LA SPOSA OCCIDENTALE E L’AMANTE ORIENTALE.

Russia, Iran, curdi, Siria, Israele, Arabia Saudita, Qatar, Egitto, Francia, Germania, Unione europea, Stati Uniti d’America, Tutti questi attori sono stati variamente invocati e convocati per spiegare il fallito colpo di stato turco e tutti loro sono sotto esame per capire dove si volgeranno le prossime relazioni internazionali turche. Ma non ci siamo scordati qualcuno?

Tre anni fa, nel mentre la Turchia ribadiva la sua fedeltà atlantica e nel mentre si sottoponeva al decennale corso di idoneità per sposarsi con l’Unione europea, processo kafkiano che dal 2005 ha rinnovato esami e scadenze senza mai approdare a nulla di concreto, la Turchia si faceva l’amante e ad Aprile 2013, entrava come osservatore nella Shanghai Cooperation Organization SCO. La SCO, ha come membri effettivi la Cina, la Russia, i tagiki, i kazaki, i khirghizi e gli uzbeki. Questi ultimi quattro, tutti musulmani e tutti sunniti, sono nazioni della zona da cui -in parte- originano i popoli turchi che non sono indigeni dell’Anatolia. India e Pakistan hanno appena firmato il protocollo formale di adesione alla SCO e quando il processo si concluderà, presumibilmente Giugno dell’anno prossimo (2017), diverranno membri effettivi. Sono gravitanti intorno alla SCO in qualità di membri osservatori: l’Iran,  la Mongolia, la Bielorussia e l’Afghanistan. Sono invece partner di dialogo: lo Sri Lanka, il Nepal, la Cambogia, l’Azerbaigian, il Bangladesh e l’Armenia. Per ora solo “ospite”; il Turkmenistan, il quale ha solide relazioni di fornitura gas ed investimenti in impianti con la Cina. L’Ucraina aveva presentato domanda nel 2013 ma né è stata ritirata, né ne è stato sollecitato l’iter. Tutti compresi, oltre ad essere il cuore dell’Eurasia, sono circa metà dell’umanità.

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La SCO[1] ha varie articolazioni. Si collabora contro il terrorismo, il separatismo, si sviluppa la difesa e la sicurezza comune, si fanno esercitazioni militari congiunte, si contrasta il traffico di droga e si sviluppa la cybersicurezza ma si fanno anche affari, patti commerciali e di libero scambio, si mettono in piedi istituzioni bancarie e finanziarie, si fa cooperazione culturale. Deve esser interessante la SCO visto che gli Stati Uniti vi hanno chiesto di esser accettati come osservatori già nel 2005, richiesta respinta perché in tutta evidenza, non ci sono confini contigui e quella del rispetto dei reciproci confini era una delle ragioni fondative del gruppo. Non volevamo però fare della sottile ironia nel sottendere che gli Stati Uniti tendono a non rispettare gli altrui confini ma solo che oggettivamente gli Stati Uniti d’America stanno, geograficamente parlando, da un’altra parte o almeno questo recita la motivazione ufficiale al diniego. Infine, a Giugno 2016, hanno presentato domanda d’entrata anche l’Egitto, la Siria ed Israele. Cosa spinge iraniani ed israeliani, pakistani ed indiani, turchi e siriani a far parte della stessa organizzazione? La Cina.

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La Cina ha i soldi e sono pochi a trovarsi in questa fortunata condizione soprattutto oggi che i più stimati economisti dichiarano la prospettiva di una secolare stagnazione. La Cina ha in progetto e progressiva realizzazione, ben due vie infrastrutturali piene di ferrovie, strade, porti, aeroporti, stazioni, pipeline, cavi elettrici e di comunicazione[2]. Il Financial Times l’ha definito il nuovo Piano Marshall, con ironia tutta britannica. Chissà, magari è per questo che quelli dell’IMF, che ormai sformano paper a mitraglia in cui promuovono tutto e l’esatto contrario[3], ha invitato i G20 a tornare a considerare lo stimolo dell’investimento statale[4]. Pur di relativizzare il potere degli investimenti cinesi, sono disposti anche a rispolverare Keynes. La Cina ha soldi e progetti di cooperazione, non ti chiede se sei bianco o nero, se sei democratico o meno, a quale dio sei devoto o se rispetti i diritti dei gay, ti chiede solo di essere collaborativo e stabile. Stabilità che impone di mettere posto in casa prima di ospitare progetti ed investimenti. “Mettere a posto in casa” significa esser stabili, non manipolabili esternamente, non divisi tra chi vorrebbe andare da una parte e chi dall’altra, avere confini certi.

Noi non sappiamo come è andato davvero il fallito colpo di stato turco, se e per quale ragione è stato precipitato alla sera invece che esser condotto prima dell’alba come si conviene in questi casi, se Erdogan ne era completamente ignaro o moderatamente pre-allertato, se ne era del tutto consapevole e l’ha controllato ex-post. Sappiamo però che l’ha definito “un dono di Dio”, non il fatto che lui abbia salvato la pellaccia, proprio il tentativo di colpo in quanto tale. Perché?

Andando sul piano congetturale ancorpiù spinto, proviamo a mettere in fila alcuni recenti avvenimenti geopolitici dell’area e del comportamento turco. Indubbiamente, Erdogan ha accarezzato con presenza e decisione la strada dell’alleanza organica con il Qatar (a cui lo lega la comune adesione o simpatia al progetto islamista dei Fratelli musulmani) e per traslato con l’Arabia Saudita. Ne ha quindi appoggiato le mire siriane e tra un bombardamento della Siria curda ed un appoggio allo Stato islamico, ha finito anche col buttar già un caccia russo. Chi segue queste cose, il mattino dopo la notizia, ha temuto che Erdogan non si fosse inventato la provocazione, si temeva che la NATO, visto che presuntivamente il caccia aveva sorvolato lo spazio aereo turco, quindi NATO, sarebbe arrivata in soccorso facendo la voce grossa, con successiva potenziale escalation. Invece non l’ha fatta. Erdogan forse ha cominciato a sospettare di esser una pedina anche non delle più importanti, quello che gli avevano detto e assicurato forse non stava esattamente come detto e assicurato. In seguito, ignorato volutamente da Obama che ha evitato una esplicita richiesta di contatto a quattr’occhi, ha mandato Davutoglu, allora primo ministro, in Europa. Il turco, pur diplomatico e sorridente, aveva l’ingrato compito di far richieste abbastanza impegnative non solo relativamente ai soldi che Erdogan pretendeva per fare da frena-profughi, ma precisi impegni per porre fine all’interminabile esame davutoglud’ammissione all’UE, inclusa l’abolizione dei visti su i passaporti per i cittadini turchi diretti in Europa. Mentre Davutoglu si sottoponeva ai delicati compiti diplomatici, Erdogan da Ankara, lo bombardava con dichiarazioni francamente inopportune nella loro arroganza. Tant’è che qui in Europa, s’è presto formato un vasto schieramento di più che perplessi sull’eventualità di considerare la Turchia, davvero un partner. Si ricordi gli incontri nella reggia kitsch di Ankara tra Merkel ed Erdogan. Forse Erdogan voleva saggiare quanto le paroline dolci e le promesse sussurrate a suo tempo dalla tedesca fossero dati reali e concreti e quanto no e forse voleva farlo per assecondare ancora una volta le potenti élite occidentaliste che aveva in patria ma chissà poi quanto convinto. Tant’è che non sono passati poi molti giorni da quando Davutoglu aveva portato a casa almeno i milioni di euro per il servizio trattieni-profughi che Erdogan ha raddoppiato la cifra richiesta. Sembrava quasi che Erdogan avesse voluto o dovuto, concedere una chance al diplomatico Davutoglu notoriamente più liberale, filo europeo ed atlantista, ma non ci credesse molto nella strada europea e stesse quasi facendo di tutto per esser mandato a quel paese. I primi di Maggio, Davutoglu si dimette, evidentemente per insanabili divergenze con Erdogan, poco prima un disguido di agenda, aveva mandato a monte un incontro Davutoglu – Obama che per il turco sembrava fissato ma per l’americano, evidentemente no.  I turchi volevano chiarirsi con gli americani ma gli americani sfuggivano, i turchi volevano chiarirsi con gli europei ma gli europei tergiversavano. Prima del tentato golpe, la Turchia si arrabbia di brutto per una presa in giro televisiva di un comico tedesco, poi diventa preda di attentati che non portano solo ai soliti curdi (o supposti tali) ma forse anche a gli islamisti. Poi Erdogan manda la fatidica lettera di scuse a Putin per avergli buttato giù il caccia e poco dopo, abbiamo visto i carri armati sul Bosforo.

Erdogan certo è un personaggio assai curioso nella sue giravolte ed espressioni politiche ma anche il neo-sultano (usiamo questa espressione per variare il testo ma non la condividiamo poi molto come categoria analitica) deve fare i conti col paese che ha. Ed ha: curdi indipendentisti, imprenditori e borghesia occidentalisti che vorrebbero entrare nell’élite euro-atlantica, militari che lo vorrebbero morto, militari amici degli americani, militari amici dei russi, militari amici degli islamisti, islamisti più o meno arrabbiati a loro volta amici non solo del Qatar ma anche dell’Arabia36590C2500000578-3693729-image-m-3_1468712263969 Saudita (che non sono esattamente la stessa cosa), il misterioso Gulen che è dovuto scappare in Pennsylvania ma ha lasciato  molti suoi amici nei posti chiavi del potere sociale, economico, culturale, a spingere verso Occidente, più tutta la sarabanda di piccole e grandi potenze estere che lo vorrebbero con loro contro quell’altro e poi in fondo, avendo capito il tipo, manco si fidano poi più di tanto. Questo non è esattamente un quadro stabile e forse con “dono di Dio”, Erdogan indicava la possibilità data dalla dovuta reazione al colpo di stato, di mettere finalmente ordine, non con i tempi lunghi e molto incerti delle buone ma con quelli rapidi e senza riguardi delle cattive.

La Cina avrebbe un doppio interesse a cooptare la Turchia in un sistema di amicizia organica. Oltre quella ovvia di terminale della Via della Seta terrestre che ha nella Turchia l’ultima stazione prima di entrare in Europa, i cinesi hanno problemi con gli Uiguri[5] (che sono una etnia turcofona e musulmana pur abitando una provincia cinese, il Xinjiang, l’estremo occidente cinese) che nella loro lotta per l’indipendenza, sono capeggiati da estremisti islamici. Pechino non solo ha ripetutamente segnalato che gli uiguri del Xinjiang vanno in Siria a combattere per lo Stato islamico (e poi tornano a fare attentati a casa) ma anche che prima di andare in Siria, il loro terminale è proprio in Turchia[6]. Si tenga conto che il Xinjiang è strategico sia per i pozzi di gas, sia soprattutto perché è da lì che passa la futura Via della Seta, Alanshakou vicino a Khorgos[7] (terminale energetico) è la porta d’entrata di tutto il complesso ferroviario che arriverà fino in Europa. La lunga marcia dell’avvicinamento turco – cinese ha visto anche la Turchia sottoscrivere il capitale della nuova megabanca per lo sviluppo AIIB (Asian Infrastructure Investment Bank con sede a Pechino) dotata di 100 miliardi di dollari e la sua partecipazione è stata ratificata da AIIB giusto lo scorso 15 Gennaio[8].  AIIB è uno dei principali (ma non l’unico) finanziatore di infrastrutture, di e intorno alla Via della Seta terrestre (ce ne è una anche di mare).  Turchia, nei progetti della Via della Seta terrestre, come detto, è il terminale finale prima di saltare in Europa ma la linea proverrebbe dall’Iran, purtroppo, attraversando l’area curda. Diciamo “purtroppo” perché è nota l’instabilità della questione turco-curda e la ventilata intenzione dell’amministrazione Obama di dar appoggio alle rivendicazione di autonomia dei curdi, forse la più grande comunità etnica (sono in Iran, Iraq. Siria e Turchia)[9] senza una terra politicamente unita ed autonoma, è stato uno dei massimi attriti tra Erdogan ed Obama. Essere occupato dalla NATO va bene, essere preso continuamente in giro dall’Europa insomma, ma trovarsi uno stato curdo con basi militari americane ai confini[10] che prima o poi pretenderà di portarti via almeno un 30% del tuo territorio, beh… . Sarà un caso, ma giusto pochi giorni fa, alcune testate geopolitiche[11], hanno segnalato una ripresa di conflitto tra curdi e Teheran, conflitto da lungo tempo semi-dormiente.

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Da tutto ciò,  dovrebbe conseguire il già annunciato riallineamento con la Russia (San Pietroburgo, 9 Agosto, incontro Putin – Erdogan con firma delle ripresa del progetto Turkish Stream, dice Reuters[12]). Quindi, pur mantenendo il legame con il Qatar (ma non con l’Arabia Saudita), una conferma di amicizia con gli iraniani, un disimpegno dal fronte siriano e la già annunciata sostanziale neutralità con Israele, una intensificazione della repressione dei curdi, una sostanziale freddezza con la NATO condita da una certo fastidio per gli USA, una nuova forma politica pronunciatamente islamizzata ma sopratutto presidenzializzata, si andrà sempre più verso una un’ostentata antipatia[13] per la sposa europea, Sposa riluttante, dalle eterne promesse mai mantenute, anziana, presuntuosa ed  inaffidabile.

Forse il colpo di stato voleva interrompere la continuità territoriale dell’avanzamento inesorabile della Via della Seta dei cinesi che, tra una convention del miliardario cafone e l’altra della troppo ambiziosa e ricattabile donna senza qualità, tra un come sempre inconcludente vertice Hollande – Merkel – Renzi ed una inquietante riunione NATO, pazientemente, inesorabilmente, continua a deporre traversine, binari, firmare trattati, accordi, fondare banche, investire denari, fare esercitazioni militari, saldare pipeline. Ma gatta frettolosa fa i gattini ciechi, il golpe non ha funzionato ed ora, sostanzialmente persa la Turchia, anche tutta la fatica fatta con l’Ucraina risulterà sprecata. Il Turkish Stream[14], portando i tubi turkgaspipe-webfigdalla Russia alla Turchia europea via Mar Nero, potrebbe collegarsi al Trans Adriatic pipeline[15] portando l’energia dal confine turco di Ipsala, via Grecia, fino in Italia. Magari Renzi ne ha parlato con Putin nella sua recente visita a Mosca. La catena delle conseguenze potrebbe prevedere che gli ucraini perdano molto del loro fascino visto che non servono sostanzialmente più a niente (a meno non vengano prontamente cooptati nella NATO), i bulgari si arrabbieranno non poco visto che il South Stream doveva passare da loro e sono stati costretti da Bruxelles a rinunciare, si arrabbierà molto anche Angela che sognava di raddoppiare il North Stream visto che giù non si passava ed in questo gioco di arretramento a chiudere i bocchettoni che avanzano, fortissime pressioni potrebbero trasferirsi sull’ultima trincea: in Grecia ed Italia.

