PER UNA NUOVA TEORIA GENERALE.

Il Pensatore di A.Rodin

Il Pensatore di A.Rodin

 

  1. A cosa serve una Teoria generale?

Il materialismo storico definisce il mondo delle idee come un riflesso dei rapporti di forza sociali esistenti nella società, specificatamente per quanto riguarda i fatti economici, i modi di produzione-distribuzione e proprietà. Le idee, saldate in un sistema detto “ideologia” sarebbero al contempo riflesso e guida dell’agire politico ed economico. I giochi che contano si svolgerebbero nella realtà sociale  e produttiva, il mondo delle idee sarebbe dunque un mondo proiettato nel quale si subiscono le determinazioni che si producono nel mondo reale ed in cui si forgiano i sistemi di pensiero in modo più logico e totalizzante, al fine di dar guida allo sviluppo ed alla continua replicazione del modo di vivere e della sua struttura sociale. E’ veramente così che funzionano i rapporti tra mondo dei fatti e mondo delle idee?

Il materialismo storico, scaturisce da una meccanica applicazione della dialettica hegeliana. Marx parla esplicitamente a riguardo di un mondo a testa in giù, il mondo di Hegel che faceva discendere lo realtà dalla razionalità dello Spirito, quando ad opinione del nostro, era esattamente il contrario. Il contrario è ciò che scaturisce dall’applicazione simmetrico-meccanico dell’antitesi e così il mondo a testa in giù di Hegel (dall’Idea al Reale) viene capovolto o ripristinato nella sua geometria naturale che secondo Marx è quella che dal Reale, porta all’Idea e non certo il contrario.

Questo impianto ha due problemi che sono comunque meno di quelli che aveva l’impianto idealista. Il primo è che risale a più di 150 anni fa, una anzianità di pensiero che non fa tradizione, ma solo pensiero relativo a un diverso contesto. Un secolo e mezzo fa, ancor giovane era il pensiero storico, appena nate o in via di formazione le scienze antropologiche, sociologiche, psicologiche, archeologiche, evolutive. Nulla si sapeva di scienze cognitive, il pensiero economico si basava su una serie storica assai corta, poco o nulla si sapeva del resto del mondo e quando lo si sapeva o si riteneva di saperlo (ad esempio i giudizi di Hegel ripresi intatti da Marx relativamente il dispotismo orientale), si pensavano giudizi privi di tridimensionalità, profondità temporale e assai meno fondati di quelli di oggi.

Il secondo problema deriva da questo primo ed è il cuore della faccenda. I rapporti tra reale ed ideale sono molto più complessi di quanto pensato da Hegel e contro-pensato da Marx, anche se la forma più meccanico-dogmatica del materialismo storico la si deve, come al solito, a  Engels. Innanzitutto non tutto il reale è anche razionale, anzi il pensiero umano ha proprio la funzione di razionalizzare la gran confusione che vige nella trama della realtà. A sua volta il mondo delle idee non è una libera collezione di episodi del pensato, ma tende a formare sistemi, immagini di mondo coerenti, logiche autoconsistenti. I regolamenti del pensiero svolgono la funzione di grammatica entro la quale qualcosa può essere pensato, dandone cause anche quando non si conoscono, ipotizzandone effetti anche quando questi vengono tratti da presupposti infondati. Deduzione, induzione ed abduzione governano la produzione delle idee da idee o da fatti a incrementali tassi di ricchezza del pensato ma anche della sua incertezza ed improbabilità. Questioni come le tradizioni logiche, gli assetti prevalenti di compatibilità tra i nostri consci ed i nostri inconsci, il pensiero ereditato, lo sviluppo dell’ammesso e del non concepito nel laboratorio filosofico ( e di ogni reparto teorico delle singole discipline in cui si organizza il nostro sapere), danno i limiti entro i quali qualcosa può esser pensato o ritenuto pensabile. Per non parlare poi del giudizio di verità che è sempre dipendente da un preciso taglio di realtà che l’ontologia, incontrollata, produce ex ante. Quando una idea giunge a candidarsi come pensabile (come possibile, attraente o vera) deve fare i conti con i sistemi di pensiero vigenti, deve aggiustarsi per poter essere connessa al sistema generale che vige nelle nostre teste, un sistema in cui già esistono autostrade, sensi unici, strade senza uscita. Esistono quindi idee e sistemi di idee. Mentre le prime hanno forse una natura simile a quella ipotizzata nel materialismo storico, i secondi hanno una propria storia, in genere molto più lunga e complessa di quella che ne pretenderebbe la lettura come semplice copia ideale della trama reale, oltretutto uniformata dalle relazioni socio-economiche.

