IL “CHE FARE?” DI CARL SCHMITT. Europa, Nuovi Stati, Nomos del Mondo (2/2).

Questa seconda parte, conclude lo studio iniziato qui.

Tornando all’”inquietante attualità” di Schmitt, e volgendoci allo scenario extra-europeo, la composizione del parterre del gioco mondiale ha subito diversi cambiamenti negli ultimi due secoli. Da un dominio eurocentrico che termina ai primi del secolo scorso,  ad un sistema binario americo-europeo che va a comporre il fantomatico “emisfero occidentale” passando per le due guerre euro-mondiali, al mondo “troppo piccolo per due sistemi tra loro contrapposti” dell’ideologia global-idealista[1] in accompagno alla guerra fredda e successivo breve dominio unipolare americano, ad un oggi in cui s’annuncia un mondo nuovo, tendenzialmente multipolare.

In questa idea dell’One World, del Piccolo pianeta, del Villaggio globale ritroviamo anche il famoso strabismo teoria e prassi, riflesso di quello idea-realtà. Se la lettura economicista dell’immagine di mondo (che sia a base metodologica liberal-individualista o comunista-classista) vede l’ineluttabilità dell’One World tessuto dalla globalizzazione (o dai sincronici movimenti di emancipazione del proletario che supera la nazione), dal Segretario di Stato americano H.L.Stimson e la sua presunta affermazione del 1941 alle sorprendenti letture del problema impero-globalizzazione di Antonio Negri , la verifica del campo di gioco in termini realistici, legge invece un tendenziale pluralismo di potenze.   Come altrimenti definire la Cina, la Russia, l’India ma in diversa misura anche il Giappone e la Corea del Sud ed almeno il mondo arabo-islamico a guida Arabia Saudita-EAU ma animato anche dagli interessi di grande spazio neo-ottomano della Turchia, neo-sciita dell’Iran, dell’Egitto e del Pakistan? E cosa sono gli ormai nove possessori di armi nucleari se non altrettanti poli inattaccabili per paura di ritorsione atomica che con l’offrire il loro “ombrello” di copertura, si formano un loro grande spazio in cui i nemici non possono attaccare nella rinnovata logica Monroe? Ed anche rimanendo nel monoteismo economicista come non accorgersi del cambio radicale di composizione, peso e primato,  confrontando la Top Ten dei Paesi per Pil tra 1980 e le previsioni 2030? Sembrerebbe che la logica teorica, che per sue esigenze di discorso tende ad asciugare molto in concetti nitidi una realtà dai bordi molto più sfumati e sovrapposti, vedendo il mondo troppo piccolo per un pluralismo o forse mossa da una teologia dell’Uno, diverga dalla logica pratica per la quale sistemi più densi[2] diventano più complessi e sistemi complessi si ripartiscono in più nodi o attrattori per darsi un ordine[3]. Nella crescita di massa c’è un aumento di complessità non una tendenza alla semplificazione dell’Uno.

Tutti i sempre più numerosi giocatori del mondo multipolare sembra stiano accrescendo la loro potenza, tutti fanno piani e agiscono di conseguenza per darsi un grande spazio nel loro immediato intorno che sia di terra o di mare. Gli americani con la globalizzazione dollarizzata a trazione banco-finanziaria o la NATO o il nuovo “pivot indo-pacifico”, con la BRI e lo sviluppo africano i cinesi o con l’internazionale wahhabita-fraternità musulmana l’islam che ha iniziato un sua guerra per l’egemonia interna, con l’UEE e la nuova egemonia su Caucaso – Siria dei russi o le mire neo-ottomane di Erdogan, con la rinnovata autonomia di Londra che punta al Commonwealth 2.0, tutti stanno correndo a rinforzare la propria costituzione di potenza dandosi prospettive di grande spazio, tranne lo Stato europeo che non c’è. La stessa Germania che è una potenza economica[4] è un nano geopolitico ed un fantasma sul piano militare. Lo stesso scenario di gioco è in transizione, dall’assetto euro centrato a quello atlantico dominato del sistema occidentale a quello mondiale in cui al talassocratico sistema occidentale si va a contrapporre il terraneo sistema afro-eurasiatico tessuto dai cinesi (e russi)[5]. Disputa titanica che verte essenzialmente sull’Europa la cui oscillazione da una parte o dall’altra, può determinare l’esito della transizione e la sua stessa natura, pacifica o, come da molti temuto, bellica.

La “crisi dello Stato” che anima molte riflessioni occidentali, come la dobbiamo intendere? L’impressione è che a questo topos critico manchi un aggettivo di precisazione: “europeo”. Sembra che anche i più avveduti critici dell’eurocentrismo, alfieri del multiculturalismo e del relativismo applicato a gli altri ma non a se stessi, non s’accorgano che la proclamata “crisi dello Stato” fase suprema di un capitalismo finanziario assoluto (ma il capitalismo è a guida finanziaria sin dalle sue origini nel XV secolo se non prima, secondo F. Braudel[6]),  a sua volta de-geo-storicizzato[7], non è un universale, ma una sindrome -almeno nelle sua forme più virulente- dello Stato europeo. Né le pratiche, né il concetto di Stato, sembrano in crisi negli Stati Uniti o in Gran Bretagna o in Russia o in Cina o in India o altrove. La globalizzazione alcuni la subiscono, ma altri la sfruttano, così come la “tecnica” oggetto di molte analisi sulla modernità. I fenomeni si offrono all’intenzionalità degli agenti e se non si riesce ad essere agenti si diventa agiti, ma è improprio diagnosticare la minorità con la sola potenza ordinativa del fenomeno, del dispositivo e della sua ineluttabili facoltà governamentali. I nuovi poli con tendenza ad ampliarsi e segnare il proprio grande spazio, sono centrati  su Stati che hanno  intenzionalità, potenza e condizioni di possibilità per essere tali[8]. Se altri tipi di Stati, denunciano una difficoltà a governare i fenomeni e ne diventano governati, piuttosto che diagnosticarne la “fine dello Stato”, forse si dovrebbe riflettere su come potenziarli. Forse in Europa sta finendo il tempo degli Stati-nazione ma non per la parte Stato, per la parte “nazione”. Forse, in Europa, è giunto il momento di domandarci se ci possiamo ancora permettere i nostri piccoli Stati, il che non porta necessariamente però a darsi come unica risposta l’Unione di tutti, subito ed a qualsiasi condizione.

A riguardo, anche alcuni teorici ed analisti politici della plurale tradizione detta “sinistra”, tra i tanti punti di autointerrogazione che dovrebbero porsi per verificare la realtà dei loro sistemi di pensiero, realtà che sta sfumando in una appiccicosa ed inservibile scolastica (come ammoniva per altro lo stesso Marx nella seconda Tesi su Feuerbach), dovrebbero contemplare il sistema dei fatti demografici, geografici, storici di lunga durata, nonché quelli altrimenti sottovalutati nel concetto di “sovrastruttura” e la stessa politica internazionale anche perché rimanendo abbarbicati al paradigma economicista, diventano sempre più simmetrico-inversi ai liberali, in fondo “simili”. Far scattare lo sprezzante giudizio di “rossobrunismo” ogni volta che si pone a sinistra la questione geopolitica, aiuterà forse a sedare l’ansia da -non comprensione del mondo- ma l’abuso di questo tipo di ansiolitici, può portare al disordine mentale permanente, invecchiando. E sistemi di pensiero nati centocinquanta anni fa, forse, dei sintomi di senilità disfunzionale, è naturale li mostrino.

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Come inquadrare allora la sindrome europea di una ipertrofica Germania in tandem con la Francia, che si muovono in uno scenario di sovranità azzoppata anche per loro, in un contesto di così complesse trasformazioni mondiali? E noi, come rispondiamo al nostro specifico “che fare?”, stretti tra fuga nell’Unione e ritorno alla Nazione? Riepiloghiamo ed andiamo ad una prima -provvisoria- conclusione.

In Europa è terminata da tempo la fase storica iniziata nel XVI secolo con la nascita dei moderni Stati. Alla fine del XIX secolo, gli europei vanno tendenzialmente a saturare gli spazi esterni all’Europa con la colonizzazione, processo di lunga durata iniziato a fine XV secolo e costitutivo dell’equilibrio europeo e della stessa consistenza dello Stato europeo[9]. Contemporaneamente si siedono al tavolo della spartizione dello spazio mondiale due nuovi attori non europei gli Stati Uniti ed il Giappone. Si rinforza la Russia poi Unione Sovietica e nel XIX secolo si formano due nuovi Stati europei (l’Italia e la Germania), appena compensati dall’implosione e sparizione dell’Impero asburgico.  La risultante di questo linee di pressione, fu la prima e la seconda guerra mondiale, intervallate sia dalla grande depressione[10], sia dal trasferimento della posizione di egemone mondiale dalla Gran Bretagna a gli Stati Uniti, sia dalla crescente esuberante assertività della nuova Germania. Dopo la seconda guerra mondiale, il pluriverso europeo è ripartito tra l’area occidentale a supervisione americana e l’area orientale a supervisione sovietica. Gli Stati Uniti, se da una parte aiutarono la ricostruzione euro-occidentale, dall’altra cancellarono sistematicamente ogni potere coloniale extra-europeo. Da verso la fine del XX secolo ad oggi, gli europei si trovano sempre più confinati nel loro angusto e molto affollato sub-continente. Dentro si forma un ordine funzionale alle logiche americane che vogliono un mercato unito ma nessuna vera unificazione statale (e militare), poi si permette alla Germania la sua riunificazione che la porta ad una massa fuori standard (la RFT era al livello di massa di Francia-Italia-UK) che si somma alle note caratteristiche geopolitiche di centralità spaziale in uno spazio europeo già di suo saturo. Allora i francesi ed i tedeschi pongono una appendice al loro trattato di pace già base del progetto unionista europeo: l’euro[11].  I tedeschi accettano a condizione di fissarne loro i parametri tecnici che poi diventano politici, i francesi a patto di esserne sostanzialmente esentati fungendo da legittimante e junior partner. I tedeschi controlleranno i paesi nordici e dell’est, i francesi quelli latino-mediterranei. Nel frattempo è collassato lo spazio euro-orientale sovietico ed a seguire quello balcanico,  con gli americani che danno alla Germania un nuovo grande spazio di espansione economica, tenendosi però il controllo delle leve politiche e militari che usano sempre più contro la Russia. Fuori d’Europa, si sviluppa velocemente l’Asia ed al Giappone si affiancano Cina ed India mentre l’ordine del mondo è fissato dalla prima globalizzazione a guida anglosassone che -ideologicamente- compendia il regolamento del buon comportamento economico nei decaloghi neoliberali che impongono lì dove possono, cioè soprattutto nel loro grande spazio. Gli americani, che certo non hanno alcuna intenzione di crearsi un Leviatano concorrente ma solo una eterogenea macedonia condannata al “divide et impera”,  hanno gioco facile a spingere gli europei ad unirsi economicamente, ma non politicamente e militarmente. E’ un gioco facile questo di non pensare dall’inizio all’unione in termini politici, primo perché i singoli popoli nazionali e quindi i singoli Stati non ci pensano minimamente a fondersi davvero, né questo è al fondo il desiderio delle loro stesse élite politiche ognuna delle quali esiste proprio perché appartiene ad un suo specifico spazio nazionale, né la condizione geopolitica ad eventuale ragione dell’unificazione  è “sentita” dalle rispettive opinioni pubbliche[12] che diventano sempre più ignare della complessità di questo enorme e complicatissimo scenario. Ma a ben vedere, l’ idea stessa di unire gli europei in quello che per avere sostanza politica[13] non può che non essere uno Stato, magari federale[14], ha sostanza fantasmatica. Non perché nessuno in fondo la vuole questa unione, ma perché non sta nel novero delle cose che è concretamente possibile fare.

Lo stesso Schmitt ci ricorda che la precondizione ovvia per pensare ad uno Stato più grande di quello che ci ha dato in sorte la nostra storia passata, sta in quella physis-terra composta di immagini, concezioni del mondo, religioni, tradizioni, “ricordi storici, saghe, miti e leggende, simboli e tabù, abbreviazioni e segnali del sentimento, del pensiero e del linguaggio”, insomma la materia che fa la sostanza assieme alla forma.  Fuori di questo presupposto dell’in comune c’è solo la conquista e subordinazione coattiva per poter formare uno Stato. Ma essendo il progetto UE una fusione e non una incorporazione, incorporazione che se pure qualcuno immagina è del tutto fuori luogo discutere visto cha la storia europea ci ha abbondantemente mostrato l’impossibilità di una conquista di Uno su Tutti,  quanto di quel “essere in comune” ha davvero in comune un presunto “popolo europeo”? Nulla. E’ l’atto giuridico politico che fonda lo Stato a fare il popolo o bisogna prima avere un per quanto mal definito popolo prima di poter pensare possibile uno Stato che lo amalgami e meglio definisca? Dove mai si è condivisa la discussione pubblica e popolare sul cambio di paradigma per cui se i nostri vecchi Stati si son fatti tra “noi” e contro quelli dei vicini, oggi i ragionamenti sul nuovo scenario del mondo del secondo millennio, ci imporrebbero di trovare un nuovo “noi” contro i nuovi attori multipolari?  E gli “europei” definizione che parafrasando Metternich non parte da una entità storico-politica ma da una mera espressione geografica, possono pensarsi come “noi”, possono davvero diventare e sentirsi un “popolo” o debbono rifiutare questa categoria e pensarsi come una società per azioni? Se non sono un popolo e non possono diventarlo in tempi storici ragionevoli, se nessuno realmente pensa e vuole immaginare possibile uno Stato europeo, se non potendo mai divenire uno Stato non potrà quindi neanche mai esser democratico, se non potendo  mai essere un vero Stato mai potrà esser un soggetto geopolitico nel gioco multipolare, su cosa stiamo buttando via tempo continuando ad affidarci con sempre minor entusiasmo al sistema UE – euro?  Queste cose, credo appaiano auto-evidenti al netto di qualsivoglia inclinazione ideologica ad uno storico, il problema è che il processo politico di presunta unificazione è discusso e teorizzato principalmente da economisti. Purtroppo però lo sguardo economico tende ad una metafisica platonica che, con logica geometrico-numerica, non legge la logica concretamente incarnata negli individui, nelle società, nelle istituzioni e nelle culture e nelle storie e nelle geografie che fanno i “popoli”, eterogeneità che fanno del complesso pluriverso europeo un frattale di multipolarità in sé. Da questo punto di vista, con Schmitt si vedono cose che  con Smith non si possono  vedere, pensando teoricamente possibile quella che è una tragica astrazione.

Si può lasciare questa idea dell’uni-verso europeo come idea regolativa della ragione, come punto di fuga ideale kantiano a cui tendere. Ma detto per inciso non secondario,  Kant parlò più di confederazione che di federazione ad al solo scopo giuridico-militare in modo da evitare l’eterno riproporsi della coazione hobbessiana del tutti contro tutti, Kant non ha mai parlato di uno Stato federale europeo ed è probabile che la sola idea gli facesse ribrezzo[15]. Se questo è un punto di fuga in prospettiva, telos da traguardare nei (molti) decenni a venire,  nel frattempo, occorrerebbe pensare a qualcosa di meno sbilenco ed impossibile e che -tuttavia-  aiuti gli Stati europei a sopravvivere nel difficile e caotico scenario del mondo nuovo. Forse non c’è solo la dicotomia Stato ed Impero ma Stato piccolo ed impotente, Stato grande e potente ed Impero. Forse dobbiamo aprirci un pertugio nelle condizioni di pensabilità e sdoganare l’apparentemente banale e volgare considerazione di buon senso che -in questo discorso- le dimensioni contano. L’eterogeneità europea andrebbe forse pensata per gradi di prossimità, si dovrebbero prima fare federazioni basate su un comune  secondo le grandi ripartizioni dello spazio geo-storico europeo, magari tra loro confederate in una semplice alleanza militare che tra l’altro ci emancipi tutti dalla NATO e solo dopo federazioni di federazioni, ovvero l’ipotetico e molto remoto Stato europeo. Questa idea dell’effettiva unione politica sub-continentale -in prospettiva- sarà anche una necessità , ma pensare sia perseguibile nel delirio dell’impossibile analogia detta “Stati Uniti d’Europa” che ha più ruolo pubblicitario che realmente programmatico, dove la forma (unità) ignora la materia (pluralità storica dei popoli) e quindi non giungerà mai  a sostanza, non è guadagnare tempo, ma perderlo.

Quanto tempo possiamo ancora perdere invece che iniziare un nuovo viabile percorso di adattamento al mondo nuovo e complesso?

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In questo periodo sto studiando le faccende che riguardano questo complesso argomento e questo Autore che oltre a dare suggestioni utili alla riflessione, dà anche tanti problemi in quanto non si può relativizzare la sua piena e convinta adesione al nazismo da cui il problema del provare a separarne il pensiero puro e critico-teorico da quello pratico-pragmatico contingente. Sentire un tedesco, per giunta approssimativamente nazista, che parla di “impero” e di “grande spazio” fa scattare le saracinesche dell’ostracismo prima ancora di poter cogliere qualche idea magari poi da trasformare per altra utilità, non  facile visto che la nostra ragione è anche tanto emotiva, ma lo sforzo forse merita un impegno.  Il nostro “leninista” titolo sul Che fare? di Schmitt, allude al “Che fare di Carl Schmitt?[16]” che è il bel titolo di un altrettanto interessante libricino che si pone la stessa questione: cosa fare di certe riflessioni che sembrano fatte oggi, che sembrano assai lucide e predittive del dominio liberal-anglosassone, dell’universalismo mercatistico imperialista di cui oggi vediamo la piena espansione globalizzante -tra l’altro- in crisi di riformulazione, della pari confusione universalista dell’internazionalismo di sinistra che legge solo classi e non i popoli, dell’ingombrante volontà di potenza teutonica, della crescita di binomi impero-grande spazio tutti non europei, cosa fare della sua acutezza critica e della sua inservibilità normativa, malattia endemica dei pensatori tedeschi in genere? Jean-Francois Kervégan, l’Autore del libro citato, dà la sua diagnosi, così Stefano Pietropaoli  nella monografia dedicatagli[17], così nel suo lungo lavoro di scavo ed approfondimento Carlo Galli[18], così Giovanni Gurisatti curatore dell’edizione italiana della raccolta di scritti schmittiani di politica e diritto internazionali[19] e poiché amalgamati anche con considerazioni su “terra e sul mare”[20] validi anche in termini di geopolitica teorica, così il curatore tedesco originario di Stato, Grande Spazio e Nomos, Gunter Mashke nell’Epilogo post-fazione dello stesso volume. Così le riflessioni stimolate da Schmitt che hanno svolto a vario modo, qui da noi, Cacciari, Duso, Marramao, Tronti, Negri ed Agamben ma anche Julien Freund, Alexander Kojève o il “maoista” tedesco J. Schickel nel Dialogo sul partigiano del 1970. Ma di tutto questo, della “questione Schmitt”, parleremo altrove.

Convegno 16-17 Gennaio 2018, Villa Mirafiori, Facoltà di filosofia La Sapienza Roma – Micromega dal titolo “Lumi sul mediterraneo”.

La questione delle questioni poste da Schmitt ed il suo stesso statuto di pensatore, ha per noi rilievo di attualità sia in termini di geopolitica sulla teoria multipolare[21], sia in termini di concreta geopolitica europea (incluse le aggrovigliate matasse dei sistemi Unione europea ed euro), sia in termini di geocultura e geofilosofia e proprio sul fatto della questione teoria-prassi. Lo facciamo con Hegel come con Marx, con Nietzsche come con Heidegger, con i francofortesi e fino a Sloterdjik ed in parte con Schmitt, si finisce sempre col pascolare nelle radure del pensiero critico tedesco ma poi il mondo, il nostro mondo occidentale, continua imperterrito ad esser ordinato dal nomos anglosassone. Per parafrasare un francese (Deleuze)[22] “i tedeschi progettano mondi, gli anglosassoni li abitano” o li governano, si potrebbe meglio dire[23]. E non è tutto. Questa riflessione sullo Stato e sulla potenza, sulla condizione multipolare ed  il grande spazio che per noi italiani è  il Mediterraneo e la costa dirimpetta in cui tutti i grandi giocatori del gioco di tutti i giochi vengono a disordinare e far danni di cui poi noi paghiamo immancabilmente le conseguenze, cosa ci porta? Dove ci dovremmo dirigere per divincolarci dalla nostra passività subalterna che oscilla tra l’astratto unionismo europeo e l’improbabile ritorno ai confini nazionali di un Paese che sta scivolando nella gerarchia dei soggetti che contano oltre il limite di ciò che ha significato? Come possiamo trasformare questa progressiva insignificanza che ci condanna ad ogni tipo di eteronomia, dalla globalizzazione passiva  all’ineluttabilità neoliberista, dalla NATO ed ai diktat euristi del binomio franco-tedesco alle pressioni russe e cinesi non meno che americane, britanniche ed islamiche, dove volgere un diverso progetto, finalizzarlo a cosa, organizzarlo come? Chi gli amici, chi i nemici? Sovrani come e di che spazio, con quale regolamento ed intenzione? Come districarsi nella selva oscura fatta di imperi, comune, Stati, nazione, popoli, mercato, terra-mare-aria, teorie e fatti, mondo e sua immagine, politico ed economico e ritrovare la diritta via, oggi smarrita? E come rispondere a queste inevitabili domande poste dal primato di realtà, cercando di portare avanti anche le nostre non meno legittime ispirazioni ideali di giustizia sociale ed emancipazione, democrazia reale e buona vita sostanziale?

Riprenderemo  queste urgenti riflessioni in prossimi articoli.

[2/2, la prima parte qui]

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[1] In “Mutamenti di struttura del diritto internazionale” di Schmitt (1943), l’Autore fa un preciso riferimento ad un presunto discorso fatto da Stimson (Segretario di Stato ed alla Guerra americano) a West Point nel 1941 da cui sarebbe stato tratto il virgolettato, riferimento che ripete in altre opere successive ma al curatore dell’edizione tedesca Maschke, questo discorso di Stimson non risulta verificabile. Altresì, lo stesso Maschke, accetta che, esistente il preciso riferimento o meno, questo è stato effettivamente il pensiero “… dell’ideologia dei globalist che circondavano F.D.Roosevelt” (Nota 35 p.255 di Stato, Grande spazio, …. op. cit.).

[2] Nella vasta letteratura che indaga questi fenomeni di mondializzazione ed egemonia, si sottovaluta sistematicamente il dato demografico. Se non si considera la diversa massa e distribuzione di densità della popolazione mondiale che passa dal 1,5 mild dei primi del secolo, ai 7,5 mld più recenti (in poco più di un secolo) è facile cadere in narrazioni che hanno più del letterario che del concreto. Purtroppo, come la geopolitica ha lo stigma del suo utilizzo teorico-pratico da parte dei nazisti, la demografica lo ha con Malthus, ma così come non si può negare l’esistenza di una logica geo-storica a base della politica internazionale, sarebbe il caso anche di far pace con l’evidenza che spesso (non sempre e non da sola), motore attivo della Storia, è proprio la crescita o decrescita delle popolazioni.

[3] Oggi c’è anche una nuova linea dell’universale dell’Uno ma versione  pluralista, non quindi nel distopico addensamento nell’impossibile Un Mondo – Uno Stato (una idea, Schmitt direbbe, di teologia politica, monoteista nella fattispecie) ma nella riduzione degli Stati a regioni o città-Stato, connesse in un  network di scambi di materie, energie, individui, culture ed informazione. Un Uno non piramidale e monolitico ma a “rete” secondo la metafora del tempo (ogni tempo ha la sua). P. Khanna ne è il principale, ma non unico, cantore.

[4] Ma il mercantilismo tedesco (e cinese) quanto verrà ulteriormente permesso in un mondo che s’avvia ad una condizione stabilmente multipolare?

[5] Si segnala questa analisi di G. Doctorow, il quale vede un riproporsi di bipolarismo più che un avvio di multipolarismo https://consortiumnews.com/2017/10/23/russia-china-tandem-changes-the-world/

[6] F. Braudel, La dinamica del capitalismo, il Mulino, 1981

[7] Tanto la tradizione liberale che quella comunista, parlano spesso di mercato o capitale come se questo non fosse ripartito in aree territoriali governate da intenzionalità statali. Eppure i geoeconomisti (ad esempio il R. Gilpin di Economia politica globale, EGEA-Bocconi 2008) sanno bene che il “capitalismo” tedesco non è quello americano che non è quello giapponese che non è quello britannico ed oggi quello cinese. Forse molti non considerano che la Washington del “Washington consensus” non è solo l’addensamento ideologico delle élite transnazionali neo-liberali ma il nome della capitale degli Stati Uniti d’America.

