IL COMPLETO E’ IL CONCRETO.

Pericle

M. Mauss[1] sosteneva che il concreto è il completo. Cosa è il completo ? Potremmo dire che il completo è la descrizione più vasta e precisa si possa fare di ciò di cui parliamo. La cosa di cui parliamo è sempre composta di parti interagenti, è sempre immersa in un contesto, ha sempre una storia, quindi un tempo ed ha un probabile problema di adattamento al divenire. La completezza quindi ha dimensioni complesse sia spaziali, sia temporali.

La tradizione culturale moderna congiura contro questo rispetto della completezza. Da Descartes in poi, è tutto uno spezzettare, dividere, ridurre, il completo dato per inosservabile ed inconoscibile nella sua complessità, deve potere essere frazionato sino ad arrivare a qualcosa che stia, docile e preferibilmente immobile, sotto le incerte diottrie del nostro sguardo. L’ideale sarebbe la monade leibniziana, atemporale, senza né porte, né finestre, senza connessioni.  L’istituzionalizzazione di questo divisionismo cognitivo, si compie pienamente da dopo A. Smith. Esaltato dalla produttività della fabbrica di spilli, lo scozzese, promuove l’attiva applicazione della divisione del lavoro anche nel campo del sapere, a cominciare dalla filosofia[2]. Nell’800 è tutto un fiorire di scoperte che progressivamente divisionalizzano la scienza, nella seconda metà del secolo, si specializza un nuovo settore, le “scienze umane”. Nello stesso periodo, il rigetto violento della presuntuosa costruzione totale operata dall’hegelismo, sancisce la divisionalizzazione anche del pensiero primo: la filosofia. Nel ‘900 anche il sapere deve fare i conti con i registri del paradigma dominante la nostra epoca: l’economia. Il sapere deve essere produttivo, le specializzazioni finalizzate ad un prodotto cognitivo quantificabile ed applicabile al processo di produzione, diventano il corso del sapere le cose, ognuno diventa tutor esperto di una frazione, di un segmento, di un puntino. La pixelizzazione dello sguardo cognitivo produce però un esito inatteso. Nata per scendere dall’empireo delle assunzioni generali, totalizzanti, vagamente e confusamente olistiche ad un più realistico piano “del ciò che può esser detto”, finisce con il trattare le cose che si osservano, come chiusi universi del particolare. A volte, la matematica porta a riprodurre esattamente gli stessi assurdi della logica alla base della Scolastica medioevale. Finisce in pratica con il riprodurre l’astratta vaghezza dalla quale ci si voleva emancipare. Si finisce cioè come chiosa A.Bloch, un umorista americano, in modo che: “Ad ogni domanda complessa, corrisponde una risposta semplice, diretta e sbagliata.”

Trasferendo la questione sul piano della politica, prendiamo in esame il tema –democrazia-. La prima cosa da sottolineare è l’assoluta indeterminatezza del termine. Occorre qui fare un confuciano zhengming[3], ovvero una rettificazione dei nomi, ovvero cercar di intenderci su quale sia il condiviso allineamento tra la parola e la cosa.

Chiamare infatti democrazia il sistema rappresentativo parlamentare inaugurato con la Gloriosa rivoluzione inglese della seconda metà del ‘600 è cadere in una assai dannosa confusione. L’origine del nome com’è noto è greca e com’è noto si riferisce a determinati sistemi politici in auge in alcune poleis del V° secolo a.c.   Non possiamo qui entrare nei dettagli delle differenze tra la democrazia degli antichi e quella dei moderni. Dobbiamo limitarci al punto primo ed il punto primo è la differenza tra decisione politica proprietaria o delegata. Questi, sono due mondi incommensurabili per molte ragioni che di solito, manchevolmente, non vengono approfondite.