La Teoria generale quindi, è un intermedio tra ideale e Reale e gode di vita propria, è influenzata e influenza la produzione di realtà ma non ne è esclusivamente determinata. Le teorie generali, le immagini di mondo nell’ambito dell’economia politica della ultima modernità, quella dell’ultimo secolo e mezzo, sono due: quella liberale e quella marxista.

  1. La Teoria generale liberale

Caratteristica intrinseca di questa tradizione è l’esser costituita più di fatti reali, di pratiche, di azioni concrete, che di teoria. Nel mentre l’Inghilterra della fine del XVII° secolo si avviava a manifestarsi come il processo storico reale che avrebbe poi rappresentato i parametri della modernità, del capitalismo e del sistema politico parlamentare, la elaborazione teorica di sostegno fu assai contenuta. Nei due Trattati sul governo di Locke, tolto il primo che riferisce di una polemica molto locale (nello spazio e nel tempo) quindi assai poco interessante, il secondo serve più o meno “solo” ad inserire la proprietà privata nello stato di natura hobbesiano. Newton apporta certo del suo, nella epistemologia e nella fondazione della moderna scienza. De Mandeville scrive un libello polemico, che suscita invero grande interesse, ma che non ha una costituzione teorica fondativa tant’è che, sebbene sia nei fatti l’anticipo programmatico dell’opera di A. Smith che uscirà sei/sette decenni dopo, dai più non è conosciuta. La stessa Ricchezza delle nazioni, per gran parte, si riferisce a cose che già sono, non è un puro pensiero in avanti, ma il riquadro sistemico di cose che già avvengono, frammiste ad altre che ne rallentano l’affermazione. Si potrebbe dire che l’opera di Smith, ha proprio il compito di ripulire la concezione del libero mercato impersonale, da quella personale che ne aveva quel mercantilismo che univa nello stesso interesse, monarchi e operatori economici più commerciali che produttivi.

La teoria liberale anglosassone che è poi tra quelle liberali l’unica significativa, diverge presto l’economia dalla politica. L’essenziale è nell’economia che allarga e precisa le sue concezioni con Ricardo ed altri, la politica assume in fretta il paradigma utilitarista di Bentham e Mill e si divide in due riflessi, uno più conservatore à al Burke, l’altro più progressista, alla Stuart Mill. Si potrebbe dire che è proprio questo fatto che Marx legge in diretta, elaborando la concezione storico materialistica. La concezione storico materialistica è il non detto alla base della teoria liberale moderna. Pensare che il mondo è da sempre ordinato dall’economia è una proprietà marxiana, che lo sia e lo debba essere nella modernità, è la proprietà liberale. Per questo i liberali sono così poco teorici, le determinazioni essenziali sono prese dal mondo dei fatti, dei fatti economici nello specifico, il resto sono razionalizzazioni, proiezioni nel pensiero, commento trafelato alla riconcorsa delle prassi.

Gran confusione invece nel continente. Qui l’idealismo continua ad imperversare e simmetricamente ma al contrario, si producono molte più idee e discorsi che fatti. Sembra quasi che nel continente, si abbia bisogno di questo mondo delle idee da elaborare, proprio per cercar di razionalizzare fatti che non si controllano. E’ proprio questo il sintono di come la nuova forma del capitalismo politico moderno[1], non sia una forma autoctona del continente, ma una forma che in base alla sua forza di produzione di una nuova  realtà, prorompe dall’isola britannica, creando problemi di razionalizzazione nell’immagine di mondo di un continente che ha tutt’altre tradizioni di produzione, di società e di pensiero.  In effetti, il capitalismo penetra nell’Europa del XVIII° e XIX° secolo con la forza dei fatti non certo delle idee e lo fa incontrando una diffusa, passiva, resistenza. L’aristocrazia e il pensiero cristiano che sono costituzionalmente anti-liberali ed anti-capitalistici resistono a lungo. Una diversa tradizione di pensiero e di comunità sociale, fa comparire in Europa quella sinistra che si oppone tanto all’Ancien Régime che alle nuove suggestioni dell’economia della nuova borghesia.  Aristocratici, clero, cristiano cattolici, contadini, operai ed una media borghesia che ha ancora tradizioni latine, barbaro continentali e greche, si agitano producendo idee, mentre l’inesorabile mondo dei fatti, pur tra mille impedimenti e contraddizioni che si scioglieranno solo con le successive due guerre mondiali, è colonizzato dal nuovo sistema di produzione e dalla forza con cui questo agisce sulla società, quindi sulla sua gestione politica. Il mondo delle idee continentali diventa patria di un liberalismo politico alla Constant, Montesquieu, Toqueville e filosofico con Kant ed Humboldt. Più tardi, molto più tardi, si connettono gli italiani con Croce, gli austriaci con Popper e von Hayek. Ma mentre i continentali se la discutono di sopra e di sotto, ignorando in genere il fatto economico e concentrandosi su quello politico-filosofico, i britannici autentici storico-materialisti edificano il più grande impero della storia, innovano la tecnica e la scienza, costruiscono il modello base della moderna società ordinata dal mercato, dominano la macchina economica con la loro moneta, sviluppando la vera essenza di ciò che indifferentemente possiamo chiamare modernità, capitalismo o società liberale di mercato.

