DALLA DECRESCITA ALLA CRESCITA SISTEMICA.

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  1. Del concetto di decrescita

Il concetto di decrescita fece la sua prima comparsa più o meno agli inizi degli anni ’70 per opera di un economista, N. Georgescu – Roegen. Egli semplicemente si limitò ad integrare la teoria economica con la concezione della realtà che proveniva dalla scienza fisica. La realtà concreta e materiale, secondo la fisica, è soggetta a veri tipi di leggi. Un gruppo di esse è studiato da un particolare settore della fisica, la termodinamica. Tra le leggi delle termodinamica, la Seconda legge, che è quella più interessante per le considerazioni economiche, ha diverse formulazioni. Nel breve essa dice che un sistema termodinamico, un sistema che si alimenta di energia e materia così come fa la parte produttiva delle nostre macchine economiche, inghiotte materia ed energia ordinata ed espelle materia ed energia disordinata (entropizzata). Questo flusso che va dall’ordine al disordine è irreversibile. Se il sistema complessivo in cui ci sono ambiente (il fornitore della materia e dell’energia ordinata) e macchina termodinamica, è un sistema chiuso, se cioè la sua dotazione di stock è “finita”, la macchina non potrà funzionare all’infinito. Poiché in economia il funzionamento della macchina economico-produttiva è oltretutto legato ad una continua crescita dei suoi volumi di lavoro, ne consegue che la crescita in un sistema chiuso (il pianeta) non può essere infinita. La Terra non è un sistema chiuso dl punto di vista energetico, essendo aperto all’irradiazione solare ed essendo soggetta la movimento della sua orbita e di quella della Luna che produce le maree, ma lo è dal punto di vista della materia. Se dunque la macchina produttivo-economica svolge il suo lavoro che chiamiamo “crescita”, ad un certo punto arriverà al limite della sua capacità di essere alimentata e non potrà funzionare più. Anzi, ancor prima di giungere in vista dei suoi limiti, prenderà a mal funzionare proprio in base alle attese negative sul suo progressivo malfunzionamento. Ancor prima quindi di giungere in vista di questo limite, si consiglia allora di cominciare a farla funzionare a regimi progressivamente più prudenti, in modo da dilatare il tempo che conduce al fatidico limite. Se il suo funzionamento spensierato lo chiamiamo “crescita”, il suo funzionamento ragionato (ragionato sulle considerazioni appena fatte) lo si chiamerà “decrescita”.

Il concetto poi venne ripreso com’è noto da S. Latouche che di “decrescita” diede poi anche altri significati di tipo antropologico – culturale sulla scorta delle riflessioni di I. Illich da una parte, dall’altra di certa antropologia anti-utilitaristica francese (Movimento-Anti-Utilitarista-(nelle)-Scienze-Sociali = M.A.U.S.S.) che si rifaceva agli storici studi sull’economia del dono di M. Mauss. L’italiano M. Pallante, probabilmente mosso dalla preoccupazione che tale termine connotato dal privativo “de” ingenerasse una idea di privazione deprimente, creò l’ossimoro della “decrescita felice” sperando di poter correggere l’interpretazione intristente con il ricorso all’aggettivazione sgargiante.

Altre linee di pensiero seguirono le riflessioni iniziali di Georgescu-Roegen che poi erano le stesse del famoso rapporto “Limith to growth” (1972) redatto da un gruppo di studiosi del M.I.T. per conto del Club of Rome. Lo stesso concetto di sostenibilità proviene o è parallelo a quei pensieri, così l’economia della stato stazionario di H. Daly, l’ecologismo, l’economia della felicità, la revisione dell’indicatore del prodotto interno lordo (Pil) cominciata da J. Stiglitz, A. Sen e J.P. Fitoussi, la proposta di definire la nostra era “Antropocene” (P. Crutzen), l’ecosocialismo ed altri. Il filosofo H. Jonas ha accompagnato il tutto, proponendo un nuovo imperativo categorico chiamato “principio di responsabilità”, anche detto “principio di precauzione”. Il tutto ha silenziosamente lavorato negli ultimi decenni per produrre una nuova immagine del mondo, soprattutto per quanto riguarda il nostro atteggiamento del “come stiamo al mondo”. Oggi possiamo registrare un certo successo (per quanto ancora ampiamente insufficiente) di questo sforzo di modifica dei paradigmi dominanti, ma alle nuove menti che approcciano con simpatia, cioè condivisione, questa serie di considerazioni, si ripropone il problema del nome del concetto che questo nuovo paradigma dovrebbe avere.

Decrescita, rimane un termine che più che aprire ad una transizione verso il nuovo (nuovo modo di pensare, nuovo modo di agire, nuovo modo di organizzare le nostre società etc.), chiude in maniera un po’ brutale sul modello per cui ad ogni tesi (la crescita) si oppone meccanicamente una antitesi (la decrescita). In più, oggi siamo tecnicamente nel movimento contrario alla crescita economica che però si chiama recessione e certo nessuno è in grado di capire come si possa avere una “recessione felice”. A questa obiezione, gli adepti del nuovo pensiero rispondono che certo non si pensa che sia felicitante la recessione in sé per sé e che decrescita non è il meccanico contrario della crescita ma… . A questo punto si aprono discorsi più o meno lunghi, completi, arditi, per spiegare ciò che il termine non dice, cercando di rettificare quello che l’interlocutore pensa di aver (erroneamente) capito.

