L’EUROPA E’ ANTIQUATA?

Faccio seguito al discorso del post su Günther Anders[1] cambiando parzialmente soggetto, dall’uomo in generale all’Europa in quanto popoli che la abitano. Nel libro “Verso un mondo multipolare”[2], si scriveva che l’Europa non è un soggetto geopolitico e quindi sarebbe finita col diventare un oggetto, un campo di competizione della tenzone tra i poli maggiori.

L’Europa è storicamente multipolare al suo interno ma oggi il format si è trasferito all’esterno, è il mondo a diventare multipolare ed un soggetto multipolare in un contesto multipolare diventa spezzatino per appetiti robusti. Chi meglio di noi italiani, rimasti pervicacemente spezzatino di ducati, repubbliche e principati in eterno conflitto reciproco, sa quanto sia inopportuno offrire lo spezzatino alla voracità di potenza nel frattempo fattesi Stato?   Si rimane sconfortati a leggere i pessimi dati dell’economia tedesca nel secondo trimestre, non tanto per il dato in sé, quanto per la sua prevedibilità. Una economia fortemente esportatrice in un mercato che va irrigidendosi a livello mondiale per molte ragioni tra cui il confitto tra le due maggiori potenze (ma non solo)[3], non può che scontrarsi con nuovi limiti, limiti che condizionano l’export, che retroagiscono sul volume economico dei tedeschi a di tutti i Paesi europei che dipendono dal benessere del popolo tedesco ovvero della sua economia. Quasi per tutti i paesi europei, la Germania è il primo mercato di esportazione.

Si noti che Trump non ha ancora elevato dazi al comparto automotive tedesco sebbene li abbia minacciati. E si noti che proprio in questi giorni torna in luce il contenzioso sul contributo tedesco alle spese NATO con tanto di minaccia americana di accettare l’invito polacco a trasferire lì baracche e burattini. Contenzioso che si somma al dichiarato malumore americano per il raddoppio del North Stream. Nel mentre Deutsche Bank e Commerzbank continuano a scavare il piano dei minimi di quotazione mentre DB ha dovuto cedere quasi tutte le attività di “worldwide investment banking” con cui pretendeva di far concorrenza ai giganti anglosassoni nella dimensione globale. I tedeschi esportano per il 9% in USA, per il 7% in Cina che con lo yuan in discesa e la situazione conflittuale con gli americani potrebbero contrarre la domanda e per il 6% in UK[4] che da fine ottobre, potrebbe creare ulteriori problemi. Ci si domanda: ma le élite tedesche si sono fatte un piano strategico per i prossimi anni?

Credo ci abbiano pensato ma hanno poi preso atto che il popolo tedesco nulla sa di queste complicazioni. Il succedersi di elezioni quadriennali in cui ogni partito deve garantirsi il potere ed ogni leader deve garantirsi il potere del partito, più tutte le pressioni dei vari portatori di interesse tra cui quelli con molti soldi che hanno priorità, non facilita le svolte strategiche. Più che altro porta all’amministrazione del contingente. Il contingente preme per la replica dello status quo e così forse nessuno si è occupato del fatto che il Reno oggi è paurosamente in secca ed i cambiamenti climatici creeranno disastri alle produzione alimentari, nessuno si è domandato se era il caso di continuare a rimanere concentrati sull’industria pesante e rimanere del tutto privi di propri asset nel digitale-informatico, nessuno ha un piano organico per contrastare la paurosa contrazione di popolazione cui i tedeschi saranno soggetti per motivi demografici. Importare siriani ha poi fatto emergere un AfD al 10% con catene di paure interne, dai bavaresi ai mai sopiti spettri della storia novecentesca. Se, come pare, si va ad una guerra valutaria, chi va a spiegare ai tedeschi che con l’euro forte si va a far vaso di coccio tra vasi di ferro? Si tenga conto del pauroso stato di confusione che c’è nelle opinioni pubbliche più che iscriversi al facile gioco della critica delle leadership. Per “europei” intendo l’opinione pubblica media degli abitanti l’Europa, le varie élite conseguono e certo sono anche responsabili di questa condizione annebbiata, ma le due parti sono un unico soggetto sul piano storico-culturale.  L’elenco tedesco dei problemi in vista, può avere declinazioni non meno ricche per francesi o italiani.

Stavo giusto leggendo la piccola ma succosissima Storia della globalizzazione di Osterhammel-Petersson[5] (due storici, non due economisti o sociologi) che ricordavano come l’illusione comune al liberoscambista radicale R.Cobden ed al certo ben più critico K.Marx di un mondo mercato capitalistico che relegava gli Stati ad attori secondari, “utopia antipolitica” la chiamano efficacemente i due, dopo la fase libero-mercatistica 1846-1880, passò a quella del doppio conflitto mondiale poiché gli Stati esistono (da circa cinquemila anni) e non tollerano che l’uno sia più potente dell’altro per ovvie ragioni di salvaguardia della propria capacità di decider per sé (oltre che per l’altro).

Ad esempio da chi comprare gas (si veda il consiglio dato a Salvini nel suo ultimo viaggio americano a proposito del TAP), con chi far commercio (si veda il consiglio dato a Salvini nel suo ultimo viaggio americano a proposito del’accordo commerciale Italia-Cina), quanto investire in spesa militare con chi e perché (vedi la pressanti richieste americane di inviare nostre navi ad Hormuz il cui diniego non è piaciuto, pare sia stato detto a Salvini). Sovranisti sgridati come fanciullini dal Preside dell’Istituto.
L’Europa è rimasta l’ultima Thule dell’utopia antipolitica, convinta che ormai è solo una faccenda di mercati e valute, utopia che le serve per gestire la propria intrinseca multipolarità interna nel mentre le varie élite del capitale finanziario pasteggiano voraci ed insaziabili circondate da gente che discute del nulla cosmico, ma con molta rabbia. Utopia che diventa distopia e assurdo storico nel mentre s’instaura un nuovo ordine mondiale in cui grandi potenze non solo economiche, sgomitano per stabilire i rapporti di gerarchia per i prossimi trenta anni. In Europa si leggono questi lunghi elenchi di conflitti e problemi crescenti come se si stesse leggendo la gazzetta di un altro pianeta.

Vale per gli utopisti libero-scambisti, per gli economisti monetaristi, per gli economisti in genere che pensano di possedere la chiave di interpretazione del mondo quando è in dubbio posseggano quella per intendere la loro stessa disciplina, per i sovranisti valutari, per i sostenitori degli Stati Uniti d’Europa che sono un rigurgito di logica che però non ha condizione di possibilità concreta e quindi rimane flatus vocis, invocazione meta-fisica senza alcuna condizione di possibilità geostorica per esser realizzata o almeno tentata.

Insomma, parrebbe che gli europei travolti dal cambiamento, non abbiamo una propria idea di dove andare e quindi come cambiare. Di nuovo, ci tocca sottolineare il “tradimento dei chierici” che J. Benda[6] voleva custodi dei valori fuori dalla mischia ma che noi preferiremmo vedere nella mischia dei progetti e delle idee ben pensate, piuttosto che nelle mischie polemiche dell’inconsistente visibilità mediatica. Del resto, quando una forma di civilizzazione declina, lo fa tutta intera. Questo sono le forme di civilizzazioni, interi, ed è per l’enorme difficoltà di pensarsi come interi che declinano.

L’articolo è uscito anche su Osservatorio Globalizzazione.

[1] G.Anders, L’uomo è antiquato, (voll. I e II) Bollati Boringhieri, Torino, 2007. Il post è pubblicato qui: https://pierluigifagan.wordpress.com/2019/08/15/luomo-e-inadeguato/

[2] P. Fagan, Verso un mondo multipolare, Fazi editore, Roma, 2017

[3] World Bank, Global Economic Prospect, June 2019 Table 1.1 Real GDP dato in contrazione 2018-19-20-21 vs 2017, in particolare Euro Area

[4] Dati Eurostat 2018 https://ec.europa.eu/eurostat/web/products-eurostat-news/-/WDN-20190320-1

[5] J. Osterhammel, N.P.Petersson, Storia della globalizzazione, Il Mulino, Bologna, 2005

[6] J. Benda, Il tradimento dei chierici, Einaudi, Torino, 2012

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L’UOMO E’ INADEGUATO?

 

Gunther Stern è stato un filosofo tedesco dello scorso secolo. Poiché il suo editore notava con malcelato disgusto che “Stern” era un cognome troppo comune per emergere dall’indistinto vociare di pensatori, Guhther se lo cambiò in “Anders” che significa “altrimenti” cioè “diverso”. Anders in seguito si sposò con Hanna Arendt ma l’accanita filosofa fumatrice rivelò poi di aver voluto divorziare perché il pessimismo di “Altrimenti” era invivibile.

La sua opera più famosa è un classico della seconda metà del secolo: L’uomo è antiquato (Bollati Boringhieri, Torino, 2007 – 2 voll) . Anders vi fondava la sua “filosofia della discrepanza”, una versione di quella antropologia filosofica le cui radici sono nelle opere di A. Gehlen e H. Plessner che a loro volta discendono in qualche modo da M. Scheler. Volendo si potrebbe andare ancora indietro nella tradizione tedesca del XIX secolo, forse Schopenhauer, fino a Marx ma più che altro Feuerbach.

Anders era particolarmente colpito dall’evento nucleare ed il primo volume della sua opus magnum è del 1956, dove il titolo s’accompagna alla Seconda rivoluzione industriale. Il secondo volume invece è del 1980 e s’accompagna alla Terza rivoluzione industriale. Ora Anders è morto (1992) ma se fosse ancora tra noi, scriverebbe il terzo volume in accompagno alla Quarta rivoluzione industriale. La “filosofia della discrepanza” nota che le traiettorie tra l’evoluzione dell’uomo e delle società a cui dà vita e quella delle cose a cui dà vita tramite la potenza tecnica, tendono a divergere. L’uomo tende sempre più a creare cose che poi non riesce a dominare, al demiurgo le cose tendono a sfuggire di mano anche perché la potenza realizzatrice va per suoi incrementi geometrici cumulativi. Anders era partito dalla potenza atomica contro cui politicamente di batté con grande intensità civile, ma poi continuò con la rivoluzione elettronica e -come detto- oggi avrebbe potuto continuare con quella digitale o bio-tecnica. Harari è in pratica la versione saggistica aeroportuale degli interrogativi che si poneva Anders.

