IL “BURRO E CANNONI” DEL SOGNO IMPERIALE SAUDITA .

L’anziano re saudita (83 anni, malato) Salman, ha sovvertito la linea di successione al trono, ponendo il figlio Mohammed bin Salman (32 anni) in diretta linea successoria[i]. Il giovane principe è anche Ministro della Difesa e da oggi anche vice Primo Ministro mentre il suo precedente rivale bin Nayef, precedentemente Ministro degli Interni, non solo ha perso la posizione di principe ereditario ma si è dovuto anche dimettere dal suo ministero.  Il giovane bin Salman, che assomma molte altre cariche ed è il promoter tanto della guerra in Yemen che dell’ostracismo del Qatar passando per la “danza delle spade” con Trump,  è l’autore di un ambizioso piano strategico sul futuro del regno, un piano chiaramente neo-liberale, presentato l’anno scorso prima a The Economist e Bloomberg e poi ai sauditi, dal titolo “Vision 2030”[ii].

Prima di indagare i contenuti del piano, c’è da indagarne la natura. E’ la prima volta che il regno saudita espone pubblicamente la propria visione ad un sì largo raggio temporale. Se ci si domanda quale sia il target di questa iniziativa, si può ragionevolmente supporre sia il target interno, ovvero un messaggio programmatico ai sauditi ed il target esterno, l’ambiente internazionale e sunnita nello specifico. Volendo in sostanza dare una svolta alla struttura, al posizionamento e ruolo, alla strategia dello stato arabico, c’è da dare l’annuncio di una volontà e Vision 2030 è certamente un roboante annuncio. La ragione perno del piano è la volontà di emanciparsi dalla dipendenza petrolifera. Questa intenzione, segue probabilmente alcune analisi di prospettiva che i sauditi hanno fatto sul futuro del mondo, del ruolo della materia prima, delle loro disponibilità. Le disponibilità petrolifere dell’Arabia Saudita non sono note ma si teme che -in prospettiva- vadano incontro al loro limite naturale, forse hanno già superato il picco di estrazione. A seguire, incerte sono le previsioni sul consumo internazionale in quanto una parte di mondo affluente (soprattutto l’Asia) certo crescerà in consumi ma l’area di consumo storico, l’Occidente, decrescerà in virtù del minor peso che le attività industriali hanno e sempre meno avranno. La molto moderata crescita mondiale non sembra avere ragioni di impennate future. Soprattutto, si fa molto affollato l’ambiente competitivo. La grande novità è stata l’introduzione dello shale gas, oggi americano ma in prospettiva, una tecnologia che potrebbe interessare molti altri. Cinesi e giapponesi affermano di avere tecnologie sicure ed economiche per estrarre metano dai clatrati idrati di cui sono ricchi i loro fondali marini.  Lo sviluppo delle rinnovabili è lento ma inesorabile anche perché gli alti costi iniziali di ricerca e produzione, sono destinati col tempo a scendere. Ancorpiù, si continua a trovare nuovi giacimenti, dal Brasile all’Africa, dal Mediterraneo a soprattutto la Russia. La liberazione dai ghiacci nord-polari e del permafrost nella Siberia settentrionale, promette ancora molti anni di ricerca e sfruttamento. Dentro tale scenario, uno scenario che al netto di un improvviso conflitto militare nell’area o con la Russia non promette un ritorno dei prezzi a livelli alti, è ovvio che i sauditi cerchino di trovare un nuovo posto al sole fintanto che hanno ancora materia prima da convertire in denaro da convertire in investimenti che permettano di costruire una nuova struttura economica che porti il paese fuori dalla “maledizione delle materie prime”.

Ma un piano di così ampia, indeterminata quanto ambiziosa e futuribile strategia, si presta comunque ad alcuni sospetti. Il primo è che il piano non dica tutto quello che è nelle intenzioni della nuova leadership saudita. Liberato da un principe che non era neanche il candidato ufficiale alla successione e che oggi deve parlare ma non troppo visto che il re è ancora vivo, il piano sembra prevedere una torsione della società saudita che fa impallidire i più utopici dei costruttivisti sociali. Se quanto contenuto in esso dovesse essere veramente ciò che il futuro monarca saudita ha davvero intenzione di fare, per la vecchia élite viziata e iper-conservatrice, sarebbe la condanna a morte. In effetti, sembrerebbe non esserci realistica alternativa ma le élite non sono ragionevoli ed in genere la somma dei ciechi egoismi degli individui che ne fanno parte, porta alla catastrofe sistemica perché l’interesse individuale prevale sempre rispetto  all’interesse sistemico come si nota in Occidente.  Di contro, bin Salman ha poco più di trenta anni e dato che diverrà un monarca assoluto e lo sarà -si presume- con il supporto di tutti coloro che debbono ereditare il futuro saudita, quindi di una intera generazione che sotto i trenta anni oggi pesa per il 60% del regno, ha davanti a sé tempo ed –almeno per questa generazione- un certo sostegno interno. Quello esterno se lo dovrà andare a cercare ma alcune mosse già dicono dove si dirigerà.

La struttura del piano Vision 2030 è questa.

  • La premessa è de-petrolizzazione dell’Arabia Saudita per le ragioni sopra esposte. Più una necessità che una libera intenzione.
  • Tutte le risorse finanziarie oggi accumulate e disponibili, più quelle che dovrebbero entrare dalla collocazione sul mercato delle azioni di minoranza della compagnia nazionale Aramco (la più grande del mondo), più quelle che entreranno grazie al collocamento di ulteriori tranches della compagnia (oggi è il 5% ma si può arrivare –nel tempo- fino al 49%) più quelle che comunque continueranno a prodursi nell’estrazione e commercializzazione petrolifera, confluiranno tutte in un nuovo fondo sovrano che diventerà uno dei più grandi ed importanti al mondo.
  • Internamente, la torsione del baricentro economico prevede modernizzazione, espansione dell’imprenditoria privata, lotta alla corruzione, investimenti in educazione, apertura del Paese all’investimento estero, piani edilizi e logistici di grande portata (i sauditi dovranno incrementare l’importazione di mano d’opera, dagli “schiavi” a gli ingegneri), investimenti in tecnologia ed ancorpiù in capacità di produrla in proprio come si sta cercando di fare nel solare (un’altra materia prima di cui il Paese e senz’altro ricco) che diverrà la fonte principale del consumo energetico interno. Poi ci sono altre due voci da analizzare attentamente.

La prima è il turismo, già oggi seconda voce del Pil saudita. Il programma prevede di sfruttare Mecca e Medina ancora più di quanto non stiano da tempo facendo. Aeroporti, autostrade, musei, alberghi,ristoranti, servizi, svaghi pur nei limiti della cultura locale ed un inedito museo della cultura islamica, naturalmente “il più grande del mondo”. il piano ha un preciso obiettivo di raddoppiare i siti archeologici definiti “patrimonio dell’umanità” dall’UNESCO. Il turismo è una industria che trascina con sé molte altre industrie, si presenta nell’immaginario come un prodotto soft ma per arrivare al suo godimento, c’è molto hard da costruire.  I musulmani nel mondo sono 1,6 miliardi e per imperativo della loro credenza debbono tutti, almeno una volta nella vita ma meglio se più d’una, andare a Mecca. In più, diverranno 2,0 miliardi nei prossimi trenta anni, quindi c’è da fare. Ma la faccenda del turismo potrebbe avere anche un altro esito parallelo. Soprattutto sul Mar Rosso, l’Arabia Saudita ha luoghi spendibili non meno di quelli inventati dagli egiziani con l’aiuto di molta imprenditoria occidentale, italiana tra l’altro (Sharm el Sheik ad esempio). E chissà se le due isolette di Tiran e Sanafir di fresco acquistate non senza controversie dagli egiziani, non rientrino nel pacchetto, magari accompagnando la colonizzazione (oggi sono deserte) anche con una piccola base militare a protezione della zona, leggasi “imbocco del Golfo di Aqaba”[iii]. Di questa idea del turismo non solo religioso, si notano alcuni cenni negli investimenti che i sauditi stanno facendo alle Maldive, interi atolli comprati per nuove iniziative ancora non pubblicizzate. L’invecchiamento della popolazione mondiale sta in molte parti del mondo, creando una quarta età, la terza diventa più attiva, ha tempo e qualche volta denari (i molti neo-milionari indiani e cinesi da qualche parte dovranno pur andare) da spendere. Ma anche la versione “religiosa” ha le sue ambizioni, sfruttare in termini di soft power[iv] le due capitali della fede per diventare il centro indiscusso dell’islam, una assicurazione perenne per uno stato che ha un antico e grosso problema di legittimità storico-politica. Molti osservatori alzano il sopracciglio sapendo quanto conservatrice sia l’élite dei chierici wahabiti ma è probabile che anche lì ci sia una sorta di faglia generazionale con nuovi predicatori con iPad in grado di raffinare un nuovo conservatorismo moderno.

La seconda voce è l’industria militare. Dovrebbe esser lanciata a fine di quest’anno una nuova holding statale proprietaria poi di molte partecipate, dedicate alla produzione e sviluppo di nuova tecnologia militare. Gli investimenti in militare stanno crescendo costantemente da anni in tutto il mondo ed il mondo multipolare non farà che farli crescere ancora. Ogni nuovo player del gioco di tutti i giochi, dovrà avere la sua Smith&Wesson sotto il tavolo in cui si danno le carte. Si multipolarizzerà quindi anche questa industria specifica. Indiani e cinesi sono già ben avviati su questa strada già familiare a russi, americani, francesi, inglesi mentre nuovi appetiti stanno prendendo turchi e tedeschi. I turchi hanno appena acquistato batterie di S-400 dai russi pur essendo paese NATO e non essendo gli S-400 interoperabili in ambiente NATO. Pare che i turchi siano stati sedotti dalla promessa (la stessa che offrono oggi i cinesi sul mercato) di condividere parte del sapere tecnologico produttivo, un sapere su cui fondare una propria successiva produzione per rendersi geopoliticamente autonomi poiché nel gioco geopolitico se non sei militarmente autonomo non sei un player ma un servo come ben stanno intuendo i tedeschi ed anche i giapponesi.

Se si unisce il progetto saudita di egemonia soft dell’islam con questo hard, ecco un ampio potenziale mercato per una grande futuro di armi islamiche. Soft e hard, burro e cannoni,  poi conditi da generosi investimenti del fondo sovrano che fungerà da appuntito ago in cui infilare i fili che dovrebbero tessere il nuovo impero sunnita a guida saudita.

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Veniamo ora alle valutazioni critiche. Il piano è stato da più d’uno giudicato severamente[v] come un “dream book” (ad esempio l’Fmi)[vi] reticente o peggio[vii] sorvolante su i fondamentali di un paese che si trova in tutt’altre che rosee condizioni valutarie e finanziarie, da ultimo inserito addirittura nella lista dei possibili prossimi “stati falliti”[viii]. Può darsi che bin Salman abbia tutt’altro in testa e si sia prodotto in una gigantesca fake news di copertura? Beh per certi versi direi di no[ix]. Il problema del futuro di questo ingombrante ma al contempo fragile paese, è un problema serio, un problema da noi già studiato anni fa quando si cercavamo i perché profondi, strategici, di quell’invenzione bizzarra che abbiamo conosciuto col nome Stato islamico che da allora, noi indichiamo come una specifica e pura creatura saudita mentre i più vi hanno ravvisato frammenti di materia genetica di qatarioti, turchi, israeliani ed addirittura degli americani. Certo questi, più altri stati del Golfo e gli immancabili inglesi, vi hanno in qualche modo messo mano o messo mano alle lor favorevoli condizioni di possibilità e chiuso entrambi gli occhi e le orecchie mentre dichiaravano di combatterli bombardando innocue dune di sabbia in Siraq, ma la ragione strategica era più profonda della pur importante guerra in Siria, era un piano generale di manipolazione dell’islam che è la struttura profonda di un grande numero di paesi, arabi, africani, asiatici. Quel piano, rispondeva alla angosciata domanda saudita: che ruolo e giustificazione avremo nel futuro? La risposta Isis, forse, già si prevedeva di sacrificarla come oggi sta avvenendo, su qualche pagina di un nuovo accordo con i protettori americani una volta ridestata la loro attenzione ovvero una volta riportati ad occuparsi della zona dopo i sogni di disimpegno obamiani. Altresì, non è che il piano poteva esplicitare tutte le necessarie innovazioni  ad esempio di tipo politico o sociale, che farebbero prontamente muovere al sabotaggio quella parte dei sauditi (soprattutto la burocrazia statale[x] e forse buona parte del “clero” wahabita) che anche per ragioni anagrafiche e culturali, sarà la fazione perdente di questo eventuale cambiamento.

Il giovane principe, negli ultimi mesi, oltre a presentarsi a Washington per legittimarsi e creare la rete dei contatti che torneranno utili per lo sviluppo concreto del suo ambizioso piano, è stato in Cina e soprattutto in Giappone[xi] mentre il padre è stato in Indonesia[xii]. La crisi in Qatar ha fatto accorrere a Riyad tutti gli altri. Un via vai di contatti diplomatici e di affari per presentare le guideline del nuovo progetto e stendere linee di credito politico stante che a breve loro stenderanno le loro di tipo finanziario, soprattutto nella speranza di attrarre tecnologia e nuovi progetti che facciano del regno di sabbia, un luogo di interesse internazionale. Ma di recente, abbiamo visto anche fatti più clamorosi. Dei veri contenuti del patto con Trump, oltre all’acquisto delle armi e la promessa che intuiamo dell’abbandono della strategia dell’Isis, sappiamo poco e niente, ma se bin Salman non è un cretino integrale, avrà pur previsto che il suo piano gioca su i prossimi trenta anni (anche se sembra targettato a quindici) quando Trump sarà sotto una lapide o in procinto di. Dispiace notarlo ma sono proprio gli stati autocratici quelli che mostrano concrete capacità e volontà strategiche di lungo respiro e sarebbe un errore valutarlo solo nell’immediata contingenza. Non è detto che in futuro, l’Arabia Saudita che s’immagina a capo dell’islam sunnita, non preveda di buttarsi da qualche altra parte magari accettando quotazioni del greggio in qualche altra valuta che non il dollaro, il mondo va a cambiare, questo i più attenti lo sanno molto bene.  Ma intanto, abbiamo letto di contatti diplomatici prossimi a rivelare nuovi accordi o assetti che sottotraccia già si notavano da tempo con gli israeliani, un “riconoscimento” reciproco salderebbe un nuovo asse nella regione. Abbiamo anche notato la strana amicizia con l’Egitto, “strana” poiché tra i due territori –storicamente- c’è competizione non collaborazione. Abbiamo poi seguito attentamente la mossa Qatar.

