivata dal vapore, mentre quelle cinesi erano talmente secche da tendere all’autocombustiione. Questo fatto della dipendenza all’energia extra l’abbiamo poi rivisto nel secolo successivo il XX° col petrolio, ma gli economisti ed anche molti storici imperiali non amano questa sottolineatura che reputano “volgare”. Esso rimanda a quella ovvia constatazione del fatto che la macchina economica va alimentata e non sempre l’alimento ti cresce, come nel caso del carbone britannico, nel giardino di casa. Dall’altra, fatto forse ancorpiù decisivo, il colonialismo. Sfogo per i destabilizzanti eccessi demografici o come nel caso dei puritani, di elementi potenzialmente destabilizzanti (come poi accadde con l’esportazione di intere generazioni di delinquenti in Australia), terra in forme di abbondanza semi-infinita per un’isola di poi non così grandi proporzioni, popolazioni locali stroncate dal contatto con i virus occidentali (tesi del Armi, acciaio e malattie di J.Diamond), periferia perfetta per assorbire e far crescere la produzione della madrepatria, miniera di risorse, costi bassissimi di produzione visto che la manodopera era schiava, popolazione extra cooptata dall’Africa, inesistente in madrepatria e nel Nuovo Mondo, malnutrita e tenuta a bada con la frusta (impugnata dalla “mano invisibile”?), tutte cose che il commercio consensuale nella vasta rete dei mercati autoregolati non avrebbe mai e poi mai potuto soddisfare. Il cosiddetto commercio triangolare vedeva schiavi comprati in Africa con baratto di tessili e ruhm e poco altro, venduti alle colonie oltremare per cotone, tabacco, zucchero, il saldo era enorme. ZZ6801D296Ma così le colonie erano anche auto-consistenti scambiando ad esempio legno americano per zucchero caraibico mentre ciò che mancava veniva gentilmente venduto dalla madrepatria che drenava ulteriori profitti o materie prime come legname e grano. Infine, ciò neutralizzava e desertificava le reti di produzione proto-industriale dei paesi colonizzati cosa che, nota il Pomeranz, mantenne una sudditanza economica coloniale per lungo tempo dopo la fine ufficiale delle occupazioni e i vari riconoscimenti d’indipendenza. Fatto questo da non sottovalutare quando si analizza anche l’attuale economia francese e britannica.   Ciò rinforzava ovviamente i propri monopoli ed è chiaro che come notava F. List, “dopo” sono buoni tutti a predicare il libero mercato.  Beonio Brocchieri traduttore ed introduttore dell’opera lo dice con chiarezza: “il ricorso alla coercizione era quindi indispensabile[4].  Ma questa faccenda che  è stata mal compresa dagli stessi critici del capitalismo e del tutto negata dai suoi aedi, non va letta come accumulazione di capitali poi riversati nella Rivoluzione industriale ma come terra, energia e risorse extra-sistema senza la quali il processo non si sarebbe svolto. E la questione ha anche altre sfaccettature.

Quelle, ad esempio, relative al cotone, che anche i meno onesti intellettualmente non possono che confermare esser stata la killer application del primo industrialismo, cotone che notoriamente non cresce nelle Highlands. Qui al massimo si misura la quota di pil attribuibile ai derivati di questa materia prima, ma non si misura la qualità strategica che questo primo drive dell’industrializzazione, del commercio su larga scala, del consumismo, ebbe sul sistema. untitled5Ed altresì non si misura l’indotto produttivo a sostegno del colonialismo, legno, ferro, armi,  trasporti, strade, rifacimento delle reti viarie fluviali interne la Gran Bretagna, porti di costa e porti principali, magazzini, marinai, soldati, cantieri navali, sviluppo tecnico e produttivo per la navigazione oceanica, rimesse dei coloni, prime multinazionali, speculazione finanziaria su i loro successi, formazione dei primi capitali azionari, reti commerciali e negozi, banche locali, sfogo delle variazioni demografiche, espulsione dei socialmente instabili etc.. “Non tutto quello che conta si può misurare e non tutto quello che si può misurare conta” titola il quarto paragrafo del sesto capitolo del libro, una affermazione (attribuita ad A. Einstein) che punta dritto al quantitativismo tipico di certa cultura moderna (numero, peso, misura) rimasta ferma ad un razionalismo primitivo. Così tabacco, zucchero, cacao, caffè, thè non vengono mai valutati per l’impatto indotto che ebbero su stili di consumo, sostituzione di dieta, rinforzo dell’espansione e dell’affermazione delle consuetudini di mercato, nonché per l’impatto che ebbero  per gli incassi tributari della corona britannica, incassi che oliarono la macchina militare, che poi costruì un Impero. E’ questa visione complessa che anima l’indagine di Pomeranz, tanto da fargli specificatamente citare la Teoria del caos (p. 426) e le piccole differenze che in base a complesse retroazioni producono effetti di scala macroscopica, anche come deviazione dal percorso altrimenti stabilito, quello della strozzatura ecologica alla quale furono condannati cinesi, giapponesi ma anche danesi che non erano meno protestanti, anglosassoni e illuministi degli inglesi.