A noi, la possibile “filosofia della discrepanza”, interessa anche da un punto di vista più ampio che non solo quello tecnico. Ogni giorno, sia che si sia lettori, sia che si sia anche scrittori o che si sia semplici percettori della realtà, siamo inondati da problemi. Le categorie sono l’economico ed il finanziario, il sociale ed il politico sempre più geopolitico, l’ecologico e ambientale, il demografico con possenti migrazioni di giovani ed invecchiamento pronunciato dei benestanti, il tecnologico che oggi è arrivato ad armeggiare con la stessa mente umana. Stati falliti, conflitto tra Stato e mercato (oggi la Borsa argentina perde quasi metà del suo valore solo perché hanno fatto una elezione che non è piaciuta ai mercati), disoccupazione progressiva a grandi numeri, eventi climatici fuori schema, conflitti tra potenze agiti anche senza armi ma con tutto il resto del lecito e soprattutto dell’illecito, violenta manipolazione delle opinioni pubbliche all’interno delle quali crescono gli odi reciproci, pervasività delle incontrollate tecnologie del controllo, crisi fiscale e declino pronunciato della democrazia, polarizzazione sociale e purtroppo, molto ma molto altro. Popper diceva che “tutta la vita è risolvere problemi” ed in effetti, messa così la faccenda, non si noterebbero grandi novità. Ma se ai problemi diamo la dimensione della frequenza e dell’intensità dei singoli problemi che oggi vanno però saldandosi a rete interconnettendosi tra loro e correliamo tutto ciò alle reazioni ovvero a come l’uomo affronta questi problemi contemporanei, la faccenda prende una dimensione preoccupante. Se poi ci avventuriamo in previsioni con qualche decennio di prospettiva, il preoccupante si fa inquietante.

In breve, abbiamo questa inflazione repentina di umani quadruplicati in poco più di un secolo. Nuovi Stati e nazioni che ormai lottano tutte per un proprio posto al sole secondo principi distillati dagli europei nel concetto di “moderno”. Chi dominava è insidiato da chi reclama il suo diritto al suo spazio vitale. Tale spazio vitale deve poi fare i conti con lo spazio naturale che non sembra poter contenere le pretese di tutti. Si sviluppano allora tecniche del dominio, della natura, degli altri popoli, del proprio stesso popolo, fino al proprio corpo e la propria mente. Ma chi dovrebbe dominare la nostra mente se non la nostra mente? E’ in grado? Abbiamo una mente superiore in grado di disciplinare la mente inferiore? Cosa è superiore e cosa inferiore? Chi e come lo giudica tale? Il come è sempre stato varrà ancora per il come sarà o siamo capitati in una discontinuità? Prima di nuove idee ci serve forse un “modo nuovo di pensare”, il “pensare” nel suo complesso?

Il tutto prende la forma di quello che qui chiamiamo “rischio dis-adattativo”. La provvidenza già non funzionò più a partire dal XV secolo. La mano invisibile sembra oggi non funzionare più da nessuna parte. A chi affidarci a questo punto se non a noi stessi? Ma “noi”, siamo adeguati a questo compito? E dove volgere energie ed impegno per cercare il colmare questa discrepanza?

(Post da fb 13.08.19)

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DOVE VA LA TRANSIZIONE ITALIANA?

Si scriveva qui all’indomani del voto alle elezioni politiche del 2018, che l’Italia sembrava essersi messa in moto verso dove non si sapeva. A volte il muoversi ha chiaro solo il da dove scappare, non necessariamente il dove andare. Tale transizione giunge oggi ad un nuovo passaggio, da cui la breve analisi e commento.

In Italia, come del resto in Francia, Germania, Spagna ed altrove c’è una storica maggioranza di centro-destra vs un minoranza di centro-sinistra. Da quando seguo cose politiche, ovvero da non pochi decenni (parecchi decenni, più di tre) tale differenza si conferma più o meno puntualmente ad ogni elezione. Può essere più o meno pronunciata a seconda di quanta gente dei rispettivi schieramenti va a votare e -in alcuni rari casi come quello di Prodi- quando il centro-sinistra trova l’intenzione di aggregarsi nonostante le forti differenze interne, differenze più marcate e dirimenti di quelle del contro-destra, invertire gli storici rapporti di forza. Data la maggiore eterogeneità però, il centro-sinistra che pure arriva a sintesi nel cartello elettorale, naufraga poco dopo su qualche votazione marginale poiché i compromessi corrodono l’identità, là dove soprattutto per le forze più a sinistra del cs, l’identità è tutto. Essendo le più deboli, sono poi quelle a cui si chiedono i maggiori sacrifici identitari. Su questa sociologia delle intenzioni politiche che non muta quasi mai o molto lentamente, si verificano elezioni ora con questi simboli ora con altri, ora con questi leader ora con altri.

L’unica cosa che potrebbe auspicare un analista non troppo coinvolto nel giudizio di valore ovvero non troppo coinvolto nel fluttuare di maschere e discorsi che lasciano il tempo che trovano e verniciano di nuovo vecchie tenzoni, è solo di continuare a transitare, creare e distruggere forze politiche, creare e distruggere forme di governo, andare a votare il più spesso possibile, sperabilmente col sistema proporzionale. L’unica cosa che è interesse di tutti avvenga, è che la transizione vada avanti. E’ per non averla fatta, per averla congelata all’indomani dei primi anni ’90, che abbiamo accumulato una trentina di anni di ritardo rispetto a ciò che andava fatto. E’ un po’ come nelle forti sbronze, si combatte contro il combinato disposto di mal di stomaco e mal di testa ma alla fine, l’unica soluzione, sono le due dita in gola.

L’attuale step della transizione vede un giovane outsider cresciuto nell’alveo del cd dominato dal patriarca miliardario, pronto ad ereditare la leadership dell’area. Con una destra come sempre ambiguamente affezionata alla sue radici storiche da molti oggi riconsiderate con smemorata simpatia ed un centro che sta formando un nuovo partito maquillage tipo “c’è anche il centro perbene” fatto da Toti, Romani e vedremo chi altro, il partito dalle radici lombardo-venete è ora pronto ad ereditare le ragnatele di poteri alti e bassi, che storicamente il cd ha soddisfatto e senza le quali in Italia, semplicemente, non puoi governare. Il Vaticano versione sfida planetaria, oggi si occupa meno delle italiche cose. Vale quindi per il capitale bianco (grande e piccolo, produttivo e finanziario) e la delinquenza organizzata (ovvero capitale nero), non meno che massoni e furbacchioni con forza locale di vario tipo e tradizione, vale per l’allineamento atlantico, magari non sfrenatamente ostile ai russi. Ma la di là del bon ton formale quando si tratta di dover scegliere, la casella è già barrata, bisogna solo essere ciò che si è deciso noi si debba essere. Oggi poi vale per l’amico americano anche come perno meridionale assieme al perno settentrionale londinese, per attanagliare e normalizzare l’Europa anziana, velleitaria, presuntuosa senza poi poterselo davvero permettere. L’americano è in segnata contrazione di potenza, da qualche parte dovrà pur rifarsi, no?

Dall’altra parte, al punto più basso delle forme di vita di sinistra in quanto tale (un “quanto tale” per altro, sempre più problematico da definire, almeno dal 1991) e tolto il cupio dissolvi dell’ex cd del patriarca anziano che non accetta di morire e che non si sa come prenderà l’ultima sfida del giovanotto baldanzoso, il c.d. “centro-sinistra” sembra finalmente pronto a terminare la sua angosciosa fase di ambiguità ontologica. Un nuovo centro liberal macronian-blairiano, tutto start up e diritti civili si spera la smetterà di tentar la scalata ostile ad un partito di tradizione blandamente sociademocratica, farà outing e chiarirà il parterre delle forze politiche reciprocamente combattenti. Cosa faranno invece i blandi socialdemocratici che nel frattempo sono diventati anche un po’ tanto liberali ma anche cattolici oltre a qualche ex-comunista, più romantico che effettivo (potenza del com’era bello quando ero giovane e credevo in qualcosa), residuo della inesorabile potatura anagrafica, non è dato da sapere o prevedere in quanto al di là dei singoli nomi e maschere sempre più sbiadite, la sostanza pensante di quell’area sembra ai minimi storici assoluti e non solo in Italia. Anche loro, da dopo il ’91, non ci hanno capito più nulla.

Inoltre, l’unica vera novità della transizione, il M5S, dopo il duro contatto col mondo reale del governo delle cose e non delle chiacchiere, dovrà riflettere su chi è, come opera, in cosa crede, che progetti concreti ha, che classe politica non ha, quale sia la sua funzione storica e se è in grado di espletarla. Un soggetto poi tripartito tra militanti-simpatizzanti più o meno occasionali, il nuovo corpo dei funzionari con esperienza per quanto piccola di governo o sottogoverno, la misteriosa holding che ne gestisce alcuni aspetti. Anche loro in transizione quindi, ma controllata, a volte frenata.

Infine, il tasto più dolente, il fatto più preoccupante, i protagonisti effettivi della  “transizione”: gli italiani. Gli italiani non sembrano esser all’altezza della fase storica. Lo si nota dagli intellettuali, epifenomeno che dice chiaramente di quale consistenza sia la sottostante cultura generale, quella da cui dovrebbe provenire o sperabilmente la volontà generale o quantomeno la somma della volontà particolari. Non sembrano esserci idee, analisi compiute su i fatti duri, progetti, stimolazioni, intuizioni, percezioni complesse e reali di riflesso alla complessità reale del Mondo. Questo deserto intellettivo interrotto solo da una ancora immatura presa di coscienza del problema UE-euro, oltreché da un chiocciare polemico ineffettivo che dalla tv rimbalza ai social e viceversa, preoccupa. Stante che siamo manifestamente campioni mondiali di critica, si potrebbe chiedere a chi studia e riflette anche uno straccio di idea da provare a concretizzare o si ha così paura di ricevere pochi like? O l’ipertrofia dei neuroni destruens ha messo in ipotrofia quelli costruens?

Più la transizione avanza, più il problema del non sapere dove si sta andando si fa serio. Le transizioni sono sempre fonti di più o meno piccoli o grandi disordini, qualcosa non si è più, qualcos’altro non si è ancora. Ma le società umane nascono per dare ordine e mal tollerano il disordine. Quando il disordine eccede, la domanda di ordine purchessia si fa imperiosa, irrazionale, immediata. Il fastidio del disordine che le transizioni procurano, è stata storicamente la causa di clamorosi irrigidimenti. Paure deviate,  magari provenienti dalla situazione sociale ma trasformate abilmente in qualche feticcio a cui dar fuoco come le streghe del morente Medioevo. Un secolo fa, il nostro Paese è stato uno degli esempi più limpidi di cosa succede quindo il quieto tran tran è perturbato troppo intensamente e troppo a lungo. Dopo non ci si ricorda più bene come è potuto accadere, di chi la colpa, perché la colpa era di tutti o del gran numero e quindi anche di tutti coloro che non sono stati in grado di evitare si formasse quel “gran numero” di ansiosi richiedenti “ordine purchessia!”, di solito preceduto dal sintomatico: “Adesso basta!”.

Solo le idee ci possono salvare. Aggrappiamoci ad idee che abbiano radici nella realtà concreta e contraddittoria ma solida. Se non ci diamo una via, c’è solo la selva oscura.

 

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BANDOLO DI MATASSA.