Se i sauditi cambiano strategia debbono cambiarla per ragioni di simmetria anche i qatarioti. I sauditi con l’Isis ed il Qatar soprattutto con i Fratelli Musulmani ma anche con al Qaeda, erano entangled in un gioco di equilibri geopolitici locali a base tribal-salafita. Se l’Arabia Saudita deve diventare il centro propulsore, finanziario e normativo dell’islam sunnita, Doha deve allinearsi anche perché il modello dell’islam politico dei FM da loro sostenuto è la più pericolosa insidia alla legittimità non solo del regno saudita e degli emirati del Golfo ma di tutti paesi che questi vorrebbero portare dalla loro parte. Doha è leader nella produzione del gas ed in grado di far concorrenza sensibile alle mire egemoniche di Riyad. Doha ha ormai dichiarato la sua propensione a collaborare con l’Iran, ovvero col mortale nemico di Riyad saldando un inedito triangolo turco-iranico-qatariota. La stessa Doha che in teoria è wahabita come Riyad, è un modello in atto[xiii] di quella modernità schizofrenica ma per i luoghi funzionale, la modernità da free shop,  che i sauditi vorrebbero imitare col loro piano. E Doha è anche il principale fornitore di gas per Giappone, Cina e Corea del Sud che Riyad invece vorrebbe portare a gravitare sul suo nuovo progetto. Insomma Doha deve morire perché Riyad possa fiorire. Su questo strangolamento del parente-serpente e su gli esiti tuttora disastrosi della guerra in Yemen, il giovane principe si gioca la carriera ma essendo proprio all’inizio, non ha altra alternativa che andare cocciutamente fino in fondo. Questa sorta di “obbligo” programmatico è un bel problema data la precarietà dei nuovi equilibri multipolari.

E’ probabile che il piano pubblicizzato sia rimasto volutamente reticente su un punto. Bin Salman e l’élite dei giovani internazionalisti-modernisti sauditi che hanno studiato a Londra o negli Usa e fanno le loro vacanze su i lussuosi yacht su cui conducono vite molto poco wahabite, hanno ragioni e tempo per sviluppare le condizioni del proprio futuro ma prima di iniziare la loro start up che ha a modello Dubai, Abu Dhabi, Singapore e la grande trasformazione cinese post Deng Xiaoping, debbono da subito pre-formare alcune condizioni geopolitiche. Forse l’intera galassia global-neo-lib sta cominciando a guardare con occhi golosi questi modelli che contraddicono la retorica della democrazia diritto-umanitaria, offrendo opzioni dirigiste e tecnocratiche in politica e liberiste lì dove conta davvero.

La prosopopea della NATO araba, prefigurazione dell’armata islamica sunnita con centro in Riyad che è una delle visioni del piano 2030, si è dimostrata infondata. Nell’affaire Qatar, oltre all’Egitto che ha forte il problema di sradicare le basi ideologco-finanziarie dei FM e degli Emirati Arabi Uniti che pare svolgano la funzione di etero direzione del giovane principe[xiv], i paesi che hanno aderito al blocco del Qatar sono o stati falliti o stati ininfluenti o stati vassalli afro-occidentali della finanza saudita. Algeria, Sudan, Nigeria e soprattutto Pakistan si sono chiamati fuori e il movimento del Pakistan che contemporaneamente è entrato con l’India nella Shanghai Cooperation Organization-SCO, ha fatto sensazione[xv].  SCO nella quale è ad un passo dall’entrata anche Teheran. Turchia ed Oman si sono schierati con Doha e lo stesso Kuwait, occupando prontamente la casella del “mediatore” si è fatto terzo nella contesa. Il Consiglio di Cooperazione del Golfo in pratica non c’è già più e così l’OPEC. Tanta fretta, la stessa dell’annuncio di ieri sulla successione al trono, dice che qualcosa è previsto a breve, qualcosa che possa sfruttare l’alleato Trump prima che questo venga definitivamente inghiottito dalla massiccia manovra che vorrebbe espellerlo dalla Casa Bianca. Magari dargli una mano con un bello “stato d’eccezione” che come si sa certifica il vero sovrano, la chiamata irrinunciabile ad accorrere in aiuto all’alleato dell’area, con l’amico Israele[xvi], contro il nemico dei miei amici: l’Iran.  Dopo i due attentati a Teheran ed il continuo martellamento terroristico su gli sciiti iracheni, solo negli ultimissimi giorni, sono ripetuti gli incidenti confinari nella acque del Persico che dividono sauditi ed iraniani[xvii] e qualche incidente con i droni iraniani si registra anche in Siria dove la concretizzazione del famoso canale sciita Teheran – Mediterraneo via Iraq e Damasco, sta infiammando anche la convivenza mai rilassata tra russi ed americani. Il giovane principe aveva lanciato la sua fatwa anti-iranica già a Maggio[xviii] e da allora è stata tutta una escalation di tensioni e non solo a parole. Nel frattempo, per mandare segnali chiari e forti, l’Iran ha da poco condotto manovre navali congiunte con la Cina a dire che chiudere Hormuz non sarebbe una passeggiata[xix], ha fatto viaggi diplomatici ad Ankara, ha rilanciato la joint venture con gli indiani per un porto che pareggi quello che i cinesi stanno costruendo in Pakistan, sta mitigando il blocco navale del Qatar facendo la spola con le sue navi e da ultimo, ha anche inviato navi da guerra all’imbocco del Mar Rosso dove si notano altri “movimenti” strani come la ripresa dell’attrito Gibuti-Eritrea.

La guerra con l’Iran, forse non una guerra definitiva e decisiva, un conflitto iniziato e poi magari presto freezato per intervento di tutte le potenze mondiali, avrebbe l’indubbio vantaggio di chiarire a tutto il complesso quadro delle forze in campo le nuove regole del gioco[xx], alzando immediatamente la reputazione interna nel mondo sunnita del nuovo corso saudita. Darebbe l’immagine di una Arabia Saudita leader e con le idee ben chiare sul futuro suo e di tutti quelli che intorno a lei ruotano, sancirebbe definitivamente e palesemente le nuove alleanze, amici di qua e nemici di là. Gli americani distrarrebbero gli iraniani dalla Siria e magari assesterebbero qualche colpetto last minute prima di accettare la fine del conflitto. Soprattutto, il petrolio schizzerebbe a quota 200 US$, anche magari solo per un po’ (il blocco di Hormuz, in attesa di lunghi colloqui che sanino le poche ferite reciprocamente inferte, potrebbe prolungarsi, strozzando definitivamente il Qatar), rimpinguando le esauste casse saudite a quel punto ben più favorite per dare l’avvio alla nuova start up.

Difficile essere certi in caso di previsioni, in questo caso particolarmente. Chi scrive si è molte volte rifiutato di iscriversi alla fazione dei commentatori che davano per certa ed imminente la guerra all’Iran, sempre sottotraccia ma mai veramente arrivata alla soglia del vero conflitto. Questa volta però, abbiamo atti concreti, interessi chiari di più attori che si stanno tra loro saldando, movimenti sottotraccia e neanche troppo sotto che disegnano un gran trambusto da quelle parti. La debolezza della presidenza americana, unita alla sua spregiudicatezza, alla sua contraddittorietà, al suo timore di esser travolta da inchieste paralizzanti e delegittimanti,  potrebbe essere la chiave per indurre i sauditi a gettare il sasso per vedere l’effetto che fa. L’estate è appena iniziata ed è il momento migliore per far scoppiare qualche problema petrolifero, vediamo come andrà a finire …

[i] https://www.theguardian.com/world/2017/jun/21/saudi-king-upends-tradition-by-naming-son-as-first-in-line-to-throne?CMP=share_btn_fb

[ii] http://vision2030.gov.sa/en

[iii] La linea marina della Via della Seta cinese, ha previsto di eventualmente utilizzare il Golfo di Aqaba come alternativa qualora si dovesse bloccare Suez. In fondo al golfo c’è Eliat – Israele. I cinesi stanno costruendo una ferrovia ultraveloce che collega Eliat ad Ashdod sulla costa Mediterranea, rinforzando le strutture portuali di quest’ultima.

[iv] In Occidente ed altrove, qualora il piano andasse in porto, ci si dovrebbe aspettare una forte offensiva di soft power. Il piano, infatti, prevede la triplicazione delle ONG saudite, il che significa egemonia (monopolio?) del mondo religioso islamico nel suo generale.

[v] https://mei.nus.edu.sg/themes/site_themes/agile_records/images/uploads/SMEP_24_Al-Rasheed_.pdf

[vi] http://www.meforum.org/6397/saudi-arabia-flawed-vision-2030

[vii] Damp squib, “petardo bagnato” per questo articolo http://uk.businessinsider.com/saudi-arabia-vision-2030-oil-economy-diversification-mohammed-bin-salman-2016-4

[viii] Il piano è modulato su un rapporto di audit sulla situazione economica del regno prodotto da McKinsey, il che certo non depone a favore della sua realizzabilità. Le società di consulenza, infarcite di giovinetti cocainomani che applicano modelli inventati di sana pianta,  sono le centrali di massima produzione di favolistica e wishful thinking nel business neo-lib contemporaneo.

[ix] Naturalmente ben meno critico l’ex direttore generale di al Arabya, sat-tv saudita: https://english.aawsat.com/abdul-rahman-al-rashed/opinion/opinion-vision-2030-propaganda-truth. Più argomentata ed interessante questa lunga intervista per l’Hudson Institute che parla di “Al Islam al Wasati” “centristi dell’islam” una versione meno estrema dei wahabiti che muove il nuovo progetto di riforma: https://www.hudson.org/research/13110-saudi-arabia-in-the-crucible-a-conversation-with-abdulrahman-al-rashed

[x] 70% della forza lavoro saudita

[xi] http://www.mei.edu/content/article/future-riyadh-tokyo-relations

[xii] https://www.bostonglobe.com/opinion/2017/06/10/saudi-arabia-destabilizing-world/ivMeb7TWGk1fQaVjZWWKGP/story.html

[xiii] https://www.internazionale.it/reportage/francesco-longo/2014/11/04/lo-stato-del-gas

[xiv] http://www.aljazeera.com/indepth/opinion/2017/06/gulf-crisis-royal-ambitions-shaky-alliances-170615112812051.html

[xv] Sebbene l’entrata fosse solo la fine di una procedura già nota iniziata esattamente un anno fa.

[xvi] http://www.aljazeera.com/indepth/opinion/2017/06/blockading-qatar-targeting-iran-170618070407788.html

[xvii] http://www.aljazeera.com/news/2017/06/iran-denies-saudi-claim-revolutionary-guards-arrest-170619153159361.html

[xviii] http://english.alarabiya.net/en/media/television-and-radio/2017/05/02/Saudi-Deputy-Crown-Prince-to-appear-on-MBC-.html

[xix] https://sputniknews.com/middleeast/201706181054734556-china-iran-navy-drills/

[xx] Molto difficile prevedere una vera guerra tra i due capifila del mondo islamico. L’Arabia Saudita è già impegnata in Yemen per altro con scarsi successi ed a basso regime anche in Siria, il reciproco immediato bombardamento dei terminali petroliferi getterebbe l’intero pianeta nel caos (la zona dei terminali sauditi è abitata da sciiti), i sauditi pur con Israele e USA prenderebbero probabilmente un sonoro schiaffone sul piano militare almeno nelle fasi iniziali. Cinesi, indiani e russi scenderebbero in campo e così gli europei.

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DALLA STORIA PROFONDA A L’ARCHEOLOGIA DELLA MENTE.

Il presente scritto dialoga con un capitolo de “L’archeologia della mente” di Jaak Panksepp (il capitolo 2), il fondatore delle neuroscienze affettive morto lo scorso Aprile. Il dialogo a distanza, verte sulla mentalità, l’immagine di mondo, il sistema del nostro pensare, un oggetto immateriale poco indagato ma fondamentale viepiù oggi che sembra necessario riformarne la sua longeva struttura che mostra diffusi segnali di disadattamento al mondo in cui ci è toccato in sorte di vivere.

Nel recente “La storia profonda. Il cervello umano e l’origine della storia” (Bollati Boringhieri, 2017) il professore di Harvard Daniel Lord Smail presenta un nuovo paradigma per la ricerca storica. Da una parte l’estensione temporale, già allungata da F. Braduel nel continuum della lunga durata[1], dovrebbe a questo punto riconoscere il tempo precedente l’ingiustificato taglio che fa iniziare la storia appena cinque-tremila anni fa. Biologia evoluzionistica, paleoantropologia, archeologia chiamano lo storico a superare gli autoimposti confini dello sguardo che osservando solo il recente, non vede che la fine convulsa di processi molto più lunghi. Dall’altra, unendo scienze dure, scienze umane e storia, si va al superamento del confine immaginario tra culture: “se avete a cuore il superamento delle due culture, quello proposto dal buon Charlie Snow, leggete -Storia profonda-“ come recita un post della pagina facebook del traduttore italiano dell’opera[2]. Altresì, questo richiamo alla lunga sequenza temporale in cui si sono formate le cose, riguarda da vicino anche l’organo che pensa, il CervelloMente, un richiamo che ha mosso tutta la vita di Jaak Panksepp, uno scienziato estone migrato in America, di recente scomparso al termine di una lunga e solitaria battaglia per sovvertire alcuni paradigmi non meno recentisti e riduzionisti, dell’indagine pischico-biologica.

Il punto di partenza, per Panksepp,  è considerare la “Mente” il prodotto di ciò che fa il Cervello, non c’è alcuna entità terza tra le due e, in termini di sostanza, non ci sono neanche due entità ma una sola che a volte descriviamo solo per il come è composta e funziona (Cervello) ed altre volte, osservando il risultato del suo funzionamento (Mente). Tutto parte da qui, da una Teoria della mente che ci dia una immagine di uomo da cui ripartire per la revisione dell’immagine di mondo. Se non si segue questa via, ecco apparire mille contraddizioni della nostra immagine di mondo che inventa non solo entità immaginarie ma deve poi architettare impossibili  contorsioni per tenerle assieme nelle descrizioni esplicative e causali. Cosa motiva questa nostra ostinata negazione dell’evidenza empirica che esiste una sola cosa-funzione ovvero la MenteCervello?

