PER UNA CONCEZIONE REALISTICA DELLA STORIA.

Immagine Ideologia tedescaQuella che poi Engels definirà “concezione materialistica della storia”, compare per la prima volta e compare in forma relativamente estesa, ne L’Ideologia tedesca, redatta da Marx ed Engels nel biennio 1845-1846. Del 1845 sono anche le 11 tesi su Feuerbach che, in quanto attacco alle concezioni ritenute dai due ancora “idealistiche”, partendo da una critica a Feuerbach, definiscono che la realtà, con il suo portato materiale naturale e relazionale umano è del tutto più concreta e quindi importante, di quanto si possa dire e fare, nel mondo delle idee. “Materialismo” quindi è da intendersi come antitesi terminologica ad “idealismo” che è l’obiettivo critico dei due, la dicotomia fondamentale però sarebbe realismo vs irrealismo o fantasismo. Poco nuocerà il fatto che le Tesi su Feuerbach diverranno pubbliche solo quarantatre anni dopo, quando Engels le pubblicò appunto nel 1888, tre anni dopo la morte di Marx. Le Tesi sostanzialmente sono un manifesto della filosofia della prassi ovvero di una filosofia che non s’illude di poter condurre la propria trasformazione del mondo sul piano delle idee, ma convenga sulla necessità di modificare concretamente quel mondo di cui le idee sono un riflesso. Molto nuocerà invece, il fatto che L’ideologia tedesca, che contiene la trattazione estesa del ragionamento di ciò che poi viene definito “concezione materialistica della storia”, non verrà pubblicata che nel 1932, poco meno di un secolo dopo la sua redazione. Ciò vuol dire, che la gran parte dello sviluppo del concetto che si avrà negli autori marxisti ed in quelli non marxisti, avverrà al netto di quanto originariamente definito nell’opera. Opera che era presente certo nella mente dei due, ma non in quella dei loro epigoni.  Pubblicata nel 1932 poi non vuol dire che il testo diventa immediatamente correzione delle incomplete interpretazioni poiché queste erano già diventate canone. Questi fatti, unitamente alla comprensione olistica dell’opera di Marx e quindi considerando il peso e lo sviluppo che egli diede alla critica dell’economia politica che si avrà nella “Per la critica dell’economia politica” e nel “Capitale”, unitamente alla formulazione un po’ sbrigativa che del materialismo storico si darà nella Prefazione della “Per la critica…” ed unitamente a forme di riduzionismo imperante nell’epistemologia della seconda metà dell’800 che in grande parte perdurano ancora oggi, hanno generato una comprensione problematica del concetto materialistico storico, problema che cercheremo qui di osservare meglio.

Nell’Ideologia tedesca, M-E indicano due insiemi di fattori che verranno poi persi nelle successive trattazioni. Il primo è il corso demografico, il secondo è l’ambiente.

  • Ciò che essi sono (gli individui) coincide con la loro produzione, tanto con ciò che producono quanto col modo come producono. Ciò che gli individui sono dipende dunque dalla condizione materiale della loro produzione. Questa produzione non appare che con l’aumento della popolazione. E presuppone a sua volta relazioni fra gli individui, La forma di questa produzione è a sua volta condizionata dalla produzione.”[1]

