ANDANDO INCONTRO ALLA TEMPESTA, SENZA MAPPE E BUSSOLE, LITIGANDO, IN UN VASCELLO DI CUI NON ABBIAMO IL TIMONE.

giu10-21. Tra coloro che si trovano nella poco invidiabile condizione espressa nel titolo, c’è un gruppo di persone che nella loro vita hanno desiderato, sognato, immaginato un modo di stare al mondo in cui all’interno dei gruppi umani, grandi e piccoli, la differenza umana non si ordinasse attraverso una gerarchia fissa, il dominio sistematico di alcuni umani su altri. Questo sentimento sociale che chiamiamo sentimento d’uguaglianza, ha preso varie forme nella storia: piccole comunità religiose, produttive, militari, politiche, guidate dal principio d’uguaglianza. Nella grandi comunità, è stato molto più difficile trovare la forma che tende all’uguaglianza del potere sociale tra individui e la sua ricerca, ha preso per lo più la forma della rivolta a qualche odiosa condizione di sudditanza. Molte di queste rivolte sono poi state soffocate o normalizzate. In qualche raro caso, sono arrivate a conseguire il potere generale della comunità ma purtroppo, hanno poi subito una trasformazione che le ha portate a replicare, magari cambiando i segni della rappresentazione sociale sul solo piano formale, il potere dei pochi su i molti.

Questo sentimento di uguaglianza è non solo esteso a tutto il tempo umano ma anche a tutto il suo spazio, lo si può dire con cautela su i precisi confini della sua consistenza, forse, un universale. Probabilmente, si basa su un dispositivo di logica individuale naturale. Questo dispositivo accoppia due moduli, l’uno dice di non voler per sé l’esser dominato da alcuno, l’altro dice in base al funzionamento dei meccanismi empatici/simpatici, che tale volere è anche negli altri, da cui la risultante: liberarci assieme dalla coazione dominante/dominato. In pratica, ciò che Erodoto diceva “coloro che non vogliono né dominare, né esser dominati”, l’uomo libero. Poiché però, sino all’odierno livello di evoluzione sociale, non è stato possibile dargli esecuzione in forme concrete, stabili e durature, la storia registra vari atteggiamenti di sopravvivenza alla sconfitta di questo sentimento. I più, hanno accettato di convivere con le ragioni della sua sconfitta e si sono posizionati sulla scala sociale di modo da avere quanti meno altri sopra e quanti più sotto. Poiché questa strategia è relativa, abbiamo avuto individui che avevano “potere” su interi popoli ed altri che avevano potere solo sul loro cane. Uno sparuto gruppo, pur alla fine adeguandosi per ragioni di realismo della sopravvivenza, ha continuato a coltivare il sentimento, scrivendo, parlando, provando e riprovando, pur andando incontro a contraddizioni e regolare frustrazione. Visto l’attrito tra questo sentimento che è diventato viepiù “ideale” e l’altro che ha spadroneggiato nel reale, l’ideale è diventato l’oasi mentale in cui ristorarsi delle tante e continuate frustrazioni del reale. Altri, poco riflessivi, hanno continuato a coltivare il sentimento a parole ma nei fatti sono stati di piena intenzione dei gerarchici.

2.L’applicazione storica di questo dissidio tra l’aspirazione all’uguaglianza nei sistemi delle relazioni sociali e la difficoltà di dargli esito concreto, prendendo la storia di un preciso luogo ossia l’Europa ed una porzione di tempo ossia gli ultimi trecentocinquanta anni, ha visto lo svolgersi di due pratiche politiche diverse e parallele. La prima si è espressa in forma lieve e presto repressa nella Guerra civile inglese di metà XVII secolo (diggers, levellers), e si è di nuovo espressa in forma ben più corposa nella Rivoluzione francese di fine XVIII secolo. La seconda ha preso forma nei moti politici e della riflessione teorica con le prime forme di socialismo “ingenuo” francese[1] e si è poi formalizzata nell’edificio concettuale costruito da Marx. Da qui ha preso ad esprimersi in pratiche politico-sindacali in vari punti d’Europa ed è poi assurta a manifestazione concreta e decisiva per la presa del potere in Russia ed in seguito in Cina.

Tolti i casi concreti sovietico, cinese, cubano e poco altro, la pratica di questa ispirazione nota come “comunismo”, soprattutto nei luoghi natii, ovvero l’Europa, ha preso più che altro la forma di un movimento politico che ha portato la classe sociale perno della teoria comunista -il proletariato-, a battersi ed ottenere prima la riduzione parziale dell’orario di lavoro, poi il riconoscimento del diritto sindacale, poi qualche battaglia vinta sulla remunerazione delle prestazioni da lavoro e limitazioni ad alcuni abusi tra cui il lavoro infantile[2] prima largamente praticato. Nel mentre, poiché il sistema politico dominante l’Europa, a partire dalla rivoluzione cosiddetta “gloriosa” degli inglesi a fine XVII secolo, si era conformato secondo sistemi di rappresentanza, il movimento comunista e socialista europeo, si addensò anche in partiti politici che esprimevano rappresentanza. Questo movimento portò alle lotte per un suffragio sempre più ampio, fino all’ottenimento progressivo di una piena democrazia rappresentativa popolare a cui i partiti socio-comunisti parteciparono per contendersi il consenso ed il potere di governo. Tutto ciò pur avendo, in teoria, una ben diversa, per quanto vaga, teoria dello Stato.

Dallo snodo francese del Luglio del 1789 in poi, la parte di coloro che più degli altri, portavano avanti le istanze del desiderio d’uguaglianza, prese a dirsi “sinistra” relativamente alla divisione spaziale delle assemblee rappresentative in cui gli altri, i portatori dell’opposto principio di diseguaglianza, si posizionavano a destra degli emicicli[3]. Questa “sinistra” si diceva “democratica”, riprendendo una codificazione del governo popolare che aveva un solo esempio storico, per altro molto antico: l’Atene del V secolo avanti Cristo. Invero, non era pacifico che il sistema ateniese di partecipazione diretta avesse parentela con quello rappresentativo. La confusione dei tempi fece sembrare ovvio che grandi nazioni moderne non potessero politicamente strutturarsi come i trenta/quarantamila maschi adulti di famiglie proprie di quella antica polis ma si pensò che se la forma era diversa l’ispirazione del “governo del popolo per il popolo “ era la stessa. L’uguaglianza e la diseguaglianza, vennero quindi inizialmente intese rispetto al diritto di voto e di proporzionalità nella rappresentanza. Qui c’è un equivoco fondamentale poiché essendo la sostanza forma e materia, se cambia la forma, cambia in parte anche la sostanza ed in effetti, come poi si dimostrerà nei due secoli successivi, tra la democrazia reale ateniese (per quanto imperfetta e contraddittoria) derivata dl concetto di isonomia e quella delegata del ‘900 in poi, le sovrapposizioni vanno sempre più fuori registro. Tra l’altro anche per il fondamentale divario tra l’ordinatore dell’intera organizzazione sociale: politico nel caso ateniese, economico nel caso dell’Europa moderna. Che quella rappresentativa con partecipazione diretta una volta ogni quattro anni per delegare qualcuno alla decisione politica, fosse un finta libertà, Rousseau l’aveva ben detto già a metà del XVIII secolo  ma nella storia del pensiero quasi mai  il dire una cosa cambia il corso degli eventi, debbono sincronizzarsi vari fattori per far dell’idea un fatto, variabili che ai tempi non erano sincronizzate e tali son rimaste sino ad oggi. In tutto ciò, l’alone mitico portato dal concetto di “democrazia” continuò a sostenere una sostanza che era democratica in maniera molto discutibile. Di fatto, i rappresentanti (senza vincolo di mandato), erano una élite, erano i Pochi, però con legittimità aumentata, erano una formazione oligarchica prodotta con metodo di voto democratico.

