ITALIA – EUROPA – MONDO.

 

 Jakub J. Grygiel insegna alla P.H. Nitze School della Johns Hopkins 41bekadhkzl-_uy250_University ritenuta il vertice dell’insegnamento per le Relazioni Internazionali (in compagnia di F. Fukuyama e Z. Brzezinki), consulente OECD e World Bank, pubblica su American Interest e Foreign Affairs. Proprio sul numero di Settembre della rivista americana  che dà voce a gli studiosi degli scenari internazionali e della geopolitica dal punto di vista americano, Grygiel lancia la visione (qui) di una Europa in cui ritornano di centralità gli Stati-nazione. Ma non lo fa come lo farebbe un giornalista decerebrato dal tormentone retorico del terrore per il ritorno dei nazionalismi e dei populismi, lo fa da sano realista, intuendone la necessità e poi cogliendone le opportunità.

Grygiel definisce l’UE “sconnessa, inefficace ed impopolare” e più avanti “in chiaro deficit democratico”. Crisi dei migranti, asimmetrie non più sostenibili all’interno della zona euro, paralisi geopolitica nei confronti della Russia, del Medio Oriente, del Nord Africa, senza più il fidato (per gli americani) sergente britannico, scollamento ormai palese tra progetto ed opinioni pubbliche. Forze destabilizzanti che, in assenza di risposte e soluzioni, portano sempre più leader politici nazionali ad un ritorno alle leve di sovranità interna. L’utopia europea sembra aver perso la scommessa contro la sovranità nazionale.

Un ritorno allo Stato-nazione che, secondo lo studioso, non porta di necessità ad un traumatico scioglimento dell’UE ma ad una richiesta di minori vincoli unionisti e maggior libertà nella gestione delle essenziali leve del potere stato-nazionale, sul modello della linea del Gruppo di Visegrad – Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia. A Grygiel  non è sfuggito il recente meeting di Atene per una -secondo lui giusta- rivendicazione di un interesse comune degli stati mediterranei a lungo ignorati da Bruxelles (si scrive Bruxelles ma si legge Berlino).  Questo ritorno all’interesse nazionale non porta necessariamente allo spettro del nazionalismo ma ad un sano “patriottismo” (!). La sovranità non porta dimapa1363531761051602500 necessità l’ostilità tra le nazioni e queste potranno ben mantenere in comune il loro mercato come la Gran Bretagna vorrebbe fosse nel dopo Brexit. Del resto, sulle contraddizioni tra Unione e Nazione, secondo l’americano, soffia da tempo la Russia fiancheggiatrice dei molti gruppi populisti e nazionalisti attivamente supportati e finanziati e se si lascerà loro il monopolio della pulsione al ripiegamento nazionale, allora sì che gli spettri più inquietanti usciranno dai sepolcri.

Ecco allora il sano realismo tipico della maggior scuola di IR americana: “Una rinazionalizzazione dell’Europa potrebbe essere la migliore speranza del continente per la sua sicurezza”. Gli USA hanno sponsorizzato il progetto Europa ma dal momento che gli europei non sono stati in grado di portarlo ad efficace compimento, continuare a supportarlo significherebbe porsi sul versante sbagliato, lasciando sole (cioè ai russi) le forze oggettive che reagiscono a questo fallimento. Ed ancora: “Washington non deve temere lo scioglimento della UE” (si scrive -non deve temere-, si legge -deve favorire-). Ed a proposito dell’inazione e la passività dell’UE sul caso ucraino, meglio allora fiancheggiare direttamente come USA  gli stati di contatto confinario con la Russia: “Le persone sono molto più disposte a combattere per il loro paese, per la loro storia, il loro territorio, la loro comune identità religiosa, piuttosto che per un organismo regionale astratto, creato per decreto” . Dunque si prevede che qualcuno dovrà “combattere” come ha ben intuito la Germania che ha varato -di recente- le sue allarmanti guideline per una “protezione civile” che tenga conto dei rischi di guerra chimica e nucleare e quel qualcuno dovrà esser aiutato generosamente da chi non vede l’ora di soccorrerlo.

E poiché al realismo si può sempre unire il perseguimento di fini utilitari strategici, ecco -rispetto al nuovo spezzatino degli insignificanti staterelli europei tornati “sovrani”-, domandarsi “come altro potrebbero difendersi dalle minacce alla propria sicurezza?” sia tra quelle presenti, sia tra quelle dell’immediato futuro che gli americani obama7-1000x600-1 saranno sempre più pronti a spandere a piene mani ai quattro angoli del globo? Ma rinforzando il vincolo NATO, è ovvio! E non solo, si parla di paesi “sopraffatti dalle migrazioni di massa”? Ecco allora il discorso di Obama alla Nazioni Unite che annuncia un coordinamento americano di 50 paesi pronti ad accogliere rifugiati. Qui non s’improvvisa nulla, gli americani creano i problemi e poi piazzano anche le soluzioni, del resto il marketing -più o meno- l’intelligence del nostro modo economico, di norma fa proprio questo. E poiché anche il “soft” del “power” ha le sue esigenze, ecco che Kant sarà pur stato tedesco ma visto che i tedeschi non sono capaci di gestirne l’eredità,  ora l’imperativo categorico lo verniciamo a stelle e strisce (qui), perché la leadership ha da essere anche etica.

Si va quindi a chiudere  con uno squillante: “ l’Europa sarà in grado di affrontare le sfide per la sicurezza più urgenti solo se abbandona la fantasia di unità continentale e abbraccia il suo pluralismo geopolitico”. “E pluribus unum” è il motto americano dal 1776, noi “pluribus” siamo e “pluribus” è meglio che si torni ad essere.

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Tecnicamente parlando, questo è lo scontato ed eterno revival del “divide et impera”. La locuzione latina è sovraesposta e pochi ne colgono il ruolo essenziale nella dottrina imperiale di ogni tempo e luogo. Il “divide et impera” coglie e rinforza anche l’altro dispositivo storico di relazione tra entità politiche sovrane diverse, il “nemico del mio nemico è mio amico” (ve ne sono poi varie versione a seconda di come assortite i tre termini che come il famoso “problema dei tre corpi” di H. Poincarè, è alla base delle situazioni complesse). Questi concetti, percepiti come motti di semplice saggezza popolare storica, sono appunto storicamente saggi perché veri, utili, provati e riprovati. Oggi veniamo tutti educati al “nuovo” ma in queste faccende concrete e non ideali, l’empirico dàkeep-calm-and-divide-et-impera molte più garanzie e soddisfazioni.

Gestire “from behind” i territori che intermediano tra un impero (USA) ed il nemico (Russia), nel nostro caso l’Europa, è lo standard di una gestione geopolitica sistemica. Si possono così ottenere una serie di situazioni estremamente vantaggiose:  1) la possibilità dello “sherry picking” ovvero scegliersi  i partner utili a questo o quello, volta per volta, mettendo anche gli uni contro gli altri in una gara alla fedeltà imperiale che ne abbassi le pretese e ne rimuova le resistenze; 2) sabotare l’emersione di un nuovo polo europeo pronto a giocarsi la partita nel mondo nuovo che oramai s’è capito sarà multipolare (vedi ambizioni della Germania);  3) sobillare le paranoie dei singoli stati più propensi alla frizione con la Russia e poi con la Cina facendo impantanare questi ultimi che debbono dare approdo alla loro Via della Seta, nella pari complessa gestione del vociante pollaio europeo con cui -soprattutto i cinesi- non hanno alcuna dimestichezza.

Del  resto i britannici questo hanno preso a fare con l’idea di trattati commerciali one-to-one ora che non sono più legati ai vincoli unionisti e tra l’altro, ora che non ci sono più loro, ecco che tedeschi e francesi si fanno strani disegni in testa come la nuova forza armata europea o l’affossamento del Ttip. L’euro, così com’è, non solo non serve a niente visto che la Germania non si allinea alle allegre politiche espansive stile Fed o BoJ e con l’ossessione austera deprime la domanda inceppando l’intero meccanismo globale a proprio esclusivo vantaggio e chissà se qualche quota delle riserve mondiali che andranno necessariamente perse per far posto allo yuan, non potranno esser recuperate dal dollaro, togliendolo di mezzo definitivamente. La Via della Seta, infine, bussa ai confini dell’Iran ed Erdogan di conseguenza ha cominciato a prepararsi come tappa successiva, manca poco che le infrastrutture arrivino a destinazione, cioè proprio in Europa. Meglio frammentare il territorio per rendere la vita difficile ai cinesi, altrimenti l’Europa è persa e con essa la guerra intera poiché, come ogni studente al primo anno di IR sa, l’atlantismo è il paradigma indiscutibile del Sistema Occidentale guidato dagli Stati Uniti. Persa l’Europa, ecco l’Eurasia, l’incubo geopolitico madre di tutta la geopolitica anglosassone.

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E poiché si stava parlando di atlantismo eccoci alla cronaca recente. L’Atlantic Council, il think tank nato nel 1961 per sovraintendere allo sviluppo e gestione dei legami che fanno il Sistema Occidentale, tramite le mani di John Kerry, ha attribuito il Premio Cittadino 20160920_0342-755x515Globale 2016 a Matteo Renzi. Dal vertice di Atene con i paesi mediterranei, Renzi ha intrapreso una manovra di distinzione dal precario “direttorio” messo in piedi in maniera improvvisata da Merkel ed Hollande dopo Brexit. Della divergenza, si è vista palese evidenza al recente vertice di Bratislava ma anche nella firma italiana di un documento assieme ad altri 11 paesi europei che vogliono continuare le trattative sul Ttip (qui) ed infine, nel non invito al vertice di Berlino del 28 Settembre tra Merkel, Hollande e Juncker che per altro ha fatto sapere a Renzi che di “flessibilità” ne ha avuto anche troppa, il che significa guai. Nel mezzo, appunto il premio americano che Kerry ha conferito dicendo che “l’Italia è sulla buona strada”, “buona strada” per andare dove?

Dopo Ventotene e gli annunci di impegno comune per la difesa europea, si sono incontrati il ministro francese con quello tedesco ma non con quello italiano. La difesa italiana quanto ad industria, è legata a doppio filo prima con quella britannica e poi con quella americana e poiché il senso del nuovo programma della nuova difesa europea è legato proprio alla sviluppo di una ricerca ed un produzione competitiva per questa industria, ecco che, tornati dall’isola sul continente i tre leader, le strade si sono subito divise. O stai di qua o stai di là.

Quella italiana rimane la strada di una fedeltà atlantica senza alternative, la “buona strada” per la quale Renzi è stato premiato non solo all’Atlantic Council ma anche con il principale servizio di Vogue America (qui) con tanto di foto di Annie Leibovitz nel quale Renzi è presentato come il riformatore che ha liberato il suo partito liberal da ideologie retrodatate, il riformatore dell’Italia ma anche il prossimo riformatore dell’Europa (?).  Premiato infine, con l’invito ad una inedita “cena personale” alla Casa Bianca, il prossimo 18 Ottobre con la famiglia Obama. Atlantismo di ferro, sempre più attivo in casa nostra vista la possibile, prossima nomina anticipata dall’Espresso, del Presidente RAI -Monica Maggioni- a responsabile della sezione italiana della Commissione Trilaterale (qui). Allineamento già rimarcato in Afghanistan, Iraq e Libia.

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Arrivando alla somma che fa il totale, si potrebbe pensare che il pensiero profondo dell’élite geopolitica americana cominci a puntare alla disgregazione dell’Europa e conseguente eutanasia dell’euro e chissà se Joseph Stiglitz, “annusando l’aria” ovvero questo nuovo consensus che vien formandosi a Washington, abbia anche da ciò tratto motivazione a riproporre la vecchia idea della separazione degli euro a cui ha dato gran pubblicità proprio qui da noi con un inedito tour estivo. L’Italia sembra assurgere a paletto di frassino da conficcare nel cuore germanico che gli americani sanno che -da sempre- non batte certo per loro, da cui multe ad Apple e ritorsioni su Deutsche Bank. E dal dopo Brexit che la stampa ecofinanziaria anglosassone ha lanciato la nuova profezia dell’Italia come secondo uscente dall’impianto europeo (dall’euro) ed in questi casi si sa che certe profezie servono proprio per auto avverarsi. La sequenza delle prossime elezioni in Euroland: referendum ungherese, Austria, ennesimo tentativo spagnolo, Olanda, Francia per concludere a Settembre 2017 con la Germania, garantisce un’Europa sempre più scettica su se stessa e paralizzata dai rinnovi di potere, se Renzi fosse lanciato da una vittoria referendaria, potrebbe attaccare proprio mentre son tutti distratti. Non è detto vada tutto liscio ovvio, potrebbe ad esempio spuntare fuori un Trump che scombina un po’ i piani americani ma chissà poi di quanto, l’interesse americano ha una sua oggettività che prescinde dall’interprete che abita la Casa Bianca. A gli americani piace l’idea dell’uomo del destino ma la sostanza è che sono un sistema e l’uomo del destino ha invero un solo destino possibile: servire l’interesse del sistema. In otto anni, Obama, non è riuscito neanche a chiudere un carcere (Guantanamo), se firma una tregua coi russi in Siria il sistema manda i bombardieri a farla saltare, cosa di più potrà fare il -very powerful man- con i capelli color giallo pulcino?

Noi in quanto cittadini del sistema italiano, rimaniamo sempre un passo indietro. Contro952_romero_la_notte_dei_morti_viventi l’euro e contro l’UE facciamo il gioco degli americani imperial-globalisti, a favore facciamo il gioco della Germania ordoliberista che ci devasta con le sue “riforme”. Per il “nostro gioco”, il turno non arriva mai. I tanti che si deliziano e dilettano sul concetto di sovranità, dovrebbero ogni tanto dare un occhiata a quanto il mondo è complesso (nazione, regione, pianeta), a quante poche speranze di emancipazione ha un soggetto cieco e fragile che come nei film di Romero, scappa impaurito da un orda di zombie ordoliberisti, per finire nelle braccia dei Dottor Stranamore e viceversa. “Interesse nazionale” concetto davvero incomprensibile per un paese che al massimo è diventato uno Stato ma non ancora una nazione.

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NOTA. Huang Hui, esponente della Nuova Sinistra cinese, in questo articolo (qui) ricordava che Mao Zedong cambiò le priorità di analisi tra il 1926 dove privilegiava il campo interno della lotta di classe, al 1930 quando l’imminenza dell’invasione giapponese e il dilagare del fascismo internazionale, lo portò a ritenere che la “contraddizione principale” si andava spostando dalla lotta interna alla lotta tra le nazioni. Oggi, oltre all’ambito interno ed a quello internazionale, si somma anche quello globale ed il pensiero dell’emancipazione, dovrebbe far forse qualche sforzo in più per rilevare meglio la complessità dei contesti nei quali collocare le analisi. Oltre a sviluppare “critica” su cui siamo campioni mondiali, prender coraggio nel sviluppare anche qualche brandello di più concreta e coraggiosa strategia complessiva. Altrimenti si tratterà solo di preferenze di cottura, se quella lenta della padella o quella sfrigolante della brace. “Tertium non datur”?

 

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ETERODOSSI DI TUTTO IL MONDO, UNITEVI!