Noi esseri umani riteniamo di essere Mente. La nostra Mente è ciò che ci identifica, qualifica e distingue dal resto del vivente, è la nostra “specialità”. Nel corso del tempo, specificatamente noi occidentali, abbiamo costruito un impero di discorsi su questa specialità, l’abbiamo staccata dalla sua base biologica e l’abbiamo attribuita ad improbabili entità di livello trascendentale che giustificassero ancora di più il nostro sentimento di unicità e specialità. In effetti, il senso di “specialità” potrebbe esser tranquillamente coltivato ed anche con buone ragioni data l’evidenza della nostra storia di specie ma a noi non basta che esso sia relativo alla comparazione con altre specie viventi, esso deve essere assoluto e quindi la specialità che è l’estremo comunque di un continuo (differenza di grado), deve diventare “unicità” ovvero differenza di tipo. Noi siamo cosa a sé.

L’idea della separazione tra Spirito e Materia è molto antica. Prima ancora che da condizioni culturali quali poi esamineremo, essa deriva internamente alla nostra stessa condizione bio-psichica. Il nostro bio è un sistema a tempo che si forma dall’incontro tra due cellule gametiche, cresce e vive per un certo periodo, poi comincia a disfarsi nella sua organizzazione e funzionalità fino a cessare di essere, si scompone e gli ingredienti rientrano nella danza atomica del Tutto. Questo sistema organizzato a tempo, produce attività psichica, cioè mentale. Questa attività ha la facoltà di pensare tutto, anche se stessa. Accortasi presto che la propria potenza era limitata dalla permanenza a tempo del fisico sottostante, ha pensato di svincolarsi dal dolore del pensare la propria fine. La fine dell’essere altrui, secondo i vari gradi dei nostri affetti verso terzi, è dolorosa, massimamente lo è la nostra stessa fine ma più che dolorosa, essa è inaccettabile. Nulla, sia della nostre costituzione fisica che di quella mentale, prevede la fine (tranne quando sta per arrivare) anzi, tutto della costituzione di entrambe le funzionalità si è evoluto per farci essere il più a lungo ed al meglio possibile. E’ quindi normale che entità che tendono con ostinazione cieca ad essere, non abbiano confidenza col concetto del proprio non essere, fino ad arrivare alla sua negazione.

Sebbene faccia parte della nostra infantile tendenza a ritenerci unici, una tendenza che per ragioni storico-culturali noi occidentali abbiamo portato a livelli assai elevati, l’idea che esista un “noi” immateriale che sopravvive alla fine della nostra forma materiale sembra comparire nel registro paleoantropologico già dai Neanderthal (sepolture di Shanidar) ma non è affatto detto fosse ben molto precedente. Diventa comunque fatto culturale complesso con le più antiche civiltà e giunge nell’Antica Grecia dall’Oriente, sotto forma del concetto di metempsicosi ovvero reincarnazione dell’anima in diversi corpi successivi, fino alla “liberazione” dalla materia. Avendo, noi occidentali,  applicato alla nostra storia culturale lo stesso schema della specialità-unicità prima descritto, ci è piaciuto pensare che la nostra civiltà-culla, quella Greca, fosse a sua volta nata dal nulla, non avesse avuto prestiti, influenze, cause antecedenti. Così per lungo tempo, abbiamo ad esempio creduto che la religione degli antichi fosse la mitologia mentre invece la loro religione intima e popolare era una serie di ancora non ben conosciute pratiche e credenze che passiamo sotto il nome rivelatore di “Misteri”. Dei “Misteri” faceva parte la reincarnazione sulla quale già da tempo stavano speculando ad oriente e da lì arrivò nella costa anatolica che era un lato, il più evoluto, della ancora nascente grecità.  Un recettore di queste concezioni, Pitagora, portò la narrazione ed il correlato suo sciame di concetti dentro un alveo di pensiero tipicamente greco, l’autoriflessione che chiamiamo “razionale”, conosciuta anche come “filosofia”.

Abbiamo virgolettato “razionale” perché anch’esso fa parte del problema della specialità-unicità. Come poi vedremo, la razionalità è un prodotto di una parte specifica del cervello, la neocorteccia, un foglio di neuroni collegati tra loro in colonne dello spessore circa di 4 mm, questa è la mente terziaria. Alle sue spalle ed entrando nel cervello in direzione del suo centro spaziale c’è la corteccia che dovrebbe essere quella parte del CervelloMente atto ad interagire ed assumere informazioni da e con ciò che è fuori di noi, questa è la mente secondaria. Al centro, il nucleo primario del cervello e della mente, è dato da una serie di sistemi molto antichi dato che il cervello si è evoluto come rivelano gli alberi quando li tagliamo orizzontalmente, partendo da cerchi più antichi al centro e cerchi progressivamente più recenti andando verso l’esterno. Secondo Panksepp, questa parte del cervello (da qui in poi usiamo cervello e mente come sinonimi anche quando usiamo un solo dei due) l’abbiamo in comune con gli animali ed è la sede propria delle emozioni primarie. Questo cervello primario, è collegato a due vie con quello secondario ed entrambi con quello terziario, quella neocorteccia che è la sede delle facoltà più esclusivamente umane (sebbene anche altri animali abbiano neocorteccia altresì meno sviluppata e spessa della nostra). Razionale quindi l’abbiamo virgolettato per ricordarci che in questo schema, il razionale è una parte di un sistema ben più complesso da cui riceve influenze e che influenza e non un mondo a sé distaccato dal resto del cervello, quindi dal corpo.

In breve, anche la filosofia che nasce razionale è il tentativo di leggere riflessivamente se stessa esaltando la propria specialità rispetto ai meandri confusivi dell’emotività primaria o animale, ma spesso sino al punto di ritenersi una unicità scollegata dal resto. Questo sforzo di emancipazione del mentale, dal fisico di cui è espressione, potrebbe essere esso stesso il portato di una emozione, non solo il rifiuto della caducità corporea ma anche il bisogno di perfetto ordine mentale come riflesso di quello che riteniamo l’ordine spaziale ed ambientale, una sorta di senso del controllo della situazione ovvero della relazione tra sistemi, il nostro, quello in cui siamo immersi, la relazione tra i due. Senso di controllo che proviene dal senso di ordine, stante che le emozioni tutto sono tranne che ordinate ed ordinanti. Le neuroscienze affettive, hanno chiaramente osservato la problematica dialettica tra questi due mondi che poi sono un mondo solo con diverse polarità. Quando funziona e domina la neocorteccia, funziona a molto più basso regime la mente primaria emotiva e sono più attive le afferenze top-down e così il contrario com’è evidente quando piangiamo, godiamo, tremiamo, soffriamo, desideriamo, giochiamo, al punto che “… l’attività del cervello superiore tende ad inibire la risalita dei sentimenti dalle regioni cerebrali inferiori” (p.55). La parte della mente che dovrebbe osservare l’altra sua parte, tende a disattivarla, quindi renderla amorfa, per il solo fatto di reclamare a sé il primato di funzione, una sorta di principio di indeterminazione cognitiva.

L’astinenza dalle emozioni, il loro ripudio, un intenso sforzo ritenuto “emancipativo” dalla nostra origine mammifera (ed anche un po’ rettile), hanno una lunghissima storia riflessa nei comportamenti umani più estremi quali quelli di molti religiosi, mistici, razionalisti e financo filosofi, quasi sempre maschi. Sono stati i maschi, nella divisione del lavoro esistenziale umano, ad essersi maggiormente dedicati alla gestione del fuori di noi più che altro riferito al mondo delle cose mentre le femmine si sono più dedicate alla gestione delle relazione inter-umane con alti condimenti di emotività. E’ quindi conseguente che le nostre immagini di mondo, essendo l’ordine pensato del mondo delle cose e degli esseri umani ridotti a cose, ed essendo prerogativa della funzione maschile il pensarle-tornirle-imporle, abbiano estremizzato il senso del razionale, sino al punto da ritenerlo antagonista dell’emotivo. Questa scotomizzazione figlia di una ancora ampia elementarità con la quale viviamo la difficoltà di tenere assieme pezzi così eterogenei del nostro CervelloMente[3], la saniamo in quelle isole comportamentali che ci concediamo con voluttà facendo guerre, tifando negli sport, accoppiandoci in privato nei modi più passionali e fantasiosi, drogandoci di farmaci e non solo, prendendoci cura di animaletti o talvolta figlioli, vecchie mamme o impegnandoci in giochi di vario tipo, alcuni che si presentano in modo faceto altri che si presentano in modo molto più serio ma la cui dinamica rimane intrinsecamente di “gioco”, ovvero relazione codificata con variazioni. Questo abbandono emotivo è concesso ma non è concesso farlo oggetto di riflessione anche perché così, la riflessione prenderebbe atto del fatto che tutto ciò non è “altro” da noi ma parte del noi stessi integrale.

Oggi , in quella megagabbia di Skinner che è facebook, abbiamo anche i pulsantini emotivi, che servono a profilare la nostra psiche per sviluppare marketing commerciale e politico sempre più sofisticato, sofisticato almeno al livello dei piccioni danzanti di Skinner. L’enorme successo dei social network la cui compulsiva e continua frequentazione rasenta il comportamento di dipendenza chimica, effettivamente potrebbero basarsi su una continua eccitazione del più importante dei sette sistemi individuati da Panksepp, quello della RICERCA. Nel famoso esperimento Olds/Milner del 1953, topini da laboratorio finivano col morire dal piacere dimenticandosi di mangiare e dormire pur di procurarsi continuamente, azionando furiosamente con le zampette una leva, piccole scosse elettriche che attivavano la neurochimica di questa zona del cervello. Una forma di masturbazione mentale a base di dopamina. Questo sistema (tecnicamente detto MFB-LH) è alla base dell’espressione artistica e di tutti i tipi di dipendenza, dalle droghe pesanti al sesso.

Torniamo allora a Pitagora che credeva nella metempsicosi come recitano i manuali di filosofia. Quando un filosofo crede in qualcosa, essendo la sua come qualsiasi altra mente un tutto integrato con bisogno di quella coerenza che altrove chiamiamo “logica”, quella credenza non è una cosa a sé ma un pezzo che condiziona tutti gli altri. Ne consegue che per avere reincarnazione ci vuole uno spirito, un’anima e da qui discende tutto un modo di separare mondo materiale ed mondo ideale che porta dritti a Platone, certificato allievo spirituale ed intellettuale del primo pitagorismo e di Parmenide. Platone, fonda così l’idealismo occidentale, quella ostinata convinzione che ritiene esserci un mondo immateriale fatto di idee, spirito, anima, che è staccato, quindi gerarchicamente dominante la realtà materiale e fattuale o solo sopra e non staccato ma pur sempre dominante. Questo è il mondo del soprasensibile, del divino, dell’umano che ne è riflesso, del mentale puro, del razionale ma anche del mistico, dell’eterno, dell’incondizionato, quindi dell’assoluto. Foreste e foreste sono state abbattute per ricavare la carta sulla quale abbiamo scritto pagine e pagine di descrizioni, deduzioni, induzioni, esplicazioni, indagini, narrazioni, deliri su questo mondo del quale non abbiamo avuto mai alcuna conferma sensibile  ma pari incrollabile certezze di esistenza. Avendolo poi riempito di presupposti, assiomi, teoremi, idee, logiche, postulati che abbiamo condiviso tra noi ovvero nella nostra materiale e fattiva vita associata, non occasionalmente ma stratificandone le tracce nel tempo lungo, gli abbiamo in un certo senso dato quel “corpo” che questo mondo non ha. Condividendo tra noi il presupposto d’esistenza, questo mondo immaginario in un certo senso esiste davvero, un ampiamente diffuso e condiviso soggettivo diventa di per sé oggettivo, anche se è un oggettivo per noi e non un oggettivo in se per sé.

Aristotele non condivideva in toto l’intera struttura dell’immagine di mondo del Maestro ma come altresì si verificherà tante altre volte nella storia del pensiero, ad esempio Marx con Hegel, l’allievo cambia alcuni fattori e/o qualche relazione tra essi, “evolve” il sistema di pensiero ma non produce veri salti discontinui nella struttura profonda. Così, Aristotele ci parla di una’anima come forza impersonale ed immateriale di tutta la natura[4]. Tra l’anima dei filosofi e l’anima dei religiosi cambiano gli accenti e le origini, a volte il ruolo ma l’idea è quella, così dalla Patristica alla Scolastica e quindi anche per i mille anni “medioevali” del nostro pensare, scrivere, dibattere, formare menti ed immagini di mondo, sa va sans dire che il mentale umano ma anche divino, razionale ma anche spirituale, ha avuto l’impianto dualistico idea-materia.

Capita spesso verificare che chi ascolta queste ricostruzioni abbia un moto di dubbio sul fatto che questa storia dei pensieri abbia una qualche attinenza con il ciò che lui stesso pensa “oggi”. Convocare nell’analisi Platone, Aristotele, Agostino, Tommaso e poi il grande imputato del moderno, Cartesio, sembra un gratuito ed esibitivo sfoggio di nozionismo intellettuale. Ciò deriva dal fatto che noi accettiamo la storia dei pensieri ma non abbiamo confidenza con una storia del pensare. Se avessimo confidenza ovvero se avessimo sviluppato una storia del pensare, ci apparirebbe un ente ai più ancora sconosciuto: l’immagine di mondo. Da ciò la sua logica, le sue persistenze di lunga durata necessarie, le sue leggi di coerenza interna, il rapporto tra quella individuale e quella sociale e collettiva che si condivide in un dato tempo e luogo, il ruolo degli intellettuali e dei chierici, la sua storia connessa con quella di una civiltà, di un particolare modo di stare la mondo con la sua costellazione di valori, l’intricata relazione tra il pensare mitico, quello religioso, quello razionale ideale ed empirico, quello scientifico, quello artistico-estetico, tra il pensare ed il fare, le sue tracce di memoria e molto altro. In questa entità, il pensiero ha i suoi limiti e le sue possibilità nell’offerta della sua genetica culturale e la genetica è data da forme stabilite molto ma molto tempo fa e mantenute, anche se sotto diverse apparenze, per lungo tempo. Questo sistema del pensiero ricorre a concetti che hanno una loro genetica di lunga durata e i concetti più generali, quelli che condizionano lo sviluppo in un senso o nell’altro del’intero sistema, hanno origini storiche molto lontane. E’ una evoluzione condizionata o molto influita dai punti di partenza e questi sono stati definiti da chi è arrivato prima di noi al pensiero fondamentale.