[8] Chi in Europa potrebbe mandare in giro il proprio presidente a richiedere più che con le buone con le cattive il riequilibrio delle bilance commerciali, nel frattempo piazzando missili ed ottenendo nuove sottoscrizioni del debito pubblico “monstre”? Chi potrebbe fare la sua “exit” dall’UE senza rimanere polverizzato dal bombardamento finanziario dei “mercati” da cui Londra è immune? Chi potrebbe subire l’attacco al proprio grande spazio ucraino e siriano e reagire come ha reagito Putin? Chi potrebbe gestire e non esser gestito dalla globalizzazione investendo miliardi in strade, porti, linee e logistica per innervare la propria espansione mondiale come la Cina? I teorici della fine dello Stato vadano a spiegare ad americani, britannici, russi e cinesi che loro sono fatti fuori teoria e non teoria che sotto non ha alcun fatto della dimensione raccontata in  analisi che hanno costruito un falso luogo comune, come sempre “universale”. Intendiamoci, problemi ce ne sono parecchi nel conflitto strutturale tra Stato e mercato e sono certo cresciuti ad ogni ondata di mondializzazione, ma sono drammatici solo dove non c’è uno Stato in grado di esser tale.

[9] Nel caso francese ad esempio, dove ancora oggi questo Stato-economia vanta una privilegiata posizione di egemonia sull’Africa occidentale, come dovremmo valutare le sue performance capitalistiche? La Francia è ancora la 6a – 7a economia mondo perché ha sostanzialmente ancora benefici coloniali? E il Regno Unito? E manterranno questo privilegio nei prossimi dieci anni? E cosa succederà se la risposta, com’è probabile, sarà “no”? La Francafrique concetto noto ai geopolitici, è noto anche a gli economisti?

[10] Questo crocevia è tutto da riesplorare. Messi in sequenza prima guerra – depressione e seconda guerra abbiamo trenta anni di stato d’eccezione del normale funzionamento delle società e quindi del capitalismo. Ma poi abbiamo altri trenta anni di eccezione (’45 – ’75) perché la ricostruzione post bellica (europea – asiatica – sovietica) è stata una condizione eccezionale. Poi abbiamo trenta anni (’75 – 2007/8) di espansione globalista soprattutto finanziaria a guida dollaro fiat money. Poi abbiamo il crollo dell’esagerazione finanziaria con crisi dei debiti privati e sovrani ipertrofici. Ma allora sono 100 anni che il “capitalismo” funziona in condizioni di contesto eccezionali. Come allora dovremmo considerare questo modo economico se volessimo immaginare un futuro normale ovvero un diverso ruolo sociale e politico del fatto economico?

[11] La moneta unica è solo una ovvia conseguenza del mercato unico altrimenti ciò che avrebbe dovuto unire (lo scambio commerciale) avrebbe riproposto le dinamiche concorrenziali tra Stati europei, generando nuova energia di frizione ed attrito. Qui si deve riconoscere l’apporto degli economisti critici che hanno ben analizzato e spiegato l’effetto che l’euro produce in termini di sottrazione di inter-competitività tra le economia nazionali del sistema euro.

[12] Sin dagli anni ’60, a partire dagli Stati Uniti, inizia un lento processo di degradazione culturale delle opinioni pubbliche. Chi ha una certa età e prova a mettere anche solo “a sensazione”, l’uno accanto all’altro il frame anni ’60-’70, col frame del ventennio del nuovo millennio, non potrà che rendersi immediatamente conto di quanto la “cultura” media sia regredita, in sostanza ed in valore stesso del concetto di “cultura”. Il fatto è viepiù preoccupante poiché incrocia con dinamica inversa la crescente complessificazione del mondo. Dovremmo sviluppare adattamento ad un mondo sempre più complesso con una dotazione culturale sempre più scarsa e mal distribuita? Le élite che si lamentano della vampata populista ed alla post verità a cui ricorrono come i tossicodipendenti che “domani smetto”, dovrebbero piangere se stesse poiché son loro ad aver boicottato la formazione culturale popolare che oggi, non trova altro sbocco di reazione che quella “istintiva ed intestinale”.

[13] Ovvero piena autonomia e sovranità in tutti gli aspetti, oltreché essere l’unico presupposto per l’esercizio della sovranità democratica.

[14] Dove “federale” non è una complicata e confusa struttura di relazioni plurilivello a diversa intensità ma una ben precisa forma di organizzazione politico-amministrativa che si applica in tanti Paesi che complessivamente sommano più o meno la metà della popolazione mondiale, tra cui India, USA, Brasile, Russia, Germania, Pakistan, Messico, Canada ed Argentina.

[15] Il Settimo articolo del progetto filosofico di I. Kant Per la pace perpetua (1795, in Kant, Scritti di storia, politica e diritto a cura di F. Gonnelli, Laterza, 2009), cita espressamente lo statuto giuridico di una confederazione (altrove Kant parla di una lega, sul modello dell’anfizionia dell’Antica Grecia) pacifica (foedus pacificum), che renda permanente quello che un normale trattato di pace rende episodico e precario. Tale permanenza, per quanto reversibile, sarebbe altresì assicurata dal Terzo articolo preliminare dove si indica la progressiva sparizione di eserciti permanenti. Perché per evitare la coazione alla guerra europea non sia scelta originariamente la strada di darsi un esercito comune in Europa che sottraesse materialmente la stessa possibilità del conflitto (difficile farsi una guerra senza avere un proprio esercito) ma si sia scelto il mercato comune (che tra l’altro contravviene il Quarto articolo che vieterebbe di contrarre debiti pubblici reciproci tra i contraenti confederati o il Quinto che vieta ad uno Stato di intromettersi nel governo e costituzione di un altro Stato) e ciononostante si citi Kant come padre spirituale dell’Unione europea è un mistero. Mistero viepiù fitto se si considera che Kant dava espressamente come opposto modello a ciò che voleva intendere con l’espressione Volkerbund, il Volkerstaat degli Stati Uniti d’America, la federazione dei popoli non portava affatto ad uno stato federale. Non quindi un super-Stato federale unico quale vagheggiano i sostenitori degli Stati Uniti d’Europa (analogia falsa ed improponibile), ma una confederazione a mo’ di alleanza di Stati sovrani. E che i singoli Stati dovessero rimanere pienamente sovrani, lo esplicita altrove e più volte negando a priori l’idea di una Universalmonarchie, ribadendo così la necessaria autonomia (darsi la legge da sé) su cui è basato l’intero impianto della sua filosofia della ragion pratica. (Sulla controversa questione si veda anche M. Mori, Studi kantiani, il Mulino, 2017 capitoli IV e V).

[16] J-F Kervégan, Che fare di C. Schnitt? Laterza, 2016

[17] S. Pietropaoli, Schmitt, Carocci editore, 2012

[18] C. Galli, Lo sguardo di Giano, il Mulino, 2008 ma anche Genealogia della politica, 2010

[19] C. Schmitt, Stato, Grande Spazio e Nomos, op. cit.

[20] C. Schmitt, Terra e mare, Adelphi 2002

[21] Per “teoria multipolare” s’intende una riflessione che non c’è, se non resuscitando qualche paragone con il Concerto europeo o l’equilibrio post-Westfalia (passione del lucido Kissinger che fra un po’ ci lascerà, lui “nemico” intelligente, con tutti “nemici” stupidi), quindi in un ambito parziale più ristretto ovvero quello europeo. Il soggetto politico mondo inteso non più solo nel limitato senso geografico, c’è da poco più di un secolo. Dopo la fase unipolare britannica e le due guerre, c’è stata la fase bipolare (debolmente tripolare) e poi quella breve unipolare americana, quindi non c’è riflessione multipolare contemporanea perché il fatto multipolare è assai recente e per altro in iniziale divenire. In più, c’è un monopolio americano di riflessione in politica internazionale e certo che a Washington non fanno il tifo per la multipolarità. Ne abbiamo parlato nel nostro “Verso un mondo multipolare”, Fazi editore, 2017.

[22] G. Deleuze, F. Guattari, Che cos’è la filosofia? Einaudi, 2002, all’interno di nota 15, p.99.

[23] Questione già nota al Marx del “Per la critica alla filosofia del diritto di Hegel”, in cui nota che “I tedeschi nella politica hanno pensato ciò che gli altri popoli hanno fatto” che anticipa (visto che è di due anni prima) la celebre XIa Tesi su Feuerbach sulla questione  teoria e prassi, relativa forse proprio alla mania tedesca di rimanere troppo astratti ed alla fine, inconcludenti o pragmaticamente inservibili.

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IL “CHE FARE?” DI CARL SCHMITT. Europa, nuovi Stati, nomos del mondo (1/2).

A cominciare da questo scritto, tratteremo una materia aggrovigliata che comprende l’attualità e la crisi del concetto di Stato, la risposta data con l’Unione europea e l’euro, questi due argomenti in relazione al divenire multipolare del Mondo, quale altra possibile strada si potrebbe percorrere riconoscendo l’esistenza di un problema-Stato ma non riconoscendosi nelle attuali soluzioni date. Lo faremo “con” e “contro” C. Schmitt che ci aiuterà anche a sviluppare -in seguito- una riflessione sulla geofilosofia. Questa è la prima parte di due di un primo approccio al non semplice tema.

Ci sono pensatori politici di due tipi, quelli che rimangono teorici e quelli che bordeggiando contingenze pratiche, finiscono con l’addomesticare la propria teoria alla contingenza. Il “bordeggiamento” citato è in qualche modo fisiologico visto che la destinazione della filosofia politica è la ragion pratica ma un conto è prevederla nel pensiero, altra cosa è piegare il pensiero alle occasioni della partecipazione della contingenza pratica. La linea del pensiero politico -diciamo così- “puro” la possiamo rappresentare con Aristotele, Machiavelli, Hobbes, Rousseau, Kant, Marx; la linea teorica che ha avuto contatti con la pratica la possiamo rinvenire in Platone, Bodin, Locke, Montesquieu, Hegel, Lenin-Mao. Ognuno di essi fa coppia con il corrispettivo dell’altra linea che gli è a volte coevo, a volte di poco successivo o comunque connesso per ispirazione od opposizione ideologica[1]. La prima linea ha il suo problema detto “problema teoria-prassi”, la seconda linea ha il problema di come la prassi, che essendo storica è sempre contingente, ha piegato la teoria. Carl Schmitt, il cui pensiero ha rilievo sul concetto del politico soprattutto in senso  giuridico, si inserisce in questa seconda linea ed ha in Hans Kelsen il suo corrispettivo inverso. Qui ci occuperemo solo del suo pensiero di politica internazionale per i rilievi critici mossi al modello anglosassone e la riflessione sulla crisi del concetto di Stato a cui diede soluzione con le idee di impero e grande spazio (Grossraum).

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L’idea di Schmitt, in politica internazionale,  era quella di collocare un termine medio tra lo Stato la cui logica e potenza vedeva in via di superamento già dai primi del Novecento e la posizione universalista-liberale basata su mercato e diritti individuali che sfociava nell’utopico (ma invero distopico) “One World”. Questo termine medio che egli basava sulla coppia “impero-grande spazio”, rivela concretamente  l’ intreccio di teoria ed opportunità pratica e contingente di cui dicevamo. Il concetto di impero, supererebbe lo Stato ma cosa sia l’impero per Schmitt non è facile da definire. Si tratterebbe specificatamente del Reich tedesco -o meglio- dei “tedeschi”, un soggetto politico-giuridico basato su una entità-identità etnica o come lui dice “nazional-popolare”. Per lo Schmitt nazional-socialista, sarebbe la nazione a determinare lo Stato e non viceversa. Schmitt non solo è un giurista ma è anche tedesco e conseguentemente, di solito, lucido e preciso nelle definizioni, come possa ritenere di fondare un diritto internazionale spostando il concetto della varietà a base del sistema da Stato a nazione in quanto popolo, non è però del tutto chiaro. Più chiaro diventa se ambientiamo la sua trattazione del 29 Marzo 1939 “L’ordinamento dei grandi spazi nel diritto internazionale. Con divieto di intervento per potenze straniere[2], all’attualità dell’istituzione del Protettorato di Boemia e Moravia  che datava -guarda il caso-, due settimane prima, il  15 Marzo 1939 e la precedente annessione dell’Austria. Il blitzkrieg della Campagna di Polonia invece, sarà del settembre dello stesso anno, previo patto di spartizione Molotov-Ribbentrop di Agosto.

Lo scritto quindi cercava di dare forma e dignità giuridica all’idea  della diade impero-grande spazio, per porla come principio di un nuovo diritto internazionale che modificava la struttura di quello dominante, quale i francesi e gli anglosassoni avevano ratificato ed imposto a Versailles nel 1919. L ‘impero dei tedeschi, la terza versione del  Deutsches Reich, doveva diventare il baricentro di un nuovo grande spazio,  stante che non tutti i popoli erano in grado di svolgere questa funzione ordinatrice, funzione che ora -diceva lui- con la guida del Fuhrer, i tedeschi erano in grado di svolgere riscattando una secolare debolezza politica che aveva fatto dell’Europa centro-orientale, un ventre molle, pulviscolare e disaggregato la cui funzione era stata quella di tenere in equilibrio il gioco della grandi potenze europee (Francia, Inghilterra, Russia). S’era imposta quindi una unificazione dei tedeschi che diventavano il popolo a base del concetto di impero che superava quello di Stato, che a loro volta imponevano la propria versione tedesca dell’americana dottrina Monroe rivista nel concetto di grande spazio, prefigurando un nuovo ordine internazionale di equilibrio e bilanciamento di potenza mondiale, basato appunto sulla logica degli imperi-grandi spazi, essenzialmente multipolare. Questa nuova unità metodologica, che riscriveva i parametri del diritto internazionale, “s’imponeva” nel senso che era frutto del decisionismo tedesco, stante che il “decisionismo” era la tipologia del diritto che Schmitt aveva già teoricamente perorato in opposizione al normativismo positivista di Kelsen,  mentre il grande spazio, era l’area amica del nuovo impero da interdire ai nemici secondo la partizione amico-nemico che Schmitt dava come definizione stessa del “politico”. Nel suo contingente, l’impero-grande spazio dei tedeschi, era la resistenza alla doppia -minacciosa- pressione dei due universalismi, quello a guida anglosassone del mercato con diritti individuali ad ovest e quello sovietico del comunismo dei diritti sociali ad est. Per Schmitt, parafrasando la Thatcher, non c’erano né individui, né classi ma solo il popolo etnicamente omogeneo che si fa Stato. In seguito sarà il caso di tornare su questa tripartizione dell’unità metodologica che divide liberali, comunisti e nazionalisti ovvero se c’è davvero un primato dell’individuo, delle classi o del popolo-nazione e soprattutto se ciò che si sceglie come primato, escluda gli altri due concetti o li metta in gerarchia, stante che -a prima vista- le tre unità sembrano tutte legittime in quanto esistenti e non si capisce bene quali sono le ragioni per sceglierne una sola che tende ad escludere le altre due. Nel grande spazio, un’area circondante l’impero a cui veniva impedito l’accesso militare dall’esterno, rimaneva l’apertura al commercio mondiale ed alla pacifica interrelazione inter-nazionale. Il concetto di impero, si doveva fondare sulla omogeneità interna, ovvero sull’esistenza di una comune sostanza spirituale, culturale, storica, delle tradizioni e dei modi di vita di un dato “popolo”[3]. Gli Stati dei grandi spazi invece, ancorché tutelati dalle minacce esterne dal loro baricentro imperiale, dovevano rimanere politicamente, giuridicamente ed economicamente indipendenti e per tutti i versi, autonomi.

Distillando l’idea dalla contingenza, il puro dal pratico, Schmitt vedeva un mondo in cui il piccolo-medio Stato europeo non era più idoneo al nuovo ambiente politico mondiale, già da tempo.  Con la prima guerra mondiale era terminata la lunga modernità a baricentro europeo, e quindi era terminata la logica di quell’equilibrio concertato nel quale le potenze europee, con l’accaparramento coloniale,  avevano tutte trasferito il conato espansivo fuori del sub-continente. Avevano colonie nell’oltremare: Portogallo, Spagna, Inghilterra, Francia ed Olanda mentre gli Asburgo si erano espansi a danno degli ottomani ed i russi verso Asia Orientale e Centrale e la Siberia. Il Reich che rappresentava la rinascita e l’affermazione dei tedeschi e occupava ora quel territorio centrale prima camera di compensazione dei conati espansivi degli altri, non aveva possibilità di trasferire il proprio conato espansivo fuori d’Europa. Impedito per condizione geografica terranea (al pari dell’Austria-Ungheria e della Russia) e non -anche o solo- marina, ma anche perché era arrivato tardi alla spartizione essendo ormai gli appezzamenti coloniali saturati dagli altri. In più, alla prima fase moderna monopolizzata dagli europei ora subentrava la fase mondiale in cui oltre agli europei si presentavano alla contesa mondiale anche gli Stati Uniti ed il Giappone, nonché i russi in versione sovietica, ognuno a suo modo impero con i suoi conati di espansione ed egemonia su un loro grande spazio. Più tardi e già nel 1952, (L’Unità del mondo), intuisce che l’allora dualità americo-sovietica si sarebbe risolta in un nuovo mondo multipolare di cui però vede tracce già prima della seconda guerra mondiale. Oltreché per vocazione teutonica quindi, l’idea di impero in quanto Stato più grande, s’imponeva per ragioni storiche e di differente struttura della competizione che da europea, si era fatta mondiale.

La successiva spartizione polacca del ’39, rientrava ancora nei diritti di “riappropriazione dei tedeschi” che facendosi popolo unito e concedendo pari diritto di grande spazio in regime di reciprocità ai russo-sovietici, provavano ad imporre nei fatti la nuova logica del nuovo diritto internazionale. L’inizio della seconda guerra mondiale, ovvero la reazione anglo-francese proprio in occasione della spartizione della Polonia, altresì precedentemente silenti su Austria e Boemia-Moravia, si potrebbe quindi leggere come l’inammissibilità di questo nuovo diritto da parte dei detentori dello standard.  In ogni epoca l’idea dominante è quella delle potenze dominanti e chi muove guerra lo fa sul piano della potenza quanto su quello delle idee fondate su un qualche principio di legittimità. Schmitt, come molti teorici tedeschi con visione geopolitica, non era in favore della successiva esplosione imperialista nazista, a cominciare dalla disgraziata campagna di Russia. Il suo impero era uno Stato grande ed omogeneo etnicamente, una volta raggiunta la sua “naturale” espansione includente tutti i “tedeschi”, doveva rimanere in sé, pacifico a meno di non essere attaccato nel suo “grande spazio” di cui -per altro- Schmitt non dettagliò mai con precisione i confini. Tale potenza imperiale ma non imperialista, avrebbe esercitato la sua tutorship sul suo grande spazio non diversamente da quanto era nella logica iniziale (1823) della americana dottrina Monroe.

Schmitt si richiama positivamente e più volte nei suoi scritti del tempo alla dottrina Monroe, sia perché concettualmente concorde, sia per fondare il suo impianto su un atto di decisionismo già posto dal “nemico”, riconoscendo la logica del nemico si sarebbe potuto convenire un nuovo diritto internazionale comune. Ma la dottrina Monroe era intesa nella sua “logica iniziale” difensiva e non offensiva come poi gli americani più volte la reinterpretarono allargando tra l’altro l’area del loro unilaterale diritto prima all’intero emisfero occidentale (Americhe più i due oceani antistanti), poi oltre avendo in obiettivo l’egemonia sull’intero mondo. Secondo Schmitt, gli americani ereditavano la logica base del loro ordinatore di mercato dagli inglesi e tendevano per forza di questo a diventare una talassocrazia commerciale senza limiti e confini perché -in effetti- è nella logica stessa del “mercato” non avere limiti e confini, così come adottare l’ordinatore del mercato è proprio di tutti coloro che sono fisicamente isole e non risentono della logica del nomos della terra. Nei fatti però, né gli americani, né i sovietici, né Hitler seguivano la logica pura del diritto che seguiva Schmitt. La sua cattedrale giuridica fondata sul sistema impero-grande spazio, avrebbe -nei suoi auspici-, rappresentato il nuovo ordine mondiale in un sostanziale equilibrio di potenza multipolare nel quale le potenze imperiali rimanevano in dialogo economico, politico, giuridico, astenendosi dalla guerra nel riconoscimento del diritto reciproco tra nemici, pacifici quindi non per astratto “pacifismo” ma per reciprocità nello stato d’equilibrio. Ma la contesa delle posizioni in questo primo accenno di situazione multipolare, non era ancora pronta per la via giuridica, come sembra non lo sia ancora oggi. La divergenza tra pensatore e realtà nasce sempre dal fatto che il pensatore, vincolato al suo sguardo specialistico, non pensa assieme tutte le variabili del sistema e del suo contesto, la sua teoria può spesso essere in anticipo sulla realtà (non è sempre l’hegeliana “nottola di Minerva”), in più, la realtà è sempre sovradimensionata in complessità rispetto alla teoria che ne è immancabilmente una “riduzione”.

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Questa parte pura del ragionamento di Schmitt ha -oggi- innegabili ed inquietanti aspetti forti di attualità. La sua percezione sulla crisi e superamento dello Stato (europeo) di allora, e ci riferiamo addirittura a gli anni ’20,  sembra del tutto esente da considerazioni demografiche, economiche, culturali e religiose, è una percezione del tutto polarizzata da fatti politici, giuridici e militari. Ma se era a suo tempo attuale (e condivisa da coevi scritti francesi ed inglesi) questa sensazione di inadeguatezza dello Stato europeo, oggi che sommiamo a gli aspetti politici, giuridici e militari tra l’altro viepiù vincolanti e limitanti, quelli economici e finanziari ma anche culturali della globalizzazione, nonché l’esuberanza del mondo islamico e le asimmetriche demografie, nonché i problemi planetari quali quelli ambientali, tale attualità  è da rilevarsi addirittura in misura maggiore. Colpisce però questa sicurezza nella diagnosi di insostenibilità del formato di Stato europeo proveniente da lunghe durate precedenti, nella letteratura di un secolo fa, colpisce il fatto che forse -oggi- monopolizzati da immagini di mondo economiciste, noi si faccia diagnosi superficiali di problemi che affondano radici nella lunga durata ed in fenomenologie più complesse.

Se il Deutsche Reich, il grande Stato dei tedeschi in forma di impero, lo soddisfaceva come potenza europea continentale di prima grandezza, è per noi altresì evidente, nella nostra attualità, che la Germania riunificata è fuori standard rispetto al livello dell’Italia, della Francia e per quanto non prettamente “europea” anche della Gran Bretagna, oggi -rispetto ad allora- ben più ridimensionata. Altresì, sebbene interpretato per via economica-monetaria oltreché giuridica con l’Unione europea e l’euro, dobbiamo rilevare attuale anche l’idea del grande spazio di cui lo Stato potente si circonda ma gli stati non tedeschi di questo grande spazio, invece che avere piena sovranità com’era nella teoria, in pratica, oggi sono tutti politicamente, economicamente-monetariamente e giuridicamente subordinati alla potenza tedesca. Schmitt non dettagliò mai la composizione del suo grande spazio ma a noi -oggi-, l’idea di fare da grande spazio ai tedeschi, non credo quadri.

In più, invece che essere i tedeschi militarmente potenti e tutor della difesa europea, siamo tutti noi e tedeschi inclusi, grande spazio degli Stati Uniti d’America. Non più solo come nella guerra fredda in via difensiva (Art. 5 della NATO) ma complici e partecipi di un sostanziale allargamento del grande spazio americano che offende il grande spazio russo (Ucraina, Georgia-Caucaso, Balcani, Baltico). Questa condizione subalterna, aggiunge a noi la privazione della sovranità nella politica estera, privazione che si somma a quelle inflitte dal dominio dell’”impero” di Berlino sul piano monetario-economico-giuridico. Poiché dire “impero” di Berlino è concedersi una semplificazione polemica che non spiega di come si sia venuta a creare questo dominio che di solito spieghiamo con la cooperativa degli interessi cosmopolitici delle élite neoliberali europee e non, occorre specificare che senza Parigi, Berlino non sarebbe stata in grado di imporre la sua visione dell’UE e neanche l’euro in quanto tale. Quando diciamo che l’UE e l’euro si basano sull’asse Parigi-Berlino descriviamo un fatto ma non ne ricaviamo una teoria. Sarebbe invece interessante sviluppare la teoria che oltre ai criteri economici e monetari delle élite dominanti potenziate dall’ideologia neo-liberista e del ruolo tutelare svolto da Washington, osservi anche quelli geopolitici che legano tra loro i due soggetti ingombranti. Europa, euro, globalizzazione, ancorché sistemi che hanno fini a promotori economici, sono pur sempre figli di una deliberazione giuridica, deliberazione che in qualche modo deve pur sempre far capo ad uno o più Stati.

