IL CONGELAMENTO DI AGOSTO.

Raccolgo qui una serie di informazioni, articoli, opinioni lette in questi giorni sulla stampa internazionale, per tentare la risposta alla domanda su quanto manchi alla fine del conflitto russo-ucraino. Sviluppiamo il ragionamento in forma ovviamente ipotetica, sebbene riteniamo di aver solide ragioni che limitano il campo delle ipotesi. E la risposta alla domanda è simile a quella data, se ben ricordo, poco tempo fa da un generale ucraino ed altri analisti che indicava agosto come termine dello scontro armato. Perché?

Chiariamo innanzitutto che con “termine del conflitto” intendiamo non la pace, ma la sospensione delle operazioni sul campo, quello che chiamano “congelamento del conflitto”, il conflitto rimane, diventa diplomatico o prende altre forme politiche ed economiche e perde quelle militari. Agosto è la stima del tempo che i russi potrebbero impiegare per prendere territorio dell’est fino ai confini amministrativi pieni dei due oblast del Donbass. Quasi raggiunto l’obiettivo per il Lugansk, manca ancora un bel po’ per il Donestsk. A quel punto, i russi potrebbero vantare appunto tutto il Donbass, la striscia sud fino all’antistante di terra della Crimea, il Mar d’Azov trasformato in un lago russo, la Crimea che già avevano annessa, il blocco navale completo nell’antistante Odessa, Kherson, la centrale di Zaporizhzhia (la più grande d’Europa) e altri annessi.

I russi avevano dato gli obiettivi dell’operazione militare speciale già il 7 marzo in una intervista Reuters a Peskov e da allora sono stati ribaditi ogni volta che ne hanno avuto occasione. Che fossero i veri obiettivi o gli obiettivi di minima qui non ci interessa, ci interessa fossero la versione ufficiale perché è rispetto a questa che il Cremlino chiederà alla propria opinione pubblica e quella internazionale, di esser giudicato.

Il pacchetto prevedeva 3+2 punti. 1) De-militarizzazione. Si potrà dire che le strutture militari ucraine sono state in buona parte degradate anche se il bilancio reale nessuno lo potrà fare anche perché l’obiettivo così espresso era sufficientemente vago. Vedremo se effettivamente ci saranno prove dei fatidici laboratori biologici o delle temute manipolazioni di materiale atomico per bombe sporche. In più, se le strutture logistiche e le dotazioni originarie sono state senz’altro colpite, i grandi trasferimenti d’arma dalla NATO ed in particolare UK ed USA, non erano previsti e non possono entrare nel bilancio; 2) de-nazificazione. Obiettivo semmai anche più vago del precedente. Senz’altro la fine dell’epica di Azovstal (non ancora del tutto conclusa), gli interrogatori, le foto, i processi, le condanne dei superstiti dell’Azov e tutto l’intorno, daranno dimostrazione che tale obiettivo è stato raggiunto o almeno così si potrà sostenere all’ingrosso; 3) dopodiché, che l’Ucraina non possa entrare dalla porta d’ingresso nella NATO rimarrà proprio nella misura in cui il conflitto non terminerà formalmente forse per anni, lo vieta un articolo del regolamento di accettazione nell’organizzazione, 4) che la Crimea non sarà riconosciuta legittimamente russa non è un problema tanto la richiesta aveva come fine farsi togliere le sanzioni relative e s’è capito che quelle sanzioni rimangono ben poca cosa dopo quelle comminate in questi tre mesi; 5) il punto chiave ovvero il riconoscimento delle due repubbliche popolari, verrà superato dal fatto che avranno ottenuto il doppio di territorio originario, più tutto ciò che va dal Donbass alla Crimea, con un bel po’ di materie prime ed industrie con le quali pagarsi le spese per il conflitto. Con prigionieri e prove di malefatte, da una parte e dell’altra, più il blocco navale, discussioni sui confini da provvisori a definitivi, c’è materia per almeno dieci anni di inconcludenti trattative. Ecco il perché della stima di agosto manca ancora il pieno controllo soprattutto dell’oblast di Donetsk. Infine, i russi potranno sempre dire che Zelensky si dovrà politicamente accollare tutti i morti e la distruzione materiale dell’Ucraina perché tanto alla fine ha perso anche più di quanto non avrebbe perso trattando il 7 marzo. Zelensky ed alleati potranno sempre dire “visto? se non ci battevamo avremmo preso ben di più”.

Si renderà anche chiara la logica del conflitto almeno sul piano militare e del perché è stata definita “operazione militare” e non guerra. Ripetiamo, non ci interessa quanto di tutto ciò fosse o sia vero o meno, va valutata la sostenibilità pubblica del discorso ed il discorso (che è stato così preparato strategicamente sin dall’inizio) così messo sta più che in piedi, piaccia o meno. Soprattutto a coloro che in questi mesi hanno scambiato i fatti con la fog-of-war propagandistica che ha lungamente vaneggiato di blitzkrieg, annessione di tutta l’Ucraina, cavalli russi che si abbeverano alle fontane del Vaticano ed eliminazione di Capitan Ucraina, tutta narrazione quale si conviene in casi del genere. Per altro speculare a quelle russe che hanno minacciato Armageddon un giorno sì e l’altro pure.

Tutto ciò, sarà la base su cui trattare, per anni. Un giorno gli ucraini apriranno al riconoscimento delle due repubbliche ma poi si ritrarranno, allora i russi diranno che stanno valutando l’annessione dell’intero Donbass nella Federazione rendendo il possesso del territorio irreversibile. Un giorno qualcuno farà qualche azione militare al confine per forzare la mano nelle trattative, poi la farà l’altro. Si tenga però conto che la piena perdita del Mar d’Azov ed il blocco navale di fatto nell’antistante Odessa, sono mani stringenti intorno al collo economico di ciò che resta dell’Ucraina. Aprire un po’ e poi richiudere il blocco sarà la tattica negoziale principale. Nei fatti, entrambi potrebbero aver interesse a non finire mai davvero la tenzone ufficialmente poiché il conflitto sottostante, rimane. Interesse della Russia tenere l’Ucraina per il collo, interesse degli ucraini andare a piangere dagli occidentali, interesse degli americani per sgridare gli europei sul fatto che non fanno abbastanza (svenandosi ancora di più ed a lungo, il che li renderà viepiù docili ed impegnati dal divide et impera di Washington), interesse di nuovo dei russi che vogliono vedere se e quando gli europei occidentali troveranno forza e coraggio di ribellarsi. Inoltre, né i russi, né gli ucraini sono politicamente in grado di giustificare internamente l’eventuale compromesso che ogni trattato di pace comporta.

Vediamo un po’ di saggiare la logica dell’ipotesi da entrambe le parti, partiamo dai russi. Che i russi volessero effettivamente più o meno questo e non altro, si deduce in chiarezza dalle poche truppe schierate in campo. Nell’est del fronte, sino ad oggi, si son visti più ceceni e repubblicani locali che russi veri e propri. Le dichiarazioni pubbliche di Putin da dopo il 9 maggio, si sono fatte meno urlate ed aggressive. Il supporto interno è ai massimi, quindi da qui in poi può solo scendere. Khodaryhonok, l’esperto militare russo che parla alla trasmissione di punta del primo canale russo, voce che ha l’aria di parlare con la voce più propria del Cremlino presentata però come opinione personale, giorni fa ha escluso la mobilitazione generale per chiari motivi di opportunità e sostenibilità che qualcuno invocava anche in Russia e l’altro giorno ha fatto una impietosa disamina della situazione motivazionale sul campo che vede senz’altro favoriti gli ucraini. Viepiù con l’arrivo dei nuovi sistemi d’arma americani. Più passa il tempo più le sanzioni faranno effetto. Si deve presumere, come poi verificheremo dall’altra parte, che tutta la comunità internazionale se non a favore, non contraria a Mosca, spinga alla cessazione delle operazioni, il disordine mondiale (soprattutto economico) è già oltre i livelli di sopportabilità. Così per la carestia alimentare e la turbolenza sul mercato delle materie prime. Ricordo che l’obiettivo reale dell’iniziativa russa travalica le questioni ucraine e se tale motivo era più che sufficiente per Putin, non lo è come possibile ed aperta condivisione sia interna, che esterna, più passa il tempo e si alzano i costi politici, economici, diplomatici. Quindi, fin qui va bene, ora basta.

Vediamo nell’altro campo. L’altro campo va diviso quantomeno in tre. C’è Zelensky e la sua banda che vuole un futuro per sé ed il proprio paese, l’asse anglosassone ed europei orientali, gli europei occidentali che hanno visioni diverse da quelli orientali.

Partiamo dagli ucraini. Gli ucraini hanno sin qui ottenuto grande visibilità e prestigio internazionale, molte promesse, armi, hanno contenuto i russi sul campo o almeno così si è percepito, si sono uniti come un solo uomo (non lo erano affatto). Ora debbono gestire la seconda fase. Ieri un ministro ucraino ha detto che lì c’è da sminare un territorio pari all’Italia, ogni giorno in più di guerra sono 30 giorni di sminamento ulteriore. Hanno fatto stime sulla necessità iniziale di un piano di ricostruzione di almeno 600 miliardi, più 5 di mero funzionamento amministrativo mensile, più le armi. Il Paese è nullo come attività economica, Pil, tassazione, insomma è a terra, completamente, manca pure la benzina. Hanno la questione del grano dove se non si sbrigano a svuotare i silos, non potranno riempirli col nuovo raccolto. Problemi con le altre esportazioni che sostenevano la magra economia ucraina. Hanno perso quasi 6 milioni di abitanti e la natalità già bassissima, si sarà ulteriormente bloccata. Si può immaginare che le precedenti élite economiche (oligarchi o meno), siano in fermento per non dire di peggio. Col tempo, gran parte della popolazione rimasta che è lontana dal fronte attivo, sentirà viepiù i morsi della crisi profonda e sempre meno lo spirito di patria compenserà la manca di pane e companatico, lavoro, requisiti minimi di normalità di esistenza.

Si apre così la partita con l’Europa occidentale. È l’Europa occidentale che dovrà contribuire più di ogni altro al futuro piano Marshall ed è la stessa che dovrà trovare il modo di inglobare l’Ucraina (paese che non era definito “democratico” prima delle guerra, corrotto a livelli stratosferici, privo di effettivo stato di diritto, con un Pil pro-capite a livello di repubblica centro-americana -133° posto-, senza politiche di genere e tratta delle donne giovani avviate alla prostituzione industriale della loro ampia malavita organizzata in affari con la ndrangheta, primo hub europeo per traffico d’armi e droga, con livelli di garanzia democratica e per i partiti e per la stampa inesistenti e da ultimo pure peggiorati) non certo pienamente nell’UE (impossibile per via dei parametri e del tempo richiesto per adeguarvisi, decenni su decenni, ma con l’opzione “Confederazione” che però è tutta da sviluppare). Ecco allora che il governo ucraino dipende dall’Europa occidentale per due ottimi motivi: a) il riconoscimento come candidato, obiettivo da vantare sul piano interno per le prossime elezioni in cui Zelensky rischia la testa (se non la rischia prima per altre ragioni); b) i soldi. È l’Europa occidentale che imporrà all’Ucraina di adeguarsi al congelamento del conflitto. Le armi debbono tacere, le luci si debbono spegnere, l’attenzione deve scemare per poter gestire il complesso dopoguerra. Crisi alimentare, commodities, milioni di esuli che già si lamentano, in attesa si comincino a lamentare le popolazioni che li ospitano una volta terminata la fase Eurovision, impossibile rinuncia sia al petrolio per non parlare del gas, inflazione ai massimi, migranti afro-arabi affamati, relazioni commerciali sovvertite, investimenti persi, catene logistiche da ristrutturare, mercato finanziario in contrazione mondiale, costo delle sanzioni, cisti del riarmo, un vero disastro.

Così dopo un certo allineamento delle intenzioni tra russi, europei occidentali che costringeranno gli ucraini ad adeguarsi, rimarrà l’asse anglosassone. Qui la situazione Biden in vista delle elezioni di mid-term (dall’inflazione agli effetti del terremoto economico-finanziario) è molto critica. Molte le altre cose da fare. Dal gestire il bottino NATO con i nuovi candidati scandinavi (al di là delle impuntature truche, ci vorrà ancora un anno prima di ottenere tutte le approvazioni e la strada potrebbe non esser così piana come ad alcuni sembra), alla ripresa dell’offensiva diplomatica soprattutto in Asia. In fondo, lo sfregio di reputazione russa si è ottenuto almeno per le platee occidentali, il declassamento d’immagine come superpotenza in parte, l’Europa che si riarma e stacca i legami con Mosca è forse il bottino più succoso, le sanzioni faranno il loro corso ed anzi ci sarà da tenere a bada gli europei che tenteranno qualche reversibilità e compromesso come stanno già facendo col fatidico pagamento in rubli a Gazprom.

Insomma, del Grande Conflitto per o contro l’Ordine Multipolare, che è la ragione propria di tutto questo macello, si potrà chiudere la prima fase, aprendo la seconda che si dovrà gestire a livello economico, finanziario, monetario, diplomatico e di alleanze, gestendo la complessa fase post-bellica, trasferendone il fulcro in Asia mentre si prepara la nuova puntata dell’Artico che è poi ciò che ha mosso al repentino assorbimento dei due scandinavi. Svezia e Finlandia hanno decenni di pacifica convivenza coi russi, nessun contenzioso, nessuna enclave russofona, nessuna ricchezza da disputarsi, la Svezia non ha neanche un confine di terra con la Russia. La Finlandia ce l’ha ma è esageratamente lungo, pianeggiante, disabitato e freddo, sostanzialmente indifendibile. Ma non si capisce cosa della Finlandia possa mai attrarre i russi. La loro frettolosa e sin troppo festeggiata adesione, non può che riferirsi a ben altro conflitto quale quello che si sta approntando per le risorse e la viabilità dell’Artico.

Il seguito di questo conflitto a scala planetaria non è facilmente ipotizzabile. Se lo è sul piano delle strategie generali, manca chiarezza sulla forza del suo soggetto ovvero l’attuale presidenza Biden. Quasi certa la perdita del Senato alle prossime mid-term, potrebbe perdere anche la Camera ed i due anni che, a quel punto, separeranno dalle presidenziali sarebbero una ghiotta occasione per i repubblicani per fargli perdere più punti di quanto ne potrebbe acquisire. Il tutto, in un contesto mondiale ormai disordinato irreversibilmente, con prospettive economiche plumbee. Di contro, potrebbe esser allora intenzione proprio dell'”anatra zoppa” drammatizzare il conflitto internazionale, specie se a quel punto diretto anche contro la Cina. Un richiamo a cui non potrebbero resistere neanche i repubblicani. L’enorme elargizione di dollari al complesso militare-industriale ha sempre affetti bipartisan.

Sin dall’inizio delle nostre cronache sul conflitto ucraino, ci siamo posti il problema tra l’estrema ambizione del piano americano e la sua forza relativa nel poterlo dispiegare nel tempo contro le avversità da esso stesso generate. Schematicamente, delle due l’una: o il piano è frutto di un entusiasmo poco avveduto strategicamente e realisticamente o si è prevista la necessità di alzare continuamente la posta per imporlo come unico schema di riferimento, forzando tutte le incertezze e contrarietà crescenti. Questo secondo caso sarebbe davvero preoccupante ed allora le continue uscite russe sull’opzione nucleare, passerebbero dal novero della semplice propaganda alla risposta a minacce strategiche che le opinioni pubbliche ancora non vedono con chiarezza.

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UNA TRANSIZIONE EPOCALE?

A chi mai interessasse, il mio intervento di apertura al lancio della XIIa edizione del Festival della Complessità che si è tenuto sabato scorso in quel di Parma. Cose per i lettori e lettrici del blog relativamente note, con l’unico beneficio che qui sono messe assieme a comporre una lettura di quadro, anche se la tirannia del tempo e dell’attenzione implica il dover appena toccare punti che in realtà andrebbero a loro volta approfonditi e di non poco.

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MORE IS DIFFERENT.

Era il 1972 quando un fisico americano, P. W. Anderson, poi premio Nobel (1977) diede alle stampe su Science un breve articolo con questo titolo, un articolo che risulterà tra i più citati in assoluto nella letteratura scientifica degli ultimi cinquanta anni. “L’aumento del numero di componenti di un sistema determina un cambiamento non solo quantitativo ma anche qualitativo” compendia G. Parisi (Nobel 2021) nel suo recente “In un volo di storni” (Rizzoli, 2022).

Se come è accaduto nel mondo nei soli ultimi settanta anni, è più che triplicata la popolazione umana ed il numero di Stati, questo “more” in che modo ha creato un mondo “different”? In che senso il nostro mondo è differente da quello appena passato, a quanti e quali livelli, con quanti e quali effetti, lineari e non? Viepiù visto che ci aspettiamo crescerà ancora per i prossimi trenta anni arrivando nel 2050 ad essersi quadruplicato in un solo secolo?

Di questo parlerò nella relazione di apertura del Festival della Complessità che si terrà a Parma il 7 maggio, a partire dalle 9.30 ripercorrendo proprio questa dinamica ed i suoi molteplici effetti sino ad arrivare all’odierno terremoto del mondo con epicentro in Ucraina con effetti di vasta e profonda portata, in quella che possiamo senz’altro definire una transizione epocale.

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UN SECOLO E MEZZO DOPO.

Ricorre oggi, il primo di maggio, la c.d. “festa dei lavoratori”. Questa data venne fissata a seguito di vicende su cui qui sorvoliamo, originatesi negli Stati Uniti, ai tempi della Rivoluzione industriale. Tali vicende presero forma di violenti scontri di piazza, attentati veri o presunti, arresti, condanne a morte. Tutto ciò seguiva l’idea di estendere a tutta l’America una legge fatta nell’Illinois nel 1866, appunto un secolo e mezzo fa. La legge prevedeva, per prima, la riduzione dell’orario di lavoro ad otto ore.

Sulle otto ore di lavoro al giorno si scontravano due interessi. Quelli degli imprenditori e loro logica detta capitalistica e quelli dei lavoratori. L’interesse dei lavoratori era semplicemente di tipo umano ovvero riservare otto ore per dormire, otto per lavorare, otto per tutto il resto. In quel “tutto il resto” si concentrava l’essenza umana. L’essenza umana, infatti, solo per ragioni biologiche ha bisogno di dormire otto ore, ma è questione del corpo immobile, quando dormiamo non siamo coscienti e non abbiamo relazioni tra noi e col mondo. Altresì, quando lavoriamo siamo coscienti ed in relazione ma in contesti e fini che non scegliamo liberamente. È la nostra convenzione sociale che determina il meccanismo per cui per far funzionare la vita associata e la stessa nostra al suo interno, vendiamo il nostro corpo e la nostra mente per un pacchetto di ore giornaliere, per giorni, mesi ed anni, fino a quando non lavoriamo più e poco dopo moriamo. C’è chi ne trae anche soddisfazione, materiale ed anche ideale, ma è spesso un far di necessità virtù, non è esattamente e convintamente per tutti una nostra scelta. Sicuramente non è una scelta libera.

Una libertà, per quanto relativa, è riservata alle altre, ultime, otto ore. Spesso, questo pacchetto di tempo in cui sfogare la nostra essenza umana è a sua volta limitato. C’è da curare la nostra persona, occuparsi di faccende domestiche, accudire i nostri amori ed affetti, andare e tornare dal lavoro, mangiare. Rimane un po’ di tempo, talvolta, per stordirci ovvero fare cose senza troppo impegno per distrarre la mente sovraccarica. Così ogni giorno, così più o meno per sempre. La nostra condizione umana così settata ai tempi moderni, riserva così da poco e per niente tempo per curare il nostro diritto primario.

Il nostro diritto primario è quello di esser soci di una società che richiederebbe tempo di attenzione ed azione come ogni socio riserva alla società di cui possiede diritti societari. Non solo è un diritto, ma sarebbe anche un dovere in quanto se non ci curiamo noi della nostra società non si vede chi altro dovrebbe curarsene. In realtà sono in molti a curarsene, ma ognuno di coloro che possono farlo lo fanno ovviamente nel loro interesse, nel loro disegno, non certo nel nostro, anche loro sono soci naturali come noi solo che, a differenza di noi, hanno modo di far valere quel diritto e noi no.

Dipendiamo non solo dal nostro corpo, dalla nostra rete sociale affettiva ed amicale, da coloro a cui abbiamo venduto un terzo del nostro tempo-vita, dipendiamo anche ma forse soprattutto dalla nostra società perché come tutti gli animali sociali, siamo vincolati al fatto che la nostra sfida adattativa al mondo la giochiamo in squadra che è appunto la società. Ma pur essendone soci naturali, non abbiamo sufficientemente tempo per occuparcene. Ciò determina la nostra condizione sociale. Quanto tempo hai dedicato a studiare il mondo intorno a te, quanto ne sai, da chi l’hai saputo, quante occasione hai di dire la tua, di confrontarti con altri, di discutere e con ciò apprendere da altri o aiutare altri ad apprendere. Così fino alla domanda finale che è l’essenza della politica: chi decide ed in base a cosa decide?

L’insieme di questa descrizione porta a molte distorsioni. Molti non hanno la più pallida idea della loro società e del mondo in cui questa è posta. A molti sfugge l’inestricabile complessità di tutto ciò. Questo provoca ansia che si somma al risentimento perché, nel frattempo, la nostra condizione sociale provoca molte contraddizioni, frustrazioni, problemi. Ci sono molti apparati, qualcuno li ha chiamati dispositivi o strutture, utili a deviare la nostra ansia e risentimento, utili come omeostatica del sistema sociale ovvero come farlo funzionare e mantenerlo in parziale equilibrio nonostante sia obiettivamente dotato di poco senso e perennemente disequilibrato. Tutto ciò ha un fine primario ovvero evitare in ogni modo noi si eserciti i nostri diritti naturali di socio di società. Occupatevi di tutto ma non della vostra società e questo perché così se ne può occupare chi ha interesse essa sia fatta così e non cosà.

La cosa è nota anche perché ha una sua banalità, come vedete è semplice sebbene porti poi a molta complessità emergente dai suoi funzionamenti. In ciò, dispiace notare come molti di coloro che si sono potuti dedicare a questo problema comune a noi tutti, almeno quelli che se ne sono occupati dal punto di vista comune di coloro che subiscono questo ordine disequilibrato che gli stessi definiscono “ingiusto”, abbiano fatto tanti tentativi di sovvertirlo, ma evitando la strada più semplice. Risuona qui un detto di Bertold Brecht “è il semplice che è difficile a farsi”.

La via più semplice e tuttavia più evidentemente difficile a seguire, è in quel risultato ottenuto nell’Illinois un secolo e mezzo fa: diminuire il tempo di lavoro per investirlo in tempo per esercitare i nostri diritti societari naturali. C’è stata una implicita sfiducia nella capacità umana di poter decidere per sé il proprio meglio, anche da parte di quei pochi che hanno avuto il loro tempo per studiare la faccenda e pur animati da buoni intenti di aiuto agli altri meno fortunati che quel tempo non l’hanno avuto, l’hanno sprecato.

Diceva un filosofo che il compito della filosofia dovrebbe essere aiutare la mosca ad uscire dalla bottiglia. La mosca vuole volare libera, vede la libertà davanti a sé attraverso la trasparenza del vetro, ma quando cerca di accedervi sbatte contro qualcosa di duro ed impenetrabile. L’attività umana più nobile ovvero il pensiero del pensiero dovrebbe aiutare a trovare la soluzione ovvero quel piccolo foro che unico, fa uscire dalla prigione trasparente, che è poi quello in cui incautamente si è attraversato finendo nella prigione.

