L’ORA PIU’ BUIA.

[Rompo momentaneamente il format del blog che in questa pagina principale ospita -in genere- solo articoli e studi mediamente approfonditi. Pubblico invece un post delle 8.00 di stamane sulla mia pagina fb, scaturito dalla notizia del giorno. Trattandosi di fatto geopolitico che è non l’unica ma una delle principali questioni intorno a cui articolo le mie riflessioni, corre l’obbligo data la rilevanza degli eventi.]

L’ORA PIU’ BUIA (h. 03.00). “Allora capo, facciamo che prendiamo tre palazzine vuote di periferia e ci picchiamo sopra un centinaio di missili che fanno BUM! BUM! BUM! dicendo che sono centri di ricerca su i gas venefici. Facciamo tipo alle 3 ora locale così è buio, la gente sta a casa e non corriamo rischi, i fotografi immortalano le scie dei missili perché una immagine vale più di mille parole. Lei va in televisione e fa il pezzo da padre severo ma giusto, io chiamo russi ed iraniani e gli do le coordinate dei lanci pregandoli di star calmi che se manteniamo tutti le palle ferme, nessuno si fa male e ne usciamo tutti alla grande, ok?”

Così, alla fine, deve esser andata e meno male. Avrebbero potuto farlo già due giorni dopo il presunto attacco quando è arrivato il cacciatorpediniere D. Cook ed avrebbero dimostrato la stessa cosa ed in più anche di esser svegli e sempre sul pezzo. Lo hanno invece fatto quando la faccenda s’era intricata assai e si rischiava di non saper più come uscirne senza perdere la faccia. Vedremo nei prossimi giorni ma l’impressione, anche leggendo i pezzi dei giornali mattutini, è che qualcuno voleva il colpo grosso, qualcuno voleva trascinare gli USA al first strike per iniziare una escalation da manovrare in un senso ben più ampio, rischioso e drammatico. Invece del first strike hanno avuto l’one shot, Armageddon è rinviato, anche questa volta la terza guerra mondiale non è iniziata, delusione.

Delusione dei commentatori e pioggia di penne occidentaliste avvelenate su Trump, pallone gonfiato da sgonfiare con pennini appuntiti che fa quello che non dovrebbe e non fa mai quello che dovrebbe. Immagino le telefonate tra Netanyahu, May, Macron e gli amici americani che vedevano sgonfiarsi il trappolone messo in scena, anche stavolta è andata male. L’impressione è che, per l’ennesima volta, noi si sia sopravvalutata l’intelligenza e la sofisticatezza delle élite occidentaliste.

Solo pochi giorni fa abbiamo espulso ben 150 diplomatici russi per una ragazza poi dimessa dall’ospedale ed il padre che oggi mangia, legge il giornale e piano piano si sta rimettendo chissà da cosa visto che il presunto gas a cui si è sostenuto fosse stato esposto è incurabile e letale al 100%. Dopo quella bella prova di improvvisazione e cialtroneria, si è ripetuta la scena questa volta muovendo intere flotte, concitati Consigli di Sicurezza, scontri di civiltà, giorni del giudizio e gli Avengers che a proposito escono con il nuovo episodio nelle migliori sale il prossimo 25 Aprile.

L’ora più buia è quindi quella in cui sta sprofondando l’Occidente, una gloriosa civiltà che sembra aver le idee sempre più confuse, che mena fendenti a vuoto, che scambia la realtà per il cinema come neanche l’ultimo dei Veltroni, che combatte coi selfie ed i tweet e non si raccapezza più in un mondo che gli sta inesorabilmente sfuggendo di mano.

Intanto pare che a Parigi sia morto Haftar e Macron che ha due TGV fermi su tre e ha rischiato di diventare un meme eterno della vasta collezione delle figure di m. stile Powell, ora si trova con un problema in più. Anche il neo rieletto al Sisi e lo stesso Putin, perdono il loro campione nel teatro libico e vedremo come si riapriranno i giochi colà.

Il conflitto titanico permanente tra West and the Rest (di cui abbiamo spesso parlato più seriamente e da ultimo qui), continua. L’ora più buia è quella che precede il sorgere del sole. Peccato che il sole, notoriamente, sorge ad Oriente e che l’Occidente sia il luogo del tramonto.

[La citazione pare provenga da Paulo Coelho che i miei lettori e lettrici sapranno non essere esattamente un mio riferimento culturale. Ci stava bene però nel contesto, spero verrò perdonato]

Annunci
Pubblicato in geopolitica, occidente | Contrassegnato , , | 4 commenti

APPUNTAMENTO.

Oggi, 12 aprile, sarò ospite di Senso Comune Bologna, al Dipartimento di Scienze Politiche dalle ore 17.00 per una chiacchierata sulla problematica geopolitica europea. In verità, l’Unione Europea non è un soggetto politico intenzionale, quindi non lo è neanche il senso di politica estera se non in forme assai contraddittorie. Europa però è un territorio e quindi ha comunque problematiche di politica e spazio. Proveremo quindi a dipanare questa matassa complessa proprio nel mentre la geopolitica ha in cartello la grande attesa sulla punizione di Assad. Opporre alle cannoniere la conoscenza è il modo migliore per combattere il gioco che siamo -volenti o nolenti- chiamati a giocare.

29597909_211967046053545_7250313984308168109_n

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

APPUNTAMENTO.

Venerdì 26 marzo alle ore 18.30 a Milano, introdurrò la due giorni di studi geopolitici del collettivo Idee sottosopra, all’ARCI Bellezza, via Giovanni Bellezza 16/a.

Pubblicato in geopolitica | Lascia un commento

IL CONFLITTO PERMANENTE COME CULLA DEL NUOVO MONDO MULTIPOLARE.

Le scienze sociali che usano come unità metodologica lo stato, ovvero le Relazioni Internazionali e la Geopolitica, non potendo fare esperimenti di verificazione delle teorie, si accontentano di sostenere la loro “scientificità” verificando quanto una teoria si adatti ad eventi storici pregressi. La “Storia” è l’unico dato empirico di validazione delle interpretazioni, fatto già di per sé bizzarro visto che: a) la storia è sempre una narrazione stesa su eventi ben più complessi; b) l’interpretazione ovvero la teoria è, a sua volta, un riduzione della narrazione storica.

Oltre a queste due sospensive ce ne è una ancora più determinante. Se accettiamo come quadro di riferimento macro-storico, ovvero di lunga durata,  il fatto di trovarci in una transizione epocale che ci sta portando dall’epoca moderna ad un’altra che ancora non ha nome sebbene cominci a mostrare una sostanza chiaramente complessa, questo ricorso al passato rischia di basarsi sulle pericolose “false analogie”.  Il ricorso al conforto di come si sono comportati gli stati nel passato al presentarsi di schemi di ordine di tipo multipolare è naturale vanga fatto, ma da quei confronti dovremmo trarre indicazioni molto relative, deboli, indiziali, poco probanti. Non siamo nella linea di uno sviluppo continuo della stessa traiettoria, siamo nella frattura profonda di un modo con un altro e quindi siamo in terra incognita dove la passata esperienza ha valore marginale.

Il che ci porta a dover trattare daccapo il concetto di “multipolare”, prima  in astratto, poi in concreto e nel concreto distinguendo i casi in cui applicarlo al passato o allo stato presente/futuro. Il fine è quello di trarne una interpretazione contemporanea ed una luce che tenta di fendere le nebbiosità dell’immediato futuro.

In astratto, il concetto di “multipolare” dice che in un dato spazio-tempo, si presenta una configurazione d’ordine con più di due attori statali potenti (poli), legati  tra loro da molteplici relazioni di potenziale offesa-difesa o equilibrio, equilibrio che va inteso sempre in modo dinamico. Il concetto s’inscrive nelle premesse del tipico contesto realista ovvero un mondo ritenuto anarchico (non “disordinato”, ma privo di legge superiore ed entità in grado di applicarla, anche con la forza, a tutti), competizione a somma zero (se un polo assume più potenza, qualche altro la perde), gli stati si comportano in maniera razionale, le potenze tendono a massimizzare il loro potere (fino ad oggi non si son presentate potenze che s’accontentano), nessuno stato può esser certo delle intenzioni di un concorrente, la potenza -in ultima istanza- s’intende in senso militare ed infine, il fondo “tragico” cioè la constatazione che la guerra è un modo della politica ed è storicamente una costante.

La teoria realista in Relazioni Internazionali (la dottrina liberale non la pendiamo neanche in considerazione poiché a nostro giudizio infondata e con una componente eccessivamente ideologico-normativa) ha opinioni di giudizio diverse sul sistema multipolare astratto. Per Hans Morghentau (realismo della natura umana) i sistemi multipolari tendono ad auto-stabilizzarsi e sono l’ideale per raggiungere l’equilibrio di potenza. In più, la dinamica di compensazione per la quale se un polo tende ad emergere un po’ troppo o manifesta comportamenti non equilibrati tutti gli altri si alleano per compensarlo, renderebbe questo ordine complesso ma sostanzialmente stabile o forse stabile proprio perché complesso e dinamico. Questo bilanciamento è detto “equilibrio di potenza” e se manca, porta disordine in via automatica, cioè date le premesse realiste. Kenneth Waltz (realismo difensivo) contestava decisamente questa fiducia di Morghentau, sostenendo che l’unico ordine stabile e stabilizzante è il bipolare e quello multipolare è prima o poi soggetto a rottura di simmetria, quindi catastrofe. Infine, John Mearshemeir (realismo offensivo), concorda in pratica con Waltz e poi fa una classificazione con il bipolare più stabile del multipolare ma questo poi distinto in equilibrato che è migliore della peggiore configurazione possibile ovvero il multipolare con uno o più poli superiori a gli altri, il multipolare sbilanciato. L’intera classificazione andrebbe poi dinamicizzata tra ascendenti e discendenti perché se un ordine sembra multipolare in statica ma uno dei poli era l’egemone e uno degli sfidanti sta crescendo velocemente in potenza, le cose certo cambiano. Così cambiano se si dà un occhio alle future prospettive di medio periodo. L’ordine più stabile tipo “pace perpetua” è quello unipolare dove c’è un solo polo detto “egemone”, ma è del tutto teorico in quanto non si è mai presentato nella storia del mondo con tassi demografici inferiori, figuriamoci oggi o domani con 7,5 o 10 miliardi di individui e più di 200 stati con tendenza ad aumentare. L’impero-mondo è più un fantasma metafisico, cosa che la nostra mente può pensare ma che non per questo può essere davvero.

