POCO PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI.

Recensione del libro di K. Mahbubani “Has the West Lost it? A provocation.” Penguin, London, 2018.

Kishore Mahbubani, nato a Singapore ma di origine indiana, laureato in filosofia,  è stato funzionario del Ministero degli Esteri, poi diplomatico rappresentante il suo paese all’ONU per 10 anni e per due addirittura presidente del Consiglio di Sicurezza. Professore di politica a Singapore ma anche membro del Centro per gli affari internazionali di Harvard e del Consiglio di Amministrazione della Bocconi. Accanto a questa rilevante carriera, ha sviluppato un pari percorso di pensatore di rilievo geopolitico e culturale, ospitato nel tempo da Foreign Affairs e Foreign Policy, American Interest e Time, Newsweek e Financial Times, ripetutamente premiato come uno degli intellettuali più influenti del mondo e conosciuto nel dibattito pubblico per un libro -The Great Convergence- che si potrebbe dire il seguito del ben famoso -La Grande Divergenza- di Kenneth Pomeranz[1].

Ci siamo soffermati su i suoi  aspetti biografici, primo per familiarizzare con quello che è uno dei più rilevanti pensatori asiatici (politico, geopolitico, naturalmente ben formato su gli aspetti economico-finanziari ma di origine “culturale” data la sua laurea in filosofia ma anche successivi approfondimenti in psicologia che gli danno una certa lucidità nel trattare le “mentalità”), secondo perché pur appartenendo alla élite mondiali lo fa ribadendo il suo specifico d’origine e le caratteristiche ed interessi specifici del quadrante asiatico (che vede imperniato sulla triplice Cina, India, Indonesia con ovviamente Singapore come perno), terzo perché risulterà interessante mettere cotanta sostanza da peso massimo del primo girone intellettuale del mondialismo (non nella versione One World global-liberal-anglosassone ma in quella più oggettiva della stretta interdipendenza e convivenza di tanti mondi su un unico pianeta) in rapporto alla tesi che andremo a riassumere. Se non si conoscesse la sua bio, leggendo il libricino di cui a questa recensione, Mahbubani potrebbe esser scambiato per uno scalmanato anti-imperialista ipercritico dell’hybris americana e del relativo servilismo europeo. E’ cioè interessante notare che il suo punto di vista non ha base in una ideologia ma nell’ interesse del suo paese e della sua area geo-storica di riferimento. Non è una coscienza infelice occidentale marxista o anti-colonialista che usa gli Altri per criticare il potere dominante del proprio sistema, è la voce autonoma ed indipendente che ci parla come Altro in prima persona. Altresì, Mahbubani risulta un po’ più spesso e problematico del suo conterraneo Parag Khanna di cui ci siamo più volte occupati, lì dove la formazione filosofica si fa sentire dando profondità all’altrimenti stucchevole global-entusiasmo del più giovane geopolitico delle reti della città –Stato che abbiamo in precedenza recensito qui.

Il titolo dell’agile “Has the West Lost it? A provocation.” ha l’aggiunta di “A provocation” che si spiega col fatto che il singaporiano, pur sempre membro delle élite mondiali, ha amici stimati e benvoluti in Occidente, ma almeno dove non specifica diversamente, “Occidente” s’intende United States of America. Poiché Joseph Nye jr gli ha dedicato questa recensione un po’ piccata, per molti versi, si potrebbe intendere il pamphlet come una risposta al precedente “Fine del secolo americano?” (il Mulino 2016) a cui l’americano già inventore del “soft power” (inventore di seconda mano, l’inventore primo fu Gramsci col concetto di egemonia), rispondeva con un “No” tanto stentoreo, quanto problematico da sostenere. La sua, quindi  è una perorazione senza reticenze, ma affettuosa.

La tesi è preso detta: con la fine dello scorso secolo e l’inizio del ventunesimo secolo, l’ era del dominio occidentale ha iniziato la sua inesorabile china calante. Non è affatto detto che la per altro certa previsione di una futura leadership nei volumi complessivi di ricchezza da parte di Cina ed India, corrisponderà a pari leadership geopolitica. L’Autore censura -giustamente- l’applicazione meccanica di vecchie impostazioni, un mondo a 10 miliardi sarà multipolare che ci piaccia o meno, trattasi di semplice principio di auto-organizzazione di aggregati molto complessi, non potrà esser altrimenti, anche volendolo. Se però, l’Occidente non accetta il verdetto storico che è frutto di semplici dinamiche che poi spiegheremo, se l’Occidente avendo martelli continuerà a pensare che ogni problema è un chiodo, il futuro del pianeta è a rischio per tutti. Questa letterina-preghiera da civiltà (orientale) a civiltà (occidentale), avvisa che la gloriosa storia della civiltà occidentale, faro pur nella sua contraddittorietà di emancipazione dalla fame, dal disagio, dalle malattie e dall’ignoranza, in assenza di adattamento al mondo nuovo, chiuderà la sua altrimenti gloriosa parabola scrivendo su i libri di storia un finale di triste e clamoroso, definitivo fallimento.

Le ultime righe dell’ultima pagina del volumetto, consigliano invece di riprender in mano il pensiero del genio politico occidentale, Niccolò Machiavelli[2].  Ed è proprio del fiorentino l’esergo che apre il libro, vale la pena riportarlo per intero anche perché ha puntuali risonanze con ciò che sta succedendo qui in Italia:

… non c’è niente di più difficile da padroneggiare,

più pericoloso da condurre, o più incerto nel suo successo,

che il prender la leadership all’introduzione di un nuovo ordine delle cose.[3]

Il “nuovo ordine delle cose” che noi da tempo chiamiamo -mondo nuovo denso e complesso- o anche “Era della Complessità”, è dato con solida evidenza da fatti incontrovertibili. Il punto d’attenzione è fissato proprio su oggi, su quella condizioni iniziali che in complessità portano alla “path dpendence”, alla dipendenza dal percorso.  La dipendenza dal percorso spiega “come l’insieme delle decisioni che si prendono per ogni data circostanza è limitato dalle decisioni prese nel passato o dagli eventi che si sono verificati, anche se le circostanze passate potrebbero non essere più presenti e rilevanti”. Ciò porta a ritenere decisive le prime decisioni che si prendono, le famose “condizioni iniziali”.

Un argomento classico dell’analisi geopolitica recente è riassunta nel format “West vs the Rest”, impostazione decisamente occidental-centrata (pensate un attimo di vivere in quello che altri chiamano “the Rest”), sulla quale il singaporiano si è già più volte espresso ma specificatamente nel “The Great Convergence: Asia, the West, and the Logic f One World” (PublicAffairs 2014). In accordo con le evidenze del famoso lavoro di Pomeranz, la percentuale di Pil occidentale subisce una repentina dilatazione schiacciando il resto del mondo, a partire dalla rivoluzione industriale del 1850-70 ma dal crollo del Muro di Berlino, inizia il movimento contrario. Se nel 1995, il Pil aggregato dei G7 era il doppio degli E7 (Cina, India, Indonesia, Brasile, Messico, Russia, Turchia), oggi è pari e tra trenta anni sarà la metà. Il Pil americano sul mondo era il 50% nel dopoguerra, è la metà oggi, è destinato a contrarsi vistosamente nei prossimi trenta anni e peggio andrà all’Europa. Nel 2050, saranno solo tre le economia occidentali top10 per Pil PPP: gli USA, la Germania e l’UK (forse) rispettivamente però solo al 3°, 9° e 10° posto, l’Italia è stimata 22a.

Il “sentimento del mondo” si sta divaricando nettamente. La psicologia occidentale assume toni impauriti da fine-medioevo, una “fine di mondo” che altro non è che la fine di “un” mondo, di un’epoca. Il resto del mondo non è mai stato meglio, invece. Complessivamente è crollato il numero di guerre, di morti, la povertà e l’estrema povertà. E’ aumentata vistosamente la scolarità, la vita media e l’aspettativa di vita, ed altrettanto vistosamente diminuiti il lavoro infantile, le morti premature, emerge prepotente una voluminosa e stabilizzante classe media. Sono tutte linee di tendenza già ampiamente note ai pochi che si occupano dell’oggetto macro: il mondo. Sono le linee che disegnano il famoso elefante di Branko Milanovic in cui l’Occidente declina in favore del’Oriente ma all’interno del primo una  ristrettissima percentuale di popolazione stranamente aumenta incredibilmente la propri ricchezza in sfavore della stragrande maggioranza della popolazione ricacciata sempre più giù nella scala sociale. Se nel ’65, un AD americano guadagnava venti volte di più del lavoratore medio, oggi siamo all’incredibile trecento volte di più. Vien detta “creazione di valore”, premio per aver mantenuto la promessa fondamentale del mercato finanziario che si è sostituito a quello delle merci e del lavoro/salario: la crescita costante del valore. L’ingente massa di capitale creato dal nulla da dopo il Nixon shock del 1971, cerca vorace la sua riproduzione o finanziando la crescita orientale o lucrando sulla compressione dei costi produttivi in occidente. I CEO sono gli agenti speciali in nome e per conto di questo capitale liquido esuberante e come tali ne ricevono le prebende a compito svolto.

Per la parte asiatica, tutto ciò si è prodotto a cominciare dal risveglio cinese di fine anni ’70 con l’uomo che più di ogni altro esemplifica la plasticità di questo turning point. Deng Xiaoping. Questo è il campione della rinascita orientale mentre Steve Job è il campione occidentale, nell’asimmetria evidente dello spessore storico dei due, l’evidenza del perché della nuova grande convergenza e chissà, forse futura nuova divergenza invertita. Tre rivoluzioni -politica, psicologico-culturale e di governance-, hanno acceso la miccia del nuovo secolo che non sarà cinese ma senz’altro orientale. Null’altro che il contagio del modello occidentale di tecnica, scienza, ragione, realismo materialista, trasferito ed adattato, non semplicemente passivamente copiato, alle potenzialità orientali con a base una demografia davvero voluminosa. Ed ora, anche Africa e Sud America, sono pronte a loro volta a prender quello che ormai è un modello ibrido occidental-orientale ed a loro volta replicarlo con relativo adattamento alle condizioni locali.

Nel mentre si produceva questa svolta storica, l’Occidente si paralizzava in una overdose di hybris auto-compiacente per la fine della guerra fredda e collasso del grande nemico comunista. Ormai è un classico per chi si occupa di queste cose, lo sbeffeggiamento dell’incauto storico americano Francis Fukuyama e la sua profezia delirante di “fine della storia”. Lo è in sé, ma ci si torna sempre volentieri perché nella sua distanza tra fatti ed idee, denota l’ampiezza dello scartamento di mentalità occidentale da allora sempre più narrativamente fuori sync con la realtà. L’imbocco di quel delirio schizofrenico che ha poi portato all’inflazione attuale di bugie, distorsioni, fake news, previsioni sistematicamente fallaci, stupefazioni disarmate ma poco educanti (Brexit, Trump) e soprattutto falsissime narrazioni che chiamerebbero a gran voce uno psicologo delle civiltà a cui spedire preoccupati il paziente deragliato ormai nel suo universo parallelo di negazione e rimozione.

