PENSARE A COME PENSIAMO.

L’articolo è pubblicato sul blog del Festival della Complessità (qui) e presenta la prossima edizione (la decima) che si aprirà a Roma, il 10 Maggio. La sessione di apertura e l’intera edizione, verterà su questo duplice invito alla riflessione.

A. Rodin Il pensatore 1880-1902

 

“Credo che il sapere, nelle nostre società, sia diventato attualmente qualcosa di così ampio e di così complesso da essere ormai il vero inconscio delle nostre società. Noi non sappiamo davvero quel che sappiamo, non conosciamo quali siano gli effetti del sapere. Per questo mi sembra che l’intellettuale possa assolvere il ruolo di colui il quale trasforma questo sapere, che domina come l’inconscio delle nostre società, in una coscienza”

M. Foucault 1978

Il pensiero è oggi più che mai il capitale più prezioso per l’individuo e la società.  

E. Morin, La testa ben fatta, 1999

E’ questo il titolo della Xa edizione del nostro festival diffuso e sarà questo il titolo dell’apertura della sessione che terremo a Roma, al museo MACRO, il 10 Maggio. Forse avremmo potuto scegliere un titolo meno esoterico, forse avremmo potuto agganciarci a qualche tema della vivace attualità che pullula intorno a noi, ma abbiamo scelto di dar seguito ad un richiamo forte che sentiamo come pensatori di complessità, un tema più attuale di tutti gli altri e che tutti i fatti nuovi che pullulano intorno a noi, comprende.

In una recente intervista fatta dall’attuale Presidente del Consiglio Giuseppe Conte al filosofo Emanuele Severino, ad un certo punto compare questa domanda: “Trova anche lei che si sia persa l’idea dell’unitarietà del sapere e che le discipline scientifiche si strutturino a compartimenti stagni, che secondo Edgar Morin è il grande problema del nostro tempo?”

E’ dai tempi di “La conoscenza della conoscenza”(1986), seguito poi da molte altre riflessioni che ne “La testa ben fatta”(1999) o “I sette saperi necessari all’educazione del futuro”(1999) che il filosofo della complessità francese, si interroga su questa “struttura della conoscenza”. Un riflessione che anticipa di più di un ventennio i giorni nostri.

Tutti noi che ci muoviamo sotto il cono concettuale del termine complessità, chi per speculazione, chi operativamente nella propria professione, sappiamo quanto sia difficile spiegare a chi non si trova in quello spazio concettuale comune, cosa intendiamo precisamente quando convochiamo il concetto di “complessità” nei nostri discorsi. Com’è ben noto, non esiste una definizione precisa e comunemente accettata di complessità, neanche tra noi. Chi risale all’etimologia, chi inizia distinguendo complesso da complicato, chi fa coincidere complessità con sistema, chi con solo ciò che ha a che fare col mondo della vita, chi comincia a declinare una serie di concetti di corollario come feedback, cibernetica di vari livelli, riflessività, relazionalità, contesto, emergenza, auto-organizzazione, non linearità, non riduzionismo-determinismo, margine del caos, entropia etc.

Da una parte, la genealogia breve del concetto, può farsi risalire alla metà del secolo scorso (ce ne sarebbe poi una a cronologia più lunga, ma lì le cose si complicano ulteriormente), a partire da due distinti ambiti: la Cibernetica di N. Wiener e la Teoria generale dei sistemi di L. von Bertallanfy. Dall’altra, lo stesso albero evolutivo del concetto nelle sue applicazioni teorico-pratiche, da queste partenze si espande in un estuario a mille rivoli, coprendo niente di meno che tutto il novero delle discipline in cui si articola la conoscenza razionale umana. Dalla fisica alla metafisica, si sarebbe detto una volta. Pensiero complesso si trova ormai in tutte le scienze dure, sociali ed umane, nelle discipline umanistiche, ma poi ci sono anche artisti e perfino teologi.

Di contro, l’autoriflessione concettuale, ovvero coloro di noi che riflettono proprio sul concetto in quanto tale e cercano di domarne questa complessità intrinseca, oltre allo stesso Morin, non conta su grandi schiere. E’ per noi stessi difficile emanciparci dal luogo mentale di provenienza (matematico, fisico, biologo, economista, psicologo, medico, antropologo, sociologo, filosofo di quale parte della filosofia generale poi?) e stare appresso al vasto ramificarsi della sue applicazioni ed evoluzioni. In più ci viene anche il dubbio che “domare la complessità” non solo sia impossibile, ma neanche giusto se non si vuole ricadere in qualche aborrito riduzionismo. Eppure, la mente umana continua da decine o centinaia di migliaia di anni, ad avere dei limiti operativi e per lavorare il pensiero ha bisogno di sintesi, di blocchetti di significato che poi mette in relazioni con altri, a comporre idee e soprattutto sistemi di idee. Noi stessi apprezziamo quella individuazione di concetti o pratiche dominanti che il spesso citato Thomas Khun chiamava paradigmi. C’è un sistema complesso nel pensare che viene prima del pensare questo o quello. Complessità allora, non sembra avere forma di una specifica teoria disciplinare, più che un paradigma di questa o quella disciplina che indaga porzioni di realtà, sembra attenere tanto alla realtà che alla conoscenza nel loro duplice assieme, separato ed intrecciato.

Ecco allora il primo motivo che ci ha spinto a scegliere questo titolo: avere tra noi un pubblico momento di confronto e dibattito sulle forme interne alla nostra comune cultura. Le ultime Conferenze Macy tenute tra il 1954 ed il 1958, furono proprio dedicate ad una versione di questa auto-riflessione, al pensare come i vari e brillanti membri del gruppo pensavano e del come si componeva il discorso comune, soprattutto per quanto atteneva ai metodi dell’ interdisciplinarietà e della multidisciplinarietà.

Se questa proposta auto-riflessione sul pensare complesso la potremmo dire, usando le antiche categorie del discorso filosofico greco, il momento esoterico (dal greco ἐσώτερος “interno”), il secondo motivo della scelta è invece essoterico ( da ἐξωτερος “esterno”), cioè rivolto al rapporto tra complessità e mondo inteso nel suo duplice significato.

C’è un “mondo” come sistema complesso, fatto oggi di 7,5 mld di persone, divise in 200 Stati, diverse civiltà, modi diversi di pensare ed agire. Questo mondo tende oggi, per la prima volta nella sua storia, a conformarsi -in parte- come sistema unitario. Al suo interno, aumentano le interrelazioni che siano informative (Internet, grandi media, cultura globale), finanziarie ed economiche (globalizzazione ed internazionalizzazione), migratorie, politiche, culturali nel senso più ampio. L’estendersi al mondo intero del moderno modo di organizzare le nostre società, cioè basandosi sul fatto economico potenziato da tecnica e scienza, porta a nuove competizioni per le fonti delle energie e delle materie prime, alla competizione per il dominio dei mercati, delle valute, ad una impossibile ricerca della crescita costante e  per tutti che già “il nostro” Kenneth E. Boulding, parecchi decenni fa, sentenziava essere una credenza propria o di un folle o di un economista (suggerendo che forse, si trattava spesso della stessa persona). Altresì, questa spinta potente alla pressione su ciò che tutti ci contiene, sta provocando già da tempo, una risposta prevedibilmente caotica dell’ambiente, sotto varie forme di problemi detti “ecologici”, concetto più ampio della sola, controversa, questione climatica e dove l’ecologia è una disciplina tipicamente parte della famiglia complessa. Sembra -quindi- che il mondo sia obiettivamente sempre più complesso

Questa recente inflazione di complessità, tra trenta e cinquanta anni, retroagisce sulle forme della nostra vita organizzata comune in vario modo: dall’aumento vertiginoso delle diseguaglianze nelle nostre società occidentali, al manifestarsi di governi piuttosto rigidi chiamati a dare ordine al crescente disordine, guerre senza quartiere sul come orientare o manipolare le pubbliche opinioni, un certo generale fallimento degli esperti e degli intellettuali oggi sempre meno amati e riconosciuti da chi vede tanti problemi e poche vere soluzioni viabili. Nel mentre, le nuove tecnologie che ci danno nuove opportunità di interrelazioni, intrattenimento e nuove comodità ultra-moderne, si tema vadano  a sostituirci progressivamente nella funzione sociale del lavoro che il contratto sociale della modernità stabiliva esser il fondamento che teneva legata in sé stessa la società intera. In più il costo della relativa maggior libertà di esprimerci sembra vada pagato con un maggior controllo che contraddice quella libertà in via di principio. In più, si va confondendo il confine tra l’umano che usa la tecnica e la tecnica che subordina l’umano. Non c’è dubbio che in questa descrizione ci sia la traccia inequivocabile di molte cose che noi chiamiamo “complessità”, una maggior complessità relativa recente che pare tenderà ad aumentare e non certo diminuire nei prossimi decenni.

Ma nel mondo ci sono anche soggetti, individui o gruppi che hanno il problema di adattarsi al mondo in quanto oggetto fatto di processi. Lo fanno, lo facciamo, inconsapevolmente a volte, facenti parte di società le cui dinamiche più profonde e decisive a volte ci sfuggono. Altre volte siamo chiamati ad un giudizio, ad un discussione, a parteggiare per una idea o per altra, siamo chiamati a partecipare di questo mondo e dei sui problemi, anche perché è il “nostro” mondo, sono i “nostri” problemi. Ci domandiamo allora: siamo sicuri che il come pensiamo a tutte queste cose sia adeguato alla loro complessità? Dalle punte di eccessiva vivacità polemica o vera e propria acrimonia che si notano nel dibattito pubblico “basso” e dal deserto di quadri concettuali ampi e profondi nel dibattito “alto”, sembrerebbe di no.. Tutte le forme del nostro pensiero, le conoscenze, le logiche, ciò che ha costruito le nostre tradizioni di pensiero e di azione concreta, i fatti e le istituzioni sociali di cui ci siamo dotati, la stessa organizzazione del sapere e la sua distribuzione, dai sistemi di circolazione delle idee all’educazione, provengono da periodi storici di complessità ben diversa, per molti versi, minore. Le forme del pensiero che ereditiamo dal passato forse non sono adeguate al mondo che si sta formando.

Molti di noi, consapevoli o meno, si sentono spesso vicino alle tradizioni dell’Umanesimo e del Rinascimento, di quel periodo di transizione tra un vecchio modo (il Medioevo) ed un nuovo modo (il Moderno), ed ideale della conoscenza di quel periodo era proprio cercare una nuova unità della conoscenza per capitalizzare il saputo al fine di affrontare l’ignoto, il nuovo che doveva andarsi a costruire assieme. Lì dove un’era trapassava in un’altra che poi era quella che oggi ci è alle immediate spalle, la modernità. Ci sono fondati sospetti del fatto che noi sia -nuovamente- capitati in una di queste potenti transizioni storiche, lì dove urge una “renovatio” che non sia semplice profusione di tante “innovatio”, che sia un nuovo modo di pensare in forme sistemiche. Ad esempio riuscendo ad usare un po’ tutte le discipline alla base dei vari problemi prima elencati perché tutti quei problemi che elenchiamo separati o appaiati, in realtà sono intrecciati. La sintesi di problemi demografici, politici, culturali, economici, finanziari, ecologici, geo-politici, sociali, psicologici, dei fini dell’indagine scientifica e dei suoi rapporti con l’umano, di utilizzo delle tecniche, financo l’interrogazione sul senso dell’esistente e molto altro, nel loro intreccio comune per cause ed effetti, è inutile chiederla solo a chi risiede nello stretto di una di queste discipline. Modificare le forme del nostro modo di stare al mondo è problema di sistema ed i problemi sistemici andrebbero affrontati in senso sistemico, qualcosa che, nel senso più ampio dell’espressione, noi non siamo abituati semplicemente a fare. Non è così che è organizzata la nostra conoscenza, individuale e collettiva.

Ad un mondo complesso dovrebbe corrispondere una forma del pensiero forse più complessa di quella che ereditiamo dalla modernità, altrimenti si potrebbe fallire l’adattamento ai tempi che sono e sempre più saranno. La “riforma del pensiero” invocata da Morin già venti anni fa, sembra sempre più urgente. Il mondo ci chiede di agire, noi agiamo per come pensiamo, non possiamo agire in un mondo complesso partendo da un pensiero che non lo è. “Pensare a come pensiamo” è quindi il duplice invito a chi è interessato a indagare meglio questo possibile disallineamento ed a come colmarlo, a noi stessi che delle forme di pensiero sistemico-complesso siamo seguaci, per interrogarci su come meglio renderle utili ai tempi che ci son toccati in sorte di vivere, assieme.

FESTIVAL DELLA COMPLESSITA’

Venerdì 10 Maggio, ore 17.00 – 20.00, Museo di Arte Contemporanea Roma –

MACRO Via Nizza 138, 00198 Roma, Sala Lettura

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QUANDO INIZIERA’ IL SECOLO ASIATICO?

Qui il calcolo è fatto in Pil assoluto e non PPP

L’anno prossimo, secondo i calcoli UNCTAD-UN riportati da FT, quando l’insieme delle economie asiatiche calcolate in Pil-PPP, per la prima volta dal 1850, saranno più importanti di tutto il resto del mondo. Naturalmente, questa è solo la riduzione giornalistica di un processo che è di natura storica. Le epoche trapassano come le dissolvenze incrociate, sempre meno del precedente e sempre più del successivo, con tempi più o meno lunghi o lunghissimi. Qualche volta la dissolvenza si ferma, incespica, sembra addirittura ravvoltolarsi, ma a grana grossa funziona così: un’era sfuma nella successiva. Ci si accorge che un’era è finita, in genere, molto dopo che ha iniziato la sua lenta fine, la scelta del momento in cui non più l’una allora l’altra è sempre arbitrario.

La quantità e qualità degli indicatori di questo passaggio è vasta e solida. A grana grossa, l’Asia è il 60% della popolazione mondiale e continuerà ad esserlo nel mentre la popolazione mondiale continuerà a crescere nei prossimi trenta anni, mentre l’Occidente che era ancora il 30% del mondo ai primi del ‘900 e che oggi è regredito al 15%, tra trenta anni sarà al 12%. Quasi tutta questa contrazione occidentale di peso è dovuto all’Europa, Italia e Germania in testa ed è in dubbio se nei prossimi decenni avremo un unico Occidente coerente e compatto o un Occidente anglosassone ed uno continentale. Nella misura in cui l’intero sistema asiatico, dal dopoguerra (ma con una accelerazione a partire dagli anni ’80), si è votato al moderno modo di stare al mondo, dedicandosi alla produzione e scambio con sviluppo della tecnica, la quantità demografica è destinata a trasformarsi in quantità economica e questa in potenza generale. Nell’analisi tra grandi partizioni continentali, non solo l’Asia supererà l’Occidente, ma risulterà il cliente ideale per la materia energetica degli arabi ed il partner ideale per l’inclusione dell’Africa nella nuova modernità. Fungerà quindi da attrattore e motore mondiale.

Il da noi spesso citato studio di K. Pomeranz, “La grande divergenza”, illuminava il punto esatto nel quale il piccolo Occidente prese a pareggiare e poi staccare l’Asia per dimensioni di potenza economica, poi militare, poi politica e culturale, che era stato  il sistema più massivo praticamente da sempre (A.Maddison). Era grossomodo il 1850 secondo il Pomeranz, 1800 secondo altri, ma alcuni retrocedevano le cause di lunga durata alla reazione avuta dagli europei ai cataclismi del secolo nero, quel XIV secolo in cui un terzo della popolazione europea morì in soli cinque anni della più grave epidemia di peste che la storia ricordi. Il contraccolpo a quel colpo fu l’inizio del modo moderno di stare al mondo.

Affascinati dal concetto di rivoluzione, gli storici occidentali dell’ultimo secolo hanno visto sequenze di rivoluzioni dappertutto, quella artigianale XV sec., quella copernicana XVI sec., quella scientifico-razionalistica a partire dal XVII sec. come quella “industriosa” (Jan de Vries), quella inglese sempre del XVII sec., quella francese e quella americana del tardo XVIII secolo, quella industriale del XIX, la più importante per la visione economica della storia. Ultima quella russa XX sec. nel mentre quelle industriali contano oggi la supposta quarta edizione. Dopo tanta rivoluzione, il nuovo -probabile- secolo asiatico, ci farà forse scoprire l’affascinante concetto di Involuzione, sperando che la nemesi non ci porti a saltellare di balzo in balzo all’indietro nello sprofondo della storia, passando dalla mistica ottimistica del Progresso a quella pessimistica del Regresso.