Non è chiaro se anche il marxismo di Marx si potesse dire di “sinistra”[4]. In fondo, tale codice, era proprio nato in una assemblea di delegati parlamentari e tra l’altro, per lo più della classe sociale borghese. Ma il marxismo non prevedeva né tale primato della borghesia, né assemblee parlamentari di delegati. In verità, non si sa bene cosa prevedesse nello specifico del funzionamento della attività politica poiché l’elaborazione teorica del tedesco si era dedicata a destrutturare le tesi dominanti da cui far uscire dialetticamente l’antitesi , sulla sintesi c’era una attesa, chi dice meccanica, chi dice messianica, chi dice semplicemente “vaga”. Secondo Marx, non stava a lui scrivere le “ricette delle osterie del futuro”, a lui spettava semmai solo definirne l’ impianto generale che muoveva la Storia. L’azione creativa dell’antitesi[5], prevedeva il proletariato che lottando per liberarsi dalla sua condizione di subordinazione (oppresso dagli oppressori), distruggendo ed annullando l’ordine in atto, avrebbe per effetto connesso, distrutto la struttura che Marx riteneva essere  il portante di ogni storica forma sociale di diseguaglianza: il possesso dei mezzi di produzione. L’emancipazione del proletariato avrebbe emancipato e liberato tutti gli uomini. Cosa aveva portato all’alba delle società complesse, la prima asimmetria nel possesso dei mezzi di produzione e da lì in poi al dominio dell’uomo sull’uomo, venne indagato con gli strumenti del tempo, sostanzialmente con l’antropologia di L. H. Morgan e H. S. Maine[6], antropologia primitiva di un secolo e mezzo fa.

Però, la distinzione destra – sinistra, era ormai entrata nella cultura politica del tempo ed ogniqualvolta si formeranno due parti in disputa dell’intenzione politica, se più popolare o più elitaria, se più per i molti o più per i pochi, se più per lo status quo o più per il cambiamento, si riprodurrà tale dicotomia distintiva. Del resto all’origine del secolo XIX, effettivamente, la contabilità sociale vedeva pochi borghesi e molti proletari ed i primi erano gli oppressori dei secondi. I comunisti non amavano dichiararsi democratici, i “democratici” erano di vario tipo ma senz’altro non comunisti e comunque “democratico” era soltanto colui che si riconosceva nelle istituzioni del parlamento dei rappresentanti eletti a suffragio universale in chiaro disallineamento tra nome e cosa. I socialisti, mediarono le due tradizioni in una via di mezzo che accettava il gioco parlamentare ed una democrazia rappresentativa rinforzata in senso popolare, quindi dal basso, per giungere ad un certo controllo dei mezzi di produzione (non assoluto) tramite il potere dello Stato. Nel tempo poi perderanno anche questo ultimo legame con l’origine marxiana e si porranno solo obiettivi di costante riequilibrio sociale pur all’interno del modo economico -cosiddetto- capitalista nella versione social-democratica.

3.Queste radici nate dal sentimento di uguaglianza, attigue ma diverse, presero ad arborizzare una ampia ramificazione di forme politiche, sia pratiche, sia teoriche. Dal punto di visto teorico, il ramo più scarno fu quello democratico, quello più esuberante fu il ramo comunista, quello socialista era in mezzo. Il dominio del reale sull’ideale si nota proprio comparando due torri di libri, minima quella dell’elaborazione teorica sulla democrazia, sempre vincolata al modo rappresentativo e tra l’altro quasi sempre critica (sia da destra, che da sinistra), che gratta il cielo quella social – comunista anche se più votata alla critica che alla costruzione. Chi dominava il reale non aveva bisogno di riflettere, questa attività era riservata a gli “idealisti”. Dal punto di vista politico pratico, il ramo comunista si divise tra i comunisti che partecipavano -pro tempore- al gioco rappresentativo detto democratico per puro spirito realista e comunque mantenendo a livello teorico il traguardo rivoluzionario, e quelli più a “sinistra”, che sia teoricamente, sia praticamente, credevano solo nella via insurrezionale. I comunisti occidentali, per lo più, persero nel tempo questa ipotesi insurrezionale ma rimanendo ambigui poiché non in grado di tornare alla sala macchine del pensiero genetico e riformulare la teoria originaria da cui prendevano nome così da avere ormai forme e credo essenzialmente socialista ma continuando a chiamarsi comunisti. Al dispositivo dell’uguaglianza si dava sfogo nelle teorie, a quello della diseguaglianza si dava seguito nei fatti, al più si tentava di render la diseguaglianza meno aspra sul piano concreto.

I pochi, le élite, magari non più definibili borghesi sebbene si sia continuato ad usare il termine  (impropriamente visto che tra l’altro la borghesia venne ad ampliarsi ad una mega-classe mediana che nel XIX secolo non esisteva, diventando sempre più i “molti”) avevano imposto il loro gioco della politica mossa dalla diseguaglianza. I pochi dominavano l’economia, la politica (sia nella forma che nella sostanza), la cultura, il gioco sociale e financo le strutture dei partiti, dei movimenti e dei sindacati tanto di sinistra che comunisti, viepiù nella versione ultra-elitaria della dottrina rivoluzionaria leninista. Sul piano dei codici concettuali, della pubbliche narrazioni condivise, si agitava un mondo assai confuso ed ambiguo di termini in libertà: democratici che non erano davvero demo, rivoluzionari però in parlamento, rivoluzionari leninisti e quindi elitisti che si auto investivano della funzione di guida della liberazione del popolo, popolo che manifestava un cospicuo fondo conservatore quando non dichiaratamente di “destra”,  ampio dominio dei maschi sulle femmine, gerontocrazia diffusa (a parte i movimenti studenteschi della seconda metà del ‘900 per altro mossi da i figli della borghesia illuminista), teorici sempre più alieni dai doveri segnati nell’XIa tesi su Feuerbach, élite minori incistate in élite maggiori (in termini di potere), rivoluzionari per lo più borghesi, borghesi che non possedevano alcun mezzo di produzione, termine dell’attualità del significato di proletario, destre frattali in ogni dove cioè anche nei sistemi che si dichiaravano di sinistra, internazionalisti pericolosamente contigui ai globalisti e molto altro che il lettore e la lettrice potrà sottolineare da par suo, fino all’odierna sinistra diritto-civilista sostanzialmente capitalista ed anche para-imperialista ed un’altra che comincia a pensare che “populismo” non è un termine poi così malvagio ed il leader carismatico può avere la sua funzione liberatrice. Data la caotica pluralità del comparto, l’attribuzione del termine “sinistra” è stato oggetto di sanguinosi diverbi, le idee non solo litigavano con la realtà ma anche i portatori tra loro. Il tutto in un progressivo svuotarsi del bacino di persone realmente interessate a definire cosa la “sinistra” fosse, il tutto lungo una penosa sequenza di sconfitte politiche nonché in una sostanziale perdita della rotta traguardata sul principio di uguaglianza.

Nel frattempo, anche capitalismo, termine su cui si potrebbe scrivere un trattato sul disallineamento tra nome e cosa, tra senso e significato, tra teoria e pratica, tra semplificazione teorica e complessità concreta, tra astrattezza della sua descrizione sistemica e concretezza della sua applicazione in questa o quella nazione, mutava e da “popolare” ovvero produttivo e commerciale, andava a trasformarsi in finanziario, cioè prettamente elitario, almeno in Occidente. Anche le destre si frantumavano tra conservatori ed innovatori che si unirono coi progressisti, tra pochi difensori della nazione e molti di più a favore di un utopico (poi distopico)  unico mondo-mercato tra democratici elitisti (oligarchi con consenso) e gerarchici puri ovvero i cultori dell’uomo forte  che con la spada del comando scioglie i nodi gordiani della complessità. La confusione tra teorie, termini, pratiche, arriva di recente a formare posizioni di destra sovrapposte su alcuni punti a quelle di sinistra in una sorta di frontismo anti-capitalista così da avere gli scopritori del  “non c’è più destra e sinistra”, medioevalisti socialisti, putiniani di sinistra, antimperialisti trumpiani, fascisti autarchici quindi no global, decrescisti ed ecologisti, eco socialisti comunitari, socialisti keynesiani, anti-illuministi e molte altre variabili ibridazioni tra cui i populisti carismatici ed  i censurati “rosso bruni” .   I partiti centrali, originariamente di centro-destra e centro-sinistra, sono stati costretti ad unirsi a difesa del fortino del loro potere nel mentre la sottostante classe media che avrebbero dovuto difendere cominciò, lentamente, a scomparire. Di contro, notata la confusione nella bassa cucina politica, i proprietari del ristorante hanno cominciato ad introdurre di soppiatto un sentimento spaventoso che però ha la forza di un’auto-evidenza: la “democrazia” non funziona più.

