IL “GIUSTO MEZZO” di OBAMA.

La strategia messa in campo dal Presidente degli Stati Uniti ed annunciata (in parte) nel recente Discorso sullo stato dell’Unione[1] contiene elementi di novità da osservare più da vicino. Quanto disegnato pubblicamente da Obama va poi messo assieme a quanto si sa del riorientamento strategico in termini di geopolitica della massima potenza planetaria. Dalla somma dei due disegni si ricava la strategia completa che gli USA hanno in animo di mettere in campo per il prossimo decennio.

Nel suo discorso Obama ha indicato le seguenti priorità: innalzamento del salario minimo che riguarda 15 milioni di lavoratori, di poco meno del 25% (da 7,25 a 9 dollari/ora) entro il 2015. C’è da immaginare poi che questa spinta dal basso, porti proporzionatamente a salire di un po’ anche le successive soglie di salario così da aumentare in modo ancor più significativo, l’ascesa verso il medio del livello più basso.  A questa manovra della quantità, si affiancherebbe anche una manovra sulla qualità con una riforma sulle rette scolastiche e sulla qualità dell’insegnamento per tutti, dalla scuola materna, all’università. Sembra che l’azione di questa forbice di interventi, voglia rispondere all’implicita domanda: come si ricrea la classe media? E’ infatti la scomparsa progressiva della classe media il fatto sociale più rilevante delle dissennate politiche neoliberali dell’ultimo ventennio, scomparsa riflessa nella nota impennata degli indici di diseguaglianza appesantiti da un numero insostenibile di neopoveri per un numero sempre e comunque insignificante di neoricchi. A collegamento della manovra sociale con il piano politico, una rinnovata campagna di sensibilizzazione al voto ed alla partecipazione politica, insomma riformare (nel senso di formare-di-nuovo) il ceto medio e riportarlo ad essere il baricentro della società anche in chiave politica. Si tratta in sostanza, di ribilanciare la relazione tra i troppi poveri e i troppo ricchi.

Il presidente americano però non può e non vuole promuovere una nuova stagione di big government in opposizione all’anarcocapitalismo del fondamentalismo neoliberale. Sceglie “il giusto mezzo” codificato già in geopolitica da quel J. S. Nye jr che dopo aver inventato la distinzione tra hard e soft power, ha recentemente trovato una nuova sintesi hegeliana nello “smart power”[2].  Intelligente allora sembra significare “ciò che sta in mezzo” (secondo quanto avevano già pensato Confucio, Buddha ed Aristotele, ma prima di tutti vale il “Nulla di troppo” di Solone) tra hard e soft, tra stato e mercato, tra i ricchi ed i poveri, tra i Pochi ed i Molti.