In pratica e più a grana grossa il modo moderno di stare al mondo ebbe natali proprio nel XV secolo, e comprendeva in un sistema unico, che noi dividiamo in separati aspetti perché andiamo all’università a studiare singole discipline de-correlate e confondiamo le nostre lenti col mondo che le lenti ci fanno osservare, tanto il fare economico che quello politico, quello culturale che quello spirituale, quello militare che quello sociale. Le società umane sono veicoli adattivi ed amalgamano quei diversi aspetti in certi diversi modi, cercando le loro migliori condizioni di adattamento ai tempi ed agli spazi che occupano. Il senso e la forma di una società storica, vanno sempre letti nel rapporto tra la sua forma interna che la fa “intera” ed il contesto. Quel “modo moderno” che gli storici generali quanto quelli dell’economia (Braudel-Arrighi) sequenziano da Genova-Venezia (e fiere commerciali tra Nord Italia e Francia) alla Province Unite, dall’Inghilterra poi Gran Bretagna poi Regno Unito a gli stati Uniti d’America, e che, pur con i dovuti adattamenti, passerà alla interpretazione che ne daranno gli asiatici. Poiché quella sequenza è anche una sequenza di incrementi di centri di sistema con demografie crescenti, ecco che il 60% asiatico del mondo sarà  il centro del mondo, a sostanziale parità di condizioni del modo di stare al mondo.

Questo “modo” nella interpretazione occidentale, ha avuto due logiche, quella esterna e quella interna. Nato nel suo complesso per “risolvere problemi” (i “problemi” che si ingenerarono con l’evidente fallimento adattivo della catastrofe della Peste nera e delle élite feudali-religiose), per altro creandone continuamente di nuovi che alimentano la coazione all’infinito, il modo ha replicato una più antica versione che nasce con la nascita delle società complesse già ottomila anni fa: un minore che subordina un maggiore. Tanto al suo interno che al suo esterno. Così, uomini di fascia sociale alta hanno subordinato quelli di fascia bassa (che erano già subordinati secondo diverso regolamento stabilito dall’alleanza tra possessori di terra e titoli e possessori dell’immagine del mondo che ne giustificava il potere ovvero la Chiesa), l’uomo ha cominciato a subordinare la natura, lo Stato ha subordinato i frammentati poteri locali, la politica sovrana ha subordinato la religione (da Augusta 1555 in poi), gli Stati europei hanno cercato l’un con l’altro di subordinarsi reciprocamente per altro non riuscendovi quasi mai, assieme hanno subordinato il mondo sino alla massima estensione dell’Impero britannico (ma anche francese, olandese, portoghese, spagnolo etc.) fino alla breve fase unipolare americana degli anni ’90. Di quest’ultima, non sono certo che rimarrà traccia nei libri di storia, troppo breve e troppo poco nitida quando la si guarderà dalla giusta distanza.

Ad un certo punto, secondo chi scrive ed altri  a partire dai primi anni ’70, nel centro del sistema occidentale cioè gli Stati Uniti, si è rotta per varie ragioni la logica che teneva in equilibrio l’intero con l’esterno. Gli USA hanno reagito dando sfogo alla loro proiezione globale con il WTO (affiancato ai già presenti IMF e WB) ed hanno continuato a provar di tener sotto controllo in modalità “impero informale” grandi parti del mondo, ma più che altro hanno cominciato a stampare dollari che sono stati investiti in buona parte nella crescita del resto del mondo. Ne è venuto fuori “l’elefante di Milanovic” che ha contratto la classe media occidentale in favore di quella orientale, e soprattutto beneficiato i detentori di capitale liquido, ottenibile anche a prestito con poche o nessuna garanzia se iscritti a vario titolo nell’esclusivo club delle élite. Poi, tra una avventura militare e l’altra previa stimolazione di grattacieli che crollano  (dove il  fatto militare è pur sempre un keynesismo travestito), di bolla in bolla, si è arrivati al crollo del 2008. Una parte della inviperita classe media americana ha mandato al potere un presidente più petro-commerciale che imperiale (premiando così una élite che stava perdendo terreno verso l’altra). In Asia, al già affermato per quanto stagnante Giappone, si sono affiancati Corea del Sud e Cina, Sudest asiatico ed ora India. Il baricentro di potenza ha cominciato a spostarsi silenziosamente ad Oriente mentre qualcuno -con rara e tempestiva lucidità- annunciava la Fine della Storia ed un Nuovo Secolo Americano.

Sull’argomento del titolo, Parag Khanna, narratore globalista di origine indiana, cresciuto negli Emirati e poi vissuto in Occidente ed oggi acquartierato a Singapore, ha da poco pubblicato presso Fazi editore, la sua ultima fatica: Il secolo asiatico? Curioso che il famoso “scontro di civiltà” di Huntington, nacque come lungo articolo col punto interrogativo e finì come titolo assertivo voluto dall’editore del libro. Qui il testo nasce assertivo (The future is asian. Commerce, Conflict, and Culture in the 21st Century), ma l’editore ha saggiamente preferito metterlo ad interrogativo, forse per non render immediatamente antipatico il libro che in origine si rivolgeva primariamente a gli stessi asiatici e la cui assertività avrebbe potuto urtare l’orgoglio occidentale dell’italiano sconnesso dagli eventi a cui però piace sentirsi “ben informato”.

Il soggetto delle 520 pagine è l’Asia, 60% della popolazione mondiale per 53 stati (Europa 8% della popolazione mondiale per 45-50 stati a seconda che li contiate in geografia politica o fisica, dal che si dovrebbe comprendere il problema del nanismo stato-nazionale europeo, con popolazione anziana, capitalismo iper-maturo ed oggi in cerca della perduta “sovranità”). 50% del Pil globale ma 2/3 della sua crescita, percentuale con tendenza a crescere nei prossimi trenta anni. La tesi geo-storica di Khanna è che l’Asia è geneticamente multipolare. Che si contino le civiltà antiche o quelle storiche (arabi, persiani, centro-asiatici, turchici -s’intende di origine turcofona-, mongoli, indiani, cinesi, giapponesi e la macedonia sud-est-pacifica) o i ceppi religiosi (musulmano, buddista, induista, taoista, scintoista, con o senza spruzzi di etica confuciana) o i ceppi linguistici (2301), il pluralismo asiatico è irriducibile. L’occidentale distratto vede l’Asia come tutta quella roba inutile intorno alla Cina, ma è il classico caso in cui si scambiano gli oggetti osservati con le lenti con le quali li si osservano.

Secondo il nostro, lo “spirito comune asiatico” contemporaneo, è un misto di entusiasmo per la crescita economica fortemente infrastrutturata dal commercio che ha vocazione millenaria, stabilità geopolitica basata su un sostanziale reciproco rispetto (non certo privo di conflitti ma confitti limitati alle frizioni, non cioè mossi da volontà di assimilazione dell’Altro), pragmatismo tecnocratico ed oggettivo pluralismo culturale. Quest’ultimo, venne espressamente indicato come il nemico ideologico da sconfiggere nella famosa orazione fatta la sera prima della morte di papa Giovanni Paolo I, dall’allora cardinal Ratzinger che col suo simpatico accento da Peter Sellers in Dottor Stranamore, indicò i due grandi nemici ideologici: il relativismo ed il sincretismo. Il sincretismo è propriamente la forma vigente nella grandi frammistioni culturali asiatiche, dalle religioni alla cucina, passando per l’intrattenimento e i modi di vita e non ultimo l’indigesto socialismo-capitalista cinese che tanto imbarazza lo stomaco dei marxisti occidentali che preferiscono le partizioni nitide e precise, come Ratzinger. Khanna nota giustamente, e la nota vale anche per Africa e Medio Oriente, quanta frizione scaturisca tra questa tradizione fluida e le partizioni confinarie statali imposte durante il colonialismo europeo.

Secondo il narratore asiatico, il supposto “disordine mondiale” è un difetto percettivo degli occidentali che non leggono più le consuete forme del loro dominio. Non c’è alcun disordine ma un ordine complesso che sta facendo dell’Asia un classico “totale maggiore delle sue parti”. Il passaggio storico sarà anche quello dalle forme semplici con un egemone (sequenza Braudel-Arrighi), alle forme complesse dei sistemi ed il sistema che chissà se definire egemone o più prudentemente centrale, sarà quello asiatico, che non è solo quello cinese che conta solo 1,4 su 5 mld di asiatici. Questa maggior gravità oggettiva, agirà per concreta forza geografica, sul continuo afro-euro-asiatico. In una epoca che si definisce “materialista”, nell’immagine di mondo molti s’erano persi la geografia che invece torna oggi ad una sua realistica rilevanza, assieme alla demografia, la storia, la natura strutturale delle tradizioni culturali. L’economicismo metodologico sarà bene ampliarlo se si vuol comprendere qualcosa del mondo che verrà. Gli asiatici sono giovani ed ottimisti e banale è sottolineare che noi invece siamo il simmetrico contrario.

Il testo di Khanna che ha evidente mira di costruire una frame di ” orgoglioso discorso asiatico” rivolto a gli asiatici (e non a caso fatto da un singaporiano), in prima istanza, parte da una di breve storia dell’Asia che gli osservatori europei dediti all’ombelichismo (sia quello esaltato che quello critico poiché classi ed ideologie ci dividono ma la cultura geo-storica non può che esser la stessa tra “occidentali”) farebbero bene ad approcciare nello studio. Dall’ottimo P. Frankopan, al più recente P. Grosser, è tutto un recente fiorire di storia asiatica, mentre si segnala S. Conrad e le riflessioni metodologiche sulla nuova, necessaria “storia globale”, con cui sarà meglio impratichirsi velocemente se si vuol capire qualcosa dei tempi che vengono.

L’inclusione della variabile culturale è un ex-novo per Khanna, qui molto più geografico e politico del suo manifesto post-geografico/politico Connectivity e molto più storico-culturale del suo consueto. Meno città-stato e più stati potenti. Si capisce, poiché lo cita in apertura e nei ringraziamenti, che il probabile dialogo con l’altro singaporiano geo-politico Kishore Mahbubani (di cui parlammo in questo articolo in  cui feci una presentazione del suo ultimo pamphlet), gli ha fatto vedere mondi prima sconosciuti (Mahbubani ha forti inclinazioni filosofiche, con una dedizione particolare verso il nostro Machiavelli). L’ultimo capitolo del volumone è infatti dedicato ad una sfilza di “fenomeni culturali” di plurima generazione asiatica, nella cultura “alta” quanto in quella popolare, una vivacità che fa immediatamente “Rinascimento asiatico” con mischianti fertilizzazioni incrociate.

In definitiva, Khanna è più utile come osservatore informato che come analista. Sterminati gli elenchi di fatti economici, finanziari, tecnologici, demografici, un po’ meno politici che innervano il suo racconto del nuovo momento asiatico, fatti utili da conoscere per noi che qui alla periferia del ribaltone geopolitico, quando va bene, abbiamo qualche straccio di articolo su qualche specifico aspetto di quel mondo tanto grande quanto per noi sfuggente nella composita grana fine dei fatti che lì si producono. Qui dove basta la visita di Xi Jinping per rivelare il vasto oceano d’ignoranza che per noi si estende oltre le colonne d’Ercole della salvinata o grillinata del giorno e dell’eco che ogni sera il corifeo del giornalismo etico-liberale gli fa in televisione.  O dove i mediatori informativi sono il Forchielli, qualche auto-nominato sinologo o qualche amico della NATO. Ciò detto, alcune sue tesi sono al limite dell’ingenuo o del forzoso come includere quella che lui chiama Asia occidentale e noi Medio o Vicino Oriente, nel continuum asiatico. Ogni tanto il suo immaterialismo storico a base di merci e pagamenti contactless con selfie e start up riaffiora facendo facile cose che non lo sono affatto. Però altre, sono a mio avviso condivisibili o quantomeno utili da sapere.

Un fatto poco compreso dagli occidentali che ragionano ancora in termini di allineamenti coerenti e caporali di giornata, è che il mondo multipolare sarà fatto da reti di inestricabili intrecci e che -in definitiva- tale “tessuto assieme” (cum-plexus) risulterà assai più stabilizzante per quanto dinamico della contrapposizione tra blocchi. Il nuovo campione di questa postura è senz’altro l’India. L’India fa esercitazioni militari con gli USA in chiara funzione anti-cinese, così come sta allacciando raccordi spessi con altri due storici non amici dei cinesi: il Vietnam ed il Giappone. Ma l’India ha come maggior fornitore di armi la Russia, dieci volte più che gli USA (Sipri – Arms Transfers Database 03/19) con i quali, tra l’altro, ha di recente firmato accordi per una mini-via della Seta India-Iran-Russia (via Caspio). Iran che è il principale fornitore di energia del vorace gigante asiatico. In tutto ciò, l’India è  il secondo paese per quote sottoscritte (e relativi diritti di voto) dell’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) che gli dà anche un vice-pesident nel Board of Directors del gigante bancario a prevalenza cinese che finanzierà le Vie della Seta. Non solo, è stato anche di recente cooptato assieme all’odiato Pakistan, nell’esclusivo club sino-russo della Shanghai Cooperation Organization. Il che non gli impedisce di far scaramucce coi pakistani nel Kashmir, mandando neanche tanto trasversali messaggi ai cinesi che lì vogliono far passare un pezzo del network serico. Semmai i britannici decidessero davvero di dar corso alla Brexit, già era previsto che il primo accordo di libero scambio con ampi legami banco-finanziari sarebbe stato con i cari, vecchi, amici indiani.  Nel frattempo, Modi annuncia orgoglioso di esser diventato la quarta potenzia spaziale del pianeta ovvero di esser pronto di sedersi al tavolo da gioco delle guerre stellari con dotazione atomica. Insomma, da che parte sta l’India? Dalla parte “sua”, evidentemente. Il geopolitico americano Ian Bremmer lo definì G-Zero o “Every nation for itself” come da titolo di un suo libro del 2012.

Il grande vantaggio del mondo multipolare, sarà questo mercato delle amicizie pieno di concorrenti che permetteranno ad ogni stato di far ciò che gli studiosi di IR americani chiamavano “cherry picking”, prendere le ciliegie più succose da vari cesti, nonché bilanciarsi di qui e di là per tenersi in piedi nei marosi della Grande Complessità. Tutto ciò più che “globale” è “inter-nazionale”, è gioco che giocano gli Stati alla faccia di quei improvvidi scenaristi che ne avevano annunciato morte certa. Certo la possibilità di barcamenarsi sarà una declinazione di una qualche forma di potenza relativa, San Marino avrà poco cherry picking da fare (per quanto si segnala una misteriosa visita di Lavrov alla Repubblica del Titano proprio i giorni in cui qui c’era Xi Jinping). Ma le medie potenze, potrebbero altresì darsi molto più da fare a stare in alleanze militari con qualcuno, commerciali con qualcun altro e così via. In fondo è la stretta logica del bilanciamento che poi è la base degli ordini multipolari (Europa XIX secolo, Italia del XVI secolo). In questo nuovo gioco del mondo complesso,  contano le fiches effettive (cosa hai da dare -materie prime o energie, merci, armi, denaro, passaggi logistici-, a chi, per quale ragione) e la credibilità dei giocatori principali ovvero la loro reputazione.

Molti avvertono che la Cina, nelle varie partite bilaterali necessarie alla costruzione delle Vie della Seta, sta qui e lì provando a trarre il proprio maggior vantaggio con un certo egoismo che fa urlare a “neocolonialismo!”. Letti certi commenti, pare a qualcuno strano che la  BRI non sia un ente di beneficenza. Però i più pensanti prevedono che starà ben attenta a non farsi fama di eccessiva voracità e mancanza di elasticità, altrimenti il suo progettone logistico non andrà di un metro oltre il Xinjiang ed i delusi rimbalzeranno nelle braccia americane in mezzo secondo netto. Forse i cinesi sanno leggere Confucio meglio degli occidentali e l’etica confuciana si basa su principi di cui quello di reciprocità è il più importante (Analects 15.24), principio che accomuna la morale astratta alla pragmatica concreta e che è ritenuto uno dei pochi reali “universali” esistenti.  Di contro, le recenti promesse di nuovi dazi di Trump al perno della sua strategia indo-pacifica (il Pivot to Asia di Obama-Clinton semplicemente rinominato), ossia all’India, per non aver osservato l’embargo verso l’Iran, come già accaduto nella reciproca relazione con il filippino Duterte e il coreano Moon Jae-in ed allo stesso Pakistan, come già il proditorio ritiro dal TPP ha detto a gli 11 paesi del Pacifico coinvolti, tutto ciò dice a gli asiatici che gli americani vanno sullo strano e non ci si può far affidamento più di tanto.

Questa stessa struttura di fatti intrecciati, fornirà sia alla Cina la possibilità di penetrare il campo americano, sia all’America di penetrare il campo cinese, (con russi ed indiani battitori liberi)  sebbene la Cina si presenti con soldi da investire e gli americani più spesso con le armi da vendere e stante che entrambi hanno le loro luci ed ombre in termini di reputazione. Il titolo originario del lavoro di Khanna, dopo i commerci citava doverosamente i conflitti e conflitti nell’accezione di frizioni anche aspre, ci saranno senz’altro, naturali ed indotti. Conflitti però non significa necessariamente spararsi addosso l’un con l’altro. Egoisti sì, stupidi no.

