PER UNA CONCEZIONE REALISTICA DELLA STORIA (2). Il clima.

Immagine2Nel precedente articolo “Per una concezione realistica della storia”[1], abbiamo visto come (su i perché ci ritorneremo), la reazione materialistico-antidealistica che Marx ed Engels, intesero imprimere alle concezioni storico-filosofiche, concentrò il significato di questa materialità nei rapporti sociali e produttivi tra gli uomini, tralasciando le condizioni di contesto, quali l’ambiente, la geografia politica, la demografia.

Il materialismo storico quindi risulta un concetto problematico sia per questo aspetto di auto-limitazione del concetto di materialità, sia per ciò che ancora non abbiamo indagato ma che ha animato un lungo dibattito nel secolo scorso relativamente ai rapporti di determinazione e causalità tra base materiale e sopravvenienza ideale, conosciuto anche come “problema della struttura e della sovrastruttura”. In questa seconda puntata della riflessione, continueremo ad indagare il primo problema, ovvero i rapporti tra ambiente-geografia politica-demografia e teoria storico-politica e specificatamente quelli relativi ai “climi”, speso usati come fisica sintetica del ben più complesso “ambiente”.

Lo Chevallier[2] ci ricorda che il clima, quale matrice di certi caratteri dei popoli, era già entrato a vario titolo nelle considerazioni di Aristotele, Ippocrate, Gallieno, Polibio. Questa tradizione è ripresa nel XVI° secolo con decisione da J.Bodin nei monumentali “Six Livres de la République” (1576) che fondano con Il Principe di Machiavelli, la moderna Filosofia politica. Nel V° dei sei libri della République, Bodin austero giurista, formula una teoria dei climi che risente delle precarie conoscenze scientifiche del tempo. Lo fa dunque ricorrendo all’astrologia, al neo-pitagorismo ed al neo-platonismo e che il neo-platonismo (che per altro dal neo-pitagorismo discende, così come buona parte anche del platonismo da Pitagora, discende) fosse ben impiantato nella sua immagine di mondo è chiaro nelle più generali concezioni politiche del francese. In cerca del concetto di legittimità che avrebbe dovuto fondare “il giusto” della forma politica, Bodin ricorre all’ordine ed all’armonia che sprigiona la concezione piramidale, che è poi null’altro che la tetraktys pitagorica. Similmente al parallelo con l’ordine celeste, ovvero quella metafora del “come in cielo così in terra” che è propria tanto dell’Occidente che dell’Oriente (e non solo), tutto parte o giunge dal/al vertice, all’Uno. Questo Uno è incondizionato, cioè dispone ma non riceve alcuna disposizione, è quindi “primo”, “sovrano”, non legato cioè sciolto (ab-solutos) da ogni a lui esterna determinazione. Più in generale, la triade Uno-Semplice-Assoluto[3] è il triangolo perfetto che sosterrà e sostiene, l’immagine di mondo occidentale ma di ciò ne parleremo una altra volta. Torniamo alla climatologia politica di Bodin.

L’impatto del clima sullo spirito dei popoli, secondo Bodin si rileva tripartendo per fasce climatiche le culture geo-umane del mondo che a quel tempo era ancora e solo, l’Europa. L’uomo coltivato dal Nord è essenziale, forte-brutale-impetuoso e il principio dominante di queste culture è la forza. Esattamente la stessa visione antropologica che portò poi Hobbes al concetto di stato di natura ed al “bellum omnium contra omnes”. L’uomo coltivato al Sud è “lubrico” ed astuto-vendicativo ma tende anche all’astrazione che sia matematica o filosofica con un principio culturale dominante che è la religione. Le due estremizzazioni tipologiche preparano il giusto mezzo, l’uomo coltivato nel clima temperato, al Centro. Questi è mediano tra i due e quindi tra l’irrazionalità della forza e quella della religione, preferisce la razionalità della legge. Il Bodin, dopo aver indugiato su considerazioni relative all’influenza dei venti o del nascere-vivere in montagna,  però non ne ricava un determinismo, ma solo una influenza che può portare tanto all’estremizzazione delle influenze dette, quanto alla loro correzione tramite una possibile evoluzione dei costumi in cui il ruolo correttivo può darsi proprio nelle leggi.

