LA GRANDE REGRESSIONE. A cura di H. Geiselberger, Feltrinelli, 2017 (2/2)

Qui la prima parte. Chiudiamo dunque con gli ultimi quattro interventi, tra cui Streeck e Zizek, a cui faremo seguire una finale riflessione personale.

Riprendiamo quindi da César Rendueles, sociologo e filosofo spagnolo, che vede la crisi non un effetto eccezionale ma uno standard da quando le élite occidentali hanno inteso varare il turbo-capitalismo per far fronte della crisi di accumulo del capitale degli anni settanta. Seguendo Polanyi, vero perno di riferimento per lo sviluppo delle argomentazioni di molti altri interventi, non si dà alternativa tra libero mercato e intervento collettivo ma scelta tra diversi tipi di mediazione politica, “contro movimenti” spinti dagli effetti della distopia mercatistica. Scartate le reazioni di estrema destra, identitarie, nazionaliste, xenofobe, integraliste religiose, populiste reazionarie, rimangono i fermenti di radicalizzazione democratica, già alla base di quella America latina che fu motore del’antagonismo mondiale e che oggi, forse, possono riprendere espressione politica proprio a partire dal Sud Europa. La rivendicazione di democrazia, può rivolgersi ad uno spettro più largo degli interlocutori del tradizionale discorso di sinistra arrivando così a coinvolgere la vera maggioranza sociale. Le gambe su cui far marciare le condizioni di possibilità di questo contro movimento, Rendueles le individua nel precariato e in una alleanza internazionale (europea e non solo) che superi l’”impotenza appresa globale”, una cooperazione globale post-capitalista. Citando Gowan, l’Europa potrebbe diventare il traino (?) di questa globalizzazione post-capitalista, democratica e prospera.

E giungiamo così a Wolfang Streeck. Ripercorsa, in breve, la storia della svolta global-liberista (termini-concetto verso i quali l’Autore dichiara un certo fastidio dovuto probabilmente all’abuso ormai retorico, fastidio poi esteso al termine “populismo”), dal “There Is No Alternative” alla confluenza in essa tanto del centro-destra quanto del centro-sinistra, con acclusa involuzione dei partiti politici e distruzione dei sindacati, Streeck inverte opportunamente il senso di alcuni luoghi comuni. Ad esempio, quello di post-verità, attitudine sistematica del discorso neo-liberale globalista per molti anni prima che l’Oxford Dictionary si accorgesse tardivamente ed in piena falsa coscienza, del suo avvento. Post-verità rinforzata dalla vasta schiera degli esperti menzogneri e da una deriva surreale di narrazioni mainstream che ha toccato vertici inusitati con la campagna elettorale di Hillary Clinton, la miliardaria beneficiata da Goldman Sachs che voleva rappresentare “chi lavora duramente”. Si è arrivati nel caso del referendum britannico ad invocare i test di idoneità per il voto consapevole, dopo aver fatto volutamente degradare ogni forma di democrazia attiva e partecipata. La “situazione spirituale del nostro tempo” e segnata da una scissione culturale inedita, c’è un forte disagio da globalizzazione che è senza rappresentanza ed è senza rappresentanza perché coloro che storicamente rappresentavano le istanze dei perdenti, di loro origine internazionalisti, si trovano concettualmente accanto ai globalisti.  Dal basso, si è espresso -in qualche modo- il disagio da globalizzazione ma dall’alto ciò è stato vissuto come estrema minaccia e la contromisura è stata la reinvenzione della categoria “populista”. Con “populismo” si definisce sostanzialmente un deficit cognitivo di chi “la fa facile” per ignoranza della vera complessità del mondo (anticamente si usava “demagogia” ma oggi è tutto “nuovo” e quindi per dire cose vecchie si usano termini-packaging nuovi)  ed in subordine, lo si accusa di basarsi su un pericoloso fondo di nazionalismo etnico. La non sempre dichiarata ma sempre pensata accusa di fascismo che sarebbe sotteso a questa rivolta degli ignoranti, finisce con l’esserlo di fatto visto che coloro che prima difendevano i deprivati ora si trovano dall’altra parte lasciando il campo a gli organizzatori del dissenso con agenda politica senz’altro non progressista. Streeck nota -a ragione- la grande difficoltà che le élite (tanto neo-liberiste, che progressiste) manifestano nel comprendere i segnali del 2016, da Brexit a Trump, inclusa la sinistra cosmopolita e questo perché quasi più nessuno ha la capacità di volgere lo sguardo “verso il basso” e comprenderlo. Eppure, di fatto, siamo nel gramsciano interregno dove gli effetti sorprendenti prendono il sopravvento sulle articolazioni prevedibili, di cui la rivoluzione populista è un esempio. L’ammonimento verso la sinistra cosmopolita è chiaro: “Chi espone la società a una pressione distruttrice sul piano economico e morale, suscita una opposizione tradizionalista … meglio una democrazia nazionale oggi che una democrazia della società mondiale (ammesso sia possibile, aggiungo di mio) domani”. [Ai tempi della consegna di questo articolo, probabilmente, Streeck era impegnato nella chiusura della sua ultima fatica: “How will capitalismo end? Essays on a failing system” Verso book, 2016. Qui, una intervista sul senso più ampio della sua posizione.]

Storico, archeologo, scrittore e soprattutto attivo sperimentatore di nuove forme di democrazia, David Van Reybrouck, belga-fiammingo, interviene con una lettera propositiva rivolta a Juncker. Il tema è quello della democrazia, messi su un piatto della bilancia i fragili presupposti che condussero all’Unione e sull’altro la collezione di inquietanti fatti politici, sociali ed economici recenti, il ritorno ai cittadini s’impone come unica via per rilanciare l’idea ed il progetto europeista, mai in così rischioso bilico. Reybrouck è fortemente critico verso la forma democratica otto-novecentesca ovvero “rappresentativa” che, citando il lavoro di Bernard Manin (Principi del governo rappresentativo, il Mulino, 2010), riporta alla comune radice delle parole élite ed elezioni, in pratica, l’elezione di una élite. Tra questa élite ed il corpo elettorale, per lo più ignaro del profondo delle questioni e svegliato dal torpore apolitico solo una volta ogni quattro-cinque anni, non c’è alcuna “società civile” ma un mondo di variegati formatori di opinione quasi sempre espressione dell’élite stessa. Non va meglio coi referendum, quiz dicotomici e riduttivi di complessità che spaccano i paesi quando non vengono usati per tutt’altri scopi rispetto al quesito posto, come plebisciti ma anche sonore bocciature come nei casi Cameron e Renzi. Nei social e su Internet, da una parte è dilagata l’informazione inverificata, dall’altra l’incontro tra opinioni diverse lascia i due contendenti con le reciproche accuse di “troll” o “venduto”. Tutto ciò è evidente che non funziona e da ciò scaturisce la “stanchezza per la democrazia”. Torniamo allora al sorteggio ateniese, un campione casuale di cittadinanza a cui si delega un intenso processo informativo di approfondimento, da cui far scaturire una lista di suggerimenti e proposte concrete, al limite poi da verificare con referendum a risposta multipla di modo da meglio rappresentare la complessità e le sfumature dell’adesione o della critica, se non del rifiuto. Al proposito, l’Autore cita un caso concreto che per la seconda volta è stato messo in campo in Irlanda su vari temi. Si potrebbe allora così rilanciare il progetto Europa, coinvolgendo direttamente gli europei realizzando così la promessa democratica non solo di un governo per il popolo, ma del popolo. [Magari non avremmo svolto il discorso rivolgendosi a Juncker  ma l’intervento è comunque interessante]

E chiudiamo con il filosofo e psicanalista sloveno Slavoj Zizek che ha già zippato la sua proverbiale torrenzialità in appena 14 paginette che sono difficili da zippare di nuovo in un più breve sunto. Il punto finale è anche quello di partenza: il capitalismo è globale? L’anticapitalismo non può che combatterlo nello stesso formato, occorre una nuova Internazionale politica ma di questa logica che si vorrebbe auto-evidente, Zizek non dà dimostrazione. Seguono cinque  citazioni, due lineari ovvero la maoista eccellenza della confusione sotto il cielo e lo “studiare! studiare! studiare!” leninista, due invertite ovvero l’undicesima di Marx che dovrebbe rianteporre la fatica dell’interpretazione all’azione compulsiva e cieca e la gramsciana transizione che nell’interregno disvela i più morbosi fenomeni che -prima che vengano normalizzati da un nuovo ordine- diventano ottime occasioni per le grandi re-azioni. La quinta è psicoanalitica ed è il passaggio dalla paura che mobilita verso l’esterno, all’angoscia che ci impone di cambiare noi stessi. Per come si esprimono le sentenze sapienziali dell’Yi Jing cinese, “la situazione è propizia” ma per fare cosa? Promuovere un diritto cosmopolitico di sinistra che affronti appunto nel formato globale il già globale capitalismo, questa la linea per i “liberali di sinistra”. Del quadrilatero di posizioni formato da capitalismo globale e multiculturale, sinistra universalistica, sinistra patriottica antiglobalista e capitalismo con caratteristiche nazionali, etniche e locali, Zizek sposa la seconda (in sostanza, il movimento Diem25 di Varoufakis) e vede come suo territorio geo-storico-politico l’Europa. Un Europa che inquieta tanto Trump che Putin che su questa condivisione potrebbero anche evolvere un’alleanza “populista”. Rispetto a questo “populismo” arrabbiato, sbagliano i liberali di sinistra critici a sottovalutare la debolezza intrinseca dell’egemonica ideologia liberale ma sbagliano anche i nuovi populisti di sinistra che vorrebbero utilizzare il format “populista” sebbene distogliendolo dai suoi attuali fini intrinsecamente di destra per volgerne la forza a fini di sinistra, come se i format fossero neutri in sé. Quello populista-nazionalista, secondo Zizek, non lo è, l’universalità non è qualcosa che possa emergere alla fine di un processo lungo e paziente come vorrebbero Mouffe e Laclau ma ineliminabile punto di partenza per ogni progetto emancipativo.

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COMMENTO. Definendo il perimetro degli interventi attesi, il curatore Heinrich Geiselberger (a cui comunque va il merito dell’iniziativa in quanto a sinistra sembra esserci una certa depressione, ovvero mancanza d’iniziativa collettiva), ha posto i limiti di una fotografia dal titolo “La grande regressione”, alludendo in qualche modo e volutamente alla “Grande trasformazione” di Karl Polanyi che viene infatti più volte citato dagli intervenuti. Ma pur dandosi i limiti ascritti, il tema ha finito spesso per sfociare in una seduta di autocoscienza della sinistra smarrita davanti all’evidenza del fatto che in Occidente siamo in piena crisi oggettiva, che altrettanto oggettivamente questa crisi profonda, ontologica, ha come peggiorativo il tardo capitalismo finanz-global-liberista[1], che ogni giorno di più s’ingrossa l’elenco dei sintomi di una generale dis-funzione degli ordini sociali, politici ed economici (e non da tutti citati ma assai evidenti anche quelli culturali ed ecologici), che quindi esisterebbero tutti i parametri per una affluenza di forze sociali e quindi politiche nelle file di una sinistra in grado di “cogliere il momento”, ma non c’è alcuna sinistra a cogliere il momento. Perché ?

Elitismo della sinistra accademica, involuzione linguistica (è sintomatico come tutti gli autori intervenuti si siamo sforzati di esprimersi in linguaggio umano quando i più, nelle loro pubblicazioni, gigioneggiano spesso con qualche dialetto della loro tribù epistemica), separazione delle già risicate forze tra neo-populisti ed internazionalisti, ciechi e poco avveduti i primi per i secondi, scivolati nell’ossessione dei diritti umani e non sociali i secondi per i primi. Sinistra liberale che finisce con il voler salvare il sistema da se stesso e sinistra radicale che non sa fornire l’alternativa proprio ora che il sistema dominante non distribuisce più dividendi e s’inviluppa nella sua cupa demenza senile. La sinistra finisce così sugli spalti ed in radiocronaca a raccontare i tempi che -sul campo- vedono destra-capitalisti-nazionalisti vs destra-capitalisti-globalisti. Con la sua auto attribuita -inossidabile- lucidità critica, la sinistra sgrida destre nazionali e globali, capitalisti di ogni forma e grado, Trump e Putin, una sua fazione l’altra com’è atavica tradizione ma questo ipervolume di parole a quale sostanza corrisponde? E’ solo un problema di linguaggio o la sinistra campione universale del pensiero critico e destruens non sa esattamente cosa vuole se non in negativo, non ha un posto dove portare la gente, non ha alcuna viabile ipotesi costruens? Forse il tempo della critica è il tempo del dominio di una forma ma quando quella forma sembra perdere le sue funzioni ordinative, si presenta il tempo del progetto e questo progetto nonché le facoltà stesse di pensarlo, mancano?

Nell’ultimo secolo e mezzo, la sinistra occidentale ha svolto il ruolo di contrappeso del sistema dominante, a volte stabilizzandolo, a volte migliorandolo con un po’ di welfare e di pressione su i “diritti”, assicurandogli la coscienza critica nel mentre le pratiche continuavano nel “business as usual”. Una sorta di “religione della buona coscienza”, con le sue pratiche, le sue processioni di piazza, i suoi sacerdoti per altro in reciproco, astioso, conflitto, le sue chiese, le sue insensate guerre di religione su i diversi aspetti secondari della credenza, i suoi dogmi ed i suoi eretici, i suoi libri sacri, le sue preghiere, le icone a cui votarsi nell’incertezza. Una religione che avendo promesso un mondo migliore nell’al di qua, dopo un secolo e mezzo di sostanziali fallimenti, sta morendo di lenta e sembra irreversibile dissipazione per palese mancanza di interesse e credibilità. Religione ormai in regressione, con le idee poco chiare e le chiese vuote ma la cui residua fede sfida tutte le falsificazioni, com’è norma. Tempo fa, qualcuno ritirò fuori con grande successo l’idea di Walter Benjamin che pensava che il capitalismo fosse una forma di  religione[2], una credenza e pratica condivisa di tipo ideologico. Non solo il capitalismo, anche l’anti-capitalismo è una forma ideologica e tutte le forme ideologiche appartengono alla stessa famiglia delle religioni, la famiglia delle “immagini di mondo”. Il capitalismo però parte come pratica e poi si costruisce uno specchio ideologico facilmente falsificabile mentre l’anticapitalismo parte come specchio critico dell’esistente ma privo del tutto di indicazioni pratiche sul come superarlo. Una splendida diade specularmente inversa, una prassi senza filosofia ed un filosofia senza prassi.  In più, c’è il grave pregiudizio del fatto che tutti i sacerdoti dell’anti-capitalismo sono borghesi, borghesi che teorizzano contro il sistema dei borghesi. Per carità, c’è diritto di secessione etico-morale dalla propria classe (come dalla propria civiltà) ma forse questa coincidenza porta a non avere le idee chiare in sede di prognosi, forse quella della classe salvifica che dovrebbe tirarci fuori dai pasticci è una idealizzazione dialettica mischiata a sensi di colpa sociale. Per tornare al problema del come ci si esprime a sinistra, è evidente che molti scrivono per farsi intendere dai propri simili e non certo da tutti gli altri, la sinistra parla di popolo ma non al popolo e forse neanche si sente del popolo.

Venendo al libro, la sinistra liberale sembra non comprendere la durezza dell’iceberg contro il quale è andato a sbattere l’Occidente, visto che la nave s’è data in gestione a gli spiriti animali e quindi nessuno ne governa la rotta, consulta le carte, comprende la difficoltà di navigare in sì perigliosi mari. La sinistra liberale sembra dedita esclusivamente alla coltivazione delle migliori condizioni di possibilità del sistema senza comprendere che quel sistema non è più funzionante. Come spesso ripetiamo, l’Occidente, un secolo fa era un terzo del mondo ed immensa era la distanza che lo divideva in termini di performance dal resto del mondo che infatti dominava. Mal si comprende spesso che “dominare” non è solo un fattore etico, è anche un fattore funzionale. Se domini e non competi, se ti accaparri e non condividi, se dai le norme e non le subisci, tutti i conti tornano con facilità perché c’è “abbondanza di condizioni”. Oggi l’Occidente è poco più di un decimo del mondo e va ulteriormente a ridursi, la sua preminenza di performance si sta velocemente riducendo ed in molto casi è annullata, dovresti allora esser in grado di competere, dovresti comunque prepararti a condividere visto comunque il ridotto peso e dovresti esser in grado di concordare le norme. Ma questo passaggio dal dominio al condominio sembra che non lo si voglia registrare. La regressione è un effetto della contrazione e rispetto ad una contrazione c’è da prendere una posizione radicale perché i sistemi si riducono fino ad un certo punto naturalmente[3], dopo saltano ad un diversa forma e noi siamo proprio al punto che dovremmo decidere quale nuova forma darci. La forma non ha nulla a che vedere con il cosmopolitismo, i transgender, le opzioni morali, l’accoglienza migratoria, ha a che vedere con l’architettura istituzionale (gli storici stati-nazione o nuovi e più massivi stati-federali da costruire con chi e come?), la distribuzione della minor ricchezza e relative opportunità, il senso della società ed il ruolo che vi deve esercitare il lavoro che non è più necessario ai livelli del XIX secolo, la postura inter-nazionale, decidere chi deve decidere , domandarsi se gli euro-continentali sono della stessa natura degli anglosassoni o i destini vanno divisi visto che la contrazione per chi vive in un impero, avrà ben altri effetti e dimensioni. Infine, smetterla di parlare per assoluti e di parlare per conto dell’umanità, rendersi conto che noi qui in Occidente non siamo “il” mondo, siamo solo un frammento geo-storico tra gli altri.

La sinistra radicale si troverebbe così al fatale, storico e sempre sognato appuntamento con la storia, quel punto in cui finalmente si aprono le condizioni di possibilità -che a questo punto diventano di necessità- che portano alla fatidica domanda: che altro fare? Quale altro modo di stare la mondo possiamo esaminare come alternativa? Qui ci si divide ulteriormente in due tradizioni. Quella della fazione ultra-democratica della Rivoluzione francese (che è poi quella che diede natali al termine “sinistra”) e quella dei socialisti, poi comunisti. La prima tradizione sosteneva un metodo per prendere le decisioni all’interno del corpo sociale secondo la contabilità dei Molti. Questa tradizione non ha avuto seguito. Si è accettata la democrazia parlamentare come massimo raggiungimento dell’auto-governo del popolo, una posizione a dir poco demenziale. Son decenni che la teoria politica e sociologica più lucida ha mostrato con chiarezza l’impostazione elitista di questa forma corrotta di democrazia “rappresentativa” che non meriterebbe neanche di appartenere alla categoria “democrazia”,  ma ecco che siamo a rimpiangerla come se avessimo raggiunto un eden che oggi ci vogliono sottrarre.  La seconda tradizione, i socialisti ed i comunisti,  prendevano la struttura sociale creata dal capitalismo, cioè una forma di piramide gerarchica che non ha inventato il capitalismo ma che si perpetua dalla nascita delle società complesse, quindi da più o meno ottomila anni (a dire che il “dominio dell’uomo sull’uomo” è evidentemente un problema sistemico di natura socio-antropologica prima che economica) e ne volevano invertire le gerarchie portando i Molti subalterni a farsi dominanti del sistema di produzione. Visto che poi erano Molti, sostanzialmente si risolveva  così per semplice contabilità, il millenario problema del dominio degli uni su gli altri. Forse si dovrebbe tornare a questa biforcazione e dopo centocinquanta anni, tirar giù una linea di totale, fare somme e sottrazioni e calcolare la “realtà” delle varie forme di pensiero di sinistra, potare selvaggiamente alcuni rami infruttuosi e concentrare la forza vitale che pur rimane in ciò che più promette un futuro concreto. Questo futuro sfuggente ma che già sappiamo molto ma molto problematico poiché portare una intera civiltà a riadattarsi al mondo che le è cambiato intorno non è mai riuscito a nessuno. Prima di disegnarlo col “io lo farei così” “ah, io no, lo farei cosà”, andrebbe affrontato decidendo chi e come si decide. Prima del menù (per le osterie del futuro-presente), c’è da decidere come funziona la cucina.

Delle marxiane Tesi su Feuerbach, a noi piace -in particolare- non l’enigmatica e troppo citata undicesima, ma la seconda che oltretutto ne chiarisce il senso: “La questione se al pensiero umano appartenga una verità oggettiva non è una questione teorica, ma pratica. E’ nell’attività pratica che l’uomo deve dimostrare la verità, cioè la realtà e il potere, il carattere terreno del suo pensiero. La disputa sulla realtà o non-realtà di un pensiero che si isoli dalla pratica è una questione puramente scolastica”. Dopo centocinquanta anni di “attività pratica” di sinistra, qual è la “verità cioè la realtà e potere”, del pensiero di sinistra? Qual è invece la sua degenerazione scolastica? Perché i ripetuti fallimenti nella pratica che voleva conseguire l’idea del cambiamento del mondo non hanno retroagito come avrebbero dovuto, modificando il pensiero originario? Non solo non abbiamo cambiato il mondo ma molti di noi continuano a ragionare con categorie di centocinquanta anni fa e certo se non impariamo a cambiare il sistema di pensiero in seguito al riscontro della prassi, la vedo difficile poi riuscire a cambiare effettivamente qualcosa di concreto là fuori.