Nel mentre i più, immersi nel loro platonico mondo ideale, continuano a trattare le ruvide questioni geopolitiche con le categorie dei diritti umani, la democrazia, il pluralismo ed altro, come se fossero degli “universali” con cui giudicare il mondo prima di capirlo, sembra proprio che Erdogan voglia metter in ordine la casa prima di aprirla festante per l’arrivo non più della eternamente promessa sposa occidentale ma della ben più interessante, ricca e seria, amante orientale. Ex Oriente lux.

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[1] https://en.wikipedia.org/wiki/Shanghai_Cooperation_Organisation; http://www.sectsco.org/

[2] https://chinageopolitics.wordpress.com/2016/05/09/wang-yi-a-roma-il-ruolo-dellitalia-lungo-le-vie-della-seta-cinesi/

[3] http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/06/01/fmi-listituto-internazionale-si-converte-e-condanna-il-neoliberismo/2786037/

[4] http://clericetti.blogautore.repubblica.it/2016/07/26/brexit-crollo-di-zero-virgola-fmi-stati-spendete/?ref=HROBA-1

[5]http://www.limesonline.com/la-cina-la-campagna-antiterrorismo-nel-xinjiang-e-il-rischio-boomerang/76227

[6] http://www.limesonline.com/cartaceo/la-cina-e-lossimoro-turco?prv=true

[7]https://next.ft.com/content/80c6e51a-4ccf-11e6-88c5-db83e98a590a

[8] http://euweb.aiib.org/html/aboutus/introduction/Membership/?show=0

[9] https://it.wikipedia.org/wiki/Kurdistan

[10] https://www.theguardian.com/commentisfree/2014/aug/11/isis-obama-friends-iraq-kurds-islamic-state metto un link tra i tanti. Cercando su Google troverete molti articoli che speculano sulla possibile creazione di un nuovo stato curdo american-friendly.

[11]http://linkis.com/nena-news.it/ceUSz

[12] http://www.reuters.com/article/us-russia-turkey-idUSKCN1061GM

[13] http://www.ilgiornale.it/news/mondo/bomba-migranti-sulla-ue-larma-segreta-erdogan-1289123.html

[14] http://turkstream.info/project/

[15] http://oilprice.com/Latest-Energy-News/World-News/Russia-Remains-Set-On-South-Stream-Pipeline-Project.html

 

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DUEL.

C’è solo una cosa peggiore del morire a grappoli, passeggiando sul lungomare una sera d’estate: non sapere il perché. Nei prossimi giorni saremo al solito inzuppati dal diluvio del commentario e la rabbia si dissiperà in smarrimento, impotenza, silenzio interno, interpretazioni sbagliate. Is-Isis è un progetto che: 1) doveva monopolizzare l’islamismo radicale; 2) doveva costruire uno stato islamico tra Iraq e Siria per ragioni geopolitiche d’area; 3) doveva combattere nelle due periferie dell’islam (Asia ed Africa) oltreché nel Maghreb per sostituire governi laici, filo-occidentali, militari con governi islamisti. Il primo obiettivo è ormai raggiunto, il secondo probabilmente non verrà raggiunto, il terzo diventa la nuova priorità. Il nemico principale dell’Isis nel quadrante africano è la Francia per ben note questioni di presenza post-coloniale (Nord-Africa, Ciad, Niger etc.), finalizzata a coltivare il longevo interesse nazionale per quell’area.

La Francia verrà costantemente inseguita dal misterioso camion omicida, alla cui guida c’è download2l’Arabia Saudita, ovvero il demiurgo dell’Is-Isis, fino a che non lascerà la presa sul terreno conteso. Onorare i morti di Nizza è dar loro sepoltura non gettando false, distratte ed inutili parole nella fossa, ma ragioni che tentino di dare un senso alla loro fine, oltre alle nostre private, umane lacrime.

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[La nostra analisi che concludeva sulle responsabilità saudite relativamente all’Isis, analisi di quasi due anni fa, si trova -in due puntate- qui e qui. Quella più “politica” e “geopolitica” è la seconda]

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DALL’ERA MODERNA A QUELLA COMPLESSA. Transizione dalla logica del dominio a quella del condominio. (2/2)

La Prima parte di questo articolo (qui) ha argomentato su quella che sembra una potente transizione storica nella quale ci è toccato in sorte di vivere. Essendo all’inizio di una transizione in cui ad un mondo nuovo corrispondono ancora istituzioni umane e forme di pensiero provenienti dal periodo precedente, si palesano seri rischi adattivi.   

4. NUOVO PENSIERO: IL COMPLESSO.  In questi settanta anni, nel mondo dei pensieri, nasce anche un nuovo modo di pensare le cose, quella che chiamiamo “cultura complessa”. La sua doppia origine ha radici nel pensiero biologico che è la disciplina elettiva del concetto di complessità sin dai tempi del biologo-filosofo Aristotele ed in quello tecno-scientifico. La prima radice si chiamerà Teoria dei Sistemi e viene piantata da un austriaco poi migrato in Canada, Ludwig von Bertalanffy, la seconda radice si chiamerà Cibernetica e verrà coltivata da un fisico-matematico americano di origine tedesca, Norbert Wiener. La prima origine ha una tradizione lunga che retrocede nella cultura tedesca post e pre romantica ( da Hegel a Meinong, alla Gestalt, qualcosa addirittura in Nietzsche ma anche nella Scuola di Vienna), ma anche nell’architettonica kantiana e prima in Leibniz, nello logica di Duns Scoto e prima, per certe intuizioni non sviluppate, nello stesso Aristotele, previo passaggio in Plotino ed altro pensiero neo-platonico. Nella cultura francese ha radice in Bergson. Nella cultura anglosassone ha radici in Alexander, Bradley, Broad e poi in A. N. Whitehead e Randall. Nella cultura russa ha varie radici, tra cui la sophia di Soloviev, il geochimico Vernadskij, l’economista Kondratiev e molti altri. C’è anche una radice teologica nel gesuita francese Teilhard de Chardin che ha ispirato fortemente, la recente enciclica di papa Francesco “Laudato sì”.

La seconda è una miniera di intuizioni dinamiche che contagerà l’antropo-socio-psicologo Gregory Bateson ed un consesso di studiosi della mente (Maturana, Varela ed altri), primi teorici dell’informazione (Shannon, Weaver), epistemologi (von Foerster), matematico-informatici (il poliedrico ed inquietante von Neumann, colui che convinta la Marina militare degli Stati Uniti a dargli una vagonata di dollari, realizzerà materialmente ciò che Alan Turing aveva solo immaginato: il computer; ma anche il teorico, con O. Morgenstern, della Teoria dei giochi a cui tanto si riferiscono sia il pensiero economico che quello delle relazioni internazionali), neurofisiologi, psichiatri e psicologi e parecchi altri. In maniera meno nitida, vi sono altre significative anticipazioni di queste forme di pensiero che possono trovarsi in vari luoghi, tra cui una precisa tendenza del pensiero russo nei confronti dei sistemi dinamici (si veda la tectologia del marxista Bogdanov).

Dalla prima generazione dei sistemico-cibernetici diparte un sempre più vasto albero che ha incluso molti fisici (l’elenco è troppo lungo da riportare ma diciamo che si va dallo scopritore dei quark, Murray Gell-Man alla cosmologia quantistica di Lee Smolin, ai nostri Parisi e Rovelli), chimici (che assieme alla biologia è disciplina elettiva per lo sguardo complesso) tra cui spicca Ilya Prigogine, la maggioranza dei biologi che sono “sistemici” per definizione (Margulis ma l’elenco è ampio) così come gli ecologi (l’olista Lovelock e la sua Gaia ed il matematico-meteorologo E. N. Lorenz a cui si deve la nota metafora dell’effetto farfalla), gli scienziati della intelligenza artificiale (la “famigerata” Artificial Intelligence deriva l’origine proprio dalla cibernetica), gli psicologi da Piaget in poi, gli scienziati della mente (Edelman, Damasio, Luria) i sociologi dai funzionalisti sistemici a Niklas Luhmann, gli antropologi che con lo strutturalismo avevano impostato la griglia interpretativa sul concetto di –struttura– che è figlio del tic francese di rinominare i concetti non francesi che nel qual caso era il concetto di sistema nel Corso di Linguistica generale del francofono svizzero De Saussure, i paleontologi (Gould, Eldredge) gli archeologi, i linguisti, gli storici (elenco anche qui ampio ed in via di ampliamento dalla scuola sistemica di Wallerstein che eredita il lascito di Braudel, alla World history[1]) ed altri che saltiamo per necessità di contenimento non prima di aver segnalato la piena sensibilità e sintonia di molti matematici (problema dei tre corpi, frattali, teoria del caos e delle catastrofi, teoria delle reti, topologia, turbolenze) che addirittura hanno anticipato alcune forme di questo pensiero (Poincaré, scuola russa tra cui Ljapunov, Kolmogorov) e dei logici (ad esempio fuzzy logic, logica abduttiva, cigni neri e limiti dell’induzione  etc.).

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All’appello mancano due discipline che resistono per certi versi allo sviluppo per contagio delle idee, una è l’economia, l’altra è “stranamente” la filosofia. In filosofia, come sempre, il discorso sarebbe lungo e complicato, in breve si segnala il solo E. Morin che di origine è un sociologo, il quale occupa quasi in solitario, la posizione di “filosofo della complessità” con esisti senz’altro interessanti sebbene non così profondamente “filosofici” come la disciplina ha in uso nel sviluppare il proprio canone. La reticenza a questo specifico sviluppo del concetto di complessità, in filosofia, forse potrebbe esser spiegata col fatto che il concetto di complessità deposiziona un po’ l’intera tradizione di pensiero occidentale che non va intesa solo come “moderna” ma ha fondazioni decisive nel pensiero di Platone, nella interpretazione cristiano-medioevale di Aristotele ed in quella latino-neoplatonica del cristianesimo originario. La triade Uno – Semplice – Assoluto oltre ad un certo “fissismo” della tradizione non solo metafisica, è simmetricamente parallela e contraria a quella del Molteplice – Complesso –  Relativo  tendenzialmente “dinamico” che anima il nuovo paradigma complesso. Se “dinamico” era Eraclito e “relativo” era Protagora ben si nota come le radici siano alternative a gli sforzi fondativi del pensiero parmenideo-platonico mentre con Aristotele il problema è più complicato dipendendo certo dal residuo platonismo dello stagirita ma anche molto dalla interpretazione e ricezione medioevale del suo pensiero. Così, di una filosofia del Molteplice si rinvengono tracce molto incerte prima di arrivare a qualcosa di più chiaro (?) come si esprime in Deleuze, Simondon e parzialmente in altri francesi mentre di una filosofia della relazione e dei sistemi si potrebbe trovare porto in Kant ma non nei sensi in cui è di solito interpretato. Non a caso, Morin, rimane in fondo confinato nell’epistemologia (l’epistemologia della complessità è stata poi l’area più sviluppata, anche da altri) ovvero nella filosofia della scienza poiché la scienza, staccatasi dalla tradizione metafisica (anche se non del tutto) ed essendo una forma di pensiero relativamente più recente, ha meno vincoli nel suo a priori. E comunque anche qui, tra determinismo e riduzionismo, non tutto fila liscio visto il lungo dominio del paradigma platonico – newtoniano.

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In economia, il discorso è più facile. Il pensiero economico originario in Smith e Marx poteva certo sviluppare una propria successiva stagione complessa (per Marx si veda Bogdanov) ma giunto giovane all’impatto col delirio positivista, sradicata la desinenza politica (da economia politica ad economics), sposata la matematizzazione galileiana a costo di ignorare fatti e fenomeni non matematizzabili, sposato il più rigido riduzionismo e determinismo che in forme così primitive ormai non si praticano più neanche nella più remota provincia dell’impresa scientifica, ignara della termodinamica nonché dell’indeterminazione quantistica ma anche della relatività spazio-temporale, ignorata bellamente la “scuola del sospetto” e tutto il successivo indebolimento del razionalismo neo-positivista, postulando la “scelta razionale” dell’individuo robinsoniano, contraendo il fenomeno sociale all’individualismo metodologico, ipostatizzato il sistema economico anglosassone come modello idealtipico in spregio ad ogni considerazione di buonsenso sulla relatività dei contesti spazio-temporali, sostenendo una ”negazione nevrotica” della relazione tra Stato e mercato, isolando il sistema economico dall’incarnato storico-sociale ma anche dalla realtà fisica e termodinamica in cui è oggettivamente immerso, ampiamente idealizzato il principio di autorganizzazione della “mano invisibile”, si è chiusa in un esercizio sacerdotale che salmodia le disposizioni necessarie a giustificare le prassi politico-economiche dominanti, trasformandosi in una teologia che, come ogni teologia, presuppone pure l’esclusività sul Sacro Gaal del pensare occidentale: la Verità (di sua natura Assoluta). Ha le sue sacche di resistenza, come la bioeconomia e l’economia evolutiva che sono figlie dell’albero del complesso, ma trattasi di riserve indiane, limitate ed assediate. Addirittura un suo canonico come Keynes, già mainstream nel dopoguerra, è diventato oggi eterodosso. Il guaio del pensiero economico è che è diventato la teologia del sistema reale con il quale organizziamo il mondo e così come il marxismo primo-novecentesco per l’URSS ed i partiti e movimenti comunisti in lotta politica in Occidente, quando il pensiero è direttamente connesso alle strutture del mondo reale ed ha responsabilità di ordinare o giustificare fatti concreti di grande importanza in cui si concentrano interessi duri, perde molto della sua libertà e diventa anelastico e dogmatico.

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5. I CONCETTI DEL COMPLESSO. Il sistema di pensiero del complesso, in breve, si fonda su una ontologia di parti plurali che tendono ad interrellarsi in sistemi e sistemi di sistemi. Un sistema non è mai completamente aperto altrimenti non avrebbe la sua stessa consistenza, non è mai del tutto chiuso come una monade leibniziana. Ogni ente è un sistema e ogni sistema è fatto di relazioni. Quindi l’essere è relazione. Questi sistemi hanno limiti spaziali e temporali (nascono e muoiono) e nella loro danza reciproca all’interno di un ambiente/contesto che al contempo li determina e ne è determinato, danno vita al divenire di ciò che è, cercando l’adattamento e con esso le condizioni di possibilità per continuare ad esistere, il più a lungo ed al meglio possibile, autorganizzandosi. Le interrelazioni tra parti dei sistemi e quelle tra sistemi, sono a corto e lungo raggio e producono effetti non lineari, fanno emergere nuove strutture non riducibili alle componenti che han dato loro vita (emergenza) e spesso sono retroflesse ovvero basate su feedback. I feedback sono a volte potenzianti anche in forme geometriche, a volte de-potenzianti e quindi stabilizzanti come nell’omeostasi. C’è molto poco di preciso e meccanico in questo “complesso” e l’intero non è riducibile alle sue singole parti. Il “complesso” si colloca oltre il determinismo e naturalmente il riduzionismo ma anche oltre l’olismo, ha l’ambizione di comprendere il suo funzionamento sia nelle sue parti che nel suo intero, sia del suo interno che del suo esterno. Non si accontenta  di notare che il Tutto è Uno, né s’illude che l’Uno sia Tutto.  Il sistema di pensiero del complesso, guarda con sospetto l’ipostatizzazione delle dicotomie[2], sa che in ciò che osserva più che “leggi” troverà tendenze, sa che nell’oggettivo c’è molto -ineliminabile- soggettivo, l’osservazione stessa modifica l’osservato. Tendenzialmente, il complesso sa che il pensiero è sotto determinato rispetto alla natura di ciò che ha in oggetto. Soprattutto, avendo in oggetto cose intere, ed a scalare verso l’alto l’intero di tutti gli interi, ricorre a tutti gli sguardi umani, tutte le discipline in cui è frantumato il nostro sguardo sul mondo. Nel mondo, le cose son tutte sincronicamente presenti e tutte assieme procedono nel cambiamento che dà la diacronia, cioè il tempo. Così, uno sguardo che non sia interdisciplinare e storico, non adegua l’intelletto alla cosa. Nel politico del complesso, non ci sono individui ciechi della loro natura sociale e non ci sono società cieche agli individui che le compongono, non c’è solo un dato popolo ed il suo Spirito ma anche gli altri che compongono l’avventura umana e l’avventura umana non è sospesa nell’universo liscio delle idee ma si muove nel mondo screpolato degli attriti naturali. L’Uno che è il sistema ed il Molteplice che lo compone e che lo accerchia, sono entità coimplicate nella stessa “cosa”[3].

