UNA REPUBBLICA AFFONDATA SUL LAVORO.

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Cos’è l’economia politica ? A. Smith[1] duecentotrentasei anni fa pensava fosse un ramo della scienza politica che si occupa di due cose: come mettere la popolazione in grado di procurarsi reddito per la sussistenza ( lavoro ), come mettere in grado lo stato di procurarsi un reddito per finanziare il servizio pubblico ( tasse ). Conclude l’acuto scozzese: “Essa si propone di arricchire sia il popolo che lo stato”. Ai tempi, Smith stava teorizzando, oggi dopo più di due secoli questa è la regole che fa da perno alla nostra convenzione sociale com’è dichiarato ad incipit della nostra scrittura costituzionale, nel fatidico Art. 1: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”.

Visto che sul lavoro fondiamo la nostra res publica, ci domandiamo: come sta il lavoro ? La domanda impone una risposta articolata. Il lavoro, in Occidente, è oggetto di una serie di lente ma costanti trasformazioni le cui linee principali sono:

1)      A partire dagli anni ’70, si è vieppiù convertito lavoro industriale in lavoro nei servizi. Ciò venne accelerato dalla seconda globalizzazione per la quale i paesi ex-industriali perdono l’industria in favore degli emergenti e si trasferiscono su i servizi. Oggi le principali economie occidentali hanno un ripartizione media di un 2% di Pil in attività agricole, il 28% circa in attività industriali (ma per gli anglosassoni siamo ben sotto il 20%)  e il 70% circa in attività di servizi. A parte il fatto che non tutta la manodopera industriale è riciclabile nei servizi per ragioni di competenza, i servizi occupano per unità di fatturato, molte meno persone. L’esasperata concorrenza in un settore (i servizi) in cui spesso non ci sono veri vantaggi comparati, porta ad agire su i prezzi, tra cui il costo del lavoro. Impredicibilità del business e necessità di contenere i costi di produzione portano a forma di sottoccupazione, occupazione saltuaria, contratti atipici etc.

2)      Sempre a partire da dopo i fatidici ’70, la ricchezza delle nazioni ( delle nazioni occidentali ) è stata implementata più da attività finanziarie che non da economia tradizionale. Tra tutti i servizi, quelli bancario-assicurativi-finanziari, per unità di fatturato, sono quelli che richiedono minori teste all’opera.

3)      A partire dallo stesso periodo, inizia quel processo di inclusione planetaria in una rete di libero scambio tra mercati – nazioni che chiamiamo globalizzazione. Solo negli ultimi 20 anni, affluisce la Cina con il suo miliardo e quattrocento milioni di individui, l’intero ex blocco dell’Est europeo, ed in ordine sparso, l’intero Sud America sempre più scevro del controllo coatto che esercitavano  le potenze europee e nord americane e il sud est asiatico, enorme miniera di produzione a basso costo con regolamenti assenti o leggeri. Qui, come in Cina, India e Sud Corea, l’iniziale posizionamento sul solo costo del lavoro ha lasciato il campo ad un perdurante vantaggio costo ma con apporti tecnologici sempre più competitivi.

4)      Uno degli aspetti della formazione del grande mercato unico senza limiti è la nota propensione a dislocare le produzioni laddove il costo del lavoro è più conveniente o anche solo dove il costo di produzione ( fornitura di materie prime, energia, legislazione compiacente, bassa o nulla tassazione, logistica ) è foriero di profitto congruo e stabile.

5)      Da dopo la fine della Seconda guerra mondiale, lo sviluppo e commercializzazione delle nuove tecnologie dell’informazione e controllo e dei correlati saperi ( informatica, cibernetica, logistica e statistica ) hanno sostenuto un costante aumento della produttività, tanto maggiore quanto più si trasferiva lavoro e produzione dalla manifattura ai servizi.  Tale corso è ancora in impetuosa crescita e si annunciano ulteriori prossime novità anche dall’Artificial Intelligence, la robotica, le biotecnologie. Transazioni e processi prima uomo – uomo, poi uomo – macchina stanno vieppiù diventando macchina – macchina.