Ma così, fino ad oggi, non è stato. Abbiamo diverse teorie emancipative, ma hanno tutte un difetto fondamentale. Il difetto fondamentale è che per praticare qualsiasi di esse, si deve presupporre una massa sociale, altri con cui praticarle, altri con cui fare fronte comune, ci si emancipa in gruppo non da soli. Per cambiare l’ordine sociale, si deve comunque formare una massa critica in grado di incidere nelle decisioni dell’assemblea dei soci. Per farlo però, ci vorrebbe il tempo. Tempo per leggere, studiare, discutere, dibattere, cambiare idea e farla cambiare ad altri, organizzarsi, trovare il modo stesso di come organizzarsi stante che non è facile (a partire dal ricatto dei soldi, servono soldi per fare qualsiasi cosa nella nostra forma di società, quel “il tempo è denaro” che è la formula stessa del nostro ordine sociale), rendersi immuni dalla potenza di fuoco contrario che può contare su enormi capacità ed armi da usare per convincere i nostri stessi simili delle più assurde assurdità in modo siano loro ad avversare i nostri progetti emancipativi che pure converrebbero pure a loro.

Noi siamo animali intenzionali, per uscire dalla bottiglia ci vuole l’intenzione e la conoscenza, la conoscenza si nutre di tempo, non averlo ci porterà per l’eternità a sbattere contro il vetro.

Un secolo e mezzo è tanto tempo, ma la questione umana-sociale è sempre là in quella intuizione dei lavoratori americani intenzionati dalle prime teorie politiche emancipative: riprendersi il proprio tempo. Tempo come condizione di possibilità necessaria senza la quale ogni altra condizione, intenzione, progetto su noi e sul mondo non può avere soddisfazione. Tempo da investire nell’esercitare il nostro naturale diritto-dovere di soci naturali di società. Interesse questo personale, ma legato giocoforza ad una rivendicazione sociale, fatta in società.

Speriamo di non dover buttare via un altro secolo e mezzo prima di capirlo. Anche perché il tempo, per noi, ha questa antipatica abitudine, ad un certo punto finisce.

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CRITICA DELLA RAGIONE CINICA.

Visto il diluvio di parole e la mancanza di analisi a grana fine sulla guerra, che qui circoscriviamo a puro fatto militare, mi sono preso la briga di capire meglio e condivido il tentativo.

Metodo: ho preso la due cartine dall’Institute of Study of War, think tank americano finanziato dai principali poli produttivi del complesso militare-industriale americano. Non sono dissimili da quelle di altri enti (tutti anglosassoni) e vanno trattate all’ingrosso. La prima è quella al 14 marzo, la seconda è quella del 25 aprile. Su quella più recente ho incollato il profilo dei territori del sud-est scontornato da quella del 14 marzo. Con il tratteggiato nero ho evidenziato i territori che gli ucraini avrebbero, più o meno, perso in circa l’ultimo mese e mezzo. Ne hanno anche ri-guadagnati, a nord dove i russi si sono ritirati dal dopo dell’incontro-trattativa in Turchia che pure aveva acceso qualche speranza di pace. Molto all’incirca, si potrebbe dire che gli ucraini hanno riavuto territori dai russi per una estensione più o meno pari a quelli che hanno perso, in seguito, a sud-est. In particolare:

A. Una penetrazione verso Mykolayiv e che include Kherson che proprio ieri i russi hanno affermato di aver consolidato definitivamente (secondo loro).

B. Una penetrazione avanzata da sud a nord sull’asse di Mariupol. A scala usata dal ISW, sarebbero ad occhio circa 100-120 km che allontanano definitivamente gli ucraini da ogni velleità di arrivare a Mariupol.

C. L’avanzata più importante che porta ad una conquista di circa l’80-85% del Lugansk. Sempre verso nord un inspessimento dei territori in direzione di Kharkiv, la seconda città per popolazione dell’Ucraina.

Si noti che il confine di conflitto a nord di Donetsk è rimasto praticamente invariato. Lì, nella sacca ancora in mano ucraina, dicono si concentrino i migliori 40.000 uomini delle armate di Kiev.

A proposito del “diluvio di parole” e di analisi sostituite da propaganda, si può notare un altro fatto non espresso da queste cartine. La versione dominante dei fatti dice che l’iniziale, presunto, blitzkrieg a nord sarebbe fallito per l’incrocio tra incapacità di pianificazione e logistica russa e la inaspettata resistenza ucraina. Non mi voglio spacciare per un esperto di studi strategici e militari quale non sono. Ma se si va sul link dell’Istituto (qui) e si cercano le cartine della prima settimana di conflitto, si vedrà che il vero blitzkrieg c’è stato, solo che era a sud, davanti la Crimea. A logica rivelata nel proseguo dei fatti, si potrebbe anche dire che quello a nord sembrerebbe esser stato un diversivo per distrarre le difese ucraine, al fine di penetrare largamente, velocemente e senza molti danni, dove invece interessava strategicamente di più. Tutto ciò, ripeto, non per scendere sul piano dalle analisi militari a grana fine, ma solo per evidenziare proprio la mancanza di analisi militari a grana fine, sostituite da agit-prop che hanno sedimentato nelle opinioni pubbliche “verità” che tali potrebbero non essere. Tali “verità” date spesso per assodate, vogliono evitare si conosca davvero “il nemico”, le sue logiche, le sue capacità, il che è un pessimo segnale.

Commento: ora, tutto si può dire tranne che l’Ucraina stia vincendo la guerra, almeno misurando in territorio. Usando cartine dell’archivio di ISW, a parte i territori da cui si sono ritirati i russi per raggruppare truppe al sud-est e qualche puntino sulla cartina, non risulterebbero significativi territori riconquistati dagli ucraini per via militare nei due mesi di guerra, mentre ne risultano di persi.

Si consideri infine che la guerra, sul campo, si fa con le armi e con gli uomini. Il limite della forza ucraina è nel numero degli uomini che non può esser esteso a piacimento, per quanti “alleati” si contorni. Purtroppo, non sappiamo nulla della reale consistenza, della collocazione, dello stato di servizio dopo due mesi, del tono dell’umore dei soldati ucraini stante che parrebbe esser una squadra che ha perso molto più di quanto abbia realmente vinto. Ricordo che una parte dell’esercito è stata aumentata con la coscrizione obbligatoria e molti di quegli uomini sono mariti e padri di altre ucraine ed ucraini tra i 6 milioni di profughi espatriati. Ce li raccontano molto convinti di quello che fanno, ma si potrebbero anche nutrire dubbi.

Per carità, la guerra si fa anche se non soprattutto, a volte, con la propaganda e quindi ci sta assolutamente tenere l’umore alto, dire che gli ucraini sono d’acciaio e che la Russia non potrà che perdere perché è dalla parte sbagliata della storia e che l’Ucraina vincerà. Non è per questo che abbiamo fatto la verifica.

Volevamo invece capire la logica della guerra propriamente detta. È ovvio che l’enorme mobilitazione nei rifornimenti dei sistemi d’armi all’Ucraina da parte dell’Occidente a guida americana, porterà vantaggi. Ma sembrerebbero più vantaggi di resistenza che non vantaggi per una possibile controffensiva o forse più che una resistenza che tiene la linea, un attrito che rallenti l’avanzata. Ma anche fosse, una resistenza in vista di cosa? Dicono “avere più potere di trattativa”. Ma se hanno già perso più del doppio dei territori reclamati dai russi, che trattativa s’immaginano di fare? Qual è dunque il fine ultimo?

Kiev sostiene che il suo obiettivo è riconquistare i confini al 2014, quindi tutto ciò che ha perso in questi due mesi, più l’intero Donbass con evidente sterminio dei filorussi della regione in conflitto da otto anni, nonché la Crimea con sterminio locale dei russi e russofili. Un obiettivo che ci sembra, francamente, impraticabile.

Per carità, ripeto, la propaganda ci sta tutta in guerra. Ma visto che siamo spettatori interessati in quanto partecipiamo come alleati di Kiev, avremmo anche l’obbligo di capire meglio di cosa siamo alleati davvero. E su questo punto le cose non sono affatto chiare, mi sembra. Mi sembra solo chiaro che gli obiettivi vantati da Kiev siano semplicemente impossibili da conseguire. Di cosa, quindi, siamo alleati?

Un filosofo tedesco, Peter Sloterdijk, pubblicò a suo tempo una “Critica della Ragione Cinica” in cui sosteneva che “Cinico è colui che ammanta la propria azione (improntata al più duro, privo di scrupoli, calcolatore, realismo) con una giustificazione moralistica relativa al suo fine.” (all. 2). Ecco ci sembra ciò valga al nostro caso.

La giustificazione moralistica della guerra dal punto di vista occidentale ed ucraino è declinata sui principi della difesa della democrazia, dei valori di libertà ed autodeterminazione, dei diritti di resistenza di ogni aggredito che chiama alla solidarietà contro l’aggressore. Ma il sottostante realistico è portare vari colpi alla credibilità e consistenza di potenza russa da parte americana ed europea orientale e con ciò colpire l’intero fronte multipolare che è il nemico ultimo reale degli Stati Uniti. Quello ucraino è farsi pagare il servizio che prevede molti morti e molta distruzione materiale in patria, a fini reali quali abbiamo ipotizzato in un articolo precedente (Dal punto di vista di Zelensky), forse. Quello europeo occidentale non c’è, il comportamento europeo occidentale è solo figlio dell’impotenza geopolitica, con una implicita gara a chi perde più dignità in cui dispiace distinguere il governo italiano.

L’Ucraina non vincerà nulla, perderà anche più della Crimea e del Donbass ed avesse realisticamente accettato questo fatto sin dai primi giorni (il che non impediva all’Occidente di fare tutte le ritorsioni messe in campo contro i russi ed altre che ancora non ha messo in campo, per l’eternità ed oltre) avrebbe salvato molte vite e molta sua ricchezza e residua possibilità di avere un futuro. Così noi europei occidentali ci saremmo risparmiati l’ennesimo suicidio socio-economico-(geo)politico ed il mondo stesso avrebbe evitato la sua più pesante perturbazione dal dopoguerra dagli imprevedibili ed incalcolabili effetti finali (vedi allegato).

E dire che i cinici filosofici, in origine, ai tempi di Diogene, erano quelli che “avevano il coraggio di dire la verità” (parresia). Diogene fu quello che quando ricevette la visita di Alessandro Magno curioso di conoscerlo e pronto ad esaudire ogni suo desiderio per compiacerlo, si sentì rispondere dall’incurante filosofo adagiato a terra “scansati che mi fai ombra”.

Ecco a cosa serve la moderna ragione cinica, ad evitare i prezzi di dire la verità e conseguirne comportamenti conseguenti. In questo, la nostra ennesima bancarotta della ragione, il cui prezzo pagheremo molto caro, in molti modi, per molto tempo a venire, temo.

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DAL PUNTO DI VISTA DI ZELENSKY.

Avrete notato forse che Zelensky ha un preciso entourage e sono tutti mediamente giovani. Molti hanno studiato o lavorato in Gran Bretagna, qualcuno in America. Alcuni di loro zampillano dalle nostre reti televisive o in video on line e sono tutti dotati di capacità argomentativa non banale, sono molto decisi e cosa più importante, sono coordinati nel senso che sembrano usciti da una riunione di briefing in cui hanno condiviso tutti una unica linea. Si può ipotizzare esista una sorta di Zelensky & Partners, un gruppo coeso ed omogeneo di persone che condividono una precisa strategia politica per tenere il potere in Ucraina al fine di …?

Isoliamo questo soggetto collettivo, dimentichiamoci chi ha intorno come partner interessato (USA, UK, una parte dell’Europa orientale e dei vertici della burocrazia euro-unionista, l’oligarca Kolomoyskyi) concentriamoci sulle sue proprie ipotetiche intenzioni. Come forse saprete, questo gruppo è diventato un partito poco prima finisse la terza stagione della serie televisiva che vedeva Zelensky come protagonista. Si è presentato alle elezioni del 2019 e secondo quanto scriveva the Guardian tre anni fa quando ancora non eravamo arruolati: … con “poche informazioni sulle sue politiche o sui piani per la presidenza, basandosi su video virali, concerti di cabaret e battute al posto della tradizionale campagna elettorale” ottenendo un insperato 30%.

La geografia del voto di questo primo turno, lo collocava al “centro”, sia geografico che politico. Ad ovest i nazionalismi di Poroshenko-Timoshenko, ad est i filo-russi confezionati in partiti apparentemente più di “sinistra”. Un gruppo di giovani ben intenzionati, con tecniche di marketing e comunicazione mediatica molto “occidentali” ha incarnato una possibile speranza. Sappiamo che questa speranza stava scemando prima del 24 febbraio, gli indici di gradimento della Zelensky e Partners (Z&P) erano in discesa e la rielezione fra due anni era data come improbabile.

Non credo si possa pensare che la Z&P fosse solo una associazione di potere ovvero un gruppo che ha tentato e vinto il vertice della tribolata nazione. Come detto sono “giovani” e rampanti e sembrano animati da ideali forti, giusti o sbagliati che siano, sembrano un gruppo di giovani europei occidentali e filo-anglosassoni che si sono paracadutati in un complicato e declinante paese ex sovietico. Sono svegli, attenzione a rubricarli sotto la semplificata categoria dei “manipolati”, se lo sono (e certo lo sono) è perché hanno interesse ad esserlo. Ma per fare cosa?

L’UCRAINA PRIMA DELLA GUERRA: Prima dell’inizio della guerra, l’Ucraina era il 133° paese al mondo (quindi su 190 e poco più Stati) per pil pro-capite. In pratica, tra Guatemala ed El Salvador. Il peggior Paese dell’UE in questa classifica è la Bulgaria, 84°. Il risultato non cambia molto se usate il Pil PPP. A queste condizioni, l’Ucraina non sarebbe praticamente mai potuta entrare nell’UE. L’ammissione poi non avrebbe solo avuto a parametro questi indicatori quantitativi e su quelli qualitativi come trasparenza, corruzione, sostenibilità e prospettive, le cose sarebbero andate -se possibile- anche peggio.

Dal 2000 al 2021, l’Ucraina ha perso il 15% della sua popolazione per migrazioni, scarsa fertilità (la più bassa d’Europa) ed elevata mortalità tra gli anziani. È dal 1994 che l’Ucraina perde popolazione. Hanno anche perso la Crimea e forse potremmo metterci anche le due repubbliche popolari, sempre che non si debbano aggiungere abitanti dei vari territori che gli ucraini hanno già perso e continueranno a perdere nel proseguo del conflitto. L’ultimo censimento è ancora al 2000 e dichiarava 42 milioni di abitanti, ma altre stime più aggiornate (fatte dagli ucraini stessi) scendono fino a 32 milioni. Gli attuali 6 milioni di profughi, da vedere poi quanti di questi rimarranno fuori o rifluiranno verso casa, sarebbero ad occhio un altro -15% di popolazione in soli due mesi e sempre che si fermino qui.

Hanno anche la più alta percentuale di popolazione femminile in Europa dopo la Lituania e il secondo posto per tasso di mortalità dopo i bulgari. Molte donne quindi ma anche penosi indici di diseguaglianza di genere, 88° posto su 189 paesi secondo l’ONU . L’alto tasso di mortalità è dovuto alla congiura di diversi fattori quali l’inquinamento atmosferico dove c’è industria pesante, alcol, tabagismo, cattiva alimentazione, cattiva qualità del sistema sanitario nazionale.

Come saprete, la composizione etnica è mista con due poli, pienamente ucraina e tendenzialmente di cultura balto-slava europea all’estremo occidente, più russofona-fila all’estremo oriente. Il fiume Dnepr taglia in due il continuum ucraino e funge da separatore tra due diverse composizioni socio-demo su molti item.

A livello di criminalità, l’Ucraina è storicamente attiva la tratta di giovani donne avviate alla prostituzione in Europa mentre dai tempi della grande svendita degli asset militari sovietici dopo il 1991, è altrettanto attivo il traffico d’armi. Global Organized Crime Index nel rapporto 2021, quotava l’Ucraina come “il” o “uno dei principali” mercati d’armi in Europa, soprattutto piccoli e medi calibri e relative munizioni derivate dall’incessante flusso di armamenti proveniente dagli Stati Uniti da almeno venti anni. Armi ridistribuite al terrorismo e criminalità di mezzo mondo. È chiaro che l’attuale flusso proveniente soprattutto dall’Europa restia ad impegnarsi su armi di maggior peso, darà altro impulso al traffico. Quanto alla prostituzione e la tratta di esseri umani il problema è così vasto e profondo da meritare addirittura due specifiche pagine di Wikipedia.

Il rapporto 2013 del Dipartimento di Stato americano INCSR (International Narcotics Control Strategy Report) classifica l’Ucraina come uno degli hub chiave per il traffico di droga internazionale ed il primo hub per l’entrata in Europa di cocaina ed eroina tramite i porti di Odessa e Mariupol. La mafia ucraina è in solidi affari (armi, droga, donne) specie con la ‘ndrangheta calabrese.

Due anni di Covid con uno dei bassi indici assoluti di vaccinazione, hanno prodotto statistiche severe e gravi impatti sulla già claudicante economia e relativa organizzazione sociale.

Come segnalammo qualche post fa, l’Ucraina non era ritenuta un paese democratico dal the Economist nella sua speciale classifica condotta dal 2006. L’Ucraina era ritenuto il paese all’ 86° posto del Democracy Index, tra le Fiji ed il Senegal, qualificato come “regime ibrido” . Dal 2020, il Governo ha intrapreso una serrata lotta con la Corte costituzionale che ne limitava l’azione volta a porre leggi più rigide e severe, saltando però le cautele costituzionali. Complice la guerra, ha potuto arrestare e far sparire molta gente scomoda, silenziando i media non conformisti, mettendo fuori legge partiti nemici. La legge marziale è oggi prorogata almeno fino a fine maggio.

La diagnosi problematica è che l’Ucraina era sostanzialmente un paese fallito. Troppo grande, troppo poco popolato, troppo etnicamente disomogeno, troppo asimmetrico nei generi, troppo povero, strutturalmente troppo agro-industriale quando l’Occidente invece si è sviluppato nei servizi, troppo influito dai minacciosi vicini russi. Con troppi interessi di mezzo come nel sistema degli oligarchi tra cui un congruo numero di veri e propri delinquenti dediti al traffico di donne, armi e droga, tra l’altro spesso proprietari di vari mezzi di informazione. Un sistema del genere non aveva alcun futuro possibile e senz’altro nulla che potesse interessare il gruppo dei giovani Zelensky & Partners. Decennale e molto improbabile il processo necessario a riformarsi per entrare nell’UE. Che fare?

L’UCRAINA DOPO LA GUERRA? L’obiettivo strategico di Zelensky è stato dichiarato ai primi di aprile. Z. ha dichiarato l’obiettivo di far dell’Ucraina una “Grande Israele”. Lasciate perdere il lato religioso del riferimento e concentratevi su quello geopolitico e strategico-economico. Israele è un paese non in pace, permanentemente all’erta contro nemici di circondario. Questo è un ottimo ordinatore interno perché semplifica la vita politica, quantomeno tutti gli israeliani sono uniti nell’idea di doversi difendere da vari nemici di circondario. La pratica dell’obiettivo prevede una militarizzazione importante della vita civile e soprattutto una chiara direzione di sviluppo dell’attività economica.

Questo ha fatto di Israele quello che un fortunato saggio americano del 2009 definì una “Start up Nation”. I primati tecnologici, di brevetto e sviluppo, di Israele nelle nuove tecnologie è universalmente riconosciuto e si ricordi che se queste attività partono da strategie militari, le ricadute civili sono anche importanti.

La stessa questione poco chiara dei bio-laboratori in conto terzi che già affollerebbero l’Ucraina disegna una possibilità di ospitare le forme di ricerca più avanzate ma anche più rischiose, ad esempio sull’A.I., un po’ come hanno tentato di fare i sauditi in cerca anche loro di un futuro, nel loro caso post-petrolifero. Elon Musk gli ha già portato i terminali per Starlink. La ricerca avanzata in questi campi rischiosi da parte di USA, UK, Francia, Germania, ha bisogno di de-localizzare i rischi che non si possono correre nel proprio paese.

Gli investimenti militari e una mentalità orientata all’efficienza digitale, necessaria per qualunque guerra, potrebbero rappresentare lo stesso motore di innovazione per l’Ucraina, che già può contare su quattro “unicorni” – GitLab, Bitfury, People.ai e Grammarly – e su un ecosistema che è cresciuto di dieci volte negli ultimi cinque anni, passando a un valore complessivo di oltre 600 milioni di dollari e 146mila brevetti. Unit.city a Kiev è già oggi il più importante parco tecnologico dell’Europa orientale. Si tenga conto che questo posizionamento, è lo stesso occupato da dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia dalle tre repubbliche baltiche che, tra l’altro, son quelle che hanno registrato gli indici di crescita economica più importanti in Europa, negli ultimi decenni. Ma, come nel caso israeliano o delle repubbliche baltiche, questo tipo di sviluppo economico centrato sull’ICT, può reggere solo una demografia più giovane e contenuta di quella precedente.

L’UCRAINA IN GUERRA. La guerra, si sa, è un acceleratore. Nelle complesse transizioni storiche, la guerra ha svolto sempre il ruolo di “distruzione creatrice”, concentrare dinamiche disordinanti in poco tempo pagando con morti e distruzione materiale, una sorta di necessaria operazione senza anestesia, dolorosa ma necessaria.

Z&P si sono immediatamente mostrati pronti al conflitto e lo hanno gestito, certo anche aiutati, in modo davvero abile. Z&P avevano ed hanno bisogno della guerra per fare o far fare ai russi, operazioni di semplificazione dell’Ucraina. Rimpicciolire un territorio ingestibile e irriformabile. Chiarirne la composizione etnica rendendola omogenea. Diminuire la popolazione accettando la perdita di numeri per cessione territori ai russi e profughi scappati da tutte le parti. Servire la causa anglosassone sia di messa in profondo stress della Russia, sia della sua attuale dirigenza (Putin), sia di fargli usare la “tragedia ucraina” come perno per i regolamenti di conti nella battaglia di grande strategia tra bipolarismo e multipolarismo ottenendo in cambio protezione, gratitudine ed investimenti futuri per fare della martoriata Ucraina un caso di “futuro vincente” il che presuppone vari, futuri, piani Marshall. Ottenere in contropartita anche la necessaria spinta da parte americana verso la recalcitrante Europa, ad abbracciarne la causa al punto da comprimere i complessi passaggi per la piena entrata nella sfera europea che è l’obiettivo primario. Magari non subito nel cerchio centrale della confederazione unionista, ma in quello allargato di cui si è già cominciato a discutere. Assorbire nel progetto i nazionalisti occidentali, distruggere l’ordito economico-sociale precedente, fare perno su una nuova classe militare forgiata in una guerra di resistenza e quindi potenziata in armi, logistica e potere.

Tutto ciò presuppone due cose sul campo. La prima è che gli ucraini sanno benissimo che perderanno formalmente la guerra coi russi al di là dei proclami, come si è lasciato sfuggire il noto gaffeur Boris Johnson rilevando quello che i suoi servizi e militari gli hanno spiegato a telecamere spente. Non è in discussione che l’Ucraina perderà o il sud-est o la parte ad est del Dnepr, si tratta solo di vedere come ed in che tempi. La seconda è che una guerra persa secondo i canoni normali di conteggio di territori persi, ordine perso, morti e distruzioni, può esser una guerra vinta se l’obiettivo è avere una Ucraina semplificata, compattata, assunta nell’alveo occidentale, velocemente, senza se e senza ma. Si compra un futuro pagandolo con la svendita del passato.

Non solo quindi la guerra sarà lunga, il tempo necessario a far pagare ai russi prezzi su prezzi sempre più alti come desiderato dagli sponsor anglosassoni, ma non finirà mai formalmente. La Nuova Ucraina in rampa di lancio per una modernizzazione 2.0 accelerata, avrà bisogno sia di ritenersi in “conflitto permanente”, sia di tenere attorno a sé i suoi preziosi alleati, sia internamente sospendere le normali convenzioni socio-politiche per procedere a tappe forzate verso la transizione di fase alla nuova terra promessa, la “Grande Israele”.