La Teoria generale liberale, completa in tutte le determinazioni non c’è in forma scritta, c’è nella prassi di stati nazione prima europei, poi statunitensi, ordinati dal libero mercato. La struttura e la sovrastruttura vibrano consonanti, agli ordini del principio economico, coadiuvato da quello politico e da quello militare, riflesso in quello culturale che si fa scienza per potenziarne il motore logico-induttivo, le prestazioni tecniche, la continua produzione di innovazione.

  1. La Teoria generale antitetica: il marxismo.

Il marxismo discende seguendo i rivoli di diverse interpretazioni, dalle idee di Marx-Engels e dai fatti del neo-costituendo movimento operaio. Quanto alle idee, è noto che Marx si esprimesse in termini di “modo di produzione borghese” e non di capitalismo, che è un termine dei primi del ‘900. Un termine che reifica un sistema economico e non un sistema sociale che si riflette nell’economico. Marx ne fa una questione di classe ma i marxisti non si avvedono di un fatto storico che dà diversa profondità a questo assunto. La classe dominante è sempre esistita, sempre cioè da quando esistono le società complesse, ovvero da ottomila anni. E’ stata spesso una etnia a dominio di altre, una età (gli anziani) a dominio delle altre, una genere (i maschi) a dominio dell’altro (le femmine). Queste prime affermazioni poi generavano tradizione di potere trasmesso lungo le vie delle generazioni di una o più famiglie.  E’ stata la classe dei sacerdoti che derivavano il loro potere sulle immagini del mondo dalla precedente tradizione sciamanica ed è stata la classe dei guerrieri e degli eroi che scaturivano dalla professionalizzazione degli eserciti nella continua guerra di tutti contro tutti. Con termine novecentesco le si potrebbero definire élite.

Le élite di 5000 anni fa ad esempio, erano tali perché possedevano il cavallo, che nulla entrava col modo di produzione. Gli indoeuropei attaccavano rubavano e razziavano ed erano incontrastabili perché più forti, intenzionati e cattivi, non possedevano alcun mezzo di produzione, semmai di locomozione. Spesso erano bilanciati da una potente classe sacerdotale custode della Teoria generale del mondo, una dotazione di potenza che modificò nel profondo, dal linguaggio all’immaginario, l’immagine di mondo delle popolazioni dominate e il loro stesso modo di ordinarsi. Le classi dominanti dell’Antica Roma furono spesso di origine militare, quelle del Medioevo di nuovo militari ma sormontate dal potere decisivo dell’immagine del mondo religiosa. Nei fatti, la regia di tutti i giochi sociali, la Teoria generale del Medioevo, era religiosa. Sin dall’Antica Grecia, poteva capitare che si insinuasse del “politico” al vertice della piramide sociale. Questo “politico” era quasi sempre un guerriero sceso da cavallo poiché, come chiosano i cinesi: “gli imperi si conquistano a cavallo ma si governano scendendo”.

