FENOMENOLOGIA dello STATO-NAZIONE EUROPEO. (5/5) Dagli stati-nazione alle Unioni.

Eccoci giunti a stringere il lungo ragionamento sviluppato, nelle precedenti quattro puntate,  intorno alla crisi dello stato nazione europeo. Riepiloghiamo le precedenti considerazioni per poi giungere ad una ipotesi di soluzione:

1)      L’Europa ha una conformazione tale che, nel tempo, ha prodotto molti e diversi popoli organizzati in città stato, principati, regni di varia dimensione, qualche volta fiammate imperiali che si sono rivelate instabili e sono poi collassate, giungendo infine a riempire tutto il suo spazio geografico interno, di stati-nazione basati su una qualche definizione di popolo. Europe_satellite_orthographicQuesto ultimo tratto di storia ha visto la continua e sistematica competizione di tutti contro tutti o di tutti contro uno sino allo stallo della Seconda guerra mondiale. Tramite la Prima e la Seconda guerra mondiale l’Europa: a) non ha risolto alcuna delle questioni di instabilità derivata dalla reciproca competizione; b) ha depauperato tutte le sue forze ed energie in un conflitto interno che ha favorito il trasferimento della leadership occidentale a gli Stati Uniti d’America; c) ha definitivamente dimostrato a se stessa che l’unica via percorribile è quella di un comune assetto di convivenza in qualche modo contrattualizzato.  Dopo la Seconda guerra mondiale, sono stati portati avanti tentativi di forzare la convergenza delle rispettive strutture economiche e da ultimo, l’adozione di un vincolo esterno di tipo monetario per obbligare tutti i contraenti a giocare con uno stesso set di regole. Queste  sono poi quelle che lo stato più forte, la Germania, ha imposto come conditio sine qua non a tutti gli altri, per la propria partecipazione a questo progetto di omogeneizzazione interna. Questo costrutto –l’euro e l’eurozona– mostra evidenti segni di insostenibilità e si fa urgente una profonda se non radicale revisione dei suoi presupposti e della sua stessa forma. Ciò ha dimostrato anche che l’Europa è un ente complesso che non si può omogeneizzare partendo dalla moneta e neanche partendo dall’economia, ma partendo dalla politica e dai popoli, ovvero dalle loro culture.

2)      Tutto ciò che potremmo definire –questioni subcontinentali interne– è avvenuto ed avviene nel mentre ciò che contiene l’Europa, ovvero il Mondo, ha e sta radicalmente cambiando forma. Nel solo ultimo secolo e specificatamente negli ultimi 5/6 decenni, la popolazione mondiale è cresciuta di quasi quattro volte, così il numero dei soggetti statali. La crescita è stata molto maggiore fuori dell’Europa (e dell’Occidente in generale) ed ha, sia relativizzato il peso degli europei (e degli occidentali), sia occluso loro gli spazi della precedente coazione a scaricare all’esterno (colonialismo, imperialismo etc.)  le contraddizioni e le frizioni interne derivate dalla reciproca competizione. L’occlusione agisce anche come limitatore per la ricerca esterna di materie, energie, mercati da cui il benessere occidentale dipende in maniera strutturale da più di due secoli.  Questa crescita del resto del mondo, inizialmente demografica, è seguita oggi da una crescita economica e politica che sta portando il mondo ad un livello ulteriore di complessità, con soggetti massivi plurali che vanno creando propri sistemi macro-regionali. brics3Finiti i tempi del bipolarismo statico est-ovest, stiamo andando verso un assetto multipolare dinamico. Tutto ciò si traduce in una impennata della concorrenza mondiale ed impatta su una nuova condizione di mondo che mostra: acentricità, disordine permanente, possenti retroazioni ambientali, scarsità di risorse e lotta per accaparrarsele. Queste dinamiche presentano altrettanti problemi planetari che agiscono sul locale ma che non possono esser affrontati che nel globale.