I dolori più intensi e seri per il concetto di multipolare, arrivano però quando si passa dall’analitico al sintetico, quando si va ad applicare la teoria alla realtà empirica. Tra i casi di multipolare rinvenuti più spesso nel registro storico, compaiono l’Italia rinascimentale del centro-nord e l’Europa del XIX secolo a 5 – 7 poli (Russia, Austro-Ungheria, Francia, Inghilterra, Impero ottomano e poi Prussia/Germania ed Italia) ma si sarebbe potuto anche considerare il periodo degli Stati combattenti nella Cina del V-III secolo a.C.  o la Grecia Antica da cui invece alcuni traggono il concetto bipolare della “trappola di Tucidide” per dar lustro con tono colto ai commenti sulla competizione odierna USA (potenza di acqua quindi Atene)  vs Cina (potenza di terra quindi Sparta). Il riferimento all’Antica Grecia è oltretutto doppiamente sbagliato perché per altri versi Atene e Sparta non erano sole e quindi non era un semplice ordine bipolare ma tanto quando si prende di così gran carriera la strada dell’analogia a tutti ci costi, i costi di semplificazione si pagano in imprecisione.

Cosa c’è di così scandalosamente impreciso in questo ricorso al registro storico? La mancanza delle variabili co-essenziali per ogni ricostruzione di fase storica, il contesto e la eterogeneità degli attori.

Quanto all’eterogeneità, l’ordine multipolare diventa una costruzione strutturalista nella scuola realista americana che (si tenga conto  che tutti i pensatori e le idee che animano la disciplina delle RI, sono sempre e solo americani), come dice Mearsheimer, tratta gli stati o potenze come palle da biliardo, al limite più o meno grosse a seconda della potenza. Mearsheimer e tutti i realisti hanno buone ragioni per far diventare gli stati scatole nere di cui c’importa solo l’imput e l’output, ed è il rifiuto di seguire i liberali nelle loro assurde perorazioni sul fatto che le forme di governo interne a gli stati (democrazie vs varie configurazioni di autoritarismo) farebbero la differenza. Ma se i liberali rendono un po’ assurde le considerazioni sulla struttura a grana fine che distingue gli stati tra loro (struttura che si dovrebbe invece dettagliare per: grandi o piccoli? di terra o di mare? con che tipo di demografia, economia, mentalità e tradizioni, collocazione geografica, tradizione filosofico-religiosa e scientifica? a quale punto del loro ciclo storico? etc.), nondimeno queste strutture a grana fine vanno analizzate per capire la natura degli attori prima di portarli dentro le analogie. Gli stati non sono gli atomi della fisica realista, sono entità intenzionali ed autocoscienti.

La mancanza decisiva è però il non considerare il contesto. Tanto per dire una sola, unica e principale, questione che differenzia l’ordine multipolare del mondo di oggi rispetto a qualsivoglia porzione del mondo di ieri, è che quelle di ieri erano appunto “porzioni”, quello di oggi è un “tutto” che non ha un fuori. Non c’è un altro mondo in cui far sfogare le contraddizioni dell’attuale mondo multipolare mentre l’Italia rinascimentale era solo un ritaglio di un frame più grande in cui c’erano la Francia, la Spagna, lo Stato Pontificio, il Sacro Romano Impero ed il Mediterraneo, mentre nell’Europa del XIX secolo c’era la corsa alle colonie ed a gli imperi fuori d’Europa. Entrambe erano situazioni occorse in ambiente omogeneo (italiano o europeo) mentre oggi abbiamo attori molto più eterogenei e distanti nello spazio (tra Cina ed USA c’è un oceano, ad esempio, nonché più di due millenni e mezzo di differente longevità). Entrambe le situazioni erano a bassa interdipendenza tra gli attori mentre oggi l’interdipendenza è alta. Entrambe le situazioni erano a bassa o media demografia mentre oggi il mondo è al sua massimo storico di densità, così l’economia che con la demografia fornisce le coordinate del potere potenziale ma non ancora effettivo, ha oggi peso e dinamiche non parametrabili a ieri. E sul potere effettivo, quello delle armi, che differenza fa un multipolare atomico che ha almeno due poli legati tra loro dalla fatidica Mutual Assured Distruction (MAD) ma con un generico “rischio atomico” anche più ampio e diffuso? O anche solo la potenza annichilente dell’armamento “convenzionale” attuale rispetto a gli esempi pregressi? O come agisce il fattore reputazionale in epoca di opinioni pubbliche che fan da spettatori, prima che attori, dei giochi politici inter-nazionali ma i cui giudizi condizionano l’azione dei governi?

Insomma, siamo come detto in terra incognita, lì dove il ricorso all’esperienza precedente non è vietata ma va usata con un molto ampio beneficio d’inventario perché nell’inventario ci sono variabili che rendono falsa l’analogia.

Dirigiamoci quindi con prudenza ad esaminare la nuova versione di sistema multipolare mondiale a cui stiamo tendendo. C’è un’unica super potenza, gli USA e due potenze asimmetriche, una militare -la Russia-, l’altra economica -la Cina-. Chi usa i meccanismi tipici delle tradizioni di pensiero di RI o GP, a questo punto prevede che i poteri potenziali della demografia e della economia cinese, questione di tempo, verranno presto trasformati in potenza militare. Ma c’è qualcosa che potrebbe ostacolare questa predizione, almeno nella sua forma lineare.

Primo, memore della lezioni data dalla guerra fredda, la Cina starà ben attenta a non farsi trascinare nell’over-spending militare a scapito del reinvestimento nello sviluppo e nella ridistribuzione. Solo un analista da think tank americano può sottovalutare il problema delle eccessive diseguaglianze in un sistema di 1,4 mld di persone, errore che nessun cinese che conosca la storia cinese, farà mai.

Secondariamente, la Cina starà ben attenta a non eccitare l’altrui “dilemma della sicurezza”, ovvero quella situazione di incertezza per la quale ogni stato sa che se eccede nella crescita delle dotazioni militari, fossero anche per difesa, non essendo escludibile in alcun modo che ciò che oggi si crea per difesa domani possa esser usato per offesa, altro non fa che sollecitare pari riarmo nei vicini. Oltretutto, la Cina ha bisogno a prescindere di pace ed armonia nel suo quadrante strategico perché la sua principale linea strategica è sviluppare  reti commerciali. Inoltre è suo fine specifico proporsi come “potenza amica” in modalità “cooperazione e reciprocità” ad esempio nei confronti dell’Africa, evitando rozze intenzioni coloniali, aggressive o eccessivamente egoiste. Preoccupazione che poi andrebbe anche allargata poiché la Cina tende ad attrarre “clienti” prima nella sfera occidentale e quindi deve dare qualcosa in più o di meglio. Le dichiarazioni pubbliche di come la Cina vede le interrelazioni estere sono oggi -più o meno-  le stesse dalla Conferenza di Bandung del 1955 e per molti versi sembrano credibili, non per superiorità etica ma per intelligenza strategica di cui i cinesi sono dotati da un paio di millenni prima di von Clausewitz.

Infine, stante che la Cina non è attaccabile via mare dagli USA (potere frenante del mare) e dal Giappone, ha stretto un sostanziale accordo di cooperazione a largo raggio con la Russia (nel passato l’unico vero nemico potenziale dal punto di vista geografico e qualche volta storico) e sembra intenzionata ad avere relazioni amicali-sospettose ma in sostanziale equilibrio con l’India, la sua dotazione di potenza effettiva può limitarsi a rinforzare la marina, la presenza nello spazio, l’elettronica ed il digitale, porre qualche avamposto discreto in giro per il mondo, senza mettersi a sfornare carri armati e missili a nastro. Si tenga poi conto che la Cina è molto grande e popolosa e credo che l’ultimo desiderio dei suoi governanti sia quello di annettere altri territori e popolazioni, ingigantendo un problema già difficile di gestione della sua propria massa. Se la terra manca, meglio comprarla come stanno facendo in Africa o favorire una discreta diaspora come in Siberia orientale.

Gli altri due attori in che traiettoria stanno? La Russia, potenza di mezzo dell’Eurasia, posizione al contempo comoda e  scomoda strategicamente, è da ormai settanta anni oggetto di pressione da parte USA per rimanere avviluppata nella escalation di potenza militare che per lei si trasforma in un “a scapito” del progresso economico. Salvata dalla dotazione di energie e molte materie prime e sovrana alimentarmente, la Russia segue questa escalation per via dell’ovvio riflesso di sicurezza. Ma anche per via dell’interesse ad approfittare degli eventuali cedimenti delle vicine ex repubbliche già interne all’URSS che ha interesse a riportare sotto la sua sfera di influenza, per via del far virtù della necessità di produrre armi poiché sono anche beni per l’export (export che poi lega a sé eventuali partner), per via dell’importanza che storicamente ha all’interno del suo sistema di potere la burocrazia militare ed infine, per via della necessità di supportare alla bisogna alleati periferici a loro volta messi sotto pressione dagli americani. Fintanto che gli europei rimangono dentro il sistema occidental-atlantico, la Russia difficilmente si svincolerà da questa traiettoria. In prospettiva, in Russia si libererà molta terra (per via del riscaldamento globale), il che, in un mondo sempre più denso ed affollato e stante che la Russia è uno dei paesi a più bassa densità abitativa del mondo (nonché in assoluto il più grande), non è una cattiva prospettiva fatti salvi gli ovvi problemi di gestione, logistica ed integrazione di eventuali migrazioni. Per la stessa ragione, la regione polare prospiciente la costa settentrionale, diventa nuovo quadrante “caldo”.

Gli USA sono in una posizione di potenza effettiva, cioè militare, molto lontana dal poter esser insidiata da alcuno. Di contro, la loro pur ragguardevole demografia, è ben superata sia dalla Cina che dall’India, ma in prospettiva, insidiata  anche dalle crescite dei più periferici ovvero l’Indonesia, il Brasile, la Nigeria. Una volta che questi paesi, come sta succedendo con Cina ed India, si metteranno a convertire demografia in crescita economica, anche questo secondo aspetto che l’ha vista a lungo leader senza competitor, diventerà relativo. Si tenga poi conto di alcune altre variabili.

Una è la “rendita di cittadinanza” ovvero il contributo del più ampio sistema di cui si è polo, del sistema occidentale complessivo nella storia pregressa, del sistema asiatico e del sistema africano oggi ed in prospettiva. Il “centro del mondo” si sta già velocemente spostando verso oriente e questo tenderà a limitare le condizioni di possibilità per gli USA, a prescindere da quanto questi saranno in grado di puntellare i loro punti di forza e minimizzare quelli di debolezza.

Un’altra variabile da tener d’occhio sono  le soglie critiche, invisibili punti nei quali i sistemi che si stanno espandendo o contraendo, subiscono una accelerazione non lineare del moto tendenziale. Gli USA possono senz’altro assorbire una riduzione del loro peso di Pil sul totale mondiale ma ci sono appunto soglie oltre le quali gli effetti di contrazione non sono lineari, si pensi, ad esempio, al ruolo mondiale del dollaro ed a gli effetti a cascata che avrebbe anche solo una sua relativa limitazione.  Su questa resilienza nella contrazione, agisce poi in forma problematica, la strana configurazione della scala sociale statunitense che ha una élite assolutamente fuori norma e quindi idiosincratica ad ogni decrescita.