Pensierino sul voto per le elezioni europee. Il tema Europa oggi è una matassa di fili intrecciati che vanno dal neo-liberismo al sovranismo, dal cosmopolitismo al nazionalismo, dai migranti alla geopolitica, le destre, le sinistre, i non ci sono più né-le-destre-né-le sinistre, le globalizzazioni, la moneta sovrana, il futuro federato, la lenta dissipazione demografica, la democrazia dei pochi o dei molti, la Cina e Trump, l’euro e la neuro, la paranoia ambientale e quella post-umana. In questo universo multidimensionale, ognuno trova la sua posizione e poi immagina una strada orientandosi a seconda delle sue immediate vicinanze. Ogni posizione è auto fondata e contraria ad un’altra altrettanto auto fondata. Ma a prescindere da tutto ciò, “Europa” è un problema di che tipo? fondato dove e da cosa?

Europa è una mera espressione geografica che include una cinquantina di stati per lo più anche nazioni, la più alta concentrazione di stati, circa il 25%, sul solo 3% delle terre emerse. E’ la geo-storia ad averla fatta così spezzettata e ricca di diversità. Purtroppo, questa geo-storia appartiene al passato, un passato in cui Europa o era relativamente autonoma ed isolata dal mondo (fino al XV secolo) o lo dominava (fino al XX secolo).

Come in un frattale storico, è la stessa storia degli Antichi Greci. Più di mille città Stato ricche di storia e reciproca dialettica, fino a che il sistema crollò d’un colpo sotto la spinta di un nuovo stato del gioco geopolitico, la fase imperiale che Alessandro intuì ed i Romani portarono a compimento. Il pattern si ripeté di nuovo nell’Italia rinascimentale che aveva nel solo centro-nord lo stesso numero di stati dell’intera Europa. Di nuovo, l’incapacità di capire che il nuovo gioco degli Stati-nazione non permetteva più la sovranità dei Medici e del Doge, condannò l’Italia oblubinata dal dominio di una egoista e cieca élite residente nello Stato Pontificio, a secoli di servaggio.

Oggi, di nuovo, il gioco sta svoltando verso un tabellone più ampio che inquadra il mondo. Non è solo la “globalizzazione”, è che se nel 1900 eravamo in 10 su un Km2 di terra emersa, oggi siamo in 50, siamo più densi, siamo spinti fisicamente l’uno accanto o contro l’altro per ragioni semplicemente fisiche come avviene in un ascensore o un autobus nell’ora di punta. Al nuovo gioco-mondo non ci si può presentare con gli Stati-nazione di taglia europea come non ci si doveva presentare coi Comuni e le Signorie nel XVI secolo o con le città-Stato nel 300 a.C. . Che fare, allora?

So che i più sono in ansia per la confusione di stare in una matassa di cui s’è perso il bandolo e vivono il “che fare?” nell’oggi immediato, chi votare? in cosa credere? cosa sperare? Ma la matassa è fatta da fatti contingenti che sono solo l’epifenomeno di fatti storici di lunga durata e lunga prospettiva ed a questi tocca dare ordine, non alla confusione che s’è creata cercando di trovare bandoli di cui s’è persa l’origine concreta, il fondamento reale.

Quindi, almeno nel pensiero, in “direzione ostinata e contraria”, io rimango convinto che l’unico voto sensato è quello per un progetto di federalizzazione statale, costituzionale ovvero democratica e politica, quindi sovrana, che aggreghi ex-Stati-nazione che da soli non hanno chance di gioco nel nuovo gioco del mondo. Ma questi candidati alla fusione debbono avere la minore eterogeneità possibile, non si possono unire cose troppo eterogenee tra loro, pena il rigetto reciproco.

Così, io la penso come monsieur François Boulo, uno dei portavoce dei gilet gialli francesi che così ha risposto alla domanda fattagli dal giornalista de il Fatto quotidiano: D: Finora Parigi ha fatto asse con Berlino. R: Se domani andassero al potere le idee dei gilet gialli, è certo che smetteremmo di metterci al servizio della Germania. E avremmo invece interesse a capirci con Italia, Spagna, Portogallo e Grecia.

Questo formato geo-storico una volta si chiamava Impero Romano. Ha strati e strati di consuetudini comuni, giuridiche, linguistiche, politiche, economiche, sociali, di stili di vita e costellazioni valoriali. E’ un solido frame geo-storico naturale, non una invenzione del pensiero. A. Kojève, filosofo francese nipote di Kandinskij, ma nel dopoguerra anche alto funzionario dello Stato francese per le questioni estere, lo teorizzò in un saggio scritto proprio un anno dopo la pubblicazione de il Manifesto di Ventotene chiamandolo Impero latino. Questo è il bandolo della matassa a cui sono personalmente aggrappato, solo la ragione geo-storica può rispondere a problemi posti dalla geo-storia. Il resto, economia, finanza, ideologie varie, sentimenti e paure, odii profondi e tenui speranze, per quanto oggi dominanti, sono solo schiuma quantistica diradata la quale rimane la domanda fondamentale: che forma dare alla nostra vita associata nel XXI secolo?

Irrealistico? Non è questo ciò di cui parlano tutti? Velleitario? Inattuale? Pensatela come vi pare, i giudizi li dà la Storia non i consessi di opinione di gente persa nella matassa di cui non trovano il bandolo.

P.S. Quanto a gli “inattuali” la galleria comprende Platone che a suo tempo avvertì i Greci di cominciare a pensarsi non più e solo come città-Stato e Machiavelli che invocava gli italiani ad unirsi sotto un unico Principe. Kojève venne riproposto da Agamben in questo articolo che da allora ha stimolato la mia riflessione sull’argomento (assieme al testo del francese ovviamente) e di cui i lettori e lettrici, potranno trovare traccia in diversi articoli del blog digitando opportune chiavi di ricerca sul motore interno (Europa, Euro, Mediterraneo). Articoli del 2013 appunto, inattuali anch’essi …

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PENSARE A COME PENSIAMO.

L’articolo è pubblicato sul blog del Festival della Complessità (qui) e presenta la prossima edizione (la decima) che si aprirà a Roma, il 10 Maggio. La sessione di apertura e l’intera edizione, verterà su questo duplice invito alla riflessione.

A. Rodin Il pensatore 1880-1902

 

“Credo che il sapere, nelle nostre società, sia diventato attualmente qualcosa di così ampio e di così complesso da essere ormai il vero inconscio delle nostre società. Noi non sappiamo davvero quel che sappiamo, non conosciamo quali siano gli effetti del sapere. Per questo mi sembra che l’intellettuale possa assolvere il ruolo di colui il quale trasforma questo sapere, che domina come l’inconscio delle nostre società, in una coscienza”

M. Foucault 1978

Il pensiero è oggi più che mai il capitale più prezioso per l’individuo e la società.  

E. Morin, La testa ben fatta, 1999

E’ questo il titolo della Xa edizione del nostro festival diffuso e sarà questo il titolo dell’apertura della sessione che terremo a Roma, al museo MACRO, il 10 Maggio. Forse avremmo potuto scegliere un titolo meno esoterico, forse avremmo potuto agganciarci a qualche tema della vivace attualità che pullula intorno a noi, ma abbiamo scelto di dar seguito ad un richiamo forte che sentiamo come pensatori di complessità, un tema più attuale di tutti gli altri e che tutti i fatti nuovi che pullulano intorno a noi, comprende.

In una recente intervista fatta dall’attuale Presidente del Consiglio Giuseppe Conte al filosofo Emanuele Severino, ad un certo punto compare questa domanda: “Trova anche lei che si sia persa l’idea dell’unitarietà del sapere e che le discipline scientifiche si strutturino a compartimenti stagni, che secondo Edgar Morin è il grande problema del nostro tempo?”

E’ dai tempi di “La conoscenza della conoscenza”(1986), seguito poi da molte altre riflessioni che ne “La testa ben fatta”(1999) o “I sette saperi necessari all’educazione del futuro”(1999) che il filosofo della complessità francese, si interroga su questa “struttura della conoscenza”. Un riflessione che anticipa di più di un ventennio i giorni nostri.

Tutti noi che ci muoviamo sotto il cono concettuale del termine complessità, chi per speculazione, chi operativamente nella propria professione, sappiamo quanto sia difficile spiegare a chi non si trova in quello spazio concettuale comune, cosa intendiamo precisamente quando convochiamo il concetto di “complessità” nei nostri discorsi. Com’è ben noto, non esiste una definizione precisa e comunemente accettata di complessità, neanche tra noi. Chi risale all’etimologia, chi inizia distinguendo complesso da complicato, chi fa coincidere complessità con sistema, chi con solo ciò che ha a che fare col mondo della vita, chi comincia a declinare una serie di concetti di corollario come feedback, cibernetica di vari livelli, riflessività, relazionalità, contesto, emergenza, auto-organizzazione, non linearità, non riduzionismo-determinismo, margine del caos, entropia etc.

Da una parte, la genealogia breve del concetto, può farsi risalire alla metà del secolo scorso (ce ne sarebbe poi una a cronologia più lunga, ma lì le cose si complicano ulteriormente), a partire da due distinti ambiti: la Cibernetica di N. Wiener e la Teoria generale dei sistemi di L. von Bertallanfy. Dall’altra, lo stesso albero evolutivo del concetto nelle sue applicazioni teorico-pratiche, da queste partenze si espande in un estuario a mille rivoli, coprendo niente di meno che tutto il novero delle discipline in cui si articola la conoscenza razionale umana. Dalla fisica alla metafisica, si sarebbe detto una volta. Pensiero complesso si trova ormai in tutte le scienze dure, sociali ed umane, nelle discipline umanistiche, ma poi ci sono anche artisti e perfino teologi.

Di contro, l’autoriflessione concettuale, ovvero coloro di noi che riflettono proprio sul concetto in quanto tale e cercano di domarne questa complessità intrinseca, oltre allo stesso Morin, non conta su grandi schiere. E’ per noi stessi difficile emanciparci dal luogo mentale di provenienza (matematico, fisico, biologo, economista, psicologo, medico, antropologo, sociologo, filosofo di quale parte della filosofia generale poi?) e stare appresso al vasto ramificarsi della sue applicazioni ed evoluzioni. In più ci viene anche il dubbio che “domare la complessità” non solo sia impossibile, ma neanche giusto se non si vuole ricadere in qualche aborrito riduzionismo. Eppure, la mente umana continua da decine o centinaia di migliaia di anni, ad avere dei limiti operativi e per lavorare il pensiero ha bisogno di sintesi, di blocchetti di significato che poi mette in relazioni con altri, a comporre idee e soprattutto sistemi di idee. Noi stessi apprezziamo quella individuazione di concetti o pratiche dominanti che il spesso citato Thomas Khun chiamava paradigmi. C’è un sistema complesso nel pensare che viene prima del pensare questo o quello. Complessità allora, non sembra avere forma di una specifica teoria disciplinare, più che un paradigma di questa o quella disciplina che indaga porzioni di realtà, sembra attenere tanto alla realtà che alla conoscenza nel loro duplice assieme, separato ed intrecciato.

