BLOG AGGIORNATO.

La pagina principale del blog è in ritardo di aggiornamento da fine Luglio, come si potrà notare. L’Autore non è andato in vacanza o sprofondato in una depressione intellettuale, sta solo accumulando materiali per un nuovo libro su cui ha cominciato a lavorare. La sezione delle CRONACHE della COMPLESSITA’ che riprendono i post della pagina personale di fb, è invece aggiornata, la segnalo per chi è interessato alla cronaca. Per gli approfondimenti, riprenderò spero presto. Buona lettura e riflessione.

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LA CRISI DELL’ESTETICA TRASCENDENTALE OCCIDENTALE: 2. IL TEMPO.

Detto della coordinata spazio (qui), volgiamoci a quella tempo. Sul tempo si danno almeno tre famiglie di concetti. La prima è quella naturale che scompone il continuo del tempo nel tempo che è stato (passato), che è (presente) che sarà (futuro) e loro relazioni. La seconda è quella della metrica di scorrimento se cioè il tempo accelera e decelera come nostra impressione anche per via del fatto che ciò vi accade salta o si svolge in continuità. La terza è il rapporto che abbiamo col tempo, se cioè lo trascorriamo passivamente o decidiamo unendoci con qualcuno a forzarne lo svolgimento, se abbiamo un piano da costruire con una valutazione tattico-strategica di ciò che serve per raggiungere i nostri obiettivi declinati nella tripartizione “a breve-medio-lungo tempo” o nell’improbabile magica aspettativa del “non c’è-c’è”.

Il primo ambito, quello della naturale tripartizione, vede l’occidentale non importa se globalista, nazionale o locale, ristretto al presente. L’occidentale americano non ha neanche davvero un passato, è storicamente giovane e il suo tempo storico è una unica sequenza di espansione costante costellata di molte vittorie e qualche sconfitta non decisiva, che non fa piacere ricordare ed è meglio prontamente archiviare. Più in generale, è proprio della mentalità anglosassone svalutare la tradizione, non avere profondità temporale dal momento che prima del moderno erano nei bassifondi periferici del medioevo e prima ancora erano semplicemente “barbari”. In più, visto che si sono trovati a dominare la storia occidentale e poi mondiale, non hanno certo buoni motivi per volgersi ad altri tempi che non i contingenti di cui s’illudono di aver trovato la formula magica ed eterna del potere, del dominio, del benessere e del successo. Altresì, schiacciati nel presentismo, così come non hanno piacere ad osservare quello che di diverso è successo prima (se non rintracciandovi improbabili tracce dei presupposti che poi si sono inverati nel loro splendido “qui ed ora”), o altrove, non prevedono possa succedere dell’altro nel futuro. La loro scelta di affidarsi con fede fondamentalista al mercato ordinatore di tutto e tutti, non li spinge a notare altre forme che sono state così come altre forme che potrebbero essere. Nemici giurati del costruttivismo (forse sarebbe più idoneo “costruzionismo”) che non sia svolto nelle segrete stanze dalle loro élite dominanti (una lunga, questa sì, tradizione di club, circoli, società segrete, consorterie e massoneria proprio da loro rifondata tra fine XVII ed inizi XVIII secolo. E cos’è la massoneria se non l’apologia dell’arte costruzionista di color che sanno e possono?), il loro unico piano per il futuro è come prorogare un nuovo secolo anglosassone. La sopravalutazione del presunto oggettivismo scientifico a scapito del più ampio relativismo storico, atteggiamento che impatta anche sull’organizzazione dei nostri saperi, conoscenze ed insegnamenti, rinforza questa auto-reclusione nel presente.

Quanto a gli occidentali europei le cose sono ben diverse per quanto anche qui agisca un motore schizofrenogeno che in quanto sistema secondario del primario anglosassone tenta di condividere questo presentismo negazionista, mentre di sua natura, l’occidentale europeo non può certo far finta di non aver un passato. Altresì, conviene all’occidentale europeo non pensare al futuro se non come neutra ripetizione lineare del presente, non conviene per un ovvio motivo: nessuno dotato di buonsenso potrebbe profetare per gli europei un futuro altrettanto o più brillante dell’attuale o del recente passato. Infatti, il futuro diventa un rimossso che converge con la paura da smarrimento nei vari spazi di cui abbiamo parlato prima, accrescendo la paura e quindi cancellando proprio lo spazio mentale che dovrebbe occuparsi di questo problematico “come sarà?”. Se provate a parlare a gli europei dei prossimi trenta anni, cosa che stanno facendo più o meno tutti quei popoli del mondo in cui fioriscono “piani&strategie”, “vision”, “long view”[1] ed altri tentativi di pre-visione e relativa programmazione, vi guarderanno smarriti anche perché, popolazione sempre più anziana, è ovvio che del futuro abbiano una visione breve e non piacevole. Tra l’altro, ulteriore motore schizofrenogeno sul piano individuale, le società europee sempre più anziane, rimangono centrate sull’idolatria di una giovinezza che non c’è più, ma del resto la sofferenza dell’inadeguatezza è propedeutica e vendere jeans, creme, palestre e sedute di varie terapie riabilitanti chissà poi a cosa.

Ci sono poi altri motivi per non guardare indietro. Chi scrive è da tempo convinto che l’atteggiamento europeo nei confronti della nostra storia della prima metà del Novecento (i due conflitti mondiali e tutto ciò che li ha accompagnai nel loro svolgersi e negli effetti di lungo periodo) sarebbe da ri-analizzare ad ampio spettro. Quell’inglorioso pezzo di storia è stato fin troppo normalizzato, considerato pagina buia ma “naturale” della storia della nostra civiltà. Leggendo come altri popoli giudicano quello che è successo in Europa in quei cinquanta anni, senza entrare nel merito di questo o quella nazione, ideologia, dinamica ma come esito finale e mostruoso di secoli di feroce e mai risolta competizione interna, si può riacquisire una mente ingenua e pulita che rimane giustamente attonita nel constatare il tragico fallimento di una intera forma di civilizzazione, un vero e proprio collasso su cui noi abbiamo transitato con troppa fretta di mettercelo alle spalle.

Purtroppo, l’oscuramento della storia, permette anche di slegare l’attuale sistema del modo di stare al mondo occidentale, proprio dalla composizione delle cause e ragioni che l’hanno reso possibile. Se non ha tempo indietro, non avrà quindi neanche problemi col tempo in avanti e si potrà essenzializzare ad esempio la sua formula economica con acclusa teologia della mano invisibile, dimenticandosi velieri, cannoni, schiavi, furti, massacri, esproprio, feroce dominazione, imperialismi, colonialismi, egoismi, distruzione naturale e culturale e tutto il resto. Quando proprio non si può far a meno di prender atto di tutto ciò, la furba mossa è quella di ascrivere questi fatti al registro morale “sì certo c’è stato anche molto male, anche gratuito e da censurare”, dice lo storico europeo in un soprassalto etico sapendo quanto poco sia importante il giudizio etico nella propria cultura ed in fondo, nella storia stessa. Certa storiografia anglosassone, ultimamente ha presentato una interpretazione che si potrebbe chiamare “Impero per caso”. -L’impero per caso- è il tentativo di rendere accessorio tutto ciò che si racconta in storia, l’imperialismo ed il colonialismo sono censurabili epifenomeni, non voluti, non necessari, un “ci è scappato di mano”, potevamo evitarcelo.  Ascrivendo questi fatti storici al registro morale o a quello addirittura del casuale ed accessorio, si evita di comprendere il necessario ruolo funzionale che hanno altresì svolto. La Rivoluzione industriale s’è fatta col cotone ma il cotone non cresce in Gran Bretagna, il libero mercato non si è espanso per fascino ma si è fatto strada con le cannoniere, buona parte della nostra evoluzione tecno-scientifica è stata trainata del militare con assai spesso un ruolo diretto o indiretto decisivo dell’investimento statale. Quindi, si cerca di dimostra che il nostro modo di stare al mondo potrà continuare a prosperare anche ora che non è più possibile comportarsi come ci siamo comportati in passato.

L’occidentale globalista embedded nella cultura anglosassone quindi, è tutto fuso nel presente, rimuove il passato, presuppone che il futuro sarà un presente allungato. L’occidentale europeo sospeso tra nazione e mercato comune, inorridisce all’idea di precipitare indietro al suo pieno essere nazionale ma non ha più la pallida idea di come andare avanti nel sogno unionista. L’occidentale locale può ricordare nostalgicamente qualche decennio appena trascorso, l’ottimismo felice degli anni ’90, l’edonismo auto indulgente  degli anni ’80, l’impegno politico e culturale degli anni ’70, il keynesismo miracoloso degli anni ’60, ma è subito richiamato dal problematico “qui ed ora”, mentre e sul piano individuale e su quello pubblico e sociale, evita come la peste il farsi domande sul domani. Gli occidentali hanno diverse concezioni dello spazio ma una sola del tempo: il presente. Dovrebbe essere il contrario.

E veniamo alla metrica di scorrimento del e nel tempo. Tutti gli occidentali si trovano in una doppia percezione -per l’ennesima volta- schizofrenogena. Da una parte è evidente a tutti l’impressione che il tempo, ovvero i fenomeni che lo abitano, sta accelerando continuativamente. La semplice sequenza di fatti nuovi e soprattutto l’impressione siano inaspettati come rileviamo dalle fonti informative ormai permanentemente “stupite” dal 2001 in poi, conferma la condizione. Rovesci politici, geopolitici, della gobalizzazione, ambientali, di costume, migratori, della condizione sociale sono percepiti direttamente da tutti ed il fatto che l’informazione non li razionalizzi o li razionalizzi in forme sempre più surreali, crea anche maggior ansia inconscia. Solo recentissimamente, qualcuno ha cominciato a razionalizzare l’idea ci si trovi in tempi del tutto nuovi, “rivoluzionari”. Per lungo tempo recente, le élite hanno fatto finta di niente negando l’eccezionalità dei fenomeni per non allarmare il proprio ambiente sociale e politico, tutto procedeva più o meno come al solito e quando era meno e non più, era per caso o era colpa di qualcuno che non seguiva lo spartito. Questa doppia condizione che percepisce la inusuale velocità dei cambiamenti  da una parte e dall’altra la nega e ne rimuove le cause per non prendersi la briga di mettere in discussione i propri quadri di riferimento, smarrisce e va a sommarsi alle altre “fonti della paura”. La doppia posizione di coloro che pubblicamente esagerano la paura e di coloro che la negano, acuisce lo smarrimento e costoro, da una parte contribuiscono in vario modo ad aumentarla comunque (non c’è niente di più pauroso che avere paura e non sapere di cosa, evolutivamente -i centri mentali della paura- si sono affermati proprio per pre-allertare, ma se non compare subito l’oggetto lo stato diventa permanente, si trasforma in ansia ed avvelena il cervello, quindi la mente) e dall’altra ne danno sfogo nel reciproco insulto. Nessuno sembra volersi occupare delle fonti della paura, tutti sembrano semplicemente dediti a sfogare la tensione attaccando l’altro ed il come e se la percepisce o se la spiega. Naturalmente, essere sprofondati nel presentismo di cui abbiamo prima parlato come condizione occidentale generale e percepire che questo eterno presente non solo non sarà eterno ma è in moto accelerato continuo, verso dove e chissà per quanto, questa percezione senza spiegazione, smarrisce nel profondo.