3)       A ciò, i leader della partita, gli USA ed in sub-ordine i britannici (leader uscenti e parenti dei leader attuali) hanno reagito per tempo, sviluppando una strategia adattativa articolata già negli anni ’70 ed ‘80. 300px-United_States_one_dollar_bill,_obverseDovendo proteggere le condizioni di possibilità della propria ricchezza  e quindi della propria economia che è ciò su cui si fondano ontologicamente e su cui fondano la propria potenza, essi hanno: a) reso la propria moneta un titolo auto-consistente e quindi indipendente da limiti (Nixon 1971); b) continuato ad imporre tale moneta come standard mondiale; c) favorito la smaterializzazione della propria economia dando per persa la competizione su certi tipi di produzione dal momento che i new comers del mercato (Cina su tutti) avevano vantaggi comparativi di costo del lavoro irraggiungibili; d) assunto (in forme semi-monopolistiche)  la specializzazione dell’economia banco-finanziaria e rinforzato la presa su alcuni settori di alta tecnologia; e) imposto in forza delle loro molteplici leadership, un quadrivio di disposizione strutturali economiche fatto di: 1) libero mercato globale (la ricchezza si produce dove conviene); 2) assenza di barriere e regolamenti che non siano quelli che produce in forma impersonale (?) il mercato; 3) devoluzione dell’economia controllata dall’interesse pubblico (stati) all’interesse privato (mercato dei capitali di cui erano e sono leader o in proprio o gestendo le altrui ricchezze); 4) spostamento quindi del drive economico dalla ricchezza produttiva (industria otto-novecentesca) a quella finanziaria (debiti/crediti-Borsa-creatività finanziaria-transazioni globali istantanee-off shore). Hanno cioè concesso l’apertura dell’agone competitivo produttivo-commerciale sul quale nulla potevano più pretendere di fare e nel quale hanno comunque mantenuto alcuni punti di forza come nell’alta tecnologia e con alcune multinazionali, spostando la regia di controllo e direzione nella banco-finanza di cui si sono garantiti la leadership semi-monopolistica a livello mondiale. Questo non solo prometteva ricchezza propria al semplice crescere della ricchezza mondiale ovunque comunque e da chiunque prodotta (poiché comunque intermediata e reinvestita invariabilmente tramite i loro fondi, le loro banche, i loro off-shore, il loro NASDAQ, i loro over the counter, i loro derivati , le loro società di consulenza e rating, il loro dollaro e/o sterlina), non solo risultava un vantaggio comparato strategico per lungo tempo inespugnabile, ma portava la soluzione altrimenti difficile al come governare le questioni mondiali ora che le dighe andavano rompendosi e le acque diventavano molto confuse ed agitate.

Non pochi ritengono questa storia una partitura scritta da quel soggetto indescrivibile a volte, che è il capitalismo, il compagno di quell’altro soggetto mitico che  il mercato. 99188ebf9936677d0e512c9370251cf1_e524b-http-4-bp-blogspot-com-9t1wfog3u-t-3a5zrig7i-aaaaaaaacwa-9fme8tlfdm0-s320-la-mano-invisibile-jpegA noi sembra invece una sceneggiatura che ha in capo ben precisi attori politici. Centinaia di atti concreti, visibili ma spesso ai più invisibili, disposizioni, leggi, trattati, convergenze accademiche, pubblicazioni, istituzioni create da intenzioni politiche, lo testimoniano. Questo quadro non l’ha prodotto né la brama accumulatoria, né la mano invisibile che è la sua forma elegante, ma entrambe sono state dirette e sfruttate a ben precisi fini geopolitici. Si è trattato di un  lucido disegno, pianificato, implementato e continuamente adattato al divenire delle situazioni, condotto con precisa intenzione e con ben temperata intelligenza strategica, quale si conviene ad una potenza che ha in oggetto il mondo. Va segnalato che questa strategia ha reso meno evidente un declino oggettivo della potenza occidentale e di quella americana, iniziato già a partire dalla fine dei ’60-inizio dei ’70 anche se al prezzo  di  una costruzione (ampiamente basata su ricchezza inesistente ma trattata come  se lo fosse e dimensioni debitorie colossali) crollata in parte la quale (crisi del 2008-2009) ci si ritrova dove saremmo stati trent’anni fa se si fosse rispettato il principio di realtà e non quello di dilazione, rimozione, occultamento. Nel frattempo, la concreta situazione sottostante cioè il concreto valore della ricchezza occidentale, è naturalmente peggiorata.

Lo stato nazione europeo si trova quindi stretto tra due sistemi di forze. Da una parte, l’affluenza di nuovi soggetti politico-economici, soggetti più o meno massivi (quali ad esempio: Cina popolazione 1341mio, India 1224mio , Indonesia 224 mio, Brasile 193mio, Russia 143mio, ma anche Vietnam, Turchia, Corea del Sud, Colombia, Messico), ognuno di essi dotato di una congrua dimensione quale produttore-consumatore ed ognuno di essi impiantato in aree in cui,  connessi con altri soggetti, possono  fare sistema. Questi sistemi esercitano pressione sulle risorse ed occludono spazi precedentemente disponibili per la crescita europea. Dall’altra abbiamo le sofisticate strategie neoliberiste che gli stati forti anglosassoni cercano di imporre a gli stati deboli per continuare a puntellare la propria posizione privilegiata. Al più si sono identificati gli “stati deboli” come Terzo mondo, ma un difetto di presunzione non ha fatto vedere che in parte, era proprio a gli stati europei che quella strategia prioritariamente si rivolgeva.  A questa doppia pressione, gli stati nazione europei guidati da leadership che oscillano dall’incompetenza al deliberato tradimento per difesa di interessi personali, hanno risposto in maniera debole ed in alcuni casi addirittura masochista. Da una parte accettando in pieno le disposizioni globaliste, dall’altra tentando una timida difesa impiantata sull’idea di creare una propria area economica.