Forse la sinistra radicale, che almeno non ha le illusioni di quella liberale che discute su i titoli delle canzoni che l’orchestrina della nave deve intonare durate il naufragio, deve ancora compiere la sua “grande trasformazione” e regolare i conti con la sua origine otto-novecentesca. Sarebbe forse più utile aggiornare le fonti di analisi dell’umana antropologia (quella di Marx è ferma ai guadagni ottenuti da questa disciplina al 1870!)[4], interrogarsi sulla stessa accettazione supina di una divisione dei saperi che ci fa rimbalzare senza rotta tra sociologismo ed economicismo, tra una antropologia lavoristico-produttiva e l’evidente collasso ecologico,  tra gli appassionati di “struttura” e quelli della “sovrastruttura”, tra vago cosmopolitismo stoico e geopolitica fondata su solide basi storiche e geografiche, materialismo vantato ma poi annegato in una ipertrofia idealistica che soffre atavicamente dello  “schifo del concreto”, analizzare i rapporti tra le diverse culture-civiltà che certo appartengono tutte al superiore ordine dell’umano ma che geografia e storia (di nuovo, non il “capitalismo”) hanno diviso in sistemi diversi che non hanno pratica e tradizione di convivenza reciproca. Chiarirsi anche su i controversi rapporti tra Stato e mercato poiché a volte sembra che a sinistra si sia creduto con troppa acquiescenza dell’esistenza di una dicotomia conflittuale lamentata dai liberali. Senz’altro tra i due ordini c’è storicamente tensione ma francamente nella storia non si vede questa preminenza della struttura (economica) su i sistemi (politici), si vede chiaramente che da Venezia ad Amsterdam, da Londra a Washington, oggi Pechino (ma vale anche per Tokyo e come ben vediamo e sappiamo dalle nostre parti anche per Parigi e Berlino), l’ordine economico si esprime sempre e soltanto all’interno della condizioni di possibilità che gli procura il politico. Anche la finanziarizzazione e certo la globalizzazione libera&bella, nascono da norme giuridiche e decisioni normative promosse da governi ben precisi (anglosassoni), gli stessi che oggi vorrebbero revocare parzialmente la seconda che paradossalmente finisce con l’essere difesa dalla sinistra liberale in preda alla più imbarazzante delle confusioni mentali.

Visto poi che ormai è dedita più all’intellettualità che alla pratica, la sinistra ha dei compiti seri anche in questo campo ristretto.  Il fastidio di Streeck, il fastidio  per quella brodazza di concetti dai confini sbiaditi e dalla consistenza dubbia (neoliberismo, globalizzazione, internazionalismo, cosmopolitismo, nazionalismo, populismo, e mi permetto di includere anche capitalismo, un concetto saponetta che ogni volta che tenti di prenderlo in mano sguscia via da tutte le parti), è -credo- anche il fastidio per una minorità concettuale.  Ci facciamo spesso imporre l’agenda, ci facciamo imporre i concetti, ci facciamo imporre i giudizi traendoli per antitesi meccanica da quelli posti in forma dominante. La sinistra dovrebbe trovarsi lì dove garrisce la bandiera dell’autonomia, del darsi la legge da sé ma se non riesce più ad avere una egemonia nel pensiero sul mondo imponendo sua agenda, sue categorie e suoi concetti , vuol dire che non è una alternativa, è embedded all’intero Occidente in completa regressione, de-civilizzazione, fallimento adattivo.

Notoriamente, il problema del mito della caverna di Platone è che quelli nella caverna non sanno che quella è solo una caverna, non l’universo. Difficile non pensare all’occidentale per un occidentale. Forse sarebbe utile un secondo volume sulla Grande regressione che si dia in oggetto proprio e solo la grande regressione della sinistra occidentale, come uscire da un sistema di pensiero -per lo più- scolastico, un sistema che ha perso visione e si è divaricato tra utopia stanca e gestione della contingenza. Senza una nuova sintesi, non c’è scampo al naufragio che questi “diari collettivi” accompagnano con la mestizia del “lo sapevo, lo avevo capito, ma non son riuscito a fare nulla”. E’ questa impotenza che genera depressione ed è anche questa che contribuisce alla grande regressione.

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[1] Se sia causa prima o peggiorativa c’è poca chiarezza.

[2] W. Benjamin, Capitalismo come religione, Il nuovo melangolo, 1985-2013

[3] “Naturalmente” non significa proporzionatamente. Come osserva nel suo intervento B. Latour, tutta la contrazione è stata scaricata dai dominanti su i dominati. Che la festa fosse finita è diventato il mantra delle élite per far passare aggiustamenti sociali al fine di “passare la nottata”, promettendo vari tipi di luci psichedeliche in fondo al tunnel. Il punto è che la contrazione è definitiva e strutturale, non episodica e momentanea e quindi la festa era finita pure per loro. Ma poiché per loro la festa non può finire mai, tutto il peso dell’hangover è finito in carico a chi alla festa aveva fatto solo da cameriere.

[4] Le forme della gerarchia sociale (dominio di A su B), che siano basate sul sesso, genere, età, classe o etnia, risalgono alla nascita delle società complesse. Leggendo certe analisi, sembra che a sinistra si sia aperto il libro della storia umana solo alle pagine che vanno dal 1850 in poi.

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LA GRANDE REGRESSIONE. A cura di H. Geiselberger, Feltrinelli, 2017 (1/2)

Riportiamo in due puntate un breve sunto dei quattordici interventi sul tema posto a cui faremo seguire un commento finale. Il tema lanciato è lo stato del mondo (migrazioni, terrorismo, stati falliti, incremento delle diseguaglianze, demagoghi autoritari, globale – nazionale, crollo dei sistemi intermedi come partiti – sindacati – media e naturalmente la parabola neo-liberista e globalista) al cui capezzale vengono chiamate alcune menti pensanti per fare il punto.

Per Arjun Appadurai, la regressione si legge nella nascente insofferenza verso la democrazia liberale a cui si contrappone una crescente adesione all’autoritarismo populista, il mondo vira a destra (come se la democrazia liberale fosse di sinistra). Di base, c’è l’erosione di struttura operata dalla globalizzazione (ritenuta irreversibile)  che depotenzia ogni sovranità nazionale ma i leader autoritari/populisti si guardano bene dall’affrontare questa causa profonda e si presentano come sovranisti solamente sul più comodo piano culturale: sciovinismo culturale, rabbia anti-immigrazione, identità, tradizioni violate. Il fallimento dei tempi lunghi e di una certa sterilità della politica democratica nell’affrontare i problemi fa crescere l’insofferenza ed alimenta la delega a soluzioni imperative che però rimangono di facciata in quanto nessuno veramente sembra intenzionato a discutere i fallimenti del neoliberismo globale. La ricetta dell’indiano è stupefacente: l’opinione pubblica popolare e di élite, liberale ed europea, dovrebbero fare fronte per difendere il liberalismo economico e politico – “… abbiamo bisogno di una moltitudine liberale.”.

Passiamo al da poco scomparso Zygmunt Bauman che conviene sulla lettura dei tempi come perdita completa di ordine e prevedibilità, nonché di messa in discussione della stessa nozione di “progresso”. Tutto ciò viene catalizzato nel “panico da immigrazione”, reazione emotiva che poggia su una sorta di eredità biologica dell’intolleranza per l’ Altro che cozza contro un fenomeno epocale che si ritiene ineliminabile. Questa reazione emotiva ha fondamento nella “paura dell’ignoto” che non è alimentato solo dalle ripercussioni dei fenomeni migratori ma dal lungo elenco delle problematicità attuali, dalle diseguaglianze economiche alla precarietà esistenziale. Seguendo Ulrich Beck, siamo nell’epoca dell’inevitabile cosmopolitismo senza avere alcuna vera mentalità o attitudine cosmopolitica. Se il pattern fondamentale è storicamente quello del “noi” e “loro”, difficile portare coabitazione, cooperazione, solidarietà a livello di umanità intesa come un tutto che non ha “fuori di sé”. La ricetta del polacco è tratta da Francesco: insegniamo a i nostri figli (che erediteranno il mondo ed i suoi problemi) la buona battaglia dell’incontro e della negoziazione, dialogo, dialogo ed ancora dialogo. S’impone quindi una rivoluzione culturale: menti lucide, nervi d’acciaio, molto coraggio, pazienza, visione globale a lungo termine, disponibilità a contrattare la verità.

Poi c’è Donatella della Porta, sociologa della Normale di Pisa che analizza le diverse dinamiche che caratterizzano i movimenti di reazione all’offensiva neoliberal-globalista, da destra e da sinistra. A sinistra si è elaborato un pacchetto moderatamente nazionalista (inclusivo e tendenzialmente cosmopolita), appelli alla solidarietà ed ai beni comuni, potenziamento democratico in senso inclusivo e deliberativo, promozione e difesa dei diritti sociali accanto a quelli umani. Ma la tradizione culturale di sinistra che include forti disposizioni normative e sviluppa livelli sofisticati di discorso pubblico, ne limita la “popolarità”. Il sostanziale tradimento delle politiche di “centro-sinistra” che non solo hanno perso del tutto connotazioni di sinistra ma qualche volta anche di centro, penalizzano ulteriormente l’area progressista.  “Popolarità” invece ottenuta più facilmente dalle versioni di destra, dove si elaborano appelli generici e bugie spudorate oltre alla totale cecità verso le contraddizioni intrinseche come nell’esempio Trump, un presidente miliardario che dovrebbe sanare le contraddizioni del liberismo-globalizzato. In questo senso, “populismo” andrebbe interpretato seguendo Kenneth Roberts, come quella forma di relazione politica che parte dall’alto e va verso il basso piuttosto che il contrario. Questa mobilitazione dall’alto è propria di legami e modelli plebiscitari, delega totale a figure paterne ed autoritarie che ricevano mandati vaghi, spesso in regime di aperta contraddizione logica tra ciò che si dice e ciò che realmente si vuol fare. La ricetta della sociologa per una politica popolare ma non populista è pazienza e spazi d’incontro, dibattito ed approfondimento delle pratiche di lotta che hanno mostrato efficacia.

In Nancy Frazer, teorica femminista e filosofa americana già autrice con Axel Honneth del rilevante “Redistribuzione o riconoscimento?” (Meltemi, 2007),  l’orizzonte del suo intervento si limita a gli Stati Uniti come “sintomo” più generale dell’Occidente. Siamo così alla partizione tra neoliberismo progressista e populismo reazionario che occlude ogni spazio alla sinistra poiché il secondo (populismo) ha occupato lo spazio della contrapposizione al primo (neo-liberismo). Iniziato da Clinton (1992) e diffuso da Blair (i Reagan & Thatcher del lib-prog anglosassone), continuato da Obama e dalla femminista di Wall Street Hillary Clinton, il neoliberismo progressista ha unito la soppressione dei diritti sociali e l’esaltazione di quelli umano-individuali, rompendo il fronte delle minorità di genere (donne-LGTB) – generazioni (giovani) – razza/etnia (neri ed ispanici) e classi, promettendo ai primi tre l’accesso alle gerarchie produttive basate sullo sfruttamento dei quarti. Emancipazione e finanziarizzazione vs protezione, questa la promessa neo-lib-prog. Poiché, di contro, oltre ad alcune posizioni forse più genuinamente popolari, anche se chissà poi quanto realmente condivise, il fronte populista reazionario, non rappresenta altro che la voglia di rivalsa dell’élite perdente (ad esempio quella petrolifera ed industriale vs quella ecologista – finanziaria – digitale), il tavolo presenta solo “la scelta di Hobson” ovvero una falsa scelta con cui il sistema capitalistico si dicotomizza in due versioni offrendo “libertà” di scelta della forma di dominio a cui assoggettarsi. Scelta che però “sostanzialmente” non c’è. La ricetta Sanders (Corbyn), emancipazione e prosperità, sembra allora l’unica via perseguibile per riportare la sinistra in gioco e rompere le regole del tavolo accettate troppo supinamente. Frazer si augura un ripensamento dell’establishment democratico, un rifiuto della narrazione giustificatoria di aver perso per colpa di un branco di miserabili (“basket of deplorables” secondo la “felice” espressione usata da Clinton ad un comizio), Putin e manovre dell’Fbi ma da quello che leggiamo di questi tempi, la speranza della Frazer pare davvero malriposta.

Ivan Krastev è uno scienziato politico bulgaro che include nell’analisi il panico demografico. I normali ordini stanno scomparendo per via delle migrazioni e della globalizzazione, i normali lavori stanno scomparendo per via di una “trotzkista” rivoluzione tecnologica permanente, la cultura europea sta scomparendo anche solo per ragioni di bilancia demografica. Kristev riconda che Ken Jovitt (The New World Disorder, Univ. of Cal. Berkeley, 1992) avvertiva che la “fine della storia” celebrata da Fukuyama, avrebbe lasciato campo al grande ritorno delle identità etniche, religiose, tribali. Il mondo iperconnesso corrisponde in paradosso ad un mondo disintegrato, la “globalizzazione connette disconnettendo”, un mondo ricco di esperienza ma che distrugge identità e non crea fedeltà. Nel suo Authoritarian Dynamic (CUP 2010), Karen Stenner spiega che è predisposizione psicologica di ogni individuo diventare intollerante all’aumento dei livelli di minaccia, quando il “noi” dell’ordine morale teme di scomparire. Così, non c’è alcuna ragione sostanziale per la quale i paesi centro europei debbano manifestarsi così allarmati da una invasione dei migranti che -numeri alla mano- non esiste, c’è invece la chiara percezione che la contrazione demografica (anche per la lunga diaspora dei giovani di quei paesi che uscivano dal disgelo post sovietico) sta portando all’estinzione etnica. Di contro, nelle società dell’Altro mondo, se la felicità nazionale era prima indipendente dalle ragioni materiali, l’interconnessione televisiva – Internet ha pubblicizzato un modello di “vita e società felice” che si fa prima a raggiungere migrando, piuttosto che trasformando la propria società nativa. Le ragioni della svolta populista stanno in questo disordine permanente ed incrementale che chiama una qualsivoglia forma di ordine che si è disposti a pagare anche a costo di alcune libertà.

L’argomentazione di Bruno Latour, socio-antropo-filosofo francese, ruota tutta intorno all’impossibilità dell’equazione tra i termini che spingono alla crescita economica neo-lib-global ed i termini ecologico-climatico-planetari che oppongono un invalicabile limite a quella cieca spinta. Accortisi di questa impossibilità, le élite hanno fatto -da tempo (già dagli anni ’70)- il cinico calcolo di accumulare per l’ultima volta il “più possibile” (esplosione delle ineguaglianze, del “privato” vs “pubblico”, deregulation anarco-capitalista), segnare un invalicabile confine sociale tra loro e l’irrecuperabile massa dei dannati, negare, occultare e rimuovere ostinatamente l’evidente per guadagnare tempo, scaricare le esternalità (ambientali, migratorie, disordini di vari tipi) su chi altro non poteva a sua volta scaricarle. Lo stigma del “populismo” serve a coprire ogni ragione di lamento e ribellione al crescente disordine procurato, ora che se ne discute la nebbiosa definizione altro tempo utile è stato accumulato per portare avanti saccheggio e fuga dal mondo. Il confuso sogno neo-imperiale di una Gran Bretagna che abbandona il Titanic europeo per mettersi in salvo da sola e quello ancora più evidente di Trump che rinserra gli americani nella loro isola – isolata, la grande fuga dei precedenti pifferai del “migliore dei globalismi possibili”, la dice lunga sull’egoismo lungimirante di questi irrecuperabili predatori individualisti. L’Europa sarà la prima a pagare il conto, globalmente assediata da competitor economici liberati ed invitati al grande gioco del mercato globale, assediata da migranti esuberanti, disordinata dai cambiamenti climatici in via diretta -come tutti- ma anche in via indiretta vista la totale mancanza di autonomia per energia e materie prime. Il futuro apparterrà  a coloro che per primi, rifiutando l’irresponsabile fuga, sapranno atterrare su un territorio comune abitabile, sempre che gli altri non abbiano prima fatto scomparire il pianeta su cui cercarlo.

Paul Mason, giornalista e scrittore britannico, ha pragmaticamente il pentalogo del “che fare?”: reimportare l’industria nel Nord del Mondo, costringere le imprese a riadottare atteggiamenti di responsabilità sociale, rinazionalizzare i servizi pubblici essenziali, alzare impenetrabili muri per impedire alla finanza di sottrarsi alla pubblica fiscalità, congelare (o ristrutturare o cancellare) i debiti e de-finanziarizzare l’economia. Poiché, secondo il nostro, l’obiettivo dovrebbe esser quello di salvare la globalizzazione uccidendo il neoliberismo, ricostruire il consenso per l’immigrazione passa attraverso tre cambi decisivi delle politiche: 1) gestirla, dirigerla e non subirla; 2) non farla diventare “esercito di riserva” e quindi controllare e gestire anche il mercato del lavoro; 3) inserirla dentro il più ampio progetto di sostituzione dell’austerità con un nuovo ciclo espansivo. Il tutto andrebbe a costituire una nuova e sostitutiva narrazione post-neo liberista. Il finale che abbiamo anticipato, giunge dopo una veloce ricostruzione del cosa è successo in questi anni accompagnati da una narrativa neo-liberale che ora giunge al suo drammatico fallimento conclamato, inclusa la disintegrazione del consenso all’immigrazione, segnalando che quella dell’Est Europa è stata (almeno per i britannici) quella più insidiosa avendo impattato i piccoli centri più che le più attrezzate metropoli. Il nuovo soggetto sociale da compattare ed azionare con il pentalogo di obiettivi è l’essere umano giovane, interconnesso e relativamente emancipato. Altrimenti aspettiamoci  una new wave di capitalismo nazionalista, oligarchico, xenofobo.

Pankaj Mishra, saggista e scrittore indiano, dà una lettura tutta culturale della fase storica in cui le cose vanno male ma potrebbero anche peggiorare. Il punto di Mishra è il fallimento dell’immagine di mondo e di uomo dell’Illuminismo, quel presupposto di un umana razionalità calcolante che, costruendo un presupposto infondato da cui far partire catene di conseguenze logico – normative, ha pensato con ciò di aver reso razionale il reale. I vari maestri del sospetto o fuori dalla definizioni culturaliste, gli intellettuali forse meno colonizzati dall’immaginario dominante, lo hanno continuato a dire inascoltati, l’uomo è altro. Freud, Nietzsche, Weber, Musil, Dostoevskij, Max Scheler, Camus, i dialettici dell’Illuminismo Adorno e Horkheimer, Arendt e Weil, financo Tocqueville, fors’anche Rousseau, hanno svolto un inascoltato controcanto sulle componenti emotive, inconsce, irrazionali, passionali, mammifere intorno alle quali la razionalità svolge la funzione di un sottile e precario velo che incarta una scatola nera di ben altra, contraddittoria, complessità. Se -come ha detto lo storico S. Kotkin-, la Russia di Stalin, con la sua ingegneria culturale, sociale ed economica ultramoderna, è stata “l’utopia illuminista per eccellenza”, ne consegue che anche i fondamenti della seconda diade del pacchetto illuminista, il pensiero marxista, ha radici interne a questo infondato presupposto. Ma questo “altro” dialettico ha pur svolto una funzione equilibrante e stablizzatrice costringendo il dominante liberale a compromessi che ne hanno migliorato le performance finali. Dopo l’89, scomparsa l’antitesi, la tesi ha pensato di essere finalmente libera di dedicarsi alla sua onnipotenza ma ha solo rivelato la sua vena delirante, avviandosi al big bang metafisico attuale. Che fare? Rivedere a fondo i presupposti fondanti delle nostre immagini di mondo e di uomo prima che -citando Tocqueville- fissando ostinatamente le macerie ancora visibili sulla riva, si finisca trascinati dalla corrente verso l’abisso.

E’ nel riuscire a tenere assieme integrati che vogliano ulteriormente progredire ed emarginati o in via di emarginazione che vogliono sentirsi di nuovi integrati, la dilemmatica equazione che si pone alla perdente sinistra, secondo  Robert Misik, giornalista e scrittore austriaco. Il problema è ben esemplificato dall’ondeggiamento tra le leadership del Labour di Blair e quello di Corbyn, dilemma di ogni centro-sinistra che risolto donerebbe quella maggioranza che permette di governare, non risolto porta a rappresentare solo una delle due minoranze che però -politicamente- rimangono tali. La ricetta di questa ratatouille che come tutte le ratatouille nel cercare di sapere di tante cose non sanno di niente, sarebbe una sinistra più assertiva e meno educata con le élite globalizzanti, meno arrogante ed intellettualista quindi genuinamente popolare, attenta ai bisogni di rappresentanza delle istanze concrete oltre alle toilette pubbliche per i transgender, realistica ma sognante, che torni nei territori, che rifletta nella sue forme organizzate di partito la pluralità sociale che vuole rappresentare. Partiti di sinistra in grado di vincere le elezioni nazionali, che però condividano una unica narrazione europea, in grado di formare alleanze tra governi (di sinistra), stante che l’ambiente e la stessa architettura europea odierna è intrinsecamente neo-liberista. Tornare alle analisi di classe ma constatare che la contabilità sociale presenta non più solo la vecchia classe operaia ma anche la nuova classe precaria, più anziana e provinciale la prima mentre più giovane ed urbana è la seconda, istintivamente protezionisti e tradizionalisti i primi mentre cosmopoliti ed innovatori sono i secondi. Misik, come altri di questo libro, è liberale e di sinistra ma di come, quando, con quale elaborazione teorica, si sia pensato vincente o prima ancora possibile questo mix, non è chiaro.