In tutto ciò, agisce la nostra idea generale del fluire del tempo che storicamente si divide tra continuisti e saltazionisti.  I continuisti risalgono indietro nel tempo come tradizione concettuale, al “natura non facit saltus” che spazia dai latini ai medioevali fino al Leibniz, i saltazionisti sono cresciuti di numero prima nel XIX secolo a seguito della comparsa del concetto di “rivoluzione”, prima sociale e politica poi economica e poi corroborati dalla natura appunto saltazionista dei quanti di Planck-Einstein. Particolarmente fuorviante risulta questa contrapposizione poiché essa stessa è falsata dalla scarsa conoscenza sistemica della realtà. E’ certo che gli imput naturali tanto quanto sociali, fluiscono continuativamente a basso regime in modalità diciamo grossomodo continuata, è che però si vanno ad accumulare dentro sistemi che resistono al cambiamento fino a quando non possono più assorbire imput ed allora subiscono una riformulazione “rivoluzionaria”. E’ del resto proprio questo accumulo con salto finale che notò Planck per primo, per cui alla domanda “quanto accumulo porta al salto?” decise di rispondere un “tot” ovvero un “quantum”. La natura quantistica della fisica è saltazionista perché è sistemica, così funzionano anche i neuroni del cervello e tutte le cose che sono sistemi (praticamente tutto) quindi anche le società. Lo schema logico venne altresì usato da T. Kuhn per la spiegazione di un altro tipo di rivoluzione, quella scientifica, ma potremmo anche dire di più generale “mentalità”.

Non è che i francesi si sono svegliati nel 1789 e tutto ad un tratto “oplà!” hanno trovato opportuno e necessario fare la rivoluzione. La Francia è stata da sempre storicamente allacciata in un sistema che potremmo definire binario col suo competitore naturale inglese. Gli inglesi la “rivoluzione” che portava al vertice le nuove classi imprenditoriali a scapito del dominio aristocratico nobiliare ma soprattutto monarchico, con successiva entrata e sviluppo del moderno, l’avevano fatta esattamente un secolo prima ed anche prima visto che il primo salto con Cromwell era prematuro e non era perfettamente riuscito, ma in quella direzione andava. I francesi erano un secolo in ritardo su gli inglesi ed i russi quando decisero di cambiare diventando sovietici, più di due quanto a modernizzazione. Così il cumulo di innovazioni e modi produttivi, nonché accumulo di capitale e materie prime e potere coloniale prima ed imperiale poi, per la rivoluzione industriale a cui oggi alcuni storici premettono anche la rivoluzione industriosa del XVI-XVII secolo. Oggi molti dilatano anche i tempi della rivoluzione scientifica del XVII secolo, retrocedendo ad un lungo accumulo di approcci proto-scientifici ben precedenti. Questa aspetto della “lunga durata” dei fenomeni è invisibile all’immagine di mondo occidentale, anche perché non ragiona per sistemi.

Altresì, non notando il lungo tempo dell’accumulo di energia che fa la maturazione dell’evento, ci si illude che il cambiamento sociale possa esser fatto intenzionalmente con un “oplà!”, un prima nero e poi bianco, un prima negativo poi positivo, una magia. Così c’è un sacco di gente, pure di buone intenzioni, che immagina possibile e desiderabile questo cambiamento magico, repentino, profondo tanto quanto istantaneo e quindi è lì da un secolo e passa che coltiva la sua speranza rivoluzionaria come altri coltivarono la religione del cargo. Oltre alla inutilità fideistica di questa speranza, c’è il più grave disimpegno all’impegno della modificazione continua che è l’unica che per accumulo può portare davvero ad un nuovo sistema. Inutile  fare guerriglia sociale e politica giorno per giorno ed anno per anno su tutto spettro delle strutture che configurano il sistema sociale, meglio aspettare il giorno in cui marceremo uniti e compatti con la pelle d’oca e canti a voce alta, alla presa del Palazzo d’Inverno! Inutile costruire mattone su mattone la nuova utopia concreta, meglio criticare il mondo reale, chissà che non decida di trasformarsi a chiacchiere. La storia si fa in continuo è la cinematografia ed il mito che cattura l’eroico momento discreto. Così, l’occidentale confuso ed allarmato, sta piano piano capendo che il mondo non è più quello di una volta, non capisce ancora bene il perché visto che non è uso rintracciare i percorsi di lunga durata e l’accumulo di fatti nuovi, non sa neanche dove cercarli se all’interno o all’esterno, non saprebbe neanche come leggerli visto che al massima coltiva una delle tante discipline che leggono la realtà complessa scomponendola in frammenti irrelati, “sente” di esser capitato in una “rivoluzione” e quindi eccolo invocare una rivoluzione adattativa che pensa alla portata di qualche formuletta come il trasformarsi in una belva darwiniana (per l’interpretazione distorta di darwinismo che alcuni pensatori anglosassoni hanno dato del concetto che -per chi scrive- è una teoria dell’adattamento) chiamata a lottare nel tutti contro tutti e vinca il migliore, cioè il più forte ed il più cattivo! Merito, è l’unico paradigma che ci può salvare! Poi magari qualcuno potrebbe notare che in natura sono pochissimi gli individui che si adattano da soli, è tutto un branchi, banchi, stormi, sciami, colonie, gruppi, foreste, ecologie, cioè sistemi ma che importa, l’immagine di mondo prescrive altro e tutto si deve rivoluzionare, meno i sistemi di pensiero, quelli hanno una eternità garantita. Peccato che tener fisso il sistema di pensiero in tempi di cambiamento profondo e rapido, sia esattamente la ricetta infallibile per fallire l’adattamento.

Siamo così impercettibilmente scivolati dalle concezioni del tempo a priori alla valutazione dell’utilizzo attivo del tempo per  modificare noi e il circostante onde ripristinare condizioni di adattamento, ossia di sopravvivenza se non di esistenza qualitativa. Il dramma dell’occidentale capitato in tempi di forte discontinuità è la somma del presentismo che nega al contempo il ruolo lentamente costruttivo del passato e l’interrogativo del futuro mai così problematico come quando ti accorgi che questa volta non è come sempre è stato e quindi sarà, con tutto il resto.

Il “resto” è la prima lunga fase negazionista stessero avvenendo fatti di eccezionale discontinuità, poi riduzione dei fatti ai loro portatori per cui l’11 settembre è colpa della spectre islamista, il crollo del 2008-2009 è eccesso famelico dei banco-finanziari, Brexit è ridotta a populismo, Trump a gli hacker russi, nuove destre europee ad ignoranza, nuovo governo italiano somma di populismo-hacker-ignoranti. Infine la pur debole accettazione del fatto che i fatti eccezionali sono troppi e troppo fitti (ed oltretutto iniziati già quantomeno nel 2001) per negare l’eccezionalità del momento con conseguente affidamento fideistico chi da una parte alle promesse della nuova rivoluzione dell’informazione con destini finali di singolarità (?), chi a sospirare su qualche soluzione salvifica che sia la sovranità, l’uscita della gabbia d’acciaio euro-pea, la liberazione dal neo-ordo-liberismo, Putin ed un nuovo afflato euroasiatico, il ripristino del keynesismo che fu, “forse Trump non è così male come lo disegnano” ed altri generi di conforto.

Presentismo e questa matassa di reazioni compulsive, fanno la condizione occidentale che è poco definire “smarrita”. Smarrita forse sul piano intellettuale, su quello sociale e politico quando c’è pressione minacciosa ed eccessiva, c’è paura e dalla paura si esce in genere con una pronta reazione che tenta di sedarla non importa come. Sappiamo poi bene come va a finire questo “non importa come”. Le élite lungamente negazioniste per le quali questo era il migliore dei mondi possibili, oggi sono sfidate da nuove élite che si candidano a gestire il marasma con iniezioni di ordine e qualche soluzione semplice e prontamente ansiolitica oltreché ovviamente sbagliata. Per il resto il livello del dibattito pubblico è percorso da domande paurose con risposte sempre più impaurite. Demografia? Ma non sarai mica maltusiano? Geopolitica? Ma non sarai mica nazista? Ambiente? Ma non sarai mica pauperista? Stato che in Europa è concetto correlato (almeno fino ad oggi) a nazione? Ma non sarai  rossobruno o liberal-cosmopolita? Migranti? Ma non sarai mica razzista o buonista? Nuove tecnologie mangia lavoro? Ma non sarai mica in favore del reddito di sudditanza, non hai studiato Schumpeter, sarai mica luddista? Democrazia? Ancora con la democrazia, la democrazia è morta o popolo e leader o élite o restringere il voto ai competenti o socialismo (o barbarie), alto vs basso. Soprattutto, nessuno ha la benché minima voglia e possibilità, forse capacità, di fare una analisi integrata della situazione e delle prospettive anche perché ci siamo tranquillamente fatti carcerare nelle specializzazioni disciplinari e quindi chi mai è in grado di restituire l’intero di cui provar a predicare il vero? In più, senza profondità storica e capacità previsionale e convinti o che il mondo sarà come è sempre stato o salterà improvvisamente ad un nuovo livello chissà quale-come-e-perché, mancanti del tutto dei concetti di strategia, tattica, costruzione per tentativi ed errori con obiettivi di minima, media e massima dilazionati nel tempo, indisponibilità a seppellire i sistemi di pensiero del XIX secolo a cui siamo tutti ancora così legati, impossibilità a tenere assieme globale-nazionale-locale, una élite intellettuale non meno smarrita del suo popolo (ed impaurita di aver perso il proprio vantaggio di lucidità nella comprensione e nel giudizio, per cui un po’ isterica) ed un popolo che ha paura e s’incattivisce giorno dopo giorno, la condizione occidentale sembra disperata.

CONCLUSIONE

Questa analisi non ha finalità altra che rintracciare gli apriori del nostro stato confusionale. L’indagine appena tratteggiata ci dice non che la nostra estetica trascendentale di tipo kantiano ha problemi, spazio e tempo sono apriori neutri riempiti poi a posteriori di forme, sono queste forme culturali che ereditiamo dal nostro percorso storico e culturale il problema.

Avendo perso la natura politica delle nostre forme di vita associata, ci siamo fatti disperdere in concezioni di diversa estensione dello spazio dovute al dominio dell’ordinatore economico (il mercato) e ciò ha e sta portando le nostre società a vivere simultaneamente diverse e non componibili concezioni dello spazio. La polis non è più e non più neanche solo la nazione, per alcuni è il sub continente, per altro addirittura l’universo-mondo. Il ricentraggio del pensiero non può che imporre in via prioritaria il definire daccapo che sistema siamo, quale sia il contratto sociale che non può esser più quello del XVI o del XIX secolo, in che spazio è ambientato, quali i suoi confini che per quanto permeabili, aperti e chiusi al contempo, ne segnano il profilo, quindi l’esistenza e sopratutto le condizioni di possibilità future. Questa ri-definizione si deve fare come sempre è stata fatta dalla storia stessa, mediando la consistenza interna della comunità e la condizione adattiva che deve cercare col suo circostante. Non è una opzione liberamente disponibile nel catalogo delle idee e delle forme a piacere e non può rispondere a sistemi ideologici ereditati dal passato, non si formula la domanda giusta se partiamo da “come funziona meglio il mercato?” o da “come è possibile l’irrinunciabile democrazia?”. La domanda giusta è una mediazione, il giusto mezzo tra i due punti del politico e dell’economico, dando il potere ordinatore al politico, ma sopratutto : quanti e quali dobbiamo essere, organizzati come, impegnati in cosa, per darci condizioni di possibilità adattative per i prossimi decenni? Questa la domanda spaziale.

Altresì, la coordinata tempo, se taglia verticalmente la risposta che dovremmo dare alla domanda spaziale fissandola sull’oggi, dovrà necessariamente sia rispondere alle ipotesi sul futuro che siamo giù in grado di fare (ad esempio, le previsioni demografiche almeno al 2050, sono chiare e abbastanza solide, così le proiezioni di crescita e peso economico), sia misurarsi con la geo-storia che rende possibile alcune cose ed altre no. Oltre naturalmente a tener conto che non siamo più in modalità caccia e raccolta, il pianeta è sempre più affollato e l’ambiente ci pone limitazioni insormontabili e rendimenti decrescenti. Se riuscissimo a darci una comune convenzione temporale, una presa d’atto diffusa che siamo capitati in tempi storici di grande e profondo cambiamento e che il cambiamento ha la doppia natura continuata e saltazionista, potremmo meglio condividere una stessa coordinata del tempo da incrociare con quella dello spazio.