L’imbambolamento occidentale dura poco, arriva l’ 11 settembre, ma meno notata, anche l’entrata della Cina nel WTO. Ed ecco che allo schiaffo della storia irritata dal prematuro annuncio di morte, gli americani reagiscono mostrando la loro ormai irrecuperabile patologia. Prima l’insensata umiliazione dei russi che pure si erano consegnati speranzosi al nemico per essere reintegrati in una nuova forma di civilizzazione pacificata, il proditorio allargamento della NATO, poi la agghiacciante sequenza: Afghanistan, Iraq, Libia, primavere colorate evidentemente etero-dirette (Yugoslavia, Georgia, Kyrgyzstan, Tunisia, Egitto), Ucraina, Pakistan, Sudan, Siria, Yemen ed oggi l’annunciata ennesima puntata dell’Iran. Accanto, l’emarginazione dei realisti di Washington ormai tutti molto anziani e l’ascesa dei stupefacenti idealisti-liberali che discettano di esportazione della democrazia alleandosi con l’Arabia Saudita, giocherellando col Pakistan, usando nazisti e odi etnici, tollerando oltre l’immaginabile  o magari armeggiando attivamente con l’ascesa dell’ISIS. Conflitti che innescano potenti migrazioni che poi si beccano i pazienti del gerontocomio europeo a cui si dedicano anche vari attentati metropolitani che accendono assurde discussioni su quel mondo che intanto giunge a 1.600.000.000 membri: l’islam. Di pari passo, incredibili sgarbi alle Nazioni Unite che l’ambasciatore diplomatico, racconta trasecolando. Il tutto, tra l’altro, calpestando  le tombe di Sun Tzu, Machiavelli, von Clasewitz, Carr e Morgenthau in una clamorosa infilata di oscenità strategiche, umiliando la regola aurea dell’etica planetaria del principio di reciprocità, avendo pure l’ardire di dettar lezioni con professorale aria di condiscendenza e da ultimo stracciando ogni minimo accordo multilaterale poiché il “sovrano del mondo” è irritato dalle pretese della plebaglia. Davvero un quadro preoccupante della psicopatologia dell’occidente quotidiano a cui noi dovremmo aggiungere i tratti sociologici della post-modernità e del neo-ordo-liberismo farneticante, che viviamo sulla nostra pelle.

Tutte cose ad alcuni di noi ben note ma fa effetto sentirle dire da un diplomatico singaporiano perché così come sono chiare a lui, sono chiare nella mentalità media degli abitanti del famoso “the Rest”, quelli che vivono fuori della bolla occidentale nella quale noi cerchiamo di resistere, piccolissima minoranza di cassandre incredule e come sempre accade alla cassandre, derise ed emarginate laddove non si partecipa festanti a celebrare i vari vestiti nuovi dell’imperatore in realtà sempre più nudo e sempre più pazzo. Si tenga conto di un effetto poco considerato: la reputazione. Nella nuova comunità mondiale, la reputazione dell’Occidente è ai minimi, la funzione di guida persa irrimediabilmente, siamo come quei vecchi nonni di cui un po’ ti vergogni perché fanno cose di cui non si rendono conto nell’imbarazzo generale.

Una patologia ormai contagiante anche i cani da guardia intellettuali ed informativi che la narrativa occidentale voleva contro-poteri in realtà embedded ormai al destino manicomiale del sistema: New York Times, Financial Times, Wall Street Journal, the Economist, BBC, CNN e molti opinion leader. Tutti coinvolti in quel “tradimento dei chierici” che depongono la terzietà critica per partecipare alla costruzione dell’enorme bolla di false percezioni ed aperte negazioni in cui intrappolare i popoli occidentali. E dire che PWC, Deloitte, JPMorgan, WEF, Pew, Gallup e molti altri, i dati duri e quelli di percezione, li sfornano regolarmente, così le previsioni a trenta anni, per non parlare dei semplici dati demografici dell’ONU. Niente, nulla di tutto ciò che evidentemente è ben noto su i tavoli delle cancellerie o nei meeting a Davos, diventa opinione pubblica o riflessione di quella ben informata. A noi, danno in pasto, per sbranarci su i social o in tv, concetti sedativi o aporetici come il “populismo”, l’austerity che fa crescere, diritti individuali di secondaria importanza, migrante sì o migrante no. Società aperta o società chiusa, quando il problema oggi è società lunga o corta, stante che è dai tempi di Aristotele che sappiamo che quella più stabile è la società corta.

Ecco allora la nota evidente a cui anche noi spesso ci appelliamo: come fanno gli europei a consentire una gestione così dissennata del patrimonio di civiltà che pur noi abbiamo fondato e portato a sviluppo? Come facciamo a non notare che i deliri Medio orientali, il saccheggio dell’Africa, l’ostracismo ai russi ed ai cinesi con cui condividiamo lo stesso blocco continentale (i “vicini” del condominio planetario), sono tutti attacchi sistematici alle nostre stesse condizioni di possibilità? Cosa faremo nel 2100 quando saremo un decimo della popolazione dell’Africa che avrà una età media di 16 anni mentre noi  ci tireremo su le palpebre dal chirurgo tentando di insaccarci nei jeans con mani tremanti per il parkinson, per sempre giovani davanti ad uno specchio di Dorian Grey che nel frattempo è andato in frantumi come quello dell’Uomo Nero di Esenin, lasciandoci soli, tristi ed in realtà terrorizzati?

Chiudiamo qui questo riassunto, come ogni riassunto pur sempre arbitrario, delle tesi del signor Mahbubani. Molti altri temi egli tocca e sicuramente con prosa e postura più posata e da buon diplomatico, meno indignata della mia. Altresì, egli, dal suo punto di vista, dà consiglio di concentrare una cura per questo deragliamento chissà se recuperabile, argomentando la sua ricetta fatta di minimalismo e cautela, realismo, multilaterialismo e Machiavelli riletto dal vero e non assunto dalle cattive rimasticazioni che ne hanno fatto i liberali anglosassoni che è un po’ come far recensire la Bibbia ad un ateo. Ad ognuno il suo, a lui il compito di dirci cosa pensa “the Rest” del nostro “West”, ricordarci i duri dati di realtà, come rimetterci in sesto nel mondo nuovo, denso e complesso, tocca a noi.

= = =

Poco lo spazio qui per dar corso alle tante riflessioni che questo tema ci stimola. Diamole come menù per prossime riprese.

  • Sebbene molti di noi siano critici militanti degli assetti occidentali, quelli interni come quelli esterni, forse non è ancora ben chiaro anche a noi, cosa sta succedendo. Da sempre critici acuminati del cosiddetto “capitalismo”, in parte gioiamo sotto i baffi per la evidente disgregazione del sistema, dall’altra rimuoviamo il fatto che noi siamo nel sistema che si sta disgregando. E’ un collasso di civiltà quello che si sta producendo e vincere la battaglia dei giudizi che noi ed i nostri avi già demmo nei tempi passati, non ci salva dal naufragio del Titanic in cui siamo imbarcati. Né è tempo per regolare i conti interni ora che sono quelli esterni a dettar i ritmi della catastrofe.
  • Giungiamo all’appuntamento con al potere una ridicola élite di falliti storici, ma anche con uno sbilancio tra l’ipertrofia del pensiero critico e una ipotrofia di quello costruttivo e progettuale. Pensavamo erroneamente che una qualche antitesi avrebbe lasciato libero il magico processo del divenire di giungere al superamento, ma ci siamo convinti di una regoletta che suona bene dati certi presupposti logico-idealistici ma non corrisponde affatto a quelli realistici.
  • Quanto ad idealismo e mancanza di realismo, il liberalismo delirante ha il suo degno simmetrico inverso nella mentalità critica più importante qui da noi: il marxismo. Da qui, lo smarrimento della cosiddetta sinistra che non sapendo più cosa pensare, certo non può neanche sapere cosa fare.
  • Il “capitalismo” è un termine che cosifica un modo economico, ma il nostro problema è come uscire da una fase della civiltà centrata su i modi economici, non star lì ad inventare in provetta ipotetici nuovi modi economici, quelli verranno dopo, quando avremo iniziato la trasformazione di molte altre variabili del nostro modo di stare al mondo. Le gerarchie sociali non le ha inventate il capitalismo, sono nate ottomila anni fa con la nascita delle prime società complesse. Forse dovremmo tornar daccapo a studiare cos’è la “democrazia”, non quel fake che gira dalle nostre parti millantando nome che non gli è proprio.
  • Dobbiamo concentrarci su questo cambio di paradigma politico perché il nostro modo economico, qui, non funziona più, non perché è pervertito dalle élite o perché è hayekiano e non keynesiano. Funziona e funzionerà per decenni nel resto del mondo, lì dove Muhbabani da ragazzino sognava come massimo raggiungimento di poter consultare l’Enciclopedia britannica che oggi tutti hanno a portata di click. Loro debbono portare gente dalla campagna in città, fare case, ponti, strade, porti, darsi una automobilina a testa, portare i pasti da uno a due, innamorarsi delle mode e dei simboli. Noi abbiamo esaurito questa fase. Limiti di raggiunta soddisfazione dei bisogni per quanto mal distribuita, limiti di materie prime e risorse, limiti ambientali, limiti geopolitici, limiti ai frutti della tanto decantata innovazione che mi ha portato a tirar già tutti i santi dal momento che non ho potuto avere questo libricino nel confortante cartaceo ma ho dovuto armeggiate col mio i-pad che taglia le tabelle nel formato e-pub e ti fa diventare idrofobo quando devi andare avanti e dietro nelle pagine o aprire improbabili notes per scrivere un appunto. Ci stiamo prendendo in giro. L’innovazione elettrica, chimica, meccanica, medica e produttiva dei primi Novecento e quella minore ma pur sempre importante del dopoguerra (si pensi solo a cosa ha innescato a cascata l’invenzione del frigorifero come notava giustamente Tony Judt), non tornerà più. La nuova rivoluzione digitale e informatica una cosa sappiamo per certo produrrà e cosa sta già producendo, il taglio secco della domanda di lavoro umano. Il nostro modo di stare la mondo centrato sul produrre cose ha raggiunto il suo fine, le cose necessarie o utili non sono infinite. Dobbiamo inventarci un nuovo contratto sociale, cosa che si fece a gli inizi di questo periodo storico che sta terminando, per sempre.
  • Dobbiamo ribellarci prima che alla divisione del lavoro che per certi versi ha una sua naturalità, a quella dei saperi. Noi non sappiamo più leggere il mondo ora che sta diventando complesso, plurale, non riducibile, non determinabile. La “cosa” è una, i nostri saperi la tagliano con sguardo alternativamente economico, finanziario, politico, sociologico, culturale, psicologico, demografico, ambientale, geopolitico, antropologico, linguistico-culturale, storico ma nessuno è più in grado di far le sintesi e senza sintesi la complessità e la cosa stessa ci sfugge. La filosofia dov’è? Quale microscopico nulla che significa niente sta osservando? Se non sappiamo più fare la diagnosi, come facciamo a dar la prognosi?