La democrazia è un concetto velocemente riesumato di recente, forse in reazione a quell’offensiva delle élite che conosciamo come neoliberismo. Nessuno si è preoccupato di restaurarne i significati se non vagamente, ma la vaghezza in una epoca che sopporta al massimo i 140 caratteri è diventata una qualità. Pochi ad esempio hanno notato che non esiste una “teoria della democrazia” e che tutta la cultura classica, il pensiero ereditato, comunica il più profondo ribrezzo per questa forma a cominciare dal principe degli oligarchi del pensiero che piace anche a tanti comunisti (ci sono tanti comunisti elitisti a cominciare dai leninisti), cioè quel “divino Platone” inorridito dalla presunzione che i Molti potessero capire qualcosa di quel completo che era riservato ai Pochi. Se non all’Uno, cioè lui. Inutile trovare qualche parola di merito sulla democrazia da Cicerone a Polibio, figurarsi nel Medioevo ordinato dalla monarchia del Signore. Tra Hobbes e Locke si parla sì della legittimità del potere ma per gli inglesi, democrazia è un concetto che non esiste. Sono i continentali, ed in particolare i francesi a riesumare il termine per abbellire il sistema anglosassone adottato come sostiene B. Constant, per necessità logistiche. Quali ? Lo spazio ad esempio. Bella la democrazia delle poleis classiche, ma nell’Europa dell’800 non c’erano poleis ma stati nazione, in più i greci avevano gli schiavi. Nel sistema moderno c’è stata la redistribuzione della schiavitù, detta lavoro, per cui dove si trova il tempo per chiacchierare nell’agorà e nei convivi e spendere tutto quel tempo per informarsi, conoscere, conversare, dibattere, votare sempre su tutto ? Ne esce la decisione implicita di considerare lo stato nazione come un ente dato, immodificabile, dovuto e l’accettazione del principio di delega. L’atto politico partecipativo, la voce del popolo, la manifestazione della libertà avverrà saltuariamente, “un momento di libertà ogni quattro anni” come disse Rousseau. La libertà di scegliere le élite tra loro in competizione, quella che più ci piace, come sostenne Schumpeter. Democrazia?

Ora qui tocca mettersi d’accordo. O ci vanno bene i grandi territori e la centralizzazione delle decisioni politiche in una condizione di massa di tempo sequestrato dal dovere produttivo ed allora per favore, facciamo riposare il nobile termine nell’archeologia dei concetti o se il concetto ci piace, allora ci tocca riflettere su il necessario riorientamento gestaltico dello spazio e del tempo in cui dovrebbe esercitarsi la democrazia. Quello che non si può fare senza procurare dispiaceri a Confucio e Foucault[4] è parlare di una cosa, ovvero il sistema dei grandi territori formati a lor tempo dai monarchi per incamerare tasse per pagare soldati da impiegare in guerre di potenza, delle élite centralizzate delegate su base di preferenza vaga, usando la parola sbagliata. Questo sistema è strutturalmente oligarchico, chiamarlo democratico è contro natura e contro la logica.

Per pensare democrazia, dobbiamo farci le scomode domande: “in quale spazio?”, e quella che è anche peggio “dedicando quale tempo?”.

Sul tempo. Senza “sapere le cose” è improprio immaginarsi una democrazia. Se le opinioni non sono fondate, se non è chiara la catena delle conseguenze delle decisioni, se si pensa che democrazia sia solo collezione delle espressione dei bisogni individuali chi poi metterà tutto insieme in quel completo che è il concreto ? Le élite. Se si vuole democrazia, ci vuole democrazia in primis nella conoscenza, tempo per conoscere, tempo per discutere e dibattere, scambiarsi significati e cambiare opinioni o crearne assieme di terze. Decidere su tutto comporta sapere del tutto. Sappiamo tutti di noi individualmente intesi, ma sappiamo poco del noi collettivo, del bene della comunità.