Ma la discontinuità storica e culturale più profonda è l’ultima: dovremmo volgerci tutti ad una postura costruzionista e non farci vivere dagli eventi. Tale postura è inedita per noi e specificatamente vietata da Agostino d’Ippona a Friederich Hayek, dalla religione (ci pensa Dio) come dall’economia (ci pensa il Mercato), i due ordinatori storici  che hanno governato l’ultimo millennio, i due Dioscuri occidentali dietro i quali si son nascoste le élite che hanno dominato e dominano i tempi e gli spazi dell’Occidente, prima medioevale, poi moderno. Questa è ancora la condizione socialmente, politicamente e culturalmente passiva fotografata da Marx nell’XI Tesi su Feuerebach, tesi che invocava il necessario ed intenzionale ribaltamento copernicano a cui abbiamo dato scarso seguito. Prometeo venne condannato per l’ardire costruzionista, noi oggi non abbiamo altra scelta che liberarlo dall’incatenamento, ricordandoci l’etimologia del suo nome oltre che l’esempio del suo ardire: colui che riflette prima. C’è molto lavoro da fare per il pensiero occidentale a cominciare proprio dalla revisione degli apriori spazio-temporali e c’è molto mondo da cambiare se non vogliamo patire le pene del lento e doloroso disfacimento a cui son condannate le stirpi di cent’anni di solitudine: non avere una seconda opportunità sulla terra[2].

(2/2 Qui la prima parte. L’intero studio in forma unica, qui))

[1] La Cina ha varato un programma industriale 2025 ma anche quello delle vie della seta e più in generale le varie strategie di condivisione del “futuro moderatamente prospero, condiviso ed armonioso” in una visione che Xi Jinping chiama il sogno cinese ovvero “the great rejuvenation of the Chinese nation”. Ecco un programma di ringiovanimento per una civiltà che ha più di cinquemila anni, mi pare un segnale sintomatico.

[2] G.G.Marquez, Cent’anni di solitudine, Feltrinelli, Milano 1988

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LA CRISI DELL’ESTETICA TRASCENDENTALE OCCIDENTALE. 1. LO SPAZIO.

Kant, iniziava la sua indagine sulla ragione umana[1], premettendo l’analisi sulle forme della mente entro le quali si ambientano poi tutte le altre funzioni. Le chiamò -estetica-, dal greco àisthesis che significava “sensazione” e -trascendentale- ovvero che si danno prima ancora di farne esperienza, sono apriori, sono condizioni di possibilità per tutto il resto. L’ET quindi indagava proprio le forme a priori che permettono la collocazione mentale di quegli oggetti e fenomeni di cui poi facciamo esperienza sensibile. Queste forme, secondo il nostro, erano due: la spazio ed il tempo. Queste due forme sono nella nostra mente. Kant visse mezzo secolo prima di Darwin e quindi non poteva dedurre che queste forme fossero il portato dell’evoluzione, ma oggi sappiamo che sono presenti in noi perché ci danno la possibilità di entrare in relazione con ciò nel quale siamo immersi. Ai fini pratici, poco importa disquisire se queste forme esistono oggettivamente fuori di noi o meno, se esiste davvero lo spazio e proprio così come ci sembra che sia -sappiamo ad esempio, con la fisica quantistica, che dello spazio si danno altre forme oltre a quella che sperimentiamo sensibilmente- o se esiste il tempo, tema su cui molti fisici si appassionano in seguito ai portati della relatività einsteniana. Prendiamo atto che così funziona la nostra mente, “come se” davvero la realtà in cui siamo immersi rispondesse a queste forme che ci aiutano a percepirla per poi -in essa- orizzontarci ed agire.

Detto ciò sul piano generale ed impersonale, trasferiamoci al piano sociale ovvero storico e culturale. A priori le forme di spazio e tempo sono scenari del possibile, a posteriori queste forme pluri-possibili, hanno preso alcune inclinazioni discriminanti, alcune forme determinate dalla storia e dalla cultura che, cumulandosi, fanno la nostra mentalità. E’ quindi una corruzione del trascendentale puro, è un apriori in cui la forma pura si declina con quella acquisita nella storia. La nostra indagine tende a verificare come sono fatte e se risultano idonee ai tempi che viviamo in particolare relativamente alla società, come pensiamo lo spazio in cui si ambientano le nostre società, come pensiamo il loro tempo. Il nostro sospetto è che esse non solo non siano idonee ma pregiudichino ogni altra successiva forme di elaborazione del pensiero che possa aiutarci a cambiare le forme sociali in cui viviamo, stante che sono questi “veicoli adattativi” che usiamo da sempre per vivere nel mondo.  L’indagine quindi, tende e segnalare punti di riforma del pensiero o meglio delle forme in background da cui poi traiamo pensiero, pensiero che precede l’azione sul mondo, il fare cose.

LO SPAZIO.

Per l’occidentale[2], lo spazio è sempre stato un ritaglio più o meno esteso del mondo. Una stretta minoranza in genere facente parte dell’èlite delle varie società storiche, ha sempre avuto un concetto di spazio più grande rispetto alla massa legata al proprio circostante. Gli antichi navigatori cartaginesi, ad esempio, c’è chi sostiene siano addirittura arrivati in America. Sappiamo per certo che quelli fenici e greci conoscevano bene l’intero spazio mediterraneo e forse anche oltre. Gli storici come Erodoto e i geografi come Strabone e prima di loro Anassimandro ed Ecateo di Mileto, avevano conoscenza di grandi spazi. Gli stoici elaborarono il concetto di cosmopolitismo in uno spazio allargato e vasto detto ecumene. Alessandro si spinse fino all’India mentre le élite romane presidiavano buona parte dell’Europa e non solo, commerciando -via arabi e persiani- coi cinesi. Col Medioevo, inizialmente l’idea di spazio collassò di nuovo al circostante, poi riprese ad aprirsi prima all’ecumene cristiano che si espandeva all’Europa occidentale, poi alle coste musulmane del Mediterraneo. La fine del Medioevo è anche l’inizio delle grandi navigazioni con la “scoperta” del continente americano, il periplo dell’Africa e quindi l’accesso all’oceano Indiano ed all’Asia estrema per la via marina e per via terrestre prima con gli scopritori come Marco Polo, poi con lo sciame commerciale lungo le vie della seta. In seguito, colonie ed imperi hanno portato alcuni occidentali non solo ad avere percezione o conoscenza del vasto mondo, ma a viverlo. Nel moderno, se alcune élite cominciavano ad avere concezione spaziale del vasto mondo, altre rimanevano legate al nuovo spazio nazionale, mentre i più rimanevano legati al loro locale. Più o meno, questo primo assetto tripartito della concezione spaziale  della modernità, mondiale – nazionale – locale,  che corrisponde a tre precise fasce di popolazione, è quello che è rimasto sino ad oggi sebbene con qualificazioni diverse da quelle del XV-XVI° secolo.

Oggi abbiamo una élite pienamente cosmopolita ed anche ideologicamente mondialista. Questa élite però è in un certo senso figlia di quella del passato nel senso che nonostante Internet, i viaggi aerei, le vacanze esotiche e il funzionariato in qualche multinazionale o organizzazione internazionale, piuttosto che una salgariana e libresca conoscenza del mondo ad uso degli studiosi di varie discipline tra loro sempre rigidamente separate, considera il mondo ancora un territorio provvidenziale in cui andare sostanzialmente a far caccia e raccolta, sotto forma di “affari”. Pochissimi son coloro che hanno una più corretta percezione problematica di quanto il mondo sia diventato frazionato, denso e complesso, di quanto nuove siano per noi le dinamiche di feedback derivate dalla raggiunta finitezza dello spazio planetario,  dalla incombente finitezza di alcune risorse, dalle prime avvisaglie di una pronunciata sregolazione ambientale. Questa élite entusiasta del globale, ha quindi la più ampia percezione dello spazio ma con una risoluzione molto bassa e spesso, assai distorta. A partire dal non aver forse ancor ben compreso quali saranno i rapporti di massa, peso e forza tra l’Occidente precedentemente aristocrazia del mondo e questo Resto del Mondo che già lo sopravanza di quasi dieci volte demograficamente (erano solo tre volte, appena un secolo fa). Una distanza quantitativa molto più ampia che nel recente passato ed una distanza qualitativa in termini di performance di economia moderna che si è di molto ridotta, in alcuni casi annullata, in altri addirittura invertita.

A raggio più limitato abbiamo poi l’élite intermedia che verte sullo spazio nazionale/continentale ed essendo più politica dell’altra che è economica, rimane la più importante. Diversa è questa condizione intermedia per l’occidentale americano che è ambientato in uno stato molto grande e massivo che ha stabili rapporti di dominanza con il suo continente e nessun vicino competitivo e l’occidentale europeo. Questo è legato ad uno spazio storico di relativa omogeneità (la nazione è un concetto tipicamente europeo e che gli europei hanno imposto al tempo degli imperi e delle colonie al resto del mondo, con esiti assai problematici come in Africa, Asia e Medio Oriente), che già da tempo deve fare i conti con tre fatti.

Il primo è il tentativo di trovare una forma stabile di convivenza pacifica tra le nazioni europee storicamente dedite all’offesa/difesa reciproca. Questo primo fatto ha spinto gli europei a trovare un loro regolamento di relazione reciproca nel fatto economico -mercato comune- che ha poi portato al regolatore monetario -l’euro-. Tale soluzione apparve la migliore in tempi in cui l’Occidente sembrava aver davanti a sé un lungo periodo di egemonia mondiale e sostenute prospettive di crescita e buona salute economica, prospettiva che oggi non si dà più. Erano state provate altre vie inizialmente, come il progetto di difesa comune ma l’egoismo nazionale francese aveva fatto naufragare il tentativo come poi gli stessi francesi ed olandesi fecero nei referendum sulla ipotesi costituzionale comune. In pratica, nessuno mai si è sognato una vera evoluzione di fusione sovra-statale nel modello federale di cui si è più scritto che creduto, ognuno rimaneva nel suo spazio storico ma al contempo, faceva sistema economico comune con tutti gli altri. Se lo scambio economico tesse la trama interna al sistema nazional-europeista, il fattore geopolitico pone questioni diverse, ad esempio,  al fronte meridionale e orientale d’Europa. Il primo deve fare i conti di vicinato con gli afro-vicino asiatici,  il secondo con i russi un po’ euro-slavi ed un po’ asiatici. Il modello unionista era e rimane confederale con uno spazio politico nazionale per quanto attiene l’interno ed europeo per quanto attiene alle politiche confederali che sono solo politiche economiche, una moneta senza stato basata su un trattato (quindi a gestione rigida) ed una economia decisamente intrecciata. Tutti rimangono poi subalterni sul piano militare al capobranco occidentale americano nella NATO, la costruzione europea che ha esclusivo senso economico, è del tutto estranea ai problemi geopolitici. Ogni volta che si pongono questioni di politica estera, riemerge la natura nazionale di questo sistema indeciso a tutto che si spacca com’è ovvio che sia visto che non “un” soggetto, né sembra abbia seria intenzione ed anche possibilità di diventarlo.

Il secondo fatto discende da questa imperfetta costruzione in cui invero, le nazioni europee sembrano aver voluto superare von Clausewitz che leggeva la guerra come una continuazione in altre forme della politica, facendo dell’economia una sorta di guerra regolata che, dopo secoli, gli europei non possono o non vogliono più combattere in quanto tale. Questa postura tutta economicista e perdurantemente competitiva al suo interno porta le nazioni europee  ad orizzontarsi nel limitato raggio del sub-continente, laddove oggi il raggio  per tutti, su molte questioni, dovrebbe essere tendenzialmente il mondo. Così le nazioni europee, alcune nazioni europee con pedigree ex imperiale ed ex coloniale, nel Medio Oriente sono andate passivamente appresso al capobranco americano e in Africa hanno continuato a rubare e sfruttare salvo aprire interi corsi di studi che avrebbero dovuto analizzare la nuova condizione post-coloniale quando più che “post”, si era in una condizione “neo” coloniale. Com’è noto, se l’impero almeno obbliga il dominante a farsi carico dei problemi che tramano lo spazio che si domina, se la colonia obbliga almeno ad una presenza responsabile e partecipata dei problemi locali anche in ragione degli interessi locali dei propri coloni, l’atteggiamento neo-coloniale è puramente di caccia e raccolta, si va, si prende, ruba e sfrutta, si lascia la mancetta al corrotto guardiano locale e tanti saluti. Quindi, non solo non esiste una politica estera europea, non solo l’Europa rimane un sistema ibrido più a competizione interna regolata che cooperativo, ma le singole nazioni alimentano la propria forza continuando ad attingere con stile di rapina da un esterno che però non è più quello di un secolo fa.