4.Nel frattempo che la confusione scala i vari gradi di complessità che portano al delirio caotico, la nave in cui s’inscena questa storia, ha cambiato forma e direzione. Questa nave che non si chiama più Europa ma Occidente, passa da un terzo della popolazione mondiale a quasi un decimo. La sua posizione di assoluta élite mondiale diventa sempre più relativa. Gli asiatici sono ormai il sessanta e più percento del mondo e con Cina, India e varie realtà sud-est asiatiche, hanno adottato quasi lo stesso modo occidentale di ordinarsi sul piano economico (capitalismo) ma non quello politico (democrazia rappresentativa). I sud americani eterna colonia occidentale prendono ad emanciparsi. Gli africani che un secolo fa erano tra volte meno degli europei, tra trenta anni saranno tre volte di più. Capitalismo produttivo e commerciale e quello finanziario hanno divorziato i reciproci destini. Quello produttivo – commerciale dei paesi maturi è stato abbandonato alla competizione senza vincoli e protezioni con quello dei paesi in crescita mentre quello finanziario sempre dei paesi maturi è andato a riprodursi proprio alimentando la crescita del sistema produttivo-commerciale dei paesi a più alto tasso di crescita. Col risultato di rompere il contratto sociale (arricchire sia i sudditi che il Sovrano)[7] visto che pochi ricchi diventano sempre più ricchi, pagano le tasse off-shore (quindi non le pagano) mentre tutti gli altri diventano sempre più poveri, inclusi gli Stati che debbono ricorrere al debito ed al regime imposto dalla polizia banco-finanziaria che ha cancellato la nozione di rischio prima connessa indissolubilmente alla nozione di investimento .

Qui da noi, in Occidente, anche volendo ripristinare la centralità del produttivo – commerciale, non si saprebbe bene più cosa altro produrre visto che il piano materiale dell’esistenza è già ampiamente coperto ed anche compresso visto che le invenzioni sulle intensificazioni di consumo sono ormai parossistiche ed arrivate ad un punto in cui è difficile immaginare un oltre. Inoltre, non solo c’è sempre meno reddito distribuito ma l’impersonale motore dell’innovazione dalle spolette volanti a gli algoritmi che ormai auto-apprendono le proprie codifiche (cioè si scrivono da soli in base “all’esperienza” che fanno nella libera ricerca del proprio senso), ha fatto sì che di ore lavoro, ci sarebbe sempre meno bisogno in sé per sé visto che produciamo sempre di più in sempre meno tempo. Infine, visto che si stanno sciogliendo i ghiacci e le riserve di materia naturale stanno andando ad un futuro esaurimento o quantomeno alla curva discendente che a fronte della maggior scarsità ne aumenta il prezzo, ci sarebbe da rallentare anche per motivi di principio di sopravvivenza. Infine, poiché la ripartizione di materie prime, energie e sistemi economici relativi a diversi Stati si è fatta assai complessa, si è fatto assai complesso e rischioso anche l’orizzonte geopolitico. Alcuni intravedono lavori socialmente utili finanziati dal debito statale ma è dubbia la proporzione tra lo sgonfiamento del bisogno materiale privato e la sostituzione con un bisogno del bene comune, pubblico. Tutto questo ed in particolare l’irreversibile perdita del dominio su un vasto mondo che riforniva di materia, energia, mano d’opera e mercati per gli scarti o le produzioni eccedenti e secondarie ovvero quel complesso modo economico nato del XVI secolo e che abbiamo improvvidamente chiamato “capitalismo” come se fosse solo uno strutturalismo del denaro, sta portando alla deriva la nave occidentale. Eh sì, in Occidente, la democrazia rappresentativa non funziona più e guarda un po’ le coincidenze, non funziona più nemmeno il sistema che gli è geneticamente entangled, il “capitalismo”. In effetti non funziona più la nave, la mappa, il pilota (il cibernauta, o il Sovrano), la bussola ha perso la magnetizzazione e l’equipaggio litiga. Che fare?

5.Fare palla. Il mio professore sardo di disegno alle medie, guardando i nostri penosi tentativi di dar una qualche forma al DAS per gli esercizi nell’ora di disegno, diceva con aria disgustata: fare palla!. Un’epoca ci lascia ed un’altra ancora non ha preso forma dando vita ai fenomeni più perversi. Democrazia rappresentativa abbinata ad un preciso sistema e modo economico di un parte del mondo che dominava l’altra sono un “sistema”, il sistema della Modernità occidentale che oggi sembra aver finito il suo ciclo storico. Fare palla anche di destra – sinistra? Se ci riferiamo a comunismo, socialismo, parlamento francese giocobino, conservatorismo-progressismo in parte sì ma se ci riferiamo ai sistemi di idee politiche che dividono chi ha quel meccanismo mentale naturale che porta a desiderare l’uguaglianza, forse mai raggiungibile ma utile quanto lo era il motore immobile per Aristotele, (come fine infinito), da quelli che scambiano il realismo della gerarchia che si autoriproduce come il più invincibile dei tumori con l’idea che siccome così è così deve essere, beh, allora no. Se ci piace rottamare i termini delle geometrie parlamentari possiamo anche farlo basta che sotto siano chiari i concetti, i quali sfuggono al nostro potere di rottamazione. Uguaglianza e diseguaglianza sono una dicotomia vera, il tendere all’autogoverno dei molti o accettare la legge ferrea delle oligarchie, potere della decisione ai molti o ai pochi è dicotomia nei fondamenti politici.

EPILOGO INTERROGATIVO. Il mondo è cambiato molto ma è a ridosso di un salto di stato da cui uscirà completamente trasformato. L’Occidente va a perdere la sua unicità e condizione privilegiata di dominante, L’Europa è –rispetto a gli Stati Uniti d’America- la parte che già ne soffre e sempre più ne soffrirà in termini di contrazione delle condizioni di possibilità. L’intero sistema economico moderno, prima europeo, poi occidentale, oggi mondiale, ha vari gradi di ulteriore espansione per i paesi orientali (ed in teoria anche per quelli africani  e sud americani se non interverranno -come certo interverranno- disturbi di vario tipo) ma non più per quelli occidentali. Cosa ne facciamo di questo sistema che da una parte non ci è mai piaciuto ma di cui siamo stati e siamo parte? Oltre che senso teorico ha possibilità concrete di realizzarsi una unione democratica e non elitista, politica prima di economica degli europei o non ha alcuna possibilità strutturale[8]? Se no, ha senso tornare a vagheggiare lo Stato nazionale in questo scenario[9]? Come si può sognare l’uguaglianza sociale interna quando all’interno del sistema  occidentale si è strutturalmente dominati dalla potenza degli Stati Uniti?  Cosa ci facciamo del concetto di democrazia e la sua forma attuale e siamo sicuri sia quella attraverso la quale si può esercitare lo sforzo l’uguaglianza? Ma se accettassimo poi di perderla, cosa rischiamo nella bilancia tra rischi ed opportunità dell’erratico cambiamento? Cosa ne facciamo del sistema economico conosciuto e della sua funzione ordinatrice, ora che dopo due secoli sono scomparse -per noi- le condizioni che lo fecero nascere e prosperare? Siamo ancora sicuri che il senso politico dell’anti-capitalismo esaurisca i compiti di chi non accetta il dominio dell’uomo sull’uomo? Cosa abbiamo da dire ai molti che sono smarriti ed incerti, prede dei piazzisti di analgesici, degli spacciatori di semplificazioni, dei pifferai che sanno portare il branco di topolini lontano da dove gli sembra brutto, per finire dove poi è orrendo? Sappiamo ancora parlare la lingua dei nostri simili o tra “potenza del negativo”, “sussunzione”, “general intellect” ormai siamo diventati una triste casta di scolastici che si pubblica e neanche più si legge vicendevolmente tanto è minata la fiducia reciproca dell’effetto concreto che ha il nostro dire? Ci accontentiamo di una blanda lotta di classe (ma di quale classe? che pesa quanto nel cento percento nelle nostre società? ha ancora senso il concetto sociologico e sopratutto politico di “classe”? ) rivendicativa di una minor distanza di reddito e qualche diritto sempre più formale dentro un sistema che continuerà a contrarsi ed in cui la lotta per la distribuzione dei problemi e delle opportunità vedrà fiorire i mille ed uno negazionismi, le mille ed una rimozioni, le mille ed una soluzione immediata di problemi che hanno fitte radici storiche complesse? Tra fare politica, pensare e discutere di politica, rivolgersi al potere o tornare a lavorare politicamente presso il popolo, quali priorità? Abbiamo chiara la differenza tra uguaglianza delle differenze ed uguaglianza che annienta le differenze e quindi la termodinamica sociale e quindi la stessa vita della comunità? In quale sistema ci piacerebbe vivere, come è fatto, quali le sue linee di progetto tra Stato e mercato, tra individuo e gruppo, tra generi e generazioni, tra provenienze etniche, tra benessere e compatibilità geopolitica ed ambientale, tra “uomo che tende al lavoro” ed “uomo che tende al sapere”? Come potrebbe esprimersi l’intenzione politica in questo sistema ideale, cioè: chi decide? E se pensiamo che sia il popolo a dover decidere, il popolo è in grado di decidere su cose complesse? Nel frattempo, quale il nuovo e necessario “contratto sociale” visto che il precedente è stato rotto dalle élite sempre più egoiste ma che non sembra comunque ripristinabile, anche volendo? Che ci facciamo con l’impianto di pensiero del tedesco che “apprendeva il suo tempo col pensiero” oggi che da quel tempo siamo distanti circa un secolo e mezzo o poco più? O pensiamo invece che il tedesco avesse trovato degli a-temporali universali immuni alla relatività storica?