6)      Il punto 3) ( globalizzazione ) ha prodotto una forte pressione sulle risorse naturali, dal momento che il sistema produzione – consumo prima condensato nel primo mondo, si è esteso a tutti gli altri, per altro in meno di cinquanta anni. Tali pressioni provocano: a) innalzamento del costo delle materie e delle energie per lo sbilancio tra domanda – offerta; b) rarefazione delle scorte sino a scorgerne i limiti, per l’imponente lievitazione della domanda; c) tensioni geo-politiche alimentate dai divergenti interessi dei fornitori, dei produttori, dei sistemi nazionali basati sul consumo.

7)       In Occidente, da tempo ormai l’equilibrio reddito da lavoro – consumo adeguato al ritmo di una produzione sempre più produttiva, è passato dal limite e ben oltre il limite. Sintomi ne sono: a) l’effetto ruota del criceto per la quale si consuma ben più che nel recente passato, cose sostanzialmente inutili, impermanenti, insoddisfacenti; b) mancanza di un vero reddito adeguato alla pur dissennata spinta consumistica. Questa mancanza strutturale è stata compensata dalla generosa distribuzione di credito al consumo anticipando ormai di un decennio ipotetici futuri valori che sono tutti da confermare, generosa distribuzione di mutui, apertura del circo finanziario ai piccoli e medi risparmi che hanno vissuto una breve stagione di euforia, salvo poi subire ripetuti saccheggi da parte di quella accumulazione per espropriazione che D. Harvey ha ben descritto nei suoi recenti lavori[2].

8)      Una non registrata dinamica delle aspettative in rapporto alle concrete possibilità sta portando all’occupazione in lavori di bassa qualificazione di immigrati, mentre l’aristocrazia etnica dei paesi occidentali rimane in attesa della propria occasione, occasione conforme alla loro inutile preparazione di studio o anche solo tarata su aspettative da società del primo mondo.  La pubblicizzazione della nuova frontiera della “economia della conoscenza” scambia opportunità qualitative con problemi quantitativi, creando la più falsa delle aspettative.

9)      Inoltre, l’allungamento della vita media delle popolazioni occidentali, nella sola Europa è balzato dai 68 anni del 1950, a gli 80 attuali ( 82 in Italia ). Questo comporta la supposta necessità di allungare l’età da lavoro per non far saltare in aria i già molto precari conti delle varie previdenze pubbliche. Questo allungamento dell’età di lavoro, ostruisce l’entrata nel mercato da parte delle giovani generazioni.

10)   Infine, il secolo scorso, ogni fase di espansione è stata visibilmente  anticipata e sostenuta da spesa pubblica in deficit. Lo stato dei rapporti tra debito pubblico e disponibilità al finanziamento da parte dei mercati oggi ci priva del tutto di questa componente essenziale. La crisi generalizzata preme sulle aziende quotate a mantenere promesse di profitto che nel breve possono esser sostenute solo con tagli costanti al costo del lavoro.

Ciò che discende da queste schematiche considerazioni di scenario è la progressiva contrazione e trasformazione delle economie occidentali che porta con sé non tanto una trasformazione del lavoro, bensì la sua contrazione netta. Oggi dobbiamo nutrire i più profondi dubbi sull’ipotesi che sia possibile una “nuova crescita”, ma quando nel recente passato essa pur si manifestò ( circa un decennio fa ), lo fece con le inedite sembianze di “crescita senza occupazione”. Infatti, il vantaggio ricardiano della diade USA-Gb a capo del sistema occidentale, essendo posizionato sulla banco – finanza da una parte e le performance della high information and communication technology dall’altra, produce volume di Pil senza alcun vero progresso occupazionale.

Tali fatti sono ben noti a tutti, non da oggi e nel generico outline di una analisi che prendeva in esame solo i rendimenti crescenti da una parte e l’inesorabile aumento della produttività dall’altro, portarono già ottanta anni fa J.M.Keynes[3], a profetare per più o meno i “nostri tempi”, una giornata di lavoro non superiore alle 3 ore.  I punti riportati nella nostra breve disamina di cui ovviamente Keynes era ignaro, lo avrebbero forse mosso ad una profezia ancora più ristretta. In reazione al collasso del ’29, gli americani giunsero nel ’33 ad un passo dall’approvazione della Legge Black per una settimana lavorativa a 30 ore[4]. Poi ripiegarono sul deficit spending che risolse il problema solo con la guerra.