Il terzo fatto, è più recente ed è relativo alla confusione che si sta ingenerando tra globale ed internazionale.  Dal momento che gli Stati Uniti sembrano voler dare il “rompete le fila” ovvero l’ognun per sé che tende a disintegrare il precedente sistema occidentale detto “atlantico”, i nani europei rimangono un po’ disorientati dal doversi prendere carico ognuno delle proprie responsabilità di relazione a cotanta complessità. Interessi, cultura e mentalità che son rimaste radicatamente nazionali per ogni stato europeo, mentalità che ha mosso ognuno a cercar di coltivare il proprio unilaterale interesse, pone i singoli stati di nuovo in competizione tra loro nel mentre scoprono le difficoltà della nuova competizione a spazio mondiale. Così gli euro-orientali sono tutti presi dai problemi di relazione duplice con i cugini occidentali tedeschi e con i russi, i tedeschi seguono la metrica mercantilista tanto in Europa che nel mondo curando il proprio “grande spazio” germano-scandinavo, i francesi curano le loro colonie africane, i britannici salutano la compagine per volgersi al loro ex Commonwealth, al Pacifico ed ovunque si possa piazzare il loro vantaggio comparato ormai ridotto alla banco-finanza e servizi annessi, gli scandinavi si preoccupano dei russi anche in visione del prossimo e già ampiamente annunciato conflitto dell’Artico, i mediterranei vanno in ordine sparso a fronteggiare i flussi migratori africani cercando si scaricare l’un sull’altro le incombenze. Qualcuno va a promuovere il proprio interesse nazionale a Mosca o a Pechino ma quasi di nascosto perché ufficialmente l’istituzione comune è ufficialmente allineata alla politica estera americana che vieta queste relazioni. Presi nella schizofrenica morsa bipolare della “sovranità liberista” (in cui l’un termine è politico e l’altro economico, da cui la natura contraddittoria della convivenza tra i due concetti), le nazioni europee navigano a vista osservando preoccupati la perdita del “benevolo” governatore americano, il ritorno dei loro mai sedati egoismi nazionali e la rottura della mai davvero creduta e praticata solidarietà europea, nonché la problematica torma di nuovi attori in esuberante crescita nel circostante mondo “grande e terribile”. In più, gli euro-occidentali invecchiano e presi singolarmente come stati, nessuno sembra aver sufficiente massa e quindi potenza per competere con l’ex amico americano, per non parlare dei giganti asiatici o con la pletora dei vivaci Paesi in via di emersione se non già sviluppati. Problemi sistemici come il collegamento est-ovest o sud-nord, rimangono fuori portata dello spazio trascendentale delle mentalità europee. Le élite nazionali dei vari paesi europei quindi, non solo vengono prese nella tenaglia tra un globale che il precedente sponsor americano sta ripudiando e il risorgente interno sovranismo nazionale, ma vedono anche la nuova problematica forma delle relazioni bilaterali alle quali non sanno come accedere partendo dalla base della loro eterogenea e litigiosa unione incompiuta (e non componibile) e la consistenza ormai poco più che relativa del loro singolo stato-nazione.

Se dunque i primi sono ancora convinti con entusiasta leggerezza che “tutto il Mondo è paese” ed i secondi si stanno rendendo conto che al di là dell’ubriacatura ideologica, ogni Paese è rimasto un mondo a sé, la maggioranza degli occidentali europei, i locali, è drammaticamente lontana da tutto ciò e rimane legata al proprio stretto specifico. Un locale sempre più strattonato dal continentale, dal geopolitico, dal geoeconomico e dal globale che non mostra più la faccia sorridente e ricca di doni della globalizzazione ingenua ma il volto rabbuiato ed a volte minaccioso della competizione planetaria, delle migrazioni indotte e naturali al contempo, delle ripercussioni del disordine ambientale ed ecologico, dell’erosione del lavoro e del potere d’acquisto, del problematico islam, della rottura dei quadri multilaterali, della pirateria banco-finanziaria, della imperscrutabile dinamica dei grandi player del gioco di tutti i giochi e della sostanziale impotenza della convenzione politica democratica. I locali hanno paura anche perché persi i vantaggi della posizione occidentale otto-novecentesca, in via di abbandono dalla tutorship americana, abbandonati a loro stessi dalle élite globaliste e da quelle nazionali ambiguamente poste un po’ di qui (per i necessari voti elettorali) ed un po’ di là (gli interessi del mercato europeo), si sentono soli là dove “la diritta via era smarrita”, il bosco si fa fitto e sta pure calando la notte.

Questi tre gruppi di occidentali hanno tre diverse visioni dello spazio, che accettano o rifiutano vicendevolmente e che abitano con divergenti visioni del mondo non sempre attinenti alle reali e concrete condizioni di possibilità. Il prematuro annuncio della fine delle ideologie, ha oscurato il fatto che ovviamente le ideologie come sistemi organizzati di pensiero (magari dette “visioni del mondo”) non possono morire perché sono consustanziali al funzionamento della mente umana. Ed hanno oscurato quanto siano forti quelle oggi presenti e quanto muovano da presupposti realistici o del tutto idealistici. Il conflitto quindi tra parti sociali (si sarebbero chiamate “classi” nel passato ancora recente), si riflette nel conflitto tra le loro ideologie e visioni del mondo di riferimento, ma è tutto da vedere quanto queste attengano alle reali condizioni del mondo o quanto si strutturino nel tentativo di prevalere le une sulle altre, conformandosi in opposizione negativa o critica a quelle avversarie. I richiami all’ineluttabilità della globalizzazione, l’idea degli utopici Stati Uniti d’Europa, il neo-sovranismo, il neo-nazionalismo, il vago cosmopolitismo, sembrano più conformarsi le une idee rispetto alle altre che rispetto a soggetti non precisati (individui? classi? nazioni? popoli? civiltà?) che debbono adattarsi ad un preciso spazio (regionale? nazionale? continentale? mondiale?), discendono tutti da presupposti che vengono discussi per i loro effetti non per la legittimità della loro fondazione.  In più non si capisce mai con chiarezza se stiamo parlando dell’economico, del politico o del culturale, se l’una dimensione che fa bene all’economico fa bene anche al politico o viceversa. Per l’occidentale, il concetto di spazio è fratturato, di una pluralità troppo eterogenea, legato a visioni del mondo costruite sull’interesse personale o di classe e non su quello di tipo sistemico sociale e comune, nonché difese le une contro le altre, più che basate su una realistica analisi della condizioni di possibilità e necessità adattiva.

L’elenco diagnostico quindi segna quattro punti: 1) stiamo perdendo lucidità sul concetto di sistema politico. Proveniamo dalla sequenza  poleis, comuni, città-stato, principati, regni, poi stati e poi stati-nazioni con qualche impero qui e là. Forse, come europei, dovremmo pensare a più grandi stati con più nazioni prima di saltare da 27 a 1, ma una nube confusiva fatta di vago cosmopolitismo, mondialismo, internazionalismo, europeismo fortemente idealistico ed assai poco pragmatico e realistico, idee che discendono da precise immagini di mondo (liberalismo mercatistico, internazionalismo comunista, universalismo cristiano che a volte convergono in un europeismo formale), sostituisce il cosa ci converrebbe e ci è possibile fare con il cosa è idealmente prescritto dalle stesse immagini di mondo; 2) tutti i passaggi storici precedentemente elencati si sono affermati in modo impersonale. A ritroso ci sembrano una sequenza ordinata, progressiva e logica ma nessuno invero ha deciso ex ante queste forme. Non abbiamo quindi tradizione di costruzione storica intenzionale, a partire dal fatto che pensiamo queste forme ignorando la relazione tra la demografia e lo stile di vita del sistema originario e le condizioni date da ambiente e vicini. Ora siamo a stato-nazione ma lo stato-nazione europeo ha senso adattivo oggi e domani visto che nasce cinque secoli fa in tutt’altro contesto? Non sapendo bene come la storia si è fatta, certo non sappiamo bene neanche come eventualmente farla ed inoltre siamo respinti da varie ideologia passivizzanti dall’idea di fare noi la storia; 3) il tutto prende la forma di una divaricazione irrisolvibile tra gli interessi economici delle singole parti che anelano al globale, gli interessi economici e politici sistemici che dovrebbero convergere nel sistema europeo post-nazionale che sembra impantanato in un irrisolvibile transizione tra la pletora degli stati nazionali e l’ipotesi federale che viene in aiuto logico ma che di per sé non ha sufficiente teorizzazione con destino pratico e l’interesse politico di tipo -debolmente- democratico che rimane ancorato alla dimensione nazionale stante che in linea teorica la democrazia presupporrebbe spazi ancora più ristretti; 4) dopo il doppio cataclisma novecentesco l’Europa sta per esser abbandonata dal tutor americano, ma se ciò richiederebbe di aver  maggiori responsabilità sul proprio destino, queste responsabilità -gli europei- non sono pronti a prendersele.

Il tutto può esser riassunto nella diagnosi stretta che sarebbe necessario ridiscutere che tipo di spazio ci servirebbe per adattarci al mondo che viene e che tipo di contratto sociale lo debba ordinare, una domanda che, per varie ragioni, tutti sembrano voler eludere.

Ma se la concezione dello spazio presenta problemi, cosa ne è dell’altra coordinata, il tempo?

(1/2 Qui la seconda parte)

= 0 =

[1] I. Kant, Critica della Ragion Pura, Bompiani, Milano, 2004 (o varie altre edizioni)

[2] Specifichiamo l’”occidentale”  perché è di esso che ci vogliamo occupare. L’orientale è un’altra generalizzazione con cui di solito s’intende il cinese (ma non l’indiano o il mongolo delle steppe o l’isolano nipponico). Brevemente, il cinese è convinto di essere lo spazio centrale del tutto e sul tempo coltiva tanto la profondità passata che l’ipotesi su un futuro che sente di dover prevedere e pianificare.

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AGGIORNAMENTI.

Le CRONACHE della COMPLESSITA’, sono state aggiornate (ero in ritardo da fine giugno). Buona lettura, a breve anche un articolo in due parti sul concetto di SPAZIO e TEMPO nella mentalità occidentale.

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THERE IS NO ALTERNATIVE?