Nessuno di noi si meraviglia di pensare che se la divinità esiste davvero essa debba essere “una” ma questo concetto del Dio-padre è storico, non pare esistesse da nessuna parte ed in nessun luogo tremila anni fa. Al pari del dio-Uno, essere e divenire, la contraddizione, l’idea e la materia, il senso di giustizia, i temi dell’etica relazionale, l’uno e di molteplice, sono concetti di lunga durata la cui definizione persiste e condiziona ancora oggi il nostro pensare contemporaneo, ma lo è anche la dicotomia, la relazione antitetica tra due concetti che Hegel si sforzò di indicare “dialettica” mentre i cinesi da sempre li ritengono complementari.  Oggi il nostro mondo sociale è governato da una immagine di mondo ordinata da teorie di uno specifico argomento che è quello derivato dal paradigma ordinatore delle nostre società: l’economico. Questo ordinatore tanto materiale che mentale ha nel mentale fortissimi elementi di platonismo. Poiché facciamo storia dei pensieri ma non del pensare, c’è chi crede addirittura che Platone nella sua svalutazione del commerciante e del vile denaro, dell’appetizione materiale, fosse senz’altro un “anticapitalista” ma non so se chiamandolo “capitalismo” ma chiamandolo società regolata dall’attività economica riflessa in teorie anti-empiriche ordinate dal calcolo astratto, da irrealistici presupposti di razionalità assoluta e da idee a priori non ricavate, né verificate estensivamente dall’esperienza concreta, apparirebbe chiaro che il nostro imperversante  idealismo economico è senz’altro appoggiato su un platonismo di fondo che struttura la nostra mentalità occidentale. Così, non è che il fondo della credenza nella “mano invisibile” sia poi molto più razionale di quella che ha in oggetto le mani del Signore e la Provvidenza, la credenza negli “uomini del destino” sia poi lontana da quella negli “eroi” mitologici, le nostre gif animate siano molto lontane dalle pitture rupestri che sembravano muoversi tremolando alla luce incerta delle torce infuocate trentamila anni fa. Ma torniamo alla storia del pensare.

Cartesio è il massimo imputato della separazione mente-corpo con la sua dicotomia tra “res cogitans e res extensa” ma giustamente nota Pankspepp, Cartesio molto probabilmente concesse questa separazione per salvarsi il corpo dalle minacce che già aveva visto all’opera con Galileo, si hanno corrispondenze private con padre Mersenne che lo provano. Di nuovo, una storia del pensare renderebbe subito chiaro che nel contesto del tempo, se volevi intellettualmente e fisicamente sopravvivere eppur cercare di portare il pensiero da qualche nuova parte, dovevi lasciar in concessione ai religiosi ancora forti e dominanti, il presupposto del triangolo anima-uomo-Dio. E di nuovo, non ha senso domandarsi cosa realmente pensasse Cartesio perché nei fatti e nella complessità sistemica dell’immagine di mondo, una volta che hai accettato un dato postulato, hai deciso di muoverti solo nello spazio cognitivo coerente con quel presupposto.

Tutta la tradizione di pensiero che va da Pitagora a Cartesio, è stata accompagnata da convinzioni mediche già definite da Ippocrate, il vitalismo era la controparte medica dell’anima. Quando la medicina comincia ad emanciparsi dall’immagine di mondo condivisa da filosofia e religione, quando secessiona apertamente in favore della “scienza”, ecco il club dei biofisici di Berlino, XIX secolo. Ma cosa fanno gli scienziati del tempo, un tempo in cui ancora Darwin doveva lottare strenuamente per non soccombere nell’arena del pubblico dibattito al potere ostracizzante della Chiesa anglicana? Decidono che le forze non fisiche non possono ovviamente essere oggetto d’indagine scientifica ma non avendo il potere epistemico sull’immagine di mondo complessiva, non dicono con ciò che questo mondo sopra il naturale non esistesse, dicono solo che loro si occupano di quello che si può vedere e toccare. Similmente oggi, la “scienza economica” può pesare, misurare e dando numero “oggettivare” solo alcune cose e quindi a ritroso deve postulare che il comportamento economico umano che è l’oggetto della disciplina, è dato da un singolo individuo che agisce mosso da unilaterale egoismo potenziato da facoltà di calcolo costi/benefici, cioè razionale. Questo individuo de-socializzato, de-storicizzato, de-emotivizzato ovviamente è una pura e pure un po’ sciocca astrazione ma essendo necessaria, diventa convinzione condivisa ed incrollabile. Complice la gerarchia delle immagini di mondo che mette quella economica sopra quella psicologica o sociologica o antropologica e complice la rigida separazione delle discipline con interdizione rigida delle reciproche intromissioni in campi del sapere separati, gli economisti imperversano nel campo narrativo con questi loro modelli astrusi senza che vi sia una pesante e definitiva censura epistemica sulla loro insopportabile favolistica. Tanto meno nessuno si premura di avvertirli che un riduzionismo così infantile tra micro a base del macro, non si contempla più in alcuna provincia dell’ indagine scientifica[5]. Se c’è la fede c’è l’ordine e del resto la tua cattedra deve sfornare individui utili al gioco che ordina l’intera società quindi  non è proprio il caso di dire che il re è nudo o che la Terra gira intorno al Sole, siamo sempre nell’era della fede ma adesso è “scientifica”.

Arriviamo così a quella che Panksepp chiama la “dittatura comportamentista”. In pratica, il principio è ancora quello dei biofisici berlinesi, la scienza tratta ciò che può trattare ed ad esempio, è certo condizionata dal parallelo sviluppo tecnologico, non c’è il microscopio sei convinto di certe cose, arriva i microscopio ti convinci di altre, così con telescopi ed acceleratori. I comportamentisti hanno così postulato che osservabile e misurabile oggettivamente è il comportamento, ciò da cui proviene è una “scatola nera”. Come funziona la “scatola nera” non possiamo saperlo quindi, scientificamente, non esiste, è sospeso, possiamo solo impegnarci sul suo prodotto evidente e ciò che era evidente era che il comportamento è appreso in base ad una somministrazione meccanica di premi e punizioni. Siamo sempre all’hypotheses non fingo (non faccio ipotesi) di Newton il che non è un principio in sé sbagliato, semmai lo è il come noi cancelliamo a priori -visto che non possiamo conoscerlo con certezza- quello che indubbiamente c’è anche se sopra vi campeggia l’etichetta dell’enigma. Inoltre, non è che questa autolimitazione all’osservabile e misurabile sia poi così neutrale, da questa grammatica dell’azione-reazione si proietta poi una immagine per dire che la “scatola nera” è un cablaggio sofisticato di imput-output di azione e reazione.  Si deduce dall’effetto la struttura della causa, per lo più in maniera lineare, il che, col CervelloMente è sicuramente una di quelle cose che non vanno fatte per via del primo principio di complessità.

Negli anni ’70-’80 iniziò la rivoluzione cognitivista che si sovrappose al dominio comportamentista, l’uomo divenne un computer che calcola processando informazioni, massimizzando il piacere (premi) e rifuggendo dai dispiaceri (punizioni)[6]. Ecco così mostrarsi per intero il dominio esteso della nostra immagine di mondo: nel mondo domina l’economia, la società è una composizione di individui in cerca di utilità (utilitarismo), l’utilità è oggettiva se misurabile, la ricchezza è misurabile, ottenere ricchezza è premio, non ottenerla punizione di comportamenti che si possono apprendere e gestire secondo il nostro elaboratore mentale a base di informazione e di programmi logico-linguistici. Condite con un po’ di darwinismo spenceriano ovvero competitività e lotta di tutti contro tutti ed individualismo proprietario, a loro volta derivati da Hobbes e Locke, un po’ di weberiano Beruf, di dover esser  e voler/dover mostrare i segni del nostro esser stati scelti dal Dio protestante, uno spruzzo di positivismo logico ed ecco l’immagine di mondo anglosassone che domina la loro società che domina l’occidente che domina(va) il mondo. La società è fatta di tanti aspetti, ognuno è oggetto di una disciplina separata ma poi tutto si tiene coerentemente assieme nella realtà (mondo) e nel suo riflesso (immagine) che -anche se non ne siamo pienamente consapevoli- è una unica e coerente se non col mondo, almeno in se stessa. Proprio per tenere le immagini di mondo massimamente logiche e coerenti in sé stesse, meglio staccarle progressivamente dal mondo disordinato. Nei rapporti col mondo, basta che siano “utili” e quella anglosassone, ai fini di adattamento ad una società governata da fatti riflessi seppur idealmente in questa immagine,  indubbiamente lo è.

Quando i cognitivisti portarono sulla scena la mente terziaria, quella distintivamente umana, le emozioni divennero un riflesso confuso che proveniva da qualche indistinta parte della mente (comunque al massimo la mente secondaria, quella corticale, non certo quella primaria, quella emotiva) ma che prendeva spessore e tridimensionalità cosciente solo quando vi veniva posta l’etichetta linguistica “soffro perché so di soffrire perché mi sono detto che provo -sofferenza-“. Panksepp è uno scienziato non un filosofo della conoscenza quindi è molto stretto nelle sue spiegazioni e nei giudizi, anche quelli che si sentono “polemici” ma più e più volte si meraviglia di come stimati scienziati possano diventare ciechi davanti all’evidenza dei fatti. Gli animali decorticati, privi quindi di neocorteccia non solo continuano imperterriti ad avere emozioni ma ne sono praticamente totalizzati. T. Kuhn il cui seminale “La struttura delle rivoluzioni scientifiche” spesso citiamo nei nostri articoli sull’immagine di mondo, ha ben descritto l’inesauribile resistenza che le immagini di mondo fanno quando ancora riconoscono il dominio del loro paradigma fondante. La nostra razionalità è tutta mobilitata a tenere assieme e coerente in sé per sé, un costrutto cognitivo ormai bombardato da fatti contrari, ma non lo molla fino a che non ha una funzionale alternativa. La funzionale alternativa fu -ad esempio- la relatività che finalmente riuscì a spiegare i dati del perielio di Mercurio che non tornavano con la meccanica newtoniana, con la relatività si spiegava tutto quello che già spiegava Newton ma anche quella piccola cosa che Newton non spiegava. E comunque, questo subentro paradigmatico, avviene molto lentamente e con dinamiche molto più complesse di quelle messe in evidenza da Kuhn che a sua volte indugia -a volte- in un certo idealismo razionalista.

Uno dei vantaggi perversi della nostra immagine di mondo la cui  unitarietà agisce ma all’ombra della nostra piena consapevolezza, si rivela anche nel come gli scienziati stessi trattano il binomio emozioni-animali. Gli scienziati si dichiarano tutti allineati ad una certa interpretazione di Darwin ma il vantaggio delle interpretazioni è quello che si permettono delle libertà nel mentre si dichiarano ortodosse. Così, Darwin certo riteneva le emozioni lo stadio dell’evoluzione che abbiamo in comune con gli animali mentre i darwinisti non conseguono da questo l’ovvia credenza che Panksepp ha in comune a MacLean a proposito dei vari step dell’evoluzione cerebrale. Questa credenza pensa che il cervello o mente primari, quello che abbiamo in comune con gli animali è la sede delle emozioni primigenie mentre il nostro specifico viene in parte dalla secondaria (apprendimento ed azione dal e sul mondo) e soprattutto dalla terziaria, la neocorteccia. Noi stessi nell’infanzia, mostriamo un dominio della mente affettiva e solo dopo la comparsa di quella comportamentale e cognitiva secondo lo schema dell’ipotesi euristica per la quale l’ontogenesi ripercorre la filogenesi. Tutto ciò è conseguente la concezione progressiva e continuista dell’evoluzione che aveva Darwin mentre molti neo-darwinisti, pensano che ci sia stata una discontinuità tale da creare ex-novo l’umano sapiens  già tutto comportamentale-cognitivo-linguistico, da cui molte farneticazioni della prima sociobiologia e della psicobiologia à la Pinker, appoggiate al paradigma linguistico che è l’unica vera specialità concettuale del Novecento, da Wittgenstein a tutta la “filosofia” analitica. Dai “neo” darwinisti ai “neo” liberali si dimostra che la novità non è sempre garanzia di progresso. In questo senso, le immagini di mondo, mostrano una volta di più, la loro tendenza a controllare la coerenza dei loro assunti generali che sono definiti ex ante ed emotivamente. Per non parlare del’innamoramento frutto del puro senso estetico (una emozione) per la “bellezza delle teorie”, soprattutto quelle controintuitive e per quell’imbarazzante fenomeno che sono le eiaculazioni matematiche che come nella prova ontologica di Anselmo danno per dato quello che debbono dimostrare e poi s’infiammano perché l’hanno logicamente dimostrato come se il logicamente vero producesse l’ontologicamente vero. Il “sonno della ragione genera mostri” ma qualche volta, anche la ragione accusa qualche gravidanza indesiderata.

Sembra così che la mente cognitiva superiore non voglia spesso riconoscere, né rileggere in modo accurato, ciò che accade nella mente affettiva inferiore” sottolinea Panksepp. La “grande intuizione” del filosofo morale Adam Smith, fu quella che incanalando le passioni del dominio, dell’accumulazione egoista, del guadagno tesaurizzato in un sistema di cosa da fare, si poteva rendere la società funzionale e progressiva, potente ed ordinata. Ma il tumultuoso disordine delle passioni ha continuato ad affliggere tutto il razionalismo moderno tanto che quando le si sono aperti spiragli di libera uscita, ecco che sono state presentate come prorompere liberatorio del dionisiaco, dell’irrazionale, della passionale ed animale volontà di potenza, dell’inconscio insondabile. Certo così si manifestano le emozioni se vengono segregate nelle prigioni cieche del silenzio ma se le si approccia come parte della mente unitaria, di una mente “naturalizzata” e non idealizzata, integrata e non scotomizzata, se la mente terziaria le leggesse non come altro da sé ma come parte dello stesso sé, forse l’autocomprensione dell’umano farebbe un bel salto in avanti. Ad esempio verso un razionalismo emotivo consapevole di se stesso.

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Il lavoro scientifico di Panksepp, dettaglia per esteso i sette sistemi delle emozioni di base, ne rivela il funzionamento chimico, strutturale e funzionale, tra topi che ridono a ultrasuoni e gamberetti tossicodipendenti, mostra l’evidenza senza appello del trionfo del cervello emotivo negli animali privati chirurgicamente della neocorteccia, mostra per comparazione l’ostinata rimozione dell’evidenza dei fatti da parte degli scienziati prigionieri della doppia carcerazione in strutture sociali (università, cattedre, pubblicazioni)  e di pensiero (l’immagine di mondo scientifica auto reclusa nel recinto del “ciò di cui si può parlare può esser detto e su ciò di cui non si può parlare è meglio tacere”). Ripetuto l’appello a prender atto dell’evidenza biologica avversata da grande parte della letteratura teorica anglosassone che, coerente con le preferenze individualiste competitive ed egoiste che fanno da triste modello alla “scienza triste”, nega che “uno sviluppo emotivo sano si basa fortemente sul mantenimento di interazioni umane solidali”. Da parte del suo interesse scientifico, l’orgoglio della neuroscienza affettiva a presentarsi come terzo incluso nel dialogo con le neuroscienze comportamentali e cognitive al fine di costruire una teoria della mente davvero umana e davvero realistica.