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Tra questa curva della vaporizzazione del lavoro e lo stabile immobilismo delle nostre consuetudini di organizzazione dello stesso, consuetudini che si riferiscono ancora agli accordi delle 8 ore quotidiane sancito nel 1919 e solo parzialmente alleggerito del sabato a partire dagli anni ’70, c’è la condizione attuale. Questa condizione prevede: a) una base occupata sulla quale l’offensiva ideologica del neo liberismo sta operando in senso de-regolatorio; b) una prima corona di mezzi occupati, sotto occupati, occupati saltuari, a chiamata, a fattura, in nero, per tappare i buchi che si formano tra nelle oscillazioni di produzione di un mercato sempre meno prevedibile e la cui condizione di incertezza è ormai ontologica ; c) una seconda corona di disoccupati speranzosi che ancora lasciano il segno nelle statistiche; d) una terza corona di disoccupati stabili che non coltivano più alcuna speranza, invisibili alle statistiche.

Dal momento che a) non si può credibilmente nutrire alcuna speranza di nuova crescita; b) qualora emergesse qualche curva ascensionale, la struttura delle nostre economie “avanzate” ci dice che tale curva apparterrebbe al genere “crescita senza occupazione”; c) tutti i punti citati ( 1 – 9 ),  sono in trend costante, cioè continueranno ad esprimersi come fenomeni duraturi e non reversibili ( allo stato attuale delle nostre conoscenze ) se ne deduce che l’evaporazione del lavoro non è un fenomeno contingente ma una condizione progressivamente continua, se non incrementale.

La miope pretesa neo liberale per la quale, i disoccupati sarebbero un fenomeno transitorio poiché la loro fame di lavoro permetterebbe un loro reimpiego a minor costo, è del tutto infondata. Primo perché molti di loro vengono espulsi da settori in progressiva smobilitazione o perché l’automazione è generalizzata ed irreversibile, secondo perché la concorrenza internazionale crea disoccupati qui e nuovi occupati a qualche decina di migliaia di chilometri ( dove è già pronta una affamata domanda locale ), terzo perché i profitti dei produttori vengono ormai reinvestiti nel circo finanziario che remunera di più, prima e se si è abili, anche a minor rischio e comunque con minore tassazione ( quando del tutto esenti poiché in circuiti off shore ), quarto perché la contrazione netta del lavoro in Occidente è ormai in un trend più che ventennale e l’attuale situazione economica e finanziaria a tutti ben nota, non lascia speranze per una improbabile ripresa che non si vede su cosa dovrebbe esser basata.

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Che fare ? Le linee di un possibile intervento sono solo tre.

A)     La prima è la linea che inventa un nuovo sbocco evolutivo. Secondo la Teoria standard della crescita ( ad esempio in Solow[5] ) il motore primo dello sviluppo economico è l’innovazione. Oggi questa innovazione è a portata di mano per necessità e possibilità. Si tratta dell’urgente riconversione dell’intero apparato produttivo al rispetto di standard dettati da considerazioni eco – logiche e della finitezza dei limiti planetari in termini di fornitura di materie prime ed energie. Internalizzazione di tutti i costi reali e tasse ambientali mirate, traslazione d’imposta tra settori secondo strategie pubbliche e concordate, possono ben finanziare questa riconversione.

B)      La seconda è la rimodulazione delle produzioni. Qui si va dalle proposte Gallino[6] con lo Stato fornitore di ultima istanza di lavoro per lo sviluppo di nuove politiche del territorio, alle nuove economie di decrescita. In mezzo, un affollato menù di interventi da calibrare in concerto, frazionando il lavoro, il reddito o l’ottenimento diretto di nuovi servizi o beni non monetari in nuove molteplici attività: reddito di cittadinanza, time banking, lavoro socialmente utile, assistenza alla popolazione, terzo settore, valute locali o virtuali, microcredito, formazione all’individuo, mercati di baratto. Qui possono fare molto nuove leggi e l’organizzazione, entrambe derivate da una nuova, lucida, volontà politica. Quanto ai soldi, la rimodulazioni delle produzioni si dovrà accompagnare ad una rimodulazione fiscale che abbia in target privilegiato le rendite e la compravendita finanziaria.