Mi rendo conto che questa è solo una articolata ipotesi, la questione -come vedete- è molto complessa, è sempre una questione di numero di variabili di cui tener conto e di come queste giocano assieme in un dato contesto di cui non si governano tutte le dinamiche, un gioco rischioso. Ma dietro ogni conflitto ci sono nodi e bisogno di scioglierli. Conosciamo forse la visione dei nodi dal punto di vista russo ed anglo-americano, da quello degli europei orientali e delle non perfettamente allineate tra loro élite di Bruxelles (Michel, von der Leyen, Borrell) e dei paesi europei occidentali, Francia e Germania in testa.

Ma sul campo giocano coi morti solo russi ed ucraini, capire la strategia di questi ultimi è indispensabile per capire meglio cosa succede e poter ipotizzare cosa succederà. Anche se poi ciò che succederà in concreto sarà comunque il frutto dell’interrelazione di molte più variabili di quante ne prevedano le strategie dei vari attori e delle nostre stese capacità di leggerle e prevederne l’esito.

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È IL MOMENTO DI FARCI UNA DOMANDA: CHE DOMANDA DOVREMMO FARCI?

L’intero apparato di gestione e controllo del pensiero e conseguente dibattito pubblico, ha ricevuto precise indicazioni dagli strateghi della psicologia comportamental-cognitivista. Per tutti costoro c’è una sola domanda da farsi: che fare davanti ad una ingiustificabile aggressione che provoca morte, distruzione e dolore ad un aggredito?

Qualcuno segnala la stranezza di farsi tali domande oggi quando non ce le siamo mai fatte e continuiamo a non farcele per molti altri tristi casi di conflitto planetario. Altri pensano forse che l’aggressione se non giustificabile andrebbe almeno contestualizzata. Qualcun altro pensa forse che anche l’aggredito non è esente da responsabilità pregresse. Altri infine sospettano che tra aggredito ed aggressore c’è un terzo incluso che andrebbe specificato per capire meglio la situazione per poi prender decisioni. C’è anche chi la mette sul pragmatico e cinicamente invita a farci i conti di quanto costa rispondere in un modo o in un altro a quella domanda. Ma è davvero questo la domanda più importante da farsi? O forse la domanda da farsi prima di ogni altra è proprio “ma chi ha deciso che è questa la domanda più importante da farci?”. Potrebbe esser il caso invece di farci questa seconda domanda e scoprire che rispondendo a questa, avremo anche più conseguente e logica risposta a quella che ci viene imposta.

Vediamo un po’. Vari istituti di ricerca d’opinione, segnalano concordi che c’è una evidente asimmetria tra quello che il parlamento italiano sta decidendo su i fatti relativi la guerra in Ucraina (non solo armi sì o no), unitamente alle unanimi convinzioni dell’intero apparato di gestione e controllo del pensiero e conseguente dibattito pubblico e l’opinione prevalente del popolo italiano. In una recente trasmissione televisiva un ambasciatore ed un oligarca occidentale hanno candidamente ammesso che la gente normale di queste cose non capisce niente e quindi c’è chi deve decidere per loro. Ma da qualche giorno, emerge anche un’altra questione interessante.

L’istituto SWG ha fatto una ricerca sui sentimenti geopolitici degli italiani. Tra il vissuto precedente il conflitto e l’oggi emergono significativi scostamenti. Sono crollate le simpatie verso la Russia dal 18% al 2% e quelle verso la Cina dal 22% al 3%. Sono salite quelle verso la Francia dal 15% al 38% e quelle verso la Germania dal 12% al 34%. Quindi si rileva un significativo ri-orientamento dall’Italia soggetto individuale con sguardo interessato verso altri mondi, all’Italia che riconosce comunanza di interessi coi consimili europei. Da notare che se il frame è l’Europa, questi sono stati a lungo vissuti come concorrenti, se il frame si allarga al mondo allora le differenze che notiamo con questi vicini ci fanno sembrare questi prima concorrenti, dei fratelli quasi naturali.

Ma il dato più interessante è forse un altro. La precedente postura di una Italia curiosa e libera di coltivare desiderio di relazione con questo o quello, inclusi i russi ed i cinesi, era pensato e vissuto dentro un fortissimo senso di coappartenenza con gli Stati Uniti d’America. Gli italiani consideravano gli USA il Paese più amico in assoluto ben il 44% pensava questo, più di Russia, Cina, Francia e Germania e di non poco. Oggi invece, questa percentuale è al momento scesa al 27%, ben meno del nuovo sentimento di neo-fratellanza europeo-occidentale. È la prima volta in settanta anni che l’Italia si sente più europea che americana e scommetterei sul fatto che questo trend continuerà ad approfondirsi.

Annusa l’aria al volo il direttore di una testata on line ora anche stampata settimanalmente, TPI. Una testata con una sua indipendenza che non la fa comunque essere nel campo “alternativo”, ma neanche del tutto in quello “mainstream”. L’articolo di fondo di Gambino titola: “Perché in questa guerra non possiamo non dirci anti-americani”. Gli USA vogliono indebolire se non far collassare la Russia e non è detto questo sia del tutto anche il nostro interesse. Gli USA vogliono egemonizzare l’intera Europa subordinandola ai propri interessi e spaccarla tra parte orientale ed occidentale e questo non è un nostro interesse. Gli USA vogliono colpire indirettamente per il momento la Cina e questo, ancora, non è il nostro interesse specifico visto che l’altro Europa è niente più che un mercato e logica del mercato vuole che vi siano forti interessi a sviluppare scambi con la Cina e l’Asia in generale che per via di ragione geografica non rappresenta, né mai potrà rappresentare per noi un problema. È da Marco Polo che rappresenta invece una opportunità, ma se si studia “Le vie della Seta” dello storico P. Frankopan anche ben da prima di Polo. Segue una densa analisi di come l’ordine mondiale versione americana, sia sempre più contradditorio e semmai utile solo agli americani e soprattutto come questa loro utilità confligga sempre più con la nostra.

Riguardo la domanda che sembra esser l’unica che ci dobbiamo porre, ne consegue ciò che ha sostenuto anche il gen. Tricarico ed altri tra i pochi che hanno voce indipendente in questi tempi bizzarri: Biden alzi il telefono e chiami un tavolo diretto di trattativa con Putin che non aspetta altro poiché tutto quanto sta succedendo riguarda più loro giochi di potenza di primo livello che non l’Ucraina ed il nostro inviargli o meno armi e tagliarci i consumi di energia sprofondando in profonda recessione e prossimo conseguente disordine sociale, con finale arruolamento in una Terza guerra mondiale che noi europei occidentali non vogliamo in alcun modo. Dobbiamo quindi mandare armi a Zelensky o un telefono a Biden?

La domanda da farci allora è “a chi stiamo andando appresso?”. Gli USA hanno in programma un potete riarmo del mondo e quando ci sono le armi, di cui sono i leader mondiali di produzione, poi queste vanno usate. Hanno sovvertito in un attimo alleanze consolidate con mezzo pianeta, tra cui il mondo arabo e buona parte di quello asiatico, inclusa l’India. Hanno fatto impazzire i prezzi dell’energia facendo infiammare l’inflazione. Hanno tentato di spaccare l’ONU, tra l’altro non riuscendoci. Dopo averci rimbambito per trenta anni con le meravigliose sorti progressive della globalizzazione, dopo essersi rimpinzati di soldi a livello delle loro esigue élite, ora hanno deciso che noi europei dovremmo commerciare solo con loro perché tutti gli altri sono “impuri”. Hanno un Presidente con un figlio che trafficava con investimenti in gas e laboratori bio in Ucraina e chissà che Zelensky e la sua cricca non lo ricatti con carte imbarazzanti. Un Presidente che ha sfondato il minimo storico di gradimento già sfondato da Trump, una macchietta presa in giro da mezzo mondo perché si vede che l’età non gli consente più di dirigere i molteplici e complessi interessi del suo Stato-potenza. Ma se è evidentemente incapace di svolgere i suoi compiti chi altro li svolge per lui? È stato eletto questo “dietro di lui”? Che agenda ed interessi ha? Un Paese che ha la più asimmetrica distribuzione di ricchezza interna del mondo occidentale e la conseguente più ampia popolazione carceraria del mondo, cosa ha di fondo “in comune” con noi? Un Paese che ha fatto 34 conflitti armati dal dopoguerra, per non parlare dei “colpi di Stato” e “regime change”, nonché varie proxy-war.

Si chiama geopolitica perché la geografia e la geostoria contano. Gli Stati Uniti sono su un’altra piattaforma continentale, così i canadesi. Gli inglesi sono su un’isola che dalla favola di Mandeville in poi (ma già da Enrico VIII) guarda all’Europa in maniera problematica e per nulla famigliare. Australiani e neozelandesi sono in mezzo ad un altro oceano e pure in un altro emisfero. Personalmente non amo le definizioni in negativo (una identità non si determina per esser “anti” un’altra) quindi non mi sento antiamericano. È sudditanza psico-culturale anche questo porre l’altro come qualcosa verso il quale si deve esprimere la differenza per trovare la propria identità.

Penso invece ci si trovi in una nuova ed interessante congiuntura storica, quella in cui occorre domandarci: “noi” chi siamo? Prima di elaborare, discutere e condividere una intenzione, la risposta al fatidico “che fare?” dovremmo capire chi è il soggetto, chi è questo “noi”. Un mio vecchio amico, diceva che più che di “progresso”, dovremmo porci il problema dell’”emancipazione”. Prima di domandarci da che parte andare e cosa fare, domandarci chi siamo anche perché è rispondendo a questa domanda che ogni altra va di conseguenza.

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OH, MON DIEU!

Nella foto, Mrs Europa rimane colpita da qualcosa che i nuovi dioscuri ucraini a difesa dei valori della civiltà occidentale hanno voluto mostrarle, il succo della antica civiltà a cui apparteniamo è tutta in questa foto.

Allarghiamo il frame. S. Karaganov intervistato dal Corsera (capo del Centre for Foreign and Defense Policy di Mosca) ha detto che quella contro l’Ucraina è una guerra in buona parte anche contro l’Europa. Ma il tono dell’articolo risente molto delle contingenze tematiche che ha voluto dargli in Corsera secondo le scansioni concettuali della propaganda odierna. Ripulendo queste parti di nessun vero interesse, proviamo a ridire quello che ha detto Karaganov in altra maniera.

L’Europa è al contempo una definizione geografica ed una definizione politica. Quella geografica arriva sino agli Urali ed include quindi la Bielorussia, il grosso del popolo russo ed un pezzetto di Kazakistan, più Armenia, Georgia e Azerbaijan al confine sud-est caucasico. Una cinquantina di stati, un quarto di quelli del mondo, sebbene la popolazione sia solo un decimo. La definizione politica invece riguarda solo 27 Paesi per un misero 5,4% della popolazione mondiale. L’attuale conflitto, oltre ai contenziosi specifici russo-ucraini, a quelli storici di potenza militare tra USA e Russia e quelli del “gioco di tutti i giochi” tra Stati Uniti e Resto del mondo, se prendiamo il solo punto di vista russo, è anche se non soprattutto un conflitto tra la definizione geografica e quella politica di Europa.

Europa è il problema da cui scaturì una Prima ed una Seconda guerra mondiale, nonché i quattro decenni di Guerra fredda, così come oggi è lì dove minaccia di potersi palesare il prima impensabile “non c’è due senza tre”. Due i problemi di Europa: 1) l’estremo frazionamento che ha portato in una storia di almeno cinque secoli a produrre una pletora di staterelli corrispondenti o meno ad una più vasta pletora di etnie -vere o presunte- quali non si ritrova in nessuna altra parte del mondo per densità di un piccolo spazio; 2) tale ricchezza varietale, come sempre avviene in questi casi di complessità, è stata la causa di una invidiabile ricchezza storico-culturale, che ha anche un corrispettivo economico, ma non davvero politico. Quella che chiamiamo “Unione” è una semplice confederazione economica, un’area di libero scambio che ora anela anche di dotarsi di una forza armata, una area di libero scambio armata, un assurdo storico che poteva venire in mente solo ai liberali.

Dal 1991, Europa va letta nei suoi Stati rispetto al problema russo, visto che UE non è mai stata, né mai sarà un soggetto geopolitico. L’intera Europa balto-orientale è stata, comprensibilmente, una area profondamente anti-russa. Qui si deve certo considerare l’esperienza Patto di Varsavia, ma anche la paranoia di vivere accanto ad un Paese immenso, militarmente praticamente invincibile, con 6000 testate nucleari. Non si sottovaluti questa condizione, è obiettiva. Forse questa parte di Europa esagera a volte, ma pone anche un problema reale: quale convivenza con uno Stato immenso, demograficamente da solo un terzo del resto del sub-continente, nucleare e con -storicamente-, talvolta, una propensione ad esondare dai suoi confini? A questa domanda, l’Unione ha fatto fatica a rispondere.

Ci hanno provato gli Stati di seconda fascia lungo l’asse longitudinale est-ovest. La Germania ha intrattenuto con la Russia, negli ultimi trenta anni, rapporti di interdipendenza. Storica poiché risalente al XVIII secolo, la relazione culturale GeRussia, alla base poi come logica geopolitica anche del patto Molotov-Ribbentrop sostenuto da tutti i geopolitici tedeschi del tempo ed infranto dal solo Hitler che di geopolitica capiva niente e ne ha pagato le conseguenze. Nel tempo recente, i sedici anni di Merkel, hanno fruttato discrete relazioni ufficiali e calde relazioni ufficiose, tra cui il primo ed il secondo North Stream al cui capo sedeva addirittura un ex-Cancelliere, G. Schroeder. Lo schema, ad un certo punto, prevedeva un South Stream, a cui capo doveva sedere Prodi, ma la forte contrarietà americana e dell’Europa nordica mossa da Berlino, ha cassato il South Stream in favore del raddoppio del North Stream.

Europa ha anche questa condanna, nessuna delle sue parti ragione come sistema, ma solo come parte che se ha convenienza si comporta come parte di un sistema, se non ce l’ha ritira fuori l’egoismo strategico nazionale.

I buoni rapporti tra Italia e Russia erano la seconda declinazione di questa seconda fascia longitudinale, inclusa la oggi censurata vendita di armi italiane ai russi fatta da Renzi. La Francia lo stesso, fino alla temeraria dichiarazione euroasiatica di Macron del 2019 su una Europa da Lisbona a Vladivostok. Ci sono poi altre declinazioni tra OSCE, G8 e tentativo di normalizzare le relazioni strategiche coi russi e molto altro ma saltiamo per sintesi.

Fino a qui, l’allargamento della NATO ad est non era di per sé un grande problema. Si ricordi che i baltici NATO confinano per due terzi con la stessa Russia da ben diciotto anni e nei fatti non gli è mai fregato niente a nessuno, russi compresi.

Problemi sono nati proprio con la questione ucraina, quella che risale almeno al 2014 se non prima. Anche qui abbiamo un comportamento ondivago della Germania e di altri paesi europei pupazzi degli americani, ma alla fine, i russi volevano salvaguardare la strategia della relazione coi “partner europei” come ostinatamente ha continuato a chiamarli Putin fino ad un mese e mezzo fa. Tant’è che quando s’è provato a diplomatizzare la questione coi famosi “Accordi di Minsk I e II”, i due garanti super-partes scelti da ucraini e russi, furono proprio Francia e Germania. Fermiamoci un attimo sul punto.

Saprete forse che tali accordi non furono rispettati si dice da entrambe le parti. Non entriamo nel merito, non ci interessa, ci interessa un altro aspetto, anzi due. Il primo è che se leggete gli accordi capirete perché non sono stati rispettati, sono redatti in alcuni punti essenziali in modo così vago ed ambiguo che era ovvio portassero a due diverse interpretazioni laddove le intenzioni reali non erano sincere. Il secondo è che non rispettato l’accordo non è successo nulla da parte dei garanti. Ora, se vi ponete come garante di un accordo, avreste voi per primi dovuti spingere ad una sua più chiara definizione altrimenti garantite cosa? Poi, se non lo rispettano, avreste dovuto sanzionare pesantemente le parti, se fate l’arbitro dovete fare l’arbitro sanzionatore altrimenti che ci state a fare in campo?

Da allora, l’atteggiamento europeo è stato una lenta discesa impotente verso la minorità di fatto verso il protagonismo strategico americano che ha investito uomini, mezzi, azioni dirette ed indirette per creare l’anti-Russia a Kiev. In Ucraina, in questi anni, si è formata una dorsale di liberali, filo-anglosassoni, filo-fascio-nazi-nazionalisti come al solito arruolati come manovalanza per i lavori sporchi, con l’intento di provocare i russi e non solo. Oggi questa banda di golpisti soft che ci viene presentata come punta avanzata e militante della “democrazia occidentale”, è diventata improvvisamente il nostro fronte avanzato da sostenere addirittura militarmente, un vero e proprio scandalo politico e geopolitico che però non si può denunciare pena l’ostracismo più o meno violento dei liberali in momentanea sospensione della stessa liberalità. Del resto, è teorizzato alle origini del pensiero liberale, in Locke, il fatto che ciò che vale dentro il sistema liberale, non vale quando il sistema liberale combatte con il proprio esterno. Il liberale in conflitto esterno è previsto a livello teorico diventi illiberale per cause di forza maggiore.

I russi hanno provato negli ultimi mesi a giocare l’ultima carta rivelatrice per stanare gli europei vs gli americani, la famosa piattaforma che doveva portare ad una conferenza internazionale di chiarimento per una pace rifondata. Ma gli europei sono rimasti in impotente silenzio ed i russi ne hanno tratto le conseguenze. Alcuni leader europei hanno fatto telefonate, hanno fatto colloqui, hanno provato a tenere in piedi trattative, ma il fatto è che gli europei non hanno alcun peso negoziale, non possono decidere loro cosa avviene e non avviene in Ucraina o nell’ambito NATO. Gli europei singolarmente presi e se non ci sono americani nei paraggi, fanno e dicono certe cose, ma se ci sono gli americani fanno e dicono quello che gli americani dicono loro di fare e dire.

A questo punto, i russi ne hanno tratto dolorosa conseguenza. Che gli europei a questo punto si dibattano nelle loro contraddizioni per cui finanziano ed armano gli ucraini con un decimo di quanto pagano ai russi per il gas. Si prendano il peso delle sanzioni che faranno male loro almeno quanto ai russi se non di più. Si prendano gli aspettati milioni e milioni di profughi da gestire con la solita imbarazzata ritrosia. Per non parlare dei riflessi deflattivi e depressivi dei prezzi delle materie prime alimentari e minerali. Si rendano conto che sono solo pupazzi in mano al puparo anglosassone, versione americana o britannica, già proprio i britannici che li hanno lasciati senza rimpianti con la Brexit.

Gli europei non esistono, per questo non riescono a gestire la contraddizione tra la loro definizione geografica e quella politica che poi politica non è essendo un mercato da domani pure armato, stante che il dominio del mercato e delle armi è comunque anglosassone.

Cinque secoli di protagonismo storico e culturale europeo, naufragano in questo triste spettacolo di una signora dell’élite cosmo-tedesca con la bella “mise en plis” di ordinanza ben pensante che prova orrore per ciò che una banda di farabutti ucraini le mostra per indurre sdegno, riprovazione e armi, armi, armi.

Nel 1795, Kant provò a tratteggiare qualche ragionamento a base di ciò che potesse promettere una “Pace perpetua”, poteva esser una base da attualizzare e da precisare a condizioni di un mondo oggi ben diverso da quello di fine XVIII secolo. Ma oggi Kant lo leggono solo quelli del Battaglione d’Azov, “oh, mon dieu!”.

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QUANDO CHI STA PERDENDO SI PORTA VIA IL PALLONE.

In un precedente post abbiamo usato una immagine simbolo del mondo come un pallone oggetto di giochi di contesa. Oggi continuiamo con la metafora del sogno di possederlo tutto questo pallone-mondo e laddove la realtà intralcia i sogni, si può arrivare a sottrarre l’oggetto stesso del contendere. Se non vincerò al gioco di quel pallone, mi porto via il pallone o lo buco, così nessun altro potrà giocarvi, fine dei giochi.

Ieri abbiamo assistito in mondovisione, forse per la prima volta che io ricordi, ad una seduta del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Il nostro miglior uomo, nostro in quanto occidentali, ha arringato piuttosto arrabbiato il Mondo dicendo che se questa istituzione planetaria non è in grado di istruire un processo tipo Norimberga, se non è in grado di estromettere la Russia ed il suo fastidioso diritto di veto dal Consiglio di Sicurezza, allora tanto vale che l’ONU si sciolga ed ammetta la sua inutilità ed impotenza, lasciando il campo a qualche nuova forma ordinativa. Dopo settantasette anni, l’Assemblea dell’Umanità è stata arringata e sferzata da un ex comico ucraino che dopo aver invocato ripetutamente atti che porterebbero alla Terza guerra mondiale, dopo aver arringato e sgridato o parlamenti occidentali distribuendo via Zoom voti dei buoni e dei cattivi, dopo aver detto al parlamento degli ebrei israeliti di decidere da che parte stare nella grande battaglia finale del Bene contro il Male nella piana di Armageddon, arriva a dire al Mondo che deve sciogliere questa sua unica istituzione che ne riflette la globalità, visto che non riesce a decidere da che parte stare.

A fine marzo 2022 si contano 59 guerre attive di varia intensità nel mondo, ma solo la sua conta. Quella in Libia ha fatto pare 15.000 morti mal contati così come quella in Yemen, la ventennale in Afghanistan ha fatto 50.000 vittime civili, forse 200.000 in Iraq, quella in Siria ha fatto circa 500.000 morti, ma nessuno ha mai avuto la possibilità di andare all’ONU a lamentarsene.

Il corrispettivo di Zelensky nel sistema finanziario globale, il nostro miglioro uomo in quel ambito, quel Larry Fink CEO di BlackRock, ha serenamente sancito quello che già i più sapevano ovvero la fine della globalizzazione. Il denaro si traferirà sul digitale e la transizione energetica va spalmata ad anni se non decenni, nel mentre si torna al carbone o si sdogana in fretta il nucleare. I prezzi aumenteranno violentemente, ma molte produzioni prima disperse nelle catene del valore globale torneranno entro i confini dei sistemi di civiltà. L’Europa dell’est, ad esempio, potrebbe diventare il posto migliore in cui riportare produzioni appaltate in Asia, contando su poche regole e basso costo del lavoro. Ma se qualcuno in Africa o in Sud America si mostrerà buon amico del nuovo sistema occidentale, potrà meritare anche lui qualche delocalizzazione.

Nel frattempo, il sistema occidentale scopre improvvisamente che tutto ciò porta a doversi difendere dalla barbarie circondante e quale miglior difesa dell’attacco? Eccoci, quindi, tutti obbligati a riarmarci, siamo improvvisamente tutti in guerra. Tutti ora a studiare i missili ipersonici, bio-armi, cosmo-armi, psico-armi, info-armi e chissà cos’altro.

La guerra è una istituzione umana che, contrariamente a quanto alcuni ritengono, compare tardi nella nostra storia. La più antica prova di un massacro da scontro armato che abbiamo, data a soli 13.000 anni fa. Se ne trovano pochissimi altri esempi sino a che l’atmosfera territoriale in quel della Mesopotamia si scalda, più o meno a partire da 6000 anni fa. Lì si manifesta quella densità territoriale che in rapporto allo spazio e sue risorse, è il motivo per cui facciamo guerre ovvero pratica di violenza tra gruppi umani. Da allora, non abbiamo più smesso.