Sempre in linea di materialismo difettoso, Pomeranz osserva altresì quanto la dimensione demografica sia importante in un sistema economico, poiché più ampia è la dimensione maggiori di numero sono le specializzazioni coltivabili, più resiliente è l’intero sistema. Maggiori anche i consumatori, più ampio quindi il volume del sistema, più grande il mercato interno, più grandi e potenti le imprese che in questo nascono, imprese nate col monopolio, creciute nell’oligopolio e solo alla fine gettate nel libero mercato. Maggiori sono anche le specializzazioni di ricerca e di innovazione, più selezionabile e quindi più alta la qualità dei singoli creatori ed innovatori. 10628Ma poi anche la geografia poiché anch’essa più ampia e varia, meno potenzialmente si possono creare strozzature ecologiche e trappole malthusiane, più risorse si possono avere internamente ed essere più autonomi dall’esterno (quindi meno perturbati). Ma anche la posizione che beneficiò la Gran Bretagna di un affaccio diretto sull’Atlantico, di una posizione semi-doganale (la Manica) verso gli scandinavi, russi, baltici, germani ed olandesi, di una posizione vicina ma non attaccata al disordine eurocontinentale regolato dalla guerra perpetua di tutti contri tutti e tutti contro uno (dinamica in cu la Gran Bretagna interpretò per decenni l’ago della bilancia e il regista del divide et impera), dell’essere semplicemente una isola quindi naturalmente difesa e in questo senso con minori costi ed ulteriore liberazione di manodopera, di avere vicino una Irlanda da usare come sfogo, come palestra per la formazione militare, come serbatoio di manodopera a basso costo, come terra da regalare a premio ai propri meritevoli etc. etc.. Insomma scesi dall’empireo delle leggi sintetiche di stampo newtoniano che valgono semmai solo per un certo range di fenomeni naturali (ma non tutti vedi la meccanica quantistica e la statistica termodinamica), per i fenomeni umani sembra che riprodurre la trama nella sua complessità molecolare e poi organica sia l’unico modo di comprendere il fenomeno. La storia quindi è descrizione.

414071Se il ricorso alla coercizione coloniale beneficiò spagnoli come i portoghesi, olandesi non meno dei francesi, sebbene non con l’intensità e l’estensione temporale dei britannici il carbone ce l’avevano in quella quantità ed a quel giusto stadio di evoluzione pre-industriale solo i britannici. Così il primo fattore spiega la divergenza Europa-Cina e il secondo (assieme al primo) la tipicità della rivoluzione industriale britannica. La nazione invisibile che aleggiò come sistema coloniale intorno alla nazione visibile stretta nei confini  dalle bianche scogliere, era un elemento esogeno, un ambiente che la Gran Bretagna si creò prima con le colonie, poi con l’impero e che gli USA continuarono a riprodurre anche per loro con l’egemonia e l’impero informale. Ciò dice, contrariamente alla teoria economica dell’equilibrio endogeno che un sistema economico, per avere salute ed equilibrio, deve insistere su un’ambiente molto più grande dei suoi confini, più ampio del territorio stato-nazionale del quale è indigeno[5] e sul controllo di una più grande popolazione evidentemente subalterna.

Se possiamo elevare una sola critica non tanto e non solo a Pomeranz, ma in generale agli studiosi storico-economici, è il non aver immesso tra le variabili (forse, ma solo in parte, con  l’eccezione di J.A.Goldstone, per altro “padre” di quella California school a cui appartiene lo stesso Pomeranz) che cucinarono la pietanza, un ingrediente essenziale. Quel parlamento delle élite senza la cui regia, l’intera faccenda non si sarebbe mai e poi mai formata nei tempi e nell’intensità data. Nulla ebbero a che fare col carbone s’intende, ma l’intero processo che dai pirati porta ai coloni, la flotta inglese e poi britannica, l’annessione scozzese e poi quella irlandese, la Banca d’Inghilterra, le norme e le leggi, la gestione dell’Impero, non nascono dal caso. E’ questo che spiega la Piccola divergenza per intero (Gran Bretagna vs euro-continente) e per buona parte costituisce la precondizione necessaria per la leva della coercizione con la quale i britannici aggirarono il limite malthusiano ed ecologico, creandosi una nazione alone che sosteneva la potenza della piccola isola, fatto che contribuì a creare appunto la Grande divergenza.

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Poiché lo studio di Pomeranz è diventato un classico, facile è venuto a molti il giochino di ribaltare la grande divergenza in grande convergenza a proposito della stentata crescita occidentale parallela alla esuberante crescita cinese e di altri paesi “emergenti”. Vi giunse Michael Spence con il suo “La convergenza inevitabile, Laterza, Roma-Bari, 2012 e il più recente Kishore Mahbubani con “The Great Convergence: Asia, the West, and the Logic of One World”[6], qui[7] come titolo di un articolo del noto Martin Wolf. Ma questa facile previsione (né Spence che è un premio Nobel ma di economia, né il fantasioso singaporiano, né la penna d’oro del Financial Times sembrano avere cognizioni decenti di complessità) non tiene conto di un fatto.