Lo hanno fatto solo aprendosi vicendevolmente i mercati ma poi seguendo la metrica tedesca che ha imposto condizioni valide per tutti ma idonee solo per le sue peculiari caratteristiche, hanno aggiunto la moneta unica dalla forma istituzionale di un marco con un valore più simile al franco-lira.  Ancora una volta è lo schema stato forte vs stati deboli ad aver agito, anche all’interno dell’Europa.

1)      L’UNIONE DELLE COMUNITA’ DEMOCRATICHE LATINE.

Per la forma stato-nazionale europea, una possibile soluzione a questa corposa restrizione delle condizioni di possibilità, l’abbiamo già presentata qui. Si tratta di puntare ad una unione politica federale tra nazioni compatibili (Portogallo, Spagna, Francia, Italia, Grecia e non solo) al fine di costruire un soggetto politico-militare-economico-finanziario-culturale autonomo, in grado di sviluppare politiche esterne sia di collaborazione, sia se e dove necessario, di competizione. In breve: un nuovo stato che nasce per fusione d incorporazione dei precedenti. La Comunità latinaUn soggetto in grado di difendersi a molti livelli, di partecipare ai tavoli della nuova contrattazione del mondo, di avere resilienza a fronte dei continui treni di perturbazioni a cui saremo tutti sottoposti e soprattutto, in grado di praticare un proprio modo di stare al mondo, una propria strategia adattativa alla nuova, grande complessità.

L’Unione delle Comunità Democratiche Latine sarebbe una federazione degli ex stati-nazione Sud-occidentali d’Europa, con la quinta popolazione mondiale (poco più di 200 mio) e il secondo Pil complessivo. Dotata di un arma atomica (apporto francese) e di un proprio forza armata autonoma dalla NATO. Dotata di un potenziale capacità di inter-comprensione data la comune matrice linguistica. Dotata di una solida e stratificata cultura comune in termini di civis-civitas, religione, arte, convivialità, cultura alimentare, sensibilità, estetica, cultura giuridica, tradizione sociale. Dotata di una visione economica non teologicamente mercatistica, che preveda un ruolo pubblico non secondario, ma aperta anche a forme di quella nuova economia e di sensibilità decresciste e bene-comunitarie (vivide in Francia come in Italia) che saranno vieppiù necessarie in un mondo in cui la crescita dei meno sviluppati non potrà che corrispondere alla decrescita dei sovrasviluppati. Personalmente son tra coloro che ritengono la decrescita non una opzione questionabile ma un destino al quale adattarci. Non esiste la scelta tra crescita e decrescita, esiste solo la scelta tra una infinita ed intermittente recessione passiva ed una ri-sistematizzazione attiva al corso decrescente delle nostre economie. Una Unione  comunque dotata di una agricoltura forte e di un industria che ben sviluppata, può ancora recitare un ruolo occupazionale e commerciale in chiave di export, oltre a fornire gran parte del necessario per stili di vita che ancorché da riconsiderare, non si possono neanche immaginare retrocessi damblè al “neo-medioevalismo conviviale”. Fornita di una sufficiente sovranità alimentare e di una buona dotazione di acqua dolce che saranno elementi importanti, nei tempi a venire.  Una moneta unica ma affidata ad una banca centrale che risponde ad un potere politico federale, come nei fatti è la Fed. Una idea di economia, né orientata ad un ritorno impossibile al protezionismo totale o al solo mercantilismo, né però continuante l’adeguazione acritica alla globalizzazione senza ritegno e con una attenzione selettiva particolare alla circolazione dei capitali. Un sistema culturale da vivacizzare immediatamente sfruttando secoli di cultura comune e sopraffina, di ingegno naturale, di creatività assoluta e di non secondaria sensibilità scientifica. Un sistema che investa su se stesso potenziando oltremodo la ricerca civile, ad esempio nel campo della medicina, dell’alimentazione, dell’energia pulita, di una tecnologia emancipatrice dell’uomo e non viceversa.  Un sistema geo-politico naturalmente vicino ai germano-scandinavi con i quali condividiamo la stessa terra, nonché amica dei popoli dell’Est. Un sistema che può dialogare con i  russi la cui energia ci è, al momento, necessaria ed a cui è necessario poter dialogare con modelli di modernità non hardcore (tipicamente anglo-sassoni). Ma amica anche di quei strani parenti che sono gli anglosassoni. Sebbene con questi ultimi avendo idee chiare di quali sono gli interessi comuni, i limiti oltre i quali non andare. Ad esempio, cominciando da subito a scatenare una guerra molto determinata ai loro off-shore rispolverando la simpatica definizione di “stati canaglia”, con conseguente minaccia d’embargo. Serietà, correttezza e fine delle furbate (vedi caso NSA) per avere rapporti di reciproco e paritario rispetto.