Dopo due secoli, la faccenda è ripresa dall’altrettanto enciclopedica “L’Esprit des Lois” opera originariamente anonima uscita in Svizzera nel 1748 di Montesquieu[4]. Nell’immagine di mondo del francese, scompare l’influenza neo-platonica, sostituita dalle prime considerazioni influenzate dalla proto-medicina  e da una ancora incerta biologia termodinamica fatta di spifferi, umori, temperature e fibre. Ma al di là delle ingenuità contenute nelle spiegazioni addotte, alla fantasia che riempie le ricostruzioni causali, quella del Montesquieu è anche un precoce tentativo di sottrarsi dalla dittatura di quelle considerazioni morali, sull’anima e sullo spirito che poi saranno sussunte nella successiva concezione detta “idealistica”. Il materialismo di Montesquieu però non è sociale ed economico come poi sarà in Marx, ma climatico-geografico sebbene il nostro, dica chiaramente e sulla scia dello stesso Bodin di non vedere in ciò, alcun rigido uni-determinismo.

Nel XVII° libro dell’Esprit, il giudizio sul “giusto” modello politico si sposta dal Centro di Bodin al Nord. Un Nord che da barbarico (com’era in Bodin ed in fondo ancora in Hobbes) diventa amante della libertà, una libertà che è data dal governo delle leggi e non più dell’autorità sovrana (e dispotica) dell’Uno. Anzi lo spirito della libertà altro non è che una conseguenza dello spirito barbarico, di quello dei Germani e dei Goti in particolare. Questi sono popoli liberatori, popoli che rifiutando il dominio di alcun despota certo invadono e conquistano ma non per dominare e con ciò, svolgono la salvifica funzione di “spezzatori di catene”, catene di schiavitù “forgiate nel Mezzogiorno”.

La sequenza storica riflette la formazione progressiva di un unico ragionamento a puntate. A metà XVI° secolo, per Bodin, lo spirito barbarico è forza del tutti contro tutti. A metà del XVII° secolo, per Hobbes, onde evitare di perdere la vita individuale nella cieca coazione barbarica del tutti contro tutti, s’impone un sussulto di razionalità, l’idea di stipulare un contratto che devolva la libertà individuale in un ordine sovrano collettivo. A metà del XVIII° secolo, Montesquieu incassa la proposta hobbesiana (appena emendata da Locke che vi inserirà proprietà privata e diritto di ribellione nei suoi due Trattati sul governo del 1690, vera e propri giustificazione teorica ex-post della Gloriosa Rivoluzione inglese)  osservando il sistema politico-giuridico britannico. Quel sistema della sovranità delle leggi scaturite da un contratto che mantenesse la libertà ma evitasse l’arbitrio individuale, lasciasse (internamente) il dominio della forza in favore della ragione. Fuori del contratto la guerra di tutti contro tutti rimaneva la legge e dall’imperialismo britannico a quello americano la legge venne rigorosamente rispettata.  A metà del XIX° secolo poi, sarà Marx a riprendere il discorso nelle “Forme economiche pre-capitalistiche”[5]. Lo farà nell’ambito di una sorta di storia della proprietà e delle forme di riproduzione sociale occupandosi dei “germani”, per i quali non esiste la “unione” ma la “riunione”, non esiste la comunità, lo Stato, la città. Queste riunioni sono le assemblee dei capifamiglia, dei clan. In seguito ciò che Marx poi non dirà, ovvero l’esigenza di contrattualizzare questi rapporti (per via dell’incremento demografico e del diverso rapporto terra-proprietà-individui che si era venuto ad instaurare) , una esigenza che si manifesterà nella Inghilterra del ‘200 con la Magna Charta. Da questa convergenza del farsi società debole, definita da un contratto e dal ruolo delle assemblee scaturiranno il Bill of Rights e il bicameralismo britannico tanto amato da Montesquieu. Spesso non si connette il fatto che gli anglo-sassoni erano appunto popoli germanici, cioè barbari migranti. La mistica contrattualistica poi non s’avvede che la vera struttura delle società anglosassoni è un sistema, fondamentalmente basato sul gioco economico, incentivato e protetto dal bicameralismo delle élite (gli antichi capifamiglia clanici) e riquadrato da un set di leggi che ne disciplinano limiti e regolamenti. Questo in fondo, è ciò che Marx penserà essere la natura delle società umane nella concezione materialista della storia ma questa è la precipua natura delle società anglosassoni, cioè quei barbari-germani che si ambientarono in una isola, non è legge della storia e della società universalmente intesa. Il fatto che ebbe successo nel caso geo-storico degli angli e dei sassoni non ne fa una filosofia della storia e del resto, una concezione geo-storica della auto-narrazione umana esclude in via di principio ci possa essere una “filosofia della storia” poiché la sua desinenza geografica ne cambia sistematicamente proprio quel contesto in cui la storia si sviluppa.