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6. LA REAZIONE ALLA CRISI ADATTIVA. Come si sarà capito, essendo proprio a gli inizi di una nuova era, concetti ed interpretazioni non si sono ancora stratificati e diffusi ed è quindi necessario premetterli anche se in assai poco complessa e forse difficilmente comprensibile sintesi. Le prime intuizioni sistematiche del concetto di complessità sono a cavallo tra XIX e XX secolo e le seconde più nitide, degli anni ’50-’60. Da allora, il pensiero complesso è cresciuto prima a cespuglio, poi a foresta. L’idea di Hegel del tempo appreso nel pensiero, suggerisce il fatto che ci siamo accorti che le cose sono complesse, proprio nel mentre queste si manifestavano tali, più che non in passato.

Quello che ci appare oggi è un mondo nuovo e complesso ed istituzioni strutturali e sovrastrutturali dell’era precedente, quindi un disallineamento che dà il senso di disadattamento. Il disadattamento prende forma di crisi, tutti i sistemi vanno in crisi, la crisi sembra ontologica e non periodica, non si vedono comprensioni in grado di analizzarla e prognosticarla. Al cambio di era infatti, la prima deficienza di pensiero che si nota è nel metodo come ebbe a sottolineare la volta scorsa Cartesio. Intuizioni complesse sembrano emergere qui e lì in varie discipline ma i vecchi paradigmi fanno resistenza tenace, per dirla alla Lakatos, il “nucleo” del programma di ricerca moderno, resiste al cambiamento e dopo aver sacrificato il contorno con le “ipotesi ausiliarie”, si irrigidisce sempre di più. La compiuta divisione del lavoro intellettuale che mima quella della fabbrica degli spilli di Adam Smith, esalta cieche specializzazioni sempre più decontestualizzate che non producono com-prensione. Soprattutto, al sistema divisionalizzato ed iperspecializzato del sapere umano, soggiogato all’imposizione della sua impossibile quantificazione ed “oggettiva” valutazione, finalizzato a produrre “valore” per il mondo degli scambi economici, sfugge per principio ciò che è l’intero, la sua critica transizione, il complesso movimento tra le parti ed i riaggiustamenti interni alla ricerca di nuovi equilibri, dettati dalle nuove condizioni di mondo. E’ certo che un pensiero “dipendente” dal mondo che sino a qui è stato (ma non è più) non ha la libertà di rincorrere il nuovo. Così la ricomparsa di grandi dogmatiche, rigidità, semplificazioni infantili, una certa inconcludente aggressività e rissosità (in cui i social network con i loro format sincopati e la mancanza di comunicazione di contesto, sono moltiplicatori di disordine epistemico) ed una vasta produzione di pensiero impalpabile e sempre più “formale”. Con il post-moderno, addirittura si è postulata la rinuncia alla comprensione globale e ci si è rifugiati nel naufragio nel frammento. Certo è che se uno dei nuclei del problema è il non poter più produrre valore economico incrementale nei modi e quantità di recente tradizione, non è un sistema di pensiero tarato sull’imperativo del produrre valore incrementale che aiuterà a risolvere il problema.

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Così, invece che aprire una stagione di ripensamenti del nostro modo di stare al mondo, la foga accumulatoria che non sa più dove aspirare sostanze rifiutandosi almeno un minimo di ridistribuirle, una ricchezza dei pochissimi che sostituisce lavoratori, cioè futuri acquirenti, con robot,  diventa paradossale. Ciò che era il motore ordinatore del precedente sistema, ora diventa il suo primo disordinatore. Forse sfugge che il cosiddetto “neo-liberismo” che è il sistema di idee dominante il pensiero economico così egemone sul nostro odierno pensiero generale, è un pensiero disperato. Solo premettendo che le cose non vanno più tanto bene come prima si comprende questa estremizzazione di tutti i dettami della vecchia economia neo-classica che era già liberale per sua, ottocentesca costituzione. Il neo-liberismo sta al pensiero liberale come l’Inquisizione stava al precedente indiscusso dominio del pensiero religioso. Questi irrigidimenti e totalitarismi teorici, annunciano sempre la loro morte, la loro improvvisa e tardiva ortodossia, il loro rigore, è sempre l’annuncio del prossimo, definitivo, “rigor mortis”.

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Così, invece che concentrarci su i ripensamenti del nostro stare la mondo, includendo un nuovo atteggiamento convivente nel condominio planetario, si gonfia a dismisura la volontà di potenza statunitense. L’ultimo disperato paper di uno dei più “nuovi” think tank di Washington[4] che, visto l’accerchiamento di dissenso interno ormai maggioritario negli stessi Stati Uniti ha dovuto fondere neo-con repubblicani con neo-con/neo-lib democratici in un nuovo afflato unitario “bi-partisan”, titola su come “estendere” il potere americano sul mondo. Estendere? Come si può seriamente porre l’obiettivo di una sempre maggior estensione quando nei fatti si è dentro un movimento di contrazione? Chissà, forse anche nei think tank romani di fine impero, si cercava con le parole di rimuovere la realtà. Poi ci pensarono i barbari a far presente che era finita, per sempre.

L’intera impresa del pensiero a dominio scientifico, dandosi come “metodo” la quantificazione delle citazioni e la peer review, la ricerca a cui è chiesto in anticipo di sapere cosa scoprirà  prima di dargli credito finanziario, sono chiuse in circoli di continua auto-conferma. Sono cioè diventati sistemi che escludono l’innovazione di paradigma per principio, sono sistemi conservativi che riproducono il già noto come se fossimo in periodi di grande stabilità. La dittatura della certezza che impera nell’insegnamento a stile anglosassone che è poi quello dominante, esclude in via di principio il complesso, il critico, il non previsto.  L’inquietante progressiva espulsione degli studi umanistici e del pensiero filosofico e dello storico in particolare, dai corsi d’insegnamento, preannuncia l’inizio di una paurosa notte della ragione e dell’intelligenza. Sembra che per glorificare la società aperta, si debbano prima chiudere le menti.

Così, le pseudo-democrazie occidentali, diventano sempre più elitiste ed oligarchiche. Reclamano di dover avere “più potere per fare le cose” ma l’oggetto del mandato richiesto è sempre più contro-intuitivo: c’è crisi del lavoro? Lavorate di più e guadagnate di meno! C’è crisi nel welfare stante sempre più disoccupati, migranti, anziani di lungo corso e malferma salute? Tagliamo gli investimenti in welfare! C’è crisi di comprensione? Meno discussione e più azione! L’opinione pubblica media è sempre più aliena e confusa? Votiamo di meno e chiamiamo più tecnici, loro si che sanno cosa fare (?)! Secondo questa logica, l’adattamento è mantenere il sistema sacrificando le parti quando in natura sono le parti che usano i sistemi per adattarsi meglio. Se un sistema dà segni di mal-adattamento va cambiato il sistema, non le parti.

Insomma, Disordine chiama Ordine ma Ordine non sa più come pettinare il Disordine e strappa la capigliatura, più nodi incontra, più fa forza.  Più non sa più cosa fare per adattarsi al nuovo, più fa quello che ha sempre fatto ma con molta più decisione e progressiva disperazione. La mosca non sa come uscire dalla bottiglia e sbatte la testa sempre più forte contro l’invisibile parete di ciò che non comprende: il limite[5]. Quando una civiltà nata dall’Hybris incontra Limite, la civiltà nata da Hybris è morta.

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7. DAL MODERNO AL COMPLESSO. Nel moderno, è cambiato l’atteggiamento tra Io e mondo L’Io ha preteso una certa sovranità su se stesso e sul mondo e la relazione si è invertita da passiva ad attiva. Il senso profondo del moderno, ciò che lo ha distinto dal medioevo, è stato primariamente questo senso “attivo”, un Io che ha rivendicato la sua propria proprietà, prima con l’umanesimo, poi col razionalismo, poi con l’illuminismo, con lo sviluppo di una sostenuta poietica che ha sviluppato tecnica prima e scienza poi al fine di emanciparsi dalla cieca dipendenza dalla natura, invertendo la relazione Io – Mondo da passiva ad attiva.  L’epoca del fare ha fondato, successivamente, il regolamento sociale centrato sull’economico e l’economico ha sancito nuove interpretazioni del principio di gerarchia, quelle interne alla singole società, quelle tra i diversi stati e civiltà. Il macchinismo non solo leonardesco anticipò la “rivoluzione industriosa” (Jean de Vries, 1994) del XVI-XVII secolo che anticipò quella industriale del XIX secolo. Economico, tecnica, scienza, atteggiamento pratico – pragmatico sono stati portati a paradigma dai popoli dominanti, gli anglosassoni, i quali hanno ulteriormente sviluppato la propria vis bellica, contro la natura e contro gli altri popoli, dando al senso attivo, il carattere della volontà di potenza: il dominio[6]. L’immagine di mondo pratico-pragmatica, coadiuvata da scienza e tecnica, ha ordinato l’agire  nel senso sia di avergli dato ordine, procedura e fini, sia di avergli imposto (ordinato) tempi e modi dell’ agire. Questo “modo”, il modo moderno, è oggetto di critica o di esaltazione, cioè di giudizio di adeguazione tra realtà e nostra immagine di mondo ma oggi si pone un problema di natura ben diversa. Si pone il problema del giudizio di possibilità, se cioè è possibile prorogare questo modo nel nuovo contesto che è il mondo di oggi e dell’immediato futuro. Tutte le possibili letture della realtà, se condotte onestamente, ci pare dicano di no. Non ci è chiesto cioè se “ci piace” o “non ci piace”, se lo si ritenga “giusto” o “ingiusto ma funzionale”, si pone il problema “è possibile?”. Ecco, non sembra più possibile.

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L’era complessa, ci pone un senso ben diverso. Il senso profondo del complesso è l’ adatt-attivo, un senso che pone l’agire alla fine di un processo di precedente pensiero che ha un preciso fine. L’essere attivo non è ciecamente mosso solo dall’interno del nostro mondo dei bisogni ma cerca l’adatto perché fuori di noi, c’è Altro ed Altri, ogni azione provoca una reazione, treni di effetti non lineari si attivano ad ogni nostra perturbazione di ciò in cui noi stessi siamo immersi e dipendenti[7] ed in un sistema denso ogni nostra azione è potenzialmente una perturbazione. Dopo aver preso coscienza di sé ed aver coartato il mondo alla propria sovranità, l’Io dovrà imparare a riconoscere la relazione[8], la relazione tra sé e mondo, tra un sé e gli altri sé, le relazioni che lo compongono e quelle che compongono il mondo. L’atteggiamento di dominio, dovrà far posto a quello da con-dominio, la volontà di potenza dovrà far posto alla capacità di con-vivenza, più che “potere infinito” si dovrà “gestire entro i limiti”. L’agire dovrà quindi esser premesso dal pensiero, dalla strategia e dalla valutazione di possibilità, compatibilità, opportunità e responsabilità, dalla più ampia condivisione dei rischi e delle opportunità. Questo pensiero dovrà avere due caratteristiche principali. Così come non c’è un solo Io che agisce ciecamente dominato dalla sua volontà di potenza, non c’è un solo pensiero che può ordinare l’agire. L’Io, il mondo, la loro relazione, vanno com-prese dal pensiero ed il pensiero dovrà sforzarsi di superare i propri limiti che lo fanno tendere alla semplificazione.

Questo pensiero va comunicato e contrattato con quello degli altri Io in una “democrazia dei pensanti”. L’adattamento al mondo e quello tra gli Io tanto individuali che sociali che culturali e politici, presuppone questa azione prima pensata e contrattata altrimenti non ci sarà alcuna con-vivenza e se non ci sarà con-vivenza ci sarà il fallimento dell’adattamento e la doppia, tremenda, sanzione prima socio-storica, poi naturale: guerre civili e  guerra tra popoli prima, estinzioni di massa[9], poi.

Sottolineiamo di nuovo che questa indicazione non sembra provenire da un unilaterale preferenza etica o politica o antropologica, sembra provenire da una lettura realistica delle condizioni di ciò a cui dobbiamo adattarci: un mondo finito che ospita prossimi 10 miliardi di individui, cresciuti tanto in brevissimo tempo dentro un contenitore finito, che ragionano ancora come se intorno a loro non ci fossero limiti, limiti dati da Altri e da Altro. In questo contesto, il contesto in cui ci avviamo volenti o nolenti ad essere assieme in un unico sistema macroscopico, la competizione diventa un disvalore, la cooperazione diventa l’unica via per tenere assieme, mediando, gli interessi di tutte le parti e dell’intero.

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8. IL COMPLESSO NEL POLITICO Adattarsi ad un nuovo “fuori di noi” e tra i tanti e diversi “noi” esterni ed interni, implica necessariamente una riformulazione profonda del nostro stesso “dentro di noi”, quello sociale e collettivo tanto quanto quello individuale. L’Occidente dovrà prender coscienza della sua diversità interna, l’Europa continentale ha natura, materiale ed immateriale, essenzialmente diversa dalla tradizione anglosassone. Gli occidenti dovranno separarsi perché diverso è il loro destino, le loro opportunità, la loro posizione geo-storica[10]. Gli Stati Uniti d’America sembrano esser i primi a non volersi o potersi render conto della mutazione del mondo. Ogni sistema dominante il cui tempo stava per finire ha sempre mostrato questa incapacità adattiva perché tutta la sua struttura istituzionale e mentale, lo spinge ad essere sempre e solo in quella maniera. L’Europa continentale, dovrà prender coscienza anche della sua irriducibile molteplicità interna e trovare nuove vie tra l’inconcludente idealismo dell’unità irrealizzabile e se forzata, distopica e l’insostenibilità della sua eccessiva frammentazione stato-nazionale figlia di una storia ampiamente terminata come condizione di possibilità.