Se ci si immerge nella mentalità dell’altro, dei francesi e dei tedeschi, nel loro “inconscio storico” segnato da Napoleone che esonda in Germania, la Crisi del Reno, il conflitto franco – prussiano del 1871 che portò i tedeschi a Parigi a terminare la Comune, la prima guerra mondiale e la lunga contrapposizione nell’orrore delle  trincee, a cui fa seguito Versailles con l’annessione francese dell’Alsazia-Lorena, l’umiliazione della Renania e l’occupazione della Ruhr, a cui fa seguito il disordine di Weimar e la reazione orgogliosa dei tedeschi versione nazisti che poi sfocia nella seconda guerra mondiale in un altro mattatoio e nuova occupazione di Parigi, non si può non considerare il fatto che tedeschi e francesi abbiano avuto -ed abbiano- forte il senso della problematicità del loro vicinato[4].

Ed è la cronologia dei fatti storici del dopoguerra a dirci che tra le tre diverse forme europee post-belliche di comunità (del carbone e dell’acciaio, atomica, economica) tutte degli anni’50 e la successiva fusione unificante del ’67, si colloca quel trattato dell’Eliseo tra De Gaulle ed Adenauer (1963) che, trasformando la storica inimicizia in promessa di amicizia, sancisce la diade politica direttiva egemone sull’intero processo unionista, diade tutt’oggi agente e proprio oggi richiamata in campo dal nuovo progetto Macron-Merkel.  Ed è la storia del processo di istituzione dell’euro a dirci quale fu il ruolo dell’intesa tedesco-francese, intesa basata sul diritto tedesco di imporre i suoi parametri a tutti meno che alla Francia la quale ha goduto in questi anni di molte esenzioni nel mentre occupava ruoli direttivi non sempre proporzionati alla sua effettiva potenza e reale brillantezza economica[5]. L’UE e l’euro hanno ovviamente molte cause e ragioni ma in buona sostanza, potrebbero ben definirsi il trattato di pace franco-tedesco il cui prezzo viene pagato da tutta l’Europa. Ogni volta che ci ricordano che queste istituzioni, “evitano la guerra”, è a questa problematica convivenza franco-tedesca, a questo antico motore della guerra sub-continentale  che si allude. Non si può spiegare quindi l’”impero” di Berlino se non considerando il ruolo di garante e legittimante offertogli da Parigi, “poliziotto buono” della coppia[6] in cambio del ruolo di co-leadership, con loro comune beneficio finale di aver scaricato le tensioni reciproche sul resto d’Europa, rimescolando in un minestrone mal digerito, il “sogno di una cosa” dei francesi Abate di Saint-Pierre e Rousseau da una parte e del tedesco Kant dall’altra. Ed anche il repertorio mitico, visto che non c’è una Costituzione politica europea effettiva, ha riesumato quel Carlo Magno che in quanto franco è l’unico antenato comune tanto dei francese che dei tedeschi.

Il sistema EU-euro, sembrerebbe quindi pensabile come una risposta alle contraddizioni interne del sub continente travagliato dalla conflittuale convivenza dei due pesi massimi, che scarica i costi di mediazione su tutti gli altri e concede ai due diarchi pace, potenza relativa e vari tipi di egemonia, per affrontare l’impegnativo gioco multipolare. La Francia, nella modernità, avrebbe preso il ruolo che nel Medioevo aveva il papa, quello di legittimante. Forse nelle nostre critiche all’europeismo, ci concentriamo troppo su Berlino ed osserviamo tropo poco Parigi, forse guardiamo troppo i fatti economici e troppo poco quelli geopolitici, le classi e non le nazioni, i mercati e non gli Stati.

[1/2, segue]

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[1] Mentre Platone, nell’Accademia, formava veri e propri consulenti di governo che ebbero poi altrettante esperienze pratiche e lui stesso con Dionigi di Siracusa (e come cambia il pensiero politico attribuito a Platone tra Repubblica, Politico e Leggi, forse proprio in ragione di quelle esperienze), Aristotele nel Liceo, colleziona costituzioni e per ragioni politiche dovette addirittura scappare da Atene. Mentre Machiavelli perde la sua posizione di Segretario e scrive appassionato tutto quello che avrebbe detto al suo Principe se solo gliene fosse data l’occasione, Bodin fa  da Consigliere a Enrico III, è egli stesso parlamentare. Mentre Hobbes scrive il Leviatano stando in Francia ed osservando da lontano la Guerra civile di Cromwell, Locke è segretario del Lord cancelliere Shasftsbury e con i Due trattati sul governo, deve giustificare ex post la Gloriosa rivoluzione. Il nobile di toga Montesquieu è senz’altro più inserito del Rousseau che vaga per l’Europa ospitato da amici, coltivando sempre più un senso paranoide di solitudine. Mentre Hegel elabora la dottrina dello Stato etico prussiano ricavandone la cattedra di Berlino, Kant si auto imbavaglia per non polemizzare oltre il dovuto con Federico Guglielmo II. Così mentre Marx teorizza la fine dello Stato e la sua definitiva estinzione, Lenin ci pensa su e scrive Stato e rivoluzione e Mao fa la rivoluzione con la Lunga marcia che in realtà era una lotta di liberazione nazionale dall’invasione Giapponese, una riappropriazione dello Stato cinese (da sempre un impero) che ancora oggi non ci pensa minimamente di estinguersi.

[2] Lo scritto è contenuto in: C. Schmitt, Stato, Grande Spazio e Nomos, Adelphi, 2015. Questo volume è ricco di molti altri spunti nei suoi altri dodici saggi che lo compongono. Per evitare note ipertrofiche, abbiamo omesso i successivi, precisi, riferimenti.

[3] E. Hobsbawm, notò -a ragione- che l’idea dei popoli (diritto all’autodeterminazione) come unità base del politico, venne introdotta nel diritto internazionale da W. Wilson nel Trattato di Versailles. E. Hobsbawm, Nazioni e nazionalismo dal 1780, Einaudi, 1991. Peraltro, prima di lui, lo aveva notato anche lo stesso Schmitt sempre a caccia di principi di legittimità presi dal “nemico”.

[4] I fatti brevemente ricordati che in sede storica sono addirittura categorizzati nell’espressione “ostilità franco – tedesca” o “inimicizia franco – tedesca ereditaria”, vennero declinati in quella franco – prussiana, franco – asburgica, in quella, continua, del Rinascimento e del Medioevo -indietro- fino alla spartizione ereditaria dell’unità carolingia dalla quale partono anche le prime formazioni delle rispettive lingue nazionali.

[5] Di contro, si noti l’asimmetria militare per la quale la Francia, pur scivolando nel tempo a rango di media potenza per ragioni internazionali, ha a lungo mantenuto una sua autonomia militare, inclusa l’atomica ed il seggio di rappresentanza nel Consiglio di sicurezza dell’ONU, mentre la Germania è rimasta praticamente disarmata. Chi ha l’arma non ha la moneta, chi ha la moneta non ha l’arma.

[6] Si torni alla crisi greca del Luglio 2015 e si ricordi il ruolo mediatore giocato da Hollande o la sorridente umanità dei burocrati francesi di Bruxelles che sembra tanto preferibile -nella forma- rispetto ai prestanome tedeschi (in genere olandesi e finlandesi), quando non differisce da questi -nella sostanza- di una virgola.

 

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CINA: UN FATTO FUORI TEORIA.

Le teorie hanno due nemici impenitenti, le contraddizioni tra teorie e piccoli fatti e i grandi fatti fuori teoria. Il primo nemico lavora di guerriglia accumulando anomalie fino a che c’è una rivoluzione paradigmatica che impone il cambiamento delle teoria. Quella nuova si troverà di nuovo con la stesso problema e con lo stesso esito finale ma per un certo tempo sarà vigente perché più “adatta”. Il secondo nemico invece convive con la teoria dominante semplicemente spartendosi le aree di dominio. In sostanza le teorie hanno una vigenza locale, presuppongono un universale da una particolare, almeno fino a che eventi di contesto non rendono impossibile ignorare questo altro mondo in cui quella teoria incontra grandi fatti del tutto alieni ai suoi paradigmi. Questo secondo caso è quello del nuovo incontro tra mondo occidentale e mondo cinese. La Cina è un grande fatto fuori teoria per i paradigmi occidentali e quindi anche il reciproco, tant’è che i cinesi, quando usano concetti provenienti dal linguaggio-pensiero occidentale,  ci tengono a specificare la dicitura “con caratteristiche cinesi”. Quali sono queste “caratteristiche cinesi”?

Dal 221 a.C., la Cina è un sistema unico, ovvero che ha una sua omogeneità interna maggiore di quanto non abbia col suo esterno. La cultura cinese ha alcuni paradigmi inviolabili, uno di questi è la sua longeva sostanziale unità interna che guarda al periodo di poco più di duecento anni precedente il -221, detto degli “Stati combattenti”, come ad un paradigma assolutamente negativo. Se gli Stati combattenti cinesi, all’inizio, erano solo sette, il nostro medioevo è stato una macedonia impazzita di tutti contro tutti. Ancora quando ci si addensò nei nuovi Stati-nazione, Hobbes aveva gioco facile e ricordare che ogni uomo è lupo per l’altro uomo, una antropologia impensabile per un cinese. Dal punto di vista cinese, questa idea è propriamente barbara ed è l’esatto opposto del significato di civiltà dove per civiltà s’intende uno spazio comune ordinato in qualche modo, che tenta di regolare le contraddizioni ma in primis, congiura per non renderle esplosive garantendo la vivibilità del vivere associato. L’armonia della vita associata dovrebbe rispecchiare idealmente quella naturale (il concetto di Cielo). Penso che ad un cinese che studi la storia europea e poi occidentale, l’intero nostro iper-conflittuale quadro storico  sembrerà abbastanza insensato come del resto appare a molti di noi la loro storia fatta di riti, culto della relazione indiretta, ordine prima e sopra ogni altra cosa.

La prima dinastia cinese estesa, quella Han, costruì una tradizione a ritroso secondo la quale, l’unità indivisibile della Cina, risaliva addirittura al 1500 a.C. circa. Tre dinastie antiche, la Xia poi ritenuta storicamente dubbia, la Shang e la Zhou divisa in due diversi periodi, precedevano la rottura dell’unità sfociata nei famosi due secoli di conflitto ed instabilità, prima che uno dei regni, il regno di Qin (che si legge “cin”) da cui il primo imperatore Qin Shi Huangdì autore tra l’altro della muraglia cinese e dell’esercito di terracotta, prevalesse su tutti gli altri fondando  l’Impero. Questo terminò ufficialmente nel 1911 ma per molti versi, si potrebbe dire che pur cambiando la sua forma e le logiche interne, esso è continuato ancora fino ai giorni nostri. La Cina quindi, ha due caratteristiche storiche diverse dalle nostre. La prima è l’unità di luogo, quando si dice “Cina” si dice un luogo ben preciso e non uno spazio dinamico con centro erratico (Atene-Roma-Parigi-Amsterdam-Londra-New York) com’è nella nostra storia. La seconda è la coerenza culturale che ha radici e sviluppo di un unico tronco che parte forse addirittura quattro-cinquemila anni fa ed attraverso uno snodo posto circa duemilacinquecento anni fa (Confucio, Laozi ed il taoismo, scuole dello Yin e dello Yang, scuole di strategia etc.), giunge poi ai giorni nostri. Diversamente, la nostra successione di Antica Grecia, periodo alessandrino, periodo romano, medioevo, modernità europea e poi anglo-americana è un sentiero ben meno lineare in cui ogni tratto si è formato spesso in opposizione-distruzione al precedente, superandolo, mantenendone solo alcune caratteristiche, introducendone di nuove. Quali sono le ragioni di questa storia così diversa dalla nostra?

Da wikipedia Di Bambuway (talk) - Trasferito da en.wikipedia su Commons da SchuminWeb utilizzando CommonsHelper.(Testo originale: I (Bambuway (talk)) created this work entirely by myself.), Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=10426871

Densità abitativa della Cina al 2009.

La ragione principale è probabilmente di origine geografica. La Cina attuale, pur essendo più grande come territorio rispetto a quella antica, non ha fatto altro che allargare un po’ i confini intorno ad un centro che si situa tra i due grandi fiumi principali che corrono più o meno paralleli in orizzontale da est ad ovest, non molto distanti l’uno dall’altro. Intorno a questo cuore fertile, non c’è semplicemente nulla di rilevante, terre con risorse o altre civiltà con cui commerciare o guerreggiare. A nord i contrafforti mongoli e la Manciuria e poi la Siberia orientale che sono aperte ai venti polari; a ovest il deserto fino alle catene montuose che separano dal centro Asia, ad est l’oceano, a sud per una parte i contrafforti dell’altipiano Yunnan-Guinzhou e del Tibet, per l’altra parte le foreste tropicali del sud est asiatico, anticamente poco abitate, non coltivabili e quindi poco interessanti. Di contro, il cuore fertile era eccezionalmente fertile poiché i due fiumi ed i loro affluenti davano ai corsi una portanza eccezionale, soggetta a flussi impetuosamente irregolari quindi esondazioni frequenti e coprenti le sponde in  grande profondità. Infine, la geografia botanica, offrì miglio ed orzo ma poco dopo il riso ed il riso ha più raccolti l’anno, quindi la sussistenza era di tipo relativamente abbondante ed agricolo, quindi generatrice di un potere gerarchico centralizzato a cui si è chiesto il governo delle acque. Questo insieme di geografia-clima e sussistenza, generò una popolazione molto grande in rapporto a quella nostra già in antichità, poco meno di quattro volte superiore rispetto a quella dell’Impero romano alla sua massima estensione. In un certo senso, i cinesi erano obbligati a stare assieme un po’ come avviene con i diversi ingredienti della loro cucina quando si usa quella loro pentola profonda e svasata che si chiama “wok”[1].

La loro è quindi stata una forma di civilizzazione precoce, per lo più unitaria, molto popolosa cioè densa. La loro cultura è cresciuta non con la nostra distruzione creatrice ma per più lenta e coerente evoluzione interna, non si è valsa dello scontro dialettico di opposizioni irriducibili ma di complementarietà, flessibilità, lento mutamento, non si è alimentata di competizione ma di cooperazione. Tolto il problematico periodo storico del grande Balzo in avanti e della Rivoluzione culturale, anche il periodo maoista precedente e successivo ma soprattutto il dopo-Mao, non ha spinto più di tanto il tasto del conflitto di classe perché il conflitto interno è sconsigliato dalla loro cultura che promana dalla loro storia che promana dalla loro geografia. Il primo e più importate principio del loro vivere associato è tenersi uniti per non precipitare in una anarchia suicida di tutti contro tutti e del resto una sostanziale unità culturale profonda rende un fatto l’estrema coerenza dell’essere cinese. Il loro relativo isolamento geografico e la massa importante di cui sono da sempre costituiti li ha concentrati sul problema della gestione interna e la loro società che, pur passando sotto la categoria dell’impero, non è stata una storia di invasioni e conquiste, tant’è che sono invece stati facilmente ed a lungo conquistati da giapponesi, europei, mancesi e mongoli. Di contro, mancesi e mongoli hanno sì conquistato il potere formale con le armi ma un attimo dopo sono entrati in un suadente percorso di sinizzazione che li ha inglobati nella tradizione culturale facendoli diventare esse stessi “cinesi”. I conquistatori vennero conquistati, inversione tipicamente cinese.

Questa condizione antropologica massiva e costretta a confluire nel suo stesso centro dalla mancanza di un intorno di possibile fuga ha lungamente forgiato la mentalità cinese. Francois Jullien ne ha magnificamente descritto l’essenzialità ed al contempo la sostanziale diversità rispetto alla nostra, nel suo bellissimo “Essere o vivere”, frutto di decenni di studio e frequentazioni di quella cultura. Rimando alla lettura delle sue venti coppie di differenze nella comparazione tra noi e loro ma -in breve- si può dire che mentre la nostra cultura è fondata sull’ontologia dell’essere, la loro è fondata sull’ontologia della relazione. La Cina è il fatto macroscopico che esonda sistematicamente da ogni nostra teoria poiché ogni nostra teoria, espressa nella nostra lingua-pensiero che offre un set di concetti pensati e pregiudizi impensati, deriva da una diversa matrice geo-storica.

La loro quindi- è una storia ricca ma totalmente priva di soggettività significative, ordinata da una -per noi strana- forma. Questa “strana forma” la stessa che ha avuto la ribalta recente delle cronache col XIX Congresso di quello che loro chiamano Partito comunista cinese (comunismo o socialismo con “caratteristiche cinesi”) è stata ed ancora oggi è, un mondo ridotto che governa un mondo molto più esteso. Oggi, quel “partito” che invero non è una parte ma praticamente l’unica parte ridotta di un universo madre più grande (vi sono invero altri otto partiti che collaborano col PCC esternamente in forma di “opposizione dialogante”), come è sempre stato nella loro storia, conta circa 90milioni di membri e fatte le debite proporzioni, dovrebbe essere più o meno simile in rapporti alla dimensione della burocrazia provinciale e centrale della forma imperiale, forma che aveva al suo culmine il Celeste, oggi Rosso, imperatore. Ma non un imperatore di tipo occidentale che tutto vede e comanda, bensì un imperatore “emergente”, un saggio figlio del Cielo che svolge funzione di sintesi di un mondo vasto e complesso il cui ordine dipende dall’intero funzionamento del sistema di cui è l’emersione pubblica.  L’antica tradizione di filosofia politica imperiale cinese, diceva che il miglior imperatore è quello che non fa nulla oltre a presenziare ai riti simbolici. Se non faceva nulla voleva dire che tutto funzionava e se tutto funzionava voleva dire che la struttura a lui sottostante aveva ben svolto il suo compito. Così per l’antico stratega della guerra Sunzi, il miglior generale era quello che lavora indirettamente sulle condizioni di possibilità, sulla situazione in cui si colloca la tenzone intesa in senso -noi diremmo- “olistico”. Xi Jinping , in un certo senso, è un prestanome[2], per questo occupa tutte le possibili cariche di uffici che mai un singolo uomo potrebbe materialmente dirigere effettivamente, occorre solo capire in nome e per conto di chi o cosa.

Così, noi ciecamente convinti sempre di essere “il mondo” e non “un mondo”, ancora oggi, come occidentali ed includendo nella definizione nord americani ed oceanici, siamo circa 950 milioni divisi in ben 50 Stati mentre loro sono uno Stato per ben 1.450 milioni di persone. Se immaginassimo la complessità di gestione, governo e ordine di un Impero occidentale comprendente tutti i nostri variegati popoli, non arriveremmo neanche a due terzi della loro massa. E’ chiaro che dal nostro punto di vista costruito su una storia e geografia del tutto diversa, si facciano teorie non in grado di comprendere quello che succede nell’altra metà del mondo. C’è un problema di in-comprensione tra questo nostro sistema ed il loro, viepiù grave dal momento che in questi giorni più che reportage che sfidino l’impenetrabilità delle dinamiche interne al PCC che governa quella entità geo-storicamente per noi così aliena, si leggono addirittura giudizi. Giudizi? e come proferire giudizi se neanche si sanno i fatti e seppure li sapessimo avremmo comunque il problema di iscriverli in una realtà per noi incommensurabile?  E che pertinenza avrebbero poi questi giudizi dato che i parametri sono iscritti in una immagine di mondo che dovrebbe giudicare un altro mondo a cui attiene semmai una propria immagine relativa? Eppure la civiltà della democrazia di mercato (un evidente ossimoro la cui stravaganza si continua a non notare) dà continuamente giudizi sulla civiltà del Paese di Mezzo, senza sottoporsi alla fatica dell’apprendimento alcuno e della indeterminatezza della traduzione concettuale. Così la Cina, non può che rimanerci un fatto fuori teoria. Molto grosso il fatto e molto fuori dalla teoria.

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Data questa lunga premessa, veniamo al XIX Congresso  appena conclusosi. A cappello, condividiamo questo articolo di China files[3] il quale -con lucida onestà- dice in sostanza che si può raccontare tutto ed il suo contrario rispetto alle dinamiche sottostanti gli eventi di ciò che succede all’interno del PCC, tanto poco ne sappiamo ed ancormeno possiamo dimostrare a supporto delle nostre tesi. Iscrivendoci quindi al libero campionato del “proietta anche tu le tue ipotesi”, avanziamo una doppia considerazione, dopo sul Congresso ma prima sulla sua narrazione occidentale.

Questa racconta una storia per la quale il “presidente di tutto” diventa ancorpiù “presidente” ed ancorpiù “di tutto”, assurge ai fasti dei grandi padri costituenti comparendo  accanto a Mao e Deng, si contorna di uno staff di amici, non inserisce nel Politburo nessuno dei due possibili successori né alcuno dei altri sei sodali potrà sostituirlo per ragioni anagrafiche e quindi si suppone che potrebbe ulteriormente rimanere in carica anche dopo il 2022 avviandosi ad una lunga reggenza. Di contro la stessa lunga relazione introduttiva di Xi Jinping, diceva -tra l’altro- che il partito deve rinforzare la sua ideologia o sistema di pensiero ricordandosi di essere di matrice socio/comunista-cinese e quindi assumere come nuova contraddizione principale lo squilibrio quantitativo della distribuzione interna dei benefici dello sviluppo e quello qualitativo che nella fase quantitativa è stato messo in secondo piano (insomma un maggior benessere in senso largo ossia relativo, per il maggior numero ossia diffuso, riprendendo il canone utilitarista). Combattere la corruzione ovvero rinforzare la credibilità del politico nei confronti del popolo (che è stata anche letta come “usare” lo stigma della corruzione per fare fuori i fuori linea all’interno della diffusa dirigenza, nel più tipico riflesso dell’intrigo di Palazzo) perché il partito deve essere più presente, protagonista e direttivo nei diversi aspetti del funzionamento della società riportando altresì tutti i sistemi sociali ed istituzionali sotto il suo controllo e per farlo, deve essere credibile[4]. Occorrerà sviluppare cautamente ma risolutamente un impianto legislativo che sia il regolamento di gioco del funzionamento sociale, una tradizione anch’essa antica apparentemente fuori del canone maggiore, introdotta nel III secolo a.C. e nota come “legismo”. Si dovrà sviluppare la democrazia interna al PCC sempre però secondo l’interpretazione cinese del concetto di democrazia, interpretazione particolarmente oscura per noi occidentali. Rimaniamo stretti su questo argomento senza prendere in esame altre questioni sociali, economiche, militari, ambientali, di strategia e politica estera, pur presenti nella relazione di Xi Jinping. Questi punti sono coerenti e se sì come ci sembra, cosa dicono della visione che come alcuni hanno sottolineati arriva fino all’orizzonte degli eventi addirittura del 2049, un orizzonte temporale che a noi è precluso per principio visto che deleghiamo la dinamica del mondo a gli imperscrutabili funzionamenti magici del mercato che ci obbligano a rinunciare ad ogni pianificazione, progettualità, intenzionalità complessa, tanto c’è la provvidenziale “mano invisibile”?