Anche Montesquieu, come già Bodin, rifugge da ogni determinismo e specificherà anche in seguito in una Défense dell’Esprit des Lois (1750) che non c’è nulla di meccanico tra l’ambiente e i frutti delle società umane. Il luogo assente di questa trasmissione imperfetta, ciò che scombina le facili meccaniche ambiente-società è l’uomo, individuale e sociale, un uomo che ai tempi e per certi versi almeno fino al pieno sviluppo della psicologia, della psicoanalisi, della sociologia e dell’antropologia, nonché i più recenti sviluppi delle scienze cognitive e delle neuroscienze, è ancora inteso come una “scatola nera” di cui si sa solo che in lui non è chiaro l’equilibrio esistente tra necessità e libertà. Due categorie, per altro, inesistenti.

Una breve e successiva ripresa della variabile climatica su gli eventi umani, la troveremo in economia e specificatamente in S. Jevons, un serioso logico-economista tra i primi fondatori dell’approccio marginalista che definisce quell’Economia neoclassica che in fondo a tutt’oggi, è il paradigma dominante di quella disciplina che si ostina a definirsi scienza. Jevons metterà in relazione la variabilità climatica con le macchie solari, quindi la variabilità climatica con la produzione del grano, la produzione del grano con il prezzo e con tutte le ripercussioni che il prezzo del grano aveva su di una economia che, ai tempi (1875-1878), ha ancora una forte base agricolo-alimentare. In preda ad un furore scientista-riduzionista, il povero Jevons si spinse fino a mettere in sincronica relazione, i cicli delle macchie solari con i cicli economici egli cioè non ebbe l’avvertenza di pesare la sua idea con quel cauto relativismo difensivo che usarono Bodin e Montesquieu, ma determinismo e riduzionismo sono genetici nell’epistemologia newtoniana, che era ed è poi quella in uso nel pensiero economico. La diade Semplice ed Assoluto del già citato triangolo paradigmatico occidentale, questo prescrive, la causa-una, la precisione, il piccolo che determina il grande, l’Uno che determina il Tutto, nonché il tormentato concetto di Verità.

Naturalmente, queste precoci e immature considerazioni sull’influenza dei climi nella generazione dello spirito dei popoli avrebbero dovuto essere riprese ed approfondite, ma non lo furono. La sentenza di Feuerbach per il quale “l’uomo è ciò che mangia” è tanto citata, quanto poco pesata. Oggi sappiamo che una dieta vegetariana o carnivora, ricca di frutta o ricca di grassi, una dieta ricca e variata o povera di varietà e del giusto spettro di nutrienti, ha una decisa influenza sul corpo, sulla salute e quindi sulla mente. Così il rapporto clima-facilità e varietà della raccolta o produzione ed infine consumo alimentare contribuì a determinare nomadismo-seminomadismo-proto stanzialità, così come la presenza o meno di grandi fiumi (pur sempre il risultato di piogge, cioè condizioni climatico-ambientali) segnò il formarsi o meno delle prime grandi civiltà come per altro in molti ebbero a notare senza conseguirne una teoria della geografia culturale. Ci provò Carl Ritter (1779-1859) sulla scorta di A. von Humboldt e J. H. Pestalozzi, ma a parte qualche debole influenza sulla successiva antropologia filosofica di M. Scheler, H. Plessner ed A. Gehelen da una parte e la nascita del pensiero geo-politico con R.Kjellen, F,Ratzel e Sir H. Mackinder dall’altra,  la strada rimase viottolo fuori dalle principali rotte del pensiero. Stranamente, questo mondo che pensa la realtà materiale propriamente detta divenne pascolo, per lo più di deterministi fascisti che intermediavano ambiente e popolo con il concetto inconsistente di “razza”, magari solo per darsi un tono alternativo rispetto a quelli che intermediavano con il concetto di “classe”. Passerà quindi più di un secolo tra l’espressione di Ritter per il quale la Terra era “il più grande degli individui viventi”[6] e l’ipotesi Gaia di J.Lovelock ed ancora oggi l’ecologia rimane un ambito che fatica ad integrarsi organicamente con la sociologia, l’economia, la politica, il progetto del nostro stare in quel mondo che ci sfugge, in cui ci sentiamo “gettati” senza mappe ed adeguate rotte. Del resto è dai tempi di Anassimandro, uno dei primi cartografi, che proporre immagini di mondo è considerato “empio”.