StampaUna prospezione geopolitica naturalmente rivolta al Mediterraneo, al mondo arabo ed a quello africano. L’Africa che raddoppierà la propria popolazione nei prossimi quaranta anni, un fatto che in assenza di una emancipazione autonoma locale, riverserà su di noi non decine o centinaia o centinaia di migliaia di migranti, ma milioni. Entità che fuoriesce dal dibattito isolazionisti-integrazionisti poiché pone problemi di dimensioni semplicemente ingestibili. La nuova entità dovrebbe essere l’alleato naturale dell’emancipazione africana, proteggendola dalle invasioni cinesi, indiane, americane laddove interessate solo a perpetrare rapine di risorse, cooptando élite locali compiacenti che lascino ai propri popoli la secca alternativa tra il conflitto tribale, quello religioso, la migrazione (da noi), la morte per inedia ed epidemie. Magari facendo ulteriori profitti vendendogli armi per giocare al reciproco massacro. Ma una prospezione geopolitica altrettanto naturale sarebbe verso il Sud America ispano-portoghese, un luogo di grande prospettiva che nell’emanciparsi a sua volta dal dominio Nord-americano, troverebbe certo più spontaneo riferirsi agli europei piuttosto che ai cinesi. Ma a loro volta, cinesi, indiani, asiatici in generale, ai quali l’altra grande antica cultura del mondo oltre alla loro, può offrire dialogo, scambio improntato al principio tanto cristiano-kantiano, quanto confuciano, di reciprocità.  Insomma come si riferiva nel precedente articolo sull’euro-nostrum: amici di tutti, servi di nessuno.

Una tale innovazione sarebbe la risposta alla consunzione del modello nazione, realizzando uno stato più forte  di tutti quelli che entreranno a far parte della nuova Map_of_federal_states_svgUnione ma anche più forte della loro semplice somma poiché il totale è più della somma delle parti. Nei fatti, una risposta alle tendenze disgregatrici di chi vorrebbe farci tornare ad un pulviscolo di feudi impotenti strapazzati dalla peste dei mercati, non facendosi confinare nella difesa dell’indifendibile nazione ma rilanciando con la costruzione di un nuovo stato, forte nelle relazioni internazionali.  Sarebbe l’osservanza del principio di gradualità con il quale procedere in vista di una ipotetica, futura, unione continentale, ma mettendo assieme per il momento diversità gestibili e non incommensurabili. Risponderebbe alla necessità di formare un attore idoneo al dialogo multipolare senza il quale si subiranno le leggi dei più forti. Questo progetto potrebbe contare su una potenziale adesione ampia in termini di interessi e dei principali  attori nazionali e delle principali classi sociali e dei giovani a cui il futuro che si vuole e si deve costruire, appartiene di diritto. Ciascuno poi potrà fare la sua battaglia  per l’egemonia all’interno del nuovo sistema, ma prima bisogna costruire, assieme anche a coloro con i quali ci dividono parti importanti dell’immagine di mondo, il sistema da contendersi. Sarebbe un progetto costruttivista operato politicamente e dove quindi le soggettività sociali e politiche potrebbero esprimersi sapendo di contare qualcosa poiché competerebbe loro, il governo del piano e del processo.

2)      L’EURO NOSTRUM.