Poi c’è il disordine in cui chi è abituato a competere entro quadri legali e normativi, di norme visibili o invisibili ed in ambienti che per quanto anarchici hanno comunque infrastrutture ed istituzioni multilaterali, potrebbe faticare ad orizzontarsi in un ambiente molto meno regolato e supportato. Poiché -in macro- stiamo transitando da un mondo relativamente più semplice ad uno relativamente più complesso, la complessità diventa essa stessa un problema per chi intende garantirsi un potere così sproporzionato come quello a cui sono abituati gli americani. Di contro, si può anche ipotizzare un interesse ad accompagnare ed anzi, alimentare un certo disordine globale per alzare la domanda di “protezione”. Ma in questo caso, è molto dubbio il poter riuscire a prevedere e quindi governare tutte le dinamiche disordinanti che intenzionalmente si vorrebbero promuovere.

Infine, la vera palla al piede della potenza americana ovvero l’Europa, una Europa testardamente frazionata, bizantina, anziana,  viziata, sospesa in una bolla che riflette la sua eccezionale storia specifica ma la isola da un mondo del tutto nuovo che gli europei sembrano non comprendere realisticamente del tutto. A partire dall’ovvia constatazione che in un ordine multipolare così dinamico, l’Europa non è una potenza e non è neanche un soggetto in termini di politica estera oltreché essere economicamente e demograficamente frazionata, non esser cioè un “totale più della somma delle parti”. Condizione quest’ultima a cui si ritiene di poter far fronte con il vuoto slogan degli “Stati Uniti d’Europa” che non ha la minima condizione di possibilità di veder mai luce e sopratutto funzionare. Questo far fronte al grande problema adattivo di questa parte di mondo usando slogan che non vanno da nessuna parte, rinforza la diagnosi di disadattamento degli europei ai tempi che vengono.

Il mondo multipolare che si sta affermando, ha anche molte medie potenze, potenze regionali e qualche significativa piccola potenza locale in grado di ostacolare giochi che una volta i geografi imperiali britannici progettavano al calduccio dei protetti salotti londinesi sorseggiando il loro tè rituale. Per segnare le cartine del mondo, oggi servono cose un po’ più complesse che non le matite. Più in generale, questo mondo tende alla convergenza degli indici economici (veniamo dalla grande divergenza ma andiamo verso la grande convergenza tra grandi aree), crea reti regionali più dense delle reti genericamente globali, tende al pluralismo dei grandi enti internazionali (banche, investimenti, culture, tradizioni, ambiti di cooperazione, piazze finanziarie, forum diplomatici), offre alternative a quello che prima era un monopolio, pone le economie che si emancipano da posizioni primitive in grande vantaggio dinamico rispetto alle economie mature, oltre a tutte le varie e preoccupanti articolazioni del problema ambientale, semplice da citare ma molto complesso da descrivere. Infine, le grandi cornici ideologiche che legavano élite e popoli nazionali intenti nell’opera di “civilizzazione” del colonialismo e dell’ imperialismo europei, l’afflato repubblicano dei napoleonici, il fascismo, il nazismo, il comunismo ed il liberalismo con i loro antagonisti simmetrici che animarono il ‘900, sono assai depotenziate e non si vede chi altro potrebbe prenderne il posto a parte qualche gruppo di islamisti suicidi finanziati dall’Arabia Saudita. Si può come senz’altro si sta facendo con la Russia, nazificare il nemico dirigendo le fila del concerto mediatico, ma da qui a poterci far perno per convincere le opinioni pubbliche dell’inevitabilità di una guerra diretta ce ne corre.

A quale tipo di ordine multipolare ci avviamo, quindi? E come si comporterà, almeno all’inizio, il sistema multipolare in un mondo denso ed intrecciato, un sistema che per la prima volta è multi-atomico e quindi soggetto a più vincoli di “reciproca, distruzione assicurata” (sempre che si voglia continuare a sottostimare il potenziale bellico convenzionale che per molti aspetti non gli è secondo)? Il quadro prima disegnato ha sintesi nella definizione di “multipolare sbilanciato” in cui la superpotenza americana non può certo sperare di aumentare raggio ed intensità del proprio potere, non può accontentarsi di uno status quo perché comunque trascinata in basso dalla dinamica tra le parti del sistema mondiale e deve quindi resistere il più possibile nel mantenere i propri ancora significativi vantaggi, nel mentre tenta di rallentare l’ascesa degli sfidanti. Deve farlo nel quadro problematico dello stato del mondo prima accennato e con una gran proliferare di attori medi e piccoli che seguono ognuno una propria traiettoria. Ancora con una leadership solida nel potere effettivo (militare), il problema americano risiede nel potere potenziale, nel rapporto tra il suo essere meno del 5% della popolazione mondiale con un potere economico che ancora domina il 25% dell’economia mondiale anche sulla scorta di un ancor più ampio potere finanziario.

Il vincolo della reciproca distruzione assicurata, per gli USA, vale non solo verso i russi ma anche i cinesi poiché è chiaro che questi due, al di là della loro reciproca competizione per altri versi naturale essendo vicini, avendo punti di forza complementari, hanno ben chiaro il comune interesse, loro e di molti altri, a che si stabilisca un vero quadro multipolare bilanciato. La crescita della loro attuale cooperazione è di fatto un’alleanza difensiva non detta. Cina, India, Sud Est asiatico, Pakistan, le due Coree, l’Africa e il Sud America hanno tutti interesse a non imbracciare le armi nel mentre crescono economicamente e socialmente. Anche la Russia, se potesse,  avrebbe urgenza di dedicarsi di più al suo sviluppo piuttosto che dissanguarsi nella rincorsa di potenza col gigante americano. Da questo corso, non sarebbero in teoria distanti, se fossero liberi da condizionamenti di altro tipo, neanche i giapponesi e gli europei. Gli unici che davvero hanno interesse a far pesare nel quadro la super potenza di cui sono ancora proprietari sono gli Stati Uniti d’America e qualche potenza locale in Medio Oriente.  Si potrebbe leggere l’intero quadro come un film della transizione tra un assetto sbilanciato ad uno più bilanciato e quindi segnato dalla sfida economica degli ascendenti verso il discendente americano che resisterà in tutti modi. Ma come, se in ultima istanza il conflitto diretto è sconsigliato dal vincolo atomico?

Quello nel quale siamo già immersi è un sistema multipolare sbilanciato con conflitto permanente. Potremmo dar nome a questa interpretazione come nuovo “realismo complesso”, un realismo che reinterpreta le costanti storiche all’attualità del mondo di oggi profondamente diverso da quello di ieri. “Conflitto” prende qui un nuovo significato che include varie forme di confronto armato ma non è riducibile solo a quello, prende il posto della guerra tradizionale dilatando però il fronte ed il tempo della tenzone. Oggi le potenze si muovono in uno scenario multidimensionale.

Il fattore demografico, la stazza, la massa di un attore, fattore sempre importante, oggi può diventare decisivo e non solo più per alimentare la propria potenza effettiva cioè armata, ma anche per il corrispettivo di crescita economica. Diventa anche un’arma nel caso di procurate migrazioni da paesi terzi verso coloro che si vogliono mettere in difficoltà. Queste migrazioni indotte si creano facilmente con le guerre per procura che oltretutto sono un vivace mercato per la sovrapproduzione dell’industria militare di cui è dotata ogni potenza. Ogni produzione ha un mercato e se la prima è maggiore del secondo, il secondo va sollecitato ad ampliarsi e/o intensificarsi. Questo gioco periferico che non riguarda il confronto diretto tra potenze, ha poi il vantaggio di tenere occupato il nemico dietro gli alleati che combattono i nostri amici in quel specifico teatro e quindi rinforza i legami di amicizia e dipendenza interni al polo. Il mondo è pieno di minoranze, popoli senza stati, confini precari disegnati dai francesi o dagli inglesi nel periodo coloniale, il catalogo delle occasioni di conflitto potenziale è molto ampio. I popoli sono molti di più degli stati e quindi il gioco delle nazioni in cerca di sovranità è facile da attivare.  L’ideologia islamista è un potente alleato di questa strategia per chi ha lo stomaco di usarla mentre sbraita nel simularne il contenimento. Incidenti in acqua o in aria possono sempre accendere l’attenzione su qualche quadrante di mondo e mandare messaggi che sfruttano la naturale paranoia da sicurezza di qualsiasi stato, specie se potenza emergente o alleato debole del polo nemico. Gli incidenti procurati possono essere ottime scuse per elevare sdegno morale propedeutico a più prosaiche sanzioni, dazi commerciali, blocchi navali, interdizioni dello spazio aereo. Molto conflitto non è pubblico ma si avvale delle consuete reti spionistiche e contro-spionistiche ed oggi c’è tutto un campo nuovo in cui giocare a rubarsi segreti e dati, la rete di tutte le reti. C’è poi lo spazio, nuova frontiera per novelli capitani Kirk, satelliti che scrutano, lanciano raggi accecanti o distruttori, coordinano l’ingegneria e l’elettronica dei nuovi sistemi militari soprattutto missilistici e navali. Conflitto è anche mostrare nuove armi che solleticano i generali della parte avversa che chiedono fondi ulteriori per pareggiare i conti disegnando sciagure e tragedie certe ed altrimenti inevitabili, anche perché potranno far leva politica sull’opinione pubblica in stato perenne di sovreccitata paura. Anche solo nell’accezione puramente armata del “conflitto”, evitando il confronto diretto, ci sono molte occasioni in modalità indiretta. Se la linea strategica obbligata è frenare il ribilanciamento tra potenze, cosa meglio di un attrito distribuito ovunque?

Poiché però il conflitto è “multidimensionale” ecco anche la sua versione  economica e produttiva ma anche politica e di opinione. I tentativi di monopolio energetico o di materie prime tutte essenziali, anche e soprattutto quelle per lo sviluppo del digitale che ha il fronte commerciale ma anche quello militare ed aerospaziale. Seppellita la globalizzazione semplice 1.0, si va ad una rete di contrattazioni, aperture-chiusure, formazione di blocchi in un sistema dotato di vari sottosistemi, quindi più complesso. Poi c’è il conflitto finanziario, società di rating, grandi fondi in grado di scuotere il mercato a bacchetta, l’altalena dei cambi valutari, i ricatti su i debiti sovrani.