L’argomento che qui trattiamo è la tesi sostenuta dall’economista e storico americano Robert J. Gordon, nel suo celebre “The Rise and Fall of American Growth” (Princeton University Press, 2016), beneficiato di non so quanti premi editoriali, critiche molto rispettose e giudizi altrettanto ossequianti da parte di K. S. Rogoff e di L. Summers, nonché da premi Nobel quali R. Solow, G.Akerlof e P. Krugman di cui alleghiamo qui una recensione tradotta in italiano. Ammettiamo di non aver letto le 784 pagine dell’originale che pare siano assolutamente godibili per le parti descrittive delle reali condizioni di vita prese con narrativa concreta e circostanziata, tanto quanto per le molte tabelle, indici, statistiche molte delle quali confezionate proprio dall’Autore a supporto della sua inedita tesi. Ci siamo riferiti ad un companion book che ne riassume le tesi (una sorta di Bignami, se ci è consentita l’analogia) ed ai molti articoli su di lui scritti, nonché alle sue conferenze, le TED (qui) ma anche la più estesa conferenza alla LSE di un’ora e mezza (qui). Alle tesi del professore della Northwestern, per quanto inedite e fuori del coro, a chi scrive, non risulta siano state opposte obiezioni forti. Certo poiché la tesi portano ad un certo pessimismo per il futuro ed essendo il futuro impredicibile in via di principio, si può apprezzare la sua ricostruzione storica e poi mantenere out look più ottimisti, ma più che certezze predittive, l’opera di Gordon è secondo noi apprezzabile in senso storico ed in quanto materializzatrice di quel fenomeno che chiamiamo economia, soprattutto per il mondo occidentale e soprattutto ora che la crescita orientale sembra mostrare fenomeni di “grande convergenza” con quella occidentale come abbiamo segnalato già qui. “Materializzatrice” sta per render concreto quel motore di bisogni che l’innovazione che traina lo sviluppo economico va a soddisfare, troppo spesso il fatto economico ci viene presentato come se non avesse riferimenti concreti, il che lo rende a-geografico, quanto a-storico, eterno presente di curve che s’alzano e scendono chissà poi perché. Ricordarci la vera storia di “chi ha fatto cosa, quando, come e perché”  ha il merito di portarci a fare il punto sul perché continuiamo ad avere dogmatica e cieca fede che il futuro sarà una qualche versione del passato. Nonché a scuotere pesantemente questa stessa fede all’ombra della quale poi s’apparecchiano i banchetti combattenti dei keynesiani vs hayekiani. A noi a cui piacciono di più i Braudel ed i Polanyi, gli Arrighi e financo i Bairoch, a noi che abbiamo più sintonia con gli economisti storici che con gli economisti a-storici, le tesi di Gordon ci hanno molto stimolato. Vediamo quindi di che si tratta.

Il campo indagato da Gordon sono gli Stati Uniti d’America che però possiamo ritenere un frattale del più generale sistema economico occidentale. La tesi centrale dello studioso è che l’andamento storico dell’economia è stato storicamente da stagnante a moderatamente ed occasionalmente in crescita. Quello che è successo nel secolo della grande espansione ed intensificazione, tra 1870 e 1970, è eccezionale ma anche irripetibile. Conviene quindi registrare questa eccezionalità ed archiviarla, di conseguenza occorre vedere che tipo di economia ma soprattutto che tipo di società vogliamo costruire per l’immediato futuro non contando più sul traino potente di una forza che ha ormai compiuto il suo compito storico.

Il sistema economico moderno non può esser scorporato dal tipo di società che intorno ad esso si è andata formando. Questa società che si è andata formando per prima nell’Italia del XV secolo, nasceva di rimbalzo ad una catastrofe molto impattante: la Peste Nera di metà del Trecento. L’alto impatto dell’evento venne dato da quattro fattori. Com’è noto, morì in Europa circa un terzo della popolazione senza alcuna distinzione di sesso, età, condizione sociale. Tutto avvenne in un tempo molto concentrato, cinque anni per il suo corso più importante. Ciò avvenne più o meno sincronicamente in una vasta area d’Europa, la stessa che coincideva con l’ecumene cristiano, colpì cioè una intera forma di civilizzazione. Il drammatico evento per dimensioni ed intensità degli effetti prodotti, non aveva spiegazioni plausibili e quindi non aveva possibili rimedi. Quest’ultimo fatto fu decisivo. La forma di civilizzazione del tempo, constatò di aver fallito lo scopo di ogni società ovvero l’adattamento alle condizioni date. Il fallimento retroagì sulla credibilità delle istituzioni del tempo, sia per la parte narrativa sviluppata praticamente in forma unica all’interno della Chiesa (la cultura volgare, per quanto importante, svolgeva puro ruolo di accompagnamento ed intrattenimento), sia per la parte sociale e politica che intorno a quella narrazione ruotava. Inizia lì, la fine del Medioevo.

Gli studi storici su questa transizione, ci raccontano di una veloce emersione delle prima cittadine che nate borghi già ai primi del Mille, vanno a riempirsi sempre più calamitando il disperso contado circostante. Le città, chiedono logistica, materiali, infrastrutture, chiamano quindi artigianato e lavoro sia progettuale che realizzativo, assorbendo materiali dalla media-lunga distanza. Pur se la popolazione complessivamente era stata decurtata, la bassa densità abitativa dei territori registrava uno sbilancio tra domanda (di cibo soprattutto, la popolazione produttiva delle campagne e del ciclo di produzione, lavorazione e distribuzione presentava grossi buchi) ed offerta. Molta innovazione di questa poco notata prima “rivoluzione industriosa”, rispondeva in primis al bisogno di garantire un sostanzialmente simile output produttivo al diminuire delle braccia umane disponibili e prese la forma di macchine. C’è chi ha notato che -ad esempio-  anche la rivoluzionaria macchina da stampa, nasceva per risolvere il problema della scomparsa sincronica di gran parte degli amanuensi. Una volta che pietre, legno, cuoio e metalli affluirono in città, la creatività produttiva certo crebbe anche per risolvere problemi nati ex novo dal semplice fatto che si erano cominciati a risolvere i primi problemi di base.  Questa prima rivoluzione industriosa innova, crea, produce in modo nuovo per quanto limitatamente ad uno stretto range di prodotti, ma porta anche le città ad interconnettersi in una prima rete di mercati e mercanti, trasporti, cambi e cambiali. Una rete territoriale tra centro-nord Italia, Francia orientale e Germania occidentale, su fino alla Province Unite con a lato la Lega Anseatica, ma anche una rete marittima di porti e navi tra Italia e sponda orientale del Mediterraneo. Quanto alla sua forma puramente economica, e per il lato banco-finanziario e per il lato produzione e scambio, questa economia può già ben dirsi moderna e capitalistica, ma non se ne comprende la ragione del “prima non c’era dopo c’è” se non la si riconduce al potente trauma del Trecento. Fu una risposta adattativa a seguito di un macroscopico fallimento della forma precedente, la sua energia storica non era magicamente nata al suo interno, era stata mobilitata da uno shock esterno.

Non se ne vuole fare per l’ennesima volta una improbabile legge newtoniana del cambiamento storico in quanto la storia non ha leggi, ha semmai regole, regole che a volte si applicano a volte no, a volte con una certa intensità esplicativa altre volte minore, ma molto spesso sono questi avvenimenti macro a spingere i veicoli adattivi che chiamiamo “società” a muoversi e cambiare. Fattori ambientali (cambiamenti di clima o catastrofi naturali), fattori demografici di area ovvero densità abitative e frizioni confinarie degli areali, incursioni disordinanti o potenti migrazioni, differenze ampie tra il grado di potenza di una parte geografica rispetto all’altra (ad esempio il divario che portò l’Europa occidentale portoghese, olandese, spagnola, poi francese ed inglese a conquistare e poi dominare prima il mondo americano, poi quello afro-asiatico), crolli di un sistema nato in altre condizioni e crollato al rapido modificarsi dell’intorno, sono assai spesso gli scossoni che mettono in moto reazioni che poi scrivono la storia. Se chiamassimo questa “concezione adattiva della storia” rimarcheremmo il fatto che le società non sono monadi isolate e poiché ognuna di esse, per costituzione, tende a creare ordine ed omeostasi, non sarà certo dal suo interno che nasceranno gli imput al cambiamento. Il cambiamento è in genere richiamato dal muoversi di ciò in cui le società sono immerse e del resto questo Tutto, che fosse la porzione geografica con l’Impero romano ed il suo oltre il confine, che fosse l’Europa del Tre-Quattrocento e la sua dialettica col mondo musulmano medio-orientale, turco o nord-africano o che fosse l’Occidente del 1870 che si espandeva all’intero pianeta o il giovane nuovo mondo multipolare denso e complesso nella cui fase storica siamo appena entrati, si muove di suo, è eracliteo di default. Alle società non rimane che adattarsi a questo movimento a volte rapido ed improvviso, a volte lento e continuo.

Quando lo sviluppo di questo nuovo mondo moderno ormai maturo per prendere ufficialmente il posto dell’ordine medioevale, nella sua direttrice europea sud-nord giunse infine in Inghilterra, e dopo che altri movimenti avevano portato alla costituzione di nuovi attori socio-politici massivi quali i primi Stati poi Stati-nazione, produsse un secondo sistema fondamentale per il suo successivo sviluppo: lo Stato parlamentare. Come altrettanto spesso accade in storia, fu la periferia più arretrata quindi meno strutturata, a lanciare l’innovazione fondamentale: un parlamento che legifera per un interesse trainante ritenuto generale. Non si comprenderà mai la storia di quello che chiamiamo capitalismo se non si fa perno sulla Gloriosa rivoluzione inglese del 1688-89. Solo da lì, leggi, tasse, investimenti pubblici e quindi a seguire privati (sequenza di cui è impossibile trovare nella storia il flusso invertito, dal privato al pubblico che lo “segue”), istituzioni culturali (università, Royal Society), élite finanziarie-produttive-militari-culturali unite dal compito legislativo e politico, vanno a sistema convergendo le intenzioni e le decisioni usando la nuova potenza legislativa unificata del fiscale, dell’economico, del giuridico e del militare. Lì, il banco-finanziario fa un salto strutturale (tra cui la banca centrale) e così l’economia di produzione e scambio, sopratutto la produzione per altro sempre più potenziata dalle nuove materie prime coloniali e dallo stesso scambio che per avvenire doveva contare su veicoli di trasporto sempre più avanzati ed una logistica sempre più sofisticata. Se quindi capitalismo come pura forma economica tra le altre ha storia pregressa di lunga durata, capitalismo come nome di società avviluppata e determinata da una unica forma dominante di economia ha natali inglesi tardo XVII secolo.

Tutto ciò giunge infine al terzo salto. Dopo la rivoluzione industriosa e la Gloriosa rivoluzione che creò il doppio sistema binario economia e politica al servizio del suo sviluppo, tanto quanto l’economia diveniva supporto di crescita della potenza dello Stato, la rivoluzione industriale esplode l’applicazione di una serie di innovazioni nella produzione mentre l’impero fornisce materie prime e mercati di sbocco. La spirale di potenza del sistema anglosassone, nato in Inghilterra, poi Gran Bretagna, poi Regno Unito, ora va considerata binaria con gIi Stati Uniti d’America e da qui in poi, cediamo il passo al trattato di Gordon.

Questa terzo salto, trae la sua propria energia creativa da una serie di innovazioni succedutesi in sequenza: elettricità, motore a scoppio, rivoluzione casalinga con elettricità, calore, fognature ed acqua corrente potabile. Gli invasati della tecno-scienza si ricordino che scaffali di ricerche hanno dimostrato che in relazione al vertiginoso aumento dell’aspettativa di vita, la penicillina ha contribuito per non più del 3,5%, i bambini e molte madri hanno smesso di morire dopo il parto da quando levatrici e chirurghi hanno preso a lavarsi le mani col sapone. E’ bastata la crisi dell’acqua contaminata per riduzione dei budget di controllo a Flynt, Michigan, per far sprofondare l’intera zona al 1850, lì dove torneremo quando avverrà la predetta con certezza del se ma non del quando, prossima massiccia tempesta solare che paralizzerà ogni cosa della nostra iper-moderna vita che dipende dall’elettricità e dall’elettromagnetismo, per mesi se non per anni. Gordon sembra non soffermarsi troppo sulla chimica primo-novecentesca, ma va senz’altro posta accanto alle altre motrici. Ne consegue un incredibile salto di civiltà con un primo effetto demografico (diminuzione della mortalità infantile + aumento dell’aspettativa di vita), un secondo effetto economico (tra cui meccanizzazione del lavoro) ed un terzo effetto non censito dal Pil che attiene ai modi ed alla qualità di vita percepita (tra cui la progressiva liberazione delle donne dal lavoro domestico e loro integrazione nel processo produttivo). Tutto ciò che ha avuto al suo interno un primo step a cavallo tra XIX e XX secolo, un secondo step potenziato dalla relazione adattiva alla Grande Depressione ed alla Seconda guerra mondiale, ed un terzo step con l’innovazione elettronica post bellica che termina sostanzialmente la sua spinta al 1970.