Ma oltre a ciò, la tesi macroscopica dell’articolo di FT riportato, che è poi la tesi di K. Mahbubani, che è la tesi di fondo dell’ultimo Khanna, ha una sua ulteriore evidenza. L’Asia si sta configurando come un sistema ed è destinata a fungere da attrattore per l’Europa visto che gli scambi commerciali reciproci sopravanzano in entrambi i casi quelli con gli Stati Uniti rivelando la natura geografica, quindi solida, del concetto di Eurasia. Il sistema asiatico è multipolare, frattale di un più ampio mondo multipolare. Nel sistema asiatico, i prestiti interni cominciano ad esser in valuta locale e così molte partite bilaterali che aumentano le reciproche riserve ed invogliano ad ulteriori scambi. Quel “locale” o “macro-regionale” che è concetto offuscato dalle molte letture ultra-qualitative sulla globalizzazione che qui da noi hanno imperversato sin troppo. Nei nudi fatti, quasi tutti paesi del mondo, continuano ad avere i vari vicini come prime tre posizioni tanto per l’export che per l’import. In più, quel paniere di valute  è generalmente a livello più basso del dollaro e dell’euro e rimanendo nell’ambito asiatico, ogni paese ha più possibilità di accedere ad un moderato benessere anche senza diventare “ricco”, comprandosi merci reciprocamente senza passare per il dollaro. Rimanendo all’interno della nuova Asianomics, lì hanno sentito meno la crisi globale e gli investimenti tra loro stanno già -in parte- sopperendo ai ritiri occidentali. Hanno già una ampia divisione del lavoro con punte di eccellenza tecnologica affermata in Giappone, Corea del Sud e Cina ed un settore servizi che si sta ampliando in tutti i paesi prima condannati a restare fabbrica del mondo. La Cina ci sta dando dentro anche nella scienza e lì saranno dolori, alla velocità con cui sembra stanno procedendo nella crittografia quantistica c’è il rischio mandino presto in vacanza l’intera NSA.  Sempre più fitte le interconnessioni interne sia virtuali (tlc), sia reali (aerei, strade, ferrovie, porti) con sempre più turisti interni ovvero asiatici che visitano altri paesi asiatici e studenti degli uni che vanno a formarsi dall’altro. Quello che molti euro-centrati non sembra abbiamo compreso è che la BRI cinese è in primis una commodity asiatica per legare gli asiatici tra loro e tutti assieme all’Europa e all’Africa, naturalmente coi cinesi azionisti di maggioranza. Inoltre, nessuno di loro pone all’altro imbarazzanti questioni di legittimità che siano la democrazia liberale o i diritti umani o l’intervento dello stato nell’economia. Hanno tutti lo stesso interesse a dotarsi di una ampia classe media ed hanno tutti sacche di profonda povertà ancora da riscattare. Hanno tutti avuto accesso al modo moderno di stare al mondo da poco tempo ed hanno parecchio tempo davanti ancora per svilupparlo a loro beneficio, facendo crescere il loro interno senza diventare imperi espansivi.

Tutte queste sono pur sempre ancora e solo tendenze, i sistemi non si formano in pochi anni, però sembrano esserci piene condizioni perché processi di auto-rinforzo interno, creino ulteriori ragioni di sempre maggior interconnessione. L’interconnessione fa il sistema ed il sistema più massivo fa da centro di gravità per tutto il resto. Sì, pare proprio che il prossimo e forse non solo il prossimo, sarà un secolo asiatico.

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E’ chiaro che nel nuovo assetto mondiale che si verrà a creare, le nostre condizioni di possibilità si restringono. Possiamo aspettarci una sequenza di impatti negativi crescenti sebbene gli asiatici ci promettano futuri basati su quella metafisica dell’assurdo inventata dagli anglosassoni che è il “win-win”. Per certi versi abbiamo già cominciato ad averli. Il “neo-liberismo” può esser letto anche come una manovra disperata del nostro sistema centrale di mantenersi funzionante. Ma stiamo vedendo che come traiettoria storica comincia a mostrare la sua insostenibilità e molti cominciano ad esser i ritorni negativi e disfunzionali, veri e propri fallimenti in termini di adattamento alle nuove condizioni del mondo, a partire da quella rottura del “contratto sociale” che teneva in piedi l’interno dei sistemi nazionali.

Tentando uno sguardo rivolto ai prossimi anni, si intravedono tre possibili esiti. Il più probabile è che non succeda nulla di rilevante e l’Occidente farà la fine della rana bollita. Nel mentre le sue élite sposeranno il dispotismo asiatico ritirando il suffragio universale e, sposando i nuovi sistemi di controllo sociale elettronico, continueranno a produrre ricchezza fittizia che  accumuleranno as usual, preparandosi alla fine dei tempi salvando se stessi ed i propri cari con qualche protesi in più in qualche atollo recintato dalle invasioni dei barbari.  Nel frattempo, molti gramsciani mostri nasceranno nel sempre più fitto chiaroscuro, ogni giorno un po’ più scuro. Il disordine chiamerà ordine purchessia ed ecco pronto il liberalismo illiberale.  Se la risposta al lento declino è Trump, Salvini, Le Pen, famiglia e porto d’armi, vuol dire che al peggio non c’è mai fine e quando si tocca il fondo si può sempre cominciare a scavare. La seconda possibilità è il collasso Sansone&Filistei. Qualcuno a Washington perde la testa e s’innesca la banalità dal Male che nessuno vorrebbe coscientemente ma poi si va in modalità inconscio e chissà allora cosa può succedere. Personalmente lo ritengo improbabile, ma non impossibile. Infine, a noi occidentali inventori del modo moderno di stare al mondo, si pone un nuovo eccitante compito: pensare al modo successivo. Dopo i mille anni ordinati da aristocrazia e religione ed i cinque secoli moderni della borghesia e capitale, ci inventiamo un nuovo adattamento. Quest’ultimo lo ritengo anche improbabile ma a differenza del secondo, nella misura in cui non cambiamo radicalmente mentalità a partire da chi ha il compito di leggere la realtà ovvero i privilegiati lavoratori dell’intelletto, sembra anche impossibile. Ma chissà, la speranza è l’ultima a morire o forse, come con la peste del ‘300, un qualche agente esterno tipo la condizione ambientale, ci darà uno di quei salutari schiaffoni che aiutano a crescere. E comunque, anche la Peste Nera veniva dall’Asia …

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Libri citati: K. Pomeranz, La grande divergenza, Il Mulino, 2012 / B. Milanovic, Ingiustizia globale, LUISS, 2017 / J. De Vries, The Industrious Revolution: Consumer Demand and the Household Economy, 1650 to the Present, CUP, 2008 / Parag Khanna, Il secolo asiatico? Fazi editore, 2019 / Ian Bremmer, Every nation for itself, Penguin, 2012 /  K. Mahbubani, Has the West Lost It? Penguin, 2018 / P. Frankopan, Le Vie della Seta, Mondadori, 2017 / P. Grosser, Dall’Asia al mondo, Einaudi, 2018 /  S. Conrad, Storia globale. Una introduzione, Carocci, 2015 / I detti di Confucio (Analects) a cura di Simon Leys, Adelphi, 2006. A.Maddison sarebbe il mitico The World Economy: A Millenial Perspective OECD, 2001. Arrighi con l’insuperato Il lungo XX secolo, Il Saggiatore, 2014 mentre i Braudel da citare sono troppi. Piccolo, ma saporito La dinamica del capitalismo, Il Mulino, 1981 Lì l’autunno occidentale già c’era tutto, quando si investe tempo a leggere gli storici invece che i giornalisti o gli economisti di giornata, è sempre tempo ben speso.

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UNA NUOVA UNI-MULTIVERSITA’ COMPLESSA?

Articolo pubblicato sul sito del Festival della Complessità (qui) che quest’anno giungerà alla sua Xa edizione.Alla versione on line sul sito del festival, qui si aggiungono alcune considerazioni più specifiche (in corsivo).

Nei due articoli precedenti sul –pensare le cose nel loro complesso– ed il successivo che tornava sulla annosa questione delle “due culture”, abbiamo indagato l’impostazione del nostro sistema delle conoscenze. Già qui avevamo introdotto a premessa l’intero argomento. Pare a noi evidente che un mondo sempre più complesso quindi “intrecciato assieme”, chiami una profonda revisione del nostro sistema delle conoscenze, sistema che ereditiamo dal moderno, un periodo alla fine del suo ciclo storico e culturale. A sua volta, il sistema moderno andava a rimpiazzare il sistema delle conoscenze medioevali, il trivium (latino, retorica e filosofia) e quadrivium (aritmetica, geometria, astronomia e musica) impostati da Marziano Capella già nel V secolo. Se ogni epoca si rispecchia in un sistema di conoscenze, potremmo interrogarci su quali potrebbero esser le condizioni necessarie per riformare l’attuale sistema in  tempi di nuova complessità.

La riflessione anglosassone su i sistemi di educazione e formazione va avanti già da tempo. Si sta verificando che il sistema delle iper-specializzazioni votate alla formazione -tra l’altro non di futuri cittadini, ma di futuri professionisti-, ha tre problemi. Il primo è che il mondo del lavoro richiederebbe in realtà un misto di saperi pratico-teorici, quando le scuole sono semmai prodighe dei soli saperi teorici. Il concetto stesso di specializzazione è ambiguo dato l’alto tasso di odierna evoluzione delle forme economiche che sembrano chiamare certe conoscenze per un qualche periodo di tempo, poi altre per il periodo successivo. Il secondo è che, più in generale, la formazione teorico-specialistica sembra produrre tecnici che si trovano a loro agio solo nell’applicazione di procedure e modelli, totalmente smarriti quando si tratta di improvvisare, innovare, inventare. Data la richiesta di un alto tasso di novità crescenti e data l’alta interconnessione che c’è nei sistemi complessi e dato che tutti i principali sistemi della nostra vita associata stanno diventando sistemi molto complessi, si sta venendo a creare una sorta di disadattamento cognitivo per il quale si formano esperti di procedure laddove si incontrano ogni giorno di più terre incognite che di loro natura non sono ancora mappate, né tantomeno hanno procedure indicative sul come affrontarle.  Il terzo problema è che qualsiasi sia la forma di pensiero applicato, va applicato a cose che sono connesse ad altre cose di cui lo specializzato non è che non abbia conoscenza, non ha proprio “visione”, nel senso che pensa le cose scisse dalla rete di ciò che le co-determina.

Già qualche anno fa mi capitò di leggere sulla stampa, da un parte i lamenti dei grandi CEO della varie compagnie high-tech della Silicon Valley che lamentavano questa abbondanza di cervelli piatti (nella mitologia dei vari eroi della nuova rivoluzione tecnologica, da Jobs a Musk, da Gates e Zuckerberg a Bezos, prevalgono 3-2 addirittura i non laureati) e dall’altra il dibattito nazionale sull’urgenza di modificare i nostri italici sistemi educativo-formativi in direzione di quel mente-piattismo che gli “eroi dell’innovazione” stavano dicendo essergli del tutto inutile. L’assenza di attitudini mentali critico-creative, deprime la pulsione all’innovazione, la procedure impediscono la “serendipity” in via di principio. Con ciò non si vuol far l’elogio acritico del nostro sistema educativo a base gentiliana, ma se ci si vuol metter mano si discuta al suo giusto livello le problematicità. Più scienza meno filosofia, ad esempio, non è il “giusto livello”.

La questione poi solo accennata, ovvero se i sistemi educativi debbono formare cittadini o professionisti, meriterebbe invero di un lungo spazio a sé. A noi pare evidente che, registrando l’evidente complessità della fase di transizione storica nella quale siamo capitati, la priorità vada alla formazione di mentalità adatte a rinforzare le capacità adattative della società intera, poiché oggetto di selezione naturale sono i gruppi umani prima dei singoli come anche alcuni biologi evolutivi vanno scoprendo di recente. Che queste capacità siano pensate come adattamento a svolgere il ruolo di frazione e segmento di processi economici, è fare una scelta a priori che non si può accettare senza un atto di fede. A volte sembra che se il Moderno è iniziato contrapponendo la ragione alla fede, stia ora finendo riproponendo la fede nelle virtù salvifiche dello sviluppo infinito dei processi economici, senza il sufficiente distacco critico di ragione. Magari ciò che va adattato in primis è proprio il ruolo che il fare economico ha nell’ordinare le nostre società. Chi e come lo discute questo problema se formiamo solo funzionari di procedura? Come poi vedremo, non stiamo qui trattando un argomento fatto di tante parti pensando di poterlo trattare con generalizzazioni. La discussione sull’utilità dei saperi, utilità generale o specifica, è certo assai complessa. Stiamo solo sostenendo che i nuovi tempi presentano un tale elenco di novità intricate (politiche, sociali, geo-politiche, ecologiche, culturali, etiche) che se ai cittadini si chiede solamente di continuare a suonare “Sogno d’Autunno”[1] per mantenere di buon umore la prima classe, il naufragio è certo. Lo “smarrimento dell’opinione” che fa il paio con l’interminabile sfilza di fallimenti collezionata dalle élite che governano le nostre società, raccomanderebbe uno scuotimento, un ravvedimento, una reazione a questo melmoso affogare nel mentre alte si lanciano le grida semplificatorie di chi ha capito tutto, tranne la cosa più importante ovvero che sulla soluzione da dare alla matassa di questioni che ci stanno venendo addosso, onestamente, non abbiamo la più pallida idea.

Veniamo quindi a commentare una notizia fresca e molto pertinente al nostro tema che è quello delle forme complesse di conoscenza. Qui s’annuncia la creazione a Londra del primo corso di laurea generale che mischia saperi scientifici ed umanistici. Promossa per ora dalla vulcanica Virgin e da una delle principali società di consulenza del mondo, la McKinsy[2], la London Interdisciplinary School (LIS), ha un suo sito che è ancora un po’ vago sulle effettive forme di come funzionerà l’università ma qualcosa dice. A priori, si collochi il discorso nella sua giusta dimensione. E’ questo un territorio inesplorato, quello che hanno intenzione di fare o non fare alla LIS, lo prendiamo come segnale non come modello. Loro stessi ed il modello che hanno in testa, avranno bisogno di tempo per verificarsi ed assestarsi. Il segnale però è interessante.

Sul loro sito, mostrano alcuni casi applicativi di problem solving. Quante sono le competenze necessarie ad operare sul problema della malaria? O per trattare il problema dell’olio di palma? O per valutare i limiti delle libertà di parola su Internet? L’elenco delle competenze oggi è in più corsi di laurea separati, ma chi è in grado di comporre assieme queste competenze separate? Più dentro il sito, mostrano una partizione interessante tra il “capire il mondo” e i “metodi per cambiare il mondo”. Nel primo ambito, è interessante la linea di studio su “Umanità nel tempo e nello spazio”. Questa materia nuova si chiama geo-storia ed invero non è affatto nuova, solo molto poco frequentata. Lo storico Y.N.Harari, ci ha fatto sopra almeno tre top seller oltreché la sua fortuna, sebbene quelli di Harari siano libri divulgativi e non esattamente matrici di un nuovo metodo. Il punto però è che ci sono almeno tre intrecciati saperi generali indispensabili per affrontare le principali questioni del mondo complesso nel suo generale.

Il primo di questi saperi è la storia ma una storia non limitata al proprio paese o all’Occidente per noi che di quella civiltà siamo parte. Dai lavori di P. Frankopan[3] al più recente Pierre Grosser[4], così come Parag Khanna nel suo ultimo “Il secolo asiatico?” (Fazi editore, 2019), è tutto uno scoprire che il 60% dell’umanità è in Asia (la somma di Europa, Nord America ed Oceania dà 10%, e in prospettiva sarà in contrazione) e dal momento che l’Asia ha intrapreso una sua strada di nuovo sviluppo declinando a modo suo le ricette a base della modernità occidentale il XXI secolo sarà certamente un “secolo asiatico”. Cosa sappiamo noi dell’Asia? E quello che sappiamo chi ce lo ha raccontato? Da che punto di vista? Carico a priori di quali teorie? Veniamo da anni di dibattito televisivo con “esperti” che dell’islam non avevano neanche le conoscenze di base da Bignami[5], non sembra che sull’Asia andrà meglio. Altresì, la storia di una specie che ha 200.000 anni (e come genere più circa 3 milioni), non si può ridurre allo stretto arco di ciò di cui abbiamo fonti scritte. Sebbene archeologia, paleo-antropologia o paleo-ecologia, nonché biologia evolutiva, non siano oggi parte dello sguardo storico, se si vuole integrare la storia effettiva del tempo profondo, occorre averne una qualche nozione.

Se i fatti storici sono il tempo, il tempo è inestricabilmente intrecciato allo spazio che è studiato in geografia, il secondo sapere necessario. La geografia determina, condiziona, suggerisce, impedisce. Una certa retorica idealistica, ha di recente svalutato l’importanza materiale dello spazio, si è addirittura profetato un mondo post-geografico. La logistica delle reti commerciali internazionali, i relativi conflitti geopolitici per il controllo di passi, stretti, fiumi, coste, risorse e fonti d’energia; le migrazioni, le crisi ecologiche, ci dicono che la nostra platonica immaginazione post-materiale ha corso un po’ troppo. I vari attriti dello spazio evidenti ad un occhio geografico permangono dato che siamo fatti di atomi-molecole-cellule e non di bit. Altre volte nella storia delle idee abbiamo visto questo entusiasmo ingenuo  per il quale ogni cosa era un ingranaggio meccanico (‘600) o una macchina termodinamica (‘800), ora è tutto informazione.

