NELLA TRANSIZIONE.

Del momento attuale si possono dire tre cose in generale:

1) la crisi è già di dimensioni tali da segnare una cesura storica con un prima ed un dopo;

2) l’entità di questo “prima e dopo” è però funzione della gravità e lunghezza della crisi stessa, quantificazione che non siamo in grado di fare poiché lo svolgimento è in corso;

3) la crisi interviene in un transizione storica già in atto, dal moderno che termina così definitivamente la sua lunga vigenza penta-secolare a quella che io chiamo l’era complessa , la nuova era che da circa sessanta anni si è sovrapposta, come in un dissolvenza incrociata, al declino del moderno.

L’era moderna-contemporanea sopravvenne al medioevo con una lunga transizione iniziata, secondo alcuni storici, a partire da la Peste del ‘300, catastrofe tra l’altro anticipata ed accompagnata da diverse carestie ed anche una inversione climatica che impattò su raccolti, prezzi, nutrizione e salute. La transizione, localizzata in una Europa i cui abitanti erano meno degli attuali nella sola Germania, con un mondo con un po’ più di abitanti degli attuali Stati Uniti d’America e nel quale i contatti erano rarefatti e sporadici, portò ad un rivoluzione artigianale, ad un alacre “darsi da fare”, alla dilatazione del mondo europeo nella lunga stagione delle Grandi Navigazioni, nel mentre si configuravano i primi stati centralizzati, che solo dopo divennero Stati-nazione mentre la mentalità passava dal mondo magico alla razionalità calcolante, dalla religione alla scienza. Fu una transizione molto lunga, almeno tre secoli dalla Peste Nera a Westfalia. Questa lunga epoca ha iniziato la transizione ad un’altra dalla fine della Seconda guerra mondiale ma non durerà tre secoli perché nei sistemi più densi il tempo è più veloce. Dal 1950 la popolazione mondiale è triplicata in un tempo brevissimo, sono triplicati gli Stati, sono parallelamente aumentate tutti gli attori istituzionali e non, sono esplose le interrelazioni già premesse nelle rivoluzioni dei trasporti e delle telecomunicazioni di primo Novecento. Già tra 1950 e 1973, il volume degli scambi commerciali aumentò di sette volte, la c.d. “globalizzazione” dà solo forma specifica secondo gli intenti programmatici del Washington Consensus, ad un processo di inflazione di complessità già in corso. In ambito economico, Il “modo moderno” (scienza-tecnica-capitale-mercato), è stato adottato in Asia, aumentando di pari passo la pressione verso risorse ed ambiente. Sono settanta anni che il mondo ha iniziato una transizione planetaria ad un nuova era, ma non ce ne siamo accorti, non ci siamo posti il problema dell’adattamento al quadro generale che andava mutando rapidamente. Quest’ultimo aspetto riguarda nello specifico le forme di vita associata occidentali, sistemi intrecciati di economia-società-politica-mentalità, che dovranno trasformarsi in profondo per adattarsi ad un mondo che prima hanno lungamente dominato e che ora vedono transitare verso il nuove forme, equilibri e contesti. E’ il mondo intero ad esser già da tempo in transizione verso nuove configurazioni date dalla demografia e dalla situazione ecologico-ambientale, con dinamiche d’accompagno specifiche dell’ambito tecno-scientifico e, come detto, geopolitico, oltre a quelle economiche-finanziarie e politiche. La crisi pandemica, sappiamo esser letale per anziani con patologie pregresse e l’era moderno-contemporanea ha cinque secoli, nacque in tutt’altre condizioni di mondo e nella sfera occidentale sono decenni che mostra patologie sempre più gravi, dall’ipertrofia finanziaria alle crescenti diseguaglianze.

La pandemia accelererà la transizione il che, nonostante in tributo di vite umane, è un bene, di solito tali epocali transizioni pretendono un tributo ben maggiore. Potrebbero sortirne tre diversi esiti.

Il primo sarebbe in dipendenza di una crisi grave e profonda per quanto breve, ritenuta però non decisiva. Il sistema dominante all’interno dell’Occidente potrebbe in senso ampio fare effettivamente “whatever it takes” per guadagnare tempo e cercar un successivo ripristino di sistema. Ma alcune qualificate stime di sviluppo della pandemia, indicano come inevitabile una possibile durata con cicli di “up-and-down”, a diciotto mesi. Tale durata eccederebbe la logica del “tener botta”, la botta potrebbe esser più forte della capacità di trattener il fiato e ricominciare un nuovo ciclo.

L’ipotesi di lunga convivenza con gli effetti del virus dell’Imperial College. 03.20



Il secondo esito sarebbe in dipendenza di una crisi più profonda e radicale con notevoli cambiamenti nel rapporto tra finanza ed economia, tra economia pubblica e privata, quindi tra economia e politica, tra globalizzazione e più moderata internazionalizzazione con ripristino delle principali industrie nazionali, tra potenze principali e Stati-nazione, tra aree geopolitiche a centro occidentale ed asiatico. In più, nel mentre si cercheranno nuovi adattamenti le variabili dell’ecologia e della tecnologia, complicheranno di molto i processi. Più che un esito, sarebbe l’inizio di una ulteriore fase di transizione assai complessa e conflittuale, non breve.

Infine, il terzo esito sarebbe in ragione di un conteggio dei danni generali finali portati dalla pandemia, tale da richiedere una reset epocale. Anche questo esito sarebbe comunque l’inizio di un percorso decennale e complicato, ma anche incredibilmente vivace ed attraente.

Penso che si procederà con la prima ipotesi, poi ci si troverà comunque nella seconda, ma infine si comprenderà di esser nella terza. Se invece avessimo la fortuna intellettuale e culturale di riuscir a condividere conoscenza diffusa non dopo gli eventi, ma durante, invece che subirli passivamente, potremmo produrli noi stessi. Forse il significato di questa nuova scommessa adattiva, è proprio nell’invertire il nostro modo di stare al mondo. Fino ad oggi l’impostazione è stata: “aspettiamo di non avere scelta e poi ci adattiamo”.

La nuova era, il mondo nuovo, la sua complessità sembrano invece chiederci di progettare ex ante la nostra nicchia adattiva, i nostri veicoli adattivi, i modi di fare e pensare più adatti ad un mondo nuovo e complesso che già è e sempre più sarà.

[L’articolo è uscito il 4 aprile su la nuova rivista La Fionda]

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UNA CONCEZIONE ADATTIVA DELLA STORIA.

Gli umani ereditano dai primati e dai mammiferi la tendenza a fare gruppo, il gruppo e non l’individuo è la strategia adattiva di molte specie viventi tanto nel regno vegetale che animale. La strategia prevede di sottoporre al vaglio adattivo gruppi perché sono totali la cui entità è maggiore della somma delle singole parti. Gli individui poi si adatteranno in vario modo al gruppo. Siamo soliti far iniziare la storia con la comparsa delle prime forme di scrittura cinquemila anni fa anche se oggi cominciamo a capire che questo è nostro arbitrio. La storia è decisamente molto più profonda tanto del come contiamo gli anni (prima e dopo Cristo), che dal quando la consideriamo tale (tavolette mesopotamiche). Ma indubbiamente, da cinquemila anni, le società umane prendono consistenza e forma nuova, diventando “società complesse” sono questi i nuovi veicoli adattivi degli umani. In questi cinquemila anni, le società umane, hanno sviluppato diverse strategie adattative. Alternativamente, alcune si sono ordinate col principio militare, altre col principio religioso, altre ancora col principio politico. Solo nella recente penta-secolare “modernità” europea, le società di questa area del mondo, a partire dalla Gloriosa rivoluzione inglese del 1688-89, hanno scelto di ordinarsi col principio economico. Come ben individuò Karl Polanyi, questo fu il primo ed unico caso in cui davvero la c.d. “concezione materialistica della storia” trova conferma. L’ordinatore è ciò che dà ordini funzionali al sistema sociale e ciò che mette ordine ai flussi interni ed esterni delle società stesse. Con parlamenti condizionati dal potere economico (di recente, più finanziario che economico in ragione della fase “autunnale” della salute economica occidentale), usando la leva militare per conquista e dominio esterno (dai colonialismi ai vari imperialismi, alle svariate guerre intestine all’Occidente, tra cui due “mondiali”), relegando la religione a supporto metafisico e torcendo la cultura allo stile “produci e consuma” potenziato dalla tecno-scienza, il modo di stare al mondo occidentale ha conseguito eccezionali successi adattivi per lunghi cinque secoli.

Dall’indomani della fine della Seconda guerra mondiale però, una serie di fatti per lo più non intenzionali, hanno trasformato lo stesso mondo a cui le società dovevano adattarsi. In poco più di settanta anni, il mondo umano si è dilatato enormemente crescendo i suoi effettivi individuali ed istituzionali (gli Stati) di ben tre volte. Sono molto aumentate anche le interrelazioni interne al mondo umano. Già tra 1950 e 1973, il volume degli scambi commerciali mondiali crebbe di sette volte ed in parallelo il volume dei trasferimenti interni al sistema umano tramite i sempre più efficienti mezzi espressi a partire dai primi Novecento: trasporti e telecomunicazioni. Il modo economico moderno fatto di scienza, tecnica, capitale e mercato, ha poi subito un più recente riorientamento gestaltico a partire dalla metà degli anni ’80. Il modo economico moderno ha perso la sua esclusiva occidentale ed è stato adottato dagli orientali che, ricordiamolo, sono il quadruplo degli occidentali. Questi ultimi hanno trasformato la propria forma economica da agricolo-industriale a servizi, da economica a finanziaria, da inter-nazionale a globale creando a partire dal WTO del 1995 ed a seguito di una precisa teoria generale distillata nel c.d. Washington consensus (1989), un meta-mercato in cui le merci viaggiano da est ad ovest, mentre i capitali fanno la rotta al contrario. Ne son conseguiti diversi effetti tra cui l’ipertrofia dei volumi finanziari per lo più fittizi che in Occidente sopperiscono a volumi economici ben meno sostanziali, ovviamente veloce dilatazione delle diseguaglianze (se il capitale si riproduce senza passare per la produzione materiale, è affare di pochi), degrado progressivo della politica democratica, formazione di un quadro di gioco geopolitico multipolare dopo una breve stagione di ordini bipolari o addirittura monopolari, quest’ultima, una vera e propria “invenzione” dei narratori della contemporaneità. Nel frattempo, un mondo umano sempre più dilatato e denso, tutto impegnato a sviluppare il modo economico “produzione e scambio”, ha cominciato a premere in modo insostenibile su risorse ed ambiente. L’ipotesi Antropocene, ha infatti la stessa anagrafe degli eventi descritti cioè a partire dagli anni ’50. Di contro, l’innovazione reale che aveva fatto esplodere il sistema “produzione e scambio” ai primi del Novecento è andata diradandosi poiché, in Occidente, si è probabilmente arrivati ad una tendenziale saturazione delle necessità materiali e non, anche quelle indotte dalle operazioni consumistiche e di obsolescenza programmata a partire dagli anni ’60.

La c.d. “rivoluzione” tecnologica digitale, è in realtà ben poca cosa in volumi effettivi se comparata con quelle del vapore, meccanica, chimica, elettrica, sanitaria, delle telecomunicazioni di primo Novecento (R.J.Gordon, 2016). Su questa traiettoria storica si è abbattuta una pandemia che in vaga analogia, sembra ripetere le dinamiche che diedero l’avvio alla transizione tra medioevo e moderno che partì dall’indomani della Peste Nera del ‘300 (McNeill, 2012). Le previsioni a trenta anni non fanno che confermare la contrazione demografica, economica e di potenza occidentale in favore di un mondo assai più vario ed equilibrato, un mondo “nuovo”.

Il mondo inizia a cambiare radicalmente settanta anni fa, su questa dinamica già potente oggi si sta abbattendo una catastrofe (καταστροϕή, «rivolgimento, rovesciamento) che ne accelererà l’impeto. Le società occidentali debbono ripensarsi nel profondo e passare dall’atteggiamento adattivo del “aspettiamo di non avere scelta e poi ci adattiamo”, alla previsione e progettazione delle proprie forme prendendo atto della propria consistenza reale e di quella di un mondo del tutto nuovo. Adattarsi a tutto ciò, modificare i nostri veicoli adattivi costruendosi al contempo una nicchia adattiva, non sarà facile. I poteri in atto negheranno oltre l’evidenza la necessità di un profondo cambiamento, il tempo è poco, il da farsi immane, le nostre capacità di pensiero sono in grave ritardo e da aggiornare in profondo per superare questo nuovo e per noi inedito “vaglio adattivo”. In compenso, la storia si muove ed invita a muoverci con lei.

Riferimenti:

K. Polnayi, La grande trasformazione, Einaudi, 2000 – K. Polanyi, La sussistenza dell’uomo, Einaudi, 1983

F. Braudel, La dinamica del capitalismo, il Mulino, 1988

J. Williamson, sul Washington consensus (1989): qui

P. Fagan, Verso un mondo multipolare, Fazi editore, 2017

J.McNeill, P. Engelke, La grande accelerazione, Einaudi, 2018

R.J.Gordon, The Rise and Fall of American Growth, Princeton UP 2016

W.H. McNeill, La peste nella storia, Res Gestae, 2012

> L’articolo è stato pubblicato su l’Osservatorio della globalizzazione diretto dal prof. Aldo Giannuli., aprendo (02.04.2020) un ciclo di riflessioni su “Coronavirus, sfide e scenari”: qui.

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FREE E-BOOK “LA COMPLESSITA’ DI UNA EPIDEMIA”

Il Complexity Institute ha collezionato una serie di interventi di studiosi e pensatori sistemico-complessi sulla pandemia in corso e ne ha fatto un e-book che distribuisce gratuitamente attraverso link nella pagina postata. L’e-book “La complessità di una epidemia”, colleziona contributi di: Imma Ardito – Antonio Bonaldi
– Fritjof Capra – Enrico Cerni – Massimo Conte – Paolo Dell’Aversana – Marinella De Simone – Alberto Felice De Toni – Valerio Eletti – Fulvio Forino – Hazel Henderson – Pier Luigi Luisi – Giancarlo Manfredi – Cristina Ponsiglione – Dario Simoncini – Simonetta Simoni – Enrico Viceconte – Giuseppe Zollo, oltre naturalmente al mio che troverete a p. 110 dal titolo “Benvenuti nell’era complessa!”. Buona lettura.

LINK: http://www.complexityinstitute.it/?p=11811&fbclid=IwAR0Q7bJg0nNBMWU9dl42t_JV-F6CtYx8eGxfZqJVaOr7P_apHNJBrs4Owcs

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L’EUROPA E’ ANTIQUATA?

Faccio seguito al discorso del post su Günther Anders[1] cambiando parzialmente soggetto, dall’uomo in generale all’Europa in quanto popoli che la abitano. Nel libro “Verso un mondo multipolare”[2], si scriveva che l’Europa non è un soggetto geopolitico e quindi sarebbe finita col diventare un oggetto, un campo di competizione della tenzone tra i poli maggiori.

L’Europa è storicamente multipolare al suo interno ma oggi il format si è trasferito all’esterno, è il mondo a diventare multipolare ed un soggetto multipolare in un contesto multipolare diventa spezzatino per appetiti robusti. Chi meglio di noi italiani, rimasti pervicacemente spezzatino di ducati, repubbliche e principati in eterno conflitto reciproco, sa quanto sia inopportuno offrire lo spezzatino alla voracità di potenza nel frattempo fattesi Stato?   Si rimane sconfortati a leggere i pessimi dati dell’economia tedesca nel secondo trimestre, non tanto per il dato in sé, quanto per la sua prevedibilità. Una economia fortemente esportatrice in un mercato che va irrigidendosi a livello mondiale per molte ragioni tra cui il confitto tra le due maggiori potenze (ma non solo)[3], non può che scontrarsi con nuovi limiti, limiti che condizionano l’export, che retroagiscono sul volume economico dei tedeschi a di tutti i Paesi europei che dipendono dal benessere del popolo tedesco ovvero della sua economia. Quasi per tutti i paesi europei, la Germania è il primo mercato di esportazione.

Si noti che Trump non ha ancora elevato dazi al comparto automotive tedesco sebbene li abbia minacciati. E si noti che proprio in questi giorni torna in luce il contenzioso sul contributo tedesco alle spese NATO con tanto di minaccia americana di accettare l’invito polacco a trasferire lì baracche e burattini. Contenzioso che si somma al dichiarato malumore americano per il raddoppio del North Stream. Nel mentre Deutsche Bank e Commerzbank continuano a scavare il piano dei minimi di quotazione mentre DB ha dovuto cedere quasi tutte le attività di “worldwide investment banking” con cui pretendeva di far concorrenza ai giganti anglosassoni nella dimensione globale. I tedeschi esportano per il 9% in USA, per il 7% in Cina che con lo yuan in discesa e la situazione conflittuale con gli americani potrebbero contrarre la domanda e per il 6% in UK[4] che da fine ottobre, potrebbe creare ulteriori problemi. Ci si domanda: ma le élite tedesche si sono fatte un piano strategico per i prossimi anni?

Credo ci abbiano pensato ma hanno poi preso atto che il popolo tedesco nulla sa di queste complicazioni. Il succedersi di elezioni quadriennali in cui ogni partito deve garantirsi il potere ed ogni leader deve garantirsi il potere del partito, più tutte le pressioni dei vari portatori di interesse tra cui quelli con molti soldi che hanno priorità, non facilita le svolte strategiche. Più che altro porta all’amministrazione del contingente. Il contingente preme per la replica dello status quo e così forse nessuno si è occupato del fatto che il Reno oggi è paurosamente in secca ed i cambiamenti climatici creeranno disastri alle produzione alimentari, nessuno si è domandato se era il caso di continuare a rimanere concentrati sull’industria pesante e rimanere del tutto privi di propri asset nel digitale-informatico, nessuno ha un piano organico per contrastare la paurosa contrazione di popolazione cui i tedeschi saranno soggetti per motivi demografici. Importare siriani ha poi fatto emergere un AfD al 10% con catene di paure interne, dai bavaresi ai mai sopiti spettri della storia novecentesca. Se, come pare, si va ad una guerra valutaria, chi va a spiegare ai tedeschi che con l’euro forte si va a far vaso di coccio tra vasi di ferro? Si tenga conto del pauroso stato di confusione che c’è nelle opinioni pubbliche più che iscriversi al facile gioco della critica delle leadership. Per “europei” intendo l’opinione pubblica media degli abitanti l’Europa, le varie élite conseguono e certo sono anche responsabili di questa condizione annebbiata, ma le due parti sono un unico soggetto sul piano storico-culturale.  L’elenco tedesco dei problemi in vista, può avere declinazioni non meno ricche per francesi o italiani.

Stavo giusto leggendo la piccola ma succosissima Storia della globalizzazione di Osterhammel-Petersson[5] (due storici, non due economisti o sociologi) che ricordavano come l’illusione comune al liberoscambista radicale R.Cobden ed al certo ben più critico K.Marx di un mondo mercato capitalistico che relegava gli Stati ad attori secondari, “utopia antipolitica” la chiamano efficacemente i due, dopo la fase libero-mercatistica 1846-1880, passò a quella del doppio conflitto mondiale poiché gli Stati esistono (da circa cinquemila anni) e non tollerano che l’uno sia più potente dell’altro per ovvie ragioni di salvaguardia della propria capacità di decider per sé (oltre che per l’altro).

Ad esempio da chi comprare gas (si veda il consiglio dato a Salvini nel suo ultimo viaggio americano a proposito del TAP), con chi far commercio (si veda il consiglio dato a Salvini nel suo ultimo viaggio americano a proposito del’accordo commerciale Italia-Cina), quanto investire in spesa militare con chi e perché (vedi la pressanti richieste americane di inviare nostre navi ad Hormuz il cui diniego non è piaciuto, pare sia stato detto a Salvini). Sovranisti sgridati come fanciullini dal Preside dell’Istituto.
L’Europa è rimasta l’ultima Thule dell’utopia antipolitica, convinta che ormai è solo una faccenda di mercati e valute, utopia che le serve per gestire la propria intrinseca multipolarità interna nel mentre le varie élite del capitale finanziario pasteggiano voraci ed insaziabili circondate da gente che discute del nulla cosmico, ma con molta rabbia. Utopia che diventa distopia e assurdo storico nel mentre s’instaura un nuovo ordine mondiale in cui grandi potenze non solo economiche, sgomitano per stabilire i rapporti di gerarchia per i prossimi trenta anni. In Europa si leggono questi lunghi elenchi di conflitti e problemi crescenti come se si stesse leggendo la gazzetta di un altro pianeta.

Vale per gli utopisti libero-scambisti, per gli economisti monetaristi, per gli economisti in genere che pensano di possedere la chiave di interpretazione del mondo quando è in dubbio posseggano quella per intendere la loro stessa disciplina, per i sovranisti valutari, per i sostenitori degli Stati Uniti d’Europa che sono un rigurgito di logica che però non ha condizione di possibilità concreta e quindi rimane flatus vocis, invocazione meta-fisica senza alcuna condizione di possibilità geostorica per esser realizzata o almeno tentata.

Insomma, parrebbe che gli europei travolti dal cambiamento, non abbiamo una propria idea di dove andare e quindi come cambiare. Di nuovo, ci tocca sottolineare il “tradimento dei chierici” che J. Benda[6] voleva custodi dei valori fuori dalla mischia ma che noi preferiremmo vedere nella mischia dei progetti e delle idee ben pensate, piuttosto che nelle mischie polemiche dell’inconsistente visibilità mediatica. Del resto, quando una forma di civilizzazione declina, lo fa tutta intera. Questo sono le forme di civilizzazioni, interi, ed è per l’enorme difficoltà di pensarsi come interi che declinano.

L’articolo è uscito anche su Osservatorio Globalizzazione.

[1] G.Anders, L’uomo è antiquato, (voll. I e II) Bollati Boringhieri, Torino, 2007. Il post è pubblicato qui: https://pierluigifagan.wordpress.com/2019/08/15/luomo-e-inadeguato/

[2] P. Fagan, Verso un mondo multipolare, Fazi editore, Roma, 2017

[3] World Bank, Global Economic Prospect, June 2019 Table 1.1 Real GDP dato in contrazione 2018-19-20-21 vs 2017, in particolare Euro Area

[4] Dati Eurostat 2018 https://ec.europa.eu/eurostat/web/products-eurostat-news/-/WDN-20190320-1

[5] J. Osterhammel, N.P.Petersson, Storia della globalizzazione, Il Mulino, Bologna, 2005

[6] J. Benda, Il tradimento dei chierici, Einaudi, Torino, 2012

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L’UOMO E’ INADEGUATO?

 

Gunther Stern è stato un filosofo tedesco dello scorso secolo. Poiché il suo editore notava con malcelato disgusto che “Stern” era un cognome troppo comune per emergere dall’indistinto vociare di pensatori, Guhther se lo cambiò in “Anders” che significa “altrimenti” cioè “diverso”. Anders in seguito si sposò con Hanna Arendt ma l’accanita filosofa fumatrice rivelò poi di aver voluto divorziare perché il pessimismo di “Altrimenti” era invivibile.

La sua opera più famosa è un classico della seconda metà del secolo: L’uomo è antiquato (Bollati Boringhieri, Torino, 2007 – 2 voll) . Anders vi fondava la sua “filosofia della discrepanza”, una versione di quella antropologia filosofica le cui radici sono nelle opere di A. Gehlen e H. Plessner che a loro volta discendono in qualche modo da M. Scheler. Volendo si potrebbe andare ancora indietro nella tradizione tedesca del XIX secolo, forse Schopenhauer, fino a Marx ma più che altro Feuerbach.

Anders era particolarmente colpito dall’evento nucleare ed il primo volume della sua opus magnum è del 1956, dove il titolo s’accompagna alla Seconda rivoluzione industriale. Il secondo volume invece è del 1980 e s’accompagna alla Terza rivoluzione industriale. Ora Anders è morto (1992) ma se fosse ancora tra noi, scriverebbe il terzo volume in accompagno alla Quarta rivoluzione industriale. La “filosofia della discrepanza” nota che le traiettorie tra l’evoluzione dell’uomo e delle società a cui dà vita e quella delle cose a cui dà vita tramite la potenza tecnica, tendono a divergere. L’uomo tende sempre più a creare cose che poi non riesce a dominare, al demiurgo le cose tendono a sfuggire di mano anche perché la potenza realizzatrice va per suoi incrementi geometrici cumulativi. Anders era partito dalla potenza atomica contro cui politicamente di batté con grande intensità civile, ma poi continuò con la rivoluzione elettronica e -come detto- oggi avrebbe potuto continuare con quella digitale o bio-tecnica. Harari è in pratica la versione saggistica aeroportuale degli interrogativi che si poneva Anders.

A noi, la possibile “filosofia della discrepanza”, interessa anche da un punto di vista più ampio che non solo quello tecnico. Ogni giorno, sia che si sia lettori, sia che si sia anche scrittori o che si sia semplici percettori della realtà, siamo inondati da problemi. Le categorie sono l’economico ed il finanziario, il sociale ed il politico sempre più geopolitico, l’ecologico e ambientale, il demografico con possenti migrazioni di giovani ed invecchiamento pronunciato dei benestanti, il tecnologico che oggi è arrivato ad armeggiare con la stessa mente umana. Stati falliti, conflitto tra Stato e mercato (oggi la Borsa argentina perde quasi metà del suo valore solo perché hanno fatto una elezione che non è piaciuta ai mercati), disoccupazione progressiva a grandi numeri, eventi climatici fuori schema, conflitti tra potenze agiti anche senza armi ma con tutto il resto del lecito e soprattutto dell’illecito, violenta manipolazione delle opinioni pubbliche all’interno delle quali crescono gli odi reciproci, pervasività delle incontrollate tecnologie del controllo, crisi fiscale e declino pronunciato della democrazia, polarizzazione sociale e purtroppo, molto ma molto altro. Popper diceva che “tutta la vita è risolvere problemi” ed in effetti, messa così la faccenda, non si noterebbero grandi novità. Ma se ai problemi diamo la dimensione della frequenza e dell’intensità dei singoli problemi che oggi vanno però saldandosi a rete interconnettendosi tra loro e correliamo tutto ciò alle reazioni ovvero a come l’uomo affronta questi problemi contemporanei, la faccenda prende una dimensione preoccupante. Se poi ci avventuriamo in previsioni con qualche decennio di prospettiva, il preoccupante si fa inquietante.

In breve, abbiamo questa inflazione repentina di umani quadruplicati in poco più di un secolo. Nuovi Stati e nazioni che ormai lottano tutte per un proprio posto al sole secondo principi distillati dagli europei nel concetto di “moderno”. Chi dominava è insidiato da chi reclama il suo diritto al suo spazio vitale. Tale spazio vitale deve poi fare i conti con lo spazio naturale che non sembra poter contenere le pretese di tutti. Si sviluppano allora tecniche del dominio, della natura, degli altri popoli, del proprio stesso popolo, fino al proprio corpo e la propria mente. Ma chi dovrebbe dominare la nostra mente se non la nostra mente? E’ in grado? Abbiamo una mente superiore in grado di disciplinare la mente inferiore? Cosa è superiore e cosa inferiore? Chi e come lo giudica tale? Il come è sempre stato varrà ancora per il come sarà o siamo capitati in una discontinuità? Prima di nuove idee ci serve forse un “modo nuovo di pensare”, il “pensare” nel suo complesso?

Il tutto prende la forma di quello che qui chiamiamo “rischio dis-adattativo”. La provvidenza già non funzionò più a partire dal XV secolo. La mano invisibile sembra oggi non funzionare più da nessuna parte. A chi affidarci a questo punto se non a noi stessi? Ma “noi”, siamo adeguati a questo compito? E dove volgere energie ed impegno per cercare il colmare questa discrepanza?

(Post da fb 13.08.19)

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DOVE VA LA TRANSIZIONE ITALIANA?

Si scriveva qui all’indomani del voto alle elezioni politiche del 2018, che l’Italia sembrava essersi messa in moto verso dove non si sapeva. A volte il muoversi ha chiaro solo il da dove scappare, non necessariamente il dove andare. Tale transizione giunge oggi ad un nuovo passaggio, da cui la breve analisi e commento.

In Italia, come del resto in Francia, Germania, Spagna ed altrove c’è una storica maggioranza di centro-destra vs un minoranza di centro-sinistra. Da quando seguo cose politiche, ovvero da non pochi decenni (parecchi decenni, più di tre) tale differenza si conferma più o meno puntualmente ad ogni elezione. Può essere più o meno pronunciata a seconda di quanta gente dei rispettivi schieramenti va a votare e -in alcuni rari casi come quello di Prodi- quando il centro-sinistra trova l’intenzione di aggregarsi nonostante le forti differenze interne, differenze più marcate e dirimenti di quelle del contro-destra, invertire gli storici rapporti di forza. Data la maggiore eterogeneità però, il centro-sinistra che pure arriva a sintesi nel cartello elettorale, naufraga poco dopo su qualche votazione marginale poiché i compromessi corrodono l’identità, là dove soprattutto per le forze più a sinistra del cs, l’identità è tutto. Essendo le più deboli, sono poi quelle a cui si chiedono i maggiori sacrifici identitari. Su questa sociologia delle intenzioni politiche che non muta quasi mai o molto lentamente, si verificano elezioni ora con questi simboli ora con altri, ora con questi leader ora con altri.

L’unica cosa che potrebbe auspicare un analista non troppo coinvolto nel giudizio di valore ovvero non troppo coinvolto nel fluttuare di maschere e discorsi che lasciano il tempo che trovano e verniciano di nuovo vecchie tenzoni, è solo di continuare a transitare, creare e distruggere forze politiche, creare e distruggere forme di governo, andare a votare il più spesso possibile, sperabilmente col sistema proporzionale. L’unica cosa che è interesse di tutti avvenga, è che la transizione vada avanti. E’ per non averla fatta, per averla congelata all’indomani dei primi anni ’90, che abbiamo accumulato una trentina di anni di ritardo rispetto a ciò che andava fatto. E’ un po’ come nelle forti sbronze, si combatte contro il combinato disposto di mal di stomaco e mal di testa ma alla fine, l’unica soluzione, sono le due dita in gola.

L’attuale step della transizione vede un giovane outsider cresciuto nell’alveo del cd dominato dal patriarca miliardario, pronto ad ereditare la leadership dell’area. Con una destra come sempre ambiguamente affezionata alla sue radici storiche da molti oggi riconsiderate con smemorata simpatia ed un centro che sta formando un nuovo partito maquillage tipo “c’è anche il centro perbene” fatto da Toti, Romani e vedremo chi altro, il partito dalle radici lombardo-venete è ora pronto ad ereditare le ragnatele di poteri alti e bassi, che storicamente il cd ha soddisfatto e senza le quali in Italia, semplicemente, non puoi governare. Il Vaticano versione sfida planetaria, oggi si occupa meno delle italiche cose. Vale quindi per il capitale bianco (grande e piccolo, produttivo e finanziario) e la delinquenza organizzata (ovvero capitale nero), non meno che massoni e furbacchioni con forza locale di vario tipo e tradizione, vale per l’allineamento atlantico, magari non sfrenatamente ostile ai russi. Ma la di là del bon ton formale quando si tratta di dover scegliere, la casella è già barrata, bisogna solo essere ciò che si è deciso noi si debba essere. Oggi poi vale per l’amico americano anche come perno meridionale assieme al perno settentrionale londinese, per attanagliare e normalizzare l’Europa anziana, velleitaria, presuntuosa senza poi poterselo davvero permettere. L’americano è in segnata contrazione di potenza, da qualche parte dovrà pur rifarsi, no?

Dall’altra parte, al punto più basso delle forme di vita di sinistra in quanto tale (un “quanto tale” per altro, sempre più problematico da definire, almeno dal 1991) e tolto il cupio dissolvi dell’ex cd del patriarca anziano che non accetta di morire e che non si sa come prenderà l’ultima sfida del giovanotto baldanzoso, il c.d. “centro-sinistra” sembra finalmente pronto a terminare la sua angosciosa fase di ambiguità ontologica. Un nuovo centro liberal macronian-blairiano, tutto start up e diritti civili si spera la smetterà di tentar la scalata ostile ad un partito di tradizione blandamente sociademocratica, farà outing e chiarirà il parterre delle forze politiche reciprocamente combattenti. Cosa faranno invece i blandi socialdemocratici che nel frattempo sono diventati anche un po’ tanto liberali ma anche cattolici oltre a qualche ex-comunista, più romantico che effettivo (potenza del com’era bello quando ero giovane e credevo in qualcosa), residuo della inesorabile potatura anagrafica, non è dato da sapere o prevedere in quanto al di là dei singoli nomi e maschere sempre più sbiadite, la sostanza pensante di quell’area sembra ai minimi storici assoluti e non solo in Italia. Anche loro, da dopo il ’91, non ci hanno capito più nulla.

Inoltre, l’unica vera novità della transizione, il M5S, dopo il duro contatto col mondo reale del governo delle cose e non delle chiacchiere, dovrà riflettere su chi è, come opera, in cosa crede, che progetti concreti ha, che classe politica non ha, quale sia la sua funzione storica e se è in grado di espletarla. Un soggetto poi tripartito tra militanti-simpatizzanti più o meno occasionali, il nuovo corpo dei funzionari con esperienza per quanto piccola di governo o sottogoverno, la misteriosa holding che ne gestisce alcuni aspetti. Anche loro in transizione quindi, ma controllata, a volte frenata.

Infine, il tasto più dolente, il fatto più preoccupante, i protagonisti effettivi della  “transizione”: gli italiani. Gli italiani non sembrano esser all’altezza della fase storica. Lo si nota dagli intellettuali, epifenomeno che dice chiaramente di quale consistenza sia la sottostante cultura generale, quella da cui dovrebbe provenire o sperabilmente la volontà generale o quantomeno la somma della volontà particolari. Non sembrano esserci idee, analisi compiute su i fatti duri, progetti, stimolazioni, intuizioni, percezioni complesse e reali di riflesso alla complessità reale del Mondo. Questo deserto intellettivo interrotto solo da una ancora immatura presa di coscienza del problema UE-euro, oltreché da un chiocciare polemico ineffettivo che dalla tv rimbalza ai social e viceversa, preoccupa. Stante che siamo manifestamente campioni mondiali di critica, si potrebbe chiedere a chi studia e riflette anche uno straccio di idea da provare a concretizzare o si ha così paura di ricevere pochi like? O l’ipertrofia dei neuroni destruens ha messo in ipotrofia quelli costruens?