A noi interessava soprattutto convocarlo al tribunale della ragione per giudicare la stessa storia della nostra ragione. Una storia monopolizzata da maschi bianchi per lo più anziani, mobilitati per secoli ad evitare in ogni modo noi sia apra la scatola magica per vedere davvero come funziona al suo livello materiale stante che certo questo non determina tutto ma molto, sì. L’interdizione allo studio del CervelloMente ha funzionato fino a solo pochi decenni fa, è da molto poco tempo che studiamo ciò che ci fa essere ciò che siamo e pur avendo superato questo primo tabù, siamo solo ai primi passi. Passi resi ancora difficili dall’ingerenza silenziosa di presupposti epistemici-normativi invisibili ma sul piano del pensare non meno decisivi. Condizionati da finanziamenti che chiedono solo come intervenire sul comportamento e la cognizione al fine di dilatare i profitti di Big Pharma, dell’industria militare, del controllo digitale e del neuro-marketing. Da assetti dominanti la professione del pensatore sia esso teorico o empirico, da immagini di mondo che governano il nostro mondo pratico e sociale e non possono esser falsificate senza che crolli l’ordine sociale che ne consegue. Da credenze ritenute fatti sulle quali prosperano i confini disciplinari che segnano il proprio di intere categorie professionali che campano su conoscenze parziali e chissà quanto realistiche.

L’audizione del testimone Panksepp, ci dice una volta di più che oggi, il problema centrale del pensiero occidentale è rivedere a fondo come e cosa pensiamo, visto che si notano allarmanti segnali di disadattamento tra la nostra mentalità e il mondo a cui dobbiamo adattarci dopo averlo cambiato così velocemente e profondamente, l’auto-analisi del pensare e dei pensieri è compito prioritario. Mente, Natura e Storia, questo il triangolo (a proposito delle persistenze pitagorico-platoniche) che dobbiamo approfondire, il sempre attuale da dove veniamo, chi siamo e dove stiamo andando. Formuletta usata con intenzioni ironiche spesso, svilimento e ridicolizzazione di una importanza auto-evidente a cui si vuole interdire l’accesso. C’è una lotta di classe anche nel campo del pensiero, i dominati ascoltino, preghino, lavorino, ripetano a pappagallo ed apportino qualche inessenziale nota aggiuntiva all’impianto che domina, applaudano, deleghino i dominanti che tali sono  e sono stati nei secoli anche perché essi solo in possesso delle risposte giuste alle tre domande aperte proprie di ogni singola esistenza pensante.

E’ invece ora di tornare al “conosci te stesso” in una democrazia della ricerca e della conoscenza.

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[1] L’autore del testo è professore di Storia del Mediterraneo ad Harvard ed è stato quindi fortemente influenzato dal concetto braudeliano di longue durée.

[2] https://www.facebook.com/tempiprofondi/

[3] A cui si aggiungono quelle a suo tempo già segnalate da Freud nel “disagio della civiltà”, stante che grande parte della nostra complessione è stata adattativa ad un mondo molto diverso da quello in cui viviamo solo da cinquemila anni, un tempo ridicolo per immaginare serie riconfigurazioni adattative del CervelloMente.

[4] Panksepp però si rivolge spesso nel testo al concetti aristotelico di phronesis, accettazione e gestione saggia delle emozioni. Non è che Epicuro fosse poi molto distante sebbene ci sia stato tramandato in modo distorto.

[5] http://evonomics.com/why-economists-have-to-embrace-complexity-steve-keen/

[6] Val la pena di ricordare l’abusata notazione di tanti storici delle idee su questa mancanza di fantasia dell’analogia per la quale la metafora guida nel XVI secolo era l’orologio, poi il mulino, poi nel XIX secolo la macchina a vapore e di recente, il computer. Ora ci possiamo aspettare qualche brillante articolo sul fatto che il mondo è un fidget spinner o una criptovaluta?

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IL PROBLEMA DELLA SINTESI DEL COMPLESSO UMANO.

Questo articolo ha in oggetto la conoscenza del fenomeno umano nel suo complesso. E’ un articolo di riflessione sul metodo, sull’unità e diversità delle discipline, degli oggetti, delle menti che tentano di catturarli.

Io sono solo e  lo specchio infranto.

S. Esenin, L’uomo nero. 1925

In una articolo del 1960[1], F. Braudel torna su un tema a lui -ed a noi- particolarmente caro, il problema dell’unità e diversità delle scienze sociali. Schematicamente, la conoscenza umana, si modula su tre ambiti generali. Le scienze naturali si occupano del mondo fisico-chimico e biologico, la filosofia, l’arte e la religione si occupano dell’uomo in quanto tale, le “scienze” umane si dovrebbero occupare di quel territorio in comune in cui l’uomo (psicologia) incontra ed entra in relazione con gli altri uomini (demografia, etno-antropologia, sociologia, linguistica), per fare cose (economia, politica, storia evenemenziale cioè basata su gli “eventi”, date, luoghi, uomini illustri; storia delle idee e delle culture) all’interno di un contesto (geografia) e di un tempo (storia di media-lunga durata). Il cruccio di Braudel è leggere con evidenza che l’oggetto generale di questo gruppo di discipline intermedie è comune ed unico -l’interrelazione, l’organizzazione e l’azione umana, singola e collettiva, nel contesto dello spazio-tempo- ma gli sguardi (ed i metodi di osservazione, analisi e categorizzazione) delle varie discipline sono assai diversi. La specializzazione della varie discipline, istituzionalizzata in dipartimenti non solo incomunicanti ma addirittura in competizione tra loro, sviluppando metodi, patrimoni di conoscenza, linguaggi del tutto eterogenei, crea una babele di prospettive che non arriva mai a sintesi. Insomma l’oggetto è uno ma i soggetti che l’osservano sono piantati in differenti prospettive che leggono con diverse lenti solo le luci e non le ombre, gli infrarossi ma non lo spettro del visibile, le onde lunghe ma non quelle medie, le corte ma non le cortissime. Per fare un esempio, questo breve filmato dell’Istituto Nazionale di Astro Fisica (INAF), mostra come la recente immagine completa della nebulosa del Granchio, sia la sovrapposizione delle rispettive immagini di cinque telescopi: uno leggeva le onde radio, uno l’infrarosso, uno lo spettro visibile, uno i raggi x  ed un altro l’ultravioletto (qui). Quello di cui Braudel lamenta la mancanza è l’immagine finale, la sovrapposizione di tutte le lenti di lettura di quello che è un solo ed unico fenomeno, per quanto assai complesso (dotato di molte parti in interrelazione).

La prima cosa che stupisce di questo discorso è che le considerazioni di Braudel, considerazioni se vogliamo di una sconcertante banalità e buon senso, non siano patrimonio comune di qualsivoglia studioso, epistemologo, filosofo della conoscenza. Che nessuno o assai pochi, sentano grave questa mancanza di immagine finale. Nessuno di noi si sognerebbe di incontrare un amico e dire “oh ecco una costruzione sistemico-molecolare mobile” oppure “oh ecco un nevrotico compulsivo funzionale” o anche “o ecco un decisore razionale di utilità posizionato nel cluster di medio reddito ma alta cultura”, se non “o ecco un liberale progressista con venature socialisteggianti” per non parlare delle etichette “hegeliano” o “parlante lingua di origine indoeuropea” o “di terza età” etc. Insomma, un “gavagai” di quineiana memoria[2].  Qui non si parla solo del fatto che non ci sia un unico sguardo ma del fatto che i molteplici sguardi la cui utilità di specifico analitico è indubbia e certo superiore alla immediata percezione olistica del “tutto è uno”, non trovino un luogo, un metodo, un momento, una disciplina a sé, in cui riunificarsi stante che il loro oggetto di osservazione certo è plurale al suo interno ma anche unico nella sua forma sistemica. Poiché i nostri sforzi conoscitivi tendono a dotarci di conoscenza su gli oggetti e su i fenomeni, questa ampia ma frammentata e conoscenza, ha una utilità molto parziale.

Sul perché storico di questo stato di cose si possono fare delle ricostruzioni e delle congetture. Quanto alla ricostruzione, se prendiamo Aristotele che non va preso (come Platone) solo in quanto tale ma in quanto a capo di una scuola (Liceo per lo stagirita, Accademia per l’ateniese), vediamo tutto l’ampio spettro della conoscenza dell’epoca, riunita in un unico discorso. Non in un unico studioso, anche Aristotele ad esempio, semmai fu lui e solo lui a scrivere la Politica, lo fece certo sulla base dell’enorme collezione di costituzioni della varie poleis greche (più di cento a quanto pare) racchiuse nella biblioteca del Liceo, a loro volta certo studiate, sistematizzate e compendiate da un nugolo di scolari (studiosi). E possiamo -ahinoi- solo immaginarci i momenti di dialogo collettivo, in cui questa enorme mole di conoscenza specifica, veniva centrifugata nel lavoro del cervello collettivo della scuola, cercandone sia la condivisione, sia la sintesi al fine del poter rispondere alla domanda che aveva mosso tutto questo sforzo: qual è la costituzione migliore? Ancora nel medioevo, nella formazione degli studi che prevedeva prima il trivio, poi il quadrivio, questa conoscenza era indivisa ed in parte, tale rimase nell’umanesimo e nel rinascimento. Ma già nel medioevo, ecco comparire le scuole di logica, di calcolo (abaco), di giurisprudenza e le varie professioni informate come quella medica e poi con il big bang Copernico – Galileo – Descartes – Newton, dalla Royal Society in poi, non solo compare l’intero ambito di studi naturali (la scienza) ma anche la profonda separazione delle filosofie ancora indivise in Tommaso d’Aquino. Quelle specializzazioni che poi trionferanno nella fabbrica degli spilli di Adam Smith, le cattedre ed infine, nel XIX secolo, la nascita a ripetizione di tutte le discipline “sociali”, ognuna con un suo fondatore che ne è stato anche primo epistemologo. Questa storia è ancora storia di fatti, per quanto i fatti non siano esenti  dalla soggettività interpretativa di chi li cita e li presenta al tribunale della ragione.

Ma questa  ricostruzione deve ricorrere alle congetture per tentar di spiegarne le ragioni. Si potrebbe dire che al tempo dei Greci, la quantità di conoscenza era ancora molto limitata, tale da poter entrare nel lavoro di un gruppo di scolari e da questi, al ruolo di sintetizzatore del caposcuola. In seguito, nel medioevo, si può dire che il taglio a priori della conoscenza, limitata a metter le virgole al discorso già bell’è pronto svolto nell’Antico e Nuovo testamento, ne facilitava certo il compito. E’ quando si è rotto il vaso di Pandora dell’immagine di mondo teo-religiosa dominante che gli sguardi sono usciti in libera diaspora (poi mica tanto libera se leggiamo le biografie dei primi scienziati e pensatori, ed ancora fino alla Londra anglicano-protestante di Darwin), contemporaneamente alla rottura dell’ecumene dei chierici e del latino. Tanti stati nazionali, tanta conoscenza espressa in diversi lingue, tante corse diverse ad oggetti specifici dall’economia di Petty e di Quesnay; alla giurisprudenza e poi alla politica di Grotius, Althusius, Puffendorf, poi Hobbes, Locke, Rousseau; alla fisica terrestre diversa da quella cosmica, all’alchimia che trapassava in chimica, le varie branche della nuova medicina scientifica e così via. Due forze quindi s’incrociano a base di questo fenomeno: l’oggettivo aumento della complessità interna al sistema della conoscenza umana che si pluralizza, la perdita di un centro che fosse il caposcuola o il dominio di uno stretto paradigma ordinante e limitante, come la fede nel Signore onnipotente ed onnisciente. Di contro, l’oggettiva pluralità linguistico-culturale e la funzione guida dei paesi nord-europei che maggiormente liberi dal dominio soffocante del potere pontificio, convertirono il loro atavico paganesimo naturalistico in pathos scientifico. Intorno, di contesto, una società sempre più impegnata a fare, a svilupparsi, a produrre da sé la materia che arredasse ed alimentasse la vita concreta. Non a caso, Smith ricorre alla locuzione “mano invisibile” per segnalare come tutto questo apparente disordine pluralistico, alla fine “quasi magicamente” produce un ordine, quindi inutile cercarlo con l’intelletto. Divieto a lungo reiterato poi da Hayek ma vizio masochista di auto-subordinazione e finta modestia già presente in Agostino sebbene in favore di una “mano invisibile” di altra natura, se di “natura” si può parlare in ambito di fantasmi metafisici.

Questo movimento, è accompagnato dalle contorsioni del canone filosofico. Ancora con gli enciclopedisti francesi ed in Leibniz ed in Kant, abbiamo filosofi che includono nel loro pensiero,la conoscenza scientifica[3] ma con l’idealismo tedesco e stante che gli inglesi certo non si ponevano questo problema tanto poi da dar successivamente vita a quell’unica filosofia logico-linguistica che si chiama “filosofia analitica”, la filosofia lascia andare per la sua strada la scienza. Hegel, ci prova una ultima volta a restituire un quadro complessivo con l’Enciclopedia delle scienze filosofiche, Marx azzarda una definizione “scientifica” del suo socialismo, Comte cucina un confuso minestrone scientifico-religioso-politico che come una cattiva ratatouille, ha solo sapori grigi. La scienza intanto inanella una serie impressionante di successi teorici e pratici, guida il pensiero di società espansive (quindi dimostra di essere sintonica ed utile al reale concreto) e quando sorgono i diversi sguardi sociali, questi non trovano di meglio che distanziarsi immediatamente dalle nebbie filosofiche e tendere all’iscrizione nella vivace e ben considerata famiglia delle scienze. La società occidentale, persa la verità trascendentale, ha bisogno di un canone dell’oggettività altrimenti s’instaurerebbe la democrazia delle opinioni.