Come risponde questa idea di ambizioso (quindi non facile) costruttivismo storico-politico alla urgente ed improcrastinabile questione dello scioglimento controllato dell’eurozona? In maniera non troppo complessa, quindi possibile. Si tratterebbe di firmare nuovi trattati tra i paesi contraenti per questa nuova moneta unica che potrebbe essere fisicamente null’altro che l’euro circolante. Trattati molti diversi da quelli in vigore per l’euro a 17. La banca centrale avrebbe un direttivo ma soprattutto un esecutivo “politico” o comunque risponderebbe ad una consulta economico-finanziaria fatta dai ministri economico-finanziari dei rispettivi paesi con diritto di voto proporzionale alla propria popolazione. Questo in attesa di varare il processo costituzionale fondativo che porterebbe ad un parlamento eletto a suffragio diretto e formante a suo volta un vero e proprio governo federale. Ma un primo parlamento si formerebbe già da subito, per secessione da quello dei 28 attualmente in essere, composto per proporzione demografica. Prefissato anche il valore di cambio tra l’euro-nostrum che potrebbe svalutare intorno al 20% rispetto all’euro attuale ed un euro-marco che si si apprezzerebbe presumibilmente di un circa 15% (prendendo ad esempio i calcoli di J. Sapir). Questo, insieme ad una politica monetaria immediatamente espansiva ed a un congelamento degli spread in ragione degli interventi diretti della nuova banca centrale, porterebbe ad una netta ed immediata inversione di tendenza negli andamenti economici, con benefici occupazionali e di bilancio pubblico. Poiché c’è da presumere che i germano-scandinavi faranno, almeno sul piano monetario, cosa speculare, si tratterebbe così di far dell’euro-uno, due sistemi euro, magari con un banda di oscillazione predeterminata per i reciproci concambi. Anche i paesi balcanici e dell’Est Europa potrebbero aggregarsi tra loro, creando così una Europa tripartita, molto più semplice ed efficiente di quella attuale, in attesa che i britannici decidano cosa fare del proprio destino.

Il varo di questo nuovo progetto costruttivista ampio, ambizioso e non facile (la nuova Unione), avrebbe proprio nella secessione dalla moneta unica il suo primo impegno concreto. Ma il significato proprio di questa idea non è monetario e le soluzioni di questo tipo appena accennate potranno esser certo meglio definite in una dibattito tecnico-politico a partecipazione aperta. Il significato di questa idea è eminentemente strategico-politico, di una politica ambiziosa ma non meno realista poiché tempi e possibilità per gli svolazzi idealistici son finiti. La realtà morde le nostre carni vive, le domande sono ineludibili e sulle risposte siamo già in grande ritardo.

0 = 0

In tutta la disamina del problema, così come l’abbiamo sviluppata nelle cinque puntate, ci siamo posti il problema generale, il problema che ci riguarda tutti in quanto europei, italiani, francesi, spagnoli etc. Qualcuno avrà storto il naso e ce lo saremo perso per strada ormai da tempo perché non avrà trovato il vocabolario concettuale di riferimento “lo scontro di classe”, “la democrazia”, “ la lotta al neo-liberismo ed al capitalismo totalizzante” ma anche concetti più di nicchia ma di non minor importanza per certe sensibilità quali l’ecologia, la decrescita, il cambio di paradigma di civiltà. Dico subito che questa seconda batteria di argomenti che pure mi stanno a cuore non meno che ad altri, la reputo date le condizioni nelle quali ci troviamo, seconda per tempistica e quindi per priorità a quelle che abbiamo sin qui trattato. Penso altresì che le eredità emancipatrici o progressiste o egalitarie che dir si vogliano dovrebbero fare autoanalisi profonda per comprendere autocriticamente che il mondo si trasforma prima immaginandolo e non sempre e solo agendo all’interno di condizioni che lasciamo nelle mani delle élite, operando per la redistribuzione dei diritti e delle opportunità. 9788807816475Oggi le élite europee s’involano in un gioco planetario e nessuno più governa l’interesse sistemico locale, dobbiamo porci questo problema sistemico o finiremo in un indistinto feudalesimo irriformabile in cui le opportunità non ci saranno e i diritti non saranno reclamabili. Possiamo far sopravvivere qualcosa d’Italia e poi contendercelo per l’egemonia delle rispettive immagini di mondo se rifiutiamo sia l’opzione servitù alla Germania, sia quella di servitù anglo-americana, sia però anche se prendiamo coscienza che l’illusione di una Italia autonoma, libera, fiera, benestante epperò anticapitalista-decrescista-egalitaria non esiste nel novero delle attuali possibilità, ma soprattutto, non funzionerebbe nelle attuali e future condizioni di mondo. Trovo irresponsabile far finta che ciò non sia e ripetere a noia, mantra  sempre e solo critici sul perché non creiamo il paradiso in terra domattina, magari attraverso una bella “rivoluzione”.  Qualcuno svegli costoro dal lungo sonno dogmatico nel quale sono sprofondati, che nel frattempo ci ritroviamo tutti servi della gleba, salvo poi scrivere voluminosi tomi per spiegare che ancora una volta l’invincibile capitalismo da assoluto e globale si è trasformato in interplanetario e galattico (o tireremo in ballo la quantistica) fregandoci un’altra volta. Quella oltre la quale, non ci verrà più data una seconda possibilità.