Siamo in grado di disegnare nuove mappe, di scendere in sala macchine e rimettere mano ai concetti di democrazia, socialismo, comunismo, rivoluzione e progressione, produzione della sussistenza, soddisfazione esistenziale, pace-guerra ed ecocompatibilità, sistemi di decisione politica, preparazione della maggioranza dei cittadini a prender decisioni complesse, cooperazione e competizione inter-nazionale? Crediamo ancora nel sogno del tendere all’uguaglianza e liberarci dalla primitiva coazione del dominio dell’uomo sull’uomo[10]? E’ questo il punto interrogativo che lascia sospesi tutti gli altri. Un mondo con le sue teorie e pratiche dettate dal contesto ci sta lasciando. Forse prima di pensar di voler e poter cambiare il mondo dovremmo tornare a pensarlo, altrimenti prepariamoci ad un naufragar in questo mar, sempre meno dolce e sempre più tempestoso.

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[1] E. Hobsbawm, Come cambiare il mondo, Rizzoli, Milano, 2011; Marx, Engels e il socialismo premarxiano, pp. 24-55

[2] “Proletariato” deriva proprio dai tempi in cui, la prole era forza lavoro e quindi apporto di reddito della famiglia. A rigore, il termine avrebbe dovuto esser sostituito da poco dopo metà del XIX secolo, quando questa forma di sfruttamento cessò. Oggi in Italia, tre quarti della popolazione vive in casa di proprietà.

[3] L’intera requisitoria svolta da Michéa (vedi nota seguente), parte dal fatto che, secondo lui, l’utilizzo del termine “sinistra”, parte dal definire un’alleanza tra borghesie piccole e grandi sotto una tradizione di origine giacobina, poi riaffermata ed ampliata nell’affaire Dreyfus che è di fine XIX secolo – primi XX.  Ma a rigore, la genesi del termine e quindi del suo significato primo, origina poco prima della rivoluzione di Luglio, nella seduta dei rappresentanti del Terzo Stato all’assemblea degli Stati generali. Il discrimine originario passava sul concetto di una testa un voto in una Camera unica (quindi un principio di uguaglianza sebbene all’interno di quelle che comunque erano fasce non del tutto popolari) ma poi ribadito nelle sedute dell’Assemblea del ’91 dove la sinistra più connotata (Basire, Chabot, Merlin de Thionville) era a favore del suffragio universale (uguaglianza del diritto di voto) in accordo con i Cordiglieri, Danton e Marat.

[4] J-C. Michea, I misteri della sinistra, Neri Pozza, Milano, 2015

[5] Questo meccanismo verrà ripreso dall’economista Schumpeter con la formula della “distruzione creatrice” che muoverebbe il sistema capitalista.

[6] K. Marx, Quaderni antropologici, Edizioni Unicopli, 2009

[7] Adam Smith, La ricchezza delle nazioni. UTET, Torino, p.553

[8] Possibilità e impossibilità strutturale non va letta a seconda degli interpreti della cronaca politica. Non è cioè un problema di Mekel – Junker vs Varoufakis – non so chi. E’ il problema del se si possono unire in un unico sistema popoli grandi e piccoli che parlano lingue diverse, hanno storie diverse e financo una antropologia diversa, oltreché ovviamente culture, etiche e preferenze diverse, religioni diverse e quindi economia e modi di produrre diversi. Se non c’è questa possibilità -e francamente non vedo come si possa pensarla diversamente su questo punto- allora l’unione di tutti gli europei è impossibile strutturalmente, non perché c’è un paradigma dominante neoliberale e se ce fosse uno socialdemocratico (vero, non quello incarnato dai partiti che fintamente vi si richiamano) sarebbe diverso.

[9] Chi scrive è ovvio pensi di no. E’ altresì ovvio che lo Sato-nazione, anche parlamentare, è senz’altro più democratico delle private alchimie delle forze inter, trans e sovra nazionali che strutturano l’UE, il problema è però quali condizioni di possibilità ha oggi uno Stato-nazione, ben che ti vada di media taglia, nel mondo contemporaneo?

[10] Per riprendere il ragionamento di Michéa, il “significante principale” da lui individuato è un movimento di liberazione dal capitalismo mentre qui di propone il concetto del tendere all’uguaglianza, va da sé che tendere all’uguaglianza significhi superare il capitalismo ma non il contrario. Inoltre, c’è forse qualche speranza di superamento del dominio dell’esistente se si propone al mondo qualcosa di “altro”, che ha suoi fondamenti teorici ma anche pratici, non se si propone l’antitesi a qualcosa.

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05/16. Come anticipato, siamo stati sequestrati dalla necessità di chiudere un lavoro che sta andando in stampa e sarà in libreria a Gennaio. Torniamo quindi a pubblicare le nostre riflessioni. Molte volte abbiamo detto che questo spazio è un diario di ricerca, alle volte si pubblicano idee, ragionamenti e giudizi più fermi, altre volte si pubblicano pezzi di ragionamento non ancora approdati alla lucidità ed alla sintesi. A seguire, riprendiamo la pubblicazione di articoli proprio con una riflessione inconclusa su gli orizzonti politici della transizione all’era complessa, argomento su cui torneremo più volte in seguito. Benvenuto il dialogo con chi volesse partecipare alla riflessione.

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Aggiornamenti CRONACHE della COMPLESSITA’.

In attesa di avere tempo per tornare a sfornare le consuete analisi, ho aggiornato le CRONACHE della COMPLESSITA’ le cui pagine trovate cliccando sulla bacchetta nera della testata.

Si tratta delle Cronache 503 con vari post dalla mia pagina facebook per il periodo 21.10 – 04.11 e delle sette Cronache del periodo 08.11 – 15.11 per lo più dedicate alle elezioni americane, riunite nel gruppo complessivo della 504. Da oggi, comunque, si riprende l’aggiornamento delle Cronache, stabilmente.

995938_10201297812262907_175317378_nRinnovo l’invito, per chi è interessato a leggerle più o meno in diretta, a richiedere l’amicizia facebook, è una pagina di lavoro, non personale. Il nome lo conoscete. Grazie ed a presto. Quella che vedete è l’immagine del mio profilo.

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Avviso ai lettori e lettrici.

Volevo solo dirVi che la lunga assenza dall’aggiornamento del blog è dovuta al fatto che sono piuttosto preso dalla finalizzazione della lavorazione del mio prossimo libro che dovrebbe uscire ai primi del 2017.

Tratterà di geopolitica e complessità. La parte sulla complessità è semplice, quella davvero complicata è la geopolitica. L’ effetto Trump mi ha costretto a qualche intervento last minute a bozze in corso.

Si dovrebbe chiudere definitivamente alla fine della prossima settimana ed andare, finalmente, in tipografia per cui tornerò a scrivere per Voi dal prossimo 22 (circa) in poi che di cosa da dire, ce ne sono parecchie… . Tra un po’ vi dirò titolo, editore, prezzo, data ed anche di cosa tratta più in specifico, ammesso Vi interessi, altrimenti rimarranno i soliti articoli di approfondimento di libera lettura.

Grazie, a presto.