Nascono così le “scienze” sociali, con metodo che si vorrebbe derivato dalla conoscenza della natura non umana, applicato a fenomeni generati dalla natura umana. Poiché nessuno tiene più il bandolo della matassa, a nessuno viene in mente che l’applicazione di un metodo usato per certi oggetti, non può funzionare perfettamente su oggetti ontologicamente assai diversi e del resto, “cos’è l’umano?” è una domanda a cui ormai risponde solo la mano invisibile. Peccato che nella conoscenza non ci sia alcuna mano invisibile (e chissà poi se c’è nell’economia a base di mercato).  Tant’è che seguendo una sottolineatura data dal Fornero nella Storia della filosofia con Abbagnano  (UTET), ovvero che ogni filosofia e quindi ogni filosofo parte da una raramente esplicita e più spesso implicita risposta alla domanda cruciale, ecco il proliferare di una serie di antropologie parziali e quindi basicamente infondate. L’uomo è mosso dall’Idea, no dalla condizioni materiali, no è un animale politico, no è razionale, no mica tanto ha l’inconscio e la volontà di potenza, sì ma è individuale o sociale?, parla o è parlato dal linguaggio? guarda che è particolare – ma no, è universale! E’ violento! No, è cooperativo! No è egoista! No è perso nel dolore della sua esistenza. Ragazzi, diamoci un taglio, è  solo un contenitore a perdere per l’egoistica riproduzione di geni! Massimizza l’utilità? L’egoismo riproduttivo? Anela all’assoluto mentre cerca un posto in banca? Stante che questo “uomo di tutti gli uomini” è invariabilmente maschio, bianco, europeo. Insomma, la qualunque, in una multisala in cui si proiettano film con la stessa trama ma in cui l’autosservazione britannica bitanicizza l’universo mondo, così quella francese, quella tedesca, infine quella americana (un popolo che ha tre secoli di storia che vuole spiegare a tutto il mondo come questo deve essere) la classe dominante tutte le altre ed ogni film ha la sua casa di produzione concorrente alle altre ed i registi si fregiano dell’ambito titolo di Maestro. Infine, col postmoderno, questo caleidoscopio di frammenti diventa una celebrazione in sé e via con gli studi sul ruolo del bicchiere negli ultimi sei secoli.

Nel frattempo, il mondo è diventato più complesso quindi fatto di parti, l’interrelazione è garantita dall’ordine economico di mercato che fa sistema, la conoscenza è frantumata in altrettanti parti e fa sistema anche lei con l’ordine economico di mercato. L’uomo per istinto tende a conoscere ma cosa e come lo deciderà la logica con cui organizza la sua economia sociale. Va da sé che, quando questa forma di organizzazione, come oggi accade, perde copi a ripetizione poiché non dà alcun senso se non il “funziona”, quando non “funziona” più, essendo tutti embedded al sistema che va in crisi, va in crisi anche la pletora di studiosi. Come nell’epica scena di Blues Brothers in cui John Belushi elenca in parossistico sequenza crescente le ragioni per cui non si è presentato al matrimonio con Carry Fischer, enucleano in un coro dissonante, diagnosi e prognosi a casaccio. Chi sa più dire cosa è il complesso umano, nel suo individuale come nel suo sociale? Se va in crisi il sistema complessivamente inteso, chi saprà dare diagnosi di questo intero che -in quanto tale- esso solo è il vero? A cosa ridurlo? Come determinarlo? Come sintetizzarlo? A quale contesto metterlo in risonanza per comprenderne i problemi e le opportunità adattative? Babele. Ma non una proficua babele ricca di idee sullo stesso oggetto, ma un babele su porzioni diverse dello stesso oggetto, di riduzioni ingiustificate dell’oggetto ad una sua parte, per altro con altrettante idee diverse, più che altro una “canizza”[4].  Insomma “Io sono solo e lo specchio è infranto” come recitava il poeta. Ma torniamo a Braudel che su questo argomento,  ci fa da Maestro.

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La vita è troppo breve per permettere a uno di noi di acquisire molteplici specializzazioni[5] diceva il francese, per poi aggiungere, su metafora mercantile, come fosse altresì assai improbabile che il mercato comune delle scienze dell’uomo si potesse realizzare per somma e sovrapposizione di accordi bilaterali ed unioni doganali il cui cerchio si sarebbe poi espanso a poco a poco, ma inesorabilmente.  Preso ormai dalla possessione della metafora, aggiunse che sarebbe stato  meglio dichiarare un libero mercato con abbassamento simultaneo dei diritti doganali. Si poneva però allora il problema del vocabolario comune, quindi dei concetti che Braudel immagina potersi formare secondo la logica delle lingue creole o dei pidgin, mischiando e storpiando i termini a cui dare nuova fonologia, crasi, prestiti incrociati, insiemi di definizioni con qualche sovrapposizione. Ma ecco un’altra possibilità. E’ il richiamo a Aleksander Gieysztor, capo scuola degli storici polacchi, il quale propone il lancio di un nuovo tipo di studio, gli “studi complessi”. Gli “studi complessi” di Gieysztor vedevano un oggetto delimitato da alcuni principi (anche più d’uno) come ad esempio, la porzione geografica, la cronologia, la natura stessa dell’oggetto, osservato in simultanea da un nugolo di diversi specialisti, un po’ come negli “area studies” di origine americana. Insomma se non c’è una unica scienza si chiamino le diverse scienze al capezzale di uno stesso oggetto. E fa sorridere il giudizio del vecchio Maestro che rimprovera ai colleghi di Harvard, della Columbia e di Seattle del tempo, lanciatesi in questa nuova avventura epistemica, di voler comprendere la Cina o l’India raramente invitando uno storico e mai un geografo, come se sociologi, economisti, linguisti e psicologi potessero da soli mobilitare la sintesi della scienza umana. Fa sorridere questo antico vizio anglosassone-moderno di sradicare gli oggetti dallo spazio e dal tempo per poi osservarli “scientificamente” perché così non si muovono, stanno fermi, non hanno condizioni, non cambiano, sono praticamente morti come già Vico rimproverava a Descartes, se ben ricordo.

Siamo così a due possibili stratificazioni della conoscenza di questo vasto campo. Lo strato attualmente vigente di meno di una decina di discipline che nel frattempo hanno prodotto articolate radici a loro volta sempre più limitatamente specialistiche. In questo strato condominiale, ognuno ignora l’altro e se lo incontra in ascensore, il silenzio alimenta l’imbarazzo oltre ad alimentare surreali fenomeni come quello per il quale un’intera disciplina dall’istinto imperialista quale l’economia, discende da un postulato sulla natura umana che farebbe rotolare dal ridere uno studente al primo anno di psicologia o un antropologo o credo, anche un sociologo alle prime armi. Per non parlare di un seguace di Freud o Nietzsche o Marx o un artista o un religioso. Salvo poi ricredersi e consegnare un Nobel nel 1978 a Herbet Simon perché gli aveva dimostrato matematicamente che la razionalità umana è “limitata”. Accipicchia! Questa sì che è una scoperta  … .

Un secondo strato non vigente ma possibile, da sperimentare, è quello  dell’orchestra polifonica che interpreta lo stesso spartito con strumenti diversi ma senza direttore d’orchestra. Già meglio. Ma nelle strutture di pensiero codificate poi da scuole e compartimenti disciplinari, è assai difficile si venga a produrre una reciproca fertilizzazione laddove eterogenei rimangono le prospettive, i postulati, i metodi ed i linguaggi, cioè i concetti. Lo stesso Braudel accenna alla possibile unificazione con l’adozione del metodo matematico o del concetto di struttura che imperversava in Francia con Levy Strauss e andava codificando oltreché l’antropologia culturale anche la linguistica. Del resto, la “struttura” nasce in linguistica con De Saussure o meglio … . Se ricordo bene, nel Corso generale di De Saussure (1916) che com’è noto è scritto dai suoi allievi, compare una o due volte il termine struttura, in realtà De Saussure usa ovunque e ripetutamente il termine “sistema”. Si potrebbe allora dire che struttura è una sottospecie specifica del concetto di sistema e quantomeno convenire su questo come unità ontologica. Le scienze umane si occupano di sistemi umani, economici, sociali, mentali e psichici, linguistici, culturali, etno-antropologici ed ovviamente storici e geografici. Ogni oggetto di studio è un sistema, più o meno arbitrariamente ritagliato dal flusso del reale. Ne discenderebbe anche una certa possibilità normativa in metodologia visto che la cultura sistemica ha già una sua approfondita tradizione. I sistemi sono fatti di  unità, individui, punti di una rete, ruoli parentali o professionali o sociali o anagrafici o di genere, strati sociali o classi o cluster altrimenti definiti, funzioni, ordinatori, agenti, popoli, stati, civiltà, insomma “parti”, tra loro in interrelazione. Già una concezione sistemica dell’uomo, dissolverebbe le antiche dicotomie del razionale-emotivo, individuo-società, strutturale-sovrastrutturale poiché i sistemi sono così ospitali da permettere di includere ciò che nelle dicotomie è ritenuto alternativo. I sistemi non soffocano le differenze in una mistica unista ma fotografano l’oggettiva convivenza in un unico sistema (ad esempio “l’uomo idealtipico”) di caratteri diversi, anche conflittuali. Ciò che non si capisce di molti studiosi che si fregiano del crisma di scientificità è come possano prender parte a queste tenzoni di senso affermando che l’uomo è l’uno o l’altro quando è palese che è, sia l’uno che l’altro.   I sistemi hanno uno o più ordinatori, fini, strutture ricorsive ed invarianti o varianti a certe condizioni, un’architettonica, una ecologia. Tutti i sistemi hanno interrelazioni con altri sistemi e con il contesto o “ambiente” nel quale si trovano. Tutti i sistemi hanno una storia. Quale scienza umana avrebbe dissonanza con questa base definitoria generale? Ma chi dovrebbe proporre questa novità del condividere il primo passo di ogni conoscenza, l’ontologia?

Veniamo allora ad un altro scritto di Braudel[6], la pudica e continuamente deviata risposta alla domanda su quale fosse la sua formazione di storico, incessantemente fattagli per il Journal of Modern History da un altro grande, William McNeil, tra i padri della World History di cui abbiamo parlato qui e qui. Braudel trasforma  la propria biografia intellettuale, nel racconto di chi prima di lui, ha tracciato sulla cartina del pensiero, il tracciato del nuovo percorso che poi diverrà il percorso della scuola delle Annales. Troviamo lì un personaggio molto poco noto, eppure alla base di una intuizione fondamentale: Henry Berr. Già nel 1892, Berr scriveva che al Collége de France, si insegnava “…la storia dell’arte, la storia della filosofia, la storia delle legislazioni, la storia economica, vi si insegnano delle storie ma non vi si insegna la storia”. Nel 1910, ripropone la sua candidatura al Collége per una cattedra di “Teoria e storia della storia”, una metastoria. Nel verbale della commissione del consiglio dei docenti, il relatore che sponsorizza questo innovativo progetto è H. Bergson, il filosofo che ha pensato per primo che il tempo è fatto invero da diverse durate. Ma Bergson non è un “cuor di leone” e la sua prolusione in favore di Berr è assai fiacca, così che il progetto non riceve neanche un voto di assenso. Certo, nessun potere locale cede spontaneamente pezzi della propria sovranità, anche di quella epistemica, ad un potere centrale di ordine sintetico superiore ma forse c’è dell’altro a ragione di questo rifiuto.

La precedente tesi per l’abilitazione all’insegnamento di Berr, aveva un lungo titolo fatto di due assunti. Il primo era “La Sinthése des connaissances et l’histoire” , un programma che già tracciava l’idea di una storia come amalgama delle cronologie di tutti i fatti che conosciamo del fenomeno umano. Il secondo però, che Braudel suggerisce di leggere come più importante era “Essai sur l’avvenir de la philosophie”. Ed ecco il nostro Maestro con occhio lucido segnare il punto “Ma forse per questi primi e necessari sguardi d’insieme occorreva precisamente un filosofo”. Non si trattava di mischiare tra loro indagini che hanno ontologie, logiche e metodi diversi che in una certa misura è bene rimangano tali. Non si trattava di obbligarle a convergere in una meta-conoscenza operata da una di loro, fosse stata anche la storia che come sequenza di cronologie era quella più neutra rispetto alle scelte di taglio epistemico fatte nelle singole discipline, al limite coadiuvata dalla geografia cioè le coordinate di “tempo” e “spazio”, l’estetica trascendentale di Kant. Si trattava semmai di chiamare un punto di sintesi terzo, esterno al panorama degli scienziati dell’umano, il punto di chi per suo metodo pensa alla riflessione, alla conoscenza di quel tipo di conoscenze. Questa era la possibile sintesi, l’afferenza di tutti i guadagni conoscitivi locali a grana fine se non finissima, ad un Io penso che pensa per concetti, a grana grossa. Ecco l’architettonica di una possibile conoscenza sintetica del fenomeno umano dato dalla collezione del suo agire empirico, individuale e sociale. Il circolo del pensiero che pensa se stesso, si sarebbe poi ricorsivamente attivato negli scambi tra studiosi locali e sintesi generali, i primi avrebbero visto riflesso il loro e l’altrui lavoro in un unico possibile discorso, i secondi avrebbero assunto le informazioni da sintetizzare in concetti ed in sistemi di concetti, direttamente dal lavoro dei primi. Né più, né meno, il lavoro dei Khun, dei Fereyabend, dei Lakatos, dei Popper, dei Duhem e di molti altri che però, agirono nei confronti delle scienze dure. Ci voleva una epistemologia filosofica che non si riducesse alle dispute sul metodo sebbene certo la critica del metodo, anzi dei metodi, sarebbe stata altresì di grande utilità (si pensi all’utilità di una severa censura condotta non sul piano politico ma gnoseologico, dei postulati surreali sulla natura umana operati dagli economisti[7]). Accanto al discorso sul metodo, qui andava operata una conoscenza sintetica a posteriori, la sovrapposizione delle immagini di mondo di tutti i telescopi che hanno oggetto la stessa nebulosa, la nebulosa che là fuori nel mondo reale è “una”: la vita umana.

Secondo Braudel, Berr fu “l’amministratore dell’eresia” e dal suo circolo intellettuale di discussioni collettive tra portatori di varie discipline, nacquero le Annales di Marc Bloch e Lucien Febvre nel 1929. Ritroviamo qui il sistema delle menti in interrelazione alla base delle varie scuole di Atene, delle università medioevali, dell’umanesimo e del rinascimento, della Royal society e dell’accademia leibniziana di Berlino, dell’Encyclopédie di Diderot, dell’idealismo tedesco, delle conferenze Solvay dei grandi geni quantistici (e relativistici), delle conferenze Macy da cui origina tanta cultura della complessità. Ma le Annales, non  erano ancora la “synthèse” a cui Berr aveva nel frattempo dedicato la sua rivista ma un inizio, rivoluzionario ma ancora parziale, in cui geografia, storia, economia interferivano le loro onde a ricostruire un primo profilo complessivo del fenomeno umano sociale in un dato tempo di lunga durata.

