LA VISIONE DI PARAG KHANNA.

L’ultima fatica di Parag Khanna è questo libricino leggero ma denso di argomenti . Khanna sostiene con innocente leggerezza un modello politico che chiama demo-tecnocrazia, richiamandosi alla Repubblica di Platone, dove i Guardiani sarebbero squadre di tecnocrati strategico-amministrativi, i quali consultano con una certa frequenza il popolo-cliente, per sapere se questo è contento dell’amministrazione e di cosa altro ha bisogno. Il modello è una fusione concettuale tra Singapore e Svizzera.

Ne parlo, sia perché Khanna “piace alla gente che piace” e leggendo quello che ha da dire si prende nota delle prossime tendenze e mode concettuali nel globalismo, sia perché il nostro è comunque indiano, è cresciuto nel Golfo, poi in America, risiede a Singapore oltre a partecipare a numerosi think tank americo-britannici mondialisti[1], sia per un altro motivo. Khanna infatti assume come scenario la complessità del mondo ed ha molte informazioni che sceglie ed elabora poi a modo suo ma comunque applica il ragionamento a cose e problemi che esistono nel mondo reale e non a cose che s’inventa alla tastiera raccontandoci un mondo che è solo nella sua testa.  Khanna quindi, a suo modo, si occupa pragmaticamente di complessità del mondo il che è meritorio e propone soluzioni e queste soluzioni, che ovviamente sono in favore della prorogabilità, adattabilità, salute del Sistema, le trova in un originale miscuglio di una certa occidentalità con una certa orientalità. Non già il dominio di un modo-mondo sull’altro ma un sincretismo e per certi versi, il sincretismo è forse l’unica via possibile per sintesi in un mondo multipolare, anche se bisogna poi vedere come lo si confeziona. Se c’è un autore che possiamo definire geneticamente globalista dal punto di vista culturale, questi è proprio il giovanotto di 40 anni che vive su gli aerei e rimbalza da un hot spot ad un altro, incontrando élite di vario tipo, collezionando fatti ed esperienze, idee e modi di fare le cose, restituendoci poi la sua sintesi.

Il libro si intitolava “Technocracy in America” ma l’editore italiano (Fazi) lo ha cambiato spostando l’asse sul “ritorno delle città-Stato” un “piccolo è meglio”, che nasce automatico dal generatore di dicotomie che alberga nelle nostre menti.  Laddove il gigantismo americo-cinese-indiano, sembra imperare, in tempi di megafauna, nasce spontanea la lode per la microfauna che gli è complementare. Invero, Khanna si premura di non esser preso per l’ennesimo modellista di letti di Procuste, premettendo che non esiste un modello standard valido per tutti. Ma salvata l’eccezione, poi è in pratica quello che fa: cantare le lodi del nodo di una rete fortemente interconnessa, una applicazione della Teoria delle reti che oggi va molto forte. Ai tempi dei mulini e degli orologi i sistemi ideali erano meccanismi, al tempo del carbone e del vapore tutti i sistemi dovevano somigliare a fabbriche e locomotive, ai tempi di Internet il sistema è una rete di nodi interconnessi. Il nodo ideale è la città-Stato, piccola, agile, non soffocata dalla burocrazia, vibrante alle frequenze delle onde gravitazionali della dinamica complessa del mondo intero, ormai interconnesso in un unico sistema.

La faccenda del titolo però dobbiamo indagarla meglio perché in effetti il libricino è spaccato in due. La prima parte dà conto del titolo italiano e concettualmente presenta e promuove un nuovo modello politico basato sull’asse tecnocrazia – democrazia (l’ordine gerarchico dei due concetti è esattamente questo, quindi è un modello top-down) ovvero Singapore – Svizzera dove la Svizzera non è una città-Stato ma una cosa a metà tra la confederazione e la federazione di entità locali assimilabili alle città-Stato. La seconda parte del libro però, è dichiaratamente rivolta a gli americani di cui Khanna critica con una certa puntigliosità il sistema politico-amministrativo, invitandoli a guardare al modello singaporiano ma anche cinese (con espliciti riferimenti a gli aspetti di governance del Partito comunista cinese), per trarne nuovi insegnamenti. A questo, aggiunge l’interconnettività tanto da qualificare il suo modello tecno-democratico come un “info-State”, un “Google-Sate powered by Big data”. Poiché gira voce che Zuckerberg potrebbe avere intenzione di scendere in politica, si potrebbe ipotizzare che il libricino di un Autore che normalmente viaggia sulle 500 pagine (mentre qui si contiene a livello di pamphlet), sia un possibile pre-manifesto di una ipotesi politica che vorrebbe scalare il potere americano la cui crisi ontologica è manifesta e chiara a tutti. Vediamo meglio di cosa si tratta.

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Racconteremo e commenteremo il libro al contrario, partendo dalla fine e risalendo i capitoli, una ingegneria inversa del discorso. Il succo è questo “Una tecnocrazia diretta è il modello migliore per la governante del XXI secolo, laddove combina un esecutivo a presidenza collettiva e un parlamento multipartitico di tipo svizzero con l’amministrazione pubblica di Singapore, guidata dall’utilitarismo e dall’analisi dei dati. Un blend di democrazia e tecnocrazia, in altre parole, assistito dalla tecnologia”. Mi scuso con i lettori e lettrici ma non citerò le pagine, lavoro su una edizione e-book e preferisco seguire il flusso del discorso che merita un approccio olistico. Questo succo è premesso da una constatazione brutale: “Nei prossimi decenni la competizione globale punirà i sentimentali”.

Attenzione perché questa premessa è fondamentale e condivisa da chi scrive. Poiché ci occupiamo anche noi di complessità sebbene in modo diverso e diversissimo esito normativo, la constatazione del fatto che siamo capitati in una epoca storica eccezionale e assolutamente discontinua è comune. Tale eccezionalità, chiama ad un approccio realista e quindi la mia critica a Khanna non sarà sul terreno tanto facile quanto inutile dell’ideologia ma della pragmatica, condivido l’appello forte alla pragmatica (che tanto include l’ideologia in background) di Khanna anche se abbiamo due pragmatiche diverse. Altresì, opporre a Khanna l’iperglicemica sequenza di buone intenzioni, sentimenti, etiche perfette che ci fanno sentire buoni e giusti, lascia il tempo che trova. Il gioco sarà duro e per giocare occorrerà concretezza, le chiacchiere stanno a zero. Il “successo” secondo Khanna, io direi piuttosto il raggiunto adattamento, si misurerà in termini di “capacità di gestire la complessità”[2]. Nei prossimi trenta anni, avremo forse 250 Stati, per 10 miliardi persone con tutti che producono, commerciano, estraggono materie, vivono più a lungo, mangiano, bevono ed usano acqua per vari scopi, usano energie fossili, sognano una vita migliore in un pianeta i cui limiti oggettivi non sappiamo se coincideranno con le nostre aspettative o forse lo sappiamo ma facciamo finta di non saperlo. Sarà un mondo con economie capitaliste o semi-socialiste, globalizzate o inter-nazionalizzate, laico o religioso, democratico o oligarchico, competitivo e cooperativo, questo lo vedremo, ma in ogni caso, sarà un mondo complesso e né noi, né le forme di nostra vita associata ,siamo culturalmente idonei a vivere in questo contesto, quindi è il caso di darci tutti una bella svegliata e di capire bene in che epoca siamo capitati.

Khanna racconta che nel suo essere impollinatore di idee global-competitive, non c’è élite di stati emergenti o desiderosi di esserlo, che non gli invii o presenti il suo Vision …  (e qui si va da piani decennali a trentennali se non più). A dire che fuori del mondo occidentale, il tema del giorno è “il futuro”[3]. Futuro su cui si cerca di fare piani e strategie poiché il futuro tutto è tranne che garantito. Gente giovane, con aspettative, che vuole crescere (in tanti sensi), vuole costruire. Questo è un atteggiamento comune a tutto l’asse afro-asiatico che nel 2050 sarà l’80% della popolazione mondiale. A parte gente “strana” come Attali, i vari Bilderberg o quelli di Davos, conoscete qualcuno in Occidente che si spreme le meningi per capire come rispondere al “che fare?” per i prossimi trenta anni in senso ampio e strutturale? Se la risposta è no, allora dovete cominciare a preoccuparvi seriamente perché non è affatto detto che le idee del singaporiano Lee Hsien Loong o del giovane principe saudita Muhammad bin Salman, vi piaceranno di più di quelle di Zuckerberg o Macron.

Il programma di Khanna rivolto a gli States (ma molte cose valgono in senso Occidente allargato) è dunque quello di saltare a piè pari l’intermediazione politica divenuta disfunzionale, sottraendo l’amministrazione ai mestieranti corrotti ed incapaci secondo uno schema che ha sia la sua versione populista (tipo Trump) sia la sua versione di una tecnocrazia orientata da continui sondaggi d’opinione e quasi partecipazione dal basso. Il futuro “casaleggiano” di Khanna vede il trasferimento integrale della consultazione basso-alto su Internet, con la California primo info-Stato in USA. E vede la devoluzione progressiva da un centro immobile, ostaggio di interessi di minoranze egoiste ad un locale in cui ci sono solo domande problematiche (democrazia) e risposte adeguate (tecnocrazia). Vabbe’ “adeguate” a cosa non si sa bene ma ne riparliamo più avanti. La tecnocrazia è in grado di misurare gli obiettivi e dar conto della loro raggiungibilità, un recupero del codice che fondò il moderno nell’Inghilterra del XVII secolo, il -numero-peso-misura- o come dice Bloomberg “Quello che non sai misurare non sai governare”. “Conoscere” quindi è diventato manipolare Big data. Di contro, dallo spirito della comunità di Rousseau al municipalismo di Tocqueville, dall’Atene di Clistene e Pericle al demo-anarchismo di Murray Bookchin, che la vera democrazia richieda relazioni di prossimità e che sulle distanze della rappresentanza dalle lunghe deleghe il contenuto perda progressivamente senso e significato, è un fatto.  La dimensione locale potrà poi ben coordinarsi con una supertecnocrazia centrale com’è nel modello cinese, dice il nostro.

Il pragmatismo di Khanna fa vittime illustri. Il nostro sembra sorridere divertito ed  ironico davanti alla nozione-dogma del lassaiz-faire.  Ma quale lassaiz-faire, idea del XVIII secolo da rottamare in fretta scrollandosi dal torpore ideologico! Il futuro sarà in un ibrido tra privato, cooperativo e statale, sussidi e protezione pubblica per aziende di “interesse nazionale”, fondi sovrani, manipolazione intenzionale  della valuta (qui alla Merkel -che pare abbia incontrato più volte l’indiano- sarà venuto uno stranguglione), agenzie nazionali di credito all’export, attiva diplomazia politica commerciale, aperture e chiusure selettive e sempre revocabili secondo il bene del proprio sistema. Piani deca-ventennali gestiti con flessibilità e decisione, con misurazione dei risultati ed anche brusche correzioni di rotta, attivando tutte le leve possibili ed immaginabili. Siamo nel pieno della cultura giapponese, coreana, cinese di cui Singapore è solo il crocevia frattale. L’unico parametro sarà rispondere alla domanda: funziona? Ed il funziona, sarà sia misurabile oggettivamente, sia rilevabile soggettivamente dai like che la popolazione darà come giudice sovrano. Certo Khanna, mischia il modello Repubblica di Venezia ed Hansa baltica con la Repubblica popolare cinese che è una cosina un po’ differente ma teniamoci olisti e seguiamo con beneficio del “all’in circa”, lo spirito del suo argomentare, non stiamo commentando il “nuovo Hobbes” ma un giovane consulente-sforna-best seller che salta un po’ di qua ed un po’ di là con però molte informazioni ed una certa fresca propensione visionaria.

Se questa è la soluzione, qual è il problema americano e per esteso occidentale? La percentuale di voto democratico in Occidente è crollata dall’85% del 1970 ad una media del 60% del 2014, perché? Per gli USA (e non solo) il problema è che c’è stata una degenerazione verso una politica senza democrazia, verso il “liberismo non democratico”, una oligarchia governata da una élite corrotta, avida, autoriferita, egoista ed anche un po’ stupida[4]. Una finanzocrazia (wow! echi di Gallino dove non ti saresti mai aspettato!). Un Congresso fatto di businessmen miliardari, che prima e dopo l’incarico erano e tornano ad essere lobbisti, ostaggio di un Deep state[5] in mano ai ciechi egoismi della finanza e del complesso militar-industriale. Un continuo gerrymandering ovvero l’arte di manipolare i distretti elettorali (eredità antica dei rotten borroughs inglesi) che portano alla dittatura della minoranza. Perché allora non ripristinare l’obbligatorietà del voto? Magari ci facciamo una app e così colleghiamo strutturalmente governanti e governati. Una tecnocrazia diretta a base di Big data questi errori non li farebbe, i dati diranno qual è la politica migliore (?), la democrazia info-connessa-istantanea dirà se va bene o no, se e come modificarla alla bisogna, popolo ed esecutori preparati, chi altro serve? Quello che ci vuole è una “tavola rotonda” di sette-otto tecnocrati multidisciplinari, una presidenza collettiva, ma pur sempre dotati di specifiche competenze che lavorano per fare strategie complesse, cioè integrate. Accanto, gruppi di esperti tematici che però non incarnano una sola visione ma tutte le possibili visioni ovvero “team di rivali” sul modello svizzero, incontri frequenti con la “gente”, audit del popolo e tanta connessione permanente anche qui sul modello del referendum continuo à la Svizzera. E perché cambiare sempre tutto e tutti e non affidarsi anche all’expertise almeno consultivo di chi ha già governato, consigli dei saggi sul modello singaporiano? E’ questa anche “circa” la struttura del Partito comunista cinese, sette membri al vertice, Politburo di 25, Comitato centrale di 350, scuola confuciana di partito di un anno ogni cinque di governo per ogni funzionario pubblico e continui re-invii al “lavoro di provincia” per i più tardi. Altro che fine della storia che avrebbe distrutto con democrazia liberale ed Internet l’autoritarismo cinese, è avvenuto l’esatto contrario, la Cina ha oggi ben più legittimità e successo del triste spettacolo della Sodoma e Gomorra di Washington! La Conferenza consultiva del popolo e la piattaforma intranet interna al Partito comunista cinese, funzionano ben meglio della medio-crazia finanziarizzata americana a senso unico.  Khanna sarà anche un confezionatore di best seller ma nell’invitare  gli americani ad invidiare il modello del PCC, ci mette anche un po’ di coraggio, riconosciamoglielo. Infine, altro che mandati brevi, una strategia a meno di dieci anni non potrà mai esser tale e certe volte meglio una non perfetta strategia che una non strategia. Alla fine, il vertice assoluto, il Xin Jinping o il singaporiano Lee Hsien Loong[6] della situazione, sarebbe non un grande semplificatore come Trump o il temuto “cattivo imperatore” ma un direttore di grande orchestra, un gestore di complessità delegata.

Perché gli americani si ostinano ad avere due soli partiti? Come possono rappresentare l’articolata dialettica della società riducendo la complessità a due polarità che mediando mediazioni alla fine non sanno di niente e per altro tendono a coincidere? Nella classifica a multi-indicatori della salute democratica occidentale, tutti i ventiquattro paesi che sopravanzano gli USA hanno sistemi multipartitici con esecutivi espressi dal parlamento e sono pure demograficamente e socialmente più piccoli e meno complessi. Oltretutto gli altri occiddentali si fermano a far campagna per le elezioni solo per due-tre mesi e non per due anni come negli USA. Oltretutto hanno partiti grandi ma anche piccoli, che possono finanziariamente esistere anche senza le tonnellate di miliardi che obbligano i due contenitori americani ad essere ostaggio della finanzocrazia. Vengono in mente tutti gli esperti nostrani che hanno provato ad ammannirci le magnifiche progressive sorti del bipolarismo in nome della governabilità che però non tenevano conto del fatto che i tempi che chiamano cambiamento, richiedono altresì articolazione. Perché poi avere senatori se ci sono già i governatori, cos’altro serve oltre a rappresentanti locali a contatto con l’elettorato che hanno esperienza amministrativa e di governo pragmatico e concreto invece che essere avvocati o manager o dentisti e commercialisti dalle dubbie competenze pubbliche? E poi, ancora col Secondo emendamento (possesso privato di armi) che è del 1791, suvvia! Meglio la Wiki-Costituzione tipo Islanda, la Carta va scritta da tutti e deve essere flessibile al cambio dei tempi.  La verità, dice il nostro, è che l’impianto legislativo americano è vecchio, polveroso, desueto, più simile ai fasti della burocrazia sovietica che della modernità complessa, agile e flessibile. Assimilarli all’URSS e consigliarli le virtù confuciane dei comunisti cinesi, l’indiano va giù duro. La classe politica americana non segue le procedure di selezione dal basso con continui esami confuciani come nella burocrazia cinese, salta subito al posto di comando (comprandosi il seggio) non sapendo di nulla di ciò di cui si dovrà occupare. Meglio allora pagare a dovere chi esercita la funzione pubblica (la “casta” non è nel costo ma nell’inefficienza), pretendendo però pari prestazione professionale. Competenza, meritocrrazia, utilità, le tre coordinate del difficile compito politico sono sistematicamente evase, come le tasse. Insomma una chiara accusa di inefficienza complessiva, assenza di merito, etica pubblica del tutto assente, interesse personale strabordante, un disastro.

La formula finale è “meritocrazia democratica verticale”[7], info-Stato e tecnocrazia, etica dell’utilitarismo benthamiano originario (il maggior benessere per il maggior numero, non per il minor numero com’è poi degenerato). Basta con gli obbrobri come le politiche d’austerità ed il bail-out di Wall Street, se i sistemi collassano vuol dire che sono male impostati e vanno lasciati fallire (Hayek),  che nascano mille piani di finanziamento diretto alla classe media sul modello CFPB della ultra-democratica Elisabeth Warren. Khanna ne ha per tutti!

Il tutto si fonda sul triplice modello empirico di Svizzera – Singapore – ed in parte Cina (ma anche balto-scandinavi), prime due in cima a tutte le classifiche su gli indicatori delle istituzioni global-capitaliste, salute, ricchezza, bassa corruzione, alto tasso di occupazione, istruzione, Pil, alti investimenti statali nella formula magica: ricerca, sviluppo ed innovazione. Città-Stato o distretti interconnessi, federalismo spinto per i più grossi, protezione verso i moderni virus degli attacchi migratori, contagi finanziari, hacker e terroristi, società aperte ma pragmaticamente non spalancate, dedite al mercato ma non passive rispetto alle del tutto presunte qualità mistiche della mano invisibile,welfare e previsione delle future difficoltà, casa, lavoro stabile (magari con applicazioni che cambiano ma senza vuoti paurosi di inoccupazione), protezione della prossima vecchiaia di massa. Tecnologia per tutti, pragmatici tecnocrati elettivi e problem solver su obiettivi dichiarati e monitorati, decision making attraverso processi consultivi allargati, educazione civica di massa, referendum continui, sanità pubblica ma efficiente (se costa meno ed è parimenti sociale perché non anche privata?), piani di risparmio obbligatori per la vecchiaia sempre più lunga, scenaristi, pianificatori, capacità di autocorrezione, politiche della “felicità” (?), formazione continua, multi allineamento multipolare (!), governance d’impresa miste sul modello tedesco, controllo del short-termismo finanziario che uccide innovazione e sviluppo strategico (e quindi potenziamento di finanza pubblica che fornisca i cosiddetti “capitali pazienti”[8]), infrastrutture, lotta alla burocrazia e naturalmente tanta e tanta attenzione ecologica e piena sostenibilità.

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Che dire? Be’ la critica puntuale e precisa di ogni singolo punto non la farò. Sarebbe inutile data l’intelligenza dei miei lettori e lettrici che saranno ben in grado di notare incongruenze, contraddizioni, imprecisioni, aporie, financo distorsioni dei famosi “dati” che dimostrano una volta di più che questi non sono neutri. Diamo per fatta la tiritera su questo nuovo sogno dispotico e distopico che sono i due giudizi critici che vanno per la maggiore nelle critiche che ho letto. Mi dedicherò invece ad un critica positiva, diciamo “costruttiva” anche perché ultimamente sto diventando idiosincratico alla retorica del criticismo radicale del capitalismo e delle sue multiforme pezze ideologiche di accompagno. Non perché non le condivida -in linea di massima- ma perché ne avverto con dolore l’assoluta inutilità visto che lavorano incessantemente da centocinquant’anni senza aver portato il benché minimo risultato di reazione ed anzi costruendo la percezione di un Leviatano invincibile, un iper-sistema (ultimamente gli aggettivi superlativi stanno finendo e dopo “ultra”, “assoluto”, “mega” non si sa più cosa inventare) troppo forte, troppo intelligente e cinico, pervasivo e governamentale, panoptico e subliminale, ortopedico e biopoliticamente decerebrante che è così perfetto che ti credo che non si riesca poi a fare nulla per modificarne le traiettorie. Mi sa che troppa critica ci deprime e l’attenzione microfisica alle giunture fini del sistema non porta altro alla sua percezione critica che passività da impotenza. Rifugiarsi in questo affollato“luogo comune” (ormai quando leggo “neo-liberismo” nel titolo di un articolo o saggio, salto a piè pari) invece che prendere di petto il “che fare?” mi porta a quella XIa Tesi su Feuerbach che ci stiamo dimenticando di onorare, ormai da decenni.

Come detto, anch’io, nel mio piccolo, mi occupo di complessità ma per me, la complessità è ciò che risulta da sistemi in interrelazione tra loro dentro un certo contesto-ambiente. La mia è quindi un’ottica (o a volerla fare colta, una ontologia) sistemica. Il punto alla base del discorso di Khanna è che i sistemi istituzionali di cui pure apprezzo l’importanza nell’analisi, non spiegano tutto il successo di A o B[9]. Voglio dire che se Singapore  fosse posizionata nei Caraibi, a dispetto delle convinzioni di Khanna che ritiene superata la geografia e la sua versione dinamica che è la storia, forse produrrebbe musica e cocktail ma non sarebbe il successo che Khanna esalta. Per altro, linko questo articolo di un connazionale che lì insegna filosofia in una di queste famose scuole d’eccellenza per dare luce da una altro punto di vista visto che quella di Khanna è un po’ troppo monodimensionale[10]. Quindi, se tutta l’Asia si mette in moto nel dopoguerra e Singapore funge da porto franco e centro avanzato degli affari oltretutto extraterritoriale e quindi “neutro” rispetto a gli egoismi e le gelosie tra le nazioni dell’area, non è che tutto il presunto successo di Singapore possa esser ricondotto alla sua cultura nepotista illuminata, tecnocratica, affaristica, statalista, simil-socialista, che però ogni-tanto-ascolta-il-popolo. Così per la Svizzera dove l’ indiano dice che si insegna “cultura finanziaria” addirittura alle medie, non si può evitare di richiamare il suo territorio, la sua collocazione centrale europea (non è incastonata tra Congo, Ruanda e Burundi per dire) ed ha una densità di istituzioni bancarie e finanziarie figlia di precise scelte del porsi come centro banco-finanziario (oltretutto a lungo nella lista nera dei paradisi fiscali), non alla portata di tutti. Inoltre, va detto che Singapore e la Svizzera, esistono e prosperano sul loro vantaggio comparato proprio perché è unico, ossia non possono essere un “modello” perché se tutti facessero come loro, il loro modo non sarebbe più un vantaggio ma uno standard. Di base, la crisi del Politico e della democrazia in Occidente è figlia di molti genitori, inclusa la sostanziale mancanza di definizione, conoscenza precisa, ambizione teorica rispetto al concetto. Né Internet, né i like ai tecnici, né la capacità gestionale pragmatica (che comunque è utile e da non sottovalutare), ci daranno quello di cui abbiamo bisogno.  Parafrasando Latour “noi non siamo mai stati democratici”. Non è democrazia il sistema rappresentativo, non è democratico l’impianto teorico del marxismo, non sono democratiche le élite intellettuali critiche (basta vedere come si esprimono). Guardiamo sempre in alto, alle forme istituzionali, alla presa del potere, alle procedure quando invece dovremmo guardare in basso, alla presenza di informazione, conoscenza, capacità di analisi, capacità discorsive, logiche ben salde, tempo per discutere ed apprendere presso gli individui che dovrebbero auto-governarsi.