Dopo la storia e la geografia, è chiaro che nozioni di demografia, storia delle religioni, storia delle culture e delle idee, geo-storia-economica, sono altresì necessarie. Viepiù appare bizzarro constatare che le principali cattedrali del sapere universitario economico, siano praticamente prive di corsi di storia dell’economia, come se l’economics fosse una ideologia unica, a-temporale, a-spaziale, una disciplina newtoniana di saperi senza spazio e tempo, veri per sempre ed ovunque. Ecco perché la regina Elisabetta ebbe gioco facile a sgridare l’intero corpo accademico della London School of Economics rimproverando loro di non aver neanche per sbaglio previsto il crollo dell’economia occidentale nel 2008. Quella insegnata alla LSE o alla Bocconi è una “scienza”? Una scienza incapace di fare previsioni ed esperimenti, ma solo modelli matematici? Disincarnata dalla demografia, storia, geografia, sociologia, geopolitica, ecologia, sistemi di immagini del mondo e financo psicologia? Una scienza umano-sociale disincarnata da uomo e società?

Insomma il solo limitato e specifico corso di “Umanità nel tempo e nello spazio” convoca un sistema integrato di saperi che oggi sono del tutto dis-integrati.

Nel secondo ambito dei corsi di studio che si pensano di impiantare alla LIS, c’è un saporito elenco di pensiero critico, creatività ed ideazione, strategia ed ovviamente un chiaro riferimento ai saperi trans-disciplinari dei “sistemi complessi”. Sono poi anche previsti corsi di fisica del mondo (da intendersi probabilmente come nozioni generali di fisica-chimica-biologia), tecnologie, teoria economica ed altro. Vedremo come si compirà il quadro definitivo. Sta di fatto che l’intento sembra ricomprendere la conoscenza necessaria in un unico arco “dalla fisica alla metafisica”[6], ameno nelle nozioni generali.

Questa ipotetica forma nuova della conoscenza complessa poiché “intrecciata assieme”, ha bisogno di alcune altre specifiche per avviarsi a dibattito.

La prima è che ovviamente non sostituisce i saperi specialistici non meno necessari di questa impostazione generale. Semplicemente, sarebbe utile avere nelle aziende, nelle amministrazioni, in politica, nel mondo intellettuale, compresenza di specialisti e generalisti poiché la grana fine delle parti e la grana grossa dell’intero, sono livelli di lettura ed analisi idealmente e praticamente complementari ed entrambi necessari. Si tratta solo di aggiungere nell’ideale piano cartesiano che individua gli oggetti ed i fenomeni, alle ordinate degli specialismi, le ascisse dei generalisti. Il tutto e le sue parti sono co-implicati poiché si co-determinano.

La seconda è che i nuovi “generalisti” ovviamente non saranno onniscienti. Andrebbero però dotati di coordinate di orientamento in un set di saperi generali ritenuti necessari da individuare e probabilmente a loro volta da declinare in due tre indirizzi che pesino di più o di meno le tre famiglie delle conoscenze: scienze dure, scienze umano-sociali e saperi più prettamente umanistici. Elementi di cultura generale farebbero bene anche a chi sceglie i saperi tecnico-applicati ed a tutti farebbe bene anche una spolverata di Storia dell’Arte e delle Religioni. Questa pratica di brokeraggio delle conoscenze che i nuovi “generalisti” potrebbero svolgere, farebbe anche molto bene ai rapporti tra mondi della conoscenza e mondo delle pratiche. Ad esempio, coltivare i saperi antropologici è assolutamente utile e necessario anche se magari è difficile che singole aziende assumano un antropologo (alcune recentemente hanno cominciato a farlo, per altro) o un filosofo o un sociologo. Se però ci fosse l’abitudine a consultare vari tipi di esperti in vari campi per vari problemi, anche l’antropologo o il filosofo o il sociologo avrebbero di che vivere senza per forza diventare assistente precario per tutta la vita del loro dispotico titolare di cattedra[7] o diventare improbabili impiegati di multinazionale.

Infine, trattandosi di un nuovo sistema, non ci si fermi a questi primi balbettii. Si devono immaginare percorsi, tentativi ed errori, sperimentazioni, ideazione creativa e stretta verifica con feedback correttivi, prima di avere idee più fondate. Altresì, si debbono immaginare sintesi e sintesi di sintesi che oggi non ci sono, testi interdisciplinari, multidisciplinari, transdisciplinari[8], dibattito sul metodo, strumentazioni, banche dati sistematiche, cataloghi e nuove categorie oltreché concetti. Insomma va sviluppata una nuova forma di cultura integrata  e dopo secoli di disintegrazione, non sarà facile ed immediato farlo.

L’Era della Complessità pone questioni che non possono esser affrontate senza predisporsi al cambiamento anche deciso, delle forme organizzative della nostra vita sociale. Sappiamo e ci preoccupiamo delle questioni ambientali, della questioni etiche connesse allo sviluppo delle nuove tecnologie, delle potenti frizioni della tettonica geopolitica, delle sempre maggiori diseguaglianze, degli squilibri demografici, dell’impazzimento semplificatorio del dibattito pubblico. Dovremo cambiare molte cose ed abbiamo lunghi elenchi di problematiche critiche. Chi discuterà le soluzioni? Nell’interesse di chi? Con quel mentalità? Forse la prima risposta è proprio quella di ripensare a come pensiamo le cose.

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[1] “Songe d’Automne” pare sia l’ultimo pezzo suonato dalla famosa orchestra del Titanic mentre il vascello affondava. Si noti l’ironico richiamo a quell’ “autunno” come china finale di un ciclo storico-economico di braudeliana memoria.

[2] La presenza tra i promotori della McKinsy è interessante. Una delle principali società di consulenza aziendale mondiale, quanto a management e strategia d’impresa forse “la” principale, McKinsey è stata essa stessa spesso accusata di mente-piattismo e di contro, chi meglio di loro ha il termometro di quale sia il “livello culturale” del management d’impresa che nel tempo ha sostituito capacità varie con l’uniformismo finanziario?

[3] P. Frankopan, Le Vie della Seta. Una nuova storia del mondo Mondadori, 2017

[4] P. Grosser, Dall’Asia al mondo, Einaudi, 2018

[5] Sarà il caso specificare che l’islam è un sistema che copre circa 1,7 miliardi persone che è poco meno di un quarto della popolazione mondiale, è la religione principale in 57 stati (più di un quarto del mondo) di tre aree continentali (Asia, Medio Oriente, Africa), ha due principali interpretazioni (sunniti e sciiti) e ben quattro scuole giuridiche (interpretazioni diverse della sharia). Gli Arabi (cluster non privo di problemi definitori), sono meno del 20% dell’islam e le interpretazioni del Corano in uso presso l’Isis, sono quelle praticate in un solo paese di tutto il mondo musulmano: l’Arabia Saudita.

[6] Che poi era il modello del “Liceo” di Aristotele.

[7] Segnalato dal fisico Carlo Rovelli, questa invocazione al ruolo della filosofia come essenziale alla formazione dei pensieri, logiche ed argomentazioni , in ambito scientifico (con esempio relativi alla biologia, scienze cognitive e la stessa fisica oltreché, ovviamente, come epistemologia). Gli autori, tra cui lo stesso Rovelli, provengono dalle scienze, dure, umane e sociali ed il pensiero umanistico propriamente filosofico. https://www.pnas.org/content/116/10/3948?fbclid=IwAR3HQ8bHTqBJI2_D_HerrILa7aOF30WdHds96uWvGST0V0ErZzvn3dtawV4

[8] I riferimenti vanno facili ad i due volumetti di E. Morin: La testa ben fatta, Cortina, 2008; I sette saperi necessari all’educazione del futuro, Cortina, 2001

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COMPITI PER IL PENSIERO COMPLESSO.

61WIztYBlxLNell’articolo, che originariamente è pubblicato sul sito del Festival della Complessità, si pone la questione della agonistica separazione tra cultura scientifica e cultura umanistica, conosciuta anche come questione delle “due culture”. Questa separazione,a grandi linee e con bordi sfumati, sembra corrispondere ad una più profonda divisione tra cultura europea e cultura anglosassone, che oltre al suo riflesso in filosofia ha oggi anche una sua attualità politica. Poiché finisce col presentarsi anche come separazione tra il fare le cose ed i fini per cui le si fanno, nonché il loro significato ed il come le giudichiamo criticamente e per altri versi come separazione tra uomo e natura, la si pone come una delle questioni in agenda per un pensiero che voglia ripensare le cose “nel loro complesso”, inclusa la conoscenza stessa. Parleremo anche del sito americano -Edge- un aggregatore di pensatori tra cui molti rappresentanti di un certo tipo di pensiero della complessità contemporaneo.

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L’americano John Brockman nasce come agente letterario a vocazione scientifica, ma nell’esercizio della sua professione è poi diventato depositario di così vaste conoscenze da vedere una possibile sintesi, quella sintesi di sintesi di cui abbiamo parlato in un precedente articolo (qui). E’ diventato così autore egli stesso e animatore di circoli di pensiero, sempre nell’ambito tecno-scientifico tipicamente anglosassone. Come autore, ha scritto almeno un libro l’anno negli ultimi quindici anni (più d’uno tradotto in Italia), mente quindi molto eccitata. Uno in particolare si distingue, “La terza cultura” (Garzanti, 1999), che segna il momento in cui gli si è formato un nuovo sistema mentale, un diverso modo di vedere le cose nel “loro complesso”. Di quel libro in cui il nostro ha preferito far parlare direttamente 25 scienziati tra cui molti interni alla tradizione del pensiero complesso (M. Gell Mann, F. Varela, B. Goodwin, S. Jay Gould, S. Kauffman, C. Langton, L. Margulis ed altri molto noti da S. Pinker a M. Rees, da L. Smolin a R.Penrose, più tangenziali a questa forma di pensiero) ha avuto l’intuizione del titolo che fa categoria e le categorie, si sa,  ordinano le sintesi. Ma cos’è la “terza cultura”?

Quel titolo, seguiva un famoso pamphlet degli anni ’60, scritto dal britannico C .P. Snow che ebbe un suo vasto seguito[1]: Le due culture (Marsilio, 2005). Snow, partendo dalla condizione della cultura soprattutto britannica, lamentava il rancoroso divorzio tra cultura scientifica e cultura umanistica anche se più che altro, il rifiuto della prima da parte della seconda[2]. Ecco allora spiegato il titolo-manifesto di J. Brockman, la “terza cultura” in pieno schema dialettico-hegeliano, si presentava come “superamento” della dicotomia in una nuova sintesi che includeva amalgamandole le due tradizioni conoscitive in antitesi. In realtà, il programma di Brockman era meno dialettico del suo titolo, alla fine infatti rimaneva prevalentemente piantato nel solo campo scientifico[3]. Una sorta di inversione gerarchica per la quale quella scienza prima ribellatasi alla teologia, poi emancipatasi dalla filosofia, diventava il nuovo vertice della piramide del pensiero dominando tutto il resto. Naturalmente, derivando da Pitagora e Platone almeno per la via matematica, non poteva esser certo la scienza a pensare criticamente lo stesso apriori della “piramide del pensiero”. Che la conoscenza debba ordinarsi per gerarchie venne, e purtroppo ancora viene,  dato per scontato.

In merito a questa problematica relazione agonistica (ed anche un po’ confusa) tra8811592763 scienziati duri, sociali ed umanisti, così difficile da superare, possiamo notare che la faccenda è tutt’altro che semplice -al solito- ed ha radici lunghe e complesse. Un fortunato saggio della filosofa italiana Franca D’Agostini, “Analitici e continentali” (Cortina, 1996) mappò in campo filosofico la deriva dei continenti filosofici tra anglosassoni (analitici) e continentali (franco-tedeschi ed altri tra cui noi italiani), trovandone radici a partire dalla fine dell’Ottocento, in piena Rivoluzione industriale o forse ai primi del Novecento. Ma ampliando lo sguardo nel tempo, potremmo rinvenire questa divergenza molto ma molto prima, addirittura sin dall’Alto Medioevo ed al fatto che, seguendo il solo campo teo-filosofico, in Inghilterra pervenne più il pensiero francescano che aveva radici neo-platoniche, che quello tomista che aveva radici aristoteliche. Capisco che la faccenda a molti di voi interessi poco e sia molto specialistica dello studioso di filosofia, però ha anche una sua versione antropo-storico-geografica più pret-à-porter ed arriva anche a fatti politici di grande attualità. Forse la stessa Brexit e Trump ed il come questi due fatti sono recepiti e giudicati in Europa, ne sono una declinazione.

Nei fatti, l’Inghilterra o ciò che c’era prima di questa definizione, è sempre stata un po’ dentro il sistema europeo ed un po’ a sé, come si conviene a tutte le grandi isole limitrofe a coste continentali, vedi il rapporto tra Giappone ed Asia. L’Inghilterra o meglio la sua cultura dominante di origine anglosassone, ha sempre avuto un fondo pagano e naturalista. Scoto Eriugena che era non si sa se scozzese o irlandese, già nel  IX secolo si interessava più di Dio in quanto natura che il Dio-idea tipicamente latino. Quando Enrico VIII si inventò la Chiesa anglicana, niente di meno di una chiesa cristiana ma cristiano-inglese, formalizzò semplicemente il fatto che gli inglesi erano un sistema loro proprio, una sorta di Brexit ante-litteram, nel 1534. Gli anglo-sassoni, quando ancora sul continente (IV°-V° secolo in Germania – Danimarca), erano abituati a vivere in gruppi famigliari isolati in grandi spazi, non nella civis, da cui secondo alcuni, la loro indomita passione per la libertà, ma anche una forma debole (a volte non poi così “debole”)[4] di sociopatia, nonché un rapporto un po’ conflittuale con la natura che infatti il loro Bacone vedeva come “prostituta da asservire all’umano piacere”. Tra condizioni di vita ed immagine di mondo, ci sono sempre reciproci riflessi e  la mentalità anglosassone è diversa da quella continentale, in particolare latina, poiché ha altra geografia e quindi nel tempo, ha avuto un’altra storia in un misto di empiria, scienza, tecnica, finalizzate in prassi. Per riproduzione asessuata, la cellula inglese produsse poi la figlia americana che in altro contesto, lontana dall’Europa e dalla stessa Gran Bretagna, speciò poi a modo suo, radicalizzando alcuni tratti già propri della lontana origine anglo-sassone. Nelle misura in cui tale pragmatica impostazione empiro-tecno-scientifica-pragmatica produsse effettivi benefici che poi aiutarono l’eccezionale sviluppo prima dell’Impero britannico, poi di quello informale americano, tale impostazione s’impose come “occidentale”. Ma, nel vago concetto di “occidentale” rimane quella ostinata differenza di fondo poiché ciò che genera la geografia nel tempo, ovvero la geo-storia, proprio come  a livello biologico[5] le specie, tende a divergere partendo da condizioni iniziali anche di poco diverse. Se sintesi si ritiene di dover fare quindi, forse occorre prender atto di questa divergenza pur all’interno di altre similarità. La questione delle due culture assomiglia un po’, anche se non precisamente, ad una questione poco discussa ovvero se esistono due occidenti.

Snow e Brockman dalla loro mentalità anglosassone hanno ragione e richiamare la nostra attenzione sul portato culturale della scienza e della tecnica degli ultimi due-tre secoli. Di contro, noi avremmo le nostre ragioni a richiamar la loro all’attenzione per la tradizione della riflessione su senso e significato, su i fini, sulla giustizia umana, sulla complessità politica e culturale, financo religiosa, e più in generale sulla riflessione anche critica dei nostri modi di stare al mondo in senso adattativo, se vogliamo evitare guerre finali o cataclismi ambientali, cioè “catastrofi”. Lo scoglio non è disputarsi il primato ma trovare la corretta relazione. Qualche segnale di superamento di queste incomunicabili divisioni, compare ogni tanto qui e lì[6], ma poiché il braccio di ferro va avanti da un bel po’ di tempo, c’è forse da fare una riflessione più profonda.