Poi c’è l’egemonia culturale, mostrarsi i migliori, i più attraenti, i più benevoli quindi far di tutto per mostrare che il nemico è tra i peggiori, fa moralmente ribrezzo, è repellente e malevolo, infingardo, non ha legittimità. Ci sono i boicottaggi, il rinserrare le fila delle proprie istituzioni multilateriali,  i propri fondi monetari, le banche per lo sviluppo, i progetti di cooperazione da cui ostracizzare il nemico ed i suoi amici. Poi c’è da far uscire scandali a ripetizione, fondi neri, paradisi fiscali improvvisamente sotto i riflettori per una settimana, uso di armi proibite, leader nemici dai dubbi gusti sessuali, storie di droghe, perversioni, bugie dette, inaffidabilità degli altrui standard, sgarbi diplomatici, fake news per avvelenare la credibilità generale di tutti indistintamente in modo da paralizzare il discorso pubblico. C’è il controllo digitale e il ricatto (quello pubblico ma molti altri di cui neanche abbiamo notizia), il divide et impera, il bait and bleed (falli scannare tra loro), il dissanguamento economico del nemico stressato in decine di micro-conflitti, il più composto bilanciamento di potenza e lo scaricabarile in cui si lascia la nemico l’ònere e l’onore di districare matasse che si sono ben aggrovigliate con le proprie mani e che si disordinano mentre l’altro tenta di metterle in ordine. Poi c’è l’arte di mettere zizzania dentro gli equilibri del nemico, militari contro politici, imprenditori contro militari, società civile contro élite, varie élite contro altre élite, eccitare i nazionalismi dormienti e poi far chiasso per ogni ingiusta repressione delle minoranze, far confliggere le diverse osservanze religiose. Sovreccitare i vicini del nemico, mettere in dubbio i legami di alleanza dentro un polo, isolarlo, stringergli le condizioni di possibilità, acuirne le contraddizioni.

Infine, per palati forti,  c’è l’angolo si dice ma non ci si crede del Dark Word, innesti uomo-macchina, psicobiologia, manipolazione del clima, agenti tossici selettivi, avvelenamenti alimentari ed epidemie progettate in laboratorio, piani segreti, oscure congreghe, centri di interesse invaginati in centri di interesse, bio-chimica aggressiva e molto molto altro che noi, pur mediamente informati, neanche immaginiamo. Prima di dubitare a priori all’entrata di questo Dark World come se il mondo fosse proprio quello proiettato sullo schermo del cinematografo che scambiamo per realtà,  collegatevi a quella vostra porzione di cervello che è inorridita a leggere il sadismo medioevale o la scientifica atrocità dei nazisti o dei khmer cambogiani, i vari stermini dei nativi, storie di schiavi, stupri, impalamenti, sqartamenti, profanazioni, eccidi, massacri, olocausti e tutta la scienza e tecnica che si è spremuta per giungere a quel risultato. L’uomo è sublime e malvagio da sempre, non c’è motivo di escludere a priori l’esistenza di una costante preparazione al conflitto anche nei dungeon del mondo degli inferi. Oltretutto, questa ricerca silenziosa del primato che darebbe qualche vantaggio non calcolato dal nemico, dà poi una cascata di benefici secondi di invenzioni sfruttabili civilmente.

lnsomma il conflitto è da intendere in forma multidimensionale e diventa permanente poiché non si apre-chiude con una guerra tradizionale, diventa la cifra stessa di un sistema multipolare che alcuni vorranno riportare a bipolare o quantomeno mantenere sbilanciato mentre altri vorranno portarlo a bilanciato per poi farsi venire l’appetito di esser loro la nuova super-potenza che lo sbilancia dandosi un vantaggio di potenza. Il vincolo atomico non porta la pace perpetua ma il conflitto permanente e diffuso a medio-alta intensità. Questa è la condizione di un pianeta a prossimi 10 miliardi di abitanti in lotta, chi per la sopravvivenza e chi per il primato gerarchico, chi per l’essere e chi per l’avere.

= 0 =

Questo è il mondo multipolare a cui dovremmo adattarci, in cui ci piaccia o meno, tutte le nostre preoccupazioni ed interessi, personali e collettivi, politici ed economici, ideali e pragmatici, i nostri sogni e le paure, le speranze e le delusioni, saranno tutte per vie che molti non vedono con chiarezza e molti non vedono per niente, determinate da questo che è il gioco di tutti i giochi. Noi tutti, dentro i nostri stati, siamo le pedine. Siamo più in modalità, lunga e continua sofferenza e crescente disordine dall’esito imperscrutabile, che morte rapida e violenta da “terza guerra mondiale”. Questo è il conflitto permanente che segnerà il gioco di tutti i giochi di questa prima fase del nuovo mondo multipolare e con questo dovremmo fare realisticamente i conti scegliendo il nostro modo di stare al mondo prima che sia il mondo strattonato dai giochi di potenza, a deciderlo per noi.

Bibliografia minima:

H. Morghentau, Politica tra le nazioni, Il Mulino 1997 (introvabile)

K. Waltz, Teoria della politica internazionale, il Mulino 1987

J. Mearsheimer, La logica di potenza, UBE 2003-8

B. Milanovic, Ingiustizia globale, Luiss 2017

G. Arrighi, Caos e governo del mondo, Bruno Mondadori 2006

C. Kupchan, Nessuno controlla il mondo, il Saggiatore 2013

H. Kissinger, Ordine mondiale, Mondadori 2015

 

Pubblicato in geocultura, geopolitica, globalizzazione, mondo | Contrassegnato , , , | Lascia un commento

Intervista a Piero Pagliani autore di “Note politiche”.

D. Allora Piero, hai appena pubblicato un libro intitolato “Note politiche. Musica e crisi in Wagner e Puccini”. So che ami la musica, ma il tema sembrerebbe abbastanza singolare, visto che quando scrivi, scrivi di politica e di matematica. Cosa è successo?

R. Ho una passione per la musica. Da giovane l’ho studiata e da sempre amo Wagner. O meglio, amo la musica di Wagner perché Wagner non lo amo proprio per niente. Ad ogni modo, la lettura che do nei miei studi è politica.

D. Wagner è molto discusso da un punto di vista politico. Basti pensare al suo antisemitismo. Quale interesse politico trovi allora nella sua opera? Fu veramente un precursore del nazismo?

R. Sì e no. Nel libro sostengo che il nazionalismo di Wagner (1813-1883) non poteva essere quello che fu poi dei nazisti. I problemi, anche internazionali, del mondo tedesco all’epoca del compositore erano ben diversi da quelli della Germania unificata e sconfitta nella Prima Guerra Mondiale in un mondo che veniva drammaticamente trasformato dalla crisi dell’Impero Britannico che invece ai tempi di Wagner era ancora ben saldo. Tuttavia, il futuro nazismo condivise con Wagner un aspetto mitologico-politico: immaginarsi che i problemi erano causati da uno specifico e ristretto gruppo sociale. Wagner non pensava ancora ai complotti “demo-pluto-giudaici” ma era convinto che il mondo tedesco stava andando incontro al degrado per colpa degli effetti corruttori degli Ebrei, quasi come se fosse uno spiacevole fenomeno naturale. Una spiegazione mitologica, che in Wagner sopperiva all’incapacità o mancanza di volontà di analizzare in modo serio e scientifico i fenomeni. A tutti gli effetti il suo antisemitismo era un “socialismo degli imbecilli”, secondo la precisa definizione di August Bebel e Lenin.

D. Ma Wagner non aveva avuto anche delle idee socialiste che poi stravolse?

R. Wagner era nel comitato rivoluzionario di Dresda con Michail Bakunin durante la rivoluzione del 1849. Per questo venne condannato a morte in Sassonia. Poi terminò la sua carriera come compositore di Ludwig II di Baviera, che per altro non sopportava il suo antisemitismo, così come non lo sopportava Bismarck e non lo sopportava Nietzsche. Il Ring, cioè il ciclo dell’Anello del Nibelungo, segue parallelamente questa parabola. La segue così fedelmente che il disgustato Nietzsche accusò il compositore di aver tradito le “primitive intenzioni socialiste” del progetto Ring. Ma non poteva essere altrimenti: Wagner inizia il suo percorso sulle barricate di Dresda e finisce perorando una sorta di “socialismo” dall’alto, o di salvezza dall’alto (e perorando soldi e privilegi per sé). Non era nemmeno un percorso insolito. I sansimoniani iniziano socialisti e poi si rivolgono per la “giustizia” al potere statale (persino al pascià d’Egitto e al cancelliere Metternich). George Sand nel ’48 è socialista e rivoluzionaria e nel ’71 chiede apertamente che i Comunardi vengano fucilati, ammaliata dal “socialismo bonapartista” di cui parlava con disprezzo Marx.

D. A questo magari ritorniamo quando parleremo della Bohème di Puccini. Puoi adesso chiarire la parabola dell’Anello, del Ring? Mi sembra che in questo rivolgersi al Potere, Wagner per te abbia comunque visto qualcosa che i marxisti in generale non hanno visto. Un aspetto contraddittorio.

R. E’ contraddittorio sia l’oggetto, cioè il Potere, sia l’approccio di Wagner a questa contraddizione. Ma la contraddizione nell’oggetto è reale. Ovvero non esiste solo il potere economico e non è vero che tutto il resto gli è subordinato in modo monodirezionale. Come ha messo in evidenza Giovanni Arrighi sulla scorta degli studi storici di Fernand Braudel, esistono essenzialmente due poteri, quello economico e quello politico. Sono distinti (anzi, per Marx questa separazione è proprio il segno della fuoriuscita dal feudalesimo), ma devono allearsi e interagire. Hanno però logiche contraddittorie e finalità in linea di principio diverse. In sintesi il potere politico è territoriale, sociale, ha bisogno della società, mentre la società è un limite per il potere economico che è apolide, cosmopolita, antisociale. La contraddizione sta proprio nel fatto che i due poteri hanno però bisogno uno dell’altro. E’ in questa contraddizione che nascono gli spazi per il rovesciamento rivoluzionario. Ma gli spazi, non gli agenti né i moventi. Da qui infatti può nascere anche il rischio di aspettarsi una “rivoluzione dall’alto”, una dittatura illuminata – o nemmeno illuminata. E se non arriva, tanto vale puntare allora sulla fuoriuscita mistica, come alla fine fa il Wagner disilluso col Parsifal.

D. E quindi, l’Anello? Che potere è quello dell’Anello del Nibelungo che tutti vogliono?

R. Wagner lo dice esplicitamente nei suoi scritti: “L’Anello è un portafoglio di titoli borsistici”. Ma riesce a capire che un conto è il denaro e un conto è il potere di utilizzarlo per uno scopo, in particolare lo sfruttamento. Nel Ring il leitmotiv dell’Anello e quello del suo Potere sono distinti, ed entrambi in contrapposizione con quelli del Reno e della Terra.

D. Così i due Poteri e la Terra sono in contrapposizione?

R. E’ uno dei punti centrali del Ring. La Civiltà nasce con una serie di atti di divisione. Innanzitutto quella tra Uomo e Natura, con la mutilazione del Frassino del Mondo da parte di Wotan per fare la lancia (esercizio della forza) su cui scrive le rune, i “patti” che governano la società degli uomini (esercizio dell’ideologia). Poi la Civiltà richiede la divisione tra gli uomini, che è il passo successivo, la strutturazione in gerarchie-caste, prima funzionali e poi fine a se stesse. Le stesse rune divenendo fine a se stesse, finalizzate solo alla riproduzione del potere, saranno causa della corruzione della Civiltà. E non c’è nulla da fare, come ricorda Erda, la dea della Terra, a Wotan. Gli suggerisce però di cedere l’Anello ai Giganti che lo voglio – assieme a tutto l’oro rubato al Reno – come ricompensa per aver costruito il Valhalla, il palazzo del Potere.