Chi pagherebbe allora il nuovo costo del lavoro americano che andrebbe in direzione opposta alla feroce lotta per la “competizione quantitativa” le cui soglie sempre più basse sono imposte dal livello dei salari dei giovani sistemi dei paesi emergenti o di recente strutturazione capitalista? Ecco allora l’ipotesi di abbassare l’aliquota fiscale per le imprese integralmente “made in USA” che dall’attuale 35%, passerebbe ad un invitante 25%. Imprese che non delocalizzano, che ricercano, progettano e producono tutto all’interno dei confini nazionali. Meno tasse e manodopera più qualificata quindi, anche perché del piano fa parte anche la promessa di varare a spese dello stato un network di centri di innovazione diffuso su tutto il territorio nazionale. Innovazione come bene comune significa anche emanciparsi dal monopolio dell’innovazione in capo alle Big companies, animali troppo grandi ed emancipati per essere distolti da quel sempre più imperscrutabile perseguimento egoista degli interessi particolari che favorisce i Pochi e lascia languire la condizione dei Molti, cioè della nazione. Questa strategia è nota già da un po’ di tempo e si chiama re-industrializzazione ovvero ripensare daccapo la sbandata neoglobalista postmoderna che favoleggiava di una economia smaterializzata e dispersa in ognidove, stante il possesso di idee e capitali che da soli avrebbero mantenuto florida la ricchezza d’Occidente.  Re-industrializzazione significa anche la recente ripresa di mezzo milione di posti di lavoro nel manifatturiero USA dopo più di un decennio di abbandono declinante, il varo di un cospicuo piano di rinnovamento infrastrutturale dopo decenni di sbornia metafisica su i flussi delle autostrade di bit, mentre quelle d’asfalto e di ferro andavano in progressivo disuso e il convinto rilancio della riconversione energetica che ha valenze ambientali, sociali ma anche economiche e naturalmente geopolitiche. Nuove partnership stato federale e locale per la riconversione  delle manifatture in crisi, nuovo slancio all’esportazione del made in USA ed attrazione di produzione estera in “the land of greatest opportunities” chiudono il cerchio dell’operazione. Insomma una America più concreta, che punta ad occupare la fascia di qualità della produzione materiale. Nel ritirarsi dal sogno (incubo?) dell’immateriale globale che premia una ristretta cerchia di accumulatori apolidi, tornare nei confini del medio buonsenso che promette inclusione sociale, tranquillità e stabilità (rinforzate anche da un piano per la regolarizzazione degli immigrati ed un parziale controllo sul libero commercio delle armi, oltre ad un rifinanziamento dei mutui). Tranquillità e stabilità, le merci più rare di questa caotica fine modernità occidentale.

Tutto ciò aleggia nei tempi più recenti a livello di segnali non ancora stabilizzati ma da qualcuno, già intuiti. Si sta parlando dell’inversione parziale di due direttrici strutturali del corso politico-economico statunitense, cioè occidentale, degli ultimi trenta anni. Questi segnali ancora precoci e forse immaturi si chiamano “de-finanziarizzazione” e “de-globalizzazione”. Non a caso sono in coppia poiché nella loro versione positiva, finanziarizzazione e globalizzazione, erano e sono due aspetti solidali di una medesima strategia. In molti, già da tempo, si sono accorti che la vera globalizzazione compiuta è stata solo quella dei capitali, quella delle merci ed ancorpiù delle persone è stata più partitura per narrazioni stereotipate che non fatto dal peso concreto[3]. E dove quella delle merci e del lavoro ha funzionato, lo ha fatto a vantaggio degli emergenti che ormai emersi, rappresentano dei temibili competitors. La legge di Tobler[4] ha ancora un suo peso nel mondo reale.  La globalizzazione intesa come discorso utopico di un unico mondo di produttori-consumatori felicemente coccolati dalla mano invisibile si è rivelata una autentica sciocchezza. Al suo posto si va formando un mondo di sistemi, per lo più continentali, in reciproco dialogo competitivo, dove le dimensioni contano e il bilancio tra certezze ed incertezze non può oscillare fuori controllo.

Ecco allora “l’area di libero scambio” USA-UE, annunciata con nonchalance all’ultimo vertice UE di Bruxelles e confermata nel discoro di Obama di martedì notte. Progetto noto da tempo negli ambiti esoterici del lobbismo brussellese e del tutto ignoto ai comuni mortali, è la nuova linea Maginot della ritirata strategica occidentale, di fronte ai colpi dell’espansione dei BRICS e non solo, i veri beneficiari della incauta globalizzazione.  Come vedete stiamo progressivamente slittando dalle riforme economiche e sociali interne al sistema americano per volgerci all’esterno del sistema, lì dove il sistema ha le sue necessarie interrelazioni privilegiate. Solo da noi ci sono compunti analisti, teorici e strateghi autoconvocati che parlano di economia, politica e società come se i sistemi non avessero “né porte, né finestre”, ognuno trincerato nel suo orticello disciplinare, ignaro di ciò che succede “oltre il giardino”. L’area avrebbe un mercato transatlantico di 700 milioni di individui che sommano metà del Pil mondiale ed un terzo dei flussi globali del mondo, un soggetto cardine di ogni futura relazione economica mondiale. Una area in grado di chiudersi alla bisogna verso invadenze intemperanti, così come aprirsi a coloro che aspirano a giocare nella Champions League del commercio. Non è difficile vedere nei primi i cinesi e nei secondi i sudamericani o gli indiani o gli stessi russi, stante la già acclarata disponibilità a prevedere accordi di reciprocità con i Nafta (Canada e Messico). Questo strumento geopolitico è sicuramente conveniente per gli USA, molto meno o per niente per l’UE che altresì ha grandi benefici a mantenere aperte le relazioni di scambio con i paesi emergenti, ma sull’argomento bisognerà ritornarci.

