FENOMENOLOGIA dello STATO NAZIONE EUROPEO (1/5). Come e perché nacque, come ha vissuto.

La costruzione degli stati nazione in Europa giunse al culmine di una storia molto lunga ed assai animata, con tratti specifici molto particolari dovuti in parte alla specifica conformazione del sub-continente europeo.

Geograficamente parlando, L’Europa sembra essere una paradigmatica “culla di speciazione”. Si ha speciazione, ovvero si creano specie più facilmente, laddove esistono ambiti geografici distinti che al contempo, non sono totalmente chiusi e quindi permettono le migrazioni e l’insediamento in nuovo sito di piccole popolazioni di vecchie specie, ma altresì non sono totalmente aperti. Questa non completa apertura fa sì che le novità genetiche non vengano immediatamente annegate in un patrimonio genetico medio maggioritario che s’impone con la forza dei numeri assorbendo tutte le novità, ma possano crescere di famiglia in famiglia sino a, se vantaggiose o quantomeno neutre, diventare la nuova caratteristica comune di quella data popolazione. Questa popolazione con una nuova caratteristica è una nuova specie. Questo meccanismo di speciazione è valido tanto per i fatti genetici che per quelli storico culturali.

Da questo punto di vista, dal punto di vista della morfologia geografica, si prenda una cartina del mondo e ci si accorgerà a vista d’occhio, di quanto sia peculiare la forma del sub-continente europeo. La costa è ricca di penisole di varia grandezza (la penisola è un tipico luogo geografico speciativo) da quelle scandinava, danese, iberica, italica, attica, balcanica a quelle minori come la Bretagna francese. Così le isole (è proprio in una isola delle Galapagos che Darwin si fece la fatidica domanda del perché quella specie di uccello che aveva visto anche nelle altre isole dell’arcipelago, qui aveva il becco di un colore diverso) alcune più vicine alla costa, altre più lontane, grandi e piccole, dall’isola britannica a quella irlandese, da quella sarda e corsa a quella sicula, dalle miriadi di isole greche, Cipro e Malta, le molte italiche, qualcuna spagnola, quelle britanniche etc. La terraferma è segnata da catene montuose divisive, Pirenei, Alpi italiane e scandinave, Appennini italiani e i Pennini inglesi, i Carpazi, gli Urali che segnano il confine est dell’intero sub-continente, così come il Caucaso segna il confine sud-est sempre con l’Asia. Canali e stretti che separano ed al contempo invitano all’attraversamento, dal Bosforo e i Dardanelli a Gibilterra, dalla Manica, all’entrata del Baltico. 608px-LignedepartagedeseauxFiumi che come i canali e gli stretti dividono ma spingono anche al superamento a seconda delle condizioni storico-demografiche ed  alla loro variabile  portata d’acqua. Quelli ad asse orizzontale come quasi tutti gli spagnoli, la Loira, il Po e il Danubio. Quelli ad asse verticale, sia nella sequenza settentrionale che va dalla Senna al Reno, l’Elba, l’Oder e la Vistola, sia in quella russo-pontica del Dnestr, Dnepr, Volga, Don, Ural, ovvero quelli che incastonati tra Urali, Caucaso e Mar Nero, hanno rappresentato la porta a volte chiusa, a volte semi-aperta per le invasioni europee dei popoli del centro-Asia, dagli indoeuropei ai barbari. I mari interni, il Mar Nero, Il Mediterraneo, il Mare del Nord e quello Baltico. Ed infine, la prossimità con due continenti, uno per via terrestre ossia l’Asia, uno per via di mare ossia l’Africa, inclusa quella via di mezzo che il Medio Oriente. Le Americhe al di là dell’Atlantico. Insomma se la complessità è data dal numero di varietà e dal numero e tipo di interrelazioni che queste varietà intessono tra loro, l’Europa è culla di speciazione ed anche culla di complessità.

Solo altri due luoghi nel mondo presentano una forma geografica similmente foriera di possibile speciazione e complessità. Uno è il nord del Canada che però per via del clima non ha avuto la materia prima ovvero gli esseri umani che animassero tanto potenziale geografico. L’altro è il sud-est asiatico che però: a) è più insulare che continentale e quindi ha avuto minor spinta alle interrelazioni che sono poi ciò che più di ogni altra forma crea complessità; b) ha una estensione maggiormente verticale che orizzontale, fatto che limita le migrazioni; c) non ha continenti prospicenti diversi dal proprio; d) ha avuto un popolamento ed un impeto demografico più tardo; e) ha un clima in linea generale, meno favorevole. La culla della complessità europea, mostra dunque peculiari caratteri di esclusività.