E’ bene sapere che la democrazia contende al riposo, a gli affetti ed al lavoro il tempo che per noi umani è biologicamente un ente finito. Se il riposo è già ampiamente compresso e gli affetti già ampiamente subordinati è al lavoro che bisogna rivolgersi. In effetti è lì  la chiave del sistema, tenerci occupati per quasi 10 ore al giorno di modo che mente, volontà ed intelligenza siano così docili, da chiedere solo svago e vedano la politica come un fastidio da subappaltare a qualche elitista di successo (parla bene, dice le cose giuste, è simpatico, è bello, è furbo, quello sì che sa come si fa, è dalla mia parte, è come un padre etc.) l’incombenza politica. E’ curioso vedere come le sinapsi non si colleghino. Diciamo che vogliamo uscire dalla società capitalista e lavoriamo ancora come un secolo fa, con incrementi tali di produttività che basterebbero 3 ore di lavoro al giorno per produrre tutto ciò che serve. In più notiamo che poi tutto questo lavoro in Occidente non c’è, notiamo aumentare la disoccupazione strutturale e che facciamo: chiediamo più lavoro! In Italia si lavora annualmente circa 3/400 ore più che in Germania ed Olanda. Ci vuole uno scienziato forse che ci dica che siamo destinati a lavorare fortunatamente sempre meno e che quindi il lavoro va redistribuito di continuo ? Ce l’abbiamo, è J.M.Keynes[5], ma evidentemente non basta. Poi servirebbe il concetto di –tempo- anche per sviluppare il progetto di una democrazia. La democrazia non è cosa che non c’è – c’è, come quasi tutte le cose è un processo, un processo di emancipazione lungo e difficile, una di quelle cose che ahinoi dovrebbe fare i conti con la storia.  Senza affondare la riflessione della democrazia nelle condizioni di possibilità del tempo, facciamo metafisica, parliamo della cosa senza la sua possibilità, parliamo del particolare senza la sua completezza, siamo l’opposto della concretezza, rimaniamo nel tiepido purgatorio dell’astrattezza.

Sullo spazio. E’ noto che la democrazia è vincolata allo spazio, ce lo disse Aristotele[6] facendoci capire qual è la dimensione comunitaria ideale che riesce ad autosostenersi pur avendo ampie interrelazioni di scambio con le altre. Ce lo dice la storia dell’istituto che tra cosacchi, tribù dei nativi indiani, comunità indiane, comuni italiani e le solite poleis, ci dice che per avere democrazia deve esserci contatto fisico con ciò di cui la politica di occupa e contatto fisico tra democratici[7]. Questo è necessario per lo scambio delle idee e dei saperi e per far vertere queste interrelazioni intorno ad una verificabile reputazione senza la quale la parole prendono un corso, i comportamenti un altro. Il grande spazio, invece, non può che portare alla delega. Della recente riscoperta della categoria democratica fa seguito anche l’istituto dei beni comuni, istituto terzo tra la proprietà privata e quella pubblica dello stato nazione. Movimenti vari, ecologisti, decrescisti, nuove economie, financo nuove forme monetarie e un vago nuovo Rinascimento della partecipazione politica vertono di nuovo sul “locale”. Si va bene, ma che facciamo ci chiudiamo tutti nei municipi in un pianeta di 7 miliardi di abitanti che ci viene addosso con tutti i problemi economico-finanziari globali, ambientali, alimentari, militari ? Questa reazione mostra della nostra pigrizia mentale. Se dividete l’Italia in comunità di 500.000 individui ne potreste contare 120. In quelle comunità avreste poco meno di 400.000 persone con diritto di partecipazione e voto su tante cose. Sarebbero poco più di dieci volte la comunità ateniese, ma con le nuove tecnologia di telecomunicazione e trasporto, frazionando la partecipazione in forme ulteriormente locali, può essere un ottimo inizio, l’inizio di un processo di ri-territorializzazione della politica. Si potrebbero fare consigli direttamente gestiti e controllati dall’incrocio tra partecipazione attiva e controllo della minima delega con rinnovi frequenti, possibilità di fare esperimenti come l’estrazione a sorte, la non rieleggibilità, la revoca immediata dei mandati traditi. Le comunità democratiche italiane potrebbero poi avere il loro parlamento nazionale (5 eletti per comunità fanno un parlamento di 600 deputati, 30 meno degli attuali), si dovrebbe certo suddividere poteri, argomenti e compiti tra centrale e locale, ma senza questa nuova geografia politica come altrimenti si pensa di fare democrazia in una istituzione quale lo stato nazione, nato dalle élite? E perché non immaginarci una Federazione delle Comunità Democratiche Europee? In Eurozona ce ne sarebbero 660, dalla più piccola che è Malta (con un delegato) o Cipro (con due delegati) alla Germania (che avrebbe 160 delegati) ognuna con i propri consiglieri nel consiglio federale. Un consiglio delle comunità, non delle nazioni. Non è questa la strada più breve per l’Europa dei popoli, o pensiamo di poterla costruire con piramidi di delegati originate dallo stato-nazione oligarchico ?  