Recensione del libro: S. Cesaratto, Sei lezioni di economia, Imprimatur, 2016

lezioni_economia_lowIl fine del libro di Cesaratto è condividere conoscenza economica per una più democratica partecipazione politica ai destini del tempo che ci è toccato in sorte da vivere. Corre l’obbligo di ricordare l’abusata citazione del biografo di Keynes (Skidelsky) il quale, dell’economista britannico, raccontava il sottile piacere che provava di origliare -ai party- le conversazioni tra membri dell’ élite, conversazioni che i soggetti conducevano senza rendersi conto di star replicando null’altro che sistemi di idee forgiate da qualche economista a loro ignoto. Se si è un pensatore economico come Keynes, questo potere sulle menti che fanno il mondo, certo fa piacere. Ma se si è un cittadino, corre l’obbligo di capire meglio quali sono questi sistemi di idee, come sono strutturati al loro interno, quali conseguenze portino, sia per lo sviluppo del sistema di pensiero che diviene poi così condizionante per il pubblico dibattito, sia e soprattutto per gli effetti che i tramiti politici ne danno nella  applicazione all’organizzazione economica che poi impatta sulle nostre forme di vivere associato.

Credo sia questo ad aver mosso il professore di Siena a darci le sue sei lezioni, approfondite e comprensibili pur se rigorose e poco inclini alla narrazione, soprattutto rivolgendosi a quanti hanno animo critico verso lo stato economico (quindi politico) della nostra realtà e però scelgono la via facile ma sterile dell’olismo negativo (no a questo, no a quello ed in definitiva no a tutto) senza penetrare il dovuto, la complessità delle idee che poi portano alle scelte. Scelte che andrebbero fatte per proporre non solo una resistenza negativa, ma anche qualche possibile e realistica alternativa percorribile. In particolare, sembra, rivolgendosi a quella sinistra che nata da un economista politico, ha perso la prima parte in favore della sola seconda diventando impotente, nel mentre la disciplina –l’economics– perdeva la seconda parte, trincerandosi nella presunta oggettività scientifica della prima.

Il filo rosso della visione del problema economico di Cesaratto, sembra essere il rapporto tra il conflitto per la distribuzione già ben chiaro nell’origine di Ricardo e Marx e il vincolo estero, il che porta in conseguenza la centratura sul perimetro economico di un preciso stato-economia-paese. Nei primi tre capitoli, oltre ai Classici, (i due citati più la Legge di Say e Adam Smith che Cesaratto non riduce come fanno i più alla vulgata irriconoscibile tipo il citato Adam Smith Institute che lo scozzese non avrebbe, credo, riconosciuto come propria emanazione), c’è ben spiegata la fatidica svolta marginalista, l’opposizione incompleta nei fondamenti  tentata da Keynes e quella ben meglio riuscita secondo il nostro, di quel Piero Sraffa a cui Cesaratto si rifà a livello teorico (anche integrando la ripresa che ne fece P. Garegnani).

A proposito dell’inconsapevole uso di sistemi di idee che hanno forgiato altri pensatori, sarebbe anche interessante ricondurre a loro volta gli economisti ai filosofi. I presupposti della svolta marginalista ad esempio, possono risultare improvvisi e mal compresi se non ambientati nel clima intellettuale del trionfo utilitarista, contornato dal positivismo e dal darwinismo spenceriano.  E del resto, presupposti filosofici sono senz’altro presenti in Smith che tra l’altro insegnava filosofia morale, nonché nella travagliata discendenza di Marx da Hegel ma non meno presenti in Keynes, lo stesso Sraffa amico personale ed intellettuale tanto di Gramsci che di Wittgentein (wow, che mix interessante!) Hayek e perfino l’orrido Friedman. Ed ancor più proficuo per la com-prensione se poi  i sistemi filosofici, politici ed economici fossero messi in asse con il trascorso storico. Storia che, come sottolinea Cesaratto, storia del pensiero economico e storia economica in quanto tale, s’insegna sempre meno per lasciare campo unico alle nozioni che possano servire di pronta beva per inserirsi nell’acritica riproduzione del pensiero dominante applicato che, di per sé, esclude il pensante. Nel testo in questione e nelle ricche e puntuali bibliografie, non mancano invece accenni a messe in quadro più ampie (K. Polanyi, A. Hirschman, C.P. Kindleberger) e critiche. Critica che non è sempre e solo antitesi secca ma anche pesatura delle verità, loro relativizzazione a precisi contesti, bisturi logico che tagliando e separando mostra la complessità del molto che sempre si vuol ridurre  al poco.

Si arriva così, dopo le prime tre lezioni su i fondamenti del pensiero, alla quarta su misteri della moneta, meno misteriosa del dovuto e del necessario ed  alla quinta in cui il racconto della “lunga caduta” parte dagli anni ’50 ed arriva ai fatti più recenti, osservando proprio nella storia economica e politica italiana, interpuntata da percentuali di crescita sempre più esigue, l’inesorabile declino corrispondente alla scelta incomprensibilmente condivisa anche dal PCI e dai sindacati, di tutelare sempre meno la maggiore eguaglianza o se non altro, una più equilibrata distribuzione dei redditi e soprattutto la folle scelta di rinunciare alla benché minima strategia di politica economica. Un tacito accordo per evitare il conflitto che ha portato a scaricare sul debito crescente le contraddizioni che oggi ereditiamo, peggiorate e sclerotizzate dalla gabbia d’acciaio del vincolo esterno e della inflessibilità della valuta unica. Siamo già dentro l’euro e l’Europa che torna poi, nell’ultima lezione, con una spiegazione minuziosa, della politica BCE – Draghi, le sue lentezze, la sua timidezza, la sua cautela dovuta alle pressioni tedesche, la sua incerta efficacia, figlia come sempre di un sistema di idee che, anche al di là di diverse preferenze teorico-ideologiche, più che altro ha ormai dato ampiamente prova di non funzionare, di non poter conseguire i risultati attesi e dichiarati.

Cesaratto non la vede bene. Stante che una unione intorno ad una moneta senza una unioni di stati è palesemente un assurdo sotto tutti i punti di vista, è proprio questa unione di stati ad esser impossibile rendendo quindi l’assurdità permanente e senza sbocco. Vince così la predizione di Hayek di un federalismo leggero unica mediazione possibile ed accettabile per entità troppo disomogenee, un massimo comun divisore davvero minimo. Minimo ma comunque in grado di espropriare l’oggetto del contendere democratico, il conflitto distributivo. Si rimane così nell’impasse del triangolo divergente di forze tra una irrealizzabile promessa di impossibile unione politica,  paesi periferici resistenti quanto impotenti, arroccamento teutonico in un mercantilismo egoista che non consente alcuna forma di cooperazione organica. Impasse che può continuare a lungo prorogando l’agonia fino alla definitiva dissipazione di ogni forza e resistenza o tracollare prima in una qualche crisi finanziaria fuori controllo, piuttosto che non una politica tipo Le Pen o affini. E’ a questa seconda che si dovrebbe lavorare, accelerare la crisi interna al sistema in modo che auto-imploda permettendo così di sgombrare il campo e volgerci al dopo. Dopo sul quale -però- sarebbe il caso di cominciare a chiarirsi le idee. Chiarimento a cui le sei lezioni di Cesaratto portano un ottimo e propedeutico contributo di conoscenze necessarie per il pubblico dibattito.

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La parabola complessiva del pensiero economico occidentale moderno sembra esser passata dalla produzione di parole in rapporto alla realtà, alla produzione di meno parole e più numeri che però hanno gradatamente perso il contatto con la realtà. La fuga dal pericolo ideologico e l’inseguimento degli standard oggettivo-scientifici da “scienza dura” dell’economics ha prodotto una paradossale ideologia para-scientifica, una “ideologia dura”. La cessione di sovranità del pensiero politico a questa ideologia dura, ha fatto perdere alla politica la funzione di gestione dello scontro per la ridistribuzione, lasciando contendibili (e facilmente concessi) i soli diritti civili. Scontando la evidente mancanza di una vera teoria dello Stato in Marx, la sinistra internazionalista ha finito con l’imboccare una vaga e confusa vocazione cosmopolita (un vecchio retaggio addirittura del pensiero stoico), porgendosi così idealmente prona e di supporto  ai vari salti di intensità della globalizzazione rampante.

Per quanto Cesaratto insista anche nella nota finale dell’Epilogo, sul fatto che la teoria neo-classica dominante vada attaccata proprio al suo interno, nei suoi meccanismi che sarebbero sbagliati sul piano logico-empirico e mostri un certo fastidio per gli approcci eterodossi (ad esempio neo-keynesiani) che sembrano introdurre altri punti di vista, “soggettivi” o “morali”, il mondo eterodosso è ben più ampio e variegato. Oltre ai citati da Cesaratto ( tra cui anche Kalecki, List, Myrdal), egli stesso  riconosce che “un esito è una combinazione di molteplici cause”. Sia quindi per spiegare i sistemi di idee, sia per spiegare i loro effetti storici che non sempre discendono linearmente da questi sistemi analitici, sia per riformulare i concetti economici, nonché per ripristinare un pensiero organico e concreto che includa la politica, ed a proposito di vincolo estero, tramite la geoeconomia anche la geopolitica, forse può esser utile dare anche uno sguardo più ampio.

Poco tempo fa, ho letto “Economia. Istruzioni per l’uso” di Ha-Joon Chang (il Saggiatore,economia_pcMilano, 2015) di cui già recensimmo un libro (qui) che insegna Economia dello sviluppo a Cambridge. Anche il coreano appartiene alla plurale e variegata pattuglia degli eterodossi, una definizione che già in sé la dice lunga sullo stato dogmatico del pensiero economico dominante contemporaneo che mutua le categorie dalla teologia. Ha-Joon Chang è un economista istituzionale (Veblen, Connors, Galbraith, ma alcuni adepti di questa scuola inseriscono anche Marx nelle fondazioni) che ci parla anche degli sviluppisti, degli austriaci, dei schumpeteriani come i keynesiani in versione anche “neo” (prefisso che assieme a “post” spadroneggia nelle pigre classificazioni tardo-novecentesche), dei comportamentali e sperimentali (e dei neuroeconomisti) oggi in grande ascesa, mentre la vasta tribù eterodossa si arricchisce anche dei termo-bio-ecologisti e degli evoluzionisti (qui, un sito interessante da seguire a riguardo) in un pluralismo di approcci che si allarga viepiù all’antropologia, la sociologia, la geo-storia, varie forme delle varie versioni di teorie critiche, l’ecologia e financo il femminismo. “La realtà economica è complessa e non può essere analizzata per intero con una singola teoria” dice Ha-Joon (pg.429). Il bilancio da contendersi nel conflitto della distribuzione come nota Cesaratto stesso, deve fare i conti con il suo ammontare generale nell’economia-Paese, spesso dipendente dal livello di sviluppo tecnologico, di innovazione e competitività,  di relazione con l’estero, di sostenibilità ambientale, di divisione internazionale del lavoro, di sostenibilità finanziaria e monetaria, di equilibrio e compromesso tra regole economiche e regole socio-politiche che non sembrano accordate naturalmente tra loro. I rapporti tra dinamica e stabilità, tra equità ed ecologia, tra novità e varietà, tra resilienza e potenza, tra dimensione delle economie nazionali e vastità dell’ambito dei mercati planetari o di quelli che si formano regionalmente pur sempre inter-nazionali, nonché le decisioni tra quanto essere totalmente “aperti” o parzialmente “chiusi” nella circolazione finanziaria come in quello dello scambio commerciale, non sono decisioni tecniche ma prettamente politiche. Altresì non sono decisioni basate su leggi ma su ipotesi per quanto corroborate da logica razionalità ed un minimo di verifica empirica, ipotesi plurali, ipotesi basate su questioni che mostrano effetti intrecciati e non lineari, complessi.

Solo una democrazia di cittadinanza attiva può farsi carico del dialogo tra queste opzioni e decidere consapevolmente cosa ritenere imprescindibile e quali prezzi pagare per queste imprescindibilità, stabilire i fini e farne conseguire i mezzi. L’economia è un intricato sistema di ampolle e tubi la cui capienza idraulica è ben maggiore del liquido che effettivamente vi circola, il suo “può essere” più ampio del suo “essere”. Si tratta quindi di decidere, decidere quanto liquido è necessario, quanto costa averlo, dove e come produrlo, quanto è opportuno che circoli ed a che velocità, dove ristagni e dove cada a pioggia, irrorando chi, quando ed in quali quantità. Viepiù oggi che limiti ambientali e limiti geopolitici,  limiti sconosciuti ai tempi in cui i fondamenti delle principali teorie economiche vennero piantati, premono con diversa forza ed urgenza su questa complessità idraulica. Viepiù oggi che il dominio dell’ideologia dura che domina la disciplina, ha prodotto il massimo di diseguaglianza ed il massimo di paralisi economica che altro non sono che due facce della stessa medaglia, l’asimmetria che concentra il liquido in un sistema che fa di tutto il mondo un mercato e nel sottosistema di riproduzione finanziaria che più che ampolle, usa bolle.

Riagganciando dunque la politica all’economia, ben vengano quindi le lezioni dei nostri professori e speriamo che dall’altra parte, non alunni ma cittadini, sentano l’urgenza di capire meglio su cosa debbono decidere e pretendano poi l’essenziale sovranità di queste decisioni e responsabilità degli effetti che comportano. Ma ben venga anche una nuova comunità intellettuale critica e pur plurale negli approcci, che corroda il dominio ideologico del pensiero unico aprendo ad un nuovo uso pubblico ed argomentativo della ragione economica. Anche questo è decisivo per l’ “adattamento” all’Era Complessa.

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MILLE E UNA SETTA.

L’islam è un sistema basato sul concetto di unicità, quindi di unità ma da quando è nato ad oggi, non ha fatto altro che dividersi al suo interno. Altresì vorrebbe essere un sistema in cui il religioso è l’ordinatore primo, quello a cui il sociale, l’economico, il militare ed il politico sono subordinati ma da tempo ormai si assiste, in diversi casi, all’inversione della subordinazione. Ne nasce una certa dinamica, un movimento che è difficile da leggere e capire, soprattutto per noi occidentali che usiamo un ben diverso sistema di immagine di mondo.

Arrivano in questi giorni, due notizie che segnalano un certo movimento nella tettonica a placche dell’islam. La prima è stata inspiegabilmente ignorata in occidente ed è il pronunciamento (fatwa), di un certo numero di ulema sunniti, riunitosi a Grozny in Cecenia, a fine Agosto. La seconda è la polemica al calor bianco tra sauditi ed iraniani a proposito della gestione del tradizionale hajj, il pellegrinaggio rituale a Mecca e dintorni, il quinto pilastro della fede islamica, che si terrà il prossimo 10 settembre.

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Partiamo da quest’ultima. Com’è noto, l’Arabia Saudita è sunnita e l’Iran è sciita ma l’hajj è precetto tanto dei sunniti che degli sciiti. Teheran ha esplicitamente lanciato l’idea di togliere ai sauditi la gestione dell’hajj. Mecca e Medina dovrebbe esser poste sotto una tutela più neutra che non quella di uno stato che: a) è militarmente e politicamente attivo, direttamente ed indirettamente, in guerre intestine all’islam (Siria, Iraq, Yemen); b) è seriamente sospettato di collusione (se non peggio) con gruppi terroristi che hanno prodotto decine di migliaia di vittime il cui 95% circa è musulmano; c) sposa una interpretazione specifica dell’islam sunnita, il wahhabismo, che non è praticato in alcuna altra parte del mondo islamico e che non è una corrente storica (nasce nel XIX° secolo) della tradizione, spostata sullo spettro delle interpretazioni verso i gradi più estremi e radicali. Ci sarebbero poi le accuse già a suo tempo lanciate da Bin Laden e di recente rilanciate dall’ayatollah Ali Khamenei, sulle collusioni tra sauditi ed americani che noi leggiamo dal punto di vista politico ma in stretti termini religiosi, effettivamente configurano una possibile trasgressione della sacralità del dar al-Islam, la terra sacra dei musulmani, sulla quale sarebbe assai improprio ospitare basi militari di credenti in altri religioni che oltretutto sono lì, in genere, per far guerra ad altri musulmani. Insomma, quello che dovrebbe esser un luogo neutrale di bene comune per l’intera comunità, è letteralmente posseduto e gestito da un potere fazioso, settario e sanguinario oltretutto divisivo della comunità stessa, la Umma.