D: Aspetta un momento, cos’è questa contrapposizione tra Valhalla e Reno. La costruzione del Valhalla è un capriccio degli dèi?

R: Il Potere politico ha bisogno di un luogo fisico, anche per rappresentarsi. E per difendersi. E’, come si diceva, il suo bisogno territoriale. Il Valhalla non è un capriccio, ma una necessità. Viene costruito con l’oro sottratto al suo stato primigenio nel Reno, cioè facendo violenza a uno stato di natura che però è paradossalmente “natural-nazionale”. In questa riduzione di problemi generali a problemi esclusivamente nazionali, c’è molto del succo del nazionalismo “rivoluzionario”, come quello dei fascismi, ma anche di scorciatoie che oggi vengono proposte non solo da destra.

D. Wotan cerca però di recuperare l’Anello dopo averlo ceduto ai Giganti. Perché?

R. Perché pensa di utilizzare il Potere – un potere unificato – per cambiare il corso rovinoso degli eventi. Per compiere una rivoluzione dall’alto, appunto. Un “socialismo dall’alto” in un certo senso, perché Wotan ha portato via l’oro del Reno e l’Anello al nibelungo Alberich coi quali il nano poteva sfruttare nelle sue fabbriche, descritte con tanto di suono di incudini persone che prima erano artigiani indipendenti E’ esattamente ciò che Marx chiamava la “sussunzione del lavoro al capitale”.

D. Però Wotan fa di tutto per suscitare e far intervenire l’eroe Sigfrido. Perché ne ha bisogno se lui è il signore degli dèi?

R. Wotan sa che è impelagato con le leggi, le rune. Sa che il suo potere deriva da esse, dai famosi “patti”. Glielo ricorda la moglie Fricka, glielo ricorda il gigante Fafner. Sa che il suo potere è limitato e ha bisogno di un eroe puro, non invischiato nella corruzione del Potere. Lui, invece, non è libero. La moglie l’ha costretto ad allontanare dal Valhalla l’adorata figlia Brunilde, la Valchiria, e renderla mortale, proprio perché ella ha seguito la legge del cuore e non quella scritta, parteggiando per il padre di Sigfrido nel suo duello mortale. Che era anche il desiderio di Wotan, ma proibito dalle norme politiche e sociali, che Fricka sbatte in faccia a Wotan. Ora il signore degli dèi ha quindi bisogno di “qualcuno più libero” di lui per fermare la catastrofe.

D. In realtà non si capisce molto bene cosa debba fare Sigfrido.

R. E’ vero! Sigfrido stesso non saprà mai bene cosa fare e perché. Quando uccide il gigante Fafner, tramutatosi in drago, per prendergli l’Anello, Fafner stesso si accorge che Sigfrido non lo ha fatto seguendo un suo piano e Sigfrido non saprà mai nulla del potere dell’Anello. Lui crede solo a ciò che appare, alle cose che vede e che sente. Gli altri protagonisti gli dicono cose a cui lui crede mentre i leitmotive ci avvertono che stanno pensando l’opposto e ci raccontano le trame del Potere che l’eroe puro non intende. L’unione con Brunilde avrebbe dovuto, almeno nelle intenzioni di Wotan, far capire qualcosa a Sigfrido. Ma Sigfrido deve ammettere di non aver compreso nulla di quello che lei ha cercato di spiegargli.

D. Tu a un certo punto parli del “marxista” Sigfrido.

R. Già. Mi riferisco a chi ha una visione, come dire, ideale e astratta del pensiero di Marx, a chi vuole il “ritorno a Marx” dimenticandosi che – piaccia o meno – solo Lenin ha fatto una rivoluzione comunista. E, come scriveva Gramsci, l’aveva fatta proprio “contro Il Capitale”, cioè ad onta delle letture ortodosse di Marx, ma anche ad onta dei begli ideali che su questo Marx “purissimo” si sono cuciti. Senza un pensiero politico e strategico raffinato il “marxista puro” non va da nessuna parte. E un pensiero politico e strategico raffinato non è compatibile con le bellezze ideali parallele alle bellezze logiche del pensiero di Marx che tanto esaltano i “puristi”. Marx scrisse che chi gli accreditava di aver scoperto le “leggi” dello sviluppo storico universale, gli faceva “troppo onore e troppo torto”. Troppo torto perché Marx sapeva bene che le cose sono molto più complesse di come si riescono a raccontare con rigore logico, come ben sapevano Gramsci e Lenin.

D. Detto da uno che si occupa di logica matematica sembra un paradosso.

R. Non più di tanto. Io i risultati li faccio nel dormiveglia e dopo esserci girato intorno menando il can per l’aia e pensando a cose che c’entrano e non c’entrano. La stesura logica di un risultato matematico ha molto poco a che fare col processo della sua scoperta. So che a te Hegel non piace. Beh, questo Hegel effettivamente non lo aveva capito. Nella Fenomenologia critica la Matematica perché sostiene che l’oggetto della dimostrazione sia estraneo alla dimostrazione stessa. In realtà è spesso estraneo all’esposizione della dimostrazione, non al processo della sua dimostrazione.

D. Ritorniamo a Sigfrido. Quali sono i piani di Wotan su di lui?

R. Quando Wotan suscita Sigfrido, è il vecchio Wagner che suscita il giovane Richard delle barricate di Dresda, il portatore degli ideali e delle intenzioni che devono essere fatti propri da chi possiede il potere. Il potere politico, però. Wagner capisce proprio questo: il potere politico può entrare in contraddizione con quello economico e in questa contraddizione occorre intervenire. Questa contraddizione fu ben descritta da Karl Polanyi quando parlò di “doppio movimento” (altro che Stato come semplice “comitato d’affari della borghesia”!). Ma opportunista qual è, Wagner diventa il miserabile e altisonante vate della rivoluzione dall’alto e l’analisi dei problemi economici e sociali viene ridotta all’esistenza di un particolare gruppo sociale, gli Ebrei: socialismo (dall’alto) degli imbecilli! In questo è indubbiamente un precursore del fascismo.

D. Come aveva affermato Theodor Adorno.

R. Si ma con ragionamenti che non condivido del tutto. In particolare non condivido l’approccio, cioè quello della “dialettica negativa”. In realtà è in generale il ragionamento accademico che non mi convince fino in fondo, nemmeno quello raffinatissimo di Adorno.

D. Per finire con Wagner: chi è Brunilde in tutto ciò?

R. Brunilde è l’unica figura positiva del Ring. E’ l’Eterno Femminino che riscatta (immolandosi). Lei capisce, e capisce fino in fondo, le schifezze del Potere, capisce che occorrono eroi puri ma sa che devono essere messi sull’avviso dei trucchi e delle perfidie del Potere. Lei stessa ne rimarrà vittima. Tra Sigfrido e Brunilde non c’è gara: lui è stupido, arrogante, ingenuo. Lei tutto il contrario.

D. Ma, per passare a Puccini, anche Mimì e l’Eterno Femminino?

R. In un modo tutto particolare, sì. E in un mondo tutto particolare, fatto di piccole cose: fiori finti, caminetti, cuffiette rosa, zimarre, manicotti, libri, trombe e cavallini. Persino la crema viene citata nel secondo quadro, quello al Caffè Momus. Qui non ci sono anelli, oro, elmi, draghi, palazzi, lance. Gli unici gioielli sono gli orecchini che Musetta porterà ai pegni per comprare il manicotto alla morente Mimì. Quel che c’è, anche in Bohème, è il Potere del Denaro. Anche se non si vede, ma rimane fuori scena, seppure abbia un ruolo chiave nella tragedia: è il Viscontino che fa ingelosire Rodolfo e che non si vede mai. Ed è giusto che sia così, perché il Potere del Denaro è in larga misura impersonale.

D. Nel tuo saggio c’è una polemica esplicita con un certo femminismo post-moderno che afferma che le grisettes come Mimì erano parte integrante della sottocultura bohémienne. Cos’è che non ti convince di questa affermazione?

R. Quello che non mi convince è la stessa cosa che non amo del modo di ragionare della sinistra oggi. E’ vero, c’è un femminismo che sostiene che Mimì sia una bohèmienne. Questo modo di ragionare è un riflesso di quello che poco prima ho chiamato “approccio accademico”. Secondo questo modo di affrontare le cose, tutto dev’essere riportato all’unico punto di vista che l’intellettuale che scrive ritiene ammissibile: quello culturale. E’ il classico gatto che si morde la coda descritto in modo mirabile da Gayatri Chakravorty Spivak nel suo famoso saggio “Can the Subaltern Speak?”. E’ un saggio di 35 anni fa, che molti citano, ma che in pochi hanno realmente, non dico capito, ma introiettato. E’ un problema politico-epistemologico: “Cosa succede quando un non subalterno pretende di essere la voce di un subalterno, che voce non ha?”. Spesso si pratica una sorta di paternalismo che stravolge la realtà del subalterno perché la descrive a immagine e somiglianza del descrivente e degli strumenti del descrivente. Così dato che il descrivente è un professionista delle costruzioni sintattiche e in queste costruzioni usa i concetti che gli consentono, appunto, di essere un professionista e non essere espulso dal club, tutto diventa un bla bla, i problemi diventano bla bla e le soluzioni bla bla di bla bla. E’ molto post-moderno E’ molto post-moderno escludere dall’analisi la realtà e i suoi fenomeni profondi asserendo, di fatto, che tutto si risolve nel discorso. Lo denunciava già Noam Chomsky anni fa. L’intellettuale deve avere un rispetto filologico per ciò che descrive, direi persino un amore per esso. Altrimenti parla di sè.

D. Quindi quale “tradimento” compiono queste femministe, oltre a quello di essere – ed è paradossale – “paternaliste”?

R. Semplice: Mimì e le grisettes come lei non sono bohémienne donne, sono lavoratrici. Il termine stesso, grisette, viene dal colore della stoffa di poco conto dei loro vestiti lavorativi. Il bohémien (maschio) è invece un aspirante professionista intellettuale che abolite con la rivoluzione borghese le corti che sponsorizzavano artisti, scrittori e pensatori, deve trovare uno spazio nel mercato (capitalistico) delle merci, deve vendere i suoi prodotti e il suo talento. Mimì è una cosa totalmente differente: è una semi-proletaria di recente inurbamento e solo contigua alla bohème.