3)      UN RI-NASCIMENTO della DEMOCRAZIA.

Un concreto impegno per le forze emancipatrici-progressiste-egalitarie sarebbe senz’altro nella formazione costituzionale del nuovo stato e nella sua stessa architettura. Un campo specifico ma essenziale sarebbe la costruzione di una forma nuova di democrazia o meglio, una restaurazione del concetto, una ri-centratura tra la parola e la cosa . La democrazia occidentale è una forma creata da forze tutt’altro che emancipatrici e progressiste in senso ampio. Lo erano rispetto al concetto di monarchia assoluta ma non lo erano e non lo sono certo diventate nel frattempo, rispetto al concetto di popolo, di demos. Il parlamentarismo rappresentativo a base censitaria fu il presupposto tanto nella Inghilterra del XVII° secolo, che nella Francia rivoluzionaria. Le lotte per la rappresentanza del XIX° e XX° secolo hanno annullato il restringimento censitario, ma non hanno messo in discussione i problemi che si creano tra elettore e rappresentante, problemi che portano sempre alla formazione di un più o meno rarefatto elitismo che coincide con il centralismo stato-nazionale da una parte e con  ben specifici interessi economici e di potere dall’altra. Il cittadino delega quasi sempre totalmente la conoscenza degli argomenti del bene comune e questo crea una minorità oggettiva, un non sapere di quel mondo che i rappresentanti dovrebbero andare a gestire in tuo nome e per conto. contratto_sociale_rousseau In queste condizioni la delega non ha quasi mai un oggetto ben specificato, il cittadino è esonerato dalla partecipazione attiva, il rappresentante è giudicato ogni 4/5 anni che sono troppi per la verifica del rapporto elettore-eletto e sono troppo pochi per sviluppare strategie il cui risultato non può esser prodotto in minor tempo.

Ne discende un generale scadimento del politico. I cittadini hanno altro da fare (svalutando quella partecipazione alla cura degli affari pubblici che in realtà dovrebbe essere il primo interesse del membro di una comunità), la politica si professionalizza secondo parametri che autodetermina, si formano aristocrazie della conoscenza, espertocrazie che non dialogano con alcun mandatario, si pratica paternalismo nella gestione dei segreti della cosa pubblica, si usano armi di distrazione di massa, si rende l’elettore bambino cullandolo nelle illusioni di un mondo pubblico che copre come un pesante tendaggio la bassa cucina del dietro le quinte. Le élite divengono una casta che si autoriproduce, sempre in cerca di soldi per sostenere la comunicazione che le fa apparire desiderabili e convincenti nei quinquennali appuntamenti per l’ottenimento del mandato, facili prede degli interessi di quei Pochi che però con i loro soldi possono molto. E’ giunto il momento di revocare la delega alla costruzione dell’impianto democratico ai vari J. Locke ed ai B. Costant, sono passati più di 2/3 secoli di prova sul campo ed è ora di trarre giudizi sul funzionamento del regolamento. Non ci sono più i “rotten boroughs” britannici o la legge di obbligo di rielezione forzata di 2/3 del parlamento come nella Francia rivoluzionaria del Direttorio, ma la perpetuazione delle élite continua con altri mezzi entro un sistema disegnato apposta per dare all’economia capitalista la facoltà di decidere le stesse leggi a cui dovrebbe sottomettersi. La teoria democratica è il primo costrutto necessitante di una vigorosa ripresa di riflessione e dibattito. Tra liberisti e marxisti s’è buttato via sin troppo tempo a discettare di modelli socio-economici ed è ora di tornare al politico che non ha minore dignità teorica dell’economico, ma ha maggiore dignità etica. Anche perché il grande male che ci attanaglia è quello di comunità, di poleis che invece di produrre la loro essenza normativa (politico viene da polis) sono ostaggio di meccanismi economici, sono governati e non governano. Questa è l’essenziale sovranità da riconquistare, questa è l’essenziale emancipazione dall’eteronomia, questa è l’essenza della lotta per l’autonomia, quindi per la libertà. La libertà di decidere assieme cosa fare della nostra vita per il tempo che ci è dato di viverla. Assieme.