In effetti, tra i tanti disastri come al solito compiuti dai britannici a suo tempo, l’aver ambiguamente appoggiato le mire egemoniche della famiglia al-Sa’ud (che è originaria di una zona interna della penisola arabica, il Najd), permise a questi la prepotente annessione dei luoghi sacri, Mecca e Medina, che si trovano in una zona di costa, l’Hijaz. Questi luoghi e l’intera zona che è la zona da cui proviene tutta la storia di fondazione dell’islam, erano governati dagli eredi della tradizione hascemita (la tradizione che risaleold-najd cioè al fondatore dell’antica tribù di cui faceva parte Maometto), l’unica realmente in diritto di rivendicarne la potestà. Fa parte di questo pezzo di storia, la creazione del regno dell’Iraq (sciiti, sunniti e curdi, un mix che poteva venire in mente solo ai britannici) e della Transgiordania, inventate da Londra per dare ai due figli dello sceriffo di Mecca, la compensazione della tradita promessa fatta al padre di dare autonomia politica all’Hijaz, promessa fatta per usare le truppe arabe contro l’Impero ottomano. I discendenti degli hascemiti sono oggi la casa regnante giordana, quella che in teoria sarebbe l’unica monarchia ammissibile nell’islam sebbene il concetto di monarchia non sia in realtà compatibile con la cultura politica islamica.

Dopo ripetuti incidenti che hanno visto sciiti perdere la vita per aver manifestato contro la gestione saudita a Mecca mentre altri sono morti lo scorso anno calpestati dalla folla, secondo gli iraniani mal gestita (o addirittura gestita con criminale intenzione) dall’organizzazione saudita, e considerando la manifesta guerra multi-teatro che oppone l’Iran e l’Arabia Saudita (Siria, Iraq, Yemen, la costante tensione in Bahrein tra popolazione sciita e monarchia sunnita, nonché la continua repressione degli sciiti sauditi), quanto sopra riportato sarebbe semplice conseguenza dello stato già degradato dei rapporti e non rappresenterebbe di per sé motivo per scriverci un articolo di riflessione sopra.  Lo diventa però per motivi di sincronia con un’altra notizia, la prima che abbiamo dato.

Accade infatti che sotto auspici ed attiva promozione russa e si suppone egiziana, si sia svolta tra il 25 ed il 27 Agosto scorso, una conferenza islamica che ha radunato: “200 dignitari religiosi islamici, dottori coranici e pensatori islamici da Egitto, Siria, cecenia-groznyGiordania, Sudan, Europa. Fra questi vanno citati personalità come il grande imam di Al-Azhar, Ahmed al-Tayeb; il gran Mufti d’Egitto, Cheikh Chawki Allam; il consigliere del presidente egiziano e rappresentante del Comitato religioso al parlamento del Cairo, Cheikh Oussama al Zahri; il gran Mufti di Damasco Abdel Fattah al Bezm; il predicatore yemenita Ali al Jafri; il pensatore Adnan Ibrahim e molti altri” secondo quanto riportato qui da Asia News, l’unica fonte occidentale che sembra aver dato la notizia. Asia News è un portale di informazione religiosa collegato al Pontificio Istituto Missioni Estere. Un altro sito islamico (qui) afferma che ci sarebbero stati rappresentanti qualificati di circa 30 paesi, oltre quelli citati da Asia News, anche dal Kuwait, Libia, Giordania.

Il titolo della conferenza di Grozny era: chi sono i seguaci della Sunna? quindi, chi sono i “veri” sunniti? La Sunna è un corpo di scritture che integra a livello di storia ed interpretazione il Corano ed i sunniti sono circa il 90% del mondo islamico, circa 1,5 miliardi di persone, poco di più dei cattolici e quindi prima interpretazione religiosa al mondo. La notizia è che il comunicato finale in risposta alla domanda, dice che i sunniti sono due varianti teologiche (ashariti e maturiditi), i sufi, le quattro scuole giuridiche tradizionali. Sette moderne fuorviate (takfir), invece, sarebbero i Fratelli Musulmani, Daesh (ISIL) e tutti i wahhabiti, cioè i sauditi a pacchetto. Nell’islam non c’è una Chiesa, un papa, un concilio e neanche un clero propriamente detto, quindi è tradizione di questo mondo scomunicarsi a vicenda (fatwa) ed è improprio pensare che questo pronunciamento abbia valore assoluto.

Interessante però il pacchetto di contrasto (che trovate nell’articolo di Asia News) messo in campo contro l’egemonia wahhabita e salafita che conta su i potenti investimenti in moschee, madrase, pubblicazioni, borse di studio, televisioni satellitari (tra cui Al Jazeera-Qatar, Al Arabiya-EAU) messo in campo da sauditi e regni del Golfo.  Mettendo in campo una contro-replica basata sull’attivazione di una diversa rete dei religiosi, borse di studio, una nuova rete televisiva e materiale di propaganda, sembra si sia voluta dichiarare l’inizio di una guerra per l’egemonia del sunnismo.

I sauditi non l’hanno presa bene, qui la risposta dell’International Islamic Fiq Academy di Jeddah che lancia la linea di difesa, sunniti sono coloro che rispettano i cinque pilastri dell’islam e sicuramente non coloro che vogliono dividere l’Umma (l’unità dell’Umma sebbene storicamente ampiamente non praticata sarebbe altresì un precetto fondamentale e del resto il richiamo all’unità è un topos di ogni organizzazione di pensiero umana, religiosa quanto politica). Altrove, altri che non sappiamo discriminare tra coloro che parlano per conto della propria testa e coloro che sono vicini al circuito economico e di potere messo in piedi dalla potente macchina propagandistica del Golfo, hanno più direttamente messo il dito nella piaga degli sponsor dell’iniziativa, degli “ulema di Putin”. Non v’è dubbio infatti, che come segnalano alcuni articoli, l’iniziativa abbia ricevuto un fondamentale impulso dai russi, dagli egiziani e dai siriani di area politica vicina ad Assad. Tra l’altro, mentre egiziani e siriani fanno comunque parte della normale accesa e contrastata dialettica interna il mondo islamico, i russi certamente sono visti come estranei ed esplicitamente spinti da interessi alieni alla contesa religiosa.

al-azhar

Al-Azhar

Altresì, l’’iniziativa percorre un solco che invero è stato tracciato dai sauditi stessi e dalle loro forze armate e propagandistiche esplicite ed implicite. I morti musulmani per stragi terroristiche ovunque nell’islam cominciano ad essere decine di migliaia, il sentimento di sospetto sulle comunità musulmane fuori dai confini dell’islam diventa pesante da sopportare, la mancanza di una istituzione centrale che si dissoci ufficialmente dai deviazionismi violenti pesa sulla stessa percezione del fenomeno salafita ed affini che possiamo stimare con qualche generosità riguardi forse un 3% (tra teorici, simpatizzanti ed affiliati saltuari e militanti tra cui, nel caso dei Fratelli musulmani, militanti politici e non terroristi propriamente detti) del totale dell’islam e che non ben distinto è finito col diventare impropriamente l’immagine stessa dell’islam. Questa assenza e questo silenzio, di contro all’opposta presenza forte e voce ancorpiù udibile visto i pesanti investimenti in propaganda dei sauditi e qatarioti, chiamava una reazione ed al di là dei pur presenti motivi politici e geopolitici dei suoi sponsor è chiaro che in questa dichiarazione di battaglia per l’egemonia dei sunniti, c’è anche la reazione del “centro” prima lungamente egemone, le posizioni di Al Azhar e quelle della stragrande maggioranza dei musulmani. Soprattutto in Europa, ora, le posizioni centrali e quietamente tradizionali, hanno qualcosa a cui appellarsi per il dibattito interno e la controffensiva sia verso l’egemonia wahhabita, sia verso le accuse occidentali di non pronunciamento, di non distanziamento su i supposti rapporti tra islam e terrorismo.

Su piano geopolitico, l’ Arabia Saudita, sta perdendo molto del suo smalto. Dalla sostanziale sconfitta in Siria al disastro ISIS, dalla guerra palesemente ingiusta e fratricida in Yemen ai camion bomba a Baghdad, dalla distruzione dell’industria turistica e degli affari internazionali tunisini, egiziani, giordani e nel Bangladesh alla nuova simpatia con Israele, dal pericolante riyal al terrorismo in Africa, dalla sua stessa conduzione degli affari isis-5-year-plan-mappetroliferi e monopolio dell’OPEC alla situazione del suo bilancio statale una volta invulnerabile dall’alto del suo immenso deposito di petrodollari, alle difficili ed oscure successioni tra vecchissime e nuove generazioni di principini viziati, i sauditi cominciano a perdere smalto e a dar fastidio a troppi. E’ quindi consequenziale che questa attiva ma ingombrante potenza regionale, oggi in un momento di incertezza, viepiù per il fatto che i rapporti con l’amico americano non sono poi stati così brillanti nella gestione Obama e non si sa se domani si avrà a che fare con il nemico Trump o l’amica Clinton, abbia risvegliato una contro-reazione.

Contro-reazione che sul piano religioso vede certo attivo il “centro” della cultura islamica ma non meno i sufi (la reazione saudita bolla il presidente ceceno ospitante la conferenza, con l’accusa di essere un “sufi ubriaco”, vecchia accusa che i rigoristi arabi hanno da sempre usato contro il movimento spirituale) che temono di diventare le nuove vittime, dopo gli sciiti, della furia salafita-takfirista e su quello politico, di tutti i poteri politici (in genere militari) che non vogliono esser sovvertiti e travolti dall’islamizzazione eterodiretta da Riyad. Infine, tornando al piano geopolitico, alla conferenza cecena non risultano invitati turchi che nell’area Erdogan sono vicini ai Fratelli musulmani e quindi al Qatar. Ma altresì, i turchi sembrano oggi convergere verso una amicizia di fatto con russi ed iraniani per scongiurare il pericolo curdo e quindi se non su quello religioso, sul piano geopolitico sembrano allontanarsi dall’alleanza organica coi sauditi che tanta ambiguità ha generato nella guerra contro l’Isis, ribelli siriani, la stessa Siria ed appunto i curdi, vera spina nel fianco di Ankara.

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Possiamo così concludere il commento a queste due notizie. Non s’immagini domattina d’intravedere pezzi di islam alla reciproca deriva con insulti, accuse ed anche peggio. Tanto più è in dubbio che i singoli musulmani leggeranno nitidamente cosa è successo e cosa altro succederà. Però la sfida è lanciata, la squadra non è di secondaria importanza, i mezzi cb-2015-1-issue_infographic12e la volontà ci sono, l’occasione e propizia, gli alleati (si veda questo interessato commento indiano) dovrebbero accorrere. In particolare quella Cina che ha piazzato Jack Ma (Alibaba) come consulente speciale per la crescita economica dell’Indonesia (il più grande paese musulmano), ha invitato irritualmente Al Sisi al G20 di Hangzhou come -special guest-, ha interessi forti in Iran sia in termini di energia che di passaggio della sua Via della Seta terrestre, non credo sia aliena da una qualche pressione per favorire il riallineamento turco visto che la via che passa in Iran dopo dovrebbe arrivare in Turchia (attraversando territori curdi iraniani e turchi), controlla insieme ai russi che le repubbliche musulmane centro-asiatiche restino immuni al virus salafita, reagirà con tutta la sua spietatezza qualora a qualcuno venisse in mente di usare gli uiguri cinesi già presenti in Siria, per portare il tornando islamizzante nel Paese di Mezzo.

A questo punto, c’è da vedere anche se, un domani, non possa verificarsi una convergenza che avrebbe un significato decisivo: non più solo la richiesta sciita di una gestione neutrale dei luoghi santi ma la stessa richiesta posta dal corpo maggioritario dei sunniti. Sarebbe quella fine del Regno degli al Sa’ud che alcuni temono, altri sperano, potrebbe esser la prossima puntata del lungo romanzo islamico dai mille e uno racconti.

 

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LA SPOSA OCCIDENTALE E L’AMANTE ORIENTALE.

Russia, Iran, curdi, Siria, Israele, Arabia Saudita, Qatar, Egitto, Francia, Germania, Unione europea, Stati Uniti d’America, Tutti questi attori sono stati variamente invocati e convocati per spiegare il fallito colpo di stato turco e tutti loro sono sotto esame per capire dove si volgeranno le prossime relazioni internazionali turche. Ma non ci siamo scordati qualcuno?

Tre anni fa, nel mentre la Turchia ribadiva la sua fedeltà atlantica e nel mentre si sottoponeva al decennale corso di idoneità per sposarsi con l’Unione europea, processo kafkiano che dal 2005 ha rinnovato esami e scadenze senza mai approdare a nulla di concreto, la Turchia si faceva l’amante e ad Aprile 2013, entrava come osservatore nella Shanghai Cooperation Organization SCO. La SCO, ha come membri effettivi la Cina, la Russia, i tagiki, i kazaki, i khirghizi e gli uzbeki. Questi ultimi quattro, tutti musulmani e tutti sunniti, sono nazioni della zona da cui -in parte- originano i popoli turchi che non sono indigeni dell’Anatolia. India e Pakistan hanno appena firmato il protocollo formale di adesione alla SCO e quando il processo si concluderà, presumibilmente Giugno dell’anno prossimo (2017), diverranno membri effettivi. Sono gravitanti intorno alla SCO in qualità di membri osservatori: l’Iran,  la Mongolia, la Bielorussia e l’Afghanistan. Sono invece partner di dialogo: lo Sri Lanka, il Nepal, la Cambogia, l’Azerbaigian, il Bangladesh e l’Armenia. Per ora solo “ospite”; il Turkmenistan, il quale ha solide relazioni di fornitura gas ed investimenti in impianti con la Cina. L’Ucraina aveva presentato domanda nel 2013 ma né è stata ritirata, né ne è stato sollecitato l’iter. Tutti compresi, oltre ad essere il cuore dell’Eurasia, sono circa metà dell’umanità.

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La SCO[1] ha varie articolazioni. Si collabora contro il terrorismo, il separatismo, si sviluppa la difesa e la sicurezza comune, si fanno esercitazioni militari congiunte, si contrasta il traffico di droga e si sviluppa la cybersicurezza ma si fanno anche affari, patti commerciali e di libero scambio, si mettono in piedi istituzioni bancarie e finanziarie, si fa cooperazione culturale. Deve esser interessante la SCO visto che gli Stati Uniti vi hanno chiesto di esser accettati come osservatori già nel 2005, richiesta respinta perché in tutta evidenza, non ci sono confini contigui e quella del rispetto dei reciproci confini era una delle ragioni fondative del gruppo. Non volevamo però fare della sottile ironia nel sottendere che gli Stati Uniti tendono a non rispettare gli altrui confini ma solo che oggettivamente gli Stati Uniti d’America stanno, geograficamente parlando, da un’altra parte o almeno questo recita la motivazione ufficiale al diniego. Infine, a Giugno 2016, hanno presentato domanda d’entrata anche l’Egitto, la Siria ed Israele. Cosa spinge iraniani ed israeliani, pakistani ed indiani, turchi e siriani a far parte della stessa organizzazione? La Cina.