Tuttavia, come abbiamo detto in precedenza, in ottica olistica, il manifesto tecno-democratico di Khanna se non nelle soluzioni, almeno forse nell’elencazione dei problemi, qualche spunto utile lo dà. Che la democrazia occidentale sia in profonda crisi e che questa non dipenda tutta e solo dalla globalizzazione neoliberista mi pare da considerare. Tutti quanti abbiamo una classe dirigente, per lo più, disastrosa che per altro riflette con precisione la disastrosità mediamente intesa e diffusa del nostro stato medio culturale[11]. Vale per la politica ma non è che l’industria, l’informazione e la cultura vadano poi molto meglio. Altresì, non è che i nostri sistemi economici scoppino di salute, neanche quelli che la moneta sovrana se la sono tenuta e non si sono auto-flagellati con il delirio dell’austerità. Ed ancora, tra afflati unionisti privi di senso, ritorni alla nazione la cui sovranità è ridotta alla moneta in pieno riduzionismo monetarista ed addirittura sciame sismico delle secessioni, non è che le idee sulle nostre forme di vita associata siano limpide e chiare. Così il deserto ideologico tra un neo-liberismo che Khanna ha gioco facile di prendere in giro, lui che parla a nome del capitalismo pragmatico del futuro che se ne sbatte delle coerenze liturgiche ed il non si sa cosa di frammenti di keynesismo con slanci di egalitarismo e difficile ripristino di una democrazia stancata da populismi grezzi ed ignoranza popolare assai diffusa, con qualche soprassalto nel leggere o far finta di leggere Slavoj Zizek che ti dà la sensazione del fremito ribellista che però poi non porta da nessuna parte.  Così per gli incipienti drammi della disoccupazione tecnologica, del collasso ambientale, la degradazione dell’intelletto, la dittatura di specialismi e tecnicismi, la china demografica con invecchiamento di massa, il problema africano che non è tutto contenibile in un gommone in cui discutiamo di razzismo ed accoglienza, l’islam e l’infuriante battaglia per l’Ordine Mondiale Multipolare. Problemi tanti e forze ed idee per affrontali pochine, energia sociale ancora meno per affrontare non come ha notato di recente la Klein[12] una serie di crisi interconnesse ma una unica, ontologica crisi: il modo occidentale di stare la mondo.

A farla semplice, c’è un mondo che si è affacciato al capitalismo, alla crescita e sviluppo ed al progresso materiale da pochi decenni ed ha quindi molto spazio davanti a sé e c’è un mondo che quella strada l’ha percorsa già da un secolo e mezzo ed incontra progressivi limiti di ulteriore spazio per procedere. Non si tratta di modelli ma di condizioni di possibilità. Viepiù ora che gli “altri” usati in precedenza come periferia da cui attingere energie, materia prime, mano d’opera e mercati su cui scaricare gli eccessi produttivi, hanno deciso di mettersi in proprio e competono. Chi ha molto da perdere e poco da guadagnare vs chi ha molto da guadagnare e poco da perdere. Il favore di scenario dei secondi verso i primi non giustifica alcuna proposta di ricetta salvifica da imitare. Così come non era vero che fosse la democrazia liberale a dar conto del successo occidentale, non è vero che il dispotismo benevolo tecnicizzato dà conto delle performance dei nuovi arrivati. Purtroppo però, sarà inevitabile che qualcuno qui da noi prenderà qualche parte della ricetta di Khanna (non magari l’obbligatorietà del voto, il ruolo del pubblico nell’economia, il finanziamento diretto delle classi medio-basse) per dirci che effettivamente le élite debbono poter governare per decenni senza essere votate, che i tecnici sono meglio dei politici, che la democrazia la trasferiamo armi e bagagli su facebook, che occorrono scuole più tecniche a quiz e punteggi e che con i Big data a cui dobbiamo tutti cedere la nostra privacy, il mondo sarà migliore. Si prenderà il modello e per altro senza l’etica confuciana che l’accompagna e così il frittatone sarà servito.

Chiuderei riprendendo l’avviso iniziale: “Nei prossimi decenni la competizione globale punirà i sentimentali”. Forse ci converrebbe far delle nostra intelligenza collettiva un think tank informale che cominci a redigere una nostra Vision 2050. Il futuro per noi è stretto, senza una strategia che medi i nostri valori con la realtà delle condizioni di possibilità, sarà tragico.

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[1] https://en.wikipedia.org/wiki/Parag_Khanna

[2] Il “collasso da complessità” è un classico per la spiegazione dei crolli di civiltà da Tainter a Diamond.

[3] Tra l’altro, non tutti gli asiatici pensano al futuro come Khanna, ma comunque si pongono il problema: http://www.lintellettualedissidente.it/economia/chandran-nair-geopolitica-stati-disagiati/

[4] Esiste un avviato dibattito in America sulla questione. Da Yascha Mounk che si occupa di Political Theory a Lawrence Lessing che si occupa di Legge, entrambi ad Harvard, al classico e pluricitato studio di M. Gilens di Princeton e B. Page della Northwestern University (https://www.cambridge.org/core/journals/perspectives-on-politics/article/testing-theories-of-american-politics-elites-interest-groups-and-average-citizens/62327F513959D0A304D4893B382B992B) di cui qui parla il New Yorker https://www.newyorker.com/news/john-cassidy/is-america-an-oligarchy

[5] Mike Lofgren, The Deep State,Penguin Books, 2016

[6] https://www.internazionale.it/notizie/gabriele-battaglia/2017/08/10/viaggio-singapore-cartacce-sfruttamento-lavoro

[7] La definizione è di Daniel Bell, The China Model. Political Meritocracy and the Limits of Democracy, Princeton University Press 2016

[8] M. Mazzucato, Lo Stato innovatore, Laterza, 2014

[9] E’ d’obbligo il riferimento al recente classico di D. Acemoglu – J.A.Robinson, Perché le nazioni falliscono?, il Saggiatore, Milano, 2013

[10] http://megachip.globalist.it/cervelli-in-fuga/articolo/2012613/il-futuro-della-nostra-scuola-come-a-singapore-un-momento-parliamone.html

[11]http://www.repubblica.it/venerdi/interviste/2017/01/25/news/il_trionfo_della_mediocrazia_spiegato_dal_filosofo_canadese_alain_deneault-156837500/

[12] https://ilmanifesto.it/la-sinistra-deve-fare-una-vera-rivoluzione-morale/

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LO SPAZIO DEL POLITICO NEL MONDO MULTIPOLARE. Nuovi Stati, secessioni, sovranità.

Politico, com’è noto, si riferisce alle questioni relative alla comunità o società che nell’Antica Grecia si chiamava polis e che oggi si chiama Stato. Non ha cambiato solo il nome, la polis greca era una città (o al più un’isola), la più grande e famosa, Atene, contava al suo massimo forse 130.000 abitanti ma non tutti erano soggetti politici di diritto. Oggi, uno Stato medio,  secondo una brutale operazione che divide la popolazione terrestre per i poco più di 200 stati accreditati, conta poco più di 35 milioni di abitanti. Chiaramente, se la dimensione di Atene sosteneva ancora il concetto di comunità, lo Stato moderno contemporaneo verte sul concetto di società che, a sua volta, può basarsi o meno su una rete di comunità. Queste, possono  a volte coincidere con etnie che i greci ritenevano una istituzione barbara, una istituzione imposta perché subita alla nascita[1].

Lo spazio del politico nel mondo, sembra attraversato da due correnti potenti. Da una parte, la popolazione mondiale è cresciuta di due volte dal 1950 e fra trenta anni, ad un secolo dalla data posta, risulterà cresciuta di tre volte. Fatte le debite proporzioni, per dare una approssimata idea della vistosità del fenomeno, è come se l’Italia, nel prossimo secolo, diventasse una nazione di 240 milioni di persone dai 60 che ne conta oggi. Dall’altra, sempre usando il 1950 come termine di riferimento, il numero di Stati -ad oggi- è quadruplicato. Quest’ultimo dato contrasta con l’immagine del mondo rispetto alla quale organizziamo le nostre ricognizioni di pensiero. Impegnati a dibattere e profetare la fine dello Stato, il neo-liberismo globalizzante, il sogno-incubo di un Governo Mondiale, noi stessi alle prese con la nebulosa formazione di una entità europea sovranazionale come l’UE, ci siamo convinti che lo Stato non ha futuro il che è ben strano visto che se ne sono prodotti quasi centocinquanta solo negli ultimi settanta anni. A voler arrischiare una ipotesi correlativa, sembrerebbe che all’aumento della popolazione corrisponda una geometrica produzione di nuovi stati. A voler seguire questa strada ipotetica  da rivedere data la natura complessa e non lineare di questo tipo di fenomeni, la proporzione ci porterebbe ad immaginare al 2050, un mondo di 10 miliardi di persone, porzionato in poco più di 270 stati. Ma quali fattori agirebbero in favore o contro questa ipotesi a prescindere da l’impossibile predizione delle esatte quantità? Gli Stati, aumenteranno o si addenseranno diminuendo in senso complessivo?

A favore di un ipotetico trend accrescitivo, si possono segnare quattro forze.

La prima è proprio la frizione tra comunità e società. La crescita della popolazione che nel prossimo futuro riguarderà soprattutto in parte l’Asia ed in maggior parte l’Africa, può esser letta come crescita della società in quanto crescono le comunità ma laddove la società data si basa su uno statuto storico precario poiché tale s’è definita solo in tempi relativamente recenti e su basi aleatorie (dove cioè non c’è un forte concetto di Nazione), in realtà quello che crescerà saranno le popolazioni delle comunità. C’è anche la possibilità che queste società, ad esempio nel caso di presenza di minoranze musulmane, abbiamo una natalità asimmetrica generando fenomeni di riequilibrio delle varie demografie etniche come è vistosamente accaduto in Libano. Laddove le comunità giungeranno a dimensioni tali da potersi pensare “Nazione” la rivendicazione di un potere politico autonomo (uno Stato), potrebbe conseguire[2]. Tale rivendicazione potrebbe basarsi su effettive ancestrali tradizioni o su “tradizioni inventate” come le definì in un celebre studio Hobsbawm[3]. Spesso il confine tra effettiva tradizione e tradizione inventata, è sfumato e storicamente difficile da sostenere o escludere del tutto[4]. Né il diritto internazionale fornisce alcun certo riferimento quando si parla di fenomeni storici in quanto questi vengono prima di quello.

La seconda ragione a supporto di un incremento della formazioni statali potrebbe provenire dalla fascia afro-asiatica in cui, contemporaneamente, più forte sarà l’incremento demografico e meno forte è la consistenza statale. In questa fascia, gli Stati sono sovranità per lo più di matrice post bellica (dato che segnala anche il fatto che il concetto di “Stato” è stato importato e non fa parte della cultura politica autoctona) e prima vi erano regni sfocati o la tradizione islamica di imperi la cui consistenza diminuiva in rapporto alla distanza dal centro. Queste entità neo-statali sono spesso la formalizzazione di precedenti Stati coloniali o regioni amministrative disegnate dai francesi e dagli inglesi seguendo il proprio unilaterale interesse economico e geopolitico, senza cioè attinenza con la geo-storia specifica e sulla scorta della demografia primo-novecentesca. In Africa, ad esempio, abbiamo un territorio che è tre volte l’Europa (sebbene con una significativa parte desertica) ma ha -più o meno- lo stesso numero di entità statali. Da qui a trenta anni, la popolazione africana sarà tre volte quella europea. Poiché ci sarà sempre più gente, c’è spazio, non c’è tradizione del concetto di Stato, la partizione naturale è clanico/tribale, partizione particolarmente refrattaria ad accettare che un clan/tribù abbia potere su tutti gli altri, la previsione di un incremento di entità nella geografia politica di questa fascia è conseguente. Su questo ed estendendo il discorso alla fascia asiatica non cinese, s’innesta il problema musulmano. “Muslim” significa sottomesso, sottomesso a Dio, perché un muslim dovrebbe esser sottomesso ad uno Stato oltretutto non avendo mai lui avuto alcuna parte nella definizione né del concetto, né della sua applicazione al suo territorio e dal momento che la religione islamica sembra vietare alcun ente intermedio tra la comunità dei credenti (Umma) e Dio tanto da non avere neanche una Chiesa? Come agiranno queste due forze, tribalismo e islam (tra loro in non contraddizione), nel futuro di un’area che già sappiamo avrà la più grande percentuale del futuro aumento della popolazione? Questi “popoli” sono stati ammassati con vecchi nemici o innaturalmente divisi nella geografia politica post coloniale in vari Stati, Stati che, di loro natura, tendono alla reciproca competizione, quindi alla rottura del senso di comunità dei musulmani. La natura clanico-tribale, complementare alla centralizzazione imperiale, diventa focolaio di conflitto nel caso dello Stato e ciò sebbene una qualche recente tradizione statuale è pur presente per quanto difesa solo dalle élite assurte a tale ruolo in seguito alla funzione servile svolta precedentemente in favore delle potenze coloniali. Elite che sul piano politico, hanno quasi sempre origine militare poiché è chiaro che il militare dipende da un esercito e questo dipende dall’esistenza di uno Stato. Militari statalisti vs imam islamisti alle prese con un senso dello Stato precario, inflazione demografica (e spesso costante discesa dell’età media) e turbolenze economiche e belliche, non certo uno scenario statico.

Così per il Medio Oriente condizionato oltreché dalla invasiva nascita di Israele, prima ancora dal famigerato trattato segreto franco-britannico Sykes-Picot la cui geografia politica del tutto dadaista continua a produrre frizioni da più di un secolo. O vogliamo parlare dell’Afghanistan, del Pakistan, del Bangladesh, della Birmania-Myammar le cui peripezie di convivenza forzata tra buddisti e musulmani sponsorizzati e di recente armati da Riyad sono l’attualità delle ultime e prossime settimane mentre il contagio potrebbe sempre arrivare in Malesia? E le Filippine coi suoi 40 gruppi etnici? E l’ Indonesia, coi suoi 54 gruppi etnici? E quanto possiamo dire solida l’India (formalizzata nel 1950), la seconda entità dopo l’Africa per varietà culturale, linguistica e genetica, con un ricco corredo di credi religiosi e per dimensioni con la seconda comunità musulmana dopo l’Indonesia? E le repubbliche centro-asiatiche e il Caucaso, figli dell’implosione sovietica? Ed oltre alla fragilità geo-storico-istituzionale, le frizioni clanico-tribali, l’incommensurabilità tra Stato e comunità dei musulmani, la crescita demografica, gli endemici problemi di sviluppo e mettiamoci anche un po’ di siccità qui ed alluvioni là poiché il cambiamento climatico afferirà queste zone più che altrove, che ruolo giocheranno i grandi giocatori nella grande partita per il riassetto degli equilibri geopolitici del mondo multipolare?

Quest’ultima citata, la grande partita dei riassetti geopolitici del mondo,  è la terza forza di quadro generale che va intersecata con tutte le altre prima considerate. La competizione è su un duplice piano, quello economico-finanziario e quello dell’egemonia geopolitica.

Il primo, vede l’Occidente europeo in tendenziale ritirata dalla fascia che diede i fulgori a gli imperi coloniali su cui si è basata grande parte della ricchezza della nostra parte di mondo. La caratteristica primordiale del sistema economico moderno, l’esistenza di un centro con una sua contenuta corona semi-preriferica ed una vasta prateria periferica che tributava energie-materie-mano d’opera e mercati di sfogo in cui riversare parte della sovrapproduzione, nonché gli scarti, non c’è più. Si va verso un assetto ben diverso con più poli sviluppati, una generale messa in scambio dei fattori all’interno di mercati in cui nessuno ti regala niente (“rubare” in senso coloniale), la presenza di una vera concorrenza, cioè presenza di alternative, un vasto e complesso intreccio tra fatti economici, finanziari e tipicamente politici, qualche volta anche militari. “Rubare” in senso coloniale è oggi certo più difficile (sebbene rimangano alcuni veri e propri scandali coloniali come l’area afro-occidentale in cui è egemone la Francia) ma l’autentica epidemia di corruzione fotografata dalle istituzioni globali mainstream (IMF, WB, OCSE-OECD), dice che la cleptomania occidentale ha trovato altre forme  d’espressione e che l’esproprio delle ricchezze locali sia fatto lasciando la mancetta alle élite locali che poi tornano i capitali nel grande circo –on and off shore- della finanza mondiale, rende il processo solo più complicato ma non meno dannoso. Accanto, l’importanza dell’export militare per Francia, UK, Italia e naturalmente gli USA che hanno in questa fascia dell’instabilità, il maggior mercato oltre alla petromonachie che poi rigirano parte degli acquisti a questo stesso ambiente.

Sul secondo aspetto, quello geopolitico,  quello che già vediamo da un po’ di tempo, (Ucraina, Siria, Yemen, Kurdistan, Afghanistan, prossimamente Myammar ed altrove) è l’utilizzo delle contraddizioni post coloniali da parte della potenza che sta perdendo il vantaggio unipolare, gli Stati Uniti d’America. In ciò, gli Usa sono coadiuvati dall’aspirante potenza delle monarchie del Golfo che cercano di manipolare l’assetto delle comunità musulmane, sia dove queste sono il totale della popolazione, sia dove queste sono maggioranza o minoranza. Cecenia, musulmani filippini di Mindanao, Rohingya birmani, talebani afgani, minoranze indiane, uiguri cinesi, conflitto indo-pakistano in Kashmir, sunniti vs sciiti in vari contesti arabi (Siria, Iraq, Yemen), le due/tre Libie, Somaliland, Nigeria-Niger-Ciad,  sono elenco in continuo ampliamento ed aggiornamento. I poli di seconda fascia Russia e Cina, quelli che debbono naturalmente sfidare il dominio unipolare americano, agiscono come forze conservatrici ovvero tendenti a mantenere il quadro geografico-politico fotografabile allo stato attuale delle cose. Naturalmente quando queste frizioni riguardano la propria stessa sovranità (Cecenia, Xinjiang) ma anche quando afferiscono a paesi amici, alleati o partner con i quali si hanno rapporti in sviluppo (Siria ed Iran ma anche Turchia per la Russia, Pakistan e Myammar ma anche Filippine per la Cina). A maggior ragione la Cina, il cui piano di investimenti infrastrutturali esteri per sviluppare la Belt and Road Initiative, chiama a gran voce stabilità e continuità. Gli USA e le petromonarchie invece, pur con obiettivi diversi ma al momento integrabili, spingono forze apparentemente “rivoluzionarie” che si battono per la fatidica “autodeterminazione dei popoli”[5] o per il compimento di un qualche “destino musulmano passibile di jihad” andando a frugare nelle oggettivamente precarie composizioni di stati con più etnie (clan/tribù) e più religioni.

Questa terza forza ci dice che non solo ci sono molte ragioni per pensare ad un tormentato processo di proliferazione futura  degli Stati soprattutto nella fatidica fascia afro-asiatica ma ci sono giochi geopolitici di grande posta in corso che utilizzeranno in vario modo e per varie ragioni (economiche e geopolitiche) queste contraddizioni per far avanzare le proprie pedine e controllare pezzi di scacchiera a proprio vantaggio e quando non è possibile, almeno a svantaggio degli avversari.

In ultimo ed al di là della fascia afro-asiatica con i suoi maldipancia post-coloniali, collegandoci a quanto appena detto, una quarta ragione per l’ipotesi di nuovi stati, potrebbe esser data da condizioni di crescita economica limitata che pongono dilemmi di ridistribuzione all’interno di stati disomogenei per ricchezza, attingendo come in Europa ad un ricchissimo campionario di “popoli” che possono vantare un qualche precedente storico (scozzesi, catalani, veneti – sardi e siculi, valloni e fiamminghi, bavaresi, corsi, bretoni, irlandesi britannici e financo gallesi, ma volendo l’elenco è anche più lungo dato che in Europa si contano 56 minoranze etniche) o come in Canada (Quebec) o forse anche all’interno dei tre top player (USA, Cina e Russia tenuto conto che queste entità sono tutte e tre multietniche). Nelle analisi del voto sia di Brexit che francesi nonché nella geografia del voto che ha eletto Trump e la redistribuzione in più partiti dell’elettorato tedesco, abbiamo già visto frizioni tra  le “metropoli globali” che viaggiano ad un diversa velocità, o determinati distretti industriali alcuni in crescita altri in crisi, centri finanziari o di servizi, che marciano lasciando la palo il resto del Paese, rottura dell’omogeneità economica nazionale che diventa subito sociale e potrebbe poi diventare politica. Un mondo reso più difficile dai rendimenti decrescenti di certo capitalismo occidentale preda di una incurabile demenza senile, potrebbe infondere in qualche enclave l’idea che -da soli- si potrebbe far meglio. L’ambizione di élite locali non integrate a livello nazionale, potrebbe farsi agente tessitore di istanze separatiste. A ciò si potrebbe aggiunge una reazione culturale alla cosiddetta globalizzazione. Questo movimento all’Uno “che omologa ma non universalizza, comprime ma non unifica”[6] crea un vuoto di identità collettiva che non è meno richiesta di quella individuale promossa unilateralmente dai fautori del “tutto il mondo è un mercato”. La domanda di appartenenza e la rassicurazione del gruppo, viepiù dove religione e politica sono ordinatori tramontanti, potrebbe allora trovare conforto nel riconoscersi parte di un popolo antico, una tradizione, un modo di essere ricco di significati, una minorità da riscattare.

Abbiamo dunque visto quattro forze che congiurano al prosieguo della spinta a produrre nuovi stati: 1) crescita demografica che ingrossa taluni stati riproponendo al loro interno il problema degli equilibri tra partizioni etniche; 2) una fascia afro-asiatica per lo più islamica la cui attuale partizione statale è figlia del colonialismo, il quale ha operato ignorando il tessuto geo-storico amalgamando cose diverse e dividendo cose uguali; 3) un forte interesse tattico e strategico da parte degli Stati Uniti e dell’Arabia Saudita nel suo sogno di allargare la propria area di egemonia, ad usare la precaria e contraddittoria costituzione degli stati post coloniali, sponsorizzando conflitti e scissioni; 4) possibile tendenza ad una ripresa delle nazioni (vere o presunte) all’interno degli Stati, alla ricerca di un sogno di autodeterminazione più vantaggioso rispetto a l’inefficace equilibrio redistributivo gestito dal centro. Come abbiamo visto in analisi, promotori attivi e strategicamente interessati del principio wilsoniano (1919) di “autodeterminazione dei popoli” non mancano, internamente ed esternamente alla attuali partizioni statali.