L’argomentazione di Oliver Nachtwey,  socio-economista tedesco, è probabilmente un po’ troppo complessa per stare dentro un articolo e viepiù nella sua riduzione che qui tentiamo. Il tedesco si appoggia alla celebre teoria della civilizzazione di Norbert Elias che lo aiuta a spiegare quella che a lui sembra  l’attuale de-civilizzazione. C’è un nucleo di uomini di mezza età e medio reddito in occidente, che si sentono dispregiati e sfruttati,  dalle élite, dalla globalizzazione, dalle donne e perfino dai migranti. Questa incipiente insicurezza chiama l’eterocontrollo da parte di un capo forte che ripristini l’ordine giusto delle cose. Questa chiamata ad un vertice paladino, sconta la sistematica distruzione di tutte le associazioni e comunità intermedie operate da un liberalismo che ha semplificato la società come una rete di singoli individui, tagliando appunto tutti i sottosistemi intermedi. Agisce così la nostalgia per il vecchio ordine (in parte, immaginario) dato che quello nuovo, ammesso possa definirsi un ordine, ha visto questo gruppo finire tra i perdenti, mentre élite occidentali cosmopolite, inclusi nelle specializzazioni tecniche vincenti (finanza, tecnologie, alcuni servizi) e le nuove classi medie soprattutto asiatiche, sono tra i vincenti. La de-civilizzazione, la rottura della convenzione sociale, provoca anche la violenta reazione delle élite nei confronti di questi amareggiati che devolvono consenso politico a formazioni che sfidano il potere dei dominanti. Quindi, non solo si sentono disprezzati, lo sono a tutti gli effetti. Le società occidentali moderne hanno fatto qualche passo avanti nell’integrazione orizzontale (minoranze) al prezzo di molti passi indietro in quella verticale (classi). A sua volta, non come soggetti sociali ma in termini di soggetti nazionali, è ormai chiaro che l’integrazione planetaria non è gioco a somma positiva e l’ascesa dei nuovo mondi è pagata con la discesa di parti sociali dei vecchi mondi dominanti, l’Occidente in specie. Il mercato (i suoi obblighi, i suoi valori, i suoi voleri)  è stato interiorizzato come paradigma unico ed assoluto (privo di alternative), ma l’autocostrizione e l’interiorizzazione hanno prodotto effetti di estraniazione sociale progressiva alla quale si reagisce con risentimento. Il processo di civilizzazione in Elias, non è mai ritenuto una evoluzione incrementale che si solidifica strada facendo, esso “non è mai terminato ed è sempre in pericolo”, pericolo di volgersi nel suo contrario. Quella a cui assistiamo è appunto una de-civilizzazione regressiva e così si spiega l’inizio del ragionamento del sociologo tedesco che in Trump, vede proprio la negazione dell’immagine che il mondo occidentale ha di se stesso.

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Concludiamo così la prima parte dello scritto. Abbiamo omesso il contributo di Eva Illouz, sociologa israeliana poiché il suo intervento è molto stretto su vicende interne alla società israeliana che hanno poco interesse per noi. In breve, la sinistra askenazita israeliana ha snobbato i mizrahi (ebrei di etnia araba) poi sdoganati dalla destra ed oggi base del partito Shas, ultraortodosso – sefardita, stampella di destra del Likud. Non solo nella Illouz, l’autodenuncia di una sinistra intellettualista, accademica, salottiera, in fondo integrata nella stessa società di cui rappresenta il critico di corte, percorre vari interventi.

Riprenderemo con l’ultimo quarto dei contributi (tra cui W. Streeck e S. Zizek) e nostre considerazioni critiche finali. (Qui la seconda parte)

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L’ETERNO RITORNO DELLA SERVITU’ VOLONTARIA. Riprendendo in mano l’intuizione di Etienne de La Boètie.

L’edizione di riferimento del “Discorso della servitù volontaria”  è quella Feltrinelli 2014, introdotta da E. Donaggio e accompagnata da due saggi di M. Benasayag e M. Abensour

Il testo di questo breve ed esplosivo saggio, venne scritto originariamente a metà del 1500 da un giovane men che ventenne secondo quanto riferito dal suo grande amico, personale ed intellettuale, Michael de Montaigne. L’originale, aveva un doppio titolo, quello del Discorso che divenne poi il suo unico e conosciuto titolo ed un altro “Le Contr’Un” che si potrebbe tradurre come “Contro l’Uno”. La tesi è nota e già spiegata nel concetto di “servitù volontaria”: nella forma di gerarchia che informa le relazioni umane e sociali la funzione è certo dall’alto verso il basso ma la formazione originaria del sistema è probabilmente dal basso verso l’alto. Montaigne che rimase folgorato dalla tesi sosteneva che Etienne l’aveva scritta addirittura a sedici anni, forse diciotto. Possibile?

In fisica, si ritiene che dopo i trenta anni nessuno più avrà facoltà di avere idee originali. Il motivo è semplice, più si va avanti nell’età, più la mente assorbe schemi di pensiero esterni, storici e sociali, meno si ha facoltà di mantenere uno sguardo genuinamente stupefatto sulle cose, uno sguardo pulito ed originario, non ancora strutturato da vari tipi di fantasmi teorici. Del resto, nella favola “I vestiti nuovi dell’imperatore” scritta da Andersen nel 1837, chi ha la sfrontatezza di dire la verità semplice ovvero che “… il Re è nudo!” è appunto un bambino. Il bambino non ha ancora introiettato la convenzione sociale di dire quello che si pensa col sistema mentale attraverso cui tutti pensano. Quel sistema non può dire che il Re è ridicolo e quindi sostiene la finzione in maniera così vasta e pervasiva da far della finzione una realtà intersoggettiva che nelle umane società, è spesso la verità di fatto.

In più, La Boétie, crebbe in un milieu culturale fortemente influenzato dall’Umanesimo rinascimentale italiano, rappresentato nel suo ambiente dal vescovo del suo paese natale che era un cugino della famiglia Medici, il vescovo cattolico fiorentino Niccolò Gaddi. Di quella temperie umanistica, faceva parte un attivo recupero della classicità greca a cui infatti Etienne si rivolge più volte nel suo scritto e di quella tradizione faceva certo parte l’attitudine scettica di scrivere tesi critiche “contro” qualcosa o qualcuno. L’intera opera di Sesto Empirico è una collezione di tesi “contro” qualcuno o qualcosa[1]. Richard Popkin, ha scritto un ottimo libro sulla temperie scettica che agitò il XVI secolo francese[2] e ricorda che fu proprio per frenare gli esiti più nichilisti di questa tendenza che Descartes scrisse il suo Discorso sul metodo. Descartes infatti, accetta la postura scettica e dubita di tutto ma solo perché è alla disperata ricerca di qualcosa di cui poi non può più dubitare: il fatto stesso che c’è un dubitante. Poi, com’è a noto, trovato lo scoglio solido a cui aggrapparsi, si rese però anche conto di non poter andare da nessuna altra parte perché lo scoglio rimaneva pur sempre al largo di un mare agitato da dubbi ed allora ricorse al ponte di Dio come garante che percezione e ragione non fossero fallibili. Trovato il ponte tornò sulla terraferma e da qui dedusse l’intera sua metafisica razionalistica. Descartes ha solo spostato il dogma da punto di partenza a subordinata.

Il Discorso di La Boétie per lungo tempo rimase dimentico, poi trovò improvvise quanto poco continuative attenzioni, riedizioni, reinterpretazioni, rimanendo però sempre un po’ fuori ed un po’ dentro del perimetro dell’analisi filosofica politica. Vi ci sono riferiti a vario titolo Marat e Lemmanais , irregolari come Bergson e la Weil, anarchici e libertari di varia foggia (da Reich a Deleuze-Guattari ma anche l’anarco-capitalista Rothbard) e Wikipedia cita il fatto che tra il 2006 ed il 2016, il piccolo saggio ha ricevuto l’onore di ben sei edizioni in Italia. Complice forse la copertina dell’edizione Feltrinelli che riporta la maschera-simbolo di  Guy Fawkes, bandiera del piccolo movimento di indignazione che ha accompagnato il disastro politico e sociale occidentale degli ultimi anni, campeggiando su una rivolta che però è rimasto un sussulto, un tremito che poi non ha sortito alcun vero effetto pratico sull’enormità delle ingiustizie del nostro tempo.

Insomma, c’è qualcosa che intriga e stupisce in questo Discorso ma c’è anche qualcos’altro che non gli permette di essere il punto di partenza per lo sviluppo di un discorso più approfondito di quello che poteva fare un ragazzo del 1500. Nel saggio del filosofo politico francese Miguel Abensour che accompagna la lettura dell’edizione citata, tempo e parole vengono spese per difendere il testo dall’accusa di rassegnazione, quasi che dire che c’è una dinamica per la quale è anche il servo a fare il suo padrone, porti di per sé a ratificare il fatto come naturale ed insuperabile. Nessuno che legga il testo del Discorso può ricavare questa impressione, tutt’altro, eppure c’è più di qualcuno che in nome del sacro principio di ribellione degli oppressi, sente l’affermazione come eresia connivente col dominio. Strano. E Abensour è poi preciso anche nel trovare il cardine filosofico che osteggia la ricezione della tesi per ulteriori sviluppi in Hegel, nei Lineamenti di filosofia del diritto ed in parte in Hobbes, nel “pactum subiectionis” del contratto sociale che porta alla società politica del Leviatano anche se proprio l’idea di un originario “patto di soggezione” potrebbe invece andare incontro alla tesi del francese. Anche il razionalismo illuminista basato sul primato della ragione forte, descritta in maniera viepiù idealizzata quanto meno si conosceva concretamente come funzionasse un cervello-mente e la psiche , aveva a premessa un perno che rendeva inaccettabile siffatta contraddizione. Ma più in generale, poiché la filosofia politica moderna nasce ai tempi dello scritto, appena anticipata dal Principe di Machiavelli (1532), va notato che tutto il suo successivo sviluppo ha due esiti: quello che concettualizza partendo dalla realtà politica in atto e quello più astratto le cui categorie sono tratte dalla realtà politica in atto o al massimo, da quelle in atto ai tempi di Platone, Aristotele, Polibio. Anche queste concettualizzazioni però, non s’interrogano sul fatto che le varie forme politiche siano ognuna una versione della gerarchia e che il punto in ombra è appunto quello originario: da dove viene la forma gerarchica in sé per sé? Tutto ciò a dire che certo La Boétie stesso, parla di tiranni, monarchi, dominatori di questo o quel tipo ma l’essenza del suo Discorso è forse più generica, tant’è che parte con il discorso di Ulisse nell’Iliade, un discorso da “capo”, non necessariamente politico.

C’è un pezzo scabroso (tanto che non ne ho trovato citazione in nessuno studio che tenta l’esegesi del Discorso) nel testo che fa capire meglio di ogni altro, quale fosse l’istanza che muoveva -forse- il giovane francese. Riferendosi con logica contro fattuale all’ipotesi di avere un ipotetico popolo vergine di ogni condizionamento abituante alla sottomissione, egli deduce che certo questi obbedirebbero solo ad un impianto di leggi da loro stessi stabilite e contrattate, a meno che … “A meno che non fossero quelli di Israele che, senza costrizione né bisogno alcuno, si crearono un tiranno: di quel popolo non leggo mai la storia senza trarne un fastidio così grande da diventare quasi disumano e rallegrarmi dei tanti mali che gliene vennero”. La Boétie era anti-semita? Poiché il tiranno che gli ebrei si auto-crearono era il Dio dell’Antico Testamento,  La Boétie era ateo? Non credo fosse né l’uno, né l’altro o meglio, non credo sia questo l’ambito che aveva in mente nel proferire il suo disprezzo. Credo che si riferisse a quello come ad un caso auto-evidente della pulsione all’auto-assoggettamento  che è proprio ciò di cui l’Autore fa suo oggetto di indagine[3]. Questa pulsione nuda è ciò che urta, tanto che La Boétie nota che essa non ha neanche un nome, è una disgrazia, un vizio, anzi un vizio disgraziato ma poiché fa parte di noi (o di non tutti ma di molti di noi) come parte nera dell’anima, esso non è neanche riconosciuto ed ecco che dal momento che il francese lo ha invece tirato fuori, non si sa bene dove metterlo e come giudicarlo. Tutta la filosofia politica che sfida la forma di dominio del suo tempo, che sia anarchica, libertaria, socialista, comunista, anti-capitalista, femminista, anti-colonialista, anti-imperialista potrebbe girare a vuoto se non affronta questo “vizio disgraziato” in quanto non è la sua forma così o colì il solo problema, ma il motore interno che riproduce la soggezione, motore che -in parte- è dentro gli assoggettati.

Contro l’Uno, è un discorso contro la forma piramidale e verticale delle interrelazioni umane, qualcosa che avrebbe dovuto esplorare non tanto la filosofia politica da sola ma anche l’antropologia, la sociologia e financo la psicologia almeno per la parte che scruta cosa nell’individuo muove questo alle relazioni con gli altri perché si deve essere sempre più d’uno per ricrearne la “disgraziata forma”[4]. Questa ricerca, la ricerca sul principio di gerarchia che noi qui tentiamo da lungo tempo, non viene fatta, in genere. Preferiamo la ricerca sulla differenza tra monarca e tiranno, tra oligarchia ed aristocrazia, tra dominio dei militari, dei sacerdoti, dei capitalisti, dei padri-padroni, degli anziani, di questo o quel popolo che impera su gli altri, le questioni di sesso e genere, preferiamo indagarne le forme piuttosto che la sostanza di cui appunto riconosciamo le forme ma che come materia ha sempre questa strana pulsione alla delega del “potere di decidere”. Questa materia è certo scabrosa per le nostre immagini di mondo eppure nessun progetto di emancipazione dal dominio dell’uomo sull’uomo, può avere alcun vero effetto se non parte da essa, se non l’assume per contrastarla. Infatti, è noto che ogni processo storico o sociale o politico abbia tentato di distruggere la vigenza di una delle varie forme della gerarchia, ne ha poi creata un’altra. Non affrontare questo problema, porta paradossalmente a quella depressione da tentativo di emancipazione che si sconforta nel constatare che il dominio è uno zombie che non si uccide mai davvero. Rimuovere il Discorso di La Boétie, è garantire vita eterna allo zombie, usare il Discorso in generici modelli ribellistici o storicisti è di nuovo garantire allo zombie altro sangue da succhiare per perpetuarsi. La Boétie, ha scritto un appello a cercare quel “paletto di frassino da piantare dove”  possa definitivamente uccidere lo zombie ma questo appello, continua a rimanere inevaso.

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L’analisi del sistema della gerarchia sociale umana ha, per noi,tre livelli.

L’ultimo è quello delle forme che la gerarchia prende a seconda dei tempi e dei luoghi. Di queste analisi abbiamo tonnellate di esempi in tutta la filosofia politica critica o connivente.

Quello di mezzo è oggetto di larga parte della trattazione del giovane francese che, per quanto giovane (e con la mente pulita per accorgersi della nudità del sovrano) e di un’epoca in cui lo sviluppo delle armi del pensiero critico era ai primi passi, mostra una rimarchevole capacità analitica. Sono i motivi per i quali la gerarchia si auto perpetua, si auto rafforza, si auto declina a seconda della forza con cui batte un tasto piuttosto che l’altro. I tasti sono: 1) nel dominio gerarchico noi nasciamo, cresciamo ed infine ci affermiamo come adulti, al sistema siamo abituati e né la storia, né gran parte dei nostri simili, sembrano attratti dallo sviluppo di una qualche alternativa qual’ora si accendesse in noi la fiammella della ribellione. Tutto della struttura sociale, economica, sociale, culturale, politica, militare e religiosa, ci rimanda questo modello unico e naturalmente i beneficiari, i gerarchi o tiranni o capi o padroni o chi vi pare, ne amplificano l’ineluttabilità, la funzionalità, la giustificabilità e financo la virtuosità; 2) meno virtuosa ma non meno efficace la panoplia di divertimenti, sollazzi, intrattenimenti, di “vantaggi” che vengono concessi e spesso promossi per far sì che i vizi individuali sopravanzino le virtù sociali. Inebetire, distrarre, deviare l’energia psichica, assecondare la pigrizia, questa la golden rule di ogni potere. Come nota l’introduttore al testo, siamo alla società dello spettacolo di Debord, con poco più di quattro secoli d’anticipo e del resto “panem et circenses” era già in Giovenale ; 3) una volta formatosi il principio di vertice, certo si dipana una complessa catena di strati piramidali che diventano complici e beneficiari del trickle down di frammenti (o briciole) di potere. E’ il caporalato sociale, che riproduce capi minori assoggettati ai maggiori ma dominanti su quelli inferiori fino a quello che torna a casa e picchia la moglie o i figli o se ha ritegno o ha la moglie troppo tosta, il cane; 4) infine, il fatto che il potere conosce la sua funzione simbolica e proiettiva quindi nasconde il proprio volto umano, troppo umano per interpretare parti verso cui le aspettative son così “alte”. Si trasforma quindi spesso in specchio o bianco telo su cui sono gli assoggettati a proiettare la maschera più idonea all’autoinganno. Il potente sa, il potente può, il potente è sovrumano, superintelligente, superfurbo. Si proietta per spaventarsi ma soprattutto per giustificare attraverso queste immagini sovraumane, la propria disgraziata condizione senza in ciò perdere le ultime briciole di autostima. Più in generale, ogni tentativo di defezione dallo schema, si paga in termini di auto-isolamento dal corpo sociale. Se così fan tutti, non farlo significa diventare l’Altro e l’Altro è solo.

Il più interessante livello d’indagine, però, è il primo, quello da cui la gerarchia origina prima di diventare fenomenologia o incarnazione storica, è questo il “punto La Boétie”, il buco nero che ci invitava a sondare e che generazioni e generazioni di scavatori impauriti ha evitato per dedicarsi alla denuncia della sua veste contingente. Qui, la tesi del giovane francese è presto detta: qualcosa ci porta ad essere da tutti uno a un tutt’uno, questo qualcosa è l’Uno, quindi io (Etienne de la Boétie) scrivo un libro Contro l’Uno. Contro l’Uno non è solo l’imitazione del tono scettico è il senso centrale della riflessione sul “vizio disgraziato”, unirsi, funzionalizzarsi, ordinarsi socialmente perché tutti si riporta ad un Uno[5]. L’Uno è un principio, il principio di vertice gerarchico, il quale prima ancora di agire in vario modo, interpretato da questo o da quello è posto, posto da tutti coloro che poi gli si sottometteranno. Di questo Uno esiste sempre una versione materiale ed una parallela immateriale, quella che chiamiamo “credenza condivisa”. Perché lo pongono loro stessi e non s’impegnano altro che a costruire una piramide a cui tributare ossequio diventano poi schiavi consenzienti ancorché lamentosi, ma perché non s’impegnano a costruire una sfera senza alti e bassi, una sfera che colleghi tra loro tutte le parti anziché collegarle tra loro perché tutte connesse all’Uno centrale? Centrale, non di vertice , l’origine della gerarchia sociale umana quella che si forma nei primi secoli delle società complesse che sopravvenivano le piccole tribù già stanziali, è la funzione centrale, quella che l’intero corpo sociale chiamò a svolgere la funzione di coordinamento del Tutto[6]. La funzione centrale, a gli inizi, era -diciamo così- di “servizio”, poi divenne “primus inter pares”, poi se ne approfittò anche in ragione di una crescente complessità che sempre più allontanò le singole parti dal Tutto intero, è divenne capo, vertice, élite riproducendosi e rinforzandosi progressivamente, sia usando uno o più dei quattro tasti prima esposti (in genere, tutti magari con diverso virtuosismo), sia attraverso l’intera forma concreta della sua manifestazione ovvero questo o quel ordinatore sociale.

Al cuore di questo discorso non ci sono ragioni psicologiche ma funzionali. I gruppi umani, oltre una certa dimensione, hanno -sino ad oggi- che sono trascorsi solo ottomila o forse meno anni dalla nascita di aggregati vasti e complessi, trovato la gerarchia come loro migliore forma di autorganizzazione. Essa è naturale nel senso che culturalmente non si è evoluto un pensiero che la avversasse per strade certo più difficili ma più dignitose. Qualche volta si è provato, a sentire Erodoto già i persiani chissà dove, come e quando[7], la varie poleis democratiche greche che non erano solo Atene, i nativi americani Irochesi o i cosacchi che però erano più simili alle bande di cacciatori – raccoglitori (tradizione forse da estendere ad altri tipi di tribù barbare, vichinghi inclusi), due mesi nella Parigi nel 1871, i diggers e levellers tentarono nella Guerra civile inglese  (poi giustiziati dal “repubblicano” Cromwell), A. Sen ha provato ad allargare gli esempi anche fuori dall’eurocentrismo[8], in Spagna nel ’36-’39 almeno per il fronte anarchico, le varie “comuni”, i primi soviet, piccoli gruppi di credenti o produttori isolatisi dalla massa piramidalizzata ma ogni volta la fiammella si è poi spenta e grande festa intorno alla sue braci hanno fatto danzare non solo le élite sfidate da cotanta improntitudine ma anche, con cinica soddisfazione, coloro che avevano diversi programma di emancipazione, quelli che loro avevano pensato, le élite predenti invidiose di quelle vincenti che volevano comandare sì, ma solo “a fin di bene”.