Ecco allora il primo motivo che ci ha spinto a scegliere questo titolo: avere tra noi un pubblico momento di confronto e dibattito sulle forme interne alla nostra comune cultura. Le ultime Conferenze Macy tenute tra il 1954 ed il 1958, furono proprio dedicate ad una versione di questa auto-riflessione, al pensare come i vari e brillanti membri del gruppo pensavano e del come si componeva il discorso comune, soprattutto per quanto atteneva ai metodi dell’ interdisciplinarietà e della multidisciplinarietà.

Se questa proposta auto-riflessione sul pensare complesso la potremmo dire, usando le antiche categorie del discorso filosofico greco, il momento esoterico (dal greco ἐσώτερος “interno”), il secondo motivo della scelta è invece essoterico ( da ἐξωτερος “esterno”), cioè rivolto al rapporto tra complessità e mondo inteso nel suo duplice significato.

C’è un “mondo” come sistema complesso, fatto oggi di 7,5 mld di persone, divise in 200 Stati, diverse civiltà, modi diversi di pensare ed agire. Questo mondo tende oggi, per la prima volta nella sua storia, a conformarsi -in parte- come sistema unitario. Al suo interno, aumentano le interrelazioni che siano informative (Internet, grandi media, cultura globale), finanziarie ed economiche (globalizzazione ed internazionalizzazione), migratorie, politiche, culturali nel senso più ampio. L’estendersi al mondo intero del moderno modo di organizzare le nostre società, cioè basandosi sul fatto economico potenziato da tecnica e scienza, porta a nuove competizioni per le fonti delle energie e delle materie prime, alla competizione per il dominio dei mercati, delle valute, ad una impossibile ricerca della crescita costante e  per tutti che già “il nostro” Kenneth E. Boulding, parecchi decenni fa, sentenziava essere una credenza propria o di un folle o di un economista (suggerendo che forse, si trattava spesso della stessa persona). Altresì, questa spinta potente alla pressione su ciò che tutti ci contiene, sta provocando già da tempo, una risposta prevedibilmente caotica dell’ambiente, sotto varie forme di problemi detti “ecologici”, concetto più ampio della sola, controversa, questione climatica e dove l’ecologia è una disciplina tipicamente parte della famiglia complessa. Sembra -quindi- che il mondo sia obiettivamente sempre più complesso

Questa recente inflazione di complessità, tra trenta e cinquanta anni, retroagisce sulle forme della nostra vita organizzata comune in vario modo: dall’aumento vertiginoso delle diseguaglianze nelle nostre società occidentali, al manifestarsi di governi piuttosto rigidi chiamati a dare ordine al crescente disordine, guerre senza quartiere sul come orientare o manipolare le pubbliche opinioni, un certo generale fallimento degli esperti e degli intellettuali oggi sempre meno amati e riconosciuti da chi vede tanti problemi e poche vere soluzioni viabili. Nel mentre, le nuove tecnologie che ci danno nuove opportunità di interrelazioni, intrattenimento e nuove comodità ultra-moderne, si tema vadano  a sostituirci progressivamente nella funzione sociale del lavoro che il contratto sociale della modernità stabiliva esser il fondamento che teneva legata in sé stessa la società intera. In più il costo della relativa maggior libertà di esprimerci sembra vada pagato con un maggior controllo che contraddice quella libertà in via di principio. In più, si va confondendo il confine tra l’umano che usa la tecnica e la tecnica che subordina l’umano. Non c’è dubbio che in questa descrizione ci sia la traccia inequivocabile di molte cose che noi chiamiamo “complessità”, una maggior complessità relativa recente che pare tenderà ad aumentare e non certo diminuire nei prossimi decenni.

Ma nel mondo ci sono anche soggetti, individui o gruppi che hanno il problema di adattarsi al mondo in quanto oggetto fatto di processi. Lo fanno, lo facciamo, inconsapevolmente a volte, facenti parte di società le cui dinamiche più profonde e decisive a volte ci sfuggono. Altre volte siamo chiamati ad un giudizio, ad un discussione, a parteggiare per una idea o per altra, siamo chiamati a partecipare di questo mondo e dei sui problemi, anche perché è il “nostro” mondo, sono i “nostri” problemi. Ci domandiamo allora: siamo sicuri che il come pensiamo a tutte queste cose sia adeguato alla loro complessità? Dalle punte di eccessiva vivacità polemica o vera e propria acrimonia che si notano nel dibattito pubblico “basso” e dal deserto di quadri concettuali ampi e profondi nel dibattito “alto”, sembrerebbe di no.. Tutte le forme del nostro pensiero, le conoscenze, le logiche, ciò che ha costruito le nostre tradizioni di pensiero e di azione concreta, i fatti e le istituzioni sociali di cui ci siamo dotati, la stessa organizzazione del sapere e la sua distribuzione, dai sistemi di circolazione delle idee all’educazione, provengono da periodi storici di complessità ben diversa, per molti versi, minore. Le forme del pensiero che ereditiamo dal passato forse non sono adeguate al mondo che si sta formando.

Molti di noi, consapevoli o meno, si sentono spesso vicino alle tradizioni dell’Umanesimo e del Rinascimento, di quel periodo di transizione tra un vecchio modo (il Medioevo) ed un nuovo modo (il Moderno), ed ideale della conoscenza di quel periodo era proprio cercare una nuova unità della conoscenza per capitalizzare il saputo al fine di affrontare l’ignoto, il nuovo che doveva andarsi a costruire assieme. Lì dove un’era trapassava in un’altra che poi era quella che oggi ci è alle immediate spalle, la modernità. Ci sono fondati sospetti del fatto che noi sia -nuovamente- capitati in una di queste potenti transizioni storiche, lì dove urge una “renovatio” che non sia semplice profusione di tante “innovatio”, che sia un nuovo modo di pensare in forme sistemiche. Ad esempio riuscendo ad usare un po’ tutte le discipline alla base dei vari problemi prima elencati perché tutti quei problemi che elenchiamo separati o appaiati, in realtà sono intrecciati. La sintesi di problemi demografici, politici, culturali, economici, finanziari, ecologici, geo-politici, sociali, psicologici, dei fini dell’indagine scientifica e dei suoi rapporti con l’umano, di utilizzo delle tecniche, financo l’interrogazione sul senso dell’esistente e molto altro, nel loro intreccio comune per cause ed effetti, è inutile chiederla solo a chi risiede nello stretto di una di queste discipline. Modificare le forme del nostro modo di stare al mondo è problema di sistema ed i problemi sistemici andrebbero affrontati in senso sistemico, qualcosa che, nel senso più ampio dell’espressione, noi non siamo abituati semplicemente a fare. Non è così che è organizzata la nostra conoscenza, individuale e collettiva.

Ad un mondo complesso dovrebbe corrispondere una forma del pensiero forse più complessa di quella che ereditiamo dalla modernità, altrimenti si potrebbe fallire l’adattamento ai tempi che sono e sempre più saranno. La “riforma del pensiero” invocata da Morin già venti anni fa, sembra sempre più urgente. Il mondo ci chiede di agire, noi agiamo per come pensiamo, non possiamo agire in un mondo complesso partendo da un pensiero che non lo è. “Pensare a come pensiamo” è quindi il duplice invito a chi è interessato a indagare meglio questo possibile disallineamento ed a come colmarlo, a noi stessi che delle forme di pensiero sistemico-complesso siamo seguaci, per interrogarci su come meglio renderle utili ai tempi che ci son toccati in sorte di vivere, assieme.

FESTIVAL DELLA COMPLESSITA’

Venerdì 10 Maggio, ore 17.00 – 20.00, Museo di Arte Contemporanea Roma –

MACRO Via Nizza 138, 00198 Roma, Sala Lettura

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QUANDO INIZIERA’ IL SECOLO ASIATICO?

Qui il calcolo è fatto in Pil assoluto e non PPP

L’anno prossimo, secondo i calcoli UNCTAD-UN riportati da FT, quando l’insieme delle economie asiatiche calcolate in Pil-PPP, per la prima volta dal 1850, saranno più importanti di tutto il resto del mondo. Naturalmente, questa è solo la riduzione giornalistica di un processo che è di natura storica. Le epoche trapassano come le dissolvenze incrociate, sempre meno del precedente e sempre più del successivo, con tempi più o meno lunghi o lunghissimi. Qualche volta la dissolvenza si ferma, incespica, sembra addirittura ravvoltolarsi, ma a grana grossa funziona così: un’era sfuma nella successiva. Ci si accorge che un’era è finita, in genere, molto dopo che ha iniziato la sua lenta fine, la scelta del momento in cui non più l’una allora l’altra è sempre arbitrario.

La quantità e qualità degli indicatori di questo passaggio è vasta e solida. A grana grossa, l’Asia è il 60% della popolazione mondiale e continuerà ad esserlo nel mentre la popolazione mondiale continuerà a crescere nei prossimi trenta anni, mentre l’Occidente che era ancora il 30% del mondo ai primi del ‘900 e che oggi è regredito al 15%, tra trenta anni sarà al 12%. Quasi tutta questa contrazione occidentale di peso è dovuto all’Europa, Italia e Germania in testa ed è in dubbio se nei prossimi decenni avremo un unico Occidente coerente e compatto o un Occidente anglosassone ed uno continentale. Nella misura in cui l’intero sistema asiatico, dal dopoguerra (ma con una accelerazione a partire dagli anni ’80), si è votato al moderno modo di stare al mondo, dedicandosi alla produzione e scambio con sviluppo della tecnica, la quantità demografica è destinata a trasformarsi in quantità economica e questa in potenza generale. Nell’analisi tra grandi partizioni continentali, non solo l’Asia supererà l’Occidente, ma risulterà il cliente ideale per la materia energetica degli arabi ed il partner ideale per l’inclusione dell’Africa nella nuova modernità. Fungerà quindi da attrattore e motore mondiale.

Il da noi spesso citato studio di K. Pomeranz, “La grande divergenza”, illuminava il punto esatto nel quale il piccolo Occidente prese a pareggiare e poi staccare l’Asia per dimensioni di potenza economica, poi militare, poi politica e culturale, che era stato  il sistema più massivo praticamente da sempre (A.Maddison). Era grossomodo il 1850 secondo il Pomeranz, 1800 secondo altri, ma alcuni retrocedevano le cause di lunga durata alla reazione avuta dagli europei ai cataclismi del secolo nero, quel XIV secolo in cui un terzo della popolazione europea morì in soli cinque anni della più grave epidemia di peste che la storia ricordi. Il contraccolpo a quel colpo fu l’inizio del modo moderno di stare al mondo.