Non è immediatamente chiaro cosa volessero intendere M-E con l’espressione: “Questa produzione non appare che con l’aumento della popolazione”, che forse si riferisce alle prime forme di produzione complesse dopo la lunga preistoria.  Altrove, Marx sarà molto feroce nei confronti di Malthus che aveva per primo trattato il problema demografico, fondandone la scienza con il famoso Saggio del 1798. Altresì in altri scritti, sembra che Marx individuasse che ciò che accende il cambiamento di un modo di produzione, fosse l’invenzione tecnica ma non è chiaro se essa abbia natura causale o causata e da cosa. Risulta allora difficile, ma non impossibile, poter interpretare quella frase come un “I nuovi modi di produzione, compaiono in risposta ad una variazione demografica, risposta che prende la forma di innovazione dei modi stessi (forze di produzione e rapporti di produzione)”. Questa lettura farebbe della variazione demografica una costante naturale che muove la storia umana. Non stiamo dicendo che M-E nel complesso della loro mente, avessero chiaro e definito questo pensiero, ma non crediamo neanche che lo si possa escludere. La ritrosia a detergere l’oscurità di questo assunto, forse proveniva in parte dalla già citata avversione alle idee di Malthus, idee che nel loro completo, Marx giudicava una tipica espressione dell’ideologia di classe. Malthus in effetti, sul fatto oggettivo della variazione demografica, innesta una serie di ragionamenti che non sono necessariamente gli unici ragionamenti che si possono fare a riguardo. Il fatto, l’aumento della popolazione, è un fatto oggettivo e naturale, indiscutibile. La sua interpretazione, il ruolo causativo che gli vuole dare, le dinamiche socio-economiche che accende, sono variamenti interpretabili. Ma il fatto, rimane un fatto e di questo fatto, M-E sembrano consapevoli. Fatto e sua consapevolezza però  rimarranno del tutto estranei allo sviluppo del marxismo.

  • “Il primo presupposto di tutta la storia umana è naturalmente l’esistenza di individui umani viventi. Il primo dato di fatto da constatare è dunque la costituzione fisica di questi individui e il loro rapporto, che ne consegue, verso il resto della natura. Qui naturalmente non possiamo addentrarci nell’esame né nella costituzione fisica dell’uomo stesso, né delle condizioni naturali trovate dagli uomini, come le condizioni geologiche, oro-idrografiche, climatiche, e così via. Ogni storiografia deve prendere le mosse da queste basi naturali e dalle modifiche da esse subite nel corso della storia per l’azione degli uomini.”  [2]

Qui i fraintendimenti non sono possibili, il concetto è chiaro. M-E nell’ultima frase, ancorano lo sguardo storico al contesto natural-geografico-ambientale senza ombra di ambiguità. Lo fanno tacendo una aspetto e sottolineandone un altro. L’aspetto taciuto è la variabilità naturale di natura-geografia-clima, una variabilità che in effetti tende a sfuggire allo sguardo dello storico poiché i tempi della variabilità ambientale possono essere anche molto lenti, mentre quelli della variabilità che le imputa l’uomo con la sua azione trasformatrice (aspetto sottolineato e che interessa molto di più M-E nel contesto della loro trattazione del problema) sono assai più evidenti ed immediati. Ma i due, indicano chiaramente che qualsivoglia analisi delle società, dei modi di produzione, delle idee che vi corrispondono, di tutto ciò che possiamo chiamare il complesso umano, è un sistema contesto-dipendente. Questa contestualizzazione si perderà nel proseguo del pensiero marxiano, vieppiù in quello marxista.

Una breve considerazione sul contesto del testo. Quel “qui non possiamo addentrarci nell’esame…” dice che nell’ambito del discorso che M-E andavano facendo, altre priorità urgevano. Le priorità erano quelle di opporre una concezione materiale a quella ideale nella quale permanevano Feuerbach e i giovani hegeliani e dare a questa materialità la sostanza dell’economia politica, far dell’uomo un uomo sociale. Includere nella società modi di produzione ovvero forze, strumenti e relazioni e far di questo il sostrato causativo della soprastate ideologia. Il lavoro era già immane per i tempi e in questo senso, come negli strati delle cipolle, ambiente-natura-geografia (così come variazione demografica ambientata in questo mutevole scenario) erano lo strato ulteriore, forse troppo lontano per interessare i due. Un ulteriore nel quale M-E, qui scelgono di non addentrarsi perché lo scopo dello scritto era un altro, perché intendevano rimanere vicini al nucleo del problema da loro individuato come bersaglio della critica, ovvero l’inversione idealità-realtà. E’ proprio questa la notazione fatta da Engels in una lettera a J. Bloch nel 1890. Engels onestamente riconosce una sorta di concorso di colpa, suo e di Marx, per l’aver con questa specifica e totalizzante attenzione al fatto economico, creato le condizioni per l’espressione di quell’ economicismo dilagante del quale egli stesso si duole: “Di fronte a gli avversari dovevamo accentuare il principio fondamentale, che essi negavano, e non sempre c’era il tempo, il luogo e l’occasione di riconoscere quel che spettava agli altri fattori che entrano in relazione reciproca.”[3]. Concetto ribadito anche in una parte precedente della stessa lettera, laddove Engels distingue quanto da loro detto, ovvero che “la produzione e riproduzione della vita reale è nella storia il momento in ultima istanza determinanteda quanto da loro non detto ed erroneamente desunto ovvero che “il momento economico risulti essere l’unico determinante”[4]