Finita quella ucraina scommetto sul Polo Nord, tanto lì non ci sono spettatori e ci si potrà darsele di santa ragione. Ci sono 412 miliardi di barili di petrolio e gas fossile, praticamente il 22% delle riserve globali, per un valore totale di 28.000 miliardi di dollari, più uranio, terre rare, oro, diamanti, zinco, nickel, carbone, grafite, palladio, ferro e le insidiose rotte della via della Seta del Sauron pechinese appoggiate dagli orchi russi.

Gli Stati Uniti debbono risolvere l’impossibile equazione del come mantenere un sostanziale controllo diretto ed indiretto sul Mondo onde preservare il loro comodo rapporto tra una esigua popolazione (4,5% del pianeta) ed una cospicua ricchezza (25% del Pil mondiale). Questo, nel mentre l’85% del mondo, cioè il non-Occidente, cresce in demografia e ricchezza, da decenni e per previsti decenni futuri. Il mondo si è molto densificato negli ultimi settanta anni, quindi, che si fa?

La guerra, appunto. Prima si rinserrano le fila del sistema occidentale, poi si rompe il consesso mondiale a vari livelli (la rottura delle c.d. organizzazioni multilaterali dall’ONU al WTO, continuerà nelle prossime settimane a mesi, potete giurarci), poi ci si trova nel più semplice formato “Civiltà vs Barbarie”, poi sarà quel che sarà.

La costruzione del blocco delle democrazie di mercato procede spedito a dimostrazione del fatto che tutto questo è stato a lungo prima pensato, poi preparato, ora eseguito con visione ed intenzione assai decisa. Catturata l’Europa, ora la NATO si rilancia in chiave globale. Alla riunione NATO del 6 aprile, si è messo in agenda la possibile disdetta dell’accordo del 1997 che istituì il Consiglio permanente congiunto Nato-Russia che vietava all’Alleanza di schierare ordigni nucleari nelle repubbliche ex Patto di Varsavia. Svezia e Finlandia stanno per rompere gli indugi per entrare operativamente nell’Alleanza portando la minaccia diretta a San Pietroburgo. Nel documento finale compaiono aggregati alle intenzioni nord atlantiche, gli AP4 (Asia-Pacifico-4 ovvero Australia, Nuova Zelanda, Corea del Sud e Giappone) dopo che gli USA ed UK avevano già stretto l’alleanza militare diretta con Australia. Il Giappone, dopo lunga preparazione delle opinioni pubbliche che va avanti da qualche anno, sta valicando l’autoimposto limite al riarmo. Poi sarà l’aggiornamento dei Paesi a cui è concessa l’arma atomica. Il lungo post WWII è terminato, le potenze perdenti ora sono inglobate funzionalmente nel dominio a centro americano e così pioveranno miliardi per il riarmo di Germania e Giappone.

Tutto questo si sta svolgendo davanti ai nostri occhi attoniti. Villaggio globale, multiculturalismo, globalizzazione, soft power, governo mondiale, comunità di destino, cura della casa naturale comune planetaria ed una susseguente arruffata collezione di concetti che ancora un mese fa facevano sistema dogmatico di riferimento di ogni buon occidentale dal cuore d’oro, via. Ora il gioco diventa improvvisamente duro e quindi è il momento in cui i duri cominciano a giocare. Cominciando dal portarsi via il pallone perché o si fa parte della SuperLega delle democrazie di mercato di pelle bianca o non si gioca più. Si spara.

Non vi piace? Vabbe’, è previsto, almeno all’inizio un po’ di smarrimento è concesso. Ma vedrete che tra qualche mese, dopo bombardamenti psico-valoriali 7/24, finirete col schierarvi con Rampini. Basta con questa lagnosa autocoscienza critica occidentale, siamo la Civiltà guida ed un sordido mondo sempre più trafficato ci assedia. Tutti quindi a difendere le mura della città stante che, com’è noto, la miglior difesa è l’attacco. A livello di sistema-mondo, il motto ora è “la Russia fuori, la Cina sotto, nuovi alleati dentro”. Il regolamento di conti finale si sta preparando in gran fretta, per un Nuovo Secolo Americano questa è l’ultima chiamata e la risposta che vediamo approntarsi promette fuochi artificiali di grande effetto. Del resto senso comune dice che “non c’è due senza tre” e la prima impensabile WWIII, fa capolino all’orizzonte degli eventi che mai avremmo voluto vedere.

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IN CHE GIOCO SIAMO CAPITATI?

Useremo qui “gioco” nel senso di -interrelazioni competitive tra giocatori secondo regole per raggiungere uno scopo-. Dal “Grande gioco” (Medio Oriente – Asia) alla “Grande scacchiera” di Brzezinski, al mio più modesto “Gioco di tutti i giochi”, le questioni geopolitiche sono spesso state metaforizzate con questa definizione di “gioco”. La stessa Teoria dei giochi allude a questi sistemi di interrelazioni e può valere tra individui come tra gruppi. Nel senso comune, gioco ha tutt’altro sapore, ludico, disinteressato, di intrattenimento, di divertimento. A taluni, quindi, potrà risultare antipatico trattare guerre, conflitti e tragedie inevitabilmente umane con un termine così leggero. Ma, come detto, qui si usa il termine nel senso analitico. Il “gioco” in cui siamo capitati è dunque questo:

1. L’Occidente (Europa + Anglosassoni) è in una dinamica che dura da settanta anni in cui diminuisce costantemente il suo peso demografico (oggi solo al 16% sul totale mondo) ed in cui a minor velocità, ma non minor costanza, perde anche quote di peso economico e geopolitico. Questo perché il resto del mondo è costantemente e significativamente cresciuto negli ultimi settanta anni. Tutto ciò è previsto continuare con una certa ineluttabilità per almeno i prossimi trenta anni.

2. Tutto ciò si riflette su una inedita forma di ordine mondiale, l’ordine a più varietà detto “multipolare”. Da quello che sappiamo in cultura della complessità (tra cui la Teoria delle reti), che sia biologia o ecologia o sociologia ovvero in ogni campo che studia forme di vita, tutti i sistemi molto complessi oscillano intorno ad una media auspicata come forma di equilibrio (tipo omeostasi) e le loro dinamiche interne si ripartiscono tra più sottosistemi a più varietà. Ve ne sono di vari livelli e peso, con maggiori i minori connessioni, ma come nel caso della biodiversità, sistemi molto complessi sono resilienti nella misura in cui sono molto distribuiti. Sebbene ad alcuni dia fastidio la parola “resilienza” essa è omologa a resistenza solo che resistenza è concetto più proprio dei sistemi non vitali (ad esempio quelli fatti in ferro o cemento o altra materia), resilienza è più propria dei sistemi che assorbono perturbazione senza rompersi per poi ripristinarsi all’equilibrio che avevano prima della perturbazione, com’è nei sistemi vitali, a base cioè di varietà biologiche.

3. Questa maggior distribuzione di un ordine multipolare non è una scelta, è naturale laddove dai 2,5 mld del 1950 siamo passati ai 7,5 mld (e più) di esseri umani del 2020 con passaggio anche da sessanta circa a duecento Stati sovrani. Da 7,5 mld, diventeremo poco meno di 10 mld al 2050. Sono di pari aumentate le interrelazioni tra le varie parti, quindi in poco tempo, si è andato formando un sistema molto complesso che sta relativizzando il peso occidentale.

4. Tutto ciò insidia nel fondamento la forma della nostra civiltà che proprio dal dopoguerra ha vissuto un periodo in cui, partendo da un dominio sul mondo ancora molto forte che ereditavamo dai secoli precedenti, ciò che chiamiamo “era moderna”, ha poi assistito ad una sua lenta contrazione, con previsioni di ulteriore contrazione nella misura in cui vaste parti del mondo si emancipano e cominciamo ad avere interrelazioni incrociate tra loro di tipo cooperativo. Hanno relazioni di tipo cooperativo non perché siano “più buoni” di noi che invece tendiamo ad avere relazioni competitive, ma perché partono tutti da posizioni basse di potere ed interessi. Negli ultimi anni, si è venuta a formare una grande rete di questi sistemi non occidentali, dai Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa a cui oggi si sommano anche altri come Turchia, Messico, Indonesia o Pakistan, vari africani etc.) a molti altri, soprattutto in Asia che conta il 60% del mondo, con una sorta di naturale alleanza d’intenti: quella di promuovere l’avvento -che tanto ci sarà comunque- di un ordine multipolare che dia loro maggiori chance di sviluppo con un certo grado di autonomia.

5. Tale questione ha un lato drammatico non tanto per la civiltà occidentale nel suo complesso, ma per una sua componente, quella anglosassone ed in particolare americana. Gli Stati Uniti, infatti, dipendono più di chiunque altro dalle rendite di posizione che avevano nel 1950 che sia l’ordine World Bank – IMF o il dollaro o Wall Street o il primato tecnologico e quindi quello militare o il soft power (ma solo dopo l’hard power). Abituati ad ordini bipolari di cui loro erano il polo dominante, o addirittura vagheggianti un ordine unipolare, il multipolare è per loro un gioco che, comunque verrà giocato, promette perdita di dominio, potere, ricchezza. Ricordo che sono solo il 4,5% del mondo sebbene ancora facciano il 25% del Pil mondiale. Molto di questa esorbitante quota non è data da capacità competitive intrinseche come Cina, Giappone, Germania, India etc., ma da rendite di posizione dominante. Il tutto assomiglia molto alla posizione di semi-monopolio nelle questioni dei mercati. Trasferita nel campo geopolitico, il monopolista è disposto a condividere potere da oligopolio ma non da libero mercato e relativi ordini emergenti quali teorizzati nel concetto “mano invisibile”.

6. Arrovellatisi a lungo su come far fronte a tali eventi che, come detto, hanno una certa ineluttabilità, gli americani hanno di recente introdotto una versione di gioco che chiamano “democrazie vs autocrazie”. La faccenda non è così precisa, India e Brasile sarebbero in teoria democrazie mentre alleati dell’America come l’Arabia Saudita o la stessa Turchia nella NATO lo sono ben di meno. Ma il grande pubblico occidentale di queste cose sa meno di niente, è facilmente sensibile alle semplificazioni, gli slogan, la ripetizione ossessiva di concetti anche quando sono incredibili come “X lava più bianco”, viepiù si tratti di ideali. Si noti come, al di là delle imprecisioni, in verità i conflitti competitivi di potenza, avvengono del tutto al netto qualcuno sia o si ritenga essere “democratico” o meno. Nei conflitti di potenza, a volte si è adottato il vestito “civiltà vs barbarie” o “cristiani vs infedeli” o “sciti vs sunniti” o “popolo in missione per conto di Dio vs resto del mondo”, ma il vestito serve solo a coprire logiche materiali molto meno nobili.

7. Questo è il primo livello del gioco in cui siamo capitati, il più importante, il livello in cui si gioca la partita tra vari tipi di ordine uni-bi-multi polari. Il secondo livello è quello per il quale, gli Stati Uniti hanno da vari anni messo nel mirino la Russia come loro avversario più insidioso. Questo perché pur stando il fatto che il gioco è a più livelli (politici, geopolitici, economici, finanziari, culturali), i conflitti di potenza tra Stati sono regolati storicamente con le armi. In termini di armi, i russi sono molto inferiori agli USA, ma quel gioco specifico è determinato dall’ultima arma che potete mettere sul tavolo quando sarete spalle al muro. Tale ultima arma è l’arma atomica ed in quel specifico asset, russi ed americani sono pari. Questo porta gli uni e gli altri a doversi evitare dal conflitto diretto perché inizierebbero, anche non volendolo, a salire giocoforza i gradini della scala conflittuale in cui nessuno dei due può perdere se non perdendo la reputazione di potenza, motivo per il quale prima di perderla si arriverebbe ad usare l’arma proibita, quantomeno per pareggiare. Questo urta molto gli Stati Uniti anche perché i russi amano impicciarsi dei giochi militari di potenza americani aiutando a volte l’Iran o la Siria o la Libia o altrove secondo logica “il nemico del mio nemico …”, cosa per altro ricambiata come nella prima invasione russa dell’Afghanistan, del Caucaso o nel Centro Asia.

8. Ecco allora che gli Stati Uniti in proprio o versione NATO, hanno approntato da molto tempo la trappola di tutte le trappole: l’Ucraina. Una anti-Russia al confine della Russia quanto di più urticante possa esistere. Dopo le tante scaramucce indirette, l’Ucraina rappresenta il trappolone più promettente per le strategie competitive americane. E ciò ci porta al terzo livello, la guerra in Ucraina.

9. I russi hanno abboccato al trappolone non perché siano stupidi o pazzi o abbiamo il cancro alla tiroide, ma perché in termini concreti di pericolo strategico e di difesa reputazionale non potevano fare altro. Ad alcuni poco pratici del campo, “reputazione” suonerà strano. Non si tratta della reputazione della propria bellezza o giustezza o attrattività o idealità, si tratta della semplice reputazione di potenza, le fiches più importanti al gioco della competizione tra Stati in dimensione mondo. Non sono necessarie per esser giocate sempre, è il solo poterlo fare che fa ottenere reputazione di potenza.

10. A questo punto, giocatisi invece la reputazione che conta per noi occidentali che vestiamo i conflitti di potenza con aspirazioni ideali e valori, i russi sono diventati gli “intoccabili”, dei fuoricasta. Gli europei che condividono la massa continentale con russi, cinesi, indiani, musulmani ed africani (AfroEurasia) non potranno più avere relazione alcuna col nemico o i nemici degli americani da cui dipendono per varie ragioni ed in varie forme e quindi dovranno accorparsi al sistema americano molto di più di prima, a livello diciamo del dopoguerra. Non hanno infatti possibilità di giocare il gioco secondo propria intenzione, anche perché non hanno una unica intenzionalità. Così, dal primo al terzo livello di gioco, il nuovo sistema occidentale tornato ai fasti degli anni ’50, sarà in un campo di nuovo bipolare con tutti gli amici di qua e tutti i nemici di là, format guerra fredda con fine della globalizzazione ed il suo ridicolo “villaggio globale”, il riarmo, l’economia e finanza che prova a tagliare i ponti da ogni interdipendenza in cicli di feedback di rinforzo del sistema occidentale vs resto del mondo. Tutti a difesa dell’essenza dell’occidentalità. Quel sistema politico-economico che con sprezzo del ridicolo ama chiamarsi “democrazia di mercato”, una forma di potere oligarchico che però si veste da democratico per ratificare la propria conferma di “elezione”. Oligarchia sta per “potere dei pochi”. La nostra essenza ordinativa è difendere questo “potere dei pochi” come fosse l’interesse dei molti.

11. Nessuno si pone il problema di come aumentare i nostri tassi di democrazia interna, viepiù siamo tutti impegnati a difenderne la sua pallida versione occidentale dalle “aggressioni esterne” delle autocrazie. E’ il nemico esterno che detta le priorità e ci fa sentire tutti amici interni. Tanto poi in Occidente “democrazia” non ha né partiti che la promuovano, né intellettuali che la pensino in modo sistemico.

12. Ecco perché la guerra russo-ucraina è l’unica cosa che dovete osservare ovvero prender parte per “l’aggredito contro l’aggressore”, in gioco ci sono i valori occidentali. Tali valori ideali meritano il sacrificio di quelli più prosaici che pensavamo prima i più importanti. Dovete armare e finanziare gli ucraini che combattono nella piana di Armageddon per il Bene contro il Male e ringraziarli pure. Dovete tagliare il gas, prender milioni di profughi, sopportare l’aumento delle materie prime, inflazione, disastro economico, alimentare e sociale, disordine ai massimi livelli in AfroEurasia, tra cui le già precarie coste del Mediterraneo perché è in ballo l’ordine del mondo per i prossimi anni. Viepiù lo farete, viepiù i russi per raggiungere i loro imperscrutabili motivi strategici dovranno compiere atti immondi -veri o presunti nessuno potrà esserne certo per decenni- che distruggeranno ulteriormente la loro reputazione generale. Pagheranno in reputazione generale il loro ostinato perseguimento della difesa della loro reputazione di potenza. In più dovranno dissanguarsi materialmente, rischiare di non vincere e giocarsi anche la reputazione di potenza sul piano strettamente militare, dubitare in profondo sulla loro mossa, mettere in dubbio la loro stessa leadership. Se arriveranno spalle al muro, gli americani giurano che secondo i loro calcoli da Teoria dei giochi, non useranno l’arma della disperazione e quindi non sceglieranno “Sansone e tutti filistei” ma un più pragmatico, “meglio vivi che morti”, pagandolo in perdita relativa di potenza. Secondo loro è un rischio ben calcolato e poiché sono convinti che il calcolo è tutto nella vita, hanno adesso tecnologie e saperi per ottenere la massima calcolabilità. Il “caso ucraino” diventerà lezione per ogni altro vorrà sfidare qualche anno in più di dominio occidentale.

Attirati nella trappola ucraina, i russi dovranno perdere punti di reputazione, generale e di potenza, separandosi violentemente dagli europei catturati egemonicamente in un nuovo patto atlantico (la cui versione commerciale comparirà a breve), stabilendo il nuovo format “democrazie vs autocrazie” che bipolarizzi il mondo rallentando l’avvento dell’ordine multipolare. Sottraendo ai multipolari la fondamentale sponda militare russa. Ed è per questo che gran parte del mondo sembra non avere la nostra stessa sensibilità per quello che sta succedendo in Ucraina. Loro giocano al primo livello non al terzo.

L’eccezionale ed inquietante mobilitazione culturale, informativa e politica dei nostri oligarchi, è arma necessaria per compiere questo ambizioso disegno strategico che dia almeno un decennio (o più) di centralità di potenza-mondo agli Stati Uniti rinnovato centro gravitazionale del sistema occidentale in grado di mantenere ampie forme di dominio diretto o indiretto sul Mondo.

E di questo gioco che dovete scegliere come “fare il vostro gioco”, non il terzo livello o il terzo più il secondo, ma il primo più il secondo più il terzo, tutti assieme.

Detto ciò aggiungiamo però una avvertenza. quanto detto è un gioco serio, concreto e reale di cui siamo tutti pedine e giocatori, non spettatori terzi. A dire che il giudizio che date a tutto ciò, per non dire delle eventuali strategie che sceglierete, è meno semplice di quel che appare. Se ad esempio pensaste migliore l’idea che il vostro sistema naturale che è l’Italia, in tutto ciò abbia invece vantaggi in chiave multipolare, dovreste domandarvi se ha il peso per poter giocare quella partita. Se pensante che non lo ha ma lo avrebbe in teoria l’Europa, dovreste domandarvi come è possibile, anche solo in teoria, una strategia geopolitica per una cosa che non è uno Stato. Se pensante allora che l’Europa dovrebbe diventar uno Stato, dovreste rendervi conto la cosa non è nel novero del possibile, anche volendolo (e non lo vuole nessuno). Quindi c’è un problema di definizione del soggetto-giocatore da mettere in agenda. Se non pensiamo al soggetto, non avremo facoltà di poter scegliere alcun gioco.

Non è detto neanche che mandare armi in Ucraina sia sbagliato. In fondo anche l’esercizio di potenza russo è inquietante, in questa situazione -semplicemente- non avremmo dovuto trovarci, come non avremmo dovuto trovarci nella situazione pandemica o quella climatica. Ma poi mandare quante armi e di che tipo, condizionate a quale uso? Fino alla “vittoria finale” come annuncia Zelensky? Fino alla distruzione di tutta l’Ucraina e degli ucraini? E che senso ha il nostro comportamento che ha ignorato tutto quello che è lì successo almeno da otto anni, se non prima, svegliandoci solo quando gli eventi sono precipitati? Anche questo senso di urgente dovere nel partecipare finale, quando tale dovere dovevamo forse esercitarlo molto prima, andrà ripensato. Non si dovrebbe sentire l’urgenza oggi quando non la si è sentita prima o meglio, visto che la sentiamo forte oggi dovremmo anche criticarci sul perché non l’abbiamo sentita prima.

Come detto, allora, forse in certe situazioni dovremmo cercare di non trovarci perché “dopo” è tardi. Il nuovo mondo complesso ha questa doppia, inedita, caratteristica: tocca fare strategie per tempo e perseguirle per dominare gli eventi attesi in previsione. Fare previsioni e conseguirne strategie, due cose che non siamo culturalmente abituati a fare. Viviamo un mondo sempre più complesso in maniera eccessivamente inconsapevole, arriviamo tardi quando le condizioni di possibilità si sono strette all’emergenza, così saremo costretti a vivere nell’emergenziale permanente, con tutti i relativi stati d’eccezione per cause di forza maggiore che ne conseguiranno.

E non è detto neanche che sia sbagliato riarmarsi un po’. Queste del mondo multipolare sono “relazioni” e non si possono intonare se cooperative o competitive solo per decisione di un singolo relato. L’Egitto ha più della metà dei suoi cento milioni di abitanti sotto i 24 anni e nei prossimi mesi non avranno cereali da mangiare, potrebbero diventare un po’ aggressivi ed hanno una consistente forza militare, stanno lì davanti a noi e condividono il Mediterraneo. Ma se poi pensate che il riarmo dovrebbe agire a livello europeo, dovrete come detto sciogliere le questioni intorno alla costituzione non unitaria cioè intenzionale geopoliticamente, dell’UE. Forse dovreste prender atto che i nuovo assetti NATO stanno diventando sempre più anglo-nordici mentre noi siamo mediterranei. Allora forse dovremmo pensare ad un polo militare tra europei mediterranei e chissà se facendo cose militari assieme, non ci venga poi possibile e conveniente pensare di farne altre, trovando così una strada che ci suggerisca una soluzione al problema più generale del soggetto cui accennavamo prima.

Se foste “pacifisti” dovreste considerare che il mondo vi chiede cosa fare alle condizioni in cui si trova, se lo foste davvero avreste allora dovuto impegnarvi molto di più negli scorsi anni e decenni per far si che il mondo prendesse una piega cooperativa che non ha. Se non vi occupate del mondo poi non potete pretendere di dirgli come dovrebbe essere per soddisfare i vostri ideali di principio. Infine, se voleste invocare la pace, forse dovreste comprendere meglio a chi rivolgervi, capire quanti livelli di conflitto ci sono e tra chi. Fino a che Biden non alzerà il telefono, come già avrebbe dovuto fare e come si è sempre fatto nella guerra fredda tra i due arcigni contendenti, invitando i russi ad un tavolo di confronto su gli ordini mondiali, la guerra continuerà perché questo è quello che vuole l’America. Ma questa guerra infinita alla Russia è anche la nostra guerra?

Forse qualcuno dovrebbe rimettersi a pensare il concetto di Occidente come sfera di civiltà originariamente europea e quindi pensare a due Occidenti che hanno parti simili e parti dissimili (se non altro perché si ambientano in due geografie, quindi due geostorie ben diverse). Tale “distinzione degli occidenti” andrebbe prima portata avanti culturalmente, capire quanto le nostre culture sono ormai mischiate con canoni anglosassoni e quanta continentalità abbiamo perso. Ormai pare abbiamo tutti capito che siamo incappati in una svolta epocale, che stato ha allora il mostro pensiero? Vedete una svolta epocale anche nei nostri sistemi di pensiero o arriviamo all’appuntamento con sistemi vecchi che dovrebbero capire cosa nuove?

Se altresì pensate noi si debba prender atto degli andamenti del mondo ed accettare un ridimensionamento pilotato, allora dovreste ricavarne una nuova teoria della società in quanto le nostre società basate su ordinamenti economici si sono fondate su ordini precedenti in cui eravamo parte dei dominanti. Se invece pensate che la strategia americana coincide col vostro specifico interesse, siete a cavallo e non dovete farvi alcuna domanda e darvi alcun pensiero, basta vi lasciate andare all’odio per il nemico esistenziale, magari quello che la butta sul “complesso”.