Affascinati dal concetto di rivoluzione, gli storici occidentali dell’ultimo secolo hanno visto sequenze di rivoluzioni dappertutto, quella artigianale XV sec., quella copernicana XVI sec., quella scientifico-razionalistica a partire dal XVII sec. come quella “industriosa” (Jan de Vries), quella inglese sempre del XVII sec., quella francese e quella americana del tardo XVIII secolo, quella industriale del XIX, la più importante per la visione economica della storia. Ultima quella russa XX sec. nel mentre quelle industriali contano oggi la supposta quarta edizione. Dopo tanta rivoluzione, il nuovo -probabile- secolo asiatico, ci farà forse scoprire l’affascinante concetto di Involuzione, sperando che la nemesi non ci porti a saltellare di balzo in balzo all’indietro nello sprofondo della storia, passando dalla mistica ottimistica del Progresso a quella pessimistica del Regresso.

In pratica e più a grana grossa il modo moderno di stare al mondo ebbe natali proprio nel XV secolo, e comprendeva in un sistema unico, che noi dividiamo in separati aspetti perché andiamo all’università a studiare singole discipline de-correlate e confondiamo le nostre lenti col mondo che le lenti ci fanno osservare, tanto il fare economico che quello politico, quello culturale che quello spirituale, quello militare che quello sociale. Le società umane sono veicoli adattivi ed amalgamano quei diversi aspetti in certi diversi modi, cercando le loro migliori condizioni di adattamento ai tempi ed agli spazi che occupano. Il senso e la forma di una società storica, vanno sempre letti nel rapporto tra la sua forma interna che la fa “intera” ed il contesto. Quel “modo moderno” che gli storici generali quanto quelli dell’economia (Braudel-Arrighi) sequenziano da Genova-Venezia (e fiere commerciali tra Nord Italia e Francia) alla Province Unite, dall’Inghilterra poi Gran Bretagna poi Regno Unito a gli stati Uniti d’America, e che, pur con i dovuti adattamenti, passerà alla interpretazione che ne daranno gli asiatici. Poiché quella sequenza è anche una sequenza di incrementi di centri di sistema con demografie crescenti, ecco che il 60% asiatico del mondo sarà  il centro del mondo, a sostanziale parità di condizioni del modo di stare al mondo.

Questo “modo” nella interpretazione occidentale, ha avuto due logiche, quella esterna e quella interna. Nato nel suo complesso per “risolvere problemi” (i “problemi” che si ingenerarono con l’evidente fallimento adattivo della catastrofe della Peste nera e delle élite feudali-religiose), per altro creandone continuamente di nuovi che alimentano la coazione all’infinito, il modo ha replicato una più antica versione che nasce con la nascita delle società complesse già ottomila anni fa: un minore che subordina un maggiore. Tanto al suo interno che al suo esterno. Così, uomini di fascia sociale alta hanno subordinato quelli di fascia bassa (che erano già subordinati secondo diverso regolamento stabilito dall’alleanza tra possessori di terra e titoli e possessori dell’immagine del mondo che ne giustificava il potere ovvero la Chiesa), l’uomo ha cominciato a subordinare la natura, lo Stato ha subordinato i frammentati poteri locali, la politica sovrana ha subordinato la religione (da Augusta 1555 in poi), gli Stati europei hanno cercato l’un con l’altro di subordinarsi reciprocamente per altro non riuscendovi quasi mai, assieme hanno subordinato il mondo sino alla massima estensione dell’Impero britannico (ma anche francese, olandese, portoghese, spagnolo etc.) fino alla breve fase unipolare americana degli anni ’90. Di quest’ultima, non sono certo che rimarrà traccia nei libri di storia, troppo breve e troppo poco nitida quando la si guarderà dalla giusta distanza.

Ad un certo punto, secondo chi scrive ed altri  a partire dai primi anni ’70, nel centro del sistema occidentale cioè gli Stati Uniti, si è rotta per varie ragioni la logica che teneva in equilibrio l’intero con l’esterno. Gli USA hanno reagito dando sfogo alla loro proiezione globale con il WTO (affiancato ai già presenti IMF e WB) ed hanno continuato a provar di tener sotto controllo in modalità “impero informale” grandi parti del mondo, ma più che altro hanno cominciato a stampare dollari che sono stati investiti in buona parte nella crescita del resto del mondo. Ne è venuto fuori “l’elefante di Milanovic” che ha contratto la classe media occidentale in favore di quella orientale, e soprattutto beneficiato i detentori di capitale liquido, ottenibile anche a prestito con poche o nessuna garanzia se iscritti a vario titolo nell’esclusivo club delle élite. Poi, tra una avventura militare e l’altra previa stimolazione di grattacieli che crollano  (dove il  fatto militare è pur sempre un keynesismo travestito), di bolla in bolla, si è arrivati al crollo del 2008. Una parte della inviperita classe media americana ha mandato al potere un presidente più petro-commerciale che imperiale (premiando così una élite che stava perdendo terreno verso l’altra). In Asia, al già affermato per quanto stagnante Giappone, si sono affiancati Corea del Sud e Cina, Sudest asiatico ed ora India. Il baricentro di potenza ha cominciato a spostarsi silenziosamente ad Oriente mentre qualcuno -con rara e tempestiva lucidità- annunciava la Fine della Storia ed un Nuovo Secolo Americano.

Sull’argomento del titolo, Parag Khanna, narratore globalista di origine indiana, cresciuto negli Emirati e poi vissuto in Occidente ed oggi acquartierato a Singapore, ha da poco pubblicato presso Fazi editore, la sua ultima fatica: Il secolo asiatico? Curioso che il famoso “scontro di civiltà” di Huntington, nacque come lungo articolo col punto interrogativo e finì come titolo assertivo voluto dall’editore del libro. Qui il testo nasce assertivo (The future is asian. Commerce, Conflict, and Culture in the 21st Century), ma l’editore ha saggiamente preferito metterlo ad interrogativo, forse per non render immediatamente antipatico il libro che in origine si rivolgeva primariamente a gli stessi asiatici e la cui assertività avrebbe potuto urtare l’orgoglio occidentale dell’italiano sconnesso dagli eventi a cui però piace sentirsi “ben informato”.

Il soggetto delle 520 pagine è l’Asia, 60% della popolazione mondiale per 53 stati (Europa 8% della popolazione mondiale per 45-50 stati a seconda che li contiate in geografia politica o fisica, dal che si dovrebbe comprendere il problema del nanismo stato-nazionale europeo, con popolazione anziana, capitalismo iper-maturo ed oggi in cerca della perduta “sovranità”). 50% del Pil globale ma 2/3 della sua crescita, percentuale con tendenza a crescere nei prossimi trenta anni. La tesi geo-storica di Khanna è che l’Asia è geneticamente multipolare. Che si contino le civiltà antiche o quelle storiche (arabi, persiani, centro-asiatici, turchici -s’intende di origine turcofona-, mongoli, indiani, cinesi, giapponesi e la macedonia sud-est-pacifica) o i ceppi religiosi (musulmano, buddista, induista, taoista, scintoista, con o senza spruzzi di etica confuciana) o i ceppi linguistici (2301), il pluralismo asiatico è irriducibile. L’occidentale distratto vede l’Asia come tutta quella roba inutile intorno alla Cina, ma è il classico caso in cui si scambiano gli oggetti osservati con le lenti con le quali li si osservano.

Secondo il nostro, lo “spirito comune asiatico” contemporaneo, è un misto di entusiasmo per la crescita economica fortemente infrastrutturata dal commercio che ha vocazione millenaria, stabilità geopolitica basata su un sostanziale reciproco rispetto (non certo privo di conflitti ma confitti limitati alle frizioni, non cioè mossi da volontà di assimilazione dell’Altro), pragmatismo tecnocratico ed oggettivo pluralismo culturale. Quest’ultimo, venne espressamente indicato come il nemico ideologico da sconfiggere nella famosa orazione fatta la sera prima della morte di papa Giovanni Paolo I, dall’allora cardinal Ratzinger che col suo simpatico accento da Peter Sellers in Dottor Stranamore, indicò i due grandi nemici ideologici: il relativismo ed il sincretismo. Il sincretismo è propriamente la forma vigente nella grandi frammistioni culturali asiatiche, dalle religioni alla cucina, passando per l’intrattenimento e i modi di vita e non ultimo l’indigesto socialismo-capitalista cinese che tanto imbarazza lo stomaco dei marxisti occidentali che preferiscono le partizioni nitide e precise, come Ratzinger. Khanna nota giustamente, e la nota vale anche per Africa e Medio Oriente, quanta frizione scaturisca tra questa tradizione fluida e le partizioni confinarie statali imposte durante il colonialismo europeo.

Secondo il narratore asiatico, il supposto “disordine mondiale” è un difetto percettivo degli occidentali che non leggono più le consuete forme del loro dominio. Non c’è alcun disordine ma un ordine complesso che sta facendo dell’Asia un classico “totale maggiore delle sue parti”. Il passaggio storico sarà anche quello dalle forme semplici con un egemone (sequenza Braudel-Arrighi), alle forme complesse dei sistemi ed il sistema che chissà se definire egemone o più prudentemente centrale, sarà quello asiatico, che non è solo quello cinese che conta solo 1,4 su 5 mld di asiatici. Questa maggior gravità oggettiva, agirà per concreta forza geografica, sul continuo afro-euro-asiatico. In una epoca che si definisce “materialista”, nell’immagine di mondo molti s’erano persi la geografia che invece torna oggi ad una sua realistica rilevanza, assieme alla demografia, la storia, la natura strutturale delle tradizioni culturali. L’economicismo metodologico sarà bene ampliarlo se si vuol comprendere qualcosa del mondo che verrà. Gli asiatici sono giovani ed ottimisti e banale è sottolineare che noi invece siamo il simmetrico contrario.

Il testo di Khanna che ha evidente mira di costruire una frame di ” orgoglioso discorso asiatico” rivolto a gli asiatici (e non a caso fatto da un singaporiano), in prima istanza, parte da una di breve storia dell’Asia che gli osservatori europei dediti all’ombelichismo (sia quello esaltato che quello critico poiché classi ed ideologie ci dividono ma la cultura geo-storica non può che esser la stessa tra “occidentali”) farebbero bene ad approcciare nello studio. Dall’ottimo P. Frankopan, al più recente P. Grosser, è tutto un recente fiorire di storia asiatica, mentre si segnala S. Conrad e le riflessioni metodologiche sulla nuova, necessaria “storia globale”, con cui sarà meglio impratichirsi velocemente se si vuol capire qualcosa dei tempi che vengono.

L’inclusione della variabile culturale è un ex-novo per Khanna, qui molto più geografico e politico del suo manifesto post-geografico/politico Connectivity e molto più storico-culturale del suo consueto. Meno città-stato e più stati potenti. Si capisce, poiché lo cita in apertura e nei ringraziamenti, che il probabile dialogo con l’altro singaporiano geo-politico Kishore Mahbubani (di cui parlammo in questo articolo in  cui feci una presentazione del suo ultimo pamphlet), gli ha fatto vedere mondi prima sconosciuti (Mahbubani ha forti inclinazioni filosofiche, con una dedizione particolare verso il nostro Machiavelli). L’ultimo capitolo del volumone è infatti dedicato ad una sfilza di “fenomeni culturali” di plurima generazione asiatica, nella cultura “alta” quanto in quella popolare, una vivacità che fa immediatamente “Rinascimento asiatico” con mischianti fertilizzazioni incrociate.