La differenza è lampante proprio nella reciproca presentazione di Rodolfo e Mimì, quella che si apre col celeberrimo “Che gelida manina”. I due usano linguaggi e dicono cose che più differenti non potrebbero essere. Si pensi a Rodolfo: “Chi son? Sono un poeta. E cosa faccio? Scrivo. E come vivo? Vivo!”. Come risponde Mimì? “A tela o a seta ricamo, in casa e fuori.”. Che semplicemente vuol dire: io per vivere, invece, lavoro, ricamo a domicilio o in laboratorio. Le grisettes spesso erano anche commesse nei nascenti grands magasins. Cioè facevano parte del ciclo dell’industria tessile urbana della prima metà dell’Ottocento.

D. Però le grisettes e i bohémiens se la fanno tra loro.

R. Certo, abitano tutti nello stesso posto, al Quartiere Latino, perché lì gli affitti sono più abbordabili. Fanno parte dello stesso tessuto urbano ma non dello stesso tessuto sociale e culturale. Certo la contiguità e la curiosità e fascinazione delle grisettes, le porta a interessarsi di ciò che bolle in pentola nella bohème. Ma ciò non vuol dire farne parte. Si portano esempi che non reggono. Fare la modella, ad esempio, sarebbe una prova del loro inserimento. A parte il fatto che le modelle erano solitamente professioniste e organizzate in agenzie, Mimì, nel romanzo-verità scritto da Henri Murger da cui è tratta l’opera, non fa la modella perché è una musa ispiratrice, ma per poter sopravvivere, quando i suoi rapporti con gli amici bohémiens si sono già affievoliti.

D. Sembra di capire che tu non ami molto gli amici bohémiens di Mimì. Ha a che fare con la tua critica alla sinistra odierna?

R. Lo dico apertamente: amo di più la lavoratrice Mimì che i suoi amici bohémiens.

La cosa che mi infastidisce molto di questo pensiero postmoderno è il disprezzo per la lavoratrice Mimì e il tentativo del tutto artificiale di catalogarla in un ambiente diverso, quello di studenti, artisti, artistoidi e letterati che cercavano un loro posto al sole nel mercato culturale – anche attraversando disagi, ovviamente – dove le contraddizioni erano tutte interne al mondo borghese.

E non si accorgono di una cosa che a una femminista della generazione precedente non sarebbe sicuramente sfuggita: tra grisettes e bohémiens – al maschile perché la bohème era un ambiente maschile – c’era una differenza di classe che faceva tutt’uno con la differenza di genere.

Mimì viene invece arruolata d’ufficio in un gruppo sociale nel quale in realtà non è inserita e non può esserlo. Il dato sconvolgente, reale, materiale e storico del processo di emancipazione femminile attraverso il lavoro offerto dalla nuova metropoli capitalistica, un’emancipazione che passa sotto forche caudine materiali, valoriali, antropologiche, questo processo viene di fatto disprezzato perché si apprezza solo la sottocultura bohémienne che si pretende che sia alternativa a quella borghese.  Ma non è così. Non è un caso che a morire sarà Mimì, la cellula debole del gruppo. Nel romanzo di Murger, dopo la morte di Mimì (che avviene solitaria in ospedale) tutti i bohémiens invece si sistemeranno.

D. Quindi la bohème non viene salvata sotto nessun punto di vista?

R. La bohème ha i suoi lati positivi come tutte le contraddizioni. Ma era proprio uno dei problemi che si ponevano Gramsci e Lenin quello di far collaborare la “critica artistica al capitalismo” con la “critica sociale”, per usare i due concetti che Luc Boltanski ed Eve Chiapello hanno introdotto nel loro “Il nuovo spirito del capitalismo“. Per un po’ Lenin ci riuscì, visto che fu il bohémien Vladimir Antonov-Ovseyenko a guidare l’assalto al Palazzo d’Inverno.

D: E’ passato un secolo da allora.

R: Molto di più: è passata un’epoca geologica. Per molta sinistra vociferante e à la page sembra che essere lavoratrici e lavoratori sia una cosa vergognosa, da nascondere. La cosa cool è invece essere parte della “Cultura”, che poi è in definitiva quella “Certa Kual Kultura” di Stefano Benni, quella con la “K”, quella che strepita, che magari dà scandalo, ma non fa danni seri. Fa così pochi danni che alla prima rappresentazione della piece teatrale collegata al romanzo di Murger presenziò niente meno che Luigi Bonaparte.

La Storia non si ripete mai due volte allo stesso modo, ma certi schemi ricorrono. Noi stiamo rivivendo una sorta di tramonto del Secondo Impero dove una sorta di neo “socialismo bonapartista”, come lo chiamava Marx, (leggi: il buonismo, il politicamente corretto, i “diritti umani”, il sinistrismo filo-imperiale) diventa copertura e scusa per gli affari più loschi e per operazioni senza scrupoli. Anche oggi, come dopo il massacro della Comune, a “ingombrare” gli spazi pubblici “con i suoi lacchè, i suoi ladri in guanti gialli, con la sua bohème di letterati e con le sue cocottes” c’è la razza dei vincitori dello scontro di classe “ricca, capitalista, coperta di soldi, infingarda”. Fa impressione rileggere questa descrizione di Marx della Parigi post Commune, perché sembra una descrizione di oggi di New York, di Londra, di Milano.

[Il libro si può trovare qui: https://www.amazon.it/Note-politiche-Musica-Wagner-Puccini-ebook/dp/B075TT92M9 ]

Piero Pagliani dopo essersi laureato in filosofia con una tesi in Logica ha lavorato come consulente di intelligenza artificiale, sistemi esperti e gestione della conoscenza. E’ stato professore a contratto di Teoria dei Modelli e visiting professor di varie università indiane nell’ambito della logica matematica e del soft computing, campi nei quali ha pubblicato libri e articoli scientifici e tenuto lezioni e conferenze in diversi Paesi. Piero Pagliani è fellow dell’International Rough Set Society e membro del Calcutta Logic Circle.

E’ autore di libri e di articoli di carattere politico con un fuoco particolare sulla situazione internazionale.

Appassionato di musica, ha studiato chitarra classica e segue l’opera lirica da sempre. Attualmente è immerso nello studio della produzione operistica e strumentale del compositore moravo Leóš Janácek.

Pubblicato in modernità, recensioni libri | Contrassegnato , | 4 commenti

AGGIORNAMENTO CRONACHE DELL’ERA COMPLESSA

Scusandomi per il ritardo, segnalo a lettori e lettrici che le CRONACHE DELL’ERA COMPLESSA (a cui si accede cliccando il pulsante sulla toolbar), sono state aggiornate dopo lungo tempo. La pagina principale parte quindi dal 1 marzo (Cronaca 620) e contiene anche i commenti sulla recente tornata elettorale. I post dei mesi di ottobre, novembre, dicembre, gennaio e febbraio, invece, li troverete nel menù a tendina che si apre da sé quando puntate il cursore sul pulsante delle CRONACHE. Ricordo che quella sezione del sito ospita i post che quasi giornalmente ospito sulla mia pagina facebook, chi lo desidera può quindi chiedere l’amicizia direttamente lì anche perché spesso si sviluppano interessanti discussioni che contengono altri link che ampliano le questioni.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

RICERCA DELLE ORIGINI DELLA CULTURA DELLA COMPLESSITA’: ARISTOTELE.

Quando si cercano le radici di un concetto che compare molto tempo dopo dal tempo in cui si cercano le radici, occorre improntare la ricerca a criteri non deterministici. Complessità è un concetto di cui -tra l’altro- non esiste una universale codifica accettata, un concetto che prende corpo soprattutto nella seconda metà del XX secolo mentre le radici, per ogni elemento di conoscenza della tradizione occidentale, non possono che retrocedere a gli antichi Greci. Sono quindi circa duemilaquattrocento anni quelli che intercorrono tra il concetto di complessità ed Aristotele. Eppure, qui si sosterrà che almeno due importanti coordinate del pensiero complesso, si ritrovano nell’opera dello Stagirita, in nessuno degli antichi prima di lui ed in nessuno altro dopo di lui, almeno fino al medioevo e poi al moderno.

Queste due coordinate sono: il concetto di sistema, la forma sistematica della conoscenza. Cominciamo dalla seconda. Aristotele, appartiene a quella esigua schiera di filosofi, detti appunto sistematici. Oltre a lui, Tommaso d’Aquino, Kant e sopratutto Hegel. Il filosofo sistematico tratta qualunque oggetto del pensiero. Le tre grandi famiglie della conoscenza umana sono i discorsi sull’uomo, sul mondo, sulle relazioni tra uomo-uomini e mondo. Il filosofo sistematico li affronta tutti con la medesima curiosità ed impegno, “enciclopedico”, termine coniato nel XVIII secolo, è il termine che illustra questa vocazione comprensiva del conato conoscitivo. E che questo fosse lo spirito conoscitivo di Aristotele, lo sappiamo in tutta evidenza da una serie di fatti. Ad esempio aver dato dell’uomo varie definizioni com’era d’uso tentar di fare all’epoca ma a differenza di altri, aver individuato proprio nel conoscere l’essenza umana[1]. Da questo, il ritenere la vita di studio massima felicità ed aspirazione esistenziale, stante che il sistematico sa già che morirà senza aver concluso il suo ampio sforzo di conoscenza e che comunque, se una vita non basta, essa va comunque certo dedicata interamente all’impresa impossibile. Infine sia la forma e l’estensione degli studi del Greco, sia la forma stessa dei saperi trattati nel suo Liceo e la stessa  forma della sua mitica biblioteca, riflettono questa vocazione all’ampiezza: fisica, biologia, anatomofisiologia, zoologia, meteorologia, astronomia, matematica e geometria sebbene solo come linguaggi e lontano dalla fascinazione un po’ mistico-pitagorica provata dai platonici[2], linguaggio, poetica, retorica, logica, epistemologia, psicologia, ontologia, etica ed una prima forma di antropologia, politica, teologia.

Questo stesso approccio sistematico, è implicito nella cultura della complessità. Una cultura terza rispetto alla divisione rancorosa tra scienze dure e saperi umani, che siano definiti scienze umane o saperi umanistici. Molto si è scritto, soprattutto di negativo, verso questa vocazione onnivora della conoscenza e quasi tutto della struttura dei saperi, dalla scuola alle pubblicazioni alle carriere dei docenti, va in senso contrario. Un po’ naturale apertura a chioma dell’albero delle conoscenze, un po’ speciazione di diversi metodi tra cui la traumatica separazione del sapere scientifico e delle varie scienze umane da quello che era l’indiviso approccio filosofico, un po’ forma mutuata da quella celebrazione della divisione del lavoro che con la sua specializzazione aumenta la produttività di ogni compito[3], l’architettonica del sapere moderno è strettamente divisionalizzata . Tutto questo ha dato alla forma della conoscenza umana occidentale, un carattere sempre più micro, particolare, irrelato,  perdendo inevitabilmente l’aspirazione macro, generale, correlata che soggiace all’impostazione sistematica. Se Hegel vedeva l’intero come unico luogo del vero, non si capisce come la nostra forma delle conoscenze ci si possa avvicinare visto che inquadra solo parti, ultimamente sempre più piccole.  Non è questa forma che si critica ma la sua unicità, il fatto che lo sforzo conoscitivo paga i vantaggi dello sguardo limitato e ravvicinato con la totale assenza di inquadrature generali. Del resto rimane incomprensibile il ragionamento di coloro che contestando alla mente umana la capacità di afferrare gli interi fanno di questa minorità il motivo per istituire il paradigma unico della specializzazione. Per il pensiero il problema è semmai verificare se esistono o meno degli interi e poi attrezzarsi per scalarne la conoscenza.  In più, che fosse il Dio di Tommaso o lo Spirito di Hegel o la Ragione di Kant, i tentativi di sistema di conoscenza sono apparsi mossi da una di volontà di potenza omniesplicativa, un voler chiudere gli interi, se non il Tutto, in un letto di Procuste che li riducesse a formuletta passepartout.