Questi ultimi amici-nemici della liberazione dell’uomo dal dominio dell’altro uomo hanno il loro simbolo proprio in quel Marat che dopo aver plagiato in lungo ed in largo il Discorso senza mai citarlo, dedusse che il popolo ha dunque bisogno di un amico, unico capace dall’alto della funzione ancora una volta gerarchica e di potere, di rimediare alla stupidità masochista di quel bambino-anziano che è l’informe “popolo”. Marat anticipa per certi versi, il concetto di avanguardia che trascina il popolo alla “liberazione delle masse” nella concezione leninista. Ma l’autoincaricato “liberatore delle masse” non soffre solo di falsa coscienza per quanto animata da pie intenzioni, egli è anche il frutto di una contraddizione intrinseca che si nota all’opera anche in grande parte della filosofia politica. La contraddizione intrinseca è tra il tempo in cui c’è una certa forma oppressiva di ordine, che poi è il tempo in cui vive l’osservatore, pensatore o agitatore che sia, l’urgenza del desiderio di svincolarsi da questa forma oppressiva, tra questo tempo presente ed il tempo della forma gerarchica che ha consistenza di lunga durata. Non c’è coincidenza di tempi, il primo vuole l’immediato e domanda l’atto ma il secondo chiede i suoi tempi ed imporrebbe un lento e difficile processo[9]. Anche La Boétie, avendo osservato l’enigmatica forma della servitù volontaria, in sede di suo superamento, non può andare oltre un davvero ingenuo “Decidete di non servire, ed eccovi liberi”. L’emancipazione umana dalla forma sociale gerarchica, dovrebbe –invece- esser intesa come una vasta impresa,  molto lunga e difficile, forse un lavoro che anche correttamente intrapreso e stoicamente portato avanti nell’avvicendarsi delle varie generazioni, chissà mai se arriverà mai ad un suo pieno compimento, ammesso sia legittimo immaginarsi questo “pieno compimento” e non un costante e non finito “tendere a”.

Qui infatti, non usiamo, né altrove siamo usi farlo, l’ambiguo concetto di “libertà”, faro di ogni critico della gerarchia e del dominio dell’uomo sull’uomo. Liberazione è processo (sarebbe meglio emancipazione), libertà fa pensare ad uno stato immediato, compiuto, perfetto e finito che nell’ambito della società umana, non credo possa mai esistere per come romanticamente lo s’intende. Non sono neanche sicuro sia auspicabile visto che stare in società lo è molto di più sotto molti più punti di vista ed esser liberi in società, se non si specifica meglio il concetto, tende al controsenso visto che la società è fatta di legami. La liberazione, dovrebbe quindi avere due progetti e due tempi. Quello storico immediato che si riferisce al superamento di una data forma come ad esempio, perorare il superamento del neoliberismo magari in favore di una qualche forma di neo-keynesismo, stante che sempre di capitalismo si tratta. Questo è un migliorismo e certo anche l’Unione sovietica, pur criticabile a fondo, era migliore -per molti ma non per tutti-  dei tempi dello Zar. C’è quindi una liberazione migliorista che s’ingaggia con le forme presenti del dominio gerarchico, combatte quella esistente e ne cerca una migliore che però è un migliore relativo e qualche volta neanche tale. Ma deve anche esserci una staffetta di lunga durata in cui ogni generazione dà in lascito il testimone alla successiva, in cui qualche passo in avanti verso la liberazione dal dominio gerarchico di ogni forma e tipo, è il premio in palio. Questa via è assai poco perseguita. Dai filosofi ai politici, c’è affollamento nell’ingaggiarsi contro questa o quella forma della gerarchia (almeno tra coloro che prendono questo impegno, ce ne sono altrettanti, anzi di più, che servono la forma gerarchica di cui sono supporter, dipendenti ed agenti attivi) ma pochi sono coloro che hanno continuato a pensare o provare, movimenti di liberazione senza liberatore, quindi di auto-liberazione. S’intenda l’auto-liberazione come impresa collettiva e sociale, mai individuale poiché il problema che stiamo trattando è un problema di società, non di individuo. L’individuo potrà andare nei boschi, fare lo stilita, l’eremita, fare percorsi spirituali e auto-coscienziali, andare dallo psicoanalista, provare ad emanciparsi dalla sue tare famigliari o apprese nel cammino della vita ma non è quella la “liberazione” di cui stiamo parlando, stiamo parlando della forma gerarchica che ordina le società complesse, la ragnatela di cui ognuno di noi è ragno.

Questa forma, la forma gerarchica, l’abbiamo definita “la più facile”[10] e diagnosticato il vasto ricorso a cui nella storia estesa i più si sono abbandonati col fatto che -in fondo- ottomila anni per un animale che ha tre milioni di anni è ben poca cosa. Come molti filosofi hanno pensato, si potrebbe ancora iscriverci per quanto riguarda l’evoluzione del nostro intelletto sociale al primitivismo, all’infanzia, ai primi passi. Molti fanno fatica a pensarsi come corridori della staffetta umana che ha tempi di centinaia, migliaia di singole vite umane, di cui quella più importante di ogni altra è la propria. L’emancipazione da quella forma che s’impone per la sua facilità, è bene saper che è molto difficile. E’ difficile rinunciare al “liberatore” e trovare maieuti della liberazione, persone che non ci dicano cosa pensare ma come imparare a pensare per conto nostro, politici che non dicano come decidere ma come sperimentare forme di decisione collettiva previo dibattito e contrattazione, filosofi che non ci dicano come giudicare ma come trovare i tempi ed i modi del giudizio, governanti provvisori ed a tempo che non vogliano governare come Solone con gli ateniesi, delegati riottosi che s’attengono al mandato di rappresentanza ma scalpitando per tornare presto alla vita di tutti.  E’ difficile pagare i prezzi degli errori degli esprimenti che pur bisogna continuare a tentare, difficile che ogni fallimento della liberazione -che potenzialmente produce molto disordine- non faccia scappare tutti a pigolare l’immediato bisogno di un qualsiasi –urgente ripristino dell’ordine-, difficile profondere tanto impegno e vedere sì scarsi risultati. Eppure ogni generazione è figlia della liberazione che gli ha lasciato in eredità la precedente, i nostri padri hanno fatto il loro dovere, noi sembra si sia da ascrivere alla tipica generazione fallita, altro che ’68.

Rimane però il fatto che il ragazzo del Cinquecento, vende ancora migliaia di copie nel Duemila e quindi l’enigma è lì, posto sul tavolo, irritante ma come molte cose disgustose, in fondo anche attraente, da indagare. E rimangono lì quel manipolo di pensanti che non si son dati per vinti ed hanno creduto, come molti altri continueranno a credere che una via di fuga dallo scandalo del dominio dell’uomo sull’uomo, c’è. Come diceva S. Beckett, si sbaglia, si sbaglia e si sbaglia ancora ma la prossima volta magari impareremo a sbagliare meglio.

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[1] Dai grammatici ai retori, dai geometri ai matematici, dagli astrologi ai musici, dai logici ai fisici, dai moralisti ai dogmatici.

[2] Richard H. Popkin, Storia dello scetticismo, Bruno Mondadori, Milano, 2000-2008

[3] “Quelli di Israele” sono il chiaro esempio di una società che non avendo una terra, si strutturò interamente intorno ad una narrazione. Questa narrazione aveva il suo culmine in Dio-Uno ed aveva la casta dei sacerdoti come amministratori di sistema. Questo è l’esempio di una forma pura dell’Uno, non inverato in un re o in un apparato militare o economico o statale ma una forma di “siamo tutti sottomessi (forma poi ripresa da Muhammad nel perorare identico sistema per i frazionati e seminomadi arabi) ad un Uno superiore” che di per sé fa il sistema. Questo è l’Uno che ci fa tutt’uno.

[4] Oggi è di gran momento la “psicopolitica” e l’omonimo libricino di Byung-Chul Han (Nottetempo, Roma, 2016) non è estraneo al nucleo del Discorso. Altrettanto lo è la “microfisica del potere” di M. Foucault.

[5] Come altre volte scritto, questo modello funzionale, somiglia molto a quello delle monadi di Leibniz.

[6] Nello sport del canottaggio ad esempio, nel quattro con oppure otto con, il “con” sta per timoniere. Costui regge il timone ed assicura alla barca, quindi ai rematori, che si andrà per linea retta e detta i tempi della remata. La sua funzione è di servizio, i campioni sono certo i rematori anche se alla fine la medaglia la prende la squadra, quindi anche lui. Le società complesse, inizialmente, erano come quegli equipaggi, il “servizio” coordinava ed anche quando comandava, lo faceva per “servizio”, invitato dai comandati per coordinarsi. Nelle moderne navi complesse a più ponti e funzioni, il comandante che dà rotta e tempi eredita la tradizione ma in forma di gerarchia fissa e plenipotenziaria. La metafora della nave, venne largamente usata in antichità in sostituzione della società e delle sue forme di conduzione politica, si veda.: Giuseppe Cambiano, Come nave in tempesta. Il governo della città in Platone e Aristotele, Laterza, Roma-Bari, 2016.

[7] Il riferimento è al cosiddetto “Dialogo dei persiani” nelle Storie (Libro III 80-82), la prima presenza di quello che poi si chiamerà logos tripolitikòs (monarchia, oligarchia, democrazia).

[8] A. Sen, La democrazia degli altri, Mondadori, Milano, 2004

[9] E’ un po’ come nelle diete. Improvvisamente, quando il grasso lentamente accumulato non ci fa più piegare per allacciarci le scarpe insorgiamo “Questo invasore del mio corpo va cacciato, immediatamente!”. Ci si impone allora un radicale processo che in una settimana dovrà risolvere quello che s’è prodotto in anni, ovviamente, con risultati nulli. Per disfare processi di anni, ci vogliono anni.

[10] Qui scegliamo di non approfondire l’argomento che invece è proprio quello che implicitamente ci invitava a fare il giovane francese ma in breve possiamo dire due cose: 1) ogni gruppo sociale ha bisogno di una forma d’ordine per funzionare. Criticare la gerarchia non produce alcun superamento se non pone una alternativa d’ordine, altrettanto o poco meno funzionale se si preferisce il “più giusto” ma sarebbe meglio altrettanto se non più funzionale oltre che più giusto; 2) il fatto che il ricorso alla forma d’ordine gerarchico sia “più facile” dice che l’alternativa sarà “più difficile”. Questo imporrebbe indagine di queste difficoltà e ricerca di dove operare per superarle. Mi riferisco al fatto che l’elenco dei punti in cui agire socialmente, culturalmente e politicamente per costruire una società-sfera in grado di auto organizzarsi permanentemente è vasto e complicato. Questo stona con la tradizione del pensiero del cambiamento sociale e politico che nelle utopie ha promosso disegni finali che nessuno sa mai come raggiungere e con le rivoluzioni ha immaginato possa esserci qualche levetta che debitamente spinta, -oplà- mette sotto-sopra un impianto complesso.

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L’ HOMO DEUS di Y.N. HARARI.

Questo è un semplice sunto del libro di Yuval Noah Harari, Homo Deus, Breve storia del futuro, Bompiani, Milano, 2017. Data l’estensione del testo ed il numero di questioni trattate dall’Autore, non è stato possibile ridurlo ed accompagnarlo con un adeguato giudizio critico.

Questa ultima fatica dell’israeliano, segue la precedente “Sapiens. Da animali a dei” (Bompiani, 2014), parte dalla tesi che la condizione umana antica era segnata da tre minacce al nostro doppio imperativo ontologico del vivere il più a lungo ed al meglio possibile. Carestie, pestilenze e guerre da una parte hanno continuamente potato la crescita umana sul pianeta, dall’altra hanno accompagnato certi tipi di ordine sociale riflessi poi in certi assetti delle credenze condivise. Oggi si muore più per obesità che per malnutrizione, la medicina ha debellato la grande parte delle minacce ed assieme ai nuovi standard nutritivi e d’igiene, si stanno allungando a vista d’occhio gli indici di vita media. Sebbene rimangano per molti uno scandalo inaccettabile, le guerre sono in numero ben minore del passato e il carico di morti, sempre più contenuto. Secondo Harari quindi, termina una lunga fase storica di minorità e soggezione prima alla Natura, poi a Dio e s’inizia un nuovo programma che lo storico individua nella nuova trinità programmatica: 1) ricerca dell’immortalità (o a-mortalità); 2) ricerca della felicità; 3) raggiungimento dello status divino (o semidivino). Da cui la traiettoria: da Homo sapiens a Homo Deus.

Poiché le angosce del dopovita sono state il primo motore che ha dato centralità a grande parte delle credenze religiose, nel nuovo programma, queste sono destinate a diventare sempre più marginali. L’alleanza funzionale tra scienziati ed investimenti del mercato, sta sempre più sfidando l’ineluttabilità della morte. Quanto alla felicità il discorso è più difficile dato lo sfuggente statuto del concetto. Il tasso di suicidi nel mondo sviluppato è ben più alto di quello delle società tradizionali ma l’allargamento della base materiale della vita nei grandi numeri delle popolazioni oggi asiatiche ma domani africane, è comunque un passo in avanti. Nelle società avanzate, alcune ricerche indicano che il livello di soddisfazione esistenziale di oggi è pari a quello di sessanta anni fa e quindi si sta diventando insensibili al costante aumento di vita materiale tanto da riversare la ricerca della felicità più sull’automanipolazione chimica, non certo per “libera” scelta ma perché questo è lo sfogo obbligato di un sistema che vive del risolvere problemi creandone di nuovi che poi risolverà creandone di nuovi, stante che ad ogni passaggio cresce il Pil. Ormai è chiaro a tutti che la felicità del Pil non è direttamente correlata alla felicità umana ma il paradigma di felicità di origine utilitarisitica, fino a che rimarrà a governo delle nostre credenze condivise, questo postula. Di questo paradigma beneficia la stabilità politica, l’ordine sociale, la crescita economica, quindi le auto-manipolazioni psicotrope hanno un grande futuro davanti a sé. Ecco quindi che le biotecnologie, l’ingegneria biomedica e l’ingegnerizzazione dell’inorganico, diventeranno -secondo lo storico israeliano- il programma della nostra deificazione. Magari questi programmi non sono ancora del tutto completamente a portata di mano e non è neanche chiaro se hanno una terminazione, una fine. Per società ordinate dalla crescita infinita, programmi infiniti sono l’ideale.

Harari è convinto che si possa sfruttare quello che lui chiama il “paradosso della conoscenza”. Sapendo cosa ci sembra avverrà, si può accettare o deviare la traiettoria prevista. Il libro diventa così una seduta di autocoscienza per la parte di mondo che abita i quartieri alti del mondo-paese, nella quale si cerca di riflettere sul dove stiamo andando, per indagare su i vari futuri alternativi, quelli più probabili ma non necessariamente auspicabili e quelli meno probabili ma forse più desiderabili. Se Dio aveva progetto e potenza di attuarlo, noi certo stiamo acquisendo forse pari potenza ma sull’idea, sul progetto, c’è forse molta meno chiarezza e soprattutto condivisione. L’umanità in via di divinizzazione non è un individuo, non è un mono-deo è più simile all’ assemblea condominiale dell’Olimpo, quindi, tocca discutere il progetto, le regole, i ruoli. Harari imputa questa forma di immagine di mondo (e di uomo) che punta alla nostra deificazione, al dominio di quello che lui chiama “umanesimo”, a dir suo il paradigma di credenza dominante gli ultimi trecento anni. Forse “umanismo” nel senso di sostituzione del soggetto divino con quello umano al centro di una credenza simil-religiosa, è più esatto di “umanesimo” ma vediamo come l’Autore svolge le sue argomentazioni.

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Il 90% di biomassa del totale dei grandi animali sulla Terra, oggi è fatto da umani o da animali addomesticati. Gli umani stanno violando sistematicamente i confini e l’indipendenza delle varie nicchie ecologiche, la nostra antica sudditanza alla natura è stata sostituita da una netta inversione gerarchica. Harari è vegano, quindi spende parecchie pagine a renderci consapevoli del nostro subdolo tentativo di deificarci allontanandoci dalla comune condizione animale e di contro, ridurre gli animali ad algoritmi calcolanti privi di sentimento e coscienza. Su questa necessaria distanza e costruita differenze di genere si basa il nostro imperialismo umano, non diversamente da ogni altra passata cosificazione delle altre razze ai tempi del colonialismo. L’algoritmismo è oggi il perno della metafora dominante, quella che legge il Tutto come informazione e calcolo, così come un secolo fa leggeva tutto come macchine a vapore e prima come ruote dentate ed ingranaggi di orologi e mulini. La rottura dell’egualitarismo delle creature nel quale viveva il cacciatore raccoglitore a sua volta socialmente egalitario, ha portato al monoteismo agricolo socialmente gerarchico, ora basta sostituire il dio con l’uomo ed il programma di emancipazione attraverso il dominio, potenziato dall’abbandono del religioso in favore dello scientifico spalleggiato dall’economico, può aprirsi ad una nuova fase.

L’immagine di mondo scientifica, la stessa Teoria di Darwin, ha escluso l’esistenza dell’anima e quindi l’intera narrazione a promessa dell’eternità immateriale non ha più senso, l’eternità deve esser materiale, il futuro deve rendersi presente. L’anima era un tutt’uno indivisibile quindi o era tutta bene o tutta male, l’uomo composto di parti biologiche e psichiche invece è fatto -appunto- di parti, quindi può essere soggetto del cambiamento, promozione, miglioramento evolutivo, progresso, auto-costruzione. Del progetto fa parte anche il vasto movimento di pensiero soprattutto americano che, seguendo i dettami comportamentisti, tende ad eliminare sia il concetto di mente, sia quello di coscienza in favore di una oggettività che legge solo procedure calcolanti. Harari va a sorvolo su tutti quei contrastati territori che presentano i nodi della contemporanea conoscenza riguardo la Teoria della mente, il “problema delle altre menti”, soggettività ed oggettività, Test di Turing, possibile autocoscienza della macchine, la stessa indeterminazione del concetto di intelligenza che si vuole riprodurre in maniera artificiale ma senza che ve ne sia una accettata conoscenza condivisa del suo essere in partenza “naturale”. Di contro, si nega coscienza a gli animali o almeno autocoscienza senza che -anche qua- si sia certi noi stessi del significato del termine e della stessa condivisione di questo stato con i consimili.

Per Harari, con tesi derivata dal suo precedente lavoro , l’umano è contraddistinto da una sola precisa cosa: l’umana è l’unica specie al mondo in grado di cooperare in modo flessibile su larga scala immaginando un mondo da realizzare. Ogni gerarchia è basata sulla capacità di cooperare entro una limitata élite che s’impiega costantemente a far di tutto affinché non si impari a cooperare nello strato sociale che questa élite domina. L’uomo non è il freddo elaboratore di calcolo postulato dalla Teoria dei giochi ma un caldo mammifero emotivo e sensibile che ha sviluppato anche una certa forma di razionalità. Ogni forma di cooperazione si basa su “ordini costituiti immaginari”, altri la chiamano immagine di mondo, credenza condivisa, come nello schema leibniziano delle monadi, queste si coordinano non interrelandosi direttamente ma perché fanno tutte capo ad una comune e sincronizzante visione del mondo. E’ questa la sede dello sfuggente concetto di verità necessario ad ordinare esseri senzienti e comunicanti linguisticamente, non la sua sede oggettiva pretesa dai profeti dell’assoluto, non la sua sede soggettiva pretesa dai profeti del relativismo, ma la sua naturale sede intersoggettiva di quello che potremmo chiamare relazionalismo. Queste reti di significati condivisi, dominano certi periodi storici ed in quello successivo, le loro verità lampanti diventano semplicemente incomprensibili poiché lette attraverso una nuova rete di significati condivisi. Con questa lode dell’ideologia, del significato e dell’intersoggettività che nel pensiero di Harari va a sostituire l’antropologia dell’homo faber, oeconomicus, calculatores, si passa alla successiva analisi delle sue strutture.

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Questi ordini costitutivi immaginari, ovviamente generano una loro burocrazia gestionale ed una propria élite e questa società maggiore (“maggiore” in termini di potere sociale, quantitativamente è minore) è quella che amministra l’ordine sociale. La scrittura aumentò di molto la capacità di strutturazione e complessificazione sociale ma al punto che nessuno poteva più avere una visione completa del Tutto. Inizialmente giocò una vasta interdizione alla comprensione ed uso della scrittura, poi si distribuì la facoltà ma quando ormai la complessità sociale rendeva non pericolosa la distribuzione della stessa. Il corpo sociale, si sottomette così ad un gigantesco ed impersonale algoritmo che da una parte è sufficientemente realista per far funzionare -più o meno- la società, dall’altra rimane pur sempre legato a qualche ordine immaginario per legare a sé l’immaginazione umana. La fantasia ordina la realtà come quando nei film americani si giura sulla Bibbia, si giura di dire la verità toccando con mano un concentrato di fantasticherie. L’importante è che funzioni, dove il “funziona!” è la capacità di coordinare l’agire collettivo ed i suoi ordini. Le religioni sono state le strutture narrativo – fantastiche più potenti e motivanti della storia e, secondo Harari, esse contengono sempre tre dispositivi: 1) giudizi etici; 2) asserzioni fattuali; 3) un miscuglio dei primi due al fine di dare orientamenti fattuali, un dover essere. La religione si interessa quindi principalmente da dare ordine mentre la scienza che molti hanno ritenuto -erroneamente- fosse in contraddizione competitiva con la religione, si interessa soprattutto di potere, di dominio sulla realtà concreta. Harari pensa che l’umanismo moderno, sia un patto basato sulla divisione del lavoro e la cooperazione tra i due ordini, religioso o ideologico e scientifico.