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Tornando al nostro Brockman ed alla sua attività di divulgatore, sincronico al libro che ne ha segnato ed influenzato lo sviluppo delle sue idee, lanciò il sito Edge.com. che è da allora considerato la più avanzata piattaforma di pensiero intelligente a vocazione scientifica, degli Stati Uniti e quindi di buona parte del mondo occidentale. Questa comunità ospita il meglio del pensiero complesso contemporaneo, almeno quello di matrice anglosassone e di origine tecno-scientifica. Impossibile riportare qui la lista dei collaboratori che va dalla A dell’economista del MIT Daron Acemoglu alla Z del fisco austriaco Anton Zeilinger che è tra i pionieri del teletrasporto quantistico (dopo lo Scott -Scotty per gli amici- di Star Trek, ovviamente)[7]. Il nome “edge” si può tradurre con “bordo”, “margine”, “orlo” nel senso del domandarsi dove si trova il preciso confine stante che se meglio osservati, molti oggetti sconfinano dagli angusti limiti di questa o quella disciplina[8]. O forse “ponte” a voler connettere tra loro diverse piattaforme di pensiero e far arcipelago, rete o sistema. Più probabilmente, “edge” voleva significare l’invito farsi una passeggiata al limite delle idee più speculative, innovative, ancora più intuizioni che veri e propri concetti o teorie generali, in più, metterle assieme e farle configgere nel classico format della “tempesta dei cervelli”. Un po’ una Royal Society 978880615304GRAfricchettona, o un Bloomsbury group a vocazione tecno-scientifica, corroborata dal mito delle rete. La cosa poi spesso ha preso le forme delle classifiche che piacciono molto alla mentalità americana prodiga di molti “I 100 migliori …”, per altro senza mai domandarsi dove mai si vanno a fondare i criteri di giudizio per dare tali attribuzioni di valore ed assai spesso scambiando giudizi di valore per giudizi di fatto o il contrario[9]. In più, si potrebbe come qui  ha fatto l’intervistatore di Repubblica lo scorso marzo, farsi domande su quella che assomiglia ad una ripresa di tendenza neo-positivista con derive scientizzanti, o far domande su gli intrecci tra economia-finanza-ed immagine di mondo dominante, nonché disilludere l’indomabile eccezionalismo americano che può far sorridere per ingenuità anche se poi, considerando il potere che quella nazione ha, fa sorridere un po’ meno. Visto il ruolo che “Edge” svolge anche in una parte importante del pensiero complesso, quelle domande potrebbero riguardarci più di quanto crediamo.

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Il pensiero complesso, nella disciplina più ampia del pensiero umano che è e rimane la filosofia, corrisponde ad una teoria generale della conoscenza su base sistemica, il complesso “emerge” dal considerar le cose dei sistemi.  Della conoscenza generale fanno parte tutte e tre gli ambiti sviluppati storicamente, scienze dure e loro applicazioni tecniche, scienze umane e sociali, pensiero umanistico classicamente storico-filosofico. Fa parte anche logica e linguaggi come il matematico, ed anche il pensiero religioso e l’arte, le ultime due con distinta autonomia.

L’invito che abbiamo fatto al pensare le cose “nel loro complesso”, vale anche o forse prima, soprattutto per la conoscenza in generale poiché da lì si originano tutti i possibili pensieri. Cosa potremmo dire di questo rancoroso antagonismo tra cultura scientifica ed umanistica? Perché l’una ignora l’altra e l’altra addirittura arriva a gli assurdi di negare la stessa esistenza dell’una? Perché oggi tecnici e scienziati, i “nuovi barbari” anche se non tutti per fortuna (ad esempio il nostro C. Rovelli[10]), sono così smodatamente ipertrofici da non sapere neanche che Boltzmann, Planck, Einstein, Bohr, Heisenberg, Schrodinger, Whitehead, Mach ma anche Wiener (e Newton prima di ogni altro) scrissero più e più riflessioni se non addirittura interi libri di filosofia? Non è che tutti presi a replicare il nostro mondo di cose da fare secondo certi paradigmi, stiamo perdendo la capacità di riflettere sul cosa stiamo facendo, perché e con quali conseguenze? Ed è forse da questo che poi arriviamo a constatare che le tante nuove tecnologie che declinano un certo pensiero scientifico hanno così vasti problematici sviluppi e confusi scopi, etica assai problematica, impatto ambientale così negativo, riflessi sociali su quella “uguaglianza” già retrocessa ad ampiezza di grado quasi pre-moderna, questioni geopolitiche altamente conflittuali (si pensi alla guerra del 5G o le nuove biotecnologie)  e trionfo di quell’autismo algoritmico che dissecca ogni nostra inclinazione umana? Tutte cose che facciamo enorme fatica a pensare assieme. Era questo che intendevano Prigogine e Stengers nell’invocare una “nuova alleanza” tra uomo e natura? Era questo l’esito auspicato dall’invocazione a ripensare la conoscenza umana “nel suo complesso”? Non dovremmo cominciar col sostituire l’apriori piramidale la-testa-ben-fatta-741dell’ordine delle conoscenze con quello sferico, l’immagine di accerchiamento a quattro dimensioni (tre spaziali ed una temporale) delle cose e dei fenomeni, per cercar di prenderle assieme ovvero com-prenderle meglio? E che effetti avrebbe tutto ciò sulle forme sociali della conoscenza, dalle scuole alle università, dalle pubblicazioni alle categorie del dibattito pubblico e specialistico? Incantati dall’auto-apprendimento delle macchine stiamo forse trascurando le forme di quello umano che pur quelle macchine producono?

Questi son tutti “compiti per il pensiero”[11], compiti che proprio noi potremmo e dovremmo svolgere “intrecciando assieme” (cum-plexus) cose che a volte si ha interesse a tenere separate, irrelate, caleidoscopiche, riparate dall’atteggiamento critico. E’ anche questa una delle declinazioni della “sfida della complessità”, forse quella che oggi ha più di ogni altra una pressante urgenza[12]: tornare a pensare su come pensiamo.

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[1] Nel 2008, The Times Literary Supplement incluse The Two Cultures e la rivoluzione scientifica nella sua lista dei 100 libri che più influenzarono il discorso pubblico occidentale dopo la Seconda guerra mondiale.

[2] https://en.wikipedia.org/wiki/The_Two_Cultures . La tematica è poi echeggiata nel celebre saggio di I. Prigogine ed I. Stengers, La nuova alleanza, Einaudi, 1981, cap. 3. In quello che ormai è un classico del pensiero complesso, la divisione viene oltretutto letta anche come radicata in due scienze la fisica e la biologia o per lo meno a partire dalla fisica newtoniana e la chimica-fisica dei tempi di Diderot (se non prima). Il concetto di “nuova alleanza” tra l’altro, elaborato in mentalità continentale risulta più dialogico di quello di terza cultura di area anglosassone.

[3] http://science.sciencemag.org/content/279/5353/992.full

[4] K. Pickett, R. G. Wilkinson, La misura dell’anima, Feltrinelli, 2009. Ora in libreria una versione aggiornata, stessi autori, “L’equilibrio dell’anima” Feltrinelli, 2019.

[5] E. Mayr, L’evoluzione delle specie animali, Einaudi, 1970 voll I-II

[6] Si potrebbero fare molti esempi ma a titolo generale: https://www.iltascabile.com/linguaggi/morte-della-filosofia/ .

[7] Lista completa qui: https://www.edge.org/people  o anche con inquadramento più ampio sulla testata, qui: https://en.wikipedia.org/wiki/Edge_Foundation,_Inc.

[8] http://www.moebiusonline.eu/fuorionda/Brockman.shtml . La teoria della conoscenza complessa ha di sua vocazione, approcci inter-multi-transdisciplinari.

[9] L’auto-presentazione della “filosofia” del  sito:  https://www.edge.org/about-edgeorg.

[10] https://www.internazionale.it/weekend/2015/05/23/sette-brevi-lezioni-di-fisica-rovelli

[11] E. Morin, opere varie a partire da “La conoscenza della conoscenza” (Feltrinelli, 1993) ma in versione più condensata eppure efficace in “La testa ben fatta” (Cortina, 2000)

[12] https://link.springer.com/article/10.1007/s40309-017-0126-4?fbclid=IwAR0ABau7PjK_vrwbzBBSeqbDYmX-gr1NLfppbZ63g2j1_bgqRg4SE5tB9L4

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INVITO A RAGIONARE.

Dopo il festival di Sanremo ma prima del festival di Cannes, si terrà a Roma, nel secondo week end di maggio, l’inaugurazione della decima edizione del Festival della complessità. Gli amici del comitato promotore a cui quest’anno do una mano, mi hanno chiesto di tenere per un mesetto il blog collegato all’iniziativa che durerà poi tutta l’estate con molti incontri organizzati in tutta Italia.

Apriamo quindi il percorso di avvicinamento a quel primo incontro con questo post che verte su una cruciale questione relativa non a questo o quel pensiero o sistema di pensiero, ma su come componiamo i pensieri in genere. Pensare è sempre pensare a qualcosa ed è attività talmente istintiva che pensiamo tutti di poterlo e saperlo fare, siamo tutti esperti nel pensare ricevendo in eredità la funzione dalla lunga storia del nostro genere Homo, viepiù se sapiens.

Pensare a come pensiamo è una di quelle situazioni riflessive (la cosa applicata a se stessa che comincia dalla coscienza di avere coscienza) che apre un mondo diverso, non quello che vede noi alle prese con le cose del mondo, ma noi alle prese con noi stessi. E’ attività poco divertente o meno divertente che non pensare a questo o quello e poi buttarsi a capofitto nella polemica con chi la pensa diversamente, un po’ come la scuola guida rispetto al viaggiare verso una meta.

Alle volte però è necessario perché non sempre come facciamo le cose produce di per sé la miglior soluzione. Apriamo dunque con l’invito a pensare le cose “nel loro complesso”. Ma cosa significa pensar la cosa nel suo complesso?

Eccovi l’articolo sul sito del festival: qui

NEL SUO COMPLESSO.

Stavo leggendo in questi giorni un vecchio e molto citato saggio addirittura del 1917, forse più citato che letto, di fisica-biologica: “Crescita e forma” di D’Arcy W.Thompson[1]. D’Arcy è, a volte, citato in letteratura della complessità poiché tende a leggere cose biologiche in senso morfologico evidenziando i vincoli di quella struttura che poi è l’organizzazione di un sistema. Egli stesso è il fondatore della morfogenesi poi molto influente per il successivo sviluppo della biologia dello sviluppo e quindi degli sviluppi “evo-devo” (Evolutionary Developmental Biology) dell’evoluzionismo. Vi sono gradi di parentela tra morfogeni, teoria dello sviluppo e teoria delle catastrofi di René Thom, una delle teorie ausiliarie del programma di ricerca del pensiero complesso. L’opera di D’Arcy, ha sollecitato dai biologi J.Huxley e C.H.Waddington (epigenetica) ad Alan Turing, dallo strutturalista C. Levy-Strauss a molti architetti ma anche il paleontologo S. Jay Gould e la sua idea degli equilibri punteggiati. Da ultimo l’ho trovato ampiamente citato in “Scala”, Il libro di Geoffrey West  a lungo direttore del Santa Fe Institute[2], fucina del pensiero complesso di taglio scientifico, che tenta il varo di una nuova scienza “della crescita, dell’innovazione, della sostenibilità” degli “organismi, delle città, dell’economia e delle aziende”, programma tipicamente inter-disciplinare, quindi complesso.

Per certi versi, D’Arcy, potrebbe esser scambiato per un riduzionista poiché sembra disinteressato a gli specifici della chimica e di buona parte della successiva biologia o degli apporti altrettanto limitanti della stessa termodinamica, riducendo molto del biologico alla fisica con corredo di geometria e matematica. Per questa sua tendenziale riduzione, D’Arcy è anche andato in parziale conflitto con molti darwinisti poiché nei suoi casi di studio sembra dire che molto delle forme e dei loro cambiamenti, nel vivente, sottostanno in primis a semplici leggi fisiche, sono cioè vincolati. Ci sarà poi pure adattamento, eredità ed evoluzione, ma dentro confini di possibilità ben definiti. Evidenziando vincoli di struttura, in effetti non nega un ruolo successivo delle dinamiche classiche dell’evoluzionismo, sottrae però a queste l’onnipotenza descrittiva ed esplicativa. Non è quindi esattamente un riduzionista, semmai svolge dialetticamente un ruolo di ampliamento del riduzionismo genetico che tutt’oggi ha una certa diffusione.

Nel penultimo capitolo dove s’avvia ad andare più vicino alla polemica con i “darwinisti ortodossi”, il penultimo paragrafo ha il semplice titolo: “L’animale nel suo complesso”. Sarà che stavo proprio scrivendo di complessità per un nuovo libro, ma questa semplice espressione “nel suo complesso” mi è sembrata illuminante, espressione che è tutt’altro che strana usandola noi tutti nel linguaggio comune. Eppure, quante volte davvero pensiamo l’oggetto, il fatto, la relazione tra testo e contesto, nel “loro complesso”?

D’Arcy ha gioco facile a ricordare a gli evoluzionisti che “Quando analizziamo una cosa in parti separate, tendiamo a dare a queste una eccessiva importanza, esagerandone l’apparente indipendenza, nascondendo a noi stessi (almeno per il momento) l’integrità essenziale dell’insieme composto[3]. Si noti il linguaggio molto razionale e tutt’altro che mistico, non si tratta di un appello di principio all’olismo, si tratta di nudo realismo. Quel “Esagerare l’indipendenza”, ad esempio, è isolare singoli fatti o singoli temi letti da singole discipline e poi imbastire quelle tanto assurde quanto voluminose polemiche da dibattito pubblico o specialistico in cui non stiamo discutendo le cose ma solo il come ragiona il nostro avversario.  Dargli “troppa importanza” e non mediarli nelle relazioni ontologiche che hanno, è descrivere cose senza le relazioni, nascondere a noi stessi la complessità intrinseca delle cose anche se solo “per il momento”. Ma questa riduzione momentanea, purtroppo poi diventa definitiva. In fondo lo sappiamo che stiamo ritagliando un batuffolo da una nuvola, ma poi ci dimentichiamo colpevolmente di questo atto di ritaglio e pensiamo davvero esistano i batuffoli.

Aggiunge D’Arcy: “Dividiamo il corpo in organi, lo scheletro nelle ossa …” e tra l’altro l’autore aveva da poco dato una efficace descrizione scientifica di come le singole ossa non possono comprendersi per forma e generazione se non collegate nel sistema scheletrico, ma precedentemente aveva anche dato una efficace immagine di straniamento che lui provava quando, nei musei di storia naturale, vedeva gli scheletri degli antichi animali ricostruiti tutti assieme ma senza i muscoli. Nessuno scheletro si terrebbe in piedi o si muoverebbe o mai sarebbe neanche esistito se non in accoppiamento ai suoi muscoli. La stessa logica della lunghezza delle ossa, il loro connettersi a tondeggiarsi, il loro frazionarsi in segmenti minuti, non può esser compresa come fossero pezzi di puzzle creati prima del puzzle stesso.

Ed ancora ed a proposito della, allora da non molto nata, psicologia “… sappiamo benissimo che giudizio e conoscenza, coraggio o gentilezza, amore o paura non hanno esistenza separata ma sono in qualche modo manifestazioni o coefficienti  immaginari di una totalità estremamente complessa[4]. Vengono in mente certe assurde trattazioni della prima sociobiologia o di certi autori best-seller di psicobiologia. Allora perché lo facciamo, se “… il ponte viene smontato non è più un ponte e tutta la sua forza è finita”, quindi perdiamo la sua stessa ragion d’essere? Perché lo facciamo se la sua stessa “utilità” derivata dalla forma nel suo complesso, ci diventa incomprensibile?

Secondo D’Arcy Thompson i singoli aspetti, le parti, “Possiamo studiarli separatamente, ma è una concessione alla nostra debolezza e ristrettezza di visione delle nostre menti” ed ancora “sono entità separate soltanto nel senso che sono parti di un tutto che quando perde la sua integrità composita cessa di esistere”. Lo scozzese poi cita Aristotele[5] che molti ignorano essere l’origine di quel pensiero attribuito poi a Christian von Ehrenfels, padre della psicologia della Gestalt, che recita: “Il tutto è maggiore della somma delle parti” (1890), per molti versi il manifesto di sviluppo dell’intera cultura della complessità.

Ecco il punto, sapere di non sapere è sapere che l’oggetto travalica di molti gradi le nostre capacità mentali, è una lezione di modestia (o quantomeno contenimento della hybris) ma anche di realismo conoscitivo che tanto più accettiamo tanto più ci apre ad un futuro sviluppo del pensiero complesso. A volte questo problema del tanto da conoscere in rapporto problematico al poco delle nostre facoltà conoscitive,  prende la stereotipata forma del realismo delle cose che ci sono pragmaticamente da fare. Conflitto tra un presunto realismo che si accontenta di una qualsiasi riduzione pur di portar risultati concreti ed un vago idealismo della conoscenza perfetta che preme per aumentare a dismisura i livelli di conoscenza inseguendo l’indomabile complessità. Ma non è così, “adeguare intelletto e cose”, per molti casi che non quelli relativamente più semplici che abbiamo selezionato nei primi quattrocento anni della nostra avventura scientifica, tecnica e più in generale conoscitiva moderna, è capire la cosa nella sua realtà e la sua realtà è la sua completezza.

La cultura della complessità, classicamente, denuncia questa riduzione che nasce provvisoria e diciamo con limitati intenti “operativi”, ma che poi -per necessità cognitive, ma anche per precise scelte culturali- scambia l’oggetto irrelato per l’oggetto in sé, e lo fa proprio in tradizione con queste idee che D’Arcy sottolineava del 1917, un secolo fa.  Prima lo aveva fatto von Ehrenfels nel 1890, poco prima anche l’ontologo Alexius Meinong a cui si deve il termini “complessione”, allievo come von Ehrenfels , Husserl, i primi logici polacchi[6] e lo stesso Freud, del filosofo e psicologo Franz Brentano, strenuo aristotelico ontologico. Ma si potrebbe anche retrocedere al Goethe di “E’ possibile scomporre il vivente nei suoi elementi, ma non ricomporlo da questi e ricreare la vita” e forse ancor prima, poiché questa era obiezione già posta da G. B. Vico a Cartesio.