Al di là delle semplificazioni di cappa e spada della narrazione occidentale che non vuole realmente comprendere ma solo giudicare, ci sembra che il cuore del governo e potere cinese sia preoccupato. La preoccupazione standard del potere cinese degli ultimi millenni (millenni non secoli o decenni) è sempre e soltanto una: il potenziale disordine. Il disordine è la malattia genetica per un sistema che oggi conta 1,4 miliardi di individui. Viepiù oggi dopo una lunga e tumultuosa cavalcata di crescita che è stata figlia anche di un necessario allentamento dei controlli e delle pianificazioni precise. Ancorpiù se si considera l’ambiente economico, finanziario e geopolitico del mondo a bassa crescita, multipolare, alle prese con i ritorni negativi della prima fase della globalizzazione anarchica che abbiamo avuto negli ultimi decenni. Non solo il mondo che è il contesto da cui tutti dipendono ed in particolare i cinesi che debbono alimentare la propria espansione per ottenere stabilizzazione interna, è sempre più disordinato ma questo effetto della prima vera interconnessione di tutti con tutti, sta dando vita ad una serie di reazioni ulteriormente disordinanti. Dalla Brexit a Trump, dalla lenta e senile agonia europea al ritorno dei russi,  dal riarmo dei giapponesi alla pari situazione di difficile equilibrio indiano, dalla forte ma contraddittoria speranza africana alla sempre agitata convivenza tra le tribù mediorientali, per non parlare delle questioni ambientali, demografiche, culturali, tutto è in agitazione. E su tutta questa agitazione spontanea, quella indotta da coloro che rischiano di perdere le loro migliori condizioni di possibilità, ovvero gli USA. Di per sé, l’aumento degli attori e dei fattori della scena mondiale è di buon auspicio per i cinesi, se c’è mutamento, chi meglio della civiltà che si fonda su un antico libro che ha titolo “Classico dei mutamenti” (Yi Jing) può sentirsi a suo agio? Ma è altrettanto indubbio che in questo quadro aumenta la complessità e qui si pone il problema del rapporto tra complessità interna ad un universo di 1,4 mld di individui in marcia verso un futuro obbligato di crescita ma anche di potenziale aumento delle contraddizioni interne quindi disordine e la complessità esterna, competitiva, brusca, non sempre prevedibile e con molti soggetti interessati a creare ai cinesi più problemi di quanti essi non abbiano già di per sé al loro interno. Ecco allora i continui richiami all’unità nazionale, all’intolleranza immediata verso ogni autonomismo, al rapporto aperto ma controllato col mondo esterno, a non cadere vittime di trappole ideologiche che importando senza adattarli i concetti occidentali, creerebbero motivi di ulteriore contraddizione con la condizione cinese che ha diverso genotipo e fenotipo.

A governo e disciplina dei flussi tra questa ampolla esterna da cui la Cina dipende sempre più e quella interna che deve essere aggiustata ed alimentata ma non a qualsiasi prezzo, si pone la strozzatura del rinnovato ruolo del PCC e della sua dirigenza. Verranno tempi difficili, l’imperatore Segretario-Presidente deve poter rimanere simbolo longevo e continuativo per cui neanche si parla più di successione, lo si eleva a rango di padre nobile e saggio, si curerà sempre più la sua simbolizzazione a costo di reintrodurre una sorta di moderato e moderno culto della personalità. De resto, questa idea del mandato lungo, ha ampia tradizione dal lussemburghese Juncker al singaporiano Lee Hsie Loong, dal russo Putin alla tedesca Merkel e tendenzialmente anche il giapponese Shinzo Abe, non meno del turco Erdogan, delle dinastie americane e molti altri. Ma Xi è solo la punta dell’iceberg come lo sono poi anche tutti gli altri citati. E’ pigrizia e semplificazione della nostra filosofia politica pensare che sia mai davvero esistito il governo dell’Uno. In realtà ci sono certo diverse forme e percentuali di composizione del potere  ma anche Napoleone, Hitler, Stalin o la regina Elisabetta I, hanno agito sempre assieme, in nome e per conto di un sistema sottostante. E’ stato sempre a comunque un governo dei Pochi, bisogna vedere quanto “pochi”. Con la pubblicizzazione della lotta per bande di potere del variegato Deep state americano, abbiamo appena intravisto quanto sia complessa l’articolazione di un potere che, nel caso americano ma non più di ogni altro caso, è sempre di dimensioni ed articolazione direttamente proporzionale alla grandezza e complessità del sistema che deve governare. Ridurre questa articolata complessità -ad unum- è difetto storico del nostro impianto analitico oggi peggiorato del dominio della semplificazione giornalistica e mediatica.

C’è dunque un leader riconosciuto e c’è sempre una élite che a sua volta emerge da una sottostante struttura e questa linea articolata è la colonna vertebrale di una più ampia struttura che è il Partito comunista che è la colonna vertebrale di una più ampia struttura che è l’amministrazione pubblica cinese affiancata dall’area intellettuale, dall’ impresa privata e pubblica e dall’esercito, che sono le altre colonne vertebrali dell’intero corpo sociale dei 1,4 miliardi di cinesi. La Città proibita rappresentava in proporzione l’intero impero, il suo centro rappresentava in proporzione la Città, l’edificio centrale dove l’imperatore svolgeva i riti rappresentava in proporzione, il centro, la Città e l’impero tutto, come in un frattale[5].  L’imperatore celeste prendeva il mandato dal Cielo che era un concetto di ordine natural-religiosa, l’imperatore rosso prende il mandato dal Popolo che è un concetto di natura socio-storica. Ecco quindi che il “discorso del Congresso” ha detto  che il Popolo ha ancora molti bisogni quanti-qualitativi da soddisfare, continuando la lunga marcia per l’impervia strada della crescita interna ed esterna come presenza nel mondo, che la prima riduzione deve svolgere ancora meglio i suoi compiti ovvero che per l’impresa privata ci saranno obiettivi di fare ancora di più e meglio coordinando l’interesse individuale con quello collettivo, quello nazionale da coniugare con l’espansione globale (e con obiettivi specifici per l’impresa pubblica). Che gli intellettuali dovranno coniugare la difficile equazione tra modernità cinese, ispirazione socio-comunista e longeva tradizione detta “confuciana” ma da intendersi come canone e quindi di ben più ricca ed articolata tradizione. Che l’amministrazione pubblica verrà misurata sull’efficienza e la correttezza di servizio (corruzione, competenza, raccordo territoriale), mentre l’esercito dovrà portare avanti lo sviluppo qualitativo nelle difficili sfide soprattutto della marina e dell’elettronica, senza incidere troppo nel bilancio generale che ha molti fattori da riequilibrare.  Su tutti, i compiti del Partito che è la riduzione della riduzione, e che sarà chiamato a riprodurre al suo interno tutte queste istanze per governarle e coordinarle tramite la costruzione a gradoni che culmina con l’Assemblea, il nuovo Politburo e il confermato leader. Una concezione di partito che segue dappresso la tradizione leninista ma ovviamente con “caratteristiche cinesi”. Questa strategia vigerà a lungo e quindi non c’è motivo di pensare, in prospettiva, ad un cambio di leadership, poiché il leader è il garante del mandato e della strategia, questo richiamo al partito come riduzione strutturale delle altre strutture, tenterà di svolgere i difficili compiti di armonizzazione di tutte le forze che agitano e preoccupano le previsioni sul futuro cinese. Se ci riuscirà o meno, è un altro discorso.

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Se appare chiaro che il Partito è di ispirazione socio-comunista ma con caratteristiche cinesi dove queste ultime lo assimilano alla burocrazia imperiale confuciana, a molti occidentali anch’essi di ispirazione comunista, non sembra chiaro quanto questo richiamo ideale sia sincero e concreto o meramente formale. A costoro, per un più articolato e pertinente giudizio, forse mancano delle coordinate. Ad esempio la disponibilità a studiare la complessità dell’oggetto alieno Cina, quella contemporanea come quella dell’ultimo secolo che emerge da un sottostante plurisecolare a sua volta poggiato su un fondo addirittura millenario. Il comunismo cinese prese il potere nel 1949 dopo una lunga battaglia di liberazione nazionale, fu costretto dentro i limiti angusti di una condizione obiettivamente difficile sia per l’arretratezza interna, sia per l’inesperienza della sua classe dirigente aggravata da picchi di ideologia dogmatica, sia per la pressione limitante e condizionante di una congiuntura internazionale monopolizzata da occidentali e sovietici. Eppure, a differenza de sistema sovietico, sopravvisse e con Deng, facendo tesoro degli errori del periodo maoista, rilanciò una nuova fase molto  pragmatica-realista i cui risultati odierni non possono che confermarne il relativo successo. Certo si è trattato di una diluizione della perfezione ideale del canone ma compensata dalla sua esistente concretezza a dimensioni che, ricordiamolo, assommano ad una volta e mezzo l’intero sistema occidentale euro-anglosassone. Capita spesso di notare che i “materialisti storici” sembrano non tenere in debito conto gli aspetti del materialismo che loro, aristocratici hegeliani dell’Idea, chiamano “volgare”,  come la dimensione demografica, la collocazione geografica, la sostanza di cui sono fatti molti problemi concettualizzati da loro in una sorta di strutturalismo spesso più idealista che materialista. Appare dunque curiosa ma vera la situazione descritta a chiusura del suo pertinente “Il marxismo occidentale” da Domenico Losurdo, ovvero la persistente  “scomunica” che gli scolastici marxisti occidentali continuano a reiterare verso quelli orientali: “Tanto più che la scomunica inflitta dal marxismo occidentale a quello orientale ha promosso la fine non dello scomunicato ma del protagonista della scomunica”. Una Chiesa ieratica quella del marxismo occidentale per lo più accademico, saccente e rancorosa ma senza fedeli che, ormai fuori da ogni concreta realtà che non sia il culto ermeneutico e molto litigioso dei Sacri Testi, condanna una pratica articolata e complessa che sopravvive da qualche decennio a contatto con gente reale, problemi reali, risultati reali, mondo nella sua accezione più estesa (e quanto “estesa”!), reale. In tal senso può esser utile, oltre al segnalato Losurdo, la lettura del bel libro di Diego Angelo Bertozzi “Cina. Da sabbia informe a potenza globale” che ripercorre con competenza quest’ultimo secolo di storia del gigante asiatico e per quanto riguarda la realtà concreta cinese il sintetico riassunto dello stato del’arte espresso in numero-peso-misura (un codice materialistico che tende a sfuggire ai materialisti storici) nel paragrafo “Da dove si parte”, di questo articolo (qui).

Forse riportare il fatto cinese dentro la teoria marxista potrebbe aiutare a modificare questa, se non altro portandola a misurarsi non sempre e solo con l’esercizio esegetico ma anche con le contraddizioni tra teorie e fatti concreti, non più solo nell’ipertrofico quanto ormai poco utile esercizio critico ma anche in quello costruttivo e programmatico. Fatti di un mondo sempre più complesso, potrebbero suggerire qualche revisione ad una teoria nata centocinquanta anni fa nel triangolo Germania-Francia-Gran Bretagna, il particolare che continua a credersi universale, e potrebbero favorire quella riviviscenza di un marxismo occidentale o marxismo con caratteristiche complesse, di cui avremmo tutti un gran bisogno, marxisti e non.

Riferimenti bibliografici:

F.Jullien, Essere o vivere.  Il pensiero occidentale e il pensiero cinese in venti contrasti. Feltrinelli, 2016

D.Losurdo, Il Marxismo occidentale. Come nacque, come morì, come può rinascere. Laterza, 2017. Il pezzo citato si trova praticamente alla fine del saggio a pg. 193.

A. Bertozzi, Cina. Da sabbia informe a potenza globale. Imprimatur, 2016

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[1] La Cina è grande poco meno dell’Europa ma la sua parte abitabile è meno della metà di quella nostra. In questo spazio che dunque è ben meno della metà di quello europeo, vive un popolazione quasi tre volte la nostra. Solo il 15% del suo territorio è arabile ma con questo che è solo il 7% del terreno arabile del mondo, sfama il 20% della popolazione mondiale. La storicamente sofisticata regolamentazione della vita associata cinese, deriva da questo convivenza in uno spazio ristretto.

[2] “Prestanome” è forse esagerato ma poiché in questi giorni ho letto sulla stampa occidentale non pochi articoli-inchieste su chi è Xi Jinping, il padre, la moglie, vizi e virtù, penso sia contro-bilanciante suggerire una lettura meno personale e più strutturale.

[3] http://www.chinafile.com/reporting-opinion/viewpoint/why-do-we-keep-writing-about-chinese-politics-if-we-know-more-we-do

[4] Il problema dell’insofferenza verso la dilagante corruzione, portò ad un altro trauma della storia antica cinese, la Rivolta dei turbanti gialli (184-205) con cui finì la dinastia Han, portando altresì ad una nuova fase di conflitto interno detto Periodo dei Tre Regni.

[5] L’espressione “scatole cinesi” riprende questa geometria con cui il minore controlla il maggiore.

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LA VISIONE DI PARAG KHANNA.

L’ultima fatica di Parag Khanna è questo libricino leggero ma denso di argomenti . Khanna sostiene con innocente leggerezza un modello politico che chiama demo-tecnocrazia, richiamandosi alla Repubblica di Platone, dove i Guardiani sarebbero squadre di tecnocrati strategico-amministrativi, i quali consultano con una certa frequenza il popolo-cliente, per sapere se questo è contento dell’amministrazione e di cosa altro ha bisogno. Il modello è una fusione concettuale tra Singapore e Svizzera.

Ne parlo, sia perché Khanna “piace alla gente che piace” e leggendo quello che ha da dire si prende nota delle prossime tendenze e mode concettuali nel globalismo, sia perché il nostro è comunque indiano, è cresciuto nel Golfo, poi in America, risiede a Singapore oltre a partecipare a numerosi think tank americo-britannici mondialisti[1], sia per un altro motivo. Khanna infatti assume come scenario la complessità del mondo ed ha molte informazioni che sceglie ed elabora poi a modo suo ma comunque applica il ragionamento a cose e problemi che esistono nel mondo reale e non a cose che s’inventa alla tastiera raccontandoci un mondo che è solo nella sua testa.  Khanna quindi, a suo modo, si occupa pragmaticamente di complessità del mondo il che è meritorio e propone soluzioni e queste soluzioni, che ovviamente sono in favore della prorogabilità, adattabilità, salute del Sistema, le trova in un originale miscuglio di una certa occidentalità con una certa orientalità. Non già il dominio di un modo-mondo sull’altro ma un sincretismo e per certi versi, il sincretismo è forse l’unica via possibile per sintesi in un mondo multipolare, anche se bisogna poi vedere come lo si confeziona. Se c’è un autore che possiamo definire geneticamente globalista dal punto di vista culturale, questi è proprio il giovanotto di 40 anni che vive su gli aerei e rimbalza da un hot spot ad un altro, incontrando élite di vario tipo, collezionando fatti ed esperienze, idee e modi di fare le cose, restituendoci poi la sua sintesi.

Il libro si intitolava “Technocracy in America” ma l’editore italiano (Fazi) lo ha cambiato spostando l’asse sul “ritorno delle città-Stato” un “piccolo è meglio”, che nasce automatico dal generatore di dicotomie che alberga nelle nostre menti.  Laddove il gigantismo americo-cinese-indiano, sembra imperare, in tempi di megafauna, nasce spontanea la lode per la microfauna che gli è complementare. Invero, Khanna si premura di non esser preso per l’ennesimo modellista di letti di Procuste, premettendo che non esiste un modello standard valido per tutti. Ma salvata l’eccezione, poi è in pratica quello che fa: cantare le lodi del nodo di una rete fortemente interconnessa, una applicazione della Teoria delle reti che oggi va molto forte. Ai tempi dei mulini e degli orologi i sistemi ideali erano meccanismi, al tempo del carbone e del vapore tutti i sistemi dovevano somigliare a fabbriche e locomotive, ai tempi di Internet il sistema è una rete di nodi interconnessi. Il nodo ideale è la città-Stato, piccola, agile, non soffocata dalla burocrazia, vibrante alle frequenze delle onde gravitazionali della dinamica complessa del mondo intero, ormai interconnesso in un unico sistema.

La faccenda del titolo però dobbiamo indagarla meglio perché in effetti il libricino è spaccato in due. La prima parte dà conto del titolo italiano e concettualmente presenta e promuove un nuovo modello politico basato sull’asse tecnocrazia – democrazia (l’ordine gerarchico dei due concetti è esattamente questo, quindi è un modello top-down) ovvero Singapore – Svizzera dove la Svizzera non è una città-Stato ma una cosa a metà tra la confederazione e la federazione di entità locali assimilabili alle città-Stato. La seconda parte del libro però, è dichiaratamente rivolta a gli americani di cui Khanna critica con una certa puntigliosità il sistema politico-amministrativo, invitandoli a guardare al modello singaporiano ma anche cinese (con espliciti riferimenti a gli aspetti di governance del Partito comunista cinese), per trarne nuovi insegnamenti. A questo, aggiunge l’interconnettività tanto da qualificare il suo modello tecno-democratico come un “info-State”, un “Google-Sate powered by Big data”. Poiché gira voce che Zuckerberg potrebbe avere intenzione di scendere in politica, si potrebbe ipotizzare che il libricino di un Autore che normalmente viaggia sulle 500 pagine (mentre qui si contiene a livello di pamphlet), sia un possibile pre-manifesto di una ipotesi politica che vorrebbe scalare il potere americano la cui crisi ontologica è manifesta e chiara a tutti. Vediamo meglio di cosa si tratta.

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Racconteremo e commenteremo il libro al contrario, partendo dalla fine e risalendo i capitoli, una ingegneria inversa del discorso. Il succo è questo “Una tecnocrazia diretta è il modello migliore per la governante del XXI secolo, laddove combina un esecutivo a presidenza collettiva e un parlamento multipartitico di tipo svizzero con l’amministrazione pubblica di Singapore, guidata dall’utilitarismo e dall’analisi dei dati. Un blend di democrazia e tecnocrazia, in altre parole, assistito dalla tecnologia”. Mi scuso con i lettori e lettrici ma non citerò le pagine, lavoro su una edizione e-book e preferisco seguire il flusso del discorso che merita un approccio olistico. Questo succo è premesso da una constatazione brutale: “Nei prossimi decenni la competizione globale punirà i sentimentali”.

Attenzione perché questa premessa è fondamentale e condivisa da chi scrive. Poiché ci occupiamo anche noi di complessità sebbene in modo diverso e diversissimo esito normativo, la constatazione del fatto che siamo capitati in una epoca storica eccezionale e assolutamente discontinua è comune. Tale eccezionalità, chiama ad un approccio realista e quindi la mia critica a Khanna non sarà sul terreno tanto facile quanto inutile dell’ideologia ma della pragmatica, condivido l’appello forte alla pragmatica (che tanto include l’ideologia in background) di Khanna anche se abbiamo due pragmatiche diverse. Altresì, opporre a Khanna l’iperglicemica sequenza di buone intenzioni, sentimenti, etiche perfette che ci fanno sentire buoni e giusti, lascia il tempo che trova. Il gioco sarà duro e per giocare occorrerà concretezza, le chiacchiere stanno a zero. Il “successo” secondo Khanna, io direi piuttosto il raggiunto adattamento, si misurerà in termini di “capacità di gestire la complessità”[2]. Nei prossimi trenta anni, avremo forse 250 Stati, per 10 miliardi persone con tutti che producono, commerciano, estraggono materie, vivono più a lungo, mangiano, bevono ed usano acqua per vari scopi, usano energie fossili, sognano una vita migliore in un pianeta i cui limiti oggettivi non sappiamo se coincideranno con le nostre aspettative o forse lo sappiamo ma facciamo finta di non saperlo. Sarà un mondo con economie capitaliste o semi-socialiste, globalizzate o inter-nazionalizzate, laico o religioso, democratico o oligarchico, competitivo e cooperativo, questo lo vedremo, ma in ogni caso, sarà un mondo complesso e né noi, né le forme di nostra vita associata ,siamo culturalmente idonei a vivere in questo contesto, quindi è il caso di darci tutti una bella svegliata e di capire bene in che epoca siamo capitati.

Khanna racconta che nel suo essere impollinatore di idee global-competitive, non c’è élite di stati emergenti o desiderosi di esserlo, che non gli invii o presenti il suo Vision …  (e qui si va da piani decennali a trentennali se non più). A dire che fuori del mondo occidentale, il tema del giorno è “il futuro”[3]. Futuro su cui si cerca di fare piani e strategie poiché il futuro tutto è tranne che garantito. Gente giovane, con aspettative, che vuole crescere (in tanti sensi), vuole costruire. Questo è un atteggiamento comune a tutto l’asse afro-asiatico che nel 2050 sarà l’80% della popolazione mondiale. A parte gente “strana” come Attali, i vari Bilderberg o quelli di Davos, conoscete qualcuno in Occidente che si spreme le meningi per capire come rispondere al “che fare?” per i prossimi trenta anni in senso ampio e strutturale? Se la risposta è no, allora dovete cominciare a preoccuparvi seriamente perché non è affatto detto che le idee del singaporiano Lee Hsien Loong o del giovane principe saudita Muhammad bin Salman, vi piaceranno di più di quelle di Zuckerberg o Macron.

Il programma di Khanna rivolto a gli States (ma molte cose valgono in senso Occidente allargato) è dunque quello di saltare a piè pari l’intermediazione politica divenuta disfunzionale, sottraendo l’amministrazione ai mestieranti corrotti ed incapaci secondo uno schema che ha sia la sua versione populista (tipo Trump) sia la sua versione di una tecnocrazia orientata da continui sondaggi d’opinione e quasi partecipazione dal basso. Il futuro “casaleggiano” di Khanna vede il trasferimento integrale della consultazione basso-alto su Internet, con la California primo info-Stato in USA. E vede la devoluzione progressiva da un centro immobile, ostaggio di interessi di minoranze egoiste ad un locale in cui ci sono solo domande problematiche (democrazia) e risposte adeguate (tecnocrazia). Vabbe’ “adeguate” a cosa non si sa bene ma ne riparliamo più avanti. La tecnocrazia è in grado di misurare gli obiettivi e dar conto della loro raggiungibilità, un recupero del codice che fondò il moderno nell’Inghilterra del XVII secolo, il -numero-peso-misura- o come dice Bloomberg “Quello che non sai misurare non sai governare”. “Conoscere” quindi è diventato manipolare Big data. Di contro, dallo spirito della comunità di Rousseau al municipalismo di Tocqueville, dall’Atene di Clistene e Pericle al demo-anarchismo di Murray Bookchin, che la vera democrazia richieda relazioni di prossimità e che sulle distanze della rappresentanza dalle lunghe deleghe il contenuto perda progressivamente senso e significato, è un fatto.  La dimensione locale potrà poi ben coordinarsi con una supertecnocrazia centrale com’è nel modello cinese, dice il nostro.

Il pragmatismo di Khanna fa vittime illustri. Il nostro sembra sorridere divertito ed  ironico davanti alla nozione-dogma del lassaiz-faire.  Ma quale lassaiz-faire, idea del XVIII secolo da rottamare in fretta scrollandosi dal torpore ideologico! Il futuro sarà in un ibrido tra privato, cooperativo e statale, sussidi e protezione pubblica per aziende di “interesse nazionale”, fondi sovrani, manipolazione intenzionale  della valuta (qui alla Merkel -che pare abbia incontrato più volte l’indiano- sarà venuto uno stranguglione), agenzie nazionali di credito all’export, attiva diplomazia politica commerciale, aperture e chiusure selettive e sempre revocabili secondo il bene del proprio sistema. Piani deca-ventennali gestiti con flessibilità e decisione, con misurazione dei risultati ed anche brusche correzioni di rotta, attivando tutte le leve possibili ed immaginabili. Siamo nel pieno della cultura giapponese, coreana, cinese di cui Singapore è solo il crocevia frattale. L’unico parametro sarà rispondere alla domanda: funziona? Ed il funziona, sarà sia misurabile oggettivamente, sia rilevabile soggettivamente dai like che la popolazione darà come giudice sovrano. Certo Khanna, mischia il modello Repubblica di Venezia ed Hansa baltica con la Repubblica popolare cinese che è una cosina un po’ differente ma teniamoci olisti e seguiamo con beneficio del “all’in circa”, lo spirito del suo argomentare, non stiamo commentando il “nuovo Hobbes” ma un giovane consulente-sforna-best seller che salta un po’ di qua ed un po’ di là con però molte informazioni ed una certa fresca propensione visionaria.