Forse è questa concentrazione sull’obiettivo a distrarre i due. Infatti poco più avanti, interpolando quando abbiamo riportato in precedenza a proposito della variazione demografica, si continua non più con gli individui ma con le nazioni: “I rapporti fra nazioni diverse dipendono dalla misura in cui ciascuna di esse ha sviluppato le sue forze produttive, la divisione del lavoro e le relazioni interne.”[5] continuando poi con lo specificare che ciò determina anche l’organizzazione interna alla singola nazione e finendo con “Ogni nuova forza produttiva, che non sia un’estensione puramente quantitativa delle forze produttive già note (…), porta come conseguenza un nuovo sviluppo della divisione del lavoro”. Qui, il richiamo al contesto ed alla dinamica demografica si sono del tutto perse, qui siamo già all’interno della meccanica dei modi di produzione e dell’innovazione (“Ogni nuova forza produttiva”) che impone la riformulazione della divisione del lavoro, della sua organizzazione, della società che ne è riflessa. Del tutto taciuto è l’evidente fatto che ogni nazione è in primis condizionata, sia dalla sua dimensione assoluta e dalla dinamica relativa della sua demografia, sia dal contesto geografico-climatico-naturale in cui è ospitata.

Se M-E avessero messo in relazione geo-ambiente, sue caratteristiche e variabilità (per cause endogena ed esogene cioè umane) con la variazione demografica, queste con l’analisi specifica della società umana in generale e della nazioni specifiche nel particolare, il tutto attraverso la lettura dei rapporti tra individui/società-modi di produrre-ruolo che il modo di produrre ha nella società (M-E ad esempio si riferivano alla sussistenza, ma lo società moderna eccede di gran lunga il mero problema della sussistenza), al posto di molto meccanicistico materialismo storico con tendenza sistematica al riduzionismo economicista, avremmo una Teoria generale basata su una concezione più realista della storia e con un grado di complessità più adeguato ai tempi che ci son toccati da vivere.  Il livello di complessità della Teoria generale è dato come al solito dal numero di variabili e dall’analisi delle loro interrelazioni che ne fanno l’architettonica, nonché dalla presenza attiva o meno di un contesto. Immergendo e chiarendo alcuni aspetti dell’analisi materialistica delle società umane, nella dinamica data dalla variazione demografica e di quella delle diverse nazioni, il tutto appunto immerso nel contesto geo-ambientale (nella sua statica e nella sua dinamica) si ottiene una versione più complessa e più adeguata al presente della Teoria generale della realtà storico-sociale. Senza la geografia, la geopolitica e l’ecologia (e di una Teoria delle idee che prenda il posto della stentorea ma primitiva definizione di “Ideologia”[6])  infatti, la Teoria generale marxista, rimane quella di un materialismo storico economicista, riduzionista e determinista.