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Sembrerebbe dunque sia possibile e forse probabile un ulteriore  incremento quantitativo degli Stati, nei prossimi due/tre decenni. Ma con quale concetto di sovranità? La piena sovranità statale è stata negli ultimi decenni erosa da più fenomeni, questi fenomeni agiranno ancora nel futuro e saranno ancora così intensi o verranno sostituiti da altri fenomeni?  L’argomento è un po’ troppo complesso per stare in un semplice articolo senza soffrire delle riduzione ma detto ciò, accenniamo a grandi linee a questa seconda parte del ragionamento che bisognerebbe esplorare con il dovuto tempo e spazio.

Geografia politica al 1700. Fonte Wiki By Urnanabha – Own work. Blank map from File:World_Map_Blank.svg., CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=23813465

Sul piano militare -ad esempio- segniamo tre discontinuità. A seguito della rottura del Patto di Varsavia, non solo la NATO ha allargato a dismisura la propria composizione (con nuovi 13 Paesi) ma sembra tendere alla modifica della propria postura strategica da esclusivamente passiva e difensiva ad attiva sebbene ancora non dichiaratamente offensiva.  La sua omogeneità interna però segna qualche possibile frattura e la spinta a creare una forza armata europea, ancorché ancora grezza, contraddittoria e certo difficile da attuare, segnala una divergenza di interessi, di priorità e financo di metodi tra l’interpretazione occidentale anglosassone e quella euro-continentale occidentale (quella orientale è del tutto servile verso la protezione USA). Altri modelli però s’affacciano, come la Shanghai Cooperation Organization, basati su collaborazioni e coordinamento ma tra forze armate che rimangono totalmente in capo alle rispettive nazioni.  La seconda discontinuità  è il probabile declino delle operazioni di comunità internazionale, ovvero le cosiddette missioni di peace-keeping a base ONU, quindi multilaterali. In linea generale, le istituzioni sovranazionali multilaterali non sembrano avere un futuro significativo dato che il mondo è sempre più un tavolo di gioco in cui si affrontano attori-giocatori tra loro in aperta competizione e quindi, radicale divergenza di interessi. Il terzo punto è la composizione del gruppo delle potenze atomiche che in logica multipolare, potrebbe portare ad un allargamento della compagine. La questione nord coreana, è presto per dire che esito avrà ma sembra proprio che Pyongyang sia riuscita ad imporre lo stallo, poco o nulla si può fare e per via militare e per via diplomatica, non per congelare ma per far retrocedere i coreani verso un disarmo. Se Pyongyang finisse con l’occupare la casella numero nove dell’elenco degli “atomici”, chi potrebbe fermare un lento dilagare del fenomeno? Se si accetta (anche non formalmente) Pyongyang, per leggi di simmetria (sul modello India-Pakistan), Seul che fa? E Tokyo che già scalpita? E perché Tokyo sì e Berlino, no?  Varsavia dormirà tranquilla con arsenali a destra e sinistra? Ed il mondo delle monarchie del Golfo, si accontenterà dell’attuale blanda ed ambigua amicizia nucleare con il Pakistan ora che Islamabad flirta con la Cina? E se Riyad si arma, Teheran starà ferma? E Ankara allora? Il Cairo?  Un mondo multipolare, è assai probabile diventerà almeno all’inizio, anche un mondo multi atomico ed il riflesso in seno al Consiglio di sicurezza sarà cruciale poiché Germania ed India potrebbero cambiare un po’ i grandi pesi del rapporto tra atlantisti e resto del mondo. L’arma nucleare che è essenzialmente dissuasiva, realizza il massimo principio della sovranità militare, l’intangibilità, il dotato di arma atomica non può esser attaccato viepiù se in logica multipolare, ogni attore per quanto minore, è posizionato in una rete di relazioni che lo dotano di alleati nel caso di attacco. Il segnale di inizio della logica multipolare lo si rileva già nel tratto 1996-1999 quando la curva degli investimenti miliari (fonte SIPRI) mondiali, dopo una flessione conseguente il rilassamento post ’89, ha ripreso slancio portando, dal 2007, la spesa complessiva a superare stabilmente quella pre ’89.

Geografia politica al 1900

Sul piano giuridico che attiene sia alle forme istituzionali delle relazioni internazionali, quelle politiche (ONU, G7-G20) e quelle di economia e finanza internazionale (WTO, OCSE-OECD, BIS, IMF, WB, circuito SWIFT, dollaro-yuan etc.) si nota un duplice movimento con, da una parte l’attore precedentemente egemone su piano mondiale che tende a ritirarsi dalle istituzioni multilateriali e globaliste mentre dall’altra, gli sfidanti cominciano a produrre proto-istituzioni alternative. Trattati di scambio specifici che uniscono gruppi di Stati, stanno prendendo il posto del WTO che ormai non esiste più. Le nuove banche collegate ai BRICS ed al progetto cinese BRI (ad esempio la AIIB), erodono il monopolio IMF-WB. Qui si gioca una partita per gli equilibri, se gli sfidanti non verranno riconosciuti ovvero se non verranno aumentate di peso ed importanza le loro quote nelle istituzioni già esistenti, formeranno istituzioni alternative e concorrenti. In linea generale, la direzione sembra voler seguire un nuovo percorso creando una rete assai complessa ed a geometrie variabili di accordi inter-nazionali per gruppi, piuttosto che la precedente direzione di confluenza generale in accordi globali. L’attore unico di questi accordi, non può che essere lo Stato e la presenza di alternative e di geometrie variabili, rende lo Stato più forte nelle contrattazioni dei limiti oltre i quali c’è una erosione di sovranità.

Geografia politica al 1950

Financo Internet comincia col risentire della rottura del globale[7] dato che più d’un Paese si sta dotando di reti interne protette da firewall e la presunta verginità della neutralità della rete  è stata ormai definitivamente affossata dalle rivelazioni su tutti i numerosi processi con cui americani, britannici, russi e cinesi, controllano la “spontaneità” del traffico in rete. Di contro, emergono sempre più strategie di soft power informativo e culturale che pluralizzano l’ambiente, depotenziando quell’intrusione di forme culturali sovranazionali a senso unico in grado di controllare popoli terzi tramite l’influenza che si esercita sulla loro mentalità. Altresì, molti Stati, dopo un primo momento di passiva arrendevolezza guidata dal concetto della “società aperta”, stanno attivando strumenti di selezione, controllo e gestione dei flussi migratori. Come per i trattati economici multilaterali che porteranno la mondializzazione a diventare una rete complessa di inter-nazionalizzazioni, non si tratta di una oscillazione ondivaga raccontata come “chiusura egoista” ed impossibile impermeabilità dei confini ma di una selezione più discriminante di quanto, come  e dove aprire la società. Nessun sistema in natura è totalmente aperto altrimenti non sarebbe un sistema, nessun sistema è totalmente chiuso altrimenti cesserebbe di esistere. Così, si notano sempre più attenzioni a gli investimenti esteri sempre ben accetti ed anzi assai richiesti ma meno sul modello della totale arrendevolezza e più sul modello sviluppato dai cinesi di apertura controllata o partecipazione mista. Addirittura l’Unione europea fondata sulla logica del totalmente libero mercato, mostra recentemente l’intenzione di voler riportare le potenti multinazionali del web e del digitale americane ad un regime fiscale normale (mentre altri cominciano a domandarsi se i loro vistosi monopoli siano legittimi) e di impedire alla Cina una entrata troppo facile nel proprio perimetro degli scambi[8]. Così per il ritorno dell’agognato “investimento statale”, invocato addirittura dall’IMF, unica posta -sembra- in grado di rianimare la circolazione della ricchezza assai ristagnante. Così per la sfiducia per gli effetti delle teorie su i vantaggi comparati che porta molti pentiti della mano invisibile oggi a pensar necessario reindustrializzarsi. Così per le necessarie operazioni di riequilibrio redistributivo che s’impongono laddove ormai in molti hanno capito che molta ricchezza concentrata in poche mani va nel senso esattamente contrario alla logica che già a gli esordi dell’economia moderna leggeva il sistema come assai simile a quello della circolazione sanguigna dove la giusta quantità di sangue deve arrivare dappertutto nel minor tempo possibile. Giuridico ed economico sembrano quindi voler superare la fase della nebulosa mondialista omnicomprensiva e dettagliarsi in parti che controllano le interrelazioni, un processo la cui logica non può che essere quella concordata tra Stati in recupero di sovranità.

Geografia politica oggi.

In definitiva, quello che leggiamo è la crescita esponenziale dei problemi da gestire ma l’unico attore in grado di intenzionalità ragionata e strategica è e rimane lo Stato. Gestire le retroazioni dei limiti ambientali, tessere relazioni inter-nazionali sul doppio livello dell’economia e della geopolitica, tenere i mercati aperti/chiusi, disciplinare le relazioni che dall’esterno vengono all’interno e viceversa (vale per gli investimenti esteri come per i migranti ed altro ancora), le geopolitiche specifiche della logistica e dei trasporti, del cibo e dell’acqua, dell’energia e delle telecomunicazioni, la sovranità ma anche difendibilità valutaria, la redistribuzione interna, la stessa gestione del sistema-Paese in senso strategico poiché nei tempi in cui siamo capitati le condizioni si fanno viepiù strette e vivere alla giornata significa non poter contare su buone condizioni di possibilità future, il menù è ampio ed impegnativo.  I compiti non mancano, il problema semmai è la capacità dello Stato di assolvere ai molteplici e difficili problemi connessi per avere une effettiva sovranità.

Soprattutto, appare diversa la situazione tra gli Stati impostati secondo forme più o meno illuminate di centralismo decisionista ed al limite vero e proprio dispotismo e gli Stati provenienti da sistemi di democrazia rappresentativa. Questi ultimi, hanno visto una crescita di dimensione, ruolo e potere di diverse forme di élite, di oligarchie, di lobbies, di cartelli visibili ed invisibili poiché l’ordinatore che domina le forme di vita associata occidentale è l’economico. Il politico è stato confinato al ruolo di fornitore e protettore di condizioni di possibilità per l’economico. Queste élite vedono solo l’interesse particolare ed a breve termine il che contrasta con le richieste teoriche di salvaguardia e gestione dell’interesse generale valutato anche a medio e lungo termine. Ma questo addensamento di corpi egoisti che come virus si alimentano voracemente a scapito della salute dell’organismo generale, viepiù famelici ora che sentono il restringimento delle condizioni di possibilità generali (il neo-liberismo può esser diagnosticato come forma patologica ed estrema del mercatismo onnivoro laddove evidentemente la macchina economica tradizionale ha cominciato da tempo a non funzionare più come una volta), è solo la metà di un fenomeno. Dall’altra parte c’è stata la progressiva scomparsa degli enti intermedi (partiti, sindacati, gruppi di opinione a comporre la mitica e sempre meno consistente “società civile”), del senso di partecipazione civile e politica, di vivacità democratica, di buona intensità e distribuzione di informazioni corrette e conoscenze vaste quanto approfondite sul ricco campionario di parti e dinamiche che compongono il mondo complesso.  Nelle democrazie occidentali le élite vanno ormai appresso al puro interesse di nicchia disposte quindi a lasciare lo Stato come vuoto a perdere intorno a cui come mitili, si attaccano le ultime rimanenze provinciali di un “politico” stanco e senza slancio ma anche le popolazioni sembrano non aver più gli strumenti per interpretare il mondo e di conseguenza adattarvisi cambiandolo al contempo. In fondo, ogni popolo ha l’élite che si merita.

A gli Stati europei, tutti concettualmente formati da vicende di parecchi secoli fa in un mondo che non c’è più, si pongono diverse questioni attinenti la dimensione necessaria a riconquistare e difendere la sovranità in un mondo così affollato e competitivo ma soprattutto si pone il problema dell’adeguatezza dei soggetti occidentali a capire quale nuovo modo di stare al mondo si rende necessario adottare per dare un futuro alla loro longeva ma non necessariamente eterna forma di civilizzazione. Non stiamo evidentemente parlando di politica a breve respiro, per altro l’unica che sembra interessare i pochi che ancora vi si dedicano, stiamo parlando di strategia dei prossimi tre decenni. Molti rifiutano questo appello pressante che proviene dalla poderosa dinamica di cambiamento del mondo poiché si tende a non leggere il fondo impersonale dei fenomeni ma solo quello personale di chi li cavalca e ciò è -in parte- comprensibile. Alla lunga però, resistere alle potenti forze mareali del mondo nuovo e complesso, porterà inevitabilmente a diverse forme di caotica frammentazione a cui faranno da contrappeso reazioni identitarie ed irrigidimenti di vario tipo, reazioni -in Europa- tristemente note. Pare richiedersi di accettare il cambiamento, lo sforzo di una propria via adattiva alle mutate condizioni e quindi pare richiedersi facoltà di progetto e non più solo di critica e resistenza. La critica da sola non cambia lo stato delle cose e la resistenza al cambiamento è foriera sempre di irrigidimenti che sfociano in qualche disastro storico. Ma “accettare il cambiamento” non significa seguirne la partitura imposta da certe interpretazioni di parti minoritarie interessate a mantenere il loro potere ed è su progetti alternativi che queste vanno sfidate più che nella difesa di un “come eravamo” che storicamente non è mai buona guida.

Forse è giunto il momento di rimettere in discussione i contratti che hanno fondato in Europa il concetto di Nazione prendendo atto che lo spazio statale di tipo europeo non garantisce già oggi il mantenimento efficiente della sovranità e viepiù non la garantirà in futuro. Stati (Stati non vaghe “Unioni”) più grandi, federali, fatti di più “nazioni” o “etnie” tra loro integrate, promossi da un movimento fondativo radicalmente democratico, di portanza tale da garantire difesa dello spazio e gestione dei corsi economici, nonché delle relazioni con il resto del mondo e tutte le altre questioni che abbiamo visto, sembrano l’unica strada per resistere alla doppia pressione del globalismo mercatistico nel macro e della reazione micro-identitaria dall’altra che per altro gli è simmetrica. Soprattutto, sembrano l’unica risposta possibile per partecipare  e non subire gli effetti del nuovo gioco di tutti i giochi del riassetto multipolare. Se da una parte gli Stati aumenteranno, altri in altro contesto geo-storico, potrebbero avere interesse invece ad addensarsi. Tali progetti dovrebbero ricorrere ai suggerimenti della geo-storia, ovvero modularsi secondo le linee che marcano lo sviluppo storico a sua volta contenuto in spazi geografici: mediterranei, europei del Nord, Slavi nella loro diverse configurazioni. Queste sono tre aree geo-storiche ben precise e prima di pensare all’improbabile fusione in un unico calderone degli altamente eterogenei (l’improbabile “unione dei popoli” che rispetto all’unione delle “élite” non discute il format ma solo l’agente costruttore), dovrebbero addensarsi al loro interno dove le differenze sono meno pronunciate. Ciò che non è nella geo-storia, verrebbe rigettato dalla stessa geo-storia e quindi conviene ascoltarne i suggerimenti diversamente da quanto fatto da élite europee trainate dall’unico mito in comune del mercato. l’Unione europea è e rimarrà per sempre un mercato con qualche istituzione di supporto o poco più ma nel mondo multipolare, l’economia è soggetta alla politica e ciò che non è soggetto politico dotato di tutte le leve di sovranità sarà subordinato alle regole imposte dai principali player.

Cambiare si deve ma sul come sarebbe il caso di aprire urgentemente il dibattito, soprattutto occorre fuggire presto dalla minorità passiva di oscillare tra Unione (inconsistente tanto nella versione elitista che ipoteticamente popolare), la tardiva riscoperta della Nazione e nuove rivendicazioni secessioniste. Nuovi Stati in grado di partecipare al gioco multipolare, più grandi ma fondati politicamente e su basi di compatibilità geo-storica, pluri-nazionali e di conseguenza federali, declinanti nel locale lo specifico che ricalca mentalità e storie di ricca diversità, locale che meglio si presta alla volontà imprescindibile di “osare di più democrazia”. Dobbiamo osare più democrazia perché con la complessità del mondo nuovo dovremmo farci i conti tutti se non vogliamo che l’ennesima élite malintenzionata o anche solo inetta ed incapace ci porti là dove il futuro sarà incubo.  Questa potrebbe esser l’unica via che abbiamo per non finire a far da camerieri al tavolo in cui atlantisti, islamici, cinesi, indiani, russi e quanti altri decideranno in che mondo vivremo.

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NOTA: la testata on line Megachip, ha ripreso questo articolo qui. Ha poi deciso di lanciare un dibattito per esplorare meglio le questioni correlate all’indagine, invitando più pensatori ad esprimersi in merito.

> Il primo intervento è di Fabio Marcelli, giurista democratico, ricercatore di studi giuridici internazionali del CNR di cui spesso leggiamo gli interventi sul blog del Fatto, qui.

> A seguire l’intervento di Paolo Bartolini, analista biografico a orientamento filosofico, counselor formatore e collaboratore del magazine online Megachip su temi psicosociali e filosofici, qui.

> Ed ecco l’intervento di Lelio Demichelis, Docente di Sociologia presso la Facoltà  di Economia dell’Università degli Studi dell’Insubria (Varese), collabora con Alfabeta2, MicorMega e sbilanciamoci.info (più numerose pubblicazioni), qui.

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[1] M. Marconi, Nel groviglio delle etnie, in Geopolitica delle prossime sfide, a cura di G. Lizza, UTET, Torino, 2011. Da questo contributo ho anche tratto la numeriche sulle etnie filippine, indonesiane ed europee.

[2] Il romanzo Soumission (2015, Sottomissione che è la traduzione di “musulmano”) di M. Houellebecq, è uscito il giorno dell’attentato a Charlie Hebdo il che è stata una macabra fortuna per l’editore ma non necessariamente per le intenzioni dell’Autore. Il dibattito infatti è esploso su una serie di questioni connesse più allo stato politico della questione musulmana nel presente, che non nel futuro che era il tempo di cui forse Houellebecq voleva parlare. Proiezioni demografiche al 2050 basate su gli indici di natalità (quindi anche al netto degli effetti migratori) indicano che se in Europa si stima una presenza di un 20% di musulmani, in alcune aree, si sforerà il 50%. Cosa succederà quando la minoranza diventerà maggioranza o anche solo vi si approssimerà? Le demografie asimmetriche hanno già cambiato radicalmente paesi come il Libano (nato a maggioranza cristiana con parto francese ed oggi a maggioranza sciita) e la questione si proietta anche negli equilibri interni ed esterni tra l’Israele ebraica e quella araba e palestinese.

[3] E. Hobsbawm, H. Trevor-Hoper, L’invenzione della tradizione, Einaudi, Torino, 1879-1994

[4] Accanto ad Hobsbawm un altro classico di riflessione su i processi di individuazione ed identità nazionale (più “costruiti” che naturali) in Benedict Anderson, Comunità immaginate, manifesto libri, Roma, 2009

[5] Gli anglosassoni si sono già lanciati su questa strategia, questo è uno degli ultimi “manuali” del buon secessionista: R. Griffiths, The Age of Secession, CUP, 2016

[6] G. Marramao, La passione del presente, Bollati Boringhieri, Torino, 2008

[7] Il concetto di “globale” è altamente indeterminato. Qui lo intendiamo non rispetto alla costituzione di un macro-sistema mondiale che è fatto tendenzialmente fuori discussione ma rispetto alla forma. La “mondializzazione” ovvero il formarsi del macrosistema mondo, ha avuto la fase globalista che noi vediamo calante sostituita oggi dalla crescita di una nuova tessitura a più mani, diverse intensità ed intenzionalità. Il risultato sarà più o meno lo stesso (il nuovo sistema-mondo) ma la forma ne cambierà la logica sostanziale.

[8] Tali difese son sono state annunciate su imput francese – tedesco ed italiano, da J.C. Juncker nel Discorso sullo stato dell’Unione a metà settembre 2017. E’ un fatto interessante poiché mostra il peso che i rapporti di reciprocità avranno nella tessitura multipolare. L’Europa mostra di voler “specchiare” l’atteggiamento cinese e quindi in qualche modo, l’atteggiamento cinese fa da format per le relazioni bilaterali. La reciprocità sarà lo stile di relazione per tessere l’ordito multipolare ed è per questo che l’America si sta ritirando dalle contrattazioni globali.

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CAMBIAMO NOI STESSI MENTRE PROVIAMO A CAMBIARE IL MONDO.

Diversamente dallo standard di questo spazio, al posto di un articolo questa volta pubblico una intervista ad un amico col quale intreccio pensieri sin dal tempo di una comune esperienza politica poi naufragata. Entrambi scettici sulla fregola con la quale si vuole liquidare la dicotomia destra-sinistra, siamo altresì d’accordo sulla possibilità di unirsi su intenzioni politiche comuni, pur partendo da immagini di mondo parzialmente diverse. A dire che se la ricerca del comune denominatore spinge ad allargare le file dei diversamente pensanti, c’è una insopprimibile natura di questo “in comune” che qualche volta si ha, altre no.

Buongiorno Paolo. Il titolo del tuo saggio è “Desiderio illuminato e spiritualità laica” e nelle intenzioni che hai dichiarato, è una possibile risposta all’esortazione che ad un certo punto fai di “non vivere a tua insaputa”, una sorta di “conosci te stesso” rivisto – nel tuo caso – attraverso tre strumenti: la filosofia, la psicologia e la spiritualità. Prima di avventurarci nel campo designato, puoi dire a me che non ho familiarità col concetto, cosa intendi per “spiritualità”?

Grazie Pierluigi per l’opportunità di questo dialogo. Per spiritualità intendo diverse esperienze che attraversano la nostra esistenza e la rendono unica proprio per il fatto di non essere qualcosa di “personale”, bensì per la capacità di esprimere nella singolarità di una vita la corrente di una Vita più ampia. Siamo allora su un piano che va ben oltre il soggettivismo psicologico, sebbene per il nostro tempo, almeno in Occidente, credo non si dia spiritualità senza “interiorizzazione”. Faccio riferimento a un’apertura originaria, al dilatarsi dell’esperienza verso una dimensione del vivere che oltrepassa l’autoriferimento e la passione che l’io coltiva per se stesso; dicendo questo affermo anche che la spiritualità è un movimento, un transito, uno  sprigionarsi (direbbe Francois Jullien) che consente allo Spirito, appunto, di attraversare e nutrire gli esseri senza doversi installare in una qualche “sostanza”, in uno spazio-tempo esclusivo e delimitato, quindi facilmente opponibile ad “altri” spazi e tempi da esso separati. La spiritualità, dunque, non ha a che fare, a mio parere e sulla scia degli autori con cui sono in dialogo da alcuni anni, con qualcosa di statico, con un aldilà, con una trascendenza assoluta, quanto piuttosto con ciò che, invisibile, penetra e avvolge la realtà in un processo di trascendimento interno che spinge ogni creatura (creature siamo, perché non ci siamo fatti da soli) ad armonizzarsi con un Mistero che eccede le logiche di appropriazione e di chiusura in sé. Poi, parafrasando il filosofo Roberto Mancini, è necessario aggiungere che la spiritualità non si pone affatto agli antipodi della corporeità e dei fenomeni. Tutt’altro. Non potrebbe esistere, infatti, se non fosse anche una “sensibilità”, tenera e viscerale, per la dignità infinita dei viventi, un amore che spira alimentando relazioni e forme di vita esenti da violenza. Riassumendo potrei definire la spiritualità vissuta come la percezione sottile e coltivata di una Realtà libera che permette all’uomo di decentrarsi dal proprio io per scoprirsi parte di una creatività infinita, incarnata, completa e tuttavia dischiusa in ogni istante. Non dobbiamo pensare, sia chiaro, che tutto questo alluda a un’esperienza per pochi, né fare l’errore di confondere la spiritualità con le religioni che tendono a istituzionalizzare e sovente a imprigionare l’eccedenza che costituisce noi e tutto ciò che “divien-è”.