Questo è solo l’inizio del menù riflessivo e già siamo overbooking. Il mio è un appello appassionato a chi mi legge, a coloro che hanno la fortuna di poter dedicare la vita alle attività mentali, a chi ha coscienza di sé e senso di responsabilità se non per gli “estranei con cui viviamo”, almeno per i propri figli. Apriamo una riflessione aperta ed ampia sulla crisi adattiva in cui siamo capitati. Le reazioni che si leggono all’ovviamente contraddittorio inizio della recente transizione italiana non fanno ben sperare. Continuiamo ad insidiare i colpevoli ma prendiamoci anche le responsabilità di reagire. Come diceva il buon Iglesias di Podemos, non lasciamoci la sola magra consolazione di far scrivere dai nostri figli sulla lapide della nostra tomba “Aveva sempre ragione – ma nessuno lo seppe mai”. Ci potrebbe venir negata anche questa se non contribuiamo a salvare le nostre terre dal naufragio occidentale e poi chissà se davvero abbiamo tutta questa ragione che vive nei libri e non lì fuori. Ed attenzione anche solo al pensar di sfruttare la casa che vien giù per edificare finalmente quella ideale che tante volte abbiamo sognato nelle nostre proiezioni fantastiche, semmai davvero possibile e funzionante potrebbero volerci secoli a fare quello che abbiamo in mente ma una cosa è certa, una cosa non abbiamo: il tempo.

L’Occidente siamo anche noi, se non prendiamo noi la leadership del cambiamento cui siamo obbligati e le cui difficoltà così bene tratteggiò il nostro fiorentino, se non selezioniamo le sole contraddizioni principali che già pongono infiniti dubbi sulle possibili soluzioni, finiremo con l’essere storicamente complici del tragico finale che altri si apprestano a scrivere con alterati sgorbi nell’eterno registro della Storia che tante civiltà ha già visto nascere, crescere ed infine morire, in una chiassosa catastrofe o in una lenta agonia in grado di bollire i muscoli di ogni rana.

= = =

[1] K. Pomeranz, La grande divergenza, il Mulino, Bologna, 2012

[2] Machiavelli è il patrono dei realisti, tanto quanto invece il sopracitato Jospeh Nye jr è sacerdote del credo dominante in America, quello ideal-liberale. Abbiamo volutamente tagliato tutte le argomentazioni tipicamente liberali sulla mancanza di democrazia in Asia, un tema che non ha alcun rilievo nella faccenda in quanto non siamo al campionato del giusto, del buono e del bello ma in quello che si disputa condizioni di possibilità in un mondo denso ed affollato dove conta solo la potenza. Le regole le fa il campionato, non noi.

[3] N. Machiavelli, Il Principe, Capitolo VI

Annunci
Pubblicato in cina, complessità, europa, geopolitica, globalizzazione, mondo, occidente, oriente, recensioni libri | Contrassegnato , , , , , , | 2 commenti

APPUNTAMENTO.

Lunedì 14 maggio alle ore 19.00, avrò l’onore di inaugurare a Roma al teatro Piccolo Eliseo di via Nazionale, la IX edizione del Festival della Complessità. Faremo una chiacchierata su i principali aspetti del nuovo mondo complesso mentre Elisabetta Melandri, presidente del CIES ci informerà con maggior attenzione sulla realtà africana, assieme a Valerio Eletti presidente del Complexity Education Project che coordinerà l’incontro. Maggiori dettagli qui sul sito del teatro.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

IL GRANDE STUDIO.

Abbiamo una missione, siamo chiamati a plasmare la Terra.

Novalis

Nella Prefazione del mio recente  libro[1], scrivevo “Tale grande studio era orientato ad un punto di fuga, il concetto di complessità”. Per un errore nel processo di revisione delle bozze, quel “grande studio” è venuto fuori minuscolo, invece doveva essere maiuscolo. Messo così, in effetti, è abbastanza ridicolo, uno studioso non può certo dire che il suo studio è “grande”. Doveva esser maiuscolo perché si riferiva al Dà Xué (大学, Grande studio), titolo di uno dei quattro libri attribuiti a Confucio[2] . Come recita la breve bio dell’autore di questo spazio di riflessione, quindici anni fa mi sono ritirato a “confuciana vita di studio” ed il Dà Xué è considerato appunto il dao (la Via) della conoscenza dell’antico Maestro cinese, coevo di Solone e Talete, del Buddha storico e delle Upanishad, della probabile  compiuta redazione dei canoni dell’Antico Testamento in quel di Babilonia, quella irripetibile stagione che il tedesco Karl Jaspers chiamò “Età assiale”[3].

Quindici anni fa infatti smisi di lavorare e mi immersi nello studio. In effetti all’inizio mi misi semplicemente a leggere con agio ma, capitando proprio su i Dialoghi di Confucio (Kong zi), presi a studiarli leggendo altro di lui, molto su di lui, sul suo periodo storico, la cultura della Cina antica, il seguito del suo pensiero detto “confucianesimo”[4] un canone tutt’altro che unitario il cui corso arriva sino alla Cina contemporanea e che ha una riconducibilità relativa al Maestro storico. La differenza tra leggere e studiare passa primariamente attraverso il tempo che si ha a disposizione. Nello studio, un Autore, un fenomeno, un concetto, una cultura, un fatto storico, viene contestualizzato nel tempo e nel luogo, si indagano i nessi che lo compongono e lo collegano ad altro sia nella sincronia che nella diacronia. Già di per sé, questo modo di conoscere pone l’oggetto come un complesso, cioè un intrecciato assieme (cum-plexus).

Nelle sue Lezioni di Storia della Filosofia[5], Hegel liquida Confucio con un breve accenno in cui però si sente di dover dar questi giudizi: “Non è plausibile attendersi da lui profonde ricognizioni filosofiche”, ed ancora “Probabilmente il De Officiis di Cicerone è meglio di tutte le opere confuciane” per poi arrivare al suggerimento che forse era meglio non tradurlo in occidente: “la sua è una morale ordinaria e prolissa. Una raccolta di prediche morali c’insegna di più e meglio”. Scatta qui la differenza tra impianti interpretativi ed intenzioni a priori, sia Leibniz che Kant, ad esempio, pare avessero provato molto interesse nello studio dell’antica cultura cinese e forse dello stesso Confucio. Nietzsche, addirittura, apostrofò Kant come “il cinese di Konigsberg” dato il perno del concetto di reciprocità che la Ragion Pratica condivide con l’intero pensiero etico del cinese.  Se Hegel cercava in Confucio il “senso filosofico” secondo la definizione data implicitamente dallo stesso filosofo di Stoccarda, è ovvio sia rimasto deluso. Nel mio piccolo invece, mi incuriosì scoprire cosa aveva detto il fondatore della radice di una tradizione di pensiero tanto rilevante per la secolare cultura cinese, una cultura  fluente e non a strappi e rivoluzioni come quella occidentale. Confucio mi appassionò proprio perché mi dischiuse i panorami di un pensiero altro, un pensiero fondato su tutt’altre impostazioni, fini e metodi rispetto al nostro. Dopo di lui, più volte tornai al pensiero cinese o alla loro storia, proprio perché i cinesi sono per noi come i marziani, altra materia  vivente simile alla nostra ma radicalmente diverse per forma, quindi sostanza. “Altro” apre ad un nuovo territorio in cui non c’è il giudizio immediato di mi piace o non mi piace, ma l’immedesimarsi nel baricentro di uno spazio mentale e geo-storico diverso dal nostro. F. Jullien è forse l’occidentale che più ha scavato in questa alterità, restituendoci molte belle pagine di ricognizione su queste altre forme del pensiero umano[6].

Il Grande Studio del Maestro Kong, era una esortazione a mettere in relazione potere e popolo, individuo e società, mente e corpo, riflessione ed azione, attraverso il continuo sforzo a sviluppare conoscenza di tutte le cose, non a fini contemplativi ma pratici.

= 0 =

Pochi giorni fa ho computo sessanta anni e sono quindi quindici anni che mi sono votato a questa “vita di studio”. Proprio oggi ho terminato il millesimo saggio di questa seconda stagione della mia vita, ero un lettore pesante anche prima ma lavorando non si può studiare, prendere appunti, scrivere su sollecitazione, seguire percorsi di indagine. Per qualche magia dell’intelletto, o forse solo del suo inconscio, il millesimo libro di questo quindicennio è stato proprio il bellissimo “Le Vie della Seta” del world historian Peter Frankopan[7]. Da Confucio alla Vie della Seta sembra esserci un nesso ma in verità non è così diretto, Frankopan non scrive specificatamente o solo della attuale BRI cinese o di quella di Marco Polo, ma di tutte le trame di relazione che hanno intessuto la storia del mondo. Però forse un nesso c’è, appunto, la relazione. Noi esseri umani ed ogni altra cosa dell’universo materiale ed immateriale, abbiamo sempre questa doppia posizione dell’essere in sé ed al contempo, essere in una trama di relazioni. Se non fossimo un in sé, non ci sarebbe trama di relazioni in quanto mancherebbe ciò che le forma, se non fossimo in relazione non esisteremmo, né noi, né ogni altra cosa.