Più la transizione avanza, più il problema del non sapere dove si sta andando si fa serio. Le transizioni sono sempre fonti di più o meno piccoli o grandi disordini, qualcosa non si è più, qualcos’altro non si è ancora. Ma le società umane nascono per dare ordine e mal tollerano il disordine. Quando il disordine eccede, la domanda di ordine purchessia si fa imperiosa, irrazionale, immediata. Il fastidio del disordine che le transizioni procurano, è stata storicamente la causa di clamorosi irrigidimenti. Paure deviate,  magari provenienti dalla situazione sociale ma trasformate abilmente in qualche feticcio a cui dar fuoco come le streghe del morente Medioevo. Un secolo fa, il nostro Paese è stato uno degli esempi più limpidi di cosa succede quindo il quieto tran tran è perturbato troppo intensamente e troppo a lungo. Dopo non ci si ricorda più bene come è potuto accadere, di chi la colpa, perché la colpa era di tutti o del gran numero e quindi anche di tutti coloro che non sono stati in grado di evitare si formasse quel “gran numero” di ansiosi richiedenti “ordine purchessia!”, di solito preceduto dal sintomatico: “Adesso basta!”.

Solo le idee ci possono salvare. Aggrappiamoci ad idee che abbiano radici nella realtà concreta e contraddittoria ma solida. Se non ci diamo una via, c’è solo la selva oscura.

 

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BANDOLO DI MATASSA.

Pensierino sul voto per le elezioni europee. Il tema Europa oggi è una matassa di fili intrecciati che vanno dal neo-liberismo al sovranismo, dal cosmopolitismo al nazionalismo, dai migranti alla geopolitica, le destre, le sinistre, i non ci sono più né-le-destre-né-le sinistre, le globalizzazioni, la moneta sovrana, il futuro federato, la lenta dissipazione demografica, la democrazia dei pochi o dei molti, la Cina e Trump, l’euro e la neuro, la paranoia ambientale e quella post-umana. In questo universo multidimensionale, ognuno trova la sua posizione e poi immagina una strada orientandosi a seconda delle sue immediate vicinanze. Ogni posizione è auto fondata e contraria ad un’altra altrettanto auto fondata. Ma a prescindere da tutto ciò, “Europa” è un problema di che tipo? fondato dove e da cosa?

Europa è una mera espressione geografica che include una cinquantina di stati per lo più anche nazioni, la più alta concentrazione di stati, circa il 25%, sul solo 3% delle terre emerse. E’ la geo-storia ad averla fatta così spezzettata e ricca di diversità. Purtroppo, questa geo-storia appartiene al passato, un passato in cui Europa o era relativamente autonoma ed isolata dal mondo (fino al XV secolo) o lo dominava (fino al XX secolo).

Come in un frattale storico, è la stessa storia degli Antichi Greci. Più di mille città Stato ricche di storia e reciproca dialettica, fino a che il sistema crollò d’un colpo sotto la spinta di un nuovo stato del gioco geopolitico, la fase imperiale che Alessandro intuì ed i Romani portarono a compimento. Il pattern si ripeté di nuovo nell’Italia rinascimentale che aveva nel solo centro-nord lo stesso numero di stati dell’intera Europa. Di nuovo, l’incapacità di capire che il nuovo gioco degli Stati-nazione non permetteva più la sovranità dei Medici e del Doge, condannò l’Italia oblubinata dal dominio di una egoista e cieca élite residente nello Stato Pontificio, a secoli di servaggio.

Oggi, di nuovo, il gioco sta svoltando verso un tabellone più ampio che inquadra il mondo. Non è solo la “globalizzazione”, è che se nel 1900 eravamo in 10 su un Km2 di terra emersa, oggi siamo in 50, siamo più densi, siamo spinti fisicamente l’uno accanto o contro l’altro per ragioni semplicemente fisiche come avviene in un ascensore o un autobus nell’ora di punta. Al nuovo gioco-mondo non ci si può presentare con gli Stati-nazione di taglia europea come non ci si doveva presentare coi Comuni e le Signorie nel XVI secolo o con le città-Stato nel 300 a.C. . Che fare, allora?

So che i più sono in ansia per la confusione di stare in una matassa di cui s’è perso il bandolo e vivono il “che fare?” nell’oggi immediato, chi votare? in cosa credere? cosa sperare? Ma la matassa è fatta da fatti contingenti che sono solo l’epifenomeno di fatti storici di lunga durata e lunga prospettiva ed a questi tocca dare ordine, non alla confusione che s’è creata cercando di trovare bandoli di cui s’è persa l’origine concreta, il fondamento reale.

Quindi, almeno nel pensiero, in “direzione ostinata e contraria”, io rimango convinto che l’unico voto sensato è quello per un progetto di federalizzazione statale, costituzionale ovvero democratica e politica, quindi sovrana, che aggreghi ex-Stati-nazione che da soli non hanno chance di gioco nel nuovo gioco del mondo. Ma questi candidati alla fusione debbono avere la minore eterogeneità possibile, non si possono unire cose troppo eterogenee tra loro, pena il rigetto reciproco.

Così, io la penso come monsieur François Boulo, uno dei portavoce dei gilet gialli francesi che così ha risposto alla domanda fattagli dal giornalista de il Fatto quotidiano: D: Finora Parigi ha fatto asse con Berlino. R: Se domani andassero al potere le idee dei gilet gialli, è certo che smetteremmo di metterci al servizio della Germania. E avremmo invece interesse a capirci con Italia, Spagna, Portogallo e Grecia.

Questo formato geo-storico una volta si chiamava Impero Romano. Ha strati e strati di consuetudini comuni, giuridiche, linguistiche, politiche, economiche, sociali, di stili di vita e costellazioni valoriali. E’ un solido frame geo-storico naturale, non una invenzione del pensiero. A. Kojève, filosofo francese nipote di Kandinskij, ma nel dopoguerra anche alto funzionario dello Stato francese per le questioni estere, lo teorizzò in un saggio scritto proprio un anno dopo la pubblicazione de il Manifesto di Ventotene chiamandolo Impero latino. Questo è il bandolo della matassa a cui sono personalmente aggrappato, solo la ragione geo-storica può rispondere a problemi posti dalla geo-storia. Il resto, economia, finanza, ideologie varie, sentimenti e paure, odii profondi e tenui speranze, per quanto oggi dominanti, sono solo schiuma quantistica diradata la quale rimane la domanda fondamentale: che forma dare alla nostra vita associata nel XXI secolo?

Irrealistico? Non è questo ciò di cui parlano tutti? Velleitario? Inattuale? Pensatela come vi pare, i giudizi li dà la Storia non i consessi di opinione di gente persa nella matassa di cui non trovano il bandolo.

P.S. Quanto a gli “inattuali” la galleria comprende Platone che a suo tempo avvertì i Greci di cominciare a pensarsi non più e solo come città-Stato e Machiavelli che invocava gli italiani ad unirsi sotto un unico Principe. Kojève venne riproposto da Agamben in questo articolo che da allora ha stimolato la mia riflessione sull’argomento (assieme al testo del francese ovviamente) e di cui i lettori e lettrici, potranno trovare traccia in diversi articoli del blog digitando opportune chiavi di ricerca sul motore interno (Europa, Euro, Mediterraneo). Articoli del 2013 appunto, inattuali anch’essi …

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PENSARE A COME PENSIAMO.

L’articolo è pubblicato sul blog del Festival della Complessità (qui) e presenta la prossima edizione (la decima) che si aprirà a Roma, il 10 Maggio. La sessione di apertura e l’intera edizione, verterà su questo duplice invito alla riflessione.

A. Rodin Il pensatore 1880-1902

 

“Credo che il sapere, nelle nostre società, sia diventato attualmente qualcosa di così ampio e di così complesso da essere ormai il vero inconscio delle nostre società. Noi non sappiamo davvero quel che sappiamo, non conosciamo quali siano gli effetti del sapere. Per questo mi sembra che l’intellettuale possa assolvere il ruolo di colui il quale trasforma questo sapere, che domina come l’inconscio delle nostre società, in una coscienza”

M. Foucault 1978

Il pensiero è oggi più che mai il capitale più prezioso per l’individuo e la società.  

E. Morin, La testa ben fatta, 1999

E’ questo il titolo della Xa edizione del nostro festival diffuso e sarà questo il titolo dell’apertura della sessione che terremo a Roma, al museo MACRO, il 10 Maggio. Forse avremmo potuto scegliere un titolo meno esoterico, forse avremmo potuto agganciarci a qualche tema della vivace attualità che pullula intorno a noi, ma abbiamo scelto di dar seguito ad un richiamo forte che sentiamo come pensatori di complessità, un tema più attuale di tutti gli altri e che tutti i fatti nuovi che pullulano intorno a noi, comprende.

In una recente intervista fatta dall’attuale Presidente del Consiglio Giuseppe Conte al filosofo Emanuele Severino, ad un certo punto compare questa domanda: “Trova anche lei che si sia persa l’idea dell’unitarietà del sapere e che le discipline scientifiche si strutturino a compartimenti stagni, che secondo Edgar Morin è il grande problema del nostro tempo?”

E’ dai tempi di “La conoscenza della conoscenza”(1986), seguito poi da molte altre riflessioni che ne “La testa ben fatta”(1999) o “I sette saperi necessari all’educazione del futuro”(1999) che il filosofo della complessità francese, si interroga su questa “struttura della conoscenza”. Un riflessione che anticipa di più di un ventennio i giorni nostri.

Tutti noi che ci muoviamo sotto il cono concettuale del termine complessità, chi per speculazione, chi operativamente nella propria professione, sappiamo quanto sia difficile spiegare a chi non si trova in quello spazio concettuale comune, cosa intendiamo precisamente quando convochiamo il concetto di “complessità” nei nostri discorsi. Com’è ben noto, non esiste una definizione precisa e comunemente accettata di complessità, neanche tra noi. Chi risale all’etimologia, chi inizia distinguendo complesso da complicato, chi fa coincidere complessità con sistema, chi con solo ciò che ha a che fare col mondo della vita, chi comincia a declinare una serie di concetti di corollario come feedback, cibernetica di vari livelli, riflessività, relazionalità, contesto, emergenza, auto-organizzazione, non linearità, non riduzionismo-determinismo, margine del caos, entropia etc.

Da una parte, la genealogia breve del concetto, può farsi risalire alla metà del secolo scorso (ce ne sarebbe poi una a cronologia più lunga, ma lì le cose si complicano ulteriormente), a partire da due distinti ambiti: la Cibernetica di N. Wiener e la Teoria generale dei sistemi di L. von Bertallanfy. Dall’altra, lo stesso albero evolutivo del concetto nelle sue applicazioni teorico-pratiche, da queste partenze si espande in un estuario a mille rivoli, coprendo niente di meno che tutto il novero delle discipline in cui si articola la conoscenza razionale umana. Dalla fisica alla metafisica, si sarebbe detto una volta. Pensiero complesso si trova ormai in tutte le scienze dure, sociali ed umane, nelle discipline umanistiche, ma poi ci sono anche artisti e perfino teologi.

Di contro, l’autoriflessione concettuale, ovvero coloro di noi che riflettono proprio sul concetto in quanto tale e cercano di domarne questa complessità intrinseca, oltre allo stesso Morin, non conta su grandi schiere. E’ per noi stessi difficile emanciparci dal luogo mentale di provenienza (matematico, fisico, biologo, economista, psicologo, medico, antropologo, sociologo, filosofo di quale parte della filosofia generale poi?) e stare appresso al vasto ramificarsi della sue applicazioni ed evoluzioni. In più ci viene anche il dubbio che “domare la complessità” non solo sia impossibile, ma neanche giusto se non si vuole ricadere in qualche aborrito riduzionismo. Eppure, la mente umana continua da decine o centinaia di migliaia di anni, ad avere dei limiti operativi e per lavorare il pensiero ha bisogno di sintesi, di blocchetti di significato che poi mette in relazioni con altri, a comporre idee e soprattutto sistemi di idee. Noi stessi apprezziamo quella individuazione di concetti o pratiche dominanti che il spesso citato Thomas Khun chiamava paradigmi. C’è un sistema complesso nel pensare che viene prima del pensare questo o quello. Complessità allora, non sembra avere forma di una specifica teoria disciplinare, più che un paradigma di questa o quella disciplina che indaga porzioni di realtà, sembra attenere tanto alla realtà che alla conoscenza nel loro duplice assieme, separato ed intrecciato.

Ecco allora il primo motivo che ci ha spinto a scegliere questo titolo: avere tra noi un pubblico momento di confronto e dibattito sulle forme interne alla nostra comune cultura. Le ultime Conferenze Macy tenute tra il 1954 ed il 1958, furono proprio dedicate ad una versione di questa auto-riflessione, al pensare come i vari e brillanti membri del gruppo pensavano e del come si componeva il discorso comune, soprattutto per quanto atteneva ai metodi dell’ interdisciplinarietà e della multidisciplinarietà.

Se questa proposta auto-riflessione sul pensare complesso la potremmo dire, usando le antiche categorie del discorso filosofico greco, il momento esoterico (dal greco ἐσώτερος “interno”), il secondo motivo della scelta è invece essoterico ( da ἐξωτερος “esterno”), cioè rivolto al rapporto tra complessità e mondo inteso nel suo duplice significato.

C’è un “mondo” come sistema complesso, fatto oggi di 7,5 mld di persone, divise in 200 Stati, diverse civiltà, modi diversi di pensare ed agire. Questo mondo tende oggi, per la prima volta nella sua storia, a conformarsi -in parte- come sistema unitario. Al suo interno, aumentano le interrelazioni che siano informative (Internet, grandi media, cultura globale), finanziarie ed economiche (globalizzazione ed internazionalizzazione), migratorie, politiche, culturali nel senso più ampio. L’estendersi al mondo intero del moderno modo di organizzare le nostre società, cioè basandosi sul fatto economico potenziato da tecnica e scienza, porta a nuove competizioni per le fonti delle energie e delle materie prime, alla competizione per il dominio dei mercati, delle valute, ad una impossibile ricerca della crescita costante e  per tutti che già “il nostro” Kenneth E. Boulding, parecchi decenni fa, sentenziava essere una credenza propria o di un folle o di un economista (suggerendo che forse, si trattava spesso della stessa persona). Altresì, questa spinta potente alla pressione su ciò che tutti ci contiene, sta provocando già da tempo, una risposta prevedibilmente caotica dell’ambiente, sotto varie forme di problemi detti “ecologici”, concetto più ampio della sola, controversa, questione climatica e dove l’ecologia è una disciplina tipicamente parte della famiglia complessa. Sembra -quindi- che il mondo sia obiettivamente sempre più complesso

Questa recente inflazione di complessità, tra trenta e cinquanta anni, retroagisce sulle forme della nostra vita organizzata comune in vario modo: dall’aumento vertiginoso delle diseguaglianze nelle nostre società occidentali, al manifestarsi di governi piuttosto rigidi chiamati a dare ordine al crescente disordine, guerre senza quartiere sul come orientare o manipolare le pubbliche opinioni, un certo generale fallimento degli esperti e degli intellettuali oggi sempre meno amati e riconosciuti da chi vede tanti problemi e poche vere soluzioni viabili. Nel mentre, le nuove tecnologie che ci danno nuove opportunità di interrelazioni, intrattenimento e nuove comodità ultra-moderne, si tema vadano  a sostituirci progressivamente nella funzione sociale del lavoro che il contratto sociale della modernità stabiliva esser il fondamento che teneva legata in sé stessa la società intera. In più il costo della relativa maggior libertà di esprimerci sembra vada pagato con un maggior controllo che contraddice quella libertà in via di principio. In più, si va confondendo il confine tra l’umano che usa la tecnica e la tecnica che subordina l’umano. Non c’è dubbio che in questa descrizione ci sia la traccia inequivocabile di molte cose che noi chiamiamo “complessità”, una maggior complessità relativa recente che pare tenderà ad aumentare e non certo diminuire nei prossimi decenni.

Ma nel mondo ci sono anche soggetti, individui o gruppi che hanno il problema di adattarsi al mondo in quanto oggetto fatto di processi. Lo fanno, lo facciamo, inconsapevolmente a volte, facenti parte di società le cui dinamiche più profonde e decisive a volte ci sfuggono. Altre volte siamo chiamati ad un giudizio, ad un discussione, a parteggiare per una idea o per altra, siamo chiamati a partecipare di questo mondo e dei sui problemi, anche perché è il “nostro” mondo, sono i “nostri” problemi. Ci domandiamo allora: siamo sicuri che il come pensiamo a tutte queste cose sia adeguato alla loro complessità? Dalle punte di eccessiva vivacità polemica o vera e propria acrimonia che si notano nel dibattito pubblico “basso” e dal deserto di quadri concettuali ampi e profondi nel dibattito “alto”, sembrerebbe di no.. Tutte le forme del nostro pensiero, le conoscenze, le logiche, ciò che ha costruito le nostre tradizioni di pensiero e di azione concreta, i fatti e le istituzioni sociali di cui ci siamo dotati, la stessa organizzazione del sapere e la sua distribuzione, dai sistemi di circolazione delle idee all’educazione, provengono da periodi storici di complessità ben diversa, per molti versi, minore. Le forme del pensiero che ereditiamo dal passato forse non sono adeguate al mondo che si sta formando.

Molti di noi, consapevoli o meno, si sentono spesso vicino alle tradizioni dell’Umanesimo e del Rinascimento, di quel periodo di transizione tra un vecchio modo (il Medioevo) ed un nuovo modo (il Moderno), ed ideale della conoscenza di quel periodo era proprio cercare una nuova unità della conoscenza per capitalizzare il saputo al fine di affrontare l’ignoto, il nuovo che doveva andarsi a costruire assieme. Lì dove un’era trapassava in un’altra che poi era quella che oggi ci è alle immediate spalle, la modernità. Ci sono fondati sospetti del fatto che noi sia -nuovamente- capitati in una di queste potenti transizioni storiche, lì dove urge una “renovatio” che non sia semplice profusione di tante “innovatio”, che sia un nuovo modo di pensare in forme sistemiche. Ad esempio riuscendo ad usare un po’ tutte le discipline alla base dei vari problemi prima elencati perché tutti quei problemi che elenchiamo separati o appaiati, in realtà sono intrecciati. La sintesi di problemi demografici, politici, culturali, economici, finanziari, ecologici, geo-politici, sociali, psicologici, dei fini dell’indagine scientifica e dei suoi rapporti con l’umano, di utilizzo delle tecniche, financo l’interrogazione sul senso dell’esistente e molto altro, nel loro intreccio comune per cause ed effetti, è inutile chiederla solo a chi risiede nello stretto di una di queste discipline. Modificare le forme del nostro modo di stare al mondo è problema di sistema ed i problemi sistemici andrebbero affrontati in senso sistemico, qualcosa che, nel senso più ampio dell’espressione, noi non siamo abituati semplicemente a fare. Non è così che è organizzata la nostra conoscenza, individuale e collettiva.

Ad un mondo complesso dovrebbe corrispondere una forma del pensiero forse più complessa di quella che ereditiamo dalla modernità, altrimenti si potrebbe fallire l’adattamento ai tempi che sono e sempre più saranno. La “riforma del pensiero” invocata da Morin già venti anni fa, sembra sempre più urgente. Il mondo ci chiede di agire, noi agiamo per come pensiamo, non possiamo agire in un mondo complesso partendo da un pensiero che non lo è. “Pensare a come pensiamo” è quindi il duplice invito a chi è interessato a indagare meglio questo possibile disallineamento ed a come colmarlo, a noi stessi che delle forme di pensiero sistemico-complesso siamo seguaci, per interrogarci su come meglio renderle utili ai tempi che ci son toccati in sorte di vivere, assieme.

FESTIVAL DELLA COMPLESSITA’

Venerdì 10 Maggio, ore 17.00 – 20.00, Museo di Arte Contemporanea Roma –

MACRO Via Nizza 138, 00198 Roma, Sala Lettura

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QUANDO INIZIERA’ IL SECOLO ASIATICO?

Qui il calcolo è fatto in Pil assoluto e non PPP

L’anno prossimo, secondo i calcoli UNCTAD-UN riportati da FT, quando l’insieme delle economie asiatiche calcolate in Pil-PPP, per la prima volta dal 1850, saranno più importanti di tutto il resto del mondo. Naturalmente, questa è solo la riduzione giornalistica di un processo che è di natura storica. Le epoche trapassano come le dissolvenze incrociate, sempre meno del precedente e sempre più del successivo, con tempi più o meno lunghi o lunghissimi. Qualche volta la dissolvenza si ferma, incespica, sembra addirittura ravvoltolarsi, ma a grana grossa funziona così: un’era sfuma nella successiva. Ci si accorge che un’era è finita, in genere, molto dopo che ha iniziato la sua lenta fine, la scelta del momento in cui non più l’una allora l’altra è sempre arbitrario.

La quantità e qualità degli indicatori di questo passaggio è vasta e solida. A grana grossa, l’Asia è il 60% della popolazione mondiale e continuerà ad esserlo nel mentre la popolazione mondiale continuerà a crescere nei prossimi trenta anni, mentre l’Occidente che era ancora il 30% del mondo ai primi del ‘900 e che oggi è regredito al 15%, tra trenta anni sarà al 12%. Quasi tutta questa contrazione occidentale di peso è dovuto all’Europa, Italia e Germania in testa ed è in dubbio se nei prossimi decenni avremo un unico Occidente coerente e compatto o un Occidente anglosassone ed uno continentale. Nella misura in cui l’intero sistema asiatico, dal dopoguerra (ma con una accelerazione a partire dagli anni ’80), si è votato al moderno modo di stare al mondo, dedicandosi alla produzione e scambio con sviluppo della tecnica, la quantità demografica è destinata a trasformarsi in quantità economica e questa in potenza generale. Nell’analisi tra grandi partizioni continentali, non solo l’Asia supererà l’Occidente, ma risulterà il cliente ideale per la materia energetica degli arabi ed il partner ideale per l’inclusione dell’Africa nella nuova modernità. Fungerà quindi da attrattore e motore mondiale.

Il da noi spesso citato studio di K. Pomeranz, “La grande divergenza”, illuminava il punto esatto nel quale il piccolo Occidente prese a pareggiare e poi staccare l’Asia per dimensioni di potenza economica, poi militare, poi politica e culturale, che era stato  il sistema più massivo praticamente da sempre (A.Maddison). Era grossomodo il 1850 secondo il Pomeranz, 1800 secondo altri, ma alcuni retrocedevano le cause di lunga durata alla reazione avuta dagli europei ai cataclismi del secolo nero, quel XIV secolo in cui un terzo della popolazione europea morì in soli cinque anni della più grave epidemia di peste che la storia ricordi. Il contraccolpo a quel colpo fu l’inizio del modo moderno di stare al mondo.

Affascinati dal concetto di rivoluzione, gli storici occidentali dell’ultimo secolo hanno visto sequenze di rivoluzioni dappertutto, quella artigianale XV sec., quella copernicana XVI sec., quella scientifico-razionalistica a partire dal XVII sec. come quella “industriosa” (Jan de Vries), quella inglese sempre del XVII sec., quella francese e quella americana del tardo XVIII secolo, quella industriale del XIX, la più importante per la visione economica della storia. Ultima quella russa XX sec. nel mentre quelle industriali contano oggi la supposta quarta edizione. Dopo tanta rivoluzione, il nuovo -probabile- secolo asiatico, ci farà forse scoprire l’affascinante concetto di Involuzione, sperando che la nemesi non ci porti a saltellare di balzo in balzo all’indietro nello sprofondo della storia, passando dalla mistica ottimistica del Progresso a quella pessimistica del Regresso.

In pratica e più a grana grossa il modo moderno di stare al mondo ebbe natali proprio nel XV secolo, e comprendeva in un sistema unico, che noi dividiamo in separati aspetti perché andiamo all’università a studiare singole discipline de-correlate e confondiamo le nostre lenti col mondo che le lenti ci fanno osservare, tanto il fare economico che quello politico, quello culturale che quello spirituale, quello militare che quello sociale. Le società umane sono veicoli adattivi ed amalgamano quei diversi aspetti in certi diversi modi, cercando le loro migliori condizioni di adattamento ai tempi ed agli spazi che occupano. Il senso e la forma di una società storica, vanno sempre letti nel rapporto tra la sua forma interna che la fa “intera” ed il contesto. Quel “modo moderno” che gli storici generali quanto quelli dell’economia (Braudel-Arrighi) sequenziano da Genova-Venezia (e fiere commerciali tra Nord Italia e Francia) alla Province Unite, dall’Inghilterra poi Gran Bretagna poi Regno Unito a gli stati Uniti d’America, e che, pur con i dovuti adattamenti, passerà alla interpretazione che ne daranno gli asiatici. Poiché quella sequenza è anche una sequenza di incrementi di centri di sistema con demografie crescenti, ecco che il 60% asiatico del mondo sarà  il centro del mondo, a sostanziale parità di condizioni del modo di stare al mondo.

Questo “modo” nella interpretazione occidentale, ha avuto due logiche, quella esterna e quella interna. Nato nel suo complesso per “risolvere problemi” (i “problemi” che si ingenerarono con l’evidente fallimento adattivo della catastrofe della Peste nera e delle élite feudali-religiose), per altro creandone continuamente di nuovi che alimentano la coazione all’infinito, il modo ha replicato una più antica versione che nasce con la nascita delle società complesse già ottomila anni fa: un minore che subordina un maggiore. Tanto al suo interno che al suo esterno. Così, uomini di fascia sociale alta hanno subordinato quelli di fascia bassa (che erano già subordinati secondo diverso regolamento stabilito dall’alleanza tra possessori di terra e titoli e possessori dell’immagine del mondo che ne giustificava il potere ovvero la Chiesa), l’uomo ha cominciato a subordinare la natura, lo Stato ha subordinato i frammentati poteri locali, la politica sovrana ha subordinato la religione (da Augusta 1555 in poi), gli Stati europei hanno cercato l’un con l’altro di subordinarsi reciprocamente per altro non riuscendovi quasi mai, assieme hanno subordinato il mondo sino alla massima estensione dell’Impero britannico (ma anche francese, olandese, portoghese, spagnolo etc.) fino alla breve fase unipolare americana degli anni ’90. Di quest’ultima, non sono certo che rimarrà traccia nei libri di storia, troppo breve e troppo poco nitida quando la si guarderà dalla giusta distanza.

Ad un certo punto, secondo chi scrive ed altri  a partire dai primi anni ’70, nel centro del sistema occidentale cioè gli Stati Uniti, si è rotta per varie ragioni la logica che teneva in equilibrio l’intero con l’esterno. Gli USA hanno reagito dando sfogo alla loro proiezione globale con il WTO (affiancato ai già presenti IMF e WB) ed hanno continuato a provar di tener sotto controllo in modalità “impero informale” grandi parti del mondo, ma più che altro hanno cominciato a stampare dollari che sono stati investiti in buona parte nella crescita del resto del mondo. Ne è venuto fuori “l’elefante di Milanovic” che ha contratto la classe media occidentale in favore di quella orientale, e soprattutto beneficiato i detentori di capitale liquido, ottenibile anche a prestito con poche o nessuna garanzia se iscritti a vario titolo nell’esclusivo club delle élite. Poi, tra una avventura militare e l’altra previa stimolazione di grattacieli che crollano  (dove il  fatto militare è pur sempre un keynesismo travestito), di bolla in bolla, si è arrivati al crollo del 2008. Una parte della inviperita classe media americana ha mandato al potere un presidente più petro-commerciale che imperiale (premiando così una élite che stava perdendo terreno verso l’altra). In Asia, al già affermato per quanto stagnante Giappone, si sono affiancati Corea del Sud e Cina, Sudest asiatico ed ora India. Il baricentro di potenza ha cominciato a spostarsi silenziosamente ad Oriente mentre qualcuno -con rara e tempestiva lucidità- annunciava la Fine della Storia ed un Nuovo Secolo Americano.

Sull’argomento del titolo, Parag Khanna, narratore globalista di origine indiana, cresciuto negli Emirati e poi vissuto in Occidente ed oggi acquartierato a Singapore, ha da poco pubblicato presso Fazi editore, la sua ultima fatica: Il secolo asiatico? Curioso che il famoso “scontro di civiltà” di Huntington, nacque come lungo articolo col punto interrogativo e finì come titolo assertivo voluto dall’editore del libro. Qui il testo nasce assertivo (The future is asian. Commerce, Conflict, and Culture in the 21st Century), ma l’editore ha saggiamente preferito metterlo ad interrogativo, forse per non render immediatamente antipatico il libro che in origine si rivolgeva primariamente a gli stessi asiatici e la cui assertività avrebbe potuto urtare l’orgoglio occidentale dell’italiano sconnesso dagli eventi a cui però piace sentirsi “ben informato”.

Il soggetto delle 520 pagine è l’Asia, 60% della popolazione mondiale per 53 stati (Europa 8% della popolazione mondiale per 45-50 stati a seconda che li contiate in geografia politica o fisica, dal che si dovrebbe comprendere il problema del nanismo stato-nazionale europeo, con popolazione anziana, capitalismo iper-maturo ed oggi in cerca della perduta “sovranità”). 50% del Pil globale ma 2/3 della sua crescita, percentuale con tendenza a crescere nei prossimi trenta anni. La tesi geo-storica di Khanna è che l’Asia è geneticamente multipolare. Che si contino le civiltà antiche o quelle storiche (arabi, persiani, centro-asiatici, turchici -s’intende di origine turcofona-, mongoli, indiani, cinesi, giapponesi e la macedonia sud-est-pacifica) o i ceppi religiosi (musulmano, buddista, induista, taoista, scintoista, con o senza spruzzi di etica confuciana) o i ceppi linguistici (2301), il pluralismo asiatico è irriducibile. L’occidentale distratto vede l’Asia come tutta quella roba inutile intorno alla Cina, ma è il classico caso in cui si scambiano gli oggetti osservati con le lenti con le quali li si osservano.

Secondo il nostro, lo “spirito comune asiatico” contemporaneo, è un misto di entusiasmo per la crescita economica fortemente infrastrutturata dal commercio che ha vocazione millenaria, stabilità geopolitica basata su un sostanziale reciproco rispetto (non certo privo di conflitti ma confitti limitati alle frizioni, non cioè mossi da volontà di assimilazione dell’Altro), pragmatismo tecnocratico ed oggettivo pluralismo culturale. Quest’ultimo, venne espressamente indicato come il nemico ideologico da sconfiggere nella famosa orazione fatta la sera prima della morte di papa Giovanni Paolo I, dall’allora cardinal Ratzinger che col suo simpatico accento da Peter Sellers in Dottor Stranamore, indicò i due grandi nemici ideologici: il relativismo ed il sincretismo. Il sincretismo è propriamente la forma vigente nella grandi frammistioni culturali asiatiche, dalle religioni alla cucina, passando per l’intrattenimento e i modi di vita e non ultimo l’indigesto socialismo-capitalista cinese che tanto imbarazza lo stomaco dei marxisti occidentali che preferiscono le partizioni nitide e precise, come Ratzinger. Khanna nota giustamente, e la nota vale anche per Africa e Medio Oriente, quanta frizione scaturisca tra questa tradizione fluida e le partizioni confinarie statali imposte durante il colonialismo europeo.

Secondo il narratore asiatico, il supposto “disordine mondiale” è un difetto percettivo degli occidentali che non leggono più le consuete forme del loro dominio. Non c’è alcun disordine ma un ordine complesso che sta facendo dell’Asia un classico “totale maggiore delle sue parti”. Il passaggio storico sarà anche quello dalle forme semplici con un egemone (sequenza Braudel-Arrighi), alle forme complesse dei sistemi ed il sistema che chissà se definire egemone o più prudentemente centrale, sarà quello asiatico, che non è solo quello cinese che conta solo 1,4 su 5 mld di asiatici. Questa maggior gravità oggettiva, agirà per concreta forza geografica, sul continuo afro-euro-asiatico. In una epoca che si definisce “materialista”, nell’immagine di mondo molti s’erano persi la geografia che invece torna oggi ad una sua realistica rilevanza, assieme alla demografia, la storia, la natura strutturale delle tradizioni culturali. L’economicismo metodologico sarà bene ampliarlo se si vuol comprendere qualcosa del mondo che verrà. Gli asiatici sono giovani ed ottimisti e banale è sottolineare che noi invece siamo il simmetrico contrario.

Il testo di Khanna che ha evidente mira di costruire una frame di ” orgoglioso discorso asiatico” rivolto a gli asiatici (e non a caso fatto da un singaporiano), in prima istanza, parte da una di breve storia dell’Asia che gli osservatori europei dediti all’ombelichismo (sia quello esaltato che quello critico poiché classi ed ideologie ci dividono ma la cultura geo-storica non può che esser la stessa tra “occidentali”) farebbero bene ad approcciare nello studio. Dall’ottimo P. Frankopan, al più recente P. Grosser, è tutto un recente fiorire di storia asiatica, mentre si segnala S. Conrad e le riflessioni metodologiche sulla nuova, necessaria “storia globale”, con cui sarà meglio impratichirsi velocemente se si vuol capire qualcosa dei tempi che vengono.