È per questo che il vento rimane un meraviglioso simbolo dello Spirito, perché è invisibile, non delimitabile, ma sperimentabile per gli effetti che sprigiona nella realtà quotidiana. C’è un potenziale di vita che è diffuso, infinito e reclama una fedeltà, meglio: una fede/fiducia, che converta l’esistenza di ogni giorno, la riorienti verso ciò che vale di più perché irriducibile ai giochi di potere, al male e alla dissipazione impietosa di tutto ciò che è bello e buono. La spiritualità, per come la intendo, compenetra quindi le sfere dell’etica, della politica, dell’estetica e, soprattutto, della filosofia. Sì, perché senza un pensiero desto e coraggioso, laico e radicale al tempo stesso, è altamente probabile che la spiritualità venga fraintesa e avvilita, ridotta a ricette facili (e meschine) per il benessere “individuale”. Ma è proprio la crisi dell’individuo, come presunto soggetto separato dagli altri, l’occasione decisiva per aprirsi alla spiritualità autentica. Tutto il resto è merce.

Di questa postura aperta a ciò che è “oltre il visibile”, nel libro, rimarchi l’origine incarnata (cioè corporea, quindi concreta) e l’apertura relazionale. Altresì, ho trovato un passo in cui ribadisci che individuazione e socializzazione non vanno ritenuti alternativi dicotomici ma correlati, ci si individua attraverso il rapporto con gli altri e con l’Altro e viceversa. Di questa relazione difficile ma necessaria e financo naturale sebbene non esente da contraddizioni, si danno vari livelli:  individuo-gruppo, comunità-società, Stato-ambiente internazionale. Che diagnosi faresti in termini di equilibrio auspicabile, dello stato attuale del soggetto occidentale, individuo o civiltà e passaggi intermedi (nazione, Stato) che dir si voglia?

Bella domanda e molto impegnativa. Visto lo spazio a disposizione provo a offrire solo alcuni spunti, ben sapendo che andrebbero ripresi e approfonditi puntualmente. Fai bene a parlare di “soggetto occidentale” perché faticherei a pronunciarmi su scenari culturali e geografici “altri” da quello europeo e nordamericano. Il soggetto moderno e borghese, d’altronde, per come lo conosciamo e studiamo, è stato prodotto all’intersezione tra colonialismo, scienza e capitalismo, e reso funzionale alle logiche appropriative e di conquista che contraddistinguono da secoli l’Occidente. La crisi dei fondamenti esplosa nel Novecento, sul piano politico e su quello epistemologico, riguarda quindi in massima parte “noi”, noi che fatichiamo a maturare un pensiero e degli stili di vita all’altezza di questo sconvolgimento. Partiamo col dire che il soggetto non è un individuo separato che incontra gli altri in relazioni solo “esteriori” che non ne modificano l’essenza interna (considerata stabile e dunque sostanziale). Questa favola, totalmente smentita dalle scienze della complessità e dal confronto con il pensiero e con i concreti modi di essere di altre civiltà e culture, è stata utile per dare una parvenza di legittimità all’astrazione idiota dell’homo oeconomicus, l’individuo separato alla ricerca della massimizzazione dell’utile personale e disposto a “relazionarsi” con gli altri per via contrattuale. Parlare di “individuazione” è allora decisivo, perché ci consente di uscire dall’illusione dell’atomismo sociale, dalla eccessiva divaricazione tra singolo e collettività, dalla frattura ontologica che opporrebbe un ego incapsulato nel corpo ad altri “soggetti” comunque autosufficienti. Oggi sappiamo al contrario – ce lo dicono l’antropologia, la psicologia e una filosofia finalmente libera dal culto della sostanza e dalla dicotomia monismo/dualismo – che ognuno di noi diventa se stesso in un processo periglioso e sempre aperto. Siamo presi in un divenire che, dal grembo della madre fino al termine della nostra esistenza, ci vede in progressivo accoppiamento strutturale con il mondo a cui apparteniamo e che a nostra volta tendiamo a riprodurre. Siamo animali culturali e veniamo messi in forma, tramite la famiglia e le istituzioni educative di prossimità, da gruppi umani sempre specifici. Crescendo, se facciamo i giusti incontri (quelli davvero “educativi”), possiamo cominciare a chiederci se ci riconosciamo in questa determinata e storica costruzione di soggettività e, in caso di risposta negativa, imparare a “plasmarci” da soli, ad assumere posture esistenziali differenti da quelle promosse dalla nostra cultura. Siamo insomma implicati in un processo di individuazione complesso e largamente imprevedibile. Le psicologie del profondo ci hanno inoltre ricordato che anche Psiche è “luogo” di contesa, abitato da molteplici anime e pulsioni. Dentro ciascuno di noi esiste una società di complessi psichici (così li chiamò Carl Gustav Jung) che ci richiede un continuo lavoro di armonizzazione basato sul dialogo interiore. Detto questo potremmo rappresentarci l’umano come un essere “in croce”, definito da due assi: quello orizzontale delle relazioni formanti con gli altri e quello verticale della relazione interna tra mente e corpo, tra pensiero logico-discorsivo e sfera degli affetti e delle immagini ancora inconsce. Alla luce di quanto espresso fin qui la situazione odierna mi colpisce per la tremenda frammentazione a cui è sottoposto il soggetto ipermoderno. L’obiettivo del potere tecno-capitalista mi sembra quello di separare singoli e gruppi sociali dalla loro potenza di agire, potenza che – ricordiamolo – deriva proprio dal fatto che le persone, per loro natura (intrinsecamente culturale), non sono monadi chiuse in sé, scisse dalla realtà, ma ne partecipano in ogni istante. Chi riesce a scoprirsi intero assumendo consapevolmente la molteplicità delle relazioni presenti con gli altri e con se stesso (asse orizzontale e asse verticale, come si è visto) può mobilizzare energie trasformative e costituirsi come soggetto attivo di democrazia. Il mio interesse, per vocazione e per professione, è da anni quello di esplorare, alla luce della mutazione antropologica avviata dal neoliberismo e dalle nuove tecnologie digitali, come la soggettività umana venga plasmata dai dispositivi del tecno-capitalismo e resa conforme alla riproduzione del sistema. A mio avviso è solo comprendendo questo processo che potremo chiederci come dar vita a una soggettività rivoluzionaria, democratica e capace di rispondere alle criticità gigantesche sollevate dalla crisi egemonica dell’Occidente (crisi peraltro necessaria e rivelativa). Prima Gramsci e poi altri intellettuali di sinistra (tra cui ricordo il mio maestro Romano Màdera) lo avevano già capito: è folle pensare di “capovolgere” i rapporti di forza tra classi dominanti e classi subalterne se le persone che dovrebbero incarnare il cambiamento sono dialetticamente catturate dalle medesime logiche del potere. Ritengo, come orientamento emancipativo di massima, che a livello micro, medio e macro (persona-coppia-famiglia-gruppi di interesse-comunità locali-nazione-civiltà-pianeta Terra) l’emergenza del nostro tempo sia quella di liberare la facoltà di “immaginare altrimenti”, di pensare la realtà in modo complesso senza cedere alle semplificazioni brutali e alla logica binaria (uniformante) dell’accumulazione economica. Credo che i poteri divisivi di oggi (mercato, burocrazia, tecnologie digitali…) operino congiuntamente per impoverire e persino disattivare il nesso – filosoficamente, antropologicamente e spiritualmente fondante – tra possibile e reale, sacro e profano, potenza e atto. Secondo me, se non ci spingiamo a questo livello “psicopolitico” e filosofico della questione, rischiamo di ingannarci sulle reali possibilità di una risposta democratica al tecno-capitalismo nella sua fase neoliberista.

Dimmi  di più sulla relazione appena evocata tra potenza e atto, possibile e reale, vorrei comprendere meglio il cuore della questione, visto che nel tuo libro ci sono diversi cenni sul tema che lo posizionano sulla soglia tra trasformazione di sé e trasformazione sociale.

Come ho lasciato intuire in precedenza la natura umana non esiste nel singolo individuo, perché si viene piuttosto a realizzare come risultato di una relazione costitutiva e performante tra il singolo e il gruppo umano che lo accoglie fin dalla nascita (dimensione transindividuale della cultura). Homo sapiens, d’altronde, non possiede istinti guida specializzati che gli garantiscano un adattamento sicuro all’ambiente. Anzi, propriamente l’uomo non ha un ambiente come gli altri animali, ma un mondo privo di contorni stabili, indeterminato, da conquistare e manipolare con lo scopo di ricavarne una nicchia eco-storica abitabile. Se l’agire istintuale è caratterizzato dall’attivazione automatica di determinati schemi motori, finalizzati alla sopravvivenza e stimolati da segnali scatenanti ben precisi, l’essere umano si definisce piuttosto per il graduale e progressivo disaccoppiamento tra istinti e azioni. Il nostro modo di stare al mondo si fonda sullo iato tra stimolo e risposta, sullo spazio di libertà (dilatato enormemente dai processi culturali) che ci permette di riflettere, di produrre alternative comportamentali e di scegliere tra esse la più consona in certe situazioni. La creatività della specie, che non smette mai di sorprenderci, è garantita dalla plasticità del nostro cervello, dalle enormi possibilità di apprendimento che ci contraddistinguono e dal fatto di partecipare al linguaggio e ad altre dinamiche sociali complesse. Non potendo avvalerci di istinti forti, come insegna l’antropologia filosofica, noi umani possiamo però fare affidamento su alcune “facoltà” e “disposizioni” estremamente flessibili (linguaggio, forza-lavoro, disponibilità a provare piacere, pensiero riflessivo ecc.). Qui viene alla luce tutta l’importanza del binomio potenza/atto e anche la sua natura intimamente perturbante.

Il filosofo Paolo Virno, in un libro bellissimo su questi temi (P. Virno, Il ricordo del presente. Saggio sul tempo storico, Bollati Boringhieri, Torino 1999), scrive alcune righe che vorrei riprendere brevemente per accennare agli odierni dispositivi di controllo nell’epoca digitale: «Le generiche facoltà (da non confondere con un insieme limitato di prestazioni potenziali) comprovano la penuria di istinti specializzati ed esprimono a chiare lettere l’indecisione che ne deriva. Con una sorta di procedura omeopatica, esse oppongono alla indeterminatezza minacciosa del contesto mondano la loro propria indeterminatezza o plasticità, offrendo così un riparo pressoché indistinguibile dal pericolo» (p. 93). Facciamo un esempio di facile comprensione: i singoli atti di linguaggio possono presentarsi nel tempo perché esiste, fuori dal tempo, in una condizione di anteriorità onto-logica e formale, la potenza propria della facoltà di linguaggio. In mezzo troviamo la dimensione transindividuale della lingua (l’italiano, il cinese, il francese, il russo e così via). La potenza è inesauribile, anteriore e simultanea ai molteplici atti linguistici che punteggiano il decorso temporale. Nessun atto può esaurirla – ora che parlo/scrivo non esaurisco di certo le potenzialità infinite del linguaggio – eppure essa necessita di atti concreti per poter uscire dal virtuale e accedere alla realtà temporale. Bene, il rapporto con l’indeterminatezza della potenza è inquietante e ambivalente. Essere animali culturali vuol dire poter costruire come distruggere; “immaginare altrimenti” significa tendere al bene o produrre ogni male. Io credo, se pensiamo all’invasività delle tecnologie digitali e in particolare alle nuove forme di comunicazione presenti sui social networks, che stiamo assistendo oggi all’affermarsi di un pericolosissimo circolo vizioso. La velocità delle comunicazioni ipermediali è quasi istantanea, questo comporta che lo iato sopra ricordato tra stimoli e risposte (precondizione per lo sviluppo della coscienza e del pensiero riflessivo-creativo) venga rapidamente saturato, abbreviando in modo “animalesco” la distanza tra lo stimolo in entrata e la risposta in uscita. Gli umani ipermoderni, immersi nella mediasfera che veicola contenuti linguistici ed emozionali attraverso i suoi meccanismi di trasmissione incentrati perlopiù sul registro visivo, stanno perdendo la capacità di riflettere, di studiare e di elaborare pensieri articolati. Lo scambio febbrile di comunicazioni su internet e sugli smartphone, così come il bombardamento dei messaggi pubblicitari e l’ansia consumistica che immediatamente ne deriva, ci dicono di un appiattimento brutale della vita umana nel “qui ed ora” dell’atto consumistico. Da un lato, dunque, è facile riscontrare una serie perpetua di atti tutti uguali e indifferenti (atti di parola, di appropriazione, di godimento…) che impediscono di pre-sentire l’esistenza di possibilità alternative al dogma dell’accumulazione economica e dell’utilitarismo; dall’altro, ho l’impressione che, a fronte di una complessità crescente e disorientante dovuta all’odierna fase geostorica e politica globale, molti esseri umani tentino illusoriamente di rifugiarsi in comportamenti “istintuali”, automatici, come quelli promossi dalle nuove tecnologie e dal consumismo di massa. Tuttavia, e io lo reputo una fortuna, non è possibile disfarsi dell’angoscia umana, quella dovuta alle stesse facoltà potenziali che ci rendono chi siamo e ci condannano alla libertà della cultura (libertà rinvenibile nel passaggio continuo e inesauribile dalla potenza all’atto, dal sacro al profano).. Assomigliare sempre più ad animali tecnologici, che si muovono con apparente agio nell’immediatezza del “tempo reale”, non ci farà comunque tornare all’istintualità sicura di sé delle altre specie animali, ma renderà solo più drammatica la sensazione di una storia sclerotizzata, dove il Sacro (quell’assenza-presenza in tensione con ogni reale dato, a cui dobbiamo la creatività del mondo e la possibilità di produrre nuove configurazioni sociali dotate di senso) è bandito e sostituito dalle coazioni a ripetere del sistema delle merci.

Dovremmo darci molto più spazio e tempo di quanto ci sia qui consentito per esplorare questa mole di temi tra loro intrecciati ed ancora molto indeterminati. Rimandiamo gli interessati alla lettura dei tuoi scritti. Prima di questo è uscito per Mimesis edizioni “La vocazione terapeutica della filosofia” (2016) e prima ancora una raccolta di interviste ad analisti e filosofi intitolata “Psiche e città” (2014) mentre qui, come detto all’inizio, a filosofia ed analisi psichica si aggiunge la spiritualità. Questo triangolo di interessi e strumenti nel quale operi, sembra voler aiutare l’anima individuale a liberarsi prima ancora che l’individuo sociale agisca sulle forme del mondo che lo carcerano. Che messaggio dà tutto questo al lettore? Possiamo tornare all’iniziale esortazione a “non vivere a nostra insaputa”, riprendendo l’esortazione di Pierre Hadot, poi ripresa da M. Foucault, a riprendere quella vocazione sapienziale antica a modificare se stessi nel mentre si cerca di modificare il mondo?

Hai colto sicuramente nel segno. Non credo più, e forse non ci ho creduto mai davvero, a una trasformazione del mondo (cioè a cambiamenti profondi e radicali negli assetti geopolitici, economici e culturali) che non sia anticipata, accompagnata e seguita da una corrispettiva trasformazione di sé. Proprio sulla scia delle ricerche di Hadot sulla filosofia antica come modo di vivere, e nel dialogo continuo con le psicologie del profondo a partire da Freud e Jung, è nata la proposta nel campo della ricerca e della cura del senso che ha preso il nome di “analisi biografica a orientamento filosofico”. Nei miei libri parlo di questa pratica di consapevolezza, ideata da Romano Màdera e sviluppata con lui dagli amici di Sabof (Società degli Analisti Biografici a Orientamento Filosofico: www.sabof.it) , come di una possibile via per rilanciare una terapia dell’esistenza all’altezza dei nostri tempi. Il cuore della questione è quello di imparare, come accennavo in precedenza, a trascendere l’autointeresse e la centratura egoica come stelle polari del comportamento, al fine di dischiudere una percezione ampliata delle condizioni storiche e culturali che danno intimamente forma alle biografie dei singoli. Non vivere a nostra insaputa significa, in tal senso, riconoscere che la dimensione più “privata” del nostro esistere in realtà è un’intimità dove alberga da sempre l’Altro. Siamo fatti dei nostri legami, come ricorda Miguel Benasayag, e quindi il processo di individuazione va pensato come un cammino nel quale diventare se stessi è sempre anche un essere-con-l’altro. Lungi dal cadere in un sterile soggettivismo, questo modo di intendere la filosofia e la psicoanalisi può rispondere, mentre dentro e fuori di noi assistiamo a una profonda crisi di presenza della cosmovisione occidentale, al disorientamento di chi sente confusamente che il proprio destino di individuo è intrecciato a quello dell’intera umanità. Il Tutto della vita si rispecchia nei suoi frammenti se ciascuno di noi riesce a sentirsi intimamente legato agli altri, sperimentando un senso di collegamento che va oltre la semplice vicinanza e contiguità di interessi immediati. Quando manca questo respiro dell’anima – e torniamo con questo alla spiritualità –, quando non riusciamo ad abbracciare l’altro che ci co-istituisce ontologicamente, ne seguono catastrofi politiche, etiche e ambientali, come dimostrano, ad esempio, il razzismo crescente in Europa e l’incapacità politica di mettere in discussione la logica suicidiaria insita nell’ideologia della crescita illimitata. Per concludere posso dirti che sono tra quelli che non credono affatto alla separazione tra spirito e materia, contemplazione e impegno, pace del cuore e critica del potere. Non mi attendo quindi nessuna trasformazione “umanizzante” senza la concomitanza di tre svolte: una culturale/spirituale, una economica e una politica (su questa tripartizione rimando al bellissimo “Trasformare l’economia” del filosofo Roberto Mancini). Il tragitto è lungo e, dobbiamo dirlo, le tendenze prevalenti nella società odierna non sembrano cogliere a pieno l’urgenza di questa transizione/conversione. Non facciamocene un cruccio e, per riprendere le parole di un cantautore molto amato in Italia, continuiamo il nostro cammino “in direzione ostinata e contraria”. Questo non per il semplice piacere di andare controcorrente, ma per il desiderio di incontrare compagni di viaggio che vogliano ancora rischiare l’azzardo dell’intelligenza.

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Paolo Bartolini è analista biografico a orientamento filosofico, counselor formatore e collaboratore del magazine online Megachip su temi psicosociali e filosofici. Tiene un blog legato alla professione di analista filosofo (www.ricercadelsenso.com) e ha scritto diversi libri. Tra di essi ricordiamo: “La vocazione terapeutica della filosofia. Cura del senso e critica radicale” (Mimesis 2016), “Desiderio illuminato e spiritualità laica. La radice cristiana per una fede non dogmatica” (SGEdizioni 2017), (con P. Coppo e S. Consigliere) “Cose degli altri mondi. Saperi e pratiche del divenire umani” (Colibrì 2017).

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LA FILOSOFIA POLITICA CHE CI MANCA

In una lettera del 1951 a K. Jaspers, H. Arendt si interroga sul concetto di “male radicale” che aveva proposto all’interno della celebre indagine sulle Origini del totalitarismo. Confessa di non saper bene definirlo ma di avere la sensazione o intuizione che abbia a che fare con una riduzione dell’uomo a concetto, forse gli uomini hanno solo declinazione plurale e ogni loro singolarizzazione è una riduzione pericolosa, pericolosa perché taglia parti essenziali della loro stessa essenza irriducibilmente molteplice. Aggiunge di avere il sospetto che la filosofia non sia esente da colpe in questa riduzione ad unum e del resto il sospetto viene facile visto che la filosofia pensa appunto per concetti. A questo punto, specifica che questo non porta in conseguenza -come poi invece sosterrà Popper-, una discendenza diretta di Hitler da Platone ma induce a pensare che la filosofia politica occidentale sembra avere un punto cieco nel quale invece di avere un concetto puro della politica come attività che porta i plurali alla decisione singolare, ha sviluppato molti tentativi di singolarizzare la natura umana di modo che la decisione una, possa esserne dedotta in via logico-naturale dall’unità della presunta natura umana.

La filosofia politica occidentale, ha avuto due linee di sviluppo principali. La prima risale a Platone ed è la teorizzazione ideale di un modello di funzionamento della comunità, la seconda risale compiutamente a Machiavelli ed è una teorizzazione pratica dello stesso modello. Se la prima si svincola completamente dalla contingenza è veleggia verso le alte vette dell’ideale, la seconda assume a vincolo la contingenza e cerca di mettere a posto tutte le parti del sistema in atto, dandogli giustificazione o al limite, proponendo degli aggiustamenti. In onore ad Aristotele, molti filosofi politici iniziarono le loro trattazioni con l’esame del modello classico di quello che si chiama trilogos politikos ovvero la tripartizione dell’Uno, dei Pochi e dei Molti sebbene poi lo stesso Aristotele intese specificare che la vera differenza non passa attraverso la semplice quantità dei decisori politici. Ma questo richiamo alla partizione originaria, è stato per lo più fatto -salvo rare eccezioni- per dare tradizione e fondamenti al modello in atto, il modello monarchico o aristocratico/oligarchico. Quando -in alcuni casi più recenti- alcuni si sono spesi per il modello democratico, non hanno minimamente analizzato il suo concetto puro, sono andati direttamente alla contingenza prendendo lo stato delle cose che presentava stati-nazione massivi e non più poleis o comuni medioevali e deducendo da questo vincolo di quantità la possibilità d’esistenza della sola democrazia rappresentativa con suffragio prima ristretto, poi allargato, infine universale sebbene molto saltuario e ben poco informato e partecipato.

Potrebbe invece essere che il problema sia proprio lì dove negava Aristotele, la quantità delle persone che hanno diritto di decidere la politica della comunità, così come Erodoto presentò in origine la formulazione classica del trilogos. Riprendendo la tripartizione e portando avanti l’analisi, si può ulteriormente semplificare. Infatti, non appare realistico il governo dell’Uno come alternativa a quello dei Pochi. Nessun Uno, anche il dittatore più carismatico, feroce e plenipotenziario, nessun re assoluto può agire su una massa composita da solo. Nei fatti, c’è sempre un gruppo di potere con complesse dinamiche interne che portano ad un “primum inter pares” o ad un dittatore in un certo senso “eletto” o “consapevolmente subìto e servito”, catalizzatore di un interesse di un gruppo, per quanto piccolo. Nel Novecento,  alcuni hanno in un certo senso codificato questa diversa partizione nel concetto di élite, il gruppo dei Pochi che occupa la funzione politica direttiva, sia essa di origine militare o religiosa o etnica o aristocratica o oligarchica versione economica o politica come poi si verificherà anche nelle forme più acute delle forme piramidali del potere novecentesco. E’ nostro comodo ipostatizzare il fascismo in Mussolini e non nel partito fascista e successivo sciame di governo, così Hitler col partito nazista e la diffusa “banalità d male” del codazzo funzionariale e sebbene irriti inserirlo nello stesso elenco, anche Stalin ed il partito comunista sovietico. I russi che hanno sempre un modo tutto loro di individuare concetti comuni all’ambito occidentale, gli diedero anche un nome, “nomenklatura” se riferita all’élite diffusa, “apparatchik” se ristretta al partito. La partizione semplificata ci rende più chiaro il campo di gioco, in realtà si danno solo due ipotesi: o la società dei Pochi che regolano i Molti o la società auto-regolata dai Molti, tertium non datur.