Fagan

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IL PRIMO CONFLITTO GLOBALE.

banksy-sorry-the-lifestyle-you-ordered-is-currently-out-of-stock_60972312Nominare cose e fenomeni è un esercizio delicato. Da come nomineremo un fatto ne determineremo la percezione e la categorizzazione, con conseguenze seconde su gli atteggiamenti ed i giudizi che prenderemo nei suoi confronti. La ricerca del nome da dare alla situazione internazionale nella quale siamo capitati, va avanti da un po’ di tempo. Si va dalla nuova guerra fredda 2.0, alla guerra ibrida, alla terza guerra mondiale portata avanti a pezzi ma sempre passibile di precipitare in un unico vortice fuori controllo dalle conseguenze terrificanti.

Le prime parti di queste definizioni però sembrano almeno concordare sul fatto che siamo in guerra. E’ invece proprio questo fatto a dover esser discusso. Tutte le definizioni summenzionate ed in particolare la seconda che con “ibrida” tenta di relativizzare i significati ben precisi del termine “guerra”, vertono su un concetto di cui poi si cerca di modificare il significato. In questi casi, dove si tenti ripetutamente di forzare un significato dato, per allargarne lo spettro, si fa prima a cercare un altro termine, soprattutto se l’esercizio viene condotto sul termine “guerra” il cui significato è inequivoco da qualche migliaia di anni.

Guerra è decisamente ed apertamente confronto armato tra due o più contendenti. Al momento, abbiamo effettivamente una serie di guerre nel pianeta ma quella che potrebbe degenerare in una guerra mondiale è solo una, la Siria mentre in Ucraina c’è uno scontro locale ad intermittente e bassa intensità. In Siria, l’ultimo strato della cipolla conflittuale vede Stati Uniti e Russia con la Cina interessata ma poco partecipe al momento ma vi sono poi molti altri strati che vedono Turchia, Iran, Iraq, Arabia Saudita e Qatar, indirettamente Yemen ed Israele che avvolgono curdi frazionati in cerca della da sempre agognata statualità, l’improbabile Stato Islamico e una variegata composizione di forze anti Assad, oltre al legittimo esercito siriano. E’ sempre possibile che i due maggiori contendenti, quelli che porterebbero il conflitto locale a diventare mondiale, saltino gli intermedi e decidano per il faccia a faccia ma è poco probabile. Primo perché hanno molti attori terzi da muovere prima di impegnarsi nel confronto diretto, secondo perché sul quadrante hanno forze aeree e navali ma non di terra cosa che renderebbe lo scontro inconcludente, terzo perché comunque, sono impegnate in un confronto su un territorio terzo la cui terzietà si può mantenere senza per questo giungere a lanciarsi le più di 7000 testate nucleari in testa, l’uno su quella dell’altro.

Eppure, c’è qualcosa unanimemente riconosciuto come allarmante, qualcosa molto più grande del pur tragico conflitto siriano. Sul piano militare, per il momento, di schieramento e non ancora di aperto conflitto, la  lista dei fatti si va pericolosamente allungando. Da Nord a Sud e poi da Ovest ad Est abbiamo l’ipotesi che la Finlandia stia pensando di rivedere la sua storica posizione di neutralità per entrare in orbita NATO, ci sono gli schieramenti di truppe NATO nei paesi baltici ed in Polonia, non tanto da paventare una invasione della Russia ma quel tanto da far scattare l’articolo 5 dell’Alleanza nel caso fossero i russi ad invadere, ci sono i missili schierati in Romania, c’è sempre la tensione ucraina, Ucraina che con la Georgia potrebbe sempre entrare nella NATO, c’è stato il fallito colpo di stato in Turchia, l’irrisolvibile conflitto libico, il ginepraio siro-iracheno, il sempre possibile reintegro dell’Iran nella lista dei conflitti possibili, la tensione nel Mare cinese meridionale, le grandi manovre della flotta americana nel Pacifico e l’intensificazione di molte collaborazioni militari americane con l’Australia, il Vietnam, la Corea del Sud mentre in Giappone, da un po’ di tempo, va avanti il ripensamento progressivo della scelta di disarmo imposta dalla costituzione post bellica. Quello citato è in pratica un cordone che gli Stati Uniti stanno stendendo intorno all’asse russo-cinese. Al momento, questo cordone serve per mettere in difficoltà l’espansione cinese con i quali però gli USA hanno forti rapporti di interdipendenza mentre con la Russia l’obiettivo è far fallire la sua attuale amministrazione, il regime change. Inoltre, l’obiettivo secondo è quello di isolare il continuum russo-asiatico dall’Europa affinché non si saldi il temuto sistema euroasiatico.

Non c’è però solo il piano militare. Ci sono continui attacchi informatici tra Cina – Stati Uniti – Russia. Alcuni ci sono noti ma c’è da pensare che molti vengano tenuti ancora al riparo dalla pubblicità presso le rispettive opinioni pubbliche. Probabilmente ci sono anche reciproche attività spionistiche in intensificazione. Ci sono attività di pressione economica come le sanzioni comminate ai russi, le minacce di esclusione dai circuiti bancari internazionali come il SWIFT, il crollo del prezzo del petrolio, attacchi alle valute, attacchi alla stabilità dei mercati borsistici come avvenuto in Cina qualche mese fa. C’è poi una gigantesca guerra informativa che ha il fine di mobilitare le rispettive opinioni pubbliche che, piano-piano, si stanno accorgendo di avere un nemico che appena qualche anno fa era impensato come tale. Generali e think tank, analisti e commentatori stanno indossando l’elmetto e moschetto già da tempo, o di qua o di là, polarizzarsi è necessario. Tra un po’, i non allineati saranno -come di norma-, ritenuti ignavi, vigliacchi, pavidi.

Il tutto avviene in un mondo, inteso nel senso più ampio, in cui l’economia ristagna e sembra ristagnerà a lungo. La globalizzazione comincia la sua parabola discendente, si parla apertamente di ripresa del protezionismo, il commercio estero segna il terzo anno di contrazione dentro una crescita mondiale sempre più anemica la cui percentuale media gli indici ancora ben positivi degli asiatici con quelli degli zero-virgola dei mercati più maturi, falliscono i grandi sea-carrier. La finanza cresce di volume ormai senza limiti possibili e disordina sempre più l’economia ristagnante creando l’inedito fenomeno dei vortici nello stagno. L’indebitamento che noi ossessionati dalla Germania leggiamo soprattutto come pubblico ma la cui dimensione privata, sul piano globale, si fa ogni giorno più rilevante, cresce senza sosta e senza ormai la più pallida possibilità di esser onorato. La fragilità dell’intermediario bancario, dopo gli armageddon delle banche investors (Lehman Bro)  si manifesta addirittura nel cuore di un gigante retail come Deutsche bank, oltretutto di un paese ritenuto sano, ricco e consistente come la Germania. Gli squilibri dello sviluppo nel mentre si assottigliano le classi medie occidentali, le guerre ed i conflitti a cui l’inedito islamismo armato manovrato dai petrolieri wahhabiti, l’erratico ed acefalo procedere della mano invisibile globale, le vistose asimmetrie demografiche, accendono potenti treni migratori che agitano vieppiù lo stagno. Per le questioni ambientali basta la citazione stante che i loro tempi medio-lunghi ci danno la fallace impressione che le urgenze siano sempre dilazionabili, rendendole così sempre più potenzialmente drammatiche ed irrisolvibili. Sul piano culturale sembra che ci si dia la triste alternativa tra la sociologia della suburra dei social network, Zizek che rivaluta la fenomenologia di Kim Kardashian e l’esasperato tecnicismo che ci aiuta a fare meglio cose sempre più insulse ed inadeguate ai tempi complessi che ci è toccato in sorte di vivere. Idee poche, energie nulle, confusione tanta. Del resto, in Occidente -ma nello specifico noi europei ed i giapponesi- invecchiamo, viviamo sempre più a lungo (per cui dobbiamo lavorare sempre più a lungo, stante che di lavoro ce ne è sempre meno) e facciamo sempre meno figli. Quindi?

Quindi siamo entrati nel primo conflitto globale. “Globale” per estensione ed intensione. Per estensione perché non è più l’Europa il teatro del conflitto ma il mondo intero (oltre all’Eurasia ed al sempre instabile Medio Oriente, c’è conflitto e competizione in Africa e Sud America), per intensione perché non è più solo il piano militare ma anche quello cibernetico, economico, finanziario, demografico, culturale, religioso, politico ed ambientale a veicolare frizioni, attriti, sortite ed attacchi, capovolgimenti ed improvvise riconfigurazioni sistemiche (Brexit), paralisi e dinamiche atipiche fuori controllo. “Conflitto” perché la categoria sociologica del conflitto è più ampia e comprensiva di quella strettamente polemologica della guerra anche intendendo questa nel nuovo senso ipermoderno e quindi non tradizionale. Conflitto include vari tipi di guerre ma anche molto altro, dando molteplici estensioni alla vecchia intuizione di von Clausewitz della “guerra condotta con altri mezzi”. “Primo” perché è la prima volta che registriamo un fenomeno così esteso e complesso.