L’inclusione della variabile culturale è un ex-novo per Khanna, qui molto più geografico e politico del suo manifesto post-geografico/politico Connectivity e molto più storico-culturale del suo consueto. Meno città-stato e più stati potenti. Si capisce, poiché lo cita in apertura e nei ringraziamenti, che il probabile dialogo con l’altro singaporiano geo-politico Kishore Mahbubani (di cui parlammo in questo articolo in  cui feci una presentazione del suo ultimo pamphlet), gli ha fatto vedere mondi prima sconosciuti (Mahbubani ha forti inclinazioni filosofiche, con una dedizione particolare verso il nostro Machiavelli). L’ultimo capitolo del volumone è infatti dedicato ad una sfilza di “fenomeni culturali” di plurima generazione asiatica, nella cultura “alta” quanto in quella popolare, una vivacità che fa immediatamente “Rinascimento asiatico” con mischianti fertilizzazioni incrociate.

In definitiva, Khanna è più utile come osservatore informato che come analista. Sterminati gli elenchi di fatti economici, finanziari, tecnologici, demografici, un po’ meno politici che innervano il suo racconto del nuovo momento asiatico, fatti utili da conoscere per noi che qui alla periferia del ribaltone geopolitico, quando va bene, abbiamo qualche straccio di articolo su qualche specifico aspetto di quel mondo tanto grande quanto per noi sfuggente nella composita grana fine dei fatti che lì si producono. Qui dove basta la visita di Xi Jinping per rivelare il vasto oceano d’ignoranza che per noi si estende oltre le colonne d’Ercole della salvinata o grillinata del giorno e dell’eco che ogni sera il corifeo del giornalismo etico-liberale gli fa in televisione.  O dove i mediatori informativi sono il Forchielli, qualche auto-nominato sinologo o qualche amico della NATO. Ciò detto, alcune sue tesi sono al limite dell’ingenuo o del forzoso come includere quella che lui chiama Asia occidentale e noi Medio o Vicino Oriente, nel continuum asiatico. Ogni tanto il suo immaterialismo storico a base di merci e pagamenti contactless con selfie e start up riaffiora facendo facile cose che non lo sono affatto. Però altre, sono a mio avviso condivisibili o quantomeno utili da sapere.

Un fatto poco compreso dagli occidentali che ragionano ancora in termini di allineamenti coerenti e caporali di giornata, è che il mondo multipolare sarà fatto da reti di inestricabili intrecci e che -in definitiva- tale “tessuto assieme” (cum-plexus) risulterà assai più stabilizzante per quanto dinamico della contrapposizione tra blocchi. Il nuovo campione di questa postura è senz’altro l’India. L’India fa esercitazioni militari con gli USA in chiara funzione anti-cinese, così come sta allacciando raccordi spessi con altri due storici non amici dei cinesi: il Vietnam ed il Giappone. Ma l’India ha come maggior fornitore di armi la Russia, dieci volte più che gli USA (Sipri – Arms Transfers Database 03/19) con i quali, tra l’altro, ha di recente firmato accordi per una mini-via della Seta India-Iran-Russia (via Caspio). Iran che è il principale fornitore di energia del vorace gigante asiatico. In tutto ciò, l’India è  il secondo paese per quote sottoscritte (e relativi diritti di voto) dell’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) che gli dà anche un vice-pesident nel Board of Directors del gigante bancario a prevalenza cinese che finanzierà le Vie della Seta. Non solo, è stato anche di recente cooptato assieme all’odiato Pakistan, nell’esclusivo club sino-russo della Shanghai Cooperation Organization. Il che non gli impedisce di far scaramucce coi pakistani nel Kashmir, mandando neanche tanto trasversali messaggi ai cinesi che lì vogliono far passare un pezzo del network serico. Semmai i britannici decidessero davvero di dar corso alla Brexit, già era previsto che il primo accordo di libero scambio con ampi legami banco-finanziari sarebbe stato con i cari, vecchi, amici indiani.  Nel frattempo, Modi annuncia orgoglioso di esser diventato la quarta potenzia spaziale del pianeta ovvero di esser pronto di sedersi al tavolo da gioco delle guerre stellari con dotazione atomica. Insomma, da che parte sta l’India? Dalla parte “sua”, evidentemente. Il geopolitico americano Ian Bremmer lo definì G-Zero o “Every nation for itself” come da titolo di un suo libro del 2012.

Il grande vantaggio del mondo multipolare, sarà questo mercato delle amicizie pieno di concorrenti che permetteranno ad ogni stato di far ciò che gli studiosi di IR americani chiamavano “cherry picking”, prendere le ciliegie più succose da vari cesti, nonché bilanciarsi di qui e di là per tenersi in piedi nei marosi della Grande Complessità. Tutto ciò più che “globale” è “inter-nazionale”, è gioco che giocano gli Stati alla faccia di quei improvvidi scenaristi che ne avevano annunciato morte certa. Certo la possibilità di barcamenarsi sarà una declinazione di una qualche forma di potenza relativa, San Marino avrà poco cherry picking da fare (per quanto si segnala una misteriosa visita di Lavrov alla Repubblica del Titano proprio i giorni in cui qui c’era Xi Jinping). Ma le medie potenze, potrebbero altresì darsi molto più da fare a stare in alleanze militari con qualcuno, commerciali con qualcun altro e così via. In fondo è la stretta logica del bilanciamento che poi è la base degli ordini multipolari (Europa XIX secolo, Italia del XVI secolo). In questo nuovo gioco del mondo complesso,  contano le fiches effettive (cosa hai da dare -materie prime o energie, merci, armi, denaro, passaggi logistici-, a chi, per quale ragione) e la credibilità dei giocatori principali ovvero la loro reputazione.

Molti avvertono che la Cina, nelle varie partite bilaterali necessarie alla costruzione delle Vie della Seta, sta qui e lì provando a trarre il proprio maggior vantaggio con un certo egoismo che fa urlare a “neocolonialismo!”. Letti certi commenti, pare a qualcuno strano che la  BRI non sia un ente di beneficenza. Però i più pensanti prevedono che starà ben attenta a non farsi fama di eccessiva voracità e mancanza di elasticità, altrimenti il suo progettone logistico non andrà di un metro oltre il Xinjiang ed i delusi rimbalzeranno nelle braccia americane in mezzo secondo netto. Forse i cinesi sanno leggere Confucio meglio degli occidentali e l’etica confuciana si basa su principi di cui quello di reciprocità è il più importante (Analects 15.24), principio che accomuna la morale astratta alla pragmatica concreta e che è ritenuto uno dei pochi reali “universali” esistenti.  Di contro, le recenti promesse di nuovi dazi di Trump al perno della sua strategia indo-pacifica (il Pivot to Asia di Obama-Clinton semplicemente rinominato), ossia all’India, per non aver osservato l’embargo verso l’Iran, come già accaduto nella reciproca relazione con il filippino Duterte e il coreano Moon Jae-in ed allo stesso Pakistan, come già il proditorio ritiro dal TPP ha detto a gli 11 paesi del Pacifico coinvolti, tutto ciò dice a gli asiatici che gli americani vanno sullo strano e non ci si può far affidamento più di tanto.

Questa stessa struttura di fatti intrecciati, fornirà sia alla Cina la possibilità di penetrare il campo americano, sia all’America di penetrare il campo cinese, (con russi ed indiani battitori liberi)  sebbene la Cina si presenti con soldi da investire e gli americani più spesso con le armi da vendere e stante che entrambi hanno le loro luci ed ombre in termini di reputazione. Il titolo originario del lavoro di Khanna, dopo i commerci citava doverosamente i conflitti e conflitti nell’accezione di frizioni anche aspre, ci saranno senz’altro, naturali ed indotti. Conflitti però non significa necessariamente spararsi addosso l’un con l’altro. Egoisti sì, stupidi no.

Ma oltre a ciò, la tesi macroscopica dell’articolo di FT riportato, che è poi la tesi di K. Mahbubani, che è la tesi di fondo dell’ultimo Khanna, ha una sua ulteriore evidenza. L’Asia si sta configurando come un sistema ed è destinata a fungere da attrattore per l’Europa visto che gli scambi commerciali reciproci sopravanzano in entrambi i casi quelli con gli Stati Uniti rivelando la natura geografica, quindi solida, del concetto di Eurasia. Il sistema asiatico è multipolare, frattale di un più ampio mondo multipolare. Nel sistema asiatico, i prestiti interni cominciano ad esser in valuta locale e così molte partite bilaterali che aumentano le reciproche riserve ed invogliano ad ulteriori scambi. Quel “locale” o “macro-regionale” che è concetto offuscato dalle molte letture ultra-qualitative sulla globalizzazione che qui da noi hanno imperversato sin troppo. Nei nudi fatti, quasi tutti paesi del mondo, continuano ad avere i vari vicini come prime tre posizioni tanto per l’export che per l’import. In più, quel paniere di valute  è generalmente a livello più basso del dollaro e dell’euro e rimanendo nell’ambito asiatico, ogni paese ha più possibilità di accedere ad un moderato benessere anche senza diventare “ricco”, comprandosi merci reciprocamente senza passare per il dollaro. Rimanendo all’interno della nuova Asianomics, lì hanno sentito meno la crisi globale e gli investimenti tra loro stanno già -in parte- sopperendo ai ritiri occidentali. Hanno già una ampia divisione del lavoro con punte di eccellenza tecnologica affermata in Giappone, Corea del Sud e Cina ed un settore servizi che si sta ampliando in tutti i paesi prima condannati a restare fabbrica del mondo. La Cina ci sta dando dentro anche nella scienza e lì saranno dolori, alla velocità con cui sembra stanno procedendo nella crittografia quantistica c’è il rischio mandino presto in vacanza l’intera NSA.  Sempre più fitte le interconnessioni interne sia virtuali (tlc), sia reali (aerei, strade, ferrovie, porti) con sempre più turisti interni ovvero asiatici che visitano altri paesi asiatici e studenti degli uni che vanno a formarsi dall’altro. Quello che molti euro-centrati non sembra abbiamo compreso è che la BRI cinese è in primis una commodity asiatica per legare gli asiatici tra loro e tutti assieme all’Europa e all’Africa, naturalmente coi cinesi azionisti di maggioranza. Inoltre, nessuno di loro pone all’altro imbarazzanti questioni di legittimità che siano la democrazia liberale o i diritti umani o l’intervento dello stato nell’economia. Hanno tutti lo stesso interesse a dotarsi di una ampia classe media ed hanno tutti sacche di profonda povertà ancora da riscattare. Hanno tutti avuto accesso al modo moderno di stare al mondo da poco tempo ed hanno parecchio tempo davanti ancora per svilupparlo a loro beneficio, facendo crescere il loro interno senza diventare imperi espansivi.

Tutte queste sono pur sempre ancora e solo tendenze, i sistemi non si formano in pochi anni, però sembrano esserci piene condizioni perché processi di auto-rinforzo interno, creino ulteriori ragioni di sempre maggior interconnessione. L’interconnessione fa il sistema ed il sistema più massivo fa da centro di gravità per tutto il resto. Sì, pare proprio che il prossimo e forse non solo il prossimo, sarà un secolo asiatico.

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E’ chiaro che nel nuovo assetto mondiale che si verrà a creare, le nostre condizioni di possibilità si restringono. Possiamo aspettarci una sequenza di impatti negativi crescenti sebbene gli asiatici ci promettano futuri basati su quella metafisica dell’assurdo inventata dagli anglosassoni che è il “win-win”. Per certi versi abbiamo già cominciato ad averli. Il “neo-liberismo” può esser letto anche come una manovra disperata del nostro sistema centrale di mantenersi funzionante. Ma stiamo vedendo che come traiettoria storica comincia a mostrare la sua insostenibilità e molti cominciano ad esser i ritorni negativi e disfunzionali, veri e propri fallimenti in termini di adattamento alle nuove condizioni del mondo, a partire da quella rottura del “contratto sociale” che teneva in piedi l’interno dei sistemi nazionali.

Tentando uno sguardo rivolto ai prossimi anni, si intravedono tre possibili esiti. Il più probabile è che non succeda nulla di rilevante e l’Occidente farà la fine della rana bollita. Nel mentre le sue élite sposeranno il dispotismo asiatico ritirando il suffragio universale e, sposando i nuovi sistemi di controllo sociale elettronico, continueranno a produrre ricchezza fittizia che  accumuleranno as usual, preparandosi alla fine dei tempi salvando se stessi ed i propri cari con qualche protesi in più in qualche atollo recintato dalle invasioni dei barbari.  Nel frattempo, molti gramsciani mostri nasceranno nel sempre più fitto chiaroscuro, ogni giorno un po’ più scuro. Il disordine chiamerà ordine purchessia ed ecco pronto il liberalismo illiberale.  Se la risposta al lento declino è Trump, Salvini, Le Pen, famiglia e porto d’armi, vuol dire che al peggio non c’è mai fine e quando si tocca il fondo si può sempre cominciare a scavare. La seconda possibilità è il collasso Sansone&Filistei. Qualcuno a Washington perde la testa e s’innesca la banalità dal Male che nessuno vorrebbe coscientemente ma poi si va in modalità inconscio e chissà allora cosa può succedere. Personalmente lo ritengo improbabile, ma non impossibile. Infine, a noi occidentali inventori del modo moderno di stare al mondo, si pone un nuovo eccitante compito: pensare al modo successivo. Dopo i mille anni ordinati da aristocrazia e religione ed i cinque secoli moderni della borghesia e capitale, ci inventiamo un nuovo adattamento. Quest’ultimo lo ritengo anche improbabile ma a differenza del secondo, nella misura in cui non cambiamo radicalmente mentalità a partire da chi ha il compito di leggere la realtà ovvero i privilegiati lavoratori dell’intelletto, sembra anche impossibile. Ma chissà, la speranza è l’ultima a morire o forse, come con la peste del ‘300, un qualche agente esterno tipo la condizione ambientale, ci darà uno di quei salutari schiaffoni che aiutano a crescere. E comunque, anche la Peste Nera veniva dall’Asia …

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Libri citati: K. Pomeranz, La grande divergenza, Il Mulino, 2012 / B. Milanovic, Ingiustizia globale, LUISS, 2017 / J. De Vries, The Industrious Revolution: Consumer Demand and the Household Economy, 1650 to the Present, CUP, 2008 / Parag Khanna, Il secolo asiatico? Fazi editore, 2019 / Ian Bremmer, Every nation for itself, Penguin, 2012 /  K. Mahbubani, Has the West Lost It? Penguin, 2018 / P. Frankopan, Le Vie della Seta, Mondadori, 2017 / P. Grosser, Dall’Asia al mondo, Einaudi, 2018 /  S. Conrad, Storia globale. Una introduzione, Carocci, 2015 / I detti di Confucio (Analects) a cura di Simon Leys, Adelphi, 2006. A.Maddison sarebbe il mitico The World Economy: A Millenial Perspective OECD, 2001. Arrighi con l’insuperato Il lungo XX secolo, Il Saggiatore, 2014 mentre i Braudel da citare sono troppi. Piccolo, ma saporito La dinamica del capitalismo, Il Mulino, 1981 Lì l’autunno occidentale già c’era tutto, quando si investe tempo a leggere gli storici invece che i giornalisti o gli economisti di giornata, è sempre tempo ben speso.

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UNA NUOVA UNI-MULTIVERSITA’ COMPLESSA?

Articolo pubblicato sul sito del Festival della Complessità (qui) che quest’anno giungerà alla sua Xa edizione.Alla versione on line sul sito del festival, qui si aggiungono alcune considerazioni più specifiche (in corsivo).

Nei due articoli precedenti sul –pensare le cose nel loro complesso– ed il successivo che tornava sulla annosa questione delle “due culture”, abbiamo indagato l’impostazione del nostro sistema delle conoscenze. Già qui avevamo introdotto a premessa l’intero argomento. Pare a noi evidente che un mondo sempre più complesso quindi “intrecciato assieme”, chiami una profonda revisione del nostro sistema delle conoscenze, sistema che ereditiamo dal moderno, un periodo alla fine del suo ciclo storico e culturale. A sua volta, il sistema moderno andava a rimpiazzare il sistema delle conoscenze medioevali, il trivium (latino, retorica e filosofia) e quadrivium (aritmetica, geometria, astronomia e musica) impostati da Marziano Capella già nel V secolo. Se ogni epoca si rispecchia in un sistema di conoscenze, potremmo interrogarci su quali potrebbero esser le condizioni necessarie per riformare l’attuale sistema in  tempi di nuova complessità.

La riflessione anglosassone su i sistemi di educazione e formazione va avanti già da tempo. Si sta verificando che il sistema delle iper-specializzazioni votate alla formazione -tra l’altro non di futuri cittadini, ma di futuri professionisti-, ha tre problemi. Il primo è che il mondo del lavoro richiederebbe in realtà un misto di saperi pratico-teorici, quando le scuole sono semmai prodighe dei soli saperi teorici. Il concetto stesso di specializzazione è ambiguo dato l’alto tasso di odierna evoluzione delle forme economiche che sembrano chiamare certe conoscenze per un qualche periodo di tempo, poi altre per il periodo successivo. Il secondo è che, più in generale, la formazione teorico-specialistica sembra produrre tecnici che si trovano a loro agio solo nell’applicazione di procedure e modelli, totalmente smarriti quando si tratta di improvvisare, innovare, inventare. Data la richiesta di un alto tasso di novità crescenti e data l’alta interconnessione che c’è nei sistemi complessi e dato che tutti i principali sistemi della nostra vita associata stanno diventando sistemi molto complessi, si sta venendo a creare una sorta di disadattamento cognitivo per il quale si formano esperti di procedure laddove si incontrano ogni giorno di più terre incognite che di loro natura non sono ancora mappate, né tantomeno hanno procedure indicative sul come affrontarle.  Il terzo problema è che qualsiasi sia la forma di pensiero applicato, va applicato a cose che sono connesse ad altre cose di cui lo specializzato non è che non abbia conoscenza, non ha proprio “visione”, nel senso che pensa le cose scisse dalla rete di ciò che le co-determina.

Già qualche anno fa mi capitò di leggere sulla stampa, da un parte i lamenti dei grandi CEO della varie compagnie high-tech della Silicon Valley che lamentavano questa abbondanza di cervelli piatti (nella mitologia dei vari eroi della nuova rivoluzione tecnologica, da Jobs a Musk, da Gates e Zuckerberg a Bezos, prevalgono 3-2 addirittura i non laureati) e dall’altra il dibattito nazionale sull’urgenza di modificare i nostri italici sistemi educativo-formativi in direzione di quel mente-piattismo che gli “eroi dell’innovazione” stavano dicendo essergli del tutto inutile. L’assenza di attitudini mentali critico-creative, deprime la pulsione all’innovazione, la procedure impediscono la “serendipity” in via di principio. Con ciò non si vuol far l’elogio acritico del nostro sistema educativo a base gentiliana, ma se ci si vuol metter mano si discuta al suo giusto livello le problematicità. Più scienza meno filosofia, ad esempio, non è il “giusto livello”.

La questione poi solo accennata, ovvero se i sistemi educativi debbono formare cittadini o professionisti, meriterebbe invero di un lungo spazio a sé. A noi pare evidente che, registrando l’evidente complessità della fase di transizione storica nella quale siamo capitati, la priorità vada alla formazione di mentalità adatte a rinforzare le capacità adattative della società intera, poiché oggetto di selezione naturale sono i gruppi umani prima dei singoli come anche alcuni biologi evolutivi vanno scoprendo di recente. Che queste capacità siano pensate come adattamento a svolgere il ruolo di frazione e segmento di processi economici, è fare una scelta a priori che non si può accettare senza un atto di fede. A volte sembra che se il Moderno è iniziato contrapponendo la ragione alla fede, stia ora finendo riproponendo la fede nelle virtù salvifiche dello sviluppo infinito dei processi economici, senza il sufficiente distacco critico di ragione. Magari ciò che va adattato in primis è proprio il ruolo che il fare economico ha nell’ordinare le nostre società. Chi e come lo discute questo problema se formiamo solo funzionari di procedura? Come poi vedremo, non stiamo qui trattando un argomento fatto di tante parti pensando di poterlo trattare con generalizzazioni. La discussione sull’utilità dei saperi, utilità generale o specifica, è certo assai complessa. Stiamo solo sostenendo che i nuovi tempi presentano un tale elenco di novità intricate (politiche, sociali, geo-politiche, ecologiche, culturali, etiche) che se ai cittadini si chiede solamente di continuare a suonare “Sogno d’Autunno”[1] per mantenere di buon umore la prima classe, il naufragio è certo. Lo “smarrimento dell’opinione” che fa il paio con l’interminabile sfilza di fallimenti collezionata dalle élite che governano le nostre società, raccomanderebbe uno scuotimento, un ravvedimento, una reazione a questo melmoso affogare nel mentre alte si lanciano le grida semplificatorie di chi ha capito tutto, tranne la cosa più importante ovvero che sulla soluzione da dare alla matassa di questioni che ci stanno venendo addosso, onestamente, non abbiamo la più pallida idea.

Veniamo quindi a commentare una notizia fresca e molto pertinente al nostro tema che è quello delle forme complesse di conoscenza. Qui s’annuncia la creazione a Londra del primo corso di laurea generale che mischia saperi scientifici ed umanistici. Promossa per ora dalla vulcanica Virgin e da una delle principali società di consulenza del mondo, la McKinsy[2], la London Interdisciplinary School (LIS), ha un suo sito che è ancora un po’ vago sulle effettive forme di come funzionerà l’università ma qualcosa dice. A priori, si collochi il discorso nella sua giusta dimensione. E’ questo un territorio inesplorato, quello che hanno intenzione di fare o non fare alla LIS, lo prendiamo come segnale non come modello. Loro stessi ed il modello che hanno in testa, avranno bisogno di tempo per verificarsi ed assestarsi. Il segnale però è interessante.

Sul loro sito, mostrano alcuni casi applicativi di problem solving. Quante sono le competenze necessarie ad operare sul problema della malaria? O per trattare il problema dell’olio di palma? O per valutare i limiti delle libertà di parola su Internet? L’elenco delle competenze oggi è in più corsi di laurea separati, ma chi è in grado di comporre assieme queste competenze separate? Più dentro il sito, mostrano una partizione interessante tra il “capire il mondo” e i “metodi per cambiare il mondo”. Nel primo ambito, è interessante la linea di studio su “Umanità nel tempo e nello spazio”. Questa materia nuova si chiama geo-storia ed invero non è affatto nuova, solo molto poco frequentata. Lo storico Y.N.Harari, ci ha fatto sopra almeno tre top seller oltreché la sua fortuna, sebbene quelli di Harari siano libri divulgativi e non esattamente matrici di un nuovo metodo. Il punto però è che ci sono almeno tre intrecciati saperi generali indispensabili per affrontare le principali questioni del mondo complesso nel suo generale.

Il primo di questi saperi è la storia ma una storia non limitata al proprio paese o all’Occidente per noi che di quella civiltà siamo parte. Dai lavori di P. Frankopan[3] al più recente Pierre Grosser[4], così come Parag Khanna nel suo ultimo “Il secolo asiatico?” (Fazi editore, 2019), è tutto uno scoprire che il 60% dell’umanità è in Asia (la somma di Europa, Nord America ed Oceania dà 10%, e in prospettiva sarà in contrazione) e dal momento che l’Asia ha intrapreso una sua strada di nuovo sviluppo declinando a modo suo le ricette a base della modernità occidentale il XXI secolo sarà certamente un “secolo asiatico”. Cosa sappiamo noi dell’Asia? E quello che sappiamo chi ce lo ha raccontato? Da che punto di vista? Carico a priori di quali teorie? Veniamo da anni di dibattito televisivo con “esperti” che dell’islam non avevano neanche le conoscenze di base da Bignami[5], non sembra che sull’Asia andrà meglio. Altresì, la storia di una specie che ha 200.000 anni (e come genere più circa 3 milioni), non si può ridurre allo stretto arco di ciò di cui abbiamo fonti scritte. Sebbene archeologia, paleo-antropologia o paleo-ecologia, nonché biologia evolutiva, non siano oggi parte dello sguardo storico, se si vuole integrare la storia effettiva del tempo profondo, occorre averne una qualche nozione.

Se i fatti storici sono il tempo, il tempo è inestricabilmente intrecciato allo spazio che è studiato in geografia, il secondo sapere necessario. La geografia determina, condiziona, suggerisce, impedisce. Una certa retorica idealistica, ha di recente svalutato l’importanza materiale dello spazio, si è addirittura profetato un mondo post-geografico. La logistica delle reti commerciali internazionali, i relativi conflitti geopolitici per il controllo di passi, stretti, fiumi, coste, risorse e fonti d’energia; le migrazioni, le crisi ecologiche, ci dicono che la nostra platonica immaginazione post-materiale ha corso un po’ troppo. I vari attriti dello spazio evidenti ad un occhio geografico permangono dato che siamo fatti di atomi-molecole-cellule e non di bit. Altre volte nella storia delle idee abbiamo visto questo entusiasmo ingenuo  per il quale ogni cosa era un ingranaggio meccanico (‘600) o una macchina termodinamica (‘800), ora è tutto informazione.

Dopo la storia e la geografia, è chiaro che nozioni di demografia, storia delle religioni, storia delle culture e delle idee, geo-storia-economica, sono altresì necessarie. Viepiù appare bizzarro constatare che le principali cattedrali del sapere universitario economico, siano praticamente prive di corsi di storia dell’economia, come se l’economics fosse una ideologia unica, a-temporale, a-spaziale, una disciplina newtoniana di saperi senza spazio e tempo, veri per sempre ed ovunque. Ecco perché la regina Elisabetta ebbe gioco facile a sgridare l’intero corpo accademico della London School of Economics rimproverando loro di non aver neanche per sbaglio previsto il crollo dell’economia occidentale nel 2008. Quella insegnata alla LSE o alla Bocconi è una “scienza”? Una scienza incapace di fare previsioni ed esperimenti, ma solo modelli matematici? Disincarnata dalla demografia, storia, geografia, sociologia, geopolitica, ecologia, sistemi di immagini del mondo e financo psicologia? Una scienza umano-sociale disincarnata da uomo e società?

Insomma il solo limitato e specifico corso di “Umanità nel tempo e nello spazio” convoca un sistema integrato di saperi che oggi sono del tutto dis-integrati.

Nel secondo ambito dei corsi di studio che si pensano di impiantare alla LIS, c’è un saporito elenco di pensiero critico, creatività ed ideazione, strategia ed ovviamente un chiaro riferimento ai saperi trans-disciplinari dei “sistemi complessi”. Sono poi anche previsti corsi di fisica del mondo (da intendersi probabilmente come nozioni generali di fisica-chimica-biologia), tecnologie, teoria economica ed altro. Vedremo come si compirà il quadro definitivo. Sta di fatto che l’intento sembra ricomprendere la conoscenza necessaria in un unico arco “dalla fisica alla metafisica”[6], ameno nelle nozioni generali.

Questa ipotetica forma nuova della conoscenza complessa poiché “intrecciata assieme”, ha bisogno di alcune altre specifiche per avviarsi a dibattito.

La prima è che ovviamente non sostituisce i saperi specialistici non meno necessari di questa impostazione generale. Semplicemente, sarebbe utile avere nelle aziende, nelle amministrazioni, in politica, nel mondo intellettuale, compresenza di specialisti e generalisti poiché la grana fine delle parti e la grana grossa dell’intero, sono livelli di lettura ed analisi idealmente e praticamente complementari ed entrambi necessari. Si tratta solo di aggiungere nell’ideale piano cartesiano che individua gli oggetti ed i fenomeni, alle ordinate degli specialismi, le ascisse dei generalisti. Il tutto e le sue parti sono co-implicati poiché si co-determinano.

La seconda è che i nuovi “generalisti” ovviamente non saranno onniscienti. Andrebbero però dotati di coordinate di orientamento in un set di saperi generali ritenuti necessari da individuare e probabilmente a loro volta da declinare in due tre indirizzi che pesino di più o di meno le tre famiglie delle conoscenze: scienze dure, scienze umano-sociali e saperi più prettamente umanistici. Elementi di cultura generale farebbero bene anche a chi sceglie i saperi tecnico-applicati ed a tutti farebbe bene anche una spolverata di Storia dell’Arte e delle Religioni. Questa pratica di brokeraggio delle conoscenze che i nuovi “generalisti” potrebbero svolgere, farebbe anche molto bene ai rapporti tra mondi della conoscenza e mondo delle pratiche. Ad esempio, coltivare i saperi antropologici è assolutamente utile e necessario anche se magari è difficile che singole aziende assumano un antropologo (alcune recentemente hanno cominciato a farlo, per altro) o un filosofo o un sociologo. Se però ci fosse l’abitudine a consultare vari tipi di esperti in vari campi per vari problemi, anche l’antropologo o il filosofo o il sociologo avrebbero di che vivere senza per forza diventare assistente precario per tutta la vita del loro dispotico titolare di cattedra[7] o diventare improbabili impiegati di multinazionale.

Infine, trattandosi di un nuovo sistema, non ci si fermi a questi primi balbettii. Si devono immaginare percorsi, tentativi ed errori, sperimentazioni, ideazione creativa e stretta verifica con feedback correttivi, prima di avere idee più fondate. Altresì, si debbono immaginare sintesi e sintesi di sintesi che oggi non ci sono, testi interdisciplinari, multidisciplinari, transdisciplinari[8], dibattito sul metodo, strumentazioni, banche dati sistematiche, cataloghi e nuove categorie oltreché concetti. Insomma va sviluppata una nuova forma di cultura integrata  e dopo secoli di disintegrazione, non sarà facile ed immediato farlo.

L’Era della Complessità pone questioni che non possono esser affrontate senza predisporsi al cambiamento anche deciso, delle forme organizzative della nostra vita sociale. Sappiamo e ci preoccupiamo delle questioni ambientali, della questioni etiche connesse allo sviluppo delle nuove tecnologie, delle potenti frizioni della tettonica geopolitica, delle sempre maggiori diseguaglianze, degli squilibri demografici, dell’impazzimento semplificatorio del dibattito pubblico. Dovremo cambiare molte cose ed abbiamo lunghi elenchi di problematiche critiche. Chi discuterà le soluzioni? Nell’interesse di chi? Con quel mentalità? Forse la prima risposta è proprio quella di ripensare a come pensiamo le cose.

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[1] “Songe d’Automne” pare sia l’ultimo pezzo suonato dalla famosa orchestra del Titanic mentre il vascello affondava. Si noti l’ironico richiamo a quell’ “autunno” come china finale di un ciclo storico-economico di braudeliana memoria.

[2] La presenza tra i promotori della McKinsy è interessante. Una delle principali società di consulenza aziendale mondiale, quanto a management e strategia d’impresa forse “la” principale, McKinsey è stata essa stessa spesso accusata di mente-piattismo e di contro, chi meglio di loro ha il termometro di quale sia il “livello culturale” del management d’impresa che nel tempo ha sostituito capacità varie con l’uniformismo finanziario?

[3] P. Frankopan, Le Vie della Seta. Una nuova storia del mondo Mondadori, 2017

[4] P. Grosser, Dall’Asia al mondo, Einaudi, 2018

[5] Sarà il caso specificare che l’islam è un sistema che copre circa 1,7 miliardi persone che è poco meno di un quarto della popolazione mondiale, è la religione principale in 57 stati (più di un quarto del mondo) di tre aree continentali (Asia, Medio Oriente, Africa), ha due principali interpretazioni (sunniti e sciiti) e ben quattro scuole giuridiche (interpretazioni diverse della sharia). Gli Arabi (cluster non privo di problemi definitori), sono meno del 20% dell’islam e le interpretazioni del Corano in uso presso l’Isis, sono quelle praticate in un solo paese di tutto il mondo musulmano: l’Arabia Saudita.

[6] Che poi era il modello del “Liceo” di Aristotele.

[7] Segnalato dal fisico Carlo Rovelli, questa invocazione al ruolo della filosofia come essenziale alla formazione dei pensieri, logiche ed argomentazioni , in ambito scientifico (con esempio relativi alla biologia, scienze cognitive e la stessa fisica oltreché, ovviamente, come epistemologia). Gli autori, tra cui lo stesso Rovelli, provengono dalle scienze, dure, umane e sociali ed il pensiero umanistico propriamente filosofico. https://www.pnas.org/content/116/10/3948?fbclid=IwAR3HQ8bHTqBJI2_D_HerrILa7aOF30WdHds96uWvGST0V0ErZzvn3dtawV4

[8] I riferimenti vanno facili ad i due volumetti di E. Morin: La testa ben fatta, Cortina, 2008; I sette saperi necessari all’educazione del futuro, Cortina, 2001

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COMPITI PER IL PENSIERO COMPLESSO.

61WIztYBlxLNell’articolo, che originariamente è pubblicato sul sito del Festival della Complessità, si pone la questione della agonistica separazione tra cultura scientifica e cultura umanistica, conosciuta anche come questione delle “due culture”. Questa separazione,a grandi linee e con bordi sfumati, sembra corrispondere ad una più profonda divisione tra cultura europea e cultura anglosassone, che oltre al suo riflesso in filosofia ha oggi anche una sua attualità politica. Poiché finisce col presentarsi anche come separazione tra il fare le cose ed i fini per cui le si fanno, nonché il loro significato ed il come le giudichiamo criticamente e per altri versi come separazione tra uomo e natura, la si pone come una delle questioni in agenda per un pensiero che voglia ripensare le cose “nel loro complesso”, inclusa la conoscenza stessa. Parleremo anche del sito americano -Edge- un aggregatore di pensatori tra cui molti rappresentanti di un certo tipo di pensiero della complessità contemporaneo.

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L’americano John Brockman nasce come agente letterario a vocazione scientifica, ma nell’esercizio della sua professione è poi diventato depositario di così vaste conoscenze da vedere una possibile sintesi, quella sintesi di sintesi di cui abbiamo parlato in un precedente articolo (qui). E’ diventato così autore egli stesso e animatore di circoli di pensiero, sempre nell’ambito tecno-scientifico tipicamente anglosassone. Come autore, ha scritto almeno un libro l’anno negli ultimi quindici anni (più d’uno tradotto in Italia), mente quindi molto eccitata. Uno in particolare si distingue, “La terza cultura” (Garzanti, 1999), che segna il momento in cui gli si è formato un nuovo sistema mentale, un diverso modo di vedere le cose nel “loro complesso”. Di quel libro in cui il nostro ha preferito far parlare direttamente 25 scienziati tra cui molti interni alla tradizione del pensiero complesso (M. Gell Mann, F. Varela, B. Goodwin, S. Jay Gould, S. Kauffman, C. Langton, L. Margulis ed altri molto noti da S. Pinker a M. Rees, da L. Smolin a R.Penrose, più tangenziali a questa forma di pensiero) ha avuto l’intuizione del titolo che fa categoria e le categorie, si sa,  ordinano le sintesi. Ma cos’è la “terza cultura”?