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La citazione del ragionamento iniziale della Arendt, la traggo da un libricino edito da Cortina che ripropone un breve scritto della stessa su Socrate, seguito da due saggi di cui il primo di Adriana Cavarero è ben più interessante del secondo. In esso, Arendt mette in opposizione Socrate con Platone. Socrate era da Aristofane, che lo descriveva mentre ancora in vita e quindi citando l’opinione comune degli ateniesi, definito un sofista, un appartenente a quella scuola che non era una vera scuola formale ma un comune punto di vista sull’oggetto del pensiero. Di questo oggetto, logica e linguaggio erano costituenti primi della sua condivisione. La sofistica era l’impostazione filosofica che dominò l’Atene classica, quella in cui si sviluppò la democrazia dei tempi di Pericle. Va da sé che l’istituto democratico presuppone due fatti: il primo è il diritto/dovere di ognuno (pur nei limiti che restringeva il diritto/dovere ai maschi adulti di origine ateniese) di partecipare alla politica, il secondo è che questo pratica è di tipo discorsivo. Ne conseguivano due aspetti, il primo era che ognuno fosse in grado di esprimere la virtù politica che qualora mancante doveva esser insegnata non dandone un contenuto preciso ma come attitudine, la seconda è che ognuno fosse in grado di partecipare al discorso, fosse cioè in grado di ragionare, esprimere, dibattere, convincere e convincersi ed infine votare e poi rendersi disponibile ad un qualche, temporaneo, ufficio pubblico. Queste disposizioni mostrano già un primo concetto poco sottolineato, la democrazia non è una fatto naturale che è solo impedito da chi non vuole che si formi questa modalità di auto-governo della comunità, è una modalità difficile, da conquistare non solo contro chi la avversa ma da conquistare come si conquista una cosa che non si sa fare, che è difficile a farsi. Quest’ultimo punto è assai rilavante perché la cura delle condizioni di possibilità per la democrazia dovrebbe guardare non solo fuori di sé ma anche dentro di sé.

L’essere umano è considerato un animale sociale, nasce-vive-muore in società. Ma la vita umana in società ha una storia fatta di molti livelli, ognuno dei quali ha una temporalità diversa. Le bande di cacciatori e raccoglitori sono un tipo di società, le società stanziali di mille perone sono un’altra cosa, così quelle da diecimila, centomila, milioni, un’altra. Questa progressione delle quantità che aumentano esponenzialmente la complessità sociale, è proporzionatamente inversa al tempo in cui si è sviluppata. Lunghissimo il tempo in cui eravamo piccole bande, brevissimo il tempo in cui nazioni già di qualche milione di individui sono diventate di decine ed in alcuni casi, centinaia di milioni di abitanti. La virtù politica, era consustanziale ad ogni singolo individuo quando la comunità era piccola. Tutti sapevano tutto, forse non tutti facevano tutto e c’era già qualche accenno di divisione dei lavori ma questa divisione non era molto pronunciata, era recente e seppure qualcuno non faceva più del tutto alcune cose, sapeva bene come venivano fatte ed era in grado di giudicare di ciò che non era il suo stretto specifico. Altresì, tutti erano ben consapevoli della caratteristica intera del vivere assieme. Tutti sapevano che la sussistenza non era più importante della difesa che non era più importante della salute che non era più importante della conoscenza dei territori, che non era più importante delle tradizioni che davano la grammatica delle interrelazioni tra individui, che non erano più importanti delle credenze condivise e di tutto il resto che componeva la vita di tutti e di ciascuno. Tutto era importante e di questo tutto essenziale, a quei tempi era ben difficile coltivare il superfluo, tutti conoscevano le parti e le relazioni.  Tutti sapevano che la vita personale era dipendente da quella di tutto il gruppo e viceversa. Le condizioni di vita erano talmente non garantite che la forza necessaria per difenderle, presupponeva ovviamente l’unità e poco spazio c’era per il conflitto intra – individuale quando di giorno dovevi proteggerti dalle tigri coi denti a sciabola e di notte dai serpenti, dalla fame come dal freddo, dai predatori come dalla notte. In tali condizioni, la virtù politica era naturalmente distribuita.

Poi diventò un elemento accumulato ed al contempo scarso, viepiù che le comunità umane si ingrandirono, rientrò nell’ineguale distribuzione dei beni contribuendo al dare vita a varie forme di gerarchia. Poiché quindi la virtù politica era diventata un bene ineguale, i sofisti si prestavano ad aiutarne una più equa distribuzione. Naturalmente gli avversari della democrazia sostenevano che: a) la virtù politica non è equamente distribuita perché appartiene al merito individuale e tale merito è naturalmente asimmetrico; b) era cosa talmente “alta” che faceva inorridire la pretesa di “venderne” l’insegnamento. I sofisti infatti, si facevano pagare per le lezioni di oratoria o logica che impartivano come poi divenne standard solo molti secoli dopo con l’istituzione della scuola pubblica pagata con le tasse dei cittadini mentre i ricchi, da tempo si pagavano i loro precettori privati. I sofisti si facevano pagare perché che la società fosse regolata dalla ricchezza personale era un fatto che non avevano inventato loro, loro si limitavano ad agire in quel contesto, contesto a cui erano superiori solo gli aristocratici dotati di beni ereditati, come era Platone. La distribuzione asimmetrica della virtù politica non era un fatto naturale ma sociale ed era infondato dire che poiché così era, così doveva essere. Dall’Anonimo oligarca ai giorni nostri, questo refrain per cui la gente non sa e quindi non può giudicare è sistematicamente opposta come constatazione alla possibilità democratica ma il fatto che così è, non porta affatto al così deve essere. Quella parte della filosofia politica che parte dalla contingenza, finisce con l’assumere troppo passivamente questa asimmetria, la parte utopica rimanda sine die il concreto confronto con questo riequilibrio. L’autogoverno dei Molti che è difficile a farsi già di suo, non ha curatori, allevatori, protettori.

Nelle “Nuvole” di Aristofane, leggiamo che gli insegnamenti dei sofisti avevano fini pratici ben precisi. Prima ancora che coltivare la virtù politica, oratoria e logica erano essenziali per difendersi o perorare cause legali stante che Atene era governata da leggi la cui amministrazione era popolare, non specializzata, né di classe. La non specializzazione giuridica era di nuovo uno di quei poco osservati effetti della quantità. Le leggi non erano molte, le problematiche per una comunità di un poco più di centomila abitanti (da cui togliere, schiavi, stranieri, donne e bambini) non esondavano la capacità individuale di conoscerle e gestirle in proprio. Altresì non era di classe nel senso che essendo una funzione della vita associata ed essendo la vita associata regolata da attività di decisione ed amministrazione comune, tutti dovevano saperla gestire che ne fossero affetti passivamente (difesa) o attivamente (accusa) o come terzi (giudizio). L’amministrazione della legge, non meno che della politica, presupponeva il discorso ed il discorso è fatto primariamente da logica e linguaggio. Non tecnicamente è fatto poi di contenuto ma oltre al naturale presentarsi delle opinioni politiche in ognuno dei cittadini, l’intero ambiente dialogante, discutente, financo litigante, aiutava a raffinare, precisare e modellare  l’istinto naturale ad avere una opinione su cose e fatti. Ci si dimentica che in Atene si chiacchierava e discuteva sempre, ognuno era in contatto con gli affari pubblici non meno che con quelli privati, sempre. Essenziale per la democrazia è il tempo che si dà per questa continua autoformazione che solo in parte dipende dall’individuo e molto più spesso dalla sua relazione con altri. Certo che una società dedita per un terzo a dormire, per un terzo alla cura personale e relazionale e per l’ultimo terzo a lavorare mai potrà esser democratica.

Questa modo di intendere la stessa filosofia come bene equamente distribuibile, urtava fortemente ogni aristocratico poiché l’origine di ogni differenza sociale non è economica ma culturale, è questa seconda che produce la prima più di quanto non sia l’inverso. Da qui lo sforzo titanico di Platone ad imporre un concetto tipicamente aristocratico se non monarchico, il discorso non è regolato dal raggiungimento di una verità intersoggettiva ma dal raggiungimento di una Verità assoluta, quella che solo il “vero” filosofo conosce. Platone, portò la lotta di classe, lotta condotta di solito dalle élite più che dal popolo, in filosofia e da allora questa gerarchia del Vero, del Buono e del Bello, ordina la forma nuda di ogni nostro cercar di capire ed argomentare sulla realtà politica del vivere associato. La cosa ha del paradossale se ci si pena un attimo. Va da sé che ogni singolo individuo pensa di aver ragione e quindi implicitamente che coloro che la pensano diversamente hanno torto ma invece che prender atto di questa naturale frammentazione del vero accettando la necessaria contrattazione della verità nel pubblico dibattito, si pensa che esista un vero in sé e si perpetua una condizione in cui ognuno pensa di averlo trovato sentendosi in diritto di imporlo all’altro. In questo senso, Platone “porta” ad Hitler, non meno che ad ogni altra forma di dominio di uno o pochi su tutti gli altri in base all’unilateralità della propria, esclusiva, ragione. Platone certo è solo l’inizio. Platone da solo, poverino, ben poco avrebbe fatto se Paolo di Tarso non fosse stato neo-platonico e così Agostino d’Ippona, se il cristianesimo non avesse retro-selezionato l’intera opera dell’ateniese (unico autore dell’antichità di cui ci hanno fatto pervenire l’opera completa, assieme ad Aristotele di cui però non ci è pervenuta l’opera completa e soprattutto le opere essoteriche, rivolte al pubblico esterno come nel caso di tutti Dialoghi del suo antico maestro) come corrispettivo filosofico dell’impianto concettuale della propria credenza di tipo religioso. Anche la scienza che si separò, orgogliosamente, a gli esordi del moderno, dalla filosofia e dalla religione, si presentò come episteme del vero, tornando ai fasti pitagorico-euclidei non estranei all’Accademia platonica salvo poi non notare che le verità degli oggetti e dei fenomeni non umani sono ben diverse cose da quelle umane. E comunque scoprendo poi che anche alcuni fatti parte del mondo quantistico e relativistico, hanno dipendenza dalla natura non universale dell’osservatore tornando in parte al detto “uomo, misura di tutte le cose”. Addirittura l’episteme del vero oggettivo che pure ha in oggetto cose e fenomeni per lo più non umani nel senso compiuto del termine, torna a Protagora di cui tutta la tradizione romana, cristiana ed oligarchica ha visto bene di perdere l’intera opera confinando per lungo tempo i “sofisti” nelle segrete della ciarlataneria, dell’alternative truth si direbbe oggi col tipico sorriso ironico di sufficienza di chi invece la “verità” la possiede. I secoli passano ma la lotta di classe sullo statuto della verità non dorme mai visto che  esso è il fondamento di ogni diseguaglianza sociale.

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Stante che Socrate parlava e non scriveva e di ciò che avrebbe detto ci sono pervenuti solo resoconti da parte di aristocratici antidemocratici (Senofonte e Platone), si può comunque ben dire che fosse un filosofo da strada, dialettico nel senso che intrecciava il discorso con interlocutori occasionali in seduta pubblica. Da questo punto di vista, si può ben dire egli fosse un sofista radicale che poteva rinunciare a gli emolumenti d’insegnante e viceversa si dedicava ad educare al discorso l’intera cittadinanza. Questa propensione popolare, fu ampiamente criticata da Platone, il quale sosteneva che non si può dialogare alla pari tra chi aveva nozioni e formazioni così diverse, pena l’incomprensione, quella stessa che sciaguratamente portò poi la città a condannare a morte il filosofo, per quanto questi pare fece di tutto per arrivare all’esecuzione forse pensando che ciò avrebbe giovato come estremo ammonimento su i pericoli dell’ignoranza non consapevole di sé stessa (il “so di non sapere”). Come sosteneva Hadot poi contagiante Foucault, quel tipo di filosofo faceva della sua propria vita la sua opera, parlava tramite l’esempio di cui lui stesso era la testimonianza. L’obiezione di Platone era per altro corretta in linea di principio, sebbene valgano due corollari: il primo è che se questo è vero, è allora un buon motivo non per rinchiudersi nei simposi tra amici prediletti come poi è diventato longevo vizio dell’intellettualità occidentale ma impegnarsi a redistribuire la conoscenza; il secondo è che in effetti Socrate non veicolava idee ma come “tafano” del corpo sociale in permanente dialogo, andava a pungere e disturbare ogni discorso mal posto, mal definito, contradditorio per aiutare il formarsi delle condizioni di possibilità stesse di un vero discorso pubblico. Che differenza allora con l’allievo che si richiudeva dietro le mura della sua esclusiva scuola in cui non si entrava se non dotati di immagine di mondo “geometrica” a discutere tra simili, scrivendo poi dei libri che passano alla storia come “dialoghi” sebbene l’autore sia colui che pone la tesi e l’antitesi al contempo. Arendt nel suo libro, ad un certo punto si inerpica per una perigliosa strada, critica avanzata giustamente dalla Caravero, che vorrebbe il dialogo interiore, parallelo a quello pubblico. Parallelo forse sì ma con una ben segnata distanza come sa chi si è sottoposto a qualsivoglia dibattito pubblico. La critica, la misinterpretazione, la lenta verifica dei rispettivi linguaggi (ognuno ha sue definizioni dei più importanti concetti), la competizione personale che esula talvolta dall’oggetto del dibattito, il peso delle immagini di mondo e delle teorie fantasma che ognuno ha implicitamente in background nella mente, tutto ciò che -inaspettatamente- esce fuori dal discorso dell’Altro, il segreto conflitto tra la quasi oggettività del razionale e l’estrema soggettività delle nostre irrinunciabili passioni giudicanti, nulla di tutto ciò ha a che vedere che i freddi dialoghi tessuti da una sola mente che si contesta solo ciò che vuole meglio spiegare e confuta solo ciò che gli vien facile da confutare non aderendo e non conoscendo l’irriducibile alterità del punto di vista dell’Altro.

Platone arriva così a teorizzare il governo del filosofo ovvero della Verità, la dovuta e necessaria tirannia dell’ordine del vero che domina la confusione delle opinioni, modello per ogni minoranza fortemente intenzionata a sottomettere la pigramente confusa ed indifferente maggioranza. In più, lancerà il libero concorso sul modello più idealistico o realistico di società che si vorrebbe, concorso a cui poi quasi tutti i filosofi politici aderiranno entusiasti offrendoci modelli di tutti i tipi, libero concorso che continua ancora oggi in cui ogni settimana troviamo in libreria il lancio di un nuovo modello di economia, modo di intendere la società politica, modo di stare al mondo con acclusa costellazione valoriale e norme per il montaggio sociale (questa parte invero poco sviluppata, di solito perché l’aspetto fantasy è più importante e “vende” di più). Come se il problema delle cose fosse pensarle e non il farle. Questa collezione di modelli è tutta interessante e falsa è la posizione di coloro che hanno pensato ci si debba liberare dalla pulsione del sogno della società, poiché è natura del pensante umano prefigurare il futuro atteso, sognato, temuto. Il problema è che una filosofia politica di base, avrebbe dovuto indagare primariamente il “come”, come portare un sistema complesso fatto di parti altamente eterogenee e sempre più disconnesse le une dalla altre ed ognuna dal tutto sociale del sistema in cui si vive in comune, a prendere la decisione, quella sì “una”. Ognuno di noi ha la sua visione del mondo, di quello che è e di quello che si vorrebbe che fosse, la filosofia politica di base dovrebbe allora aiutarci nel processo di composizione di così tanti punti di vista in una finale decisione di auto-governo, di messa in pratica di ciò che alla fine contratteremo tra noi. Di questa ragion pratica, di questa filosofia della prassi politica basilare, si sente la profonda mancanza.

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Ogni uomo ha una sua immagine del mondo ed ogni uomo è obbligato a vivere con l’altro in questo mondo, così, ogni mondo sociale ha una sua struttura di funzionamento. Questo funzionamento dovrebbe essere il primo oggetto di una filosofia politica, altrimenti il “necessario funzionamento della società” sarà dato da qualche forma di ordine dominante promosso dall’interesse di una minoranza. Questo funzionamento ha solo due possibili esiti: i Pochi su i Molti o l’auto-governo dei Molti. Gravare questa situazione di assoluta impotenza al darsi il funzionamento da sé da parte della società, con l’ennesimo modello ideale o pensare che attraverso la critica corrosiva i funzionamenti attuali cedano in favore di nuovi per altro male o per niente definiti è aggiungere confusione a illusione. Abbiamo ormai un secolo e mezzo di acuta e penetrante critica interna all’Occidente sul nostro funzionamento dominante che però rimane tale, immune ad ogni negatività ed abbiamo decine di mondi sognati dal libero esercizio dell’immaginazione politica che rimangono città celesti dell’iperuranio.  Quello che non abbiamo è un quadro chiaro di cosa si deve fare per cambiare l’assetto decisionale portandolo da una qualche versione dei Pochi alla naturale versione dei Molti, ovvero una società pienamente in grado di auto-regolarsi. La battaglia su i diversi modelli la faremo poi tra noi, quando avremo messo in opera un campo di gioco comune, prima c’è da decidere come si decide delle cose comuni. La filosofia politica che ci manca è tutta qui.

  • Hannah Arendt, Socrate, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2015
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LA GRANDE REGRESSIONE. A cura di H. Geiselberger, Feltrinelli, 2017 (2/2)

Qui la prima parte. Chiudiamo dunque con gli ultimi quattro interventi, tra cui Streeck e Zizek, a cui faremo seguire una finale riflessione personale.

Riprendiamo quindi da César Rendueles, sociologo e filosofo spagnolo, che vede la crisi non un effetto eccezionale ma uno standard da quando le élite occidentali hanno inteso varare il turbo-capitalismo per far fronte della crisi di accumulo del capitale degli anni settanta. Seguendo Polanyi, vero perno di riferimento per lo sviluppo delle argomentazioni di molti altri interventi, non si dà alternativa tra libero mercato e intervento collettivo ma scelta tra diversi tipi di mediazione politica, “contro movimenti” spinti dagli effetti della distopia mercatistica. Scartate le reazioni di estrema destra, identitarie, nazionaliste, xenofobe, integraliste religiose, populiste reazionarie, rimangono i fermenti di radicalizzazione democratica, già alla base di quella America latina che fu motore del’antagonismo mondiale e che oggi, forse, possono riprendere espressione politica proprio a partire dal Sud Europa. La rivendicazione di democrazia, può rivolgersi ad uno spettro più largo degli interlocutori del tradizionale discorso di sinistra arrivando così a coinvolgere la vera maggioranza sociale. Le gambe su cui far marciare le condizioni di possibilità di questo contro movimento, Rendueles le individua nel precariato e in una alleanza internazionale (europea e non solo) che superi l’”impotenza appresa globale”, una cooperazione globale post-capitalista. Citando Gowan, l’Europa potrebbe diventare il traino (?) di questa globalizzazione post-capitalista, democratica e prospera.

E giungiamo così a Wolfang Streeck. Ripercorsa, in breve, la storia della svolta global-liberista (termini-concetto verso i quali l’Autore dichiara un certo fastidio dovuto probabilmente all’abuso ormai retorico, fastidio poi esteso al termine “populismo”), dal “There Is No Alternative” alla confluenza in essa tanto del centro-destra quanto del centro-sinistra, con acclusa involuzione dei partiti politici e distruzione dei sindacati, Streeck inverte opportunamente il senso di alcuni luoghi comuni. Ad esempio, quello di post-verità, attitudine sistematica del discorso neo-liberale globalista per molti anni prima che l’Oxford Dictionary si accorgesse tardivamente ed in piena falsa coscienza, del suo avvento. Post-verità rinforzata dalla vasta schiera degli esperti menzogneri e da una deriva surreale di narrazioni mainstream che ha toccato vertici inusitati con la campagna elettorale di Hillary Clinton, la miliardaria beneficiata da Goldman Sachs che voleva rappresentare “chi lavora duramente”. Si è arrivati nel caso del referendum britannico ad invocare i test di idoneità per il voto consapevole, dopo aver fatto volutamente degradare ogni forma di democrazia attiva e partecipata. La “situazione spirituale del nostro tempo” e segnata da una scissione culturale inedita, c’è un forte disagio da globalizzazione che è senza rappresentanza ed è senza rappresentanza perché coloro che storicamente rappresentavano le istanze dei perdenti, di loro origine internazionalisti, si trovano concettualmente accanto ai globalisti.  Dal basso, si è espresso -in qualche modo- il disagio da globalizzazione ma dall’alto ciò è stato vissuto come estrema minaccia e la contromisura è stata la reinvenzione della categoria “populista”. Con “populismo” si definisce sostanzialmente un deficit cognitivo di chi “la fa facile” per ignoranza della vera complessità del mondo (anticamente si usava “demagogia” ma oggi è tutto “nuovo” e quindi per dire cose vecchie si usano termini-packaging nuovi)  ed in subordine, lo si accusa di basarsi su un pericoloso fondo di nazionalismo etnico. La non sempre dichiarata ma sempre pensata accusa di fascismo che sarebbe sotteso a questa rivolta degli ignoranti, finisce con l’esserlo di fatto visto che coloro che prima difendevano i deprivati ora si trovano dall’altra parte lasciando il campo a gli organizzatori del dissenso con agenda politica senz’altro non progressista. Streeck nota -a ragione- la grande difficoltà che le élite (tanto neo-liberiste, che progressiste) manifestano nel comprendere i segnali del 2016, da Brexit a Trump, inclusa la sinistra cosmopolita e questo perché quasi più nessuno ha la capacità di volgere lo sguardo “verso il basso” e comprenderlo. Eppure, di fatto, siamo nel gramsciano interregno dove gli effetti sorprendenti prendono il sopravvento sulle articolazioni prevedibili, di cui la rivoluzione populista è un esempio. L’ammonimento verso la sinistra cosmopolita è chiaro: “Chi espone la società a una pressione distruttrice sul piano economico e morale, suscita una opposizione tradizionalista … meglio una democrazia nazionale oggi che una democrazia della società mondiale (ammesso sia possibile, aggiungo di mio) domani”. [Ai tempi della consegna di questo articolo, probabilmente, Streeck era impegnato nella chiusura della sua ultima fatica: “How will capitalismo end? Essays on a failing system” Verso book, 2016. Qui, una intervista sul senso più ampio della sua posizione.]