L’ossessione dei marxisti per la borghesia e la teoria per la quale essi deriverebbero il loro potere dal possesso dei mezzi di produzione, incorniciata nella meccanica hegeliana, porta a produrre in positivo l’idea che l’emancipazione passi per l’esproprio dei mezzi di produzione. Questa simmetria è sbagliata. Sarebbe come dire che il Papa deriva il suo potere da quel bastone ricurvo che è il pastorale e quindi dotandoci di pastorale, possiamo tutti essere Papa. La borghesia moderna, preesiste il modo di produzione, poiché nacque commerciale, dai mercati accanto alle chiese sperse nelle disabitate campagne dell’anno 1000, intorno a cui si formarono i primi centri abitati che poi si chiamarono “borghi” dando così nome alla classe sociale che in essi andò ad abitare e lavorare, un lavoro fatto di fiere e mercati come ci raccontarono Weber e Braudel che vennero dopo Marx. Solo sette secoli dopo, si misero a produrre su base sistematica, innovando la funzione del capitale al servizio della fabbrica e trasformando la servitù involontaria in quella servitù volontaria che è il lavoro salariato. E’ chiaro che un cambiamento delle società produrrà una diversa forma economica ma la via di relazione tra le due non è così diretta come hanno pensato gli hegelo-marxisti, soprattutto nel senso inverso. Non è cambiando la forma economica che si produce nuova società.

Una altra idea sbagliata è quella che si ha sul capitalismo. Se per capitalismo s’intende una meccanica per la quale all’inizio di un processo economico si immette un capitale C1 e dopo il processo economico, che sia di scambio di cose esistenti o creazione delle stesse, si ha un capitale arricchito C2 , beh, questa meccanica esiste addirittura da prima dell’invenzione della moneta poiché essendo il valore soggettivo, scambiare una cosa che si ha con una che non si ha include il giudizio di diverso valore, di valore + che la cosa ottenuta ha rispetto a quella che si è data via. Quanto ad accumulazione poi, non è che i Re della profonda antichità fossero dei puritani e il mitico “tesoro” è un arredo costante di ogni mitologia passata. Lo sfruttamento più o meno schiavista dell’uomo sull’uomo è anch’esso molto antico.

Nei fatti del registro storico la vera dicotomia di fondo è quella che Aristotele sintetizzava nelle categorie dei Pochi e dei Molti. Aristocrazia, oligarchia e democrazia degenerata, sono forme diversamente giustificate dell’assetto standard per il quale Pochi dominano i Molti. Tale dominio si rende possibile in ragione di quattro fatti: la tradizione, la ricchezza, la forza, il possesso di immagini del mondo in grado di ordinare la vita sociale.  Spesso i Pochi, sono dotati di tutte e quattro più una quinta che di solito non viene notata: il tempo. E’ il tempo che permette di familiarizzare con le idee e le loro forme connesse in sistemi e sono queste idee e le immagini del mondo che vanno a sostenere la forza del dominio. Un dominio quasi riconosciuto spontaneamente a chi sa parlare chiaro, perché pensa chiaro, sa del mondo o del Tutto (che poi è lo stesso). Socialmente, il sapere cosa fare, quando e quanto, dove, come, da il potere poiché la società non è un ente intenzionale, non è un individuo pensante ma la composizione di una unione di pensanti frammentati. Pensanti che arrivano a concepire il loro interesse come interesse generale quando è ovvio che l’interesse generale non potrà mai essere l’interesse di Uno condiviso da Tutti e che altresì non si compone per sommatoria, né per mediazione degli specifici interessi particolari. La Teoria generale e i suoi sacerdoti, assumono allora il ruolo di pensiero del meta individuo collettivo, è il pensiero in comune che orienta l’azione in comune ed è quel “bene comune” che il singolo individuo non è in grado lucidamente, di pensare.  E’ questa la Teoria generale dominante, sempre ed invariabilmente, nella mani ed al servizio del potere che i Pochi hanno su i Molti.

L’emancipazione proviene più dal possesso del proprio tempo (soddisfatti i bisogni primari) che dal possesso dei mezzi di produzione, perché è il tempo che permette il pensiero ed è il pensiero a guidare l’azione, anche quella politica. L’unica in grado di cambiare i rapporti di forza.

4) Per una nuova Teoria generale.