Lo storico israeliano giunge quindi ad individuare quello che -secondo lui- è il patto della modernità: gli esseri umani hanno accettato di rinunciare al significato in cambio del potere, una incessante e progressiva ricerca di ulteriori poteri in un universo svuotato di senso. Tale potere, è a sua volta mosso dal binomio del potere scientifico e la crescita economica, l’anima del “progresso” che, per natura del binomio, deve essere infinito. La “crescita” è una promessa di futuro che deposita benessere nel presente, l’inveramento della promessa è delegata ai progressi della tecnica e della scienza. Crescita è promessa di maggiore felicità, di emancipazione per i popoli che solo di recente si sono resi autonomi e votati al mercato, anche solo per mantenere il nostro attuale livello di vita materiale occorre crescere. Ormai, non c’è più alcun paese del mondo che non giochi a questo promettente gioco e questo gioco lascia ai margini come danni collaterali la compromissione ambientale, l’equilibrio sociale, i valori tradizionali, l’etica ed appunto, il senso. Complessivamente, è questa la nuova credenza condivisa che però non si sarebbe affermata senza un puntello ideologico, una sorta di nuovo credo che ha radicalmente cambiato la natura stessa della credenza sostituendo natura e dei con l’uomo in quanto tale. L’ “umanismo” è ciò che rimane dopo la “morte di Dio”.

Nell’umanismo di Harari, il valore supremo di conoscenza è dato dalla formula: ESPERIENZA X SENSIBILITA’. I due stati si coimplicano e così per fare esperienza bisogna attivare le nostre sensibilità che a sua volta, si raffina solo in base a traiettorie di esperienza. Questo paradigma, è condiviso ma meno condivisa è l’idea di come farlo esprimere. Si sono così venuti a creare tre interpretazioni: quella liberale, quella socialista, quella evoluzionista. La prima -diciamo così-, di centro e fondata su uno strenuo individualismo, la seconda di sinistra e fondata sulla relativizzazione dell’individuo rispetto alla società, la terza di destra e fondata anch’essa su un individualismo ma molto conflittuale di modo che la selezione naturale dei migliori faccia avanzare ulteriormente l’umanità. Seguono alcune considerazioni assai eterogenee e francamente assai leggerine di analisi delle fondazioni teoriche di queste tre supposte interpretazioni, nonché una ricostruzione a volo d’uccello (l’uccello Harari vola molto alto e molto veloce nella sua narrazione e quando va in picchiata per articolare -come si conviene in ogni best seller- la narrazione in esempi, la sue scelte sono sempre letterariamente succose ma metodologicamente opinabili) dell’intero secolo che va dal 1914 al 2014. Il secolo lungo e breve secondo i diversi autori, un classico per ogni interprete della storia, ha visto nella prima metà, un liberalismo che ha preso pugni e schiaffi tanto da destra che da sinistra ma, nella seconda parte, dopo aver a lungo sofferto e temuto financo di soccombere, ha trionfato sbaragliando tutti. Si arriva così alla constatazione che “Nel 2016 non esiste una seria alternativa al pacchetto di individualismo, diritti umani, democrazia e libero mercato” (p.407) sebbene –aggiunge l’Autore con una punta di veleno – “trovare falle nel pacchetto liberale” sia l’attività preferita di accademici ed attivisti i quali, per altro, si guardano bene dall’avventurarsi nella ricerca di qualcosa di meglio. Né la Cina che è in un limbo ideologico travestito da un pseudo comunismo confuciano, né il nazionalismo induista, né l’Islam che nel radicalismo ha solo una forma di dialettica interna segno per altro di impotenza e disadattamento al destino moderno, sono reali alternative. Quanto ai socialisti, secondo Harari, se Marx tornasse in vita, consiglierebbe i suoi adepti di leggere di meno il Capitale e studiare di più Internet ed il genoma umano. Tutto bene quindi, “fine della storia” reloaded? No, ci sono delle prospettive che sembrano minare proprio dall’interno il programma umanista – liberale e questo è il tema della sezione finale del lungo viaggio.

Le questioni che s’affacciano in prospettiva allo sviluppo del programma umanista privo di competitor esterni ma non privo di virus interni è compendiato da quattro domande: 1) Cosa accadrà al mercato del lavoro al pieno sviluppo del programma di automazione – infomatizzazione?; 2)  Cosa ne sarà dalla vasta classe degli inutili?; 3) Cosa ne sarà delle relazioni e dell’intero ordine sociale quando gli ottanta anni saranno i nuovi cinquanta; 4) Cosa succederà quando la superclasse di chi può, potrà progettare il proprio corpo, i propri figli, le proprie esclusive abilità di potenza che porteranno il loro dominio su un inedito piano biologico e non solo ideologico?

Secondo Harari, la moderna indagine interna alla mente, sta sgretolando il perno del programma liberale, noi non siamo uni-individui e non siamo dotati di ciò che chiamiamo “libero arbitrio”. L’arbitrio è la finale di una complessa equazione fatta di processi deterministici ed altamente casuali che si presentano come finale desiderio di far qualcosa che per noi funziona come un ordine. Siamo consapevoli solo della parte finale del processo, il voler far qualcosa ma questo “volere” è determinato, non ha alcuna spontaneità primigenia. Altresì, altri esprimenti, hanno reso evidente che la nostra bilateralità cognitiva ospita almeno due sé, quello esperienziale e sensitivo e quello narrativo. Alla fine noi riteniamo il nostro vero sé solo quello narrativo ma questo si limita a cucire assieme le varie contraddittorie pulsioni di quello sensitivo. Inoltre, è quello che ci obbliga a seguire la coerenza della nostra immagine di mondo anche quando questa ci ha portato a compiere molte azioni dannose, senza senso, fallaci.  Infine, tende a difendere la vigenza di una certa immagine di mondo anche quando questa colleziona serie sempre più fitte di falsificazioni e problematicità. Tentativi ne facciamo tanti, errori anche di più ma la supposta capacità di imparare da questi è avversata dalla strenua difesa della nostra coerenza interna anche quando questa si è dimostrata ampiamente incoerente con la realtà là fuori. Queste attuali convinzioni della ricerca scientifica sulla mente, stanno anche depositando uno strato di inquietanti conoscenze specifiche su come sradicare i ricordi malevoli, come sentirsi gratificati anche a fare cose non gratificanti, come tacitare l’assemblea condominiale che siamo per concentrarci inumanamente su un compito, come tacitare le emozioni per condurre al fine compiti sovrumani. Tutte conoscenze che soprattutto gli apparati militari e poi i tecnici del neuro marketing, stanno avidamente collezionando per farci essere “più efficienti” con gioia e tripudio del business sanitario – farmaceutico e del casinò finanziario che sulla loro crescita, scommette.

I progressi dell’AI + biotecnologie renderanno superflui molti esseri umani, sia nell’economia, sia come componenti di quegli eserciti nazionali che assieme a gli eserciti della produzione, hanno fatto da base per il moderno liberalismo dello stato nazionale. Harari teme l’AI non necessariamente forte come descritta o predetta in molte distopie (ad esempio autocosciente ed intenzionale) ma anche quella debole, una superintelligenza velocemente calcolante su immense basi dati a cui progressivamente delegheremo di buon grado molte funzioni oggi tipicamente “umane”. Molti già oggi, gli algoritmi in uso e sostituzione delle umane abilità fisiche ma già al lavoro anche quelli di sostituzione cognitiva che auto apprendono. Questo mondo superiore, un mondo che si verrebbe a formare sinuosamente e con la stessa collaborazione degli inferiori, sarebbe nelle mani di un élite potenziata biologicamente, una élite che domina su un oceano di nullità confinate in qualche micro mondo di eterna auto-stimolazione psichica, dediti come topi da laboratorio a premere compulsivamente qualche levetta per l’auto-gratificazione chimica. Una vasta “classe inutile” senza più alcun valore economico, politico e financo artistico a giudicare dalle performance di alcuni recenti software che scrivono ottime sinfonie ed haiku. Oltre ai canali sociali, al divertimento ed intrattenimento, è la promessa di curarci e proteggerci meglio di quanto noi stessi potremmo fare da soli, la prossima ondata di seduzione.

Devolvere il controllo su praticamente tutti i nostri bio-dati, inclusa la mappatura genetica, allacciati in rete, pieni di nano robot e piccole stazioni di controllo info-elettroniche negli organi principali, in cambio della promessa di salute e vita allungata, questo il programma che vede Harari. La dis-connessione come anticamente era l’ostracismo, è la minaccia terrificante che normalizzerà ogni obiezione e riserva. Naturalmente, la superclasse avrebbe sempre aggiornate le ultime versioni mentre la classe inutile sarebbe attaccata alla coda lunga che porta inevitabilmente ogni tecnologia premium a diventare obsoleta e quindi di massa. L’aspetto meno avvertito, secondo l’israeliano, è proprio la seduzione intrappolante (una ennesima versione delle “servitù volontaria” à la Boétie?), così come ci stupiamo che i selvaggi africani cedettero i diritti sulle loro terre ai tempi del colonialismo per “specchietti e collanine”, già oggi tutti noi cediamo la ricchezza dei nostri profili psicografici più intimi mettendo like e postando stati d’animo in cambio del servizio gratuito di mail ed un diluvio di deliziosi gattini. I tanti test gratuiti di Internet  su nostri gusti e preferenze sono la risposta al delfico ed enigmatico “conosci te stesso!” mentre qualcuno accumula i nostri profili nelle banche dati. Il liberalismo fondato sul valore supremo della libertà degli individui, almeno sul piano dei diritti umani, uguali, lascerà il posto ad una gerarchia che non prevede alcun possibile ascensore, gerarchia nella quale una massa di inutili ed indistinti soggiace ad una élite di superuomini e superdonne ormai collocati in un loro Olimpo privato, quel Giardino delle Delizie in cui sono già collocati quei sessantadue miliardari che detengono una ricchezza pari a 3,6 miliardi di già inutili. E chissà se a quel punto, verificata la loro sostanziale ed effettiva inutilità, non si deciderà di revocar loro anche quei tenui fili che ancora li tengono attaccati al treno dell’umanità, una qualche forma di potatura demografica sarebbe opportuna per via dei limiti planetari, stante che la colonizzazione degli altri mondi è immaginata ma ancora lungi dall’essere effettivamente perseguibile.

Harari giunge così alla fine, l’analisi di una nuova credenza condivisa che guidi il nostro modo di stare al mondo, una sorta di neo-religione intesa nel senso di ideologia strutturata fornitrice di senso. La prima versione sarebbe una sorta di tecno-umanismo, un programma di potenziamento dell’umano a base bio-info-tecnica. Il programma sarebbe una promessa di ancora maggior potere ma per farci cosa non è dato sapere. Sulla seconda invece, ha idee ben più chiare e ben critiche: il datismo. Il datismo, la creazione di una rete sempre più vasta, iperconnessa e portante, potrebbe essere la ragion per cui si creda alle tre promesse iniziali: vite sane sempre più lunghe che aspirano all’a-mortalità, felicità pret-à-porter, deificazione progressiva sotto forma di quasi onnipotenza. La forma concreta del datismo è l’Internet-di-tutte-le-cose, una ontologia dell’iperconnessione, il suo presupposto paradigmatico è il nuovo dogma scientifico per il quale il senso della vita è prendere decisioni e gli algoritmi che accedono alla totalità dei dati, possono prendere queste decisioni molto meglio di qualunque altra entità, inclusi noi stessi avvolti in diversi veli d’ignoranza. Al pari della concezione olista della rete della vita, del mercato come rete delle transazioni, dell’ecologia come autorganizzazione del biota, il datismo pensa ad una rete in cui viaggiano quanti più dati possibili ed algoritmi che li prelevano per fornire decisioni, una seconda natura infomazionale. Il modello è sempre quello distribuito che ha mostrato di funzionare incomparabilmente meglio di quello centralizzato, che poi questo impersonale distributismo abbia i suoi centri, nodi, punti di accumulo e potere, la metafora non lo ricorda. L’illusionismo di questa abusata metafora, dice che il potere non c’è più, è distribuito, è impersonale, si è sciolto e frantumato annullando il suo stesso concetto. Harari come molti altri lettori della Rivoluzione informazionale, cita sempre Google o Facebook o Amazon ed Apple ma non sembra che citare questi agenti intenzionali con tanto di consiglio di amministrazione e proprietà del pacchetto azionario di controllo, gli dia l’idea che quello sia un grumo di potere. La Borsa è una rete che determina il valore istantaneo, che ci sia Blackrock o Goldman Sachs è solo fatto collaterale.

La visione informazionale della Grande Storia umana ha visto l’aumento quantitativo delle entità che processano informazione, poi l’esplosione varietale di queste entità, la loro differenziazione, poi l’aumento delle interconnessioni tra queste entità varietali, infine la totale libertà di flusso all’interno di questa rete. Le entità possono essere chip o umani o altre entità biologiche ridotte a chip in quanto processori di informazioni. Poiché la coscienza umana è un fatto soggettivo non esperibile scientificamente, l’uomo può essere ridotto ad algoritmo e quindi ecco che la Mecca degli algoritmi che è la rete, prende il posto di ogni altro regolamento sociale o politico, rimanendo per altro in totale sintonia con quello economico. Pur cautelandosi con l’eccezione della non linearità che impedirebbe di principio il fare previsioni, viepiù a lungo termine, Harari dà a questo programma il probabile monopolio per il prossimo secolo. Tutto sommato egli stesso umanista e liberale, Harari ha voluto usare quello che lui chiama il paradosso della conoscenza per dirci: così sembra vadano le cose, vi piace? Se sì abbandonatevi e gioite, se no, allora tocca pensarci più approfonditamente prima di consegnarci a questo enigmatico futuro.

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Harari ha quaranta anni, vive in Israele in un moshav (istituzione originariamente inventata da sionisti socialisti, meno estrema quanto a sperimentazione sociale dei kibbutz), insegna World History all’Università ebraica di Gerusalemme, è vegano. Autore del best seller mondiale “Breve storia dell’umanità” (tradotto in 30 lingue), questo Homo Deus, uscito nel 2016, ha già avuto già 10 diverse traduzioni incluso il turco ed il coreano. Harari è un seguace di S.N. Goenka, maestro di meditazione buddhista Vipassana. E’ omosessuale e si definisce moderatamente tecnofobo. Del tutto estraneo alla cerchia della critica sociale colta di tipo euro-continentale, Harari è un ampio fenomeno che oltre ai milioni di copie vendute, somma ampi tour di conferenze ed una fitta presenza di video e corsi su Internet.

Siamo già troppo lunghi per fare ora una critica ragionata del suo lavoro. In estrema sintesi: a favore, lo sforzo titanico di inclusione di archi di tempo storico molto ampio ed una discreta facoltà di tenere assieme nel discorso una gran mole di variabili oltre naturalmente -visto il grande successo editoriale- una fluida e piana capacità narrativa, basata su conoscenze precise della attuale produzione ideologico – scientifica almeno di stampo anglosassone[1]. A sfavore, scelte non sempre spiegate su quali variabili osservare, mancanza di concettualizzazione che si paga quando si deve parlare ai Molti, esempi infilati un po’ a caso per sostanziare ed alleggerire al contempo il discorso che svolge (legge del best-seller). Ma più di tutto, Harari sembra aver compiuto uno sforzo immane che però è uscito proprio l’anno (2016) in cui molti paradigmi che lui dà per scontati sono andati -parzialmente o in toto è ancora da capire- in crisi. Evidente, una certa distorsione della totalità che cerca di com-prendere, limitata dal punto di vista fermamente piantato nell’occidental – centrismo[2].

Più in generale, la letteratura su gli enigmi del futuro immediato e prossimo, è in grande sviluppo e questo è un buon sintomo poiché almeno segnala una certa vivezza della cognizione. Il tema è sempre quello della Grande Complessità nella quale siamo capitati con vene d’angoscia per i contraccolpi adattivi soprattutto negli osservatori occidentali. Poi ognuno sviluppa il suo metodo di riduzione per quanto al lettore sembrerà strano definire una “riduzione” seicento pagine di testo. Su una epistemologia critica delle nostre stesse scelte di riduzione, siamo solo ai primissimi passi. Come spesso ci capita di chiosare, la strada è ancora molto lunga ma in compenso il tempo che abbiamo per percorrerla è sempre più breve. Di contro, il fatto si sia capitati in una transizione o metamorfosi epocale, comincia a penetrare sempre più coscienze pensanti e questo è ciò che tiene ancora in vita il “principio speranza”.

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[1] Harari riporta in nota una gran mole di studi e pubblicazioni, tutte molto aggiornate. Se non si è un ricercatore professionale sul Tutto e quindi un lettore bulimico, la sua lettura vale almeno come crash course di ciò che si pensa e si dice nell’ambito della divulgazione colta di più discipline, un settore tipicamente anglosassone a cui noi italiani, purtroppo, contribuiamo poco.

[2] Su questo punto, come su altri, Harari sembra mostrare una consapevolezza critica, ad esempio nell’esame della distorsione WEIRD ovvero il fatto che i Western, Educated, Industrialised, Rich and Democrats ovvero lo standard degli studiosi e dei fatti presi in esame per stabilire la consistenza della realtà, porti ad universalizzazioni indebite. Ma qui, come altrove, non sembra che l’osservazione critica sia poi del tutto incorporata nel suo apparato interpretante.

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QUANTO LUNGHE SONO LE NOSTRE RADICI?

Riflessioni sulla lettura di – D.L.Smail, Storia profonda, Bollati Boringhieri, Torino, 2017

Daniel Lord Smail, professore ad Harvard, ha ereditato dal padre (a sua volta professore di storia) una passione istintiva per la -grande storia naturale dell’umanità-. Portata avanti l’indagine nei corsi si è risolto a buttare giù una introduzione per un volume di storia naturale che ne riportasse i contenuti ma poi si è accorto che l’una e l’altra, introduzione e storia, metodo e contenuto, avrebbero dato vita al classico mattone sulle seicento pagine. Ha quindi deciso di scrivere una libro di sola riflessione metodologica sull’ipotesi di “storia profonda”, la riunificazione di tutti i domini della storia (geologia, biologia, paleoantropologia, linguistica e storia dei fatti umani) alla ricerca di quel sfuggente oggetto che è la fenomenologia dell’umano.

 Il tempo che prendiamo in esame, la sua durata o estensione, è la condizioni di pensabilità prima della profondità storica. Darwin non avrebbe mai potuto intuire e poi sviluppare la sua teoria, se poco prima i geologi non avessero cominciato a dilatare a dismisura il tempo naturale. Fu in un certo senso, lo sviluppo urbano a portare a quegli scavi da cui affiorarono resti atipici di animali che infiammarono il dibattito sulle classificazioni ai tempi di Cuvier. I paleontologi, forse non ancora consapevoli essi stessi della loro categoria (erano ancora solo “biologi” perché il “paleo” non esisteva come concetto), inizialmente riportarono quei resti a delle anomalie delle specie note ma sia la comparazione inter-specie, sia lo sviluppo delle classificazioni da Linneo in poi, sia proprio i geologi consapevoli che ogni strato scavato corrispondeva ad una fascia di tempo, arrivarono piano piano a capire che il tempo della vita biologica e del pianeta stesso era molto ma molto più lungo del ritenuto, le specie non erano fisse, alcune erano vissute ma poi scomparse, altre erano profondamente cambiate, la Natura aveva un suo motore creativo interno di cui poi Darwin tentò di carpirne i segreti.

Un vincolo fisso dell’immagine di mondo occidentale, vietava questa difficile presa di coscienza dell’estensione temporale che -si ricorda- si sviluppò a partire solo dalla prima metà del XIX secolo, non molto tempo fa.  Il vincolo era dato dalla credenza condivisa a paradigma dell’intero mondo occidentale: la Bibbia. Il vescovo Ussher, nel 1650, aveva pubblicato il suo “calcolo scientifico” della nascita del mondo in seguito al conteggio delle varie generazioni che seguono la Genesi dell’Antico Testamento, ed il verdetto collocava l’inizio della settimana creativa di Dio, al mezzodì del 23 ottobre del 4004 a.C. . Altri conteggi sbordarono di un migliaio di anni in più o in meno ma nella sostanza, il tempo percepito come inizio del tempo stesso, era quello, una qualche migliaia di anni prima di Cristo. Del resto, anche a “logica degli eventi”, tra Adamo e Noè poi Mosè, poi Cristo, Dio certo non poteva aver aspettato molto tempo per rivelarsi alla sua creatura per dare senso al mondo ed alla missione umana. Ogni cultura, tende ad iniziare il tempo con la propria ipotesi di origine. L’Isis, come i talebani ma anche il “clero” wahabita, è dedito alla distruzione di quei manufatti storici testimoni di grandi forme di civilizzazione ben precedenti il VII secolo nel quale Maometto ha ricevuto la rivelazione. Lo stesso Smail, testimonia di come negli Stati Uniti d’America, l’insegnamento universitario della storia abbia già quasi completamente eliminato la storia antica, abbia opacizzato la storia medioevale europea e stia addirittura minando lo stesso inizio della storia moderna. Già le facoltà di economics hanno -pare- cancellato da tempo i corsi  di storia del fenomeno economico poiché ogni “altro modo”, per quanto passato, mina la vigenza assoluta dei paradigmi contemporanei. Insomma, tra le condizioni di pensabilità, il tempo è la prima coordinata fondamentale.