Tutto ciò non solo o non particolarmente perché animati da senso critico-teorico, ma da senso pratico e funzionale. Giungono tempo difficili, comunque difficili per i popoli europei e i singoli individui debbono sia avere maggiori conoscenze di ciò che dovrebbero giudicare di fare, sia introiettare loro stessi la percezione realistica dei problemi che andranno affrontati prima di spendersi nell’acclamazione inutile di questa o quella promessa impossibile che verrà fatta loro da un circo politico in cerca solo del rinnovo dell’agognato mandato. Continuare a dire bugie nei prossimi tempi, non farà che allontanare le possibili soluzioni dei problemi e questa rimozione sarà fatale poiché oltre un certo limite, i problemi si faranno irrisolvibili. Nei prossimi tempi crescerà complessità e disordine, quindi verremo sottoposti ad overdosi di bugie mentre l’adattamento passa solo attraverso la presa di coscienza e responsabilità. Anche le competenze debbono essere riviste perché quelle dell’eletto  risultano spesso minori di quelle che si trovano nella società degli elettori. Ed anche le forme di partecipazione perché la partecipazione è prima di tutto proprio la migliore forma di educazione al problema ed inoltre è l’unico modo con il quale formarsi l’opinione senza l’intermediazione reticente di media e partiti politici che fanno da filtro, non per servizio, ma per tenere le redini dell’opinione ben salde nelle loro mani. Anche la formazione del consenso va riportata nel mercato basso della cittadinanza poiché troppo spesso individui che avrebbero in teoria lo stesso interesse concreto, si dividono su questioni di bandiera, una bandiera che poi è sempre meno veramente la loro, paralizzando la soluzione politica. Gli stessi luoghi della politica vanno rivisitati. I problemi sono molto complessi e sebbene necessarie assemblee finali in cui si conti maggioranza e minoranza, camere settoriali per affrontare le diverse questioni, magari consultive, potrebbero aiutare a trovare soluzioni più nuove, più idonee e magari anche più condivise. Gli stessi tempi della decisione politica vanno rivisti poiché come già detto, 4/5 anni sono troppi in certi casi e troppo pochi in altri. Inoltre, tra Stato che nel caso dell’Unione proposta avrebbe più di 200 milioni di cittadini e popolazione locale dei territori, va pensata tutt’altra forma che non la piramide a guglia delle città-regioni-stati-consiglio federale. In particolare va pensata la lenta dissoluzione degli stati nazionali poiché il nuovo stato dovrebbe essere uno (ancorché ampio) ma federale e questa federazione dovrebbe nel tempo passare dall’unità dei vecchi stati alla molteplicità delle nuove comunità. L’unione proposta, ambisce a definirsi  Unione delle Comunità Democratiche e dovrebbero essere le comunità democratiche il locus privilegiato della politica, amministrativa, decisionale, dove si forma l’opinione e dove si decreta la delega (ove necessaria) magari secondo parametri di più stretto controllo ed in molti casi con vincolo di mandato e frequente rinnovo.

4)      COME POTREBBE ESSERE UNA COMUNITA’ DEMOCRATICA?

A puro titolo d’esempio, recintando la comunità a 400.000 individui per circa 300.000 elettori (questo “taglio” è suggerito dall’entità popolo-stato minima della nuova Unione: Malta), ed eleggendo un rappresentante per comunità, si avrebbe un parlamento federale di 530 membri direttamente espressione del territorio, altri 170/200 potrebbero esser riservati a liste politiche di tipo tradizionale, purché trans-nazionali. Questo territorio, la –comunità–  non sarebbe solo una cella elettorale, un collegio, ma una vera e propria unità amministrativa locale, di dimensioni idonee a favorire la partecipazione diretta, il controllo vis à vis della reputazione del politico, l’espressione sul campo dei problemi locali e la trasmissione sul campo di quelli generali, ovviamente gestita da apposite assemblee elette ma anche semplicemente partecipate. Una forma volutamente contenuta nelle dimensioni e centrata sul territorio in cui si vive, per favorire quel registro democratico-diretto che i liberali dell’800 esclusero proprio appellandosi alle dimensioni degli stati-nazione. Stati-nazione che ricordiamolo a coloro che oggi si battono da sinistra per il loro ripristino, sono l’utero naturale che fece nascere, crescere e sviluppare il moderno capitalismo. Furono la sua stessa condizione di possibilità.