I sistemi hanno una loro struttura ed una certa logica di funzionamento, quando sono sottoposti a forti perturbazioni, a tremende pressioni, a violente riduzioni delle condizioni di possibilità, entrano in una fase caotica e o si distruggono o si resettano (dopo violenta crisi) ad un livello di complessità assai minore. Non è così semplice passare da una divergenza ad una convergenza e fermarla lì. Se ipotizziamo che il successo occidentale e tutta la nostra recente modernità è dipesa in sostanza da contingenze non replicabili e da sistematica coercizione ancor meno ripetibile, cosa ne discende…?

Ma questa è un’altra storia. Magari quella della crescita e caduta delle civiltà?


[1] Una bibliografia minima: E. Hobsbawm, La rivoluzione industriale e l’impero, Einaudi 1974 (ed. or.1962). R., Cameron, Storia economica del mondo, Il Mulino, 1993, (ed. or. 1989). D., C., North; R. P: Thomas, L’evoluzione economica del mondo occidentale. Dall’età feudale alla vigilia della rivoluzione industriale, Mondatori, 1976. (ed. or. 1973). F., Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, Rizzoli, 1992. (ed. or. 1992). E. Jones, Il miracolo europeo. Ambiente, economie e geopolitica nella storia europea e asiatica, Il Mulino, 1984, (ed. or. 1981). K. Polanyi, La grande trasformazione. Le origini economiche e politiche della nostra epoca, Einaudi 1974, (ed. or. 1944). A. Maddison, The World Economy: a millenial perspective, OECD, Parigi, 2001. Paul Bairoch, Storia economica e sociale del mondo. Vittorie e insuccessi dal XVI secolo a oggi, Einaudi, 1999, (ed. or. 1997). T. S. Ashton, La rivoluzione industriale. 1760-1830, Laterza 1976 (ed. or. 1948). E. A. Wrigley, La rivoluzione industriale in Inghilterra, Il Mulino, 1992. Landes D.S., La ricchezza e la povertà delle nazioni. perché alcune sono così ricche e altre così povere, Garzanti 2002. Wallerstein I., 1974-80. Il sistema mondiale dell’economia moderna, 2 voll., Il Mulino 1978-82. Per Braudel i testi sono più d’uno.

[2] N. Ferguson, Occidente, Ascesa e crisi di una civiltà, Mondadori, Milano, 2011

[3] Nei periodi decadenti ovviamente non si esprime alcuna novità. Così l’ideologia dopo aver esaurito i “post” (dal post-moderno, al post-colonialismo) è giunta al “neo” del neo-liberismo. Questo si può riassumere nell’atteggiamento che si ha verso il liberismo con la ricetta: fallo di più e meglio. E’ una sorta di superlativo, segno ulteriore della povertà del discorso soprattutto ricordando che il liberismo puro di mercato nasce nel 1776. Quindi le migliori menti del pensiero strategico occidentale cosa fanno? Pensano che sia buono fare di più e meglio quello che si pensava buono fare 220 anni fa. Un irriducibile e cocciuto anti-darwinismo, uno sfregio al buonsenso adattativo che testimonia, appunto, della decadenza.

[4] Per una altra sottolineatura si veda il punto di vista di Philip S. Golub: http://www.cartografareilpresente.org/article99.html#nb8. Docente di Relazioni internazionali presso l’ Institut d’études europénees  dell’Università Paris VIII. Collabora con l’Institut de relations internationales et stratégiques” (IRIS). Collabora con varie riviste specializzate, tra cui “Le Monde diplomatique” e “Les Cahiers de l’Orient”, e è consulente di “France Culture” . Negli anni Novanta, è stato caporedattore aggiunto di “The Asia Times”.

[5] Al 1760, le popolazioni europee controllavano un +21% di popolazione confinate nelle colonie, nel 1830 un +114%, nel 1880 un +128%, nel 1913 un +175%, nel 1938 al momento del picco un +185%, cioè la popolazione europea dominava popoli pari quasi a due volte se stessa. Gran parte di questo dominio era riferito alla sola Inghilterra – Gran Bretagna – Regno Unito il che farebbe salire le proporzioni a parametri stellari. Dai conteggi è esclusa la Cina. Calcoli su dati da P. Bairoch, Storia economica e sociale del mondo: vittorie ed insuccessi dal XVI secolo ad oggi, Einaudi, Torino, 1999.

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Informazioni su pierluigi fagan

59 anni, sposato con: http://artforhousewives.wordpress.com/, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore per 22 anni. Da più di tredici anni ritirato a confuciana "vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente. Il tema del blog è la complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore.
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