L’intera auto percezione delle società complesse occidentali, ha teso a contemplare il tempo storico come originato dalla rivoluzione agricola che, guarda un po’, ha la stessa tempistica del racconto biblico. E poiché di questa auto comprensione ha fatto parte lo sviluppo della conoscenza scientifica e la scienza si applica non in via ipotetica ma su dati certi, ecco che i dati sono stati solo quelli riportati dalla scrittura la cui origine -di nuovo- si pensa coincidente col pacchetto Bibbia + società complesse figlie-della-rivoluzione-agricola. Infine, tutto ciò che è tempo, incrocia l’altra coordinata della mente trascendentale (avrebbe detto Kant, la sua “estetica”) occidentale che in quanto spazio, come culla dell’origine, prevede il Medio Oriente (sempre per l’intero pacchetto Bibbia + società complesse + scrittura = Civiltà occidentale) ovvero la culla da cui nasce l’Europa e da qui, il nostro ostinato occidetal-centrismo.

Come accadde ieri con i geologi, oggi gli archeologi, i paleoantropologi, l’analisi di reperti materiali che testimoniano reti di scambio ad incredibile distanza e per tempi molto remoti,  l’antropologia e l’etnologia comparate, i biologi molecolari, la linguistica con la ricerca su i ceppi originari delle lingue ancestrali, la nostra miglior comprensione sulla storia del cervello quale ad esempio abbiamo citato nell’articolo sul lavoro di Jaak Panksepp (qui), hanno ormai forzato i rigidi limiti della storia iniziata seimila anni fa. Paleolitico, neolitico, postlitico sono ormai da intendere frazioni di un’unica storia, l’Africa è da considerare la nostra madrepatria di genere e specie, l’interdisciplinarietà è da considerare l’unico approccio che può consentire di elaborare una vera conoscenza realistica ed umana del senso del nostro tempo trascorso dalle origini, origini collocate nel tempo profondo che Smail vuol cominciare a raccontare come “storia profonda”. Smail insegna Storia del Mediterraneo soprattutto il tardo medioevo. Egli quindi è andato senz’altro a lezione di “lunga durata” da F. Braudel e credo voglia prendere quella lunghezza ed estenderla ancora di più, almeno fin dove le nostre attuali conoscenze lo rendono possibile.

In gioco c’è molto. I più antichi lettori di questo blog forse ricorderanno che uno dei primi articoli pubblicati (qui) era proprio sul tempo storico e prendeva a caso da meglio indagare l’ormai noto sito archeologico di Gobekli tepe, una incredibile serie di circoli megalitici costruiti chissà da chi, chissà come e soprattutto perché, ben dodicimila anni fa. Gobekli tepe potrebbe  testimoniare una precoce facoltà umana di collaborazione inter-tribale al fine di far ruotare un vasto areale frazionato in piccole società autonome  ma tutte gravitanti intorno ad una credenza condivisa, uno spazio delle idee comune. Così per il Cimitero 117, un sito di sepolture nel sud Sudan di un paio di millenni antecedente Gobekli tepe che è l’unica testimonianza che abbiamo di una possibile strage dovuta a conflitto inter-tribale. In questo caso, non è il sito a dirci qualcosa ma il fatto che molti ritengono che queste stragi da conflitto siano state lo standard dell’umana storia profonda quando questa è solo una credenza senza prove proprio perché l’unica vera prova che abbiamo è “solo” di quattordici mila anni fa. Ne potrebbe conseguire l’ipotesi che i conflitti appaiono sistematicamente molto tardi ed andrebbero forse messi in relazione ad una intensificazione della densità abitativa di una certa area, alla demografia irritata magari da qualche rovescio ambientale, non alla genetica. Così per le ormai numerose prove di villaggi paleolitici con centinaia di abitanti che vivevano di caccia e raccolta che falsificano la convinzione che stanzialità e quindi complessità sociale siano derivati del modo di produzione agricolo, evidente proiezione dell’economicismo moderno.

In ballo ci sono almeno due cose importanti. La prima è l’informazione su cui basare i nostri tentativi di risposta alla domanda chi siamo? Quante variazioni e di che tipo fanno l’umano? Come si sono comportati i paleo-antichi e modulando i comportamenti rispetto a quali variabili? La seconda è la scoperta ancora non debitamente trattata e codificata di quanto è complessa la mentalità che muove il comportamento umano. Quante “teorie fantasma” abbiamo nella mente quando esprimiamo una analisi o un giudizio? Quali condizioni ambientali e non certo bio-genetiche giocano nella differenza tra la strage sudanese e la possibile anfizionia anatolica? Quali strutture mentali proprie di una credenza religiosa o politica o epistemologica, ordinano il flusso delle nostre immagini di mondo che si vorrebbero rispecchiamento di una realtà che vediamo e percepiamo a sua volta solo dopo averla filtrata con i vincoli nascosti di quelle credenze, magari credenze che singolarmente non abbiamo neanche a livello individuale ma che agiscono come “spirito dei tempi” o mainstream o verità dai più ritenute tali o sentieri obbligati da metafore condivise che “pensano al nostro posto”. E non parlo solo delle informazioni in quanto tali ma delle logiche, degli improvvisi sensi vietati o dei flussi autostradali per i quali ripetiamo assunti infondati che accettiamo in forma irriflessa, quelle “condizioni di pensabilità” che impediscono di andare da una parte e ti portano irrimediabilmente da un’altra parte, magari proprio quando stai cercando una via alternativa al consueto modo di pensare le cose. Kant ci aveva ammonito sull’apriori della ragion pura ma ora dovremmo andare avanti e cominciare ad indagare l’apriori della ragione impura e storica, immagine di mondo, mentalità, epistème, dominio paradigmatico che di dir si voglia.

Su questo secondo aspetto della faccenda, Smail basa l’intero secondo capitolo, una analisi di come gli stessi storici si siano auto assoggettati alla convinzione ombra dei tempi biblici anche quando questo paradigma non era invero più vigente in forma esplicita. E’ un capitolo di epistemologia storica che da Vico a Ranke, da Langlois a Seignobos, da Labberton a Guizot, con pesanti influenze anche dei filosofi, Hegel più di ogni altro,  ripercorre le ragioni razionali avanzate per una irrazionale difesa dell’invisibile assunto di partenza. Contorsioni dell’immagine di mondo o mentalità, che mostrano con quale finezza e creatività, con quanto spreco logico ed arguzia delle motivazioni, gli esseri umani siano in grado di giustificare l’ingiustificabile. Il Diluvio cancellò ogni elemento intelligibile del passato, la storia è solo la storia delle testimonianze scritte (quando le testimonianze scritte sono sempre imbevute di  ideologie, “cariche di teorie”), “una società può essere oggetto di scrutinio storico solo quando quella società possiede una coscienza storica”, la storia può essere solo storia della civiltà, la storia è solo storia documentata dei grandi uomini, le tradizioni orali non sono affidabili, la storia paleolitica è impossibile perché l’uomo era un anima individuale che non esprimeva socialità (?). Tutte ragioni utili per problematizzare l’epistemologia storica del passato profondo ma che in sé, non possono sostituire il punto dove il punto è: ci sono radici lunghe dell’umanità e tocca scoprire fin dove arrivano ed in cosa sono piantate.

Si tenga anche conto di quanto peso ha l’intera massa di questa produzione e tradizione, quanto le tonnellate di scritti che si rimandano l’un l’altro, un intero sistema di credenze puntellate da paradigmi astrusi di cui i professori e gli accademici sono i sacerdoti, impedisce anche solo di prendere in esame l’inquietante lunga galleria di Chauvet  con i suoi 500 metri con più di 500 diverse opere di pittura rupestre datate a 32.000 anni fa. Il bellissimo documentario di Werner Herzog Cave of Forgotten Dreams, tra l’altro, mostra la geografia del posto e pone subito la domanda su quale fosse il contesto realizzativo  e l’uso di un sito che bisogna raggiungere con molta fatica e forse anche qualche pericolo, segno di una intenzionalità molto complessa, sia da parte degli autori, sia dei fruitori. Non certo l’improvvisata domenicale vena pittorica di un manipolo di Cro Magnon che volevano far colpo sulle rispettive fidanzate. O a proposito della scrittura, si veda il volume  “Origini della scrittura” a cura di G. Bocchi e M. Ceruti (Bruno Mondadori, Milano, 2002) che raccoglie quei molti studiosi il cui contributo racconta una storia meno improvvisa delle tavolette sumeriche, un lungo processo che inizia forse addirittura 10.000 anni fa. O nell’archeologia linguistica, l’ipotesi nostratica che pone una lingua originaria da cui poi sarebbero discese le varie forme di indoeuropeo ma anche le uralo-altaiche, dravidiche e lo stesso sumero, una superfamiglia derivata da una lingua originaria parlata nella Russia di 12.000 anni fa. Per non parlare delle eterodosse tesi continuiste del grande Mario Alinei che retrocedono appunto a 40.000 anni fa i ceppi linguistici originari, ipotesi corroborata da solido metodo interdisciplinare che attinge alla genetica delle popolazioni, all’archeologia, all’etnologia e paleoantropologia. Ipotesi certo, ma non meno ipotetiche di quelle che reggono le nostre attuali credenze condivise ma aprenti però, tutt’altre euristiche.

Veniamo allora al quarto capitolo, l’ipotesi sia possibile ricostruire una neuro storia. Il capitolo è una sorta di riepilogo ben informato su i raggiungimenti di tutte le discipline che dalla biologia alla psicologia, ruotano intorno alla mente umana. Impossibile e comunque poco utile, riassumere qui i termini del problema, ci limiteremo quindi alle questioni di cornice. La faccenda potrebbe essere compendiata come una sorta evoluzione dell’evoluzionismo in direzione dell’adattamentismo. L’adattamentismo è -secondo noi- il vero paradigma interno alla teoria di Darwin ovvero il presentarsi del fuori di noi come perno problematico della nostra esistenza di genere (umana), specie (sapiens), sociale ed individuale. A questo fuori di noi, a volte ambientale e naturale, a volte sociale e culturale, rispondiamo con una complessa stratificazione di sistemi che ci compongono, sistemi biologici quindi ereditari, culturali e sociali quindi storici, spesso del tutto casuali. L’adattamentismo a differenza dell’evoluzionismo non prevede alcuna verità precisa dato che l’adattamento al fuori noi dipende dall’estrema variabilità di questo “fuori di noi”. Se quindi il concetto di “evoluzione” è relativo, lo è anche il concetto di “progresso”. Inoltre, più l’analisi entra con attenzione dentro un comportamento umano, più scopriamo che questo è la somma non precisa di tanti segmenti creati dalle retroazioni tra biologia e cultura ma anche condizionati in un certo senso dalla logica dell’intero sistema che dal genotipo deve portare al fenotipo. L’epigenetica, ad esempio, sta presentando quel modello ricorrente in natura per il quale se il codice ereditato propone varie soluzioni è la relazione a contatto con il qui ed ora a determinare l’espressione genetica. Processi senza oggetto, ricchi di ridondanza ed imprecisione ma comunque dotati di tendenza, determinanti una certa abitudine chimica, una certa architettura dei cablaggi per altro molto variabile, riutilizzo e bricolage di materiali altrimenti finalizzati. Nel complesso, tutto ciò “funziona” in molti casi, in molti altri molto meno, in alcuni punti forse per niente. Soprattutto, le nostre immagini di mondo ipostatizzano dicotomie e notano contraddizioni a posteriori ma la nostra storia amalgama con ben più ampia tolleranza il nostro essere maschile ma anche un po’ femminile, socializzante ma anche un po’ individualistico, etico-morale ma anche un po’ furfante, altruista ma anche tanto egoista. Le immagini di mondo allora forzino i caratteri, estremizzino i giudizi ma non si sostituiscano alla onesta e realistica lettura della nostra intricata complessità di partenza.

Ne consegue la sparizione della dicotomia natura-cultura, la crescita di interesse per la microevoluzione piuttosto che per quella macro, la selezione delle popolazioni più che degli individui, l’imprecisione comunque funzionale di quelli che Paul Ehrlich chiama “strascichi evolutivi”, l’effetto Baldwin, la conta degli adattamenti positivi che assomma a pacchetto anche quelli negativi e quelli neutri, la loro stessa variabilità nel tempo dato che quello che era adattativo cinquecentomila anni fa (e dove poi, in zone forestali, di costa, di montagna, con picchi di temperatura alta o bassa? etc.) potrebbe non esserlo oggi o viceversa, gli exattamenti (il riciclo a nuovi usi e scopi di strutture selezionate con originarie diverse ragioni), il superamento dell’altra dicotomia tra continuismo ed equilibri punteggiati (dato che esistono, pare, entrambe le modalità), la sovrabbondanza di produzione della natura al fine di tenere larghe certe condizioni di possibilità che essa stessa vuole non precisare ex-ante dato che il gioco si sa che sarà complesso e dinamico e quindi non pre-vedibile con precisione, l’estrema complessità che denota il passaggio tra genotipo e fenotipo che ci siamo immaginati un po’ tropo semplice, lo scetticismo per l’approccio di “reverse engineering” dato che la stessa metafora di riferimento ovvero il fatto che si abbia a che fare con un prodotto ingegneristico è fallace. Di base, c’è un mondo complesso bio-culturale dentro ogni individuo, gli individui umani si sono viepiù dovuti adattare ai gruppi umani (le società) che non alla natura, erano proprio i gruppi umani nel loro complesso ad avere questo compito e quindi vana è la sola ricerca di linee corte e dirette tra essere individuale e natura. Quale natura poi, di quali luoghi e di quali tempi ? Siamo cresciuti scavando tuberi, raccogliendo bacche e cozze, inseguendo conigli o organizzando complesse battute di caccia coordinata alla megafauna?  L’impressione è che ci sia troppa fretta a mettere il coperchio su una pentola che ha appena cominciato a bollire e che la norma sia retro imporre categorie attuali su fenomeni altrimenti ordinati. Sarebbe meglio, forse, una fase anarchica tipo “anything goes”, à la Feyerabend per riaprire una euristica interpretativa che non pensi al prima con le categorie del dopo.

L’ultimo capitolo, Smail lo dedica ai rapporti tra le civiltà e la manipolazione della chimica corporea, mentale e quindi psichica nello specifico, indotte ed autoindotte da determinate pratiche o sostanze psicotrope. Canti, balli, preghiere, riti di vario tipo, gossip ovvero la versione umana del grooming dei primati, addirittura lo shopping, sesso ma anche le gerarchie di dominanza hanno un corrispettivo stato neurochimico, in qualche modo fissato nella nostra neurofisiologia. Pratiche attese ma che poi rinforzano determinato sentieri neurali tanto da arrivare a stati di dipendenza. La modernità, col suo carico di spezie e coloniali esotici, portò prima alle élite, poi al mercato di massa, una gran quantità di stimolanti e calmanti che, secondo l’autore, avrebbero anche svolto il ruolo di compensatori della mancanza di una vita religiosa quale quella che ordinò il medioevo. Le droghe propriamente dette e l’alcool  sono poi le sostanze più direttamente usate per questa auto manipolazione dello stato d’animo mentre il grande mondo delle sostanze farmacologiche, nella sua vistosa inflazione, denota abitudini ormai di massa nel giocare al piccolo chimico con la propria anima. Anche la continua masturbazione dell’attenzione col cellulare, l’esibizione del proprio corpo e del desiderio, i social network, il porno on line, i videogiochi, gli stati perduranti di autostimolazione continua che hanno poi il contraltare dell’apatia e della noia esistenziale, inducono a pensare a quel “mondo nuovo” di Huxley (1932) in cui tutti sono dipendenti, nel senso di “addicted”, di qualcosa. La piramide di Maslow andrebbe così aggiornata con questo bisogno di auto-manipolazione chimica su cui prospera l’attuale sistema ordinato dal fatto economico che chiamiamo “capitalismo” ma che il capitalismo si è limitato a sfruttare, non a creare. L’argomento ha un suo interesse, senz’altro nel renderci maggiormente consapevoli del corrispettivo chimico di tanti comportamenti che poi diventano fenomeni macroscopici, economici, culturali e financo politici, nonché come possibile taglio di analisi storica, ad esempio al pari delle malattie virali e delle grandi epidemie del world historian McNeill ma francamente, non ci sembra poi così decisivo per perorare la causa della storia profonda.

Smail trae, alla fine, le conclusioni della sua indagine sulle condizioni di pensabilità di una storia profonda. Invoca la necessaria multidisciplinarietà per ricostruire l’immagine del passato, indebolisce a priori i risultati ipotetici che si possono ottenere sostituendo le leggi di natura che nell’umano vengono ad amalgamarsi coi fatti di cultura, determinando al massimo “pattern” o tendenze, schemi indicativi la cui interpretazione ne dà la variabilità. Di contro, qualcosa di questa natura umana emerge se a distanza di luogo e di tempo, tante “invenzioni” (dall’agricoltura alla scrittura, dalle classi sacerdotali alla gerarchia sociale) sembrano seguire pattern ricorsivi comparendo qui e lì ed al netto di prestiti e possibili influenze quali postulati dal diffusionismo. L’agente storico, l’uomo, è crogiuolo di cultura e biologia e questa invocazione a superare la dicotomia delle due culture è forse il messaggio metodologico più forte che ci lascia Smail.

Confesso di essermi immaginato altro nel desiderare la lettura di questo libro. Forse se Smail avesse corredato la sua indagine di qualche esempio fattivo di questa storia profonda, qualcuno dei tanti fatti fuori teoria come lo sforzo templare di Gobekli tepe in assenza di società centralizzata o la mancanza di prove di quella antropologia che ci vorrebbe intrinsecamente violenti e competitivi o l’irragionevole grandezza della Cappella Sistina paleolitica di Chauvet, per non dire di molto altro quale anche la citazione che fa nelle conclusioni del lavoro di Marshall Shalins che demistifica l’avvento dell’agricoltura come un triste ripiego su una dieta povera, non meno incerta della caccia e raccolta ma soprattutto molto ma molto più dispendiosa da produrre, la sua perorazione avrebbe acquistato maggior concretezza.

Sta di fatto che alcuni di noi, soprattutto quando i tempi mostrano il cedimento vasto e profondo dei piloni delle credenze condivise che sostengono un certo modo di stare al mondo, volgono lo sguardo all’indietro per tornare ad indagare l’Origine. Quella Origine che ogni immagine di mondo ricostruisce a modo suo per dare fondamento a ciò che si è e che invece sarebbe -proprio ora che non sappiamo più chi siamo- il caso di indagare cercando di strappare al tempo profondo le sue pur vaghe e sempre provvisorie verità.  La ricerca continua, per seguire le nostre lunghe radici occorrerà continuare a scavare sempre più a fondo, fuori e dentro di noi …

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SEIMILA ANNI DI SOCIETA’ COMPLESSE.

Su gli ultimi raggiungimenti dell’archeologia complessa[1] su cui basare la proto-storia[2], ci informa M. Liverani con la riedizione del suo: Uruk, la prima città, Laterza, Bari Roma, 1998-2017. Il periodo è quello Antico Uruk – Tardo Uruk in Mesopotamia, tra il 4000 ed il 3000 dove una società a doppia circonferenza centro-periferia, ruota intorno ad una forte credenza condivisa[3], amministrata da un centro templare. Questo possiede una sua élite e sua mano d’opera ma si avvale anche di corveé generali stagionali per la coltivazione di propri campi di orzo che poi, sottratto l’automantenimento del centro templare, viene accumulato e reinvestito in scopi sociali. In termini di libertà, concetto caro ai moderni, il popolo era suddito per le questioni politiche e fiscali ma libero dal punto di vista economico. Le élite templari  dicendosi suddite degli dei ed amministrando la credenza condivisa, accumulavano potere gerarchico sociale. L’economia era mista tra pubblico e privato, sia nel possesso di terra che nella sua lavorazione, non meno che nell’artigianato e nel sistema di scambio esterno mercantile.

L’emersione di queste prime forme di gerarchia che iniziano la prima complessità delle società sembra provenire da un processo funzionale, l’autorganizzazione sociale trova la via più facile per reggere la propria crescente complessità[4] riducendosi spontaneamente in un centro che quindi non si afferma per coercizione. Da dopo circa il 4500 le superfici in mq dei templi cominciano ad impennarsi, i “palazzi” del potere laico ancora non ci sono e le superfici delle case rimangono indifferenziate. Sul piano della progressione storica, a questa bassa complessità iniziale corrispose probabilmente massima auto-soggezione e minima coercizione, ma in seguito la seconda crebbe poiché scendeva la prima stante che le richieste del “centro” si fecero sempre più pesanti ed il passaggio dal potere religioso a quello politico depotenziò la forza ideologica della credenza condivisa. La biforcazione originaria che porta allo sviluppo delle società gerarchiche e complesse, è alimentata da un semplice delega più o meno spontanea ma certo volontaria, ad un perno che coordini il sistema sociale.