L’intuizione di Berr, la necessaria sintesi che solo uno sguardo terzo può fare di una così ampia ed eterogenea e ricca proliferazione di conoscenze,  rimane lì e noi da lì vorremmo ripartire, sviluppando in seguito, successivi ragionamenti. Da gli “studi complessi” di Gieysztor, la “Revue de synthèse” di Berr, un “pensiero globale” per citare un’ultima volta Braudel, arrivano gli stimoli per pensare una nuova disciplina fatta di generalisti che studino la vita umana nel suo intero, quella che poi noi qui chiamiamo : filosofia della complessità, la sintesi del “complesso umano”.  Questa “filosofia della complessità” sarebbe chiamata ad aiutare l’umano a capirsi meglio, a raccogliere -ancora una volta e per sempre, perché tale programma di ricerca non potrà mai avere termine-, l’accorato consiglio che risuona dalla antichissima sapienza greca: conosci te stesso.

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[1] “Unità e diversità nelle scienze dell’uomo”, del 1960, in F. Braudel, Scritti sulla storia, Bompiani, Milano, 2001-2016, pp. 73-82

[2] Cito l’intero pezzo riportato da Wikipedia: –L’esempio proposto da Quine in proposito, ora divenuto leggendario riguarda la parola gavagai pronunciata da un nativo in presenza di un coniglio. Il linguista potrebbe tradurla con “coniglio”, o con “Guarda, un coniglio”, o “mosca del coniglio” (nome di un supposto genere di insetto che non abbandona i conigli), oppure “cibo” oppure “Andiamo a caccia”, o “Stanotte ci sarà una tempesta” (se i nativi hanno particolari credenze sui collegamenti conigli-tempeste), o anche “momentaneo stadio del coniglio”, “sezione temporale di una estensione tetradimensionale spazio-temporale di un coniglio”, “massa di coniglità”, o “parte di coniglio non individuata”. Alcune di queste ipotesi alla luce di ulteriori osservazioni possono diventare meno probabili—cioè ipotesi meno maneggevoli. Altre possono essere scartate solo ponendo ai nativi delle domande. Una risposta affermativa a “È questo lo stesso gavagai di quello precedente?” farà scartare “momentaneo stadio del coniglio”, e così via. –  Quine si riferiva all’indeterminazione delle traduzioni linguistiche ma l’esempio è pertinente al nostro discorso come indeterminazione delle definizioni. Questo elenco surreale ha probabilmente ispirato alcuni giochi nel Diario minimo di U.Eco. Del ’60 Quine, del ’63 Eco e certo Eco doveva conoscere il lavoro di Quine per strette ragioni professionali. Il pezzo è tratto W.O.Quine, Parola e oggetto, il Saggiatore, Milano, 1996. Da qui potrebbero partire tutta una serie di considerazioni sull’olismo della conferma (tesi Duhem-Quine) e l’utilità del relativismo ontologico per il nostro discorso ma questa è solo una nota e quindi lo faremo un’altra volta.

[3] Kant, in uno scritto ancora pre-critico, consiglia vivamente di dotare lo studente in formazione di una solida formazione di base in geografia ed antropologia.

[4] Rumore caotico auto-alimentato da più cani che abbaiano contemporaneamente l’un l’altro.

[5] Da qui in poi, le citazioni di Braudel o Berr si riferiscono a “La mia formazione di storico” (1972), in F. Braudel (2001-2016) op. cit., pp.271-295

[6] Vedi nota 2

[7] O si pensi all’utilità della liberazione dei marxisti dalla errata convinzione che le idee sono sempre e solo quelle che promanano dalla struttura sociale e questa dalla struttura economica ed in particolare dal possesso dei mezzi di produzione, convinzione paradossale dal momento che è derivata dagli scritti di un pensatore che di per sé dimostrava il contrario. Anche se la prima revisione profonda da fare è su quello statuto “scientifico” dato al comparto che Weber sintetizzò per primo dandone imprinting poi mai più seriamente discusso.

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XI JINPING E L’OCHETTA MARTINA.

La Belt and Road Initiative – BRI (che, come acronimo, prende il posto del precedente One Belt One Road – OBOR, detta anche “Vie della Seta”) ha avuto il suo primo summit fondativo. Si tratta di un progetto infrastrutturale (strade, porti, stazioni, ferrovie, reti elettriche – tlc, gasdotti etc.) che vorrebbe innervare l’eurasia, coinvolgendo Medio Oriente ed Africa, per cui sarebbe più giusto dire “afro-eurasia”. Il capofila è la Cina che traina l’economia asiatica (presa senza India e Giappone) che pesa un 21% dell’economia mondo. Assieme all’area russo-centro asiatica, arrivano al 23%. Coinvolgendo Pakistan, Iran e Turchia, si supera il 25%, un quarto dell’economia mondo. Questa rete potenziale di stati-economie ha dalla sua tre carte importanti: 1) la continuità geografica di aree differenti sia in longitudine, che in latitudine; 2) ricca dotazione di energia (Russia, repubbliche centro-asiatiche, Iran); ma soprattutto 3) ampi margini di sviluppo potenziale. Quest’ultimo punto dice che se oggi questa parte di mondo pesa un 25%, fra dieci anni (o forse prima) potrebbe crescere al 30%, è cioè all’inizio o poco dopo l’inizio, di un ciclo di sviluppo potenzialmente lungo. Lo sviluppo porta crescita di potenzialità, cioè essenzialmente “dinamica” e poiché la “dinamica” è molto attraente per tutti, non è detto che anche il Giappone (6,5% economia-mondo) ed area indiana (3.4%) oggi alieni dal progetto, non cambino idea. Poi c’è l’area del Golfo che vale un altro 2% mentre l’Africa che oggi vale solo il 3% dell’economia mondo è non solo apertamente in target al progetto ma è anche l’area di sviluppo più promettente del pianeta. Volenti o nolenti, i destinatari finali del network, sono gli europei oggi ancora il 22% dell’economia-mondo come UE ma, al di là del “peso quantitativo”, portatori di un ben maggiore peso qualitativo in termini di conoscenze e tecnologie. L’Europa è un’area storicamente in contrazione ma per il progetto in questione questo potrebbe essere un bene in quanto i valori quanti-qualitativi sono ancora -e per un bel tempo rimarranno- “alti”, così che un’Europa divisa, anziana, in contrazione ma ancora ricca e pesante, potrebbe essere partner e non dominus come è stato nella sua trisecolare storia imperial-coloniale.

Su questo progetto (BRI) si possono dire alcune cose. Questo è il quarto progetto-mondo della storia. Il primo invero non fu un progetto ma la risultante di una serie di spinte progressive mosse dalla concorrenza intra-europea che portò olandesi, portoghesi, francesi e britannici a muovere verso est, passando dall’Africa e bypassando gli arabi. Gli europei si presentarono qui e lì, occupando zone, commerciando in forme ineguali, usando spesso la forza militare. Fu quindi più che altro un fenomeno di rapina organizzata alimentato da volontà di potenza. Il secondo fu un progetto che si strutturò nel suo sviluppo, ovvero l’Impero britannico. Questo accentuò il controllo dei territori che nella fase precedente si limitava a porti o tratti di costa per commerciare con l’entroterra, accrebbe l’uso della forza e portò a forme di dominazione istituzionale e finanziaria. Il terzo è l’impero informale americano che superò l’imperialismo formale britannico, addirittura promuovendo la decolonizzazione formale, ma sviluppando tramite World bank, Fondo monetario internazionale, dollaro, sistema banco-finanza-off shore, network delle multinazionali e network di basi militari, una nuova forma assai sofisticata di controllo e dominio, non direttamente territoriale ma proprio per questo, con più ampie condizioni di possibilità in termini di estensione.

BRI si presenta quindi come la nuova puntata dell’interconnessione planetaria ma con punti di distinguo ben marcati: a) è il primo progetto non occidentale; 2) non è un progetto imperial-coloniale di dominio e controllo promosso da un solo agente; c) non è un progetto a base finanziaria e militare ma spiccatamente commerciale; d) è il primo progetto che si svilupperà in concorrenza ad altri interessi, quelli della potenza egemone che abita su un’isola (il Nord America può essere assimilato ad un’isola per quanto continentale). I progetti o le dinamiche precedenti hanno avuto scontri per l’egemonia come ben sostenuto da Braudel ed Arrighi ma non sulla logica del progetto o della dinamica. Si tratta cioè di un “progetto” che ha chiaramente un leader (la Cina) che col suo peso del 15% dell’economia mondo complessiva è certo egemone ma non dominante. Ciò porta alla formazione di una rete di cointeressenze che dovranno portare le entità coinvolte a cooperare. Ad esempio, la forza commerciale, produttiva e finanziaria della Cina non è anche forza militare ed energetica che sono atout russi; i ricchi di spazio non coincidono coi ricchi di fondi finanziari e così i ricchi di materie prime non coincidono con i ricchi di capacità trasformativa; il controllo e la difesa delle reti da stendere dovrà esser fatto dagli attori locali e non da quelli centrali; ogni eccesso di influenza e controllo potrebbe spingere i singoli pezzi della catena a defezionare magari sotto pressione ed inviti più o meno allettanti del concorrente principale (gli USA); la risultante dell’intreccio complessivo dei flussi commerciali dovrà mantenere una convenienza condivisibile, un grave problema locale -trattandosi di reti- diventerà generale e ciò porterà tutti i partner a condividere in simultanea l’interesse del bene comune infrastrutturale; sulla carta -e più ancora nel corso del tempo sul piano concreto- è un progetto-processo il che dovrebbe portare a forme di cooperazione di più alto livello (proprie istituzioni banco-finanziarie, nuove forme di valuta globale, nuove istituzioni politiche multilateriali, fors’anche inedite collaborazioni militari). Insomma, alla luce di un’analisi non ideologica, BRI sembra corrispondere in potenza, a quanto affermano i suoi promotori: un progetto cooperativo mondiale che può portare pace e sviluppo, equilibrio dinamico e premessa per una nuova forma di convivenza planetaria. Qui non c’è da essere fiduciosi o diffidenti di quelle che certo rimangono dichiarazioni d’intenti, è l’analisi  obiettiva delle linee generali del progetto a dire che o questo riuscirà a mantenere le sue promesse migliori o si disintegrerà ancor prima di compiersi.  Se manterrà le sue promesse migliori, risulterà davvero una delle possibili precondizioni strutturali per lo sviluppo di un sistema mondiale complesso ma non caotico.

Sul progetto in quanto tale, ne sappiamo ancora molto poco. Non è ancora perfettamente chiara la cartina logistica delle reti, le stazioni ed i terminali, la natura dei canali e le zone coinvolte appaiono e scompaiono in versioni successive delle versioni pubbliche del piano. Ma, a parte il fatto che poiché il piano ha rilievo geopolitico e non è privo di concorrenti e nemici è ovvio tenere le carte anche un po’ coperte, è anche natura di un progetto cooperativo aspettare che si vada formando la rete dei cooperatori, la dimostrazione concreta dell’impegno di ciascuno per stabilire esattamente cosa fa chi, dove, come e quando. E’ natura del progetto essere per certi versi “ridondante”. Questa rete deve avere sempre pronte una o due alternative di flusso poiché dai disastri naturali a quelli geopolitici procurati volontariamente o anche involontariamente (rivolte locali), il suo flusso principale est-ovest non si potrà interrompere mai del tutto. Altresì, per evitare l’effetto autostrada che desertifica le antiche reti locali, gli assoni principali dovranno comunque essere centro di più ramificate reti locali aumentando di molto la complessità logistica del progetto, complessità che conosce solo chi è in loco. L’impegno logistico e soprattutto finanziario quindi, ha solo stime ma è intrinsecamente difficile da stimare perché è un progetto che probabilmente avrà solo alcune parti definite ex ante ma molte più parti legate all’effettiva cooperazione tra partner diversi, cooperazione che potrebbe non accadere dove previsto ma accadere dove prima non si era previsto, secondo flessibile opportunità. Più che un piano di logica ingegneristica quindi è un piano di logica agricola, si semina, si cura, si vede che ne vien fuori, poi si taglia, si corregge etc. Abbiamo quindi a che fare con un progetto aperto, flessibile, ridondante la cui arborizzazione dovrà per certi versi seguire una logica di bio-geografia cooperativa per prendere l’esatta forma di ciò che dovrà strutturare.

Quello che invece già sappiamo è che il progetto ha sì capofila la Cina ma assomiglia ad una sorta di versione attiva dei “paesi non allineati”. Questa forma di cooperazione che nacque a Bandung nel 1955, ebbe una storia più passiva che attiva e la BRI sembra essere la sua evoluzione appunto in forma attiva. Questo dice anche dell’enorme rilievo geopolitico del progetto, molti stati di varie dimensioni e della più varia natura e cultura che si mettono assieme per fare una cosa di comune interesse, lasciandosi reciprocamente liberi di esercitare le proprie forme di sovranità. E’ questa la forma più conforme all’idea del destino multipolare di un mondo a 7,5 miliardi di persone, prossimi  10 miliardi. Il progetto non crea il fenomeno multipolare, lo accompagna. Non è possibile nella logica dei sistemi pensare ad un mondo di 7,5-10 miliardi di persone dominato da una gerarchia di vertice stretto, la reiterazione del “secolo di qualcuno”, semplicemente, non può funzionare “fisicamente”. Poiché quindi, ci piaccia o no, un aggregato così ampio ed eterogeneo, formerà spontaneamente i suoi grumi più fitti, i suoi attrattori naturali, BRI sembra essere l’ipoteca di un progetto che tende a tenere in relazione queste parti, secondo il più antico interesse che ha mosso qualsivoglia comunità umana di ogni tempo e luogo: scambiare le eccedenze con le mancanze, ovvero, commerciare. Tolti gli anglosassoni (britannici ed americani) è poi quello che hanno fatto anche veneziani, genovesi, portoghesi, olandesi, arabi, indiani, cinesi e financo giapponesi per lungo tempo, senza per questo che l’uno dominasse l’altro pensando di infine dominare il mondo intero. Anche se era proprio Braudel a pensare che ogni ciclo di potenza iniziava con lo sviluppo dei trasporti, a cui seguiva l’espansione commerciale, a cui seguiva l’intensificazione industriale, a cui seguiva “l’autunno” di potenza segnato dalla falsa primavera dell’egemonia finanziaria.