I vecchi popoli europei, i mediterranei più di altri[11], riconoscendosi in un unico sistema che ha più coerenza interna di quanto non abbia col suo esterno (coerenza data dalla geo-storia) e riconoscendo la necessità di superare la piccola dimensione dello Stato-nazione di taglia europea per meglio contrattare l’adattamento dei nuovi sistemi alla condizione planetaria condivisa, dovrebbero porsi in atteggiamento di dialogo con gli altri popoli e la propria condizione naturale. Dovranno, forse prima di altri, superare l’ordine economico e tornare all’unico ordine che fonda la molteplicità, la relatività, la complessità sociale e permette di sviluppare adattamento condiviso: il politico. La prima e più fondamentale battaglia di chi vuole gestire e non subire la transizione dovrebbe essere la ri-politicizzazione della società.

L’essenza di questo politico in cui i Molti dovranno registrare il proprio agire ai criteri di possibilità, compatibilità, opportunità e responsabilità, vicendevolmente, non potrà altro essere che il democratico, minimizzando il rappresentativo in funzione del diretto[12]. Solo comunità informate ed ordinate sulla necessità di relazioni intelligenti, potranno sviluppare adattamento e sottomettere la volontà di dominio individuale alla più opportuna capacità di convivenza collettiva nel condominio planetario[13]. Di nuovo si segnala, che il democratico diretto non è tanto una nostra preferenza ideologica. Far circolare tutta l’informazione possibile tra tutte le parti, combattendo strenuamente tutte le asimmetrie informative e di potenza che sono quelle che creano le differenze Pochi vs Molti si rende necessario affinché tutte le parti introiettino quel mondo rispetto al quale debbono decidere il modo di abitarlo. Prima di domandarci contro chi e cosa siamo, dovremo domandarci cosa vorremmo e prima ancora cosa sia possibile. Prima che prevalga lo scoramento da impossibilità si comprenda la metrica del tempo storico, stiamo qui parlando dei prossimi decenni non di domattina, sebbene ciò che poi sarà nei prossimi decenni, inizia domattina.

L’attivo del moderno non basta più, deve esser intenzionato dall’adattivo del complesso e questa intenzione, prima di dar forma a nuove istituzioni materiali ed immateriali, dovrà esser quanto più introiettato dagli individui che formano i sistemi. A questo serve il politico, il democratico diretto, a scambiare informazioni, conoscenze, valutazioni e prospettive in seconda e terza persona, ad equalizzare le intenzionalità individuali o dei piccoli gruppi, in una intenzionalità media del “noi”[14] temperata dai limiti posti da Altro e Altri.

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9. TRANSIZIONI DI FASE. Insomma, il mondo è cambiato profondamente e sono necessarie nuove e più adatte istituzioni umane e nuovo e più adatto pensiero per interpretare il mondo e progettare il nostro adattamento ad esso. Nel mentre cerchiamo di sviluppare questo difficile riallineamento, è importante l’atteggiamento.

L’atteggiamento è la precondizione perché questo processo si diffonda e fertilizzi la partecipazione attiva allo sforzo senza il quale la transizione rischia di non andare in porto. I sistemi intellettuali in fase di declino, in genere, accanto a gli irrigidimenti ostinati producono una temperie scettica, necessaria a sviluppare la coscienza critica su ciò dal quale dobbiamo ritirare la credenza per cominciar a far posto a nuove credenze basate su nuovi sistemi. E’ quindi un buon segnale, trovare esercizi di scetticismo diffuso, un atteggiamento di “ripensarla daccapo” senza il quale non usciamo dal vecchio e non c’incamminiamo verso il nuovo. L’esercizio è consigliato a tutti, quelli che hanno dominato e quelli che hanno subito il dominio. Lo stesso fatto che hanno continuato a subire il dominio dovrebbe consigliare loro una profonda revisione dei propri quadri analitici e delle prognosi fatte. In onore al testamento ideale del precursore del pensiero critico-alternativo Karl Marx, occorre tirare un riga di totale e dirci che il mondo non lo abbiamo cambiato e quindi forse l’interpretazione non era giusta e se pure era giusta sul piano astratto non aveva contenuti pratici utili al cambiamento attivo reale. Non è concedendo qualche blanda riforma sulle ipotesi ausiliarie che compiremo questa operazione, è il nucleo che ve messo nel braciere del fuoco critico.

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Ragionando dell’intero, assumendo la civilizzazione occidentale come “nostra” sia che la si abiti nel comodo vertice delle élite, sia che si abiti negli stentati bassifondi della necessitata lotta per la sopravvivenza, la dimensione del cambiamento di mondo che abbiamo tratteggiato non implica solo l’uscita dal moderno, che già di per sé non sarà cosa semplice, ma forse addirittura una rimessa in profonda discussione delle radici del nostro pensiero, le radici greche. I filosofi, poiché è da loro che dipende la custodia dei fondamentali del sistema del pensiero, dovrebbero forse tornare all’Accademia ed al Liceo o nel loro intorno e precedente pre-socratico, e capire se c’è qualche biforcazione[15] nella quale si è presa la strada che dobbiamo cambiare. Noi crediamo che questa biforcazione ci sia stata, in due casi almeno. Il primo fu il rifiuto parmenideo del Molteplice diveniente, rifiuto poi riconfermato e sistematizzato da Platone, il secondo fu il rifiuto platonico dell’essenza relativa di ogni essere. Pensiero classico, greco e romano, medioevale e moderno, non hanno mai provato phileîn, cioè amore, per la democrazia. Il disprezzo per i sofisti che furono il pensiero e lo sviluppo di quelle che oggi chiamiamo “pratiche discorsive” al servizio del dialogo su cui si fondò l’imperfetto tentativo democratico ateniese (e non solo), dice di quanto l’aristocrazia del pensiero detesti la democrazia. La democrazia è un sistema politico sostanzialmente impensato, sino ad oggi. Noi non siamo mai stati “democratici” se non in qualche sbuffo di storia presto coartato dalla più realistica ferrea logica del dominio dei Pochi[16]. Tutti i primi ottomila anni di storia delle umane società complesse, mostrano il dominio di questa logica per la quale nei grandi aggregati umani, a differenza di quanto avveniva nei piccoli, s’impone il dominio dei Pochi. E questi Pochi sono stati maschi, anziani, militari, religiosi, intellettuali, politici, una etnia sull’altra, tutti sistemi che non si sono necessariamente basati sul possesso dei mezzi di produzione per imporsi inizialmente come élite. L’invariante di questi primi ottomila anni di società complesse è proprio la gerarchia fissa. Per esser adattivi nel complesso, si dovrebbe aprire un’era il cui fine di orientamento politico è la costante riduzione di gerarchia fissa[17] in favore di quella variabile.

Coloro che frettolosamente vogliono trarre da questa millenaria invarianza un senso di “legge ferrea” calmino subito la loro patologica ansia alla certezza, non c’è alcuna legge, non c’è ferro nella cose umane (<0,05% della massa umana). Ottomila anni possono sembra tanti a chi ha inventato un dio che s’è fatto vivo duemila anni fa ma la nostra specie di anni ne ha tre milioni e passa. Tra ottantamila o ottocentomila anni, quando i discendenti leggeranno le false certezze dei pensatori ansiosi che, nelle cose umane, hanno postulato leggi di qui e di là, avranno un sorriso di tenera compassione per i limiti mentali dei lontani antenati, come noi lo abbiamo verso i nostri. Forse è questa l’unica legge da tenere a mente.

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10. A CHIUDERE. L’essenza del complesso è una molteplicità di parti tra loro in interrelazione in cui la gerarchia è molto plastica, vaga, sempre in riformulazione e diffusa, dipendente dalle necessità adattive. Parti ed interrelazioni che creano una dinamica, dinamica che pone poi ogni sistema in essere/divenire in relazione adattiva con ciò che gli sta intorno. Dovremmo forse tornare ai nostri antichi bivi e vedere che strada si dipana prendendo la via che gli antichi scartarono. Ripensarla daccapo significa tornare all’origine e, modificando le antiche scelte, vedere che nuova storia si apre, sottrarsi alla dipendenza dal percorso dandoci un nuovo percorso, quindi una indipendenza da ciò che fino ad oggi è stato. Tale indipendenza sembra necessaria per quel salto di mentalità che precede ed accompagna l’innovazione istituzionale, politica, economica, geopolitica dei nostri modi di abitare il mondo,  senza il quale il fallimento adattivo è rischio con molte, troppe, probabilità. Il tempo è poco.

(Fine seconda ed ultima parte, qui la prima parte)

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[1] https://pierluigifagan.wordpress.com/2016/01/26/una-nuova-eta-assiale-storia-e-complessita/

[2] https://pierluigifagan.wordpress.com/2013/10/28/logica-della-conoscenza-complessa-12/

[3] Se l’individualismo è sez’altro fondamento del liberalismo e l’organicismo lo è nella visione politica che da Platone arriva a vari tipo di comunitarismo, la concezione politica dell’Uno-Molteplice risale, in parte, ad Aristotele che tendeva a coimplicare le due istanze, poiché questa è in definitiva ed al di là degli estremi in cui si balocca il pensiero astratto, la natura umana, né solo sociale, né solo individuale.

[4] http://www.cnas.org/sites/default/files/publications-pdf/CNASReport-EAP-FINAL.pdf

[5] https://pierluigifagan.wordpress.com/2016/04/07/logica-del-limite-per-una-etica-della-complessita/

[6] https://pierluigifagan.wordpress.com/2013/07/29/la-vita-nasty-short-and-british/

[7] Il passaggio evolutivo più importate tra i precedenti della nostra storia, fu quando la raggiunta maggior dimensione dei gruppi umani, impedì un libero nomadismo ed impose una progressiva stanzialità dalla quale emerse il modo agricolo e successivamente le società gerarchiche e complesse. Così come passammo dalla spensierata caccia e raccolta alla più ragionata agricoltura con esternalizzazione bellica delle contraddizioni, oggi sembra necessario superare questa spensierata esternalizzazione, l’introiezione dei problemi adattivi, la condivisione e contrattazione della soluzioni, la convivenza ed una serie di ragionate auto-limitazioni previa ampia redistribuzione di oneri ed onori. La chiamerei “società corta”. La “società aperta” (Popper) è un concetto impreciso e tautologico, come già detto tutti i sistemi sono né completamente chiusi, né completamente aperti, per definizione. Il problema oggi è restringere la piramidalità delle opportunità, delle conoscenze, della partecipazione, accorciare la scala sociale, compattarsi, unirsi, condividersi.

[8] https://pierluigifagan.wordpress.com/2014/02/18/essere-una-relazione/

[9] Riflessioni sul crollo delle civilizzazioni in una recensione ad un libro dell’archeologo E. H. Cline: https://pierluigifagan.wordpress.com/2015/01/12/complessita-e-crollo-delle-civilizzazioni/

[10] Sulla divergenza degli interessi tra l’Occidente americano e quello europeo: https://pierluigifagan.wordpress.com/2014/10/29/geopolitica-dei-trattati-di-libero-asservimento/ e sulla strategia americana nei confronti dell’Europa: https://pierluigifagan.wordpress.com/2015/11/29/pivot-to-europe-il-piano-che-non-ce-ma-si-vede/

[11] Sulle nuove forme politiche che può darsi l’Europa  https://pierluigifagan.wordpress.com/2015/07/24/tra-leuropa-impossibile-e-la-nazione-impotente-ridefinire-il-progetto-per-i-tempi-a-venire/

[12] Una articolata riflessione su i rapporti tra Tempo e Politica, in particolare per quanto attiene al modo democratico: http://www.sinistrainrete.info/teoria/7173-pierluigi-fagan-tempo-e-politica.html

[13] Riflessione su un’etica del limite che sia adattiva https://pierluigifagan.wordpress.com/2016/04/07/logica-del-limite-per-una-etica-della-complessita/

[14] Sull’intenzionalità del noi: https://pierluigifagan.wordpress.com/2016/06/16/coopero-quindi-sono-racensione-del-libro-di-m-tomasello-unicamente-umani/

[15] Si torni al topos delle due vie che la Dea mostra nel poema Sulla Natura di Parmenide ed alla critica che ne fece Gorgia. Se è discorso che crea la nostra idea di realtà, questo discorso può e deve esser contratto tra tutti, da cui la “democrazia dei pensanti”.

[16] La parte finale del “Sulla rivoluzione” di Hanna Arendt, Einaudi, 2006-2009, il sesto ed ultimo capitolo, ha titolo “La tradizione rivoluzionaria e il suo tesoro perduto”. Questo “tesoro perduto” è la collezione dei casi di democrazia spontanea ed auto – organizzata (le comuni, i consigli, le assemblee di comunità, i soviet) che sono state le prime forme politiche che il movimento del cambiamento si è sempre, spontaneamente dato. Proprio perché spontaneo ma soprattutto perché contrario di principio alla “ferrea” legge dei Pochi su i Molti, questo naturale principio democratico è stato sistematicamente, successivamente cancellato. Forse la teoria politica, dovrebbe vedere meglio cosa è possibile fare per non farlo cancellare, proteggerlo e dargli condizioni di possibilità per lo sviluppo. Le forze sociali, politiche, intellettuali del cambiamento, dovrebbero forse abbandonare i loro dogmi eterogenei ed inconcludenti e dire cosa non gli va della democrazia reale. Se non ci sono obiezioni, allora si cominci a lavorare sullo sviluppo di idee e sistemi che sono stati da lungo tempo orfani di pensiero e volontà pratica. Cambiare, a volte, non è produrre cose che prima non c’erano, novità assolute, ma rimuovere gli ostacoli che non hanno permesso condizioni di possibilità per l’affermazione di cose che già si producevano.  L’uomo che domina il mondo è un di cui dei mammiferi ma i mammiferi si son potuti esprimere solo dopo che un evento accidentale ha tolto di mezzo i grandi sauri. Per portare in atto ciò che è solo in potenza, s’impongono sottrazioni, rimozioni, riformulazioni.

[17] https://pierluigifagan.wordpress.com/2016/03/13/dell-origine-della-disuguaglianza-come-che-nati-liberi-finimmo-in-catene-1/

 

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DALL’ERA MODERNA A QUELLA COMPLESSA. Transizione dalla logica del dominio a quella del condominio. (1/2)

La presente riflessione, non breve perché l’argomento non lo consente, raccoglie un percorso di pensiero che ho sviluppato da tempo in vari articoli che gli interessati troveranno  riportati nelle note. Riepiloga ed argomenta intorno alla tesi che noi si sia entrati una nuova era, l’era della complessità. Entriamo in questa nuova condizione del mondo, con istituzioni, credenze ed immagini di mondo, ereditate da una lunga storia che va indietro anche oltre la modernità, una storia che aveva caratteristiche del tutto diverse. Ne consegue il concreto rischio di dis-adattamento.