Storico, archeologo, scrittore e soprattutto attivo sperimentatore di nuove forme di democrazia, David Van Reybrouck, belga-fiammingo, interviene con una lettera propositiva rivolta a Juncker. Il tema è quello della democrazia, messi su un piatto della bilancia i fragili presupposti che condussero all’Unione e sull’altro la collezione di inquietanti fatti politici, sociali ed economici recenti, il ritorno ai cittadini s’impone come unica via per rilanciare l’idea ed il progetto europeista, mai in così rischioso bilico. Reybrouck è fortemente critico verso la forma democratica otto-novecentesca ovvero “rappresentativa” che, citando il lavoro di Bernard Manin (Principi del governo rappresentativo, il Mulino, 2010), riporta alla comune radice delle parole élite ed elezioni, in pratica, l’elezione di una élite. Tra questa élite ed il corpo elettorale, per lo più ignaro del profondo delle questioni e svegliato dal torpore apolitico solo una volta ogni quattro-cinque anni, non c’è alcuna “società civile” ma un mondo di variegati formatori di opinione quasi sempre espressione dell’élite stessa. Non va meglio coi referendum, quiz dicotomici e riduttivi di complessità che spaccano i paesi quando non vengono usati per tutt’altri scopi rispetto al quesito posto, come plebisciti ma anche sonore bocciature come nei casi Cameron e Renzi. Nei social e su Internet, da una parte è dilagata l’informazione inverificata, dall’altra l’incontro tra opinioni diverse lascia i due contendenti con le reciproche accuse di “troll” o “venduto”. Tutto ciò è evidente che non funziona e da ciò scaturisce la “stanchezza per la democrazia”. Torniamo allora al sorteggio ateniese, un campione casuale di cittadinanza a cui si delega un intenso processo informativo di approfondimento, da cui far scaturire una lista di suggerimenti e proposte concrete, al limite poi da verificare con referendum a risposta multipla di modo da meglio rappresentare la complessità e le sfumature dell’adesione o della critica, se non del rifiuto. Al proposito, l’Autore cita un caso concreto che per la seconda volta è stato messo in campo in Irlanda su vari temi. Si potrebbe allora così rilanciare il progetto Europa, coinvolgendo direttamente gli europei realizzando così la promessa democratica non solo di un governo per il popolo, ma del popolo. [Magari non avremmo svolto il discorso rivolgendosi a Juncker  ma l’intervento è comunque interessante]

E chiudiamo con il filosofo e psicanalista sloveno Slavoj Zizek che ha già zippato la sua proverbiale torrenzialità in appena 14 paginette che sono difficili da zippare di nuovo in un più breve sunto. Il punto finale è anche quello di partenza: il capitalismo è globale? L’anticapitalismo non può che combatterlo nello stesso formato, occorre una nuova Internazionale politica ma di questa logica che si vorrebbe auto-evidente, Zizek non dà dimostrazione. Seguono cinque  citazioni, due lineari ovvero la maoista eccellenza della confusione sotto il cielo e lo “studiare! studiare! studiare!” leninista, due invertite ovvero l’undicesima di Marx che dovrebbe rianteporre la fatica dell’interpretazione all’azione compulsiva e cieca e la gramsciana transizione che nell’interregno disvela i più morbosi fenomeni che -prima che vengano normalizzati da un nuovo ordine- diventano ottime occasioni per le grandi re-azioni. La quinta è psicoanalitica ed è il passaggio dalla paura che mobilita verso l’esterno, all’angoscia che ci impone di cambiare noi stessi. Per come si esprimono le sentenze sapienziali dell’Yi Jing cinese, “la situazione è propizia” ma per fare cosa? Promuovere un diritto cosmopolitico di sinistra che affronti appunto nel formato globale il già globale capitalismo, questa la linea per i “liberali di sinistra”. Del quadrilatero di posizioni formato da capitalismo globale e multiculturale, sinistra universalistica, sinistra patriottica antiglobalista e capitalismo con caratteristiche nazionali, etniche e locali, Zizek sposa la seconda (in sostanza, il movimento Diem25 di Varoufakis) e vede come suo territorio geo-storico-politico l’Europa. Un Europa che inquieta tanto Trump che Putin che su questa condivisione potrebbero anche evolvere un’alleanza “populista”. Rispetto a questo “populismo” arrabbiato, sbagliano i liberali di sinistra critici a sottovalutare la debolezza intrinseca dell’egemonica ideologia liberale ma sbagliano anche i nuovi populisti di sinistra che vorrebbero utilizzare il format “populista” sebbene distogliendolo dai suoi attuali fini intrinsecamente di destra per volgerne la forza a fini di sinistra, come se i format fossero neutri in sé. Quello populista-nazionalista, secondo Zizek, non lo è, l’universalità non è qualcosa che possa emergere alla fine di un processo lungo e paziente come vorrebbero Mouffe e Laclau ma ineliminabile punto di partenza per ogni progetto emancipativo.

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COMMENTO. Definendo il perimetro degli interventi attesi, il curatore Heinrich Geiselberger (a cui comunque va il merito dell’iniziativa in quanto a sinistra sembra esserci una certa depressione, ovvero mancanza d’iniziativa collettiva), ha posto i limiti di una fotografia dal titolo “La grande regressione”, alludendo in qualche modo e volutamente alla “Grande trasformazione” di Karl Polanyi che viene infatti più volte citato dagli intervenuti. Ma pur dandosi i limiti ascritti, il tema ha finito spesso per sfociare in una seduta di autocoscienza della sinistra smarrita davanti all’evidenza del fatto che in Occidente siamo in piena crisi oggettiva, che altrettanto oggettivamente questa crisi profonda, ontologica, ha come peggiorativo il tardo capitalismo finanz-global-liberista[1], che ogni giorno di più s’ingrossa l’elenco dei sintomi di una generale dis-funzione degli ordini sociali, politici ed economici (e non da tutti citati ma assai evidenti anche quelli culturali ed ecologici), che quindi esisterebbero tutti i parametri per una affluenza di forze sociali e quindi politiche nelle file di una sinistra in grado di “cogliere il momento”, ma non c’è alcuna sinistra a cogliere il momento. Perché ?

Elitismo della sinistra accademica, involuzione linguistica (è sintomatico come tutti gli autori intervenuti si siamo sforzati di esprimersi in linguaggio umano quando i più, nelle loro pubblicazioni, gigioneggiano spesso con qualche dialetto della loro tribù epistemica), separazione delle già risicate forze tra neo-populisti ed internazionalisti, ciechi e poco avveduti i primi per i secondi, scivolati nell’ossessione dei diritti umani e non sociali i secondi per i primi. Sinistra liberale che finisce con il voler salvare il sistema da se stesso e sinistra radicale che non sa fornire l’alternativa proprio ora che il sistema dominante non distribuisce più dividendi e s’inviluppa nella sua cupa demenza senile. La sinistra finisce così sugli spalti ed in radiocronaca a raccontare i tempi che -sul campo- vedono destra-capitalisti-nazionalisti vs destra-capitalisti-globalisti. Con la sua auto attribuita -inossidabile- lucidità critica, la sinistra sgrida destre nazionali e globali, capitalisti di ogni forma e grado, Trump e Putin, una sua fazione l’altra com’è atavica tradizione ma questo ipervolume di parole a quale sostanza corrisponde? E’ solo un problema di linguaggio o la sinistra campione universale del pensiero critico e destruens non sa esattamente cosa vuole se non in negativo, non ha un posto dove portare la gente, non ha alcuna viabile ipotesi costruens? Forse il tempo della critica è il tempo del dominio di una forma ma quando quella forma sembra perdere le sue funzioni ordinative, si presenta il tempo del progetto e questo progetto nonché le facoltà stesse di pensarlo, mancano?

Nell’ultimo secolo e mezzo, la sinistra occidentale ha svolto il ruolo di contrappeso del sistema dominante, a volte stabilizzandolo, a volte migliorandolo con un po’ di welfare e di pressione su i “diritti”, assicurandogli la coscienza critica nel mentre le pratiche continuavano nel “business as usual”. Una sorta di “religione della buona coscienza”, con le sue pratiche, le sue processioni di piazza, i suoi sacerdoti per altro in reciproco, astioso, conflitto, le sue chiese, le sue insensate guerre di religione su i diversi aspetti secondari della credenza, i suoi dogmi ed i suoi eretici, i suoi libri sacri, le sue preghiere, le icone a cui votarsi nell’incertezza. Una religione che avendo promesso un mondo migliore nell’al di qua, dopo un secolo e mezzo di sostanziali fallimenti, sta morendo di lenta e sembra irreversibile dissipazione per palese mancanza di interesse e credibilità. Religione ormai in regressione, con le idee poco chiare e le chiese vuote ma la cui residua fede sfida tutte le falsificazioni, com’è norma. Tempo fa, qualcuno ritirò fuori con grande successo l’idea di Walter Benjamin che pensava che il capitalismo fosse una forma di  religione[2], una credenza e pratica condivisa di tipo ideologico. Non solo il capitalismo, anche l’anti-capitalismo è una forma ideologica e tutte le forme ideologiche appartengono alla stessa famiglia delle religioni, la famiglia delle “immagini di mondo”. Il capitalismo però parte come pratica e poi si costruisce uno specchio ideologico facilmente falsificabile mentre l’anticapitalismo parte come specchio critico dell’esistente ma privo del tutto di indicazioni pratiche sul come superarlo. Una splendida diade specularmente inversa, una prassi senza filosofia ed un filosofia senza prassi.  In più, c’è il grave pregiudizio del fatto che tutti i sacerdoti dell’anti-capitalismo sono borghesi, borghesi che teorizzano contro il sistema dei borghesi. Per carità, c’è diritto di secessione etico-morale dalla propria classe (come dalla propria civiltà) ma forse questa coincidenza porta a non avere le idee chiare in sede di prognosi, forse quella della classe salvifica che dovrebbe tirarci fuori dai pasticci è una idealizzazione dialettica mischiata a sensi di colpa sociale. Per tornare al problema del come ci si esprime a sinistra, è evidente che molti scrivono per farsi intendere dai propri simili e non certo da tutti gli altri, la sinistra parla di popolo ma non al popolo e forse neanche si sente del popolo.

Venendo al libro, la sinistra liberale sembra non comprendere la durezza dell’iceberg contro il quale è andato a sbattere l’Occidente, visto che la nave s’è data in gestione a gli spiriti animali e quindi nessuno ne governa la rotta, consulta le carte, comprende la difficoltà di navigare in sì perigliosi mari. La sinistra liberale sembra dedita esclusivamente alla coltivazione delle migliori condizioni di possibilità del sistema senza comprendere che quel sistema non è più funzionante. Come spesso ripetiamo, l’Occidente, un secolo fa era un terzo del mondo ed immensa era la distanza che lo divideva in termini di performance dal resto del mondo che infatti dominava. Mal si comprende spesso che “dominare” non è solo un fattore etico, è anche un fattore funzionale. Se domini e non competi, se ti accaparri e non condividi, se dai le norme e non le subisci, tutti i conti tornano con facilità perché c’è “abbondanza di condizioni”. Oggi l’Occidente è poco più di un decimo del mondo e va ulteriormente a ridursi, la sua preminenza di performance si sta velocemente riducendo ed in molto casi è annullata, dovresti allora esser in grado di competere, dovresti comunque prepararti a condividere visto comunque il ridotto peso e dovresti esser in grado di concordare le norme. Ma questo passaggio dal dominio al condominio sembra che non lo si voglia registrare. La regressione è un effetto della contrazione e rispetto ad una contrazione c’è da prendere una posizione radicale perché i sistemi si riducono fino ad un certo punto naturalmente[3], dopo saltano ad un diversa forma e noi siamo proprio al punto che dovremmo decidere quale nuova forma darci. La forma non ha nulla a che vedere con il cosmopolitismo, i transgender, le opzioni morali, l’accoglienza migratoria, ha a che vedere con l’architettura istituzionale (gli storici stati-nazione o nuovi e più massivi stati-federali da costruire con chi e come?), la distribuzione della minor ricchezza e relative opportunità, il senso della società ed il ruolo che vi deve esercitare il lavoro che non è più necessario ai livelli del XIX secolo, la postura inter-nazionale, decidere chi deve decidere , domandarsi se gli euro-continentali sono della stessa natura degli anglosassoni o i destini vanno divisi visto che la contrazione per chi vive in un impero, avrà ben altri effetti e dimensioni. Infine, smetterla di parlare per assoluti e di parlare per conto dell’umanità, rendersi conto che noi qui in Occidente non siamo “il” mondo, siamo solo un frammento geo-storico tra gli altri.

La sinistra radicale si troverebbe così al fatale, storico e sempre sognato appuntamento con la storia, quel punto in cui finalmente si aprono le condizioni di possibilità -che a questo punto diventano di necessità- che portano alla fatidica domanda: che altro fare? Quale altro modo di stare la mondo possiamo esaminare come alternativa? Qui ci si divide ulteriormente in due tradizioni. Quella della fazione ultra-democratica della Rivoluzione francese (che è poi quella che diede natali al termine “sinistra”) e quella dei socialisti, poi comunisti. La prima tradizione sosteneva un metodo per prendere le decisioni all’interno del corpo sociale secondo la contabilità dei Molti. Questa tradizione non ha avuto seguito. Si è accettata la democrazia parlamentare come massimo raggiungimento dell’auto-governo del popolo, una posizione a dir poco demenziale. Son decenni che la teoria politica e sociologica più lucida ha mostrato con chiarezza l’impostazione elitista di questa forma corrotta di democrazia “rappresentativa” che non meriterebbe neanche di appartenere alla categoria “democrazia”,  ma ecco che siamo a rimpiangerla come se avessimo raggiunto un eden che oggi ci vogliono sottrarre.  La seconda tradizione, i socialisti ed i comunisti,  prendevano la struttura sociale creata dal capitalismo, cioè una forma di piramide gerarchica che non ha inventato il capitalismo ma che si perpetua dalla nascita delle società complesse, quindi da più o meno ottomila anni (a dire che il “dominio dell’uomo sull’uomo” è evidentemente un problema sistemico di natura socio-antropologica prima che economica) e ne volevano invertire le gerarchie portando i Molti subalterni a farsi dominanti del sistema di produzione. Visto che poi erano Molti, sostanzialmente si risolveva  così per semplice contabilità, il millenario problema del dominio degli uni su gli altri. Forse si dovrebbe tornare a questa biforcazione e dopo centocinquanta anni, tirar giù una linea di totale, fare somme e sottrazioni e calcolare la “realtà” delle varie forme di pensiero di sinistra, potare selvaggiamente alcuni rami infruttuosi e concentrare la forza vitale che pur rimane in ciò che più promette un futuro concreto. Questo futuro sfuggente ma che già sappiamo molto ma molto problematico poiché portare una intera civiltà a riadattarsi al mondo che le è cambiato intorno non è mai riuscito a nessuno. Prima di disegnarlo col “io lo farei così” “ah, io no, lo farei cosà”, andrebbe affrontato decidendo chi e come si decide. Prima del menù (per le osterie del futuro-presente), c’è da decidere come funziona la cucina.

Delle marxiane Tesi su Feuerbach, a noi piace -in particolare- non l’enigmatica e troppo citata undicesima, ma la seconda che oltretutto ne chiarisce il senso: “La questione se al pensiero umano appartenga una verità oggettiva non è una questione teorica, ma pratica. E’ nell’attività pratica che l’uomo deve dimostrare la verità, cioè la realtà e il potere, il carattere terreno del suo pensiero. La disputa sulla realtà o non-realtà di un pensiero che si isoli dalla pratica è una questione puramente scolastica”. Dopo centocinquanta anni di “attività pratica” di sinistra, qual è la “verità cioè la realtà e potere”, del pensiero di sinistra? Qual è invece la sua degenerazione scolastica? Perché i ripetuti fallimenti nella pratica che voleva conseguire l’idea del cambiamento del mondo non hanno retroagito come avrebbero dovuto, modificando il pensiero originario? Non solo non abbiamo cambiato il mondo ma molti di noi continuano a ragionare con categorie di centocinquanta anni fa e certo se non impariamo a cambiare il sistema di pensiero in seguito al riscontro della prassi, la vedo difficile poi riuscire a cambiare effettivamente qualcosa di concreto là fuori.

Forse la sinistra radicale, che almeno non ha le illusioni di quella liberale che discute su i titoli delle canzoni che l’orchestrina della nave deve intonare durate il naufragio, deve ancora compiere la sua “grande trasformazione” e regolare i conti con la sua origine otto-novecentesca. Sarebbe forse più utile aggiornare le fonti di analisi dell’umana antropologia (quella di Marx è ferma ai guadagni ottenuti da questa disciplina al 1870!)[4], interrogarsi sulla stessa accettazione supina di una divisione dei saperi che ci fa rimbalzare senza rotta tra sociologismo ed economicismo, tra una antropologia lavoristico-produttiva e l’evidente collasso ecologico,  tra gli appassionati di “struttura” e quelli della “sovrastruttura”, tra vago cosmopolitismo stoico e geopolitica fondata su solide basi storiche e geografiche, materialismo vantato ma poi annegato in una ipertrofia idealistica che soffre atavicamente dello  “schifo del concreto”, analizzare i rapporti tra le diverse culture-civiltà che certo appartengono tutte al superiore ordine dell’umano ma che geografia e storia (di nuovo, non il “capitalismo”) hanno diviso in sistemi diversi che non hanno pratica e tradizione di convivenza reciproca. Chiarirsi anche su i controversi rapporti tra Stato e mercato poiché a volte sembra che a sinistra si sia creduto con troppa acquiescenza dell’esistenza di una dicotomia conflittuale lamentata dai liberali. Senz’altro tra i due ordini c’è storicamente tensione ma francamente nella storia non si vede questa preminenza della struttura (economica) su i sistemi (politici), si vede chiaramente che da Venezia ad Amsterdam, da Londra a Washington, oggi Pechino (ma vale anche per Tokyo e come ben vediamo e sappiamo dalle nostre parti anche per Parigi e Berlino), l’ordine economico si esprime sempre e soltanto all’interno della condizioni di possibilità che gli procura il politico. Anche la finanziarizzazione e certo la globalizzazione libera&bella, nascono da norme giuridiche e decisioni normative promosse da governi ben precisi (anglosassoni), gli stessi che oggi vorrebbero revocare parzialmente la seconda che paradossalmente finisce con l’essere difesa dalla sinistra liberale in preda alla più imbarazzante delle confusioni mentali.

Visto poi che ormai è dedita più all’intellettualità che alla pratica, la sinistra ha dei compiti seri anche in questo campo ristretto.  Il fastidio di Streeck, il fastidio  per quella brodazza di concetti dai confini sbiaditi e dalla consistenza dubbia (neoliberismo, globalizzazione, internazionalismo, cosmopolitismo, nazionalismo, populismo, e mi permetto di includere anche capitalismo, un concetto saponetta che ogni volta che tenti di prenderlo in mano sguscia via da tutte le parti), è -credo- anche il fastidio per una minorità concettuale.  Ci facciamo spesso imporre l’agenda, ci facciamo imporre i concetti, ci facciamo imporre i giudizi traendoli per antitesi meccanica da quelli posti in forma dominante. La sinistra dovrebbe trovarsi lì dove garrisce la bandiera dell’autonomia, del darsi la legge da sé ma se non riesce più ad avere una egemonia nel pensiero sul mondo imponendo sua agenda, sue categorie e suoi concetti , vuol dire che non è una alternativa, è embedded all’intero Occidente in completa regressione, de-civilizzazione, fallimento adattivo.

Notoriamente, il problema del mito della caverna di Platone è che quelli nella caverna non sanno che quella è solo una caverna, non l’universo. Difficile non pensare all’occidentale per un occidentale. Forse sarebbe utile un secondo volume sulla Grande regressione che si dia in oggetto proprio e solo la grande regressione della sinistra occidentale, come uscire da un sistema di pensiero -per lo più- scolastico, un sistema che ha perso visione e si è divaricato tra utopia stanca e gestione della contingenza. Senza una nuova sintesi, non c’è scampo al naufragio che questi “diari collettivi” accompagnano con la mestizia del “lo sapevo, lo avevo capito, ma non son riuscito a fare nulla”. E’ questa impotenza che genera depressione ed è anche questa che contribuisce alla grande regressione.

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[1] Se sia causa prima o peggiorativa c’è poca chiarezza.

[2] W. Benjamin, Capitalismo come religione, Il nuovo melangolo, 1985-2013

[3] “Naturalmente” non significa proporzionatamente. Come osserva nel suo intervento B. Latour, tutta la contrazione è stata scaricata dai dominanti su i dominati. Che la festa fosse finita è diventato il mantra delle élite per far passare aggiustamenti sociali al fine di “passare la nottata”, promettendo vari tipi di luci psichedeliche in fondo al tunnel. Il punto è che la contrazione è definitiva e strutturale, non episodica e momentanea e quindi la festa era finita pure per loro. Ma poiché per loro la festa non può finire mai, tutto il peso dell’hangover è finito in carico a chi alla festa aveva fatto solo da cameriere.

[4] Le forme della gerarchia sociale (dominio di A su B), che siano basate sul sesso, genere, età, classe o etnia, risalgono alla nascita delle società complesse. Leggendo certe analisi, sembra che a sinistra si sia aperto il libro della storia umana solo alle pagine che vanno dal 1850 in poi.

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LA GRANDE REGRESSIONE. A cura di H. Geiselberger, Feltrinelli, 2017 (1/2)

Riportiamo in due puntate un breve sunto dei quattordici interventi sul tema posto a cui faremo seguire un commento finale. Il tema lanciato è lo stato del mondo (migrazioni, terrorismo, stati falliti, incremento delle diseguaglianze, demagoghi autoritari, globale – nazionale, crollo dei sistemi intermedi come partiti – sindacati – media e naturalmente la parabola neo-liberista e globalista) al cui capezzale vengono chiamate alcune menti pensanti per fare il punto.

Per Arjun Appadurai, la regressione si legge nella nascente insofferenza verso la democrazia liberale a cui si contrappone una crescente adesione all’autoritarismo populista, il mondo vira a destra (come se la democrazia liberale fosse di sinistra). Di base, c’è l’erosione di struttura operata dalla globalizzazione (ritenuta irreversibile)  che depotenzia ogni sovranità nazionale ma i leader autoritari/populisti si guardano bene dall’affrontare questa causa profonda e si presentano come sovranisti solamente sul più comodo piano culturale: sciovinismo culturale, rabbia anti-immigrazione, identità, tradizioni violate. Il fallimento dei tempi lunghi e di una certa sterilità della politica democratica nell’affrontare i problemi fa crescere l’insofferenza ed alimenta la delega a soluzioni imperative che però rimangono di facciata in quanto nessuno veramente sembra intenzionato a discutere i fallimenti del neoliberismo globale. La ricetta dell’indiano è stupefacente: l’opinione pubblica popolare e di élite, liberale ed europea, dovrebbero fare fronte per difendere il liberalismo economico e politico – “… abbiamo bisogno di una moltitudine liberale.”.