In definitiva, Khanna è più utile come osservatore informato che come analista. Sterminati gli elenchi di fatti economici, finanziari, tecnologici, demografici, un po’ meno politici che innervano il suo racconto del nuovo momento asiatico, fatti utili da conoscere per noi che qui alla periferia del ribaltone geopolitico, quando va bene, abbiamo qualche straccio di articolo su qualche specifico aspetto di quel mondo tanto grande quanto per noi sfuggente nella composita grana fine dei fatti che lì si producono. Qui dove basta la visita di Xi Jinping per rivelare il vasto oceano d’ignoranza che per noi si estende oltre le colonne d’Ercole della salvinata o grillinata del giorno e dell’eco che ogni sera il corifeo del giornalismo etico-liberale gli fa in televisione.  O dove i mediatori informativi sono il Forchielli, qualche auto-nominato sinologo o qualche amico della NATO. Ciò detto, alcune sue tesi sono al limite dell’ingenuo o del forzoso come includere quella che lui chiama Asia occidentale e noi Medio o Vicino Oriente, nel continuum asiatico. Ogni tanto il suo immaterialismo storico a base di merci e pagamenti contactless con selfie e start up riaffiora facendo facile cose che non lo sono affatto. Però altre, sono a mio avviso condivisibili o quantomeno utili da sapere.

Un fatto poco compreso dagli occidentali che ragionano ancora in termini di allineamenti coerenti e caporali di giornata, è che il mondo multipolare sarà fatto da reti di inestricabili intrecci e che -in definitiva- tale “tessuto assieme” (cum-plexus) risulterà assai più stabilizzante per quanto dinamico della contrapposizione tra blocchi. Il nuovo campione di questa postura è senz’altro l’India. L’India fa esercitazioni militari con gli USA in chiara funzione anti-cinese, così come sta allacciando raccordi spessi con altri due storici non amici dei cinesi: il Vietnam ed il Giappone. Ma l’India ha come maggior fornitore di armi la Russia, dieci volte più che gli USA (Sipri – Arms Transfers Database 03/19) con i quali, tra l’altro, ha di recente firmato accordi per una mini-via della Seta India-Iran-Russia (via Caspio). Iran che è il principale fornitore di energia del vorace gigante asiatico. In tutto ciò, l’India è  il secondo paese per quote sottoscritte (e relativi diritti di voto) dell’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) che gli dà anche un vice-pesident nel Board of Directors del gigante bancario a prevalenza cinese che finanzierà le Vie della Seta. Non solo, è stato anche di recente cooptato assieme all’odiato Pakistan, nell’esclusivo club sino-russo della Shanghai Cooperation Organization. Il che non gli impedisce di far scaramucce coi pakistani nel Kashmir, mandando neanche tanto trasversali messaggi ai cinesi che lì vogliono far passare un pezzo del network serico. Semmai i britannici decidessero davvero di dar corso alla Brexit, già era previsto che il primo accordo di libero scambio con ampi legami banco-finanziari sarebbe stato con i cari, vecchi, amici indiani.  Nel frattempo, Modi annuncia orgoglioso di esser diventato la quarta potenzia spaziale del pianeta ovvero di esser pronto di sedersi al tavolo da gioco delle guerre stellari con dotazione atomica. Insomma, da che parte sta l’India? Dalla parte “sua”, evidentemente. Il geopolitico americano Ian Bremmer lo definì G-Zero o “Every nation for itself” come da titolo di un suo libro del 2012.

Il grande vantaggio del mondo multipolare, sarà questo mercato delle amicizie pieno di concorrenti che permetteranno ad ogni stato di far ciò che gli studiosi di IR americani chiamavano “cherry picking”, prendere le ciliegie più succose da vari cesti, nonché bilanciarsi di qui e di là per tenersi in piedi nei marosi della Grande Complessità. Tutto ciò più che “globale” è “inter-nazionale”, è gioco che giocano gli Stati alla faccia di quei improvvidi scenaristi che ne avevano annunciato morte certa. Certo la possibilità di barcamenarsi sarà una declinazione di una qualche forma di potenza relativa, San Marino avrà poco cherry picking da fare (per quanto si segnala una misteriosa visita di Lavrov alla Repubblica del Titano proprio i giorni in cui qui c’era Xi Jinping). Ma le medie potenze, potrebbero altresì darsi molto più da fare a stare in alleanze militari con qualcuno, commerciali con qualcun altro e così via. In fondo è la stretta logica del bilanciamento che poi è la base degli ordini multipolari (Europa XIX secolo, Italia del XVI secolo). In questo nuovo gioco del mondo complesso,  contano le fiches effettive (cosa hai da dare -materie prime o energie, merci, armi, denaro, passaggi logistici-, a chi, per quale ragione) e la credibilità dei giocatori principali ovvero la loro reputazione.

Molti avvertono che la Cina, nelle varie partite bilaterali necessarie alla costruzione delle Vie della Seta, sta qui e lì provando a trarre il proprio maggior vantaggio con un certo egoismo che fa urlare a “neocolonialismo!”. Letti certi commenti, pare a qualcuno strano che la  BRI non sia un ente di beneficenza. Però i più pensanti prevedono che starà ben attenta a non farsi fama di eccessiva voracità e mancanza di elasticità, altrimenti il suo progettone logistico non andrà di un metro oltre il Xinjiang ed i delusi rimbalzeranno nelle braccia americane in mezzo secondo netto. Forse i cinesi sanno leggere Confucio meglio degli occidentali e l’etica confuciana si basa su principi di cui quello di reciprocità è il più importante (Analects 15.24), principio che accomuna la morale astratta alla pragmatica concreta e che è ritenuto uno dei pochi reali “universali” esistenti.  Di contro, le recenti promesse di nuovi dazi di Trump al perno della sua strategia indo-pacifica (il Pivot to Asia di Obama-Clinton semplicemente rinominato), ossia all’India, per non aver osservato l’embargo verso l’Iran, come già accaduto nella reciproca relazione con il filippino Duterte e il coreano Moon Jae-in ed allo stesso Pakistan, come già il proditorio ritiro dal TPP ha detto a gli 11 paesi del Pacifico coinvolti, tutto ciò dice a gli asiatici che gli americani vanno sullo strano e non ci si può far affidamento più di tanto.

Questa stessa struttura di fatti intrecciati, fornirà sia alla Cina la possibilità di penetrare il campo americano, sia all’America di penetrare il campo cinese, (con russi ed indiani battitori liberi)  sebbene la Cina si presenti con soldi da investire e gli americani più spesso con le armi da vendere e stante che entrambi hanno le loro luci ed ombre in termini di reputazione. Il titolo originario del lavoro di Khanna, dopo i commerci citava doverosamente i conflitti e conflitti nell’accezione di frizioni anche aspre, ci saranno senz’altro, naturali ed indotti. Conflitti però non significa necessariamente spararsi addosso l’un con l’altro. Egoisti sì, stupidi no.

Ma oltre a ciò, la tesi macroscopica dell’articolo di FT riportato, che è poi la tesi di K. Mahbubani, che è la tesi di fondo dell’ultimo Khanna, ha una sua ulteriore evidenza. L’Asia si sta configurando come un sistema ed è destinata a fungere da attrattore per l’Europa visto che gli scambi commerciali reciproci sopravanzano in entrambi i casi quelli con gli Stati Uniti rivelando la natura geografica, quindi solida, del concetto di Eurasia. Il sistema asiatico è multipolare, frattale di un più ampio mondo multipolare. Nel sistema asiatico, i prestiti interni cominciano ad esser in valuta locale e così molte partite bilaterali che aumentano le reciproche riserve ed invogliano ad ulteriori scambi. Quel “locale” o “macro-regionale” che è concetto offuscato dalle molte letture ultra-qualitative sulla globalizzazione che qui da noi hanno imperversato sin troppo. Nei nudi fatti, quasi tutti paesi del mondo, continuano ad avere i vari vicini come prime tre posizioni tanto per l’export che per l’import. In più, quel paniere di valute  è generalmente a livello più basso del dollaro e dell’euro e rimanendo nell’ambito asiatico, ogni paese ha più possibilità di accedere ad un moderato benessere anche senza diventare “ricco”, comprandosi merci reciprocamente senza passare per il dollaro. Rimanendo all’interno della nuova Asianomics, lì hanno sentito meno la crisi globale e gli investimenti tra loro stanno già -in parte- sopperendo ai ritiri occidentali. Hanno già una ampia divisione del lavoro con punte di eccellenza tecnologica affermata in Giappone, Corea del Sud e Cina ed un settore servizi che si sta ampliando in tutti i paesi prima condannati a restare fabbrica del mondo. La Cina ci sta dando dentro anche nella scienza e lì saranno dolori, alla velocità con cui sembra stanno procedendo nella crittografia quantistica c’è il rischio mandino presto in vacanza l’intera NSA.  Sempre più fitte le interconnessioni interne sia virtuali (tlc), sia reali (aerei, strade, ferrovie, porti) con sempre più turisti interni ovvero asiatici che visitano altri paesi asiatici e studenti degli uni che vanno a formarsi dall’altro. Quello che molti euro-centrati non sembra abbiamo compreso è che la BRI cinese è in primis una commodity asiatica per legare gli asiatici tra loro e tutti assieme all’Europa e all’Africa, naturalmente coi cinesi azionisti di maggioranza. Inoltre, nessuno di loro pone all’altro imbarazzanti questioni di legittimità che siano la democrazia liberale o i diritti umani o l’intervento dello stato nell’economia. Hanno tutti lo stesso interesse a dotarsi di una ampia classe media ed hanno tutti sacche di profonda povertà ancora da riscattare. Hanno tutti avuto accesso al modo moderno di stare al mondo da poco tempo ed hanno parecchio tempo davanti ancora per svilupparlo a loro beneficio, facendo crescere il loro interno senza diventare imperi espansivi.

Tutte queste sono pur sempre ancora e solo tendenze, i sistemi non si formano in pochi anni, però sembrano esserci piene condizioni perché processi di auto-rinforzo interno, creino ulteriori ragioni di sempre maggior interconnessione. L’interconnessione fa il sistema ed il sistema più massivo fa da centro di gravità per tutto il resto. Sì, pare proprio che il prossimo e forse non solo il prossimo, sarà un secolo asiatico.