Ogni nuovo termine, ogni termine a concetto di un lungo, complesso ed articolato nuovo discorso, non dice immediatamente ciò che il discorso presuppone, se questo discorso è veramente “nuovo”. Così dobbiamo rassegnarci a non avere un termine-concetto che dica tutto ciò che solo l’argomentazione diffusa può dire. Solo quando questa argomentazione diffusa sarà ampiamente condivisa, il suo concetto sarà scambiabile senza indurre l’interpretazione a deragliare. Ma se non possiamo avere bell’e pronto un concetto totalmente esplicativo, dobbiamo però preoccuparci almeno di non avere un termine-concetto che dica immediatamente cose che noi non avevamo in animo di dire. Dovremmo quantomeno evitare che la decrescita si confonda con la recessione, che il concetto “chiuda” e non “apra” a nuove idee. Anche perché ciò che sta sotto il concetto di decrescita è veramente interessante, nuovo, sfidante, creativo, coinvolgente ma tutta questa apertura alla speranza del cambiamento è occlusa da quel “de” privativo che chiude, condanna, limita, semplifica un po’ troppo. In un certo senso, “decrescita” si muove ancora nel corso del paradigma economicista, limitandosi semanticamente ad invertire l’andamento economico anche se a livello di discorso è invece una radicale alternativa sistemica allo stesso paradigma economicista.

  1. Della differenziazione del concetto di crescita

Due anni dopo il rapporto Limith to Growth, due altri studiosi sistemici del Club of Rome, Mihajlo Mesarovic ed Eduard Pestel, produssero un altro documento, dedicato proprio ai concetti ed alle interpretazioni del precedente studio. Mesarovic e Pestel, proposero una differenziazione analitica tra il concetto di “crescita indifferenziata” e “crescita organica”. La prima è una crescita che prende l’impeto esclusivamente dalle ragioni interne. Le cellule ad esempio hanno un meccanismo a tempo che ad un certo punto le porta a replicarsi, in due, quattro, otto, sedici e così via. Nulla limita in teoria questo impeto accrescitivo. Se non che, le cellule non vivono come le idee in un iperuranio semplificato dai limiti della cognizione umana (com’è in Platone), ma nel concreto degli organismi. La logica organica infatti, ad un certo punto manda dei messaggi alle cellule prese dall’esuberanza riproduttiva e quelle che in questa logica sono inopportune, in soprannumero, si suicidano. E’ il malfunzionamento di questo meccanismo (apoptosi) a generare il cancro ed il cancro è la precisa metafora di una crescita senza limite poiché nel piccolo, come nel grande, questa crescita senza limite porta alla morte del sistema ovvero ciò che gli organismi tentano di evitare lungo tutta la loro più o meno lunga, esistenza.

La seconda tipologia di crescita, la crescita organica, è proprio la crescita ambientata nei limiti invalicabili di ciò che mantiene in vita un organismo. Le cellule così più che crescere indiscriminatamente, crescono con giudizio, per certi organi crescono, per altri ad un certo punto smettono o decrescono e magari crescono qualitativamente, cioè si differenziano per forma, scopo e funzione. In altri casi smettono di crescere ma poi, quando le sorelle muoiono per fine ciclo di vita, riprendono a riprodursi per mantenere efficiente l’organo di cui son parte. Insomma la differenza tra le due crescite è tra una crescitasistematicaed una crescitasistemica-. Quella sistematica è stupida (fallo sempre e senza interruzione), quella sistemica è intelligente (fallo fin dove serve, fallo diversamente, interrompi e poi rifallo quando serve).

Mesarovic e Pestel indicano poi un altro problema, un problema che si pone se si ragiona il mondo in termini di unico sistema interconnesso. Così come ci sono paesi sottosviluppati (che quindi debbono crescere in tutto, quindi in modo indifferenziato), ci sono altresì paesi sovrasviluppati (che quindi debbono imparare a comportarsi in maniera intelligente, quindi ove necessario anche de-crescere e crescere qualitativamente e non quantitativamente). Che i paesi sovrasviluppati interrompano intenzionalmente la propria crescita indifferenziata, non è atto di carità nei confronti dei sottosviluppati, ma l’intelligente riconoscere di far parte ormai dello stesso sistema. Non c’è più solo l’unilaterale diritto dei primi e quello dei secondi, riconoscere di essere parte dello stesso sistema (planetario, ecologico o ecosistemico, economico) significa dover mettere in relazione i diritti degli uni con quelli degli altri. Dagli attuali sette ai prossimi dieci miliardi di persone, creano giocoforza un unico sistema poiché creano un tutto pieno sul pianeta, una forma che anche solo per contiguità delle sue componenti, si salda in un nuovo super-sistema. Aver creato poi ampie infrastrutture materiali ed immateriali che legano in un tutto unico la presenza umana sul pianeta (globalizzazione) ha accelerato questo compimento. Avergli dato come scopo lo sviluppo generale e di ogni sua specifica parte, chiude la costruzione della nostra condizione contemporanea. Poiché non si può certo impedire ai sottosviluppati di crescere (per diritto di reciprocità ed anche perché sono stati proprio i sovrasviluppati a premere perché gli altri si uniformassero allo stesso modo di stare al mondo e non ultimo perché esiste una necessità di equilibrio generale del sistema), ai sovrasviluppati toccherà frenare la propria crescita sistematizzata, pena il collasso di sistema di cui essi stessi fanno parte.