Le due Teorie generali, quella liberale e quella marxista, sono entrambe ordinate da una precisa scelta di principio, il principio economico. Oggi in Occidente, la priorità è quella di avviare il percorso di formulazione collettiva di una nuova Teoria generale. Lo è perché siamo in presenza di una potente frattura storica che separa violentemente ciò che il mondo era ed è stato fino a pochi anni fa, da ciò che il mondo è e sempre più sarà nell’immediato futuro. Ragioni demografiche, quindi geopolitiche, il problema delle risorse e il suo fratello gemello della compatibilità ambientale, l’insostenibilità del modo occidentale di produzione oggi divenuto mondiale e il divieto categorico che dobbiamo imporci di non pensare di poter forzare i passaggi storici – adattivi con le guerre, c’impongono di trovare le soluzioni in passaggi angusti e con poco tempo a disposizione. Soluzioni del tutto nuove, fuori dalle tradizioni perché siamo in tempi rivoluzionari, con poco margini e praticamente niente tempo e soprattutto fuori della tradizione economica sviluppata nel lungo periodo in cui siamo stati padroni di un mondo che oggi dividiamo in condominio. Soluzioni sistemiche perché la cifra della contemporaneità è l’estrema complessità delle tante cose tra loro intrecciate (cum-plexus), inserite in un sistema fatto di sistemi ambientato in uno spazio non vuoto. Uno “spazio non vuoto” è un contesto, la culla di ogni evento. Una richiesta difficile, ma ineludibile perché ci proviene dalla Realtà che in quanto ad imperativi categorici, non ammette dilazioni, distrazioni, sordità e cecità di comodo.

La tradizione filosofica recente, ci gioca contro perché ha posto un divieto a priori del poter e dover produrre pensiero sistematizzato, pregiudicato di essere “volontà di potenza” sotto mentite spoglie. Tutto è frammento, le immagini del mondo sono puzzle ritornati allo stadio di collezione incoerente e disordinata di tasselli. Su questi tasselli si esercita il feedback delle specializzazioni sulle quali si formano la caste pensanti. Siamo un Medioevo del pensiero fatto di litigiosi signorotti locali che ci strattonano con le loro pseudo-verità economiche, politiche, culturali, religiose, ognuna di esse a loro volta frazionate in feudi disciplinari ed orticelli di vaga opinione sul particolare. Il pensiero occidentale è leibniziano, ma a differenza delle monadi senza porte, né finestre, non ha alcun riflesso del generale al suo interno.

Così il nostro mondo viene ordinato dall’inerzia. Una inerzia storica che per l’Occidente ha un sottostante assai poco nobile fatto di imperialismo, colonialismo, ruberie, sopraffazioni, elitismo, sfruttamento indiscriminato di cose e persone, di natura organica ed inorganica, di desideri, bisogni inevasi o coartati e di speranze irrealizzate, il tutto vivendo all’ombra dell’ordinatore economico e dell’eterno principio di gerarchia. Questi non sono fatti morali, prima ancora sono fatti funzionali, cioè, il nostro modo di vivere all’ombra del principio economico non avrebbe funzionato senza di questi sottostanti. Su questo mondo reale taciuto, si ergono le costruzioni delle parole e dei concetti nobilitanti: il mercato, la libertà. La Teoria critica assolve a volte il compito di renderle meno certe e meno assolute ma non le scalza dal dominio perché abbiamo “bisogno” di credere in qualcosa che guidi la nostra vita nel mondo. La prassi politica derivata dai marxismi è sterile. Non crea alcun mondo nuovo, non funziona, ha anche prodotto sebbene non direttamente (ma la sua incompletezza fu complice del suo disastro) forme storico-politiche del tutto indesiderabili. Al massimo riesce appena in parte a mitigare le punte più aspre ed eccessive del dominio dei Pochi, ma non riesce ad invertirne la forma verticale in orizzontale. Nata negli altiforni della Rivoluzione industriale, essa è cieca di fronte all’eccesso di produzione e ricade compulsivamente in sistematici eccessi di economicismo che oggi stanno producendo anche quelle bizzarre figure che sono gli antagonisti monetari, strana specie di critici-critici che scambiano il potere col pastorale, il fatto col suo simbolo. Dove è cessata (Russia) ha prodotto capitalismo oligarchico, dove è nominalmente sopravvissuta (Cina) si è convertita ad un capitalismo elitista.