C)      I punti A + B dovranno recuperare parte del tempo perduto a far finta che il mondo non è e non stia, radicalmente cambiando. Ma anche portate da subito a regime e supposta una quanto mai improbabile adesione collettiva priva di resistenze da parte delle élite a quella che comunque è una profonda rivoluzione di paradigma, esse si riveleranno insufficienti se non riconsiderassimo nel profondo il ruolo del lavoro come perno principale su cui far ruotare, in equilibrio ondeggiante, la nostra trottola sociale. Questa profonda, necessaria, ineludibile ed urgente revisione ha per titolo la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro. Ci aspetta una revisione profonda con interventi certo progressivi ma continui, poiché il dislivello tra le attuali 8 ore e quanto realisticamente è possibile produrre dato lo scenario a cui andiamo incontro, non si quantifica in una o due ore. Inoltre occorrerà un meccanismo stabile che riconverta incrementi di produttività ( che continueranno inarrestabili ) in work time saving, sia con una legislazione centrale ma anche con una gestione periferica di accordi sulla flessibilità utile alle aziende e se normata decentemente, altrettanto utile ai lavoratori. Infine, andrà equiparata in qualche modo la condizione dei lavoratori a contratto , con quella di chi lavora da sé. Questa questione va posta con forza ai massimi livelli del dibattito politico, sociale, sindacale, economico poiché comporta una revisione con redistribuzione che sa di rivoluzione e che trascina con sé diverse modifiche dei quadri generali e strutturali, non solo qualche tassa in più[7].

Ma quest’ultima considerazione ci porta anche un inaspettata possibilità. Questo tempo recuperato all’imperativo de “il tempo è denaro”, è un capitale. Questo capitale va certo investito nella sfera privata dell’individuo assediato dai doveri ed a corto di piaceri affettivi e relazionali, ma una parte, va investita anche nella sfera pubblica, cioè politica. Senza partecipazione politica, senza alimentazione democratica di pensiero, dibattito, deliberazione congiunta, tutto ciò semplicemente non avverrà, nessuna transizione adattiva sarà possibile.

Se la nostra repubblica si fonda sul lavoro o diamo alla base di occupazione una nuova consistenza adeguata ai complessi tempi che ci tocca vivere o i piloni che reggono la nostra costruzione sociale e politica, affonderanno lentamente tra tensioni sociali, divaricazioni di classe, fughe politiche nella semplificazione, ripresa dell’aggressività tra nazioni e quindi una o più guerre. In fondo per tutto il “secolo breve” altro non si è fatto che onorare il principio per cui” la guerra è l’economia condotta con altri mezzi”.


[1] Introduzione al IV° capitolo della Ricchezza delle Nazioni, UTET, Torino, 2006, pg.553

[2] D. Harvey, L’enigma del capitale, Feltrinelli, Milano, 2010

[4] J. Rifkin, La fine del lavoro, Mondadori, Milano, 2002 p. 61-64. Passata al Senato e nella commissione della Camera, un attimo prima della scontata approvazione alla Camera venne impugnata da Roosvelt.

[5] E. Helpman, Il mistero della crescita, Il Mulino, Bologna, 2008

[7] In A. Marchetti, Il tempo e il denaro, Franco Angeli, Milano, 2010 c’è una attenta valutazione comparativa della diversa conduzione del processo di riduzione dell’orario di lavoro, tra l’esperienza promossa da M. Aubry ( 1998 ) e l’esperienza tedesca che proprio coinvolgendo intellettuali, società civile, sindacati, lavoratori e forze politiche riuscì ad imporre alla locale Confindustria, riduzioni che poi divennero irreversibili.

Questo articolo è già uscito qui: http://www.megachip.info/tematiche/beni-comuni/8241-una-repubblica-affondata-sul-lavoro.html; e qui: https://solleviamoci.wordpress.com/2012/05/20/una-repubblica-affondata-sul-lavoro/

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Informazioni su pierluigi fagan

59 anni, sposato con: http://artforhousewives.wordpress.com/, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore per 22 anni. Da più di tredici anni ritirato a confuciana "vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente. Il tema del blog è la complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore.
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