L’epoca in cui siamo capitati (Heidegger avrebbe detto “siamo stati gettati”) la definiamo “complessa”. Questa complessità ne è il concetto, come moderno è stato il concetto di quella che sta finendo. L’era della complessità subentra al moderno e termina anche quella lunga incertezza definitoria che è ricorsa all’utilizzo dei “post-qualcosa” per segnare la fine del moderno ma non ancora la nascita di qualcos’altro.

Vorremmo argomentare su tre punti: 1) perché definiamo la nostra, addirittura una “nuova era” e perché la definiamo complessa; 2) che cosa intendiamo per complessità; 3) cosa differenzia il complesso dal moderno e cosa ci indica, sul piano del cambiamento adattivo, questa differenza. I primi due punti si co-implicano e quindi l’argomentazione verrà svolta in un’unica soluzione prima di argomentare sul terzo

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1) UNA NUOVA ERA? Da tempo è in questione, presso i geologi e da loro alla comunità scientifica in senso più ampio, se definire la nostra era in maniera nuova rispetto alla precedente. L’ipotesi in discussione è sul termine “antropocene”, l’era antropica ovvero l’era in cui non è più e solo la Natura a determinare il suo stesso stato e divenire ma la relazione tra questa è l’umano. L’umano ha, per quantità e qualità di impatto delle sue azioni, raggiunto un ruolo perturbativo del naturale tale da co-determinarlo (la Natura determina l’uomo che determina la Natura). Questo sul piano della Natura (geologia), ma anche sul piano dell’ Uomo (storia) si contano diverse novità. Da tempo, si notano dei sinistri scricchiolii in una serie di istituzioni umane che hanno segnato e fondato l’epoca moderna in Occidente: il sistema detto capitalismo tanto nelle sue forme economiche che politiche (dette “democrazie di mercato”), il tramonto dell’occidental-centrismo, l’infelicità occidentale che subentra ad una lunga stagione di hybris, un ritorno di presenza delle religioni, la degenerazione delle élite, il ricorso ansioso ai criteri di verità tecno-scientifica, la paura ed il senso diffuso di rischio, il disordine, l’occlusione dell’orizzonte detto “futuro” e l’evaporazione del concetto di progresso, l’invecchiamento demografico, lo smarrimento valoriale, il degrado quasi totale del politico. Gli intellettuali, sono necessariamente compresi in questo movimento apparentemente degenerativo e si fa fatica ad aprire anche una sola mano ed a porre su ogni dito contante un pensatore di riferimento, una mente lucida in grado di narrare il presente ed indicare il futuro, chiarificandolo. Il nostro “tempo appreso nel pensiero” sembra trovare a fatica pensanti in grado di apprenderlo (prenderlo assieme cum-prehendo) e mancando la lucida interpretazione, manca la possibile predizione. Sembra quindi che i tempi siano difficili, da vivere come da comprendere e forse l’una difficoltà è in funzione dell’altra.  Questo parziali elenco di crisi e novità, avanza il dubbio noi si sia finiti in un transizione storica, ma da cosa a cosa?

2. LA STORIA E IL TEMPO In genere, in settanta anni, cambia poco nelle strutture e sovrastrutture umane. Cambia poco perché strutture e sovrastrutture umane sono enti complessi, dotati cioè di molte parti e molte interrelazioni, per cui il movimento interno, che è costante, diventa decisivo e radicale (transizione di fase) solo dopo un tempo necessariamente lungo. Ne fece perno del suo metodo lo storico Fernand Braudel a cui spesso ci riferiamo nei nostri scritti[i], il quale osservò che la storia dei fatti (evenemenziale) è una cronaca  interessante ma non decisiva per comprendere il movimento essenziale che ha tempi di lunga durata[ii]. Capita ancora oggi di leggere del capitalismo o dello Stato-nazione europeo o del moderno, riferendosi implicitamente al teatro storico del XIX secolo quando tutti e tre i fenomeni, nel consenso di molti studiosi, mostrano la loro origine nel XV e XVI secolo. Certo la loro fenomenologia in quel del XIX secolo è stata esplosiva e molto significativa ma senza una comprensione profonda della loro origine, difficile capirne l’essenza e se non si capisce quale ne sia l’essenza, difficile farne una diagnosi ed una prognosi.

Se settanta anni son quindi pochi per leggere i movimenti profondi della geologia storica, la lettura dei nostri ultimi ci mostra comunque qualcosa di molto rilevante: il mondo è incorso in una trasformazione profonda più veloce della capacità dei sistemi umani sovrastrutturali (culture) e strutturali (istituzioni sociali, politiche, economiche) di registrarla. Quando si capita, come ipotizziamo si sia capitati, in una transizione storica in cui i cambiamenti di stato sono sia estesi che intensi, vasti e profondi, in cui lentamente e contraddittoriamente si sovrappongono stati di cose vecchi e nuovi,  è normale che tra mondo dei fatti e mondo delle istituzioni umane ci sia disallineamento. E se c’è questo disallineamento tra mondo dei fatti e mondo delle istituzioni umane, viepiù c’è tra entrambi e mondo del pensiero. I tempi portano cambiamenti che facciamo fatica a registrare, che abbiamo difficoltà a comprendere, a cui facciamo fatica ad adattarci. In un mondo molto più semplice, quello che transitò dal medioevo al moderno, furono necessari secoli per riallineare i tre tempi-modi, quello del mondo, quello della sua interpretazione istituzionale e di quella culturale. Tra la fine della monarchia assoluta inglese e quella russa corsero più di due secoli, tra i soprassalti dell’Inquisizione e l’annuncio che Dio era morto più di tre, tra Galileo e la dittatura neopositivista della cultura tecno-scientifica americana quasi quattro, tra l’intensificazione dei commerci mondiali dei beni voluttuari delle élite cittadine alla globalizzazione della produzione e consumo di massa planetario, cinque. Tra l’inizio della fine del medioevo e l’inizio dell’era complessa, sei, cioè sei secoli è la durata del moderno in senso esteso ma molto di questo tempo, è servito per diluire la coda del periodo precedente e consentire l’affermazione del nuovo modo con lenta progressione. Questa transizione lunga avvenne in un sistema meno ampio e denso di quello in cui oggi ci troviamo e sopratutto, beneficiò della possibilità di esternalizzare le contraddizioni. Tale transizione lenta, infatti, riguardò l’Occidente mentre quella attuale riguarda il Mondo.  Data quindi l’estensione, la densità e la mancanza di un esterno in cui scaricare le contraddizioni del sistema in transizione di fase, quella attuale, sarà probabilmente più brusca e caotica.

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3. LA NUOVA ERA SI PRESENTA COME CRISI DELLA VECCHIA. Ma cosa è successo in questi sessanta anni? La popolazione mondiale è cresciuta da 2,5 a 7,5 miliardi di persone. Se il nostro oggetto di comprensione è il mondo umano, materialisticamente (e col termine s’intende la semplice consistenza fisica di un oggetto osservato), è assai rilevante che l’oggetto abbia triplicato le sue dimensioni ed in così poco tempo. Mai nella storia umana, l’umanità si è triplicata in settanta anni e partendo poi già da una dimensione mai prima raggiunta[iii]. Se poi prendiamo gli inizi del XX secolo e il traguardo del 2050 (o forse prima), avremo un salto volumetrico da 1.500 a 10.000 milioni di individui, in un solo secolo e mezzo. In questi settanta anni, gli Stati-nazione sono quadruplicati da circa 50 a poco più di 200, movimento che sembra voler continuare. La grande varietà di popoli, culture, lingue, religioni, modi di vita, ha preso ad interconnettersi alla velocità con cui prende ad arborizzarsi  il cervello infantile nei primissimi mesi di vita. Quando aumentano in poco tempo sia la varietà (le parti) che le relazioni tra le parti (le interrelazioni), si ha una inflazione di complessità. I sistemi strutturali, gli Stati, i sistemi economici e finanziari, le reti di comunicazione e trasporto (merci e persone), quindi gli scambi materiali e i sistemi sovrastrutturali, le culture, le visioni del mondo, i paradigmi, le logiche, le idee e le credenze quindi gli scambi immateriali, hanno tessuto velocemente un sistema nuovo, un sistema molto più complesso che non abbiamo  ancora pienamente registrato come fatto compiuto. Globalizzazione e migrazioni sono certo fenomeni tessitori importanti ma questa spinta al crearsi di interconnessioni e dipendenze ha una natura più complessa e dipende, in gran parte, dalla semplice densificazione del pianeta.

Nel qualitativo, l’Occidente che è stato il sistema guida del moderno, si è trovato in poco tempo (anche se un po’ più ampio che non i settanta anni) dal pesare il 30% circa del mondo umano a poco più del 10%. L’Europa che inizio secolo scorso era la maggioranza di quel “occidentale” tende a diventare minoranza in favore del mondo anglosassone ed invecchia a ritmi sostenuti deformando le tradizionali piramidi demografiche  che nel lungo tempo, molto svasate alla base e corte in altezza, si sono prima allungate e ristrette ed ora quasi invertite visto che si vive sempre di più e si fanno meno figli. Il modo occidentale di stare la mondo, spesso detto “capitalismo” ma più precisamente definibile come sistema sociale ordinato dalle attività economiche[iv], è diventato il principale standard planetario. Parallelamente, la potenza dominante il sistema, gli Stati Uniti, subentrata a gli inglesi nei sessanta anni che vanno dal 1870 al 1930, preoccupata da questa espansione del mondo non occidentale, preoccupata dal fatto che allargandosi il mondo si diluiva il suo controllo e posizione, introduce il fiat-money (Nixon 1971) per trasferire il controllo del sistema economico dalla produzione e scambio alla banco-finanza, riservandosi del modo tradizionale di produzione e scambio, più che altro le punte tecno-scientifiche che coltiva anche in funzione del necessario primato militare. Il Nasdaq apre, appunto, nel 1971 ed Internet discende da una rete militare (Arpanet). In seguito, ha condensato un set di disposizioni economiche che hanno dato al sistema economico mondiale, le forme a lei gradite per mantenere una posizione di sostanziale controllo.  Se la cosiddetta rivoluzione industriale è stata un movimento prodotto dai britannici più come somma di molti atti non intenzionati da un soggetto centrale, la rivoluzione finanziario-digitale è stata invece promossa intenzionalmente per cercare di garantirsi il doppio obiettivo di dar ulterior sviluppo ad un sistema che andava a ristagnare o quantomeno a frenare bruscamente il suo impeto accrescitivo, mantenendo la leadership assoluta del sistema stesso. La cosiddetta “finanziarizzazione” non è stata quindi un mutamento endogeno dell’acefalo sistema economico che chiamiamo “capitalismo” ma, in accordo con la visione Braudel – Arrighi, un movimento intenzionale guidato dal “contenitore di potere” che ospita il quartier generale del sistema “capitalistico” della nostra fase storica: gli Stati Uniti d’America[v].

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Nel politico, l’Occidente ha visto una sempre più pronunciata subordinazione dell’Europa continentale al sistema anglosassone. La guerra mondiale svolta nella prima parte del XX secolo in due puntate per complessivi circa 86 milioni di morti e radicale distruzione materiale, terminava in Europa, una lunga era cominciata con la Guerra del Peloponneso, quella della guerra interna al sub-continente più complesso (complice la sua peculiare geografia) dell’intero pianeta. Quel modo era giunto alla sua impossibilità ma cosa quindi fargli succedere per darsi un ordine, ancora ce lo domandiamo rimbalzando tra idealismi sfocati (Stati Uniti d’Europa), pragmatismi elitisti (il sistema euro, la Commissione EU) e il sempre confortante “come si stava bene una volta” (il ritorno allo Stato-nazione). Facendosi viepiù difficili le cose per il sistema occidentale non più materialmente in grado di dominare e subordinare il pianeta con imperi (formali ed informali) e colonie, nei settanta anni, si è passati da pseudo-democrazie comunque redistributive e relativamente equilibrate a pseudo-democrazie tendenzialmente oligarchiche con sfumature tecno-tiranniche. Movimento questo che si riflette non solo all’interno dei sistemi politici occidentali ma anche nel modo con cui l’Occidente a guida americana, si atteggia col mondo esteso. Mal si comprende questa degenerazione se non la s’inquadra dentro l’altra contrazione, quella della lenta perdita progressiva di potere e controllo occidentale sul mondo.

Nel culturale, la tecno-scienza che ha sin dall’inizio accompagnato lo sviluppo di questo modo moderno, ha raggiunto capacità tali da segnare ad un certo punto, l’inversione della posizione umana rispetto alla natura, da subordinata a subordinante. Questo punto ha avuto la sua rivelazione con il doppio sganciamento delle bombe atomiche sul Giappone, è stato quello il “segno spaventoso” che  ci ha confermato la raggiunta capacità demiurgica del poter manipolare la materia nei suoi costituenti fondamentali. Di questa nuova potente ed inquietante capacità si son poi dati, in sequenza, altri avvisi:  la questione ambientale si pone infatti dagli anni’60, quindi nasce l’ecologia moderna, poi si pongono le questioni delle risorse ai primi anni ‘70, poi compare l’inquinamento ed infine si registra il cambiamento climatico. Quindi i geologi si domandano dell’opportunità di definire l’era “antropocene” e poco prima, il filosofo Hans Jonas propone di porre a paradigma delle nostre immagini di mondo il “principio responsabilità” perché se Prometeo è arrivato finalmente al compimento del suo sogno di dominio, sarà anche il caso cominci a domandarsi cosa farci di questo dominio e prenderne più giudiziosa responsabilità.

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Sul piano dell’ordinatore, il sistema economico come ordinatore delle entità sociali, mentre la retorica ufficiale celebra i fasti di un’umanità creativa, innovatrice ed audace, tutta intenta a far fiorire cose dagli algoritmi (vecchio vizio occidentale del delirio neoplatonico di processione dall’Idea alla Cosa), in realtà la vera innovazione sia ideativa che produttiva finalizzata alla alimentazione dei cicli di “creazione – distruzione” del modo economico, sembra esser giunta ad un periodo di senile sterilità. Certo che vapore ed elettricità non sono stati rimpiazzati da Google ed Apple, il solo pensarlo denota menti rapite dal bisogno di confortarsi applicando lo schema dell’analogia con le pere e le mele, con cose cioè che non sono affatto analoghe in essenza. Di fatto, negli ultimi venticinque anni, l’Occidente ha perso 14 punti percentuali di peso nella composizione del Pil globale, la svolta finanziaria ha moltiplicato la ricchezza dei già ricchi, fuori di questa élite i consumi si sono contratti e questo, oltre alla penetrazione di merci di altri sistemi geo-economici, ha deperito la produzione occidentale e contratto l’occupazione ed i salari. Per sostenere i sistemi nazionali, dato che il sistema economico è entrato in questa spirale contrattiva, si è ricorso al debito ma, fallendo sistematicamente il rilancio, il debito si è solo accumulato entrando in un aspirale accrescitiva dovuta a gli interessi così dal finire di diventare oltretutto inutile, se non come ulteriore alimentazione della accumulazione finanziaria. L’invocazione testarda e penosa alla “crescita” è diventata una religione del cargo.