Se questa è la soluzione, qual è il problema americano e per esteso occidentale? La percentuale di voto democratico in Occidente è crollata dall’85% del 1970 ad una media del 60% del 2014, perché? Per gli USA (e non solo) il problema è che c’è stata una degenerazione verso una politica senza democrazia, verso il “liberismo non democratico”, una oligarchia governata da una élite corrotta, avida, autoriferita, egoista ed anche un po’ stupida[4]. Una finanzocrazia (wow! echi di Gallino dove non ti saresti mai aspettato!). Un Congresso fatto di businessmen miliardari, che prima e dopo l’incarico erano e tornano ad essere lobbisti, ostaggio di un Deep state[5] in mano ai ciechi egoismi della finanza e del complesso militar-industriale. Un continuo gerrymandering ovvero l’arte di manipolare i distretti elettorali (eredità antica dei rotten borroughs inglesi) che portano alla dittatura della minoranza. Perché allora non ripristinare l’obbligatorietà del voto? Magari ci facciamo una app e così colleghiamo strutturalmente governanti e governati. Una tecnocrazia diretta a base di Big data questi errori non li farebbe, i dati diranno qual è la politica migliore (?), la democrazia info-connessa-istantanea dirà se va bene o no, se e come modificarla alla bisogna, popolo ed esecutori preparati, chi altro serve? Quello che ci vuole è una “tavola rotonda” di sette-otto tecnocrati multidisciplinari, una presidenza collettiva, ma pur sempre dotati di specifiche competenze che lavorano per fare strategie complesse, cioè integrate. Accanto, gruppi di esperti tematici che però non incarnano una sola visione ma tutte le possibili visioni ovvero “team di rivali” sul modello svizzero, incontri frequenti con la “gente”, audit del popolo e tanta connessione permanente anche qui sul modello del referendum continuo à la Svizzera. E perché cambiare sempre tutto e tutti e non affidarsi anche all’expertise almeno consultivo di chi ha già governato, consigli dei saggi sul modello singaporiano? E’ questa anche “circa” la struttura del Partito comunista cinese, sette membri al vertice, Politburo di 25, Comitato centrale di 350, scuola confuciana di partito di un anno ogni cinque di governo per ogni funzionario pubblico e continui re-invii al “lavoro di provincia” per i più tardi. Altro che fine della storia che avrebbe distrutto con democrazia liberale ed Internet l’autoritarismo cinese, è avvenuto l’esatto contrario, la Cina ha oggi ben più legittimità e successo del triste spettacolo della Sodoma e Gomorra di Washington! La Conferenza consultiva del popolo e la piattaforma intranet interna al Partito comunista cinese, funzionano ben meglio della medio-crazia finanziarizzata americana a senso unico.  Khanna sarà anche un confezionatore di best seller ma nell’invitare  gli americani ad invidiare il modello del PCC, ci mette anche un po’ di coraggio, riconosciamoglielo. Infine, altro che mandati brevi, una strategia a meno di dieci anni non potrà mai esser tale e certe volte meglio una non perfetta strategia che una non strategia. Alla fine, il vertice assoluto, il Xin Jinping o il singaporiano Lee Hsien Loong[6] della situazione, sarebbe non un grande semplificatore come Trump o il temuto “cattivo imperatore” ma un direttore di grande orchestra, un gestore di complessità delegata.

Perché gli americani si ostinano ad avere due soli partiti? Come possono rappresentare l’articolata dialettica della società riducendo la complessità a due polarità che mediando mediazioni alla fine non sanno di niente e per altro tendono a coincidere? Nella classifica a multi-indicatori della salute democratica occidentale, tutti i ventiquattro paesi che sopravanzano gli USA hanno sistemi multipartitici con esecutivi espressi dal parlamento e sono pure demograficamente e socialmente più piccoli e meno complessi. Oltretutto gli altri occiddentali si fermano a far campagna per le elezioni solo per due-tre mesi e non per due anni come negli USA. Oltretutto hanno partiti grandi ma anche piccoli, che possono finanziariamente esistere anche senza le tonnellate di miliardi che obbligano i due contenitori americani ad essere ostaggio della finanzocrazia. Vengono in mente tutti gli esperti nostrani che hanno provato ad ammannirci le magnifiche progressive sorti del bipolarismo in nome della governabilità che però non tenevano conto del fatto che i tempi che chiamano cambiamento, richiedono altresì articolazione. Perché poi avere senatori se ci sono già i governatori, cos’altro serve oltre a rappresentanti locali a contatto con l’elettorato che hanno esperienza amministrativa e di governo pragmatico e concreto invece che essere avvocati o manager o dentisti e commercialisti dalle dubbie competenze pubbliche? E poi, ancora col Secondo emendamento (possesso privato di armi) che è del 1791, suvvia! Meglio la Wiki-Costituzione tipo Islanda, la Carta va scritta da tutti e deve essere flessibile al cambio dei tempi.  La verità, dice il nostro, è che l’impianto legislativo americano è vecchio, polveroso, desueto, più simile ai fasti della burocrazia sovietica che della modernità complessa, agile e flessibile. Assimilarli all’URSS e consigliarli le virtù confuciane dei comunisti cinesi, l’indiano va giù duro. La classe politica americana non segue le procedure di selezione dal basso con continui esami confuciani come nella burocrazia cinese, salta subito al posto di comando (comprandosi il seggio) non sapendo di nulla di ciò di cui si dovrà occupare. Meglio allora pagare a dovere chi esercita la funzione pubblica (la “casta” non è nel costo ma nell’inefficienza), pretendendo però pari prestazione professionale. Competenza, meritocrrazia, utilità, le tre coordinate del difficile compito politico sono sistematicamente evase, come le tasse. Insomma una chiara accusa di inefficienza complessiva, assenza di merito, etica pubblica del tutto assente, interesse personale strabordante, un disastro.

La formula finale è “meritocrazia democratica verticale”[7], info-Stato e tecnocrazia, etica dell’utilitarismo benthamiano originario (il maggior benessere per il maggior numero, non per il minor numero com’è poi degenerato). Basta con gli obbrobri come le politiche d’austerità ed il bail-out di Wall Street, se i sistemi collassano vuol dire che sono male impostati e vanno lasciati fallire (Hayek),  che nascano mille piani di finanziamento diretto alla classe media sul modello CFPB della ultra-democratica Elisabeth Warren. Khanna ne ha per tutti!

Il tutto si fonda sul triplice modello empirico di Svizzera – Singapore – ed in parte Cina (ma anche balto-scandinavi), prime due in cima a tutte le classifiche su gli indicatori delle istituzioni global-capitaliste, salute, ricchezza, bassa corruzione, alto tasso di occupazione, istruzione, Pil, alti investimenti statali nella formula magica: ricerca, sviluppo ed innovazione. Città-Stato o distretti interconnessi, federalismo spinto per i più grossi, protezione verso i moderni virus degli attacchi migratori, contagi finanziari, hacker e terroristi, società aperte ma pragmaticamente non spalancate, dedite al mercato ma non passive rispetto alle del tutto presunte qualità mistiche della mano invisibile,welfare e previsione delle future difficoltà, casa, lavoro stabile (magari con applicazioni che cambiano ma senza vuoti paurosi di inoccupazione), protezione della prossima vecchiaia di massa. Tecnologia per tutti, pragmatici tecnocrati elettivi e problem solver su obiettivi dichiarati e monitorati, decision making attraverso processi consultivi allargati, educazione civica di massa, referendum continui, sanità pubblica ma efficiente (se costa meno ed è parimenti sociale perché non anche privata?), piani di risparmio obbligatori per la vecchiaia sempre più lunga, scenaristi, pianificatori, capacità di autocorrezione, politiche della “felicità” (?), formazione continua, multi allineamento multipolare (!), governance d’impresa miste sul modello tedesco, controllo del short-termismo finanziario che uccide innovazione e sviluppo strategico (e quindi potenziamento di finanza pubblica che fornisca i cosiddetti “capitali pazienti”[8]), infrastrutture, lotta alla burocrazia e naturalmente tanta e tanta attenzione ecologica e piena sostenibilità.

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Che dire? Be’ la critica puntuale e precisa di ogni singolo punto non la farò. Sarebbe inutile data l’intelligenza dei miei lettori e lettrici che saranno ben in grado di notare incongruenze, contraddizioni, imprecisioni, aporie, financo distorsioni dei famosi “dati” che dimostrano una volta di più che questi non sono neutri. Diamo per fatta la tiritera su questo nuovo sogno dispotico e distopico che sono i due giudizi critici che vanno per la maggiore nelle critiche che ho letto. Mi dedicherò invece ad un critica positiva, diciamo “costruttiva” anche perché ultimamente sto diventando idiosincratico alla retorica del criticismo radicale del capitalismo e delle sue multiforme pezze ideologiche di accompagno. Non perché non le condivida -in linea di massima- ma perché ne avverto con dolore l’assoluta inutilità visto che lavorano incessantemente da centocinquant’anni senza aver portato il benché minimo risultato di reazione ed anzi costruendo la percezione di un Leviatano invincibile, un iper-sistema (ultimamente gli aggettivi superlativi stanno finendo e dopo “ultra”, “assoluto”, “mega” non si sa più cosa inventare) troppo forte, troppo intelligente e cinico, pervasivo e governamentale, panoptico e subliminale, ortopedico e biopoliticamente decerebrante che è così perfetto che ti credo che non si riesca poi a fare nulla per modificarne le traiettorie. Mi sa che troppa critica ci deprime e l’attenzione microfisica alle giunture fini del sistema non porta altro alla sua percezione critica che passività da impotenza. Rifugiarsi in questo affollato“luogo comune” (ormai quando leggo “neo-liberismo” nel titolo di un articolo o saggio, salto a piè pari) invece che prendere di petto il “che fare?” mi porta a quella XIa Tesi su Feuerbach che ci stiamo dimenticando di onorare, ormai da decenni.

Come detto, anch’io, nel mio piccolo, mi occupo di complessità ma per me, la complessità è ciò che risulta da sistemi in interrelazione tra loro dentro un certo contesto-ambiente. La mia è quindi un’ottica (o a volerla fare colta, una ontologia) sistemica. Il punto alla base del discorso di Khanna è che i sistemi istituzionali di cui pure apprezzo l’importanza nell’analisi, non spiegano tutto il successo di A o B[9]. Voglio dire che se Singapore  fosse posizionata nei Caraibi, a dispetto delle convinzioni di Khanna che ritiene superata la geografia e la sua versione dinamica che è la storia, forse produrrebbe musica e cocktail ma non sarebbe il successo che Khanna esalta. Per altro, linko questo articolo di un connazionale che lì insegna filosofia in una di queste famose scuole d’eccellenza per dare luce da una altro punto di vista visto che quella di Khanna è un po’ troppo monodimensionale[10]. Quindi, se tutta l’Asia si mette in moto nel dopoguerra e Singapore funge da porto franco e centro avanzato degli affari oltretutto extraterritoriale e quindi “neutro” rispetto a gli egoismi e le gelosie tra le nazioni dell’area, non è che tutto il presunto successo di Singapore possa esser ricondotto alla sua cultura nepotista illuminata, tecnocratica, affaristica, statalista, simil-socialista, che però ogni-tanto-ascolta-il-popolo. Così per la Svizzera dove l’ indiano dice che si insegna “cultura finanziaria” addirittura alle medie, non si può evitare di richiamare il suo territorio, la sua collocazione centrale europea (non è incastonata tra Congo, Ruanda e Burundi per dire) ed ha una densità di istituzioni bancarie e finanziarie figlia di precise scelte del porsi come centro banco-finanziario (oltretutto a lungo nella lista nera dei paradisi fiscali), non alla portata di tutti. Inoltre, va detto che Singapore e la Svizzera, esistono e prosperano sul loro vantaggio comparato proprio perché è unico, ossia non possono essere un “modello” perché se tutti facessero come loro, il loro modo non sarebbe più un vantaggio ma uno standard. Di base, la crisi del Politico e della democrazia in Occidente è figlia di molti genitori, inclusa la sostanziale mancanza di definizione, conoscenza precisa, ambizione teorica rispetto al concetto. Né Internet, né i like ai tecnici, né la capacità gestionale pragmatica (che comunque è utile e da non sottovalutare), ci daranno quello di cui abbiamo bisogno.  Parafrasando Latour “noi non siamo mai stati democratici”. Non è democrazia il sistema rappresentativo, non è democratico l’impianto teorico del marxismo, non sono democratiche le élite intellettuali critiche (basta vedere come si esprimono). Guardiamo sempre in alto, alle forme istituzionali, alla presa del potere, alle procedure quando invece dovremmo guardare in basso, alla presenza di informazione, conoscenza, capacità di analisi, capacità discorsive, logiche ben salde, tempo per discutere ed apprendere presso gli individui che dovrebbero auto-governarsi.

Tuttavia, come abbiamo detto in precedenza, in ottica olistica, il manifesto tecno-democratico di Khanna se non nelle soluzioni, almeno forse nell’elencazione dei problemi, qualche spunto utile lo dà. Che la democrazia occidentale sia in profonda crisi e che questa non dipenda tutta e solo dalla globalizzazione neoliberista mi pare da considerare. Tutti quanti abbiamo una classe dirigente, per lo più, disastrosa che per altro riflette con precisione la disastrosità mediamente intesa e diffusa del nostro stato medio culturale[11]. Vale per la politica ma non è che l’industria, l’informazione e la cultura vadano poi molto meglio. Altresì, non è che i nostri sistemi economici scoppino di salute, neanche quelli che la moneta sovrana se la sono tenuta e non si sono auto-flagellati con il delirio dell’austerità. Ed ancora, tra afflati unionisti privi di senso, ritorni alla nazione la cui sovranità è ridotta alla moneta in pieno riduzionismo monetarista ed addirittura sciame sismico delle secessioni, non è che le idee sulle nostre forme di vita associata siano limpide e chiare. Così il deserto ideologico tra un neo-liberismo che Khanna ha gioco facile di prendere in giro, lui che parla a nome del capitalismo pragmatico del futuro che se ne sbatte delle coerenze liturgiche ed il non si sa cosa di frammenti di keynesismo con slanci di egalitarismo e difficile ripristino di una democrazia stancata da populismi grezzi ed ignoranza popolare assai diffusa, con qualche soprassalto nel leggere o far finta di leggere Slavoj Zizek che ti dà la sensazione del fremito ribellista che però poi non porta da nessuna parte.  Così per gli incipienti drammi della disoccupazione tecnologica, del collasso ambientale, la degradazione dell’intelletto, la dittatura di specialismi e tecnicismi, la china demografica con invecchiamento di massa, il problema africano che non è tutto contenibile in un gommone in cui discutiamo di razzismo ed accoglienza, l’islam e l’infuriante battaglia per l’Ordine Mondiale Multipolare. Problemi tanti e forze ed idee per affrontali pochine, energia sociale ancora meno per affrontare non come ha notato di recente la Klein[12] una serie di crisi interconnesse ma una unica, ontologica crisi: il modo occidentale di stare la mondo.

A farla semplice, c’è un mondo che si è affacciato al capitalismo, alla crescita e sviluppo ed al progresso materiale da pochi decenni ed ha quindi molto spazio davanti a sé e c’è un mondo che quella strada l’ha percorsa già da un secolo e mezzo ed incontra progressivi limiti di ulteriore spazio per procedere. Non si tratta di modelli ma di condizioni di possibilità. Viepiù ora che gli “altri” usati in precedenza come periferia da cui attingere energie, materia prime, mano d’opera e mercati su cui scaricare gli eccessi produttivi, hanno deciso di mettersi in proprio e competono. Chi ha molto da perdere e poco da guadagnare vs chi ha molto da guadagnare e poco da perdere. Il favore di scenario dei secondi verso i primi non giustifica alcuna proposta di ricetta salvifica da imitare. Così come non era vero che fosse la democrazia liberale a dar conto del successo occidentale, non è vero che il dispotismo benevolo tecnicizzato dà conto delle performance dei nuovi arrivati. Purtroppo però, sarà inevitabile che qualcuno qui da noi prenderà qualche parte della ricetta di Khanna (non magari l’obbligatorietà del voto, il ruolo del pubblico nell’economia, il finanziamento diretto delle classi medio-basse) per dirci che effettivamente le élite debbono poter governare per decenni senza essere votate, che i tecnici sono meglio dei politici, che la democrazia la trasferiamo armi e bagagli su facebook, che occorrono scuole più tecniche a quiz e punteggi e che con i Big data a cui dobbiamo tutti cedere la nostra privacy, il mondo sarà migliore. Si prenderà il modello e per altro senza l’etica confuciana che l’accompagna e così il frittatone sarà servito.

Chiuderei riprendendo l’avviso iniziale: “Nei prossimi decenni la competizione globale punirà i sentimentali”. Forse ci converrebbe far delle nostra intelligenza collettiva un think tank informale che cominci a redigere una nostra Vision 2050. Il futuro per noi è stretto, senza una strategia che medi i nostri valori con la realtà delle condizioni di possibilità, sarà tragico.

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[1] https://en.wikipedia.org/wiki/Parag_Khanna

[2] Il “collasso da complessità” è un classico per la spiegazione dei crolli di civiltà da Tainter a Diamond.

[3] Tra l’altro, non tutti gli asiatici pensano al futuro come Khanna, ma comunque si pongono il problema: http://www.lintellettualedissidente.it/economia/chandran-nair-geopolitica-stati-disagiati/

[4] Esiste un avviato dibattito in America sulla questione. Da Yascha Mounk che si occupa di Political Theory a Lawrence Lessing che si occupa di Legge, entrambi ad Harvard, al classico e pluricitato studio di M. Gilens di Princeton e B. Page della Northwestern University (https://www.cambridge.org/core/journals/perspectives-on-politics/article/testing-theories-of-american-politics-elites-interest-groups-and-average-citizens/62327F513959D0A304D4893B382B992B) di cui qui parla il New Yorker https://www.newyorker.com/news/john-cassidy/is-america-an-oligarchy

[5] Mike Lofgren, The Deep State,Penguin Books, 2016

[6] https://www.internazionale.it/notizie/gabriele-battaglia/2017/08/10/viaggio-singapore-cartacce-sfruttamento-lavoro

[7] La definizione è di Daniel Bell, The China Model. Political Meritocracy and the Limits of Democracy, Princeton University Press 2016

[8] M. Mazzucato, Lo Stato innovatore, Laterza, 2014

[9] E’ d’obbligo il riferimento al recente classico di D. Acemoglu – J.A.Robinson, Perché le nazioni falliscono?, il Saggiatore, Milano, 2013

[10] http://megachip.globalist.it/cervelli-in-fuga/articolo/2012613/il-futuro-della-nostra-scuola-come-a-singapore-un-momento-parliamone.html

[11]http://www.repubblica.it/venerdi/interviste/2017/01/25/news/il_trionfo_della_mediocrazia_spiegato_dal_filosofo_canadese_alain_deneault-156837500/

[12] https://ilmanifesto.it/la-sinistra-deve-fare-una-vera-rivoluzione-morale/

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LO SPAZIO DEL POLITICO NEL MONDO MULTIPOLARE. Nuovi Stati, secessioni, sovranità.

Politico, com’è noto, si riferisce alle questioni relative alla comunità o società che nell’Antica Grecia si chiamava polis e che oggi si chiama Stato. Non ha cambiato solo il nome, la polis greca era una città (o al più un’isola), la più grande e famosa, Atene, contava al suo massimo forse 130.000 abitanti ma non tutti erano soggetti politici di diritto. Oggi, uno Stato medio,  secondo una brutale operazione che divide la popolazione terrestre per i poco più di 200 stati accreditati, conta poco più di 35 milioni di abitanti. Chiaramente, se la dimensione di Atene sosteneva ancora il concetto di comunità, lo Stato moderno contemporaneo verte sul concetto di società che, a sua volta, può basarsi o meno su una rete di comunità. Queste, possono  a volte coincidere con etnie che i greci ritenevano una istituzione barbara, una istituzione imposta perché subita alla nascita[1].

Lo spazio del politico nel mondo, sembra attraversato da due correnti potenti. Da una parte, la popolazione mondiale è cresciuta di due volte dal 1950 e fra trenta anni, ad un secolo dalla data posta, risulterà cresciuta di tre volte. Fatte le debite proporzioni, per dare una approssimata idea della vistosità del fenomeno, è come se l’Italia, nel prossimo secolo, diventasse una nazione di 240 milioni di persone dai 60 che ne conta oggi. Dall’altra, sempre usando il 1950 come termine di riferimento, il numero di Stati -ad oggi- è quadruplicato. Quest’ultimo dato contrasta con l’immagine del mondo rispetto alla quale organizziamo le nostre ricognizioni di pensiero. Impegnati a dibattere e profetare la fine dello Stato, il neo-liberismo globalizzante, il sogno-incubo di un Governo Mondiale, noi stessi alle prese con la nebulosa formazione di una entità europea sovranazionale come l’UE, ci siamo convinti che lo Stato non ha futuro il che è ben strano visto che se ne sono prodotti quasi centocinquanta solo negli ultimi settanta anni. A voler arrischiare una ipotesi correlativa, sembrerebbe che all’aumento della popolazione corrisponda una geometrica produzione di nuovi stati. A voler seguire questa strada ipotetica  da rivedere data la natura complessa e non lineare di questo tipo di fenomeni, la proporzione ci porterebbe ad immaginare al 2050, un mondo di 10 miliardi di persone, porzionato in poco più di 270 stati. Ma quali fattori agirebbero in favore o contro questa ipotesi a prescindere da l’impossibile predizione delle esatte quantità? Gli Stati, aumenteranno o si addenseranno diminuendo in senso complessivo?

A favore di un ipotetico trend accrescitivo, si possono segnare quattro forze.

La prima è proprio la frizione tra comunità e società. La crescita della popolazione che nel prossimo futuro riguarderà soprattutto in parte l’Asia ed in maggior parte l’Africa, può esser letta come crescita della società in quanto crescono le comunità ma laddove la società data si basa su uno statuto storico precario poiché tale s’è definita solo in tempi relativamente recenti e su basi aleatorie (dove cioè non c’è un forte concetto di Nazione), in realtà quello che crescerà saranno le popolazioni delle comunità. C’è anche la possibilità che queste società, ad esempio nel caso di presenza di minoranze musulmane, abbiamo una natalità asimmetrica generando fenomeni di riequilibrio delle varie demografie etniche come è vistosamente accaduto in Libano. Laddove le comunità giungeranno a dimensioni tali da potersi pensare “Nazione” la rivendicazione di un potere politico autonomo (uno Stato), potrebbe conseguire[2]. Tale rivendicazione potrebbe basarsi su effettive ancestrali tradizioni o su “tradizioni inventate” come le definì in un celebre studio Hobsbawm[3]. Spesso il confine tra effettiva tradizione e tradizione inventata, è sfumato e storicamente difficile da sostenere o escludere del tutto[4]. Né il diritto internazionale fornisce alcun certo riferimento quando si parla di fenomeni storici in quanto questi vengono prima di quello.

La seconda ragione a supporto di un incremento della formazioni statali potrebbe provenire dalla fascia afro-asiatica in cui, contemporaneamente, più forte sarà l’incremento demografico e meno forte è la consistenza statale. In questa fascia, gli Stati sono sovranità per lo più di matrice post bellica (dato che segnala anche il fatto che il concetto di “Stato” è stato importato e non fa parte della cultura politica autoctona) e prima vi erano regni sfocati o la tradizione islamica di imperi la cui consistenza diminuiva in rapporto alla distanza dal centro. Queste entità neo-statali sono spesso la formalizzazione di precedenti Stati coloniali o regioni amministrative disegnate dai francesi e dagli inglesi seguendo il proprio unilaterale interesse economico e geopolitico, senza cioè attinenza con la geo-storia specifica e sulla scorta della demografia primo-novecentesca. In Africa, ad esempio, abbiamo un territorio che è tre volte l’Europa (sebbene con una significativa parte desertica) ma ha -più o meno- lo stesso numero di entità statali. Da qui a trenta anni, la popolazione africana sarà tre volte quella europea. Poiché ci sarà sempre più gente, c’è spazio, non c’è tradizione del concetto di Stato, la partizione naturale è clanico/tribale, partizione particolarmente refrattaria ad accettare che un clan/tribù abbia potere su tutti gli altri, la previsione di un incremento di entità nella geografia politica di questa fascia è conseguente. Su questo ed estendendo il discorso alla fascia asiatica non cinese, s’innesta il problema musulmano. “Muslim” significa sottomesso, sottomesso a Dio, perché un muslim dovrebbe esser sottomesso ad uno Stato oltretutto non avendo mai lui avuto alcuna parte nella definizione né del concetto, né della sua applicazione al suo territorio e dal momento che la religione islamica sembra vietare alcun ente intermedio tra la comunità dei credenti (Umma) e Dio tanto da non avere neanche una Chiesa? Come agiranno queste due forze, tribalismo e islam (tra loro in non contraddizione), nel futuro di un’area che già sappiamo avrà la più grande percentuale del futuro aumento della popolazione? Questi “popoli” sono stati ammassati con vecchi nemici o innaturalmente divisi nella geografia politica post coloniale in vari Stati, Stati che, di loro natura, tendono alla reciproca competizione, quindi alla rottura del senso di comunità dei musulmani. La natura clanico-tribale, complementare alla centralizzazione imperiale, diventa focolaio di conflitto nel caso dello Stato e ciò sebbene una qualche recente tradizione statuale è pur presente per quanto difesa solo dalle élite assurte a tale ruolo in seguito alla funzione servile svolta precedentemente in favore delle potenze coloniali. Elite che sul piano politico, hanno quasi sempre origine militare poiché è chiaro che il militare dipende da un esercito e questo dipende dall’esistenza di uno Stato. Militari statalisti vs imam islamisti alle prese con un senso dello Stato precario, inflazione demografica (e spesso costante discesa dell’età media) e turbolenze economiche e belliche, non certo uno scenario statico.