Quel titolo, seguiva un famoso pamphlet degli anni ’60, scritto dal britannico C .P. Snow che ebbe un suo vasto seguito[1]: Le due culture (Marsilio, 2005). Snow, partendo dalla condizione della cultura soprattutto britannica, lamentava il rancoroso divorzio tra cultura scientifica e cultura umanistica anche se più che altro, il rifiuto della prima da parte della seconda[2]. Ecco allora spiegato il titolo-manifesto di J. Brockman, la “terza cultura” in pieno schema dialettico-hegeliano, si presentava come “superamento” della dicotomia in una nuova sintesi che includeva amalgamandole le due tradizioni conoscitive in antitesi. In realtà, il programma di Brockman era meno dialettico del suo titolo, alla fine infatti rimaneva prevalentemente piantato nel solo campo scientifico[3]. Una sorta di inversione gerarchica per la quale quella scienza prima ribellatasi alla teologia, poi emancipatasi dalla filosofia, diventava il nuovo vertice della piramide del pensiero dominando tutto il resto. Naturalmente, derivando da Pitagora e Platone almeno per la via matematica, non poteva esser certo la scienza a pensare criticamente lo stesso apriori della “piramide del pensiero”. Che la conoscenza debba ordinarsi per gerarchie venne, e purtroppo ancora viene,  dato per scontato.

In merito a questa problematica relazione agonistica (ed anche un po’ confusa) tra8811592763 scienziati duri, sociali ed umanisti, così difficile da superare, possiamo notare che la faccenda è tutt’altro che semplice -al solito- ed ha radici lunghe e complesse. Un fortunato saggio della filosofa italiana Franca D’Agostini, “Analitici e continentali” (Cortina, 1996) mappò in campo filosofico la deriva dei continenti filosofici tra anglosassoni (analitici) e continentali (franco-tedeschi ed altri tra cui noi italiani), trovandone radici a partire dalla fine dell’Ottocento, in piena Rivoluzione industriale o forse ai primi del Novecento. Ma ampliando lo sguardo nel tempo, potremmo rinvenire questa divergenza molto ma molto prima, addirittura sin dall’Alto Medioevo ed al fatto che, seguendo il solo campo teo-filosofico, in Inghilterra pervenne più il pensiero francescano che aveva radici neo-platoniche, che quello tomista che aveva radici aristoteliche. Capisco che la faccenda a molti di voi interessi poco e sia molto specialistica dello studioso di filosofia, però ha anche una sua versione antropo-storico-geografica più pret-à-porter ed arriva anche a fatti politici di grande attualità. Forse la stessa Brexit e Trump ed il come questi due fatti sono recepiti e giudicati in Europa, ne sono una declinazione.

Nei fatti, l’Inghilterra o ciò che c’era prima di questa definizione, è sempre stata un po’ dentro il sistema europeo ed un po’ a sé, come si conviene a tutte le grandi isole limitrofe a coste continentali, vedi il rapporto tra Giappone ed Asia. L’Inghilterra o meglio la sua cultura dominante di origine anglosassone, ha sempre avuto un fondo pagano e naturalista. Scoto Eriugena che era non si sa se scozzese o irlandese, già nel  IX secolo si interessava più di Dio in quanto natura che il Dio-idea tipicamente latino. Quando Enrico VIII si inventò la Chiesa anglicana, niente di meno di una chiesa cristiana ma cristiano-inglese, formalizzò semplicemente il fatto che gli inglesi erano un sistema loro proprio, una sorta di Brexit ante-litteram, nel 1534. Gli anglo-sassoni, quando ancora sul continente (IV°-V° secolo in Germania – Danimarca), erano abituati a vivere in gruppi famigliari isolati in grandi spazi, non nella civis, da cui secondo alcuni, la loro indomita passione per la libertà, ma anche una forma debole (a volte non poi così “debole”)[4] di sociopatia, nonché un rapporto un po’ conflittuale con la natura che infatti il loro Bacone vedeva come “prostituta da asservire all’umano piacere”. Tra condizioni di vita ed immagine di mondo, ci sono sempre reciproci riflessi e  la mentalità anglosassone è diversa da quella continentale, in particolare latina, poiché ha altra geografia e quindi nel tempo, ha avuto un’altra storia in un misto di empiria, scienza, tecnica, finalizzate in prassi. Per riproduzione asessuata, la cellula inglese produsse poi la figlia americana che in altro contesto, lontana dall’Europa e dalla stessa Gran Bretagna, speciò poi a modo suo, radicalizzando alcuni tratti già propri della lontana origine anglo-sassone. Nelle misura in cui tale pragmatica impostazione empiro-tecno-scientifica-pragmatica produsse effettivi benefici che poi aiutarono l’eccezionale sviluppo prima dell’Impero britannico, poi di quello informale americano, tale impostazione s’impose come “occidentale”. Ma, nel vago concetto di “occidentale” rimane quella ostinata differenza di fondo poiché ciò che genera la geografia nel tempo, ovvero la geo-storia, proprio come  a livello biologico[5] le specie, tende a divergere partendo da condizioni iniziali anche di poco diverse. Se sintesi si ritiene di dover fare quindi, forse occorre prender atto di questa divergenza pur all’interno di altre similarità. La questione delle due culture assomiglia un po’, anche se non precisamente, ad una questione poco discussa ovvero se esistono due occidenti.

Snow e Brockman dalla loro mentalità anglosassone hanno ragione e richiamare la nostra attenzione sul portato culturale della scienza e della tecnica degli ultimi due-tre secoli. Di contro, noi avremmo le nostre ragioni a richiamar la loro all’attenzione per la tradizione della riflessione su senso e significato, su i fini, sulla giustizia umana, sulla complessità politica e culturale, financo religiosa, e più in generale sulla riflessione anche critica dei nostri modi di stare al mondo in senso adattativo, se vogliamo evitare guerre finali o cataclismi ambientali, cioè “catastrofi”. Lo scoglio non è disputarsi il primato ma trovare la corretta relazione. Qualche segnale di superamento di queste incomunicabili divisioni, compare ogni tanto qui e lì[6], ma poiché il braccio di ferro va avanti da un bel po’ di tempo, c’è forse da fare una riflessione più profonda.

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Tornando al nostro Brockman ed alla sua attività di divulgatore, sincronico al libro che ne ha segnato ed influenzato lo sviluppo delle sue idee, lanciò il sito Edge.com. che è da allora considerato la più avanzata piattaforma di pensiero intelligente a vocazione scientifica, degli Stati Uniti e quindi di buona parte del mondo occidentale. Questa comunità ospita il meglio del pensiero complesso contemporaneo, almeno quello di matrice anglosassone e di origine tecno-scientifica. Impossibile riportare qui la lista dei collaboratori che va dalla A dell’economista del MIT Daron Acemoglu alla Z del fisco austriaco Anton Zeilinger che è tra i pionieri del teletrasporto quantistico (dopo lo Scott -Scotty per gli amici- di Star Trek, ovviamente)[7]. Il nome “edge” si può tradurre con “bordo”, “margine”, “orlo” nel senso del domandarsi dove si trova il preciso confine stante che se meglio osservati, molti oggetti sconfinano dagli angusti limiti di questa o quella disciplina[8]. O forse “ponte” a voler connettere tra loro diverse piattaforme di pensiero e far arcipelago, rete o sistema. Più probabilmente, “edge” voleva significare l’invito farsi una passeggiata al limite delle idee più speculative, innovative, ancora più intuizioni che veri e propri concetti o teorie generali, in più, metterle assieme e farle configgere nel classico format della “tempesta dei cervelli”. Un po’ una Royal Society 978880615304GRAfricchettona, o un Bloomsbury group a vocazione tecno-scientifica, corroborata dal mito delle rete. La cosa poi spesso ha preso le forme delle classifiche che piacciono molto alla mentalità americana prodiga di molti “I 100 migliori …”, per altro senza mai domandarsi dove mai si vanno a fondare i criteri di giudizio per dare tali attribuzioni di valore ed assai spesso scambiando giudizi di valore per giudizi di fatto o il contrario[9]. In più, si potrebbe come qui  ha fatto l’intervistatore di Repubblica lo scorso marzo, farsi domande su quella che assomiglia ad una ripresa di tendenza neo-positivista con derive scientizzanti, o far domande su gli intrecci tra economia-finanza-ed immagine di mondo dominante, nonché disilludere l’indomabile eccezionalismo americano che può far sorridere per ingenuità anche se poi, considerando il potere che quella nazione ha, fa sorridere un po’ meno. Visto il ruolo che “Edge” svolge anche in una parte importante del pensiero complesso, quelle domande potrebbero riguardarci più di quanto crediamo.

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Il pensiero complesso, nella disciplina più ampia del pensiero umano che è e rimane la filosofia, corrisponde ad una teoria generale della conoscenza su base sistemica, il complesso “emerge” dal considerar le cose dei sistemi.  Della conoscenza generale fanno parte tutte e tre gli ambiti sviluppati storicamente, scienze dure e loro applicazioni tecniche, scienze umane e sociali, pensiero umanistico classicamente storico-filosofico. Fa parte anche logica e linguaggi come il matematico, ed anche il pensiero religioso e l’arte, le ultime due con distinta autonomia.

L’invito che abbiamo fatto al pensare le cose “nel loro complesso”, vale anche o forse prima, soprattutto per la conoscenza in generale poiché da lì si originano tutti i possibili pensieri. Cosa potremmo dire di questo rancoroso antagonismo tra cultura scientifica ed umanistica? Perché l’una ignora l’altra e l’altra addirittura arriva a gli assurdi di negare la stessa esistenza dell’una? Perché oggi tecnici e scienziati, i “nuovi barbari” anche se non tutti per fortuna (ad esempio il nostro C. Rovelli[10]), sono così smodatamente ipertrofici da non sapere neanche che Boltzmann, Planck, Einstein, Bohr, Heisenberg, Schrodinger, Whitehead, Mach ma anche Wiener (e Newton prima di ogni altro) scrissero più e più riflessioni se non addirittura interi libri di filosofia? Non è che tutti presi a replicare il nostro mondo di cose da fare secondo certi paradigmi, stiamo perdendo la capacità di riflettere sul cosa stiamo facendo, perché e con quali conseguenze? Ed è forse da questo che poi arriviamo a constatare che le tante nuove tecnologie che declinano un certo pensiero scientifico hanno così vasti problematici sviluppi e confusi scopi, etica assai problematica, impatto ambientale così negativo, riflessi sociali su quella “uguaglianza” già retrocessa ad ampiezza di grado quasi pre-moderna, questioni geopolitiche altamente conflittuali (si pensi alla guerra del 5G o le nuove biotecnologie)  e trionfo di quell’autismo algoritmico che dissecca ogni nostra inclinazione umana? Tutte cose che facciamo enorme fatica a pensare assieme. Era questo che intendevano Prigogine e Stengers nell’invocare una “nuova alleanza” tra uomo e natura? Era questo l’esito auspicato dall’invocazione a ripensare la conoscenza umana “nel suo complesso”? Non dovremmo cominciar col sostituire l’apriori piramidale la-testa-ben-fatta-741dell’ordine delle conoscenze con quello sferico, l’immagine di accerchiamento a quattro dimensioni (tre spaziali ed una temporale) delle cose e dei fenomeni, per cercar di prenderle assieme ovvero com-prenderle meglio? E che effetti avrebbe tutto ciò sulle forme sociali della conoscenza, dalle scuole alle università, dalle pubblicazioni alle categorie del dibattito pubblico e specialistico? Incantati dall’auto-apprendimento delle macchine stiamo forse trascurando le forme di quello umano che pur quelle macchine producono?

Questi son tutti “compiti per il pensiero”[11], compiti che proprio noi potremmo e dovremmo svolgere “intrecciando assieme” (cum-plexus) cose che a volte si ha interesse a tenere separate, irrelate, caleidoscopiche, riparate dall’atteggiamento critico. E’ anche questa una delle declinazioni della “sfida della complessità”, forse quella che oggi ha più di ogni altra una pressante urgenza[12]: tornare a pensare su come pensiamo.

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[1] Nel 2008, The Times Literary Supplement incluse The Two Cultures e la rivoluzione scientifica nella sua lista dei 100 libri che più influenzarono il discorso pubblico occidentale dopo la Seconda guerra mondiale.

[2] https://en.wikipedia.org/wiki/The_Two_Cultures . La tematica è poi echeggiata nel celebre saggio di I. Prigogine ed I. Stengers, La nuova alleanza, Einaudi, 1981, cap. 3. In quello che ormai è un classico del pensiero complesso, la divisione viene oltretutto letta anche come radicata in due scienze la fisica e la biologia o per lo meno a partire dalla fisica newtoniana e la chimica-fisica dei tempi di Diderot (se non prima). Il concetto di “nuova alleanza” tra l’altro, elaborato in mentalità continentale risulta più dialogico di quello di terza cultura di area anglosassone.

[3] http://science.sciencemag.org/content/279/5353/992.full

[4] K. Pickett, R. G. Wilkinson, La misura dell’anima, Feltrinelli, 2009. Ora in libreria una versione aggiornata, stessi autori, “L’equilibrio dell’anima” Feltrinelli, 2019.

[5] E. Mayr, L’evoluzione delle specie animali, Einaudi, 1970 voll I-II

[6] Si potrebbero fare molti esempi ma a titolo generale: https://www.iltascabile.com/linguaggi/morte-della-filosofia/ .

[7] Lista completa qui: https://www.edge.org/people  o anche con inquadramento più ampio sulla testata, qui: https://en.wikipedia.org/wiki/Edge_Foundation,_Inc.

[8] http://www.moebiusonline.eu/fuorionda/Brockman.shtml . La teoria della conoscenza complessa ha di sua vocazione, approcci inter-multi-transdisciplinari.

[9] L’auto-presentazione della “filosofia” del  sito:  https://www.edge.org/about-edgeorg.

[10] https://www.internazionale.it/weekend/2015/05/23/sette-brevi-lezioni-di-fisica-rovelli

[11] E. Morin, opere varie a partire da “La conoscenza della conoscenza” (Feltrinelli, 1993) ma in versione più condensata eppure efficace in “La testa ben fatta” (Cortina, 2000)

[12] https://link.springer.com/article/10.1007/s40309-017-0126-4?fbclid=IwAR0ABau7PjK_vrwbzBBSeqbDYmX-gr1NLfppbZ63g2j1_bgqRg4SE5tB9L4

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INVITO A RAGIONARE.

Dopo il festival di Sanremo ma prima del festival di Cannes, si terrà a Roma, nel secondo week end di maggio, l’inaugurazione della decima edizione del Festival della complessità. Gli amici del comitato promotore a cui quest’anno do una mano, mi hanno chiesto di tenere per un mesetto il blog collegato all’iniziativa che durerà poi tutta l’estate con molti incontri organizzati in tutta Italia.

Apriamo quindi il percorso di avvicinamento a quel primo incontro con questo post che verte su una cruciale questione relativa non a questo o quel pensiero o sistema di pensiero, ma su come componiamo i pensieri in genere. Pensare è sempre pensare a qualcosa ed è attività talmente istintiva che pensiamo tutti di poterlo e saperlo fare, siamo tutti esperti nel pensare ricevendo in eredità la funzione dalla lunga storia del nostro genere Homo, viepiù se sapiens.

Pensare a come pensiamo è una di quelle situazioni riflessive (la cosa applicata a se stessa che comincia dalla coscienza di avere coscienza) che apre un mondo diverso, non quello che vede noi alle prese con le cose del mondo, ma noi alle prese con noi stessi. E’ attività poco divertente o meno divertente che non pensare a questo o quello e poi buttarsi a capofitto nella polemica con chi la pensa diversamente, un po’ come la scuola guida rispetto al viaggiare verso una meta.

Alle volte però è necessario perché non sempre come facciamo le cose produce di per sé la miglior soluzione. Apriamo dunque con l’invito a pensare le cose “nel loro complesso”. Ma cosa significa pensar la cosa nel suo complesso?

Eccovi l’articolo sul sito del festival: qui

NEL SUO COMPLESSO.

Stavo leggendo in questi giorni un vecchio e molto citato saggio addirittura del 1917, forse più citato che letto, di fisica-biologica: “Crescita e forma” di D’Arcy W.Thompson[1]. D’Arcy è, a volte, citato in letteratura della complessità poiché tende a leggere cose biologiche in senso morfologico evidenziando i vincoli di quella struttura che poi è l’organizzazione di un sistema. Egli stesso è il fondatore della morfogenesi poi molto influente per il successivo sviluppo della biologia dello sviluppo e quindi degli sviluppi “evo-devo” (Evolutionary Developmental Biology) dell’evoluzionismo. Vi sono gradi di parentela tra morfogeni, teoria dello sviluppo e teoria delle catastrofi di René Thom, una delle teorie ausiliarie del programma di ricerca del pensiero complesso. L’opera di D’Arcy, ha sollecitato dai biologi J.Huxley e C.H.Waddington (epigenetica) ad Alan Turing, dallo strutturalista C. Levy-Strauss a molti architetti ma anche il paleontologo S. Jay Gould e la sua idea degli equilibri punteggiati. Da ultimo l’ho trovato ampiamente citato in “Scala”, Il libro di Geoffrey West  a lungo direttore del Santa Fe Institute[2], fucina del pensiero complesso di taglio scientifico, che tenta il varo di una nuova scienza “della crescita, dell’innovazione, della sostenibilità” degli “organismi, delle città, dell’economia e delle aziende”, programma tipicamente inter-disciplinare, quindi complesso.

Per certi versi, D’Arcy, potrebbe esser scambiato per un riduzionista poiché sembra disinteressato a gli specifici della chimica e di buona parte della successiva biologia o degli apporti altrettanto limitanti della stessa termodinamica, riducendo molto del biologico alla fisica con corredo di geometria e matematica. Per questa sua tendenziale riduzione, D’Arcy è anche andato in parziale conflitto con molti darwinisti poiché nei suoi casi di studio sembra dire che molto delle forme e dei loro cambiamenti, nel vivente, sottostanno in primis a semplici leggi fisiche, sono cioè vincolati. Ci sarà poi pure adattamento, eredità ed evoluzione, ma dentro confini di possibilità ben definiti. Evidenziando vincoli di struttura, in effetti non nega un ruolo successivo delle dinamiche classiche dell’evoluzionismo, sottrae però a queste l’onnipotenza descrittiva ed esplicativa. Non è quindi esattamente un riduzionista, semmai svolge dialetticamente un ruolo di ampliamento del riduzionismo genetico che tutt’oggi ha una certa diffusione.

Nel penultimo capitolo dove s’avvia ad andare più vicino alla polemica con i “darwinisti ortodossi”, il penultimo paragrafo ha il semplice titolo: “L’animale nel suo complesso”. Sarà che stavo proprio scrivendo di complessità per un nuovo libro, ma questa semplice espressione “nel suo complesso” mi è sembrata illuminante, espressione che è tutt’altro che strana usandola noi tutti nel linguaggio comune. Eppure, quante volte davvero pensiamo l’oggetto, il fatto, la relazione tra testo e contesto, nel “loro complesso”?

D’Arcy ha gioco facile a ricordare a gli evoluzionisti che “Quando analizziamo una cosa in parti separate, tendiamo a dare a queste una eccessiva importanza, esagerandone l’apparente indipendenza, nascondendo a noi stessi (almeno per il momento) l’integrità essenziale dell’insieme composto[3]. Si noti il linguaggio molto razionale e tutt’altro che mistico, non si tratta di un appello di principio all’olismo, si tratta di nudo realismo. Quel “Esagerare l’indipendenza”, ad esempio, è isolare singoli fatti o singoli temi letti da singole discipline e poi imbastire quelle tanto assurde quanto voluminose polemiche da dibattito pubblico o specialistico in cui non stiamo discutendo le cose ma solo il come ragiona il nostro avversario.  Dargli “troppa importanza” e non mediarli nelle relazioni ontologiche che hanno, è descrivere cose senza le relazioni, nascondere a noi stessi la complessità intrinseca delle cose anche se solo “per il momento”. Ma questa riduzione momentanea, purtroppo poi diventa definitiva. In fondo lo sappiamo che stiamo ritagliando un batuffolo da una nuvola, ma poi ci dimentichiamo colpevolmente di questo atto di ritaglio e pensiamo davvero esistano i batuffoli.

Aggiunge D’Arcy: “Dividiamo il corpo in organi, lo scheletro nelle ossa …” e tra l’altro l’autore aveva da poco dato una efficace descrizione scientifica di come le singole ossa non possono comprendersi per forma e generazione se non collegate nel sistema scheletrico, ma precedentemente aveva anche dato una efficace immagine di straniamento che lui provava quando, nei musei di storia naturale, vedeva gli scheletri degli antichi animali ricostruiti tutti assieme ma senza i muscoli. Nessuno scheletro si terrebbe in piedi o si muoverebbe o mai sarebbe neanche esistito se non in accoppiamento ai suoi muscoli. La stessa logica della lunghezza delle ossa, il loro connettersi a tondeggiarsi, il loro frazionarsi in segmenti minuti, non può esser compresa come fossero pezzi di puzzle creati prima del puzzle stesso.

Ed ancora ed a proposito della, allora da non molto nata, psicologia “… sappiamo benissimo che giudizio e conoscenza, coraggio o gentilezza, amore o paura non hanno esistenza separata ma sono in qualche modo manifestazioni o coefficienti  immaginari di una totalità estremamente complessa[4]. Vengono in mente certe assurde trattazioni della prima sociobiologia o di certi autori best-seller di psicobiologia. Allora perché lo facciamo, se “… il ponte viene smontato non è più un ponte e tutta la sua forza è finita”, quindi perdiamo la sua stessa ragion d’essere? Perché lo facciamo se la sua stessa “utilità” derivata dalla forma nel suo complesso, ci diventa incomprensibile?

Secondo D’Arcy Thompson i singoli aspetti, le parti, “Possiamo studiarli separatamente, ma è una concessione alla nostra debolezza e ristrettezza di visione delle nostre menti” ed ancora “sono entità separate soltanto nel senso che sono parti di un tutto che quando perde la sua integrità composita cessa di esistere”. Lo scozzese poi cita Aristotele[5] che molti ignorano essere l’origine di quel pensiero attribuito poi a Christian von Ehrenfels, padre della psicologia della Gestalt, che recita: “Il tutto è maggiore della somma delle parti” (1890), per molti versi il manifesto di sviluppo dell’intera cultura della complessità.

Ecco il punto, sapere di non sapere è sapere che l’oggetto travalica di molti gradi le nostre capacità mentali, è una lezione di modestia (o quantomeno contenimento della hybris) ma anche di realismo conoscitivo che tanto più accettiamo tanto più ci apre ad un futuro sviluppo del pensiero complesso. A volte questo problema del tanto da conoscere in rapporto problematico al poco delle nostre facoltà conoscitive,  prende la stereotipata forma del realismo delle cose che ci sono pragmaticamente da fare. Conflitto tra un presunto realismo che si accontenta di una qualsiasi riduzione pur di portar risultati concreti ed un vago idealismo della conoscenza perfetta che preme per aumentare a dismisura i livelli di conoscenza inseguendo l’indomabile complessità. Ma non è così, “adeguare intelletto e cose”, per molti casi che non quelli relativamente più semplici che abbiamo selezionato nei primi quattrocento anni della nostra avventura scientifica, tecnica e più in generale conoscitiva moderna, è capire la cosa nella sua realtà e la sua realtà è la sua completezza.

La cultura della complessità, classicamente, denuncia questa riduzione che nasce provvisoria e diciamo con limitati intenti “operativi”, ma che poi -per necessità cognitive, ma anche per precise scelte culturali- scambia l’oggetto irrelato per l’oggetto in sé, e lo fa proprio in tradizione con queste idee che D’Arcy sottolineava del 1917, un secolo fa.  Prima lo aveva fatto von Ehrenfels nel 1890, poco prima anche l’ontologo Alexius Meinong a cui si deve il termini “complessione”, allievo come von Ehrenfels , Husserl, i primi logici polacchi[6] e lo stesso Freud, del filosofo e psicologo Franz Brentano, strenuo aristotelico ontologico. Ma si potrebbe anche retrocedere al Goethe di “E’ possibile scomporre il vivente nei suoi elementi, ma non ricomporlo da questi e ricreare la vita” e forse ancor prima, poiché questa era obiezione già posta da G. B. Vico a Cartesio.

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Passando dall’archeologia dei concetti all’attualità, chi come noi opera dentro e per lo sviluppo di una cultura della complessità che unisca gli apporti scientifici a quelli umanistici ripristinando una teoria della conoscenza[7] generale che non sia solo epistemologia e che parta da una ontologia sistemica, dovrebbe farsi carico di questi problematici aspetti della riduzione. Lo sviluppo delle scienze cognitive, ci dice che quella riduzione ha ragioni oggettive per tentar di far entrare il vasto mondo o gli oggetti e i fenomeni nel “loro complesso” nella nostra singola, ristretta mente. I tavoli inter-multi-intra disciplinari, già tradizione di questa cultura ai tempi della Conferenze Macy (anni ’50) o dei tentativi di von Bertallanfy di istituire cattedre inter-disciplinari nelle università canadesi, possono espandere questa ristretta riduzione ma rimane il problema che un gruppo umano non è dotato di un singolo “Io penso” in grado di produrre un sintetico pensiero intenzionale. Come dicono gli inglesi, “un cammello è un cavallo disegnato da un comitato”, va bene il sistema pensante auto-organizzato ma dovremmo anche evolvere quel sistema nelle singole menti, pur nei limiti delle nostre limitate facoltà pensanti. La riduzione nonn va solo denunciata, è un problema oggettivo da risolvere.

Per far questo, occorrerebbe quindi inoltrarci più a fondo sulla strada delle sintesi, delle sintesi di sintesi, della produzione funzionale e non esibizionistica di nuovi concetti (evitando i “post” e l’ultra-aggettivazione), di metodi plurali che tuttavia -alla fine- pervengono ad una forma di pensiero singolare, una per ogni pensante e quindi di nuovo plurale da sintetizzare ancora in un processo ricorsivo che non ha limite finale. La “sfida della complessità” è la sfida alle nostre facoltà e modalità conoscitive, a volte un po’ troppo sazie e celebrate a seguito dei primi successi di questi ultimi quattro secoli. All’inizio le cose sono sempre più semplici, e quando ci si inoltra nella “selva oscura” dell’intessuto assieme, che si smarrisce la diritta via e noi -oggi- siamo proprio alla soglia di quell’inferno.

Proprio di questi confusi tempi in cui sembra che il nostro mondo stia affogando in un inquieto oceano mosso di complessità crescente, dovremmo farci carico di tornare a pensare a come pensiamo, più che partecipare alla rissa quotidiana delle opinioni estreme che agita il dibattito pubblico, a volte anche quello specialistico, più per nevrosi che per costrutto. Cosa ci serve per sviluppare modi di pensare che trattino cose e fenomeni “nel loro complesso”?  Apriamo il dibattito in vista della decima edizione del nostro Festival di maggio.

[1] D’Arcy W. Thompson, Crescita e forma, Bollati Boringhieri, 1969-2016 su edizione rivista di Tyler Bonner del 1961, Cambridge University Press

[2] G. West, Scala, Mondadori, 2018

[3] Op. cit. p.284

[4] A tale riguardo, utile la lettura di Jaak Panksepp, Lucy Biven, Archeologia della mente, Cortina Editore, 2014

[5] Aristotele, Metafisica, H 5/6, 1045 a9-10. L’esatta  formulazione aristotelica è “… l’intero è qualcosa di più delle parti”.

[6] Tradizione poi di lungo sviluppo in cui incontriamo quel Jan Łukasiewicz che è tra i pochi ad essersi avventurato nella discussione “Del principio di non contraddizione in Aristotele” (Quodlibet, 2003). Ma da cui deriva anche quel Stanisław Leśniewski che, negli anni ’30, inaugura una nuovo campo di studi di logica, la mereologia, che A. Varzi definisce “delle relazioni della parte al tutto e da parte a parte con un tutto”.

[7] Si veda il terzo volume del Metodo di E. Morin, La conoscenza della conoscenza, Feltrinelli 1993

 

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LA FUNZIONE DEL PENSIERO COMPLESSO NELL’ERA DELLA COMPLESSITA’

Credo che il prossimo sarà il secolo della complessità.

S. Hawking, 2000

 

L’intero è qualcosa di più delle parti.

Aristotele, Metafisica, IV secolo a.e.v.

 

Il semplice è sempre falso, ciò che non lo è, è inutilizzabile.

P. Valery

 

La cultura della complessità si è sviluppata in Occidente a più ondate a partire dal dopoguerra e piano piano, si è ampliata a praticamente tutti i campi di studio nei quali di declina la nostra conoscenza, dalla fisica alla metafisica, passando invariabilmente, seppur con adattamenti specifici, dalle scienze dure a quelle umane ai saperi umanistici. Per questo la chiamiamo “cultura”, perché non è un paradigma specifico di una disciplina che vuole colonizzare le altre, ma una impostazione generale del pensiero umano qualsiasi sia l’oggetto che si dà. Ovviamente se il pensiero ha sentito questa esigenza riformista è perché i suoi oggetti hanno reclamato analisi e comprensioni adeguate alla loro natura, natura che si è disvelata nel tempo. Gli stessi oggetti (atomi, molecole, cellule, organi ed organismi, individui e loro relazioni sociali, economiche, culturali e politiche, financo stati o forme di civilizzazione, ecologie, linguaggio, storie e narrazioni e molto altro), dopo esser stati trattati per molto tempo secondo certe forme standard del pensiero moderno, ci hanno mostrato lati del loro essere statico e viepiù dinamico, che chiamavano forme più ampie di analisi ed interpretazione.

Ad esempio, non sempre è possibile o utile ridurre una cosa o un fenomeno al sottostante, le cose o i fenomeni sono il risultato di tutte le parti tra loro in relazione che le compongono così che, come già aveva intuito Aristotele “L’intero è qualcosa di più delle parti”. Non sempre si può esser precisi in forma determinista, negli inquadramenti generali è preferibile rimanere al livello che diciamo “grana grossa”, facendo ipotesi statistiche e probabilistiche. Non sempre le cause sono della stessa intensità degli effetti, spesso le cause sono plurali ed i loro effetti possono retroagire sulla stessa causazione. I testi prendono significato diverso se messi in relazione ai contesti, il tempo – la storia – dell’esistenza di un oggetto o di manifestazione di un fenomeno è importante e spesso ha radici molto lunghe mentre altre volte il cambiamento avviene in tempi molto brevi, a salti. Oggetti e fenomeni spesso possono esser di pertinenza di diversi campi di studio, dicotomie utili inizialmente al pensiero per distinguere rischiano nel tempo e nella realtà di diventare opposizioni intrascendibili al variare delle condizioni in cui sono state originariamente pensate. Le “cose” sono importanti ma lo sono anche le relazioni interne/esterne che le compongono, spesso entità particolarmente complesse emergono proprio da questa rete di relazioni e la loro stessa complessità macro, emerge da regole di relazioni tra le sue parti molto semplici. Tutte le forme biologiche sottostanno al vincolo adattivo ad un contesto che è sempre in cambiamento, ogni essere è in divenire. Questo e molto, molto altro ancora, un condensato dei principali guadagni del recente sviluppo della cultura della complessità che va riferita alla conoscenza umana in generale.

Due impostazioni connotano questa nuova forma del pensiero più di ogni altre.

La prima è che ci siamo resi conto negli ultimi decenni che praticamente ogni oggetto fisico o mentale dato al pensiero, è pensabile e descrivibile come un sistema. Ogni oggetto o fenomeno è scomponibile in parti tra loro in relazione, spesso in relazione reciproca cioè in interrelazione. Vale andando verso il suo interno, come per l’esterno, quello che leggiamo sono sistemi fatti di sistemi e collegati ad altri sistemi in ambienti-contesti-sistemi maggiori. Ogni sistema è al contempo aperto e chiuso, se non fosse perimetrato non si distinguerebbe da ciò che ha intorno, se non fosse anche aperto sarebbe una monade che è un concetto pensabile che però non si rinviene nel mondo reale.  Ogni cosa che diciamo “una” è anche molteplice al suo interno come nelle relazioni che ha al suo esterno. La prima impostazione è quindi ciò che chiamiamo “sistemica”, una rete a volte inestricabile da cui traiamo momentaneamente un oggetto o fenomeno isolandolo dalla sua condizione naturale interconnessa, per leggerlo più da vicino, in forma semplificata ed unificata. Questo è naturale per via dei limiti che hanno le nostre forme cognitive, l’importante è ricordarsi e poi tenere conto che l’atto di estrazione è arbitrario e che la reale natura di ciò che analizziamo è ben più ampia e dipendente da ciò a cui è naturalmente collegato, oltreché influita dalle forme stesse che organizzano la nostra cognizione di osservatori attivi.

La seconda è che sebbene la forma generale della umana conoscenza si sia evoluta per discipline e poi sotto-discipline e specializzazioni che riducono viepiù la dimensione e l’ampiezza di inquadramento  degli oggetti o dei fenomeni, nel suo complesso, il mondo di “tutto ciò che è” non risponde a questa forma. Di per loro, oggetti e fenomeni, vivono intrecciati tra loro e mostrano spesso tanti aspetti quanti sono le discipline in cui decliniamo la conoscenza. L’essere umano, ad esempio, oltreché esser fatto di relazioni affettive, sociali, economiche, politiche, linguistico-culturali, di culto e credenza, storiche o meglio geo-storiche, oltre ad essere tanto emotivo quanto razionale, tanto nel conscio quanto nell’inconscio, volitivo non meno che condizionato, individuale quanto sociale, è fatto anche di DNA ereditato con possibili – casuali – modificazioni, cellule, chimica, elettricità, molecole ed atomi, flussi e stati. L’essere umano è l’oggetto principe di una ampia declinazione che dal fisico arriva al metafisico. La cultura della complessità, lungi dal voler negare l’utilità di separare, ridurre e cercar di determinare ove necessario ed utile, apre parallelamente all’esplorazione del riconnettere, ampliare, comprendere a gran grossa cercando di metterci dentro quanto più e possibile di ciò che è dentro e fuori all’oggetto o fenomeno per ricostruirne la sua “natura intera”.