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La Cina ha i soldi e sono pochi a trovarsi in questa fortunata condizione soprattutto oggi che i più stimati economisti dichiarano la prospettiva di una secolare stagnazione. La Cina ha in progetto e progressiva realizzazione, ben due vie infrastrutturali piene di ferrovie, strade, porti, aeroporti, stazioni, pipeline, cavi elettrici e di comunicazione[2]. Il Financial Times l’ha definito il nuovo Piano Marshall, con ironia tutta britannica. Chissà, magari è per questo che quelli dell’IMF, che ormai sformano paper a mitraglia in cui promuovono tutto e l’esatto contrario[3], ha invitato i G20 a tornare a considerare lo stimolo dell’investimento statale[4]. Pur di relativizzare il potere degli investimenti cinesi, sono disposti anche a rispolverare Keynes. La Cina ha soldi e progetti di cooperazione, non ti chiede se sei bianco o nero, se sei democratico o meno, a quale dio sei devoto o se rispetti i diritti dei gay, ti chiede solo di essere collaborativo e stabile. Stabilità che impone di mettere posto in casa prima di ospitare progetti ed investimenti. “Mettere a posto in casa” significa esser stabili, non manipolabili esternamente, non divisi tra chi vorrebbe andare da una parte e chi dall’altra, avere confini certi.

Noi non sappiamo come è andato davvero il fallito colpo di stato turco, se e per quale ragione è stato precipitato alla sera invece che esser condotto prima dell’alba come si conviene in questi casi, se Erdogan ne era completamente ignaro o moderatamente pre-allertato, se ne era del tutto consapevole e l’ha controllato ex-post. Sappiamo però che l’ha definito “un dono di Dio”, non il fatto che lui abbia salvato la pellaccia, proprio il tentativo di colpo in quanto tale. Perché?

Andando sul piano congetturale ancorpiù spinto, proviamo a mettere in fila alcuni recenti avvenimenti geopolitici dell’area e del comportamento turco. Indubbiamente, Erdogan ha accarezzato con presenza e decisione la strada dell’alleanza organica con il Qatar (a cui lo lega la comune adesione o simpatia al progetto islamista dei Fratelli musulmani) e per traslato con l’Arabia Saudita. Ne ha quindi appoggiato le mire siriane e tra un bombardamento della Siria curda ed un appoggio allo Stato islamico, ha finito anche col buttar già un caccia russo. Chi segue queste cose, il mattino dopo la notizia, ha temuto che Erdogan non si fosse inventato la provocazione, si temeva che la NATO, visto che presuntivamente il caccia aveva sorvolato lo spazio aereo turco, quindi NATO, sarebbe arrivata in soccorso facendo la voce grossa, con successiva potenziale escalation. Invece non l’ha fatta. Erdogan forse ha cominciato a sospettare di esser una pedina anche non delle più importanti, quello che gli avevano detto e assicurato forse non stava esattamente come detto e assicurato. In seguito, ignorato volutamente da Obama che ha evitato una esplicita richiesta di contatto a quattr’occhi, ha mandato Davutoglu, allora primo ministro, in Europa. Il turco, pur diplomatico e sorridente, aveva l’ingrato compito di far richieste abbastanza impegnative non solo relativamente ai soldi che Erdogan pretendeva per fare da frena-profughi, ma precisi impegni per porre fine all’interminabile esame davutoglud’ammissione all’UE, inclusa l’abolizione dei visti su i passaporti per i cittadini turchi diretti in Europa. Mentre Davutoglu si sottoponeva ai delicati compiti diplomatici, Erdogan da Ankara, lo bombardava con dichiarazioni francamente inopportune nella loro arroganza. Tant’è che qui in Europa, s’è presto formato un vasto schieramento di più che perplessi sull’eventualità di considerare la Turchia, davvero un partner. Si ricordi gli incontri nella reggia kitsch di Ankara tra Merkel ed Erdogan. Forse Erdogan voleva saggiare quanto le paroline dolci e le promesse sussurrate a suo tempo dalla tedesca fossero dati reali e concreti e quanto no e forse voleva farlo per assecondare ancora una volta le potenti élite occidentaliste che aveva in patria ma chissà poi quanto convinto. Tant’è che non sono passati poi molti giorni da quando Davutoglu aveva portato a casa almeno i milioni di euro per il servizio trattieni-profughi che Erdogan ha raddoppiato la cifra richiesta. Sembrava quasi che Erdogan avesse voluto o dovuto, concedere una chance al diplomatico Davutoglu notoriamente più liberale, filo europeo ed atlantista, ma non ci credesse molto nella strada europea e stesse quasi facendo di tutto per esser mandato a quel paese. I primi di Maggio, Davutoglu si dimette, evidentemente per insanabili divergenze con Erdogan, poco prima un disguido di agenda, aveva mandato a monte un incontro Davutoglu – Obama che per il turco sembrava fissato ma per l’americano, evidentemente no.  I turchi volevano chiarirsi con gli americani ma gli americani sfuggivano, i turchi volevano chiarirsi con gli europei ma gli europei tergiversavano. Prima del tentato golpe, la Turchia si arrabbia di brutto per una presa in giro televisiva di un comico tedesco, poi diventa preda di attentati che non portano solo ai soliti curdi (o supposti tali) ma forse anche a gli islamisti. Poi Erdogan manda la fatidica lettera di scuse a Putin per avergli buttato giù il caccia e poco dopo, abbiamo visto i carri armati sul Bosforo.

Erdogan certo è un personaggio assai curioso nella sue giravolte ed espressioni politiche ma anche il neo-sultano (usiamo questa espressione per variare il testo ma non la condividiamo poi molto come categoria analitica) deve fare i conti col paese che ha. Ed ha: curdi indipendentisti, imprenditori e borghesia occidentalisti che vorrebbero entrare nell’élite euro-atlantica, militari che lo vorrebbero morto, militari amici degli americani, militari amici dei russi, militari amici degli islamisti, islamisti più o meno arrabbiati a loro volta amici non solo del Qatar ma anche dell’Arabia36590C2500000578-3693729-image-m-3_1468712263969 Saudita (che non sono esattamente la stessa cosa), il misterioso Gulen che è dovuto scappare in Pennsylvania ma ha lasciato  molti suoi amici nei posti chiavi del potere sociale, economico, culturale, a spingere verso Occidente, più tutta la sarabanda di piccole e grandi potenze estere che lo vorrebbero con loro contro quell’altro e poi in fondo, avendo capito il tipo, manco si fidano poi più di tanto. Questo non è esattamente un quadro stabile e forse con “dono di Dio”, Erdogan indicava la possibilità data dalla dovuta reazione al colpo di stato, di mettere finalmente ordine, non con i tempi lunghi e molto incerti delle buone ma con quelli rapidi e senza riguardi delle cattive.

La Cina avrebbe un doppio interesse a cooptare la Turchia in un sistema di amicizia organica. Oltre quella ovvia di terminale della Via della Seta terrestre che ha nella Turchia l’ultima stazione prima di entrare in Europa, i cinesi hanno problemi con gli Uiguri[5] (che sono una etnia turcofona e musulmana pur abitando una provincia cinese, il Xinjiang, l’estremo occidente cinese) che nella loro lotta per l’indipendenza, sono capeggiati da estremisti islamici. Pechino non solo ha ripetutamente segnalato che gli uiguri del Xinjiang vanno in Siria a combattere per lo Stato islamico (e poi tornano a fare attentati a casa) ma anche che prima di andare in Siria, il loro terminale è proprio in Turchia[6]. Si tenga conto che il Xinjiang è strategico sia per i pozzi di gas, sia soprattutto perché è da lì che passa la futura Via della Seta, Alanshakou vicino a Khorgos[7] (terminale energetico) è la porta d’entrata di tutto il complesso ferroviario che arriverà fino in Europa. La lunga marcia dell’avvicinamento turco – cinese ha visto anche la Turchia sottoscrivere il capitale della nuova megabanca per lo sviluppo AIIB (Asian Infrastructure Investment Bank con sede a Pechino) dotata di 100 miliardi di dollari e la sua partecipazione è stata ratificata da AIIB giusto lo scorso 15 Gennaio[8].  AIIB è uno dei principali (ma non l’unico) finanziatore di infrastrutture, di e intorno alla Via della Seta terrestre (ce ne è una anche di mare).  Turchia, nei progetti della Via della Seta terrestre, come detto, è il terminale finale prima di saltare in Europa ma la linea proverrebbe dall’Iran, purtroppo, attraversando l’area curda. Diciamo “purtroppo” perché è nota l’instabilità della questione turco-curda e la ventilata intenzione dell’amministrazione Obama di dar appoggio alle rivendicazione di autonomia dei curdi, forse la più grande comunità etnica (sono in Iran, Iraq. Siria e Turchia)[9] senza una terra politicamente unita ed autonoma, è stato uno dei massimi attriti tra Erdogan ed Obama. Essere occupato dalla NATO va bene, essere preso continuamente in giro dall’Europa insomma, ma trovarsi uno stato curdo con basi militari americane ai confini[10] che prima o poi pretenderà di portarti via almeno un 30% del tuo territorio, beh… . Sarà un caso, ma giusto pochi giorni fa, alcune testate geopolitiche[11], hanno segnalato una ripresa di conflitto tra curdi e Teheran, conflitto da lungo tempo semi-dormiente.

AIIB-Asian-Infrastructure-Investment-Bank-Countries

Da tutto ciò,  dovrebbe conseguire il già annunciato riallineamento con la Russia (San Pietroburgo, 9 Agosto, incontro Putin – Erdogan con firma delle ripresa del progetto Turkish Stream, dice Reuters[12]). Quindi, pur mantenendo il legame con il Qatar (ma non con l’Arabia Saudita), una conferma di amicizia con gli iraniani, un disimpegno dal fronte siriano e la già annunciata sostanziale neutralità con Israele, una intensificazione della repressione dei curdi, una sostanziale freddezza con la NATO condita da una certo fastidio per gli USA, una nuova forma politica pronunciatamente islamizzata ma sopratutto presidenzializzata, si andrà sempre più verso una un’ostentata antipatia[13] per la sposa europea, Sposa riluttante, dalle eterne promesse mai mantenute, anziana, presuntuosa ed  inaffidabile.

Forse il colpo di stato voleva interrompere la continuità territoriale dell’avanzamento inesorabile della Via della Seta dei cinesi che, tra una convention del miliardario cafone e l’altra della troppo ambiziosa e ricattabile donna senza qualità, tra un come sempre inconcludente vertice Hollande – Merkel – Renzi ed una inquietante riunione NATO, pazientemente, inesorabilmente, continua a deporre traversine, binari, firmare trattati, accordi, fondare banche, investire denari, fare esercitazioni militari, saldare pipeline. Ma gatta frettolosa fa i gattini ciechi, il golpe non ha funzionato ed ora, sostanzialmente persa la Turchia, anche tutta la fatica fatta con l’Ucraina risulterà sprecata. Il Turkish Stream[14], portando i tubi turkgaspipe-webfigdalla Russia alla Turchia europea via Mar Nero, potrebbe collegarsi al Trans Adriatic pipeline[15] portando l’energia dal confine turco di Ipsala, via Grecia, fino in Italia. Magari Renzi ne ha parlato con Putin nella sua recente visita a Mosca. La catena delle conseguenze potrebbe prevedere che gli ucraini perdano molto del loro fascino visto che non servono sostanzialmente più a niente (a meno non vengano prontamente cooptati nella NATO), i bulgari si arrabbieranno non poco visto che il South Stream doveva passare da loro e sono stati costretti da Bruxelles a rinunciare, si arrabbierà molto anche Angela che sognava di raddoppiare il North Stream visto che giù non si passava ed in questo gioco di arretramento a chiudere i bocchettoni che avanzano, fortissime pressioni potrebbero trasferirsi sull’ultima trincea: in Grecia ed Italia.

Nel mentre i più, immersi nel loro platonico mondo ideale, continuano a trattare le ruvide questioni geopolitiche con le categorie dei diritti umani, la democrazia, il pluralismo ed altro, come se fossero degli “universali” con cui giudicare il mondo prima di capirlo, sembra proprio che Erdogan voglia metter in ordine la casa prima di aprirla festante per l’arrivo non più della eternamente promessa sposa occidentale ma della ben più interessante, ricca e seria, amante orientale. Ex Oriente lux.

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[1] https://en.wikipedia.org/wiki/Shanghai_Cooperation_Organisation; http://www.sectsco.org/

[2] https://chinageopolitics.wordpress.com/2016/05/09/wang-yi-a-roma-il-ruolo-dellitalia-lungo-le-vie-della-seta-cinesi/

[3] http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/06/01/fmi-listituto-internazionale-si-converte-e-condanna-il-neoliberismo/2786037/

[4] http://clericetti.blogautore.repubblica.it/2016/07/26/brexit-crollo-di-zero-virgola-fmi-stati-spendete/?ref=HROBA-1

[5]http://www.limesonline.com/la-cina-la-campagna-antiterrorismo-nel-xinjiang-e-il-rischio-boomerang/76227

[6] http://www.limesonline.com/cartaceo/la-cina-e-lossimoro-turco?prv=true

[7]https://next.ft.com/content/80c6e51a-4ccf-11e6-88c5-db83e98a590a

[8] http://euweb.aiib.org/html/aboutus/introduction/Membership/?show=0

[9] https://it.wikipedia.org/wiki/Kurdistan

[10] https://www.theguardian.com/commentisfree/2014/aug/11/isis-obama-friends-iraq-kurds-islamic-state metto un link tra i tanti. Cercando su Google troverete molti articoli che speculano sulla possibile creazione di un nuovo stato curdo american-friendly.

[11]http://linkis.com/nena-news.it/ceUSz

[12] http://www.reuters.com/article/us-russia-turkey-idUSKCN1061GM

[13] http://www.ilgiornale.it/news/mondo/bomba-migranti-sulla-ue-larma-segreta-erdogan-1289123.html

[14] http://turkstream.info/project/

[15] http://oilprice.com/Latest-Energy-News/World-News/Russia-Remains-Set-On-South-Stream-Pipeline-Project.html

 

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DUEL.

C’è solo una cosa peggiore del morire a grappoli, passeggiando sul lungomare una sera d’estate: non sapere il perché. Nei prossimi giorni saremo al solito inzuppati dal diluvio del commentario e la rabbia si dissiperà in smarrimento, impotenza, silenzio interno, interpretazioni sbagliate. Is-Isis è un progetto che: 1) doveva monopolizzare l’islamismo radicale; 2) doveva costruire uno stato islamico tra Iraq e Siria per ragioni geopolitiche d’area; 3) doveva combattere nelle due periferie dell’islam (Asia ed Africa) oltreché nel Maghreb per sostituire governi laici, filo-occidentali, militari con governi islamisti. Il primo obiettivo è ormai raggiunto, il secondo probabilmente non verrà raggiunto, il terzo diventa la nuova priorità. Il nemico principale dell’Isis nel quadrante africano è la Francia per ben note questioni di presenza post-coloniale (Nord-Africa, Ciad, Niger etc.), finalizzata a coltivare il longevo interesse nazionale per quell’area.

La Francia verrà costantemente inseguita dal misterioso camion omicida, alla cui guida c’è download2l’Arabia Saudita, ovvero il demiurgo dell’Is-Isis, fino a che non lascerà la presa sul terreno conteso. Onorare i morti di Nizza è dar loro sepoltura non gettando false, distratte ed inutili parole nella fossa, ma ragioni che tentino di dare un senso alla loro fine, oltre alle nostre private, umane lacrime.