Oggi come ci sono anticapitalisti che chiedono “più lavoro!”, ce ne sono anche che inaspettatamente chiedono “più nazione!” oltre a quelli che da sempre chiedono “più stato!”. Certo si comprende il riflesso, quando c’è chi allo stato oppone il mercato ed alla nazione oppone il governo mondiale (degli USA? delle élite? delle multinazionali e della banche?) o lo sgoverno dei flussi monetari. Però dovremmo cercare di emanciparci da quel riflesso compulsivo originato dalla falsa guida della logica hegeliana, che ci porta a difendere quello che gli altri attaccano, solo perché lo attaccano. Occorrerebbe forse il kantiano coraggio di pensare con la propria testa (che per molti è un abisso insondabile e pauroso) e cominciare ad immaginarci il mondo che vogliamo, un mondo che funziona e non che si compone di simmetrico-contrari (un mondo di antitesi meccaniche è un anti-mondo, un mondo impossibile) rispetto al discorso egemone. Questo è il concreto, declinare cosa pensiamo della democrazia, cosa comporta ordinarci rispetto ad un paradigma politico e non più rispetto a quello che ci ha fatto “moderni”, cioè l’economico. Cosa comporta democrazia in termini di spazio e di tempo. Cosa si porta appresso in economia, in finanza, in cultura, pensare il nuovo come completo, perché sia concreto. Rivedere quanto tempo siamo in condizione di dedicare alla cosa politica e in quale spazio ciò sarebbe possibile. La democrazia non è un universale incondizionato, richiede condizioni di possibilità senza le quali la parola diverge dalla cosa. Irrimediabilmente.  

La prima emancipazione è quella personale, l’emancipazione dalle idee compulsive, dalle idee semplici e dirette, dalle idee non concrete perché non complete, da quelle che si limitano a correggere, da quelle che valgono solo se sono possibili ora, domattina, presto!. Dalle idee semplici e dalle idee che hanno fretta.

Il nostro modo di stare al mondo dovrebbe esser ripensato in maniera radicale, cioè in modo completo, per darci un futuro concreto e possibilmente migliore, ma prima ancora, semplicemente –possibile-.

 


[1] M.Mauss, Saggio sul dono, Einaudi, Torino, 2002, pg.136

[2] A. Smith, Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, UTET, Torino, 1996, ppgg. 87-88

[3] I quattro libri di Confucio, UTET, Torino, 2003; Dialoghi, Libro VII, capitolo XIII, 305;

[4] M. Foucault, Le parole e le cose, Rizzoli, Milano, 1998

[5] J. M. Keynes, Possibilità economiche per i nostri nipoti, in Sono un liberale? Adelphi, Milano, 2010

[6] Aristotele, Politica, Laterza, Roma – Bari, 1983,Libro VII (H), 4-5,

[7] “Noi siamo un colloquio, e questo vuol dire che possiamo ascoltarci l’un l’altro. Noi siamo un colloquio, il che significa al contempo sempre: noi siamo un (solo) colloquio.” M. Heidegger, Essere e tempo, Longanesi, Milano, 1971

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Informazioni su pierluigi fagan

59 anni, sposato con: http://artforhousewives.wordpress.com/, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore per 22 anni. Da più di tredici anni ritirato a confuciana "vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente. Il tema del blog è la complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore.
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