Così per il Medio Oriente condizionato oltreché dalla invasiva nascita di Israele, prima ancora dal famigerato trattato segreto franco-britannico Sykes-Picot la cui geografia politica del tutto dadaista continua a produrre frizioni da più di un secolo. O vogliamo parlare dell’Afghanistan, del Pakistan, del Bangladesh, della Birmania-Myammar le cui peripezie di convivenza forzata tra buddisti e musulmani sponsorizzati e di recente armati da Riyad sono l’attualità delle ultime e prossime settimane mentre il contagio potrebbe sempre arrivare in Malesia? E le Filippine coi suoi 40 gruppi etnici? E l’ Indonesia, coi suoi 54 gruppi etnici? E quanto possiamo dire solida l’India (formalizzata nel 1950), la seconda entità dopo l’Africa per varietà culturale, linguistica e genetica, con un ricco corredo di credi religiosi e per dimensioni con la seconda comunità musulmana dopo l’Indonesia? E le repubbliche centro-asiatiche e il Caucaso, figli dell’implosione sovietica? Ed oltre alla fragilità geo-storico-istituzionale, le frizioni clanico-tribali, l’incommensurabilità tra Stato e comunità dei musulmani, la crescita demografica, gli endemici problemi di sviluppo e mettiamoci anche un po’ di siccità qui ed alluvioni là poiché il cambiamento climatico afferirà queste zone più che altrove, che ruolo giocheranno i grandi giocatori nella grande partita per il riassetto degli equilibri geopolitici del mondo multipolare?

Quest’ultima citata, la grande partita dei riassetti geopolitici del mondo,  è la terza forza di quadro generale che va intersecata con tutte le altre prima considerate. La competizione è su un duplice piano, quello economico-finanziario e quello dell’egemonia geopolitica.

Il primo, vede l’Occidente europeo in tendenziale ritirata dalla fascia che diede i fulgori a gli imperi coloniali su cui si è basata grande parte della ricchezza della nostra parte di mondo. La caratteristica primordiale del sistema economico moderno, l’esistenza di un centro con una sua contenuta corona semi-preriferica ed una vasta prateria periferica che tributava energie-materie-mano d’opera e mercati di sfogo in cui riversare parte della sovrapproduzione, nonché gli scarti, non c’è più. Si va verso un assetto ben diverso con più poli sviluppati, una generale messa in scambio dei fattori all’interno di mercati in cui nessuno ti regala niente (“rubare” in senso coloniale), la presenza di una vera concorrenza, cioè presenza di alternative, un vasto e complesso intreccio tra fatti economici, finanziari e tipicamente politici, qualche volta anche militari. “Rubare” in senso coloniale è oggi certo più difficile (sebbene rimangano alcuni veri e propri scandali coloniali come l’area afro-occidentale in cui è egemone la Francia) ma l’autentica epidemia di corruzione fotografata dalle istituzioni globali mainstream (IMF, WB, OCSE-OECD), dice che la cleptomania occidentale ha trovato altre forme  d’espressione e che l’esproprio delle ricchezze locali sia fatto lasciando la mancetta alle élite locali che poi tornano i capitali nel grande circo –on and off shore- della finanza mondiale, rende il processo solo più complicato ma non meno dannoso. Accanto, l’importanza dell’export militare per Francia, UK, Italia e naturalmente gli USA che hanno in questa fascia dell’instabilità, il maggior mercato oltre alla petromonachie che poi rigirano parte degli acquisti a questo stesso ambiente.

Sul secondo aspetto, quello geopolitico,  quello che già vediamo da un po’ di tempo, (Ucraina, Siria, Yemen, Kurdistan, Afghanistan, prossimamente Myammar ed altrove) è l’utilizzo delle contraddizioni post coloniali da parte della potenza che sta perdendo il vantaggio unipolare, gli Stati Uniti d’America. In ciò, gli Usa sono coadiuvati dall’aspirante potenza delle monarchie del Golfo che cercano di manipolare l’assetto delle comunità musulmane, sia dove queste sono il totale della popolazione, sia dove queste sono maggioranza o minoranza. Cecenia, musulmani filippini di Mindanao, Rohingya birmani, talebani afgani, minoranze indiane, uiguri cinesi, conflitto indo-pakistano in Kashmir, sunniti vs sciiti in vari contesti arabi (Siria, Iraq, Yemen), le due/tre Libie, Somaliland, Nigeria-Niger-Ciad,  sono elenco in continuo ampliamento ed aggiornamento. I poli di seconda fascia Russia e Cina, quelli che debbono naturalmente sfidare il dominio unipolare americano, agiscono come forze conservatrici ovvero tendenti a mantenere il quadro geografico-politico fotografabile allo stato attuale delle cose. Naturalmente quando queste frizioni riguardano la propria stessa sovranità (Cecenia, Xinjiang) ma anche quando afferiscono a paesi amici, alleati o partner con i quali si hanno rapporti in sviluppo (Siria ed Iran ma anche Turchia per la Russia, Pakistan e Myammar ma anche Filippine per la Cina). A maggior ragione la Cina, il cui piano di investimenti infrastrutturali esteri per sviluppare la Belt and Road Initiative, chiama a gran voce stabilità e continuità. Gli USA e le petromonarchie invece, pur con obiettivi diversi ma al momento integrabili, spingono forze apparentemente “rivoluzionarie” che si battono per la fatidica “autodeterminazione dei popoli”[5] o per il compimento di un qualche “destino musulmano passibile di jihad” andando a frugare nelle oggettivamente precarie composizioni di stati con più etnie (clan/tribù) e più religioni.

Questa terza forza ci dice che non solo ci sono molte ragioni per pensare ad un tormentato processo di proliferazione futura  degli Stati soprattutto nella fatidica fascia afro-asiatica ma ci sono giochi geopolitici di grande posta in corso che utilizzeranno in vario modo e per varie ragioni (economiche e geopolitiche) queste contraddizioni per far avanzare le proprie pedine e controllare pezzi di scacchiera a proprio vantaggio e quando non è possibile, almeno a svantaggio degli avversari.

In ultimo ed al di là della fascia afro-asiatica con i suoi maldipancia post-coloniali, collegandoci a quanto appena detto, una quarta ragione per l’ipotesi di nuovi stati, potrebbe esser data da condizioni di crescita economica limitata che pongono dilemmi di ridistribuzione all’interno di stati disomogenei per ricchezza, attingendo come in Europa ad un ricchissimo campionario di “popoli” che possono vantare un qualche precedente storico (scozzesi, catalani, veneti – sardi e siculi, valloni e fiamminghi, bavaresi, corsi, bretoni, irlandesi britannici e financo gallesi, ma volendo l’elenco è anche più lungo dato che in Europa si contano 56 minoranze etniche) o come in Canada (Quebec) o forse anche all’interno dei tre top player (USA, Cina e Russia tenuto conto che queste entità sono tutte e tre multietniche). Nelle analisi del voto sia di Brexit che francesi nonché nella geografia del voto che ha eletto Trump e la redistribuzione in più partiti dell’elettorato tedesco, abbiamo già visto frizioni tra  le “metropoli globali” che viaggiano ad un diversa velocità, o determinati distretti industriali alcuni in crescita altri in crisi, centri finanziari o di servizi, che marciano lasciando la palo il resto del Paese, rottura dell’omogeneità economica nazionale che diventa subito sociale e potrebbe poi diventare politica. Un mondo reso più difficile dai rendimenti decrescenti di certo capitalismo occidentale preda di una incurabile demenza senile, potrebbe infondere in qualche enclave l’idea che -da soli- si potrebbe far meglio. L’ambizione di élite locali non integrate a livello nazionale, potrebbe farsi agente tessitore di istanze separatiste. A ciò si potrebbe aggiunge una reazione culturale alla cosiddetta globalizzazione. Questo movimento all’Uno “che omologa ma non universalizza, comprime ma non unifica”[6] crea un vuoto di identità collettiva che non è meno richiesta di quella individuale promossa unilateralmente dai fautori del “tutto il mondo è un mercato”. La domanda di appartenenza e la rassicurazione del gruppo, viepiù dove religione e politica sono ordinatori tramontanti, potrebbe allora trovare conforto nel riconoscersi parte di un popolo antico, una tradizione, un modo di essere ricco di significati, una minorità da riscattare.

Abbiamo dunque visto quattro forze che congiurano al prosieguo della spinta a produrre nuovi stati: 1) crescita demografica che ingrossa taluni stati riproponendo al loro interno il problema degli equilibri tra partizioni etniche; 2) una fascia afro-asiatica per lo più islamica la cui attuale partizione statale è figlia del colonialismo, il quale ha operato ignorando il tessuto geo-storico amalgamando cose diverse e dividendo cose uguali; 3) un forte interesse tattico e strategico da parte degli Stati Uniti e dell’Arabia Saudita nel suo sogno di allargare la propria area di egemonia, ad usare la precaria e contraddittoria costituzione degli stati post coloniali, sponsorizzando conflitti e scissioni; 4) possibile tendenza ad una ripresa delle nazioni (vere o presunte) all’interno degli Stati, alla ricerca di un sogno di autodeterminazione più vantaggioso rispetto a l’inefficace equilibrio redistributivo gestito dal centro. Come abbiamo visto in analisi, promotori attivi e strategicamente interessati del principio wilsoniano (1919) di “autodeterminazione dei popoli” non mancano, internamente ed esternamente alla attuali partizioni statali.

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Sembrerebbe dunque sia possibile e forse probabile un ulteriore  incremento quantitativo degli Stati, nei prossimi due/tre decenni. Ma con quale concetto di sovranità? La piena sovranità statale è stata negli ultimi decenni erosa da più fenomeni, questi fenomeni agiranno ancora nel futuro e saranno ancora così intensi o verranno sostituiti da altri fenomeni?  L’argomento è un po’ troppo complesso per stare in un semplice articolo senza soffrire delle riduzione ma detto ciò, accenniamo a grandi linee a questa seconda parte del ragionamento che bisognerebbe esplorare con il dovuto tempo e spazio.

Geografia politica al 1700. Fonte Wiki By Urnanabha – Own work. Blank map from File:World_Map_Blank.svg., CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=23813465

Sul piano militare -ad esempio- segniamo tre discontinuità. A seguito della rottura del Patto di Varsavia, non solo la NATO ha allargato a dismisura la propria composizione (con nuovi 13 Paesi) ma sembra tendere alla modifica della propria postura strategica da esclusivamente passiva e difensiva ad attiva sebbene ancora non dichiaratamente offensiva.  La sua omogeneità interna però segna qualche possibile frattura e la spinta a creare una forza armata europea, ancorché ancora grezza, contraddittoria e certo difficile da attuare, segnala una divergenza di interessi, di priorità e financo di metodi tra l’interpretazione occidentale anglosassone e quella euro-continentale occidentale (quella orientale è del tutto servile verso la protezione USA). Altri modelli però s’affacciano, come la Shanghai Cooperation Organization, basati su collaborazioni e coordinamento ma tra forze armate che rimangono totalmente in capo alle rispettive nazioni.  La seconda discontinuità  è il probabile declino delle operazioni di comunità internazionale, ovvero le cosiddette missioni di peace-keeping a base ONU, quindi multilaterali. In linea generale, le istituzioni sovranazionali multilaterali non sembrano avere un futuro significativo dato che il mondo è sempre più un tavolo di gioco in cui si affrontano attori-giocatori tra loro in aperta competizione e quindi, radicale divergenza di interessi. Il terzo punto è la composizione del gruppo delle potenze atomiche che in logica multipolare, potrebbe portare ad un allargamento della compagine. La questione nord coreana, è presto per dire che esito avrà ma sembra proprio che Pyongyang sia riuscita ad imporre lo stallo, poco o nulla si può fare e per via militare e per via diplomatica, non per congelare ma per far retrocedere i coreani verso un disarmo. Se Pyongyang finisse con l’occupare la casella numero nove dell’elenco degli “atomici”, chi potrebbe fermare un lento dilagare del fenomeno? Se si accetta (anche non formalmente) Pyongyang, per leggi di simmetria (sul modello India-Pakistan), Seul che fa? E Tokyo che già scalpita? E perché Tokyo sì e Berlino, no?  Varsavia dormirà tranquilla con arsenali a destra e sinistra? Ed il mondo delle monarchie del Golfo, si accontenterà dell’attuale blanda ed ambigua amicizia nucleare con il Pakistan ora che Islamabad flirta con la Cina? E se Riyad si arma, Teheran starà ferma? E Ankara allora? Il Cairo?  Un mondo multipolare, è assai probabile diventerà almeno all’inizio, anche un mondo multi atomico ed il riflesso in seno al Consiglio di sicurezza sarà cruciale poiché Germania ed India potrebbero cambiare un po’ i grandi pesi del rapporto tra atlantisti e resto del mondo. L’arma nucleare che è essenzialmente dissuasiva, realizza il massimo principio della sovranità militare, l’intangibilità, il dotato di arma atomica non può esser attaccato viepiù se in logica multipolare, ogni attore per quanto minore, è posizionato in una rete di relazioni che lo dotano di alleati nel caso di attacco. Il segnale di inizio della logica multipolare lo si rileva già nel tratto 1996-1999 quando la curva degli investimenti miliari (fonte SIPRI) mondiali, dopo una flessione conseguente il rilassamento post ’89, ha ripreso slancio portando, dal 2007, la spesa complessiva a superare stabilmente quella pre ’89.

Geografia politica al 1900

Sul piano giuridico che attiene sia alle forme istituzionali delle relazioni internazionali, quelle politiche (ONU, G7-G20) e quelle di economia e finanza internazionale (WTO, OCSE-OECD, BIS, IMF, WB, circuito SWIFT, dollaro-yuan etc.) si nota un duplice movimento con, da una parte l’attore precedentemente egemone su piano mondiale che tende a ritirarsi dalle istituzioni multilateriali e globaliste mentre dall’altra, gli sfidanti cominciano a produrre proto-istituzioni alternative. Trattati di scambio specifici che uniscono gruppi di Stati, stanno prendendo il posto del WTO che ormai non esiste più. Le nuove banche collegate ai BRICS ed al progetto cinese BRI (ad esempio la AIIB), erodono il monopolio IMF-WB. Qui si gioca una partita per gli equilibri, se gli sfidanti non verranno riconosciuti ovvero se non verranno aumentate di peso ed importanza le loro quote nelle istituzioni già esistenti, formeranno istituzioni alternative e concorrenti. In linea generale, la direzione sembra voler seguire un nuovo percorso creando una rete assai complessa ed a geometrie variabili di accordi inter-nazionali per gruppi, piuttosto che la precedente direzione di confluenza generale in accordi globali. L’attore unico di questi accordi, non può che essere lo Stato e la presenza di alternative e di geometrie variabili, rende lo Stato più forte nelle contrattazioni dei limiti oltre i quali c’è una erosione di sovranità.

Geografia politica al 1950

Financo Internet comincia col risentire della rottura del globale[7] dato che più d’un Paese si sta dotando di reti interne protette da firewall e la presunta verginità della neutralità della rete  è stata ormai definitivamente affossata dalle rivelazioni su tutti i numerosi processi con cui americani, britannici, russi e cinesi, controllano la “spontaneità” del traffico in rete. Di contro, emergono sempre più strategie di soft power informativo e culturale che pluralizzano l’ambiente, depotenziando quell’intrusione di forme culturali sovranazionali a senso unico in grado di controllare popoli terzi tramite l’influenza che si esercita sulla loro mentalità. Altresì, molti Stati, dopo un primo momento di passiva arrendevolezza guidata dal concetto della “società aperta”, stanno attivando strumenti di selezione, controllo e gestione dei flussi migratori. Come per i trattati economici multilaterali che porteranno la mondializzazione a diventare una rete complessa di inter-nazionalizzazioni, non si tratta di una oscillazione ondivaga raccontata come “chiusura egoista” ed impossibile impermeabilità dei confini ma di una selezione più discriminante di quanto, come  e dove aprire la società. Nessun sistema in natura è totalmente aperto altrimenti non sarebbe un sistema, nessun sistema è totalmente chiuso altrimenti cesserebbe di esistere. Così, si notano sempre più attenzioni a gli investimenti esteri sempre ben accetti ed anzi assai richiesti ma meno sul modello della totale arrendevolezza e più sul modello sviluppato dai cinesi di apertura controllata o partecipazione mista. Addirittura l’Unione europea fondata sulla logica del totalmente libero mercato, mostra recentemente l’intenzione di voler riportare le potenti multinazionali del web e del digitale americane ad un regime fiscale normale (mentre altri cominciano a domandarsi se i loro vistosi monopoli siano legittimi) e di impedire alla Cina una entrata troppo facile nel proprio perimetro degli scambi[8]. Così per il ritorno dell’agognato “investimento statale”, invocato addirittura dall’IMF, unica posta -sembra- in grado di rianimare la circolazione della ricchezza assai ristagnante. Così per la sfiducia per gli effetti delle teorie su i vantaggi comparati che porta molti pentiti della mano invisibile oggi a pensar necessario reindustrializzarsi. Così per le necessarie operazioni di riequilibrio redistributivo che s’impongono laddove ormai in molti hanno capito che molta ricchezza concentrata in poche mani va nel senso esattamente contrario alla logica che già a gli esordi dell’economia moderna leggeva il sistema come assai simile a quello della circolazione sanguigna dove la giusta quantità di sangue deve arrivare dappertutto nel minor tempo possibile. Giuridico ed economico sembrano quindi voler superare la fase della nebulosa mondialista omnicomprensiva e dettagliarsi in parti che controllano le interrelazioni, un processo la cui logica non può che essere quella concordata tra Stati in recupero di sovranità.

Geografia politica oggi.

In definitiva, quello che leggiamo è la crescita esponenziale dei problemi da gestire ma l’unico attore in grado di intenzionalità ragionata e strategica è e rimane lo Stato. Gestire le retroazioni dei limiti ambientali, tessere relazioni inter-nazionali sul doppio livello dell’economia e della geopolitica, tenere i mercati aperti/chiusi, disciplinare le relazioni che dall’esterno vengono all’interno e viceversa (vale per gli investimenti esteri come per i migranti ed altro ancora), le geopolitiche specifiche della logistica e dei trasporti, del cibo e dell’acqua, dell’energia e delle telecomunicazioni, la sovranità ma anche difendibilità valutaria, la redistribuzione interna, la stessa gestione del sistema-Paese in senso strategico poiché nei tempi in cui siamo capitati le condizioni si fanno viepiù strette e vivere alla giornata significa non poter contare su buone condizioni di possibilità future, il menù è ampio ed impegnativo.  I compiti non mancano, il problema semmai è la capacità dello Stato di assolvere ai molteplici e difficili problemi connessi per avere une effettiva sovranità.

Soprattutto, appare diversa la situazione tra gli Stati impostati secondo forme più o meno illuminate di centralismo decisionista ed al limite vero e proprio dispotismo e gli Stati provenienti da sistemi di democrazia rappresentativa. Questi ultimi, hanno visto una crescita di dimensione, ruolo e potere di diverse forme di élite, di oligarchie, di lobbies, di cartelli visibili ed invisibili poiché l’ordinatore che domina le forme di vita associata occidentale è l’economico. Il politico è stato confinato al ruolo di fornitore e protettore di condizioni di possibilità per l’economico. Queste élite vedono solo l’interesse particolare ed a breve termine il che contrasta con le richieste teoriche di salvaguardia e gestione dell’interesse generale valutato anche a medio e lungo termine. Ma questo addensamento di corpi egoisti che come virus si alimentano voracemente a scapito della salute dell’organismo generale, viepiù famelici ora che sentono il restringimento delle condizioni di possibilità generali (il neo-liberismo può esser diagnosticato come forma patologica ed estrema del mercatismo onnivoro laddove evidentemente la macchina economica tradizionale ha cominciato da tempo a non funzionare più come una volta), è solo la metà di un fenomeno. Dall’altra parte c’è stata la progressiva scomparsa degli enti intermedi (partiti, sindacati, gruppi di opinione a comporre la mitica e sempre meno consistente “società civile”), del senso di partecipazione civile e politica, di vivacità democratica, di buona intensità e distribuzione di informazioni corrette e conoscenze vaste quanto approfondite sul ricco campionario di parti e dinamiche che compongono il mondo complesso.  Nelle democrazie occidentali le élite vanno ormai appresso al puro interesse di nicchia disposte quindi a lasciare lo Stato come vuoto a perdere intorno a cui come mitili, si attaccano le ultime rimanenze provinciali di un “politico” stanco e senza slancio ma anche le popolazioni sembrano non aver più gli strumenti per interpretare il mondo e di conseguenza adattarvisi cambiandolo al contempo. In fondo, ogni popolo ha l’élite che si merita.

A gli Stati europei, tutti concettualmente formati da vicende di parecchi secoli fa in un mondo che non c’è più, si pongono diverse questioni attinenti la dimensione necessaria a riconquistare e difendere la sovranità in un mondo così affollato e competitivo ma soprattutto si pone il problema dell’adeguatezza dei soggetti occidentali a capire quale nuovo modo di stare al mondo si rende necessario adottare per dare un futuro alla loro longeva ma non necessariamente eterna forma di civilizzazione. Non stiamo evidentemente parlando di politica a breve respiro, per altro l’unica che sembra interessare i pochi che ancora vi si dedicano, stiamo parlando di strategia dei prossimi tre decenni. Molti rifiutano questo appello pressante che proviene dalla poderosa dinamica di cambiamento del mondo poiché si tende a non leggere il fondo impersonale dei fenomeni ma solo quello personale di chi li cavalca e ciò è -in parte- comprensibile. Alla lunga però, resistere alle potenti forze mareali del mondo nuovo e complesso, porterà inevitabilmente a diverse forme di caotica frammentazione a cui faranno da contrappeso reazioni identitarie ed irrigidimenti di vario tipo, reazioni -in Europa- tristemente note. Pare richiedersi di accettare il cambiamento, lo sforzo di una propria via adattiva alle mutate condizioni e quindi pare richiedersi facoltà di progetto e non più solo di critica e resistenza. La critica da sola non cambia lo stato delle cose e la resistenza al cambiamento è foriera sempre di irrigidimenti che sfociano in qualche disastro storico. Ma “accettare il cambiamento” non significa seguirne la partitura imposta da certe interpretazioni di parti minoritarie interessate a mantenere il loro potere ed è su progetti alternativi che queste vanno sfidate più che nella difesa di un “come eravamo” che storicamente non è mai buona guida.

Forse è giunto il momento di rimettere in discussione i contratti che hanno fondato in Europa il concetto di Nazione prendendo atto che lo spazio statale di tipo europeo non garantisce già oggi il mantenimento efficiente della sovranità e viepiù non la garantirà in futuro. Stati (Stati non vaghe “Unioni”) più grandi, federali, fatti di più “nazioni” o “etnie” tra loro integrate, promossi da un movimento fondativo radicalmente democratico, di portanza tale da garantire difesa dello spazio e gestione dei corsi economici, nonché delle relazioni con il resto del mondo e tutte le altre questioni che abbiamo visto, sembrano l’unica strada per resistere alla doppia pressione del globalismo mercatistico nel macro e della reazione micro-identitaria dall’altra che per altro gli è simmetrica. Soprattutto, sembrano l’unica risposta possibile per partecipare  e non subire gli effetti del nuovo gioco di tutti i giochi del riassetto multipolare. Se da una parte gli Stati aumenteranno, altri in altro contesto geo-storico, potrebbero avere interesse invece ad addensarsi. Tali progetti dovrebbero ricorrere ai suggerimenti della geo-storia, ovvero modularsi secondo le linee che marcano lo sviluppo storico a sua volta contenuto in spazi geografici: mediterranei, europei del Nord, Slavi nella loro diverse configurazioni. Queste sono tre aree geo-storiche ben precise e prima di pensare all’improbabile fusione in un unico calderone degli altamente eterogenei (l’improbabile “unione dei popoli” che rispetto all’unione delle “élite” non discute il format ma solo l’agente costruttore), dovrebbero addensarsi al loro interno dove le differenze sono meno pronunciate. Ciò che non è nella geo-storia, verrebbe rigettato dalla stessa geo-storia e quindi conviene ascoltarne i suggerimenti diversamente da quanto fatto da élite europee trainate dall’unico mito in comune del mercato. l’Unione europea è e rimarrà per sempre un mercato con qualche istituzione di supporto o poco più ma nel mondo multipolare, l’economia è soggetta alla politica e ciò che non è soggetto politico dotato di tutte le leve di sovranità sarà subordinato alle regole imposte dai principali player.