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[La nostra analisi che concludeva sulle responsabilità saudite relativamente all’Isis, analisi di quasi due anni fa, si trova -in due puntate- qui e qui. Quella più “politica” e “geopolitica” è la seconda]

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DALL’ERA MODERNA A QUELLA COMPLESSA. Transizione dalla logica del dominio a quella del condominio. (2/2)

La Prima parte di questo articolo (qui) ha argomentato su quella che sembra una potente transizione storica nella quale ci è toccato in sorte di vivere. Essendo all’inizio di una transizione in cui ad un mondo nuovo corrispondono ancora istituzioni umane e forme di pensiero provenienti dal periodo precedente, si palesano seri rischi adattivi.   

4. NUOVO PENSIERO: IL COMPLESSO.  In questi settanta anni, nel mondo dei pensieri, nasce anche un nuovo modo di pensare le cose, quella che chiamiamo “cultura complessa”. La sua doppia origine ha radici nel pensiero biologico che è la disciplina elettiva del concetto di complessità sin dai tempi del biologo-filosofo Aristotele ed in quello tecno-scientifico. La prima radice si chiamerà Teoria dei Sistemi e viene piantata da un austriaco poi migrato in Canada, Ludwig von Bertalanffy, la seconda radice si chiamerà Cibernetica e verrà coltivata da un fisico-matematico americano di origine tedesca, Norbert Wiener. La prima origine ha una tradizione lunga che retrocede nella cultura tedesca post e pre romantica ( da Hegel a Meinong, alla Gestalt, qualcosa addirittura in Nietzsche ma anche nella Scuola di Vienna), ma anche nell’architettonica kantiana e prima in Leibniz, nello logica di Duns Scoto e prima, per certe intuizioni non sviluppate, nello stesso Aristotele, previo passaggio in Plotino ed altro pensiero neo-platonico. Nella cultura francese ha radice in Bergson. Nella cultura anglosassone ha radici in Alexander, Bradley, Broad e poi in A. N. Whitehead e Randall. Nella cultura russa ha varie radici, tra cui la sophia di Soloviev, il geochimico Vernadskij, l’economista Kondratiev e molti altri. C’è anche una radice teologica nel gesuita francese Teilhard de Chardin che ha ispirato fortemente, la recente enciclica di papa Francesco “Laudato sì”.

La seconda è una miniera di intuizioni dinamiche che contagerà l’antropo-socio-psicologo Gregory Bateson ed un consesso di studiosi della mente (Maturana, Varela ed altri), primi teorici dell’informazione (Shannon, Weaver), epistemologi (von Foerster), matematico-informatici (il poliedrico ed inquietante von Neumann, colui che convinta la Marina militare degli Stati Uniti a dargli una vagonata di dollari, realizzerà materialmente ciò che Alan Turing aveva solo immaginato: il computer; ma anche il teorico, con O. Morgenstern, della Teoria dei giochi a cui tanto si riferiscono sia il pensiero economico che quello delle relazioni internazionali), neurofisiologi, psichiatri e psicologi e parecchi altri. In maniera meno nitida, vi sono altre significative anticipazioni di queste forme di pensiero che possono trovarsi in vari luoghi, tra cui una precisa tendenza del pensiero russo nei confronti dei sistemi dinamici (si veda la tectologia del marxista Bogdanov).

Dalla prima generazione dei sistemico-cibernetici diparte un sempre più vasto albero che ha incluso molti fisici (l’elenco è troppo lungo da riportare ma diciamo che si va dallo scopritore dei quark, Murray Gell-Man alla cosmologia quantistica di Lee Smolin, ai nostri Parisi e Rovelli), chimici (che assieme alla biologia è disciplina elettiva per lo sguardo complesso) tra cui spicca Ilya Prigogine, la maggioranza dei biologi che sono “sistemici” per definizione (Margulis ma l’elenco è ampio) così come gli ecologi (l’olista Lovelock e la sua Gaia ed il matematico-meteorologo E. N. Lorenz a cui si deve la nota metafora dell’effetto farfalla), gli scienziati della intelligenza artificiale (la “famigerata” Artificial Intelligence deriva l’origine proprio dalla cibernetica), gli psicologi da Piaget in poi, gli scienziati della mente (Edelman, Damasio, Luria) i sociologi dai funzionalisti sistemici a Niklas Luhmann, gli antropologi che con lo strutturalismo avevano impostato la griglia interpretativa sul concetto di –struttura– che è figlio del tic francese di rinominare i concetti non francesi che nel qual caso era il concetto di sistema nel Corso di Linguistica generale del francofono svizzero De Saussure, i paleontologi (Gould, Eldredge) gli archeologi, i linguisti, gli storici (elenco anche qui ampio ed in via di ampliamento dalla scuola sistemica di Wallerstein che eredita il lascito di Braudel, alla World history[1]) ed altri che saltiamo per necessità di contenimento non prima di aver segnalato la piena sensibilità e sintonia di molti matematici (problema dei tre corpi, frattali, teoria del caos e delle catastrofi, teoria delle reti, topologia, turbolenze) che addirittura hanno anticipato alcune forme di questo pensiero (Poincaré, scuola russa tra cui Ljapunov, Kolmogorov) e dei logici (ad esempio fuzzy logic, logica abduttiva, cigni neri e limiti dell’induzione  etc.).

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All’appello mancano due discipline che resistono per certi versi allo sviluppo per contagio delle idee, una è l’economia, l’altra è “stranamente” la filosofia. In filosofia, come sempre, il discorso sarebbe lungo e complicato, in breve si segnala il solo E. Morin che di origine è un sociologo, il quale occupa quasi in solitario, la posizione di “filosofo della complessità” con esisti senz’altro interessanti sebbene non così profondamente “filosofici” come la disciplina ha in uso nel sviluppare il proprio canone. La reticenza a questo specifico sviluppo del concetto di complessità, in filosofia, forse potrebbe esser spiegata col fatto che il concetto di complessità deposiziona un po’ l’intera tradizione di pensiero occidentale che non va intesa solo come “moderna” ma ha fondazioni decisive nel pensiero di Platone, nella interpretazione cristiano-medioevale di Aristotele ed in quella latino-neoplatonica del cristianesimo originario. La triade Uno – Semplice – Assoluto oltre ad un certo “fissismo” della tradizione non solo metafisica, è simmetricamente parallela e contraria a quella del Molteplice – Complesso –  Relativo  tendenzialmente “dinamico” che anima il nuovo paradigma complesso. Se “dinamico” era Eraclito e “relativo” era Protagora ben si nota come le radici siano alternative a gli sforzi fondativi del pensiero parmenideo-platonico mentre con Aristotele il problema è più complicato dipendendo certo dal residuo platonismo dello stagirita ma anche molto dalla interpretazione e ricezione medioevale del suo pensiero. Così, di una filosofia del Molteplice si rinvengono tracce molto incerte prima di arrivare a qualcosa di più chiaro (?) come si esprime in Deleuze, Simondon e parzialmente in altri francesi mentre di una filosofia della relazione e dei sistemi si potrebbe trovare porto in Kant ma non nei sensi in cui è di solito interpretato. Non a caso, Morin, rimane in fondo confinato nell’epistemologia (l’epistemologia della complessità è stata poi l’area più sviluppata, anche da altri) ovvero nella filosofia della scienza poiché la scienza, staccatasi dalla tradizione metafisica (anche se non del tutto) ed essendo una forma di pensiero relativamente più recente, ha meno vincoli nel suo a priori. E comunque anche qui, tra determinismo e riduzionismo, non tutto fila liscio visto il lungo dominio del paradigma platonico – newtoniano.

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In economia, il discorso è più facile. Il pensiero economico originario in Smith e Marx poteva certo sviluppare una propria successiva stagione complessa (per Marx si veda Bogdanov) ma giunto giovane all’impatto col delirio positivista, sradicata la desinenza politica (da economia politica ad economics), sposata la matematizzazione galileiana a costo di ignorare fatti e fenomeni non matematizzabili, sposato il più rigido riduzionismo e determinismo che in forme così primitive ormai non si praticano più neanche nella più remota provincia dell’impresa scientifica, ignara della termodinamica nonché dell’indeterminazione quantistica ma anche della relatività spazio-temporale, ignorata bellamente la “scuola del sospetto” e tutto il successivo indebolimento del razionalismo neo-positivista, postulando la “scelta razionale” dell’individuo robinsoniano, contraendo il fenomeno sociale all’individualismo metodologico, ipostatizzato il sistema economico anglosassone come modello idealtipico in spregio ad ogni considerazione di buonsenso sulla relatività dei contesti spazio-temporali, sostenendo una ”negazione nevrotica” della relazione tra Stato e mercato, isolando il sistema economico dall’incarnato storico-sociale ma anche dalla realtà fisica e termodinamica in cui è oggettivamente immerso, ampiamente idealizzato il principio di autorganizzazione della “mano invisibile”, si è chiusa in un esercizio sacerdotale che salmodia le disposizioni necessarie a giustificare le prassi politico-economiche dominanti, trasformandosi in una teologia che, come ogni teologia, presuppone pure l’esclusività sul Sacro Gaal del pensare occidentale: la Verità (di sua natura Assoluta). Ha le sue sacche di resistenza, come la bioeconomia e l’economia evolutiva che sono figlie dell’albero del complesso, ma trattasi di riserve indiane, limitate ed assediate. Addirittura un suo canonico come Keynes, già mainstream nel dopoguerra, è diventato oggi eterodosso. Il guaio del pensiero economico è che è diventato la teologia del sistema reale con il quale organizziamo il mondo e così come il marxismo primo-novecentesco per l’URSS ed i partiti e movimenti comunisti in lotta politica in Occidente, quando il pensiero è direttamente connesso alle strutture del mondo reale ed ha responsabilità di ordinare o giustificare fatti concreti di grande importanza in cui si concentrano interessi duri, perde molto della sua libertà e diventa anelastico e dogmatico.

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5. I CONCETTI DEL COMPLESSO. Il sistema di pensiero del complesso, in breve, si fonda su una ontologia di parti plurali che tendono ad interrellarsi in sistemi e sistemi di sistemi. Un sistema non è mai completamente aperto altrimenti non avrebbe la sua stessa consistenza, non è mai del tutto chiuso come una monade leibniziana. Ogni ente è un sistema e ogni sistema è fatto di relazioni. Quindi l’essere è relazione. Questi sistemi hanno limiti spaziali e temporali (nascono e muoiono) e nella loro danza reciproca all’interno di un ambiente/contesto che al contempo li determina e ne è determinato, danno vita al divenire di ciò che è, cercando l’adattamento e con esso le condizioni di possibilità per continuare ad esistere, il più a lungo ed al meglio possibile, autorganizzandosi. Le interrelazioni tra parti dei sistemi e quelle tra sistemi, sono a corto e lungo raggio e producono effetti non lineari, fanno emergere nuove strutture non riducibili alle componenti che han dato loro vita (emergenza) e spesso sono retroflesse ovvero basate su feedback. I feedback sono a volte potenzianti anche in forme geometriche, a volte de-potenzianti e quindi stabilizzanti come nell’omeostasi. C’è molto poco di preciso e meccanico in questo “complesso” e l’intero non è riducibile alle sue singole parti. Il “complesso” si colloca oltre il determinismo e naturalmente il riduzionismo ma anche oltre l’olismo, ha l’ambizione di comprendere il suo funzionamento sia nelle sue parti che nel suo intero, sia del suo interno che del suo esterno. Non si accontenta  di notare che il Tutto è Uno, né s’illude che l’Uno sia Tutto.  Il sistema di pensiero del complesso, guarda con sospetto l’ipostatizzazione delle dicotomie[2], sa che in ciò che osserva più che “leggi” troverà tendenze, sa che nell’oggettivo c’è molto -ineliminabile- soggettivo, l’osservazione stessa modifica l’osservato. Tendenzialmente, il complesso sa che il pensiero è sotto determinato rispetto alla natura di ciò che ha in oggetto. Soprattutto, avendo in oggetto cose intere, ed a scalare verso l’alto l’intero di tutti gli interi, ricorre a tutti gli sguardi umani, tutte le discipline in cui è frantumato il nostro sguardo sul mondo. Nel mondo, le cose son tutte sincronicamente presenti e tutte assieme procedono nel cambiamento che dà la diacronia, cioè il tempo. Così, uno sguardo che non sia interdisciplinare e storico, non adegua l’intelletto alla cosa. Nel politico del complesso, non ci sono individui ciechi della loro natura sociale e non ci sono società cieche agli individui che le compongono, non c’è solo un dato popolo ed il suo Spirito ma anche gli altri che compongono l’avventura umana e l’avventura umana non è sospesa nell’universo liscio delle idee ma si muove nel mondo screpolato degli attriti naturali. L’Uno che è il sistema ed il Molteplice che lo compone e che lo accerchia, sono entità coimplicate nella stessa “cosa”[3].

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6. LA REAZIONE ALLA CRISI ADATTIVA. Come si sarà capito, essendo proprio a gli inizi di una nuova era, concetti ed interpretazioni non si sono ancora stratificati e diffusi ed è quindi necessario premetterli anche se in assai poco complessa e forse difficilmente comprensibile sintesi. Le prime intuizioni sistematiche del concetto di complessità sono a cavallo tra XIX e XX secolo e le seconde più nitide, degli anni ’50-’60. Da allora, il pensiero complesso è cresciuto prima a cespuglio, poi a foresta. L’idea di Hegel del tempo appreso nel pensiero, suggerisce il fatto che ci siamo accorti che le cose sono complesse, proprio nel mentre queste si manifestavano tali, più che non in passato.

Quello che ci appare oggi è un mondo nuovo e complesso ed istituzioni strutturali e sovrastrutturali dell’era precedente, quindi un disallineamento che dà il senso di disadattamento. Il disadattamento prende forma di crisi, tutti i sistemi vanno in crisi, la crisi sembra ontologica e non periodica, non si vedono comprensioni in grado di analizzarla e prognosticarla. Al cambio di era infatti, la prima deficienza di pensiero che si nota è nel metodo come ebbe a sottolineare la volta scorsa Cartesio. Intuizioni complesse sembrano emergere qui e lì in varie discipline ma i vecchi paradigmi fanno resistenza tenace, per dirla alla Lakatos, il “nucleo” del programma di ricerca moderno, resiste al cambiamento e dopo aver sacrificato il contorno con le “ipotesi ausiliarie”, si irrigidisce sempre di più. La compiuta divisione del lavoro intellettuale che mima quella della fabbrica degli spilli di Adam Smith, esalta cieche specializzazioni sempre più decontestualizzate che non producono com-prensione. Soprattutto, al sistema divisionalizzato ed iperspecializzato del sapere umano, soggiogato all’imposizione della sua impossibile quantificazione ed “oggettiva” valutazione, finalizzato a produrre “valore” per il mondo degli scambi economici, sfugge per principio ciò che è l’intero, la sua critica transizione, il complesso movimento tra le parti ed i riaggiustamenti interni alla ricerca di nuovi equilibri, dettati dalle nuove condizioni di mondo. E’ certo che un pensiero “dipendente” dal mondo che sino a qui è stato (ma non è più) non ha la libertà di rincorrere il nuovo. Così la ricomparsa di grandi dogmatiche, rigidità, semplificazioni infantili, una certa inconcludente aggressività e rissosità (in cui i social network con i loro format sincopati e la mancanza di comunicazione di contesto, sono moltiplicatori di disordine epistemico) ed una vasta produzione di pensiero impalpabile e sempre più “formale”. Con il post-moderno, addirittura si è postulata la rinuncia alla comprensione globale e ci si è rifugiati nel naufragio nel frammento. Certo è che se uno dei nuclei del problema è il non poter più produrre valore economico incrementale nei modi e quantità di recente tradizione, non è un sistema di pensiero tarato sull’imperativo del produrre valore incrementale che aiuterà a risolvere il problema.