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Passando dall’archeologia dei concetti all’attualità, chi come noi opera dentro e per lo sviluppo di una cultura della complessità che unisca gli apporti scientifici a quelli umanistici ripristinando una teoria della conoscenza[7] generale che non sia solo epistemologia e che parta da una ontologia sistemica, dovrebbe farsi carico di questi problematici aspetti della riduzione. Lo sviluppo delle scienze cognitive, ci dice che quella riduzione ha ragioni oggettive per tentar di far entrare il vasto mondo o gli oggetti e i fenomeni nel “loro complesso” nella nostra singola, ristretta mente. I tavoli inter-multi-intra disciplinari, già tradizione di questa cultura ai tempi della Conferenze Macy (anni ’50) o dei tentativi di von Bertallanfy di istituire cattedre inter-disciplinari nelle università canadesi, possono espandere questa ristretta riduzione ma rimane il problema che un gruppo umano non è dotato di un singolo “Io penso” in grado di produrre un sintetico pensiero intenzionale. Come dicono gli inglesi, “un cammello è un cavallo disegnato da un comitato”, va bene il sistema pensante auto-organizzato ma dovremmo anche evolvere quel sistema nelle singole menti, pur nei limiti delle nostre limitate facoltà pensanti. La riduzione nonn va solo denunciata, è un problema oggettivo da risolvere.

Per far questo, occorrerebbe quindi inoltrarci più a fondo sulla strada delle sintesi, delle sintesi di sintesi, della produzione funzionale e non esibizionistica di nuovi concetti (evitando i “post” e l’ultra-aggettivazione), di metodi plurali che tuttavia -alla fine- pervengono ad una forma di pensiero singolare, una per ogni pensante e quindi di nuovo plurale da sintetizzare ancora in un processo ricorsivo che non ha limite finale. La “sfida della complessità” è la sfida alle nostre facoltà e modalità conoscitive, a volte un po’ troppo sazie e celebrate a seguito dei primi successi di questi ultimi quattro secoli. All’inizio le cose sono sempre più semplici, e quando ci si inoltra nella “selva oscura” dell’intessuto assieme, che si smarrisce la diritta via e noi -oggi- siamo proprio alla soglia di quell’inferno.

Proprio di questi confusi tempi in cui sembra che il nostro mondo stia affogando in un inquieto oceano mosso di complessità crescente, dovremmo farci carico di tornare a pensare a come pensiamo, più che partecipare alla rissa quotidiana delle opinioni estreme che agita il dibattito pubblico, a volte anche quello specialistico, più per nevrosi che per costrutto. Cosa ci serve per sviluppare modi di pensare che trattino cose e fenomeni “nel loro complesso”?  Apriamo il dibattito in vista della decima edizione del nostro Festival di maggio.

[1] D’Arcy W. Thompson, Crescita e forma, Bollati Boringhieri, 1969-2016 su edizione rivista di Tyler Bonner del 1961, Cambridge University Press

[2] G. West, Scala, Mondadori, 2018

[3] Op. cit. p.284

[4] A tale riguardo, utile la lettura di Jaak Panksepp, Lucy Biven, Archeologia della mente, Cortina Editore, 2014

[5] Aristotele, Metafisica, H 5/6, 1045 a9-10. L’esatta  formulazione aristotelica è “… l’intero è qualcosa di più delle parti”.

[6] Tradizione poi di lungo sviluppo in cui incontriamo quel Jan Łukasiewicz che è tra i pochi ad essersi avventurato nella discussione “Del principio di non contraddizione in Aristotele” (Quodlibet, 2003). Ma da cui deriva anche quel Stanisław Leśniewski che, negli anni ’30, inaugura una nuovo campo di studi di logica, la mereologia, che A. Varzi definisce “delle relazioni della parte al tutto e da parte a parte con un tutto”.

[7] Si veda il terzo volume del Metodo di E. Morin, La conoscenza della conoscenza, Feltrinelli 1993

 

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LA FUNZIONE DEL PENSIERO COMPLESSO NELL’ERA DELLA COMPLESSITA’

Credo che il prossimo sarà il secolo della complessità.

S. Hawking, 2000

 

L’intero è qualcosa di più delle parti.

Aristotele, Metafisica, IV secolo a.e.v.

 

Il semplice è sempre falso, ciò che non lo è, è inutilizzabile.

P. Valery

 

La cultura della complessità si è sviluppata in Occidente a più ondate a partire dal dopoguerra e piano piano, si è ampliata a praticamente tutti i campi di studio nei quali di declina la nostra conoscenza, dalla fisica alla metafisica, passando invariabilmente, seppur con adattamenti specifici, dalle scienze dure a quelle umane ai saperi umanistici. Per questo la chiamiamo “cultura”, perché non è un paradigma specifico di una disciplina che vuole colonizzare le altre, ma una impostazione generale del pensiero umano qualsiasi sia l’oggetto che si dà. Ovviamente se il pensiero ha sentito questa esigenza riformista è perché i suoi oggetti hanno reclamato analisi e comprensioni adeguate alla loro natura, natura che si è disvelata nel tempo. Gli stessi oggetti (atomi, molecole, cellule, organi ed organismi, individui e loro relazioni sociali, economiche, culturali e politiche, financo stati o forme di civilizzazione, ecologie, linguaggio, storie e narrazioni e molto altro), dopo esser stati trattati per molto tempo secondo certe forme standard del pensiero moderno, ci hanno mostrato lati del loro essere statico e viepiù dinamico, che chiamavano forme più ampie di analisi ed interpretazione.

Ad esempio, non sempre è possibile o utile ridurre una cosa o un fenomeno al sottostante, le cose o i fenomeni sono il risultato di tutte le parti tra loro in relazione che le compongono così che, come già aveva intuito Aristotele “L’intero è qualcosa di più delle parti”. Non sempre si può esser precisi in forma determinista, negli inquadramenti generali è preferibile rimanere al livello che diciamo “grana grossa”, facendo ipotesi statistiche e probabilistiche. Non sempre le cause sono della stessa intensità degli effetti, spesso le cause sono plurali ed i loro effetti possono retroagire sulla stessa causazione. I testi prendono significato diverso se messi in relazione ai contesti, il tempo – la storia – dell’esistenza di un oggetto o di manifestazione di un fenomeno è importante e spesso ha radici molto lunghe mentre altre volte il cambiamento avviene in tempi molto brevi, a salti. Oggetti e fenomeni spesso possono esser di pertinenza di diversi campi di studio, dicotomie utili inizialmente al pensiero per distinguere rischiano nel tempo e nella realtà di diventare opposizioni intrascendibili al variare delle condizioni in cui sono state originariamente pensate. Le “cose” sono importanti ma lo sono anche le relazioni interne/esterne che le compongono, spesso entità particolarmente complesse emergono proprio da questa rete di relazioni e la loro stessa complessità macro, emerge da regole di relazioni tra le sue parti molto semplici. Tutte le forme biologiche sottostanno al vincolo adattivo ad un contesto che è sempre in cambiamento, ogni essere è in divenire. Questo e molto, molto altro ancora, un condensato dei principali guadagni del recente sviluppo della cultura della complessità che va riferita alla conoscenza umana in generale.

Due impostazioni connotano questa nuova forma del pensiero più di ogni altre.

La prima è che ci siamo resi conto negli ultimi decenni che praticamente ogni oggetto fisico o mentale dato al pensiero, è pensabile e descrivibile come un sistema. Ogni oggetto o fenomeno è scomponibile in parti tra loro in relazione, spesso in relazione reciproca cioè in interrelazione. Vale andando verso il suo interno, come per l’esterno, quello che leggiamo sono sistemi fatti di sistemi e collegati ad altri sistemi in ambienti-contesti-sistemi maggiori. Ogni sistema è al contempo aperto e chiuso, se non fosse perimetrato non si distinguerebbe da ciò che ha intorno, se non fosse anche aperto sarebbe una monade che è un concetto pensabile che però non si rinviene nel mondo reale.  Ogni cosa che diciamo “una” è anche molteplice al suo interno come nelle relazioni che ha al suo esterno. La prima impostazione è quindi ciò che chiamiamo “sistemica”, una rete a volte inestricabile da cui traiamo momentaneamente un oggetto o fenomeno isolandolo dalla sua condizione naturale interconnessa, per leggerlo più da vicino, in forma semplificata ed unificata. Questo è naturale per via dei limiti che hanno le nostre forme cognitive, l’importante è ricordarsi e poi tenere conto che l’atto di estrazione è arbitrario e che la reale natura di ciò che analizziamo è ben più ampia e dipendente da ciò a cui è naturalmente collegato, oltreché influita dalle forme stesse che organizzano la nostra cognizione di osservatori attivi.

La seconda è che sebbene la forma generale della umana conoscenza si sia evoluta per discipline e poi sotto-discipline e specializzazioni che riducono viepiù la dimensione e l’ampiezza di inquadramento  degli oggetti o dei fenomeni, nel suo complesso, il mondo di “tutto ciò che è” non risponde a questa forma. Di per loro, oggetti e fenomeni, vivono intrecciati tra loro e mostrano spesso tanti aspetti quanti sono le discipline in cui decliniamo la conoscenza. L’essere umano, ad esempio, oltreché esser fatto di relazioni affettive, sociali, economiche, politiche, linguistico-culturali, di culto e credenza, storiche o meglio geo-storiche, oltre ad essere tanto emotivo quanto razionale, tanto nel conscio quanto nell’inconscio, volitivo non meno che condizionato, individuale quanto sociale, è fatto anche di DNA ereditato con possibili – casuali – modificazioni, cellule, chimica, elettricità, molecole ed atomi, flussi e stati. L’essere umano è l’oggetto principe di una ampia declinazione che dal fisico arriva al metafisico. La cultura della complessità, lungi dal voler negare l’utilità di separare, ridurre e cercar di determinare ove necessario ed utile, apre parallelamente all’esplorazione del riconnettere, ampliare, comprendere a gran grossa cercando di metterci dentro quanto più e possibile di ciò che è dentro e fuori all’oggetto o fenomeno per ricostruirne la sua “natura intera”.

Sistemica ed approcci multi-intra-inter-disciplinari quindi sono i due assi principali in cui si sviluppa questa cultura che intende completare con un’altra dimensione quella più tradizionale che ereditiamo dai secoli passati.

Negli ultimi decenni, si è viepiù reso evidente a tutti che il mondo complessivamente inteso sta velocemente evolvendo il suo ordine non senza qualche effetto caotico, dove il caos ed in particolare la zona intermedia tra ordine e disordine, è un fenomeno tipico di ciò di cui si occupa parte del pensiero complesso. La ricerca scientifica pura e la sua applicazione in tecniche, dalla quantistica che presto arriverà all’informatica, ai nuovi materiali, all’Intelligenza Artificiale, dalle reti a gli sciami, l’algoritmica e la computazione che evolvono la Teoria dell’informazione nata in ambiente “complesso” non meno che le evoluzioni della Teoria del caos e delle catastrofi, l’ingegneria dei sistemi, i nuovi materiali e la rivoluzione biologica delle genetica e dell’epigenetica, della biologia molecolare e lo studio dei sistemi adattivi, la grande stagione di ricerche sul cognitivo ed il bio-psichico, sono in piena evoluzione esplosiva. Ma lo sono anche certa paleontologia e paleoantropologia, l’ecologia, la sociologia sistemica, l’ economia che fa i conti col Secondo principio della termodinamica e con nuove descrizioni dell’agente dalla razionalità imperfetta, i sistemi manageriali non meno di quelli politici, la nuova scienza delle città, Internet, la geopolitica e le relazioni internazionali, il dialogo inter e multi-culturale, lo studio della storia profonda e della storia davvero mondiale, l’immancabile riflessione filosofica che accompagna sempre lo sviluppo del pensiero umano. Questa esplosione cognitiva sta accompagnando parallela il cambiamento del mondo, in molti casi vi contribuisce. Ma in che direzione il mondo sta cambiando?

Eravamo 1,5 miliardi solo ai primi del secolo scorso ed i 7,5 miliardi di oggi diverranno forse poco meno di 10 tra trenta anni. Nel mondo, erano solo cinquanta gli stati formalizzati al 1950, oggi sono duecento. Sebbene le interrelazioni tra gruppi umani esistessero già nel Paleolitico, non v’è dubbio che dal 1492 in poi, ci siano state progressive ondate di sempre crescente interconnessione e condivisione, cooperazione e competizione, fino all’esplosione delle relazioni commerciali e finanziarie che chiamiamo “globalizzazione” che nella sua precipua forma è fenomeno recente, meno di quaranta anni. Così per l’impianto e diffusione dei media mondiali ed Internet in particolare. Se dall’inizio delle prime forme di società complesse (3000 a.e.v.) al 2003 si è calcolato noi si sia prodotto cinque exabyte di dati, la stessa quantità oggi la produciamo in due soli anni. Per non parlare dello sviluppo dei mezzi meccanici (aerei, navi, treni, veicoli) che oggi ci portano da qui e lì nel tempo in cui ancora solo un secolo fa si andava da una semplice regione non oltre quella immediatamente attigua.

Per certi versi, è la prima volta che ci troviamo a dover pensare l’intero mondo come un unico sistema composto di tantissime varietà componenti (individui, comunità, gruppi, società, popoli, culture e forme di civilizzazione) e molteplici interrelazioni. Altresì, è la prima volta, che la geosfera ci appare con tutti i suoi strati interconnessi, quello della biosfera e la pedosfera, l’idrosfera e la litosfera, già fino alle profondità geologiche e su fino all’atmosfera e financo la magnetosfera e le aperture allo spazio profondo. La proprietà, controllo ed attraversabilità  delle varie porzioni di spazio diventa improvvisamente problematica e più problematico ancora appare il fatto che così tanti esseri umani tutti dediti a forme di economia con un forte impatto entropico, sfidano i limiti certi del Secondo principio della termodinamica e con crescenti problemi di convivenza col resto del “vivente” da cui per altro dipendiamo in senso vitale. Questo complesso mondo materiale ha poi i suoi intrecci col non meno complesso mondo immateriale. Le geo-storie dei vari popoli che hanno tradizioni e forme di pensiero diverse, le grandi religioni sempre in tensione espansiva che ormai hanno esaurito i loro areali geo-storici di nascita e si sovrappongono in molti punti non senza attrito, le immagini di mondo che hanno ancoraggi in tradizioni nate in tempi che avevano caratteristiche molto diverse dal mondo attuale, le ideologie che intese come sistemi di pensiero organizzato non sono affatto morte né moriranno mai visto che ogni gruppo umano ne produce di default, i linguaggi e le logiche che rimangono molteplici. Il mondo umano è materiale non meno di quello naturale ma ad esso somma un intero altro mondo immateriale fatto di cultura e pensiero. Entrambi, stanno sia creando un unico macrosistema strutturale planetario, sia rinforzandosi per reazione nelle loro identità differenti.

In tutto ciò, agiscono i vari sistemi umani organizzati, etnie, popoli, stati, unioni regionali di stati, alleanze militari, plurali forme condivise di civiltà, organismi politici multilaterali, attori economici multinazionali, banco-finanziari transnazionali, network informativi, organizzazioni non governative, gruppi di criminalità organizzata, credenze religiose organizzate. Siamo tutti sempre meno in grado di rintanarci nell’isolamento locale ignorandoci l’un l’altro, siamo sempre più spinti l’un verso l’altro con differenti consistenze, demografie, necessità, desideri, sogni di maggior benessere, una spinta che ci obbligherà a decidere dove e come è possibile cooperare e dove invece si finirà col competere visto che la somma totale di tanta eterogenea volizione eccede di molti gradi la disponibilità di spazio e risorse planetarie che è fissa. Certo la tecnologia ed anche l’apertura allo spazio profondo può un po’ rilassare la pressione tra contenuto e contenitore, ma l’una e l’altra non sono patrimonio dell’umanità, a loro volta sono possibilità in mano ad attori in genere egoisti, giocatori competitivi non benefattori del sistema generale, né arbitri. In più non possiamo avere idea di quanto e per quanto potranno forse allontanare i limiti fisici. Altresì, i livelli di sviluppo tra aree planetarie rimangono asimmetrici e purtroppo lo è sempre più anche la condivisione della ricchezza generale in quell’eccesso di diseguaglianze che sembra ampliarsi in maniera ingovernabile dentro le singole società, soprattutto occidentali.

Delle tante risposte date alla domanda del perché negli umani si è evoluta la facoltà distinguente la specie, cioè la facoltà di “pensare”, la funzione adattativa del pensiero ci sembra la più precisa ed idonea.

È solo grazie alla facoltà pensante che abbiamo smesso di agire su reazione, immaginando vie meno dirette ma più proficue, non immediate ma dilazionate nel tempo, vie poi condivise in gruppo per imitazione e poi per via comunicativa più sofisticata, tra cui l’evoluzione del  linguaggio, dei concetti, dei sistemi di concetti. È solo grazie al pensiero a governo dell’azione individuale ma più spesso collettiva, che abbiamo compensato la mancanza di quelle specializzazioni che però confinano altre specie in precise nicchie e la sottodotazione di armi e prestazioni biologiche. Dalla nascita delle società complesse, “solo” cinquemila anni fa, con l’aggiunta della scrittura, delle religioni, dell’approfondirsi ed il fissarsi delle gerarchie sociali e politiche, su fino alla filosofia e la scienza che affiancarono l’arte e la religione nel tentativo di comprendere il mondo, il sistema di pensiero fatto di immagini di mondo si è ulteriormente complessificato. Sempre però per comprendere il proprio spazio-tempo, tempo che dal XIX al XX e XXI secolo ha visto una vera e propria “inflazione di complessità”, forse non ancora debitamente registrata.