Sistemica ed approcci multi-intra-inter-disciplinari quindi sono i due assi principali in cui si sviluppa questa cultura che intende completare con un’altra dimensione quella più tradizionale che ereditiamo dai secoli passati.

Negli ultimi decenni, si è viepiù reso evidente a tutti che il mondo complessivamente inteso sta velocemente evolvendo il suo ordine non senza qualche effetto caotico, dove il caos ed in particolare la zona intermedia tra ordine e disordine, è un fenomeno tipico di ciò di cui si occupa parte del pensiero complesso. La ricerca scientifica pura e la sua applicazione in tecniche, dalla quantistica che presto arriverà all’informatica, ai nuovi materiali, all’Intelligenza Artificiale, dalle reti a gli sciami, l’algoritmica e la computazione che evolvono la Teoria dell’informazione nata in ambiente “complesso” non meno che le evoluzioni della Teoria del caos e delle catastrofi, l’ingegneria dei sistemi, i nuovi materiali e la rivoluzione biologica delle genetica e dell’epigenetica, della biologia molecolare e lo studio dei sistemi adattivi, la grande stagione di ricerche sul cognitivo ed il bio-psichico, sono in piena evoluzione esplosiva. Ma lo sono anche certa paleontologia e paleoantropologia, l’ecologia, la sociologia sistemica, l’ economia che fa i conti col Secondo principio della termodinamica e con nuove descrizioni dell’agente dalla razionalità imperfetta, i sistemi manageriali non meno di quelli politici, la nuova scienza delle città, Internet, la geopolitica e le relazioni internazionali, il dialogo inter e multi-culturale, lo studio della storia profonda e della storia davvero mondiale, l’immancabile riflessione filosofica che accompagna sempre lo sviluppo del pensiero umano. Questa esplosione cognitiva sta accompagnando parallela il cambiamento del mondo, in molti casi vi contribuisce. Ma in che direzione il mondo sta cambiando?

Eravamo 1,5 miliardi solo ai primi del secolo scorso ed i 7,5 miliardi di oggi diverranno forse poco meno di 10 tra trenta anni. Nel mondo, erano solo cinquanta gli stati formalizzati al 1950, oggi sono duecento. Sebbene le interrelazioni tra gruppi umani esistessero già nel Paleolitico, non v’è dubbio che dal 1492 in poi, ci siano state progressive ondate di sempre crescente interconnessione e condivisione, cooperazione e competizione, fino all’esplosione delle relazioni commerciali e finanziarie che chiamiamo “globalizzazione” che nella sua precipua forma è fenomeno recente, meno di quaranta anni. Così per l’impianto e diffusione dei media mondiali ed Internet in particolare. Se dall’inizio delle prime forme di società complesse (3000 a.e.v.) al 2003 si è calcolato noi si sia prodotto cinque exabyte di dati, la stessa quantità oggi la produciamo in due soli anni. Per non parlare dello sviluppo dei mezzi meccanici (aerei, navi, treni, veicoli) che oggi ci portano da qui e lì nel tempo in cui ancora solo un secolo fa si andava da una semplice regione non oltre quella immediatamente attigua.

Per certi versi, è la prima volta che ci troviamo a dover pensare l’intero mondo come un unico sistema composto di tantissime varietà componenti (individui, comunità, gruppi, società, popoli, culture e forme di civilizzazione) e molteplici interrelazioni. Altresì, è la prima volta, che la geosfera ci appare con tutti i suoi strati interconnessi, quello della biosfera e la pedosfera, l’idrosfera e la litosfera, già fino alle profondità geologiche e su fino all’atmosfera e financo la magnetosfera e le aperture allo spazio profondo. La proprietà, controllo ed attraversabilità  delle varie porzioni di spazio diventa improvvisamente problematica e più problematico ancora appare il fatto che così tanti esseri umani tutti dediti a forme di economia con un forte impatto entropico, sfidano i limiti certi del Secondo principio della termodinamica e con crescenti problemi di convivenza col resto del “vivente” da cui per altro dipendiamo in senso vitale. Questo complesso mondo materiale ha poi i suoi intrecci col non meno complesso mondo immateriale. Le geo-storie dei vari popoli che hanno tradizioni e forme di pensiero diverse, le grandi religioni sempre in tensione espansiva che ormai hanno esaurito i loro areali geo-storici di nascita e si sovrappongono in molti punti non senza attrito, le immagini di mondo che hanno ancoraggi in tradizioni nate in tempi che avevano caratteristiche molto diverse dal mondo attuale, le ideologie che intese come sistemi di pensiero organizzato non sono affatto morte né moriranno mai visto che ogni gruppo umano ne produce di default, i linguaggi e le logiche che rimangono molteplici. Il mondo umano è materiale non meno di quello naturale ma ad esso somma un intero altro mondo immateriale fatto di cultura e pensiero. Entrambi, stanno sia creando un unico macrosistema strutturale planetario, sia rinforzandosi per reazione nelle loro identità differenti.

In tutto ciò, agiscono i vari sistemi umani organizzati, etnie, popoli, stati, unioni regionali di stati, alleanze militari, plurali forme condivise di civiltà, organismi politici multilaterali, attori economici multinazionali, banco-finanziari transnazionali, network informativi, organizzazioni non governative, gruppi di criminalità organizzata, credenze religiose organizzate. Siamo tutti sempre meno in grado di rintanarci nell’isolamento locale ignorandoci l’un l’altro, siamo sempre più spinti l’un verso l’altro con differenti consistenze, demografie, necessità, desideri, sogni di maggior benessere, una spinta che ci obbligherà a decidere dove e come è possibile cooperare e dove invece si finirà col competere visto che la somma totale di tanta eterogenea volizione eccede di molti gradi la disponibilità di spazio e risorse planetarie che è fissa. Certo la tecnologia ed anche l’apertura allo spazio profondo può un po’ rilassare la pressione tra contenuto e contenitore, ma l’una e l’altra non sono patrimonio dell’umanità, a loro volta sono possibilità in mano ad attori in genere egoisti, giocatori competitivi non benefattori del sistema generale, né arbitri. In più non possiamo avere idea di quanto e per quanto potranno forse allontanare i limiti fisici. Altresì, i livelli di sviluppo tra aree planetarie rimangono asimmetrici e purtroppo lo è sempre più anche la condivisione della ricchezza generale in quell’eccesso di diseguaglianze che sembra ampliarsi in maniera ingovernabile dentro le singole società, soprattutto occidentali.

Delle tante risposte date alla domanda del perché negli umani si è evoluta la facoltà distinguente la specie, cioè la facoltà di “pensare”, la funzione adattativa del pensiero ci sembra la più precisa ed idonea.

È solo grazie alla facoltà pensante che abbiamo smesso di agire su reazione, immaginando vie meno dirette ma più proficue, non immediate ma dilazionate nel tempo, vie poi condivise in gruppo per imitazione e poi per via comunicativa più sofisticata, tra cui l’evoluzione del  linguaggio, dei concetti, dei sistemi di concetti. È solo grazie al pensiero a governo dell’azione individuale ma più spesso collettiva, che abbiamo compensato la mancanza di quelle specializzazioni che però confinano altre specie in precise nicchie e la sottodotazione di armi e prestazioni biologiche. Dalla nascita delle società complesse, “solo” cinquemila anni fa, con l’aggiunta della scrittura, delle religioni, dell’approfondirsi ed il fissarsi delle gerarchie sociali e politiche, su fino alla filosofia e la scienza che affiancarono l’arte e la religione nel tentativo di comprendere il mondo, il sistema di pensiero fatto di immagini di mondo si è ulteriormente complessificato. Sempre però per comprendere il proprio spazio-tempo, tempo che dal XIX al XX e XXI secolo ha visto una vera e propria “inflazione di complessità”, forse non ancora debitamente registrata.

Oggi, viviamo appunto un altro spazio ed un altro tempo, dalla interconnessione tra locale e globale alla metrica di un cambiamento che si è fatto radicale e permanente, nonché accelerato, il mondo è entrato nell’era complessa, la nostra mentalità ancora no.

È anche per questo l’impegno profuso da un manipolo di tenaci a continuare a divulgare le forme del pensiero complesso in Italia, non la forma di un pensiero specificatamente ancorato ad una disciplina, né una forma di pensiero imperialista che vuole prender il posto della famiglia delle divisioni con specializzazioni della varie, necessarie, discipline. Piuttosto dare all’ascissa del sapere cumulato delle discipline propriamente scientifiche, scientifico umanistiche ed umanistiche separate nelle divisioni del lavoro cognitivo, una ordinata sistemico-multi-inter-trans-disciplinare che permetta di fare mappe quadridimensionali degli oggetti e dei fenomeni complessi da cui saremo sempre più circondati, inquadrandoli da più aspetti assieme ai loro contesti. Interpretare un mondo sempre più complesso semplificando, aumenta sensibilmente il rischio di fallimento adattivo e le molteplici sfide che abbiamo davanti mettono in gioco la qualità intrinseca del nostro modo di stare al mondo ed il suo stesso futuro. Di contro, non serve a nulla collassare nella olistica “mistica della complessità”, una qualche forma di ragionevole riduzione va fatta per articolare il pensiero umano che ha limiti di procedura piuttosto rigidi. Si tratta quindi di semplificare gli oggetti del mondo nel pensiero, sì, ma contemporaneamente migliorare le qualità di rappresentazione e analisi di quel pensiero. Mappa e territorio rimangono distanti quanto a risoluzione ma la loro distanza va accorciata, la risoluzione delle nostre mappe va migliorata.

Ancor una volta, il pensiero deve servire all’adattamento ed un’era complessa chiama di necessità un pensiero complesso. Promuoverlo, ampliarlo, strutturarlo, farne sintesi, condividerlo e criticarlo, evolverlo è il miglior impegno intellettuale per chi si sente parte dell’umana avventura su questa palla blu persa nel buio dell’immenso.

L’articolo è stato pubblicato sul nuovo sito del Festival della Complessità – QUI–  che quest’anno giunge alla sua decima edizione. L’evento d’apertura del’edizione 2019, si terrà nel secondo week end di maggio a Roma al Museo d’Arte Contemporanea MACRO]

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LA QUESTIONE SINO-AMERICANA o DELLA LUNGA TRANSIZIONE MULTIPOLARE.

L’articolo dialoga con il libro di G. Allison “Destinati alla guerra” (Fazi editore 2018), un testo ben costruito in termini di intelligenza storico-strategica e con l’ultimo numero della rivista Limes “Non tutte le Cine sono di Xi” (Dic.re 2018).

Mettendo su una retta le traiettorie di potenza della Cina e degli Stati Uniti d’America, come possiamo aspettarci continuerà la storia? Abbiamo tre possibili esiti principali. Il primo è che in onore alla regola data dalla “trappola di Tucidide”, le traiettorie portino al conflitto aperto, la terza guerra mondiale. Il secondo è che uno dei due contendenti imploda come implose l’URSS terminando il bipolarismo della guerra fredda e lasciando campo libero all’altro contendente. Il terzo è che la retta continui il processo per il quale la Cina si affiancherà a gli USA come potenza principale del mondo per poi diventare un polo di tale magnitudo da condizionare l’intero mondo dove “condizionare” non è “dominare”. Diamoci un quadro di contesto ed analizziamo meglio  le tre possibilità.

LA NUOVA ERA COMPLESSA.

Si stima che all’anno convenzionale zero, nel mondo ci fossero 250 milioni di persone. Diventiamo 1.250 negli ultimi decenni del XIX secolo, quasi due millenni per quadruplicarci. Poi, dal 1880 al 1950 raddoppiamo diventando 2.500 milioni. Poi ci triplichiamo nei successivi settanta anni arrivando a gli attuali 7.500 milioni. In questa seconda ondata di crescita, ci siamo quadruplicati non più in quasi due millenni, ma in soli centoventi anni. Negli ultimi settanta anni, si sono anche quadruplicati gli stati, passati in breve tempo da 50 a 200. Negli ultimi quaranta anni, tutti gli stati hanno preso a convergere verso un modello sociale simile basato sullo sviluppo di una economia potenziata da tecno-scienza e capitali e lievitata da scambi internazionali. L’aumento così importante ed in tempi davvero brevi delle varietà ed interrelazioni di un sistema, il sistema-mondo, configura una vera e propria inflazione di complessità, tanto da spingerci a definire la nostra era come nuova ed appunto, complessa.

Dall’inizio di questo tratto di storia, dal 1880 circa, assistiamo anche al formarsi del primo impero-mondo, quello britannico a cui subentrerà prima come leader del sistema occidentale, poi dopo le due guerre non a caso dette “mondiali” come leader mondiale, gli Stati Uniti d’America. La storia del’avvicendarsi delle leadership del sistema economico occidentale che si riverbera poi in potenza geopolitica così nitidamente descritte da G. Arrighi[1] sulla scorta della prima sistemazione fatta da F. Braudel, da Genova-Venezia alle Province Unite, da queste alla Gran Bretagna e da questa a gli USA, vede sempre sfidanti tendenzialmente più grandi, demograficamente parlando, dei detentori di leadership. Il grande subentra al piccolo sembra dire la regola basata su sempre più ampie platee di produttori-consumatori che lievitano la ricchezza da trasformare in parte in potenza militare.  Siamo sempre a regole, non leggi, ovviamente.

Nel dopoguerra, gli USA si assestano come stella principale in un sistema binario con la stella di minor massa sovietica e come nei sistemi binari, esercitano una forza dissipativa costante fino a far implodere il sistema minore. Risolto il condominio geopolitico, si dedicano subito ad ampliare il sistema economico e finanziario mondiale di cui sono perno, globalizzando il sistema. Nel 1989-’91 collassa l’URSS, nel 1994 si inaugura il WTO. Mossi dall’intenzione di dar condizioni espansive alla loro economia ed alla loro finanza (questo “loro” in molte analisi che usano come unità metodologica l’astratta entità del “capitalismo”, è poco notato, ma tutto ciò che chiamiamo globalizzazione è precisamente definito in una decalogo che si chiama “Washington Consensus” e del resto le sue necessarie formulazioni giuridiche applicate ed imposte all’IMF e WB, nonché WTO sono state promosse e contrattate tra stati, non tra “capitalisti”), gli americani permettono ad una entità fuori radar dotata storicamente della massima demografia planetaria, la Cina, di convertirsi al modo economico di cui tengono saldamente le redini. Nel 2001, la Cina entra nel WTO.

Ma applicando condizioni simili a sistemi di massa diversa, prima o poi s’impone il sistema più massivo. Capita così che la Cina rispetto al 1980 oggi non sia più il 7% dell’economia USA ma approssimativamente il 66%, due terzi e l’ha già superata se il Pil si conta a parità di potere d’acquisto (PPA). La Cina cresce oggi sopra il 6%, gli USA a stento intorno la 2%. La Cina è iscritta naturalmente in un sistema asiatico che colletta il 60% della popolazione mondiale ed è sua volta in crescita, gli USA in un sistema occidentale che pesa sempre meno. Le importazioni cinesi sono due terzi di quelle americane ma il 50% in più sono le esportazioni essendo ormai la Cina il principale partner commerciale per ben 130 paesi. Le riserve cinesi che quaranta anni fa erano il 16% di quelle americane oggi sono il 3.140%. La Cina è leader in moltissime produzione sopratutto industriali, è il più grande consumatore del mondo, è il motore principale dell’economia mondo ed è leader quantitativo nel sistema delle conoscenze STEM (scienza, tecnologia, ingegneria, matematica), nonché nel numero di domande di brevetto. La forza militare è ancora profondamente asimmetrica in favore USA ma si sta lentamente riequilibrando, il dollaro è ancora saldamente al centro del sistema mondiale ma dalla composizione del basket valutario IMF ai nuovi future sul petrolio, alla percentuale di presenza nelle riserve per chi fa affari con i cinesi, lo yuan crescerà di peso in modo naturale. Il soft power cinese è molto limitato ma quello americano è in declino verticale anche per aperto auto-sabotaggio da parte della nuova amministrazione. Quello cinese poi, quando si presenta sotto forma di prestiti a tasso contenuto e tempi dilazionati o investimenti esteri, sarà meno glamour di Hollywood ma forse è anche più convincente.

In forme lineari, la traiettoria cinese, promette di superare quella americana nei punti in cui ancora non l’ha fatto, in alcuni casi a breve (2020), altri a medio (2030), definitivamente e per tutti gli item fondamentali al 2050 se non prima.  La crescita di potenza complessiva cinese, sfida la leadership americana, non c’è alcun dubbio a riguardo. Altresì, è la prima volta che l’ambiente di contesa è davvero “mondiale” ed è la prima volta che il mondo è così denso (7,5 mld di individui per 200 stati tutti votati all’economia di mercato) ed è la prima volta che i soggetti coinvolti -non solo i due principali-  sono tanti e rappresentano altrettanti potenziali poli. Per la prima volta quindi abbiamo un vero “sistema-mondo”, nel quale si affacciano diversi attori che ruotano in danza multipolare intorno alla danza binaria sino-americana che può collassare in guerra o dissipare l’uno in favore dell’altro o rimanere il nuovo centro gravitazionale del sistema-mondo per i prossimi decenni.

LA TRAPPOLA DI TUCIDIDE.

Formalizzata da uno studioso americano, Graham Allison[2], il concetto è tratto da una considerazione di Tucidide fatta nel racconto della Guerra del Peloponneso, per la quale la traiettoria dell’ambizione di Atene, incrociando i timori di perdita di condizioni di possibilità per il sistema di Sparta, portò alla guerra catastrofica. Furono i due “sistemi” e non solo i due perni ad esser coinvolti nello scontro. Sebbene pacificati con gli spartani in un trattato, gli ateniesi non poterono fare a meno di venir coinvolti in attriti con due alleati di Sparta (Corinto e Megara) e questa non poté fare a meno di sentirsi minacciata nel suo sistema che si basava sul controllo delle vaste piane del Peloponneso ovvero il sistema degli iloti tributari a Sparta. Allison ne trae uno schema di dominante vs sfidante che ritrova ripetuto in sedici casi di cui dodici con conflitto e quattro no. La guerra come esito finale dell’incrocio tra le due traiettorie non è quindi legge ma regola variabile a condizioni. Sul piano delle metodologie e dell’epistemologia specifica dell’argomento, ci sarebbero da fare lunghi discorsi sulla costruzione del modello di Allison ma non siamo qui per questo, siamo qui solo per scrivere un articolo a grana grossa sul problema posto dal titolo.  Tale problema dice che, al di là della consistenza del modello “trappola di Tucidide”, se un secondo in ascesa e con ampie possibilità nel suo futuro, tende ad incrociare la traiettoria del dominio di un primo, questo avvertirà come oggettiva o potenziale la restrizione delle sue comode condizioni di possibilità.

Nei quattro casi di contesa non sfociata in guerra, tre non sembrano dirci poi molto secondo l’invito dello stesso Allison a sviluppare un nuovo metodo di Storia applicata. Poche le analogie, molte le differenze. Quello che invece riguarda la guerra fredda tra URSS ed USA qualcosa ci dice sebbene in quel caso la sfida fosse geopolitica-ideologica mentre l’attuale è geopolitica-geoeconomica ed i quadri di contesto siano radicalmente difformi. In quel quadro, comparve già all’inizio (anni ’50) la famosa Mutual Assured Distruction, quella posizione che annulla i principi del vantaggio e della prevalenza militare in base ad armamenti atomici che rendono la risposta, altrettanto devastante del primo attacco. Le teorizzazioni sul “first strike”, un primo attacco talmente devastante da inibire ogni facoltà di risposta dell’avversario, rimangono meramente teoriche in quanto chi può mai sapere effettivamente dove il nemico tenga tutte le sue carte da gioco? Errori di calcolo in questi giochi si prestano a risultati rovinosi al punto da rendere inutile lo stesso calcolo del rischio. Nel caso di Cina ed USA si potrebbe teorizzare un conflitto tradizionale e limitato sulle cui forme di dilettano gli analisti, ad esempio come molti hanno ipotizzato, nel Mar Cinese Meridionale o Orientale, innescato via Giappone, Taiwan o Coree, ma USA ed URSS hanno sempre evitato con attenzione il confronto militare diretto pur limitato poiché esso si sa come inizia ma si sa anche come finirebbe, la scalata a gli armamenti è logica inesorabile in questi casi. Strategicamente, data la straordinaria lunghezza della catena logistica americana, un conflitto “tradizionale” voluto nei mari cinesi non avrebbe semplicemente senso. Solo un “confitto per caso” acceso per imperizia e fondamentalmente non voluto davvero da nessuno dei due contendenti potrebbe esser terminato presto con un sostanziale pareggio, almeno in teoria. In pratica, stante lo stato dei rapporti, darebbe via a sequenze interminabili di accuse e controaccuse e deterioramento dei rapporti foriero magari di una seconda scintilla[3].

Il caso “conflitto atomico” vedrebbe la Cina duramente colpita vista l’altissima densità abitativa che ha, e perdurantemente devastata visto il fall-out. Gli USA forse avrebbero meno danni ma difficile immaginare una dirigenza politica che nel XXI secolo sopravvive a tale onta. Al di là della meccanica esibita e di quella sotterranea, al di là delle capacità narrative di gestire il fatto, stante che i cinesi staranno ben attenti a dare sempre feed-back negativi alle provocazioni americane, uno scontro atomico USA-Cina sarebbe responsabilità oggettiva degli americani poiché sono loro presenti nei mari cinesi ovvero dove non dovrebbero stare e sarebbe impossibile da gestire in termini di soft power anche non tenendo quest’ultimo più in gran conto. Per non dire degli effetti economici catastrofici negli USA e nel mondo che a quel punto supererebbe la sua inerzia rifondandosi in forme multipolari istituzionalizzate (fine dell’UN, IMF, WB per come li conosciamo) e segnando così la fine del dominio americano, comunque. Come detto, quel conflitto i cinesi non lo vogliono e cercheranno di evitarlo in tutti i modi, incluse risposte asimmetriche alle eventuali provocazioni apertamente belliciste americane. I dodici esempi di potenziale conflitto poi trasceso che cita Allison vedevano sempre tutte le parti in causa pronte all’evenienza. La guerra si fa almeno in due e nelle intenzioni cinesi, non ci sembra questo il caso, anche ricordando l’impostazione millenaria della sua cultura strategica che è lenta ed avvolgente, piuttosto che rapida e percussiva.

IMPLOSIONE CINESE e WISHFUL THINKING.

Analisti americani, da molto tempo, scrutano le contraddizioni interne ed esterne alla Cina per vedere se possibile la sua frantumazione nella più classica applicazione del divide et impera del codice imperiale. Le due faglie che di solito attraversano gli stati, soprattutto quelli grandi, cioè etnie e religioni, non sembrano disponibili da chi mai pensasse di usarle per disordinare la Repubblica popolare. La religione non è mai stata oggetto di contesa sociale in Cina, il sincretismo è la sua vocazione secolare, i cinesi annettono e mischiano tutto, un po’ come fanno in cucina. Quanto alle etnie, l’etnia “han”, conta più del 90% della popolazione, le altre sono frantumate in più di 50 ceppi quindi ognuna di esse è composta da troppo pochi individui. Alcuni di questi, i Tibetani o gli Uiguri, sono in effetti parzialmente ribelli ma da tempo, risultano annegati in processi di sinizzazione che hanno trasferito ingenti quote di popolazione han nei due stati periferici. In più, c’è la “repressione alla cinese” che lascia ben poco spazio all’eventuale ribellione. L’etnia han, invero, è ben meno omogenea di quanto qui da noi denoti il termine “etnia”, ma non sembrano esserci comunque gli estremi per una sua manipolazione divisiva.

Rimane la ribellione sociale. L’ultimo numero di Limes “Non tutte le Cine sono di Xi”, affronta da più punti di vista, i nodi potenzialmente critici della condizione cinese. C’è la faglia città-campagna, l’eventuale scontento della nuovo borghesia costiera arricchitasi col commercio ed ora in possibile sofferenza per una eventuale contrazione economica oltretutto forzata dalla politica dei dazi di Trump, il malumore di quella che ha perso soldi nei saliscendi di Borsa. C’è il paventanto-auspicato scoppio della bolla immobiliare e di quella del debito privato, nonché un sistema bancario opaco che si troverebbe messo peggio del dichiarato. Gli epurati ed i perdenti della recente riforma dell’Esercito Popolare potrebbero meditar vendetta. Gli imprenditori privati preoccupati dalla svolta statalista di Xi e gli epurati dal partito nella recente ri-sistemazione delle cariche e dei processi anti-corruzione, masticano amaro. Limes sembra molto ligio a dare elenco di tutti i mantra tipici dei report classici (classici perché sono tutte cose su cui i think tank americani scrivono da tempo) di Washington. Analisi acute e taglienti o wishful thinking?

Da una parte indubbiamente, il rallentamento dell’economia planetaria che non sembra occasionale a cui si aggiunge il rinnovato contrasto attivo degli Stati Uniti by Trump, rappresentano un problema. Il problema principale è che la Cina è da pochi decenni in “crescita”, questo ha spianato tutte le contraddizioni sociali e soprattutto, ha permesso la diminuzione del divario di ricchezza e possibilità tra la Cina ancora povera e quella affluente. La crescita, continua a spianare anche altre contraddizioni come i costi di welfare e di invecchiamento della popolazione e soprattutto prelude allo scatto necessario ovvero il superamento della soglia critica oltre la quale s’innescano i processi di autocombustione interna per i quali la Cina possa sostenersi per consumi interni e non più solo per le performance nell’export. Il cosiddetto e fin troppo recentemente sottolineato rallentamento dell’economia cinese non pare essersi effettivamente ancora prodotto o meglio, pare ancora contenuto e per altro naturale visto che non è più una economia da 2.000 mld di Pil (2005) ma da 12.000 mld, e certo a  quel livello non si cresce più del 10% annuo. Nei prossimi anni però, gli effetti del contrasto americano che della stagnazione mondiale potrebbero pesare.

Dall’altra, commentammo già al tempo dell’ultimo congresso del PCC che ha incoronato leader eterno e plenipotenziario Xi Jinping[4], che l’intera manovra connessa a questa svolta, sembrava preludere ad una lucida lettura dei futuri mutamenti (analisi dei mutamenti su cui si basa la più antica scrittura classica cinese, l’Yi JIng e che è un vero e proprio standard di quella millenaria cultura) con visione giustamente preoccupata. Era in vista di queste turbolenze annunciate che il sistema si irrigidiva al vertice dandogli non solo tutti i poteri ma sopratutto il tempo (la leadership a vita per un uomo che ha 65 anni), la materia prima necessaria ad ogni complessa transizione. La Cina, oggettivamente, è cresciuta ovvero cambiata, radicalmente ed in maniera mostruosa, in troppo poco tempo. E’ quindi ovvio che sia per gestire le già accumulate contraddizioni di un processo così massivo ed impetuoso, sia in vista delle ulteriori che si son previste possibili in base allo scenario predetto, la struttura ordinante del partito e la sua forte connessione ad un vertice longevo e plenipotenziario, siano state le due mosse fatte per attraversare i marosi dei tempi a venire[5]. Questo ovviamente non dice se la risposta sarà adeguata alle problematiche, dice solo che la leadership cinese sembra realisticamente ben consapevole dello stato delle cose e sembra avere una strategia per affrontarlo.

Di base, si consideri che la storia della Cina, dalla fondazione del primo impero formale (Qin, -221 a.C.) ad oggi, è stata maggiormente unita e centralizzata che il contrario. A parte i fasti alterni delle dinastie Han, Sui, Tang, dal XIII secolo ad oggi (Yuan, Ming, Qing, Repubblica e Repubblica popolare) la Cina è una ed indivisa. La consapevolezza del fatto che divisi ci si offre all’altrui dominio, vedi periodo del banchetto coloniale euro-giapponese,  è ben chiara a tutti i cinesi.

Quanto ai dissapori esterni, inutile cercar conforto in un presunto destino conflittuale indo-cinese o sino-russo. Il primo è del tutto improbabile per varie ragioni su cui qui transitiamo dopo aver segnalato che a registro storico degli ultimi millenni  risulta solo un conflitto confinario nel 1962 durato poco più di un mesetto per un bilancio di 2000 morti più una recente scazzottata subito sedata[6]. Il secondo si basa sulla corretta considerazione che comunque, essendo Cina e Russia lungamente confinarie, non sono alleati naturali. Di contro, la strategia kissingeriana originariamente attribuita a Trump ovvero un tentativo di staccare la Russia dalla Cina così come Obama-Clinton l’avevano obbligata a porsi di malavoglia, è stata avversata da varie fazioni dello “stato profondo” al punto da impedirne ancora oggi il perseguimento. Alla fine la Russia sembra essersene fatta una ragione, semmai vi avesse posto speranze il che non è affatto detto,  ed ormai sono molti e consolidati i segnali che la pongono in Asia, in un consesso multipolare assieme ad India, Giappone e Cina stessa. Forse non sono veri e propri alleati di ferro ma non ci sembra neanche abbiano seri motivi di contesa, semmai più di ragionata intesa e convergenza nel bilanciare gli USA. In più, hanno entrambi interesse a farsi capofila di una schieramento che reclama la ripartizione multipolare dei poteri mondiali, pretesa che ha del naturale data l’alta complessità raggiunte dal sistema-mondo. Altresì, i paesi ASEAN sembrano oscillare tra affari coi cinesi (e russi[7]) e allineamenti militari con gli americani (il che fa bilanciamento e non rappresenta una minaccia) e così i giapponesi e financo gli australiani.  Fare affari, significa condividere profondi interessi vitali ed il successo del sistema asiatico nel suo complesso è forse oggi, l’obiettivo più condiviso e stabilizzante di questa gran parte del pianeta anche perché ogni leader di ogni stato del sistema ne dipende. Si teme la magnitudo della crescita cinese ma per altri versi vi si dipende e poiché la Cina non ha tradizione di invasione dell’altrui territorio avendo già i suoi problemi a tenere unita la sua imponente consistenza, forse c’è modo di equilibrarsi e far sistema. Applicare gli schemi storici di tradizione europea all’Asia è una di quelle fase analogie che permettono di scrivere molto ma di mondi immaginari.

FAR PACE COL DESTINO.

Allison, ad un certo punto dell’Introduzione del suo libro in cui presenta il problema e gli attori in campo e ripetendo il concetto nelle Conclusioni, dice: “Il ritorno ad un ruolo di preminenza di una civiltà con 5.000 anni di storia e con 1,4 miliardi di persone non è un problema da risolvere. E’ una condizione: una condizione cronica che dovrà essere gestita nell’arco di una generazione”. Questo inquadramento a grana rossa ed essenzialmente realista ci sembra il miglior commento al problema dato. Realisticamente, né ci sembrano più attuali e sensati i vaneggiamenti su un nuovo secolo americano, né ci sembra evitabile la configurazione multipolare e multistrato (con potenze di prima, seconda e terza fascia allacciate in geometrie assai complesse) dell’ordine geopolitico mondiale, né ci sembra probabile la terza guerra mondiale a corso atomico auto-distruttivo, né la sognata  disintegrazione cinese, così come altrettanto probabilmente non c’è alcun crollo immediato della potenza americana. Forse la nostra foga di commento alimentata dai social, dal gran numero di media del discorso pubblico e dalla non abitudine a seguire la storia scambiandola per cronaca, affronta una faccenda complessa e lunga con troppo impeto e desiderio di colpi di scena da serie tv di cui molti si affannano a rivelare un finale cinematografico.

Oltre al contesto economico mondiale che volge alla parziale contrazione e lunga stagnazione ed al gran fermento geopolitico mondiale in cui si affacciano ogni giorno nuovi attori, l’unico dato recente ed interessante di novità, ci sembra la messa in pratica sul serio di quel Pivot to Asia annunciato da Clinton-Obama ma mai davvero praticato da loro bensì da Trump anche se rinominato in versione “Indo-Pacific”. Schivata la ratifica del già avviato TPP che ha dato il via al balletto delle ricontrattazioni delle partite bilaterali con tutti i partner, Trump ha riesumato l’alleanza militare QUAD con India, Giappone ed Australia[8]. Si è dato un gran da fare nell’area coreana[9], ma soprattutto ha iniziato l’opera di sistematica interdizione delle aspirazioni cinesi. Dai dazi ed il continuo bombardamento delle prassi del commercio estero fino all’altro ieri nella fase globale, all’innalzamento di divieti di pascolo per le aziende cinesi nel mercato americano. Da il richiamo delle aziende americane a rimpatriare impianti e bilanci al  contrasto alla Belt and Road Initiative al cui capitolo contribuiscono sia le sanzioni all’Iran, sia in termini più ampiamente geopolitici i nuovi assetti sud americani ed il nuovo NAFTA che dichiaratamente espelle Pechino se non altro dal Nord America, sia la dissuasione verso gli amici europei a lanciarsi in corresponsione di amorosi sensi con gli occhi a mandorla. Dal continuo sfoggio di attenzione navale nei mari cinesi alla recente presa di posizione bipartisan del Congresso per una rinnovata spinta a gli investimenti e sviluppo del militare[10], sino al riarmo giapponese e l’arresto di miss Huawei, più contorno di molti atti minori ma non meno significativi, la strategia Trump appare concreta e multi-dimensionale.  Del resto, che la politica estera del presidente americano avesse in obiettivo primo il contrasto alla Cina era già annunciato in campagna elettorale ma ai tempi, molti erano distratti e non vi hanno prestato molta attenzione salvo oggi domandarsi “chissà cosa bolle in pentola?”. Molte di queste operazioni come il rilancio continuo della spesa militare sul modello “guerra fredda”, dazi, difesa della proprietà intellettuale e rimpatrio della competenze e delle capacità industriali sono simmetriche, tanto più danno fanno alla Cina tanto più tendono a rinforzare la potenza americana, e non solo vs Cina.