Se torniamo ad Obama, scopriamo altri due dettagli essenziali della strategia USA. Ritiro definitivo (o quasi) dall’Afghanistan e riduzione degli arsenali nucleari, ovvero effusioni reciproche con i russi e risparmio di un bel po’ di quattrini. Il pendolo dell’alleanza con il nemico del mio nemico che diventa mio amico, prevede oggi la strizzata d’occhio ai russi per mettere le dita negli occhi ai cinesi.  “…è pur vero che la minaccia si sposta in Africa. Ma per rispondere a questa minaccia, non abbiamo bisogno di inviare migliaia di nostri figli e figlie all’estero o occupare altre nazioni” aggiunge Obama, basterà il soft power, l’Fmi, la World bank, i droni ed i francesi (o gli inglesi) aggiungiamo noi ? Gli USA si sono accorti dell’esistenza dell’Africa solo nel 2008, quando hanno aperto AFRICOM, il comando strategico militare dedicato al continente. Ma non sembrano intenzionati ad andare al di là dell’osservazione, della formazione e cooperazione militare di basso profilo, del controllo in remoto, lasciando ad altri (Francia, Gran Bretagna ed Italia in Libia; soprattutto Francia nell’Africa occidentale) il compito di intervenire sul campo. Il cancro degli imperi è l’overstretching e gli USA sembrano voler passare dalla fase dell’onnipotenza a quella del nuovo realismo. Il mondo si sta rivelando improvvisamente troppo complesso per sopportare conati di volontà di potenza privi dei limiti della ragione.  Quanto al Medio Oriente, la gestione dilatata della crisi siriana e di quella iraniana, inclusa la proposta di candidare al Pentagono l’anomalo ex repubblicano Chuck Hagel, a suo tempo contrario alla guerra in Iraq, favorevole al dialogo con l’Iran e decisamente molto critico con la lobby ebraica statunitense, dicono di una depressurizzazione dell’interesse Usa per il Middle East.  La cosa farebbe pendant con i recenti annunci su una prossima raggiungibile autonomia energetica USA in base a nuove strategie di estrazione in casa ed al già citato piano per l’autonomia energetica con le energie pulite e rinnovabili[5].

Ed eccoci così arrivati al punto. Quel punto di prospettiva che è il fulcro di tutto il riorientamento strategico USA, ciò da cui discende tutto ciò che Obama ha detto ed ha intenzione di fare (che poi ci riesca è un altro paio di maniche). La nuova strategia geopolitica americana si chiama “pivot to Asia” ovvero (fare) perno sull’Asia. In Asia, oggi, è stipato il 60% del mondo, le sue economie sono in crescita costante e la Cina è il nuovo perno del sistema asiatico. Sul commercio, lo è già anche del sistema mondiale[6]. Ciò vuol dire che non solo la Cina cresce attraverso l’export planetario, non solo ha ampie riserve di crescita interna, ma rischia di garantirsi anche ampie condizioni di possibilità di futura crescita continentale, formando un sistema asiatico coordinato che oltretutto verrebbe sottratto ad ogni altro tipo di influenza, tra cui quella americana. Il “sistema asiatico sinocentrico” sarebbe poi (lo è già)  un temibile competitor per le strategia di egemonia rivolte al Sud America che è il loro dirimpettaio oceanico e all’Africa in cui stanno già ampiamente penetrando gli interessi cinesi ed indiani. Nel sistema, potrebbero anche essere risucchiati sia la Corea del Sud, sia il Giappone, sia addirittura l’Australia e la Nuova Zelanda. Gli USA perderebbero ogni presenza, ogni influenza ed ogni possibilità di controllo su una massa continentale decisiva, su una rete oceanica altrettanto decisiva, che economicamente si stanno saldando nell’associazione economico-politica dell’Asean e la cui moneta di riferimento potrebbe diventare lo yuan[7].