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Se i “popoli” sono la risultante di gruppi umani ambientati per un tempo non breve, in una determinata cella geografica, ambientazione che ha favorito il formarsi di caratteristiche culturali “comuni” e il tempo non breve ha trasformato in strati sovrapposti che chiamiamo “tradizione”, l’Europa è culla di mille popoli, visto che di celle geografiche ne ha tante. Tre fattori hanno reso assai dinamica la storia dei mille popoli d’Europa. Il primo è la demografia, al crescere della quale molti gruppi umani si sono uniti spontaneamente, altri coattivamente. Il secondo è la permeabilità dei confini naturali che hanno spinto i popoli a migrare, mischiarsi, ibridarsi. Questa permeabilità ha spesso cambiato il suo grado in rapporto alla necessità risultante dal rapporto tra demografia, risorse e questioni ambientali. Abbiamo così una vigenza frattale del concetto di popolo, da quello estremamente frammentato che risponde ancora a luoghi molto particolari (la singola isola, la singola valle, la singola città) a quello macroscopico che giunse al concetto di popolo=nazione e nazione=stato, a partire dal XV°-XVI° secolo.

La forma stato-nazionale, inaugurata dai francesi nel XV° secolo e presto adottata anche da inglesi e spagnoli, ha poi introdotto un nuovo movente alla dinamica dei popoli, una dinamica che non è propria dei popoli ma delle loro forme politico-giuridiche di convivenza, in questo caso, gli stati. Questa dinamica generata negli stati è poi la stessa che troviamo nelle prime società claniche e nelle prime forme di società complesse già 8000 af. Si tratta del rapporto tra necessità interne al gruppo umano-popolo, nel territorio in cui questo vive e con cui si identifica e le possibilità esterne. Il capitalismo ha solo reso istituzionale questa dipendenza dal contesto ma che la ricchezza interna (magari solo quella del re e della corte) debba per crescere, riferirsi all’esterno è meccanismo molto antico. Queste possibilità esterne o sono collocate in territori liberi ed allora abbiamo migrazione e colonizzazione o sono collocate in territori occupati ed allora le migrazioni e le colonizzazione prendono forma di guerra di conquista. Gli stati non generano questa dinamica che è millenaria (la prima diaspora colonizzatrice di un certo rilievo l’ha studiata e ben descritta Colin Renfrew a proposito dei primi agricoltori anatolici, 6000 af), ma la trasformano qualitativamente per ragioni sia di dimensioni (uno stato-nazione non è una città-stato-nazione), sia di contesto generale (le terre libere ad un certo punto erano del tutto finite e di contro non vi furono più differenze sostanziali di tecnologia e cultura della guerra tra i contendenti). 216PX-~1

Dalla Guerra dei cent’anni (che si fa iniziare nel 1337), quella che creò le ragioni della nascita dei primi due stati-nazione alla Seconda guerra mondiale (che finì nel 1945), quella che sancì l’impossibilità di risolvere il problema della convivenza con espansione degli stati nazione europei, sono passati sei lunghi e sanguinosi secoli.2guerr2699 In questi sei lunghi e sanguinosi secoli, il concetto di “nazione” ha sovraimpresso quello di popolo. Nessuna nazione risultò immediatamente fatta da “un” popolo, anzi si dovette sia sacrificare molte identità specifiche, sia inventare tradizioni e ragioni per definire “popolo” una unione più o meno innaturale di popoli prima stranieri se non nemici, sia avere forte ragioni di dover aspettare che questi amalgama si solidificassero in una possibile convivenza più o meno ben riuscita. Così tra aragonesi, catalani e castigliani in Spagna, tra franchi e celti (ed altri) in Francia, tra anglo-sassoni e britanni (gallesi), scozzesi ed irlandesi in Gran Bretagna e così altrove.  Spesso le guerre sono state anche il modo di nutrire questi instabili amalgama,  sia importando ricchezza esterna acquisita con la forza, sia dando una ragione di sfogo alle aggressività interne. Non c’è niente di meglio che fare qualcosa assieme che ha uno scopo di comune attrattiva, per unire delle diversità a prima vista “irriducibili”. Fare la guerra e spartirsi il bottino ha spesso rappresentato questo qualcosa. Il sacrificio delle specificità ed identità dei piccoli popoli originari, la volontà e la forte intenzione a giustificare l’esistenza di questi “nuovi popoli”, la pazienza attiva a guardia e controllo che questi nuovi amalgama non si disfacessero per rigetto del trapianto, furono mosse dalla necessità di essere uno stato di una certa dimensione. Una entità massiva in grado di relazionarsi con gli altri stati-nazione, nella dinamica di espansione e frizione reciproca che durò per l’appunto sei secoli. Lo stato fu una necessità dettata dagli equilibri con i vicini, la nazione fu una invenzione altrettanto necessaria per giustificare lo stato, il popolo venne fatto coincidere con la nazione quasi sempre ex post. La risultante di questo scenario e della sua dinamica è nel concetto tipicamente europeo di: competizione tra le nazioni. Questi, in breve, gli ultimi sei secoli di guerra tra i mille popoli d’Europa. Qui in 210 secondi, l’andirivieni dei confini degli ultimi mille anni a seguito dell’instancabile dinamica della  reciproca competizione tra le nazioni.