Oggi, viviamo appunto un altro spazio ed un altro tempo, dalla interconnessione tra locale e globale alla metrica di un cambiamento che si è fatto radicale e permanente, nonché accelerato, il mondo è entrato nell’era complessa, la nostra mentalità ancora no.

È anche per questo l’impegno profuso da un manipolo di tenaci a continuare a divulgare le forme del pensiero complesso in Italia, non la forma di un pensiero specificatamente ancorato ad una disciplina, né una forma di pensiero imperialista che vuole prender il posto della famiglia delle divisioni con specializzazioni della varie, necessarie, discipline. Piuttosto dare all’ascissa del sapere cumulato delle discipline propriamente scientifiche, scientifico umanistiche ed umanistiche separate nelle divisioni del lavoro cognitivo, una ordinata sistemico-multi-inter-trans-disciplinare che permetta di fare mappe quadridimensionali degli oggetti e dei fenomeni complessi da cui saremo sempre più circondati, inquadrandoli da più aspetti assieme ai loro contesti. Interpretare un mondo sempre più complesso semplificando, aumenta sensibilmente il rischio di fallimento adattivo e le molteplici sfide che abbiamo davanti mettono in gioco la qualità intrinseca del nostro modo di stare al mondo ed il suo stesso futuro. Di contro, non serve a nulla collassare nella olistica “mistica della complessità”, una qualche forma di ragionevole riduzione va fatta per articolare il pensiero umano che ha limiti di procedura piuttosto rigidi. Si tratta quindi di semplificare gli oggetti del mondo nel pensiero, sì, ma contemporaneamente migliorare le qualità di rappresentazione e analisi di quel pensiero. Mappa e territorio rimangono distanti quanto a risoluzione ma la loro distanza va accorciata, la risoluzione delle nostre mappe va migliorata.

Ancor una volta, il pensiero deve servire all’adattamento ed un’era complessa chiama di necessità un pensiero complesso. Promuoverlo, ampliarlo, strutturarlo, farne sintesi, condividerlo e criticarlo, evolverlo è il miglior impegno intellettuale per chi si sente parte dell’umana avventura su questa palla blu persa nel buio dell’immenso.

L’articolo è stato pubblicato sul nuovo sito del Festival della Complessità – QUI–  che quest’anno giunge alla sua decima edizione. L’evento d’apertura del’edizione 2019, si terrà nel secondo week end di maggio a Roma al Museo d’Arte Contemporanea MACRO]

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LA QUESTIONE SINO-AMERICANA o DELLA LUNGA TRANSIZIONE MULTIPOLARE.

L’articolo dialoga con il libro di G. Allison “Destinati alla guerra” (Fazi editore 2018), un testo ben costruito in termini di intelligenza storico-strategica e con l’ultimo numero della rivista Limes “Non tutte le Cine sono di Xi” (Dic.re 2018).

Mettendo su una retta le traiettorie di potenza della Cina e degli Stati Uniti d’America, come possiamo aspettarci continuerà la storia? Abbiamo tre possibili esiti principali. Il primo è che in onore alla regola data dalla “trappola di Tucidide”, le traiettorie portino al conflitto aperto, la terza guerra mondiale. Il secondo è che uno dei due contendenti imploda come implose l’URSS terminando il bipolarismo della guerra fredda e lasciando campo libero all’altro contendente. Il terzo è che la retta continui il processo per il quale la Cina si affiancherà a gli USA come potenza principale del mondo per poi diventare un polo di tale magnitudo da condizionare l’intero mondo dove “condizionare” non è “dominare”. Diamoci un quadro di contesto ed analizziamo meglio  le tre possibilità.

LA NUOVA ERA COMPLESSA.

Si stima che all’anno convenzionale zero, nel mondo ci fossero 250 milioni di persone. Diventiamo 1.250 negli ultimi decenni del XIX secolo, quasi due millenni per quadruplicarci. Poi, dal 1880 al 1950 raddoppiamo diventando 2.500 milioni. Poi ci triplichiamo nei successivi settanta anni arrivando a gli attuali 7.500 milioni. In questa seconda ondata di crescita, ci siamo quadruplicati non più in quasi due millenni, ma in soli centoventi anni. Negli ultimi settanta anni, si sono anche quadruplicati gli stati, passati in breve tempo da 50 a 200. Negli ultimi quaranta anni, tutti gli stati hanno preso a convergere verso un modello sociale simile basato sullo sviluppo di una economia potenziata da tecno-scienza e capitali e lievitata da scambi internazionali. L’aumento così importante ed in tempi davvero brevi delle varietà ed interrelazioni di un sistema, il sistema-mondo, configura una vera e propria inflazione di complessità, tanto da spingerci a definire la nostra era come nuova ed appunto, complessa.

Dall’inizio di questo tratto di storia, dal 1880 circa, assistiamo anche al formarsi del primo impero-mondo, quello britannico a cui subentrerà prima come leader del sistema occidentale, poi dopo le due guerre non a caso dette “mondiali” come leader mondiale, gli Stati Uniti d’America. La storia del’avvicendarsi delle leadership del sistema economico occidentale che si riverbera poi in potenza geopolitica così nitidamente descritte da G. Arrighi[1] sulla scorta della prima sistemazione fatta da F. Braudel, da Genova-Venezia alle Province Unite, da queste alla Gran Bretagna e da questa a gli USA, vede sempre sfidanti tendenzialmente più grandi, demograficamente parlando, dei detentori di leadership. Il grande subentra al piccolo sembra dire la regola basata su sempre più ampie platee di produttori-consumatori che lievitano la ricchezza da trasformare in parte in potenza militare.  Siamo sempre a regole, non leggi, ovviamente.

Nel dopoguerra, gli USA si assestano come stella principale in un sistema binario con la stella di minor massa sovietica e come nei sistemi binari, esercitano una forza dissipativa costante fino a far implodere il sistema minore. Risolto il condominio geopolitico, si dedicano subito ad ampliare il sistema economico e finanziario mondiale di cui sono perno, globalizzando il sistema. Nel 1989-’91 collassa l’URSS, nel 1994 si inaugura il WTO. Mossi dall’intenzione di dar condizioni espansive alla loro economia ed alla loro finanza (questo “loro” in molte analisi che usano come unità metodologica l’astratta entità del “capitalismo”, è poco notato, ma tutto ciò che chiamiamo globalizzazione è precisamente definito in una decalogo che si chiama “Washington Consensus” e del resto le sue necessarie formulazioni giuridiche applicate ed imposte all’IMF e WB, nonché WTO sono state promosse e contrattate tra stati, non tra “capitalisti”), gli americani permettono ad una entità fuori radar dotata storicamente della massima demografia planetaria, la Cina, di convertirsi al modo economico di cui tengono saldamente le redini. Nel 2001, la Cina entra nel WTO.

Ma applicando condizioni simili a sistemi di massa diversa, prima o poi s’impone il sistema più massivo. Capita così che la Cina rispetto al 1980 oggi non sia più il 7% dell’economia USA ma approssimativamente il 66%, due terzi e l’ha già superata se il Pil si conta a parità di potere d’acquisto (PPA). La Cina cresce oggi sopra il 6%, gli USA a stento intorno la 2%. La Cina è iscritta naturalmente in un sistema asiatico che colletta il 60% della popolazione mondiale ed è sua volta in crescita, gli USA in un sistema occidentale che pesa sempre meno. Le importazioni cinesi sono due terzi di quelle americane ma il 50% in più sono le esportazioni essendo ormai la Cina il principale partner commerciale per ben 130 paesi. Le riserve cinesi che quaranta anni fa erano il 16% di quelle americane oggi sono il 3.140%. La Cina è leader in moltissime produzione sopratutto industriali, è il più grande consumatore del mondo, è il motore principale dell’economia mondo ed è leader quantitativo nel sistema delle conoscenze STEM (scienza, tecnologia, ingegneria, matematica), nonché nel numero di domande di brevetto. La forza militare è ancora profondamente asimmetrica in favore USA ma si sta lentamente riequilibrando, il dollaro è ancora saldamente al centro del sistema mondiale ma dalla composizione del basket valutario IMF ai nuovi future sul petrolio, alla percentuale di presenza nelle riserve per chi fa affari con i cinesi, lo yuan crescerà di peso in modo naturale. Il soft power cinese è molto limitato ma quello americano è in declino verticale anche per aperto auto-sabotaggio da parte della nuova amministrazione. Quello cinese poi, quando si presenta sotto forma di prestiti a tasso contenuto e tempi dilazionati o investimenti esteri, sarà meno glamour di Hollywood ma forse è anche più convincente.

In forme lineari, la traiettoria cinese, promette di superare quella americana nei punti in cui ancora non l’ha fatto, in alcuni casi a breve (2020), altri a medio (2030), definitivamente e per tutti gli item fondamentali al 2050 se non prima.  La crescita di potenza complessiva cinese, sfida la leadership americana, non c’è alcun dubbio a riguardo. Altresì, è la prima volta che l’ambiente di contesa è davvero “mondiale” ed è la prima volta che il mondo è così denso (7,5 mld di individui per 200 stati tutti votati all’economia di mercato) ed è la prima volta che i soggetti coinvolti -non solo i due principali-  sono tanti e rappresentano altrettanti potenziali poli. Per la prima volta quindi abbiamo un vero “sistema-mondo”, nel quale si affacciano diversi attori che ruotano in danza multipolare intorno alla danza binaria sino-americana che può collassare in guerra o dissipare l’uno in favore dell’altro o rimanere il nuovo centro gravitazionale del sistema-mondo per i prossimi decenni.

LA TRAPPOLA DI TUCIDIDE.

Formalizzata da uno studioso americano, Graham Allison[2], il concetto è tratto da una considerazione di Tucidide fatta nel racconto della Guerra del Peloponneso, per la quale la traiettoria dell’ambizione di Atene, incrociando i timori di perdita di condizioni di possibilità per il sistema di Sparta, portò alla guerra catastrofica. Furono i due “sistemi” e non solo i due perni ad esser coinvolti nello scontro. Sebbene pacificati con gli spartani in un trattato, gli ateniesi non poterono fare a meno di venir coinvolti in attriti con due alleati di Sparta (Corinto e Megara) e questa non poté fare a meno di sentirsi minacciata nel suo sistema che si basava sul controllo delle vaste piane del Peloponneso ovvero il sistema degli iloti tributari a Sparta. Allison ne trae uno schema di dominante vs sfidante che ritrova ripetuto in sedici casi di cui dodici con conflitto e quattro no. La guerra come esito finale dell’incrocio tra le due traiettorie non è quindi legge ma regola variabile a condizioni. Sul piano delle metodologie e dell’epistemologia specifica dell’argomento, ci sarebbero da fare lunghi discorsi sulla costruzione del modello di Allison ma non siamo qui per questo, siamo qui solo per scrivere un articolo a grana grossa sul problema posto dal titolo.  Tale problema dice che, al di là della consistenza del modello “trappola di Tucidide”, se un secondo in ascesa e con ampie possibilità nel suo futuro, tende ad incrociare la traiettoria del dominio di un primo, questo avvertirà come oggettiva o potenziale la restrizione delle sue comode condizioni di possibilità.

Nei quattro casi di contesa non sfociata in guerra, tre non sembrano dirci poi molto secondo l’invito dello stesso Allison a sviluppare un nuovo metodo di Storia applicata. Poche le analogie, molte le differenze. Quello che invece riguarda la guerra fredda tra URSS ed USA qualcosa ci dice sebbene in quel caso la sfida fosse geopolitica-ideologica mentre l’attuale è geopolitica-geoeconomica ed i quadri di contesto siano radicalmente difformi. In quel quadro, comparve già all’inizio (anni ’50) la famosa Mutual Assured Distruction, quella posizione che annulla i principi del vantaggio e della prevalenza militare in base ad armamenti atomici che rendono la risposta, altrettanto devastante del primo attacco. Le teorizzazioni sul “first strike”, un primo attacco talmente devastante da inibire ogni facoltà di risposta dell’avversario, rimangono meramente teoriche in quanto chi può mai sapere effettivamente dove il nemico tenga tutte le sue carte da gioco? Errori di calcolo in questi giochi si prestano a risultati rovinosi al punto da rendere inutile lo stesso calcolo del rischio. Nel caso di Cina ed USA si potrebbe teorizzare un conflitto tradizionale e limitato sulle cui forme di dilettano gli analisti, ad esempio come molti hanno ipotizzato, nel Mar Cinese Meridionale o Orientale, innescato via Giappone, Taiwan o Coree, ma USA ed URSS hanno sempre evitato con attenzione il confronto militare diretto pur limitato poiché esso si sa come inizia ma si sa anche come finirebbe, la scalata a gli armamenti è logica inesorabile in questi casi. Strategicamente, data la straordinaria lunghezza della catena logistica americana, un conflitto “tradizionale” voluto nei mari cinesi non avrebbe semplicemente senso. Solo un “confitto per caso” acceso per imperizia e fondamentalmente non voluto davvero da nessuno dei due contendenti potrebbe esser terminato presto con un sostanziale pareggio, almeno in teoria. In pratica, stante lo stato dei rapporti, darebbe via a sequenze interminabili di accuse e controaccuse e deterioramento dei rapporti foriero magari di una seconda scintilla[3].

Il caso “conflitto atomico” vedrebbe la Cina duramente colpita vista l’altissima densità abitativa che ha, e perdurantemente devastata visto il fall-out. Gli USA forse avrebbero meno danni ma difficile immaginare una dirigenza politica che nel XXI secolo sopravvive a tale onta. Al di là della meccanica esibita e di quella sotterranea, al di là delle capacità narrative di gestire il fatto, stante che i cinesi staranno ben attenti a dare sempre feed-back negativi alle provocazioni americane, uno scontro atomico USA-Cina sarebbe responsabilità oggettiva degli americani poiché sono loro presenti nei mari cinesi ovvero dove non dovrebbero stare e sarebbe impossibile da gestire in termini di soft power anche non tenendo quest’ultimo più in gran conto. Per non dire degli effetti economici catastrofici negli USA e nel mondo che a quel punto supererebbe la sua inerzia rifondandosi in forme multipolari istituzionalizzate (fine dell’UN, IMF, WB per come li conosciamo) e segnando così la fine del dominio americano, comunque. Come detto, quel conflitto i cinesi non lo vogliono e cercheranno di evitarlo in tutti i modi, incluse risposte asimmetriche alle eventuali provocazioni apertamente belliciste americane. I dodici esempi di potenziale conflitto poi trasceso che cita Allison vedevano sempre tutte le parti in causa pronte all’evenienza. La guerra si fa almeno in due e nelle intenzioni cinesi, non ci sembra questo il caso, anche ricordando l’impostazione millenaria della sua cultura strategica che è lenta ed avvolgente, piuttosto che rapida e percussiva.

IMPLOSIONE CINESE e WISHFUL THINKING.

Analisti americani, da molto tempo, scrutano le contraddizioni interne ed esterne alla Cina per vedere se possibile la sua frantumazione nella più classica applicazione del divide et impera del codice imperiale. Le due faglie che di solito attraversano gli stati, soprattutto quelli grandi, cioè etnie e religioni, non sembrano disponibili da chi mai pensasse di usarle per disordinare la Repubblica popolare. La religione non è mai stata oggetto di contesa sociale in Cina, il sincretismo è la sua vocazione secolare, i cinesi annettono e mischiano tutto, un po’ come fanno in cucina. Quanto alle etnie, l’etnia “han”, conta più del 90% della popolazione, le altre sono frantumate in più di 50 ceppi quindi ognuna di esse è composta da troppo pochi individui. Alcuni di questi, i Tibetani o gli Uiguri, sono in effetti parzialmente ribelli ma da tempo, risultano annegati in processi di sinizzazione che hanno trasferito ingenti quote di popolazione han nei due stati periferici. In più, c’è la “repressione alla cinese” che lascia ben poco spazio all’eventuale ribellione. L’etnia han, invero, è ben meno omogenea di quanto qui da noi denoti il termine “etnia”, ma non sembrano esserci comunque gli estremi per una sua manipolazione divisiva.