Essendo allora oggi in grado di manipolare i costituenti primi della materia, atomi e molecole, si aprono serie di domande su chi crea, cosa e perché, inclusa l’automanipolazione della vita e dell’umano. Questo massimo raggiungimento poietico, coincide con il punto minimo di sviluppo dell’autoriflessione etico-morale. Georg Simmel argomentava che “L’oggetto della scienza della natura è ciò che accade, l’oggetto dell’etica è ciò che deve accadere” ma noi ci troviamo nell’inversione per la quale la scienza della natura è alla sua massima potenza di possibilità e non si limita più a comprendere il mondo ma a crearlo sotto dettato di un groviglio di necessità e bisogni i cui unici indicatori sono gli indici di borsa, su i quali nessuno esercita più il senso di responsabilità, la riflessione meditata sul dover essere. L’idea di governare la transizione di un mondo complesso sempre più denso e chiuso nei suoi limiti oggettivi, con le indicazioni che provengono dal luogo in cui si concentra la massima isteria umana, cioè la Borsa, denota la nostra manifesta inadeguatezza adattiva, un plasticamente allarmante senso di confusione, non comprensione, irresponsabilità.

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In sintesi, in settanta anni il mondo umano ha intrapreso un processo di dilatazione quanti-qualitativa impressionante, l’Occidente si è riformulato perdendo la sua millenaria origine euro continentale, sta perdendo peso e quindi potere sul mondo, ma continua ad ordinarsi secondo istituzioni materiali quali il sistema economico-finanziario e politico moderno e conseguenti istituzioni immateriali, quei sistemi di cedenze, logiche e pensieri che chiamiamo immagini di mondo, forgiate in tempi in cui peso e potere erano ben diversi. L’immagine di mondo si è tecno-scientificizzata perdendo sia la capacità riflessiva, sia la possibilità di discutere i suoi stessi fini. Perdendo capacità riflessiva ed intenzione dei fini ha perso “intelligenza”. L’ordinatore economico, ha dato energia e sviluppo fintanto che l’Occidente è stato in grado di dominare quelle vaste porzioni di mondo che ha usato per alimentarlo. Oggi questo utilizzo del “fuori il sistema” per dar condizioni di possibilità al “dentro il sistema” non è più possibile, oggi “tutto è sistema” e conseguentemente diminuiscono le possibilità nel mentre i pesi degli attori del sistema, non più solo occidentali, si redistribuiscono. Le élite, tali definite dalla posizione sociale all’interno delle società ordinate dai processi economici  finanziari, si sono riservate i modi per non solo resistere ma addirittura migliorare l’accumulazione di capitale, scaricando su tutto il resto della società i costi materiali ed immateriali della oggettiva contrazione.  Ne conseguono sintomi di disadattamento complessivo poiché abbiamo modificato radicalmente il nostro ambiente (in senso ampio e non solo ecologico) ma continuiamo ad abitarlo con i modi che erano adatti precedentemente. Siamo capitati in una nuova era, continuiamo a viverla e pensarla in modo antico[vi] che però continuiamo a chiamare “moderno” (più o meno “l’odierno”) confondendoci ancora di più. Soprattutto, non abbiamo percezione consapevole e diffusa dell’essere in una transizione, di quel processo in cui l’essere che non è più, non è ancora altro.

(Prima parte)

= 0 =

[i] Su F. Braudel: https://pierluigifagan.wordpress.com/2013/07/01/la-concezione-realistica-della-storia-in-fernand-braudel/

[ii] Della tradizione braudeliana, fa parte anche Giovanni Arrighi: http://www.sinistrainrete.info/globalizzazione/7506-vincenzo-marineo-quanto-e-lungo-un-secolo.html

[iii] Diversamente da gli apparati analitici che privilegiano l’innovazione economica (tanto liberali che marxisti) come motore della storia, qui si ritiene che le grandi soglie del’evoluzione delle società umane, sono comparse al raggiungimento di certi volumi demografici in rapporto al territorio, cioè alla densità. Da cacciatori  raccoglitori a stanziali (la stanzialità non fu effetto dell’agricoltura ma causa), da stanziali ad agricoli, da tribù agricole a società che fondevano più tribù, al sistema della città, poi regni, poi stati con fiammate imperiali nei vari passaggi di fase delle ultime tre forme. Tutto ciò è avvenuto in vasti spazi e bassa densità. Ora, il gradino successivo, dovrà tener conto del fatto che gli spazi sono ristretti e la densità molto alta.

[iv] La differenza sostanziale tra l’impostazione di K.Marx e quella di K. Polanyi è che Marx riteneva questa forma (materialismo storico), una sorta di legge della natura sociale umana di ogni tempo e luogo mentre invece Polanyi la riteneva l’essenza propria solo del moderno occidentale, di quei cinque/sei secoli relativi alla nostra specifica storia. Noi concordiamo con Polanyi.

[v] La visione “economicista” della storia, non può spiegare il suo stesso movimento. Anche solo esaminando il trapasso delle varie fasi storiche del capitalismo occidentale, se si levano le leggi, gli eserciti, il ricircolo e reinvestimento del prelievo fiscale, cioè il ruolo del potere politico, statale, colonial-imperiale, si sarebbe avuto un sistema amorfo che si sarebbe disintegrato al primo tornante della storia.

[vi] Marxismo, economia neo-classica pensiero liberale, socialdemocrazia, l’individualismo metodologico, l’imperialismo, tecno-scienza come motore dello sviluppo, democrazia rappresentativa sono tutte idee e pratiche del XIX secolo. Nel XIX secolo, il mondo era abitato da un miliardo di persone che sciacquavano nei suoi vasti spazi.

 

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BABEL-EXIT. Ovvero farsi “una” idea sulla Brexit.

[Sono le 09.30 del 24 Giugno, quindi questo è un commento “a caldo”. Privo cioè di note e di immagini. Segue quanto scrivemmo dieci giorni fa, qui]

Una delle principali caratteristiche dell’Era complessa è che affrontando fatti unitari da molti punti di vista reciprocamente escludenti, si crea un enorme caleidoscopio di opinioni e giudizi frammentati. Questi pezzi irrelati che trattano approfonditamente solo un aspetto del fatto, sono il materiale di costruzione del labirinto. Il labirinto è il luogo in cui siamo invitati e spinti dal rumore delle opinioni, il luogo in cui entriamo per cercare la verità e l’ancoraggio di un nostro giudizio ed in cui ci perdiamo girando per un tempo infinito, senza trovare mai l’uscita dal dubbio. Questa è la condizione della Biblioteca di Babele che ospitava tutti i possibili libri di 410 pagine del grande J. L. Borges, la condizione del paradosso del bibliotecario del matematico norvegese Thoralf Skolem ed anche del paradosso del barbiere di B. Russell. Fatta semplice e brutale, c’è un problema di gerarchia, si deve porre un sopra sopra il quale non c’è più altro e sotto il quale c’è tutto il resto, altrimenti si gira in tondo all’infinito. Fu lo stesso Russell, assieme ad A. N. Withehead a risolvere il paradosso logico (in realtà un’antinomia) che lui stesso aveva scoperto nella Teoria degli insiemi e lo fece con la Teoria dei tipi logici, una legge che impone una gerarchia che permette di dare ordine alla logica di modo che non fagociti se stessa riflettendosi internamente all’infinito.

Persa già la metà dei lettori con questa introduzione, per i pochi rimasti, procediamo ad illustrare il caso pratico: cosa significa la Brexit? Della faccenda della Brexit si sono illuminate diverse facce.

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All’inizio sono arrivati i politici e le loro diverse considerazioni. La prima, intuitiva, è il rapporto tra UK ed Unione europea. La seconda è il significato cosmopolitico che alcuni si ostinano a vedere nel progetto europeista (un tipico caso di confusione tra forma e sostanza), da cui per rimbalzo, si è vista la Brexit come scelta isolazionista. La terza è il significato politico che la Brexit avrebbe avuto per gli altri europei ed in conseguenza, i timori per l’effetto imitazione che potrebbe portare altri paesi a seguire la Gran Bretagna. Come nel caso precedente, si è sovrapposto un significato a queste scelte, si è diviso l’opinione tra pseudo-progressisti che sarebbero stati gli unionisti e pseudo-conservatori o addirittura reazionari che sarebbero stati coloro che tifavano per la Brexit. In Italia, si è distinto il noto teorico politico Mario Monti che ha sentenziato che il referendum indetto da Cameron era un abuso di democrazia ed infine Renzi che, dall’alto del suo peso influente ed della sua capacità di visione da statista navigato, ha scritto ai britannici via The Guardian spiegando loro con tipica lievità diplomatica che in caso di Leave sarebbero diventati piccoli, isolati ed ininfluenti.

Poi sono arrivati gli economisti. La stragrande maggioranza ha profetato catastrofe e sciagura nel caso di exit, verso la fine sono comparsi i più ragionevoli semi-neutralisti per i quali, alla fine, non sarebbe cambiato un granché. Assenti gli entusiasti, ovvero coloro che eventualmente avrebbero letto un possibile vantaggio. Accanto, i monetaristi e gli esperti del mercato, più estremizzanti sul pericolo sciagura – catastrofe – cavallette – diluvio – inverno nucleare. Si deve dire che i giudizi degli economisti sono stati tutti sul breve periodo, sono stati tattici. Nessuno pare (o pochissimi) si sono avventurati sul fall-out strategico di una tale evenienza e ciò denota come tra economisti e concetto di strategia (ovvero tempo medio-lungo) vi sia una sorta di incompatibilità concettuale. Del resto, questa epidemia di short-termismo derivante dall’idolatria della slot machine che chiamiamo “borsa” o “mercati”, con la sua ossessione per lo status quo e la prevedibilità necessaria a instradare gli investimenti è concettualmente l’esatto opposto del concetto di strategia. Se aveva ragione F. Braudel e la storia è mossa da fenomeni di lunga durata, ben si capirà che ordinare il mondo con le Borse che scambiano conati d’ansia, è la scelta più demenziale che si possa fare. Keynes che due o tre libricini non di economia li aveva letti, l’aveva ben capito, a suo tempo.

Poi sono arrivati i sociologi a dirci che in gioco c’era la paura dell’Altro, il migrante in sé per sé o forse come considerazione più sofisticata tipo “perché sì ad un ennesimo barista italiano e no ad un qualificato chirurgo indiano?”. I geo-sociologi avvertivano che scozzesi, irlandesi e forse anche gallesi avrebbero votato compatti per il Remain e la profonda campagna inglese per il Leave (effettivamente), il che avrebbe creato l’ennesima spaccatura nell’unità del regno, foriera di ulteriori exit. I socio-sociologi hanno avvertito una sorta di strano assortimento tra due insiemi bizzarri, uno fatto di élite e popolo europeisti e l’altro fatto di élite e popolo nazionalisti, insiemi cioè tagliati non dalla categoria di “classe”, forse da quella anagrafica, non da quella di genere.

Poi sono arrivati i confondenti l’opinione ed hanno iniziato il gioco “ah, stai con Murdoch eh?” di modo da sentirsi rispondere “ah e tu stai con Soros, eh?” e via con dicotomie circolari che hanno dato l’impressione, sarebbe meglio dire la fotografia perché la faccenda ha una sua oggettività,  che non ci si raccapezza più, i “cattivi” stanno da entrambi le parti e quindi non si vede approdo sicuro per i “buoni”. Questo del cercare di capire cosa fare e pensare osservando il tuo opposto, un portato della fede mistica nella dialettica hegeliana, è il motivo principale del nostro permanere in uno stato di subordinazione mentale e culturale proprio verso coloro da cui vorremmo emanciparci, una trappola logica. Ad un certo punto, si è presentato anche il fatto di cronaca nera della deputata laburista e progressista uccisa dal nazista pazzo e sembrava che almeno questo permettesse finalmente di mettere un punto fermo da cui ordinare tutti gli altri ma non ha funzionato un granché, se non a rialzare gli indici di Borsa. Fatto che ha costretto i giornalisti ad introdurre la categoria del “rialzo triste”, una sorta di erezione malinconica che gli psicologi faranno fatica a spiegare.

Per ultimi, in ordine sparso, opinionisti di varia taglia hanno tirato in ballo Shakespeare, Carnaby Street, I Beatles, Agatha Christie, i nazisti, i fish-and-chips, la Regina, Churchill …. Churchill? hai detto Churchill? Winston Churchill?

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Beh Churchill ha il suo peso poiché gestì l’interesse nazionale nel secondo peggior momento della storia di quell’entità che tecnicamente si dovrebbe chiamare Regno Unito (since 1800-1) e prima Gran Bretagna, (1707) e prima ancora Inghilterra. Il primo lo aveva gestito Elisabetta I. Churchill ci lasciò una bottiglietta di memoria con questo ammonimento:

“If Britain must choose between Europe and the open sea, she must always choose the open sea”

Il lettore attento a questo punto obietterà: perché dare a Churchill un rilievo maggiore di un economista o un sociologo o un politico o un letterato o di un Monti e Renzi. No, forse il lettore attento questo ultimi due non li citerebbe ma gli altri, forse si. Diciamo subito che Churchill dimostrò di sapersela cavare al tavolo in cui gli altri avevano fiches e poker, con pochi spicci ed una coppietta aspirante tris minore. Il che, nel mondo inflazionato di chiacchiere, essendo un “fatto”, ha il suo peso. Ma Churchill in fondo, dava voce e pensiero ad una vecchia, vecchissima preferenza degli isolani, risalente anche ad un misconosciuto ed invece influentissimo  libricino che si chiama “Fable of bees” (1705) di un medico olandese trapiantato sull’isola, alle scelte strategiche fatte dalla regina vergine e prima di lei lo strappo di Enrico VIII e poi giù fino alla Guerra dei Cent’anni ed addirittura al rifiuto dei baroni di seguire Giovanni nella sua paranoia crociata, tanto da imporre un trattato che fece storia: la Magna Charta Libertatum (1215) di cui sono, visto la data, giustamente orgogliosi. L’espressione “Tornado nella Manica, il continente è isolato” che mi ha ricordato recentemente un mio contatto facebook, dà ben l’idea di come si vede il mondo da un’isola. Da un’isola, il timore proviene dal grosso continente dirimpetto che ti vuole fagocitare nel suo disordine annientante, la libertà (intesa come autonomia) proviene da remote terre al di là degli oceani che sono troppo lontane per esser temibili ma raggiungibili per fare affari. I primi a scoprirlo furono invero i portoghesi che erano bloccati dagli spagnoli e da gli spagnoli che erano bloccati dai genovesi, veneziani e francesi e gli olandesi bloccati da francesi e tedeschi. Poi la cosa prese piede e ne venne fuori la modernità europea che colonizzerà il mondo intero ed affermerà quello strano modo di stare al mondo che chiamiamo “capitalismo”, previo colonialismo prima ed imperialismo poi.