Da qui la constatazione, poi la convinzione che mi son fatto ed è ormai diventato un mio apriori, che ogni cosa che è (ripeto, tanto nell’universo materiale che in quello immateriale, nel naturale come nel culturale), è al contempo una trama di relazioni tra parti che forma un in sé a sua volta immerso in una trama di relazioni.  Questa descrizione coincide con quella di sistema. Un sistema è una trama di varietà in relazioni che dà vita a qualcosa che ha più omogeneità interna di quanto non abbia col suo esterno. A sua volta, ogni sistema è dentro un altro sistema ed ha relazioni con altri sistemi, lui, quelli di cui è composto e quello maggiore di cui è parte. Ogni sistema quindi risulterà Uno se lo guardiamo da fuori e Molteplice se lo indaghiamo nel suo dentro ma poi sarà uno dei molteplici anche nel suo fuori visto che risulterà sempre in relazione con altro. Anche la nostra posizione rispetto all’oggetto o al fenomeno è una relazione. Ogni sistema è chiuso quel tanto che lo differenzia da ciò che non è nel suo in sé, ed al contempo più o meno aperto visto che ha interrelazioni con altri ed altro fuori di sé. Tali considerazioni si possono catalogare in quella forma della filosofia che si occupa proprio delle “cose che sono in quanto sono”, definita da Aristotele nei famosi libri centrali della Metafisica[8] “filosofia prima” (“prima” non perché più importante ma perché viene per prima occupandosi dell’oggetto da cui parte qualsiasi riflessione) e battezzata “ontologia” (discorso su ciò che è) molti secoli dopo dai tedeschi[9] . Ciò che ho desunto in via prioritaria da questi anni di studio è la pertinenza di una ontologia sistemica[10]. Tutto risponde alla descrizione di un sistema. L’intera tradizione filosofica occidentale si è molto appassionata a definire l’essere in sé ma molto meno ad indagare la sua natura relazionale che ne è caratteristica consustanziale. Una ontologia sistemica obbliga a pensare l’oggetto come Uno e Molteplice, in sé ed al contempo in relazione ad altro.

Ma se la cosa è fatta a sua volta di molte cose ed è connessa a volte causativamente (partecipa alle cause di altre cose e ne è partecipata) ad altre cose, come possiamo indagarla? Veniamo qui ad un punto che è oggetto di un’altra branca dell’indagine filosofica, oggi chiamata non senza problemi “epistemologia” mentre sempre i tedeschi che avevano battezzato l’ontologia, la chiamavano “gnoseologia” (A.G. Baumgarten), discorso sulla conoscenza.  Su questo umano tendere alla conoscenza (Aristotele, Metafisica), c’è da rilevare il punto che segna la svolta moderna, quella impressa da Galileo Galilei, Descartes, Bacone ed altri. In particolare Galilei, osservava che non si può conoscere questi complessi intrecciati assieme in cui tutto si muove e cambia. Con l’olismo che aveva contraddistinto il pensiero umanistico-rinascimentale che pure aveva tentato una emancipazione dai sistemi di pensiero medioevali di tipo religioso, non si andava molto lontano. Teorizzò quindi la necessità di isolare la cosa  dal suo contesto per poterla ridurre ad oggetto dato, solo così si sarebbe potuto cercare di penetrarne i segreti, magari scomponendola nei suoi costituenti primari. Non solo per questo ma anche in sua conseguenza, la conoscenza umana che già aveva storica metafora nell’albero, prese ad arborizzati sempre più in discipline e sottodiscipline, ognuna con un suo statuto, un suo metodo, una sua tradizione più o meno cumulativa, un suo vocabolario concettuale. Dal XIX secolo, la conoscenza umana (con impostazione razionale) si è tripartita in tre famiglie: quella scientifica, quella umanistica e quella in mezzo che ha sempre una qualche versione dell’uomo per oggetto ma aspira a mutuare parti del metodo scientifico tanto da volersi definire “scienze umane o sociali”.

Ma se torniamo all’ontologia, difficile è collimare la natura intrecciata (complessa) dell’essere con la nostra impostazione disciplinare che taglia verticalmente l’essere a seconda dei suoi presupposti di oggetto e metodo. Una stessa cosa, ad esempio l’uomo, ci apparirà individuale ma anche sociale, razionale ma anche irrazionale, altruista ma anche egoista, buono ma anche terribile, irrelato o tramato, singolare o plurale, universale o particolare, naturale o culturale e tante altre schizofreniche dicotomie indecidibili[11]. Questo motore della diade è nella nostra mente, sebbene noi la si proietti sull’oggetto. Data l’unità (quantomeno esterna e provvisoria) dell’oggetto vien allora da domandarsi: chi mai riunirà tutti questi sforzi conoscitivi monodimensionali quando la cosa ci sembra almeno quadri se non pluri-dimensionale?[12] Sembra allora che la dicotomia epistemica moderna tra olismo e riduzionismo ci porti ad un flipper indecidibile in cui rimbalziamo di continuo tra Uno e Tutto. Tutto è Uno, ogni Uno è un tutto ma fatto di parti e relazioni, se ci torna utile strapparlo alla sua trama per mettercelo davanti disponibile alla nostra visione limitata e ravvicinata lo si indaghi, ma poi ci si ricordi di rimetterlo a posto ovvero nel suo contesto fatto di relazioni con altre cose. Questo ci porta nei dintorni di una epistemologia pluralista alla Feyerabend, un “anything goes”[13], tutto serve per accerchiare la sfuggente cosa in sé che non penetreremo mai. Poco saggio passare dieci secoli a pensare che l’uomo è un frammento di Dio e poi altri cinque a pensare che è al contempo un oggetto e soggetto scientifico, quando è -forse- tanto dell’uno quanto dell’altro ma molto altro ancora. La stessa legittimità che diamo alle decine di discipline in cui abbiamo frazionato lo sforzo conoscitivo, i risultati dei loro sforzi, ci dicono che la cosa la si può e la si deve indagare sotto i più svariati aspetti[14]. Una gnoseologia complessa quindi rifiuta la dicotomia e la integra in una relazione continua  tra micro e macro che punta alla sintesi. Ci si domanda però di nuovo: chi tenta le sintesi?

Le sintesi non le tenta nessuno, si teorizza non si possano fare, si sconsiglia qualunque studioso ad imbarcarsi nell’avventura. I vaghi appelli alla multi-trans-inter disciplinarietà, per altro non così frequenti, rimangono lettera morta. Vi sono visibili e ben controllati steccati che impediscono lo studioso disciplinare ad impicciarsi di ciò che dicono i colleghi della disciplina accanto, severe punizioni, ostracismo accademico ed editoriale, infine condanna con collocamento nel purgatorio degli “eclettici”, degli arruffoni del “metodo”, se non dei tuttologi accusa ignominiosa di vaghezza presuntuosa. In termini di conoscenza, non può certo esistere il tuttologo, ma il complessologo sì (per quanto bisognerà cercargli un nome meno orrendo). Si tratta solo di incrociare i tanti tagli conoscitivi verticali dello specialismo disciplinare con un cartesiano asse della conoscenza orizzontale, quella che spllucca in tutta le altre, una conoscenza di conoscenze[15]. Ovviamente se la prima forma di conoscenza, quella specialistica oggi totalizzante  ha relazione inversa tra ampiezza dello sguardo e precisione, la seconda avrà a sua volta la stessa inversione al contrario per cui non si pone il problema se è meglio l’una o l’altra, sono semplicemente complementari (ovvero in relazione) e quindi non possono risiedere nella stessa mente ma nel dialogo tra più menti. Al generalista servono gli specialisti così come a questi servirebbe ogni tanto buttare un po’ il naso fuori per capire come altri interpretano lo stesso oggetto o il contesto o quali schemi generali di pensiero si forgiano nelle altre discipline e molto altro che può potenziare i loro schemi di pensiero.  Nel tempo, l’insieme dell’umana conoscenza avrebbe un valore aggiunto, il tipico risultato complesso del totale maggiore della somma delle parti[16].

Purtroppo però,  a parte alcune meritorie istituzioni sparse in giro per il mondo e comunque più eccezioni che regole e tendenzialmente limitate alle scienze dure[17], la moltiplicazione della conoscenza per somma e relazione dei risultati di più discipline è decisamente avversata. Non ha se non vaghe teorizzazioni, alcuna pratica se non limitata a discipline adiacenti, avversata in linea di principio da una serie di considerazioni epistemologiche di varia provenienza ed intenzione. Errando nel sapere come detto per le centinaia di testi di questa mia seconda vita da studioso, saggi vari di una trentina di discipline “dalla fisica alla metafisica”, mi sono reso conto di alcune cose: 1) diverse discipline risentono di come concepiamo alcune cose trasversali che diventano apriori (ad esempio come concepiamo il tempo), molti schemi mentali si ripetono in campi diversi sebbene in ogni campo vengano nominati diversamente (hanno anche forme parzialmente diverse ma più di variazione che di sostanza)[18]; 2) c’è più relativa propensione al dialogo inter-disciplinare nella scienze dure che in quelle umane e nel pensiero umanistico in generale; 3) mancano manuali delle discipline non ad uso degli specializzandi ma di utilizzo orientativo più generale[19]; 4) mancano terribilmente sintesi di sintesi pluri-disciplinari e questo è un fallimento specifico dei filosofi; 5) pensiero nuovo non significa necessariamente leggere autori nuovi o sparare a raffica concetti nuovi, ma anche rileggere daccapo quelli vecchi, il nuovo decisivo è -a volte-  nei sistemi di pensiero che danno nuove interpretazioni, più che nelle singole idee (e si consiglia, se possibile, rileggere i testi e non solo le interpretazioni poiché queste risentono del contesto storico decisivamente) ; 6) se da una parte occorre incentivare la fertilizzazione incrociata tra discipline, dall’altra occorrerebbe vigilare maggiormente sulle trappole nascoste nelle false analogie.

Molti filosofi ed anche molti fisici, hanno più volte ri-frequentato quel giardino delle delizie che è la raccolta dei frammenti dei cosiddetti Presocratici[20]. In quella collezione c’è quasi l’intero campionario delle idee di base del pensiero occidentale dalle battaglie sull’essere ed il divenire, le intersezioni tra logica e linguistica, l’atomo e la cosmologia, la base delle forme politiche ancor oggi vigenti, i dubbi sulle facoltà interpretative, il significato della vita e della buona vita in particolare. Con quei mattoni si possono ancora costruire case mai prima viste ed abitate. Più che produrre nuovi mattoni occorrerebbero nuovi architetti e poi architetti-muratori che si sporcano con la calce di costruzione come invocava il Marx che rifletteva su Feuerbach.

Gli oggetti macro come l’uomo, il mondo umano, il mondo naturale, le molteplici interrelazioni tra mondo naturale ed umano, necessiterebbero con priorità di questo sguardo ampio e generale, propedeutico poi all’approfondimento. Soprattutto oggi che ad esempio gli storici si sono accorti che la Storia del mondo andrebbe scritta astraendoci per quanto possibile dalla nostra tradizione euro-centrica e qualche manuale di filosofia cinese o araba comincia a comparire o considerando non la globalizzazione economico-finanziaria ma la più semplice e tendenziale internazionalizzazione dell’umanità e delle forme culturali delle varie civiltà o laddove l’economia si pensa fuori della natura, della storia, della geografia, della demografia ed anche un po’ dal ben più modesto senso comune, per non parlare delle periodiche scomuniche imperialistico-culturali che reciprocamente si minacciano scienziati ed umanisti quando parlano dell’uomo. Il bello è che sono tutti uomini che attingono alle stesse forme della mente umana,  così che se il filosofo Platone invocava una preparazione geometrico-aritmetica, il fisico  Schrodinger si dichiarava debitore del pensiero pre-socratico[21]. Si dovrebbero vietare queste proiezioni delle divisioni gnoseologiche sull’ontologia, sono insensate rispetto al mistero dell’essere.