Rimane la ribellione sociale. L’ultimo numero di Limes “Non tutte le Cine sono di Xi”, affronta da più punti di vista, i nodi potenzialmente critici della condizione cinese. C’è la faglia città-campagna, l’eventuale scontento della nuovo borghesia costiera arricchitasi col commercio ed ora in possibile sofferenza per una eventuale contrazione economica oltretutto forzata dalla politica dei dazi di Trump, il malumore di quella che ha perso soldi nei saliscendi di Borsa. C’è il paventanto-auspicato scoppio della bolla immobiliare e di quella del debito privato, nonché un sistema bancario opaco che si troverebbe messo peggio del dichiarato. Gli epurati ed i perdenti della recente riforma dell’Esercito Popolare potrebbero meditar vendetta. Gli imprenditori privati preoccupati dalla svolta statalista di Xi e gli epurati dal partito nella recente ri-sistemazione delle cariche e dei processi anti-corruzione, masticano amaro. Limes sembra molto ligio a dare elenco di tutti i mantra tipici dei report classici (classici perché sono tutte cose su cui i think tank americani scrivono da tempo) di Washington. Analisi acute e taglienti o wishful thinking?

Da una parte indubbiamente, il rallentamento dell’economia planetaria che non sembra occasionale a cui si aggiunge il rinnovato contrasto attivo degli Stati Uniti by Trump, rappresentano un problema. Il problema principale è che la Cina è da pochi decenni in “crescita”, questo ha spianato tutte le contraddizioni sociali e soprattutto, ha permesso la diminuzione del divario di ricchezza e possibilità tra la Cina ancora povera e quella affluente. La crescita, continua a spianare anche altre contraddizioni come i costi di welfare e di invecchiamento della popolazione e soprattutto prelude allo scatto necessario ovvero il superamento della soglia critica oltre la quale s’innescano i processi di autocombustione interna per i quali la Cina possa sostenersi per consumi interni e non più solo per le performance nell’export. Il cosiddetto e fin troppo recentemente sottolineato rallentamento dell’economia cinese non pare essersi effettivamente ancora prodotto o meglio, pare ancora contenuto e per altro naturale visto che non è più una economia da 2.000 mld di Pil (2005) ma da 12.000 mld, e certo a  quel livello non si cresce più del 10% annuo. Nei prossimi anni però, gli effetti del contrasto americano che della stagnazione mondiale potrebbero pesare.

Dall’altra, commentammo già al tempo dell’ultimo congresso del PCC che ha incoronato leader eterno e plenipotenziario Xi Jinping[4], che l’intera manovra connessa a questa svolta, sembrava preludere ad una lucida lettura dei futuri mutamenti (analisi dei mutamenti su cui si basa la più antica scrittura classica cinese, l’Yi JIng e che è un vero e proprio standard di quella millenaria cultura) con visione giustamente preoccupata. Era in vista di queste turbolenze annunciate che il sistema si irrigidiva al vertice dandogli non solo tutti i poteri ma sopratutto il tempo (la leadership a vita per un uomo che ha 65 anni), la materia prima necessaria ad ogni complessa transizione. La Cina, oggettivamente, è cresciuta ovvero cambiata, radicalmente ed in maniera mostruosa, in troppo poco tempo. E’ quindi ovvio che sia per gestire le già accumulate contraddizioni di un processo così massivo ed impetuoso, sia in vista delle ulteriori che si son previste possibili in base allo scenario predetto, la struttura ordinante del partito e la sua forte connessione ad un vertice longevo e plenipotenziario, siano state le due mosse fatte per attraversare i marosi dei tempi a venire[5]. Questo ovviamente non dice se la risposta sarà adeguata alle problematiche, dice solo che la leadership cinese sembra realisticamente ben consapevole dello stato delle cose e sembra avere una strategia per affrontarlo.

Di base, si consideri che la storia della Cina, dalla fondazione del primo impero formale (Qin, -221 a.C.) ad oggi, è stata maggiormente unita e centralizzata che il contrario. A parte i fasti alterni delle dinastie Han, Sui, Tang, dal XIII secolo ad oggi (Yuan, Ming, Qing, Repubblica e Repubblica popolare) la Cina è una ed indivisa. La consapevolezza del fatto che divisi ci si offre all’altrui dominio, vedi periodo del banchetto coloniale euro-giapponese,  è ben chiara a tutti i cinesi.

Quanto ai dissapori esterni, inutile cercar conforto in un presunto destino conflittuale indo-cinese o sino-russo. Il primo è del tutto improbabile per varie ragioni su cui qui transitiamo dopo aver segnalato che a registro storico degli ultimi millenni  risulta solo un conflitto confinario nel 1962 durato poco più di un mesetto per un bilancio di 2000 morti più una recente scazzottata subito sedata[6]. Il secondo si basa sulla corretta considerazione che comunque, essendo Cina e Russia lungamente confinarie, non sono alleati naturali. Di contro, la strategia kissingeriana originariamente attribuita a Trump ovvero un tentativo di staccare la Russia dalla Cina così come Obama-Clinton l’avevano obbligata a porsi di malavoglia, è stata avversata da varie fazioni dello “stato profondo” al punto da impedirne ancora oggi il perseguimento. Alla fine la Russia sembra essersene fatta una ragione, semmai vi avesse posto speranze il che non è affatto detto,  ed ormai sono molti e consolidati i segnali che la pongono in Asia, in un consesso multipolare assieme ad India, Giappone e Cina stessa. Forse non sono veri e propri alleati di ferro ma non ci sembra neanche abbiano seri motivi di contesa, semmai più di ragionata intesa e convergenza nel bilanciare gli USA. In più, hanno entrambi interesse a farsi capofila di una schieramento che reclama la ripartizione multipolare dei poteri mondiali, pretesa che ha del naturale data l’alta complessità raggiunte dal sistema-mondo. Altresì, i paesi ASEAN sembrano oscillare tra affari coi cinesi (e russi[7]) e allineamenti militari con gli americani (il che fa bilanciamento e non rappresenta una minaccia) e così i giapponesi e financo gli australiani.  Fare affari, significa condividere profondi interessi vitali ed il successo del sistema asiatico nel suo complesso è forse oggi, l’obiettivo più condiviso e stabilizzante di questa gran parte del pianeta anche perché ogni leader di ogni stato del sistema ne dipende. Si teme la magnitudo della crescita cinese ma per altri versi vi si dipende e poiché la Cina non ha tradizione di invasione dell’altrui territorio avendo già i suoi problemi a tenere unita la sua imponente consistenza, forse c’è modo di equilibrarsi e far sistema. Applicare gli schemi storici di tradizione europea all’Asia è una di quelle fase analogie che permettono di scrivere molto ma di mondi immaginari.

FAR PACE COL DESTINO.

Allison, ad un certo punto dell’Introduzione del suo libro in cui presenta il problema e gli attori in campo e ripetendo il concetto nelle Conclusioni, dice: “Il ritorno ad un ruolo di preminenza di una civiltà con 5.000 anni di storia e con 1,4 miliardi di persone non è un problema da risolvere. E’ una condizione: una condizione cronica che dovrà essere gestita nell’arco di una generazione”. Questo inquadramento a grana rossa ed essenzialmente realista ci sembra il miglior commento al problema dato. Realisticamente, né ci sembrano più attuali e sensati i vaneggiamenti su un nuovo secolo americano, né ci sembra evitabile la configurazione multipolare e multistrato (con potenze di prima, seconda e terza fascia allacciate in geometrie assai complesse) dell’ordine geopolitico mondiale, né ci sembra probabile la terza guerra mondiale a corso atomico auto-distruttivo, né la sognata  disintegrazione cinese, così come altrettanto probabilmente non c’è alcun crollo immediato della potenza americana. Forse la nostra foga di commento alimentata dai social, dal gran numero di media del discorso pubblico e dalla non abitudine a seguire la storia scambiandola per cronaca, affronta una faccenda complessa e lunga con troppo impeto e desiderio di colpi di scena da serie tv di cui molti si affannano a rivelare un finale cinematografico.

Oltre al contesto economico mondiale che volge alla parziale contrazione e lunga stagnazione ed al gran fermento geopolitico mondiale in cui si affacciano ogni giorno nuovi attori, l’unico dato recente ed interessante di novità, ci sembra la messa in pratica sul serio di quel Pivot to Asia annunciato da Clinton-Obama ma mai davvero praticato da loro bensì da Trump anche se rinominato in versione “Indo-Pacific”. Schivata la ratifica del già avviato TPP che ha dato il via al balletto delle ricontrattazioni delle partite bilaterali con tutti i partner, Trump ha riesumato l’alleanza militare QUAD con India, Giappone ed Australia[8]. Si è dato un gran da fare nell’area coreana[9], ma soprattutto ha iniziato l’opera di sistematica interdizione delle aspirazioni cinesi. Dai dazi ed il continuo bombardamento delle prassi del commercio estero fino all’altro ieri nella fase globale, all’innalzamento di divieti di pascolo per le aziende cinesi nel mercato americano. Da il richiamo delle aziende americane a rimpatriare impianti e bilanci al  contrasto alla Belt and Road Initiative al cui capitolo contribuiscono sia le sanzioni all’Iran, sia in termini più ampiamente geopolitici i nuovi assetti sud americani ed il nuovo NAFTA che dichiaratamente espelle Pechino se non altro dal Nord America, sia la dissuasione verso gli amici europei a lanciarsi in corresponsione di amorosi sensi con gli occhi a mandorla. Dal continuo sfoggio di attenzione navale nei mari cinesi alla recente presa di posizione bipartisan del Congresso per una rinnovata spinta a gli investimenti e sviluppo del militare[10], sino al riarmo giapponese e l’arresto di miss Huawei, più contorno di molti atti minori ma non meno significativi, la strategia Trump appare concreta e multi-dimensionale.  Del resto, che la politica estera del presidente americano avesse in obiettivo primo il contrasto alla Cina era già annunciato in campagna elettorale ma ai tempi, molti erano distratti e non vi hanno prestato molta attenzione salvo oggi domandarsi “chissà cosa bolle in pentola?”. Molte di queste operazioni come il rilancio continuo della spesa militare sul modello “guerra fredda”, dazi, difesa della proprietà intellettuale e rimpatrio della competenze e delle capacità industriali sono simmetriche, tanto più danno fanno alla Cina tanto più tendono a rinforzare la potenza americana, e non solo vs Cina.

Tuttavia, tutto ciò ci sembra normale contenimento, allungamento al più è possibile dei tempi della transizione, “buying time”, sfruttare la posizione ancora forte e potente per ricontrattare con tutti, a partire dagli alleati ed europei, le condizioni di gioco in tutti i giochi[11]. Le variabili in gioco per far previsioni a trenta anni sono troppe, per chiunque. Far sì che quel scarso 66% di dimensione comparata arrivi il più tardi possibile ad 80-90% se non al pareggio effettivo e poi al superamento, è l’ovvia strategia americana in una riedizione del paradosso di Zenone per il quale per quanto veloce corra Achille-Cina, anche se più lentamente, la tartaruga-USA dovrà esser  un passo avanti per più tempo possibile. La profondità strategica della variabile tempo per chi 4 + (forse) 4 anni di mandato e per chi è leader eterno, sono diverse.  Nel frattempo, capire meglio come si ridistribuiranno i problemi del far posto nel consesso mondiale ai cinesi dandogli dei limiti maggiori di quanto gli americani non gli hanno fino ad oggi dato, sarà il secondo obiettivo e qui sul chi pagherà “l’aggiungi un posto a tavola” al consesso planetario, a gli europei dovrebbero fischiar le orecchie.

Il ciclone dell’AI ed i suoi svariati impatti inclusi quelli occupazionali che minacciano di scombinare ulteriormente i già squilibrati equilibri sociali, del controllo sociale elettronico, delle biotecnologie, le nuove frontiere spaziali in cerca di risorse minerali, i difficili adattamenti al cambiamento climatico che sia antropo-causato o naturale, la redistribuzione dei poteri politici ed economici geografici, la nuova divisione internazionale del lavoro, gli allineamenti demografici, i nuovi equilibri finanziari e monetari mondiali, tanti i giochi su i vari tavoli e tanti i giocatori[12]. I due principali si strattoneranno a lungo nelle pratiche del nuovo conflitto multidimensionale di lunga durata che seguirà e determinerà il ritmo della transizione. Se il conflitto Atene – Sparta partì dalla periferia dei due sistemi e stante che il sistema orientale non sembra più di tanto cooptabile o disordinabile, forse gli americani si rivolgeranno ai propri alleati per farli diventare iloti. Ciò che volenti o nolenti dovranno perdere da una parte, pur attivando tutti gli attriti possibili per rallentare il fatale allineamento lungo i prossimi decenni, cercheranno di compensarlo dall’altra.

Sul fatto che gli europei saranno così idioti da diventar loro gli iloti della nuova versione del “polo occidentale” con cui gli USA si apprestano a giocare la futura condizione multipolare, si accettano scommesse.

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[1] G. Arrighi, Il Lungo XX secolo, il Saggiatore, Milano, 2014

[2] G. Allison, Destinati alla guerra, Fazi editore, Roma, 2017. Allison insegna ad Harvard da decenni e tralasciamo le sue varie collaborazioni ai veri istituti di cultura strategica americani. Critiche al suo modello non mancano proprio sul punto di quella Storia applicata che lui promuove assieme a Nial Ferguson, l’accusa è quella di applicare senza variazioni i modelli di storia occidentale al contesto asiatico.

[3] L’ipotesi vagheggiata di una provocazione giapponese non avrebbe senso, il Giappone per quanto intenda riarmarsi, rimane sotto il tiro della linea missilistica di costa cinese ed è comunque sprovvisto di armamento atomico. Sebbene in tempi lontani dediti alle pratiche del suicidio rituale, i giapponesi hanno nella Cina un quinto del loro export ed in quarto del  loro import e sono seduti su una faglia geologica che non gradirebbe percussioni atomiche. Il che non vuol dire certo che non cercheranno -come già fanno- di bilanciarsi quantomeno con gli indiani.

[4] https://pierluigifagan.wordpress.com/2017/10/31/cina-un-fatto-fuori-teoria/

[5] Secondo Allison, è questa la risposta alla domanda che ha a lungo tormentato Xi sul perché fosse crollata l’Unione Sovietica: a) il Partito sempre più corrotto aveva perso legittimità verso la società; 2) aveva riformato l’economia dopo aver perso il controllo sulla società; 3) l’esercito aveva giurato fedeltà alla nazione e non più al partito. Ne conseguiva la riforma dell’Epl, le epurazioni e ristrutturazioni nel PCC, la sua rimessa al centro della società cinese ed ovviamente il riportare tutti i fili del potere nelle sue mani per lungo tempo e con piena libertà di manovra.

[6] Allison, p.248, cita uno studio di T.Fravel secondo il quale, dal 1949, la Cina ha avuto ventitré dispute territoriali che sono in tre casi sono andate a conflitto armato. Oltre la già ricordata vicenda con gli indiani, si registra un attrito confinario con i sovietici lungo il bordo dell’Ussuri nel 1969 (con un numero limitato di vittime) ed uno con i vietnamiti dieci anni dopo, durato solo un mese ed il cui bilancio di vittime è incerto per le stime incrociate viziate da intenti propagandistici. A parte la conquista di un’area davvero limitata nel conflitto con l’India, gli altri due si sono risolti con un equo “status quo ante bellum”. L’intervento in Corea del Nord ai primi anni ’50 va rubricato nella normali reazioni all’invasione di vicini amici. Anche in questo caso l’esito è stato poi il ripristino dei vecchi confini al 38° parallelo. La storia in Asia funziona diversamente che in Europa e del resto la geo-storia serve proprio a capire che contesti diversi modulano l’applicazione non di leggi ma di regole flessibili. C’è una deliziosa citazione a chiusura del’articolo del geopolitico cinese Zhang Wenmu nell’ultimo numero di Limes sulla Cina di XI, una citazione di Mao Zedong del 1941, il quale sottolineava che i cinesi dovevano ribellarsi all’idea accademica occidentale che non si può parlare di politica senza il dover citare l’antica Grecia. L’interessante articolo  di Zhang è tutto una confutazione dello schema “trappola di Tucidide”, senza per altro mai citarlo, postura indiretta tipicamente “cinese”.

[7] Secondo SIPRI, tra 2010 e 2017, i russi hanno venduto armi nella zona per 6,64 mld di dollari contro i 4,58 americani. Nel mondo multipolare c’è sempre una alternativa.

[8] https://www.affarinternazionali.it/2018/11/quad-alleanza-indopacifica/

[9] Sull’area coreana, scrivemmo a suo tempo perché mostra in piccolo una novità geopolitica importante in termini di multipolarità. Certo ci sono americani, cinesi, russi e giapponesi a manovrare sulla scacchiera, ma la convergenza forte di interessi reciproci tra Moon Jae-in e Kim Jong-un, sembra esser più forte dei forti spettatori interessati. Nel mondo multipolare, i “pupazzi” diventano merce rara.

[10] http://sicurezzainternazionale.luiss.it/2018/11/14/commissione-usa-strategia-difesa-nazionale-corso-crisi/

[11] Sempre secondo Allison, p. 245, la collezione delle dichiarazioni ottenute da americani a ripetuto contatto con funzionari cinesi, su come loro vedono la strategia americana sarebbero riepilogabile in cinque punti: 1) contenere la Cina; 2) isolandola; 3) provandola a dividere al suo interno; 4) sminuirne il prestigio; 5) tentar di sabotare la sua leadership politica.

[12] Le analisi qui espresse aggiornano ma non modificano quanto dicemmo già due anni fa in: P. Fagan, Verso un mondo multipolare, Fazi editore, Roma, 2017

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