Insomma, il gioco è complesso e “complesso” significa “intrecciato assieme”, tutte queste e molte altre cose sono intrecciate assieme, se ne tirate l’una vien fuori l’altra e poi un’altra ed un’altra ancora. Il gioco è complesso perché il mondo lo è diventato sempre più ed in poco tempo secondo gli standard degli andamenti storici. Per adattarsi a questo mondo bisognerà fare analisi e previsioni ed elaborare strategie per tempo altrimenti rimarrà solo il triste conforto della critica a fatti compiuti. Un lusso che si pagherà molto caro ammesso che un clamoroso fallimento adattivo sia un lusso il cui prezzo si possa davvero “pagare”.

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PUPAZZI E PUPARI.

Alla sua elezione nel 2019, Zelensky ricevette un caldo benvenuto da parte di una organizzazione che si chiama: UKRAINE KRISIS M.C. Questi, pubblicarono una lunga lista di “linee rosse” che il nuovo presidente non avrebbe dovuto oltrepassare, pena la perdita di consenso internazionale occidentale che vale a due livelli: il grande pubblico, il piccolo vertice dei “portatori di interesse” ovvero governi e loro diramazioni, tra cui i finanziatori, protettori, armatori della giovane democrazia ucraina. Il documento era sottoscritto da una lunga lista di organizzazioni ucraine e non che troverete in fondo al testo. Il movente era dato dal fatto che su quel primo mese di governo del neo-presidente, eletto su una piattaforma anti-corruzione e di relativa pacificazione con la Russia, l’organizzazione aveva da ridire allarmata. Tanto da scrivergli non dei ragionamenti politici o punti di vista legittimi, ma una chiara lista della spesa di “linee rosse”, da non superare in alcun modo, un diktat insomma, l’oggetto di un contratto.

1. CHI FINANZIA L’UKRAINE KRISIS? L’elenco completo è nell’allegato. Segnaliamo con distinzione: International Renaissance Foundation (IRF membro del network Open Society Foundation di George Soros); il National Endowment for Democracy (una stella di primaria grandezza della galassia di fondazioni ed ONG americane tese a “promuovere” con ogni mezzo la democrazia ed il mercato, non l’una o l’altro ma l’abbinata perché controllando il mercato si controlla la democrazia); la NATO; istituzioni della Lega del Nord Europeo-Anglosassoni (olandesi, svedesi, norvegesi, finlandesi, polacchi, canadesi, estoni, cechi, tedeschi ed americani a capo di tutto).

2. QUALI ERANO LE LINEE ROSSE DA NON OLTREPASSARE SEGNALATE A ZELENSKY? Una selezione delle tante cose che il neo-Presidente NON avrebbe dovuto fare pena a perdita di finanziamenti e protezione comprendeva:

– Consultare il popolo con appositi referendum per decidere come negoziare con la Russia.

– Fare negoziati diretti con la Russia senza i partner occidentali

– Cedere qualsivoglia punto nei negoziati con la Russia sulle varie questioni (NATO, Donbass, Crimea, allineamento internazionale etc.) non cedere neanche un millimetro di territorio, non riconoscere a Mosca alcun punto per il quale l’Occidente ha elevato sanzioni alla Russia (Crimea).

– Ritardare, sabotare o rifiutare il corso strategico per l’adesione all’UE e alla NATO

– Ripensare la legge sulla lingua, l’ostracismo a media e social media russi, dialogare coi partiti di opposizione filo-russi (poi di recente messi direttamente fuori legge, sono 11), venire a patti politici con precedenti figure coinvolte nel governo Janukovich (democraticamente eletto e rovesciato col colpo di Stato del 2014), lanciare operazioni giudiziarie contro il governo precedente di Poroshenko (appoggiato dagli stessi firmatari) contro il quale Zelensky vinse le elezioni con il 30%.

Il documento è regolarmente on line. Datato 23 maggio 2019 (il secondo turno delle elezioni ucraine che elessero a sorpresa Zelensky era il 21 aprile, un mese prima). L’ho trovato seguendo un semplice link della pagina Wiki del IRF di Soros. Tempo di ricerca 2 minuti.

Si noterà in tutta evidenza che pur essendo del 2019, tocca gli stessi punti a base oggi del conflitto e relative, impossibili, trattative di pace. Se ne volgete il testo dal negativo al positivo, è in pratica buona parte della piattaforma 3+2 avanzata dai russi per risolvere il conflitto.

Io non sono un giornalista ma come studioso faccio certo ricerche per comprendere gli eventi. Ma evidentemente “fare ricerche” per inquadrare fenomeni non è giudicato necessario nel regime democratico di mercato, viepiù dalla sua “libera stampa”. Ma io non sono un “democratico di mercato”, sono un democratico radicale cioè uno che pensa che la democrazia dovrebbe essere l’ultima istanza di decisione politica di una comunità.

La giovane “democrazia” ucraina è sovrana o condizionata? Condizionata da chi ed a quali fini geopolitici? Da quanto tempo? Nell’interesse ucraino deciso da ucraini o nell’interesse di chi altro, deciso da chi altro, veicolato con quali modalità “democratiche”? Cosa sanno gli ucraini nei vasti numeri del perché sono stati invasi da una forza armata del temuto vicino con il quale avevano un longevo e complicato contenzioso, stante che va ripetuto che -per quanto per noi ovvio- non c’è “diritto” formale che giustifichi che uno Stato invada l’altro armato? Ma l’elenco delle linee rosse non era poi, per buona parte, il contenuto dei vaghi “Accordi di Minsk II”? Ed a Francia e Germania che sovraintendevano quegli accordi, ciò era ed è noto o no? E cosa succede nei fatti bruti e non sul piano del diritto formale, quando si crea una situazione di questo tipo? Le migliaia di morti e milioni di profughi che fuggono dalla propria precedente vita ora in macerie, vedono migliorata la propria posizione esistenziale dal fatto che il piano del diritto formale condanna senza appello questi eventi che tanto si producono lo stesso sul piano del realismo concreto? E converrebbe oggi agli ucraini basarsi sul diritto formale o sul realismo concreto per tentare risolvere la situazione? E siamo sicuri che la giovane democrazia ucraina possa, se lo volesse, agire sul piano del realismo concreto quando i suoi sponsor necessari (ricordo che l’Ucraina, prima della guerre era al 133° posto per Pil pro capite, mentre oggi è sostanzialmente uno stato fallito tenuto in vita dai finanziamenti americani ed europei) vogliono solo che rimanga l’eterno testimonial dell’infrazione russa del diritto formale? Per cui non c’è alcuna “pace” possibile, perché non è questa nell’interesse degli sponsor? E come giudichiamo questi sponsor che per proprie mire geopolitiche sacrificano uomini, donne e bambini ancorché questi vittime in prima battuta dei russi? E come agiscono questi sponsor della democrazia di mercato in Italia e non solo nei recenti “tempi speciali”, ma nei tempi normali dei decenni della nostra vita democratica post-bellica? Ed in Francia? Ed in Germania?

E’ quando i più sembrano avere incrollabili certezze di giudizio che conducono all’azione, che occorre farsi qualche domanda.

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UN MESE DOPO.

Dopo il primo mese di guerra, oggi siamo forse in grado di fare ipotesi (che comunque tali rimarranno) su come andrà a “finire” il conflitto.

I conflitti dentro il conflitto sono tre. C’è il conflitto “aggressore-aggredito” provocato dall’invasione russa in Ucraina, c’è il conflitto “provocatore-provocato” tra Stati Uniti e Russia che fino ad oggi sono stati i due pari competitor planetari militari avendo più o meno la stessa dotazione nucleare, c’è il conflitto a guida americana “democrazie vs autocrazie” che era il programma di politica estera di Biden alle elezioni, con cui gli americani tentano di bipolarizzare il mondo giocandosi così la loro partita per ritardare l’avvento di un ordine multipolare che ne relativizzerebbero la potenza, la ricchezza, l’influenza.

I tre conflitti non possono intendersi slegati, sono intrecciati assieme e questo ne determina la complessità d’analisi. Ma al contempo, ne facilita la lettura strategica. Sebbene la strategia di comunicazione americana faccia terra bruciata intorno a tutto ciò che non si riferisce all’Ucraina propriamente detta, con questa reiterazione ossessiva del format “aggressore-aggredito”, è proprio fuori del semplice conflitto ucraino che va trovata la chiave strategica.

Ieri terminava il primo mese di guerra e non a caso è terminato con un discorso planetario del presidente americano. Biden ci ha fatto sapere che questo conflitto non terminerà non per mesi ma per anni. Perché?

Ovviamente perché il conflitto basato sul format “democrazie vs autarchie” è su sfondo geopolitico-storico. La battaglia tra mondo uni-bi-polare e mondo multipolare è di fase di transizione storica, non è certo cosa che si svolge in breve tempo. Ed è proprio per comprare tempo che gli USA hanno lanciato questa sfida non appena i russi gli hanno dato l’occasione.

Ma anche il conflitto tra le due superpotenze atomiche, che a sua volta è un conflitto compreso in quello della transizione multipolare ove per gli americani è necessario depotenziare il nemico più temibile sulla scala militare, ha la stessa necessità strategica temporale. Come detto poco tempo fa, c’è chi ha letto l’intera guerra fredda come una lunga pressione tra l’enorme capacità di spesa americana vs le limitate capacità sovietiche. Obbligare l’URSS ad usare sostanze per la chiave militare portava a fallimento economico, sociale e quindi infine, politico e così in effetti è andata.

Oggi, di nuovo, tenere la Russia in conflitto semi-permanente, per anni, ed oltretutto sotto pesanti sanzioni, punta allo stesso effetto. Inclusa la speranza che qualche Elstin, prima o poi sopravvenga a Putin, come ha chiaramente detto ieri Biden, creando un clamoroso incidente diplomatico. Altri conflitti satellite come nel Caucaso, nel centro-Asia, rivolte in Bielorussia, ripresa in Siria, Libia o magari nuovi impegni nei mari polari o di Barents con qualche nave giapponese ed ogni altro teatro strategico in cui è impegnata la Russia, aggraveranno il dilemma tra “risorse sempre più scarse e possibili impeghi alternativi”. Essendo potenza aggressiva ed in guerra, la Russia verrà sospesa dal consesso internazionale e questo depotenzierà l’intero schieramento avversario nel confronto multipolare.

Questi due conflitti si basano su un ancora presente vantaggio di risorse, viepiù oggi che gli USA diventano USA + Resto dell’Occidente + Area larga di influenza occidentale e con un vantaggio di risorse ed un conflitto permanente, c’è solo da far lavorare il tempo a proprio favore, non troppo ma abbastanza.

Naturalmente, tutto ciò non funzionerebbe se non ci fosse l’Ucraina e la sua disponibilità ad immolarsi per la causa. Dal loro punto di vista non è una strategia sbagliata, anzi. Poter esser di fatto la punta di lancia dell’ambiente NATO, anche senza le garanzie protettive dell’art. 5 è la migliore posizione militare possibile per restare vivi nel confronto coi russi, anche se ovviamente tutto ciò al prezzo di migliaia di vittime e distruzione materiale. Sempre meglio che capitolare però. E non si svalutino i vantaggi di esser finanziato ed armato gratuitamente per anni per il duro lavoro che si compirà.

Quindi c’è un aggredito disponibile a continuare il suo ruolo per anni senza arrendersi, su questo il sistema a guida americana investirà per far fallire i russi se non provocare il fatale “regime change”, il tutto imporrà direttamente ed indirettamente la riduzione della transizione di complessità al multipolare in un comodo bipolare dalle mille frizioni periferiche su tanti tavoli (commerciali, economici, finanziari, sanzionatori, giuridici, multilateriali, di scambio scientifico e tecnologico etc.). Non ci sarà un confronto diretto tra Occidente e Multipolari ma uno scontro prolungato in via indiretta in cui i primi faranno pagare prezzi salati a tutti coloro che insistono nelle loro mire di contro-potenza. Tra l’altro, da una parte c’è un sistema con un chiaro leader forte e potente (USA), dall’altra un sistema vago con molti leader tra loro anche in competizione reciproca in altri confronti regionali. Così va letto l’incontro sino-indiano di cui parlammo ieri. Il “divide et impera” è tutto a favore dei primi, o quasi.

A questo punto, molte sono le conseguenze in analisi sui vari formati del triplice conflitto e di più le possibili previsioni sugli sviluppi futuri. Per ridurre l’incertezza derivata dalle troppe variabili e reciproche non lineari interrelazioni, sarebbe utile capire la strategia russa. Ma in questa guerra non sappiamo davvero quale essa sia. Su questo ha giocato l’esercito dei commentatori il cui ruolo è quello di razionalizzare gli eventi dando ai grandi pubblici la propria visione dei fatti, stante che pure i fatti non li conosce davvero nessuno visto che non c’è alcuna terza parte sul campo a testimoniarli. Ma su questo ha giocato anche Mosca. Solo quando Mosca dirà “per noi va bene così” congelando il conflitto allo stato delle cose che saranno sul campo a quel momento, si capirà come intendono giocarsi questa partita che è ormai chiara a tutti, loro compresi, anzi forse a loro chiara prima ancora di iniziarla.

Il c.d. “conflitto congelato” che ormai pare l’unica prossima possibile tappa di ciò che vediamo e sentiamo ruotare intorno agli eventi, che caratteristiche avrà? Qui, per la prima volta da quando è iniziata questa storia, tentiamo l’ipotesi in quanto abbiamo un mese di fatti, dichiarazioni, azioni alle spalle, sebbene ancora molta nebbia davanti. L’Ucraina rimarrà a tutti gli effetti uno stato legittimo e sovrano, ma in guerra. Come tale non potrà comunque esser accettato nella NATO a meno che gli europei non vogliano firmare la loro nuclearizzazione, cosa da escludere con sicurezza. Da parte russa, quindi, per “congelare” operativamente il conflitto sul campo, occorrerà trovare la migliore posizione logistica. Infatti, se i russi avranno interesse a portare il conflitto a bassa intensità per lungo tempo visto che non potranno far altro perché gli è imposto dal vero nemico che è a Washington e non certo a Kiev, debbono mettersi un una postura difendibile al minimo prezzo visto che gli ucraini super-armati ed i loro interessati sponsor, non desisteranno mai.

Non potendo mai avere un impegno da parte di Kiev sull’obiettivo no-NATO anche se è impedito di fatto, un riconoscimento delle due repubbliche e del dato di fatto della Crimea, avendo sostanzialmente degradato la forza militare avversaria a livello infrastrutturale ed avendo probabilmente eliminato le punte più belliche e ideologiche (di cui non conoscevamo l’anima nazi-kantiana) che hanno condotto il lungo conflitto del Donbass in questi anni, Mosca dovrà attestarsi alla posizione più difendibile.

Questa è ovviamente il Dnepr. A destra del Dnepr c’è l’Ucraina gradatamente più industriale, russofona ed in parte russofila, a sinistra del Dnepr il contrario. In più a sinistra del Dnepr, il territorio si farebbe sempre più infido per i russi, i prezzi di vite umane, militari e civili, insostenibili, la vicinanza all’area NATO da evitare. Un chiaro “over streetching”. Quanto al Dnepr, basterà far saltare tutti ponti non tra i principali e presidiare questi per abbassare di molto l’impegno bellico prolungato. Si chiama “geo-politica” perché la geografia conta ed i fiumi sono una componente fondamentale come già avvenne da queste parti nella IIWW con la “linea Stalin”. Quanto alle coste, inglobato il Mar d’Azov come lago interno lo spazio russo, consolidato il collegamento con la Crimea, guadagnato molti chilometri di confine verso ovest, rimarrà in questione Odessa. Odessa ed il suo antistante, sarà forse il fronte più attivo nella lunga guerra di posizione e logoramento futura. Vitale tenerla per gli ucraini, vitale per i russi impedirglielo quanto più possibile, anche isolandola di fatto via mare.

Infine, se il tempo sostiene la strategia americana nei due altri livelli di conflitto, su questo livello base su cui gli altri due si poggiano, c’è un punto a sfavore del fronte occidentale. Per quanto stressati, punzecchiati in altri teatri, sanzionati ed in parte isolati, i russi hanno più riserva degli ucraini, qui conta la semplice demografia. Va bene i dollari e le armi, ma alla fine il collo di bottiglia sono gli uomini che possono combattere. Come mostrano i recenti bombardamenti logistici a Ivano-Frankivsi’k e Leopoli, per quanto “congelato” al fronte, il conflitto potrebbe prevedere comunque un continuo sabotaggio russo del flusso logistico di rifornimento ucraino.

Ma non è affatto detto che andrà così. Come detto, i russi si sono tenuti coperta la variabile “intenzioni” aggiungendo già dai primi giorni, l’avvertenza che se la strategia generale era fissa, la sua applicazione sul campo sarebbe stata variabile visto che le guerre si fanno in due. Quindi, l’ipotesi -che per altro è stata fatta da altri- è plausibile, ma solo gli eventi ci diranno se diventerà fatto o meno ed a che condizioni, prezzi, ripercussioni dirette ed indirette, anche per noi italiani ed europei.

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A CHE PUNTO È LA NOTTE?

Un secolo fa, un secondario professore di liceo tedesco dette alle stampe due volumi dall’affascinante titolo “Il Tramonto dell’Occidente”. A noi non interessano le tesi specifiche del tedesco, interessa l’intuizione su quella che a lui sembrava, per varie ragioni, una parabola discendente del sistema occidentale. Ai tempi di Spengler, il sistema occidentale era per lo più l’Europa, inclusa la Gran Bretagna. Oggi il sistema occidentale è invece un sistema binario con un centro anglosassone dominante, fatto di Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Australia e Nuova Zelanda ed una serie di satelliti che sono gli antichi stati-nazione europei.

Il sistema occidentale oggi pesa, più o meno, il 15% della popolazione mondiale. Ma se eliminiamo dalla definizione di Europa data in geografia umana Russia e Bielorussia, scendiamo a 13% dove Europa pesa l’8% e gli anglosassoni il restante 5% per quanto abbiamo mantenuto UK in Europa per non complicarci troppo i calcoli che comunque non cambierebbero di molto. Siamo anche la parte di umanità più anziana del mondo e di parecchio, soprattutto in Europa.

In IR (International Relations) disciplina totalmente monopolizzata dalla cultura statunitense, in questi giorni invisibilmente intrecciata alla geopolitica nel pubblico dibattito, è da anni in uso un concetto che fa da titolo a molte dissertazioni su problematiche strategiche del più ampio respiro: the West vs the Rest. Ma se il “West” è il 13% del mondo, si può definire l’altro 87% un “the Rest”? Questa partizione implicita al concetto denota sia una visione piuttosto bizzarra dei valori di peso (in genere, il “resto” è una frazionata rimanenza del calcolo generale, un residuo minore), sia una contrapposizione “vs”. Da dove vengono queste due posture implicite?

Sull’utilizzo di “il resto” per denotare l’87% di un aggregato, si potrebbe pensare ad un occidental-centrismo che non è poi molto strano, è norma che -nel mondo- ciascuno faccia perno del compasso su sé stesso. Ma viene anche il dubbio che, oltre la convinzione etnica più diffusa al mondo secondo Levy Strauss ovvero che la propria cultura sia al centro ed implicitamente la migliore del mondo, via sia una nostalgia. Ai primi del secolo scorso, infatti, e come punto finale di una traiettoria iniziata a metà secondo millennio dopo Cristo, che si è sviluppata in possedimenti o egemonie o influenze di praticamente tutti i paesi europei ed anglosassoni sul Mondo, noi occidentali eravamo praticamente ancora un terzo dell’umanità. Non solo, il nostro distacco in termini di potenza militare, economica, culturale, tecnologica sugli altri due terzi era netto ed indiscutibile. Sebbene comunque inelegante dal punto di vista culturale, allora forse si poteva concepire la fondatezza di questo senso di centralità compatta intorno al quale brulicavano le secondarie periferie del mondo.

Usare oggi l’espressione “the West vs the Rest”, sembra quindi una nostalgia nel senso di non aver aggiornato il concetto ad una realtà mutata sensibilmente. Da un terzo a più di un settimo i pesi cambiano sensibilmente e non a nostro favore. In più, tutti i nostri primati concreti in termini politici, culturali, tecnologici, militari, economici e finanziari vanno svanendo o si stanno confondendo. Per ogni indicatore prendiate tra i principali, le traiettorie di primato occidentale dal 1950 ad oggi, stanno scendendo con più o meno decisione. Le traiettorie proiettate a trenta anno quindi al 2050, da quelle demografiche a quelle economiche a tutte le altre, promettono di continuare a discendere secondo il coro unanime di ogni analista di ordine e grado, analisti occidentali s’intende. Il concetto pensato dal capofila culturale occidentale, cioè gli Stati Uniti d’America, il concetto “the West vs the Rest” sembra quindi già improprio nella fotografia odierna se comparata ad un secolo fa quando non c’era il concetto ma il suo sentimento, ma sembra sempre più bizzarro anche in prospettiva 2050, quando diventerà “il 10% vs il 90%”.

Da notare poi che se entriamo dentro il nostro mondo occidentale e lo facciamo 100%, sappiamo che da trenta anni è in atto un processo di gerarchia sociale allungata, sintetizzato nel concetto “1% vs 99%” dove cioè una sparuta minoranza ha assorbito in sé livelli di ricchezza e potere quali non si vedevano dai tempi dei satrapi orientali, ma forse neanche quelli a dire il vero. Una sparuta minoranza domina una civiltà minoritaria che dominava ma sempre meno dominerà il Mondo.

Se questo concetto che pone il “West” da una parte ed il “Rest” dall’altra mostra la sua problematicità, il connettivo “vs” cioè “contro” è ancora più problematico. Esso denota che quella nostalgia di cui abbiamo parlato è rancorosa. C’è un effetto assedio, un Fort Alamo, pochi contro molti, c’è una paura che si trasforma in aggressività implicita. In questi giorni, vediamo la società che si definiva “aperta” che si chiude sempre più in sé stessa. Sanziona, minaccia, fa liste di proscrizione, impone il “o di qua o di là” al suo interno ed a tutto il mondo, dopo aver deciso che un pezzo non secondario della cultura europea che va da Kandinsky a Dostoevskij, da Tchaikosvky a Mendeleev a nome di tutti gli scienziati della sua terra e molti altri, non sono più “europei” nel senso profondo del termine. Se appena qualche anno fa qualcuno osava porsi domande sull’utopia del Mondo come Piccolo Villaggio unificato dalla rete degli scambi commerciali e finanziari era ostracizzato come retrogrado del progresso dell’umanità, oggi l’anziano bambino rancoroso abbandona il campetto e si porta via il pallone perché a quel gioco non vince più.

Oggi il Piccolo Villaggio è tornato un mondo allo stato di natura hobbesiana, dove un comico ucraino in politica da tre anni parla, a nome della tribù occidentale al parlamento degli ebrei nazionali cioè israeliani imponendo loro severo il diktat di scegliere nella piana di Armageddon da che parte stare nell’ultima battaglia del Bene contro il Male.

Nel mentre, nel sistema occidentale, l’anziano comandante in capo la nuova crociata occidentale della democrazia “uber alles”, con accanto il senior partner orfano dei fasti dell’impero su cui non tramontava mai il sole, due anglosassoni ovvero discendenti delle antiche tribù dei barbari germanici, ordina, decide, impone i ritmi di una azione di conflitto col mondo che non si sa neanche che fine avrà visto che non parliamo più di economia, Internet, cultura popolare o sistemi politici, ma di bombe atomiche. La cultura europea è nell’attonito silenzio tradita dalla sponda russa ora trasformata in orda mongola violenta-donne ed ammazza-bambini. Vagheggiava pace e pluralità, fine della storia e fratellanza di mercato universale ed ora si trova in un incubo improvviso. Improvviso forse per chi ha continuato per anni e decenni a parlare di mondi immaginari fatti di parole e concetti appesi al nulla, in realtà le traiettorie erano ben chiare per chi si atteneva ad uno dei fondamenti stessi della cultura moderna che piano piano subentrò il Medioevo ovvero: numero, peso e misura. Questa svolta alla quantificazione nel XVII secolo s’impose proprio perché nel Medioevo c’era stata una longeva inflazione di chiacchere mentre parole e concetti, talvolta, debbono esser verificati nella sostanza e non solo nella pura forma come diceva uno dei fondatori del pensiero occidentale in quel di Grecia Antica.