L’auto-soggezione è un fenomeno che troveremo molte altre volte nella storia. Molti individui sembrano accettare di buon grado uno scambio apparentemente ineguale,  per il quale devolvendo completamente il proprio potere sociale, ottengono in contropartita la certezza di una collocazione e l’orizzonte chiuso ed ordinato della casella sociale semplificata nelle responsabilità, che vanno ad abitare. La gerarchia è una forma di riduzione della complessità,  funzionale al sistema generale ma funzionale anche ai limitati e più controllabili orizzonti che molti individui vogliono prossimi, certi, prevedibili anche se a condizioni imposte. Le ben sei edizioni (2006-2016) della versione italiana del Discorso sulla servitù volontaria di Etienne La Boétie, dicono dell’attualità dell’indagine  su questa “misteriosa” attitudine rilevata dal francese già nel 1576 che la sociologia e le analisi della psicologia tanto di massa che individuale non hanno forse ancora ben indagato a fondo. La relazione di subordinazione sembra si formi per l’incontro tra una volontà di dominare ed un bisogno di circoscrivere il proprio impegno sociale, tra volontà di potenza e bisogno di tranquillità[5].

La funzionalità centrale del sistema di potere ad Uruk, era interpretata dai servi degli dei, amministratori del culto e delle narrazioni connesse che purtroppo non ci sono note. Come nel caso della preistoria che per lungo tempo abbiamo letto solo come “età della pietra” perché solo queste ci sono arrivate, così queste prime forme di gerarchia sociale pronunciata ci sono sembrate basate solo sulla gestione dei magazzini delle eccedenze produttive perché le famose “tavolette” in cui compaiono le prime forme di scrittura, solo questo testimoniavano. E’ invece molto interessante notare che deve essersi formata una ideologia condivisa a base religiosa prima che questa struttura unificante producesse una élite centralizzata, le condizioni di possibilità di quest’ultima derivano dalla struttura unificante della precedente credenza condivisa. Naturalmente, le nascenti élite che all’inizio ebbero un mandato funzionale spontaneo e condiviso, fecero poi di tutto per rinforzarlo, ampliando le narrazioni in un discorso complesso che giustificasse ed ordinasse quanta più delega di potere al centro di cui erano gli amministratori beneficiari.

Questo processo di formazione di “un popolo” non più tribù o clan, per certi versi, è la stessa meccanica della nascita e diffusione dell’islam e del concetto di umma che precede e giustifica i successivi califfati. Diversamente dal cristianesimo che nacque e si affermò inizialmente in contrapposizione e competizione con il potere militar-politico romano che storicamente lo precedeva di molto, il popolo di dio musulmano nasce contestualmente alla credenza ed anzi è molto probabile che l’intera narrazione avesse proprio questo fine stante che Maometto ben conosceva la minorità araba spezzettata in conflittuali tribù disperse su un territorio difficile (tendenzialmente arido) e molto vasto. Minorità evidente in rapporto non solo all’Impero bizantino (anatolico) ed a quello sasanide (iranico) ma anche al popolo ebraico che esisteva in quanto tale proprio e solo perché unificato da una credenza condivisa.

Liverani osserva “Quando definiamo la Venezia del Cinquecento una <città mercantile>, o la Manchester dell’Ottocento come una <città industriale> …” (p.89 op. cit.) e prosegue specificando che questa attività distintiva non è certo l’unica che viene svolta ma la principale, al punto da divenire il generatore di ordine generale dell’intera società ovvero quello che noi qui chiamiamo “ordinatore”. L’ordinatore della prima società gerarchica complessa, Uruk, fu la credenza religiosa. Anche le società contemporanee si basano su una credenza, la credenza che il fare economico, sia socialmente che individualmente, sia il miglior ordinatore. Marx ma in fondo anche i liberali, hanno pensato e i loro epigoni continuano a pensare sia questo l’ordinatore sociale universale, la produzione e la forma d’ordine che ne discende. Uruk era una città-tempio, le nostre sono città-mercato, altre volte nella storia si incontrano città-caserma o fortino anche quando si hanno popoli nomadi che non hanno “città” ma rimangono socialmente strutturate come un’orda di rapina e saccheggio che non intende minimamente fermarsi ad amministrare la complessità territoriale. Qualche volta come l’Atene classica, troviamo città-politiche. Ognuna di queste definizioni dice solo dell’ordinatore ma la trama complessa della società prevede sempre la compresenza di tutti i fattori religiosi e culturali, economici, militari, politici, solo che questi sono ordinati da quello che svolge la funzione principale, appunto, di ordinatore.

Quando successivamente al periodo Uruk, l’ordinatore mesopotamico passò dal religioso al politico, il periodo dei re e delle dinastie, la relazione funzionale all’interno della credenza cambiò. I precedenti servi degli dei erano chiaramente umani solo più vicini degli altri a gli dei, vertice della credenza condivisa. I re invece, presero il ruolo di semi-dei, via di mezzo tra l’umano ed il divino, invenzione probabilmente scaturita dalla creatività adattiva degli stessi sacerdoti che dovendo cedere il potere, mantennero almeno quello di testimoniare e giustificare il re-guerriero che tanto si sarebbe affermato per conto suo quando il territorio di quelle società si ingrandì o la densità competitiva locale si fece minacciosa al punto da richiedere offesa e difesa militare di livello superiore. Nasce allora il condominio tra potere politico-militare e sacerdotale, una diade che troviamo poi molte altre volte ed in una grande varietà di assetti nel registro storico, ad esempio con la figura del “figlio del Cielo” dell’imperatore cinese. Anche la relazione economica cambiò. Le prime società che erano templari, potevano mantenere regimi di economia centralizzata ed economia privata mentre le società palatine, avevano logistica, costi ed ambizioni molto maggiori[6] per cui l’economia privata si contrasse in favore di una economia statalizzata. Le attuali élite della società di mercato, di contro, aborrono ogni minima forma di economia centralizzata poiché tutto l’ammontare del prodotto generato dal fatto economico deve rendersi disponibile di modo che loro se ne accaparrino la maggior fetta. Altresì, le élite delle società di mercato, non solo non hanno bisogno se non in forma servile-funzionale del politico ma senz’altro sono diffidenti nei confronti di quelle religiose ad esclusioni di quelle forme di religione come il protestantesimo o il buddismo, che non producono vere élite centraliste.

Una volta di più, la teoria degli ordinatori sociali appare essere lo schema che meglio spiega l’alternarsi degli ordini sociali, alternanza che non è dovuta in genere da alcun fattore interno alle società ma quasi sempre da fatti di adattamento ai contesti. Il motore del cambiamento è più spesso esogeno o meglio, risiede nella relazione tra l’interno di un sistema ed il suo esterno, è mosso da un adattamento. Nello schema di Arrighi[7]-Braudel ad esempio, la città-mercato di Venezia e la città-banca&finanza di Genova vengono superate per molti motivi che diressero lo sviluppo storico-sociale-culturale dal Mediterraneo al Mare del Nord e lì, le Province unite si presentarono come la miglior fusione della funzione mercantile e di quella banco-finanziaria. Non ci furono ragioni interne al modo di fare mercato di Venezia o di fare banca e finanza di Genova che vennero superate dai modi olandesi, né decisive innovazioni di “prodotto”,  si trattò solo di un adattamento alle mutate condizioni geo-storiche. Così il subentro di Londra e dell’Inghilterra-Gran Bretagna che solo dopo generò l’industria, industria che la piccola popolazione olandese certo non avrebbe mai potuto sviluppare significativamente per semplici ragioni demografiche e che gli italiani non svilupparono unitariamente perché funzione mercantile, bancaria e politica erano frazionate.

E’ proprio della visione economicista della storia e delle società avere questa cecità selettiva alle condizioni di contesto. Leggendo fatti economici per principio epistemico fondativo, l’economicismo vede solo fatti economici e pensa che questi siano autogenerati chissà se dalla foga del profitto della “borghesia”, dalla spontaneità innovativa, dalla superiore intelligenza impersonale della mano invisibile. Come ogni forma di fede epistemica a base di uno sguardo monodisciplinare, l’economicismo cade inesorabilmente nell’aporia dell’autofondazione. Ogni movimento si pensa causato internamente dalla logica economica ma il movimento primo non si troverà mai perché il baratro del regresso all’infinito è appunto non finito. Cosa muove il primo movente rimane uno sfumato mistero.

Insomma, 5-600 anni fa, almeno in Mesopotamia, la complessità sociale raggiunse un nuovo stadio e si autorganizzò intorno ad una credenza condivisa di tipo religioso. La condivisione della credenza produce funzionalità quindi le credenze condivise non sono poi così astratte come si ritiene nella stramba partizione riduttiva tra struttura e sovrastruttura, anche le credenze rispondono al vaglio finale del funziona – non funziona. Questo funzionamento è dato da il complesso di una società abbastanza ordinata, dinamica processualmente, dotata di senso e significato condiviso, adattativa alle condizioni geo-storico-ambientali, garante per la massa critica degli individui che ne fanno parte, di una moderata soddisfazione esistenziale che ha il suo lato primario nel bisogno materiale. In più, giustificano l’élite di governo che è il modo universale con il quale gli esseri umani -sino ad oggi- hanno inteso organizzare l’intenzionalità del sistema sociale, da quando questo ha preso e poi rigenerato dimensioni e forme complesse. Le élite militari, politiche, religiose e culturali, economiche e le rispettive funzionalità di cui sono espressione, entrano tra loro in determinati rapporti di gerarchia che richiedono che una di loro, o meglio la funzionalità di cui sono espressione, funga da ordinatore. La scelta dell’ordinatore è data da eventi storici spinti dalla ricerca di adattamento ad un certo contesto variabile per caratteristiche nello spazio e nel tempo. Il tutto è accompagnato dal formarsi di un’ampia credenza condivisa.

Una certa propensione alla servitù volontaria fa sì che i margini di tolleranza della subordinazione in cambio della tranquillità, siano molto dilatati per cui il “funziona” è un giudizio che nella realtà sociale si da con molta più generosità di quanto non concedano coloro che sono mossi da approcci critici, nobili intellettualmente ma poco pratici realisticamente. Il bisogno di “ordine” è evidentemente una richiesta sociale primaria, antecedente il bisogno di “giustizia”. Se è da valutare complessivamente quanto una società funzioni o non funzioni e quindi la critica anche la più acuminata poco la smuove fino a che “funziona”, di contro c’è poco da difenderla quando “non funziona più”. Quando “non funziona più” si apre la crisi ma l’esito di questa è di nuovo pesantemente condizionato dalla primaria richiesta di ordine per cui crisi che potrebbero aprire finalmente ad un superamento, finiscono in realtà per alimentare una parossistica richiesta di ordine immediato che porta le crisi ad irrigidire sempre più le forme conservative della società che è andata in crisi. O le transizioni sono ordinate o debbono essere molto brevi, rivoluzionarie, l’ordine si deve mantenere o ripristinare velocemente.

A noi sembra che la società occidentale basata sulla moderna credenza condivisa-funzione che il miglior ordinatore possibile sia quello economico[8], non funzioni più. Non funziona in termini adattivi come si evince dal bilancio ecologico e geopolitico. Non funziona più dal punto di vista del senso e significato come si evince dalla desertificazione culturale e dal diffuso collasso psichico socio-individuale. Non funziona più neanche dal suo stesso punto di vista data la condivisa ormai certezza di una lunga stagnazione, dall’abnorme proliferare dei tumori finanziari, dalla mancata redistribuzione, dai minacciati fallimenti dei bilanci statali e dall’ipertrofia del debito. Non funziona più proprio in termini di contratto sociale dato sì che Adam Smith che ne codificò il testo, scrisse che quella che lui ancora chiamava “economia politica”, basata su produzione specializzata di massa e libero mercato, si riprometteva di “… arricchire sia il popolo che il sovrano”[9]. Stati semifalliti e riduzione delle classi medie, scomparsa del reddito e dello steso lavoro, a parte qualche eccezione (la Germania e pochi altri), segnano -per l’Occidente ma non per il resto del mondo- il crollo della promessa contrattuale centrale moderna.

Alcuni (in genere economisti) pensano che sia solo un problema di teoria economica ma molti altri, tra cui chi scrive, pur condividendo il giudizio certo molto critico sulle forme neoliberali che come tutte le degenerazioni ideologiche tendono all’assolutismo totalitario viepiù che i fatti che dovrebbero ordinare mostrano crescenti malfunzionamenti, pensano che la funzione ordinatrice di questa credenza abbia esaurito il suo compito storico perché ha saturato la sua finalità funzionale. Oggi abbiamo assicurata grande parte della base materiale di sussistenza e confort mentre forte e inevaso è il bisogno di tempo, di studio, di conversazione e dibattito, di formazione culturale complessa, di partecipazione diffusa alla ridefinizione di un nuovo contratto sociale. Dotazioni necessarie anche per varare urgentemente una strategia adattativa alle minacce dell’era complessa stante che le condizioni materiali si possono soddisfare ampiamente con una economia moderna rivista e pluralizzata nella sue forme interne.

Gli economisti possono certo ben suggerire che tipo di economia sarebbe altrimenti possibile ed opportuna ma le condizioni di possibilità ed opportunità vanno definite dal nuovo ordinatore e l’unico si conosca in grado di far questo, tolti i militari ed i religiosi che già provammo in passato con esiti finali catastrofici, è l’ordinatore politico. Una nuova forma di società adattativa non deve però solo cambiare la geometria tra ciò che ordina e ciò che è ordinato, cambia anche le forme interne al principio che da ordinato diventa ordinatore o viceversa. Così “politico” di per sé dice poco o niente se non se ne dettaglia almeno a grandi linee le caratteristiche. Il monarca (l’Uno) che sia dispotico o illuminato; l’oligarchia o élite, autoimpostasi, espressa dall’ordinatore vigente o addirittura “eletta dal popolo” (i Pochi); i quanti più è possibile intesi come individui componenti la società (i Molti), al di là del protagonismo dei vari filosofi politici che hanno provato a cambiarne parzialmente la scansione e definizione, rimangono -a grandi linee- i tre principi guida per pensare all’ordinamento politico.

Le forme e l’ordine sociale delle società occidentali, sempre più perturbato dalle intricate condizioni del mondo entrato nell’era complessa, necessitano di una logica tipicamente complessa, quale l’autorganizzazione sistemica che, sul piano politico, altro non è che una forma molto potenziata e diffusa di democrazia. Per riscrivere il contratto sociale, per modificare la logica sociale in senso adattivo, per mantenere un ordine omeostatico (che poi sarebbe “omeodinamico”) resiliente alle numerose perturbazioni a cui andiamo incontro e di cui già vediamo gli scossoni, non sembra esserci altra strada che promuovere una nuova credenza condivisa. Non ci salveranno né gli dei distratti, né la forza, né le élite di qualsivoglia credo ed intenzione, ci salveremo solo diventando un sistema autorganizzato che bandisce l’acquiescenza  e la passiva tendenza primitiva alla servitù volontaria sul piano individuale e decide da sé cosa fare per mantenere l’ordine nel crescente disordine a cui andiamo incontro correndo in avanti con la testa rivolta all’indietro.

Le tesi sopraesposte sono ancora malferme e bisognose di conferme archeologiche più numerose ed approfondite. La civiltà della Valle dell’Indo, ad esempio, appare vasta e forse complessa ma sembrano del tutto assenti centri templari o palatini. Forse, inizialmente, ci fu più di un modo ed allora sarà importante capire perché si è imposto il solo principio di gerarchia. Tanto meglio capiremo come si formarono le prime società complesse, tanto meglio sapremo come intervenire nella loro meccanica e dinamica per adattarle ai nuovi gradi di complessità necessaria.

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[1] S.E. van der Leeuw –a cura di- Archeological Approaches to the Study of Complexity, Amsterdam 2000

[2] A. Guidi, Preistoria della complessità sociale, Laterza, Bari Roma, 2000

[3] J. Cauvin, Nascita delle divinità, nascita dell’agricoltura, Jaca Book, Milano, 1994-2010

[4] Sulle cause di questa crescente complessità, non mi pare che Liverani sia poi così chiaro. Partito per verificare o falsificare le tesi egemoni prima del marxismo di V. Gordon Childe, poi quella economicista classica di F. Heichelheim, poi il neo evoluzionismo americano, sull’innesco del processo, Liverani ricorda l’antica contrapposizione tra Childe (innovazione dei mezzi di produzione) e Ester Boserup (adattamenti progressivi trainati dalla crescita demografica endogena). La sua analisi che muove dalla decodifica delle tavolette di registro dei magazzini templari  scritte in pre-cuneiforme, resasi possibile solo a partire dagli anni ’90, non contiene però dati demografici.

[5] L’idea che la società sia preminentemente un “riduttore di complessità”, informa la sociologia della complessità di N. Luhmann. Se la società nel suo complesso è un riduttore adattativo di complessità, la gerarchia è un riduttore funzionale della complessità interna della società.

[6] Tra cui le forme fisiche più esibite di sfarzo e ricchezza che distinguessero l’élite dal popolo, necessità che i religiosi ben diversamente giustificati dalla metafisica, non avevano.

[7] G. Arrighi, Il lungo XX secolo, il Saggiatore, Milano, 2014

[8] Tesi dell’intero, mirabile, lavoro di K. Polanyi

[9] A. Smith, La ricchezza delle Nazioni, UTET, Torino, 1996 p. 553

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IL “BURRO E CANNONI” DEL SOGNO IMPERIALE SAUDITA .

L’anziano re saudita (83 anni, malato) Salman, ha sovvertito la linea di successione al trono, ponendo il figlio Mohammed bin Salman (32 anni) in diretta linea successoria[i]. Il giovane principe è anche Ministro della Difesa e da oggi anche vice Primo Ministro mentre il suo precedente rivale bin Nayef, precedentemente Ministro degli Interni, non solo ha perso la posizione di principe ereditario ma si è dovuto anche dimettere dal suo ministero.  Il giovane bin Salman, che assomma molte altre cariche ed è il promoter tanto della guerra in Yemen che dell’ostracismo del Qatar passando per la “danza delle spade” con Trump,  è l’autore di un ambizioso piano strategico sul futuro del regno, un piano chiaramente neo-liberale, presentato l’anno scorso prima a The Economist e Bloomberg e poi ai sauditi, dal titolo “Vision 2030”[ii].

Prima di indagare i contenuti del piano, c’è da indagarne la natura. E’ la prima volta che il regno saudita espone pubblicamente la propria visione ad un sì largo raggio temporale. Se ci si domanda quale sia il target di questa iniziativa, si può ragionevolmente supporre sia il target interno, ovvero un messaggio programmatico ai sauditi ed il target esterno, l’ambiente internazionale e sunnita nello specifico. Volendo in sostanza dare una svolta alla struttura, al posizionamento e ruolo, alla strategia dello stato arabico, c’è da dare l’annuncio di una volontà e Vision 2030 è certamente un roboante annuncio. La ragione perno del piano è la volontà di emanciparsi dalla dipendenza petrolifera. Questa intenzione, segue probabilmente alcune analisi di prospettiva che i sauditi hanno fatto sul futuro del mondo, del ruolo della materia prima, delle loro disponibilità. Le disponibilità petrolifere dell’Arabia Saudita non sono note ma si teme che -in prospettiva- vadano incontro al loro limite naturale, forse hanno già superato il picco di estrazione. A seguire, incerte sono le previsioni sul consumo internazionale in quanto una parte di mondo affluente (soprattutto l’Asia) certo crescerà in consumi ma l’area di consumo storico, l’Occidente, decrescerà in virtù del minor peso che le attività industriali hanno e sempre meno avranno. La molto moderata crescita mondiale non sembra avere ragioni di impennate future. Soprattutto, si fa molto affollato l’ambiente competitivo. La grande novità è stata l’introduzione dello shale gas, oggi americano ma in prospettiva, una tecnologia che potrebbe interessare molti altri. Cinesi e giapponesi affermano di avere tecnologie sicure ed economiche per estrarre metano dai clatrati idrati di cui sono ricchi i loro fondali marini.  Lo sviluppo delle rinnovabili è lento ma inesorabile anche perché gli alti costi iniziali di ricerca e produzione, sono destinati col tempo a scendere. Ancorpiù, si continua a trovare nuovi giacimenti, dal Brasile all’Africa, dal Mediterraneo a soprattutto la Russia. La liberazione dai ghiacci nord-polari e del permafrost nella Siberia settentrionale, promette ancora molti anni di ricerca e sfruttamento. Dentro tale scenario, uno scenario che al netto di un improvviso conflitto militare nell’area o con la Russia non promette un ritorno dei prezzi a livelli alti, è ovvio che i sauditi cerchino di trovare un nuovo posto al sole fintanto che hanno ancora materia prima da convertire in denaro da convertire in investimenti che permettano di costruire una nuova struttura economica che porti il paese fuori dalla “maledizione delle materie prime”.

Ma un piano di così ampia, indeterminata quanto ambiziosa e futuribile strategia, si presta comunque ad alcuni sospetti. Il primo è che il piano non dica tutto quello che è nelle intenzioni della nuova leadership saudita. Liberato da un principe che non era neanche il candidato ufficiale alla successione e che oggi deve parlare ma non troppo visto che il re è ancora vivo, il piano sembra prevedere una torsione della società saudita che fa impallidire i più utopici dei costruttivisti sociali. Se quanto contenuto in esso dovesse essere veramente ciò che il futuro monarca saudita ha davvero intenzione di fare, per la vecchia élite viziata e iper-conservatrice, sarebbe la condanna a morte. In effetti, sembrerebbe non esserci realistica alternativa ma le élite non sono ragionevoli ed in genere la somma dei ciechi egoismi degli individui che ne fanno parte, porta alla catastrofe sistemica perché l’interesse individuale prevale sempre rispetto  all’interesse sistemico come si nota in Occidente.  Di contro, bin Salman ha poco più di trenta anni e dato che diverrà un monarca assoluto e lo sarà -si presume- con il supporto di tutti coloro che debbono ereditare il futuro saudita, quindi di una intera generazione che sotto i trenta anni oggi pesa per il 60% del regno, ha davanti a sé tempo ed –almeno per questa generazione- un certo sostegno interno. Quello esterno se lo dovrà andare a cercare ma alcune mosse già dicono dove si dirigerà.