Insomma, la battaglia per l’apertura di questo fronte della conoscenza orizzontale richiesta non dalle aziende o dalle istituzioni (mal gliene incolga) ma dalla conoscenza stessa, è difficile, richiede tempo, ha bisogno praticamente di tutto non per affermarsi ma solo per mettere al mondo la sua prima, fragile, forma di vita. Questa conoscenza orizzontale fatta dalle discipline adiacenti (inter) a quella che frequentiamo di più, fatta dalla stessa collezione di più discipline (multi) ed a volte rapita dal seguire qualcosa di omogeneo che sembra solcare più discipline (trans), dovrebbe costituire un patrimonio altro con cui mettersi in relazione quando si riemerge dalla oscurità dei nostri singoli approfondimenti disciplinari.

= 0 =

Nel mio Grande Studio di questi quindici anni si è venuta così a formare quella che potremmo chiamare  una filosofia della complessità, fondata come detto su una ontologia sistemica ed una epistemologia o gnoseologia anarchica e pluralistica in senso x-disciplinare. Gli articoli che scrivo discendono da questa impostazione anche se hanno poi oggetti limitati nello spazio e nel tempo. Per una precisa scelta di libera condivisione  dei saperi, quella distribuzione di conoscenza che dovrebbe esser presupposto base di ogni democrazia, ecco anche la scelta di provare (non sempre riuscendoci per limiti dell’Autore) ad esprimersi in modo quanto più comprensibile mi riesce. La gergalità esoterica è tipica dei recinti disciplinari di chi non parla ai suoi simili ma al collega-concorrente, problema che io fortunatamente non ho, avendo smesso di avere colleghi-concorrenti da quando ho smesso di lavorare o dipendere per l’esistenza da istituzioni che mi mantengono dandomi i confini entro i quali si ha l’agognato e necessario “riconoscimento”[22]. A volte è necessario avvalersi degli strumenti concettuali esoterici, ma più spesso ci si dovrebbe ricordare che fine della conoscenza dovrebbe esserne la condivisione, almeno in questo seguo il testamento platonico del mito della caverna.

Vorrei così concludere dopo aver abusato della pazienza delle lettrici e dei lettori con questo scritto di autobiografia intellettuale del tutto gratuito, ma forse anche utile per sapere cosa ha in testa colui a cui dedicate il vostro tempo di lettura, che è pur sempre prezioso tempo di vita, citando tre pensieri già espressi meglio di me, da altri. Molti cercano di inventare di continuo  nuovi concetti, a me basta il più parsimonioso riciclo di quelli già dati, il divertimento e la sfida è metterli in relazione tra loro per fare nuovi sistemi di pensiero poiché quelli sono a base di una ontologia della conoscenza. L’unità base della conoscenza umana è il sistema mentale o immagine di mondo, che ha sostanza naturale e culturale, oggetto-sistema affascinante su cui ricerco da anni e su cui prima o poi mi deciderò a scrivere più in profondo.

Il primo pensiero è una dichiarazione di fede politica. La si trova nelle Storie di Erodoto[23], roba del circa 440 a.C. molto prima di Platone ed Aristotele. Il Greco ci riporta una ipotetica quanto forse improbabile discussione tra Persiani, lì dove fa la sua prima comparsa quello che poi verrà chiamato “trilogos politikos”, il dibattito sul governo dell’Uno, dei Pochi e dei Molti. Otane è colui che propugna il governo dei Molti o più precisamente l’isonomia, sviluppa le sue argomentazioni ma infine esce battuto dalla discussione e decisione comune che vuole la monarchia. Si ritira così dalla competizione per chi dovesse esser eletto re dichiarando: “(Io) non intendo né comandare, né esser comandato”. Questo rifiuto di quello che chiamo principio di gerarchia, mi è profondamente consono, da sempre ed è base della mia seconda più profonda passione intellettuale che è politica e non contemplativa.

Il secondo è la famosa apertura del primo libro della metafisica di Aristotele, lì dove il Greco annuncia, che “Tutti gli uomini per natura tendono al sapere”. Molto tempo dopo, con lo sviluppo delle idee di Darwin, si è notato che effettivamente l’uomo è l’animale più generico possibile (l’aveva notato anche Marx, se ricordo bene), ovvero apparentemente il più  a-specializzato tra tutte le specie[24]. Apparentemente, perché in effetti la specialità adattativa dell’essere umano è la conoscenza. Facendo deduzioni, induzioni ed abduzioni e scambiandocele tra noi, siamo sopravvissuti a tutti i climi e le stagioni, a tutti i predatori e le scarsità, diventando una specie universale al pari dei batteri ma con molta più complessità. Il nostro tendere al sapere è genetico, è il nostro punto di forza, è la nostra essenza in quanto fine, anche quando il fine è nella ragion pratica, ciò attraverso cui ci siamo adattati così bene.

Il terzo invero non è una citazione ma la messa in relazione tra le prime due citazioni-pilastri. Il mio sogno ideale, idealismo alla Ernst Bloch del “principio speranza”[25] a cui tendere senza mai giungere, è che tra secoli o millenni, i successori arriveranno a distribuire equamente tra loro la conoscenza dopo averla complessificata di molti gradi, in modo da decidere tra loro consapevolmente come vivere assieme tra loro, tra loro e gli altri, tra tutti e l’arancia blu di cui siamo tutti effimera esistenza che improvvisamente compare, vive come può e poi scompare. Vivere in accordo al cambiamento continuo e perenne, modificando noi ed il nostro mondo umano e sociale ma anche responsabilmente quello naturale, avendo un fine condiviso, questo è il senso forse più ampio che si dovrebbe dare alla missione di Novalis.

Se si ha questo senso di appartenenza alla specie ed alla sua Storia, consegue l’impegno di noi minuscola frazione, a riflettere su come aiutarla a realizzare i suoi sogni, realizzando così anche i nostri.

0 = 0

[1] P. Fagan, Verso un mondo multipolare, Fazi editore, 2017; p. 14

[2] I quattro libri di Confucio, UTET, 2003; traduzione di F. Tomassini

[3] K. Jaspers, Origine e senso della storia, Mimesis, 2014

[4] M. Scarpari, Il confucianesimo, Einaudi, 2010

[5] F. Hegel, Lezioni sulla storia della filosofia, Laterza, 2009; pp. 69-70

[6] Tra i suoi molti libri, riassuntivo il recente: F. Jullien, Essere o vivere, Feltrinelli, 2016

[7] P. Frankopan, Le Vie della Seta, Mondadori editore, 2017

[8] Aristotele, Metafisica, Bompiani, 2000. Libri VII (Zeta), VIII (Eta), IX (Theta).

[9] Esordio del termine ai primi del ‘600, definitivamente posto da C. Wolff nel 1729.

[10] La sistemica dà poi vita ad una euristica ed ad una cultura propria che attraversa orizzontalmente le varie discipline mostrando se non delle costanti, dei pattern ricorsivi propri di tutte le nature sistemiche (forme di natura o di cultura a cui non si possa applicare l’ontologia sistemica, non ne ho trovate).

[11] Sulla indecidibilità delle dicotomie della ragion pura, lucido rimane il Kant della Dialettica trascendentale della prima Critica.

[12] Classico e delizioso sul problema delle dimensioni l’E. A. Abbott di Flatlandia, Adelphi, 1993

[13] P. Feyerabend, Contro il metodo, Feltrinelli, 1991

[14] Diceva Aristotele che “l’essere si dice in molti modi”.

[15] E. Morin, La conoscenza della conoscenza, Feltrinelli, 1989

[16] Se ne parla in questo articolo, citando una dichiarazione di M. Foucault che non conoscevo ma che ben illustra questa possibile ricollocazione del filosofo generale come indagatore dei contenuti e dei metodi di tutte le conoscenze: (Qui)

[17] Il più noto è il Sante Fe Institute nel New Mexico di cui è stato presidente Geoffrey West del quale segnaliamo il di recente uscito “Scala” per Mondadori, 2018. West si interessa in particolare delle leggi di crescita, vita e decrescita dei sistemi adattivi complessi nelle varianze di scala. Il testo è uno dei tanti esempi della possibile “scienza della complessità” (che è a sua volta un di cui della più ampia cultura della complessità detta anche “terza cultura”) che ruota intorno ai concetti di emergenza, entropia, sistema adattativo, retroazione, non linearità, auto-organizzazione, resilienza.

[18] Ad esempio: si cambia di continuità o a salti? Alle volte sembra dell’uno, altre volte come nella meccanica quantistica o nelle scariche dei neuroni (spike) o nel Cambriano indagato dal paleontologo S.J.Gould o nella svolta storica detta “rivoluzione”, dell’altro. Se introducete però nel discorso una ontologia sistemica, potrete ricondurre talvolta i due modi ad un unico processo in cui è la somma cumulativa di qualcosa che porta alla soglia della modificazione radicale e repentina da cui “emerge” il nuovo stato.

[19] Se considerate l’ambiente naturale come fornitore dell’energia che dà vita ad ogni processo economico che per altro la degrada irreversibilmente vi comparirà l’economia termodinamica e biologica di N. Georgescu Roegen; se aggiornate il registro antropologico non ancora sviluppato ai tempi d Marx con tutte le varie forme economiche embedded e non disembedded come quella che chiamiamo “capitalismo”, vi verrà fuori K. Polanyi; se leggete non solo i comportamenti economici degli individui o delle classi sociali ma anche l’influenza delle strutture di cui è fatta la vita sociale (struttura ha parentela con sistema), vi verrà fuori la scuola istituzionale americana.

[20] I Presocratici (Diels, Kranz), Laterza, 2004

[21] E. Schrodinger, L’immagine del mondo, Bollati Boringhieri, 2001. Nella Universale BB si segnalano opere con accenti o interessi esplicitamente  filosofici di M. Planck, A. Einstein, N. Bohr, mentre nel Saggiatore se ne trovano di W. Heisenberg, tradizione oggi rinverdita anche dal nostro C. Rovelli con uno dei suoi primi libri su Anassimandro. A dire che certe volgari recenti usciti di fisici che proclamano la “fine della filosofia” ed il trionfo della scienza sono segno della decadenza dei tempi. Così per il pari rifiuto a priori di certi contributi scientifici per molti umanisti dalla dotta ignoranza.