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, l’Europa ha vissuto prima la “felice” fase della ricostruzione post-bellica, poi a partire dagli anni ’70 ha avuto un ruolo sempre più relativo al suo esterno, Francia, UK e gli altri hanno gradatamente perso i propri possedimenti coloniali, mentre al suo interno ha visto lo scioglimento della divisione est-ovest che ha portato anche all’implosione della ex-Jugoslavia (fatti che hanno prodotto nuovi stati) e la riunificazione delle due germanie. Dal 1999 si è costituita una unione monetaria che conta oggi 17 aderenti (18 al 1 Gennaio 2014), mentre i membri dell’Unione sono oggi 28. Ufficialmente questi tentativi di superamento cauto dello stato nazione, avrebbero dovuto rispondere a quello che si era capito con la Seconda guerra mondiale, ovvero l’impossibilità della guerra permanente di tutti contro tutti (o tutti contro uno). Ma nessuno mise in discussione ufficialmente lo stato-nazione.

Vi furono quattro tentativi di rendere l’Europa un unicum: i romani, i francesi due volte (Carlo Magno, Napoleone), uno i tedeschi (Hitler). Dire che provarono a fare dell’Europa un unicum è  leggermente fuorviante, in realtà furono altrettanti conati espansivi di regni, imperi, reich, ovvero di stati che esagerarono le loro mire di acquisizione. Non dal punto di vista politico, ma dal punto di vista culturale, in parte ci riuscì la Chiesa romana per qualche secolo nel Medioevo.

Attualmente l’Europa ha la più alta concentrazione di stati ( poco più del 20% del mondo) in rapporto al suo territorio (poco più del 4% delle terre emerse, dati con esclusione delle ex repubbliche sovietiche ma incluse Lituania, Estonia e Lettonia). Abbiamo 42 stati-nazione in uno sputo di sub-continente, nati e divenuti presto il centro di un mondo che non c’è più, sempre pronti a farsi guerra l’un l’altro per alimentare la propria precaria stabilità interna ed oggi addivenuti ad una situazione di stallo mentre tutto il mondo intorno a loro è o sta cambiando in modo radicale. Una Europa che –solo un secolo fa– pesava demograficamente  il 25% del mondo, oggi pesa circa il 7%, dato che scenderà ulteriormente nell’immediato futuro. Una popolazione europea sempre più anziana e sterile. Una collezione di stati-nazione oggetto di migrazioni che saranno sempre più intense. Stati-nazione basati su economie quasi prive di materie prime, senza più la possibilità coloniale o imperiale, strette tra la potenza americana e cinese e l’esuberanza ricca di speranze basate su potenzialità reali dei numerosi nuovi soggetti planetari. In cui cresce il debito pubblico e decresce il Pil.   Son queste le ragioni della crisi dello stato-nazione europeo?

[Prima parte – continua…]

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Informazioni su pierluigi fagan

59 anni, sposato con: http://artforhousewives.wordpress.com/, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore per 22 anni. Da più di tredici anni ritirato a confuciana "vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente. Il tema del blog è la complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore.
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