Questa “prima volta” spiega anche perché falliscono i tentativi di nominare una cosa inedita usando categorie sedimentate nella storia precedente. Questa “prima volta” consegue il nuovo stato del mondo ovvero 7,5 miliardi di individui prossimi 10 miliardi, cresciuti di quattro volte in un secolo, di 7-10 volte in un secolo e mezzo o poco più, sempre più interconnessi ed interdipendenti, ormai tutti alle prese con le ambizioni di vita spinte dal modo economico moderno quale ordinatore unico per tutte le partizioni politiche del pianeta, partizioni (cioè Stati) che erano cinquanta appena sessanta anni fa ed oggi sono più di duecento e crescenti nonostante si vaticini la fine dello Stato da decenni. Aumentano le varietà, aumentano le interrelazioni, cresce la complessità sistemica ed aumentano le retroazioni dovute anche alle frizioni col contesto.

Dentro questo quadro tellurico e nuvoloso, la potenza egemone, gli Stati Uniti d’America, viziata dalla recente condizione di unicità di potenza, a sua volta derivata da un lungo condominio con una forza che le resisteva (Unione sovietica) ma lasciandole ampio spazio di potere su porzioni molto vaste di mondo ed una macedonia di non allineati sottosviluppati, è l’agente che più ha più da perdere da praticamente ogni possibile previsione si possa credibilmente e razionalmente fare su cosa sarà il mondo tra dieci, venti, trenta anni. Gli USA non possono perdere l’essenziale dominio sull’Europa perché è questa l’estrema propaggine orientale del sistema occidentale di cui loro sono il centro sistemico e perché l’Europa è il loro pied-à-terre per evitare la tragedia che più di un secolo di riflessione geopolitica di marca anglosassone ha paventato sotto ogni profilo ed angolo d’analisi: il formarsi di un macrosistema euro-asiatico. Il sistema euroasiatico, il 70% del pianeta interrelato, farebbe degli Stati Uniti una periferia ed in periferia si vive male, con poca libertà e limitata speranza. Quindi gli USA faranno di tutto, fino all’estrema volontà mossa dalla più profonda spinta imperativa ontologia, affinché non si saldi alcun sistema tra Europa – Russia – Cina.

George F. Kennan, uno dei massimi strateghi americani della guerra fredda,  alla fine degli anni ’40 commentava “Possediamo circa il 50% della ricchezza mondiale, ma solo il 6,3% della popolazione … . In questo contesto, non possiamo che essere oggetto d’invidia e risentimento. Il nostro vero compito nell’immediato futuro è individuare un modello di relazioni che ci permetta di conservare questa posizione di disparità”. Oggi, gli americani sono solo il 4,4% della popolazione mondiale e la loro percentuale di Pil è il 24% e scende costantemente di anno in anno. C’è un limite a questa discesa, un limite oltre il quale l’intero sistema americano e parliamo di economia ma anche di sociologia, cultura, contratto sociale, tradizione storica, mentalità, eterogeneità etnica e piramide delle classi con finto ascensore per elevare la speranza e sopportare la sudditanza, si disintegra. Quel limite non deve esser raggiunto per nessun motivo, costi quel che costi, sapendo che a loro, al riparo tra due oceani, in una terra che dall’agricoltura all’energia ha ampi margini di autosufficienza, costerà sempre meno che a noi europei. I due occidenti si trovano così e per la prima volta, in conflitto di interessi.

Queste le ragioni del primo confitto globale che sarà lungo, aspro, cattivo, confuso e disordinante ma solo nella migliore delle ipotesi. Altrimenti sarà breve il che però non è una bella ipotesi per ragioni che si possono facilmente intuire. Questa, quella che Mao Zedong chiamava la “contraddizione principale”. La pseudo-democrazia occidentale, il neoliberismo, l’euro, Renzi, il PD, la Raggi, il battesimo del figlio di Vendola, sono solo strati interni. Pensare globale per agire locale, fu l’imput distillato dal movimento alter-globalista che per primo prese le misure di questo nuovo mondo complesso. La sinistra occidentale oggi è difficile dire se è meno capace di agire nel locale o di pensare globale e forse l’una cosa dipende dall’altra.

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Questo articolo è stato scritto per il sito -facciamosinistra!- in occasione dei raggiunti 2 milioni di visite in meno di un anno. Ringrazio G. Graciolini dell’ospitalità e gli auguro ancor maggior successo per una di quelle attività che aiutando a pensare, aiuta l’agire. Lo speciale dedicato all’occasione lo trovate qui

 

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PER LA DEMOCRAZIA LA FORMA NON E’ LA SOSTANZA.

paris-manifestoParliamo di democrazia, urtati dal dibattito Scalfari-Zagrebelsky. Il punto è questo: l’intera tradizione della filosofia politica occidentale, muove il pensiero intorno alle forme della decisione politica. Uno, Pochi, Molti ovvero la nota tripartizione di cui esistono forme “positive” e forme “negative”. Inoltre, c’è la constatazione di ciò che è ed è sempre o quasi sempre, stato, quasi che lo stato di fatto fosse anche ciò che dovrebbe essere. Le forme del potere della decisione politica però sono solo il riflesso dello stato della distribuzione della capacità di decisione politica. E’ quindi tautologia dire che siccome sono Pochi coloro che sono in grado di prendere la decisione politica sul bene comune, allora l’unica forma di decisione politica concepibile è che siano i Pochi a decidere il bene comune. Per giungere a tale determinazione, non è necessario smuovere l’intelletto, né la filosofia, basta un cultore della tradizione, un semplice conservatore, un sacerdote del “così è stato e sempre così sarà” che officia il rito di ubbidienza alle presunte leggi ferree della società umana.

Aristotele, non in Politica ma in Metafisica, affronta (insuperato) il problema della sostanza, la sostanza è “composto di materia e forma”. Noi, a proposito del dibattito tra Pochi e Molti (oligarchia – democrazia) parliamo solo della forma, dov’è la materia? La democrazia, la forma, non anticipa la materia, la democrazia si adagia sulla materia che trova. Se in qualsivoglia gruppo umano, le informazioni, le conoscenze, le capacità di espressione, sono assortite in maniera asimmetrica, quel gruppo umano prenderà una forma della decisione comune in modo asimmetrico.

Per avere democrazia non si può prendere una materia asimmetrica ed apporgli per decreto una forma simmetrica, il risultato sarà comunque asimmetrico per la gioia del sacerdote della ferrea legge. Per avere democrazia bisogna agire sulla materia.

Agire sulla materia significa distribuire informazione, conoscenza, capacità di espressione e di ragionamento. Atene classica aveva il teatro pubblico, Euripide ti emozionava, Aristofane ti faceva ridere amaro, discussioni continue per strada, voltavi l’angolo e ti ritrovavi Socrate che ti faceva scomode domande, i sofisti insegnavano a tutti (quasi) i trucchi dialettici, ci si vedeva una volta a settimana sulla Pnice a discutere tutto il giorno, ognuno aveva l’onere di entrare in contatto con qualche funzione pubblica e “sapeva” in cosa consisteva il bene comune anche perché controllato da tutti coloro con cui condivideva l’in comune. Purtroppo anche molti difensori teorici della democrazia, dimenticano che il democratico non ha traguardo nel discutere del potere con il potere ma con quel popolo che il potere lo subisce.

Il democratico dovrebbe sentirsi solo un funzionario dei Molti che ha per fine, l’emancipazione dei Molti, aiutare le persone a servirsi del proprio intelletto Purtroppo questo non produce fama, notorietà, cattedre, visibilità mediatica, “riconoscimento” da parte di quella società asimmetrica sempre pronta ad acclamare passivamente il suo oligarca intellettuale. La contraddizione dell’intellettuale democratico è questa, diventare uno dei Pochi che, celebrando i Molti, perpetua l’asimmetria.