[22] Ancora Confucio distingueva tra gli antichi che studiavano per sé, mentre i suoi contemporanei sembravano più interessati ad impressionare gli altri (Dialoghi, XIV, 24). La conoscenza è potere e dà potere e lo studioso che ne ottiene pezzi pur sempre insufficienti, dovrebbe decidere cosa farne con maggior responsabilità etica.

[23] Erodoto, Le Storie, UTET, 2006; vol. I, pp. 565-571 (80,1 – 83,1)

[24] Ci riferiamo alle dotazioni naturali individuali ovviamente. Nelle forme di vita associata, l’uomo replica ed evolve di molti gradi le specializzazioni attraverso i sistemi di divisione del lavoro come quelle degli insetti eusociali (si veda il E.O. Wilson de “La conquista sociale della Terra”, Cortina editore, 2013). E’ questa contraddittoria posizione dell’animale auto-cosciente (l’uomo non è una formica) che si fa parte quasi-meccanica di un super-organismo sociale impersonale a determinare il dominio del principio di gerarchia, ed ahinoi, molte pagine tragiche del registro storico.

[25] E. Bloch, Il principio speranza, Garzanti, 2005

Pubblicato in complessità, filosofia | Contrassegnato , , , , , , , , | 2 commenti

LA SINISTRA ALLE PRESE CON LA NAZIONE, L’EUROPA ED IL MONDO.

Tra un anno si va a votare per l’Europa. Su Micromega, G. Russo Spena (qui), sintetizza le posizioni in cui si divide la sinistra europea.

La prima posizione è sostenuta da Linke (Germania) e Syriza (Grecia), dove però la posizione greca rispetto ai diktat della Troika, non ha mostrato apprezzabili pratiche politiche  alternative. Cambiare l’UE dal di dentro con intenti progressisti, la difficile linea.

C’è poi Varoufakis ed il suo Diem25 sostenuto dai sindaci Luigi de Magistris e Ada Colau, oltre a Benoit Hamon,  fuoriuscito dal partito socialista francese ha creato il movimento Génération-s – e da altre piccole forze provenienti da Germania (Budnis25), Polonia (Razem), Danimarca (Alternativet), Grecia (MeRA25) e Portogallo (LIVRE). Sinistra transnazionale che vuole democratizzare l’Europa.

Infine, ci sono Bloco de Esquerda portoghese, Podemos spagnolo e France Insoumise francese che hanno firmato assieme la Dichiarazione di Lisbona a cui ha successivamente aderito anche l’italiano Potere al Popolo. Anche qui si vuole costruire un contropotere democratico all’Europa neo-ordo-liberale.

Tutti e tre gli schieramenti mostrano un nuovo interessante fenomeno che è quello del dialogo e del coordinamento tra forze politiche di più paesi. Da tempo lo facevano le forze conservatrici, liberali e socialdemocratiche ovvero le forze di governo, quelle che governano nei rispettivi paesi e quel poco che si decide al parlamento europeo. Interessante che ora anche la sinistra quasi sempre di opposizione (Bloco de Esquerda è l’unica forza al governo oltre a Syriza) faccia i conti con il formato inter-nazionale.

Tutti e tre gli schieramenti, si ripromettono sia la democratizzazione delle istituzioni europee, sia l’inversione delle politiche neoliberali che le hanno contraddistinte. Il secondo schieramento, quello di Varoufakis, più che inter-nazionale, è trans-nazionale nel senso che a quanto par di intuire, si ripromette di costruire una unica forza politica contemporaneamente presente in più paesi, posizione molto in auge negli ambienti federalisti.

Il terzo schieramento invece, si è trovato subito diviso, una divisione però sopita e rimandata, tra il famoso “Piano B” di France Insoumise e Podemos. I francesi si sono presentati alle ultime presidenziali con un programma corposo “L’avvenire in comune”, nel quale hanno declinato 83 tesi in 7 sezioni. Nella tesi 52, presentavano l’ipotesi subordinata “Piano B”. Si trattativa dell’alternativa all’eventuale (certo) fallimento dei tentativi di correzione della politica europea, l’ultima ratio era la rescissione unilaterale francese dei trattati. Come molti avevano notato ai tempi del referendum greco, le trattative politiche si basano su i rapporti di forza e chi aspira a contrastare il potere dominante deve poter -ad un certo punto- mettere sul piatto l’opzione alternativa, quella che rovescia il tavolo. Senza questa minaccia o concreata alternativa, inutile sedersi a far qualsivoglia trattativa, trattasi di verità negoziale a priori.

Il Piano B francese era “o cambiamo l’UE-euro o usciamo”, rimaneva aperta una successiva  possibilità in cui la Francia sovrana avrebbe poi  stretto patti cooperativi e di collaborazione in ambito educativo, scientifico, culturale. Questa era la tesi 52, la 53 invece, iniziava con un “Proporre un’alleanza dei paesi dell’Europa meridionale per superare l’austerità e lanciare politiche concertate per il recupero ecologico e sociale delle attività” che è appunto ciò che hanno fatto a Lisbona. Con ciò terminava la quarta sezione e si passava alla quinta. La quinta sezione si apriva col titolo “Per l’indipendenza della Francia” e quindi dava outline di ciò che la Francia avrebbe potuto e dovuto fare sia nel mentre rimaneva nelle istituzioni europee, sia a maggior ragione e con più convinzione dopo l’eventuale applicazione dell’opzione nucleare che portava al Piano B, l’uscita unilaterale. La tesi 63, metteva in campo idee concrete di cose ed iniziative  da promuovere  nel bacino Mediterraneo, un Mediterraneo braudeliano quindi considerato sia per la sponda europea (Portogallo, Spagna, Francia, Italia, Grecia), che per quella nord-africana (Marocco, Tunisia, Algeria, Libia). Il senso dell’intera questione manteneva una certa ambiguità tra questi tre livelli: Francia sovrana, Francia cooperante con i paesi latino-mediterranei nella lotta contro ma dentro l’UE, Francia perno di un nuovo sistema mediterraneo come già Sarkozy ma anche molti altri francesi avevano pensato in passato, ancora dentro l’UE ma a maggior ragione se fuori.  L’ editoriale del numero in edicola di Limes, rimarca pari ambiguità in Macron quando questo sembra superare di slancio il principio di non contraddizione nel sostenere al contempo la Francia sovrana ed uno stadio superiore di Europa federale.

Podemos, pur avendo firmato la Dichiarazione di Lisbona, pare stia ancor tentennando su Diem25 ma più che altro è interessante sottolineare come Iglesias abbia del tutto escluso la condivisione del Piano B di France Insoumise. Al di là delle opinioni specifiche di Podemos sull’euro, Iglesias ha specificato che in Spagna c’è un forte per quanto vago ultramaggioritario sentimento europeista, lo stesso che posso testimoniare personalmente vivendo lì una parte dell’anno, hanno i greci.  Sentimento europeista non vuole affatto dire adesione a questa UE o a questo euro, si tratta di una intuizione più culturale che politica.

Molta parte dell’opinione pubblica europea, è come se avvertisse che i tempi impongono il fare una qualche forma di fronte comune. Il sentimento è forte nel suo radicamento ed al contempo debole nella sua razionalizzazione, unisce i convinti supporter dell’attuale stato di cose, quanto i suoi più convinti critici oltre che ovviamente gli indecisi ed i confusi che sono la maggioranza. Vedi Trump, vedi Putin, vedi Xi Jinping, i britannici che si mettono in proprio, senti di bombe atomiche coreane, terroristi arabi, migranti africani o asiatici, la incombente matassa intricata della “globalizzazione”, l’incubo delle nuove tecnologie, il temuto collasso ambientale e ti viene facile pensare che davanti a tanta minacciosa complessità, l’unione fa la forza e da soli non si va da nessuna parte. Il passaggio da “unione” come spirito vago ad “Unione” come istituzione precisa è garantito dal meccanismo di analogia che abbiamo nel cervello, “sembra” proprio che l’uno risponda all’altro. Vale per le élite, per i medio informati ma anche per coloro che usano più neuroni della pancia che quelli della scatola cranica. Chi si muove politicamente in forma critica sulla questione europea dovrebbe tener conto di questo diffuso sentimento se non altro perché chi fa politica deve aver per interlocutore pezzi di popolazione prima che l’avversario ideologico. Si fanno discussioni con gli amici ed i nemici ideologici davanti a pezzi di popolazione perché il fine politico è conquistare cuori e menti di questi secondi. Dai temi che tratta al linguaggio che usa, questa avvertenza di parlare sempre alla generica popolazione, è del tutto ignorata dalla sinistra che oggi si interroga su dove mai sia finito il suo “popolo”.

Sembra quindi che France Insoumise abbia costruito una posizione a cerchi concentrici di definizione. Il cuore a fuoco è la battaglia contro questa UE ed euro, la corona interna meno a fuoco è la ricerca di alleanze organiche con forze politiche latino-mediterranee da cui la Dichiarazione di Lisbona, la corona esterna ancora meno a fuoco un po’ sciovinista e molto “francese”, è l’idea in fondo guida di una Francia sovrana al centro di cerchi concentrici di cooperazione asimmetrica che arriva fino a pezzi della Françafrique. Questa ultima posizione occhieggia a più vasti settori dell’opinione pubblica francese, inclusi pezzi di classe dirigente ed è forse merito di questa ampia vaghezza se France Insomise ha preso quasi il 20% al primo turno delle presidenziali. Se Mélenchon declina questo target a fasce concentriche che sembrano volersi distaccare dall’UE, Macron declina la stessa geometria egemonica  rivolta verso più UE[1].  Come mai, pur da sponde opposte, i due francesi si agitano tanto occupando più posizioni al contempo e lasciando intendere tutto ed il suo contrario?

Svegliatici, occorre dircelo, tutti un po’ tardi rispetto a ciò che si era stabilito a suo tempo nel trattato di Maastricht (che ricordiamolo è del 1992), l’analisi critica si è soffermata su gli aspetti economici e monetari, tra neo-ordo-liberismo e posizione dominante tedesca. Ma se andiamo a ritroso del registro storico, si vedrà come tutto ciò che precede Maastricht e l’euro  (ed inclusi questi) a partire dall’immediato dopoguerra, ha il suo baricentro non in Germania ma in Francia. E’ la Francia a promuovere la CECA, è la Francia a non approvare la riforma decisiva che avrebbe potuto dare un futuro politico all’Europa ovvero la CED (approvata già dai Benelux e dalla stessa Germania), è la Francia e non far entrare la Gran Bretagna in UE per poi ripensarci ed è lei stessa a sospendersi dalla NATO per diventare potenza atomica per poi ritornarci, è De Gaulle ad invitare Adenauer a Parigi per sancire il trattato dell’Eliseo (1963) quindi fissare formalmente la diarchia regnante l’europeismo, e così via fino allo stesso Maastricht e l’euro che nascono come  contropartita richiesta alla Germania per il via libera dato alla sua preoccupante riunificazione. I tedeschi, si sono limitati ad imporre la struttura economico-monetaria ai trattati, struttura che per altro avevano già nella loro Costituzione dal 1949 e dalla quale non avevano la minima intenzione di derogare perché fonda la loro nazionale narrativa post-bellica, soprattutto come spiegazione dell’irrazionalità da cui sorse il nazismo. Secondo questa narrativa, il nazismo venne dall’eccesso di inflazione.