Cambiare si deve ma sul come sarebbe il caso di aprire urgentemente il dibattito, soprattutto occorre fuggire presto dalla minorità passiva di oscillare tra Unione (inconsistente tanto nella versione elitista che ipoteticamente popolare), la tardiva riscoperta della Nazione e nuove rivendicazioni secessioniste. Nuovi Stati in grado di partecipare al gioco multipolare, più grandi ma fondati politicamente e su basi di compatibilità geo-storica, pluri-nazionali e di conseguenza federali, declinanti nel locale lo specifico che ricalca mentalità e storie di ricca diversità, locale che meglio si presta alla volontà imprescindibile di “osare di più democrazia”. Dobbiamo osare più democrazia perché con la complessità del mondo nuovo dovremmo farci i conti tutti se non vogliamo che l’ennesima élite malintenzionata o anche solo inetta ed incapace ci porti là dove il futuro sarà incubo.  Questa potrebbe esser l’unica via che abbiamo per non finire a far da camerieri al tavolo in cui atlantisti, islamici, cinesi, indiani, russi e quanti altri decideranno in che mondo vivremo.

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NOTA: la testata on line Megachip, ha ripreso questo articolo qui. Ha poi deciso di lanciare un dibattito per esplorare meglio le questioni correlate all’indagine, invitando più pensatori ad esprimersi in merito.

> Il primo intervento è di Fabio Marcelli, giurista democratico, ricercatore di studi giuridici internazionali del CNR di cui spesso leggiamo gli interventi sul blog del Fatto, qui.

> A seguire l’intervento di Paolo Bartolini, analista biografico a orientamento filosofico, counselor formatore e collaboratore del magazine online Megachip su temi psicosociali e filosofici, qui.

> Ed ecco l’intervento di Lelio Demichelis, Docente di Sociologia presso la Facoltà  di Economia dell’Università degli Studi dell’Insubria (Varese), collabora con Alfabeta2, MicorMega e sbilanciamoci.info (più numerose pubblicazioni), qui.

Intervento di Matteo Vegetti  filosofo, insegna presso l’Accademia di Architettura di Mendrisio (Università della Svizzera Italiana). Tra le sue pubblicazioni: L’invenzione del globo(Torino, 2017), La fine della storia (Milano 2000), Hegel e i confini dell’Occidente(Napoli 2005), Lessico sociofilosofico della città (curatela, con P. Perulli, Varese 2006), Filosofie della metropoli (curatela, Roma 2009). qui.

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[1] M. Marconi, Nel groviglio delle etnie, in Geopolitica delle prossime sfide, a cura di G. Lizza, UTET, Torino, 2011. Da questo contributo ho anche tratto la numeriche sulle etnie filippine, indonesiane ed europee.

[2] Il romanzo Soumission (2015, Sottomissione che è la traduzione di “musulmano”) di M. Houellebecq, è uscito il giorno dell’attentato a Charlie Hebdo il che è stata una macabra fortuna per l’editore ma non necessariamente per le intenzioni dell’Autore. Il dibattito infatti è esploso su una serie di questioni connesse più allo stato politico della questione musulmana nel presente, che non nel futuro che era il tempo di cui forse Houellebecq voleva parlare. Proiezioni demografiche al 2050 basate su gli indici di natalità (quindi anche al netto degli effetti migratori) indicano che se in Europa si stima una presenza di un 20% di musulmani, in alcune aree, si sforerà il 50%. Cosa succederà quando la minoranza diventerà maggioranza o anche solo vi si approssimerà? Le demografie asimmetriche hanno già cambiato radicalmente paesi come il Libano (nato a maggioranza cristiana con parto francese ed oggi a maggioranza sciita) e la questione si proietta anche negli equilibri interni ed esterni tra l’Israele ebraica e quella araba e palestinese.

[3] E. Hobsbawm, H. Trevor-Hoper, L’invenzione della tradizione, Einaudi, Torino, 1879-1994

[4] Accanto ad Hobsbawm un altro classico di riflessione su i processi di individuazione ed identità nazionale (più “costruiti” che naturali) in Benedict Anderson, Comunità immaginate, manifesto libri, Roma, 2009

[5] Gli anglosassoni si sono già lanciati su questa strategia, questo è uno degli ultimi “manuali” del buon secessionista: R. Griffiths, The Age of Secession, CUP, 2016

[6] G. Marramao, La passione del presente, Bollati Boringhieri, Torino, 2008

[7] Il concetto di “globale” è altamente indeterminato. Qui lo intendiamo non rispetto alla costituzione di un macro-sistema mondiale che è fatto tendenzialmente fuori discussione ma rispetto alla forma. La “mondializzazione” ovvero il formarsi del macrosistema mondo, ha avuto la fase globalista che noi vediamo calante sostituita oggi dalla crescita di una nuova tessitura a più mani, diverse intensità ed intenzionalità. Il risultato sarà più o meno lo stesso (il nuovo sistema-mondo) ma la forma ne cambierà la logica sostanziale.

[8] Tali difese son sono state annunciate su imput francese – tedesco ed italiano, da J.C. Juncker nel Discorso sullo stato dell’Unione a metà settembre 2017. E’ un fatto interessante poiché mostra il peso che i rapporti di reciprocità avranno nella tessitura multipolare. L’Europa mostra di voler “specchiare” l’atteggiamento cinese e quindi in qualche modo, l’atteggiamento cinese fa da format per le relazioni bilaterali. La reciprocità sarà lo stile di relazione per tessere l’ordito multipolare ed è per questo che l’America si sta ritirando dalle contrattazioni globali.

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CAMBIAMO NOI STESSI MENTRE PROVIAMO A CAMBIARE IL MONDO.

Diversamente dallo standard di questo spazio, al posto di un articolo questa volta pubblico una intervista ad un amico col quale intreccio pensieri sin dal tempo di una comune esperienza politica poi naufragata. Entrambi scettici sulla fregola con la quale si vuole liquidare la dicotomia destra-sinistra, siamo altresì d’accordo sulla possibilità di unirsi su intenzioni politiche comuni, pur partendo da immagini di mondo parzialmente diverse. A dire che se la ricerca del comune denominatore spinge ad allargare le file dei diversamente pensanti, c’è una insopprimibile natura di questo “in comune” che qualche volta si ha, altre no.

Buongiorno Paolo. Il titolo del tuo saggio è “Desiderio illuminato e spiritualità laica” e nelle intenzioni che hai dichiarato, è una possibile risposta all’esortazione che ad un certo punto fai di “non vivere a tua insaputa”, una sorta di “conosci te stesso” rivisto – nel tuo caso – attraverso tre strumenti: la filosofia, la psicologia e la spiritualità. Prima di avventurarci nel campo designato, puoi dire a me che non ho familiarità col concetto, cosa intendi per “spiritualità”?

Grazie Pierluigi per l’opportunità di questo dialogo. Per spiritualità intendo diverse esperienze che attraversano la nostra esistenza e la rendono unica proprio per il fatto di non essere qualcosa di “personale”, bensì per la capacità di esprimere nella singolarità di una vita la corrente di una Vita più ampia. Siamo allora su un piano che va ben oltre il soggettivismo psicologico, sebbene per il nostro tempo, almeno in Occidente, credo non si dia spiritualità senza “interiorizzazione”. Faccio riferimento a un’apertura originaria, al dilatarsi dell’esperienza verso una dimensione del vivere che oltrepassa l’autoriferimento e la passione che l’io coltiva per se stesso; dicendo questo affermo anche che la spiritualità è un movimento, un transito, uno  sprigionarsi (direbbe Francois Jullien) che consente allo Spirito, appunto, di attraversare e nutrire gli esseri senza doversi installare in una qualche “sostanza”, in uno spazio-tempo esclusivo e delimitato, quindi facilmente opponibile ad “altri” spazi e tempi da esso separati. La spiritualità, dunque, non ha a che fare, a mio parere e sulla scia degli autori con cui sono in dialogo da alcuni anni, con qualcosa di statico, con un aldilà, con una trascendenza assoluta, quanto piuttosto con ciò che, invisibile, penetra e avvolge la realtà in un processo di trascendimento interno che spinge ogni creatura (creature siamo, perché non ci siamo fatti da soli) ad armonizzarsi con un Mistero che eccede le logiche di appropriazione e di chiusura in sé. Poi, parafrasando il filosofo Roberto Mancini, è necessario aggiungere che la spiritualità non si pone affatto agli antipodi della corporeità e dei fenomeni. Tutt’altro. Non potrebbe esistere, infatti, se non fosse anche una “sensibilità”, tenera e viscerale, per la dignità infinita dei viventi, un amore che spira alimentando relazioni e forme di vita esenti da violenza. Riassumendo potrei definire la spiritualità vissuta come la percezione sottile e coltivata di una Realtà libera che permette all’uomo di decentrarsi dal proprio io per scoprirsi parte di una creatività infinita, incarnata, completa e tuttavia dischiusa in ogni istante. Non dobbiamo pensare, sia chiaro, che tutto questo alluda a un’esperienza per pochi, né fare l’errore di confondere la spiritualità con le religioni che tendono a istituzionalizzare e sovente a imprigionare l’eccedenza che costituisce noi e tutto ciò che “divien-è”.

È per questo che il vento rimane un meraviglioso simbolo dello Spirito, perché è invisibile, non delimitabile, ma sperimentabile per gli effetti che sprigiona nella realtà quotidiana. C’è un potenziale di vita che è diffuso, infinito e reclama una fedeltà, meglio: una fede/fiducia, che converta l’esistenza di ogni giorno, la riorienti verso ciò che vale di più perché irriducibile ai giochi di potere, al male e alla dissipazione impietosa di tutto ciò che è bello e buono. La spiritualità, per come la intendo, compenetra quindi le sfere dell’etica, della politica, dell’estetica e, soprattutto, della filosofia. Sì, perché senza un pensiero desto e coraggioso, laico e radicale al tempo stesso, è altamente probabile che la spiritualità venga fraintesa e avvilita, ridotta a ricette facili (e meschine) per il benessere “individuale”. Ma è proprio la crisi dell’individuo, come presunto soggetto separato dagli altri, l’occasione decisiva per aprirsi alla spiritualità autentica. Tutto il resto è merce.

Di questa postura aperta a ciò che è “oltre il visibile”, nel libro, rimarchi l’origine incarnata (cioè corporea, quindi concreta) e l’apertura relazionale. Altresì, ho trovato un passo in cui ribadisci che individuazione e socializzazione non vanno ritenuti alternativi dicotomici ma correlati, ci si individua attraverso il rapporto con gli altri e con l’Altro e viceversa. Di questa relazione difficile ma necessaria e financo naturale sebbene non esente da contraddizioni, si danno vari livelli:  individuo-gruppo, comunità-società, Stato-ambiente internazionale. Che diagnosi faresti in termini di equilibrio auspicabile, dello stato attuale del soggetto occidentale, individuo o civiltà e passaggi intermedi (nazione, Stato) che dir si voglia?

Bella domanda e molto impegnativa. Visto lo spazio a disposizione provo a offrire solo alcuni spunti, ben sapendo che andrebbero ripresi e approfonditi puntualmente. Fai bene a parlare di “soggetto occidentale” perché faticherei a pronunciarmi su scenari culturali e geografici “altri” da quello europeo e nordamericano. Il soggetto moderno e borghese, d’altronde, per come lo conosciamo e studiamo, è stato prodotto all’intersezione tra colonialismo, scienza e capitalismo, e reso funzionale alle logiche appropriative e di conquista che contraddistinguono da secoli l’Occidente. La crisi dei fondamenti esplosa nel Novecento, sul piano politico e su quello epistemologico, riguarda quindi in massima parte “noi”, noi che fatichiamo a maturare un pensiero e degli stili di vita all’altezza di questo sconvolgimento. Partiamo col dire che il soggetto non è un individuo separato che incontra gli altri in relazioni solo “esteriori” che non ne modificano l’essenza interna (considerata stabile e dunque sostanziale). Questa favola, totalmente smentita dalle scienze della complessità e dal confronto con il pensiero e con i concreti modi di essere di altre civiltà e culture, è stata utile per dare una parvenza di legittimità all’astrazione idiota dell’homo oeconomicus, l’individuo separato alla ricerca della massimizzazione dell’utile personale e disposto a “relazionarsi” con gli altri per via contrattuale. Parlare di “individuazione” è allora decisivo, perché ci consente di uscire dall’illusione dell’atomismo sociale, dalla eccessiva divaricazione tra singolo e collettività, dalla frattura ontologica che opporrebbe un ego incapsulato nel corpo ad altri “soggetti” comunque autosufficienti. Oggi sappiamo al contrario – ce lo dicono l’antropologia, la psicologia e una filosofia finalmente libera dal culto della sostanza e dalla dicotomia monismo/dualismo – che ognuno di noi diventa se stesso in un processo periglioso e sempre aperto. Siamo presi in un divenire che, dal grembo della madre fino al termine della nostra esistenza, ci vede in progressivo accoppiamento strutturale con il mondo a cui apparteniamo e che a nostra volta tendiamo a riprodurre. Siamo animali culturali e veniamo messi in forma, tramite la famiglia e le istituzioni educative di prossimità, da gruppi umani sempre specifici. Crescendo, se facciamo i giusti incontri (quelli davvero “educativi”), possiamo cominciare a chiederci se ci riconosciamo in questa determinata e storica costruzione di soggettività e, in caso di risposta negativa, imparare a “plasmarci” da soli, ad assumere posture esistenziali differenti da quelle promosse dalla nostra cultura. Siamo insomma implicati in un processo di individuazione complesso e largamente imprevedibile. Le psicologie del profondo ci hanno inoltre ricordato che anche Psiche è “luogo” di contesa, abitato da molteplici anime e pulsioni. Dentro ciascuno di noi esiste una società di complessi psichici (così li chiamò Carl Gustav Jung) che ci richiede un continuo lavoro di armonizzazione basato sul dialogo interiore. Detto questo potremmo rappresentarci l’umano come un essere “in croce”, definito da due assi: quello orizzontale delle relazioni formanti con gli altri e quello verticale della relazione interna tra mente e corpo, tra pensiero logico-discorsivo e sfera degli affetti e delle immagini ancora inconsce. Alla luce di quanto espresso fin qui la situazione odierna mi colpisce per la tremenda frammentazione a cui è sottoposto il soggetto ipermoderno. L’obiettivo del potere tecno-capitalista mi sembra quello di separare singoli e gruppi sociali dalla loro potenza di agire, potenza che – ricordiamolo – deriva proprio dal fatto che le persone, per loro natura (intrinsecamente culturale), non sono monadi chiuse in sé, scisse dalla realtà, ma ne partecipano in ogni istante. Chi riesce a scoprirsi intero assumendo consapevolmente la molteplicità delle relazioni presenti con gli altri e con se stesso (asse orizzontale e asse verticale, come si è visto) può mobilizzare energie trasformative e costituirsi come soggetto attivo di democrazia. Il mio interesse, per vocazione e per professione, è da anni quello di esplorare, alla luce della mutazione antropologica avviata dal neoliberismo e dalle nuove tecnologie digitali, come la soggettività umana venga plasmata dai dispositivi del tecno-capitalismo e resa conforme alla riproduzione del sistema. A mio avviso è solo comprendendo questo processo che potremo chiederci come dar vita a una soggettività rivoluzionaria, democratica e capace di rispondere alle criticità gigantesche sollevate dalla crisi egemonica dell’Occidente (crisi peraltro necessaria e rivelativa). Prima Gramsci e poi altri intellettuali di sinistra (tra cui ricordo il mio maestro Romano Màdera) lo avevano già capito: è folle pensare di “capovolgere” i rapporti di forza tra classi dominanti e classi subalterne se le persone che dovrebbero incarnare il cambiamento sono dialetticamente catturate dalle medesime logiche del potere. Ritengo, come orientamento emancipativo di massima, che a livello micro, medio e macro (persona-coppia-famiglia-gruppi di interesse-comunità locali-nazione-civiltà-pianeta Terra) l’emergenza del nostro tempo sia quella di liberare la facoltà di “immaginare altrimenti”, di pensare la realtà in modo complesso senza cedere alle semplificazioni brutali e alla logica binaria (uniformante) dell’accumulazione economica. Credo che i poteri divisivi di oggi (mercato, burocrazia, tecnologie digitali…) operino congiuntamente per impoverire e persino disattivare il nesso – filosoficamente, antropologicamente e spiritualmente fondante – tra possibile e reale, sacro e profano, potenza e atto. Secondo me, se non ci spingiamo a questo livello “psicopolitico” e filosofico della questione, rischiamo di ingannarci sulle reali possibilità di una risposta democratica al tecno-capitalismo nella sua fase neoliberista.

Dimmi  di più sulla relazione appena evocata tra potenza e atto, possibile e reale, vorrei comprendere meglio il cuore della questione, visto che nel tuo libro ci sono diversi cenni sul tema che lo posizionano sulla soglia tra trasformazione di sé e trasformazione sociale.

Come ho lasciato intuire in precedenza la natura umana non esiste nel singolo individuo, perché si viene piuttosto a realizzare come risultato di una relazione costitutiva e performante tra il singolo e il gruppo umano che lo accoglie fin dalla nascita (dimensione transindividuale della cultura). Homo sapiens, d’altronde, non possiede istinti guida specializzati che gli garantiscano un adattamento sicuro all’ambiente. Anzi, propriamente l’uomo non ha un ambiente come gli altri animali, ma un mondo privo di contorni stabili, indeterminato, da conquistare e manipolare con lo scopo di ricavarne una nicchia eco-storica abitabile. Se l’agire istintuale è caratterizzato dall’attivazione automatica di determinati schemi motori, finalizzati alla sopravvivenza e stimolati da segnali scatenanti ben precisi, l’essere umano si definisce piuttosto per il graduale e progressivo disaccoppiamento tra istinti e azioni. Il nostro modo di stare al mondo si fonda sullo iato tra stimolo e risposta, sullo spazio di libertà (dilatato enormemente dai processi culturali) che ci permette di riflettere, di produrre alternative comportamentali e di scegliere tra esse la più consona in certe situazioni. La creatività della specie, che non smette mai di sorprenderci, è garantita dalla plasticità del nostro cervello, dalle enormi possibilità di apprendimento che ci contraddistinguono e dal fatto di partecipare al linguaggio e ad altre dinamiche sociali complesse. Non potendo avvalerci di istinti forti, come insegna l’antropologia filosofica, noi umani possiamo però fare affidamento su alcune “facoltà” e “disposizioni” estremamente flessibili (linguaggio, forza-lavoro, disponibilità a provare piacere, pensiero riflessivo ecc.). Qui viene alla luce tutta l’importanza del binomio potenza/atto e anche la sua natura intimamente perturbante.

Il filosofo Paolo Virno, in un libro bellissimo su questi temi (P. Virno, Il ricordo del presente. Saggio sul tempo storico, Bollati Boringhieri, Torino 1999), scrive alcune righe che vorrei riprendere brevemente per accennare agli odierni dispositivi di controllo nell’epoca digitale: «Le generiche facoltà (da non confondere con un insieme limitato di prestazioni potenziali) comprovano la penuria di istinti specializzati ed esprimono a chiare lettere l’indecisione che ne deriva. Con una sorta di procedura omeopatica, esse oppongono alla indeterminatezza minacciosa del contesto mondano la loro propria indeterminatezza o plasticità, offrendo così un riparo pressoché indistinguibile dal pericolo» (p. 93). Facciamo un esempio di facile comprensione: i singoli atti di linguaggio possono presentarsi nel tempo perché esiste, fuori dal tempo, in una condizione di anteriorità onto-logica e formale, la potenza propria della facoltà di linguaggio. In mezzo troviamo la dimensione transindividuale della lingua (l’italiano, il cinese, il francese, il russo e così via). La potenza è inesauribile, anteriore e simultanea ai molteplici atti linguistici che punteggiano il decorso temporale. Nessun atto può esaurirla – ora che parlo/scrivo non esaurisco di certo le potenzialità infinite del linguaggio – eppure essa necessita di atti concreti per poter uscire dal virtuale e accedere alla realtà temporale. Bene, il rapporto con l’indeterminatezza della potenza è inquietante e ambivalente. Essere animali culturali vuol dire poter costruire come distruggere; “immaginare altrimenti” significa tendere al bene o produrre ogni male. Io credo, se pensiamo all’invasività delle tecnologie digitali e in particolare alle nuove forme di comunicazione presenti sui social networks, che stiamo assistendo oggi all’affermarsi di un pericolosissimo circolo vizioso. La velocità delle comunicazioni ipermediali è quasi istantanea, questo comporta che lo iato sopra ricordato tra stimoli e risposte (precondizione per lo sviluppo della coscienza e del pensiero riflessivo-creativo) venga rapidamente saturato, abbreviando in modo “animalesco” la distanza tra lo stimolo in entrata e la risposta in uscita. Gli umani ipermoderni, immersi nella mediasfera che veicola contenuti linguistici ed emozionali attraverso i suoi meccanismi di trasmissione incentrati perlopiù sul registro visivo, stanno perdendo la capacità di riflettere, di studiare e di elaborare pensieri articolati. Lo scambio febbrile di comunicazioni su internet e sugli smartphone, così come il bombardamento dei messaggi pubblicitari e l’ansia consumistica che immediatamente ne deriva, ci dicono di un appiattimento brutale della vita umana nel “qui ed ora” dell’atto consumistico. Da un lato, dunque, è facile riscontrare una serie perpetua di atti tutti uguali e indifferenti (atti di parola, di appropriazione, di godimento…) che impediscono di pre-sentire l’esistenza di possibilità alternative al dogma dell’accumulazione economica e dell’utilitarismo; dall’altro, ho l’impressione che, a fronte di una complessità crescente e disorientante dovuta all’odierna fase geostorica e politica globale, molti esseri umani tentino illusoriamente di rifugiarsi in comportamenti “istintuali”, automatici, come quelli promossi dalle nuove tecnologie e dal consumismo di massa. Tuttavia, e io lo reputo una fortuna, non è possibile disfarsi dell’angoscia umana, quella dovuta alle stesse facoltà potenziali che ci rendono chi siamo e ci condannano alla libertà della cultura (libertà rinvenibile nel passaggio continuo e inesauribile dalla potenza all’atto, dal sacro al profano).. Assomigliare sempre più ad animali tecnologici, che si muovono con apparente agio nell’immediatezza del “tempo reale”, non ci farà comunque tornare all’istintualità sicura di sé delle altre specie animali, ma renderà solo più drammatica la sensazione di una storia sclerotizzata, dove il Sacro (quell’assenza-presenza in tensione con ogni reale dato, a cui dobbiamo la creatività del mondo e la possibilità di produrre nuove configurazioni sociali dotate di senso) è bandito e sostituito dalle coazioni a ripetere del sistema delle merci.

Dovremmo darci molto più spazio e tempo di quanto ci sia qui consentito per esplorare questa mole di temi tra loro intrecciati ed ancora molto indeterminati. Rimandiamo gli interessati alla lettura dei tuoi scritti. Prima di questo è uscito per Mimesis edizioni “La vocazione terapeutica della filosofia” (2016) e prima ancora una raccolta di interviste ad analisti e filosofi intitolata “Psiche e città” (2014) mentre qui, come detto all’inizio, a filosofia ed analisi psichica si aggiunge la spiritualità. Questo triangolo di interessi e strumenti nel quale operi, sembra voler aiutare l’anima individuale a liberarsi prima ancora che l’individuo sociale agisca sulle forme del mondo che lo carcerano. Che messaggio dà tutto questo al lettore? Possiamo tornare all’iniziale esortazione a “non vivere a nostra insaputa”, riprendendo l’esortazione di Pierre Hadot, poi ripresa da M. Foucault, a riprendere quella vocazione sapienziale antica a modificare se stessi nel mentre si cerca di modificare il mondo?