Passiamo al da poco scomparso Zygmunt Bauman che conviene sulla lettura dei tempi come perdita completa di ordine e prevedibilità, nonché di messa in discussione della stessa nozione di “progresso”. Tutto ciò viene catalizzato nel “panico da immigrazione”, reazione emotiva che poggia su una sorta di eredità biologica dell’intolleranza per l’ Altro che cozza contro un fenomeno epocale che si ritiene ineliminabile. Questa reazione emotiva ha fondamento nella “paura dell’ignoto” che non è alimentato solo dalle ripercussioni dei fenomeni migratori ma dal lungo elenco delle problematicità attuali, dalle diseguaglianze economiche alla precarietà esistenziale. Seguendo Ulrich Beck, siamo nell’epoca dell’inevitabile cosmopolitismo senza avere alcuna vera mentalità o attitudine cosmopolitica. Se il pattern fondamentale è storicamente quello del “noi” e “loro”, difficile portare coabitazione, cooperazione, solidarietà a livello di umanità intesa come un tutto che non ha “fuori di sé”. La ricetta del polacco è tratta da Francesco: insegniamo a i nostri figli (che erediteranno il mondo ed i suoi problemi) la buona battaglia dell’incontro e della negoziazione, dialogo, dialogo ed ancora dialogo. S’impone quindi una rivoluzione culturale: menti lucide, nervi d’acciaio, molto coraggio, pazienza, visione globale a lungo termine, disponibilità a contrattare la verità.

Poi c’è Donatella della Porta, sociologa della Normale di Pisa che analizza le diverse dinamiche che caratterizzano i movimenti di reazione all’offensiva neoliberal-globalista, da destra e da sinistra. A sinistra si è elaborato un pacchetto moderatamente nazionalista (inclusivo e tendenzialmente cosmopolita), appelli alla solidarietà ed ai beni comuni, potenziamento democratico in senso inclusivo e deliberativo, promozione e difesa dei diritti sociali accanto a quelli umani. Ma la tradizione culturale di sinistra che include forti disposizioni normative e sviluppa livelli sofisticati di discorso pubblico, ne limita la “popolarità”. Il sostanziale tradimento delle politiche di “centro-sinistra” che non solo hanno perso del tutto connotazioni di sinistra ma qualche volta anche di centro, penalizzano ulteriormente l’area progressista.  “Popolarità” invece ottenuta più facilmente dalle versioni di destra, dove si elaborano appelli generici e bugie spudorate oltre alla totale cecità verso le contraddizioni intrinseche come nell’esempio Trump, un presidente miliardario che dovrebbe sanare le contraddizioni del liberismo-globalizzato. In questo senso, “populismo” andrebbe interpretato seguendo Kenneth Roberts, come quella forma di relazione politica che parte dall’alto e va verso il basso piuttosto che il contrario. Questa mobilitazione dall’alto è propria di legami e modelli plebiscitari, delega totale a figure paterne ed autoritarie che ricevano mandati vaghi, spesso in regime di aperta contraddizione logica tra ciò che si dice e ciò che realmente si vuol fare. La ricetta della sociologa per una politica popolare ma non populista è pazienza e spazi d’incontro, dibattito ed approfondimento delle pratiche di lotta che hanno mostrato efficacia.

In Nancy Frazer, teorica femminista e filosofa americana già autrice con Axel Honneth del rilevante “Redistribuzione o riconoscimento?” (Meltemi, 2007),  l’orizzonte del suo intervento si limita a gli Stati Uniti come “sintomo” più generale dell’Occidente. Siamo così alla partizione tra neoliberismo progressista e populismo reazionario che occlude ogni spazio alla sinistra poiché il secondo (populismo) ha occupato lo spazio della contrapposizione al primo (neo-liberismo). Iniziato da Clinton (1992) e diffuso da Blair (i Reagan & Thatcher del lib-prog anglosassone), continuato da Obama e dalla femminista di Wall Street Hillary Clinton, il neoliberismo progressista ha unito la soppressione dei diritti sociali e l’esaltazione di quelli umano-individuali, rompendo il fronte delle minorità di genere (donne-LGTB) – generazioni (giovani) – razza/etnia (neri ed ispanici) e classi, promettendo ai primi tre l’accesso alle gerarchie produttive basate sullo sfruttamento dei quarti. Emancipazione e finanziarizzazione vs protezione, questa la promessa neo-lib-prog. Poiché, di contro, oltre ad alcune posizioni forse più genuinamente popolari, anche se chissà poi quanto realmente condivise, il fronte populista reazionario, non rappresenta altro che la voglia di rivalsa dell’élite perdente (ad esempio quella petrolifera ed industriale vs quella ecologista – finanziaria – digitale), il tavolo presenta solo “la scelta di Hobson” ovvero una falsa scelta con cui il sistema capitalistico si dicotomizza in due versioni offrendo “libertà” di scelta della forma di dominio a cui assoggettarsi. Scelta che però “sostanzialmente” non c’è. La ricetta Sanders (Corbyn), emancipazione e prosperità, sembra allora l’unica via perseguibile per riportare la sinistra in gioco e rompere le regole del tavolo accettate troppo supinamente. Frazer si augura un ripensamento dell’establishment democratico, un rifiuto della narrazione giustificatoria di aver perso per colpa di un branco di miserabili (“basket of deplorables” secondo la “felice” espressione usata da Clinton ad un comizio), Putin e manovre dell’Fbi ma da quello che leggiamo di questi tempi, la speranza della Frazer pare davvero malriposta.

Ivan Krastev è uno scienziato politico bulgaro che include nell’analisi il panico demografico. I normali ordini stanno scomparendo per via delle migrazioni e della globalizzazione, i normali lavori stanno scomparendo per via di una “trotzkista” rivoluzione tecnologica permanente, la cultura europea sta scomparendo anche solo per ragioni di bilancia demografica. Kristev riconda che Ken Jovitt (The New World Disorder, Univ. of Cal. Berkeley, 1992) avvertiva che la “fine della storia” celebrata da Fukuyama, avrebbe lasciato campo al grande ritorno delle identità etniche, religiose, tribali. Il mondo iperconnesso corrisponde in paradosso ad un mondo disintegrato, la “globalizzazione connette disconnettendo”, un mondo ricco di esperienza ma che distrugge identità e non crea fedeltà. Nel suo Authoritarian Dynamic (CUP 2010), Karen Stenner spiega che è predisposizione psicologica di ogni individuo diventare intollerante all’aumento dei livelli di minaccia, quando il “noi” dell’ordine morale teme di scomparire. Così, non c’è alcuna ragione sostanziale per la quale i paesi centro europei debbano manifestarsi così allarmati da una invasione dei migranti che -numeri alla mano- non esiste, c’è invece la chiara percezione che la contrazione demografica (anche per la lunga diaspora dei giovani di quei paesi che uscivano dal disgelo post sovietico) sta portando all’estinzione etnica. Di contro, nelle società dell’Altro mondo, se la felicità nazionale era prima indipendente dalle ragioni materiali, l’interconnessione televisiva – Internet ha pubblicizzato un modello di “vita e società felice” che si fa prima a raggiungere migrando, piuttosto che trasformando la propria società nativa. Le ragioni della svolta populista stanno in questo disordine permanente ed incrementale che chiama una qualsivoglia forma di ordine che si è disposti a pagare anche a costo di alcune libertà.

L’argomentazione di Bruno Latour, socio-antropo-filosofo francese, ruota tutta intorno all’impossibilità dell’equazione tra i termini che spingono alla crescita economica neo-lib-global ed i termini ecologico-climatico-planetari che oppongono un invalicabile limite a quella cieca spinta. Accortisi di questa impossibilità, le élite hanno fatto -da tempo (già dagli anni ’70)- il cinico calcolo di accumulare per l’ultima volta il “più possibile” (esplosione delle ineguaglianze, del “privato” vs “pubblico”, deregulation anarco-capitalista), segnare un invalicabile confine sociale tra loro e l’irrecuperabile massa dei dannati, negare, occultare e rimuovere ostinatamente l’evidente per guadagnare tempo, scaricare le esternalità (ambientali, migratorie, disordini di vari tipi) su chi altro non poteva a sua volta scaricarle. Lo stigma del “populismo” serve a coprire ogni ragione di lamento e ribellione al crescente disordine procurato, ora che se ne discute la nebbiosa definizione altro tempo utile è stato accumulato per portare avanti saccheggio e fuga dal mondo. Il confuso sogno neo-imperiale di una Gran Bretagna che abbandona il Titanic europeo per mettersi in salvo da sola e quello ancora più evidente di Trump che rinserra gli americani nella loro isola – isolata, la grande fuga dei precedenti pifferai del “migliore dei globalismi possibili”, la dice lunga sull’egoismo lungimirante di questi irrecuperabili predatori individualisti. L’Europa sarà la prima a pagare il conto, globalmente assediata da competitor economici liberati ed invitati al grande gioco del mercato globale, assediata da migranti esuberanti, disordinata dai cambiamenti climatici in via diretta -come tutti- ma anche in via indiretta vista la totale mancanza di autonomia per energia e materie prime. Il futuro apparterrà  a coloro che per primi, rifiutando l’irresponsabile fuga, sapranno atterrare su un territorio comune abitabile, sempre che gli altri non abbiano prima fatto scomparire il pianeta su cui cercarlo.

Paul Mason, giornalista e scrittore britannico, ha pragmaticamente il pentalogo del “che fare?”: reimportare l’industria nel Nord del Mondo, costringere le imprese a riadottare atteggiamenti di responsabilità sociale, rinazionalizzare i servizi pubblici essenziali, alzare impenetrabili muri per impedire alla finanza di sottrarsi alla pubblica fiscalità, congelare (o ristrutturare o cancellare) i debiti e de-finanziarizzare l’economia. Poiché, secondo il nostro, l’obiettivo dovrebbe esser quello di salvare la globalizzazione uccidendo il neoliberismo, ricostruire il consenso per l’immigrazione passa attraverso tre cambi decisivi delle politiche: 1) gestirla, dirigerla e non subirla; 2) non farla diventare “esercito di riserva” e quindi controllare e gestire anche il mercato del lavoro; 3) inserirla dentro il più ampio progetto di sostituzione dell’austerità con un nuovo ciclo espansivo. Il tutto andrebbe a costituire una nuova e sostitutiva narrazione post-neo liberista. Il finale che abbiamo anticipato, giunge dopo una veloce ricostruzione del cosa è successo in questi anni accompagnati da una narrativa neo-liberale che ora giunge al suo drammatico fallimento conclamato, inclusa la disintegrazione del consenso all’immigrazione, segnalando che quella dell’Est Europa è stata (almeno per i britannici) quella più insidiosa avendo impattato i piccoli centri più che le più attrezzate metropoli. Il nuovo soggetto sociale da compattare ed azionare con il pentalogo di obiettivi è l’essere umano giovane, interconnesso e relativamente emancipato. Altrimenti aspettiamoci  una new wave di capitalismo nazionalista, oligarchico, xenofobo.

Pankaj Mishra, saggista e scrittore indiano, dà una lettura tutta culturale della fase storica in cui le cose vanno male ma potrebbero anche peggiorare. Il punto di Mishra è il fallimento dell’immagine di mondo e di uomo dell’Illuminismo, quel presupposto di un umana razionalità calcolante che, costruendo un presupposto infondato da cui far partire catene di conseguenze logico – normative, ha pensato con ciò di aver reso razionale il reale. I vari maestri del sospetto o fuori dalla definizioni culturaliste, gli intellettuali forse meno colonizzati dall’immaginario dominante, lo hanno continuato a dire inascoltati, l’uomo è altro. Freud, Nietzsche, Weber, Musil, Dostoevskij, Max Scheler, Camus, i dialettici dell’Illuminismo Adorno e Horkheimer, Arendt e Weil, financo Tocqueville, fors’anche Rousseau, hanno svolto un inascoltato controcanto sulle componenti emotive, inconsce, irrazionali, passionali, mammifere intorno alle quali la razionalità svolge la funzione di un sottile e precario velo che incarta una scatola nera di ben altra, contraddittoria, complessità. Se -come ha detto lo storico S. Kotkin-, la Russia di Stalin, con la sua ingegneria culturale, sociale ed economica ultramoderna, è stata “l’utopia illuminista per eccellenza”, ne consegue che anche i fondamenti della seconda diade del pacchetto illuminista, il pensiero marxista, ha radici interne a questo infondato presupposto. Ma questo “altro” dialettico ha pur svolto una funzione equilibrante e stablizzatrice costringendo il dominante liberale a compromessi che ne hanno migliorato le performance finali. Dopo l’89, scomparsa l’antitesi, la tesi ha pensato di essere finalmente libera di dedicarsi alla sua onnipotenza ma ha solo rivelato la sua vena delirante, avviandosi al big bang metafisico attuale. Che fare? Rivedere a fondo i presupposti fondanti delle nostre immagini di mondo e di uomo prima che -citando Tocqueville- fissando ostinatamente le macerie ancora visibili sulla riva, si finisca trascinati dalla corrente verso l’abisso.

E’ nel riuscire a tenere assieme integrati che vogliano ulteriormente progredire ed emarginati o in via di emarginazione che vogliono sentirsi di nuovi integrati, la dilemmatica equazione che si pone alla perdente sinistra, secondo  Robert Misik, giornalista e scrittore austriaco. Il problema è ben esemplificato dall’ondeggiamento tra le leadership del Labour di Blair e quello di Corbyn, dilemma di ogni centro-sinistra che risolto donerebbe quella maggioranza che permette di governare, non risolto porta a rappresentare solo una delle due minoranze che però -politicamente- rimangono tali. La ricetta di questa ratatouille che come tutte le ratatouille nel cercare di sapere di tante cose non sanno di niente, sarebbe una sinistra più assertiva e meno educata con le élite globalizzanti, meno arrogante ed intellettualista quindi genuinamente popolare, attenta ai bisogni di rappresentanza delle istanze concrete oltre alle toilette pubbliche per i transgender, realistica ma sognante, che torni nei territori, che rifletta nella sue forme organizzate di partito la pluralità sociale che vuole rappresentare. Partiti di sinistra in grado di vincere le elezioni nazionali, che però condividano una unica narrazione europea, in grado di formare alleanze tra governi (di sinistra), stante che l’ambiente e la stessa architettura europea odierna è intrinsecamente neo-liberista. Tornare alle analisi di classe ma constatare che la contabilità sociale presenta non più solo la vecchia classe operaia ma anche la nuova classe precaria, più anziana e provinciale la prima mentre più giovane ed urbana è la seconda, istintivamente protezionisti e tradizionalisti i primi mentre cosmopoliti ed innovatori sono i secondi. Misik, come altri di questo libro, è liberale e di sinistra ma di come, quando, con quale elaborazione teorica, si sia pensato vincente o prima ancora possibile questo mix, non è chiaro.

L’argomentazione di Oliver Nachtwey,  socio-economista tedesco, è probabilmente un po’ troppo complessa per stare dentro un articolo e viepiù nella sua riduzione che qui tentiamo. Il tedesco si appoggia alla celebre teoria della civilizzazione di Norbert Elias che lo aiuta a spiegare quella che a lui sembra  l’attuale de-civilizzazione. C’è un nucleo di uomini di mezza età e medio reddito in occidente, che si sentono dispregiati e sfruttati,  dalle élite, dalla globalizzazione, dalle donne e perfino dai migranti. Questa incipiente insicurezza chiama l’eterocontrollo da parte di un capo forte che ripristini l’ordine giusto delle cose. Questa chiamata ad un vertice paladino, sconta la sistematica distruzione di tutte le associazioni e comunità intermedie operate da un liberalismo che ha semplificato la società come una rete di singoli individui, tagliando appunto tutti i sottosistemi intermedi. Agisce così la nostalgia per il vecchio ordine (in parte, immaginario) dato che quello nuovo, ammesso possa definirsi un ordine, ha visto questo gruppo finire tra i perdenti, mentre élite occidentali cosmopolite, inclusi nelle specializzazioni tecniche vincenti (finanza, tecnologie, alcuni servizi) e le nuove classi medie soprattutto asiatiche, sono tra i vincenti. La de-civilizzazione, la rottura della convenzione sociale, provoca anche la violenta reazione delle élite nei confronti di questi amareggiati che devolvono consenso politico a formazioni che sfidano il potere dei dominanti. Quindi, non solo si sentono disprezzati, lo sono a tutti gli effetti. Le società occidentali moderne hanno fatto qualche passo avanti nell’integrazione orizzontale (minoranze) al prezzo di molti passi indietro in quella verticale (classi). A sua volta, non come soggetti sociali ma in termini di soggetti nazionali, è ormai chiaro che l’integrazione planetaria non è gioco a somma positiva e l’ascesa dei nuovo mondi è pagata con la discesa di parti sociali dei vecchi mondi dominanti, l’Occidente in specie. Il mercato (i suoi obblighi, i suoi valori, i suoi voleri)  è stato interiorizzato come paradigma unico ed assoluto (privo di alternative), ma l’autocostrizione e l’interiorizzazione hanno prodotto effetti di estraniazione sociale progressiva alla quale si reagisce con risentimento. Il processo di civilizzazione in Elias, non è mai ritenuto una evoluzione incrementale che si solidifica strada facendo, esso “non è mai terminato ed è sempre in pericolo”, pericolo di volgersi nel suo contrario. Quella a cui assistiamo è appunto una de-civilizzazione regressiva e così si spiega l’inizio del ragionamento del sociologo tedesco che in Trump, vede proprio la negazione dell’immagine che il mondo occidentale ha di se stesso.

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Concludiamo così la prima parte dello scritto. Abbiamo omesso il contributo di Eva Illouz, sociologa israeliana poiché il suo intervento è molto stretto su vicende interne alla società israeliana che hanno poco interesse per noi. In breve, la sinistra askenazita israeliana ha snobbato i mizrahi (ebrei di etnia araba) poi sdoganati dalla destra ed oggi base del partito Shas, ultraortodosso – sefardita, stampella di destra del Likud. Non solo nella Illouz, l’autodenuncia di una sinistra intellettualista, accademica, salottiera, in fondo integrata nella stessa società di cui rappresenta il critico di corte, percorre vari interventi.

Riprenderemo con l’ultimo quarto dei contributi (tra cui W. Streeck e S. Zizek) e nostre considerazioni critiche finali. (Qui la seconda parte)

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L’ETERNO RITORNO DELLA SERVITU’ VOLONTARIA. Riprendendo in mano l’intuizione di Etienne de La Boètie.

L’edizione di riferimento del “Discorso della servitù volontaria”  è quella Feltrinelli 2014, introdotta da E. Donaggio e accompagnata da due saggi di M. Benasayag e M. Abensour

Il testo di questo breve ed esplosivo saggio, venne scritto originariamente a metà del 1500 da un giovane men che ventenne secondo quanto riferito dal suo grande amico, personale ed intellettuale, Michael de Montaigne. L’originale, aveva un doppio titolo, quello del Discorso che divenne poi il suo unico e conosciuto titolo ed un altro “Le Contr’Un” che si potrebbe tradurre come “Contro l’Uno”. La tesi è nota e già spiegata nel concetto di “servitù volontaria”: nella forma di gerarchia che informa le relazioni umane e sociali la funzione è certo dall’alto verso il basso ma la formazione originaria del sistema è probabilmente dal basso verso l’alto. Montaigne che rimase folgorato dalla tesi sosteneva che Etienne l’aveva scritta addirittura a sedici anni, forse diciotto. Possibile?

In fisica, si ritiene che dopo i trenta anni nessuno più avrà facoltà di avere idee originali. Il motivo è semplice, più si va avanti nell’età, più la mente assorbe schemi di pensiero esterni, storici e sociali, meno si ha facoltà di mantenere uno sguardo genuinamente stupefatto sulle cose, uno sguardo pulito ed originario, non ancora strutturato da vari tipi di fantasmi teorici. Del resto, nella favola “I vestiti nuovi dell’imperatore” scritta da Andersen nel 1837, chi ha la sfrontatezza di dire la verità semplice ovvero che “… il Re è nudo!” è appunto un bambino. Il bambino non ha ancora introiettato la convenzione sociale di dire quello che si pensa col sistema mentale attraverso cui tutti pensano. Quel sistema non può dire che il Re è ridicolo e quindi sostiene la finzione in maniera così vasta e pervasiva da far della finzione una realtà intersoggettiva che nelle umane società, è spesso la verità di fatto.

In più, La Boétie, crebbe in un milieu culturale fortemente influenzato dall’Umanesimo rinascimentale italiano, rappresentato nel suo ambiente dal vescovo del suo paese natale che era un cugino della famiglia Medici, il vescovo cattolico fiorentino Niccolò Gaddi. Di quella temperie umanistica, faceva parte un attivo recupero della classicità greca a cui infatti Etienne si rivolge più volte nel suo scritto e di quella tradizione faceva certo parte l’attitudine scettica di scrivere tesi critiche “contro” qualcosa o qualcuno. L’intera opera di Sesto Empirico è una collezione di tesi “contro” qualcuno o qualcosa[1]. Richard Popkin, ha scritto un ottimo libro sulla temperie scettica che agitò il XVI secolo francese[2] e ricorda che fu proprio per frenare gli esiti più nichilisti di questa tendenza che Descartes scrisse il suo Discorso sul metodo. Descartes infatti, accetta la postura scettica e dubita di tutto ma solo perché è alla disperata ricerca di qualcosa di cui poi non può più dubitare: il fatto stesso che c’è un dubitante. Poi, com’è a noto, trovato lo scoglio solido a cui aggrapparsi, si rese però anche conto di non poter andare da nessuna altra parte perché lo scoglio rimaneva pur sempre al largo di un mare agitato da dubbi ed allora ricorse al ponte di Dio come garante che percezione e ragione non fossero fallibili. Trovato il ponte tornò sulla terraferma e da qui dedusse l’intera sua metafisica razionalistica. Descartes ha solo spostato il dogma da punto di partenza a subordinata.

Il Discorso di La Boétie per lungo tempo rimase dimentico, poi trovò improvvise quanto poco continuative attenzioni, riedizioni, reinterpretazioni, rimanendo però sempre un po’ fuori ed un po’ dentro del perimetro dell’analisi filosofica politica. Vi ci sono riferiti a vario titolo Marat e Lemmanais , irregolari come Bergson e la Weil, anarchici e libertari di varia foggia (da Reich a Deleuze-Guattari ma anche l’anarco-capitalista Rothbard) e Wikipedia cita il fatto che tra il 2006 ed il 2016, il piccolo saggio ha ricevuto l’onore di ben sei edizioni in Italia. Complice forse la copertina dell’edizione Feltrinelli che riporta la maschera-simbolo di  Guy Fawkes, bandiera del piccolo movimento di indignazione che ha accompagnato il disastro politico e sociale occidentale degli ultimi anni, campeggiando su una rivolta che però è rimasto un sussulto, un tremito che poi non ha sortito alcun vero effetto pratico sull’enormità delle ingiustizie del nostro tempo.