Questo ci ha portato altrove a definire il progetto europeista, primariamente un trattato di pace tra Francia e Germania, stante che nei due secoli precedenti, questi campioni della potenza europea, si erano già combattuti e reciprocamente invasi più volte. Il  problema del confine tra Francia e Germania con tutto il portato di carbone, acciaio, metallurgia e siderurgia (quindi armi), è una costante geopolitica ovvero basata sulla politica (gli Stati, la volontà di potenza) e la geografia (confine in comune, passato indistinto, assenza di chiari segni geografici di separazione). Se Mélenchon si agita verso più autonomia e Macron verso più integrazione, l’uno pensa che la relazione con la Germania sarà sempre subalterna, l’altro pensa di poterla dominare o quantomeno contrattare secondo la tradizione del dopoguerra, il punto in comune è la Francia, la sua posizione nei prossimi decenni. Si noti come in tutta la questione europeista si incrocino sempre due assi, quello degli interessi delle classi sociali e quello degli interessi delle nazioni. Ogni governante sa che maggiore è il vantaggio portato alla propria nazione, più relativamente agevole sarà gestire i rapporti tra le classi sociali.

Tutta la faccenda europeista, se da una parte discende dal problema dei confini e dalla turbolenta convivenza dei due potenti vicini, non meno certo che da considerazioni ed interessi dell’ economia di mercato e della élite che ne beneficiano, discende anche da alcune non sbagliate considerazioni che si trovano nel Manifesto di Ventotene non meno che in Carl Schmitt, in Alexander Kojève non meno che nel primo scritto europeista del poi diventato leggenda nera principe Coudenhove Kalergi, la PanEuropa. Questi e molti altri, che data l’estrema eterogeneità non possono dirsi discendenti di una unica ideologia (ci sono accenni di Stati Uniti d’Europa addirittura in Lenin), evincono sin dai primi del Novecento che oggettivamente Europa non è più un campo di gioco unico in cui si riflettono le sorti del mondo. Gli Stati Uniti, il Giappone, la Cina, la Russia, il mondo arabo su fino all’India, segnano il prepotente allargamento del rettangolo di ogni gioco, politico, geopolitico, culturale, militare ed ovviamente economico. Lo spettro largo di queste riflessioni dura un secolo ed è la versione più colta del sentimento “unionista” di senso comune di cui abbiamo parlato prima.  Improbabile che Europa, dove a fronte di un 7% delle terre emerse si concentrano ben il 25% degli Stati mondiali, possa continuare a pensarsi come una macedonia conflittuale di stati e staterelli di più o meno antico pedigrèe. La doppia tenaglia anglosassone e sovietica per più di quattro decenni, ha reso presente a tutti come la divisione fa imperare altri soggetti, la sovranità prima ancora che monetaria, fiscale e giuridica, la si è perduta militarmente, quella politica ne è solo la conseguenza. Questo ci dice che se prima abbiamo individuato due assi ora ne dobbiamo mettere un terzo, oltre alla lotta tra le classi di una nazione e quella tra le nazioni europee tra loro, c’è anche da considerare che il quadrante di gioco non è più solo quello sub continentale ma quello mondiale.

Torniamo così al nostro discorso principale. Chi si propone di democratizzare l’UE temo stia perdendo altro tempo. Mi domando se “più democrazia” sia una invocazione infantile che serve ad acchiappare voti agitando il nobile drappo dell’autogoverno dei popoli o un preciso piano. In questo secondo -improbabile- caso, mi domando come pensano questi neo-democratici di risolvere il problema dell’oggettiva differenza che corre tra popoli latini e mediterranei e popoli germani e scandinavi, tra gli euro-occidentali e gli euro-orientali. Se domattina Mago Merlino con la bacchetta magica ci donasse il parlamento dell’euro a cui sottomettere la politica della banca centrale, i mediterranei  avrebbero la maggioranza dei 2/3, se ben convinti (e ci sono oggettivi interessi materiali nazionali a largo spettro a supporto) potrebbero far passare la riforma dell’euro facile-facile. Un millisecondo dopo la Germania, l’Olanda, la Finlandia, Lussemburgo ed i tre baltici uscirebbero.  Lo stesso varrebbe per la maggioranza italo-francese nell’eventuale parlamento della piccola federazione dei sei paesi fondatori la CEE-UE.  Così per lo statuto dell’euro ma anche per le altre necessarie riforme economiche e sempre evitando la politica estera che con la sua radice geografica, pone i mediterranei e quelli del Mare del Nord su sponde opposte, interessi diversi, prospezioni ed alleanze altrettanto diverse. Per avere democrazia ci vuole -al minimo- una Costituzione un parlamento, un governo, l’unione dei tre poteri di Montesquieu ed in definitiva niente di meno di uno Stato. Questo Stato che è l’unico sistema conosciuto in cui applicare la democrazia, a 6 se a base storica (?), 19 se su base euro o a 27 se su base UE, non è materialmente possibile per motivi auto-evidenti che i “democratici” non capisco perché si ostinino a non voler vedere. Se per fare un mercato si può essere 19 o 27 e pure eterogenei, per fare uno Stato sono richieste omogeneità giuridiche, culturali, religiose, linguistiche, storiche, politiche. Ogni volta che il sistema di mercato (UE) tenta di fare lo Stato si spacca, ma non lungo le linee ideologiche, lungo le linee geo-storiche. Ancora di recente, Macron si è speso per l’intensione (più governante quasi-federale) e Juncker ha invece ribadito l’estensione (ci sono molti paesi nel sistema, sarebbe più utile allargare il sistema ad altri paesi ad esempio i balcanici), perché le logiche per fare Stati o quelle per fare mercati sono intrinsecamente diverse.

Nessuno vuole in Europa uno Stato federale (anche perché materialmente irrealizzabile), quindi nessuno è in grado di sottomettersi a volontà generali che diventerebbero potere di popoli su altri popoli. Tra il disprezzo nei confronti dei mediterranei ed il ricambiato odio per i tedeschi o l’ironia svagata su quanto si sentono furbi i francesi senza esserlo davvero, mai come oggi stanno tornando in auge sentimenti nazionalistici che categorizzano molto sommariamente l’Altro. Far finta che non esistono i popoli o gli Stati o la storia o la geografia non aiuta, non appena si spinge troppo sull’inflazione retorica unionista, ecco spuntare subito il rimbalzo sovranista. Ma il peggio è che unionisti e sovranisti si disputano il gran premio della chiacchiera perché tanto né sembra si possa andare a più unione, né tornare alla nazione e ciò che impera, alla fine della fiera, è sempre e solo la Commissione, la BCE, i “Nien!” tedeschi. Tra il grande ed il piccolo Stato, alla fine vince sempre il Mercato.

= 0 =

Siamo nel doppio vincolo, da una parte vorremmo esser più forti ed unirci ma la nostra estrema eterogeneità lo rende impossibile, dall’altra vorremmo ripristinare una accettabile democrazia e tornare a decidere noi sul “che fare?” il che però ci riporta in teoria ai nostri singoli stati che già oggi ma viepiù fra trenta anni, varranno quanto il due di coppe a briscola quando regna bastoni. Strappare più sovranità oggi, significa perderla senza speranza nell’immediato domani del commercio internazionale, della circolazione dei capitali, della dittatura dei mercati, delle nostre fragilità economiche, dei diktat anglosassoni sulla NATO, delle crescente minorità politica di nazioni piccole, sempre più anziane, sempre meno competitive e significative nello scenario mondo.

In questo dilemma che a volte si presenta come trilemma (dentro la nazione, tra le nazioni europee, nazioni europee vs resto del mondo) la sinistra ha forse una opportunità per quanto la confusione mentale ed ideologica oggi occulti proprio ciò che ha davanti a gli occhi.

Se gli otto paesi firmatari del distinguo rispetto ai sogni devolutivi macroniani sono tutti del nord Europa (inclusa la Germania dietro le quinte), se il gruppo di Visegrad unisce stati orientali confinanti ed eterogenei uniti però nel distinguersi rispetto ai dettami occidentali franco-tedeschi, se la Dichiarazione di Lisbona è firmata dai meridionali portoghesi, spagnoli, francesi ed una particella di italiani è perché l’Europa è fatta di popoli ed i popoli di culture, di storie sovrapposte su un piano geografico costante che unisce alcuni e separa altri. Sono le culture l’ordinatore che consente e non consente le eventuali fusioni tra Stati-nazione in Europa. Nessun paese latino mediterraneo avrebbe grossi problemi ad avere una banca centrale che fa quello che ogni banca centrale al mondo fa (espansione economica, controllo del cambio, aiuto nella gestione del debito pubblico oltre al fatidico controllo dell’inflazione), non così i tedeschi e la loro area egemonica nord europea. E lo stesso gruppo dei latini certo che ha interessi geopolitici comuni verso il Mediterraneo, il Nord Africa ed anche il resto del continente che s’affaccia sul nostro stesso mare (per non parlare delle opportunità di sistema con il Centro-Sud America), quindi interesse ad unire le forze in qualche modo. Interessi diversi da quelli germano-scandinavi o dei confinanti con la Russia.

Tra paesi latino mediterranei si possono fare alleanze senza speranze che si battano per una diversa UE, si possono promuovere  maggior livelli di integrazione e cooperazione fattiva mentre si rimane nell’UE, ci si può dar man forte per coordinare una simultanea uscita dall’euro tornando a chi ci crede alle rispettive valute o per uscire tutti dall’euro tedesco e confluire  in un altro euro mediterraneo espansivo, svalutabile, di aiuto alle gestione dei debiti pubblici (soprattutto quelli collocati all’estero, estero che a quel punto avendo nel nuovo sistema sei diversi paesi, diminuirebbe come impegno nel caso lo si volesse ricomprare per immunizzarsi dagli spread, come è in Giappone), sottomesso non ad un trattato ma ad un parlamento democraticamente rappresentativo.