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Così, invece che aprire una stagione di ripensamenti del nostro modo di stare al mondo, la foga accumulatoria che non sa più dove aspirare sostanze rifiutandosi almeno un minimo di ridistribuirle, una ricchezza dei pochissimi che sostituisce lavoratori, cioè futuri acquirenti, con robot,  diventa paradossale. Ciò che era il motore ordinatore del precedente sistema, ora diventa il suo primo disordinatore. Forse sfugge che il cosiddetto “neo-liberismo” che è il sistema di idee dominante il pensiero economico così egemone sul nostro odierno pensiero generale, è un pensiero disperato. Solo premettendo che le cose non vanno più tanto bene come prima si comprende questa estremizzazione di tutti i dettami della vecchia economia neo-classica che era già liberale per sua, ottocentesca costituzione. Il neo-liberismo sta al pensiero liberale come l’Inquisizione stava al precedente indiscusso dominio del pensiero religioso. Questi irrigidimenti e totalitarismi teorici, annunciano sempre la loro morte, la loro improvvisa e tardiva ortodossia, il loro rigore, è sempre l’annuncio del prossimo, definitivo, “rigor mortis”.

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Così, invece che concentrarci su i ripensamenti del nostro stare la mondo, includendo un nuovo atteggiamento convivente nel condominio planetario, si gonfia a dismisura la volontà di potenza statunitense. L’ultimo disperato paper di uno dei più “nuovi” think tank di Washington[4] che, visto l’accerchiamento di dissenso interno ormai maggioritario negli stessi Stati Uniti ha dovuto fondere neo-con repubblicani con neo-con/neo-lib democratici in un nuovo afflato unitario “bi-partisan”, titola su come “estendere” il potere americano sul mondo. Estendere? Come si può seriamente porre l’obiettivo di una sempre maggior estensione quando nei fatti si è dentro un movimento di contrazione? Chissà, forse anche nei think tank romani di fine impero, si cercava con le parole di rimuovere la realtà. Poi ci pensarono i barbari a far presente che era finita, per sempre.

L’intera impresa del pensiero a dominio scientifico, dandosi come “metodo” la quantificazione delle citazioni e la peer review, la ricerca a cui è chiesto in anticipo di sapere cosa scoprirà  prima di dargli credito finanziario, sono chiuse in circoli di continua auto-conferma. Sono cioè diventati sistemi che escludono l’innovazione di paradigma per principio, sono sistemi conservativi che riproducono il già noto come se fossimo in periodi di grande stabilità. La dittatura della certezza che impera nell’insegnamento a stile anglosassone che è poi quello dominante, esclude in via di principio il complesso, il critico, il non previsto.  L’inquietante progressiva espulsione degli studi umanistici e del pensiero filosofico e dello storico in particolare, dai corsi d’insegnamento, preannuncia l’inizio di una paurosa notte della ragione e dell’intelligenza. Sembra che per glorificare la società aperta, si debbano prima chiudere le menti.

Così, le pseudo-democrazie occidentali, diventano sempre più elitiste ed oligarchiche. Reclamano di dover avere “più potere per fare le cose” ma l’oggetto del mandato richiesto è sempre più contro-intuitivo: c’è crisi del lavoro? Lavorate di più e guadagnate di meno! C’è crisi nel welfare stante sempre più disoccupati, migranti, anziani di lungo corso e malferma salute? Tagliamo gli investimenti in welfare! C’è crisi di comprensione? Meno discussione e più azione! L’opinione pubblica media è sempre più aliena e confusa? Votiamo di meno e chiamiamo più tecnici, loro si che sanno cosa fare (?)! Secondo questa logica, l’adattamento è mantenere il sistema sacrificando le parti quando in natura sono le parti che usano i sistemi per adattarsi meglio. Se un sistema dà segni di mal-adattamento va cambiato il sistema, non le parti.

Insomma, Disordine chiama Ordine ma Ordine non sa più come pettinare il Disordine e strappa la capigliatura, più nodi incontra, più fa forza.  Più non sa più cosa fare per adattarsi al nuovo, più fa quello che ha sempre fatto ma con molta più decisione e progressiva disperazione. La mosca non sa come uscire dalla bottiglia e sbatte la testa sempre più forte contro l’invisibile parete di ciò che non comprende: il limite[5]. Quando una civiltà nata dall’Hybris incontra Limite, la civiltà nata da Hybris è morta.

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7. DAL MODERNO AL COMPLESSO. Nel moderno, è cambiato l’atteggiamento tra Io e mondo L’Io ha preteso una certa sovranità su se stesso e sul mondo e la relazione si è invertita da passiva ad attiva. Il senso profondo del moderno, ciò che lo ha distinto dal medioevo, è stato primariamente questo senso “attivo”, un Io che ha rivendicato la sua propria proprietà, prima con l’umanesimo, poi col razionalismo, poi con l’illuminismo, con lo sviluppo di una sostenuta poietica che ha sviluppato tecnica prima e scienza poi al fine di emanciparsi dalla cieca dipendenza dalla natura, invertendo la relazione Io – Mondo da passiva ad attiva.  L’epoca del fare ha fondato, successivamente, il regolamento sociale centrato sull’economico e l’economico ha sancito nuove interpretazioni del principio di gerarchia, quelle interne alla singole società, quelle tra i diversi stati e civiltà. Il macchinismo non solo leonardesco anticipò la “rivoluzione industriosa” (Jean de Vries, 1994) del XVI-XVII secolo che anticipò quella industriale del XIX secolo. Economico, tecnica, scienza, atteggiamento pratico – pragmatico sono stati portati a paradigma dai popoli dominanti, gli anglosassoni, i quali hanno ulteriormente sviluppato la propria vis bellica, contro la natura e contro gli altri popoli, dando al senso attivo, il carattere della volontà di potenza: il dominio[6]. L’immagine di mondo pratico-pragmatica, coadiuvata da scienza e tecnica, ha ordinato l’agire  nel senso sia di avergli dato ordine, procedura e fini, sia di avergli imposto (ordinato) tempi e modi dell’ agire. Questo “modo”, il modo moderno, è oggetto di critica o di esaltazione, cioè di giudizio di adeguazione tra realtà e nostra immagine di mondo ma oggi si pone un problema di natura ben diversa. Si pone il problema del giudizio di possibilità, se cioè è possibile prorogare questo modo nel nuovo contesto che è il mondo di oggi e dell’immediato futuro. Tutte le possibili letture della realtà, se condotte onestamente, ci pare dicano di no. Non ci è chiesto cioè se “ci piace” o “non ci piace”, se lo si ritenga “giusto” o “ingiusto ma funzionale”, si pone il problema “è possibile?”. Ecco, non sembra più possibile.

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L’era complessa, ci pone un senso ben diverso. Il senso profondo del complesso è l’ adatt-attivo, un senso che pone l’agire alla fine di un processo di precedente pensiero che ha un preciso fine. L’essere attivo non è ciecamente mosso solo dall’interno del nostro mondo dei bisogni ma cerca l’adatto perché fuori di noi, c’è Altro ed Altri, ogni azione provoca una reazione, treni di effetti non lineari si attivano ad ogni nostra perturbazione di ciò in cui noi stessi siamo immersi e dipendenti[7] ed in un sistema denso ogni nostra azione è potenzialmente una perturbazione. Dopo aver preso coscienza di sé ed aver coartato il mondo alla propria sovranità, l’Io dovrà imparare a riconoscere la relazione[8], la relazione tra sé e mondo, tra un sé e gli altri sé, le relazioni che lo compongono e quelle che compongono il mondo. L’atteggiamento di dominio, dovrà far posto a quello da con-dominio, la volontà di potenza dovrà far posto alla capacità di con-vivenza, più che “potere infinito” si dovrà “gestire entro i limiti”. L’agire dovrà quindi esser premesso dal pensiero, dalla strategia e dalla valutazione di possibilità, compatibilità, opportunità e responsabilità, dalla più ampia condivisione dei rischi e delle opportunità. Questo pensiero dovrà avere due caratteristiche principali. Così come non c’è un solo Io che agisce ciecamente dominato dalla sua volontà di potenza, non c’è un solo pensiero che può ordinare l’agire. L’Io, il mondo, la loro relazione, vanno com-prese dal pensiero ed il pensiero dovrà sforzarsi di superare i propri limiti che lo fanno tendere alla semplificazione.

Questo pensiero va comunicato e contrattato con quello degli altri Io in una “democrazia dei pensanti”. L’adattamento al mondo e quello tra gli Io tanto individuali che sociali che culturali e politici, presuppone questa azione prima pensata e contrattata altrimenti non ci sarà alcuna con-vivenza e se non ci sarà con-vivenza ci sarà il fallimento dell’adattamento e la doppia, tremenda, sanzione prima socio-storica, poi naturale: guerre civili e  guerra tra popoli prima, estinzioni di massa[9], poi.

Sottolineiamo di nuovo che questa indicazione non sembra provenire da un unilaterale preferenza etica o politica o antropologica, sembra provenire da una lettura realistica delle condizioni di ciò a cui dobbiamo adattarci: un mondo finito che ospita prossimi 10 miliardi di individui, cresciuti tanto in brevissimo tempo dentro un contenitore finito, che ragionano ancora come se intorno a loro non ci fossero limiti, limiti dati da Altri e da Altro. In questo contesto, il contesto in cui ci avviamo volenti o nolenti ad essere assieme in un unico sistema macroscopico, la competizione diventa un disvalore, la cooperazione diventa l’unica via per tenere assieme, mediando, gli interessi di tutte le parti e dell’intero.

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8. IL COMPLESSO NEL POLITICO Adattarsi ad un nuovo “fuori di noi” e tra i tanti e diversi “noi” esterni ed interni, implica necessariamente una riformulazione profonda del nostro stesso “dentro di noi”, quello sociale e collettivo tanto quanto quello individuale. L’Occidente dovrà prender coscienza della sua diversità interna, l’Europa continentale ha natura, materiale ed immateriale, essenzialmente diversa dalla tradizione anglosassone. Gli occidenti dovranno separarsi perché diverso è il loro destino, le loro opportunità, la loro posizione geo-storica[10]. Gli Stati Uniti d’America sembrano esser i primi a non volersi o potersi render conto della mutazione del mondo. Ogni sistema dominante il cui tempo stava per finire ha sempre mostrato questa incapacità adattiva perché tutta la sua struttura istituzionale e mentale, lo spinge ad essere sempre e solo in quella maniera. L’Europa continentale, dovrà prender coscienza anche della sua irriducibile molteplicità interna e trovare nuove vie tra l’inconcludente idealismo dell’unità irrealizzabile e se forzata, distopica e l’insostenibilità della sua eccessiva frammentazione stato-nazionale figlia di una storia ampiamente terminata come condizione di possibilità.

I vecchi popoli europei, i mediterranei più di altri[11], riconoscendosi in un unico sistema che ha più coerenza interna di quanto non abbia col suo esterno (coerenza data dalla geo-storia) e riconoscendo la necessità di superare la piccola dimensione dello Stato-nazione di taglia europea per meglio contrattare l’adattamento dei nuovi sistemi alla condizione planetaria condivisa, dovrebbero porsi in atteggiamento di dialogo con gli altri popoli e la propria condizione naturale. Dovranno, forse prima di altri, superare l’ordine economico e tornare all’unico ordine che fonda la molteplicità, la relatività, la complessità sociale e permette di sviluppare adattamento condiviso: il politico. La prima e più fondamentale battaglia di chi vuole gestire e non subire la transizione dovrebbe essere la ri-politicizzazione della società.

L’essenza di questo politico in cui i Molti dovranno registrare il proprio agire ai criteri di possibilità, compatibilità, opportunità e responsabilità, vicendevolmente, non potrà altro essere che il democratico, minimizzando il rappresentativo in funzione del diretto[12]. Solo comunità informate ed ordinate sulla necessità di relazioni intelligenti, potranno sviluppare adattamento e sottomettere la volontà di dominio individuale alla più opportuna capacità di convivenza collettiva nel condominio planetario[13]. Di nuovo si segnala, che il democratico diretto non è tanto una nostra preferenza ideologica. Far circolare tutta l’informazione possibile tra tutte le parti, combattendo strenuamente tutte le asimmetrie informative e di potenza che sono quelle che creano le differenze Pochi vs Molti si rende necessario affinché tutte le parti introiettino quel mondo rispetto al quale debbono decidere il modo di abitarlo. Prima di domandarci contro chi e cosa siamo, dovremo domandarci cosa vorremmo e prima ancora cosa sia possibile. Prima che prevalga lo scoramento da impossibilità si comprenda la metrica del tempo storico, stiamo qui parlando dei prossimi decenni non di domattina, sebbene ciò che poi sarà nei prossimi decenni, inizia domattina.

L’attivo del moderno non basta più, deve esser intenzionato dall’adattivo del complesso e questa intenzione, prima di dar forma a nuove istituzioni materiali ed immateriali, dovrà esser quanto più introiettato dagli individui che formano i sistemi. A questo serve il politico, il democratico diretto, a scambiare informazioni, conoscenze, valutazioni e prospettive in seconda e terza persona, ad equalizzare le intenzionalità individuali o dei piccoli gruppi, in una intenzionalità media del “noi”[14] temperata dai limiti posti da Altro e Altri.

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9. TRANSIZIONI DI FASE. Insomma, il mondo è cambiato profondamente e sono necessarie nuove e più adatte istituzioni umane e nuovo e più adatto pensiero per interpretare il mondo e progettare il nostro adattamento ad esso. Nel mentre cerchiamo di sviluppare questo difficile riallineamento, è importante l’atteggiamento.

L’atteggiamento è la precondizione perché questo processo si diffonda e fertilizzi la partecipazione attiva allo sforzo senza il quale la transizione rischia di non andare in porto. I sistemi intellettuali in fase di declino, in genere, accanto a gli irrigidimenti ostinati producono una temperie scettica, necessaria a sviluppare la coscienza critica su ciò dal quale dobbiamo ritirare la credenza per cominciar a far posto a nuove credenze basate su nuovi sistemi. E’ quindi un buon segnale, trovare esercizi di scetticismo diffuso, un atteggiamento di “ripensarla daccapo” senza il quale non usciamo dal vecchio e non c’incamminiamo verso il nuovo. L’esercizio è consigliato a tutti, quelli che hanno dominato e quelli che hanno subito il dominio. Lo stesso fatto che hanno continuato a subire il dominio dovrebbe consigliare loro una profonda revisione dei propri quadri analitici e delle prognosi fatte. In onore al testamento ideale del precursore del pensiero critico-alternativo Karl Marx, occorre tirare un riga di totale e dirci che il mondo non lo abbiamo cambiato e quindi forse l’interpretazione non era giusta e se pure era giusta sul piano astratto non aveva contenuti pratici utili al cambiamento attivo reale. Non è concedendo qualche blanda riforma sulle ipotesi ausiliarie che compiremo questa operazione, è il nucleo che ve messo nel braciere del fuoco critico.