La struttura del piano Vision 2030 è questa.

  • La premessa è de-petrolizzazione dell’Arabia Saudita per le ragioni sopra esposte. Più una necessità che una libera intenzione.
  • Tutte le risorse finanziarie oggi accumulate e disponibili, più quelle che dovrebbero entrare dalla collocazione sul mercato delle azioni di minoranza della compagnia nazionale Aramco (la più grande del mondo), più quelle che entreranno grazie al collocamento di ulteriori tranches della compagnia (oggi è il 5% ma si può arrivare –nel tempo- fino al 49%) più quelle che comunque continueranno a prodursi nell’estrazione e commercializzazione petrolifera, confluiranno tutte in un nuovo fondo sovrano che diventerà uno dei più grandi ed importanti al mondo.
  • Internamente, la torsione del baricentro economico prevede modernizzazione, espansione dell’imprenditoria privata, lotta alla corruzione, investimenti in educazione, apertura del Paese all’investimento estero, piani edilizi e logistici di grande portata (i sauditi dovranno incrementare l’importazione di mano d’opera, dagli “schiavi” a gli ingegneri), investimenti in tecnologia ed ancorpiù in capacità di produrla in proprio come si sta cercando di fare nel solare (un’altra materia prima di cui il Paese e senz’altro ricco) che diverrà la fonte principale del consumo energetico interno. Poi ci sono altre due voci da analizzare attentamente.

La prima è il turismo, già oggi seconda voce del Pil saudita. Il programma prevede di sfruttare Mecca e Medina ancora più di quanto non stiano da tempo facendo. Aeroporti, autostrade, musei, alberghi,ristoranti, servizi, svaghi pur nei limiti della cultura locale ed un inedito museo della cultura islamica, naturalmente “il più grande del mondo”. il piano ha un preciso obiettivo di raddoppiare i siti archeologici definiti “patrimonio dell’umanità” dall’UNESCO. Il turismo è una industria che trascina con sé molte altre industrie, si presenta nell’immaginario come un prodotto soft ma per arrivare al suo godimento, c’è molto hard da costruire.  I musulmani nel mondo sono 1,6 miliardi e per imperativo della loro credenza debbono tutti, almeno una volta nella vita ma meglio se più d’una, andare a Mecca. In più, diverranno 2,0 miliardi nei prossimi trenta anni, quindi c’è da fare. Ma la faccenda del turismo potrebbe avere anche un altro esito parallelo. Soprattutto sul Mar Rosso, l’Arabia Saudita ha luoghi spendibili non meno di quelli inventati dagli egiziani con l’aiuto di molta imprenditoria occidentale, italiana tra l’altro (Sharm el Sheik ad esempio). E chissà se le due isolette di Tiran e Sanafir di fresco acquistate non senza controversie dagli egiziani, non rientrino nel pacchetto, magari accompagnando la colonizzazione (oggi sono deserte) anche con una piccola base militare a protezione della zona, leggasi “imbocco del Golfo di Aqaba”[iii]. Di questa idea del turismo non solo religioso, si notano alcuni cenni negli investimenti che i sauditi stanno facendo alle Maldive, interi atolli comprati per nuove iniziative ancora non pubblicizzate. L’invecchiamento della popolazione mondiale sta in molte parti del mondo, creando una quarta età, la terza diventa più attiva, ha tempo e qualche volta denari (i molti neo-milionari indiani e cinesi da qualche parte dovranno pur andare) da spendere. Ma anche la versione “religiosa” ha le sue ambizioni, sfruttare in termini di soft power[iv] le due capitali della fede per diventare il centro indiscusso dell’islam, una assicurazione perenne per uno stato che ha un antico e grosso problema di legittimità storico-politica. Molti osservatori alzano il sopracciglio sapendo quanto conservatrice sia l’élite dei chierici wahabiti ma è probabile che anche lì ci sia una sorta di faglia generazionale con nuovi predicatori con iPad in grado di raffinare un nuovo conservatorismo moderno.

La seconda voce è l’industria militare. Dovrebbe esser lanciata a fine di quest’anno una nuova holding statale proprietaria poi di molte partecipate, dedicate alla produzione e sviluppo di nuova tecnologia militare. Gli investimenti in militare stanno crescendo costantemente da anni in tutto il mondo ed il mondo multipolare non farà che farli crescere ancora. Ogni nuovo player del gioco di tutti i giochi, dovrà avere la sua Smith&Wesson sotto il tavolo in cui si danno le carte. Si multipolarizzerà quindi anche questa industria specifica. Indiani e cinesi sono già ben avviati su questa strada già familiare a russi, americani, francesi, inglesi mentre nuovi appetiti stanno prendendo turchi e tedeschi. I turchi hanno appena acquistato batterie di S-400 dai russi pur essendo paese NATO e non essendo gli S-400 interoperabili in ambiente NATO. Pare che i turchi siano stati sedotti dalla promessa (la stessa che offrono oggi i cinesi sul mercato) di condividere parte del sapere tecnologico produttivo, un sapere su cui fondare una propria successiva produzione per rendersi geopoliticamente autonomi poiché nel gioco geopolitico se non sei militarmente autonomo non sei un player ma un servo come ben stanno intuendo i tedeschi ed anche i giapponesi.

Se si unisce il progetto saudita di egemonia soft dell’islam con questo hard, ecco un ampio potenziale mercato per una grande futuro di armi islamiche. Soft e hard, burro e cannoni,  poi conditi da generosi investimenti del fondo sovrano che fungerà da appuntito ago in cui infilare i fili che dovrebbero tessere il nuovo impero sunnita a guida saudita.

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Veniamo ora alle valutazioni critiche. Il piano è stato da più d’uno giudicato severamente[v] come un “dream book” (ad esempio l’Fmi)[vi] reticente o peggio[vii] sorvolante su i fondamentali di un paese che si trova in tutt’altre che rosee condizioni valutarie e finanziarie, da ultimo inserito addirittura nella lista dei possibili prossimi “stati falliti”[viii]. Può darsi che bin Salman abbia tutt’altro in testa e si sia prodotto in una gigantesca fake news di copertura? Beh per certi versi direi di no[ix]. Il problema del futuro di questo ingombrante ma al contempo fragile paese, è un problema serio, un problema da noi già studiato anni fa quando si cercavamo i perché profondi, strategici, di quell’invenzione bizzarra che abbiamo conosciuto col nome Stato islamico che da allora, noi indichiamo come una specifica e pura creatura saudita mentre i più vi hanno ravvisato frammenti di materia genetica di qatarioti, turchi, israeliani ed addirittura degli americani. Certo questi, più altri stati del Golfo e gli immancabili inglesi, vi hanno in qualche modo messo mano o messo mano alle lor favorevoli condizioni di possibilità e chiuso entrambi gli occhi e le orecchie mentre dichiaravano di combatterli bombardando innocue dune di sabbia in Siraq, ma la ragione strategica era più profonda della pur importante guerra in Siria, era un piano generale di manipolazione dell’islam che è la struttura profonda di un grande numero di paesi, arabi, africani, asiatici. Quel piano, rispondeva alla angosciata domanda saudita: che ruolo e giustificazione avremo nel futuro? La risposta Isis, forse, già si prevedeva di sacrificarla come oggi sta avvenendo, su qualche pagina di un nuovo accordo con i protettori americani una volta ridestata la loro attenzione ovvero una volta riportati ad occuparsi della zona dopo i sogni di disimpegno obamiani. Altresì, non è che il piano poteva esplicitare tutte le necessarie innovazioni  ad esempio di tipo politico o sociale, che farebbero prontamente muovere al sabotaggio quella parte dei sauditi (soprattutto la burocrazia statale[x] e forse buona parte del “clero” wahabita) che anche per ragioni anagrafiche e culturali, sarà la fazione perdente di questo eventuale cambiamento.

Il giovane principe, negli ultimi mesi, oltre a presentarsi a Washington per legittimarsi e creare la rete dei contatti che torneranno utili per lo sviluppo concreto del suo ambizioso piano, è stato in Cina e soprattutto in Giappone[xi] mentre il padre è stato in Indonesia[xii]. La crisi in Qatar ha fatto accorrere a Riyad tutti gli altri. Un via vai di contatti diplomatici e di affari per presentare le guideline del nuovo progetto e stendere linee di credito politico stante che a breve loro stenderanno le loro di tipo finanziario, soprattutto nella speranza di attrarre tecnologia e nuovi progetti che facciano del regno di sabbia, un luogo di interesse internazionale. Ma di recente, abbiamo visto anche fatti più clamorosi. Dei veri contenuti del patto con Trump, oltre all’acquisto delle armi e la promessa che intuiamo dell’abbandono della strategia dell’Isis, sappiamo poco e niente, ma se bin Salman non è un cretino integrale, avrà pur previsto che il suo piano gioca su i prossimi trenta anni (anche se sembra targettato a quindici) quando Trump sarà sotto una lapide o in procinto di. Dispiace notarlo ma sono proprio gli stati autocratici quelli che mostrano concrete capacità e volontà strategiche di lungo respiro e sarebbe un errore valutarlo solo nell’immediata contingenza. Non è detto che in futuro, l’Arabia Saudita che s’immagina a capo dell’islam sunnita, non preveda di buttarsi da qualche altra parte magari accettando quotazioni del greggio in qualche altra valuta che non il dollaro, il mondo va a cambiare, questo i più attenti lo sanno molto bene.  Ma intanto, abbiamo letto di contatti diplomatici prossimi a rivelare nuovi accordi o assetti che sottotraccia già si notavano da tempo con gli israeliani, un “riconoscimento” reciproco salderebbe un nuovo asse nella regione. Abbiamo anche notato la strana amicizia con l’Egitto, “strana” poiché tra i due territori –storicamente- c’è competizione non collaborazione. Abbiamo poi seguito attentamente la mossa Qatar.

Se i sauditi cambiano strategia debbono cambiarla per ragioni di simmetria anche i qatarioti. I sauditi con l’Isis ed il Qatar soprattutto con i Fratelli Musulmani ma anche con al Qaeda, erano entangled in un gioco di equilibri geopolitici locali a base tribal-salafita. Se l’Arabia Saudita deve diventare il centro propulsore, finanziario e normativo dell’islam sunnita, Doha deve allinearsi anche perché il modello dell’islam politico dei FM da loro sostenuto è la più pericolosa insidia alla legittimità non solo del regno saudita e degli emirati del Golfo ma di tutti paesi che questi vorrebbero portare dalla loro parte. Doha è leader nella produzione del gas ed in grado di far concorrenza sensibile alle mire egemoniche di Riyad. Doha ha ormai dichiarato la sua propensione a collaborare con l’Iran, ovvero col mortale nemico di Riyad saldando un inedito triangolo turco-iranico-qatariota. La stessa Doha che in teoria è wahabita come Riyad, è un modello in atto[xiii] di quella modernità schizofrenica ma per i luoghi funzionale, la modernità da free shop,  che i sauditi vorrebbero imitare col loro piano. E Doha è anche il principale fornitore di gas per Giappone, Cina e Corea del Sud che Riyad invece vorrebbe portare a gravitare sul suo nuovo progetto. Insomma Doha deve morire perché Riyad possa fiorire. Su questo strangolamento del parente-serpente e su gli esiti tuttora disastrosi della guerra in Yemen, il giovane principe si gioca la carriera ma essendo proprio all’inizio, non ha altra alternativa che andare cocciutamente fino in fondo. Questa sorta di “obbligo” programmatico è un bel problema data la precarietà dei nuovi equilibri multipolari.

E’ probabile che il piano pubblicizzato sia rimasto volutamente reticente su un punto. Bin Salman e l’élite dei giovani internazionalisti-modernisti sauditi che hanno studiato a Londra o negli Usa e fanno le loro vacanze su i lussuosi yacht su cui conducono vite molto poco wahabite, hanno ragioni e tempo per sviluppare le condizioni del proprio futuro ma prima di iniziare la loro start up che ha a modello Dubai, Abu Dhabi, Singapore e la grande trasformazione cinese post Deng Xiaoping, debbono da subito pre-formare alcune condizioni geopolitiche. Forse l’intera galassia global-neo-lib sta cominciando a guardare con occhi golosi questi modelli che contraddicono la retorica della democrazia diritto-umanitaria, offrendo opzioni dirigiste e tecnocratiche in politica e liberiste lì dove conta davvero.

La prosopopea della NATO araba, prefigurazione dell’armata islamica sunnita con centro in Riyad che è una delle visioni del piano 2030, si è dimostrata infondata. Nell’affaire Qatar, oltre all’Egitto che ha forte il problema di sradicare le basi ideologco-finanziarie dei FM e degli Emirati Arabi Uniti che pare svolgano la funzione di etero direzione del giovane principe[xiv], i paesi che hanno aderito al blocco del Qatar sono o stati falliti o stati ininfluenti o stati vassalli afro-occidentali della finanza saudita. Algeria, Sudan, Nigeria e soprattutto Pakistan si sono chiamati fuori e il movimento del Pakistan che contemporaneamente è entrato con l’India nella Shanghai Cooperation Organization-SCO, ha fatto sensazione[xv].  SCO nella quale è ad un passo dall’entrata anche Teheran. Turchia ed Oman si sono schierati con Doha e lo stesso Kuwait, occupando prontamente la casella del “mediatore” si è fatto terzo nella contesa. Il Consiglio di Cooperazione del Golfo in pratica non c’è già più e così l’OPEC. Tanta fretta, la stessa dell’annuncio di ieri sulla successione al trono, dice che qualcosa è previsto a breve, qualcosa che possa sfruttare l’alleato Trump prima che questo venga definitivamente inghiottito dalla massiccia manovra che vorrebbe espellerlo dalla Casa Bianca. Magari dargli una mano con un bello “stato d’eccezione” che come si sa certifica il vero sovrano, la chiamata irrinunciabile ad accorrere in aiuto all’alleato dell’area, con l’amico Israele[xvi], contro il nemico dei miei amici: l’Iran.  Dopo i due attentati a Teheran ed il continuo martellamento terroristico su gli sciiti iracheni, solo negli ultimissimi giorni, sono ripetuti gli incidenti confinari nella acque del Persico che dividono sauditi ed iraniani[xvii] e qualche incidente con i droni iraniani si registra anche in Siria dove la concretizzazione del famoso canale sciita Teheran – Mediterraneo via Iraq e Damasco, sta infiammando anche la convivenza mai rilassata tra russi ed americani. Il giovane principe aveva lanciato la sua fatwa anti-iranica già a Maggio[xviii] e da allora è stata tutta una escalation di tensioni e non solo a parole. Nel frattempo, per mandare segnali chiari e forti, l’Iran ha da poco condotto manovre navali congiunte con la Cina a dire che chiudere Hormuz non sarebbe una passeggiata[xix], ha fatto viaggi diplomatici ad Ankara, ha rilanciato la joint venture con gli indiani per un porto che pareggi quello che i cinesi stanno costruendo in Pakistan, sta mitigando il blocco navale del Qatar facendo la spola con le sue navi e da ultimo, ha anche inviato navi da guerra all’imbocco del Mar Rosso dove si notano altri “movimenti” strani come la ripresa dell’attrito Gibuti-Eritrea.

La guerra con l’Iran, forse non una guerra definitiva e decisiva, un conflitto iniziato e poi magari presto freezato per intervento di tutte le potenze mondiali, avrebbe l’indubbio vantaggio di chiarire a tutto il complesso quadro delle forze in campo le nuove regole del gioco[xx], alzando immediatamente la reputazione interna nel mondo sunnita del nuovo corso saudita. Darebbe l’immagine di una Arabia Saudita leader e con le idee ben chiare sul futuro suo e di tutti quelli che intorno a lei ruotano, sancirebbe definitivamente e palesemente le nuove alleanze, amici di qua e nemici di là. Gli americani distrarrebbero gli iraniani dalla Siria e magari assesterebbero qualche colpetto last minute prima di accettare la fine del conflitto. Soprattutto, il petrolio schizzerebbe a quota 200 US$, anche magari solo per un po’ (il blocco di Hormuz, in attesa di lunghi colloqui che sanino le poche ferite reciprocamente inferte, potrebbe prolungarsi, strozzando definitivamente il Qatar), rimpinguando le esauste casse saudite a quel punto ben più favorite per dare l’avvio alla nuova start up.

Difficile essere certi in caso di previsioni, in questo caso particolarmente. Chi scrive si è molte volte rifiutato di iscriversi alla fazione dei commentatori che davano per certa ed imminente la guerra all’Iran, sempre sottotraccia ma mai veramente arrivata alla soglia del vero conflitto. Questa volta però, abbiamo atti concreti, interessi chiari di più attori che si stanno tra loro saldando, movimenti sottotraccia e neanche troppo sotto che disegnano un gran trambusto da quelle parti. La debolezza della presidenza americana, unita alla sua spregiudicatezza, alla sua contraddittorietà, al suo timore di esser travolta da inchieste paralizzanti e delegittimanti,  potrebbe essere la chiave per indurre i sauditi a gettare il sasso per vedere l’effetto che fa. L’estate è appena iniziata ed è il momento migliore per far scoppiare qualche problema petrolifero, vediamo come andrà a finire …

[i] https://www.theguardian.com/world/2017/jun/21/saudi-king-upends-tradition-by-naming-son-as-first-in-line-to-throne?CMP=share_btn_fb

[ii] http://vision2030.gov.sa/en

[iii] La linea marina della Via della Seta cinese, ha previsto di eventualmente utilizzare il Golfo di Aqaba come alternativa qualora si dovesse bloccare Suez. In fondo al golfo c’è Eliat – Israele. I cinesi stanno costruendo una ferrovia ultraveloce che collega Eliat ad Ashdod sulla costa Mediterranea, rinforzando le strutture portuali di quest’ultima.

[iv] In Occidente ed altrove, qualora il piano andasse in porto, ci si dovrebbe aspettare una forte offensiva di soft power. Il piano, infatti, prevede la triplicazione delle ONG saudite, il che significa egemonia (monopolio?) del mondo religioso islamico nel suo generale.

[v] https://mei.nus.edu.sg/themes/site_themes/agile_records/images/uploads/SMEP_24_Al-Rasheed_.pdf

[vi] http://www.meforum.org/6397/saudi-arabia-flawed-vision-2030

[vii] Damp squib, “petardo bagnato” per questo articolo http://uk.businessinsider.com/saudi-arabia-vision-2030-oil-economy-diversification-mohammed-bin-salman-2016-4

[viii] Il piano è modulato su un rapporto di audit sulla situazione economica del regno prodotto da McKinsey, il che certo non depone a favore della sua realizzabilità. Le società di consulenza, infarcite di giovinetti cocainomani che applicano modelli inventati di sana pianta,  sono le centrali di massima produzione di favolistica e wishful thinking nel business neo-lib contemporaneo.

[ix] Naturalmente ben meno critico l’ex direttore generale di al Arabya, sat-tv saudita: https://english.aawsat.com/abdul-rahman-al-rashed/opinion/opinion-vision-2030-propaganda-truth. Più argomentata ed interessante questa lunga intervista per l’Hudson Institute che parla di “Al Islam al Wasati” “centristi dell’islam” una versione meno estrema dei wahabiti che muove il nuovo progetto di riforma: https://www.hudson.org/research/13110-saudi-arabia-in-the-crucible-a-conversation-with-abdulrahman-al-rashed

[x] 70% della forza lavoro saudita

[xi] http://www.mei.edu/content/article/future-riyadh-tokyo-relations

[xii] https://www.bostonglobe.com/opinion/2017/06/10/saudi-arabia-destabilizing-world/ivMeb7TWGk1fQaVjZWWKGP/story.html

[xiii] https://www.internazionale.it/reportage/francesco-longo/2014/11/04/lo-stato-del-gas

[xiv] http://www.aljazeera.com/indepth/opinion/2017/06/gulf-crisis-royal-ambitions-shaky-alliances-170615112812051.html

[xv] Sebbene l’entrata fosse solo la fine di una procedura già nota iniziata esattamente un anno fa.

[xvi] http://www.aljazeera.com/indepth/opinion/2017/06/blockading-qatar-targeting-iran-170618070407788.html

[xvii] http://www.aljazeera.com/news/2017/06/iran-denies-saudi-claim-revolutionary-guards-arrest-170619153159361.html

[xviii] http://english.alarabiya.net/en/media/television-and-radio/2017/05/02/Saudi-Deputy-Crown-Prince-to-appear-on-MBC-.html

[xix] https://sputniknews.com/middleeast/201706181054734556-china-iran-navy-drills/

[xx] Molto difficile prevedere una vera guerra tra i due capifila del mondo islamico. L’Arabia Saudita è già impegnata in Yemen per altro con scarsi successi ed a basso regime anche in Siria, il reciproco immediato bombardamento dei terminali petroliferi getterebbe l’intero pianeta nel caos (la zona dei terminali sauditi è abitata da sciiti), i sauditi pur con Israele e USA prenderebbero probabilmente un sonoro schiaffone sul piano militare almeno nelle fasi iniziali. Cinesi, indiani e russi scenderebbero in campo e così gli europei.

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