Insomma, Churchill sembra darci la chiave per aprire un pertugio nel labirinto confondente, il punto di vista superiore dal quale tutti gli altri dipendono, l’oggettiva condizione geo-storica del soggetto in esame. La condizione geo-storica è una sorta di ontologia delle nazioni, la categoria prima che anticipa tutte le altre possibili letture politiche, economiche, di classe, culturali, militari e financo religiose, quelle che ricorrono a ieri e quelle dell’altro-ieri e quelle post-qualcosa, l’unica che influisce sulle altre più di quanto ne sia influita. La categoria che determina tutte le altre condizioni di pensabilità e possibilità, il tipo logico primo. Ecco il nostro insieme di cui sopra non c’è n’è uno più rilevante, le 410 pagine con senso e significato che cercava Borges, il catalogo che include tutti i cataloghi senza includere se stesso di Skolem, il barbiere che può radere tutti quelli che non si radono da soli ma anche se stesso di Russell. Che poi sarebbe il cretese che può dire che tutti i cretesi mentono senza auto contraddirsi, del cretese Epimenide.

Ma lasciamo da parte i dilemmi logici che fanno venir il mal di testa e concentriamoci su il consiglio di Churchill.

Come precedentemente scritto a 10 giorni dal voto (qui), la Brexit, è stata una scelta geopolitica. La scelta di dar retta a Churchill e non a tutti i portatori di opinioni in favore del Remain. Questi, peroravano una causa contingente che non ha radici nella geo-storia britannica, l’innaturale (per i britannici) afflato unionista con una terra di cui loro sarebbero diventati la periferia. Strali ed ammonimenti di Obama, G7, NATO, Fmi, Bruxelles, la City, l’intera cupola della banco-finanza mondiale, nulla hanno potuto contro quelle nervature dell’essere che Platone diceva che si debbono seguire “per forza”, intendendo che vi sono delle forme delle cose che non si possono contraddire, senza contraddire la cosa stessa. Le forme geo-storiche sono appunto natura profonda dell’essere che poi noi leggiamo ed analizziamo con i filtri politici, economici, monetari, ideologici, culturali etc.

E adesso?

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Lasciamo allo sviluppo della storia a breve, della cronaca e dell’altrui acuto commento che certo non mancherà, il clamoroso sviluppo della traumatica fenomenologia da abbandono. Noi, in prospettiva, vediamo il sorgere di un nuovo polo del mondo multipolare, l’anglosfera di un nuovo Commonwealth, quello che si trova oltre “il mare aperto” di Churchill. Vediamo gli oceanici, gli indiani, alcuni africani, forse il Canada, coagularsi intorno ad un nuova forza terza o quarta o quinta che potrebbe andar a sommarsi alla EU (la cui storia sarà però tutta da scrivere), a gli USA, alla Cina, alla UEE euroasiatica con centro in Russia. E’ possibile, è congruo, è adattivo per i britannici e per i loro partner, se accadrà o meno non lo sappiamo, la Storia, si sa, è un evento caotico quindi non prevedibile.

Il mondo transita ad una nuova Era, l’Era complessa. Per muovere il mondo in accordo ad una transizione così grande e profonda, nulla meglio che articolarsi, produrre snodi, vertebre. I britannici, crediamo, proveranno a fare il loro snodo. Noi, speriamo, digerito il fallimento delle nostre impostazioni analitiche subalterne alle impostazioni date dai padroni del gioco da cui pur vorremmo emanciparci ma di cui condividiamo lo sguardo ossessivamente tarato sulla cronaca, reagiremo e, prima o poi, faremo anche noi qualcosa. Magari una comunità mediterranea dei greco-latini. Domenica c’è la Spagna, poi gli USA, l’anno prossimo elezioni in Francia e Germania e chissà se anche in Italia. I tempi cambiano, accadono fatti, le cose si muovono. Questo è bene. Alziamo lo sguardo, usciamo dalla babele dei punti di vista frammentati nelle varie discipline di cui siamo gli “esperti” e cerchiamo di comprendere il lento e profondo movimento unitario delle cose là fuori. Magari capiremo meglio dove dirigere i nostri sforzi.

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NOTA: Questo blog, contesta l’utilizzo della frase di Churchill, nel senso che gli hanno dato i supporter della Brexit. Noi però usiamo la stessa frase solo come “simbolo” di un certo, ci pare longevo, punto di vista tipicamente britannico. Sono i fatti storici e culturali di lungo periodo che lo sostengono. Churchill viveva in un tempo in cui non c’era l’euro, la EU, Bruxelles e la Merkel, è quindi improprio poggiarsi sulla sua autorità sia per sostenere l’idea del Leave, sia quella del Remain se non uscendo dalla cronaca ed entrando nei tempi più corposi della Storia. Tra l’altro, e lo abbiamo scritto dieci giorni fa e lo hanno sostenuto anche gli economisti e commentatori meno isterici, nessuno sostiene che il Regno Unito non rimanga uno stato (a modo suo) europeo, legato da rapporti di forte interesse congiunto col continente. 

 

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Commento ai risultati delle amministrative del 5-19 giugno 2016

Il commento dal titolo “MATTEO vs PETER”, si trova qui, alla Cronaca 467. Buona lettura.

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COOPERO, QUINDI SONO. Racensione del libro di M. Tomasello, Unicamente umani.

Michael Tomasello è condirettore del Max Plank Institute di Lipsia per l’Antropologia evolutiva. Note bio-bibliografiche (qui), una lunga intervista (51.13) qui . Il libro: Unicamente umani. Storia naturale del pensiero; Il Mulino, Bologna, 2014.

5747618Il libro di Micheal Tomasello, sostiene una tesi: a) ciò che ci fa propriamente “umani”, specie a parte del mondo animale, anche di quello delle grandi scimmie antropomorfe, è la nostra peculiare forma di  pensiero; b) il pensiero umano ha una sua precipua forma scolpita dal processo di adattamento continuato: la forma che serve a farci cooperare tra consimili; c) ergo, l’essenza adattiva umana è la tendenza alla cooperazione[1]. Dalla Prefazione: “gli esseri umani non solo comprendono gli altri come agenti intenzionali, ma si uniscono a loro anche nelle più diverse forme di intenzionalità condivisa, dalla soluzione collaborativa di problemi alla creazione di complesse istituzioni culturali” (7-8). I pilastri funzionale di questa mente tendente alla cooperazione cioè alla condivisione e coordinamento dell’intenzionalità sono la rappresentazione di tipo cognitivo, la capacità inferenziale, l’automonitoraggio ricorsivo. La costruzione di questo sistema mentale distintivo della specie, che poi fu anche ciò che ci distinse dal ceppo evolutivo delle grandi scimmie, ebbe una prima definizione iniziale e poi una seconda che ampliò e precisò ulteriormente questa forma peculiare. L’Autore quindi ritiene esser questa la nostra specificità: interrelarci per formare sistemi umani. La nostra peculiare strategia adattiva, che visti i risultati comprativi con le altre specie e considerato che di per sé siamo animali abbastanza disarmati e fisicamente relativamente performanti e abbastanza aspecifici è stata di vero successo, è stata costruire “sistemi adattivi” (gruppi, società) nei quali infilarci tutti assieme perché, semplicemente, l’unione fa la forza.

Il testo di Tomasello è di tipo scientifico e quindi è corredato di richiami alla vasta letteratura specifica sull’antropologia evolutiva, la linguistica, la primatologia, la psicologia evolutiva ma il primo capitolo, inizia con una batteria di più ampi riferimenti culturali, dato che l’Autore mostra di sapere che ogni ipotesi quale poi cercheremo di suffragare inle-origini-della-comunicazione-umana-1248 vari modi, empirici, logici e teorici, nasce già carica di teoria. I riferimenti di questa epistemologia a priori, per Tomasello, sono: Hegel, Peirce, Vygotskij, Bachtin, Mead, in parte Wittgentstein e forse il più rilevante per lui, visto che specificamente egli si occupa anche di psicologia dello sviluppo, Piaget che apre in esergo l’intero studio. Tale costellazione, si trova nella nostra galassia concettuale, la galassia del pensiero della complessità. Il tutto, porterà Tomasello, come già lo ha portato nello sviluppo di tutti i suoi studi, ricerche, libri che ne riportano gli esiti, a sostenere un paradigma tripartito fatto di accentuazione del nostro specifico culturale su quello naturale, ontogenetico su quello filogenetico, cooperativo-sociale su quello competitivo-individuale. Su una base naturale, filogenetica, individual-competitiva che ereditiamo dal tronco dell’albero della famiglia delle antropomorfe, noi siamo quel ramo che dandoci una lunga ontogenesi in cui agisce cultura, società e trasmissione dei codici, ha sovraimposto a gli istinti individuali competitivi, quelli cooperativi sociali. Questo ramo, ha due snodi che l’Autore ci porta, con dovizia di esempi, specifiche e comparazioni, a mettere a fuoco.

Il discorso di Tomasello, inquadra più o meno questa sequenza: a) alcune forme della nostra mente sono ereditate dal comune ceppo delle scimmie antropomorfe; b) il nostro ramo, il ramo Homo, sembra aver comportato nuove forme che hanno permesso intenzionalità condivisa; c) questo ramo che già ha qualcosa di diverso dal tronco originario, qualcosa che già si mostra nei bambini prelinguistici e non è quindi frutto di apprendimento culturale, ha poi un altro snodo che ci ha portato all’intenzionalità collettiva (Homo sapiens sapiens). In termini di sistemi, potremmo dire che la prima forma di intenzionalità è quella che forma il sistema laddove le parti si scambiano intenzionalità attraverso le reciproche interrelazioni, la seconda forma fa agire il sistema del noi come un soggetto unitario e nel tempo, produce sistemi culturali. Il primo sistema nacque per collaborare alla scala di piccoli gruppi per la ricerca del cibo e si avvalse dello scambio comunicativo a base gestuale e mimica che implicano già una mente capace di fare e ricevere rappresentazioni prospettiche (da più punti di vista) e simboliche, fare 2209421inferenze socialmente ricorsive (il ricevente cercava di pensare “cosa mi sta dicendo?”), automonitoraggio in seconda persona (l’emittente doveva preliminarmente simulare nella sua mente cosa il ricevente avrebbe potuto capire). Tali forme mentali comuni, si può dire cementassero una logica comune. Questa è l’intenzionalità congiunta, il secondo sistema, l’intenzionalità condivisa, si è sviluppato in seguito alla necessità di coordinamento di gruppi più grandi, eventualmente tra loro in competizione (ma non so se “competizione” sia il termine più appropriato). Qui il terreno comune non era più solo dato da forme mentali comuni ma costruito da una “cultura” fatta di convenzioni, norme ed istituzioni, tessuta da interrelazioni pienamente linguistiche, la logica mentale comune diventava comune razionalità, il soggettivismo prospettico (basato su diversi punti di vista) diventava oggettivo (da tutti i punti di vista). Le rappresentazioni diventavano quindi anche convenzionali ed oggettive, le inferenze divennero anche autoriflessive e poggiate su “ragioni”, l’autoregolazione si apriva alle norme di razionalità della cultura d’appartenenza. Lo sviluppo di tutto questo secondo sistema, secondo Tomasello, non ha basi biologiche ma culturali, è cioè “appreso” nell’ontogenesi.

Il punto di partenza di tutto lo sviluppo mentale fu quello dell’intenzionalità individuale, l’attività off line del pensare prima di agire che è di forma superiore al modello stimolo-risposta, istintuale. Questo pensiero già produce schemi, categorie e modelli, adopera l’immaginazione, è in grado di valutare ed auto modificarsi, financo scegliere di non agire di trattenere la risposta allo stimolo, fare analogie, perseguire propri scopi, simulare prove e dedurre dai possibili errori, attribuire cause, auto monitorare il proprio comportamento e quindi distillando esperienza far interagire mentale e reale. Inoltre, è in grado di quantificare, usare strumenti, usare l’operatore inferenziale “se…allora” (molto importante) ed usare la negazione, inferenze causa-effetto ed effetto-causa, abduzioni (inferenza alla migliore spiegazione), sapere di non sapere, Queste sono caratteristiche che abbiamo pienamente in comune con le grandi antropomorfe (scimpanzé, bonobo, gorilla, oranghi) da cui ci separammo evolutivamente circa sei milioni di anni fa. Questa mente31YEfyHQ-2L._SX320_BO1,204,203,200_ non solo è individualmente intenzionale ma riconosce anche l’altrui intenzionalità con cui comunica usando un ristretto numero di gesti o suoni. Ma tali sviluppi, sembrano esser rimasti al servizio del potenziamento individuale, individui sociali ma fondamentalmente competitivi tra loro. Non sbaglierebbero quindi tutti coloro che leggendo il comportamento degli scimpanzé, ravvedono le basi dei nostri più feroci istinti individualisti e competitivi. Sbaglierebbero però  a non considerare quali altri strutture mentali si sono formate nella nostra specifica evoluzione, strutture che hanno incapsulato -usandole- queste capacità cognitive, al fine di sviluppare cooperazione inter-individuale prima e collettiva poi. Questi sarebbero sistemi di ordine superiore non in base ad astratti giudizi di antropo-ideologia ma in base al ruolo evolutivo che hanno svolto nel permetterci di diventare “umani” e non più solo “scimmie”, cioè farci pensare diversamente e quindi farci agire diversamente. La nostra stessa esistenza ed affermazione, testimonia del successo dell’innovazione cooperativa che abbiamo apportato all’origine competitiva.

Questo primo salto nell’umano si ebbe, secondo Tomasello, creando cooperative di individui. Nel concetto cooperativo, gli individui svilupparono l’attitudine a congiungere le proprie individuali intenzionalità. Scopi congiunti, attenzione congiunta, coordinamento attraverso una più ampia gestualità comunicativa. Opportunamente, Tomasello rileva che i dilemmi sociali della Teoria dei giochi danno per assunto il contesto in cui scopi e preferenze degli individui siano conflittuali mentre quelli del contesto cooperativo, scopi e preferenze sono coincidenti. Il problema nell’utilizzo della Teoria dei giochi quindi, non è nella sua grammatica ma nel presupposto infondato essa definisca gli unici, possibili, assetti delle relazioni umane[2]. Più indietro andiamo nel tempo evolutivo della nostra specie, lì dove vennero a formarsi le nostre strutture interne fondamentali, meno si può fare appello al principio di scarsità che obbliga alla competizione. Semmai il problema era trovare il modo di cooperare per passare dalla caccia alla lepre, alla ben più remunerativa caccia al cervo che in sé, era del tutto preclusa ai singoli individui. Si trattò più di una 31fEDcXdEQL._SX327_BO1,204,203,200_scalata ad una sempre maggior abbondanza o sicurezza alimentare quindi, non un girone infernale hobbesiano di disperata scarsità. La scarsità fu un problema del tutto più recente e sarebbe da considerare quando già si son formati grandi gruppi sociali. Quindi: a) non siamo mai stati disperatamente individualisti ma da subito, cooperativi; b) quando eravamo pochi, in piccoli gruppi, la cooperazione fu al servizio dell’affrontare sfide sempre più impegnative che in quanto individui ci erano precluse; c) quando diventammo tanti (anche grazie al successo della precedente strategia), la semplice cooperativa diventa una complessa società ed è tra società che semmai s’instaura la competizione. Quest’ultima modalità, come da noi precedemente già segnalato, è molto recente (15.000 anni? forse meno?) e non ha quindi alcuna ”base biologica”. Naturalmente rimane in noi la mente delle antropomorfe, con i suoi istinti e modi, ma quella mente in noi è solo una parte allacciata ad altre parti più Homo-specifiche ed in quanto tale, essa stessa è -in parte- modificata.