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Ragionando dell’intero, assumendo la civilizzazione occidentale come “nostra” sia che la si abiti nel comodo vertice delle élite, sia che si abiti negli stentati bassifondi della necessitata lotta per la sopravvivenza, la dimensione del cambiamento di mondo che abbiamo tratteggiato non implica solo l’uscita dal moderno, che già di per sé non sarà cosa semplice, ma forse addirittura una rimessa in profonda discussione delle radici del nostro pensiero, le radici greche. I filosofi, poiché è da loro che dipende la custodia dei fondamentali del sistema del pensiero, dovrebbero forse tornare all’Accademia ed al Liceo o nel loro intorno e precedente pre-socratico, e capire se c’è qualche biforcazione[15] nella quale si è presa la strada che dobbiamo cambiare. Noi crediamo che questa biforcazione ci sia stata, in due casi almeno. Il primo fu il rifiuto parmenideo del Molteplice diveniente, rifiuto poi riconfermato e sistematizzato da Platone, il secondo fu il rifiuto platonico dell’essenza relativa di ogni essere. Pensiero classico, greco e romano, medioevale e moderno, non hanno mai provato phileîn, cioè amore, per la democrazia. Il disprezzo per i sofisti che furono il pensiero e lo sviluppo di quelle che oggi chiamiamo “pratiche discorsive” al servizio del dialogo su cui si fondò l’imperfetto tentativo democratico ateniese (e non solo), dice di quanto l’aristocrazia del pensiero detesti la democrazia. La democrazia è un sistema politico sostanzialmente impensato, sino ad oggi. Noi non siamo mai stati “democratici” se non in qualche sbuffo di storia presto coartato dalla più realistica ferrea logica del dominio dei Pochi[16]. Tutti i primi ottomila anni di storia delle umane società complesse, mostrano il dominio di questa logica per la quale nei grandi aggregati umani, a differenza di quanto avveniva nei piccoli, s’impone il dominio dei Pochi. E questi Pochi sono stati maschi, anziani, militari, religiosi, intellettuali, politici, una etnia sull’altra, tutti sistemi che non si sono necessariamente basati sul possesso dei mezzi di produzione per imporsi inizialmente come élite. L’invariante di questi primi ottomila anni di società complesse è proprio la gerarchia fissa. Per esser adattivi nel complesso, si dovrebbe aprire un’era il cui fine di orientamento politico è la costante riduzione di gerarchia fissa[17] in favore di quella variabile.

Coloro che frettolosamente vogliono trarre da questa millenaria invarianza un senso di “legge ferrea” calmino subito la loro patologica ansia alla certezza, non c’è alcuna legge, non c’è ferro nella cose umane (<0,05% della massa umana). Ottomila anni possono sembra tanti a chi ha inventato un dio che s’è fatto vivo duemila anni fa ma la nostra specie di anni ne ha tre milioni e passa. Tra ottantamila o ottocentomila anni, quando i discendenti leggeranno le false certezze dei pensatori ansiosi che, nelle cose umane, hanno postulato leggi di qui e di là, avranno un sorriso di tenera compassione per i limiti mentali dei lontani antenati, come noi lo abbiamo verso i nostri. Forse è questa l’unica legge da tenere a mente.

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10. A CHIUDERE. L’essenza del complesso è una molteplicità di parti tra loro in interrelazione in cui la gerarchia è molto plastica, vaga, sempre in riformulazione e diffusa, dipendente dalle necessità adattive. Parti ed interrelazioni che creano una dinamica, dinamica che pone poi ogni sistema in essere/divenire in relazione adattiva con ciò che gli sta intorno. Dovremmo forse tornare ai nostri antichi bivi e vedere che strada si dipana prendendo la via che gli antichi scartarono. Ripensarla daccapo significa tornare all’origine e, modificando le antiche scelte, vedere che nuova storia si apre, sottrarsi alla dipendenza dal percorso dandoci un nuovo percorso, quindi una indipendenza da ciò che fino ad oggi è stato. Tale indipendenza sembra necessaria per quel salto di mentalità che precede ed accompagna l’innovazione istituzionale, politica, economica, geopolitica dei nostri modi di abitare il mondo,  senza il quale il fallimento adattivo è rischio con molte, troppe, probabilità. Il tempo è poco.

(Fine seconda ed ultima parte, qui la prima parte)

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[1] https://pierluigifagan.wordpress.com/2016/01/26/una-nuova-eta-assiale-storia-e-complessita/

[2] https://pierluigifagan.wordpress.com/2013/10/28/logica-della-conoscenza-complessa-12/

[3] Se l’individualismo è sez’altro fondamento del liberalismo e l’organicismo lo è nella visione politica che da Platone arriva a vari tipo di comunitarismo, la concezione politica dell’Uno-Molteplice risale, in parte, ad Aristotele che tendeva a coimplicare le due istanze, poiché questa è in definitiva ed al di là degli estremi in cui si balocca il pensiero astratto, la natura umana, né solo sociale, né solo individuale.

[4] http://www.cnas.org/sites/default/files/publications-pdf/CNASReport-EAP-FINAL.pdf

[5] https://pierluigifagan.wordpress.com/2016/04/07/logica-del-limite-per-una-etica-della-complessita/

[6] https://pierluigifagan.wordpress.com/2013/07/29/la-vita-nasty-short-and-british/

[7] Il passaggio evolutivo più importate tra i precedenti della nostra storia, fu quando la raggiunta maggior dimensione dei gruppi umani, impedì un libero nomadismo ed impose una progressiva stanzialità dalla quale emerse il modo agricolo e successivamente le società gerarchiche e complesse. Così come passammo dalla spensierata caccia e raccolta alla più ragionata agricoltura con esternalizzazione bellica delle contraddizioni, oggi sembra necessario superare questa spensierata esternalizzazione, l’introiezione dei problemi adattivi, la condivisione e contrattazione della soluzioni, la convivenza ed una serie di ragionate auto-limitazioni previa ampia redistribuzione di oneri ed onori. La chiamerei “società corta”. La “società aperta” (Popper) è un concetto impreciso e tautologico, come già detto tutti i sistemi sono né completamente chiusi, né completamente aperti, per definizione. Il problema oggi è restringere la piramidalità delle opportunità, delle conoscenze, della partecipazione, accorciare la scala sociale, compattarsi, unirsi, condividersi.

[8] https://pierluigifagan.wordpress.com/2014/02/18/essere-una-relazione/

[9] Riflessioni sul crollo delle civilizzazioni in una recensione ad un libro dell’archeologo E. H. Cline: https://pierluigifagan.wordpress.com/2015/01/12/complessita-e-crollo-delle-civilizzazioni/

[10] Sulla divergenza degli interessi tra l’Occidente americano e quello europeo: https://pierluigifagan.wordpress.com/2014/10/29/geopolitica-dei-trattati-di-libero-asservimento/ e sulla strategia americana nei confronti dell’Europa: https://pierluigifagan.wordpress.com/2015/11/29/pivot-to-europe-il-piano-che-non-ce-ma-si-vede/

[11] Sulle nuove forme politiche che può darsi l’Europa  https://pierluigifagan.wordpress.com/2015/07/24/tra-leuropa-impossibile-e-la-nazione-impotente-ridefinire-il-progetto-per-i-tempi-a-venire/

[12] Una articolata riflessione su i rapporti tra Tempo e Politica, in particolare per quanto attiene al modo democratico: http://www.sinistrainrete.info/teoria/7173-pierluigi-fagan-tempo-e-politica.html

[13] Riflessione su un’etica del limite che sia adattiva https://pierluigifagan.wordpress.com/2016/04/07/logica-del-limite-per-una-etica-della-complessita/

[14] Sull’intenzionalità del noi: https://pierluigifagan.wordpress.com/2016/06/16/coopero-quindi-sono-racensione-del-libro-di-m-tomasello-unicamente-umani/

[15] Si torni al topos delle due vie che la Dea mostra nel poema Sulla Natura di Parmenide ed alla critica che ne fece Gorgia. Se è discorso che crea la nostra idea di realtà, questo discorso può e deve esser contratto tra tutti, da cui la “democrazia dei pensanti”.

[16] La parte finale del “Sulla rivoluzione” di Hanna Arendt, Einaudi, 2006-2009, il sesto ed ultimo capitolo, ha titolo “La tradizione rivoluzionaria e il suo tesoro perduto”. Questo “tesoro perduto” è la collezione dei casi di democrazia spontanea ed auto – organizzata (le comuni, i consigli, le assemblee di comunità, i soviet) che sono state le prime forme politiche che il movimento del cambiamento si è sempre, spontaneamente dato. Proprio perché spontaneo ma soprattutto perché contrario di principio alla “ferrea” legge dei Pochi su i Molti, questo naturale principio democratico è stato sistematicamente, successivamente cancellato. Forse la teoria politica, dovrebbe vedere meglio cosa è possibile fare per non farlo cancellare, proteggerlo e dargli condizioni di possibilità per lo sviluppo. Le forze sociali, politiche, intellettuali del cambiamento, dovrebbero forse abbandonare i loro dogmi eterogenei ed inconcludenti e dire cosa non gli va della democrazia reale. Se non ci sono obiezioni, allora si cominci a lavorare sullo sviluppo di idee e sistemi che sono stati da lungo tempo orfani di pensiero e volontà pratica. Cambiare, a volte, non è produrre cose che prima non c’erano, novità assolute, ma rimuovere gli ostacoli che non hanno permesso condizioni di possibilità per l’affermazione di cose che già si producevano.  L’uomo che domina il mondo è un di cui dei mammiferi ma i mammiferi si son potuti esprimere solo dopo che un evento accidentale ha tolto di mezzo i grandi sauri. Per portare in atto ciò che è solo in potenza, s’impongono sottrazioni, rimozioni, riformulazioni.

[17] https://pierluigifagan.wordpress.com/2016/03/13/dell-origine-della-disuguaglianza-come-che-nati-liberi-finimmo-in-catene-1/

 

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DALL’ERA MODERNA A QUELLA COMPLESSA. Transizione dalla logica del dominio a quella del condominio. (1/2)

La presente riflessione, non breve perché l’argomento non lo consente, raccoglie un percorso di pensiero che ho sviluppato da tempo in vari articoli che gli interessati troveranno  riportati nelle note. Riepiloga ed argomenta intorno alla tesi che noi si sia entrati una nuova era, l’era della complessità. Entriamo in questa nuova condizione del mondo, con istituzioni, credenze ed immagini di mondo, ereditate da una lunga storia che va indietro anche oltre la modernità, una storia che aveva caratteristiche del tutto diverse. Ne consegue il concreto rischio di dis-adattamento.

L’epoca in cui siamo capitati (Heidegger avrebbe detto “siamo stati gettati”) la definiamo “complessa”. Questa complessità ne è il concetto, come moderno è stato il concetto di quella che sta finendo. L’era della complessità subentra al moderno e termina anche quella lunga incertezza definitoria che è ricorsa all’utilizzo dei “post-qualcosa” per segnare la fine del moderno ma non ancora la nascita di qualcos’altro.

Vorremmo argomentare su tre punti: 1) perché definiamo la nostra, addirittura una “nuova era” e perché la definiamo complessa; 2) che cosa intendiamo per complessità; 3) cosa differenzia il complesso dal moderno e cosa ci indica, sul piano del cambiamento adattivo, questa differenza. I primi due punti si co-implicano e quindi l’argomentazione verrà svolta in un’unica soluzione prima di argomentare sul terzo

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1) UNA NUOVA ERA? Da tempo è in questione, presso i geologi e da loro alla comunità scientifica in senso più ampio, se definire la nostra era in maniera nuova rispetto alla precedente. L’ipotesi in discussione è sul termine “antropocene”, l’era antropica ovvero l’era in cui non è più e solo la Natura a determinare il suo stesso stato e divenire ma la relazione tra questa è l’umano. L’umano ha, per quantità e qualità di impatto delle sue azioni, raggiunto un ruolo perturbativo del naturale tale da co-determinarlo (la Natura determina l’uomo che determina la Natura). Questo sul piano della Natura (geologia), ma anche sul piano dell’ Uomo (storia) si contano diverse novità. Da tempo, si notano dei sinistri scricchiolii in una serie di istituzioni umane che hanno segnato e fondato l’epoca moderna in Occidente: il sistema detto capitalismo tanto nelle sue forme economiche che politiche (dette “democrazie di mercato”), il tramonto dell’occidental-centrismo, l’infelicità occidentale che subentra ad una lunga stagione di hybris, un ritorno di presenza delle religioni, la degenerazione delle élite, il ricorso ansioso ai criteri di verità tecno-scientifica, la paura ed il senso diffuso di rischio, il disordine, l’occlusione dell’orizzonte detto “futuro” e l’evaporazione del concetto di progresso, l’invecchiamento demografico, lo smarrimento valoriale, il degrado quasi totale del politico. Gli intellettuali, sono necessariamente compresi in questo movimento apparentemente degenerativo e si fa fatica ad aprire anche una sola mano ed a porre su ogni dito contante un pensatore di riferimento, una mente lucida in grado di narrare il presente ed indicare il futuro, chiarificandolo. Il nostro “tempo appreso nel pensiero” sembra trovare a fatica pensanti in grado di apprenderlo (prenderlo assieme cum-prehendo) e mancando la lucida interpretazione, manca la possibile predizione. Sembra quindi che i tempi siano difficili, da vivere come da comprendere e forse l’una difficoltà è in funzione dell’altra.  Questo parziali elenco di crisi e novità, avanza il dubbio noi si sia finiti in un transizione storica, ma da cosa a cosa?

2. LA STORIA E IL TEMPO In genere, in settanta anni, cambia poco nelle strutture e sovrastrutture umane. Cambia poco perché strutture e sovrastrutture umane sono enti complessi, dotati cioè di molte parti e molte interrelazioni, per cui il movimento interno, che è costante, diventa decisivo e radicale (transizione di fase) solo dopo un tempo necessariamente lungo. Ne fece perno del suo metodo lo storico Fernand Braudel a cui spesso ci riferiamo nei nostri scritti[i], il quale osservò che la storia dei fatti (evenemenziale) è una cronaca  interessante ma non decisiva per comprendere il movimento essenziale che ha tempi di lunga durata[ii]. Capita ancora oggi di leggere del capitalismo o dello Stato-nazione europeo o del moderno, riferendosi implicitamente al teatro storico del XIX secolo quando tutti e tre i fenomeni, nel consenso di molti studiosi, mostrano la loro origine nel XV e XVI secolo. Certo la loro fenomenologia in quel del XIX secolo è stata esplosiva e molto significativa ma senza una comprensione profonda della loro origine, difficile capirne l’essenza e se non si capisce quale ne sia l’essenza, difficile farne una diagnosi ed una prognosi.