Siamo così entrati nella più profonda notte della civiltà occidentale di cui un tedesco intuì a modo suo l’accenno di tramonto a cavallo di due guerre che fecero 85 milioni di morti, il più grande massacro nella storia dell’umanità in soli trentacinque anni. Si pensava fosse quella la notte della nostra civiltà, ma era solo l’inizio del lungo viaggio verso il suo termine lontano. Chissà ora a che punto di quella notte siamo.

… La luna è morta.

Alla finestra illividisce l’alba.

Ah, tu notte!

Perché tanto scompiglio?

Io sto in cilindro.

Non c’è nessuno con me.

Sono solo …

E lo specchio infranto …

(14 novembre 1925, Sergej Esenin -in foto-, L’uomo nero, trad. A. M. Ripellino.)

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UCRAINA AXIS MUNDI.

Nel suo discorso alla nazione in cui spiegava le ragioni del ritiro dopo venti anni dalla guerra in Afghanistan, Biden condensò la ragione dicendo che gli Stati Uniti non dovevano più esaurirsi nel gestire i problemi del 2001 (11 settembre), perché dovevano concentrarsi su quelli del 2021. Diede solo un sintetico ragguaglio su questo nuovo scenario: Russia e Cina.

La Russia è il principale competitor militare degli USA sebbene tra i due ci sia una certa distanza in termini di complessiva forza militare, la supposta “parità atomica” funge da deterrente a scalare i pioli di un possibile conflitto diretto. Abbiamo detto “supposta” parità atomica perché se in termini di testate è certa, in termini di capacità di lancio ed intercetto nessuno può sapere davvero come stanno le cose. Non foss’altro perché i sistemi d’arma spaziali (satelliti) sfuggono ad ogni reale rilevazione da parte degli analisti che si occupano di queste cose. L’aggiornamento dell’arsenale nucleare è stato, con qualche zigzag, praticamente costante negli ultimi settanta anni. La ricerca della preminenza ipotetica che sarebbe la facoltà di un “first strike” annichilente o la ricerca sul come annichilire la risposta avversaria, sono fini in sé. Lo sono per alimentare in continuità il sistema “ricerca e produzione” in un campo che altrimenti non consuma mai il suo prodotto. Lo sono per il fall out tecnologico che questa ricerca produce, fall out che può riversarsi non solo sul campo militare. Lo sono perché obbliga lo e gli avversari a sfinirsi in una continua distrazione di ricchezza su investimenti militari e non civili. Sebbene sia sbagliato dare a questa ultima dinamica ruoli eccessivi, nelle analisi sui perché del crollo sovietico, c’è stata anche una sottolineatura di come questa continua riconcorsa abbia fiaccato -nel tempo- l’economia sovietica, in molte analisi dei principali studiosi in materia. Questa strategia di “costo di potenza”, per ragioni di potenza economica complessiva, ma anche per ragioni di aspirazione di capitali da tutto il mondo tramite il sistema titoli di Stato – dollaro, pone gli USA in una posizione di vantaggio ancora incolmabile. E’ come giocare a poker contro un miliardario, perderete sempre perché lui dà un valore al denaro diverso dal vostro avendone incomparabilmente di più. Quello che non ha glielo presta il resto del mondo perché il Treasury Bond è il bene rifugio principale.

La Cina è il principale competitor, anzi l’unico, sul piano economico. Stimata precedentemente al 2028 la raggiunta parità di Pil tra i due giganti, quando oggi la Cina fa ancora solo tre quarti del Pil americano, le incertezze strategiche economiche americane unite ai due anni di pandemia, hanno fatto temere un pareggio anche più anticipato. Tale pareggio è solo una cifra, è la rete delle conseguenze complesse il problema.

Si consideri l’effetto sistemico di queste competizioni. La Russia ha contrastato l’operazione Siria dietro a cui c’era l’interesse strategico anglo-americano (ed una complessa faccenda di condutture di gas verso l’Europa). E’ entrata nel teatro libico sostenendo la parte avversaria quella promossa da Washington, sta penetrando il Sahel ed è variamente presente in Africa, esporta armamenti a piene mani in India, dà talvolta sponda all’Iran. Quindi al di là del confronto diretto tra le due potenze atomiche, c’è anche questo più ampio scenario mondo. Fiaccare la Russia non è solo l’obiettivo della competizione diretta è anche e soprattutto il poter aver mani libere nell’utilizzo della variabile militare sul tavolo-Mondo. Fiaccare la Russia ma sperabilmente anche promuovere un regime change in favore di un regime più liberale ovvero conforme il gioco dominato dagli USA.

La Cina poi, ha evidente strategia-Mondo nel suo sviluppo infrastrutturale delle varie Vie della Seta. Tale ragnatela, si arborizza da tempo in Asia, Africa e financo Sud America, ha una attenzione particolare al Medio Oriente anche per via della fame energetica cinese, mentre da tempo cerca di penetrare il boccone prelibato ovvero l’Europa. In questo campo di gioco gli Stati Uniti hanno una certa difficoltà strategica. La unità e potenza d’azione dello stato cinese è molto più efficiente della potenza d’azione indiretta americana tramite vari domini di mercato ed istituzioni finanziarie come World Bank e Fondo Monetario Internazionale. I cinesi premettono al loro andare in giro per il mondo a fare affari, il totale agnosticismo rispetto a come il partner si organizza politicamente o economicamente al suo interno, lo trattano da “pari a pari” sebbene solo dal punto di vista politico e culturale. Gli americani invece, oltre ad avere meno potenza finanziaria diretta da investire nel comprare amicizia geopolitica tramite la geoeconomia, vincolano i partner ad affiliarsi a forme di “democrazie di mercato”, nonché vari obblighi a formare l’attività economica secondo vari principi della loro teoria di mercato. L’espressione “democrazia di mercato” dice che poiché gli USA dominano il mercato, son così in grado di gestire la politica di un Paese (almeno ciò che a loro interessa) che, come involucro, rimane formalmente una “democrazia”.

Ieri Lavrov, il ministro degli esteri russo, ha detto a chiare lettere che il problema della pace con l’Ucraina non passa solo dalle relazioni e competizioni tra russi e ucraini, ma tra russi ed americani, via ucraini. Per questo, al di là dei nostri sospiri speranzosi sui passi in avanti delle trattative, toccherà rassegnarsi a tempi medio-lunghi. In realtà gli americani non hanno alcuna fretta a chiudere la partita, anzi. Hanno già ottenuto vari punti segnati dal comportamento stesso dei russi che “non avevano alternative” come recita Putin, ma si può ancora ottenere di più. Incluso portare lo scontro a livelli tali da obbligare la Cina a dover scegliere da che parte stare. Costo alto per i cinesi che se da vari punti di sistema delle alleanze e condivisione degli obiettivi strategici generali quali la promozione di un nuovo ordine multipolare sono alleati di fatto dei russi, dall’altra temono di esser trascinati nell’angolo degli ostracizzati in cui gli americani sono riusciti a ficcare i russi che da questo punto di vista, la partita l’hanno già in buona parte persa.

Altro risultato già ottenuto dagli americani è stato il riaccorpamento integrale dei coriandoli europei al proprio dominio geopolitico, la rottura -irreversibile per lungo tempo futuro- di importanti relazioni commerciali tra Europa e Russia oltre a quelle tra Europa e Cina che verranno curate in seguito. Hanno inoltre ottenuto la, già richiesta invano da Trump, maggior contribuzione alle spese militari della comune alleanza nonché i proventi della vendita delle armi americane all’Europa a seguito di questi spesa militare incrementata. Ma tutto ciò verrà più chiaramente saldato in un molto probabile nuovo trattato commerciale sulle basi dell’ex TTIP poi abbandonato, che farà dall’Occidente a guida USA un sistema omogeneo macro-regionale che sarà la forma della nuova globalizzazione multipolare. Tramite questo nuovo sistema che racchiuderà in sé più del 50% del Pil mondiale (assieme a UK, oceanici e Canada), gli Stati Uniti potranno giocare la competizione con la Cina da rinnovata posizione di forza al di là del Pil specifico. Intorno al Nuovo Sistema Occidentale, andranno poi a collocarsi i partner privilegiati come il Giappone, la Corea del Sud, il Messico e Centro America, nonché tutti quelli che ambiguamente flirtano coi cinesi o coi russi come l’India o gli undici paesi ASEAN a cui verrà progressivamente richiesto da che parte stanno.

Tutto questo che non ha nulla di strano se non per chi è digiuno di questo tavolo del gioco di tutti i giochi a cui in questi giorni accede come spettatore con la testa piena di valori impalpabili senza rendersi conto di come la grammatica di questo gioco sia tremendamente seria, concreta e basata su valori palpabili e tremendamente materiali nonché del tutto amorali. Tutto ciò spiega molte cose del “film di guerra” trasmesso h24 dalle emittenti del racconto del mondo.

Ecco perché sono 3 miliardi i dollari in armamenti e formazione militare investiti fino al 2021 dagli USA in favore dell’Ucraina, ecco perché -anche solo prendendo le recenti notizie del Washington Post- l’impegno americano in Ucraina già dallo scorso dicembre (sono svariati anni in realtà) nel mentre Mosca provava inutilmente a chiedere un tavolo di trattiva di sicurezza con gli USA-NATO, ecco perché gli USA hanno stanziato l’altro ieri 13,6 miliardi di dollari per l’Ucraina con un in più di un altro miliardo d’armi pesanti (con sovralimentazione del proprio ipertrofico complesso militar-industriale) nella sola ultima settimana. Ed ecco perché l’urto catastrofico dei profughi per loro non è un problema mentre lo sarà per gli europei ed ecco anche perché a gli USA, il terremoto planetario i cui effetti molti fanno ancora fatica a scorgere, per loro sarà uno splendido affare.

Gli USA sono potenzialmente l’unica potenza semi-autarchica. Per più di un terzo fanno import-export limitrofo (Canada e Messico), poi c’è l’Europa, poi tutti gli altri in ordine sparso. Con la Cina possono giocare da rinnovate posizioni di forza e se pure dovranno fare qualche sacrificio in termini di import, ne beneficerà la bilancia commerciale, oltretutto spingendo la ripresa industriale interna. Ma lì dove gli USA sono più imperturbabili sono le materie prime. Praticamente autonomi per energia, grano, olii, fertilizzanti ed in parte dei minerali, possono lasciare il resto del mondo precipitare nel buco nero della già paventata “carestia” un concetto medioevale di cui non sentivamo parlare da secoli e che è oggi ben paventato da ONU e FMI. Carestia porta disordine sociale e politico, il temuto Grande Caos in cui il mondo complesso rischia di precipitare in una ragnatela di effetti farfalla con feedback non lineari che è ininfluente per chi sta su una isola (continentale) protetta da due oceani e con l’essenziale stipato in cantina.

Per tutto questo Biden non ha nessuna intenzione di alzare il telefono per invitare Putin al “diamoci una calmata”. La strategia è del tipo “tanto peggio, tanto meglio”. Si valuterà nei prossimi tempi anche le onde telluriche che investiranno le organizzazioni multilaterali, tra cui l’ONU ed il Consiglio di sicurezza.

Alcuni si sono irritati e sorpresi dai miei recenti toni con cui ho trattato Zelensky. Chiunque abbia avuto esperienze di marketing e pubblicità non potrà non notare come tutta la narrazione Zelensky ricalchi in tutta evidenza una chiara strategia. Forse questa affermazione risulterà infondata ai più, ma io ho lavorato in quel campo per due decenni e passa, diciamo ad alti livelli prima di lasciare tutto e convertirmi allo studio, con una specializzazione professionale specifica proprio in strategie di marketing e comunicazione. Non c’è alcuna possibilità di sostenere il contrario, credetemi, la mia non è una convinzione politica è meramente una constatazione tecnica. Zelensky è il testimonial (bravissimo) di una strategia di comunicazione (abilissima e molto professionale) che presuppone un abilissimo team che ne cura immagine e testi, team ovviamente non ucraino. Ma è anche un PR con un altro team che gli apre porte di parlamenti, interventi nelle piazze pacifiste, interviste, servizi copertina e da ultimo anche merchandising e tutto il noto sistema che accompagna il format “rivoluzioni colorate”. E chi lo dirige gestisce anche le sue relazioni internazionali, l’amicizia con i Trimarium in funzione anti-UE, gli attacchi a Germania e qualche volta Israele, l’ambiguo rapporto con la Turchia che sta nella NATO tanto quanto si bilancia con la Russia e molto altro. O mi volete dire che un comico ucraino in politica da tre anni con un Paese al 133° posto per Pil, è in grado di far tutto questo da solo o con un gruppo di amici?

Ogni giorno concede qualcosa facendo respirare gli animi pacifisti e ragionevoli, un minuto dopo fa marcia indietro. Ogni giorno alza la posta paranoica contro l’inumanità russa (che è per molti versi obiettiva), poi chiede più armi, più soldi, più riconoscimento e più odio per il nemico. Ogni giorno noi non abbiamo alcuna informazione terza sui teatri di guerra, ma abbiamo cori di esperti che fanno sperare: “i russi sono impantanati”, “i russi cedono psicologicamente”, “i russi stanno preparando attacchi biochimici ed atomici (quando queste sono pari accuse fatte dai russi nei loro confronti). Non vediamo i militari russi, non vediamo i militari ucraini, vediamo solo immagini ucraine e sentiamo solo comunicati ucraini. Se c’è speranza c’è in invio d’armi e tutto il circuito si rilancia. Ogni giorno gli europei vanno incontro a questo tsunami emotivo terrorizzante spinti da dirette h24 gestite da professionisti della comunicazione che non hanno mai un dubbio, un’alzata di sopracciglio, un possibile ricordo del necessario bilanciamento quando si stratta di comunicazione di guerra. Così i popoli, così i loro intellettuali principali, così i partiti annichiliti. Questa strategia è basica, si chiama “push&pull”. Granelli di sabbia in questa abbondante vasellina che osano finire le frasi col punto interrogativo, sono subito coperti di ignominia ed ostracizzati.

Qui abbiamo ricordato a sommi capi solo dati ufficiali, noti, non discutibili. Così per discorsi fatti negli ultimi anni da tutti gli osservatori geopolitici e di relazioni internazionali che sono le discipline che trattano il campo. A molti risulteranno strani, ma ciò è dovuto all’ignoranza di questo livello del gioco del mondo. Qui non c’è alcun complotto come molti pensano o pensano di quelli che dicono queste cose. A questo livello si chiamano semplicemente strategie e sono la norma per i giocatori di questo gioco. Non c’è nulla di strano, l’unica cosa strana è domandarvi perché non vi avete mai prestato attenzione. Forse credevate che l’agenda del mondo fosse Salvini, o le teorie economiche, o le baruffe culturali. Ma quelli sono solo i giochi, questo è il gioco di tutti i giochi.

E tenete conto che se ad alcuni farà ribrezzo e se ad alcuni altri non piacerà tutto questo, ad altri invece non fa alcun ribrezzo e piace perché convinti della giustezza di questa strategia. Infatti, essa va solo giudicata secondo il “cosa ci converrebbe fare dal punto di vista del nostro interesse”, su cui si possono avere legittime opinioni avversarie, per quanto non sia poi così ben visto un liberale dibattito in merito. Vi spingono a forza a pensare del Bene e del Male, ma da quando mondo è mondo in questi giochi vige solo il “mi conviene – non mi conviene”. Ed in certi casi come l’Italia, non c’è neanche il dubbio, semplicemente non c’è alternativa.

La guerra in Ucraina è l’asse intorno al quale gli Stati Uniti d’America intendono giocarsi una rischiosa ma ben pensata ed obiettivamente molto promettente partita per contrastare l’avvento dell’ordine multipolare che farebbe delle potenze isolane, tutte anglosassoni, dei potenzialmente se non isolati, decisamente ridimensionati. Forse non sarà l’ultima partita, ma è senz’altro un ottimo “buying time”. Ad occhio e croce, penso valga almeno dieci anni di tempo comprato. Sempre che continui ad andare secondo i piani. Complimenti a chi l’ha pensata, chapeau. A tutti gli altri: in bocca al lupo!

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GUERRA ALLA COMPLESSITA’.

Si è formalizzato ieri, su alcuni giornali italiani, il fronte di guerra alla complessità. Non che ieri sia nato, non è mai “nato”, c’è sempre stato, noi viviamo in un universo mentale semplificato, da sempre. Né ieri si è manifestata la sua discesa in campo per la conquista dei cuori e delle menti relativamente all’orientamento delle pubbliche opinioni rispetto alla guerra in Ucraina. Sono ventuno giorni che domina indisturbato. Ieri ha solo attaccato coloro che avanzano riserve su questo dominio del semplificato.

Di sua prima base, il complesso deriva dal suo etimo: intrecciato assieme. Tante e diverse variabili tra loro interrelate (relate a due vie) fanno sistemi complessi. Poche variabili, poche interrelazioni, poco complesso. Tante variabili, tante interrelazioni, molto complesso. In mezzo varie gradazioni. Nel complesso si osserva un oggetto o un fenomeno assieme al contesto. Infine, si cerca di risalire alla matassa intrecciate di cause che l’hanno preceduto. Questo di prima base poi c’è molto altro.

Semplificando, invece, si possono ridurre le variabili e le interrelazioni a proprio piacimento. Si può ridurre il problema del potere in Russia il cui studio impegna una manciata di studiosi da anni ad un singolo pazzo, ex-KGB, omofobo e violento. La Russia non è una potenza con 6000 ordigni nucleari assisa al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, è solo uno stato canaglia a capo dell’Impero del Male. O elevare un comico finanziato chissà da chi in uno Stato-Mafia a Churchill. Infine, potrete isolare un fatto nel mentre si compie ignorando ciò che magari anche voi stessi avete fatto, consapevolmente o meno, per generarlo.

I semplificatori operano una distrazione logica. Presuppongono che l’oggetto del discorso sia la condanna dell’invasione russa, ma non si capisce contro chi facciano questa guerra. Chi giustifica o non condanna ciò che è successo secondo l’ovvio ed universale principio dell’inviolabilità dei confini di uno Stato da parte di un altro, armato? A parte Luttwak e qualche Stranamore americano che in questi decenni hanno spinto a varie guerre umanitarie, democratiche e liberanti, Saddam che invadeva il Kuwait e poco altro, non mi pare di vedere queste masse di teorici della guerra giusta. E comunque non li ho visti nel caso ucraino. Li ho visti invece nel campo dei semplificatori, soprattutto americani, negli ultimi decenni semmai. Allora con chi ce l’hanno?

Ce l’hanno con coloro che cercano di mettere nel ragionamento tutte le variabili e tutte le interrelazioni, di valutare il contesto, di includere i processi di causazione di lunga e media durata. Questi perplessi lo fanno per sovvertire il giudizio sul principio di inviolabilità dei confini sovrani da parte di un nemico armato? No di certo. Cercano solo di capire come siamo finiti in un dato fatto, perché e come si è prodotto, per capire come comportarsi e soprattutto come se ne esce. Ed in genere, è capendo come ci sei entrato che trovi il modo di uscirne.

I semplificatori vogliono solo inchiodarti alla condanna del fatto, i complessificatori non hanno alcun problema a condannare il fatto, si pongono tutt’altro problema: capire e risolvere.

Un padre che ha un figlio drogato certo non sta facendo una crociata per giustificare eroina libera per tutti quando cerca di capire come è arrivato lì e soprattutto come può aiutarlo ad uscirne, no? Una intera disciplina, la sociologia, analizza i fatti sociali più disturbanti non certo per giustificarli ma al contrario per conoscerne le cause di modo da contenerli se non evitarli. Se diciamo che povertà e disagio sono condizioni di possibilità per la delinquenza per questo stiamo dicendo di non fare i processi ai delinquenti? Così la psicologia. Ma a ben vedere anche la biologia. Se curiamo i cirrosi epatici è per incentivarli a tracannare all’infinito?

Quando Hanna Arendt seguiva il processo Eichmann per il New Yorker cercando di capire la natura dal Male e giungendo infine alla convinzione che l’origine di quel Male era in sostanza l’inconsapevolezza delle proprie singole azioni poste in processi più ampi di cui non si aveva o voleva avere consapevolezza, stava con ciò giustificando l’Olocausto? Nel rilevare la stupidità del Male o forse il come la stupidità porta al Male, stava giustificando il Male? Stava dando il destro all’assolvimento degli stupratori perché provocati dalla portatrice di minigonna come secondo un certo Gramellini fanno coloro che cercano di capire cause ed antefatti della guerra attuale? Forse Arendt chiese di assolvere Eichmann? O di giustificare lo sterminio nazista nei confronti della sua stessa origine ebraica?

Viene allora il dubbio che questi crociati contro la complessità dei fatti, vogliano loro giustificare qualcosa. Ma cosa? Sembra che vogliano partecipare alla costruzione di un unico e forte sentimento di condanna senza altre distrazioni per forzare ad una unica reazione attiva. Praticamente lo stimolo-risposta di Skinner. E lo fanno infrangendo la Legge di Hume per il quale da un com’è non consegue per forza il come dovrebbe essere, da una descrizione non consegue una prescrizione. Invece dall’ovvia, lampante ed indubitabile osservazione che qui c’è un aggressore ed un aggredito, conseguono in logica prescrizione vari assunti. Perché non mandiamo più armi in Ucraina? Perché non andiamo lì ad impicciarci della contesa che c’è da anni anche se ci siamo svegliati tre settimane fa e ne sappiamo dal nulla al niente? Perché non ignoriamo le conseguenze immediate e quelle future di quello che sta accadendo? Perché non proteggiamo a qualunque costo l’aggredito dall’aggressore a costo di iniziare una escalation che potrebbe portare a cose che neanche vogliamo nominare? Perché è il non averlo fatto per tempo ottanta anni fa che portò ad Eichmann, dicono.

I semplificatori forse hanno similarità con Eichmann sebbene vaneggino di un nuovo Hitler, neo-zarista ed intrinsecamente sovietico abusando delle scorciatoie logiche dell’analogia per cui le pere sono la stessa cosa delle mele dal momento che entrambe sono “frutta”. Anche lì, il colpevole diceva che lui era teso solo ad occuparsi col il massimo di perizia ingegneristica ad un problema logistico. A lui arrivavano solo input e la sua etica del lavoro gli imponeva di occuparsi solo dell’output. Ignorava cause e conseguenze, contesti, processi causativi più ampi del suo singolo specifico. L’essere il Male derivava da questa sua ostinata semplificazione. La Banalità del Male è appunto la banale semplificazione.

Così la banalità del Male, pensando di fare il Bene, attacca coloro che cercano di evitare si compia ancora più male. Lupi travestiti da agnelli scrivono su i fogli degli Agnelli, dicendo che gli agnelli sono i lupi. Ma che cosa pretendi nello scrivere queste cose, che chi usa la stupidità a fin di Male capisca che l’essenza del Male è assenza di comprensione complessa? Ma se lo capissero non sarebbero così stupidi no? Tagliamo le ali al pensiero così istituiremo la no-fly-zone per l’intelligenza e l’onestà intellettuale. Non ci distraiamo, siamo in guerra e come si dice in questi frangenti: à la guerre comme à la guerre…

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LA PRIMAVERA EUROPEA.

Sembrerebbe che lo schema delle “primavere di popolo” con cui gli americani hanno cercato di pilotare eventi politici nel mondo arabo, poi Ucraina ai tempi di piazza Maidan, Hong Kong, abbia oggi messo nel mirino un obiettivo davvero impegnativo: l’Europa. Codice colore: giallo e blu.