Rinforzata la base australiana di Darwin, effettuate le manovre militari coordinate di Chimicanga ed annunciato che entro i prossimi anni la flotta US nel Pacifico passerà dal tradizionale 40% della concentrazione al 60%[8], Obama subito dopo la rielezione, ha fatto visita a tutti i vicini meridionali della Cina per avviare politiche di “più stretta relazione”[9]. Avanzato è anche il corteggiamento con l’India. Gli USA non partono dichiaratamente con intenzioni di guerra calda, semmai di guerra fredda, di frizione permanente, di divide et impera, una sorta di “strategia della tensione” su scala continentale, pensando che messa sotto pressione, la Cina non potrà sviluppare il suo “armonioso sviluppo” indisturbata. Ma questo calcolo presenta non poche incognite anche perché qui si presenta una nazione di 300 anni contro una civiltà di 3000 (e più) anni che gioca in casa e quanto a strategia[10] ha un vissuto filosofico molto sofisticato, profondo e costitutivo.

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Il quadro allora può essere ricomposto in tutte le sue dimensioni e darci la fotografia delle intenzioni americane per i tempi a venire. Si va verso tempi di de-globalizzazione parziale o quantomeno verso una messa in relatività del paradigma globalista[11]. L’insistenza di Obama per il rientro in patria delle industrie delocalizzanti, oltre a servire all’intenzione di rilanciare il manifatturiero nazionale, significa proprio che non è sicuro per i tempi futuri avere interessi in comune con chi da partner sta diventando nemico. Per evitare l’overstretching imperiale, depressurizzare le relazioni con i russi, togliersi dall’Afghanistan, dal sempre disordinato Medio Oriente, non curarsi troppo intensamente dell’Africa lasciando l’appalto a gli europei per le funzioni ordinaria di gendarmeria imperiale (ed anche i relativi costi) , per concentrarsi completamente sul ridisegno delle relazioni orientali. Gli intemperanti coreani del Nord possono ben offrire occasioni di scontro regionale che potrebbero presentarsi anche molto presto. Questo è un ambiente in cui certo va contenuto il competitor principale, ma in cui si compete anche per il controllo dei mercati, tra cui quello strategico dell’India che debitamente sollecitata può essere, dopo Corea e Giappone, il terzo lato dell’accerchiamento alla Cina. Un nuovo megamercato con gli europei può dar sfogo alla nuova volontà produttiva statunitense, distogliere gli europei da eventuali pericolose idee di apertura alla Cina, creare un nuovo sistema centrale ricco e desiderato dove agire con “inviti” ed “espulsioni” per regolare le relazioni economico-politiche mondiali generali. Tutto ciò rendendo gli USA più autonomi (soprattutto per quanto riguarda l’energia e l’interdipendenza con la Cina), più compatti socialmente (con la promozione di una nuova classe media, produttrice ma anche nuovamente consumante) e competitivi economicamente.