Tuttavia, tutto ciò ci sembra normale contenimento, allungamento al più è possibile dei tempi della transizione, “buying time”, sfruttare la posizione ancora forte e potente per ricontrattare con tutti, a partire dagli alleati ed europei, le condizioni di gioco in tutti i giochi[11]. Le variabili in gioco per far previsioni a trenta anni sono troppe, per chiunque. Far sì che quel scarso 66% di dimensione comparata arrivi il più tardi possibile ad 80-90% se non al pareggio effettivo e poi al superamento, è l’ovvia strategia americana in una riedizione del paradosso di Zenone per il quale per quanto veloce corra Achille-Cina, anche se più lentamente, la tartaruga-USA dovrà esser  un passo avanti per più tempo possibile. La profondità strategica della variabile tempo per chi 4 + (forse) 4 anni di mandato e per chi è leader eterno, sono diverse.  Nel frattempo, capire meglio come si ridistribuiranno i problemi del far posto nel consesso mondiale ai cinesi dandogli dei limiti maggiori di quanto gli americani non gli hanno fino ad oggi dato, sarà il secondo obiettivo e qui sul chi pagherà “l’aggiungi un posto a tavola” al consesso planetario, a gli europei dovrebbero fischiar le orecchie.

Il ciclone dell’AI ed i suoi svariati impatti inclusi quelli occupazionali che minacciano di scombinare ulteriormente i già squilibrati equilibri sociali, del controllo sociale elettronico, delle biotecnologie, le nuove frontiere spaziali in cerca di risorse minerali, i difficili adattamenti al cambiamento climatico che sia antropo-causato o naturale, la redistribuzione dei poteri politici ed economici geografici, la nuova divisione internazionale del lavoro, gli allineamenti demografici, i nuovi equilibri finanziari e monetari mondiali, tanti i giochi su i vari tavoli e tanti i giocatori[12]. I due principali si strattoneranno a lungo nelle pratiche del nuovo conflitto multidimensionale di lunga durata che seguirà e determinerà il ritmo della transizione. Se il conflitto Atene – Sparta partì dalla periferia dei due sistemi e stante che il sistema orientale non sembra più di tanto cooptabile o disordinabile, forse gli americani si rivolgeranno ai propri alleati per farli diventare iloti. Ciò che volenti o nolenti dovranno perdere da una parte, pur attivando tutti gli attriti possibili per rallentare il fatale allineamento lungo i prossimi decenni, cercheranno di compensarlo dall’altra.

Sul fatto che gli europei saranno così idioti da diventar loro gli iloti della nuova versione del “polo occidentale” con cui gli USA si apprestano a giocare la futura condizione multipolare, si accettano scommesse.

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[1] G. Arrighi, Il Lungo XX secolo, il Saggiatore, Milano, 2014

[2] G. Allison, Destinati alla guerra, Fazi editore, Roma, 2017. Allison insegna ad Harvard da decenni e tralasciamo le sue varie collaborazioni ai veri istituti di cultura strategica americani. Critiche al suo modello non mancano proprio sul punto di quella Storia applicata che lui promuove assieme a Nial Ferguson, l’accusa è quella di applicare senza variazioni i modelli di storia occidentale al contesto asiatico.

[3] L’ipotesi vagheggiata di una provocazione giapponese non avrebbe senso, il Giappone per quanto intenda riarmarsi, rimane sotto il tiro della linea missilistica di costa cinese ed è comunque sprovvisto di armamento atomico. Sebbene in tempi lontani dediti alle pratiche del suicidio rituale, i giapponesi hanno nella Cina un quinto del loro export ed in quarto del  loro import e sono seduti su una faglia geologica che non gradirebbe percussioni atomiche. Il che non vuol dire certo che non cercheranno -come già fanno- di bilanciarsi quantomeno con gli indiani.

[4] https://pierluigifagan.wordpress.com/2017/10/31/cina-un-fatto-fuori-teoria/

[5] Secondo Allison, è questa la risposta alla domanda che ha a lungo tormentato Xi sul perché fosse crollata l’Unione Sovietica: a) il Partito sempre più corrotto aveva perso legittimità verso la società; 2) aveva riformato l’economia dopo aver perso il controllo sulla società; 3) l’esercito aveva giurato fedeltà alla nazione e non più al partito. Ne conseguiva la riforma dell’Epl, le epurazioni e ristrutturazioni nel PCC, la sua rimessa al centro della società cinese ed ovviamente il riportare tutti i fili del potere nelle sue mani per lungo tempo e con piena libertà di manovra.

[6] Allison, p.248, cita uno studio di T.Fravel secondo il quale, dal 1949, la Cina ha avuto ventitré dispute territoriali che sono in tre casi sono andate a conflitto armato. Oltre la già ricordata vicenda con gli indiani, si registra un attrito confinario con i sovietici lungo il bordo dell’Ussuri nel 1969 (con un numero limitato di vittime) ed uno con i vietnamiti dieci anni dopo, durato solo un mese ed il cui bilancio di vittime è incerto per le stime incrociate viziate da intenti propagandistici. A parte la conquista di un’area davvero limitata nel conflitto con l’India, gli altri due si sono risolti con un equo “status quo ante bellum”. L’intervento in Corea del Nord ai primi anni ’50 va rubricato nella normali reazioni all’invasione di vicini amici. Anche in questo caso l’esito è stato poi il ripristino dei vecchi confini al 38° parallelo. La storia in Asia funziona diversamente che in Europa e del resto la geo-storia serve proprio a capire che contesti diversi modulano l’applicazione non di leggi ma di regole flessibili. C’è una deliziosa citazione a chiusura del’articolo del geopolitico cinese Zhang Wenmu nell’ultimo numero di Limes sulla Cina di XI, una citazione di Mao Zedong del 1941, il quale sottolineava che i cinesi dovevano ribellarsi all’idea accademica occidentale che non si può parlare di politica senza il dover citare l’antica Grecia. L’interessante articolo  di Zhang è tutto una confutazione dello schema “trappola di Tucidide”, senza per altro mai citarlo, postura indiretta tipicamente “cinese”.

[7] Secondo SIPRI, tra 2010 e 2017, i russi hanno venduto armi nella zona per 6,64 mld di dollari contro i 4,58 americani. Nel mondo multipolare c’è sempre una alternativa.

[8] https://www.affarinternazionali.it/2018/11/quad-alleanza-indopacifica/

[9] Sull’area coreana, scrivemmo a suo tempo perché mostra in piccolo una novità geopolitica importante in termini di multipolarità. Certo ci sono americani, cinesi, russi e giapponesi a manovrare sulla scacchiera, ma la convergenza forte di interessi reciproci tra Moon Jae-in e Kim Jong-un, sembra esser più forte dei forti spettatori interessati. Nel mondo multipolare, i “pupazzi” diventano merce rara.

[10] http://sicurezzainternazionale.luiss.it/2018/11/14/commissione-usa-strategia-difesa-nazionale-corso-crisi/

[11] Sempre secondo Allison, p. 245, la collezione delle dichiarazioni ottenute da americani a ripetuto contatto con funzionari cinesi, su come loro vedono la strategia americana sarebbero riepilogabile in cinque punti: 1) contenere la Cina; 2) isolandola; 3) provandola a dividere al suo interno; 4) sminuirne il prestigio; 5) tentar di sabotare la sua leadership politica.

[12] Le analisi qui espresse aggiornano ma non modificano quanto dicemmo già due anni fa in: P. Fagan, Verso un mondo multipolare, Fazi editore, Roma, 2017

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BLOG AGGIORNATO.

La pagina principale del blog è in ritardo di aggiornamento da fine Luglio, come si potrà notare. L’Autore non è andato in vacanza o sprofondato in una depressione intellettuale, sta solo accumulando materiali per un nuovo libro su cui ha cominciato a lavorare. La sezione delle CRONACHE della COMPLESSITA’ che riprendono i post della pagina personale di fb, è invece aggiornata, la segnalo per chi è interessato alla cronaca. Per gli approfondimenti, riprenderò spero presto. Buona lettura e riflessione.

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LA CRISI DELL’ESTETICA TRASCENDENTALE OCCIDENTALE: 2. IL TEMPO.

Detto della coordinata spazio (qui), volgiamoci a quella tempo. Sul tempo si danno almeno tre famiglie di concetti. La prima è quella naturale che scompone il continuo del tempo nel tempo che è stato (passato), che è (presente) che sarà (futuro) e loro relazioni. La seconda è quella della metrica di scorrimento se cioè il tempo accelera e decelera come nostra impressione anche per via del fatto che ciò vi accade salta o si svolge in continuità. La terza è il rapporto che abbiamo col tempo, se cioè lo trascorriamo passivamente o decidiamo unendoci con qualcuno a forzarne lo svolgimento, se abbiamo un piano da costruire con una valutazione tattico-strategica di ciò che serve per raggiungere i nostri obiettivi declinati nella tripartizione “a breve-medio-lungo tempo” o nell’improbabile magica aspettativa del “non c’è-c’è”.

Il primo ambito, quello della naturale tripartizione, vede l’occidentale non importa se globalista, nazionale o locale, ristretto al presente. L’occidentale americano non ha neanche davvero un passato, è storicamente giovane e il suo tempo storico è una unica sequenza di espansione costante costellata di molte vittorie e qualche sconfitta non decisiva, che non fa piacere ricordare ed è meglio prontamente archiviare. Più in generale, è proprio della mentalità anglosassone svalutare la tradizione, non avere profondità temporale dal momento che prima del moderno erano nei bassifondi periferici del medioevo e prima ancora erano semplicemente “barbari”. In più, visto che si sono trovati a dominare la storia occidentale e poi mondiale, non hanno certo buoni motivi per volgersi ad altri tempi che non i contingenti di cui s’illudono di aver trovato la formula magica ed eterna del potere, del dominio, del benessere e del successo. Altresì, schiacciati nel presentismo, così come non hanno piacere ad osservare quello che di diverso è successo prima (se non rintracciandovi improbabili tracce dei presupposti che poi si sono inverati nel loro splendido “qui ed ora”), o altrove, non prevedono possa succedere dell’altro nel futuro. La loro scelta di affidarsi con fede fondamentalista al mercato ordinatore di tutto e tutti, non li spinge a notare altre forme che sono state così come altre forme che potrebbero essere. Nemici giurati del costruttivismo (forse sarebbe più idoneo “costruzionismo”) che non sia svolto nelle segrete stanze dalle loro élite dominanti (una lunga, questa sì, tradizione di club, circoli, società segrete, consorterie e massoneria proprio da loro rifondata tra fine XVII ed inizi XVIII secolo. E cos’è la massoneria se non l’apologia dell’arte costruzionista di color che sanno e possono?), il loro unico piano per il futuro è come prorogare un nuovo secolo anglosassone. La sopravalutazione del presunto oggettivismo scientifico a scapito del più ampio relativismo storico, atteggiamento che impatta anche sull’organizzazione dei nostri saperi, conoscenze ed insegnamenti, rinforza questa auto-reclusione nel presente.

Quanto a gli occidentali europei le cose sono ben diverse per quanto anche qui agisca un motore schizofrenogeno che in quanto sistema secondario del primario anglosassone tenta di condividere questo presentismo negazionista, mentre di sua natura, l’occidentale europeo non può certo far finta di non aver un passato. Altresì, conviene all’occidentale europeo non pensare al futuro se non come neutra ripetizione lineare del presente, non conviene per un ovvio motivo: nessuno dotato di buonsenso potrebbe profetare per gli europei un futuro altrettanto o più brillante dell’attuale o del recente passato. Infatti, il futuro diventa un rimossso che converge con la paura da smarrimento nei vari spazi di cui abbiamo parlato prima, accrescendo la paura e quindi cancellando proprio lo spazio mentale che dovrebbe occuparsi di questo problematico “come sarà?”. Se provate a parlare a gli europei dei prossimi trenta anni, cosa che stanno facendo più o meno tutti quei popoli del mondo in cui fioriscono “piani&strategie”, “vision”, “long view”[1] ed altri tentativi di pre-visione e relativa programmazione, vi guarderanno smarriti anche perché, popolazione sempre più anziana, è ovvio che del futuro abbiano una visione breve e non piacevole. Tra l’altro, ulteriore motore schizofrenogeno sul piano individuale, le società europee sempre più anziane, rimangono centrate sull’idolatria di una giovinezza che non c’è più, ma del resto la sofferenza dell’inadeguatezza è propedeutica e vendere jeans, creme, palestre e sedute di varie terapie riabilitanti chissà poi a cosa.

Ci sono poi altri motivi per non guardare indietro. Chi scrive è da tempo convinto che l’atteggiamento europeo nei confronti della nostra storia della prima metà del Novecento (i due conflitti mondiali e tutto ciò che li ha accompagnai nel loro svolgersi e negli effetti di lungo periodo) sarebbe da ri-analizzare ad ampio spettro. Quell’inglorioso pezzo di storia è stato fin troppo normalizzato, considerato pagina buia ma “naturale” della storia della nostra civiltà. Leggendo come altri popoli giudicano quello che è successo in Europa in quei cinquanta anni, senza entrare nel merito di questo o quella nazione, ideologia, dinamica ma come esito finale e mostruoso di secoli di feroce e mai risolta competizione interna, si può riacquisire una mente ingenua e pulita che rimane giustamente attonita nel constatare il tragico fallimento di una intera forma di civilizzazione, un vero e proprio collasso su cui noi abbiamo transitato con troppa fretta di mettercelo alle spalle.

Purtroppo, l’oscuramento della storia, permette anche di slegare l’attuale sistema del modo di stare al mondo occidentale, proprio dalla composizione delle cause e ragioni che l’hanno reso possibile. Se non ha tempo indietro, non avrà quindi neanche problemi col tempo in avanti e si potrà essenzializzare ad esempio la sua formula economica con acclusa teologia della mano invisibile, dimenticandosi velieri, cannoni, schiavi, furti, massacri, esproprio, feroce dominazione, imperialismi, colonialismi, egoismi, distruzione naturale e culturale e tutto il resto. Quando proprio non si può far a meno di prender atto di tutto ciò, la furba mossa è quella di ascrivere questi fatti al registro morale “sì certo c’è stato anche molto male, anche gratuito e da censurare”, dice lo storico europeo in un soprassalto etico sapendo quanto poco sia importante il giudizio etico nella propria cultura ed in fondo, nella storia stessa. Certa storiografia anglosassone, ultimamente ha presentato una interpretazione che si potrebbe chiamare “Impero per caso”. -L’impero per caso- è il tentativo di rendere accessorio tutto ciò che si racconta in storia, l’imperialismo ed il colonialismo sono censurabili epifenomeni, non voluti, non necessari, un “ci è scappato di mano”, potevamo evitarcelo.  Ascrivendo questi fatti storici al registro morale o a quello addirittura del casuale ed accessorio, si evita di comprendere il necessario ruolo funzionale che hanno altresì svolto. La Rivoluzione industriale s’è fatta col cotone ma il cotone non cresce in Gran Bretagna, il libero mercato non si è espanso per fascino ma si è fatto strada con le cannoniere, buona parte della nostra evoluzione tecno-scientifica è stata trainata del militare con assai spesso un ruolo diretto o indiretto decisivo dell’investimento statale. Quindi, si cerca di dimostra che il nostro modo di stare al mondo potrà continuare a prosperare anche ora che non è più possibile comportarsi come ci siamo comportati in passato.

L’occidentale globalista embedded nella cultura anglosassone quindi, è tutto fuso nel presente, rimuove il passato, presuppone che il futuro sarà un presente allungato. L’occidentale europeo sospeso tra nazione e mercato comune, inorridisce all’idea di precipitare indietro al suo pieno essere nazionale ma non ha più la pallida idea di come andare avanti nel sogno unionista. L’occidentale locale può ricordare nostalgicamente qualche decennio appena trascorso, l’ottimismo felice degli anni ’90, l’edonismo auto indulgente  degli anni ’80, l’impegno politico e culturale degli anni ’70, il keynesismo miracoloso degli anni ’60, ma è subito richiamato dal problematico “qui ed ora”, mentre e sul piano individuale e su quello pubblico e sociale, evita come la peste il farsi domande sul domani. Gli occidentali hanno diverse concezioni dello spazio ma una sola del tempo: il presente. Dovrebbe essere il contrario.

E veniamo alla metrica di scorrimento del e nel tempo. Tutti gli occidentali si trovano in una doppia percezione -per l’ennesima volta- schizofrenogena. Da una parte è evidente a tutti l’impressione che il tempo, ovvero i fenomeni che lo abitano, sta accelerando continuativamente. La semplice sequenza di fatti nuovi e soprattutto l’impressione siano inaspettati come rileviamo dalle fonti informative ormai permanentemente “stupite” dal 2001 in poi, conferma la condizione. Rovesci politici, geopolitici, della gobalizzazione, ambientali, di costume, migratori, della condizione sociale sono percepiti direttamente da tutti ed il fatto che l’informazione non li razionalizzi o li razionalizzi in forme sempre più surreali, crea anche maggior ansia inconscia. Solo recentissimamente, qualcuno ha cominciato a razionalizzare l’idea ci si trovi in tempi del tutto nuovi, “rivoluzionari”. Per lungo tempo recente, le élite hanno fatto finta di niente negando l’eccezionalità dei fenomeni per non allarmare il proprio ambiente sociale e politico, tutto procedeva più o meno come al solito e quando era meno e non più, era per caso o era colpa di qualcuno che non seguiva lo spartito. Questa doppia condizione che percepisce la inusuale velocità dei cambiamenti  da una parte e dall’altra la nega e ne rimuove le cause per non prendersi la briga di mettere in discussione i propri quadri di riferimento, smarrisce e va a sommarsi alle altre “fonti della paura”. La doppia posizione di coloro che pubblicamente esagerano la paura e di coloro che la negano, acuisce lo smarrimento e costoro, da una parte contribuiscono in vario modo ad aumentarla comunque (non c’è niente di più pauroso che avere paura e non sapere di cosa, evolutivamente -i centri mentali della paura- si sono affermati proprio per pre-allertare, ma se non compare subito l’oggetto lo stato diventa permanente, si trasforma in ansia ed avvelena il cervello, quindi la mente) e dall’altra ne danno sfogo nel reciproco insulto. Nessuno sembra volersi occupare delle fonti della paura, tutti sembrano semplicemente dediti a sfogare la tensione attaccando l’altro ed il come e se la percepisce o se la spiega. Naturalmente, essere sprofondati nel presentismo di cui abbiamo prima parlato come condizione occidentale generale e percepire che questo eterno presente non solo non sarà eterno ma è in moto accelerato continuo, verso dove e chissà per quanto, questa percezione senza spiegazione, smarrisce nel profondo.

In tutto ciò, agisce la nostra idea generale del fluire del tempo che storicamente si divide tra continuisti e saltazionisti.  I continuisti risalgono indietro nel tempo come tradizione concettuale, al “natura non facit saltus” che spazia dai latini ai medioevali fino al Leibniz, i saltazionisti sono cresciuti di numero prima nel XIX secolo a seguito della comparsa del concetto di “rivoluzione”, prima sociale e politica poi economica e poi corroborati dalla natura appunto saltazionista dei quanti di Planck-Einstein. Particolarmente fuorviante risulta questa contrapposizione poiché essa stessa è falsata dalla scarsa conoscenza sistemica della realtà. E’ certo che gli imput naturali tanto quanto sociali, fluiscono continuativamente a basso regime in modalità diciamo grossomodo continuata, è che però si vanno ad accumulare dentro sistemi che resistono al cambiamento fino a quando non possono più assorbire imput ed allora subiscono una riformulazione “rivoluzionaria”. E’ del resto proprio questo accumulo con salto finale che notò Planck per primo, per cui alla domanda “quanto accumulo porta al salto?” decise di rispondere un “tot” ovvero un “quantum”. La natura quantistica della fisica è saltazionista perché è sistemica, così funzionano anche i neuroni del cervello e tutte le cose che sono sistemi (praticamente tutto) quindi anche le società. Lo schema logico venne altresì usato da T. Kuhn per la spiegazione di un altro tipo di rivoluzione, quella scientifica, ma potremmo anche dire di più generale “mentalità”.

Non è che i francesi si sono svegliati nel 1789 e tutto ad un tratto “oplà!” hanno trovato opportuno e necessario fare la rivoluzione. La Francia è stata da sempre storicamente allacciata in un sistema che potremmo definire binario col suo competitore naturale inglese. Gli inglesi la “rivoluzione” che portava al vertice le nuove classi imprenditoriali a scapito del dominio aristocratico nobiliare ma soprattutto monarchico, con successiva entrata e sviluppo del moderno, l’avevano fatta esattamente un secolo prima ed anche prima visto che il primo salto con Cromwell era prematuro e non era perfettamente riuscito, ma in quella direzione andava. I francesi erano un secolo in ritardo su gli inglesi ed i russi quando decisero di cambiare diventando sovietici, più di due quanto a modernizzazione. Così il cumulo di innovazioni e modi produttivi, nonché accumulo di capitale e materie prime e potere coloniale prima ed imperiale poi, per la rivoluzione industriale a cui oggi alcuni storici premettono anche la rivoluzione industriosa del XVI-XVII secolo. Oggi molti dilatano anche i tempi della rivoluzione scientifica del XVII secolo, retrocedendo ad un lungo accumulo di approcci proto-scientifici ben precedenti. Questa aspetto della “lunga durata” dei fenomeni è invisibile all’immagine di mondo occidentale, anche perché non ragiona per sistemi.

Altresì, non notando il lungo tempo dell’accumulo di energia che fa la maturazione dell’evento, ci si illude che il cambiamento sociale possa esser fatto intenzionalmente con un “oplà!”, un prima nero e poi bianco, un prima negativo poi positivo, una magia. Così c’è un sacco di gente, pure di buone intenzioni, che immagina possibile e desiderabile questo cambiamento magico, repentino, profondo tanto quanto istantaneo e quindi è lì da un secolo e passa che coltiva la sua speranza rivoluzionaria come altri coltivarono la religione del cargo. Oltre alla inutilità fideistica di questa speranza, c’è il più grave disimpegno all’impegno della modificazione continua che è l’unica che per accumulo può portare davvero ad un nuovo sistema. Inutile  fare guerriglia sociale e politica giorno per giorno ed anno per anno su tutto spettro delle strutture che configurano il sistema sociale, meglio aspettare il giorno in cui marceremo uniti e compatti con la pelle d’oca e canti a voce alta, alla presa del Palazzo d’Inverno! Inutile costruire mattone su mattone la nuova utopia concreta, meglio criticare il mondo reale, chissà che non decida di trasformarsi a chiacchiere. La storia si fa in continuo è la cinematografia ed il mito che cattura l’eroico momento discreto. Così, l’occidentale confuso ed allarmato, sta piano piano capendo che il mondo non è più quello di una volta, non capisce ancora bene il perché visto che non è uso rintracciare i percorsi di lunga durata e l’accumulo di fatti nuovi, non sa neanche dove cercarli se all’interno o all’esterno, non saprebbe neanche come leggerli visto che al massima coltiva una delle tante discipline che leggono la realtà complessa scomponendola in frammenti irrelati, “sente” di esser capitato in una “rivoluzione” e quindi eccolo invocare una rivoluzione adattativa che pensa alla portata di qualche formuletta come il trasformarsi in una belva darwiniana (per l’interpretazione distorta di darwinismo che alcuni pensatori anglosassoni hanno dato del concetto che -per chi scrive- è una teoria dell’adattamento) chiamata a lottare nel tutti contro tutti e vinca il migliore, cioè il più forte ed il più cattivo! Merito, è l’unico paradigma che ci può salvare! Poi magari qualcuno potrebbe notare che in natura sono pochissimi gli individui che si adattano da soli, è tutto un branchi, banchi, stormi, sciami, colonie, gruppi, foreste, ecologie, cioè sistemi ma che importa, l’immagine di mondo prescrive altro e tutto si deve rivoluzionare, meno i sistemi di pensiero, quelli hanno una eternità garantita. Peccato che tener fisso il sistema di pensiero in tempi di cambiamento profondo e rapido, sia esattamente la ricetta infallibile per fallire l’adattamento.

Siamo così impercettibilmente scivolati dalle concezioni del tempo a priori alla valutazione dell’utilizzo attivo del tempo per  modificare noi e il circostante onde ripristinare condizioni di adattamento, ossia di sopravvivenza se non di esistenza qualitativa. Il dramma dell’occidentale capitato in tempi di forte discontinuità è la somma del presentismo che nega al contempo il ruolo lentamente costruttivo del passato e l’interrogativo del futuro mai così problematico come quando ti accorgi che questa volta non è come sempre è stato e quindi sarà, con tutto il resto.

Il “resto” è la prima lunga fase negazionista stessero avvenendo fatti di eccezionale discontinuità, poi riduzione dei fatti ai loro portatori per cui l’11 settembre è colpa della spectre islamista, il crollo del 2008-2009 è eccesso famelico dei banco-finanziari, Brexit è ridotta a populismo, Trump a gli hacker russi, nuove destre europee ad ignoranza, nuovo governo italiano somma di populismo-hacker-ignoranti. Infine la pur debole accettazione del fatto che i fatti eccezionali sono troppi e troppo fitti (ed oltretutto iniziati già quantomeno nel 2001) per negare l’eccezionalità del momento con conseguente affidamento fideistico chi da una parte alle promesse della nuova rivoluzione dell’informazione con destini finali di singolarità (?), chi a sospirare su qualche soluzione salvifica che sia la sovranità, l’uscita della gabbia d’acciaio euro-pea, la liberazione dal neo-ordo-liberismo, Putin ed un nuovo afflato euroasiatico, il ripristino del keynesismo che fu, “forse Trump non è così male come lo disegnano” ed altri generi di conforto.

Presentismo e questa matassa di reazioni compulsive, fanno la condizione occidentale che è poco definire “smarrita”. Smarrita forse sul piano intellettuale, su quello sociale e politico quando c’è pressione minacciosa ed eccessiva, c’è paura e dalla paura si esce in genere con una pronta reazione che tenta di sedarla non importa come. Sappiamo poi bene come va a finire questo “non importa come”. Le élite lungamente negazioniste per le quali questo era il migliore dei mondi possibili, oggi sono sfidate da nuove élite che si candidano a gestire il marasma con iniezioni di ordine e qualche soluzione semplice e prontamente ansiolitica oltreché ovviamente sbagliata. Per il resto il livello del dibattito pubblico è percorso da domande paurose con risposte sempre più impaurite. Demografia? Ma non sarai mica maltusiano? Geopolitica? Ma non sarai mica nazista? Ambiente? Ma non sarai mica pauperista? Stato che in Europa è concetto correlato (almeno fino ad oggi) a nazione? Ma non sarai  rossobruno o liberal-cosmopolita? Migranti? Ma non sarai mica razzista o buonista? Nuove tecnologie mangia lavoro? Ma non sarai mica in favore del reddito di sudditanza, non hai studiato Schumpeter, sarai mica luddista? Democrazia? Ancora con la democrazia, la democrazia è morta o popolo e leader o élite o restringere il voto ai competenti o socialismo (o barbarie), alto vs basso. Soprattutto, nessuno ha la benché minima voglia e possibilità, forse capacità, di fare una analisi integrata della situazione e delle prospettive anche perché ci siamo tranquillamente fatti carcerare nelle specializzazioni disciplinari e quindi chi mai è in grado di restituire l’intero di cui provar a predicare il vero? In più, senza profondità storica e capacità previsionale e convinti o che il mondo sarà come è sempre stato o salterà improvvisamente ad un nuovo livello chissà quale-come-e-perché, mancanti del tutto dei concetti di strategia, tattica, costruzione per tentativi ed errori con obiettivi di minima, media e massima dilazionati nel tempo, indisponibilità a seppellire i sistemi di pensiero del XIX secolo a cui siamo tutti ancora così legati, impossibilità a tenere assieme globale-nazionale-locale, una élite intellettuale non meno smarrita del suo popolo (ed impaurita di aver perso il proprio vantaggio di lucidità nella comprensione e nel giudizio, per cui un po’ isterica) ed un popolo che ha paura e s’incattivisce giorno dopo giorno, la condizione occidentale sembra disperata.

CONCLUSIONE

Questa analisi non ha finalità altra che rintracciare gli apriori del nostro stato confusionale. L’indagine appena tratteggiata ci dice non che la nostra estetica trascendentale di tipo kantiano ha problemi, spazio e tempo sono apriori neutri riempiti poi a posteriori di forme, sono queste forme culturali che ereditiamo dal nostro percorso storico e culturale il problema.

Avendo perso la natura politica delle nostre forme di vita associata, ci siamo fatti disperdere in concezioni di diversa estensione dello spazio dovute al dominio dell’ordinatore economico (il mercato) e ciò ha e sta portando le nostre società a vivere simultaneamente diverse e non componibili concezioni dello spazio. La polis non è più e non più neanche solo la nazione, per alcuni è il sub continente, per altro addirittura l’universo-mondo. Il ricentraggio del pensiero non può che imporre in via prioritaria il definire daccapo che sistema siamo, quale sia il contratto sociale che non può esser più quello del XVI o del XIX secolo, in che spazio è ambientato, quali i suoi confini che per quanto permeabili, aperti e chiusi al contempo, ne segnano il profilo, quindi l’esistenza e sopratutto le condizioni di possibilità future. Questa ri-definizione si deve fare come sempre è stata fatta dalla storia stessa, mediando la consistenza interna della comunità e la condizione adattiva che deve cercare col suo circostante. Non è una opzione liberamente disponibile nel catalogo delle idee e delle forme a piacere e non può rispondere a sistemi ideologici ereditati dal passato, non si formula la domanda giusta se partiamo da “come funziona meglio il mercato?” o da “come è possibile l’irrinunciabile democrazia?”. La domanda giusta è una mediazione, il giusto mezzo tra i due punti del politico e dell’economico, dando il potere ordinatore al politico, ma sopratutto : quanti e quali dobbiamo essere, organizzati come, impegnati in cosa, per darci condizioni di possibilità adattative per i prossimi decenni? Questa la domanda spaziale.

Altresì, la coordinata tempo, se taglia verticalmente la risposta che dovremmo dare alla domanda spaziale fissandola sull’oggi, dovrà necessariamente sia rispondere alle ipotesi sul futuro che siamo giù in grado di fare (ad esempio, le previsioni demografiche almeno al 2050, sono chiare e abbastanza solide, così le proiezioni di crescita e peso economico), sia misurarsi con la geo-storia che rende possibile alcune cose ed altre no. Oltre naturalmente a tener conto che non siamo più in modalità caccia e raccolta, il pianeta è sempre più affollato e l’ambiente ci pone limitazioni insormontabili e rendimenti decrescenti. Se riuscissimo a darci una comune convenzione temporale, una presa d’atto diffusa che siamo capitati in tempi storici di grande e profondo cambiamento e che il cambiamento ha la doppia natura continuata e saltazionista, potremmo meglio condividere una stessa coordinata del tempo da incrociare con quella dello spazio.

Ma la discontinuità storica e culturale più profonda è l’ultima: dovremmo volgerci tutti ad una postura costruzionista e non farci vivere dagli eventi. Tale postura è inedita per noi e specificatamente vietata da Agostino d’Ippona a Friederich Hayek, dalla religione (ci pensa Dio) come dall’economia (ci pensa il Mercato), i due ordinatori storici  che hanno governato l’ultimo millennio, i due Dioscuri occidentali dietro i quali si son nascoste le élite che hanno dominato e dominano i tempi e gli spazi dell’Occidente, prima medioevale, poi moderno. Questa è ancora la condizione socialmente, politicamente e culturalmente passiva fotografata da Marx nell’XI Tesi su Feuerebach, tesi che invocava il necessario ed intenzionale ribaltamento copernicano a cui abbiamo dato scarso seguito. Prometeo venne condannato per l’ardire costruzionista, noi oggi non abbiamo altra scelta che liberarlo dall’incatenamento, ricordandoci l’etimologia del suo nome oltre che l’esempio del suo ardire: colui che riflette prima. C’è molto lavoro da fare per il pensiero occidentale a cominciare proprio dalla revisione degli apriori spazio-temporali e c’è molto mondo da cambiare se non vogliamo patire le pene del lento e doloroso disfacimento a cui son condannate le stirpi di cent’anni di solitudine: non avere una seconda opportunità sulla terra[2].

(2/2 Qui la prima parte. L’intero studio in forma unica, qui))

[1] La Cina ha varato un programma industriale 2025 ma anche quello delle vie della seta e più in generale le varie strategie di condivisione del “futuro moderatamente prospero, condiviso ed armonioso” in una visione che Xi Jinping chiama il sogno cinese ovvero “the great rejuvenation of the Chinese nation”. Ecco un programma di ringiovanimento per una civiltà che ha più di cinquemila anni, mi pare un segnale sintomatico.

[2] G.G.Marquez, Cent’anni di solitudine, Feltrinelli, Milano 1988

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LA CRISI DELL’ESTETICA TRASCENDENTALE OCCIDENTALE. 1. LO SPAZIO.