La moderna teoria economica e socio-politica liberale, farebbe quindi una inversione confusiva terribile perché non direbbe nulla della competizione tra gruppi e società (ed infatti non legge le classi, i gruppi sociali, gli stati e le civiltà ma solo individui) che è la vera competizione esistente mentre cerca di convincerci del fatto che siamo monadi egoiste impazzite appena più furbe (non necessariamente “intelligenti”) degli scimpanzé quando invece tutta la nostra struttura mentale è stata selezionata per incapsulare lo scimpanzé individualista dentro l’umano cooperativo e che è solo per questa ragione, ragione che portò al nostro “successo”, che oggi ci sono pensatori in grado di pensare teorie economiche e socio-politiche, per altro sbagliate.

Vediamo meglio questo primo sistema, il sistema cooperativo. Questo è una evoluzione del sistema delle antropomorfe (leoni, lupi, zoologia prediletta dai narratori liberali) che è comportamento di gruppo in modalità privata. I primi cacciatori raccoglitori (i primissimi erano forse più raccoglitori e pulitori di carcasse, onnivori ma a dieta prevalente vegetale), invece, agiscono coordinandosi in gruppo, riportano il bottino all’accampamento e lo dividono tra tutti. Per tutto ciò, gli individui si aiutano, si cambiano informazioni e si trasmettono capacità, prendono decisioni precedenti l’azione in comune. La nostra progressione del volume cerebrale[3], è stata messa in relazione proprio allo sviluppo dei sistemi mentali cooperativi e sociali. La parte procedurale di molta parte della nostra intelligenza è di natura primate, lo sviluppo di complessità mentale si sarebbe avuto per tridimensionalizzare le nostre capacità al fine di infilarci nella testa, anche le teste degli altri, le interrelazioni, le capacità linguistiche, gli BB_Nuovi Saggi_Tomasello_Altruisti natiOK.inddschemi i modelli e le categorie di questo nuovo mondo dentro di noi adatto a farci agire in quello fuori di noi, fatto di altri come noi, assieme a loro. Lo stigma sociale verso imbroglioni e scansafatiche deriverebbe da questa antica necessità di doversi fidare dell’altro e contare sul suo attivo apporto a risolvere i problemi comuni e questo, poiché la pressione selettiva ci aveva portato a formare gruppi fatti di interdipendenti. Oggi, siamo alla svolta storica per la quale l’interdipendenza sta per presentarsi come imperativo anche per i gruppi a cui abbiamo dato vita. Vale per le classi e vale per gli stati-nazione e le civiltà, ma questo è un altro discorso. Non possiamo qui riportare i passaggi specifici dell’argomentazione di Tomasello che entra molto nel tecnico delle strutture e dei moduli cognitivi del pensiero relazionale ed intersoggettivo che porta all’intenzionalità congiunta, il lettore li troverà nel terzo capitolo del libro. Diciamo solo che le evidenze empiriche delle tesi esposte, stanno negli esprimenti con bambini piccoli che mostrano con chiarezza le differenze cognitive tra umani ed antropomorfe e che queste attitudini allo scambio di informazioni ed indicazioni per coordinarsi (gesti, suoni ed intonazioni e la mimica che è precursore di ogni simbolismo) sono il primo fondamentale passo della nostra speciazione. Questi “modi” anticipano anche il successivo sviluppo di un’altra grande facoltà: l’immaginazione), sono i precursori del linguaggio che quindi fu solo una evoluzione della portanza e qualità espressiva. Questi modi collegati in sequenze, inaugurarono l’espressione proposizionale  Da qui anche la nozione di fiducia nella verità che è pre-condizione per tali scambi (di vitale importanza). La menzogna, nota opportunamente Tomasello,  funziona solo come eccezione a questa convenzione di verità e fiducia che è intesa come paradigma a governo universale delle interrelazioni umane. Così notò la Arendt (Sulla rivoluzione, 1963. p.111), l’ipocrisia è vizio dei vizi, appena un gradino sotto il male radicale. Questa linea può portare allo sviluppo di un discorso sulla umana ragion pratica naturale (morale-etica) che è infatti l’ultimo libro di Tomasello, non ancora uscito in Italia.

Arriviamo così al secondo sistema o stadio umano, quello dell’intenzionalità non più solo condivisa ma congiunta, collettiva, l’intenzionalità del noi. Qui siamo a gruppi di una certa dimensione e le dimensioni contano. Spesso seguiamo discorsi economici o geopolitici o storici di entità comparate azzerando la loro condizione fisica di cui la dimensione e la localizzazione e la storia sono le principali coordinate. Per i gruppi umani questo prende le forme della demografia e della geo-storia. Quando la demografia dei gruppi umani superò una certa dimensione, questi divennero sempre più stanziali e cominciò la trasmissione diacronica delle abilità e conoscenze, cioè la cultura. Quanto prima detto a proposito delle interrelazioni individuali divenne “convenzione”, un pacchetto di strumenti cognitivi, preferenze, credenze, modi. Questa “mentalità in comune” ospitava nuove importanti 51Zl5Dk7ykL._SX340_BO1,204,203,200_conquiste: l’oggettività (il valido per tutti, da tutti i punti di vista), la razionalità (il supportato da ragioni da tutti riconosciute come valide), i processi di autoregolazione normativa validi per tutti, il processo di incremento cumulativo delle dimensioni ed affinamenti dei tratti culturali poi diventata “tradizione”. Questa diventava la cultura di quel gruppo ed ogni gruppo cominciò a creare la propria. Questo iniziò con il sapiens sapiens, quindi da dopo dei 200.000 af e portò altre due novità: a) gli individui dovevano a questo punto adattarsi al gruppo visto che era il gruppo ad adattarsi alla natura; b) i gruppi dovevano adattarsi tra loro. Il primo punto prende le forme del conformismo sociale (inteso nel senso di con-formarsi, formarsi assieme), il secondo prende le forme della competizione tra gruppi[4]. Noi oggi siamo giunti ad un nuovo scalino evolutivo, quello in cui questo secondo punto dovrebbe portarci ad una nuova evoluzione, quella per la quale i gruppi umani (nel nostro caso gli stati, le civiltà, le culture) dovrebbero imparare a convivere poiché non c’è più abbastanza spazio, risorse e possibilità di regolare l’interrelazione tra gruppi, competendo.

Ogni gruppo prese quindi a sviluppare e trasmettersi internamente la propria cultura ed ogni individuo inidoneo alla gruppalità venne ostracizzato come sappiamo ancora in uso nell’Antica Grecia. Tomasello nota opportunamente che la teoria del “contratto sociale” in realtà presuppone proprio ciò che dovrebbe spiegare. Noi non siamo mai stati individui l’un contro l’altro armati che poi “ragionevolmente” hanno trovato un accordo (contratto) per sopportarsi nella comune convivenza (sociale), non avremmo avuto tra l’altro né una 978880615526MEDmentalità, né modi di esprimerla (linguaggio) comuni per discutere di questo accordo. La nostra socialità è primitiva, la società fu la conseguenza dell’incremento demografico, l’istituzionalizzazione fu la conseguenza del venire a formarsi di una mentalità e di una serie di pratiche condivise e trasmissibili. Colpa, vergogna, stigma sociale, conformismo introiettato e proiettato su gli altri in quanto giudizio, capacità di argomentare secondo (comune) ragione, ansia di accettazione, riconoscimento sociale, ricerca della altrui benevolenza, reputazione, status, potere, simbologia della posizione sociale, regolamenti di convivenza, convenzioni sociali basate su dati concreti o anche sul “tutti facciamo finta che…”, giustizia, discorso pubblico, rete olistica delle credenze, modi di pensare-dire-fare-giudicare “tradizionali”, decisionalità condivisa e riconosciuta e naturalmente il linguaggio, la logica ed i loro prodotti tra cui i concetti, sono tutti portati di questo sistema di intenzionalità condivisa che è la società umana. Questo è quello che nei nostri scritti spesso chiamiamo “immagine di mondo”.

Dalla capacità ed abitudine ad esternare e condividere con altri pensiero complesso, deriva anche la facoltà di riflessione cioè di pensare il proprio pensiero, ciò che Aristotele chiamava “dio” ed Hegel poneva in cima la processo di sviluppo dello Spirito, alla fine della sua Enciclopedia. Il “logos” non sarebbe quindi una facoltà primigenia individuale ma deriverebbe dalla trattativa su un logos comune, un logos tra due, il dia-logos, il dialogo. Si noti la testarda asimmetria dei fondamenti della cultura occidentale ed in specie della sua fondazione platonica. Ogninews_1162482270product essere è frutto di una relazione in natura ma nel nostro pensiero ci siamo convinti sia la discendenza da un Uno, ogni verità è frutto di una convenzione tra due (o più) ma ci siamo convinti sia solo il pallido riflesso di una verità in sé. L’Uno Vero in sé è il Bene per Platone mentre pare che sia il Molteplice Relativo lo statuto ontologico del nostro essere sociale. Siamo noi che stabiliamo il reale, il vero ed il giusto e se la smettessimo di pensare che esista nelle forme del Reale, Vero e Giusto (cioè dell’Assoluto) forse impareremo a stabilirlo democraticamente con coscienza sociale invece di farcelo imporre da qualcuno più abile e furbo di noi. Infine, questa costruzione della cultura comune ha sempre radici geografiche (di quel gruppo e non di quell’altro) e storiche (di quel periodo e non di quell’altro). Questo secondo passaggio fu quindi prendere il pensiero cooperativo e prospettico dei primi Homo e collettivizzarlo dandogli il crisma da tutti riconosciuto dell’oggettività, del valido per tutti, per convenzione. Il pensiero collettivo, oggettivo, riflessivo, normativo, cioè “umano” nel senso proprio.

Insomma, Cartesio l’avrebbe fatta  un po’ troppo semplice, in realtà la sequenza avrebbe dovuto essere: 1) in quanto stimolato dal mio intorno sociale; 2) penso riflessivamente: 3) e quindi so di essere. E l’avrebbe fatta troppo semplice anche Hobbes in quanto per fare un contratto di creare-il-mondo-sociale-428società ci vogliono tutta una serie di cose che si hanno solo se c’è già una storia di convivenza ed azione collettiva, una società. Così gli innatisti (tutti di discendenza platonica) in quanto le facoltà di possibilità sono ereditate ed a priori ma provenendo da una storia collettiva e soprattutto, non si attivano se non quando si esprimono per ciò per cui si sono fissate nella nostra filogenesi, non si esprimono se non in un certo tipo di ontogenesi che com’è noto, per la nostra specie, è in assoluto la più lunga del regno animale (la nostra “lunga” infanzia”). Un po’ quello che noi abbiamo altrove definito “essere una relazione”[5]. La società proviene da una mente sociale e la mente sociale proviene da una storia sociale che inizialmente ebbe un primo scarto rispetto alle antropomorfe dove comparì il primo set che ci portò alla condivisione, condivisione che ci permise di vincere la nostra prima partita adattiva dandoci la possibilità di diventare quello che oggi siamo.

Alla fine, l’aveva vista giusta Aristotele. L’uomo è animale politico nella misura in cui è proprio di una città-stato, cioè di una comunità ed è razionale o ragionante nella misura in cui usa questa mente ed il supporto linguistico per interrelarsi e cooperare con gli altri.  Se questo è lo stato politico o sociale, lo stato di natura, per gli uomini, fu comunque non individuale, formato attorno alla famiglia nucleare[6] o forse più d’una di modo da avere chi curava la prole e chi andava a caccia e raccolta[7], basato sull’interrelazione, la cooperazione e la condivisione. Meno Hobbes, più Kropotkin[8].

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In conclusione, il nostro specifico è mentale e questo mentale è vocativamente relazionale. Quando i numeri della demografia dei gruppi sono cresciuti, questo impianto è salito di grado in una spirale di aumento della complessità mentale e di quella sociale. Oggi siamocopd ad un nuovo salto in avanti. Di nuovo i numeri della demografia, ma non quelli dei gruppi ma dell’umanità tutta, ci portano ad un pianeta tutto pieno. Siamo spinti gli uni verso gli altri ma la nostra mentalità è ancora quella che ha dato vita a società separate e l’un con l’altra, in competizione. Ma competizione tra stati e civiltà, data la demografia generale, le risorse e i chilometri quadrati vivibili della superficie terrestre, porta ad un fallimento adattivo generale, ad un lose-lose. Per salire di una altro grado e trovare l’adattamento interno al sistema generale del tutto pieno occorrerà ristrutturare a fondo le nostre società, le nostre culture, le nostre credenze, i nostri modi sociali, economici e politici. Dovremmo tornare a cooperare, non solo tra individui ma tra gruppi. tra società, tra stati. Per farlo, occorrerà sviluppare una mente di diversa complessità ed è a questo compito che è dedicato il nostro impegno.

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[1] La cooperazione è diversa dalla semplice socialità, né vale –ovviamente- l’analogia con gli insetti eusociali ( si veda E. O. Wilson)

[2] La moderna Teoria dei giochi è sorta (J. Von Neumann, O. Morgenstern, 1944) in ambito matematico-economico ma è risultata molto applicata nelle strategie della guerra fredda. E’ stata cioè usata sia per comportamenti individuali che collettivi, nelle relazioni sempre di tipo competitivo. Tomasello ci dice che quelle tra gruppi, collettivi e stati sono effettivamente competitive ma quelle tra individui sono antropo-geneticamente cooperative.

[3] Dunbar, R., The social brain hypotesis, in “Evolutionary Antropology” 6, pp.178-190

copyu[4] Abbiamo anche in precedenza espresso qualche riserva su questa spiegazione attraverso la pressione competitiva. Per ragioni di densità abitativa, è molto improbabile che vi siano state pressioni competitive territoriali almeno fino a tempi relativamente recenti. In termini di sistemi, non è affatto necessario che vi sia una pressione competitiva con altri gruppi perché si rinforzino le strutture dell’autorganizzazione sistemica.

[5] https://pierluigifagan.wordpress.com/2014/02/18/essere-una-relazione/

[6] Chapais, B., Primeval Kinship, Cambridge, MA, Harvard University Press, 2008

[7] Hrdy, S., Mothers and Others, Cambridge, MA, Harvard University Press, 2009. Nella bande di cacciatori – raccoglitori, probabilmente i due ruoli non erano coincidenti coi sessi nel senso che la raccolta era attività forse presentemente femminile ma più probabilmente mista. La cura dei bambini era forse esercitata a rotazione in una sorta di asilo di comunità da una o più donne a turno, almeno fino a quando non si cominciò a vivere di più e comparvero le nonne.

[8] P. A. Kropotkin, Il mutuo appoggio, 1902

 

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