Hai colto sicuramente nel segno. Non credo più, e forse non ci ho creduto mai davvero, a una trasformazione del mondo (cioè a cambiamenti profondi e radicali negli assetti geopolitici, economici e culturali) che non sia anticipata, accompagnata e seguita da una corrispettiva trasformazione di sé. Proprio sulla scia delle ricerche di Hadot sulla filosofia antica come modo di vivere, e nel dialogo continuo con le psicologie del profondo a partire da Freud e Jung, è nata la proposta nel campo della ricerca e della cura del senso che ha preso il nome di “analisi biografica a orientamento filosofico”. Nei miei libri parlo di questa pratica di consapevolezza, ideata da Romano Màdera e sviluppata con lui dagli amici di Sabof (Società degli Analisti Biografici a Orientamento Filosofico: www.sabof.it) , come di una possibile via per rilanciare una terapia dell’esistenza all’altezza dei nostri tempi. Il cuore della questione è quello di imparare, come accennavo in precedenza, a trascendere l’autointeresse e la centratura egoica come stelle polari del comportamento, al fine di dischiudere una percezione ampliata delle condizioni storiche e culturali che danno intimamente forma alle biografie dei singoli. Non vivere a nostra insaputa significa, in tal senso, riconoscere che la dimensione più “privata” del nostro esistere in realtà è un’intimità dove alberga da sempre l’Altro. Siamo fatti dei nostri legami, come ricorda Miguel Benasayag, e quindi il processo di individuazione va pensato come un cammino nel quale diventare se stessi è sempre anche un essere-con-l’altro. Lungi dal cadere in un sterile soggettivismo, questo modo di intendere la filosofia e la psicoanalisi può rispondere, mentre dentro e fuori di noi assistiamo a una profonda crisi di presenza della cosmovisione occidentale, al disorientamento di chi sente confusamente che il proprio destino di individuo è intrecciato a quello dell’intera umanità. Il Tutto della vita si rispecchia nei suoi frammenti se ciascuno di noi riesce a sentirsi intimamente legato agli altri, sperimentando un senso di collegamento che va oltre la semplice vicinanza e contiguità di interessi immediati. Quando manca questo respiro dell’anima – e torniamo con questo alla spiritualità –, quando non riusciamo ad abbracciare l’altro che ci co-istituisce ontologicamente, ne seguono catastrofi politiche, etiche e ambientali, come dimostrano, ad esempio, il razzismo crescente in Europa e l’incapacità politica di mettere in discussione la logica suicidiaria insita nell’ideologia della crescita illimitata. Per concludere posso dirti che sono tra quelli che non credono affatto alla separazione tra spirito e materia, contemplazione e impegno, pace del cuore e critica del potere. Non mi attendo quindi nessuna trasformazione “umanizzante” senza la concomitanza di tre svolte: una culturale/spirituale, una economica e una politica (su questa tripartizione rimando al bellissimo “Trasformare l’economia” del filosofo Roberto Mancini). Il tragitto è lungo e, dobbiamo dirlo, le tendenze prevalenti nella società odierna non sembrano cogliere a pieno l’urgenza di questa transizione/conversione. Non facciamocene un cruccio e, per riprendere le parole di un cantautore molto amato in Italia, continuiamo il nostro cammino “in direzione ostinata e contraria”. Questo non per il semplice piacere di andare controcorrente, ma per il desiderio di incontrare compagni di viaggio che vogliano ancora rischiare l’azzardo dell’intelligenza.

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Paolo Bartolini è analista biografico a orientamento filosofico, counselor formatore e collaboratore del magazine online Megachip su temi psicosociali e filosofici. Tiene un blog legato alla professione di analista filosofo (www.ricercadelsenso.com) e ha scritto diversi libri. Tra di essi ricordiamo: “La vocazione terapeutica della filosofia. Cura del senso e critica radicale” (Mimesis 2016), “Desiderio illuminato e spiritualità laica. La radice cristiana per una fede non dogmatica” (SGEdizioni 2017), (con P. Coppo e S. Consigliere) “Cose degli altri mondi. Saperi e pratiche del divenire umani” (Colibrì 2017).

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LA FILOSOFIA POLITICA CHE CI MANCA

In una lettera del 1951 a K. Jaspers, H. Arendt si interroga sul concetto di “male radicale” che aveva proposto all’interno della celebre indagine sulle Origini del totalitarismo. Confessa di non saper bene definirlo ma di avere la sensazione o intuizione che abbia a che fare con una riduzione dell’uomo a concetto, forse gli uomini hanno solo declinazione plurale e ogni loro singolarizzazione è una riduzione pericolosa, pericolosa perché taglia parti essenziali della loro stessa essenza irriducibilmente molteplice. Aggiunge di avere il sospetto che la filosofia non sia esente da colpe in questa riduzione ad unum e del resto il sospetto viene facile visto che la filosofia pensa appunto per concetti. A questo punto, specifica che questo non porta in conseguenza -come poi invece sosterrà Popper-, una discendenza diretta di Hitler da Platone ma induce a pensare che la filosofia politica occidentale sembra avere un punto cieco nel quale invece di avere un concetto puro della politica come attività che porta i plurali alla decisione singolare, ha sviluppato molti tentativi di singolarizzare la natura umana di modo che la decisione una, possa esserne dedotta in via logico-naturale dall’unità della presunta natura umana.

La filosofia politica occidentale, ha avuto due linee di sviluppo principali. La prima risale a Platone ed è la teorizzazione ideale di un modello di funzionamento della comunità, la seconda risale compiutamente a Machiavelli ed è una teorizzazione pratica dello stesso modello. Se la prima si svincola completamente dalla contingenza è veleggia verso le alte vette dell’ideale, la seconda assume a vincolo la contingenza e cerca di mettere a posto tutte le parti del sistema in atto, dandogli giustificazione o al limite, proponendo degli aggiustamenti. In onore ad Aristotele, molti filosofi politici iniziarono le loro trattazioni con l’esame del modello classico di quello che si chiama trilogos politikos ovvero la tripartizione dell’Uno, dei Pochi e dei Molti sebbene poi lo stesso Aristotele intese specificare che la vera differenza non passa attraverso la semplice quantità dei decisori politici. Ma questo richiamo alla partizione originaria, è stato per lo più fatto -salvo rare eccezioni- per dare tradizione e fondamenti al modello in atto, il modello monarchico o aristocratico/oligarchico. Quando -in alcuni casi più recenti- alcuni si sono spesi per il modello democratico, non hanno minimamente analizzato il suo concetto puro, sono andati direttamente alla contingenza prendendo lo stato delle cose che presentava stati-nazione massivi e non più poleis o comuni medioevali e deducendo da questo vincolo di quantità la possibilità d’esistenza della sola democrazia rappresentativa con suffragio prima ristretto, poi allargato, infine universale sebbene molto saltuario e ben poco informato e partecipato.

Potrebbe invece essere che il problema sia proprio lì dove negava Aristotele, la quantità delle persone che hanno diritto di decidere la politica della comunità, così come Erodoto presentò in origine la formulazione classica del trilogos. Riprendendo la tripartizione e portando avanti l’analisi, si può ulteriormente semplificare. Infatti, non appare realistico il governo dell’Uno come alternativa a quello dei Pochi. Nessun Uno, anche il dittatore più carismatico, feroce e plenipotenziario, nessun re assoluto può agire su una massa composita da solo. Nei fatti, c’è sempre un gruppo di potere con complesse dinamiche interne che portano ad un “primum inter pares” o ad un dittatore in un certo senso “eletto” o “consapevolmente subìto e servito”, catalizzatore di un interesse di un gruppo, per quanto piccolo. Nel Novecento,  alcuni hanno in un certo senso codificato questa diversa partizione nel concetto di élite, il gruppo dei Pochi che occupa la funzione politica direttiva, sia essa di origine militare o religiosa o etnica o aristocratica o oligarchica versione economica o politica come poi si verificherà anche nelle forme più acute delle forme piramidali del potere novecentesco. E’ nostro comodo ipostatizzare il fascismo in Mussolini e non nel partito fascista e successivo sciame di governo, così Hitler col partito nazista e la diffusa “banalità d male” del codazzo funzionariale e sebbene irriti inserirlo nello stesso elenco, anche Stalin ed il partito comunista sovietico. I russi che hanno sempre un modo tutto loro di individuare concetti comuni all’ambito occidentale, gli diedero anche un nome, “nomenklatura” se riferita all’élite diffusa, “apparatchik” se ristretta al partito. La partizione semplificata ci rende più chiaro il campo di gioco, in realtà si danno solo due ipotesi: o la società dei Pochi che regolano i Molti o la società auto-regolata dai Molti, tertium non datur.

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La citazione del ragionamento iniziale della Arendt, la traggo da un libricino edito da Cortina che ripropone un breve scritto della stessa su Socrate, seguito da due saggi di cui il primo di Adriana Cavarero è ben più interessante del secondo. In esso, Arendt mette in opposizione Socrate con Platone. Socrate era da Aristofane, che lo descriveva mentre ancora in vita e quindi citando l’opinione comune degli ateniesi, definito un sofista, un appartenente a quella scuola che non era una vera scuola formale ma un comune punto di vista sull’oggetto del pensiero. Di questo oggetto, logica e linguaggio erano costituenti primi della sua condivisione. La sofistica era l’impostazione filosofica che dominò l’Atene classica, quella in cui si sviluppò la democrazia dei tempi di Pericle. Va da sé che l’istituto democratico presuppone due fatti: il primo è il diritto/dovere di ognuno (pur nei limiti che restringeva il diritto/dovere ai maschi adulti di origine ateniese) di partecipare alla politica, il secondo è che questo pratica è di tipo discorsivo. Ne conseguivano due aspetti, il primo era che ognuno fosse in grado di esprimere la virtù politica che qualora mancante doveva esser insegnata non dandone un contenuto preciso ma come attitudine, la seconda è che ognuno fosse in grado di partecipare al discorso, fosse cioè in grado di ragionare, esprimere, dibattere, convincere e convincersi ed infine votare e poi rendersi disponibile ad un qualche, temporaneo, ufficio pubblico. Queste disposizioni mostrano già un primo concetto poco sottolineato, la democrazia non è una fatto naturale che è solo impedito da chi non vuole che si formi questa modalità di auto-governo della comunità, è una modalità difficile, da conquistare non solo contro chi la avversa ma da conquistare come si conquista una cosa che non si sa fare, che è difficile a farsi. Quest’ultimo punto è assai rilavante perché la cura delle condizioni di possibilità per la democrazia dovrebbe guardare non solo fuori di sé ma anche dentro di sé.

L’essere umano è considerato un animale sociale, nasce-vive-muore in società. Ma la vita umana in società ha una storia fatta di molti livelli, ognuno dei quali ha una temporalità diversa. Le bande di cacciatori e raccoglitori sono un tipo di società, le società stanziali di mille perone sono un’altra cosa, così quelle da diecimila, centomila, milioni, un’altra. Questa progressione delle quantità che aumentano esponenzialmente la complessità sociale, è proporzionatamente inversa al tempo in cui si è sviluppata. Lunghissimo il tempo in cui eravamo piccole bande, brevissimo il tempo in cui nazioni già di qualche milione di individui sono diventate di decine ed in alcuni casi, centinaia di milioni di abitanti. La virtù politica, era consustanziale ad ogni singolo individuo quando la comunità era piccola. Tutti sapevano tutto, forse non tutti facevano tutto e c’era già qualche accenno di divisione dei lavori ma questa divisione non era molto pronunciata, era recente e seppure qualcuno non faceva più del tutto alcune cose, sapeva bene come venivano fatte ed era in grado di giudicare di ciò che non era il suo stretto specifico. Altresì, tutti erano ben consapevoli della caratteristica intera del vivere assieme. Tutti sapevano che la sussistenza non era più importante della difesa che non era più importante della salute che non era più importante della conoscenza dei territori, che non era più importante delle tradizioni che davano la grammatica delle interrelazioni tra individui, che non erano più importanti delle credenze condivise e di tutto il resto che componeva la vita di tutti e di ciascuno. Tutto era importante e di questo tutto essenziale, a quei tempi era ben difficile coltivare il superfluo, tutti conoscevano le parti e le relazioni.  Tutti sapevano che la vita personale era dipendente da quella di tutto il gruppo e viceversa. Le condizioni di vita erano talmente non garantite che la forza necessaria per difenderle, presupponeva ovviamente l’unità e poco spazio c’era per il conflitto intra – individuale quando di giorno dovevi proteggerti dalle tigri coi denti a sciabola e di notte dai serpenti, dalla fame come dal freddo, dai predatori come dalla notte. In tali condizioni, la virtù politica era naturalmente distribuita.

Poi diventò un elemento accumulato ed al contempo scarso, viepiù che le comunità umane si ingrandirono, rientrò nell’ineguale distribuzione dei beni contribuendo al dare vita a varie forme di gerarchia. Poiché quindi la virtù politica era diventata un bene ineguale, i sofisti si prestavano ad aiutarne una più equa distribuzione. Naturalmente gli avversari della democrazia sostenevano che: a) la virtù politica non è equamente distribuita perché appartiene al merito individuale e tale merito è naturalmente asimmetrico; b) era cosa talmente “alta” che faceva inorridire la pretesa di “venderne” l’insegnamento. I sofisti infatti, si facevano pagare per le lezioni di oratoria o logica che impartivano come poi divenne standard solo molti secoli dopo con l’istituzione della scuola pubblica pagata con le tasse dei cittadini mentre i ricchi, da tempo si pagavano i loro precettori privati. I sofisti si facevano pagare perché che la società fosse regolata dalla ricchezza personale era un fatto che non avevano inventato loro, loro si limitavano ad agire in quel contesto, contesto a cui erano superiori solo gli aristocratici dotati di beni ereditati, come era Platone. La distribuzione asimmetrica della virtù politica non era un fatto naturale ma sociale ed era infondato dire che poiché così era, così doveva essere. Dall’Anonimo oligarca ai giorni nostri, questo refrain per cui la gente non sa e quindi non può giudicare è sistematicamente opposta come constatazione alla possibilità democratica ma il fatto che così è, non porta affatto al così deve essere. Quella parte della filosofia politica che parte dalla contingenza, finisce con l’assumere troppo passivamente questa asimmetria, la parte utopica rimanda sine die il concreto confronto con questo riequilibrio. L’autogoverno dei Molti che è difficile a farsi già di suo, non ha curatori, allevatori, protettori.

Nelle “Nuvole” di Aristofane, leggiamo che gli insegnamenti dei sofisti avevano fini pratici ben precisi. Prima ancora che coltivare la virtù politica, oratoria e logica erano essenziali per difendersi o perorare cause legali stante che Atene era governata da leggi la cui amministrazione era popolare, non specializzata, né di classe. La non specializzazione giuridica era di nuovo uno di quei poco osservati effetti della quantità. Le leggi non erano molte, le problematiche per una comunità di un poco più di centomila abitanti (da cui togliere, schiavi, stranieri, donne e bambini) non esondavano la capacità individuale di conoscerle e gestirle in proprio. Altresì non era di classe nel senso che essendo una funzione della vita associata ed essendo la vita associata regolata da attività di decisione ed amministrazione comune, tutti dovevano saperla gestire che ne fossero affetti passivamente (difesa) o attivamente (accusa) o come terzi (giudizio). L’amministrazione della legge, non meno che della politica, presupponeva il discorso ed il discorso è fatto primariamente da logica e linguaggio. Non tecnicamente è fatto poi di contenuto ma oltre al naturale presentarsi delle opinioni politiche in ognuno dei cittadini, l’intero ambiente dialogante, discutente, financo litigante, aiutava a raffinare, precisare e modellare  l’istinto naturale ad avere una opinione su cose e fatti. Ci si dimentica che in Atene si chiacchierava e discuteva sempre, ognuno era in contatto con gli affari pubblici non meno che con quelli privati, sempre. Essenziale per la democrazia è il tempo che si dà per questa continua autoformazione che solo in parte dipende dall’individuo e molto più spesso dalla sua relazione con altri. Certo che una società dedita per un terzo a dormire, per un terzo alla cura personale e relazionale e per l’ultimo terzo a lavorare mai potrà esser democratica.

Questa modo di intendere la stessa filosofia come bene equamente distribuibile, urtava fortemente ogni aristocratico poiché l’origine di ogni differenza sociale non è economica ma culturale, è questa seconda che produce la prima più di quanto non sia l’inverso. Da qui lo sforzo titanico di Platone ad imporre un concetto tipicamente aristocratico se non monarchico, il discorso non è regolato dal raggiungimento di una verità intersoggettiva ma dal raggiungimento di una Verità assoluta, quella che solo il “vero” filosofo conosce. Platone, portò la lotta di classe, lotta condotta di solito dalle élite più che dal popolo, in filosofia e da allora questa gerarchia del Vero, del Buono e del Bello, ordina la forma nuda di ogni nostro cercar di capire ed argomentare sulla realtà politica del vivere associato. La cosa ha del paradossale se ci si pena un attimo. Va da sé che ogni singolo individuo pensa di aver ragione e quindi implicitamente che coloro che la pensano diversamente hanno torto ma invece che prender atto di questa naturale frammentazione del vero accettando la necessaria contrattazione della verità nel pubblico dibattito, si pensa che esista un vero in sé e si perpetua una condizione in cui ognuno pensa di averlo trovato sentendosi in diritto di imporlo all’altro. In questo senso, Platone “porta” ad Hitler, non meno che ad ogni altra forma di dominio di uno o pochi su tutti gli altri in base all’unilateralità della propria, esclusiva, ragione. Platone certo è solo l’inizio. Platone da solo, poverino, ben poco avrebbe fatto se Paolo di Tarso non fosse stato neo-platonico e così Agostino d’Ippona, se il cristianesimo non avesse retro-selezionato l’intera opera dell’ateniese (unico autore dell’antichità di cui ci hanno fatto pervenire l’opera completa, assieme ad Aristotele di cui però non ci è pervenuta l’opera completa e soprattutto le opere essoteriche, rivolte al pubblico esterno come nel caso di tutti Dialoghi del suo antico maestro) come corrispettivo filosofico dell’impianto concettuale della propria credenza di tipo religioso. Anche la scienza che si separò, orgogliosamente, a gli esordi del moderno, dalla filosofia e dalla religione, si presentò come episteme del vero, tornando ai fasti pitagorico-euclidei non estranei all’Accademia platonica salvo poi non notare che le verità degli oggetti e dei fenomeni non umani sono ben diverse cose da quelle umane. E comunque scoprendo poi che anche alcuni fatti parte del mondo quantistico e relativistico, hanno dipendenza dalla natura non universale dell’osservatore tornando in parte al detto “uomo, misura di tutte le cose”. Addirittura l’episteme del vero oggettivo che pure ha in oggetto cose e fenomeni per lo più non umani nel senso compiuto del termine, torna a Protagora di cui tutta la tradizione romana, cristiana ed oligarchica ha visto bene di perdere l’intera opera confinando per lungo tempo i “sofisti” nelle segrete della ciarlataneria, dell’alternative truth si direbbe oggi col tipico sorriso ironico di sufficienza di chi invece la “verità” la possiede. I secoli passano ma la lotta di classe sullo statuto della verità non dorme mai visto che  esso è il fondamento di ogni diseguaglianza sociale.

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Stante che Socrate parlava e non scriveva e di ciò che avrebbe detto ci sono pervenuti solo resoconti da parte di aristocratici antidemocratici (Senofonte e Platone), si può comunque ben dire che fosse un filosofo da strada, dialettico nel senso che intrecciava il discorso con interlocutori occasionali in seduta pubblica. Da questo punto di vista, si può ben dire egli fosse un sofista radicale che poteva rinunciare a gli emolumenti d’insegnante e viceversa si dedicava ad educare al discorso l’intera cittadinanza. Questa propensione popolare, fu ampiamente criticata da Platone, il quale sosteneva che non si può dialogare alla pari tra chi aveva nozioni e formazioni così diverse, pena l’incomprensione, quella stessa che sciaguratamente portò poi la città a condannare a morte il filosofo, per quanto questi pare fece di tutto per arrivare all’esecuzione forse pensando che ciò avrebbe giovato come estremo ammonimento su i pericoli dell’ignoranza non consapevole di sé stessa (il “so di non sapere”). Come sosteneva Hadot poi contagiante Foucault, quel tipo di filosofo faceva della sua propria vita la sua opera, parlava tramite l’esempio di cui lui stesso era la testimonianza. L’obiezione di Platone era per altro corretta in linea di principio, sebbene valgano due corollari: il primo è che se questo è vero, è allora un buon motivo non per rinchiudersi nei simposi tra amici prediletti come poi è diventato longevo vizio dell’intellettualità occidentale ma impegnarsi a redistribuire la conoscenza; il secondo è che in effetti Socrate non veicolava idee ma come “tafano” del corpo sociale in permanente dialogo, andava a pungere e disturbare ogni discorso mal posto, mal definito, contradditorio per aiutare il formarsi delle condizioni di possibilità stesse di un vero discorso pubblico. Che differenza allora con l’allievo che si richiudeva dietro le mura della sua esclusiva scuola in cui non si entrava se non dotati di immagine di mondo “geometrica” a discutere tra simili, scrivendo poi dei libri che passano alla storia come “dialoghi” sebbene l’autore sia colui che pone la tesi e l’antitesi al contempo. Arendt nel suo libro, ad un certo punto si inerpica per una perigliosa strada, critica avanzata giustamente dalla Caravero, che vorrebbe il dialogo interiore, parallelo a quello pubblico. Parallelo forse sì ma con una ben segnata distanza come sa chi si è sottoposto a qualsivoglia dibattito pubblico. La critica, la misinterpretazione, la lenta verifica dei rispettivi linguaggi (ognuno ha sue definizioni dei più importanti concetti), la competizione personale che esula talvolta dall’oggetto del dibattito, il peso delle immagini di mondo e delle teorie fantasma che ognuno ha implicitamente in background nella mente, tutto ciò che -inaspettatamente- esce fuori dal discorso dell’Altro, il segreto conflitto tra la quasi oggettività del razionale e l’estrema soggettività delle nostre irrinunciabili passioni giudicanti, nulla di tutto ciò ha a che vedere che i freddi dialoghi tessuti da una sola mente che si contesta solo ciò che vuole meglio spiegare e confuta solo ciò che gli vien facile da confutare non aderendo e non conoscendo l’irriducibile alterità del punto di vista dell’Altro.

Platone arriva così a teorizzare il governo del filosofo ovvero della Verità, la dovuta e necessaria tirannia dell’ordine del vero che domina la confusione delle opinioni, modello per ogni minoranza fortemente intenzionata a sottomettere la pigramente confusa ed indifferente maggioranza. In più, lancerà il libero concorso sul modello più idealistico o realistico di società che si vorrebbe, concorso a cui poi quasi tutti i filosofi politici aderiranno entusiasti offrendoci modelli di tutti i tipi, libero concorso che continua ancora oggi in cui ogni settimana troviamo in libreria il lancio di un nuovo modello di economia, modo di intendere la società politica, modo di stare al mondo con acclusa costellazione valoriale e norme per il montaggio sociale (questa parte invero poco sviluppata, di solito perché l’aspetto fantasy è più importante e “vende” di più). Come se il problema delle cose fosse pensarle e non il farle. Questa collezione di modelli è tutta interessante e falsa è la posizione di coloro che hanno pensato ci si debba liberare dalla pulsione del sogno della società, poiché è natura del pensante umano prefigurare il futuro atteso, sognato, temuto. Il problema è che una filosofia politica di base, avrebbe dovuto indagare primariamente il “come”, come portare un sistema complesso fatto di parti altamente eterogenee e sempre più disconnesse le une dalla altre ed ognuna dal tutto sociale del sistema in cui si vive in comune, a prendere la decisione, quella sì “una”. Ognuno di noi ha la sua visione del mondo, di quello che è e di quello che si vorrebbe che fosse, la filosofia politica di base dovrebbe allora aiutarci nel processo di composizione di così tanti punti di vista in una finale decisione di auto-governo, di messa in pratica di ciò che alla fine contratteremo tra noi. Di questa ragion pratica, di questa filosofia della prassi politica basilare, si sente la profonda mancanza.

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Ogni uomo ha una sua immagine del mondo ed ogni uomo è obbligato a vivere con l’altro in questo mondo, così, ogni mondo sociale ha una sua struttura di funzionamento. Questo funzionamento dovrebbe essere il primo oggetto di una filosofia politica, altrimenti il “necessario funzionamento della società” sarà dato da qualche forma di ordine dominante promosso dall’interesse di una minoranza. Questo funzionamento ha solo due possibili esiti: i Pochi su i Molti o l’auto-governo dei Molti. Gravare questa situazione di assoluta impotenza al darsi il funzionamento da sé da parte della società, con l’ennesimo modello ideale o pensare che attraverso la critica corrosiva i funzionamenti attuali cedano in favore di nuovi per altro male o per niente definiti è aggiungere confusione a illusione. Abbiamo ormai un secolo e mezzo di acuta e penetrante critica interna all’Occidente sul nostro funzionamento dominante che però rimane tale, immune ad ogni negatività ed abbiamo decine di mondi sognati dal libero esercizio dell’immaginazione politica che rimangono città celesti dell’iperuranio.  Quello che non abbiamo è un quadro chiaro di cosa si deve fare per cambiare l’assetto decisionale portandolo da una qualche versione dei Pochi alla naturale versione dei Molti, ovvero una società pienamente in grado di auto-regolarsi. La battaglia su i diversi modelli la faremo poi tra noi, quando avremo messo in opera un campo di gioco comune, prima c’è da decidere come si decide delle cose comuni. La filosofia politica che ci manca è tutta qui.

  • Hannah Arendt, Socrate, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2015
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