Questa data, il 1970, è interessante perché seguendo un’altra storia, la storia a ritroso di ciò che ha portato alla “finanziarizzazione” ovvero al dominio di quella parte dell’economia che storicamente era ancella della principale di produzione e scambio, arriviamo a base in quel 15 agosto del 1971 quando Nixon decide di rovesciare l’ordine di Bretton Woods e la natura stessa del denaro, nello specifico, del dollaro. Se qualcuno vuole cimentarsi nel mettere in relazione il Nixon shock con la fine della crescita è benvenuto, chi scrive lo sostiene da anni, e con il concetto del “buying time” lo ha sostenuto anche W. Streeck di cui parlammo qui. Gordon aggiunge infine  la tesi che lo fa essere oggi del tutto eterodosso al mainstream, il valore e l’impatto delle recenti innovazioni nella information & communication technology  non è assolutamente parametrabile a quello formato dalle innovazioni precedenti, né per il Pil, né per potenza del tessuto produttivo quindi occupazione e potere d’acquisto, né per la qualità della vita percepita. Il ciclo va a chiudersi, il brillante futuro è alle spalle, il corso economico americano (ma anche occidentale) va sul tendenzialmente stagnante. Quest’ultima più che una profezia, è la spiegazione concreta della precedente profezia in cui si erano allineati due economisti di solito non d’accordo tra loro ovvero Larry Summers e Paul Krugman. Ci piace sottolineare come l’approccio di Gordon restituisca un po’ di razionalità e concretezza ad una disciplina l’”economics” che ultimamente interpreta numeri e tabelle con lo stesso spirito magico con il quale gli arùspici etruschi leggevano le interiora di pollo.

Sul valore dell’innovazione recente, Gordon ironizza sulle macchine senza conducente, lascia la porta aperta ai possibili per quanto impredicibili e non quantificabili sviluppi delle nanotecnologie e biotecnologie ma sottolinea che ci vogliono decenni per sviluppare l’ampio albero di novità che portò da Edison al frigorifero o da Benz alla motorizzazione di massa e poiché nessuna altra significativa tecnologia trasformativa sembra esser stata inventata negli ultimi tempi, pur non potendo escluderne una futura, non saranno certo i prossimi immediati decenni a beneficiarne. Noi aggiungiamo due note su questa ultima fin troppo celebrata “rivoluzione” dell’info-comunicativo. La prima è che tale innovazione non è generativa ma sostitutiva. La sequenza grammofono-giradischi-hi fi-walkman-computer-Ipod-telefonino, per quanto attiene alla riproducibilità della musica, è una sequenza di device e di modi di fruizione. Generativa però significa che prima una data cosa non c’è (la possibilità di riprodurre musica in assenza di musicisti), poi c’è. La distruzione creatrice  che distrugge la centralità del cavallo e crea tutto l’albero produttivo successivo basato sul motore a scoppio, non è uguale a quella che sopprime il giradischi fisso per diventare scatolino portatile con cuffiette,  prima a nastro magnetico poi ad hard disk su cui confluiscono in portatile il computer, il telefonino e la telecamera o fotocamera. La seconda considerazione è che molto impatto di questa innovazione info-comunicativa, distrugge più di quanto crei. Il saldo occupazionale ed anche quello di Pil diretto ed indiretto, nonché introito fiscale tra chiusura di negozi e distributori off line per confluire tutti su Amazon è negativo. Se Ford aveva intuito che per vendere modelli T i suoi operai dovevano guadagnare in modo da poterseli comprare, i guru della Silicon Valley oggi sono i più sfegatati sponsor dei redditi integrativi e di cittadinanza perché hanno capito che il loro agire economico ha tagliato i redditi, quindi ridotto i consumatori. Per altro, evadendo o eludendo la tassazione, chiedono allo Stato di finanziare il consumo ricorrendo alla fiscalità generale a cui loro si vedono bene dal contribuire. Del resto c’è una empirica via indiretta per sospettare del significato di questa recente ossessione da “innovazione permanente”, quando si parla troppo di una cosa è perché manca, come col sesso, le parole tentano a fatica di riempire il buco della mancanza della cosa. La vera “Singolarità” è questa regressione della disciplina economica che nacque col paradigma del numero-peso-misura della razionalità più stretta e cogente per oggi tornare ad una qualche forma di pensiero magico.

Quest’ultimo punto ci potrebbe portare anche ad una nota di epistemologia economica, approccio critico sotto-coltivato quando invece l’economics sembra aver urgente bisogno di una filosofia che ne controlli metodi ed assunti. Poiché noi allineati alla definizione data da Samir Amin che le leggi del capitalismo sono solo la sua storia concreta (come ama ripetere il mio amico Piero Pagliani), questa storia ha nel range di significativa intensità, poco più di cento anni (con dentro un ciclo anomalo di trenta anni con due guerre mondiali ed in mezzo una depressione). Un po’ troppo pochi per fidarsi delle sue ricorrenze interne come segnali di possibili regole. Qualche sempliciotto che ha letto Schumpeter, quando si discute di queste cose, tira fuori con l’aria di chi la sa lunga la famosa “distruzione creatrice”, concetto che per altro Schumpeter trasse da Marx, ma ogni svolta innovativa cosa distrugge e cosa crea? Si può ritenere questa una “regola” della cosa complessa che chiamiamo economia o vale quanto “il sole risorge dopo ogni tramonto”? E se poi tra noi ed il sole arrivano le nuvole gonfie di pioggia, la legge che valore predittivo ha?

Gordon sottolinea anche il ruolo dello Stato e della mentalità ovvero delle ideologie dominanti per sottolineare differenze tra percorsi storici ed adattamenti. L’incredibile impulso che diede la Seconda guerra mondiale funzionò per quello che oggi chiamiamo “vincolo esterno”. Oggi ad esempio di potrebbe creare a bella posta drammatizzando le già drammatiche notizie sulla degenerazione ambientale, un pressione collettiva ad inventare soluzioni ai tanti problemi del capitolo. Peccato che l’intenzione dovrebbe venire dai politici ed in un Paese di 330 milioni di persone distribuite in un immenso territorio, quei politici ricevano i fondi  che sostengono le loro dispendiose campagne elettorali dalle società petrolifere. Leggendo Piketty, rimasi colpito dall’aliquota marginale USA negli anni ’50 che sfiorava –mi sembra-, addirittura il 90%, altresì le imprese arrivavano anche al 60% di tasse su gli utili d’impresa. Eppure non è che gli “imprenditori” del tempo mostrassero un calo di motivazioni, così come non è che morivamo di stenti quando c’era il controllo alla libera circolazione dei capitali, anzi, le banche erano sinonimo di solidità (“l’hai messa in banca” a dire “al sicuro”), le tasse meno evase, i titoli pubblici comprati dai cittadini del Paese che li emettevano come fanno i giapponesi che se ne sbattono dello spread pur avendo il debito/Pil al 240%. Una ideologia come quella oggi dominante che spera di rinfocolare la crescita con meno tasse e meno Stato è come consigliare ad un agricoltore di seguire la piantina appena nata con abbondanti innaffiate di idrocarburi per dare “energia alla crescita”.

Il brillante futuro alle spalle è la predizione che si basa su questo excursus, abbiamo vissuto la prima irripetibile fase di una curva che tenderà ad appiattirsi. Ma in USA, come in parte anche da noi, ci sono poi alcuni freni contingenti aggiuntivi all’ipotetica crescita, ultima versione della religione del cargo. Si tratta dell’ormai insopportabile diseguaglianza che continua ad allargarsi anche se ormai denunciata e problematizzata dagli stessi soloni economici che si strappano le vesti sul NYT ed al WEF di Davos. Problemone evidentemente troppo complesso per giungere a soluzione (pensa te come stanno messi!). Si aggiunge la demografia qui da noi addirittura in contrazione (qualche economista ha ricordato al vasto pubblico che crescita in riduzione demografica è come botte piena moglie ubriaca?), ma in occidente comunque produttrice di legioni di anziani che -in genere- non sono gli eroi degli aumenti di produttività. Spinta educativa verso il basso quando è solo verso l’alto che si può sperare di formare competenti il cui gran numero possa poi darci qualche brevetto da sfruttare. La tecnicizzazione della formazione riproduce l’esistente proprio nel momento in cui andrebbe finanziata invece uno scarto, la fantomatica “rivoluzione scientifica”, mai come oggi il sapere sta diventando dogmatico e conservatore, basti pensare che nella facoltà di economia tutto ciò che non è pensiero unico dominante è detto “eterodosso” manco fossimo a Teologia della Parigi del 1200! Gordon non credo lo citi nel suo libro ma la costante perdita di dominio geopolitico da parte occidentale e la relativa libera ascesa asiatica oggi, africana -si spera- domani (ovvero contesti che replicheranno la prima fase della curva perché partono quasi da zero), certo non aiuta una economia occidentale che perde il controllo delle materie prime e delle energie, de-localizza, perde punti nel nuovo mercato globale, perde sicurezza nell’export, diventa fin troppo ricettiva nell’import e tutto ciò che ci hanno spinto a fare negli ultimi trenta anni i sacerdoti del Washington consensus.

Insomma, secondo Gordon, per usare un meme di recente successo “la pacchia è finita!” ed i politici o gli intellettuali che pensano di curare tutte le sempre maggiori fratture del sistema sociale occidentale ordinato dall’economia della crescita invocando “Crescita! Luce in fondo al tunnel! Austerità espansiva!” sono come i preti che consolavano i morenti di peste ricordandogli che era la punizione di Dio per i peccati che pur non avevano commesso. Un mondo sta morendo, ma del nuovo non abbiamo ancora vista. Non è un caso che tanto i repubblicani quanto i democratici non amino Gordon, sono entrambi parti dello stesso sistema e la diagnosi fredda e solidamente argomentata del professore della Northwestern, è di quelle che pongono la crisi in modalità esistenziale, cioè dei fondamenti.

Che fare quindi, se assumessimo come vera questa diagnosi? Si tratta semplicemente di rivoluzionare il nostro modo di stare al mondo e formulare un nuovo contratto sociale. Lavorare meno ridistribuendo il lavoro che rimane, investire tempo nella formazione generale permanente, anche alla cittadinanza quindi al ritorno delle politica come prima attività sociale, rivedere il ruolo dello Stato in economia, rivedere il ruolo dell’economia nella società, ridistribuire pesantemente, prendere i soldi a chi ce li ha e trasformarli in welfare sapendo anche avremo legioni di vecchietti a cui far fronte (questo lo scrivo pro domo mia e della categoria a cui mi appresto ad iscrivermi, volente o nolente). “Vasto programma” direbbe qualcuno, ma forse non è più tempo di ironie e disincanti post-moderni. Se ci sono alternative tiriamole fuori, altrimenti questa volta il “There is no alternative!” lo dovremmo dire noi a coloro che ce lo hanno detto fino ad oggi.

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POCO PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI.

Recensione del libro di K. Mahbubani “Has the West Lost it? A provocation.” Penguin, London, 2018.

Kishore Mahbubani, nato a Singapore ma di origine indiana, laureato in filosofia,  è stato funzionario del Ministero degli Esteri, poi diplomatico rappresentante il suo paese all’ONU per 10 anni e per due addirittura presidente del Consiglio di Sicurezza. Professore di politica a Singapore ma anche membro del Centro per gli affari internazionali di Harvard e del Consiglio di Amministrazione della Bocconi. Accanto a questa rilevante carriera, ha sviluppato un pari percorso di pensatore di rilievo geopolitico e culturale, ospitato nel tempo da Foreign Affairs e Foreign Policy, American Interest e Time, Newsweek e Financial Times, ripetutamente premiato come uno degli intellettuali più influenti del mondo e conosciuto nel dibattito pubblico per un libro -The Great Convergence- che si potrebbe dire il seguito del ben famoso -La Grande Divergenza- di Kenneth Pomeranz[1].