  1. Dei valori del concetto di crescita sistemica.

Ecco allora che abbiamo meglio isolato quel concetto che fa la differenza, il concetto di “sistema”. Tutto quanto attiene le inziali considerazioni di Georgescu-Roegen, il rapporto Limith to growth, l’ecologia, i concetti di feedback e retroazione, l’apparentemente indomabile complessità che connota la nostra condizione contemporanea, il groviglio geopolitico che s’interseca con quello geoeconomico, la nuova fragilità delle nostre società, passa attraverso questo semplice concetto da adottare come contesto dei nostri ragionamenti: il sistema. Ragionare in termini sistemici significa privilegiare la varietà e la molteplicità che danno resilienza, significa curare le interrelazioni, significare osservare con attenzione le relazioni tra testo e contesto, le dinamiche di retroazione, significa includere il “tempo” nelle nostre descrizioni, occuparsi di dinamiche e processi etc.. La rivoluzione del nostro modo di stare al mondo passa per una rivoluzione epistemica, passa cioè per come osserviamo “noi” – “mondo” e le reciproche interrelazioni. Questo decisivo cambiamento passa dal ritenerci liberi ed incondizionati al ritenerci liberi all’interno della condizionatezza di ciò che ci contiene e del rapporto con gli altri. Significa passare dall’onnipotenza dell’infanzia dell’umanità, alla maturità del condividere con gli altri e con l’ambiente che tutti ci contiene, quantità e qualità della vita.

Il concetto di crescita sistemica ci spinge a non considerare più la crescita in maniera elementare ed ingenua. Occorre imparare a valutare i saldi tra costi e benefici, osservare dove è possibile e dove diventa impossibile, dove finisce la quantità e dove inizia la qualità, come bisogna riorientare interi sottosistemi (come nel caso della nostra “mentalità”) per adeguarci alle nuove condizioni. Ma primariamente, il concetto di sistema introduce la nozione di limite, di complessità, del governo attento degli effetti che causiamo con il nostro agire. Il concetto di sistema reintegra quello che la divisione del lavoro, il vantaggio comparato delle nazioni, l’iper-specializzazione disciplinare tendono a frantumare. Il concetto di sistema ci induce a dismettere i monadici panni dell’individuo ciecamente desiderante quindi in competizione per assumere quelli dell’individuo in relazione quindi cooperante. Dismettere la volontà di potenza ed assumere la riflessione strategica prima di compiere l’azione. Il concetto di crescita sistemica, può aiutarci se non a far capire subito cosa intendiamo, quantomeno ad evitare di far capire una cosa sbagliata.

In fondo i termini nuovi servono proprio ad incuriosire, ad “aprire” l’altrui attenzione, ad attrarre per capire meglio questo “nuovo” che andiamo proponendo. Il concetto di crescita sistemica ci potrebbe aiutare ad imporre il vero nuovo paradigma vincolante una completamente nuova generazione di pensieri, l’essere dei sistemi. Noi siamo sistemi, gli altri sono sistemi, le nostre relazioni formano sistemi e tutti facciamo parte del sistema dei sistemi, il sasso azzurro che ruota intorno ad una piccola stella ai confini di una anonima galassia[1].


[1] A corredo, può essere utile la lettura dei tre rapporti: AA.VV. I limiti dello sviluppo, Mondadori 1972 e gli updates del 1992, Oltre i limiti dello sviluppo, Il Saggiatore 1993; e del 2004:  I nuovi limiti dello sviluppo, Mondadori, 2006. S. Latouche, La scommessa della decrescita, Feltrinelli 2007 e numerosi altri tra cui una recente riflessione sul concetto di “limite”. M. Pallante, La decrescita felice, Editori riuniti, 2007. M. Mesarovic e E. Pestel, Strategie per sopravvivere, Mondadori, 1974. J. Randers, 2052, Scenari globali per i prossimi quarant’anni, Edizione Ambiente, 2013 ed in particolare la prefazione di G. Bologna.

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Informazioni su pierluigi fagan

59 anni, sposato con: http://artforhousewives.wordpress.com/, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore per 22 anni. Da più di tredici anni ritirato a confuciana "vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente. Il tema del blog è la complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore.
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