Nel tempo, gli interessi ex-nazionali andrebbero disciolti nella nuova logica dei territori e questi incentivati a collegarsi tra loro per interessi limitrofi o per tipologia (le comunità di costa o cittadine o di montagna, i distretti industriali o quelli della conoscenza, etc.). Non si può escludere un terzo strato, intermedio tra federazione e comunità, ma non coincidente con la nazione, semmai con la macro-regione. Mantenendo le stesse proporzioni della federazione americana, i 12 paesi contraenti l’Unione, potrebbero esser suddivisi in 34 macro-regioni dotate di alcune competenze amministrative intermedie tra stato e le 530 comunità (ogni sistema macroregionale sintetizzerebbe 15 comunità, una popolazione di circa 6 milioni). La macro-regioni coinciderebbero con logiche infrastrutturali di territorio, logiche ecologiche e distrettuali-produttive e sarebbero quindi il “giusto mezzo” tra le comunità molecolari e l’organismo statale complessivo. Questa o altra forma innovativa è strettamente necessaria per scuoterci dalla ripetizione di un arsenale concettuale che ha finito il suo tempo. E’ l’intero impianto concettuale degli ultimi secoli che dobbiamo porre in revoca, la prima rivoluzione necessaria è nelle idee. Per reagire alle profonde discontinuità del mondo nuovo dobbiamo fare una “cosa nuova”, una cosa a cui tutti debbono portare il proprio contributo di conoscenza, entusiasmo, critica e creatività, un progetto che ci scuota dalla cupa depressione sociale ed intellettuale nella quale siamo sprofondati da tempo. Una cosa che funzioni per noi ma sia anche da modello per quanti, in tutto il mondo, vogliono ancora sperare di poter risolvere l’equazione tra minimo benessere diffuso, libertà ed uguaglianza.

copeIl primo scoglio per la partecipazione politica di tutti si supererà facilmente: il tempo. Finiscono i tempi della giornata lavorativa di 8 ore, non c’è più da produrre tutta quella roba e molta tecnologia ha ormai eroso il bisogno di manodopera umana. E’ ora di svegliarci dal passivo riprodurre i modi ed i tempi della società industriale, quei tempi sono abbondantemente finiti. Chi giudica gli europei “scansafatiche” perché hanno ore di lavoro inferiori a gli americani che si drogano per produrre o a gli asiatici che si suicidano per vivere meglio, giudica la nostra stessa civiltà. Assieme alle esigenze di reddito minimo e di sostenibilità per le imprese, è ora di ricalcolare l’impegno personale, il costo del lavoro, la ripartizione più ampia possibile dell’occupazione. Lavorare meno per lavorare tutti ma soprattutto per aver tempo per la partecipazione alla gestione della cosa comune, oltreché per una vita personale la cui libertà e soddisfazione non può dipendere come recitava il motto sinistramente ironico di molti campi di concentramento nazisti, dal lavoro.

Tutto ciò ha il fine di creare uno stato grande, la cui forza sarà in una società corta, una società in cui la conoscenza e la partecipazione è quanto più equamente diffusa, un organismo in grado di auto-organizzarsi e reagire in maniera sistemica. Non si tratta di fare della società aperta una società chiusa, ma di una società lunga, un sistema corto, interconnesso, adattativo con consapevolezza, ripartendo oneri ed onori con giustizia e funzionalità per decisione diretta degli stessi soggetti, oggetto delle decisioni. Solo un costruttivismo sistemico può portarci all’adattamento alla nuova grande complessità del mondo. Il grande padre dell’ideologia neoliberale oggi dominante, F. von Hayek, lo aveva ben capito ed infatti i suoi strali si concentravano proprio contro il costruttivismo. Egli definiva questo “La via della schiavitù” mentre quella liberatrice sarebbe stata affidarsi docili all’impersonale efficienza della mano invisibile. Basta dunque leggere Hayek riflesso in uno specchio per capire qual è la via della schiavitù e quale quella della libertà. Solo un nuova mentalità può portarci a questo nuovo atteggiamento. Inizierebbe così una nuova Storia, una storia fatta da popoli che si fanno stato, un sistema comune che ci aiuti ad adattarci consapevolmente ai tempi che ci è dato in sorte di dover vivere. Uno Stato da costruire in funzione di come vogliamo vivere e non una gabbia illiberale disegnata dalla liberale mano invisibile. Una democrazia progressiva, quindi imperfetta, che faremo learning by doing, per tentativi ed errori. Cambiare è la nostra prima arma per adattarci a tempi complessi.  Farlo assieme è il modo vincente che noi, animali senza scaglie, zanne, veleno, artigli, becco, rostro, pungiglione, ma con una grande mente dotata di parola, abbiamo trovato negli ultimi tre milioni di anni per arrivare ad essere, quello che dovremo essere.

[Quinta ed ultima parte]

Questa la prima, questa la seconda, questa la terza, questa la quarta. Qui ripetuto il link all’articolo sull’euro nostrum.

 

Annunci

Informazioni su pierluigi fagan

59 anni, sposato con: http://artforhousewives.wordpress.com/, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore per 22 anni. Da più di tredici anni ritirato a confuciana "vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente. Il tema del blog è la complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore.
Questa voce è stata pubblicata in anglosassoni, cina, complessità, decrescita, democrazia, ecologia, economia, euro, europa, globalizzazione, italia, mondo, occidente, oriente, politica, società complesse, usa. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...