Ci siamo soffermati su i suoi  aspetti biografici, primo per familiarizzare con quello che è uno dei più rilevanti pensatori asiatici (politico, geopolitico, naturalmente ben formato su gli aspetti economico-finanziari ma di origine “culturale” data la sua laurea in filosofia ma anche successivi approfondimenti in psicologia che gli danno una certa lucidità nel trattare le “mentalità”), secondo perché pur appartenendo alla élite mondiali lo fa ribadendo il suo specifico d’origine e le caratteristiche ed interessi specifici del quadrante asiatico (che vede imperniato sulla triplice Cina, India, Indonesia con ovviamente Singapore come perno), terzo perché risulterà interessante mettere cotanta sostanza da peso massimo del primo girone intellettuale del mondialismo (non nella versione One World global-liberal-anglosassone ma in quella più oggettiva della stretta interdipendenza e convivenza di tanti mondi su un unico pianeta) in rapporto alla tesi che andremo a riassumere. Se non si conoscesse la sua bio, leggendo il libricino di cui a questa recensione, Mahbubani potrebbe esser scambiato per uno scalmanato anti-imperialista ipercritico dell’hybris americana e del relativo servilismo europeo. E’ cioè interessante notare che il suo punto di vista non ha base in una ideologia ma nell’ interesse del suo paese e della sua area geo-storica di riferimento. Non è una coscienza infelice occidentale marxista o anti-colonialista che usa gli Altri per criticare il potere dominante del proprio sistema, è la voce autonoma ed indipendente che ci parla come Altro in prima persona. Altresì, Mahbubani risulta un po’ più spesso e problematico del suo conterraneo Parag Khanna di cui ci siamo più volte occupati, lì dove la formazione filosofica si fa sentire dando profondità all’altrimenti stucchevole global-entusiasmo del più giovane geopolitico delle reti della città –Stato che abbiamo in precedenza recensito qui.

Il titolo dell’agile “Has the West Lost it? A provocation.” ha l’aggiunta di “A provocation” che si spiega col fatto che il singaporiano, pur sempre membro delle élite mondiali, ha amici stimati e benvoluti in Occidente, ma almeno dove non specifica diversamente, “Occidente” s’intende United States of America. Poiché Joseph Nye jr gli ha dedicato questa recensione un po’ piccata, per molti versi, si potrebbe intendere il pamphlet come una risposta al precedente “Fine del secolo americano?” (il Mulino 2016) a cui l’americano già inventore del “soft power” (inventore di seconda mano, l’inventore primo fu Gramsci col concetto di egemonia), rispondeva con un “No” tanto stentoreo, quanto problematico da sostenere. La sua, quindi  è una perorazione senza reticenze, ma affettuosa.

La tesi è preso detta: con la fine dello scorso secolo e l’inizio del ventunesimo secolo, l’ era del dominio occidentale ha iniziato la sua inesorabile china calante. Non è affatto detto che la per altro certa previsione di una futura leadership nei volumi complessivi di ricchezza da parte di Cina ed India, corrisponderà a pari leadership geopolitica. L’Autore censura -giustamente- l’applicazione meccanica di vecchie impostazioni, un mondo a 10 miliardi sarà multipolare che ci piaccia o meno, trattasi di semplice principio di auto-organizzazione di aggregati molto complessi, non potrà esser altrimenti, anche volendolo. Se però, l’Occidente non accetta il verdetto storico che è frutto di semplici dinamiche che poi spiegheremo, se l’Occidente avendo martelli continuerà a pensare che ogni problema è un chiodo, il futuro del pianeta è a rischio per tutti. Questa letterina-preghiera da civiltà (orientale) a civiltà (occidentale), avvisa che la gloriosa storia della civiltà occidentale, faro pur nella sua contraddittorietà di emancipazione dalla fame, dal disagio, dalle malattie e dall’ignoranza, in assenza di adattamento al mondo nuovo, chiuderà la sua altrimenti gloriosa parabola scrivendo su i libri di storia un finale di triste e clamoroso, definitivo fallimento.

Le ultime righe dell’ultima pagina del volumetto, consigliano invece di riprender in mano il pensiero del genio politico occidentale, Niccolò Machiavelli[2].  Ed è proprio del fiorentino l’esergo che apre il libro, vale la pena riportarlo per intero anche perché ha puntuali risonanze con ciò che sta succedendo qui in Italia:

… non c’è niente di più difficile da padroneggiare,

più pericoloso da condurre, o più incerto nel suo successo,

che il prender la leadership all’introduzione di un nuovo ordine delle cose.[3]

Il “nuovo ordine delle cose” che noi da tempo chiamiamo -mondo nuovo denso e complesso- o anche “Era della Complessità”, è dato con solida evidenza da fatti incontrovertibili. Il punto d’attenzione è fissato proprio su oggi, su quella condizioni iniziali che in complessità portano alla “path dpendence”, alla dipendenza dal percorso.  La dipendenza dal percorso spiega “come l’insieme delle decisioni che si prendono per ogni data circostanza è limitato dalle decisioni prese nel passato o dagli eventi che si sono verificati, anche se le circostanze passate potrebbero non essere più presenti e rilevanti”. Ciò porta a ritenere decisive le prime decisioni che si prendono, le famose “condizioni iniziali”.

Un argomento classico dell’analisi geopolitica recente è riassunta nel format “West vs the Rest”, impostazione decisamente occidental-centrata (pensate un attimo di vivere in quello che altri chiamano “the Rest”), sulla quale il singaporiano si è già più volte espresso ma specificatamente nel “The Great Convergence: Asia, the West, and the Logic f One World” (PublicAffairs 2014). In accordo con le evidenze del famoso lavoro di Pomeranz, la percentuale di Pil occidentale subisce una repentina dilatazione schiacciando il resto del mondo, a partire dalla rivoluzione industriale del 1850-70 ma dal crollo del Muro di Berlino, inizia il movimento contrario. Se nel 1995, il Pil aggregato dei G7 era il doppio degli E7 (Cina, India, Indonesia, Brasile, Messico, Russia, Turchia), oggi è pari e tra trenta anni sarà la metà. Il Pil americano sul mondo era il 50% nel dopoguerra, è la metà oggi, è destinato a contrarsi vistosamente nei prossimi trenta anni e peggio andrà all’Europa. Nel 2050, saranno solo tre le economia occidentali top10 per Pil PPP: gli USA, la Germania e l’UK (forse) rispettivamente però solo al 3°, 9° e 10° posto, l’Italia è stimata 22a.

Il “sentimento del mondo” si sta divaricando nettamente. La psicologia occidentale assume toni impauriti da fine-medioevo, una “fine di mondo” che altro non è che la fine di “un” mondo, di un’epoca. Il resto del mondo non è mai stato meglio, invece. Complessivamente è crollato il numero di guerre, di morti, la povertà e l’estrema povertà. E’ aumentata vistosamente la scolarità, la vita media e l’aspettativa di vita, ed altrettanto vistosamente diminuiti il lavoro infantile, le morti premature, emerge prepotente una voluminosa e stabilizzante classe media. Sono tutte linee di tendenza già ampiamente note ai pochi che si occupano dell’oggetto macro: il mondo. Sono le linee che disegnano il famoso elefante di Branko Milanovic in cui l’Occidente declina in favore del’Oriente ma all’interno del primo una  ristrettissima percentuale di popolazione stranamente aumenta incredibilmente la propri ricchezza in sfavore della stragrande maggioranza della popolazione ricacciata sempre più giù nella scala sociale. Se nel ’65, un AD americano guadagnava venti volte di più del lavoratore medio, oggi siamo all’incredibile trecento volte di più. Vien detta “creazione di valore”, premio per aver mantenuto la promessa fondamentale del mercato finanziario che si è sostituito a quello delle merci e del lavoro/salario: la crescita costante del valore. L’ingente massa di capitale creato dal nulla da dopo il Nixon shock del 1971, cerca vorace la sua riproduzione o finanziando la crescita orientale o lucrando sulla compressione dei costi produttivi in occidente. I CEO sono gli agenti speciali in nome e per conto di questo capitale liquido esuberante e come tali ne ricevono le prebende a compito svolto.

Per la parte asiatica, tutto ciò si è prodotto a cominciare dal risveglio cinese di fine anni ’70 con l’uomo che più di ogni altro esemplifica la plasticità di questo turning point. Deng Xiaoping. Questo è il campione della rinascita orientale mentre Steve Job è il campione occidentale, nell’asimmetria evidente dello spessore storico dei due, l’evidenza del perché della nuova grande convergenza e chissà, forse futura nuova divergenza invertita. Tre rivoluzioni -politica, psicologico-culturale e di governance-, hanno acceso la miccia del nuovo secolo che non sarà cinese ma senz’altro orientale. Null’altro che il contagio del modello occidentale di tecnica, scienza, ragione, realismo materialista, trasferito ed adattato, non semplicemente passivamente copiato, alle potenzialità orientali con a base una demografia davvero voluminosa. Ed ora, anche Africa e Sud America, sono pronte a loro volta a prender quello che ormai è un modello ibrido occidental-orientale ed a loro volta replicarlo con relativo adattamento alle condizioni locali.

Nel mentre si produceva questa svolta storica, l’Occidente si paralizzava in una overdose di hybris auto-compiacente per la fine della guerra fredda e collasso del grande nemico comunista. Ormai è un classico per chi si occupa di queste cose, lo sbeffeggiamento dell’incauto storico americano Francis Fukuyama e la sua profezia delirante di “fine della storia”. Lo è in sé, ma ci si torna sempre volentieri perché nella sua distanza tra fatti ed idee, denota l’ampiezza dello scartamento di mentalità occidentale da allora sempre più narrativamente fuori sync con la realtà. L’imbocco di quel delirio schizofrenico che ha poi portato all’inflazione attuale di bugie, distorsioni, fake news, previsioni sistematicamente fallaci, stupefazioni disarmate ma poco educanti (Brexit, Trump) e soprattutto falsissime narrazioni che chiamerebbero a gran voce uno psicologo delle civiltà a cui spedire preoccupati il paziente deragliato ormai nel suo universo parallelo di negazione e rimozione.

L’imbambolamento occidentale dura poco, arriva l’ 11 settembre, ma meno notata, anche l’entrata della Cina nel WTO. Ed ecco che allo schiaffo della storia irritata dal prematuro annuncio di morte, gli americani reagiscono mostrando la loro ormai irrecuperabile patologia. Prima l’insensata umiliazione dei russi che pure si erano consegnati speranzosi al nemico per essere reintegrati in una nuova forma di civilizzazione pacificata, il proditorio allargamento della NATO, poi la agghiacciante sequenza: Afghanistan, Iraq, Libia, primavere colorate evidentemente etero-dirette (Yugoslavia, Georgia, Kyrgyzstan, Tunisia, Egitto), Ucraina, Pakistan, Sudan, Siria, Yemen ed oggi l’annunciata ennesima puntata dell’Iran. Accanto, l’emarginazione dei realisti di Washington ormai tutti molto anziani e l’ascesa dei stupefacenti idealisti-liberali che discettano di esportazione della democrazia alleandosi con l’Arabia Saudita, giocherellando col Pakistan, usando nazisti e odi etnici, tollerando oltre l’immaginabile  o magari armeggiando attivamente con l’ascesa dell’ISIS. Conflitti che innescano potenti migrazioni che poi si beccano i pazienti del gerontocomio europeo a cui si dedicano anche vari attentati metropolitani che accendono assurde discussioni su quel mondo che intanto giunge a 1.600.000.000 membri: l’islam. Di pari passo, incredibili sgarbi alle Nazioni Unite che l’ambasciatore diplomatico, racconta trasecolando. Il tutto, tra l’altro, calpestando  le tombe di Sun Tzu, Machiavelli, von Clasewitz, Carr e Morgenthau in una clamorosa infilata di oscenità strategiche, umiliando la regola aurea dell’etica planetaria del principio di reciprocità, avendo pure l’ardire di dettar lezioni con professorale aria di condiscendenza e da ultimo stracciando ogni minimo accordo multilaterale poiché il “sovrano del mondo” è irritato dalle pretese della plebaglia. Davvero un quadro preoccupante della psicopatologia dell’occidente quotidiano a cui noi dovremmo aggiungere i tratti sociologici della post-modernità e del neo-ordo-liberismo farneticante, che viviamo sulla nostra pelle.