Se settanta anni son quindi pochi per leggere i movimenti profondi della geologia storica, la lettura dei nostri ultimi ci mostra comunque qualcosa di molto rilevante: il mondo è incorso in una trasformazione profonda più veloce della capacità dei sistemi umani sovrastrutturali (culture) e strutturali (istituzioni sociali, politiche, economiche) di registrarla. Quando si capita, come ipotizziamo si sia capitati, in una transizione storica in cui i cambiamenti di stato sono sia estesi che intensi, vasti e profondi, in cui lentamente e contraddittoriamente si sovrappongono stati di cose vecchi e nuovi,  è normale che tra mondo dei fatti e mondo delle istituzioni umane ci sia disallineamento. E se c’è questo disallineamento tra mondo dei fatti e mondo delle istituzioni umane, viepiù c’è tra entrambi e mondo del pensiero. I tempi portano cambiamenti che facciamo fatica a registrare, che abbiamo difficoltà a comprendere, a cui facciamo fatica ad adattarci. In un mondo molto più semplice, quello che transitò dal medioevo al moderno, furono necessari secoli per riallineare i tre tempi-modi, quello del mondo, quello della sua interpretazione istituzionale e di quella culturale. Tra la fine della monarchia assoluta inglese e quella russa corsero più di due secoli, tra i soprassalti dell’Inquisizione e l’annuncio che Dio era morto più di tre, tra Galileo e la dittatura neopositivista della cultura tecno-scientifica americana quasi quattro, tra l’intensificazione dei commerci mondiali dei beni voluttuari delle élite cittadine alla globalizzazione della produzione e consumo di massa planetario, cinque. Tra l’inizio della fine del medioevo e l’inizio dell’era complessa, sei, cioè sei secoli è la durata del moderno in senso esteso ma molto di questo tempo, è servito per diluire la coda del periodo precedente e consentire l’affermazione del nuovo modo con lenta progressione. Questa transizione lunga avvenne in un sistema meno ampio e denso di quello in cui oggi ci troviamo e sopratutto, beneficiò della possibilità di esternalizzare le contraddizioni. Tale transizione lenta, infatti, riguardò l’Occidente mentre quella attuale riguarda il Mondo.  Data quindi l’estensione, la densità e la mancanza di un esterno in cui scaricare le contraddizioni del sistema in transizione di fase, quella attuale, sarà probabilmente più brusca e caotica.

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3. LA NUOVA ERA SI PRESENTA COME CRISI DELLA VECCHIA. Ma cosa è successo in questi sessanta anni? La popolazione mondiale è cresciuta da 2,5 a 7,5 miliardi di persone. Se il nostro oggetto di comprensione è il mondo umano, materialisticamente (e col termine s’intende la semplice consistenza fisica di un oggetto osservato), è assai rilevante che l’oggetto abbia triplicato le sue dimensioni ed in così poco tempo. Mai nella storia umana, l’umanità si è triplicata in settanta anni e partendo poi già da una dimensione mai prima raggiunta[iii]. Se poi prendiamo gli inizi del XX secolo e il traguardo del 2050 (o forse prima), avremo un salto volumetrico da 1.500 a 10.000 milioni di individui, in un solo secolo e mezzo. In questi settanta anni, gli Stati-nazione sono quadruplicati da circa 50 a poco più di 200, movimento che sembra voler continuare. La grande varietà di popoli, culture, lingue, religioni, modi di vita, ha preso ad interconnettersi alla velocità con cui prende ad arborizzarsi  il cervello infantile nei primissimi mesi di vita. Quando aumentano in poco tempo sia la varietà (le parti) che le relazioni tra le parti (le interrelazioni), si ha una inflazione di complessità. I sistemi strutturali, gli Stati, i sistemi economici e finanziari, le reti di comunicazione e trasporto (merci e persone), quindi gli scambi materiali e i sistemi sovrastrutturali, le culture, le visioni del mondo, i paradigmi, le logiche, le idee e le credenze quindi gli scambi immateriali, hanno tessuto velocemente un sistema nuovo, un sistema molto più complesso che non abbiamo  ancora pienamente registrato come fatto compiuto. Globalizzazione e migrazioni sono certo fenomeni tessitori importanti ma questa spinta al crearsi di interconnessioni e dipendenze ha una natura più complessa e dipende, in gran parte, dalla semplice densificazione del pianeta.

Nel qualitativo, l’Occidente che è stato il sistema guida del moderno, si è trovato in poco tempo (anche se un po’ più ampio che non i settanta anni) dal pesare il 30% circa del mondo umano a poco più del 10%. L’Europa che inizio secolo scorso era la maggioranza di quel “occidentale” tende a diventare minoranza in favore del mondo anglosassone ed invecchia a ritmi sostenuti deformando le tradizionali piramidi demografiche  che nel lungo tempo, molto svasate alla base e corte in altezza, si sono prima allungate e ristrette ed ora quasi invertite visto che si vive sempre di più e si fanno meno figli. Il modo occidentale di stare la mondo, spesso detto “capitalismo” ma più precisamente definibile come sistema sociale ordinato dalle attività economiche[iv], è diventato il principale standard planetario. Parallelamente, la potenza dominante il sistema, gli Stati Uniti, subentrata a gli inglesi nei sessanta anni che vanno dal 1870 al 1930, preoccupata da questa espansione del mondo non occidentale, preoccupata dal fatto che allargandosi il mondo si diluiva il suo controllo e posizione, introduce il fiat-money (Nixon 1971) per trasferire il controllo del sistema economico dalla produzione e scambio alla banco-finanza, riservandosi del modo tradizionale di produzione e scambio, più che altro le punte tecno-scientifiche che coltiva anche in funzione del necessario primato militare. Il Nasdaq apre, appunto, nel 1971 ed Internet discende da una rete militare (Arpanet). In seguito, ha condensato un set di disposizioni economiche che hanno dato al sistema economico mondiale, le forme a lei gradite per mantenere una posizione di sostanziale controllo.  Se la cosiddetta rivoluzione industriale è stata un movimento prodotto dai britannici più come somma di molti atti non intenzionati da un soggetto centrale, la rivoluzione finanziario-digitale è stata invece promossa intenzionalmente per cercare di garantirsi il doppio obiettivo di dar ulterior sviluppo ad un sistema che andava a ristagnare o quantomeno a frenare bruscamente il suo impeto accrescitivo, mantenendo la leadership assoluta del sistema stesso. La cosiddetta “finanziarizzazione” non è stata quindi un mutamento endogeno dell’acefalo sistema economico che chiamiamo “capitalismo” ma, in accordo con la visione Braudel – Arrighi, un movimento intenzionale guidato dal “contenitore di potere” che ospita il quartier generale del sistema “capitalistico” della nostra fase storica: gli Stati Uniti d’America[v].

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Nel politico, l’Occidente ha visto una sempre più pronunciata subordinazione dell’Europa continentale al sistema anglosassone. La guerra mondiale svolta nella prima parte del XX secolo in due puntate per complessivi circa 86 milioni di morti e radicale distruzione materiale, terminava in Europa, una lunga era cominciata con la Guerra del Peloponneso, quella della guerra interna al sub-continente più complesso (complice la sua peculiare geografia) dell’intero pianeta. Quel modo era giunto alla sua impossibilità ma cosa quindi fargli succedere per darsi un ordine, ancora ce lo domandiamo rimbalzando tra idealismi sfocati (Stati Uniti d’Europa), pragmatismi elitisti (il sistema euro, la Commissione EU) e il sempre confortante “come si stava bene una volta” (il ritorno allo Stato-nazione). Facendosi viepiù difficili le cose per il sistema occidentale non più materialmente in grado di dominare e subordinare il pianeta con imperi (formali ed informali) e colonie, nei settanta anni, si è passati da pseudo-democrazie comunque redistributive e relativamente equilibrate a pseudo-democrazie tendenzialmente oligarchiche con sfumature tecno-tiranniche. Movimento questo che si riflette non solo all’interno dei sistemi politici occidentali ma anche nel modo con cui l’Occidente a guida americana, si atteggia col mondo esteso. Mal si comprende questa degenerazione se non la s’inquadra dentro l’altra contrazione, quella della lenta perdita progressiva di potere e controllo occidentale sul mondo.

Nel culturale, la tecno-scienza che ha sin dall’inizio accompagnato lo sviluppo di questo modo moderno, ha raggiunto capacità tali da segnare ad un certo punto, l’inversione della posizione umana rispetto alla natura, da subordinata a subordinante. Questo punto ha avuto la sua rivelazione con il doppio sganciamento delle bombe atomiche sul Giappone, è stato quello il “segno spaventoso” che  ci ha confermato la raggiunta capacità demiurgica del poter manipolare la materia nei suoi costituenti fondamentali. Di questa nuova potente ed inquietante capacità si son poi dati, in sequenza, altri avvisi:  la questione ambientale si pone infatti dagli anni’60, quindi nasce l’ecologia moderna, poi si pongono le questioni delle risorse ai primi anni ‘70, poi compare l’inquinamento ed infine si registra il cambiamento climatico. Quindi i geologi si domandano dell’opportunità di definire l’era “antropocene” e poco prima, il filosofo Hans Jonas propone di porre a paradigma delle nostre immagini di mondo il “principio responsabilità” perché se Prometeo è arrivato finalmente al compimento del suo sogno di dominio, sarà anche il caso cominci a domandarsi cosa farci di questo dominio e prenderne più giudiziosa responsabilità.

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Sul piano dell’ordinatore, il sistema economico come ordinatore delle entità sociali, mentre la retorica ufficiale celebra i fasti di un’umanità creativa, innovatrice ed audace, tutta intenta a far fiorire cose dagli algoritmi (vecchio vizio occidentale del delirio neoplatonico di processione dall’Idea alla Cosa), in realtà la vera innovazione sia ideativa che produttiva finalizzata alla alimentazione dei cicli di “creazione – distruzione” del modo economico, sembra esser giunta ad un periodo di senile sterilità. Certo che vapore ed elettricità non sono stati rimpiazzati da Google ed Apple, il solo pensarlo denota menti rapite dal bisogno di confortarsi applicando lo schema dell’analogia con le pere e le mele, con cose cioè che non sono affatto analoghe in essenza. Di fatto, negli ultimi venticinque anni, l’Occidente ha perso 14 punti percentuali di peso nella composizione del Pil globale, la svolta finanziaria ha moltiplicato la ricchezza dei già ricchi, fuori di questa élite i consumi si sono contratti e questo, oltre alla penetrazione di merci di altri sistemi geo-economici, ha deperito la produzione occidentale e contratto l’occupazione ed i salari. Per sostenere i sistemi nazionali, dato che il sistema economico è entrato in questa spirale contrattiva, si è ricorso al debito ma, fallendo sistematicamente il rilancio, il debito si è solo accumulato entrando in un aspirale accrescitiva dovuta a gli interessi così dal finire di diventare oltretutto inutile, se non come ulteriore alimentazione della accumulazione finanziaria. L’invocazione testarda e penosa alla “crescita” è diventata una religione del cargo.

Essendo allora oggi in grado di manipolare i costituenti primi della materia, atomi e molecole, si aprono serie di domande su chi crea, cosa e perché, inclusa l’automanipolazione della vita e dell’umano. Questo massimo raggiungimento poietico, coincide con il punto minimo di sviluppo dell’autoriflessione etico-morale. Georg Simmel argomentava che “L’oggetto della scienza della natura è ciò che accade, l’oggetto dell’etica è ciò che deve accadere” ma noi ci troviamo nell’inversione per la quale la scienza della natura è alla sua massima potenza di possibilità e non si limita più a comprendere il mondo ma a crearlo sotto dettato di un groviglio di necessità e bisogni i cui unici indicatori sono gli indici di borsa, su i quali nessuno esercita più il senso di responsabilità, la riflessione meditata sul dover essere. L’idea di governare la transizione di un mondo complesso sempre più denso e chiuso nei suoi limiti oggettivi, con le indicazioni che provengono dal luogo in cui si concentra la massima isteria umana, cioè la Borsa, denota la nostra manifesta inadeguatezza adattiva, un plasticamente allarmante senso di confusione, non comprensione, irresponsabilità.

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In sintesi, in settanta anni il mondo umano ha intrapreso un processo di dilatazione quanti-qualitativa impressionante, l’Occidente si è riformulato perdendo la sua millenaria origine euro continentale, sta perdendo peso e quindi potere sul mondo, ma continua ad ordinarsi secondo istituzioni materiali quali il sistema economico-finanziario e politico moderno e conseguenti istituzioni immateriali, quei sistemi di cedenze, logiche e pensieri che chiamiamo immagini di mondo, forgiate in tempi in cui peso e potere erano ben diversi. L’immagine di mondo si è tecno-scientificizzata perdendo sia la capacità riflessiva, sia la possibilità di discutere i suoi stessi fini. Perdendo capacità riflessiva ed intenzione dei fini ha perso “intelligenza”. L’ordinatore economico, ha dato energia e sviluppo fintanto che l’Occidente è stato in grado di dominare quelle vaste porzioni di mondo che ha usato per alimentarlo. Oggi questo utilizzo del “fuori il sistema” per dar condizioni di possibilità al “dentro il sistema” non è più possibile, oggi “tutto è sistema” e conseguentemente diminuiscono le possibilità nel mentre i pesi degli attori del sistema, non più solo occidentali, si redistribuiscono. Le élite, tali definite dalla posizione sociale all’interno delle società ordinate dai processi economici  finanziari, si sono riservate i modi per non solo resistere ma addirittura migliorare l’accumulazione di capitale, scaricando su tutto il resto della società i costi materiali ed immateriali della oggettiva contrazione.  Ne conseguono sintomi di disadattamento complessivo poiché abbiamo modificato radicalmente il nostro ambiente (in senso ampio e non solo ecologico) ma continuiamo ad abitarlo con i modi che erano adatti precedentemente. Siamo capitati in una nuova era, continuiamo a viverla e pensarla in modo antico[vi] che però continuiamo a chiamare “moderno” (più o meno “l’odierno”) confondendoci ancora di più. Soprattutto, non abbiamo percezione consapevole e diffusa dell’essere in una transizione, di quel processo in cui l’essere che non è più, non è ancora altro.

(Prima parte)

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[i] Su F. Braudel: https://pierluigifagan.wordpress.com/2013/07/01/la-concezione-realistica-della-storia-in-fernand-braudel/

[ii] Della tradizione braudeliana, fa parte anche Giovanni Arrighi: http://www.sinistrainrete.info/globalizzazione/7506-vincenzo-marineo-quanto-e-lungo-un-secolo.html

[iii] Diversamente da gli apparati analitici che privilegiano l’innovazione economica (tanto liberali che marxisti) come motore della storia, qui si ritiene che le grandi soglie del’evoluzione delle società umane, sono comparse al raggiungimento di certi volumi demografici in rapporto al territorio, cioè alla densità. Da cacciatori  raccoglitori a stanziali (la stanzialità non fu effetto dell’agricoltura ma causa), da stanziali ad agricoli, da tribù agricole a società che fondevano più tribù, al sistema della città, poi regni, poi stati con fiammate imperiali nei vari passaggi di fase delle ultime tre forme. Tutto ciò è avvenuto in vasti spazi e bassa densità. Ora, il gradino successivo, dovrà tener conto del fatto che gli spazi sono ristretti e la densità molto alta.

[iv] La differenza sostanziale tra l’impostazione di K.Marx e quella di K. Polanyi è che Marx riteneva questa forma (materialismo storico), una sorta di legge della natura sociale umana di ogni tempo e luogo mentre invece Polanyi la riteneva l’essenza propria solo del moderno occidentale, di quei cinque/sei secoli relativi alla nostra specifica storia. Noi concordiamo con Polanyi.

[v] La visione “economicista” della storia, non può spiegare il suo stesso movimento. Anche solo esaminando il trapasso delle varie fasi storiche del capitalismo occidentale, se si levano le leggi, gli eserciti, il ricircolo e reinvestimento del prelievo fiscale, cioè il ruolo del potere politico, statale, colonial-imperiale, si sarebbe avuto un sistema amorfo che si sarebbe disintegrato al primo tornante della storia.

[vi] Marxismo, economia neo-classica pensiero liberale, socialdemocrazia, l’individualismo metodologico, l’imperialismo, tecno-scienza come motore dello sviluppo, democrazia rappresentativa sono tutte idee e pratiche del XIX secolo. Nel XIX secolo, il mondo era abitato da un miliardo di persone che sciacquavano nei suoi vasti spazi.

 

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