Per uscire dalla contraddizione, l’intellettuale democratico dovrebbe rivolgersi ai Molti, parlando in modo comprensibile, offrendo conoscenza e sapere a tutti, scrivere per fonti di informazione o commento indipendenti (che cioè non siano in conflitto d’interessi con le oligarchie), partecipare a forme di scuola (sarebbe preferibile un altro termine poiché sarebbe preferibile una altro tipo di istituzione di scambio del sapere ma usiamo quello che c’è) orizzontali e popolari. Nella decisione in comune, la prima forma di uguaglianza a cui aspirare è l’uguaglianza informativa, conoscitiva, interpretativa e dialettica per disputarsi l’opinione. Sapere del bene comune, come ammoniva Rousseau, non è sommare i punti di vista del bene individuale ma condividere il sapere generale che riguarda il sistema di cui si è parte. Una qualche forma di democratici deve pre-esistere alla democrazia propriamente detta altrimenti la forma non incontra nessuna materia e com’è ovvio, poiché la forma non può creare la materia, rimane “formale” ovvero proprio il tipo di democrazia che abbiamo in Occidente da qualche decennio.

Come diceva l’elitista ex socialdemocratico poi fascista, Robert Michels: “le correnti democratiche nella storia sono come il battito continuo delle onde: si infrangono sempre contro uno scoglio, ma vengono incessantemente sostituite da altre”. E’ il senso profondo della giustizia umana che alimenta quelle onde. Il fatto che nelle poche migliaia di anni delle società complesse le onde non abbiano infranto lo scoglio non vuol dire che così sempre sarà. Come ben sanno coloro che vivono in riva al mare, nel lungo tempo è il moto dell’acqua a sagomare la costa, fino a che la materia non incontra la sua forma e riposa in pace, nella raggiunta sostanza.

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ITALIA – EUROPA – MONDO.

 

 Jakub J. Grygiel insegna alla P.H. Nitze School della Johns Hopkins 41bekadhkzl-_uy250_University ritenuta il vertice dell’insegnamento per le Relazioni Internazionali (in compagnia di F. Fukuyama e Z. Brzezinki), consulente OECD e World Bank, pubblica su American Interest e Foreign Affairs. Proprio sul numero di Settembre della rivista americana  che dà voce a gli studiosi degli scenari internazionali e della geopolitica dal punto di vista americano, Grygiel lancia la visione (qui) di una Europa in cui ritornano di centralità gli Stati-nazione. Ma non lo fa come lo farebbe un giornalista decerebrato dal tormentone retorico del terrore per il ritorno dei nazionalismi e dei populismi, lo fa da sano realista, intuendone la necessità e poi cogliendone le opportunità.

Grygiel definisce l’UE “sconnessa, inefficace ed impopolare” e più avanti “in chiaro deficit democratico”. Crisi dei migranti, asimmetrie non più sostenibili all’interno della zona euro, paralisi geopolitica nei confronti della Russia, del Medio Oriente, del Nord Africa, senza più il fidato (per gli americani) sergente britannico, scollamento ormai palese tra progetto ed opinioni pubbliche. Forze destabilizzanti che, in assenza di risposte e soluzioni, portano sempre più leader politici nazionali ad un ritorno alle leve di sovranità interna. L’utopia europea sembra aver perso la scommessa contro la sovranità nazionale.

Un ritorno allo Stato-nazione che, secondo lo studioso, non porta di necessità ad un traumatico scioglimento dell’UE ma ad una richiesta di minori vincoli unionisti e maggior libertà nella gestione delle essenziali leve del potere stato-nazionale, sul modello della linea del Gruppo di Visegrad – Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia. A Grygiel  non è sfuggito il recente meeting di Atene per una -secondo lui giusta- rivendicazione di un interesse comune degli stati mediterranei a lungo ignorati da Bruxelles (si scrive Bruxelles ma si legge Berlino).  Questo ritorno all’interesse nazionale non porta necessariamente allo spettro del nazionalismo ma ad un sano “patriottismo” (!). La sovranità non porta dimapa1363531761051602500 necessità l’ostilità tra le nazioni e queste potranno ben mantenere in comune il loro mercato come la Gran Bretagna vorrebbe fosse nel dopo Brexit. Del resto, sulle contraddizioni tra Unione e Nazione, secondo l’americano, soffia da tempo la Russia fiancheggiatrice dei molti gruppi populisti e nazionalisti attivamente supportati e finanziati e se si lascerà loro il monopolio della pulsione al ripiegamento nazionale, allora sì che gli spettri più inquietanti usciranno dai sepolcri.

Ecco allora il sano realismo tipico della maggior scuola di IR americana: “Una rinazionalizzazione dell’Europa potrebbe essere la migliore speranza del continente per la sua sicurezza”. Gli USA hanno sponsorizzato il progetto Europa ma dal momento che gli europei non sono stati in grado di portarlo ad efficace compimento, continuare a supportarlo significherebbe porsi sul versante sbagliato, lasciando sole (cioè ai russi) le forze oggettive che reagiscono a questo fallimento. Ed ancora: “Washington non deve temere lo scioglimento della UE” (si scrive -non deve temere-, si legge -deve favorire-). Ed a proposito dell’inazione e la passività dell’UE sul caso ucraino, meglio allora fiancheggiare direttamente come USA  gli stati di contatto confinario con la Russia: “Le persone sono molto più disposte a combattere per il loro paese, per la loro storia, il loro territorio, la loro comune identità religiosa, piuttosto che per un organismo regionale astratto, creato per decreto” . Dunque si prevede che qualcuno dovrà “combattere” come ha ben intuito la Germania che ha varato -di recente- le sue allarmanti guideline per una “protezione civile” che tenga conto dei rischi di guerra chimica e nucleare e quel qualcuno dovrà esser aiutato generosamente da chi non vede l’ora di soccorrerlo.

E poiché al realismo si può sempre unire il perseguimento di fini utilitari strategici, ecco -rispetto al nuovo spezzatino degli insignificanti staterelli europei tornati “sovrani”-, domandarsi “come altro potrebbero difendersi dalle minacce alla propria sicurezza?” sia tra quelle presenti, sia tra quelle dell’immediato futuro che gli americani obama7-1000x600-1 saranno sempre più pronti a spandere a piene mani ai quattro angoli del globo? Ma rinforzando il vincolo NATO, è ovvio! E non solo, si parla di paesi “sopraffatti dalle migrazioni di massa”? Ecco allora il discorso di Obama alla Nazioni Unite che annuncia un coordinamento americano di 50 paesi pronti ad accogliere rifugiati. Qui non s’improvvisa nulla, gli americani creano i problemi e poi piazzano anche le soluzioni, del resto il marketing -più o meno- l’intelligence del nostro modo economico, di norma fa proprio questo. E poiché anche il “soft” del “power” ha le sue esigenze, ecco che Kant sarà pur stato tedesco ma visto che i tedeschi non sono capaci di gestirne l’eredità,  ora l’imperativo categorico lo verniciamo a stelle e strisce (qui), perché la leadership ha da essere anche etica.

Si va quindi a chiudere  con uno squillante: “ l’Europa sarà in grado di affrontare le sfide per la sicurezza più urgenti solo se abbandona la fantasia di unità continentale e abbraccia il suo pluralismo geopolitico”. “E pluribus unum” è il motto americano dal 1776, noi “pluribus” siamo e “pluribus” è meglio che si torni ad essere.

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Tecnicamente parlando, questo è lo scontato ed eterno revival del “divide et impera”. La locuzione latina è sovraesposta e pochi ne colgono il ruolo essenziale nella dottrina imperiale di ogni tempo e luogo. Il “divide et impera” coglie e rinforza anche l’altro dispositivo storico di relazione tra entità politiche sovrane diverse, il “nemico del mio nemico è mio amico” (ve ne sono poi varie versione a seconda di come assortite i tre termini che come il famoso “problema dei tre corpi” di H. Poincarè, è alla base delle situazioni complesse). Questi concetti, percepiti come motti di semplice saggezza popolare storica, sono appunto storicamente saggi perché veri, utili, provati e riprovati. Oggi veniamo tutti educati al “nuovo” ma in queste faccende concrete e non ideali, l’empirico dàkeep-calm-and-divide-et-impera molte più garanzie e soddisfazioni.