Tutte cose ad alcuni di noi ben note ma fa effetto sentirle dire da un diplomatico singaporiano perché così come sono chiare a lui, sono chiare nella mentalità media degli abitanti del famoso “the Rest”, quelli che vivono fuori della bolla occidentale nella quale noi cerchiamo di resistere, piccolissima minoranza di cassandre incredule e come sempre accade alla cassandre, derise ed emarginate laddove non si partecipa festanti a celebrare i vari vestiti nuovi dell’imperatore in realtà sempre più nudo e sempre più pazzo. Si tenga conto di un effetto poco considerato: la reputazione. Nella nuova comunità mondiale, la reputazione dell’Occidente è ai minimi, la funzione di guida persa irrimediabilmente, siamo come quei vecchi nonni di cui un po’ ti vergogni perché fanno cose di cui non si rendono conto nell’imbarazzo generale.

Una patologia ormai contagiante anche i cani da guardia intellettuali ed informativi che la narrativa occidentale voleva contro-poteri in realtà embedded ormai al destino manicomiale del sistema: New York Times, Financial Times, Wall Street Journal, the Economist, BBC, CNN e molti opinion leader. Tutti coinvolti in quel “tradimento dei chierici” che depongono la terzietà critica per partecipare alla costruzione dell’enorme bolla di false percezioni ed aperte negazioni in cui intrappolare i popoli occidentali. E dire che PWC, Deloitte, JPMorgan, WEF, Pew, Gallup e molti altri, i dati duri e quelli di percezione, li sfornano regolarmente, così le previsioni a trenta anni, per non parlare dei semplici dati demografici dell’ONU. Niente, nulla di tutto ciò che evidentemente è ben noto su i tavoli delle cancellerie o nei meeting a Davos, diventa opinione pubblica o riflessione di quella ben informata. A noi, danno in pasto, per sbranarci su i social o in tv, concetti sedativi o aporetici come il “populismo”, l’austerity che fa crescere, diritti individuali di secondaria importanza, migrante sì o migrante no. Società aperta o società chiusa, quando il problema oggi è società lunga o corta, stante che è dai tempi di Aristotele che sappiamo che quella più stabile è la società corta.

Ecco allora la nota evidente a cui anche noi spesso ci appelliamo: come fanno gli europei a consentire una gestione così dissennata del patrimonio di civiltà che pur noi abbiamo fondato e portato a sviluppo? Come facciamo a non notare che i deliri Medio orientali, il saccheggio dell’Africa, l’ostracismo ai russi ed ai cinesi con cui condividiamo lo stesso blocco continentale (i “vicini” del condominio planetario), sono tutti attacchi sistematici alle nostre stesse condizioni di possibilità? Cosa faremo nel 2100 quando saremo un decimo della popolazione dell’Africa che avrà una età media di 16 anni mentre noi  ci tireremo su le palpebre dal chirurgo tentando di insaccarci nei jeans con mani tremanti per il parkinson, per sempre giovani davanti ad uno specchio di Dorian Grey che nel frattempo è andato in frantumi come quello dell’Uomo Nero di Esenin, lasciandoci soli, tristi ed in realtà terrorizzati?

Chiudiamo qui questo riassunto, come ogni riassunto pur sempre arbitrario, delle tesi del signor Mahbubani. Molti altri temi egli tocca e sicuramente con prosa e postura più posata e da buon diplomatico, meno indignata della mia. Altresì, egli, dal suo punto di vista, dà consiglio di concentrare una cura per questo deragliamento chissà se recuperabile, argomentando la sua ricetta fatta di minimalismo e cautela, realismo, multilaterialismo e Machiavelli riletto dal vero e non assunto dalle cattive rimasticazioni che ne hanno fatto i liberali anglosassoni che è un po’ come far recensire la Bibbia ad un ateo. Ad ognuno il suo, a lui il compito di dirci cosa pensa “the Rest” del nostro “West”, ricordarci i duri dati di realtà, come rimetterci in sesto nel mondo nuovo, denso e complesso, tocca a noi.

= = =

Poco lo spazio qui per dar corso alle tante riflessioni che questo tema ci stimola. Diamole come menù per prossime riprese.

  • Sebbene molti di noi siano critici militanti degli assetti occidentali, quelli interni come quelli esterni, forse non è ancora ben chiaro anche a noi, cosa sta succedendo. Da sempre critici acuminati del cosiddetto “capitalismo”, in parte gioiamo sotto i baffi per la evidente disgregazione del sistema, dall’altra rimuoviamo il fatto che noi siamo nel sistema che si sta disgregando. E’ un collasso di civiltà quello che si sta producendo e vincere la battaglia dei giudizi che noi ed i nostri avi già demmo nei tempi passati, non ci salva dal naufragio del Titanic in cui siamo imbarcati. Né è tempo per regolare i conti interni ora che sono quelli esterni a dettar i ritmi della catastrofe.
  • Giungiamo all’appuntamento con al potere una ridicola élite di falliti storici, ma anche con uno sbilancio tra l’ipertrofia del pensiero critico e una ipotrofia di quello costruttivo e progettuale. Pensavamo erroneamente che una qualche antitesi avrebbe lasciato libero il magico processo del divenire di giungere al superamento, ma ci siamo convinti di una regoletta che suona bene dati certi presupposti logico-idealistici ma non corrisponde affatto a quelli realistici.
  • Quanto ad idealismo e mancanza di realismo, il liberalismo delirante ha il suo degno simmetrico inverso nella mentalità critica più importante qui da noi: il marxismo. Da qui, lo smarrimento della cosiddetta sinistra che non sapendo più cosa pensare, certo non può neanche sapere cosa fare.
  • Il “capitalismo” è un termine che cosifica un modo economico, ma il nostro problema è come uscire da una fase della civiltà centrata su i modi economici, non star lì ad inventare in provetta ipotetici nuovi modi economici, quelli verranno dopo, quando avremo iniziato la trasformazione di molte altre variabili del nostro modo di stare al mondo. Le gerarchie sociali non le ha inventate il capitalismo, sono nate ottomila anni fa con la nascita delle prime società complesse. Forse dovremmo tornar daccapo a studiare cos’è la “democrazia”, non quel fake che gira dalle nostre parti millantando nome che non gli è proprio.
  • Dobbiamo concentrarci su questo cambio di paradigma politico perché il nostro modo economico, qui, non funziona più, non perché è pervertito dalle élite o perché è hayekiano e non keynesiano. Funziona e funzionerà per decenni nel resto del mondo, lì dove Muhbabani da ragazzino sognava come massimo raggiungimento di poter consultare l’Enciclopedia britannica che oggi tutti hanno a portata di click. Loro debbono portare gente dalla campagna in città, fare case, ponti, strade, porti, darsi una automobilina a testa, portare i pasti da uno a due, innamorarsi delle mode e dei simboli. Noi abbiamo esaurito questa fase. Limiti di raggiunta soddisfazione dei bisogni per quanto mal distribuita, limiti di materie prime e risorse, limiti ambientali, limiti geopolitici, limiti ai frutti della tanto decantata innovazione che mi ha portato a tirar già tutti i santi dal momento che non ho potuto avere questo libricino nel confortante cartaceo ma ho dovuto armeggiate col mio i-pad che taglia le tabelle nel formato e-pub e ti fa diventare idrofobo quando devi andare avanti e dietro nelle pagine o aprire improbabili notes per scrivere un appunto. Ci stiamo prendendo in giro. L’innovazione elettrica, chimica, meccanica, medica e produttiva dei primi Novecento e quella minore ma pur sempre importante del dopoguerra (si pensi solo a cosa ha innescato a cascata l’invenzione del frigorifero come notava giustamente Tony Judt), non tornerà più. La nuova rivoluzione digitale e informatica una cosa sappiamo per certo produrrà e cosa sta già producendo, il taglio secco della domanda di lavoro umano. Il nostro modo di stare la mondo centrato sul produrre cose ha raggiunto il suo fine, le cose necessarie o utili non sono infinite. Dobbiamo inventarci un nuovo contratto sociale, cosa che si fece a gli inizi di questo periodo storico che sta terminando, per sempre.
  • Dobbiamo ribellarci prima che alla divisione del lavoro che per certi versi ha una sua naturalità, a quella dei saperi. Noi non sappiamo più leggere il mondo ora che sta diventando complesso, plurale, non riducibile, non determinabile. La “cosa” è una, i nostri saperi la tagliano con sguardo alternativamente economico, finanziario, politico, sociologico, culturale, psicologico, demografico, ambientale, geopolitico, antropologico, linguistico-culturale, storico ma nessuno è più in grado di far le sintesi e senza sintesi la complessità e la cosa stessa ci sfugge. La filosofia dov’è? Quale microscopico nulla che significa niente sta osservando? Se non sappiamo più fare la diagnosi, come facciamo a dar la prognosi?

Questo è solo l’inizio del menù riflessivo e già siamo overbooking. Il mio è un appello appassionato a chi mi legge, a coloro che hanno la fortuna di poter dedicare la vita alle attività mentali, a chi ha coscienza di sé e senso di responsabilità se non per gli “estranei con cui viviamo”, almeno per i propri figli. Apriamo una riflessione aperta ed ampia sulla crisi adattiva in cui siamo capitati. Le reazioni che si leggono all’ovviamente contraddittorio inizio della recente transizione italiana non fanno ben sperare. Continuiamo ad insidiare i colpevoli ma prendiamoci anche le responsabilità di reagire. Come diceva il buon Iglesias di Podemos, non lasciamoci la sola magra consolazione di far scrivere dai nostri figli sulla lapide della nostra tomba “Aveva sempre ragione – ma nessuno lo seppe mai”. Ci potrebbe venir negata anche questa se non contribuiamo a salvare le nostre terre dal naufragio occidentale e poi chissà se davvero abbiamo tutta questa ragione che vive nei libri e non lì fuori. Ed attenzione anche solo al pensar di sfruttare la casa che vien giù per edificare finalmente quella ideale che tante volte abbiamo sognato nelle nostre proiezioni fantastiche, semmai davvero possibile e funzionante potrebbero volerci secoli a fare quello che abbiamo in mente ma una cosa è certa, una cosa non abbiamo: il tempo.

L’Occidente siamo anche noi, se non prendiamo noi la leadership del cambiamento cui siamo obbligati e le cui difficoltà così bene tratteggiò il nostro fiorentino, se non selezioniamo le sole contraddizioni principali che già pongono infiniti dubbi sulle possibili soluzioni, finiremo con l’essere storicamente complici del tragico finale che altri si apprestano a scrivere con alterati sgorbi nell’eterno registro della Storia che tante civiltà ha già visto nascere, crescere ed infine morire, in una chiassosa catastrofe o in una lenta agonia in grado di bollire i muscoli di ogni rana.

= = =

[1] K. Pomeranz, La grande divergenza, il Mulino, Bologna, 2012

[2] Machiavelli è il patrono dei realisti, tanto quanto invece il sopracitato Jospeh Nye jr è sacerdote del credo dominante in America, quello ideal-liberale. Abbiamo volutamente tagliato tutte le argomentazioni tipicamente liberali sulla mancanza di democrazia in Asia, un tema che non ha alcun rilievo nella faccenda in quanto non siamo al campionato del giusto, del buono e del bello ma in quello che si disputa condizioni di possibilità in un mondo denso ed affollato dove conta solo la potenza. Le regole le fa il campionato, non noi.

[3] N. Machiavelli, Il Principe, Capitolo VI

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APPUNTAMENTO.

Lunedì 14 maggio alle ore 19.00, avrò l’onore di inaugurare a Roma al teatro Piccolo Eliseo di via Nazionale, la IX edizione del Festival della Complessità. Faremo una chiacchierata su i principali aspetti del nuovo mondo complesso mentre Elisabetta Melandri, presidente del CIES ci informerà con maggior attenzione sulla realtà africana, assieme a Valerio Eletti presidente del Complexity Education Project che coordinerà l’incontro. Maggiori dettagli qui sul sito del teatro.

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