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E’ chiaro che nel nuovo assetto mondiale che si verrà a creare, le nostre condizioni di possibilità si restringono. Possiamo aspettarci una sequenza di impatti negativi crescenti sebbene gli asiatici ci promettano futuri basati su quella metafisica dell’assurdo inventata dagli anglosassoni che è il “win-win”. Per certi versi abbiamo già cominciato ad averli. Il “neo-liberismo” può esser letto anche come una manovra disperata del nostro sistema centrale di mantenersi funzionante. Ma stiamo vedendo che come traiettoria storica comincia a mostrare la sua insostenibilità e molti cominciano ad esser i ritorni negativi e disfunzionali, veri e propri fallimenti in termini di adattamento alle nuove condizioni del mondo, a partire da quella rottura del “contratto sociale” che teneva in piedi l’interno dei sistemi nazionali.

Tentando uno sguardo rivolto ai prossimi anni, si intravedono tre possibili esiti. Il più probabile è che non succeda nulla di rilevante e l’Occidente farà la fine della rana bollita. Nel mentre le sue élite sposeranno il dispotismo asiatico ritirando il suffragio universale e, sposando i nuovi sistemi di controllo sociale elettronico, continueranno a produrre ricchezza fittizia che  accumuleranno as usual, preparandosi alla fine dei tempi salvando se stessi ed i propri cari con qualche protesi in più in qualche atollo recintato dalle invasioni dei barbari.  Nel frattempo, molti gramsciani mostri nasceranno nel sempre più fitto chiaroscuro, ogni giorno un po’ più scuro. Il disordine chiamerà ordine purchessia ed ecco pronto il liberalismo illiberale.  Se la risposta al lento declino è Trump, Salvini, Le Pen, famiglia e porto d’armi, vuol dire che al peggio non c’è mai fine e quando si tocca il fondo si può sempre cominciare a scavare. La seconda possibilità è il collasso Sansone&Filistei. Qualcuno a Washington perde la testa e s’innesca la banalità dal Male che nessuno vorrebbe coscientemente ma poi si va in modalità inconscio e chissà allora cosa può succedere. Personalmente lo ritengo improbabile, ma non impossibile. Infine, a noi occidentali inventori del modo moderno di stare al mondo, si pone un nuovo eccitante compito: pensare al modo successivo. Dopo i mille anni ordinati da aristocrazia e religione ed i cinque secoli moderni della borghesia e capitale, ci inventiamo un nuovo adattamento. Quest’ultimo lo ritengo anche improbabile ma a differenza del secondo, nella misura in cui non cambiamo radicalmente mentalità a partire da chi ha il compito di leggere la realtà ovvero i privilegiati lavoratori dell’intelletto, sembra anche impossibile. Ma chissà, la speranza è l’ultima a morire o forse, come con la peste del ‘300, un qualche agente esterno tipo la condizione ambientale, ci darà uno di quei salutari schiaffoni che aiutano a crescere. E comunque, anche la Peste Nera veniva dall’Asia …

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Libri citati: K. Pomeranz, La grande divergenza, Il Mulino, 2012 / B. Milanovic, Ingiustizia globale, LUISS, 2017 / J. De Vries, The Industrious Revolution: Consumer Demand and the Household Economy, 1650 to the Present, CUP, 2008 / Parag Khanna, Il secolo asiatico? Fazi editore, 2019 / Ian Bremmer, Every nation for itself, Penguin, 2012 /  K. Mahbubani, Has the West Lost It? Penguin, 2018 / P. Frankopan, Le Vie della Seta, Mondadori, 2017 / P. Grosser, Dall’Asia al mondo, Einaudi, 2018 /  S. Conrad, Storia globale. Una introduzione, Carocci, 2015 / I detti di Confucio (Analects) a cura di Simon Leys, Adelphi, 2006. A.Maddison sarebbe il mitico The World Economy: A Millenial Perspective OECD, 2001. Arrighi con l’insuperato Il lungo XX secolo, Il Saggiatore, 2014 mentre i Braudel da citare sono troppi. Piccolo, ma saporito La dinamica del capitalismo, Il Mulino, 1981 Lì l’autunno occidentale già c’era tutto, quando si investe tempo a leggere gli storici invece che i giornalisti o gli economisti di giornata, è sempre tempo ben speso.

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UNA NUOVA UNI-MULTIVERSITA’ COMPLESSA?

Articolo pubblicato sul sito del Festival della Complessità (qui) che quest’anno giungerà alla sua Xa edizione.Alla versione on line sul sito del festival, qui si aggiungono alcune considerazioni più specifiche (in corsivo).

Nei due articoli precedenti sul –pensare le cose nel loro complesso– ed il successivo che tornava sulla annosa questione delle “due culture”, abbiamo indagato l’impostazione del nostro sistema delle conoscenze. Già qui avevamo introdotto a premessa l’intero argomento. Pare a noi evidente che un mondo sempre più complesso quindi “intrecciato assieme”, chiami una profonda revisione del nostro sistema delle conoscenze, sistema che ereditiamo dal moderno, un periodo alla fine del suo ciclo storico e culturale. A sua volta, il sistema moderno andava a rimpiazzare il sistema delle conoscenze medioevali, il trivium (latino, retorica e filosofia) e quadrivium (aritmetica, geometria, astronomia e musica) impostati da Marziano Capella già nel V secolo. Se ogni epoca si rispecchia in un sistema di conoscenze, potremmo interrogarci su quali potrebbero esser le condizioni necessarie per riformare l’attuale sistema in  tempi di nuova complessità.

La riflessione anglosassone su i sistemi di educazione e formazione va avanti già da tempo. Si sta verificando che il sistema delle iper-specializzazioni votate alla formazione -tra l’altro non di futuri cittadini, ma di futuri professionisti-, ha tre problemi. Il primo è che il mondo del lavoro richiederebbe in realtà un misto di saperi pratico-teorici, quando le scuole sono semmai prodighe dei soli saperi teorici. Il concetto stesso di specializzazione è ambiguo dato l’alto tasso di odierna evoluzione delle forme economiche che sembrano chiamare certe conoscenze per un qualche periodo di tempo, poi altre per il periodo successivo. Il secondo è che, più in generale, la formazione teorico-specialistica sembra produrre tecnici che si trovano a loro agio solo nell’applicazione di procedure e modelli, totalmente smarriti quando si tratta di improvvisare, innovare, inventare. Data la richiesta di un alto tasso di novità crescenti e data l’alta interconnessione che c’è nei sistemi complessi e dato che tutti i principali sistemi della nostra vita associata stanno diventando sistemi molto complessi, si sta venendo a creare una sorta di disadattamento cognitivo per il quale si formano esperti di procedure laddove si incontrano ogni giorno di più terre incognite che di loro natura non sono ancora mappate, né tantomeno hanno procedure indicative sul come affrontarle.  Il terzo problema è che qualsiasi sia la forma di pensiero applicato, va applicato a cose che sono connesse ad altre cose di cui lo specializzato non è che non abbia conoscenza, non ha proprio “visione”, nel senso che pensa le cose scisse dalla rete di ciò che le co-determina.

Già qualche anno fa mi capitò di leggere sulla stampa, da un parte i lamenti dei grandi CEO della varie compagnie high-tech della Silicon Valley che lamentavano questa abbondanza di cervelli piatti (nella mitologia dei vari eroi della nuova rivoluzione tecnologica, da Jobs a Musk, da Gates e Zuckerberg a Bezos, prevalgono 3-2 addirittura i non laureati) e dall’altra il dibattito nazionale sull’urgenza di modificare i nostri italici sistemi educativo-formativi in direzione di quel mente-piattismo che gli “eroi dell’innovazione” stavano dicendo essergli del tutto inutile. L’assenza di attitudini mentali critico-creative, deprime la pulsione all’innovazione, la procedure impediscono la “serendipity” in via di principio. Con ciò non si vuol far l’elogio acritico del nostro sistema educativo a base gentiliana, ma se ci si vuol metter mano si discuta al suo giusto livello le problematicità. Più scienza meno filosofia, ad esempio, non è il “giusto livello”.

La questione poi solo accennata, ovvero se i sistemi educativi debbono formare cittadini o professionisti, meriterebbe invero di un lungo spazio a sé. A noi pare evidente che, registrando l’evidente complessità della fase di transizione storica nella quale siamo capitati, la priorità vada alla formazione di mentalità adatte a rinforzare le capacità adattative della società intera, poiché oggetto di selezione naturale sono i gruppi umani prima dei singoli come anche alcuni biologi evolutivi vanno scoprendo di recente. Che queste capacità siano pensate come adattamento a svolgere il ruolo di frazione e segmento di processi economici, è fare una scelta a priori che non si può accettare senza un atto di fede. A volte sembra che se il Moderno è iniziato contrapponendo la ragione alla fede, stia ora finendo riproponendo la fede nelle virtù salvifiche dello sviluppo infinito dei processi economici, senza il sufficiente distacco critico di ragione. Magari ciò che va adattato in primis è proprio il ruolo che il fare economico ha nell’ordinare le nostre società. Chi e come lo discute questo problema se formiamo solo funzionari di procedura? Come poi vedremo, non stiamo qui trattando un argomento fatto di tante parti pensando di poterlo trattare con generalizzazioni. La discussione sull’utilità dei saperi, utilità generale o specifica, è certo assai complessa. Stiamo solo sostenendo che i nuovi tempi presentano un tale elenco di novità intricate (politiche, sociali, geo-politiche, ecologiche, culturali, etiche) che se ai cittadini si chiede solamente di continuare a suonare “Sogno d’Autunno”[1] per mantenere di buon umore la prima classe, il naufragio è certo. Lo “smarrimento dell’opinione” che fa il paio con l’interminabile sfilza di fallimenti collezionata dalle élite che governano le nostre società, raccomanderebbe uno scuotimento, un ravvedimento, una reazione a questo melmoso affogare nel mentre alte si lanciano le grida semplificatorie di chi ha capito tutto, tranne la cosa più importante ovvero che sulla soluzione da dare alla matassa di questioni che ci stanno venendo addosso, onestamente, non abbiamo la più pallida idea.

Veniamo quindi a commentare una notizia fresca e molto pertinente al nostro tema che è quello delle forme complesse di conoscenza. Qui s’annuncia la creazione a Londra del primo corso di laurea generale che mischia saperi scientifici ed umanistici. Promossa per ora dalla vulcanica Virgin e da una delle principali società di consulenza del mondo, la McKinsy[2], la London Interdisciplinary School (LIS), ha un suo sito che è ancora un po’ vago sulle effettive forme di come funzionerà l’università ma qualcosa dice. A priori, si collochi il discorso nella sua giusta dimensione. E’ questo un territorio inesplorato, quello che hanno intenzione di fare o non fare alla LIS, lo prendiamo come segnale non come modello. Loro stessi ed il modello che hanno in testa, avranno bisogno di tempo per verificarsi ed assestarsi. Il segnale però è interessante.