Gestire “from behind” i territori che intermediano tra un impero (USA) ed il nemico (Russia), nel nostro caso l’Europa, è lo standard di una gestione geopolitica sistemica. Si possono così ottenere una serie di situazioni estremamente vantaggiose:  1) la possibilità dello “sherry picking” ovvero scegliersi  i partner utili a questo o quello, volta per volta, mettendo anche gli uni contro gli altri in una gara alla fedeltà imperiale che ne abbassi le pretese e ne rimuova le resistenze; 2) sabotare l’emersione di un nuovo polo europeo pronto a giocarsi la partita nel mondo nuovo che oramai s’è capito sarà multipolare (vedi ambizioni della Germania);  3) sobillare le paranoie dei singoli stati più propensi alla frizione con la Russia e poi con la Cina facendo impantanare questi ultimi che debbono dare approdo alla loro Via della Seta, nella pari complessa gestione del vociante pollaio europeo con cui -soprattutto i cinesi- non hanno alcuna dimestichezza.

Del  resto i britannici questo hanno preso a fare con l’idea di trattati commerciali one-to-one ora che non sono più legati ai vincoli unionisti e tra l’altro, ora che non ci sono più loro, ecco che tedeschi e francesi si fanno strani disegni in testa come la nuova forza armata europea o l’affossamento del Ttip. L’euro, così com’è, non solo non serve a niente visto che la Germania non si allinea alle allegre politiche espansive stile Fed o BoJ e con l’ossessione austera deprime la domanda inceppando l’intero meccanismo globale a proprio esclusivo vantaggio e chissà se qualche quota delle riserve mondiali che andranno necessariamente perse per far posto allo yuan, non potranno esser recuperate dal dollaro, togliendolo di mezzo definitivamente. La Via della Seta, infine, bussa ai confini dell’Iran ed Erdogan di conseguenza ha cominciato a prepararsi come tappa successiva, manca poco che le infrastrutture arrivino a destinazione, cioè proprio in Europa. Meglio frammentare il territorio per rendere la vita difficile ai cinesi, altrimenti l’Europa è persa e con essa la guerra intera poiché, come ogni studente al primo anno di IR sa, l’atlantismo è il paradigma indiscutibile del Sistema Occidentale guidato dagli Stati Uniti. Persa l’Europa, ecco l’Eurasia, l’incubo geopolitico madre di tutta la geopolitica anglosassone.

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E poiché si stava parlando di atlantismo eccoci alla cronaca recente. L’Atlantic Council, il think tank nato nel 1961 per sovraintendere allo sviluppo e gestione dei legami che fanno il Sistema Occidentale, tramite le mani di John Kerry, ha attribuito il Premio Cittadino 20160920_0342-755x515Globale 2016 a Matteo Renzi. Dal vertice di Atene con i paesi mediterranei, Renzi ha intrapreso una manovra di distinzione dal precario “direttorio” messo in piedi in maniera improvvisata da Merkel ed Hollande dopo Brexit. Della divergenza, si è vista palese evidenza al recente vertice di Bratislava ma anche nella firma italiana di un documento assieme ad altri 11 paesi europei che vogliono continuare le trattative sul Ttip (qui) ed infine, nel non invito al vertice di Berlino del 28 Settembre tra Merkel, Hollande e Juncker che per altro ha fatto sapere a Renzi che di “flessibilità” ne ha avuto anche troppa, il che significa guai. Nel mezzo, appunto il premio americano che Kerry ha conferito dicendo che “l’Italia è sulla buona strada”, “buona strada” per andare dove?

Dopo Ventotene e gli annunci di impegno comune per la difesa europea, si sono incontrati il ministro francese con quello tedesco ma non con quello italiano. La difesa italiana quanto ad industria, è legata a doppio filo prima con quella britannica e poi con quella americana e poiché il senso del nuovo programma della nuova difesa europea è legato proprio alla sviluppo di una ricerca ed un produzione competitiva per questa industria, ecco che, tornati dall’isola sul continente i tre leader, le strade si sono subito divise. O stai di qua o stai di là.

Quella italiana rimane la strada di una fedeltà atlantica senza alternative, la “buona strada” per la quale Renzi è stato premiato non solo all’Atlantic Council ma anche con il principale servizio di Vogue America (qui) con tanto di foto di Annie Leibovitz nel quale Renzi è presentato come il riformatore che ha liberato il suo partito liberal da ideologie retrodatate, il riformatore dell’Italia ma anche il prossimo riformatore dell’Europa (?).  Premiato infine, con l’invito ad una inedita “cena personale” alla Casa Bianca, il prossimo 18 Ottobre con la famiglia Obama. Atlantismo di ferro, sempre più attivo in casa nostra vista la possibile, prossima nomina anticipata dall’Espresso, del Presidente RAI -Monica Maggioni- a responsabile della sezione italiana della Commissione Trilaterale (qui). Allineamento già rimarcato in Afghanistan, Iraq e Libia.

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Arrivando alla somma che fa il totale, si potrebbe pensare che il pensiero profondo dell’élite geopolitica americana cominci a puntare alla disgregazione dell’Europa e conseguente eutanasia dell’euro e chissà se Joseph Stiglitz, “annusando l’aria” ovvero questo nuovo consensus che vien formandosi a Washington, abbia anche da ciò tratto motivazione a riproporre la vecchia idea della separazione degli euro a cui ha dato gran pubblicità proprio qui da noi con un inedito tour estivo. L’Italia sembra assurgere a paletto di frassino da conficcare nel cuore germanico che gli americani sanno che -da sempre- non batte certo per loro, da cui multe ad Apple e ritorsioni su Deutsche Bank. E dal dopo Brexit che la stampa ecofinanziaria anglosassone ha lanciato la nuova profezia dell’Italia come secondo uscente dall’impianto europeo (dall’euro) ed in questi casi si sa che certe profezie servono proprio per auto avverarsi. La sequenza delle prossime elezioni in Euroland: referendum ungherese, Austria, ennesimo tentativo spagnolo, Olanda, Francia per concludere a Settembre 2017 con la Germania, garantisce un’Europa sempre più scettica su se stessa e paralizzata dai rinnovi di potere, se Renzi fosse lanciato da una vittoria referendaria, potrebbe attaccare proprio mentre son tutti distratti. Non è detto vada tutto liscio ovvio, potrebbe ad esempio spuntare fuori un Trump che scombina un po’ i piani americani ma chissà poi di quanto, l’interesse americano ha una sua oggettività che prescinde dall’interprete che abita la Casa Bianca. A gli americani piace l’idea dell’uomo del destino ma la sostanza è che sono un sistema e l’uomo del destino ha invero un solo destino possibile: servire l’interesse del sistema. In otto anni, Obama, non è riuscito neanche a chiudere un carcere (Guantanamo), se firma una tregua coi russi in Siria il sistema manda i bombardieri a farla saltare, cosa di più potrà fare il -very powerful man- con i capelli color giallo pulcino?

Noi in quanto cittadini del sistema italiano, rimaniamo sempre un passo indietro. Contro952_romero_la_notte_dei_morti_viventi l’euro e contro l’UE facciamo il gioco degli americani imperial-globalisti, a favore facciamo il gioco della Germania ordoliberista che ci devasta con le sue “riforme”. Per il “nostro gioco”, il turno non arriva mai. I tanti che si deliziano e dilettano sul concetto di sovranità, dovrebbero ogni tanto dare un occhiata a quanto il mondo è complesso (nazione, regione, pianeta), a quante poche speranze di emancipazione ha un soggetto cieco e fragile che come nei film di Romero, scappa impaurito da un orda di zombie ordoliberisti, per finire nelle braccia dei Dottor Stranamore e viceversa. “Interesse nazionale” concetto davvero incomprensibile per un paese che al massimo è diventato uno Stato ma non ancora una nazione.

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NOTA. Huang Hui, esponente della Nuova Sinistra cinese, in questo articolo (qui) ricordava che Mao Zedong cambiò le priorità di analisi tra il 1926 dove privilegiava il campo interno della lotta di classe, al 1930 quando l’imminenza dell’invasione giapponese e il dilagare del fascismo internazionale, lo portò a ritenere che la “contraddizione principale” si andava spostando dalla lotta interna alla lotta tra le nazioni. Oggi, oltre all’ambito interno ed a quello internazionale, si somma anche quello globale ed il pensiero dell’emancipazione, dovrebbe far forse qualche sforzo in più per rilevare meglio la complessità dei contesti nei quali collocare le analisi. Oltre a sviluppare “critica” su cui siamo campioni mondiali, prender coraggio nel sviluppare anche qualche brandello di più concreta e coraggiosa strategia complessiva. Altrimenti si tratterà solo di preferenze di cottura, se quella lenta della padella o quella sfrigolante della brace. “Tertium non datur”?

 

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