Riprendiamo il cammino dell’emancipazione dell’uomo dalle sue minorità, dando il giusto peso al consesso umano che chiamiamo società, vita in comune, sistema adattivo che l’uomo deriva dai primati e questi da specie evolutivamente ancor più antiche. Come stare assieme con equità e giustizia, come stare assieme dopo il lungo dominio dell’economia come ordinatore delle nostre vite singole e collettive, come stare assieme noi popoli dominanti con quelli che fino a ieri e spesso ancora oggi dominiamo, ancora fondando il nostro benessere sul loro malessere ? Come riprendere il lento progresso delle forze che s’aggrappano all’ordine verticale per farlo oscillare e portarlo a geometrie più orizzontali ? Che fare dello Stato e della nazione, una costruzione sistemica nata assieme (in fisica si direbbe entangled, nata nella gemellarità) al capitalismo ed alla modernità ? Che fare delle società basate sul lavoro ora che ce ne sarà sempre meno e non per colpa dei neoliberisti ? Come e con chi fondare un Occidente discontinuo rispetto alla sua storia di violento sopruso e sopraffazione ? Come liberare tempo per ridurre la schiavitù mentale che è la prima forma di liberazione che dobbiamo propagare?

La Teoria generale dominante è prassificata, impera tacendo i suoi poco nobili sottostanti necessari (ingiusti certo ma più che altro oggi non più riproducibili), perdura nella fallacia di Hume che deriva il dover essere da ciò che sino ad oggi è stato rimanendo cieca di fronte alle discontinuità profonde che segnano la nostra epoca. La Teoria generale antagonista vorrebbe invertire i rapporti di potere, invertendo quelli che vigono nel fatto economico ma scambiando la natura causata di questi ultimi, in natura causante non fa che riprodurre la gerarchia dei Pochi su i Molti, sebbene i primi si presentino nelle nuove vesti di “liberatori del popolo”. Nessun processo di liberazione o emancipazione è delegabile. Mai.

Una nuova Teoria generale deve a nostro avviso, riprendere le categorie dei Pochi e dei Molti e domandarsi daccapo, qual è l’origine che fonda questa differenza tanto antica quanto storica, passibile cioè di cambiamento. Dei due assi che disegnano l’ambito di possibilità dell’Essere, lo spazio e il tempo, abbiamo appena indagato il primo ma molto poco il secondo. Le nostre biblioteche straripano di Sein (Essere) ma scarseggiano di Zeit (Tempo). Iniziare ad uscire dalle nostre minorità ed al contempo dare risposta all’impellenza della sostituzione del principio economico con il quale abbiamo ordinato le nostre società negli ultimi secoli, significa archiviare definitivamente il sacerdote con il suo dio, il comandante con la sua spada, il capitalista col suo mercato e concentrarci sull’uomo proprietario del suo tempo, personale, sociale e storico. Un uomo sociale con il tempo per pensare chi è e cosa vuole veramente, comunicandolo all’Altro al fine di giungere per sintesi successive, ad una nuova Teoria generale condivisa. Una prassi che non può che essere politica nel senso della polis, che non può che essere democratica, nel senso del demos. Una Teoria che sia in contatto con il mondo del possibile e non con quello dell’Idea pura, ma che giunga dal pensiero e non dalla riproduzione acefala della contingenza.

Chi non possiede il proprio tempo non possiede la propria mente e chi non possiede la propria mente sarà sempre schiavo.


[1] Per capitalismo politico moderno s’intende la forma economica conosciuta come “capitalismo”, unita alla forma politica basata sul potere di un parlamento eletto da una base votante, più o meno ampia, più o meno consapevole. La forma economica capitalista è assai antica ma senza dubbio prese una consistenza ampia e complessa già a partire dall’Italia del ‘400, dalla Francia e dalle Province Unite. Quando arrivò in Inghilterra, unita alla forma politica del parlamento delle élite economiche che alle loro intenzioni subordinano cultura, religione e fatto militare, diventa sistema. Un sistema integrato che produce per via politica (giuridica, culturale e militare) le migliori condizioni di possibilità per lo sviluppo del fatto economico che è il principio che ordina il sistema integrato. Marx col suo sbrigativo “parlamento come camera d’affari della borghesia” e con l’assenza di una compiuta teoria dello Stato e i liberali con la rimozione sistematica del necessario ruolo del politico per favorire il funzionamento di qualsivoglia sistema economico, hanno cancellato la visibilità di questo motore essenziale del sistema. Un sistema che non è economico ma politico economico.

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Informazioni su pierluigi fagan

59 anni, sposato con: http://artforhousewives.wordpress.com/, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore per 22 anni. Da più di tredici anni ritirato a confuciana "vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente. Il tema del blog è la complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore.
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