Kant, iniziava la sua indagine sulla ragione umana[1], premettendo l’analisi sulle forme della mente entro le quali si ambientano poi tutte le altre funzioni. Le chiamò -estetica-, dal greco àisthesis che significava “sensazione” e -trascendentale- ovvero che si danno prima ancora di farne esperienza, sono apriori, sono condizioni di possibilità per tutto il resto. L’ET quindi indagava proprio le forme a priori che permettono la collocazione mentale di quegli oggetti e fenomeni di cui poi facciamo esperienza sensibile. Queste forme, secondo il nostro, erano due: la spazio ed il tempo. Queste due forme sono nella nostra mente. Kant visse mezzo secolo prima di Darwin e quindi non poteva dedurre che queste forme fossero il portato dell’evoluzione, ma oggi sappiamo che sono presenti in noi perché ci danno la possibilità di entrare in relazione con ciò nel quale siamo immersi. Ai fini pratici, poco importa disquisire se queste forme esistono oggettivamente fuori di noi o meno, se esiste davvero lo spazio e proprio così come ci sembra che sia -sappiamo ad esempio, con la fisica quantistica, che dello spazio si danno altre forme oltre a quella che sperimentiamo sensibilmente- o se esiste il tempo, tema su cui molti fisici si appassionano in seguito ai portati della relatività einsteniana. Prendiamo atto che così funziona la nostra mente, “come se” davvero la realtà in cui siamo immersi rispondesse a queste forme che ci aiutano a percepirla per poi -in essa- orizzontarci ed agire.

Detto ciò sul piano generale ed impersonale, trasferiamoci al piano sociale ovvero storico e culturale. A priori le forme di spazio e tempo sono scenari del possibile, a posteriori queste forme pluri-possibili, hanno preso alcune inclinazioni discriminanti, alcune forme determinate dalla storia e dalla cultura che, cumulandosi, fanno la nostra mentalità. E’ quindi una corruzione del trascendentale puro, è un apriori in cui la forma pura si declina con quella acquisita nella storia. La nostra indagine tende a verificare come sono fatte e se risultano idonee ai tempi che viviamo in particolare relativamente alla società, come pensiamo lo spazio in cui si ambientano le nostre società, come pensiamo il loro tempo. Il nostro sospetto è che esse non solo non siano idonee ma pregiudichino ogni altra successiva forme di elaborazione del pensiero che possa aiutarci a cambiare le forme sociali in cui viviamo, stante che sono questi “veicoli adattativi” che usiamo da sempre per vivere nel mondo.  L’indagine quindi, tende e segnalare punti di riforma del pensiero o meglio delle forme in background da cui poi traiamo pensiero, pensiero che precede l’azione sul mondo, il fare cose.

LO SPAZIO.

Per l’occidentale[2], lo spazio è sempre stato un ritaglio più o meno esteso del mondo. Una stretta minoranza in genere facente parte dell’èlite delle varie società storiche, ha sempre avuto un concetto di spazio più grande rispetto alla massa legata al proprio circostante. Gli antichi navigatori cartaginesi, ad esempio, c’è chi sostiene siano addirittura arrivati in America. Sappiamo per certo che quelli fenici e greci conoscevano bene l’intero spazio mediterraneo e forse anche oltre. Gli storici come Erodoto e i geografi come Strabone e prima di loro Anassimandro ed Ecateo di Mileto, avevano conoscenza di grandi spazi. Gli stoici elaborarono il concetto di cosmopolitismo in uno spazio allargato e vasto detto ecumene. Alessandro si spinse fino all’India mentre le élite romane presidiavano buona parte dell’Europa e non solo, commerciando -via arabi e persiani- coi cinesi. Col Medioevo, inizialmente l’idea di spazio collassò di nuovo al circostante, poi riprese ad aprirsi prima all’ecumene cristiano che si espandeva all’Europa occidentale, poi alle coste musulmane del Mediterraneo. La fine del Medioevo è anche l’inizio delle grandi navigazioni con la “scoperta” del continente americano, il periplo dell’Africa e quindi l’accesso all’oceano Indiano ed all’Asia estrema per la via marina e per via terrestre prima con gli scopritori come Marco Polo, poi con lo sciame commerciale lungo le vie della seta. In seguito, colonie ed imperi hanno portato alcuni occidentali non solo ad avere percezione o conoscenza del vasto mondo, ma a viverlo. Nel moderno, se alcune élite cominciavano ad avere concezione spaziale del vasto mondo, altre rimanevano legate al nuovo spazio nazionale, mentre i più rimanevano legati al loro locale. Più o meno, questo primo assetto tripartito della concezione spaziale  della modernità, mondiale – nazionale – locale,  che corrisponde a tre precise fasce di popolazione, è quello che è rimasto sino ad oggi sebbene con qualificazioni diverse da quelle del XV-XVI° secolo.

Oggi abbiamo una élite pienamente cosmopolita ed anche ideologicamente mondialista. Questa élite però è in un certo senso figlia di quella del passato nel senso che nonostante Internet, i viaggi aerei, le vacanze esotiche e il funzionariato in qualche multinazionale o organizzazione internazionale, piuttosto che una salgariana e libresca conoscenza del mondo ad uso degli studiosi di varie discipline tra loro sempre rigidamente separate, considera il mondo ancora un territorio provvidenziale in cui andare sostanzialmente a far caccia e raccolta, sotto forma di “affari”. Pochissimi son coloro che hanno una più corretta percezione problematica di quanto il mondo sia diventato frazionato, denso e complesso, di quanto nuove siano per noi le dinamiche di feedback derivate dalla raggiunta finitezza dello spazio planetario,  dalla incombente finitezza di alcune risorse, dalle prime avvisaglie di una pronunciata sregolazione ambientale. Questa élite entusiasta del globale, ha quindi la più ampia percezione dello spazio ma con una risoluzione molto bassa e spesso, assai distorta. A partire dal non aver forse ancor ben compreso quali saranno i rapporti di massa, peso e forza tra l’Occidente precedentemente aristocrazia del mondo e questo Resto del Mondo che già lo sopravanza di quasi dieci volte demograficamente (erano solo tre volte, appena un secolo fa). Una distanza quantitativa molto più ampia che nel recente passato ed una distanza qualitativa in termini di performance di economia moderna che si è di molto ridotta, in alcuni casi annullata, in altri addirittura invertita.

A raggio più limitato abbiamo poi l’élite intermedia che verte sullo spazio nazionale/continentale ed essendo più politica dell’altra che è economica, rimane la più importante. Diversa è questa condizione intermedia per l’occidentale americano che è ambientato in uno stato molto grande e massivo che ha stabili rapporti di dominanza con il suo continente e nessun vicino competitivo e l’occidentale europeo. Questo è legato ad uno spazio storico di relativa omogeneità (la nazione è un concetto tipicamente europeo e che gli europei hanno imposto al tempo degli imperi e delle colonie al resto del mondo, con esiti assai problematici come in Africa, Asia e Medio Oriente), che già da tempo deve fare i conti con tre fatti.

Il primo è il tentativo di trovare una forma stabile di convivenza pacifica tra le nazioni europee storicamente dedite all’offesa/difesa reciproca. Questo primo fatto ha spinto gli europei a trovare un loro regolamento di relazione reciproca nel fatto economico -mercato comune- che ha poi portato al regolatore monetario -l’euro-. Tale soluzione apparve la migliore in tempi in cui l’Occidente sembrava aver davanti a sé un lungo periodo di egemonia mondiale e sostenute prospettive di crescita e buona salute economica, prospettiva che oggi non si dà più. Erano state provate altre vie inizialmente, come il progetto di difesa comune ma l’egoismo nazionale francese aveva fatto naufragare il tentativo come poi gli stessi francesi ed olandesi fecero nei referendum sulla ipotesi costituzionale comune. In pratica, nessuno mai si è sognato una vera evoluzione di fusione sovra-statale nel modello federale di cui si è più scritto che creduto, ognuno rimaneva nel suo spazio storico ma al contempo, faceva sistema economico comune con tutti gli altri. Se lo scambio economico tesse la trama interna al sistema nazional-europeista, il fattore geopolitico pone questioni diverse, ad esempio,  al fronte meridionale e orientale d’Europa. Il primo deve fare i conti di vicinato con gli afro-vicino asiatici,  il secondo con i russi un po’ euro-slavi ed un po’ asiatici. Il modello unionista era e rimane confederale con uno spazio politico nazionale per quanto attiene l’interno ed europeo per quanto attiene alle politiche confederali che sono solo politiche economiche, una moneta senza stato basata su un trattato (quindi a gestione rigida) ed una economia decisamente intrecciata. Tutti rimangono poi subalterni sul piano militare al capobranco occidentale americano nella NATO, la costruzione europea che ha esclusivo senso economico, è del tutto estranea ai problemi geopolitici. Ogni volta che si pongono questioni di politica estera, riemerge la natura nazionale di questo sistema indeciso a tutto che si spacca com’è ovvio che sia visto che non “un” soggetto, né sembra abbia seria intenzione ed anche possibilità di diventarlo.

Il secondo fatto discende da questa imperfetta costruzione in cui invero, le nazioni europee sembrano aver voluto superare von Clausewitz che leggeva la guerra come una continuazione in altre forme della politica, facendo dell’economia una sorta di guerra regolata che, dopo secoli, gli europei non possono o non vogliono più combattere in quanto tale. Questa postura tutta economicista e perdurantemente competitiva al suo interno porta le nazioni europee  ad orizzontarsi nel limitato raggio del sub-continente, laddove oggi il raggio  per tutti, su molte questioni, dovrebbe essere tendenzialmente il mondo. Così le nazioni europee, alcune nazioni europee con pedigree ex imperiale ed ex coloniale, nel Medio Oriente sono andate passivamente appresso al capobranco americano e in Africa hanno continuato a rubare e sfruttare salvo aprire interi corsi di studi che avrebbero dovuto analizzare la nuova condizione post-coloniale quando più che “post”, si era in una condizione “neo” coloniale. Com’è noto, se l’impero almeno obbliga il dominante a farsi carico dei problemi che tramano lo spazio che si domina, se la colonia obbliga almeno ad una presenza responsabile e partecipata dei problemi locali anche in ragione degli interessi locali dei propri coloni, l’atteggiamento neo-coloniale è puramente di caccia e raccolta, si va, si prende, ruba e sfrutta, si lascia la mancetta al corrotto guardiano locale e tanti saluti. Quindi, non solo non esiste una politica estera europea, non solo l’Europa rimane un sistema ibrido più a competizione interna regolata che cooperativo, ma le singole nazioni alimentano la propria forza continuando ad attingere con stile di rapina da un esterno che però non è più quello di un secolo fa.

Il terzo fatto, è più recente ed è relativo alla confusione che si sta ingenerando tra globale ed internazionale.  Dal momento che gli Stati Uniti sembrano voler dare il “rompete le fila” ovvero l’ognun per sé che tende a disintegrare il precedente sistema occidentale detto “atlantico”, i nani europei rimangono un po’ disorientati dal doversi prendere carico ognuno delle proprie responsabilità di relazione a cotanta complessità. Interessi, cultura e mentalità che son rimaste radicatamente nazionali per ogni stato europeo, mentalità che ha mosso ognuno a cercar di coltivare il proprio unilaterale interesse, pone i singoli stati di nuovo in competizione tra loro nel mentre scoprono le difficoltà della nuova competizione a spazio mondiale. Così gli euro-orientali sono tutti presi dai problemi di relazione duplice con i cugini occidentali tedeschi e con i russi, i tedeschi seguono la metrica mercantilista tanto in Europa che nel mondo curando il proprio “grande spazio” germano-scandinavo, i francesi curano le loro colonie africane, i britannici salutano la compagine per volgersi al loro ex Commonwealth, al Pacifico ed ovunque si possa piazzare il loro vantaggio comparato ormai ridotto alla banco-finanza e servizi annessi, gli scandinavi si preoccupano dei russi anche in visione del prossimo e già ampiamente annunciato conflitto dell’Artico, i mediterranei vanno in ordine sparso a fronteggiare i flussi migratori africani cercando si scaricare l’un sull’altro le incombenze. Qualcuno va a promuovere il proprio interesse nazionale a Mosca o a Pechino ma quasi di nascosto perché ufficialmente l’istituzione comune è ufficialmente allineata alla politica estera americana che vieta queste relazioni. Presi nella schizofrenica morsa bipolare della “sovranità liberista” (in cui l’un termine è politico e l’altro economico, da cui la natura contraddittoria della convivenza tra i due concetti), le nazioni europee navigano a vista osservando preoccupati la perdita del “benevolo” governatore americano, il ritorno dei loro mai sedati egoismi nazionali e la rottura della mai davvero creduta e praticata solidarietà europea, nonché la problematica torma di nuovi attori in esuberante crescita nel circostante mondo “grande e terribile”. In più, gli euro-occidentali invecchiano e presi singolarmente come stati, nessuno sembra aver sufficiente massa e quindi potenza per competere con l’ex amico americano, per non parlare dei giganti asiatici o con la pletora dei vivaci Paesi in via di emersione se non già sviluppati. Problemi sistemici come il collegamento est-ovest o sud-nord, rimangono fuori portata dello spazio trascendentale delle mentalità europee. Le élite nazionali dei vari paesi europei quindi, non solo vengono prese nella tenaglia tra un globale che il precedente sponsor americano sta ripudiando e il risorgente interno sovranismo nazionale, ma vedono anche la nuova problematica forma delle relazioni bilaterali alle quali non sanno come accedere partendo dalla base della loro eterogenea e litigiosa unione incompiuta (e non componibile) e la consistenza ormai poco più che relativa del loro singolo stato-nazione.

Se dunque i primi sono ancora convinti con entusiasta leggerezza che “tutto il Mondo è paese” ed i secondi si stanno rendendo conto che al di là dell’ubriacatura ideologica, ogni Paese è rimasto un mondo a sé, la maggioranza degli occidentali europei, i locali, è drammaticamente lontana da tutto ciò e rimane legata al proprio stretto specifico. Un locale sempre più strattonato dal continentale, dal geopolitico, dal geoeconomico e dal globale che non mostra più la faccia sorridente e ricca di doni della globalizzazione ingenua ma il volto rabbuiato ed a volte minaccioso della competizione planetaria, delle migrazioni indotte e naturali al contempo, delle ripercussioni del disordine ambientale ed ecologico, dell’erosione del lavoro e del potere d’acquisto, del problematico islam, della rottura dei quadri multilaterali, della pirateria banco-finanziaria, della imperscrutabile dinamica dei grandi player del gioco di tutti i giochi e della sostanziale impotenza della convenzione politica democratica. I locali hanno paura anche perché persi i vantaggi della posizione occidentale otto-novecentesca, in via di abbandono dalla tutorship americana, abbandonati a loro stessi dalle élite globaliste e da quelle nazionali ambiguamente poste un po’ di qui (per i necessari voti elettorali) ed un po’ di là (gli interessi del mercato europeo), si sentono soli là dove “la diritta via era smarrita”, il bosco si fa fitto e sta pure calando la notte.

Questi tre gruppi di occidentali hanno tre diverse visioni dello spazio, che accettano o rifiutano vicendevolmente e che abitano con divergenti visioni del mondo non sempre attinenti alle reali e concrete condizioni di possibilità. Il prematuro annuncio della fine delle ideologie, ha oscurato il fatto che ovviamente le ideologie come sistemi organizzati di pensiero (magari dette “visioni del mondo”) non possono morire perché sono consustanziali al funzionamento della mente umana. Ed hanno oscurato quanto siano forti quelle oggi presenti e quanto muovano da presupposti realistici o del tutto idealistici. Il conflitto quindi tra parti sociali (si sarebbero chiamate “classi” nel passato ancora recente), si riflette nel conflitto tra le loro ideologie e visioni del mondo di riferimento, ma è tutto da vedere quanto queste attengano alle reali condizioni del mondo o quanto si strutturino nel tentativo di prevalere le une sulle altre, conformandosi in opposizione negativa o critica a quelle avversarie. I richiami all’ineluttabilità della globalizzazione, l’idea degli utopici Stati Uniti d’Europa, il neo-sovranismo, il neo-nazionalismo, il vago cosmopolitismo, sembrano più conformarsi le une idee rispetto alle altre che rispetto a soggetti non precisati (individui? classi? nazioni? popoli? civiltà?) che debbono adattarsi ad un preciso spazio (regionale? nazionale? continentale? mondiale?), discendono tutti da presupposti che vengono discussi per i loro effetti non per la legittimità della loro fondazione.  In più non si capisce mai con chiarezza se stiamo parlando dell’economico, del politico o del culturale, se l’una dimensione che fa bene all’economico fa bene anche al politico o viceversa. Per l’occidentale, il concetto di spazio è fratturato, di una pluralità troppo eterogenea, legato a visioni del mondo costruite sull’interesse personale o di classe e non su quello di tipo sistemico sociale e comune, nonché difese le une contro le altre, più che basate su una realistica analisi della condizioni di possibilità e necessità adattiva.

L’elenco diagnostico quindi segna quattro punti: 1) stiamo perdendo lucidità sul concetto di sistema politico. Proveniamo dalla sequenza  poleis, comuni, città-stato, principati, regni, poi stati e poi stati-nazioni con qualche impero qui e là. Forse, come europei, dovremmo pensare a più grandi stati con più nazioni prima di saltare da 27 a 1, ma una nube confusiva fatta di vago cosmopolitismo, mondialismo, internazionalismo, europeismo fortemente idealistico ed assai poco pragmatico e realistico, idee che discendono da precise immagini di mondo (liberalismo mercatistico, internazionalismo comunista, universalismo cristiano che a volte convergono in un europeismo formale), sostituisce il cosa ci converrebbe e ci è possibile fare con il cosa è idealmente prescritto dalle stesse immagini di mondo; 2) tutti i passaggi storici precedentemente elencati si sono affermati in modo impersonale. A ritroso ci sembrano una sequenza ordinata, progressiva e logica ma nessuno invero ha deciso ex ante queste forme. Non abbiamo quindi tradizione di costruzione storica intenzionale, a partire dal fatto che pensiamo queste forme ignorando la relazione tra la demografia e lo stile di vita del sistema originario e le condizioni date da ambiente e vicini. Ora siamo a stato-nazione ma lo stato-nazione europeo ha senso adattivo oggi e domani visto che nasce cinque secoli fa in tutt’altro contesto? Non sapendo bene come la storia si è fatta, certo non sappiamo bene neanche come eventualmente farla ed inoltre siamo respinti da varie ideologia passivizzanti dall’idea di fare noi la storia; 3) il tutto prende la forma di una divaricazione irrisolvibile tra gli interessi economici delle singole parti che anelano al globale, gli interessi economici e politici sistemici che dovrebbero convergere nel sistema europeo post-nazionale che sembra impantanato in un irrisolvibile transizione tra la pletora degli stati nazionali e l’ipotesi federale che viene in aiuto logico ma che di per sé non ha sufficiente teorizzazione con destino pratico e l’interesse politico di tipo -debolmente- democratico che rimane ancorato alla dimensione nazionale stante che in linea teorica la democrazia presupporrebbe spazi ancora più ristretti; 4) dopo il doppio cataclisma novecentesco l’Europa sta per esser abbandonata dal tutor americano, ma se ciò richiederebbe di aver  maggiori responsabilità sul proprio destino, queste responsabilità -gli europei- non sono pronti a prendersele.

Il tutto può esser riassunto nella diagnosi stretta che sarebbe necessario ridiscutere che tipo di spazio ci servirebbe per adattarci al mondo che viene e che tipo di contratto sociale lo debba ordinare, una domanda che, per varie ragioni, tutti sembrano voler eludere.

Ma se la concezione dello spazio presenta problemi, cosa ne è dell’altra coordinata, il tempo?

(1/2 Qui la seconda parte)

= 0 =

[1] I. Kant, Critica della Ragion Pura, Bompiani, Milano, 2004 (o varie altre edizioni)

[2] Specifichiamo l’”occidentale”  perché è di esso che ci vogliamo occupare. L’orientale è un’altra generalizzazione con cui di solito s’intende il cinese (ma non l’indiano o il mongolo delle steppe o l’isolano nipponico). Brevemente, il cinese è convinto di essere lo spazio centrale del tutto e sul tempo coltiva tanto la profondità passata che l’ipotesi su un futuro che sente di dover prevedere e pianificare.

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AGGIORNAMENTI.

Le CRONACHE della COMPLESSITA’, sono state aggiornate (ero in ritardo da fine giugno). Buona lettura, a breve anche un articolo in due parti sul concetto di SPAZIO e TEMPO nella mentalità occidentale.

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THERE IS NO ALTERNATIVE?

L’argomento che qui trattiamo è la tesi sostenuta dall’economista e storico americano Robert J. Gordon, nel suo celebre “The Rise and Fall of American Growth” (Princeton University Press, 2016), beneficiato di non so quanti premi editoriali, critiche molto rispettose e giudizi altrettanto ossequianti da parte di K. S. Rogoff e di L. Summers, nonché da premi Nobel quali R. Solow, G.Akerlof e P. Krugman di cui alleghiamo qui una recensione tradotta in italiano. Ammettiamo di non aver letto le 784 pagine dell’originale che pare siano assolutamente godibili per le parti descrittive delle reali condizioni di vita prese con narrativa concreta e circostanziata, tanto quanto per le molte tabelle, indici, statistiche molte delle quali confezionate proprio dall’Autore a supporto della sua inedita tesi. Ci siamo riferiti ad un companion book che ne riassume le tesi (una sorta di Bignami, se ci è consentita l’analogia) ed ai molti articoli su di lui scritti, nonché alle sue conferenze, le TED (qui) ma anche la più estesa conferenza alla LSE di un’ora e mezza (qui). Alle tesi del professore della Northwestern, per quanto inedite e fuori del coro, a chi scrive, non risulta siano state opposte obiezioni forti. Certo poiché la tesi portano ad un certo pessimismo per il futuro ed essendo il futuro impredicibile in via di principio, si può apprezzare la sua ricostruzione storica e poi mantenere out look più ottimisti, ma più che certezze predittive, l’opera di Gordon è secondo noi apprezzabile in senso storico ed in quanto materializzatrice di quel fenomeno che chiamiamo economia, soprattutto per il mondo occidentale e soprattutto ora che la crescita orientale sembra mostrare fenomeni di “grande convergenza” con quella occidentale come abbiamo segnalato già qui. “Materializzatrice” sta per render concreto quel motore di bisogni che l’innovazione che traina lo sviluppo economico va a soddisfare, troppo spesso il fatto economico ci viene presentato come se non avesse riferimenti concreti, il che lo rende a-geografico, quanto a-storico, eterno presente di curve che s’alzano e scendono chissà poi perché. Ricordarci la vera storia di “chi ha fatto cosa, quando, come e perché”  ha il merito di portarci a fare il punto sul perché continuiamo ad avere dogmatica e cieca fede che il futuro sarà una qualche versione del passato. Nonché a scuotere pesantemente questa stessa fede all’ombra della quale poi s’apparecchiano i banchetti combattenti dei keynesiani vs hayekiani. A noi a cui piacciono di più i Braudel ed i Polanyi, gli Arrighi e financo i Bairoch, a noi che abbiamo più sintonia con gli economisti storici che con gli economisti a-storici, le tesi di Gordon ci hanno molto stimolato. Vediamo quindi di che si tratta.

Il campo indagato da Gordon sono gli Stati Uniti d’America che però possiamo ritenere un frattale del più generale sistema economico occidentale. La tesi centrale dello studioso è che l’andamento storico dell’economia è stato storicamente da stagnante a moderatamente ed occasionalmente in crescita. Quello che è successo nel secolo della grande espansione ed intensificazione, tra 1870 e 1970, è eccezionale ma anche irripetibile. Conviene quindi registrare questa eccezionalità ed archiviarla, di conseguenza occorre vedere che tipo di economia ma soprattutto che tipo di società vogliamo costruire per l’immediato futuro non contando più sul traino potente di una forza che ha ormai compiuto il suo compito storico.

Il sistema economico moderno non può esser scorporato dal tipo di società che intorno ad esso si è andata formando. Questa società che si è andata formando per prima nell’Italia del XV secolo, nasceva di rimbalzo ad una catastrofe molto impattante: la Peste Nera di metà del Trecento. L’alto impatto dell’evento venne dato da quattro fattori. Com’è noto, morì in Europa circa un terzo della popolazione senza alcuna distinzione di sesso, età, condizione sociale. Tutto avvenne in un tempo molto concentrato, cinque anni per il suo corso più importante. Ciò avvenne più o meno sincronicamente in una vasta area d’Europa, la stessa che coincideva con l’ecumene cristiano, colpì cioè una intera forma di civilizzazione. Il drammatico evento per dimensioni ed intensità degli effetti prodotti, non aveva spiegazioni plausibili e quindi non aveva possibili rimedi. Quest’ultimo fatto fu decisivo. La forma di civilizzazione del tempo, constatò di aver fallito lo scopo di ogni società ovvero l’adattamento alle condizioni date. Il fallimento retroagì sulla credibilità delle istituzioni del tempo, sia per la parte narrativa sviluppata praticamente in forma unica all’interno della Chiesa (la cultura volgare, per quanto importante, svolgeva puro ruolo di accompagnamento ed intrattenimento), sia per la parte sociale e politica che intorno a quella narrazione ruotava. Inizia lì, la fine del Medioevo.

Gli studi storici su questa transizione, ci raccontano di una veloce emersione delle prima cittadine che nate borghi già ai primi del Mille, vanno a riempirsi sempre più calamitando il disperso contado circostante. Le città, chiedono logistica, materiali, infrastrutture, chiamano quindi artigianato e lavoro sia progettuale che realizzativo, assorbendo materiali dalla media-lunga distanza. Pur se la popolazione complessivamente era stata decurtata, la bassa densità abitativa dei territori registrava uno sbilancio tra domanda (di cibo soprattutto, la popolazione produttiva delle campagne e del ciclo di produzione, lavorazione e distribuzione presentava grossi buchi) ed offerta. Molta innovazione di questa poco notata prima “rivoluzione industriosa”, rispondeva in primis al bisogno di garantire un sostanzialmente simile output produttivo al diminuire delle braccia umane disponibili e prese la forma di macchine. C’è chi ha notato che -ad esempio-  anche la rivoluzionaria macchina da stampa, nasceva per risolvere il problema della scomparsa sincronica di gran parte degli amanuensi. Una volta che pietre, legno, cuoio e metalli affluirono in città, la creatività produttiva certo crebbe anche per risolvere problemi nati ex novo dal semplice fatto che si erano cominciati a risolvere i primi problemi di base.  Questa prima rivoluzione industriosa innova, crea, produce in modo nuovo per quanto limitatamente ad uno stretto range di prodotti, ma porta anche le città ad interconnettersi in una prima rete di mercati e mercanti, trasporti, cambi e cambiali. Una rete territoriale tra centro-nord Italia, Francia orientale e Germania occidentale, su fino alla Province Unite con a lato la Lega Anseatica, ma anche una rete marittima di porti e navi tra Italia e sponda orientale del Mediterraneo. Quanto alla sua forma puramente economica, e per il lato banco-finanziario e per il lato produzione e scambio, questa economia può già ben dirsi moderna e capitalistica, ma non se ne comprende la ragione del “prima non c’era dopo c’è” se non la si riconduce al potente trauma del Trecento. Fu una risposta adattativa a seguito di un macroscopico fallimento della forma precedente, la sua energia storica non era magicamente nata al suo interno, era stata mobilitata da uno shock esterno.

Non se ne vuole fare per l’ennesima volta una improbabile legge newtoniana del cambiamento storico in quanto la storia non ha leggi, ha semmai regole, regole che a volte si applicano a volte no, a volte con una certa intensità esplicativa altre volte minore, ma molto spesso sono questi avvenimenti macro a spingere i veicoli adattivi che chiamiamo “società” a muoversi e cambiare. Fattori ambientali (cambiamenti di clima o catastrofi naturali), fattori demografici di area ovvero densità abitative e frizioni confinarie degli areali, incursioni disordinanti o potenti migrazioni, differenze ampie tra il grado di potenza di una parte geografica rispetto all’altra (ad esempio il divario che portò l’Europa occidentale portoghese, olandese, spagnola, poi francese ed inglese a conquistare e poi dominare prima il mondo americano, poi quello afro-asiatico), crolli di un sistema nato in altre condizioni e crollato al rapido modificarsi dell’intorno, sono assai spesso gli scossoni che mettono in moto reazioni che poi scrivono la storia. Se chiamassimo questa “concezione adattiva della storia” rimarcheremmo il fatto che le società non sono monadi isolate e poiché ognuna di esse, per costituzione, tende a creare ordine ed omeostasi, non sarà certo dal suo interno che nasceranno gli imput al cambiamento. Il cambiamento è in genere richiamato dal muoversi di ciò in cui le società sono immerse e del resto questo Tutto, che fosse la porzione geografica con l’Impero romano ed il suo oltre il confine, che fosse l’Europa del Tre-Quattrocento e la sua dialettica col mondo musulmano medio-orientale, turco o nord-africano o che fosse l’Occidente del 1870 che si espandeva all’intero pianeta o il giovane nuovo mondo multipolare denso e complesso nella cui fase storica siamo appena entrati, si muove di suo, è eracliteo di default. Alle società non rimane che adattarsi a questo movimento a volte rapido ed improvviso, a volte lento e continuo.

Quando lo sviluppo di questo nuovo mondo moderno ormai maturo per prendere ufficialmente il posto dell’ordine medioevale, nella sua direttrice europea sud-nord giunse infine in Inghilterra, e dopo che altri movimenti avevano portato alla costituzione di nuovi attori socio-politici massivi quali i primi Stati poi Stati-nazione, produsse un secondo sistema fondamentale per il suo successivo sviluppo: lo Stato parlamentare. Come altrettanto spesso accade in storia, fu la periferia più arretrata quindi meno strutturata, a lanciare l’innovazione fondamentale: un parlamento che legifera per un interesse trainante ritenuto generale. Non si comprenderà mai la storia di quello che chiamiamo capitalismo se non si fa perno sulla Gloriosa rivoluzione inglese del 1688-89. Solo da lì, leggi, tasse, investimenti pubblici e quindi a seguire privati (sequenza di cui è impossibile trovare nella storia il flusso invertito, dal privato al pubblico che lo “segue”), istituzioni culturali (università, Royal Society), élite finanziarie-produttive-militari-culturali unite dal compito legislativo e politico, vanno a sistema convergendo le intenzioni e le decisioni usando la nuova potenza legislativa unificata del fiscale, dell’economico, del giuridico e del militare. Lì, il banco-finanziario fa un salto strutturale (tra cui la banca centrale) e così l’economia di produzione e scambio, sopratutto la produzione per altro sempre più potenziata dalle nuove materie prime coloniali e dallo stesso scambio che per avvenire doveva contare su veicoli di trasporto sempre più avanzati ed una logistica sempre più sofisticata. Se quindi capitalismo come pura forma economica tra le altre ha storia pregressa di lunga durata, capitalismo come nome di società avviluppata e determinata da una unica forma dominante di economia ha natali inglesi tardo XVII secolo.

Tutto ciò giunge infine al terzo salto. Dopo la rivoluzione industriosa e la Gloriosa rivoluzione che creò il doppio sistema binario economia e politica al servizio del suo sviluppo, tanto quanto l’economia diveniva supporto di crescita della potenza dello Stato, la rivoluzione industriale esplode l’applicazione di una serie di innovazioni nella produzione mentre l’impero fornisce materie prime e mercati di sbocco. La spirale di potenza del sistema anglosassone, nato in Inghilterra, poi Gran Bretagna, poi Regno Unito, ora va considerata binaria con gIi Stati Uniti d’America e da qui in poi, cediamo il passo al trattato di Gordon.

Questa terzo salto, trae la sua propria energia creativa da una serie di innovazioni succedutesi in sequenza: elettricità, motore a scoppio, rivoluzione casalinga con elettricità, calore, fognature ed acqua corrente potabile. Gli invasati della tecno-scienza si ricordino che scaffali di ricerche hanno dimostrato che in relazione al vertiginoso aumento dell’aspettativa di vita, la penicillina ha contribuito per non più del 3,5%, i bambini e molte madri hanno smesso di morire dopo il parto da quando levatrici e chirurghi hanno preso a lavarsi le mani col sapone. E’ bastata la crisi dell’acqua contaminata per riduzione dei budget di controllo a Flynt, Michigan, per far sprofondare l’intera zona al 1850, lì dove torneremo quando avverrà la predetta con certezza del se ma non del quando, prossima massiccia tempesta solare che paralizzerà ogni cosa della nostra iper-moderna vita che dipende dall’elettricità e dall’elettromagnetismo, per mesi se non per anni. Gordon sembra non soffermarsi troppo sulla chimica primo-novecentesca, ma va senz’altro posta accanto alle altre motrici. Ne consegue un incredibile salto di civiltà con un primo effetto demografico (diminuzione della mortalità infantile + aumento dell’aspettativa di vita), un secondo effetto economico (tra cui meccanizzazione del lavoro) ed un terzo effetto non censito dal Pil che attiene ai modi ed alla qualità di vita percepita (tra cui la progressiva liberazione delle donne dal lavoro domestico e loro integrazione nel processo produttivo). Tutto ciò che ha avuto al suo interno un primo step a cavallo tra XIX e XX secolo, un secondo step potenziato dalla relazione adattiva alla Grande Depressione ed alla Seconda guerra mondiale, ed un terzo step con l’innovazione elettronica post bellica che termina sostanzialmente la sua spinta al 1970.

Questa data, il 1970, è interessante perché seguendo un’altra storia, la storia a ritroso di ciò che ha portato alla “finanziarizzazione” ovvero al dominio di quella parte dell’economia che storicamente era ancella della principale di produzione e scambio, arriviamo a base in quel 15 agosto del 1971 quando Nixon decide di rovesciare l’ordine di Bretton Woods e la natura stessa del denaro, nello specifico, del dollaro. Se qualcuno vuole cimentarsi nel mettere in relazione il Nixon shock con la fine della crescita è benvenuto, chi scrive lo sostiene da anni, e con il concetto del “buying time” lo ha sostenuto anche W. Streeck di cui parlammo qui. Gordon aggiunge infine  la tesi che lo fa essere oggi del tutto eterodosso al mainstream, il valore e l’impatto delle recenti innovazioni nella information & communication technology  non è assolutamente parametrabile a quello formato dalle innovazioni precedenti, né per il Pil, né per potenza del tessuto produttivo quindi occupazione e potere d’acquisto, né per la qualità della vita percepita. Il ciclo va a chiudersi, il brillante futuro è alle spalle, il corso economico americano (ma anche occidentale) va sul tendenzialmente stagnante. Quest’ultima più che una profezia, è la spiegazione concreta della precedente profezia in cui si erano allineati due economisti di solito non d’accordo tra loro ovvero Larry Summers e Paul Krugman. Ci piace sottolineare come l’approccio di Gordon restituisca un po’ di razionalità e concretezza ad una disciplina l’”economics” che ultimamente interpreta numeri e tabelle con lo stesso spirito magico con il quale gli arùspici etruschi leggevano le interiora di pollo.