Ma in Aristotele, così come al fondo della stessa cultura della complessità, non c’è alcuna foga riduttiva, il sistema non chiude, rimane vocazione aperta che mai giunge al termine ma non per questo rinuncia al compito. Non c’è una formuletta chiave che permette ad Aristotele di scardinare tutte le serrature e fa convergere tutte le prospettive ad un fuoco. Come ci sottolineano gli autori di questo studio, Aristotele, secondo la definizione di Ingemar During, è un filosofo Problemsystematiker, un sistematizzante i problemi, non di soluzioni. L’espressione del filosofo che continuamente cerca e si stupisce delle cose che osserva, compendia bene questo spirito esploratore del Tutto, che cerca di mettere ordine nel Molteplice eppure prova altrettanto piacere a sapere che questo molteplice da ordinare non finirà mai,  la famosa ricerca che ha fine in se stessa di cui ci ha parlato Aristotele nell’Etica nicomachea[4]. Altresì, è chiaro che tale immenso compito, pur essendo poi condotto sempre da un singolo, certo migliora il suo risultato se condotto da un gruppo di intelletti in sinergia[5], sia essa una scuola sincronica, sia essa la tradizione diacronica. Del resto, sebbene ci fossero trattati essoterici aristotelici in forma di dialoghi, lì dove il pensatore parla a tutti, quelli che non solo ci sono giunti ma su i quali evidentemente l’Autore spese il maggior tempo, sono gli esoterici che intendevano tesaurizzare il sapere a beneficio di tutti coloro che a questo compito si sarebbero dedicati.  Con i “libri di studio”, Aristotele anticipava quella che poi sarà la rivoluzione quattrocentesca della stampa, la condivisione del sapere come opera aperta collettiva, sviluppata nel tempo. Altresì, la nota formula “… le opinioni condivise da tutti o dalla maggioranza o dagli esperti[6] a cui ricorre spesso, riepiloga questo tesoro di conoscenza ereditato per correggerlo o migliorarlo ma poi lasciarlo a sua volta eredità ad altri poiché il sapere appartiene e serve a gli uomini tutti. Lo spirito del sistematico, del cartografo del Tutto che osserva più le architettoniche per servirsi di un concetto che Kant usa a chiusura della sua prima e più famosa Critica, non porta  alla vanità di chi ha inventato questa o quella colonna, capitello, scalinata, fregio o arco. Ed ecco anche quella premura di chiarire ex-ante al lettore di quale perimetrato aspetto del Tutto si tratterà nello specifico trattato tematico, quali i suoi confini e contesti. Così quella altrettanto buona abitudine, poi ripresa dall’Illuminismo tedesco, di introdurre i concetti con la specifica del loro significato “con xyz intendo …” e non già quelle opache matasse affabulatorie che dopo quattrocento pagine ancora non ci danno chiarezza precisa il cosa l’Autore volesse intendere, quello sconfinamento del filosofo nell’impressionista linguistico, che fa perdere al concetto risoluzione. E’ questo impegno a conoscere che Aristotele giunge a sacralizzare nella figura del “pensiero che pensa se stesso” la cui dichiarazione di amore, Hegel userà a chiusura della sua Enciclopedia delle scienze filosofiche[7]. Un impegno umano patrimonio dell’umanità intera[8].

Nel più specifico, colpisce il fatto che nel Liceo, fossero collezionate ben 158 costituzioni di altrettante poleis o l’aneddoto che vuole Platone colpito dalla mancanza del collega nella Accademia dire a gli altri “Andiamo a casa del lettore” con una punta di veleno ironico nel rimarcare questa dedizione allo studio, piuttosto che il librarsi voluttuosamente nella libera creatività intellettuale o il fatto che ben un terzo degli scritti aristotelici fossero di biologia ed il fatto che in uno di essi notasse “… l’infantile disgusto” che molti provavano “verso lo studio dei viventi più umili[9]. Probabilmente molti suoi colleghi ridicolizzavano questa sua attenzione ad ogni tipo di sostanza, ma l’orgogliosa rivendicazione di questo come vero e proprio metodo, lo portava a contro giudicare “infantile” l’atteggiamento di chi già aveva diviso a priori il mondo tra “alto e basso”, prima ancora di entrarvi in contatto, di chi si occupava più di giudicare che di comprendere. Non c’è disciplina umana più intrinsecamente dedita allo sguardo complesso della biologia, lo stesso fondatore della moderna Teoria dei sistemi, Ludwig von Bertalanffy era biologo e di questa tradizione, Aristotele fu il fondatore.

Nel suo continuo corpo a corpo con l’impianto del maestro Platone, continua è la critica a due esiti fatali di quel modo di procedere: separazioni e gerarchie. Aristotele, purtroppo, come poi vedremo a proposito dell’ontologia sistemica, non aveva il concetto di relazione così come noi lo intendiamo, non c’era nel pensato del suo tempo. La sua critica di queste continue separazioni, non giungeva ad un indistinto olismo quale poi invece frequenteranno molti neo-platonici, ma a ricostruire la fitta rete di relazioni tra cosa e mente che la conosce, tra materia e forma da una parte e ragion pura (categorie, logica) dall’altra, tra potenza ed atto come traccia del divenire. Togliendo di mezzo il termine medio delle idee che raddoppiava ontologicamente il mondo per permettere all’intelletto di parteciparvi, dissolve anche ogni giudizio di valore che portava Platone a costruire continuamente piramidi in cui l’ideale era il bene e l’incarnazione particolare la degradazione di quel bene assoluto. Non era nella strumentazione concettuale del tempo, ma la battaglia gnoseologica (oggi si dice epistemologica) di Aristotele era in favore della relazione, quindi all’opposto dell’assoluto. Ne discendeva implicitamente anche una pluralizzazione delle cause (ed era questa condizione plurale che portava il filosofo, propriamente il “conoscitore delle cause”, a dover indagare il Tutto nei suoi specifici aspetti) e l’impossibilità di una via di conoscenza privilegiata, una scienza unica com’era la dialettica per Platone, utile strumento logico ma non chiave che apre tutte le porte (come poi lo stesso Hegel pretese della sua versione di dialettica, nella sua Scienza della logica), poiché le porte hanno tutte serrature diverse. Se le cose sono ontologicamente diverse se la loro struttura è diversa e diverso è il comportamento, la loro “natura”, la loro storia e contesto, come pensare di poter usare una solo strumento per indagarle tutte?

Verrebbe da chiamare a giudizio quegli ostinati che pretenderebbero un primato del sapere umano su quello scientifico o viceversa del sapere scientifico preciso e quantificante per cose che precise non possono essere e di cui non ha senso il giudizio di sola quantità. Quella bufera di metafore e analogie confondenti che fanno dell’uomo un atomo o dell’atomo un indiviso o della facoltà auto regolatrici del mercato una forma di provvidenza (mano invisibile) o tante altre assurdità logiche ed epistemologiche nelle quali ancora naufraghiamo di continuo. Inclusa quella forma di riduzionismo epistemologico che pretenderebbe di sostituire la parola e la proposizione con le matematiche, laddove queste sono pertinenti ed utili ai soli fenomeni della natura non intenzionale, per non parlare dell’incredibile longevità dello sconclusionato dibattito su natura e cultura o meglio sulla loro disputa su chi accoglie al suo interno categoriale l’umano.  E per venire all’oggetto privilegiato, l’uomo, ecco che Aristotele rimproverava a Platone quello che l’intera cultura della complessità rimprovererà a Descartes, quell’orribile separazione mente o anima o psiche da una parte e corpo dall’altra[10]. Infine e di nuovo, la eterna battaglia tra idealismo e realismo che portava Aristotele a giudicare il progetto della città ideale di Repubblica, bello senz’altro ma senz’altro anche impossibile, irrealistico, non concreto, non viabile, quindi inutile. Di contro, la fusione degli orizzonti ideali e razionali in quel “desiderio razionale” che deve registrare i rapporti tra idee e realtà, per esser davvero perseguibile e non sfogo nevrotico della mente semplificante insofferente ai condizionamenti della realtà. Quel “desiderio razionale” che molto assomiglia all’utopia concreta e possibile, magari nel tempo lungo, di Ernst Bloch. Infine, quella Via della medietà che risulta invisibile nello spazio tracciato dalle grandi opposizioni polari che da dicotomiche ed in fondo indecidibili, vanno portate a reciprocamente relative, quel solvente che trasforma il pensiero sostituendo alla congiunzione “o”, la “e”. Ne nasce una via moderata alla verità, una endoxologia[11] che media i vari sensi comuni qualificati, una verità magari provvisoria e meno nitida, ma forse più umana oltreché più vera.

da qui

Non tutto è chiaro nel sistema aristotelico[12] e non tutto precisamente può corrispondere al nostro modo odierno di pensare, egli pur sempre proveniva da venti anni di Accademia e le condizioni di pensabilità del suo tempo, gli stessi vincoli della sua condizione esistenziale, sociale e politica, lo legavano al senso comune filosofico del suo tempo e soprattutto alla attrazione esercitata  nel pensiero greco dal centro di gravità platonico. Inoltre, la stessa trasmissione delle sue opere, per non parlare delle interpretazioni, non ci danno sicurezza testuale se non appellandosi alla stessa totalità dei suoi scritti al cui studio, pochissimi dedicano la vita. Ma se torniamo alla splendida immagine della Scuola di Atene di  Raffaello, dovendo scegliere da quale parte trova origine quella lunga catena di pensieri che darà poi vita alla cultura della complessità, non c’è dubbio che l’origine si trovi nell’uomo con il vestito azzurro ed il libro in mano.