Insomma, c’è qualcosa che intriga e stupisce in questo Discorso ma c’è anche qualcos’altro che non gli permette di essere il punto di partenza per lo sviluppo di un discorso più approfondito di quello che poteva fare un ragazzo del 1500. Nel saggio del filosofo politico francese Miguel Abensour che accompagna la lettura dell’edizione citata, tempo e parole vengono spese per difendere il testo dall’accusa di rassegnazione, quasi che dire che c’è una dinamica per la quale è anche il servo a fare il suo padrone, porti di per sé a ratificare il fatto come naturale ed insuperabile. Nessuno che legga il testo del Discorso può ricavare questa impressione, tutt’altro, eppure c’è più di qualcuno che in nome del sacro principio di ribellione degli oppressi, sente l’affermazione come eresia connivente col dominio. Strano. E Abensour è poi preciso anche nel trovare il cardine filosofico che osteggia la ricezione della tesi per ulteriori sviluppi in Hegel, nei Lineamenti di filosofia del diritto ed in parte in Hobbes, nel “pactum subiectionis” del contratto sociale che porta alla società politica del Leviatano anche se proprio l’idea di un originario “patto di soggezione” potrebbe invece andare incontro alla tesi del francese. Anche il razionalismo illuminista basato sul primato della ragione forte, descritta in maniera viepiù idealizzata quanto meno si conosceva concretamente come funzionasse un cervello-mente e la psiche , aveva a premessa un perno che rendeva inaccettabile siffatta contraddizione. Ma più in generale, poiché la filosofia politica moderna nasce ai tempi dello scritto, appena anticipata dal Principe di Machiavelli (1532), va notato che tutto il suo successivo sviluppo ha due esiti: quello che concettualizza partendo dalla realtà politica in atto e quello più astratto le cui categorie sono tratte dalla realtà politica in atto o al massimo, da quelle in atto ai tempi di Platone, Aristotele, Polibio. Anche queste concettualizzazioni però, non s’interrogano sul fatto che le varie forme politiche siano ognuna una versione della gerarchia e che il punto in ombra è appunto quello originario: da dove viene la forma gerarchica in sé per sé? Tutto ciò a dire che certo La Boétie stesso, parla di tiranni, monarchi, dominatori di questo o quel tipo ma l’essenza del suo Discorso è forse più generica, tant’è che parte con il discorso di Ulisse nell’Iliade, un discorso da “capo”, non necessariamente politico.

C’è un pezzo scabroso (tanto che non ne ho trovato citazione in nessuno studio che tenta l’esegesi del Discorso) nel testo che fa capire meglio di ogni altro, quale fosse l’istanza che muoveva -forse- il giovane francese. Riferendosi con logica contro fattuale all’ipotesi di avere un ipotetico popolo vergine di ogni condizionamento abituante alla sottomissione, egli deduce che certo questi obbedirebbero solo ad un impianto di leggi da loro stessi stabilite e contrattate, a meno che … “A meno che non fossero quelli di Israele che, senza costrizione né bisogno alcuno, si crearono un tiranno: di quel popolo non leggo mai la storia senza trarne un fastidio così grande da diventare quasi disumano e rallegrarmi dei tanti mali che gliene vennero”. La Boétie era anti-semita? Poiché il tiranno che gli ebrei si auto-crearono era il Dio dell’Antico Testamento,  La Boétie era ateo? Non credo fosse né l’uno, né l’altro o meglio, non credo sia questo l’ambito che aveva in mente nel proferire il suo disprezzo. Credo che si riferisse a quello come ad un caso auto-evidente della pulsione all’auto-assoggettamento  che è proprio ciò di cui l’Autore fa suo oggetto di indagine[3]. Questa pulsione nuda è ciò che urta, tanto che La Boétie nota che essa non ha neanche un nome, è una disgrazia, un vizio, anzi un vizio disgraziato ma poiché fa parte di noi (o di non tutti ma di molti di noi) come parte nera dell’anima, esso non è neanche riconosciuto ed ecco che dal momento che il francese lo ha invece tirato fuori, non si sa bene dove metterlo e come giudicarlo. Tutta la filosofia politica che sfida la forma di dominio del suo tempo, che sia anarchica, libertaria, socialista, comunista, anti-capitalista, femminista, anti-colonialista, anti-imperialista potrebbe girare a vuoto se non affronta questo “vizio disgraziato” in quanto non è la sua forma così o colì il solo problema, ma il motore interno che riproduce la soggezione, motore che -in parte- è dentro gli assoggettati.

Contro l’Uno, è un discorso contro la forma piramidale e verticale delle interrelazioni umane, qualcosa che avrebbe dovuto esplorare non tanto la filosofia politica da sola ma anche l’antropologia, la sociologia e financo la psicologia almeno per la parte che scruta cosa nell’individuo muove questo alle relazioni con gli altri perché si deve essere sempre più d’uno per ricrearne la “disgraziata forma”[4]. Questa ricerca, la ricerca sul principio di gerarchia che noi qui tentiamo da lungo tempo, non viene fatta, in genere. Preferiamo la ricerca sulla differenza tra monarca e tiranno, tra oligarchia ed aristocrazia, tra dominio dei militari, dei sacerdoti, dei capitalisti, dei padri-padroni, degli anziani, di questo o quel popolo che impera su gli altri, le questioni di sesso e genere, preferiamo indagarne le forme piuttosto che la sostanza di cui appunto riconosciamo le forme ma che come materia ha sempre questa strana pulsione alla delega del “potere di decidere”. Questa materia è certo scabrosa per le nostre immagini di mondo eppure nessun progetto di emancipazione dal dominio dell’uomo sull’uomo, può avere alcun vero effetto se non parte da essa, se non l’assume per contrastarla. Infatti, è noto che ogni processo storico o sociale o politico abbia tentato di distruggere la vigenza di una delle varie forme della gerarchia, ne ha poi creata un’altra. Non affrontare questo problema, porta paradossalmente a quella depressione da tentativo di emancipazione che si sconforta nel constatare che il dominio è uno zombie che non si uccide mai davvero. Rimuovere il Discorso di La Boétie, è garantire vita eterna allo zombie, usare il Discorso in generici modelli ribellistici o storicisti è di nuovo garantire allo zombie altro sangue da succhiare per perpetuarsi. La Boétie, ha scritto un appello a cercare quel “paletto di frassino da piantare dove”  possa definitivamente uccidere lo zombie ma questo appello, continua a rimanere inevaso.

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L’analisi del sistema della gerarchia sociale umana ha, per noi,tre livelli.

L’ultimo è quello delle forme che la gerarchia prende a seconda dei tempi e dei luoghi. Di queste analisi abbiamo tonnellate di esempi in tutta la filosofia politica critica o connivente.

Quello di mezzo è oggetto di larga parte della trattazione del giovane francese che, per quanto giovane (e con la mente pulita per accorgersi della nudità del sovrano) e di un’epoca in cui lo sviluppo delle armi del pensiero critico era ai primi passi, mostra una rimarchevole capacità analitica. Sono i motivi per i quali la gerarchia si auto perpetua, si auto rafforza, si auto declina a seconda della forza con cui batte un tasto piuttosto che l’altro. I tasti sono: 1) nel dominio gerarchico noi nasciamo, cresciamo ed infine ci affermiamo come adulti, al sistema siamo abituati e né la storia, né gran parte dei nostri simili, sembrano attratti dallo sviluppo di una qualche alternativa qual’ora si accendesse in noi la fiammella della ribellione. Tutto della struttura sociale, economica, sociale, culturale, politica, militare e religiosa, ci rimanda questo modello unico e naturalmente i beneficiari, i gerarchi o tiranni o capi o padroni o chi vi pare, ne amplificano l’ineluttabilità, la funzionalità, la giustificabilità e financo la virtuosità; 2) meno virtuosa ma non meno efficace la panoplia di divertimenti, sollazzi, intrattenimenti, di “vantaggi” che vengono concessi e spesso promossi per far sì che i vizi individuali sopravanzino le virtù sociali. Inebetire, distrarre, deviare l’energia psichica, assecondare la pigrizia, questa la golden rule di ogni potere. Come nota l’introduttore al testo, siamo alla società dello spettacolo di Debord, con poco più di quattro secoli d’anticipo e del resto “panem et circenses” era già in Giovenale ; 3) una volta formatosi il principio di vertice, certo si dipana una complessa catena di strati piramidali che diventano complici e beneficiari del trickle down di frammenti (o briciole) di potere. E’ il caporalato sociale, che riproduce capi minori assoggettati ai maggiori ma dominanti su quelli inferiori fino a quello che torna a casa e picchia la moglie o i figli o se ha ritegno o ha la moglie troppo tosta, il cane; 4) infine, il fatto che il potere conosce la sua funzione simbolica e proiettiva quindi nasconde il proprio volto umano, troppo umano per interpretare parti verso cui le aspettative son così “alte”. Si trasforma quindi spesso in specchio o bianco telo su cui sono gli assoggettati a proiettare la maschera più idonea all’autoinganno. Il potente sa, il potente può, il potente è sovrumano, superintelligente, superfurbo. Si proietta per spaventarsi ma soprattutto per giustificare attraverso queste immagini sovraumane, la propria disgraziata condizione senza in ciò perdere le ultime briciole di autostima. Più in generale, ogni tentativo di defezione dallo schema, si paga in termini di auto-isolamento dal corpo sociale. Se così fan tutti, non farlo significa diventare l’Altro e l’Altro è solo.

Il più interessante livello d’indagine, però, è il primo, quello da cui la gerarchia origina prima di diventare fenomenologia o incarnazione storica, è questo il “punto La Boétie”, il buco nero che ci invitava a sondare e che generazioni e generazioni di scavatori impauriti ha evitato per dedicarsi alla denuncia della sua veste contingente. Qui, la tesi del giovane francese è presto detta: qualcosa ci porta ad essere da tutti uno a un tutt’uno, questo qualcosa è l’Uno, quindi io (Etienne de la Boétie) scrivo un libro Contro l’Uno. Contro l’Uno non è solo l’imitazione del tono scettico è il senso centrale della riflessione sul “vizio disgraziato”, unirsi, funzionalizzarsi, ordinarsi socialmente perché tutti si riporta ad un Uno[5]. L’Uno è un principio, il principio di vertice gerarchico, il quale prima ancora di agire in vario modo, interpretato da questo o da quello è posto, posto da tutti coloro che poi gli si sottometteranno. Di questo Uno esiste sempre una versione materiale ed una parallela immateriale, quella che chiamiamo “credenza condivisa”. Perché lo pongono loro stessi e non s’impegnano altro che a costruire una piramide a cui tributare ossequio diventano poi schiavi consenzienti ancorché lamentosi, ma perché non s’impegnano a costruire una sfera senza alti e bassi, una sfera che colleghi tra loro tutte le parti anziché collegarle tra loro perché tutte connesse all’Uno centrale? Centrale, non di vertice , l’origine della gerarchia sociale umana quella che si forma nei primi secoli delle società complesse che sopravvenivano le piccole tribù già stanziali, è la funzione centrale, quella che l’intero corpo sociale chiamò a svolgere la funzione di coordinamento del Tutto[6]. La funzione centrale, a gli inizi, era -diciamo così- di “servizio”, poi divenne “primus inter pares”, poi se ne approfittò anche in ragione di una crescente complessità che sempre più allontanò le singole parti dal Tutto intero, è divenne capo, vertice, élite riproducendosi e rinforzandosi progressivamente, sia usando uno o più dei quattro tasti prima esposti (in genere, tutti magari con diverso virtuosismo), sia attraverso l’intera forma concreta della sua manifestazione ovvero questo o quel ordinatore sociale.

Al cuore di questo discorso non ci sono ragioni psicologiche ma funzionali. I gruppi umani, oltre una certa dimensione, hanno -sino ad oggi- che sono trascorsi solo ottomila o forse meno anni dalla nascita di aggregati vasti e complessi, trovato la gerarchia come loro migliore forma di autorganizzazione. Essa è naturale nel senso che culturalmente non si è evoluto un pensiero che la avversasse per strade certo più difficili ma più dignitose. Qualche volta si è provato, a sentire Erodoto già i persiani chissà dove, come e quando[7], la varie poleis democratiche greche che non erano solo Atene, i nativi americani Irochesi o i cosacchi che però erano più simili alle bande di cacciatori – raccoglitori (tradizione forse da estendere ad altri tipi di tribù barbare, vichinghi inclusi), due mesi nella Parigi nel 1871, i diggers e levellers tentarono nella Guerra civile inglese  (poi giustiziati dal “repubblicano” Cromwell), A. Sen ha provato ad allargare gli esempi anche fuori dall’eurocentrismo[8], in Spagna nel ’36-’39 almeno per il fronte anarchico, le varie “comuni”, i primi soviet, piccoli gruppi di credenti o produttori isolatisi dalla massa piramidalizzata ma ogni volta la fiammella si è poi spenta e grande festa intorno alla sue braci hanno fatto danzare non solo le élite sfidate da cotanta improntitudine ma anche, con cinica soddisfazione, coloro che avevano diversi programma di emancipazione, quelli che loro avevano pensato, le élite predenti invidiose di quelle vincenti che volevano comandare sì, ma solo “a fin di bene”.

Questi ultimi amici-nemici della liberazione dell’uomo dal dominio dell’altro uomo hanno il loro simbolo proprio in quel Marat che dopo aver plagiato in lungo ed in largo il Discorso senza mai citarlo, dedusse che il popolo ha dunque bisogno di un amico, unico capace dall’alto della funzione ancora una volta gerarchica e di potere, di rimediare alla stupidità masochista di quel bambino-anziano che è l’informe “popolo”. Marat anticipa per certi versi, il concetto di avanguardia che trascina il popolo alla “liberazione delle masse” nella concezione leninista. Ma l’autoincaricato “liberatore delle masse” non soffre solo di falsa coscienza per quanto animata da pie intenzioni, egli è anche il frutto di una contraddizione intrinseca che si nota all’opera anche in grande parte della filosofia politica. La contraddizione intrinseca è tra il tempo in cui c’è una certa forma oppressiva di ordine, che poi è il tempo in cui vive l’osservatore, pensatore o agitatore che sia, l’urgenza del desiderio di svincolarsi da questa forma oppressiva, tra questo tempo presente ed il tempo della forma gerarchica che ha consistenza di lunga durata. Non c’è coincidenza di tempi, il primo vuole l’immediato e domanda l’atto ma il secondo chiede i suoi tempi ed imporrebbe un lento e difficile processo[9]. Anche La Boétie, avendo osservato l’enigmatica forma della servitù volontaria, in sede di suo superamento, non può andare oltre un davvero ingenuo “Decidete di non servire, ed eccovi liberi”. L’emancipazione umana dalla forma sociale gerarchica, dovrebbe –invece- esser intesa come una vasta impresa,  molto lunga e difficile, forse un lavoro che anche correttamente intrapreso e stoicamente portato avanti nell’avvicendarsi delle varie generazioni, chissà mai se arriverà mai ad un suo pieno compimento, ammesso sia legittimo immaginarsi questo “pieno compimento” e non un costante e non finito “tendere a”.

Qui infatti, non usiamo, né altrove siamo usi farlo, l’ambiguo concetto di “libertà”, faro di ogni critico della gerarchia e del dominio dell’uomo sull’uomo. Liberazione è processo (sarebbe meglio emancipazione), libertà fa pensare ad uno stato immediato, compiuto, perfetto e finito che nell’ambito della società umana, non credo possa mai esistere per come romanticamente lo s’intende. Non sono neanche sicuro sia auspicabile visto che stare in società lo è molto di più sotto molti più punti di vista ed esser liberi in società, se non si specifica meglio il concetto, tende al controsenso visto che la società è fatta di legami. La liberazione, dovrebbe quindi avere due progetti e due tempi. Quello storico immediato che si riferisce al superamento di una data forma come ad esempio, perorare il superamento del neoliberismo magari in favore di una qualche forma di neo-keynesismo, stante che sempre di capitalismo si tratta. Questo è un migliorismo e certo anche l’Unione sovietica, pur criticabile a fondo, era migliore -per molti ma non per tutti-  dei tempi dello Zar. C’è quindi una liberazione migliorista che s’ingaggia con le forme presenti del dominio gerarchico, combatte quella esistente e ne cerca una migliore che però è un migliore relativo e qualche volta neanche tale. Ma deve anche esserci una staffetta di lunga durata in cui ogni generazione dà in lascito il testimone alla successiva, in cui qualche passo in avanti verso la liberazione dal dominio gerarchico di ogni forma e tipo, è il premio in palio. Questa via è assai poco perseguita. Dai filosofi ai politici, c’è affollamento nell’ingaggiarsi contro questa o quella forma della gerarchia (almeno tra coloro che prendono questo impegno, ce ne sono altrettanti, anzi di più, che servono la forma gerarchica di cui sono supporter, dipendenti ed agenti attivi) ma pochi sono coloro che hanno continuato a pensare o provare, movimenti di liberazione senza liberatore, quindi di auto-liberazione. S’intenda l’auto-liberazione come impresa collettiva e sociale, mai individuale poiché il problema che stiamo trattando è un problema di società, non di individuo. L’individuo potrà andare nei boschi, fare lo stilita, l’eremita, fare percorsi spirituali e auto-coscienziali, andare dallo psicoanalista, provare ad emanciparsi dalla sue tare famigliari o apprese nel cammino della vita ma non è quella la “liberazione” di cui stiamo parlando, stiamo parlando della forma gerarchica che ordina le società complesse, la ragnatela di cui ognuno di noi è ragno.

Questa forma, la forma gerarchica, l’abbiamo definita “la più facile”[10] e diagnosticato il vasto ricorso a cui nella storia estesa i più si sono abbandonati col fatto che -in fondo- ottomila anni per un animale che ha tre milioni di anni è ben poca cosa. Come molti filosofi hanno pensato, si potrebbe ancora iscriverci per quanto riguarda l’evoluzione del nostro intelletto sociale al primitivismo, all’infanzia, ai primi passi. Molti fanno fatica a pensarsi come corridori della staffetta umana che ha tempi di centinaia, migliaia di singole vite umane, di cui quella più importante di ogni altra è la propria. L’emancipazione da quella forma che s’impone per la sua facilità, è bene saper che è molto difficile. E’ difficile rinunciare al “liberatore” e trovare maieuti della liberazione, persone che non ci dicano cosa pensare ma come imparare a pensare per conto nostro, politici che non dicano come decidere ma come sperimentare forme di decisione collettiva previo dibattito e contrattazione, filosofi che non ci dicano come giudicare ma come trovare i tempi ed i modi del giudizio, governanti provvisori ed a tempo che non vogliano governare come Solone con gli ateniesi, delegati riottosi che s’attengono al mandato di rappresentanza ma scalpitando per tornare presto alla vita di tutti.  E’ difficile pagare i prezzi degli errori degli esprimenti che pur bisogna continuare a tentare, difficile che ogni fallimento della liberazione -che potenzialmente produce molto disordine- non faccia scappare tutti a pigolare l’immediato bisogno di un qualsiasi –urgente ripristino dell’ordine-, difficile profondere tanto impegno e vedere sì scarsi risultati. Eppure ogni generazione è figlia della liberazione che gli ha lasciato in eredità la precedente, i nostri padri hanno fatto il loro dovere, noi sembra si sia da ascrivere alla tipica generazione fallita, altro che ’68.

Rimane però il fatto che il ragazzo del Cinquecento, vende ancora migliaia di copie nel Duemila e quindi l’enigma è lì, posto sul tavolo, irritante ma come molte cose disgustose, in fondo anche attraente, da indagare. E rimangono lì quel manipolo di pensanti che non si son dati per vinti ed hanno creduto, come molti altri continueranno a credere che una via di fuga dallo scandalo del dominio dell’uomo sull’uomo, c’è. Come diceva S. Beckett, si sbaglia, si sbaglia e si sbaglia ancora ma la prossima volta magari impareremo a sbagliare meglio.

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[1] Dai grammatici ai retori, dai geometri ai matematici, dagli astrologi ai musici, dai logici ai fisici, dai moralisti ai dogmatici.

[2] Richard H. Popkin, Storia dello scetticismo, Bruno Mondadori, Milano, 2000-2008

[3] “Quelli di Israele” sono il chiaro esempio di una società che non avendo una terra, si strutturò interamente intorno ad una narrazione. Questa narrazione aveva il suo culmine in Dio-Uno ed aveva la casta dei sacerdoti come amministratori di sistema. Questo è l’esempio di una forma pura dell’Uno, non inverato in un re o in un apparato militare o economico o statale ma una forma di “siamo tutti sottomessi (forma poi ripresa da Muhammad nel perorare identico sistema per i frazionati e seminomadi arabi) ad un Uno superiore” che di per sé fa il sistema. Questo è l’Uno che ci fa tutt’uno.

[4] Oggi è di gran momento la “psicopolitica” e l’omonimo libricino di Byung-Chul Han (Nottetempo, Roma, 2016) non è estraneo al nucleo del Discorso. Altrettanto lo è la “microfisica del potere” di M. Foucault.

[5] Come altre volte scritto, questo modello funzionale, somiglia molto a quello delle monadi di Leibniz.

[6] Nello sport del canottaggio ad esempio, nel quattro con oppure otto con, il “con” sta per timoniere. Costui regge il timone ed assicura alla barca, quindi ai rematori, che si andrà per linea retta e detta i tempi della remata. La sua funzione è di servizio, i campioni sono certo i rematori anche se alla fine la medaglia la prende la squadra, quindi anche lui. Le società complesse, inizialmente, erano come quegli equipaggi, il “servizio” coordinava ed anche quando comandava, lo faceva per “servizio”, invitato dai comandati per coordinarsi. Nelle moderne navi complesse a più ponti e funzioni, il comandante che dà rotta e tempi eredita la tradizione ma in forma di gerarchia fissa e plenipotenziaria. La metafora della nave, venne largamente usata in antichità in sostituzione della società e delle sue forme di conduzione politica, si veda.: Giuseppe Cambiano, Come nave in tempesta. Il governo della città in Platone e Aristotele, Laterza, Roma-Bari, 2016.

[7] Il riferimento è al cosiddetto “Dialogo dei persiani” nelle Storie (Libro III 80-82), la prima presenza di quello che poi si chiamerà logos tripolitikòs (monarchia, oligarchia, democrazia).

[8] A. Sen, La democrazia degli altri, Mondadori, Milano, 2004

[9] E’ un po’ come nelle diete. Improvvisamente, quando il grasso lentamente accumulato non ci fa più piegare per allacciarci le scarpe insorgiamo “Questo invasore del mio corpo va cacciato, immediatamente!”. Ci si impone allora un radicale processo che in una settimana dovrà risolvere quello che s’è prodotto in anni, ovviamente, con risultati nulli. Per disfare processi di anni, ci vogliono anni.

[10] Qui scegliamo di non approfondire l’argomento che invece è proprio quello che implicitamente ci invitava a fare il giovane francese ma in breve possiamo dire due cose: 1) ogni gruppo sociale ha bisogno di una forma d’ordine per funzionare. Criticare la gerarchia non produce alcun superamento se non pone una alternativa d’ordine, altrettanto o poco meno funzionale se si preferisce il “più giusto” ma sarebbe meglio altrettanto se non più funzionale oltre che più giusto; 2) il fatto che il ricorso alla forma d’ordine gerarchico sia “più facile” dice che l’alternativa sarà “più difficile”. Questo imporrebbe indagine di queste difficoltà e ricerca di dove operare per superarle. Mi riferisco al fatto che l’elenco dei punti in cui agire socialmente, culturalmente e politicamente per costruire una società-sfera in grado di auto organizzarsi permanentemente è vasto e complicato. Questo stona con la tradizione del pensiero del cambiamento sociale e politico che nelle utopie ha promosso disegni finali che nessuno sa mai come raggiungere e con le rivoluzioni ha immaginato possa esserci qualche levetta che debitamente spinta, -oplà- mette sotto-sopra un impianto complesso.

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