Nel rompicapo europeo non ci sono soluzioni facili e questa invocazione di un insieme latino-mediterraneo non è esente da problemi. Si tratta però di scegliere la via meno problematica e sopratutto quella che apre a maggiori condizioni di possibilità. La comune cultura latino-mediterranea è l’unica solida base per cominciare a sviluppare progetti politici inter-nazionali per tempi che stanno velocemente scalando indici di complessità sempre meno rassicuranti. Ci conviene oltremodo svegliare tutti dal sonno dogmatico che vuole unioni a 27 o a 19 senza che sussistano gli indispensabili pre-requisiti per farlo, così come ci conviene essere realisti e responsabili e cominciare a pensare  che nel mondo nuovo paesi solitari da 60, 40, 10 milioni di abitanti avranno sovranità men che formali. Coordinarsi tra simili per criticare, provare a cambiare o abbandonare l’euro non meno che la NATO, è condizione necessaria, il fine preciso lo valuteremo assieme, intanto fissiamo il mezzo.

Non esiste una sinistra senza una Idea ed in tempi così complicati, far base su un substrato comune di origine geo-storico, quindi culturale, quindi popolare e reale, a noi sembra il modo migliore per far si che la sinistra torni a pensare e ad agire politicamente. Se le opinioni specifiche su UE, euro e vari tipi di progetti avanzati da più parti fanno perno su quel sentimento istintivo che pensa necessario unire le forze tra alcuni di noi, dare a quel sentimento la prospettiva più limitata e perciò più concreta dell’alleanza progressiva tra noi mediterranei europei (per i paesi-popoli musulmani mediterranei il discorso verrà fatto dopo, non si possono fare progetti di unione federale con paesi del nord Africa, ora), può aiutare a darci identità, egemonia nel dibattito pubblico, spinta creativa a disegnare il mondo che verrà, voglia di tornare a fare politica. Se la sinistra nasce nel conflitto sociale interno, oggi deve anche misurarsi con il formato Stato-nazionale, coi rapporti interni all’Europa che sono tra nazioni prima che tra classi e col problema di ciò che è fuori dal nostro antico mondo. L’Idea deve orizzontarsi su tutte e tre le variabili altrimenti rimane idealismo, inutile sequenza di petizioni di principio e non progetto.

La sinistra uscirà dalla sua crisi quando dimostrerà di avere un progetto positivo sulla realtà, alla funzione critica si può aderire scrivendo e comprando libri (una delle principali attività della sinistra), ma non si costruisce realtà con la “potenza del negativo”. La sinistra nata dal conflitto di classe deve sapersi riattualizzare davanti ai tre scenari sistemici mai davvero trattati in profondo dalla sua pur voluminosa produzione teorica: nazione, Europa, mondo. Niente progetto, niente sinistra.

0 = 0

[1] Il Piano Macron è stato presentato a settembre 2017 alla Sorbona. Le “corone” del piano Macron erano sicurezza, difesa e politica estera, tre argomenti che si fondono come interesse francese ad agire negli “esteri” identificando l’interesse francese con quello europeo. La partecipazione francese, almeno “ideale”, al bombardamento in Siria e l’orgogliosa rivendicazione valoriale che ne ha fatto Macron il 17 aprile a Bruxelles, confermano di questa vocazione del francese ad intestarsi la funzione esteri. (Sullo sviluppo del business della difesa, si veda questo contributo di B. Montesano su Sbilanciamoci: http://sbilanciamoci.info/difesa-europea-business-della-sicurezza/ a rimarcare la costante ambiguità per la quale non si parla di esercito comune ma di business comune). Oltre ai tre argomenti “estero”, il piano Macron ha ambiente e ricerca tecnologica dove quest’ultima segna una delle croniche debolezze europee. Nessuno stato europeo è effettivamente in grado di mobilitare investimenti significativi in grado di competere con quelli americani e cinesi, mancanza che poi si riflette nelle minori condizioni di possibilità economiche e mancanza di indipendenza in un settore strategico. Infine, l’euro che Macron vorrebbe riformare con un comune bilancio e conseguente allineamento fiscale e con unico ministro delle Finanze.  Difficile che anche volendo (e sull’esistenza di questa volontà è lecito nutrire parecchi dubbi), la Germania in cui le due forze politiche in ascesa e che controllano già oggi un quarto dell’elettorato sono i Liberali euroscettici ed AfD apertamente xenofoba, aderisca al progetto se non rendendolo ancora più ambiguo tra la sua forma narrativa e la sostanza ben meno palpitante. Chissà quindi se ci sono proprio i tedeschi dietro la presa di posizione del 6 marzo, in cui otto paesi euro (Finlandia, Irlanda, Olanda, i tre baltici, Svezia e Danimarca ultimi due non in Eurozona e si tenga conto che fuori Eurozona c’è poi su posizioni simili anche il Gruppo di Visegrad) hanno pensato necessario dichiarare assieme l’assoluta contrarietà ad ulteriori devoluzioni dei poteri nazionali, bocciando in sostanza il piano Macron. A sentire le dichiarazioni di Merkel in preparazione del vertice con Macron sembrerebbe proprio di sì, i settentrionali  non vogliono alcun sistema politico comune coi meridionali, non si capisce perché i meridionali non ne prendano atto e ne traggano conclusioni.

Pubblicato in euro, europa, politica | Contrassegnato , , | Lascia un commento

L’ORA PIU’ BUIA.

[Rompo momentaneamente il format del blog che in questa pagina principale ospita -in genere- solo articoli e studi mediamente approfonditi. Pubblico invece un post delle 8.00 di stamane sulla mia pagina fb, scaturito dalla notizia del giorno. Trattandosi di fatto geopolitico che è non l’unica ma una delle principali questioni intorno a cui articolo le mie riflessioni, corre l’obbligo data la rilevanza degli eventi.]

L’ORA PIU’ BUIA (h. 03.00). “Allora capo, facciamo che prendiamo tre palazzine vuote di periferia e ci picchiamo sopra un centinaio di missili che fanno BUM! BUM! BUM! dicendo che sono centri di ricerca su i gas venefici. Facciamo tipo alle 3 ora locale così è buio, la gente sta a casa e non corriamo rischi, i fotografi immortalano le scie dei missili perché una immagine vale più di mille parole. Lei va in televisione e fa il pezzo da padre severo ma giusto, io chiamo russi ed iraniani e gli do le coordinate dei lanci pregandoli di star calmi che se manteniamo tutti le palle ferme, nessuno si fa male e ne usciamo tutti alla grande, ok?”

Così, alla fine, deve esser andata e meno male. Avrebbero potuto farlo già due giorni dopo il presunto attacco quando è arrivato il cacciatorpediniere D. Cook ed avrebbero dimostrato la stessa cosa ed in più anche di esser svegli e sempre sul pezzo. Lo hanno invece fatto quando la faccenda s’era intricata assai e si rischiava di non saper più come uscirne senza perdere la faccia. Vedremo nei prossimi giorni ma l’impressione, anche leggendo i pezzi dei giornali mattutini, è che qualcuno voleva il colpo grosso, qualcuno voleva trascinare gli USA al first strike per iniziare una escalation da manovrare in un senso ben più ampio, rischioso e drammatico. Invece del first strike hanno avuto l’one shot, Armageddon è rinviato, anche questa volta la terza guerra mondiale non è iniziata, delusione.

Delusione dei commentatori e pioggia di penne occidentaliste avvelenate su Trump, pallone gonfiato da sgonfiare con pennini appuntiti che fa quello che non dovrebbe e non fa mai quello che dovrebbe. Immagino le telefonate tra Netanyahu, May, Macron e gli amici americani che vedevano sgonfiarsi il trappolone messo in scena, anche stavolta è andata male. L’impressione è che, per l’ennesima volta, noi si sia sopravvalutata l’intelligenza e la sofisticatezza delle élite occidentaliste.

Solo pochi giorni fa abbiamo espulso ben 150 diplomatici russi per una ragazza poi dimessa dall’ospedale ed il padre che oggi mangia, legge il giornale e piano piano si sta rimettendo chissà da cosa visto che il presunto gas a cui si è sostenuto fosse stato esposto è incurabile e letale al 100%. Dopo quella bella prova di improvvisazione e cialtroneria, si è ripetuta la scena questa volta muovendo intere flotte, concitati Consigli di Sicurezza, scontri di civiltà, giorni del giudizio e gli Avengers che a proposito escono con il nuovo episodio nelle migliori sale il prossimo 25 Aprile.

L’ora più buia è quindi quella in cui sta sprofondando l’Occidente, una gloriosa civiltà che sembra aver le idee sempre più confuse, che mena fendenti a vuoto, che scambia la realtà per il cinema come neanche l’ultimo dei Veltroni, che combatte coi selfie ed i tweet e non si raccapezza più in un mondo che gli sta inesorabilmente sfuggendo di mano.

Intanto pare che a Parigi sia morto Haftar e Macron che ha due TGV fermi su tre e ha rischiato di diventare un meme eterno della vasta collezione delle figure di m. stile Powell, ora si trova con un problema in più. Anche il neo rieletto al Sisi e lo stesso Putin, perdono il loro campione nel teatro libico e vedremo come si riapriranno i giochi colà.

Il conflitto titanico permanente tra West and the Rest (di cui abbiamo spesso parlato più seriamente e da ultimo qui), continua. L’ora più buia è quella che precede il sorgere del sole. Peccato che il sole, notoriamente, sorge ad Oriente e che l’Occidente sia il luogo del tramonto.

[La citazione pare provenga da Paulo Coelho che i miei lettori e lettrici sapranno non essere esattamente un mio riferimento culturale. Ci stava bene però nel contesto, spero verrò perdonato]

Pubblicato in geopolitica, occidente | Contrassegnato , , | 4 commenti

APPUNTAMENTO.

Oggi, 12 aprile, sarò ospite di Senso Comune Bologna, al Dipartimento di Scienze Politiche dalle ore 17.00 per una chiacchierata sulla problematica geopolitica europea. In verità, l’Unione Europea non è un soggetto politico intenzionale, quindi non lo è neanche il senso di politica estera se non in forme assai contraddittorie. Europa però è un territorio e quindi ha comunque problematiche di politica e spazio. Proveremo quindi a dipanare questa matassa complessa proprio nel mentre la geopolitica ha in cartello la grande attesa sulla punizione di Assad. Opporre alle cannoniere la conoscenza è il modo migliore per combattere il gioco che siamo -volenti o nolenti- chiamati a giocare.

29597909_211967046053545_7250313984308168109_n

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

APPUNTAMENTO.

Venerdì 26 marzo alle ore 18.30 a Milano, introdurrò la due giorni di studi geopolitici del collettivo Idee sottosopra, all’ARCI Bellezza, via Giovanni Bellezza 16/a.

Pubblicato in geopolitica | Lascia un commento