La concezione materialistica della storia versione volgare, quella rimasta in uso anche se forse non conforme alle reali intenzioni dei suoi originari pensatori, rimane gravemente carente su quattro distinti aspetti: 1) l’incompletezza realistica che lascia da parte demografia, ambiente, e geografia delle società umane (e delle nazioni nello specifico) da cui l’esigenza di superare il materialismo con un realismo, sempre “storico”, più inclusivo; 2) l’unideterminismo causativo ancorché non chiaramente causato, ovvero l’asserzione dogmatica che sia l’economia la causa prima ed unica di tutto soprastante edificio del complesso umano senza che si capisca bene essa da cosa sia a sua volta causata[7]; 3) i rapporti troppo semplificati di causazione ed influenza tra economia ed ideologia, rapporti che infatti è difficile dire che sussistano per spiegare non solo il pensiero stesso di M-E ma anche e soprattutto la sua longeva fortuna storica pluridecennale; 4) i rapporti troppo semplificati tra struttura economica, e quella politica, giuridica e sociale, semplificazione che lascia alla presunta scienza economica la delirante posizione di strumento primo della interpretazione e produzione di realtà. Ne consegue anche la doppia necessità sia di chiarire come funziona la società umana intera nelle direzioni causative dei suoi diversi aspetti, sia di chiarire cosa la smuove, cosa la cambia, cosa la perturba dal momento che la storia è una collezione di cambiamenti, quasi sempre subiti e non voluti intenzionalmente dagli uomini. La correzione di questi punti sono l’agenda di una nuova Teoria generale basata su di una concezione realistica della storia.


[1] Marx-Engels, L’ideologia tedesca, Feuerbach [1] in la Concezione materialistica della storia, Edizioni Lotta comunista, Milano, 2008, pg.31.

[2] Ivi, pg.30

[3] Ivi, pg.124

[4] Ivi, pg. 122. Nella lettera sempre di Engels a W.Borgius del 1894 si ribadisce: “sono inoltre incusi fra i rapporti economici la base geografica sulla quale essi si manifestano e i residui effettivamente trasmessi di stadi precedenti dell’evoluzione economica, che si sono mantenuti, spesso soltanto per tradizione o per forza d’inerzia, e naturalmente anche l’ambiente che circonda dall’esterno questa forma sociale”. Base geografica e contesto ambientale ritornano quindi come elementi sottovalutati, almeno nelle posteriori ammissioni del solo Engels.

[5] Ivi, pg. 31 e seguente

[6] La questione dell’Ideologia è ben più controversa. Anch’essa, come i punti perduti della geografia, dell’ambiente e della demografia, anima alcune corrispondenze di Engels in cui questi cerca di chiarire attraverso la “reciproca influenza, azione reciproca”, “l’esistenza d una tradizione”, la negazione che la base economica sia “la sola causa”, il richiamo alla dialettica come sostituto della contrapposizione netta ed arbitraria dei termini, le relazioni “causa-effetto” troppo semplificate e deterministe che altri fanno mal usando la loro dottrina , sino d uno spazientito “…qui niente è assoluto e tutto è relativo” (lettera a C. Schmidt del 1890). Val bene l’ammissione di poca complessità ma a poco varrà, anche perché fatta dal “minore” Engels, fatta in fretta dentro una o più lettere, fatta fuori dalla trama della teoria completa. L’esito di questa sommarietà sarà un destino riduzionista e determinista dell’unicausalità economica del complesso umano, sancita nel materialismo storico.

[7] Secondo T. W. Adorno ad esempio non è tanto la proprietà privata a produrre la tendenza al dominio , quanto la tendenza al dominio a produrre la proprietà privata. In definitiva la domanda prima rimane: “quando e come nasce la gerarchia nei gruppi umani?”.

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Informazioni su pierluigi fagan

59 anni, sposato con: http://artforhousewives.wordpress.com/, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore per 22 anni. Da più di tredici anni ritirato a confuciana "vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente. Il tema del blog è la complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore.
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