Del Giusto Mezzo obamiano, oltre alla versione della società meno sperequata, ci sarà la versione strumentale  dell’utilizzo del Mezzo Giusto per gestire le cose del mondo, con un po’ meno eserciti e bombe ed un po’ più di droni e spie, con meno soldati e più navi-missili-satelliti[12], con una ripresa dell’iniziativa statale della programmazione e regia economica, con un prevedibile aumento del suadente soft power per ritornare ad esser accettati come “guardiani del mondo nell’interesse del mondo”, con un utilizzo meno estremo (ma non nullo) dell’intelligenza finanziaria. Infine, la versione geopolitica o geometrica della giustezza dello stare in mezzo, tra un Est dove si riaggrega l’Europa degli affari e si delega a quella politica di far la sua parte nel controllo dell’Africa ed un Ovest asiatico da controllare con il divide et impera, stressando ed innervosendo di continuo i cinesi fin a possibili tentativi concreti di destabilizzazione interna. L’aveva già indicata il vecchio Kissinger[13], la strategia hub&spoke, tornare ad essere il “centro del mondo” e regolare con sapienza le relazioni con i diversi raggi in un delicato gioco di pesi e contrappesi, sgarbi e favori, porte aperte e porte chiuse per governare attraverso una nuova pedagogia dello stare al mondo nei tempi complessi.

In fondo, cosa meglio di togliere alla Cina la qualifica di Paese di Mezzo[14] ?


[2] Joseph, S. Nye Jr, Smart Power, Laterza, Bari-Roma, 2012

[3] R. Gilpin, Economia politica globale, EGEA, Milano, 2009

[4] Praticamente “l’unica” legge trovata (da Waldo Tobler nel 1970) a fondamento del pensiero geografico: “Tutto è interrelato con tutto, ma le cose vicine sono più interrelate delle cose lontane”.

[5] Naturalmente ci sono note le lobbies di certi tipi di armamenti, dei petrolieri, dell’esercito, la presenza dei think tank, della Bible belt. Non stiamo dicendo che il piano Obama frutterà per il solo fatto di essere stato pensato. Stiamo solo cercando di capire qual è la sua architettura (teorica) complessiva.

[7] Si sono già verificati accordi di interscambio commerciale Cina-Giappone, Cina-Corea del sud, Cina-Russia e Cina-Iran con scambio diretto delle relative valute, senza quindi transitare per il dollaro.

[8] Il nuovo assioma strategico militare della Air-Sea Battle in funzione anticinese è ben spiegato da F. Mini, Usa contro Cina, odine di battaglia, su Limes 6/2012, “Usa contro Cina”.

[9] Una fotografia del riorientamento strategico USA verso il Pacifico di E. Remondino: http://www.megachip.info/tematiche/guerra-e-verita/9763-bye-bye-europa-per-gli-usa-conta-il-pacifico.html

[10] In termini culturali, i differenziale strategico USA – Cina è dato a livello di cultura popolare dal piacere di giocare, gli uni contro un software negli innumerevoli sparatutto che incollano a computer e consolle, gli altri ad un gioco che si fa tra due persone, il wéiqí, con 4.67 x 10170 possibili posizioni di gioco e che può durare anche più di 10 ore. E’ proprio il tempo, come lo si usa e rispetto al quale come ci si atteggia, una delle differenze più profonde tra le due culture.

[11] L’alternativa al globalismo è il regionalismo ovvero la creazione di sistemi fortemente interrelati su base regionale (continentale o transoceanica).

[12] L’impegno allo sviluppo di questi sistemi è storicamente per gli americani il più fertile per lo sviluppo di quelle tecnologie che poi trainano lo sviluppo industriale e le applicazioni commerciali.

[13] N. Ferguson, D. Daokui Li, H. Kissinger, F. Zakaria, Il XXI° secolo appartiene alla Cina?, Mondadori, Milano, 2012 riporta i temi di un incontro tenuto a Toronto, Canada nel 2011. Sulla storia delle relazioni cino-americane: H. Kissinger, Cina, Mondadori, Milano, 2011.

[14] In mandarino, Cina si dice proprio Zhongguo, ovvero “Paese di Mezzo” o “Paese del centro/ centrale”.

Informazioni su pierluigi fagan

59 anni, sposato con: http://artforhousewives.wordpress.com/, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore per 22 anni. Da più di tredici anni ritirato a confuciana "vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente. Il tema del blog è la complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore.
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