Sul loro sito, mostrano alcuni casi applicativi di problem solving. Quante sono le competenze necessarie ad operare sul problema della malaria? O per trattare il problema dell’olio di palma? O per valutare i limiti delle libertà di parola su Internet? L’elenco delle competenze oggi è in più corsi di laurea separati, ma chi è in grado di comporre assieme queste competenze separate? Più dentro il sito, mostrano una partizione interessante tra il “capire il mondo” e i “metodi per cambiare il mondo”. Nel primo ambito, è interessante la linea di studio su “Umanità nel tempo e nello spazio”. Questa materia nuova si chiama geo-storia ed invero non è affatto nuova, solo molto poco frequentata. Lo storico Y.N.Harari, ci ha fatto sopra almeno tre top seller oltreché la sua fortuna, sebbene quelli di Harari siano libri divulgativi e non esattamente matrici di un nuovo metodo. Il punto però è che ci sono almeno tre intrecciati saperi generali indispensabili per affrontare le principali questioni del mondo complesso nel suo generale.

Il primo di questi saperi è la storia ma una storia non limitata al proprio paese o all’Occidente per noi che di quella civiltà siamo parte. Dai lavori di P. Frankopan[3] al più recente Pierre Grosser[4], così come Parag Khanna nel suo ultimo “Il secolo asiatico?” (Fazi editore, 2019), è tutto uno scoprire che il 60% dell’umanità è in Asia (la somma di Europa, Nord America ed Oceania dà 10%, e in prospettiva sarà in contrazione) e dal momento che l’Asia ha intrapreso una sua strada di nuovo sviluppo declinando a modo suo le ricette a base della modernità occidentale il XXI secolo sarà certamente un “secolo asiatico”. Cosa sappiamo noi dell’Asia? E quello che sappiamo chi ce lo ha raccontato? Da che punto di vista? Carico a priori di quali teorie? Veniamo da anni di dibattito televisivo con “esperti” che dell’islam non avevano neanche le conoscenze di base da Bignami[5], non sembra che sull’Asia andrà meglio. Altresì, la storia di una specie che ha 200.000 anni (e come genere più circa 3 milioni), non si può ridurre allo stretto arco di ciò di cui abbiamo fonti scritte. Sebbene archeologia, paleo-antropologia o paleo-ecologia, nonché biologia evolutiva, non siano oggi parte dello sguardo storico, se si vuole integrare la storia effettiva del tempo profondo, occorre averne una qualche nozione.

Se i fatti storici sono il tempo, il tempo è inestricabilmente intrecciato allo spazio che è studiato in geografia, il secondo sapere necessario. La geografia determina, condiziona, suggerisce, impedisce. Una certa retorica idealistica, ha di recente svalutato l’importanza materiale dello spazio, si è addirittura profetato un mondo post-geografico. La logistica delle reti commerciali internazionali, i relativi conflitti geopolitici per il controllo di passi, stretti, fiumi, coste, risorse e fonti d’energia; le migrazioni, le crisi ecologiche, ci dicono che la nostra platonica immaginazione post-materiale ha corso un po’ troppo. I vari attriti dello spazio evidenti ad un occhio geografico permangono dato che siamo fatti di atomi-molecole-cellule e non di bit. Altre volte nella storia delle idee abbiamo visto questo entusiasmo ingenuo  per il quale ogni cosa era un ingranaggio meccanico (‘600) o una macchina termodinamica (‘800), ora è tutto informazione.

Dopo la storia e la geografia, è chiaro che nozioni di demografia, storia delle religioni, storia delle culture e delle idee, geo-storia-economica, sono altresì necessarie. Viepiù appare bizzarro constatare che le principali cattedrali del sapere universitario economico, siano praticamente prive di corsi di storia dell’economia, come se l’economics fosse una ideologia unica, a-temporale, a-spaziale, una disciplina newtoniana di saperi senza spazio e tempo, veri per sempre ed ovunque. Ecco perché la regina Elisabetta ebbe gioco facile a sgridare l’intero corpo accademico della London School of Economics rimproverando loro di non aver neanche per sbaglio previsto il crollo dell’economia occidentale nel 2008. Quella insegnata alla LSE o alla Bocconi è una “scienza”? Una scienza incapace di fare previsioni ed esperimenti, ma solo modelli matematici? Disincarnata dalla demografia, storia, geografia, sociologia, geopolitica, ecologia, sistemi di immagini del mondo e financo psicologia? Una scienza umano-sociale disincarnata da uomo e società?

Insomma il solo limitato e specifico corso di “Umanità nel tempo e nello spazio” convoca un sistema integrato di saperi che oggi sono del tutto dis-integrati.

Nel secondo ambito dei corsi di studio che si pensano di impiantare alla LIS, c’è un saporito elenco di pensiero critico, creatività ed ideazione, strategia ed ovviamente un chiaro riferimento ai saperi trans-disciplinari dei “sistemi complessi”. Sono poi anche previsti corsi di fisica del mondo (da intendersi probabilmente come nozioni generali di fisica-chimica-biologia), tecnologie, teoria economica ed altro. Vedremo come si compirà il quadro definitivo. Sta di fatto che l’intento sembra ricomprendere la conoscenza necessaria in un unico arco “dalla fisica alla metafisica”[6], ameno nelle nozioni generali.

Questa ipotetica forma nuova della conoscenza complessa poiché “intrecciata assieme”, ha bisogno di alcune altre specifiche per avviarsi a dibattito.

La prima è che ovviamente non sostituisce i saperi specialistici non meno necessari di questa impostazione generale. Semplicemente, sarebbe utile avere nelle aziende, nelle amministrazioni, in politica, nel mondo intellettuale, compresenza di specialisti e generalisti poiché la grana fine delle parti e la grana grossa dell’intero, sono livelli di lettura ed analisi idealmente e praticamente complementari ed entrambi necessari. Si tratta solo di aggiungere nell’ideale piano cartesiano che individua gli oggetti ed i fenomeni, alle ordinate degli specialismi, le ascisse dei generalisti. Il tutto e le sue parti sono co-implicati poiché si co-determinano.

La seconda è che i nuovi “generalisti” ovviamente non saranno onniscienti. Andrebbero però dotati di coordinate di orientamento in un set di saperi generali ritenuti necessari da individuare e probabilmente a loro volta da declinare in due tre indirizzi che pesino di più o di meno le tre famiglie delle conoscenze: scienze dure, scienze umano-sociali e saperi più prettamente umanistici. Elementi di cultura generale farebbero bene anche a chi sceglie i saperi tecnico-applicati ed a tutti farebbe bene anche una spolverata di Storia dell’Arte e delle Religioni. Questa pratica di brokeraggio delle conoscenze che i nuovi “generalisti” potrebbero svolgere, farebbe anche molto bene ai rapporti tra mondi della conoscenza e mondo delle pratiche. Ad esempio, coltivare i saperi antropologici è assolutamente utile e necessario anche se magari è difficile che singole aziende assumano un antropologo (alcune recentemente hanno cominciato a farlo, per altro) o un filosofo o un sociologo. Se però ci fosse l’abitudine a consultare vari tipi di esperti in vari campi per vari problemi, anche l’antropologo o il filosofo o il sociologo avrebbero di che vivere senza per forza diventare assistente precario per tutta la vita del loro dispotico titolare di cattedra[7] o diventare improbabili impiegati di multinazionale.

Infine, trattandosi di un nuovo sistema, non ci si fermi a questi primi balbettii. Si devono immaginare percorsi, tentativi ed errori, sperimentazioni, ideazione creativa e stretta verifica con feedback correttivi, prima di avere idee più fondate. Altresì, si debbono immaginare sintesi e sintesi di sintesi che oggi non ci sono, testi interdisciplinari, multidisciplinari, transdisciplinari[8], dibattito sul metodo, strumentazioni, banche dati sistematiche, cataloghi e nuove categorie oltreché concetti. Insomma va sviluppata una nuova forma di cultura integrata  e dopo secoli di disintegrazione, non sarà facile ed immediato farlo.

L’Era della Complessità pone questioni che non possono esser affrontate senza predisporsi al cambiamento anche deciso, delle forme organizzative della nostra vita sociale. Sappiamo e ci preoccupiamo delle questioni ambientali, della questioni etiche connesse allo sviluppo delle nuove tecnologie, delle potenti frizioni della tettonica geopolitica, delle sempre maggiori diseguaglianze, degli squilibri demografici, dell’impazzimento semplificatorio del dibattito pubblico. Dovremo cambiare molte cose ed abbiamo lunghi elenchi di problematiche critiche. Chi discuterà le soluzioni? Nell’interesse di chi? Con quel mentalità? Forse la prima risposta è proprio quella di ripensare a come pensiamo le cose.

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[1] “Songe d’Automne” pare sia l’ultimo pezzo suonato dalla famosa orchestra del Titanic mentre il vascello affondava. Si noti l’ironico richiamo a quell’ “autunno” come china finale di un ciclo storico-economico di braudeliana memoria.

[2] La presenza tra i promotori della McKinsy è interessante. Una delle principali società di consulenza aziendale mondiale, quanto a management e strategia d’impresa forse “la” principale, McKinsey è stata essa stessa spesso accusata di mente-piattismo e di contro, chi meglio di loro ha il termometro di quale sia il “livello culturale” del management d’impresa che nel tempo ha sostituito capacità varie con l’uniformismo finanziario?

[3] P. Frankopan, Le Vie della Seta. Una nuova storia del mondo Mondadori, 2017

[4] P. Grosser, Dall’Asia al mondo, Einaudi, 2018

[5] Sarà il caso specificare che l’islam è un sistema che copre circa 1,7 miliardi persone che è poco meno di un quarto della popolazione mondiale, è la religione principale in 57 stati (più di un quarto del mondo) di tre aree continentali (Asia, Medio Oriente, Africa), ha due principali interpretazioni (sunniti e sciiti) e ben quattro scuole giuridiche (interpretazioni diverse della sharia). Gli Arabi (cluster non privo di problemi definitori), sono meno del 20% dell’islam e le interpretazioni del Corano in uso presso l’Isis, sono quelle praticate in un solo paese di tutto il mondo musulmano: l’Arabia Saudita.

[6] Che poi era il modello del “Liceo” di Aristotele.

[7] Segnalato dal fisico Carlo Rovelli, questa invocazione al ruolo della filosofia come essenziale alla formazione dei pensieri, logiche ed argomentazioni , in ambito scientifico (con esempio relativi alla biologia, scienze cognitive e la stessa fisica oltreché, ovviamente, come epistemologia). Gli autori, tra cui lo stesso Rovelli, provengono dalle scienze, dure, umane e sociali ed il pensiero umanistico propriamente filosofico. https://www.pnas.org/content/116/10/3948?fbclid=IwAR3HQ8bHTqBJI2_D_HerrILa7aOF30WdHds96uWvGST0V0ErZzvn3dtawV4

[8] I riferimenti vanno facili ad i due volumetti di E. Morin: La testa ben fatta, Cortina, 2008; I sette saperi necessari all’educazione del futuro, Cortina, 2001

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