Sul valore dell’innovazione recente, Gordon ironizza sulle macchine senza conducente, lascia la porta aperta ai possibili per quanto impredicibili e non quantificabili sviluppi delle nanotecnologie e biotecnologie ma sottolinea che ci vogliono decenni per sviluppare l’ampio albero di novità che portò da Edison al frigorifero o da Benz alla motorizzazione di massa e poiché nessuna altra significativa tecnologia trasformativa sembra esser stata inventata negli ultimi tempi, pur non potendo escluderne una futura, non saranno certo i prossimi immediati decenni a beneficiarne. Noi aggiungiamo due note su questa ultima fin troppo celebrata “rivoluzione” dell’info-comunicativo. La prima è che tale innovazione non è generativa ma sostitutiva. La sequenza grammofono-giradischi-hi fi-walkman-computer-Ipod-telefonino, per quanto attiene alla riproducibilità della musica, è una sequenza di device e di modi di fruizione. Generativa però significa che prima una data cosa non c’è (la possibilità di riprodurre musica in assenza di musicisti), poi c’è. La distruzione creatrice  che distrugge la centralità del cavallo e crea tutto l’albero produttivo successivo basato sul motore a scoppio, non è uguale a quella che sopprime il giradischi fisso per diventare scatolino portatile con cuffiette,  prima a nastro magnetico poi ad hard disk su cui confluiscono in portatile il computer, il telefonino e la telecamera o fotocamera. La seconda considerazione è che molto impatto di questa innovazione info-comunicativa, distrugge più di quanto crei. Il saldo occupazionale ed anche quello di Pil diretto ed indiretto, nonché introito fiscale tra chiusura di negozi e distributori off line per confluire tutti su Amazon è negativo. Se Ford aveva intuito che per vendere modelli T i suoi operai dovevano guadagnare in modo da poterseli comprare, i guru della Silicon Valley oggi sono i più sfegatati sponsor dei redditi integrativi e di cittadinanza perché hanno capito che il loro agire economico ha tagliato i redditi, quindi ridotto i consumatori. Per altro, evadendo o eludendo la tassazione, chiedono allo Stato di finanziare il consumo ricorrendo alla fiscalità generale a cui loro si vedono bene dal contribuire. Del resto c’è una empirica via indiretta per sospettare del significato di questa recente ossessione da “innovazione permanente”, quando si parla troppo di una cosa è perché manca, come col sesso, le parole tentano a fatica di riempire il buco della mancanza della cosa. La vera “Singolarità” è questa regressione della disciplina economica che nacque col paradigma del numero-peso-misura della razionalità più stretta e cogente per oggi tornare ad una qualche forma di pensiero magico.

Quest’ultimo punto ci potrebbe portare anche ad una nota di epistemologia economica, approccio critico sotto-coltivato quando invece l’economics sembra aver urgente bisogno di una filosofia che ne controlli metodi ed assunti. Poiché noi allineati alla definizione data da Samir Amin che le leggi del capitalismo sono solo la sua storia concreta (come ama ripetere il mio amico Piero Pagliani), questa storia ha nel range di significativa intensità, poco più di cento anni (con dentro un ciclo anomalo di trenta anni con due guerre mondiali ed in mezzo una depressione). Un po’ troppo pochi per fidarsi delle sue ricorrenze interne come segnali di possibili regole. Qualche sempliciotto che ha letto Schumpeter, quando si discute di queste cose, tira fuori con l’aria di chi la sa lunga la famosa “distruzione creatrice”, concetto che per altro Schumpeter trasse da Marx, ma ogni svolta innovativa cosa distrugge e cosa crea? Si può ritenere questa una “regola” della cosa complessa che chiamiamo economia o vale quanto “il sole risorge dopo ogni tramonto”? E se poi tra noi ed il sole arrivano le nuvole gonfie di pioggia, la legge che valore predittivo ha?

Gordon sottolinea anche il ruolo dello Stato e della mentalità ovvero delle ideologie dominanti per sottolineare differenze tra percorsi storici ed adattamenti. L’incredibile impulso che diede la Seconda guerra mondiale funzionò per quello che oggi chiamiamo “vincolo esterno”. Oggi ad esempio di potrebbe creare a bella posta drammatizzando le già drammatiche notizie sulla degenerazione ambientale, un pressione collettiva ad inventare soluzioni ai tanti problemi del capitolo. Peccato che l’intenzione dovrebbe venire dai politici ed in un Paese di 330 milioni di persone distribuite in un immenso territorio, quei politici ricevano i fondi  che sostengono le loro dispendiose campagne elettorali dalle società petrolifere. Leggendo Piketty, rimasi colpito dall’aliquota marginale USA negli anni ’50 che sfiorava –mi sembra-, addirittura il 90%, altresì le imprese arrivavano anche al 60% di tasse su gli utili d’impresa. Eppure non è che gli “imprenditori” del tempo mostrassero un calo di motivazioni, così come non è che morivamo di stenti quando c’era il controllo alla libera circolazione dei capitali, anzi, le banche erano sinonimo di solidità (“l’hai messa in banca” a dire “al sicuro”), le tasse meno evase, i titoli pubblici comprati dai cittadini del Paese che li emettevano come fanno i giapponesi che se ne sbattono dello spread pur avendo il debito/Pil al 240%. Una ideologia come quella oggi dominante che spera di rinfocolare la crescita con meno tasse e meno Stato è come consigliare ad un agricoltore di seguire la piantina appena nata con abbondanti innaffiate di idrocarburi per dare “energia alla crescita”.

Il brillante futuro alle spalle è la predizione che si basa su questo excursus, abbiamo vissuto la prima irripetibile fase di una curva che tenderà ad appiattirsi. Ma in USA, come in parte anche da noi, ci sono poi alcuni freni contingenti aggiuntivi all’ipotetica crescita, ultima versione della religione del cargo. Si tratta dell’ormai insopportabile diseguaglianza che continua ad allargarsi anche se ormai denunciata e problematizzata dagli stessi soloni economici che si strappano le vesti sul NYT ed al WEF di Davos. Problemone evidentemente troppo complesso per giungere a soluzione (pensa te come stanno messi!). Si aggiunge la demografia qui da noi addirittura in contrazione (qualche economista ha ricordato al vasto pubblico che crescita in riduzione demografica è come botte piena moglie ubriaca?), ma in occidente comunque produttrice di legioni di anziani che -in genere- non sono gli eroi degli aumenti di produttività. Spinta educativa verso il basso quando è solo verso l’alto che si può sperare di formare competenti il cui gran numero possa poi darci qualche brevetto da sfruttare. La tecnicizzazione della formazione riproduce l’esistente proprio nel momento in cui andrebbe finanziata invece uno scarto, la fantomatica “rivoluzione scientifica”, mai come oggi il sapere sta diventando dogmatico e conservatore, basti pensare che nella facoltà di economia tutto ciò che non è pensiero unico dominante è detto “eterodosso” manco fossimo a Teologia della Parigi del 1200! Gordon non credo lo citi nel suo libro ma la costante perdita di dominio geopolitico da parte occidentale e la relativa libera ascesa asiatica oggi, africana -si spera- domani (ovvero contesti che replicheranno la prima fase della curva perché partono quasi da zero), certo non aiuta una economia occidentale che perde il controllo delle materie prime e delle energie, de-localizza, perde punti nel nuovo mercato globale, perde sicurezza nell’export, diventa fin troppo ricettiva nell’import e tutto ciò che ci hanno spinto a fare negli ultimi trenta anni i sacerdoti del Washington consensus.

Insomma, secondo Gordon, per usare un meme di recente successo “la pacchia è finita!” ed i politici o gli intellettuali che pensano di curare tutte le sempre maggiori fratture del sistema sociale occidentale ordinato dall’economia della crescita invocando “Crescita! Luce in fondo al tunnel! Austerità espansiva!” sono come i preti che consolavano i morenti di peste ricordandogli che era la punizione di Dio per i peccati che pur non avevano commesso. Un mondo sta morendo, ma del nuovo non abbiamo ancora vista. Non è un caso che tanto i repubblicani quanto i democratici non amino Gordon, sono entrambi parti dello stesso sistema e la diagnosi fredda e solidamente argomentata del professore della Northwestern, è di quelle che pongono la crisi in modalità esistenziale, cioè dei fondamenti.

Che fare quindi, se assumessimo come vera questa diagnosi? Si tratta semplicemente di rivoluzionare il nostro modo di stare al mondo e formulare un nuovo contratto sociale. Lavorare meno ridistribuendo il lavoro che rimane, investire tempo nella formazione generale permanente, anche alla cittadinanza quindi al ritorno delle politica come prima attività sociale, rivedere il ruolo dello Stato in economia, rivedere il ruolo dell’economia nella società, ridistribuire pesantemente, prendere i soldi a chi ce li ha e trasformarli in welfare sapendo anche avremo legioni di vecchietti a cui far fronte (questo lo scrivo pro domo mia e della categoria a cui mi appresto ad iscrivermi, volente o nolente). “Vasto programma” direbbe qualcuno, ma forse non è più tempo di ironie e disincanti post-moderni. Se ci sono alternative tiriamole fuori, altrimenti questa volta il “There is no alternative!” lo dovremmo dire noi a coloro che ce lo hanno detto fino ad oggi.

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POCO PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI.

Recensione del libro di K. Mahbubani “Has the West Lost it? A provocation.” Penguin, London, 2018.

Kishore Mahbubani, nato a Singapore ma di origine indiana, laureato in filosofia,  è stato funzionario del Ministero degli Esteri, poi diplomatico rappresentante il suo paese all’ONU per 10 anni e per due addirittura presidente del Consiglio di Sicurezza. Professore di politica a Singapore ma anche membro del Centro per gli affari internazionali di Harvard e del Consiglio di Amministrazione della Bocconi. Accanto a questa rilevante carriera, ha sviluppato un pari percorso di pensatore di rilievo geopolitico e culturale, ospitato nel tempo da Foreign Affairs e Foreign Policy, American Interest e Time, Newsweek e Financial Times, ripetutamente premiato come uno degli intellettuali più influenti del mondo e conosciuto nel dibattito pubblico per un libro -The Great Convergence- che si potrebbe dire il seguito del ben famoso -La Grande Divergenza- di Kenneth Pomeranz[1].

Ci siamo soffermati su i suoi  aspetti biografici, primo per familiarizzare con quello che è uno dei più rilevanti pensatori asiatici (politico, geopolitico, naturalmente ben formato su gli aspetti economico-finanziari ma di origine “culturale” data la sua laurea in filosofia ma anche successivi approfondimenti in psicologia che gli danno una certa lucidità nel trattare le “mentalità”), secondo perché pur appartenendo alla élite mondiali lo fa ribadendo il suo specifico d’origine e le caratteristiche ed interessi specifici del quadrante asiatico (che vede imperniato sulla triplice Cina, India, Indonesia con ovviamente Singapore come perno), terzo perché risulterà interessante mettere cotanta sostanza da peso massimo del primo girone intellettuale del mondialismo (non nella versione One World global-liberal-anglosassone ma in quella più oggettiva della stretta interdipendenza e convivenza di tanti mondi su un unico pianeta) in rapporto alla tesi che andremo a riassumere. Se non si conoscesse la sua bio, leggendo il libricino di cui a questa recensione, Mahbubani potrebbe esser scambiato per uno scalmanato anti-imperialista ipercritico dell’hybris americana e del relativo servilismo europeo. E’ cioè interessante notare che il suo punto di vista non ha base in una ideologia ma nell’ interesse del suo paese e della sua area geo-storica di riferimento. Non è una coscienza infelice occidentale marxista o anti-colonialista che usa gli Altri per criticare il potere dominante del proprio sistema, è la voce autonoma ed indipendente che ci parla come Altro in prima persona. Altresì, Mahbubani risulta un po’ più spesso e problematico del suo conterraneo Parag Khanna di cui ci siamo più volte occupati, lì dove la formazione filosofica si fa sentire dando profondità all’altrimenti stucchevole global-entusiasmo del più giovane geopolitico delle reti della città –Stato che abbiamo in precedenza recensito qui.

Il titolo dell’agile “Has the West Lost it? A provocation.” ha l’aggiunta di “A provocation” che si spiega col fatto che il singaporiano, pur sempre membro delle élite mondiali, ha amici stimati e benvoluti in Occidente, ma almeno dove non specifica diversamente, “Occidente” s’intende United States of America. Poiché Joseph Nye jr gli ha dedicato questa recensione un po’ piccata, per molti versi, si potrebbe intendere il pamphlet come una risposta al precedente “Fine del secolo americano?” (il Mulino 2016) a cui l’americano già inventore del “soft power” (inventore di seconda mano, l’inventore primo fu Gramsci col concetto di egemonia), rispondeva con un “No” tanto stentoreo, quanto problematico da sostenere. La sua, quindi  è una perorazione senza reticenze, ma affettuosa.

La tesi è preso detta: con la fine dello scorso secolo e l’inizio del ventunesimo secolo, l’ era del dominio occidentale ha iniziato la sua inesorabile china calante. Non è affatto detto che la per altro certa previsione di una futura leadership nei volumi complessivi di ricchezza da parte di Cina ed India, corrisponderà a pari leadership geopolitica. L’Autore censura -giustamente- l’applicazione meccanica di vecchie impostazioni, un mondo a 10 miliardi sarà multipolare che ci piaccia o meno, trattasi di semplice principio di auto-organizzazione di aggregati molto complessi, non potrà esser altrimenti, anche volendolo. Se però, l’Occidente non accetta il verdetto storico che è frutto di semplici dinamiche che poi spiegheremo, se l’Occidente avendo martelli continuerà a pensare che ogni problema è un chiodo, il futuro del pianeta è a rischio per tutti. Questa letterina-preghiera da civiltà (orientale) a civiltà (occidentale), avvisa che la gloriosa storia della civiltà occidentale, faro pur nella sua contraddittorietà di emancipazione dalla fame, dal disagio, dalle malattie e dall’ignoranza, in assenza di adattamento al mondo nuovo, chiuderà la sua altrimenti gloriosa parabola scrivendo su i libri di storia un finale di triste e clamoroso, definitivo fallimento.

Le ultime righe dell’ultima pagina del volumetto, consigliano invece di riprender in mano il pensiero del genio politico occidentale, Niccolò Machiavelli[2].  Ed è proprio del fiorentino l’esergo che apre il libro, vale la pena riportarlo per intero anche perché ha puntuali risonanze con ciò che sta succedendo qui in Italia:

… non c’è niente di più difficile da padroneggiare,

più pericoloso da condurre, o più incerto nel suo successo,

che il prender la leadership all’introduzione di un nuovo ordine delle cose.[3]

Il “nuovo ordine delle cose” che noi da tempo chiamiamo -mondo nuovo denso e complesso- o anche “Era della Complessità”, è dato con solida evidenza da fatti incontrovertibili. Il punto d’attenzione è fissato proprio su oggi, su quella condizioni iniziali che in complessità portano alla “path dpendence”, alla dipendenza dal percorso.  La dipendenza dal percorso spiega “come l’insieme delle decisioni che si prendono per ogni data circostanza è limitato dalle decisioni prese nel passato o dagli eventi che si sono verificati, anche se le circostanze passate potrebbero non essere più presenti e rilevanti”. Ciò porta a ritenere decisive le prime decisioni che si prendono, le famose “condizioni iniziali”.

Un argomento classico dell’analisi geopolitica recente è riassunta nel format “West vs the Rest”, impostazione decisamente occidental-centrata (pensate un attimo di vivere in quello che altri chiamano “the Rest”), sulla quale il singaporiano si è già più volte espresso ma specificatamente nel “The Great Convergence: Asia, the West, and the Logic f One World” (PublicAffairs 2014). In accordo con le evidenze del famoso lavoro di Pomeranz, la percentuale di Pil occidentale subisce una repentina dilatazione schiacciando il resto del mondo, a partire dalla rivoluzione industriale del 1850-70 ma dal crollo del Muro di Berlino, inizia il movimento contrario. Se nel 1995, il Pil aggregato dei G7 era il doppio degli E7 (Cina, India, Indonesia, Brasile, Messico, Russia, Turchia), oggi è pari e tra trenta anni sarà la metà. Il Pil americano sul mondo era il 50% nel dopoguerra, è la metà oggi, è destinato a contrarsi vistosamente nei prossimi trenta anni e peggio andrà all’Europa. Nel 2050, saranno solo tre le economia occidentali top10 per Pil PPP: gli USA, la Germania e l’UK (forse) rispettivamente però solo al 3°, 9° e 10° posto, l’Italia è stimata 22a.

Il “sentimento del mondo” si sta divaricando nettamente. La psicologia occidentale assume toni impauriti da fine-medioevo, una “fine di mondo” che altro non è che la fine di “un” mondo, di un’epoca. Il resto del mondo non è mai stato meglio, invece. Complessivamente è crollato il numero di guerre, di morti, la povertà e l’estrema povertà. E’ aumentata vistosamente la scolarità, la vita media e l’aspettativa di vita, ed altrettanto vistosamente diminuiti il lavoro infantile, le morti premature, emerge prepotente una voluminosa e stabilizzante classe media. Sono tutte linee di tendenza già ampiamente note ai pochi che si occupano dell’oggetto macro: il mondo. Sono le linee che disegnano il famoso elefante di Branko Milanovic in cui l’Occidente declina in favore del’Oriente ma all’interno del primo una  ristrettissima percentuale di popolazione stranamente aumenta incredibilmente la propri ricchezza in sfavore della stragrande maggioranza della popolazione ricacciata sempre più giù nella scala sociale. Se nel ’65, un AD americano guadagnava venti volte di più del lavoratore medio, oggi siamo all’incredibile trecento volte di più. Vien detta “creazione di valore”, premio per aver mantenuto la promessa fondamentale del mercato finanziario che si è sostituito a quello delle merci e del lavoro/salario: la crescita costante del valore. L’ingente massa di capitale creato dal nulla da dopo il Nixon shock del 1971, cerca vorace la sua riproduzione o finanziando la crescita orientale o lucrando sulla compressione dei costi produttivi in occidente. I CEO sono gli agenti speciali in nome e per conto di questo capitale liquido esuberante e come tali ne ricevono le prebende a compito svolto.

Per la parte asiatica, tutto ciò si è prodotto a cominciare dal risveglio cinese di fine anni ’70 con l’uomo che più di ogni altro esemplifica la plasticità di questo turning point. Deng Xiaoping. Questo è il campione della rinascita orientale mentre Steve Job è il campione occidentale, nell’asimmetria evidente dello spessore storico dei due, l’evidenza del perché della nuova grande convergenza e chissà, forse futura nuova divergenza invertita. Tre rivoluzioni -politica, psicologico-culturale e di governance-, hanno acceso la miccia del nuovo secolo che non sarà cinese ma senz’altro orientale. Null’altro che il contagio del modello occidentale di tecnica, scienza, ragione, realismo materialista, trasferito ed adattato, non semplicemente passivamente copiato, alle potenzialità orientali con a base una demografia davvero voluminosa. Ed ora, anche Africa e Sud America, sono pronte a loro volta a prender quello che ormai è un modello ibrido occidental-orientale ed a loro volta replicarlo con relativo adattamento alle condizioni locali.

Nel mentre si produceva questa svolta storica, l’Occidente si paralizzava in una overdose di hybris auto-compiacente per la fine della guerra fredda e collasso del grande nemico comunista. Ormai è un classico per chi si occupa di queste cose, lo sbeffeggiamento dell’incauto storico americano Francis Fukuyama e la sua profezia delirante di “fine della storia”. Lo è in sé, ma ci si torna sempre volentieri perché nella sua distanza tra fatti ed idee, denota l’ampiezza dello scartamento di mentalità occidentale da allora sempre più narrativamente fuori sync con la realtà. L’imbocco di quel delirio schizofrenico che ha poi portato all’inflazione attuale di bugie, distorsioni, fake news, previsioni sistematicamente fallaci, stupefazioni disarmate ma poco educanti (Brexit, Trump) e soprattutto falsissime narrazioni che chiamerebbero a gran voce uno psicologo delle civiltà a cui spedire preoccupati il paziente deragliato ormai nel suo universo parallelo di negazione e rimozione.

L’imbambolamento occidentale dura poco, arriva l’ 11 settembre, ma meno notata, anche l’entrata della Cina nel WTO. Ed ecco che allo schiaffo della storia irritata dal prematuro annuncio di morte, gli americani reagiscono mostrando la loro ormai irrecuperabile patologia. Prima l’insensata umiliazione dei russi che pure si erano consegnati speranzosi al nemico per essere reintegrati in una nuova forma di civilizzazione pacificata, il proditorio allargamento della NATO, poi la agghiacciante sequenza: Afghanistan, Iraq, Libia, primavere colorate evidentemente etero-dirette (Yugoslavia, Georgia, Kyrgyzstan, Tunisia, Egitto), Ucraina, Pakistan, Sudan, Siria, Yemen ed oggi l’annunciata ennesima puntata dell’Iran. Accanto, l’emarginazione dei realisti di Washington ormai tutti molto anziani e l’ascesa dei stupefacenti idealisti-liberali che discettano di esportazione della democrazia alleandosi con l’Arabia Saudita, giocherellando col Pakistan, usando nazisti e odi etnici, tollerando oltre l’immaginabile  o magari armeggiando attivamente con l’ascesa dell’ISIS. Conflitti che innescano potenti migrazioni che poi si beccano i pazienti del gerontocomio europeo a cui si dedicano anche vari attentati metropolitani che accendono assurde discussioni su quel mondo che intanto giunge a 1.600.000.000 membri: l’islam. Di pari passo, incredibili sgarbi alle Nazioni Unite che l’ambasciatore diplomatico, racconta trasecolando. Il tutto, tra l’altro, calpestando  le tombe di Sun Tzu, Machiavelli, von Clasewitz, Carr e Morgenthau in una clamorosa infilata di oscenità strategiche, umiliando la regola aurea dell’etica planetaria del principio di reciprocità, avendo pure l’ardire di dettar lezioni con professorale aria di condiscendenza e da ultimo stracciando ogni minimo accordo multilaterale poiché il “sovrano del mondo” è irritato dalle pretese della plebaglia. Davvero un quadro preoccupante della psicopatologia dell’occidente quotidiano a cui noi dovremmo aggiungere i tratti sociologici della post-modernità e del neo-ordo-liberismo farneticante, che viviamo sulla nostra pelle.

Tutte cose ad alcuni di noi ben note ma fa effetto sentirle dire da un diplomatico singaporiano perché così come sono chiare a lui, sono chiare nella mentalità media degli abitanti del famoso “the Rest”, quelli che vivono fuori della bolla occidentale nella quale noi cerchiamo di resistere, piccolissima minoranza di cassandre incredule e come sempre accade alla cassandre, derise ed emarginate laddove non si partecipa festanti a celebrare i vari vestiti nuovi dell’imperatore in realtà sempre più nudo e sempre più pazzo. Si tenga conto di un effetto poco considerato: la reputazione. Nella nuova comunità mondiale, la reputazione dell’Occidente è ai minimi, la funzione di guida persa irrimediabilmente, siamo come quei vecchi nonni di cui un po’ ti vergogni perché fanno cose di cui non si rendono conto nell’imbarazzo generale.

Una patologia ormai contagiante anche i cani da guardia intellettuali ed informativi che la narrativa occidentale voleva contro-poteri in realtà embedded ormai al destino manicomiale del sistema: New York Times, Financial Times, Wall Street Journal, the Economist, BBC, CNN e molti opinion leader. Tutti coinvolti in quel “tradimento dei chierici” che depongono la terzietà critica per partecipare alla costruzione dell’enorme bolla di false percezioni ed aperte negazioni in cui intrappolare i popoli occidentali. E dire che PWC, Deloitte, JPMorgan, WEF, Pew, Gallup e molti altri, i dati duri e quelli di percezione, li sfornano regolarmente, così le previsioni a trenta anni, per non parlare dei semplici dati demografici dell’ONU. Niente, nulla di tutto ciò che evidentemente è ben noto su i tavoli delle cancellerie o nei meeting a Davos, diventa opinione pubblica o riflessione di quella ben informata. A noi, danno in pasto, per sbranarci su i social o in tv, concetti sedativi o aporetici come il “populismo”, l’austerity che fa crescere, diritti individuali di secondaria importanza, migrante sì o migrante no. Società aperta o società chiusa, quando il problema oggi è società lunga o corta, stante che è dai tempi di Aristotele che sappiamo che quella più stabile è la società corta.

Ecco allora la nota evidente a cui anche noi spesso ci appelliamo: come fanno gli europei a consentire una gestione così dissennata del patrimonio di civiltà che pur noi abbiamo fondato e portato a sviluppo? Come facciamo a non notare che i deliri Medio orientali, il saccheggio dell’Africa, l’ostracismo ai russi ed ai cinesi con cui condividiamo lo stesso blocco continentale (i “vicini” del condominio planetario), sono tutti attacchi sistematici alle nostre stesse condizioni di possibilità? Cosa faremo nel 2100 quando saremo un decimo della popolazione dell’Africa che avrà una età media di 16 anni mentre noi  ci tireremo su le palpebre dal chirurgo tentando di insaccarci nei jeans con mani tremanti per il parkinson, per sempre giovani davanti ad uno specchio di Dorian Grey che nel frattempo è andato in frantumi come quello dell’Uomo Nero di Esenin, lasciandoci soli, tristi ed in realtà terrorizzati?

Chiudiamo qui questo riassunto, come ogni riassunto pur sempre arbitrario, delle tesi del signor Mahbubani. Molti altri temi egli tocca e sicuramente con prosa e postura più posata e da buon diplomatico, meno indignata della mia. Altresì, egli, dal suo punto di vista, dà consiglio di concentrare una cura per questo deragliamento chissà se recuperabile, argomentando la sua ricetta fatta di minimalismo e cautela, realismo, multilaterialismo e Machiavelli riletto dal vero e non assunto dalle cattive rimasticazioni che ne hanno fatto i liberali anglosassoni che è un po’ come far recensire la Bibbia ad un ateo. Ad ognuno il suo, a lui il compito di dirci cosa pensa “the Rest” del nostro “West”, ricordarci i duri dati di realtà, come rimetterci in sesto nel mondo nuovo, denso e complesso, tocca a noi.

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Poco lo spazio qui per dar corso alle tante riflessioni che questo tema ci stimola. Diamole come menù per prossime riprese.

  • Sebbene molti di noi siano critici militanti degli assetti occidentali, quelli interni come quelli esterni, forse non è ancora ben chiaro anche a noi, cosa sta succedendo. Da sempre critici acuminati del cosiddetto “capitalismo”, in parte gioiamo sotto i baffi per la evidente disgregazione del sistema, dall’altra rimuoviamo il fatto che noi siamo nel sistema che si sta disgregando. E’ un collasso di civiltà quello che si sta producendo e vincere la battaglia dei giudizi che noi ed i nostri avi già demmo nei tempi passati, non ci salva dal naufragio del Titanic in cui siamo imbarcati. Né è tempo per regolare i conti interni ora che sono quelli esterni a dettar i ritmi della catastrofe.
  • Giungiamo all’appuntamento con al potere una ridicola élite di falliti storici, ma anche con uno sbilancio tra l’ipertrofia del pensiero critico e una ipotrofia di quello costruttivo e progettuale. Pensavamo erroneamente che una qualche antitesi avrebbe lasciato libero il magico processo del divenire di giungere al superamento, ma ci siamo convinti di una regoletta che suona bene dati certi presupposti logico-idealistici ma non corrisponde affatto a quelli realistici.
  • Quanto ad idealismo e mancanza di realismo, il liberalismo delirante ha il suo degno simmetrico inverso nella mentalità critica più importante qui da noi: il marxismo. Da qui, lo smarrimento della cosiddetta sinistra che non sapendo più cosa pensare, certo non può neanche sapere cosa fare.
  • Il “capitalismo” è un termine che cosifica un modo economico, ma il nostro problema è come uscire da una fase della civiltà centrata su i modi economici, non star lì ad inventare in provetta ipotetici nuovi modi economici, quelli verranno dopo, quando avremo iniziato la trasformazione di molte altre variabili del nostro modo di stare al mondo. Le gerarchie sociali non le ha inventate il capitalismo, sono nate ottomila anni fa con la nascita delle prime società complesse. Forse dovremmo tornar daccapo a studiare cos’è la “democrazia”, non quel fake che gira dalle nostre parti millantando nome che non gli è proprio.
  • Dobbiamo concentrarci su questo cambio di paradigma politico perché il nostro modo economico, qui, non funziona più, non perché è pervertito dalle élite o perché è hayekiano e non keynesiano. Funziona e funzionerà per decenni nel resto del mondo, lì dove Muhbabani da ragazzino sognava come massimo raggiungimento di poter consultare l’Enciclopedia britannica che oggi tutti hanno a portata di click. Loro debbono portare gente dalla campagna in città, fare case, ponti, strade, porti, darsi una automobilina a testa, portare i pasti da uno a due, innamorarsi delle mode e dei simboli. Noi abbiamo esaurito questa fase. Limiti di raggiunta soddisfazione dei bisogni per quanto mal distribuita, limiti di materie prime e risorse, limiti ambientali, limiti geopolitici, limiti ai frutti della tanto decantata innovazione che mi ha portato a tirar già tutti i santi dal momento che non ho potuto avere questo libricino nel confortante cartaceo ma ho dovuto armeggiate col mio i-pad che taglia le tabelle nel formato e-pub e ti fa diventare idrofobo quando devi andare avanti e dietro nelle pagine o aprire improbabili notes per scrivere un appunto. Ci stiamo prendendo in giro. L’innovazione elettrica, chimica, meccanica, medica e produttiva dei primi Novecento e quella minore ma pur sempre importante del dopoguerra (si pensi solo a cosa ha innescato a cascata l’invenzione del frigorifero come notava giustamente Tony Judt), non tornerà più. La nuova rivoluzione digitale e informatica una cosa sappiamo per certo produrrà e cosa sta già producendo, il taglio secco della domanda di lavoro umano. Il nostro modo di stare la mondo centrato sul produrre cose ha raggiunto il suo fine, le cose necessarie o utili non sono infinite. Dobbiamo inventarci un nuovo contratto sociale, cosa che si fece a gli inizi di questo periodo storico che sta terminando, per sempre.
  • Dobbiamo ribellarci prima che alla divisione del lavoro che per certi versi ha una sua naturalità, a quella dei saperi. Noi non sappiamo più leggere il mondo ora che sta diventando complesso, plurale, non riducibile, non determinabile. La “cosa” è una, i nostri saperi la tagliano con sguardo alternativamente economico, finanziario, politico, sociologico, culturale, psicologico, demografico, ambientale, geopolitico, antropologico, linguistico-culturale, storico ma nessuno è più in grado di far le sintesi e senza sintesi la complessità e la cosa stessa ci sfugge. La filosofia dov’è? Quale microscopico nulla che significa niente sta osservando? Se non sappiamo più fare la diagnosi, come facciamo a dar la prognosi?

Questo è solo l’inizio del menù riflessivo e già siamo overbooking. Il mio è un appello appassionato a chi mi legge, a coloro che hanno la fortuna di poter dedicare la vita alle attività mentali, a chi ha coscienza di sé e senso di responsabilità se non per gli “estranei con cui viviamo”, almeno per i propri figli. Apriamo una riflessione aperta ed ampia sulla crisi adattiva in cui siamo capitati. Le reazioni che si leggono all’ovviamente contraddittorio inizio della recente transizione italiana non fanno ben sperare. Continuiamo ad insidiare i colpevoli ma prendiamoci anche le responsabilità di reagire. Come diceva il buon Iglesias di Podemos, non lasciamoci la sola magra consolazione di far scrivere dai nostri figli sulla lapide della nostra tomba “Aveva sempre ragione – ma nessuno lo seppe mai”. Ci potrebbe venir negata anche questa se non contribuiamo a salvare le nostre terre dal naufragio occidentale e poi chissà se davvero abbiamo tutta questa ragione che vive nei libri e non lì fuori. Ed attenzione anche solo al pensar di sfruttare la casa che vien giù per edificare finalmente quella ideale che tante volte abbiamo sognato nelle nostre proiezioni fantastiche, semmai davvero possibile e funzionante potrebbero volerci secoli a fare quello che abbiamo in mente ma una cosa è certa, una cosa non abbiamo: il tempo.

L’Occidente siamo anche noi, se non prendiamo noi la leadership del cambiamento cui siamo obbligati e le cui difficoltà così bene tratteggiò il nostro fiorentino, se non selezioniamo le sole contraddizioni principali che già pongono infiniti dubbi sulle possibili soluzioni, finiremo con l’essere storicamente complici del tragico finale che altri si apprestano a scrivere con alterati sgorbi nell’eterno registro della Storia che tante civiltà ha già visto nascere, crescere ed infine morire, in una chiassosa catastrofe o in una lenta agonia in grado di bollire i muscoli di ogni rana.

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[1] K. Pomeranz, La grande divergenza, il Mulino, Bologna, 2012

[2] Machiavelli è il patrono dei realisti, tanto quanto invece il sopracitato Jospeh Nye jr è sacerdote del credo dominante in America, quello ideal-liberale. Abbiamo volutamente tagliato tutte le argomentazioni tipicamente liberali sulla mancanza di democrazia in Asia, un tema che non ha alcun rilievo nella faccenda in quanto non siamo al campionato del giusto, del buono e del bello ma in quello che si disputa condizioni di possibilità in un mondo denso ed affollato dove conta solo la potenza. Le regole le fa il campionato, non noi.

[3] N. Machiavelli, Il Principe, Capitolo VI

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