Se tutto questo universo molteplice ed eterogeneo da indagare con scienze e discipline appropriate, diverse per metodi e scopi, è proprietà della conoscenza umana, cercare l’ordine, il comune, la riduzione utile a pensare nei limiti delle nostre ridotte facoltà umane come lo si soddisfa? Si tratta allora di riportare la molteplicità ad unità, sebbene questa sia di natura limitata ovvero formale ed analogica, quella “relazione ad uno” che porta le categorie a convergere sul presupposto della sostanza. Che cos’è una sostanza? Quali sono le proprietà comuni a ogni ente in quanto è? Le proprietà, le relazioni (sebbene, ripetiamolo, in una accezione diversa e più limitata rispetto a quella che noi oggi diamo al termine) indagate dall’apparato categoriale, i concetti di atto e potenza, il funzionamento dell’apparato logico. Organon  e Fisica quindi e quei libri centrali (VII-VIII-IX) di Metafisica che indagano la filosofia prima, prima non perché in testa ad una gerarchia ma perché è la prima forma di “pensiero che pensa se stesso” che incontriamo, quella che ha l’oggetto inteso come ente in quanto tale, quella che più tardi verrà chiamata ontologia. Gnoseologia o come oggi si chiama epistemologia ed ontologia, queste le parti essenziali del nostro apparato cognitivo che cerca l’unità e la com-prensione di tutto questo roteante universo che è l’essere.  Come ed a cosa pensiamo, quando pensiamo a ciò che pensiamo.

= = =

Dopo aver analizzato la forma generale della conoscenza, veniamo ora alle definizioni dell’oggetto di ogni possibile conoscenza. Molto tempo dopo Aristotele, nel XVII secolo,  questa area dell’indagine filosofica è stata chiamata “ontologia” (discorso su ciò che è), ma per il Greco, era la filosofia prima poiché non c’è indagine (pensiero, discorso) senza oggetto e quindi l’indagine prima è proprio quella sull’oggetto in quanto tale. L’oggetto in quanto tale è detto ente (ciò che è esist-ente), la sostanza è il significato focale di un ente (l’essenza). In senso statico ciò per cui questa cosa è questa cosa, in senso dinamico come un sostrato che può assumere, cambiandola, una forma. Questa forma è detta appunto eidos (forma) o morphè (struttura). E’ questa che identifica la sostanza. Dei tre candidati a ruolo di sostanza, Aristotele scarta la materia e tiene salva l’unione di materia e forma ma poiché per giungere a questa unione è indispensabile avere come componente la forma, in senso logico-cronologico è questo l’elemento essenziale che fa di una cosa, questa cosa. Sarà questa forma a dare alla materia che è solo “in potenza” qualcosa, il suo essere “quel qualcosa, in atto”. Pensare la sostanza è sempre pensare ad un sistema come sua causa formale.

A questo punto, dobbiamo chiarire quale sia il nostro specifico interesse sul concetto di sostanza. Esso è sia teoretico che pratico. Ci interessa guidare l’intenzione della mente a configurarsi a priori la sostanza per indagarla nel ciò di cui è fatta (materia e forma), come funziona in atto, perché e come altrimenti potrebbe funzionare in potenza per poterla manipolare, per poterla prevedere, per poterla com-prendere nei molti modi in cui e di cui si dice.

In senso sia teorico che pratico, la sostanza di qualsiasi cosa, è descrivibile come un sistema. Ogni cosa materiale o immateriale è descrivibile come un sistema. E questa universalità non è insignificante ma densa di possibili, ulteriori sviluppi di una filosofia che è molto promettente per la nostra attuale condizione-nel-mondo. Lo studio delle molteplicità coerenti che sono i sistemi, le loro nature di base, le loro interrelazioni, in quantità e qualità, il come emerge la ragione che le unisce, che risultati ci sono collegando un sistema ad una rete di sistemi in un meta-sistema di ordine superiore, quali influenze sul sistema stesso che ha partecipato alla costruzione successiva, come tutto ciò reagisce con ed a ciò in cui è immerso, il suo contesto,  l’ambiente. Quanto tempo esistono i diversi sistemi dall’ora e mezza della libellula effimera, ai miliardi di anni delle stelle o delle galassie (o degli ammassi di galassie), dalle idee la cui moda imperversa per un mese o meno ai grandi quesiti esistenziali o quel pensiero di dio che pare antico quanto l’uomo stesso. Insomma c’è un ricco programma di ricerca da svolgere. Questo, più o meno, si propone essere ciò che dovrebbe scaturire e che già scaturisce nella e dalla cultura della complessità. Questo sembra anche il traguardo a cui giunge Aristotele sebbene non esplicitamente, laddove afferma “Infatti, di tutte le cose che hanno molte parti, e il cui insieme non è come un ammasso e il cui intero è qualcosa di più delle parti, c’è una causa (dell’unità);”[13]. Sistema è sostanza più ancora che come pura forma come unione di materia e forma nel mondo materiale, di varietà ed interrelazioni in senso più generale e propriamente immateriale, parti ed interrelazioni legati dalla finalità di essere qualcosa di persistente nel tempo.

Il termine sistema non esisteva nell’antichità classica, sebbene pare ne abbia fatto fugace uso il più tardo Sesto Empirico. Nel significato di parti in relazione o interrelazione che formano una unità sensibile al suo ambiente, emerge in filosofia soprattutto tra XVII e XVIII secolo. Ma nel libro Delta, V, di Metafisica, in quella specie di vocabolario filosofico che chiarisce i significati dei concetti di base, ci sono sia “parte”, sia “intero o tutto”, più o meno inquadrati secondo un senso che permane nel moderno, c’è l’Uno ed il Molteplice. C’è anche “relazione” ma in una accezione particolare e più limitata, accomunata al significato di “relativo”. Di “relazioni” Aristotele enumera i significati di: relazioni numeriche, l’azione che intercorre tra attivo e passivo (relazioni di potenza), nel senso di “riferimento”. Di queste, solo la seconda ha similitudini con il significato moderno ma ne è solo uno dei molti modi in cui s’intende relazione o interrelazione, come struttura che connette le parti. Al precedentemente citato passo del Libro VIII di Metafisica, Aristotele aggiunge che “infatti, anche nei corpi causa dell’unità, talora è il contatto, talaltra, è una viscosità o qualche altra affezione di questo tipo[14] . E’ chiaro che ad Aristotele, nell’ottica della sua indagine sulla sostanza, interessava meglio definire altri aspetti che non la sua natura sistemica e non è un caso che questo concetto emerga più facilmente nel moderno quando tra sistema astronomico (Galilei) e scoperta del sistema circolatorio (Harvey), s’impone la concettualizzazione della cosa fatta di diverse parti tra loro in un qualche forma di coerente e non accidentale rapporto stabile o dinamico e continuato. Si forza dunque la proiezione a ritroso delle intenzioni nel dire che quella di Aristotele è una ontologia sistemica. Però sia la identificazione della sostanza nella forma o struttura, sia la presenza concettuale delle parti, dell’intero e delle relazioni (sebbene non indagate a fondo), la differenza tra ammasso e intero e la non riducibilità di questo alle singole parti (o come più tardi si dirà, “il tutto è più della somma delle singole parti”) sono tutte componenti già presenti. La celebre massima prima citata e che è alla base dell’emergentismo che nega a priori quella reverse engineering che porta al riduzionismo, che è cardine della cultura complessa e che si potrebbe anche aristotelicamente dire quel processo che porta la potenza in atto che a sua volta diventa in potenza per successive forme in atto di crescente complessità, venne forgiata in ambito della psicologia della Gestalt, a sua volta promossa da quel Christian von Ehrenfels che aveva studiato con Franz Brentano le cui lezioni di filosofia erano gravide di ontologia aristotelica, la stessa condivisa da Alexius Meinong, a cui dobbiamo il termine “complessione”.

= = =

Aristotele non sarà il fondatore di una cultura della complessità che emergerà solo duemilatrecento anni dopo, troppo il tempo per ritenerlo seme della pianta. Ma rispetto a due aspetti cardine di questo sistema di pensiero, l’oggetto della conoscenza ed il sistema della conoscenza, l’ontologia e la gnoseologia, ci sono in lui chiari segni di comune genetica. La natura esoterica dei suoi scritti, natura non priva di oscurità e qualche volta contraddizione visto che non  sempre chiara la cronologia degli scritti, né la fedeltà e soprattutto neutralità dei trasmettitori, nonché le peripezie interpretative che dagli arabi a gli scolastici arrivano a Kant ed Hegel, il ritorno con Brentano tenuto poi sottotraccia dalla levata di scudi contro la “metafisica” genericamente intesa (termine mai usato da Aristotele che si sarebbe certo imbizzarrito per una approssimazione concettuale così priva di essenza), fino alla ripresa di interesse per l’ontologia contemporanea[15], ingombrano il cammino a ritroso di chi voglia capire se e quanta genetica in comune c’è e per quali strade s’è persa prima di riemergere solo nel XX secolo e specificamente nella sua seconda parte col concetto ancora nebuloso di “complessità”.

Poiché la cultura della complessità più che un sistema preciso tipo galassia, genera una nebulosa, forse la difficoltà a dargli definizione, concretezza sintetica, fondazione per quanto approssimata, può esser affrontata proprio tornando alle origini onto-gnoseologiche della conoscenza. La cultura della complessità ha al suo interno anche il concetto di -dipendenza dalle condizioni iniziali-. Forse essa stessa dipende per certi versi dalle condizioni iniziali del pensiero occidentale, lì dove l’antico “maestro di color che sanno” (Dante Alighieri), cercava con irrefrenabile curiosità onnivora ed ordine mentale, di fare mappe per meglio comprendere l’Uomo, Il Mondo, la loro relazione.

0 = 0

[1] Metafisica I, 980a21-b25

[2] “Per i filosofi di oggi la filosofia ha finito per identificarsi con le matematiche” Metafisica I Alpha, 9, 992a32 sgg. . La stessa sindrome sembra oggi divorare gli economisti e molti scienziati sociali, soprattutto di ambito anglosassone.

[3] Che troviamo nella pagine di apertura della Ricchezza delle nazioni di Adam Smith che, con disinvoltura, passa dalla fabbrica degli spilli alla proposta divisione delle cattedre di studio della filosofia stessa di cui lui era docente (filosofia morale).

[4] EN X, 7, 1177b19-31

[5] EN X, 7, 1177a32 sgg.

[6] Topici, I, 14, 105a35 sgg.

[7] F. Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche, Laterza 2009

[8] Metafisica II, 1, 993a30-b11,

[9] Parti degli animali I, 5, 645a15 sgg.

[10] De Anima

[11] Da endoxa: “premesse condivise da tutti, o dalla maggioranza, o da tutti gli esperti, o dalla maggioranza di questi, o almeno dai più famosi” Topici I, 1

[12] Deliziosa la metafora usata da Strabone il quale ci racconta delle peripezie dei manoscritti di Aristotele che sarebbero stati addirittura mangiati dai vermi sicché, chi poi li ha ricostruiti, ha dovuto inventare qualcosa da mettere nei buchi, oscurandone il senso.

[13] M, H, VIII, 1045 a 3 sgg.

[14] M, H, VIII, 1045 a 10-12

[15] Storia dell’ontologia, a cura di M. Ferraris, Bompiani, 2008

 

Pubblicato in antica grecia, complessità, filosofia | Contrassegnato , , , , , , | Lascia un commento