Nel breve di una giornata all’inizio del conflitto russo-ucraino, tedeschi, francesi, italiani sono passati da un certo sconcerto di contro-piede per quanto stava facendo la Russia, stato di sconcerto che però non prevedeva affatto di rinunciare ai propri interessi, all’allineamento unanime sanzionatorio. Non discuto la logica sanzionatoria, quello che mi ha colpito è la velocità e totalità dell’improvvisa polarizzazione. Può darsi io sia viziato dalla logica realista che si basa su analisi degli interessi razionalmente perseguiti e non capisca come l’enormità di ciò che hanno fatto i russi possa sollevare animi e coscienze. Può darsi. Però da quanto a mia conoscenza è difficile spiegare come il ministro Franco esca dall’Ecofin dicendo che non se ne parlava proprio di escludere la Russia dal SWIFT o Scholz diceva che certo non si poteva toccare il Nord Stream 2 e poche ore dopo la Russia veniva esclusa dallo SWIFT e il Nord Stream diventava “un pezzo di metallo in fondo al mare” come trionfante celebrava la Nuland.

Già, la Nuland, quella di “fuck the UE” ai tempi della rivolta di piazza Maidan nel 2014, la rivoluzione arancione ucraina. La moglie di Robert Kagan, lo storico e politologo neo-con che si definisce “liberale interventista”, lascia il partito repubblicano e diventa un sostenitore della Clinton, scrive nel 2017 che la Terza guerra mondiale avverrà per contrastare l’espansionismo russo e cinese. Ci si potrebbe scrivere un intero post su Kagan, andatevi a fare una ricerchina su Google.

Ad ogni modo, ripeto, non discuto le posizioni politiche improvvisamente prese dall’UE, mi lascia perplesso quel “improvvisamente”. Gente notoriamente indecisa su tutto ed il contrario di tutto, trova magicamente l’allineamento in un pomeriggio. Curioso.

Su Zelensky abbiamo già scritto anche troppo. Rilevo solo come il suo ufficio propaganda abbia l’invidiabile capacità di muoversi come una struttura di levatura globale. Lancia messaggi ai parlamenti europei, va in diretta nelle piazze europee che manifestano contro la Russia, sono impegnati ora in una contrastata trattativa con gli israeliani che gli vogliono negare il discorso al proprio parlamento, chissà perché. Ieri Repubblica ha pubblicato in video inquietante della propaganda che ci dicono ucraina pensando noi si sia scemi. Con effetti speciali hollywoodiani che nessuna post produzione di Kiev sarebbe in grado di produrre, le scene mostrano Parigi sotto bombardamento. Molto realistico e “catastrophic-movie” con alla fine la domanda del perché i francesi non consentono alla NATO di imporre la no-fly-zone sull’Ucraina. Ieri Repubblica dava notizia della prima manifestazione europea in favore della no-fly-zone a Londra, convocata da una sedicente neonata organizzazione “London Euromaidan”, sembra un format, no?

Sono diciassette giorni che Zelensky, tutti i giorni, più volte al giorno, come un disco rotto, reclama la no-fly-zone, finora negata ma quanto a lungo resisteremo all’indignazione? Il tutto in un crescendo di insopportabilità: bambini straziati, centrali atomiche con perdite, crimini di guerra, inumanità, armi chimiche e batteriologiche, sindaci torturati, fosse comuni poi arriveranno i campi di concentramento in Siberia, mentre l’Armata Rossa minaccia di invadere casa vostra. E quando ci sarà l’incidente nucleare per colpa russa, che sono giorni che viene annunciato? O quello biochimico? Sarete ancora contro la no-fly-zone allora?

Impressionante anche il perfetto allineamento dei giornalisti. Anche qui, in men che non si dica, gente anche posata e non incline all’estremismo per quanto di note simpatie politiche chiaramente atlantiste, simpatie ed interessi, è diventato un campo magnetico orientato alla perfezione, quasi coordinato, improvvisamente. In tutta Europa, ora vige la logica del 1914 che Canfora ieri ricordava con un certo sconcerto. Superato poi dallo sconcerto di vedere Rampini evidentemente alterato che gli intimava di non dire sciocchezze perché Canfora era solo un “provinciale” (!).

Nella primavera del 1914, tutta Europa era sulle tiepide e fiorite ali della Belle Epoque, in pochi mesi precipitò nell’incubo. Persone che si stimavano e forse anche si volevano bene, si ritrovarono improvvisamente ostili l’un vero l’altra, l’uno improvvisamente preso dal virus bellico, l’altra perplessa e sconcertata. Paralizzati ad argomentare contro la potenza chiarificatrice dello slogan urlato. Lo sconcerto durò poco anche perché s’imposero forme di ostracismo sociale per via culturale a tutti coloro che non vibravano all’irresistibile richiamo della giusta guerra. In questi giorni, avrete notato le liste di proscrizione per i “filo-Putin”, l’aggressività bavosa dei pitbull mediatici, il bombardamento h24 che rilancia i comunicati delle Zelensky&Partners, il totale oscuramento della “voce del nemico”. Tutto ciò è già percolato nella mentalità di massa.

C’è un potere assoluto del discorso unico e Lord Acton ricordava che se il potere corrompe, il potere assoluto corrompeva assolutamente. Per questo Montesquieu promosse la suddivisione e pluralità dei poteri perché ogni tesi deve esser mitigata dalla sua antitesi, altrimenti diventa dogma. Ma i liberali reali sono spariti di colpo, ora ci sono solo liberali interventisti, aggressivi, mono-maniaci, i liberali idealisti. Ogni disastro storico è stato fatto sulle ali di un idealismo non temperato dal realismo. Tipo convincersi di essere una civiltà superiore. Son quelli del “c’è un aggredito ed un aggressore”, come se fossimo stupidi e non ce ne fossimo accorti o fossimo deviati dalla propaganda russa che semplicemente è stata silenziata su ogni possibile canale, a meno di non leggersi la TASS su twitter in cirillico. Il motore che portò quella primavera nel buco nero dell’estate e successivi anni del 1914 fu proprio l’imposizione di questa logica, la logica dicotomica che prende un frame del processo della realtà che è storica, lo schiaccia sull’attualità e ti chiede di scegliere tra A o B e non ti azzardare a fare sofistica da terza posizione. Il campo semantico è tracciato se non sei dentro sei ostracizzato e non hai voce, non sai neanche quanti sono indisponibili a finire in quel campo, sei un isolato e quindi è meglio rinchiudersi nel tuo disagiato silenzio privato. Noi qui diamo voce a quel disagio affinché non rimanga privato.

Come ho avuto modi di dirvi i primi giorni, io mi occupo per lo più di mondo e complessità, il mio interesse per la geopolitica deriva da ciò ma non copre tutto l’argomento che è più vasto e complesso. Tuttavia, negli anni, mi sono più volte interessato a questioni geopolitiche. Prima che razionalmente, già dal secondo giorno dopo il 24 febbraio ho “sentito” che qualcosa non era normale. Era una sensazione data proprio da questa reazione pubblica che sembrava troppo pronta, troppo unanime, troppo svelta, troppo organizzata lì dove le complessità della politica e del pubblico dibattito normale ha sempre reso i processi di reazione lenti, contradditori, complicati. Le cose in quei campi non hanno mai funzionato così e sebbene l’eccezionalità degli eventi porti a dover considerare l’accelerazione, ciò non giustifica del tutto ciò che è successo, come è successo, perché è successo. Per questo ho smesso i miei panni naturali di studioso distaccato e ho sentito necessità di scendere in strada a combattere con l’uso della ragione in pubblico.

Poco fa ho letto un articolo dello stimato sito di analisi politica americana “Politico”. Era un articolo inusuale, un vero e proprio killeraggio contro Macron e questo sua “ostinazione” a continuare a telefonare a Putin. Ho anche letto sul JPost israeliano la Nuland “che ha messo in guardia Gerusalemme dall’essere un rifugio per “denaro sporco” mentre si dice di un nervoso Biden che impone a Tel Aviv di unirsi alle “democrazie combattenti” elevando più serie sanzioni a Mosca, sbrigandosi ad inviare armi letali in Ucraina assieme a tutti gli altri. Il tutto mentre ministri e funzionari ucraini attaccano questa incertezza o diverso punto di vista israeliano neanche fossero diventati i padroni del mondo politico occidentale. Attaccare gli israeliani non è cosa facile, chi segue queste cose sa di cosa parlo.

Orami siamo circondati da gente aggressiva che ci tiene a farti sapere quanto fai umanamente schifo perché non ti unisci al coro del Grande Sdegno Morale o meglio, preso atto che ovviamente anche tu ritieni inaccettabile la violazione del principio di inviolabilità dei confini con forze armate, fai schifo perché non ti fermi lì. Perché ti fai domande su come siamo finiti in questo pasticcio, come finirà, quali saranno le conseguenze, cosa significa dopo ottanta anni vedere in televisione gente che parla di bombe atomiche come fossero bombe alla crema, con la stessa acquolina nella mente. La Bomba è d’improvviso il “new normal”. London Maidan, non si fanno manifestazioni per chiedere al Governo britannico perché ha preso solo decine di rifugiati quando noi ne abbiamo preso 35.000, no! si va in piazza a chiedere la no-fly-zone per l’Ucraina.

Sudeti, valori delle Resistenza, Guerra civile spagnola, fioccano le analogie a sproposito per eccitare gli animi e sguinzagliare i mastini del nuovo movimento giallo-blu per la guerra al novello Hitler. Ve l’ho detto, tutto ciò m’inquieta, tutto ciò è molto meno normale di quanto comincia a sembrarci.

L’obiettivo non è solo l’Europa, l’obiettivo è rifare il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, cacciare Russia e Cina, imporre l’ordine economico e finanziario americano, affinché il 4,5% della popolazione mondiale o meglio una sua élite, possa tramite la sua egemonia benevolente, prorogare il dominio che i neo-con americani della “rivoluzione permanente” hanno già intitolato nel 1997 come il loro condensato strategico: The New American Century.

Con le buone o con le cattive. A qualsiasi prezzo. Anche quello che fino a due settimane fa e per ottanta anni è stato l’impensabile.

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“SE FOSSI IN TE, PENSEREI ALLA VITA DELLA MIA GENTE E ACCETTEREI L’OFFERTA”.

Naftali Bennett, primo ministro di Israele, ha consigliato a Zelensky di arrendersi, inutilmente.

Bennett è nei fatti, l’unico vero “mediatore” della tenzone tra Kiev e Mosca. Sette giorni fa è stato tre ore a colloquio con Putin poi è volato da Scholz e Macron in collegamento. Israele non ha elevato sanzioni significative, non ha inviato armi, ha negato a Zelensky la possibilità di parlare in video al parlamento israeliano.

Zelensky non l’ha presa bene. Il giorno dopo il ministro degli esteri Kuleba ha accusato la compagnia di bandiera El Al di “guadagnare soldi che grondavano sangue ucraino” continuando ad accettare pagamenti russi che evadevano i blocchi dei circuiti banco-finanziari. Il giorno dopo ha dovuto scusarsi pubblicamente, ritirando le accuse.

I rapporti ed interessi tra Zelensky ed Israele, da tre anni -cioè da quando Zelensky è diventato presidente- sono molto profondi. Ma funzionari ucraini hanno detto che “Bennett non sta mediando tanto quanto sta funzionando come una casella di posta e solo passando messaggi tra le due parti.”. In effetti hanno pienamente ragione, non c’è alcuna “trattativa” ci sono solo “condizioni”, non di resa totale, di tre concessioni specifiche.

Mentre qui vedo molti discutere di Nuova URSS ed impero zarista, Novorussia e Terza guerra mondiale, Hitler 2.0 e Resistenza per la Libertà, democrazia ed autoritarismo filosofia della guerra e della pace, in un delirante esercizio di esibizionismo culturale, tutti in cerca del loro warholiano “quarto d’ora di celebrità” nel “momento geopolitico”, il tutto mentre il sangue scorre, nessuno pare interessato a rimanere ai fatti. I fatti sono semplici, c’è un “offerta” fatta dai russi e c’è il rifiuto di anche solo esaminarla da parte di Zelensky e di tutto l’Occidente. “Irricevibile” ha detto Macron. Se ne potrebbe qui discutere, valutare, vederne insidie ed opportunità, ma questo dibattito non s’ha da fare. Non deve neanche iniziare.

Segnalo che i primi giorni dall’inizi del conflitto, i russi hanno detto che se non saranno accettate queste prime condizioni, ne seguiranno altre più care. Per i media occidentali l’offerta “non esiste” sebbene sia nelle mani ucraine da almeno dieci giorni, sia stata annunciata pubblicamente da giorni, sia anche stata commentata con caute aperture da Zelensky salvo dieci minuti dopo richiedere per l’ennesima volta quella no-fly-zone che porterebbe automaticamente all’olocausto nucleare di mezzo mondo, il nostro. Neanche viene contro-discussa, non se ne deve propri parlare, sia mai si crepassero le unanimi convinzioni.

Ma di cosa si tratta? L’offerta consta di tre punti.

1. Che l’Ucraina riconosca l’indipendenza delle due Repubbliche autonome, quella di Donetsk e quella di Lugansk tali riconosciute dai russi il giorno prima dell’inizio dell’invasione. Queste non sono tutto il Donbass, solo una parte. Queste sono nei fatti in guerra con Kiev da otto anni, guerra con migliaia di morti. Sono abitate per lo più da russofoni, mai accetteranno di esser ucrainizzate, anche piombasse lì l’angelo della storia e congelasse i carrarmati russi, lì la guerra continuerebbe. Non si capisce Zelensky e l’Occidente come altrimenti intenderebbero risolvere questo problema che va avanti da otto, lunghi, anni.

2. Prender definitivamente atto che la Crimea è parte della Federazione russa, quale è da otto anni. Solo se l’Occidente dichiarasse guerra a Mosca e la vincesse, ciò che rimarrebbe della Russia firmerebbe il rilascio della Crimea, non c’è alcuna altra realistica possibilità. Non si capisce come Zelensky e l’Occidente intenderebbero altrimenti risolvere questo problema che tale è da otto anni e che in otto anni, oltre a sanzioni specifiche già elevate e subite, non ha mai portato il mondo sull’orlo della Terza guerra mondiale.

3. Inserire in Costituzione la dichiarazione di neutralità e la promessa di non iscriversi in futuro ad alcun blocco militare. Non si capisce per quale motivo Zelensky e l’Occidente vogliano lasciarsi le mani libere su questo punto se non in vista di una entrata dell’Ucraina della NATO che è IL MOTIVO di questo conflitto. La possibilità cioè che l’alleanza comandata (non diretta, comandata) dagli Stati Uniti d’America, il nemico strategico unico della Russia unica altra potenza nucleare di prima grandezza, possa arrivare al confine russo come già fatto nel Baltico ed in Polonia, quando non risulta i russi abbiamo mai tentato o pensato di proporre una alleanza militare a Cuba o al Messico puntando i loro missili su Washington.

La somma di tutte le disgrazie dirette ed indirette che patiscono e patiranno ucraini in primis, e noi stessi in seconda linea, è il prezzo che paghiamo e pagheremo per non accettare questi tre punti.

Sono giusti? Questa forma di realtà non è sottoposta al giudizio di giustizia. Questa forma di realtà che non è una fiction, è sottoposta solo al principio di forza. O la Russia piega l’Ucraina ad accettarli o l’Ucraina invade la Russia e la obbliga a rinunciarvi, non c’è altra via. O forse c’è. Sperare che ci sia una rivoluzione o un colpo di stato in Russia. Ma non una rivoluzione o colpo di stato che uccida Putin, ma che elimini l’intero strato di potere in capo ai russi mettendoci al posto un Quisling occidentale che liquidasse la potenza dell’avversario. Le conseguenze di tale evenienza la cui probabilità richiederebbe un lungo discorso e comunque nessuna certezza, andrebbero valutate in sede specifica, non è infatti detto che ciò che si enuncia facilmente a parole possa corrispondere a fatti semplici. E non è detto che anche si realizzasse questa speranza, non ci si troverebbe davanti altri ben più complessi problemi.

Bennett non ha detto “è giusto che tu ti arrenda”, ha detto -non c’è altro modo e quindi ti conviene tanto alla fine il risultato sarà quello comunque-. Non ci sarà alcun Vietnam, alcun Afghanistan in cui si può sperare, i russi quando avranno sgretolato l’Ucraina si ritireranno e ci lasceranno un paese sventrato da ricostruire. Non appena qualcuno pensasse di piazzarci sopra un contingente o una batteria missilistica, lo invaderebbero di nuovo e poi di nuovo e di nuovo, arriveranno a nuclearizzarlo quando non ci saranno che macerie, fino a che si capirà che lì non si debbono mettere armi puntate su Mosca.

L’offerta riguarda l’Ucraina non l’Occidente. L’Occidente potrà continuare ad elevare una sanzione a settimana fino alla fine dei tempi, potrà continuare ad ostracizzare la Russia in tutte le sedi del consesso internazionale, potrà portare a giudizio in contumacia i russi per crimini di guerra. Il “conflitto” tra USA con l’Europa a traino e la Russia rimarrebbe visto che continua da anni sebbene ai più sia ignoto, finirebbe solo la guerra.

Così, Stati Uniti, Europa, Zelensky, irremovibili, preferiscono continuare la guerra. Andremo in economia di guerra, poi passeremo a leggi sempre più restrittive, mancheranno merci essenziali, energia, lavoro, sicurezze già precarie, normalità, palpiteremo per la paura di venire nuclearizzati, avremo milioni e milioni di povera gente da proteggere, donne, bambini, anziani, gatti e cagnolini mentre altri finiranno nelle fosse comuni. L’Ucraina verrà materialmente distrutta più di quanto già non lo sia. E mi fermo qui nonostante constati che dopo ottanta anni, si comincia con molta, troppa nonchalance a nominare cose che non andrebbero neanche nominate. Quella è una scala che, varcato il primo gradino, sai già in quale buco nero della Storia ti porta.

Ma questa offerta è irricevibile. Voi, fatevi bene i conti di quanto costerà non accettarla e siate sicuri di poterne pagare i costi perché li pagherete, caro, tutti.

https://www.jpost.com/israel-news/article-701041

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PROVATE A PENSARE A COME PENSATE.

Tutti noi pensiamo, siamo una specie che è arrivata dominare tutto il suo ambiente che è il pianeta solo ed esclusivamente perché abbiamo facoltà pensante. Non abbiamo rostri, corazze, ali, zanne, veleni, muscoli potenti, denti a sciabola, pungiglioni, squame e nel tempo abbiamo anche perso il pelo che ci copriva dal freddo. Ma, nel tempo, abbiamo sviluppato la scatola cranica e dentro il cervello una delle cui funzioni è dotarci di mente e la mente pensa.

La mente può, tra le altre cose, pensare ciò che succede, giudicare o pensare prima che le cose accadano, scegliere. In questi giorni siamo tutti sottoposti a duri impatti della realtà, una realtà obiettivamente brutta, ansiogena, irritante che chiama il nostro giudizio. Ma gli eventi a cui siamo chiamati a far da giudici hanno origini, non accadono dal nulla. Noi umani abbiamo dominato il mondo, proprio perché ci siamo interrogati sulle cause delle cose, conoscere è conoscere le cause ci disse Aristotele. Cinquemila anni fa abbiamo applicato estensivamente e per una serie di ragioni troppo complesse qui da ricordare, una scoperta già fatta forse 15.000 anni prima. Se avessimo piantato un seme, sarebbe nata una pianta commestibile. Ribaltando il processo di causazione come intenzionalità, abbiamo iniziato quella che chiamiamo “civiltà”.

Io capisco il disagio psico-emotivo di coloro che in questi ultimi post qui pubblicati, vomitano la loro rabbia e indignazione per ciò che scrivo. A loro mi vorrei rivolgere qui per provare a scambiarci conoscenze.

La categoria di conoscenze necessarie e comprendere eventi che poi saremo liberi di giudicare ognuno per conto suo o magari assieme, è in una disciplina che si chiama geo-politica.

Questa disciplina nasce formalmente centoventidue anni fa, non il suo argomento che è vecchio come la civiltà, ma la nostra forma di pensiero per pensarlo. Essa è composta, è una disciplina composta di almeno due discipline, la geografia e la politica.

Ma a ben vendere non basta la geografia fisica. Per quanto se avessimo nozioni di geografia fisica vedremo chiaramente che l’Ucraina è una lunga pianura tra Europa ed Asia che nei millenni, non secoli, è stata attraversata da decine di popoli che ne hanno stratificato la composizione o vedremo che Zaporizhia dista dal confine russo meno che da quello moldavo ed è quindi assai improbabile che i russi bombardino una centrale nucleare nel cortile di casa loro, geograficamente parlando. Oltre alla geografia fisica ci vuole però anche quella umana. Dobbiamo cioè avere nozioni di demografia, composizione etnica, credenze religiose et varia. Questa aiuterebbe a capire quanto gli ucraini sono occidentali o orientali nel profondo, scoprendo che non sono o l’uno o l’altro, ma per alcuni l’uno e per altri l’altro sebbene poi per i più sia magari un misto. Se a questi mischioni applicate una ideologia nazionalista, farete molti torti ed ingiustizie ad alcuni e questi creeranno presupposti di conflitto. Ma non basta neanche questo perché noi non siamo formiche, siamo umani che pensano ed assieme produciamo culture. Le culture delle forme di vita umana associata recepiscono i vincoli geografici, ma poi li elaborano a modo loro, i popoli fanno la storia o più spesso la subiscono, condizionati dalla geografia ma non solo da questa determinati. In effetti allora questa “geo” è geografia fisica, umana e geo-storia (dove c’è spazio, c’è tempo), dove poi la “storia” ha inquadrature a venti anni o cento o mille. Un bel guazzabuglio.

E la politica? Be’ è certo politica estera prevalentemente. Ma nella realtà la politica, da polis (sostanzialmente Stato) non può disgiungere la politica estera da quella interna. Ogni potere politico deve fare i conti con gli interessi, le approvazioni, il sostegno o meno delle proprie popolazioni. Quali sono allora le configurazioni politiche interne all’Ucraina e la Russia? Davvero Putin e Zelensky decidono tutto? Davvero Hitler decideva cosa fare di milioni e milioni di tedeschi coltivati nella storia da Kant, Goethe, Hegel, Marx, Holderlin, Bach, Beethoven, Einstein e non posso continuare per ragioni di spazio? Ci son oligarchi in Russia ma non in Ucraina? Siete sicuri di conoscere l’esatto significato del termine “oligarca”? Se lo conosceste forse dubitereste che oggi quelli russi siano davvero oligarchi. Sono nati tali al dissolvimento dell’URSS, ai tempi di Eltsin, ma oggi in effetti non sarebbero definibili tali. Magari invece sono tali definibili in Ucraina. E l’esercito? Sapete chi è Sergej Shoigu? Forse dovreste conoscerlo perché oltre ad essere il russo a capo dell’operazione militare in corso, dagli analisti esperti di queste cose è dato come il probabile successore di Putin. Essendo un logistico molto provato sul campo più che un generale, magari vi verrebbero dubbi sulla presunta incapacità russa di pianificare l’invasione come alcuni dicono in televisione. E così per pagine e pagine di conoscenze che alcuni hanno, ma i più no. Ed anche quelli che le hanno le hanno a pezzi, ognuno si specializza in una cosa. Chi allora pensa la cosa tutta assieme? Perché là fuori, nel Mondo, la cosa è tutta assieme.