Un ultimo sguardo a Montesquieu per segnalare un altro tema della sua indagine sul come il materiale influisca sulle idee prodotte dagli uomini, cioè su quello “spirito” delle leggi che è poi l’oggetto della sua celebre analisi. Il nostro accenna ad una analisi comparata (l’enciclopedismo dei tempi è in un certo senso la prima forma di comparativismo e in nuce, di un possibile relativismo che si produrrà nelle concezioni del mondo, solo a partire dalla seconda metà del XIX° secolo) tra la geografia della Cina e quella dell’Europa. La Cina (abitabile e/o coltivabile) è una vasta distesa pianeggiante (più o meno). L’Europa è una serie di divisioni naturali (catene montuose, fiumi, isole, penisole etc. ) che creano quegli ambiti di maggior relazione e quindi coerenza interna di ciò che chiamiamo i “diversi popoli”. La prima forma porta in conseguenza a quello che Hegel poi definirà il “dispotismo asiatico”, la seconda porta a quell’autonomia competitiva tra i vari Stati per i quali è impossibile che uno prevalga su tutti gli altri, realizzando una unica forma imperiale simile a quella cinese.

Dopo l’analisi dei rapporti clima-idea-istituzioni che abbiamo qui velocemente tratteggiato, nel prossimo articolo, il quarto di questo discorso, continueremo la nostra indagine su una possibile costruzione di una concezione realistica della storia, indagando le categorie della possibile segmentazione umana.

[il presente articolo è il terzo di una sequenza: 1) https://pierluigifagan.wordpress.com/2013/01/11/per-una-nuova-teoria-generale/; 2) https://pierluigifagan.wordpress.com/2013/01/19/per-una-concezione-realistica-della-storia/  ]


[2] J.J. Chevallier, Le grandi opere del pensiero politico, Bologna, Il Mulino, 1998

[3] Questo costrutto implicito nelle immagini di mondo occidentali venne costruito da una lunga sequenza di P. (Pitagora, Platone, Plotino, Proclo, Paolo di Tarso), affermato con le parole e le opere del lungo cristianesimo medioevale europeo, rifondato dall’apporto scientifico delle immagini di mondo moderne via Descartes-Galileo-Newton. Esso merita una luna ed argomentata trattazione specifica che faremo una altra volta. Questo triangolo della morte del pensiero occidentale è ciò che ne fonda l’attuale, precaria Teoria generale occidentale al cui tentativo di superamento, siamo qui dediti con questi articoli.

[4] Montesquieu, Lo Spirito delle Leggi, Torino, UTET, 2005

[5] Il K.Marx “Forme economiche precapitalistiche” che abbiamo in una edizione specifica Roma, Editori Riuniti, 1974; fanno parte del più generale K.Marx, Grundrisse, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, Milano, PGreco, 2012.

[6] F. Farinelli, Geografia, Torino, Einaudi, 2003

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Informazioni su pierluigi fagan

59 anni, sposato con: http://artforhousewives.wordpress.com/, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore per 22 anni. Da più di tredici anni ritirato a confuciana "vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente. Il tema del blog è la complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore.
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