Ma in effetti, la politica non basta. Non basta perché la politica è solo il terminale di decisioni su cosa fare (il famoso “che fare?”) di una matassa di interessi di questo o quel popolo o più spesso di varie élite in competizione ma unite per subordinare il popolo. Ed oggi, più che nel passato, questa matassa è fortemente polarizzata intorno l’interesse economico che anche lui ha un interno ed un esterno. Non solo, l’economico è da qualche decennio a volte sovradeterminato da un altro ambito, quello finanziario. L’economico include l’energetico che nel caso in questione ha rilevanza specifica ed include il tecnologico che oggi e nell’immediato futuro, ha anch’esso rilevanza specifica. Sul tecnologico avrete letto delle sanzioni, sull’energetico ve ne accorgerete già questa settimana coi prezzi di molte cose oltre all’assenza di pesce fresco dato che tutti i pescatori d’Italia lasceranno i pescherecci in porto per una settimana perché non riescono più a pagare il gasolio. Vi sembrerà strano che le sanzioni elevate alla Russia faranno senz’altro male alla Russia, ma chissà forse ancora più a noi. Strano no? Come si spiega? Possibile che uno vispo come Draghi non lo sappia? E se lo sa perché allora le applica? Valori imprescindibili da difendere a qualsiasi costo? Forse, ma forse c’è da indagare un po’ di più. Costo pagato da chi e come? Da indagare magari anche questo visto che lo pagherete voi.

Tutto ciò, in una guerra, non può fare a meno di considerare il militare. A ben vedere però, il militare va considerato anche quando non c’è una guerra. Se siete un paese con coste e quindi mare e pensate di litigare con gli Stati Uniti d’America, forse sarà il caso prendiate nota che loro hanno dodici portaerei e voi quante ne avete? Quante bombe atomiche avete? Quante specialisti di hacking? Quanti uomini, localizzati dove, addestrati come? Che amici avete e siete sicuri davvero siano “amici” stante che quando sono in gioco interessi così grossi e decisivi è ovvio che non siamo ad una scampagnata di fratelli d’elezione? Magari pensandoci prima deciderete in un modo diverso o forse no. Il militare influisce sul politico, ma come, quando direttamente e quando indirettamente?

Politico, economico-finanziario, militare un bel complesso di cose no? E non basta! Ci sono poi le culture, le tradizioni, le credenze religiose, come i popoli si pensano, come sentono, che anima hanno, lì dove emozione e ragione si mischiano anche se a noi piace trattarle come fossero due software diversi. Dove forse la nostra stessa idea siano software è sbagliata come sa ogni scienziato che studia il cervello. Negli ultimi dieci anni, ma poi forse cento o mille anni chissà come si è stratificata questa e quella cultura nel tempo, influita da cosa e da chi? .

Ecco, la categoria di questi fatti è in una disciplina composta al primo livello da due discipline a loro volta composte di altre discipline che dovreste approfondire ma non potete perché non ne avete il tempo. Avrete altre cose importanti da fare suppongo. O forse dovreste pensare proprio a questo problema ovvero di come possa funzionare una democrazia se voi non sapete di cosa dovete giudicare perché non avete tempo per comprenderlo ovvero prenderlo assieme nella mente. Decidete della vostra vita o della vostra famiglia nello stesso modo? Non credo. Allora perché dovreste decidere della vostra società senza sapere cos’è?

Però, abbiamo transitato un po’ troppo velocemente sulla questione “politica estera” e qui c’è un grosso problema. Perché i fatti di politica estera non sono l’oggetto solo della geopolitica, lo sono anche di un’altra disciplina che sono le Relazioni Internazionali. I due di Limes che qui posto sono geopolitici > https://www.youtube.com/watch?v=avlhqeDaYc0 <, J.J. Mearsheimer che ho postato l’altro giorno è invece uno studioso di International Relation (IR), una disciplina quasi esclusivamente americana, mentre la geopolitica è di origine euro-anglosassone dove euro si legge per lo più Germania e solo molto dopo Francia, almeno nella sua storia del suo sviluppo. Tra geopolitica e IR c’è “conflitto delle facoltà” per parafrasare il mio -in parte- Maestro.

Nelle IR ci sono due scuole prevalenti. Quella realista che parte da Tucidide e via Machiavelli, Hobbes, Lenin arriva a Hans Morghenthau il quale è maestro sia mio (per quanto attiene alle sole IR soprattutto per l’epistemologia), sia di Mearsheimer che va preso assieme a Kenneth Waltz, lo storico Edward Carr e molti altri, tra cui Kissinger (e dai cognomi capirete quanto “tedeschi” ci sono in questa scuola) ognuno con una sfumatura diversa. C’è infatti anche una questione geo-culturale a proposito dei tedeschi americani o puramente anglosassoni, stante che angli e sassoni erano germanici di origine, lontana nel tempo.

Poi c’è quella liberale ma il termine fuorvia, in effetti -per simmetria concettuale- dovrebbero esser chiamati idealisti. Tutta la marmellata di alti “valori” sparsi a piene mani in questi giorni per farvi decidere chi è il buono ed il cattivo dei fatti che avete ansia di giudicare per sfogare il vostro legittimo turbamento emotivo che non avete provato per i 14.000 russi/russofoni del Donbass morti con pezzi di bambino per strada come oggi invece vi fanno vedere per i poveri ucraini, proviene da questa scuola americana che è molto recente nella disciplina e che fortunatamente non ha alcuna influenza sui geopolitici, tutti, a prescindere siano americani, russi, cinesi, ucraini o italiani. Vi sembra ovvia la legittimità del concetto “auto-determinazione dei popoli” no? A chi non sembra legittima tale ovvietà valoriale, ma è da vedere se questi fatti accettano questo giudizio di valore e quando sì e quando no. Se lo accettano in Ucraina o in Catalogna o in Kurdistan o nel Xinjiang e Taiwan o in Corsica o in Palestina. In Palestina non sembra, ad occhio. Strano no? Eppure per lo più (non solo) dipende dal vicino che è una gloriosa democrazia con 70 atomiche, però non dichiarate all’ONU ed alla comunità internazionale. Le hanno ma si fa finta che nessuno lo sa.

Insomma, io sono -solo in parte- allievo di un antico Maestro prussiano, anzi più d’uno invero di cui molti Greci, che non diceva cosa pensare, invitava solo a pensare a come pensiamo, poi ognuno può pensarla come crede è ovvio. A volte, discutiamo o addirittura litighiamo forse neanche tanto perché in effetti noi la pensiamo così ed altri colà, ma perché partiamo da altre forme di pensiero con dentro una certa diversa quantità e qualità di conoscenze di questo o quel campo.

La mia è una nota impersonale. È solo l’invito di un cittadino fortemente e radicalmente democratico ad altri pari cittadini che spero lo siano anche loro, non solo a far combattere i nostri pensieri, ma anche a verificare come ci siamo arrivati a quei pensieri, se sono originari o sono indotti, se sono approfonditi o superficiali, se sono razionali o emotivi. Quando tutta la carneficina sarà terminata, quando si poserà la polvere, questo problema del pensare a come pensiamo lo avremo ancora. Lo avremo sulle questioni ambientali, climatiche, economiche, tecno-scientifiche (come l’abbiamo avuto con la pandemia), politiche, giuridiche, scientifiche, geopolitiche etc.. Dovremo forse pensarci tutti un po’ di più, non credete? Altrimenti che democrazia è?

NOTA: Questi articoli pubblicati negli ultimi giorni, nascono come post su Facebook e di riferiscono a quell’ambiente di discussione. I loro limiti andrebbero contestualizzati.

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CAPITAN UCRAINA

L’attore comico milionario ucraino, arrivato al potere con un partito che era la casa di produzione di un serial televisivo da lui finanziato, prodotto, scritto, diretto ed interpretato dove lui diventava presidente, oggi circondato da giovanotti che sembrano nazisti nazionalisti ma non lo sono, che in certi video pubblici di poco tempo fa tirava su il naso e spalancava gli occhi serrando la mascella senza per questo essere cocainomane, è diventato il nuovo eroe Marvel ed ora conduce fiero l’ennesima puntata del Bene contro il Male. Ma questo non è un film e voi non siete solo gli spettatori.

Ha coscritto la popolazione maschile che ha accompagnato le proprie mogli e figli alla partenza salutandole forse per l’ultima volta. Abbiamo e sempre più avremo milioni di profughi, vedove e orfani, che l’ONU ci avverte creeranno problemi logistici al limite della risolvibilità non per nostra cattiva volontà, ma perché la logistica è la logistica e non si fa con le chiacchere. Ha spinto con le buone e con le cattive uomini civili ad andare contro uno degli eserciti più grandi e potenti del mondo con le molotov. Sta facendo distruggere materialmente grande parte del suo paese e mi fermo qui perché oltre si scade in ciò che non è evidente. Le stesse cose le ha dette padre Alex Zanotelli. Inonda di propaganda di guerra tutti i mezzi possibili, intrattenendosi con tutti i leader occidentali più volte al giorno, ricordandoci che guerra e radiazioni stano venendo da noi, manca poco, sempre meno, in un crescendo di paranoia indotta. Invoca invio armi, uomini, mezzi per il suo tragico Armageddon che non avrà alcun finale alternativo a quello che ogni analista militare conosce già dal primo giorno. Per cosa?

Washington Post afferma che gli USA armano gli ucraini da inizio dicembre scorso (solo?) ed ora gli stanno mandando contractors e reduci rimasti momentaneamente disoccupati dopo il ritiro dall’Afghanistan. Ci sono imprese dietro e se la domanda ristagna, qualcuno dovrà pure alimentarla, UK segue. Biden ha richiesto al Congresso fondi speciali per alimentare il complesso militare-industriale, torna il keynesismo di guerra. Per cosa ora tutti improvvisamente aumentano spese per armamenti quando abbiamo tutti economie e società devastate da due anni di Covid e la Germania rompe il tabù di pacifismo relativo dopo settantasette anni? Per cosa, per difendere il diritto di Captain Ucraina ad invocare la NATO?

Ieri, incontro al confine Ucraina-Moldavia tra i due ministri degli esteri USA-Ucraina. L’ucraino ha ringraziato per le sanzioni, ma poi ha avvertito che non bastano, bisogna “aumentare la pressione” ovvero “istruire la no-fly-zone”. L’ucraino ha avvertito che ogni bambina morta, ogni vita spezzata avranno l’avallo dell’Occidente perché non vuole istituire la no-fly-zone. Blinken stava zitto e lo guardava con comprensione. Nelle manifestazioni con ucraini in Europa sono magicamente spuntati ieri cartelli che invocano la no-fly-zone. Zelensky ha detto in video che ha sondaggi americani che dicono che il 75% degli americani è a favore della no-fly-zone, certo loro stanno su un altro continente. Blinken ha appena detto che “bisogna alzare la pressione” su Putin, pensate che Putin si fermerà per le sanzioni e qualche. Stinger inviato ai resistenti? Fino a dove siete disposti arrivare nell’aumentare la pressione? Quanto sangue e distruzione senza risultato finale produrrà la nostra pressione che promuovono ucraini ed americani? Ricordo che istituire una no-fly-zone equivale ad innescare l’incidente che porterà alla Terza guerra mondiale, l’ultima probabilmente. Alcuni articoli di stampa qui di noi sono passati senza fare una piega dai vaccini alle pillole di iodio utili in caso di primavere al plutonio. Per prepararci a cosa?

Ieri Putin ha ricordato che le sanzioni vengono ritenute atti di guerra, l’invio di armi è ritenuto atto di guerra, l’invio di volontari armati è ritenuto atto di guerra. Il giorno prima dell’inizio del conflitto Putin guardando fisso nella telecamera con una faccia che non prometteva niente di buono, ha detto che gli altri paesi (gli europei) avrebbero dovuto astenersi dall’intervenire in una guerra prendendosi responsabilità da guerra, altrimenti (testuale): “… la risposta della Russia sarà immediata e vi porterà a conseguenze che non avete mai sperimentato nella vostra storia”. Voi conoscete la storia? Non mi sembrava bluffasse. Zelensky ha affermato che stanno arrivando 15.000 volontari europei, l’intera Internazionale Nera europea si sta mobilitando. Sappiamo cosa stiamo facendo? Per fare cosa?

Coldiretti, Confartigianato avvertono che è in arrivo uno tsunami. La Russia è il quarto produttore di grano e l’Ucraina l’ottavo, sono entrambe fonti che si chiudono. Risultato in una settimana il prezzo del grano alla Borsa merci di Chicago ha fatto +38%, il mais +17%. Noi al 64% siamo dipendenti dalle importazioni di grano tenero. Gravi problemi in arrivo per zucchero, oli vegetali, lieviti, burro, marmellata, cioccolato, biscotti, merendine. L’energia è triplicata, il gas è al +160%. Ma il problema maggiore sono i fertilizzanti ed il concime perché noi non li produciamo e Russia ed Ucraina non esporteranno più di colpo. È l’intera produzione agricolo-zootecnica a rischio. Il Sole24Ore avverte che al 7% di incidenza del costo energia sul Pil scatta automaticamente la recessione, siamo al 5%. Così negli ultimi giorni le Borse europee hanno fatto -10%, quella americana ha fatto +2,5%, il dollaro prende sull’euro e le importazioni dagli USA costeranno di più. Noi perderemo 7 miliardi di esportazioni e chiuderanno direttamente oltre 300 aziende, più quelle che indirettamente risentiranno del fall-out sanzionatorio. Per concederci cornetto e cappuccino dovremo fare la cessione del quinto. E siamo solo al decimo giorno di guerra. Per cosa?

Sempre che non si arrivi a chiudere i rubinetti dell’energia o peggio.

RAI ha chiuso l’ufficio di Mosca ma Marc Innaro ha detto che fosse stato per lui e la sua squadra avrebbero tranquillamente continuato a lavorare senza problemi non ravvedendo alcun rischio serio, nessuno ha concordato la decisione con lui, gli è arrivato solo l’ordine. Le nuove leggi restrittive sulle informazioni in Russia valgono per il pubblico russo che non guarda certo la RAI. In passato ci sono stati diversi problemi tra russi e BBC. Il massimo che è avvenuto, come si fa in questi casi, è portare i giornalisti all’aeroporto ed espellerli, non certo arrestarli. Hanno chiuso tutto per evitare cosa?

Rinnovando l’appello a versare quello che potete alle organizzazioni umanitarie che dovranno gestire la tragedia dei profughi ucraini, mi appello alla vostra onestà intellettuale: sapete davvero cosa sta succedendo? Siete davvero sicuri che continuare questa carneficina senza scopo pratico ha senso? Siete sicuri di conoscere i rischi connessi? Siete sicuri di volerne pagare il prezzo?

Sono un tranquillo e pacifico signore di 64 anni, uno studioso, in anni ed anni di articoli di studio (qui tutti i miei 292 articoli di studio in nove anni, https://pierluigifagan.wordpress.com/ su questa pagina tutti i miei post di riflessione su tanti e svariati temi del Mondo contemporaneo e non da altrettanto tempo) non ne troverete uno in favore di Putin, anzi a parte forse un paio in almeno nove anni non troverete proprio articoli che hanno soggetto “Putin”, pur occupandomi anche di geopolitica. In genere, non tratto né l’argomento Putin, né quello Israele per varie ragioni. Non esiste ragione al mondo che possa giustificare l’invasione di un altro Paese anche se è quello che è avvenuto di norma da decenni e decenni in tutto il mondo. Non amo le crociate ed in genere tengo toni molto bassi, sapere molte cose porta ad una sorta di distacco dalla foga ideologica. Io politicamente sono un democratico radicale, posso criticare la c.d. “democrazia liberale” ma certo non in favore della non democrazia russa. Non sono affiliato ad alcuna organizzazione. Sono europeo ed italiano e non certo russo, non conosco russi e non sono mai andato in Russia. Le guerre vanno evitate prima che accadano, dopo ha poco senso dichiararsi pacifisti per lavarsi la coscienza turbata. Per fortuna sono indipendente, non solo di nome ma di fatto sebbene la mia per quanto limitata e modesta immagine pubblica risentirà certo delle posizioni che sto prendendo negli ultimi giorni. Vivo del mio accumulato nei venticinque anni di professione precedenti gli ultimi venti esclusivamente dedicati allo studio. Teso a comprendere ho smesso di giudicare da tempo, il Mondo accade e se ne frega di come lo giudicate. Mi occupo del Mondo sotto gli auspici di una onto-gnoseologia complessa, questo faccio da anni dedicati allo studio privato che cerco di condividere scrivendo gratuitamente per me e per chi vuole leggere ciò che scrivo. Non sono in cerca di notorietà, la notorietà porta via tempo ed io tempo ne ho poco a fronte di tutte le cose che debbo ancora studiare e capire e non ho decenni di vita davanti.

Se dico quel che dico e per come lo dico negli ultimi giorni, è perché tutto ciò non è affatto normale, debbo avvertirvi che tutto ciò non è normale anche per i miei standard che, studiando il Mondo in senso ampio, sono abituati ad ingiustizie, falsità, raggiri mentali, psicopolitica, previsioni di catastrofe e drammi di ogni tipo nonché tutte le maleodoranti porcherie di cui i più non sanno assolutamente nulla che stanno sotto le nostre tranquille vite civili. Sezionare per anni scarafaggi purulenti come un entomologo porta ad una certa imperturbabilità.

Ho da dirvi una sola cosa e ben precisa: datevi una regolata, tutto ciò non è affatto nel range della normale anormalità che incontro regolarmente nei miei studi, è fuori scala (ed ho una scala molto più ampia della vostra) e non so dirvi dove ci porterà.

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I tanti che pensano che quello che sta succedendo in queste ore sia spuntato fuori dal nulla, Putin è pazzo e vuole rifare l’impero zarista o l’Unione Sovietica 2.0, sono invitati a guardarsi questo, è uno dei più grandi studiosi di relazioni internazionali americano, professore all’Università di Chicago, è una conferenza del 2015. Ha sedici milioni di visualizzazioni, questa è una lunga storia.  https://www.youtube.com/watch?v=JrMiSQAGOS4

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SOSPENDERE L’USO PUBBLICO DELLA RAGIONE.

La “società aperta” ha deciso di chiudersi. La società liberale va a polarizzarsi nella contraddizione delle sue stesse premesse.

L’ambasciatore italiano a Mosca, lì col chiaro mandato di favorire le relazioni commerciali bilaterali, ha avuto l’ardire di segnalare in una audizione parlamentare, il costo delle sanzioni per le nostre imprese su dati FMI. Un argomento che dovrebbe interessare una democrazia di mercato visto che parla di mercato, no? Dire questo è dire che non si dovevano elevare sanzioni? Credo che un ambasciatore navigato come Starace con un passato in Cina, USA, Giappone sappia qual è il suo limite ovvero dare informazioni, non suggerire decisioni. Ma la società aperta che amava definirsi anche società dell’informazione, ora scopre che le informazioni non piacciono, le informazioni disturbano le decisioni o per lo meno ne ricordano il prezzo. Non c’è nulla di male a sapere il costo delle decisioni, aiuta ad organizzarsi per poterle pagare o si pensa o si vuol far pensare che le decisioni ideali siano libere e gratuite?

Il direttore dell’unico quotidiano di informazioni sulle relazioni internazionali, Sicurezza internazionale, edito dalla LUISS Guido Carli, collegata in vari modi a Confindustria, diretto da un professore ricercatore affiliato al MIT di Boston e che pubblica in USA con la Cornell University, A. Orsini, ha l’ardire di invitare in tv ad inserire ciò che sta avvenendo in Ucraina in una inquadratura più ampia, nello spazio (geografia) e nel tempo (storia). Bassanini domanda nervosamente su twitter se Orsini esprime il pensiero della LUISS o personale di modo che LUISS sia obbligata a ribadire la sua stretta osservanza atlantista facendo una ramanzina al suo professore in pubblico sul fatto che questi si doveva attenere ai fatti e non dare interpretazioni. Già, “i fatti”.

Il giornalista RAI Marc Innaro, una prima volta a Mosca per sette anni, poi di nuovo negli ultimi otto, per aver riferito cosa i russi dicono dei fatti (se sta a Mosca cosa deve fare, riferire cosa dice Zelensky? Quello già lo riferiscono 7/24 sette-reti-sette+stampa e radio) è ora richiesto a gran voce esser spostato ad altro incarico. Magari come mi è capitato di sentire l’altro giorno su RAI News riferisce che i russi affermano di aver convocato l’ambasciatore della Croazia perché i russi avrebbero pizzicato 200 neo-nazi con passaporto croato ed avrebbero affermato che ve ne sono da ogni parte d’Europa e quindi hanno poi affermato che non tratteranno gli stranieri come prigionieri di guerra (il che ha un brutto significato come potrete intuire). O come ieri ha riferito che i russi sostengono che non sono così deficienti da sparare ad una centrale nucleare: 1) perché la vogliono prendere intatta; 2) perché la Russia dista dalla centrale meno che la Moldavia; 3) perché Mosca dista meno di Vienna. Così i russi sostengono che la controllano da giorni e che l’incidente è organizzato dagli ucraini per mandare in mondovisione la fake news. Siamo tutti adulti e dovremmo sapere tutti che la guerra delle informazioni e controinformazioni è norma, ma quando la fa Zelensky è verità, quando la fa Mosca è falsità sempre e comunque. Ma poi, non si capisce cosa altro dovrebbe fare Innaro se non riferire cosa dicono lì, cosa significa “corrispondente”?

Così, nell’uso pubblico della ragione, non puoi avanzare qualche dissonanza se prima non reciti il Credo nella Verità della Chiesa Unitariana del Bene contro il Male e del Vangelo della Marvel Comics, ma pare che ormai non basti più neanche quello. Non vogliamo nessun mondo multipolare, quindi ci polarizziamo, noi Bene, altri Male, tertium non datur e chi lo dà è collaborazionista suo malgrado. Il mondo crede a quel Vangelo, l’ha celebrato anche all’ONU. Peccato che tra astensioni e contrari, abbiamo votato paesi con metà della popolazione terrestre e poiché quel voto non comportava alcuna sanzione, è pure dubitabile che chi ha votato per la risoluzione voglia mai andare oltre alla semplice dichiarazione. Io non sono un paese ONU, ma se fossi stato lì l’avrei votata anche io quella dichiarazione, chi mai può difendere il “diritto” si un paese a varcare armato il confine di un altro? Siamo all’ovvio. Com’è ovvio che a tutt’oggi solo un quarto del mondo, l’Occidente polarizzato su Washington con il senior partner UK, ha elevato sanzioni, sebbene secondo la strana geografia surrealista della von der Leyen, questa sia la “comunità globale”.  

Cos’è l’Illuminismo? Pensare con la tua testa. Avere il coraggio, pagarne il prezzo. Non pagare chi pensa per te tenendoti nell’infanzia eterna deresponsabilizzata, assumerti le tue responsabilità davanti al mondo. “Senonché a questo illuminismo non occorre altro che la libertà, e la più inoffensiva di tutte le libertà, quella cioè di fare pubblico uso della propria ragione in tutti i campi. Ma io odo da tutte le parti gridare: – Non ragionate! – L’ufficiale dice: – Non ragionate, ma fate esercitazioni militari. – L’impiegato di finanza: – non ragionate, ma pagate! – L’uomo di chiesa: – Non ragionate, ma credete!” diceva Kant in quel del 1784. Comprendere è prender assieme quanti più fatti ci è possibile, giudicare viene solo dopo che hai ben compreso, comprensione e giustificazione sono atti separati e con fini diversi.

Così oggi sembra che la società aperta-chiusa, la Wide-Shut-Society, la società spalancate ad alcune cose ma chiusa ad altre, necessiti di spegnare la luce, non è epoca di illuminismi. La società aperta mi sembrava dovesse esser liberale, ma si sa i liberali annunciano principi universali, ma con applicazioni particolari. Sono come i contratti assicurativi, la fregatura è a corpo 5. Locke annunciava la totale libertà di credenza, ma il totale era dentro il protestantesimo, se eri cattolico o ateo andavi al gabbio e buttavano via la chiave, se non di peggio.

Quando s’impone il buio, vuol dire che si vuol nascondere qualcosa?

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