E’ lecito domandarsi allora, se questa è la precondizione di una nuova forma di globalizzazione. Qui sarebbe il caso di definire meglio i termini che usiamo altrimenti rischiamo di nominare nello stesso modo forme non analoghe. Lo scambio tra economie-nazioni è antico quanto le società complesse e forse anche più antico, non è questo che porta alla globalizzazione, lo sono le forme giuridiche-politiche-finanziarie che sovraintendono lo scambio, oltreché la formazione di una partizione densa dell’umanità sul comune pianeta. La globalizzazione WTO (in via di archiviazione) ad esempio, prevede un azzeramento  degli attori statali e quindi anche delle loro forme politico-giuridiche e regola lo scambio tra privati, secondo regole esclusivamente di libero mercato stante che la valuta di transazione internazionale è il dollaro. Quella che si avrebbe con una ramificata e complessa rete di scambi inter-nazionali secondo ad esempio, accordi bilaterali, regolati dalla mediazione tra le doppie giurisdizioni ed assecondata da un riferimento ad un paniere di valute, sarebbe internazionalizzazione. Si deve allora anche notare, che è in effetti da qualche anno (almeno quattro) che il volume delle transazioni commerciali mondiali ristagna e che stante che la BRI certo ha natura ovvia di supporto allo scambio commerciale, forse non è questa la sua prima ragione d’essere. La BRI potrebbe avere anche un significato economico in quanto tale e senz’altro un significato geopolitico, che i più attenti credono sia la sua prima ragion d’essere.

Il significato economico primo va riferito alla sua realizzazione più che al suo uso. La BRI è una forma di keynesismo planetario in quanto la domanda di  tubi, acciaio, ferro, rame, mattoni, cavi, traversine, locomotori, vagoni, navi, sistemi di controllo, ingegneria logistica, banchine, gru, magazzini, uffici, asfalto e cemento dovrebbe essere positivamente stimolata. Così la forza lavoro che dovrà dare forma a tutta questa materia iniziale ma anche in seguito alla manutenzione. Reimpiego del surplus cinese ovviamente, ma anche forme di finanza mista pubblico-privato in capo alle nuove istituzioni banco-finanziarie che si svilupperanno intorno al progetto. Certo il capitale privato, viziato dagli ultimi anni di redditività geometrica intorno alla finanza algoritmica, faticherà un po’ a vedere l’opportunità di un ritorno a medio-lungo termine e chissà poi quanto incentivante ma altresì, non è neanche possibile credere ad altri venti o trenta anni di finanza delle bolle, prima o poi tra Cina, Fmi che ha di recente sponsorizzato l’idea di riprendere gli investimenti pubblici infrastrutturali o il piano interno a gli USA che chissà se Trump arriverà a poter mettere in essere, i grandi attori dell’economia-mondo potrebbero recintare gli spazi di manovra dell’haute finance e costringerla a tornare ad investire nel mondo del concreto. Già Arrighi ci ammoniva sul fatto che quella tra potere del territorio e potere dei soldi è una dialettica dell’esito ricorsivo se si analizza il cosiddetto capitalismo nella sua lunga durata. Gli investimenti per produrre la rete potrebbero ritornare poi come spesa minuta per la nuova offerta di merci, l’industria dei paesi meno sviluppati potrebbe svilupparsi un po’ di più e così renderli maggiormente strutturati. E’ chiaro che in questo spazio economico, si dialogherebbe con più valute, almeno inizialmente. Da vedere poi se la richiesta di imprescindibile stabilità finanziaria, porterà a panieri che esprimono un nuova moneta di conto o se lo yuan prenderà forma egemone. Inoltre, è ancora tutto da vedere a chi andrà la proprietà di queste infrastrutture e quali saranno i rapporti tra consorzi internazionali che realizzano, quelli che gestiscono e le sovranità territoriali, nonché i pressanti e fondamentali problemi di compatibilità ambientale e di redistribuzione sociale. Se tutto questo mostrerà di poter crescere nel tempo, se le promesse verranno mantenute dalla difficile messa in opera delle intenzioni, questo aspetto del progetto è auto attrattivo: più cresce, più calamita risorse e partner, più cresce. Prima quindi di arrivare a definire le forme dello scambio cooperativo, si formeranno le logiche cooperative per realizzare il progetto.

Ma forse, il primo motore di questa ambiziosa iniziativa, più che economico o commerciale è geopolitico. La Cina sa di avere bisogno di alleati per proteggere ed alimentare la sua lenta ma inesorabile crescita di volume economico che poi diventerà immancabilmente politico. Questi alleati si trovano in forma naturale nella dinamica del mondo contemporaneo e sono rappresentati dall’avanguardia che il rapporto PWC The World 2050 ha definito gli E7 (emergent) ossia: Brasile, Russia, India, Cina (BRIC), Indonesia, Messico e Turchia. Oggi più o meno alla pari con i G7 come peso sull’economia mondo, nel 2050 varranno più del doppio degli occidentali (Pil a PPP). La dinamica è inesorabile, crescono poderosamente non solo gli E7 ma anche un seguito fatto di Egitto, Nigeria, Pakistan, Malaysia, Filippine, Bangladesh, Vietnam; scendono ed a volte crollano tutti gli occidentali che tra dollaro ed euro, IMF, WB, OCSE, BIS, Società di rating, grandi fondi ed assicurazioni, Wall street e City, controllano ancora oggi il gioco economico del mondo. Del resto, se si combinano i dati demografici, con quelli che premiano le economie che hanno ancora ampi e necessari margini di sviluppo, stante che ormai il mondo intero adotta il modo economico occidental-moderno come standard, seppur adattato, non c’è altro possibile risultato. Il tutto prende schematicamente l’aspetto di quella “grande convergenza” in cui c’è un ancient règime calante e decadente ed una pletora di sfidanti che hanno il comune interesse a prenderne alcune posizioni e leve di possibilità, sempre che non si mettano a competere gli uni contro gli altri. Il BRI a guida cinese o cinese-russa, condivisa al momento nella Shanghai Cooperation Organization ma domani in chissà quanti altri forum di cooperazione pronti a nascere, sembra allora proprio la strategia per compattare il fronte degli aspiranti di modo che non si perdano per strada in qualche ottuso egoismo particellare magari incentivato dal divide et impera e del vecchio gioco de ”il nemico del mio nemico è mio amico” (e varianti) alimentato dall’universo occidentale in contrazione. L’obiettivo è che il fine comune prevalga su quello particolare e la “squadra” protegga tutti i suoi membri dalle inevitabili ritorsioni ed insidie procurate da chi sta perdendo il dominio e con esso, le comode condizioni di possibilità che sostengono i rispettivi sistemi sociali. BRI è una strategia sottile e lenta, una tela tessuta a più mani per accompagnare delicatamente ma solidamente, la grande convergenza che segnerà la storia planetaria per i prossimi trenta e più anni, anche se il capo-tessitore, chi ha preso l’iniziativa (per quello si chiama “iniziative”  e non project), ha chiaramente gli occhi a mandorla.

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Amanti del discorso metaforico, i cinesi hanno citato a metafora del BRI, le anatre cigno selvatiche che in formazione, riescono a volare tra venti e tempeste mantenendo il loro ordine sistemico perché fanno branco e si aiutano a vicenda[1], alternandosi alla guida come i ciclisti in fuga. Ecco allora tornarci alla mente l’ochetta Martina di K. Lorenz, l’oca selvatica[2] che avendo avuto come imprinting della nascita lo studioso austriaco, lo seguì tutta a vita come fosse la sua guida. Chissà se Xi Jinping conosce Lorenz o se quel suo “Come diciamo spesso in Cina -l’inizio è la parte più difficile-” citato nella seconda delle tre parti del suo lungo discorso d’apertura del summit, è solo una sovrapposizione casuale. L’inizio, l’impriting del progetto è quindi fondamentale[3]. Xi ha riassunto i principi alla base del progetto così: BRI può essere  la struttura per la pace, BRI è la pre-condizione per lo sviluppo e lo sviluppo è la precondizione per l’ordine sociale e politico, BRI porta ad aprirsi ma non a dissolversi, BRI alimenta l’innovazione, ma ricordiamoci che BRI non collega solo economie diverse ma civiltà diverse.

Noi, in Occidente, abbiamo ormai smesso di credere ai discorsi cerimoniali e farà strano che io mi soffermi su i pistolotti retorici del presidente rosso. Ma quando si ha a che fare coi cinesi, consiglio di procedere con cautela nell’applicare copia+incolla le nostre logiche perché loro sono un sistema, certo umano, ma nato, cresciuto e sviluppato parallelamente al nostro e in molti punti ha un diversa genetica, un modo diverso d’intendere le cose, una logica propria, un senso comune diverso. Nei cinque classici confuciani, ad esempio, il Libro delle odi (Shijing  诗经, X – VII secolo a.C.), veniva usato dagli ambasciatori dei vari stati, spesso in lotta tra loro, anche come codice allegorico per dirsi le cose senza dirle direttamente, una sorta di canone diplomatico-poetico per essere franchi o allusivi, ma mai diretti. Le parole pubbliche quindi hanno un peso, quelle dette e quelle non dette, un peso diverso dal dovere retorico che ha da noi il discorso istituzionale pubblico. Consiglio quindi al lettore più attento e curioso di leggerselo tutto il discorso di Xi[4], prima di far scattare l’interpretazione standard del comunista globalista che eccita la Davos neoliberale. Peggio di non capire le cose c’è il pensare di averle capite avendole capite male o per niente.

L’etologo austriaco premio Nobel (1973), scrisse nello stesso anno del premio, gli “Otto peccati capitali della nostra civiltà” (Adelphi, 1973). L’ottagolo lorenziano, snocciolava queste insidie: la sovrappopolazione della Terra, la devastazione dell’habitat umano, l’accelerazione di tutte le dinamiche sociali a causa della competizione fra uomini, il bisogno di soddisfazione immediata di tutte le esigenze, primarie o secondarie che siano, Il deterioramento genetico causato dalla scomparsa della selezione naturale, la graduale scomparsa di antiche tradizioni culturali, l’indottrinamento favorito dal perfezionamento dei mezzi di comunicazione, la corsa agli armamenti nucleari. Lorenz vedeva, in sostanza, un rischio adattivo per la nostra civiltà, una civiltà che ha teso ad emanciparsi dai vincoli (biologici, geografici, delle risorse, dei limiti naturali e storici) ma che non ha ancora trovato un suo senso positivo, che è scappata da qualcosa ma non ha ancora definito bene dove andare e soprattutto “se” ci può andare. Forse Xi non conosce Lorenz ma per una naturale convergenza del pensiero umano, sembra che lui ed i cinesi abbiano risposto ai warnings di Lorenz, abbiamo definito dove “loro” vogliono andare, come e con chi. Cooperazione e competizione sono i due atteggiamenti naturali di ogni specie vivente, chi ha sviluppato più l’una, chi l’altra. La lotteria adattiva ha talvolta premiato l’una strategia o l’altra, tenendo conto che le due non sono solo in alternativa secca ma più spesso sono amalgamate in qualche “giusto mezzo”. Ad oggi, almeno a leggere le cronache, “loro” vantano cooperazione, “noi” -solo- competizione.

Va detto che il nostro Gentiloni  è stato uno dei pochi occidentali ad aver raccolto l’invito, uno dei 29 capi di Stato presenti. Ma l’Italia fa parte anche dell’UE e della NATO e sebbene usa (come del resto tutti gli altri) a farsi anche degli affari in proprio, potrebbe esser frenata a seguire il suo istinto naturale (che è geografico come si evince prendendo una qualsivoglia cartina), poiché il capobranco americano che tra l’altro abita un altro continente, decide diversamente. E’ allora importante che noi tutti si cominci a domandarci da che parte stare, come ci vogliamo presentare a quell’incontro di civiltà che propone Xi ma non solo. L’irruzione del “problema geopolitico” nel dibattito pubblico italiano è ben segnato dal numero in uscita di Limes dove il titolo “A chi serve l’Italia?” può e dovrebbe anche esser letto come “All’Italia chi serve?”, qual è il nostro interesse nazionale oggi e per i prossimi decenni? Chissà che nel nuovo mondo multipolare, per la terra di Marco Polo, non si aprano nuovi-vecchi orizzonti, quegli orizzonti mediterranei cantati da Braudel che suonano così diversi dalla metrica teutonico-anglosassone. Ora è quel momento iniziale, il momento dell’impriting, lì dove l’ochetta Martina decide che direzione prendere, a quale branco appartenere. Forse c’è politicamente qualcosa di più importante che seguire la mondezza romana o le vicende della tecnocrazia neoliberale europea o l’istant poll su quanto è cafone Trump o il dramma della dissipazione introflessa della fu-sinistra[5] o mettere i cuoricini su i post di che parlano bene di Putin. C’è da decidere cosa noi dovremmo fare per i prossimi trenta e più anni per darci nuove condizioni di possibilità senza le quali dovremo rassegnarci ad un futuro di utenti di  like e dislike ininfluenti.

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[1] http://www.atimes.com/article/xis-wild-geese-chase-silk-road-gold/

[2] Quella di Lorenz era una Anser anser mentre quelle citate dai cinesi sono Anser cygnoide, di origine mongola. La logica delle geometria variabile migratoria però è la stessa.

[3] Nella cultura della complessità, analogo (non identico) è il concetto di path dependence.

[4] https://america.cgtn.com/2017/05/14/full-text-of-president-xis-speech-at-opening-of-belt-and-road-forum

[5] Può essere interessante per coloro che vogliono ragionare sul diverso modo di sviluppare il marxismo la lettura dell’ultimo D. Losurdo, Il marxismo occidentale, Laterza, 2017. Nel mio piccolo, convengo con  lui sull’insostenibilità dell’atteggiamento eccessivamente idealista del marxismo occidentale e per altro, sono i fatti del sempre più esiguo ed anziano suo seguito politico concreto a dimostrare questa insostenibilità.

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LA CRESCITA DEL DUECENTO – Note per una concezione adattiva della storia.

Tra il mille e la fine del milleduecento, la popolazione europea cresce decisamente, quasi raddoppia. Accanto a questo fenomeno di cui indaghiamo il ruolo causale (causante e causato) si riformano o formano ex novo le città mentre il possesso delle terre passa dalla centralizzazione regale alle signorie. Le signorie favoriscono la crescita della produttività nella coltivazione agricola, tanto da produrre eccedenze che vanno a sviluppare lo scambio nelle città (mercato). Questo aumento della produzione chiama ulteriori investimenti per dissodamento, deforestazione, bonifica, irrigazione che vogliono dire manodopera e strumenti prodotti dall’artigianato. Si pongono problemi di rete viaria per collegare città con città e città con campagne e si pone il problema della moneta, del suo valore e della sua circolazione. A sua volta, la moneta è chiamata anche dalla sincrona espansione dell’attività mercantile ed artigiana ed in mancanza di una risposta puntuale ed adeguata, nascono i primi strumenti finanziari e creditizi. La crescita del Duecento è l’innesco di un lungo processo che porterà alla modernità. Giovanni Arrighi, nel suo monumentale “Il lungo XX secolo” pone qui l’invenzione dell’alta finanza[1] dei Bardi e dei Peruzzi, poi dei Medici, in quella Firenze che accoppiò il commercio religioso per conto di Roma, con quello della lana che importava dai Paesi Bassi e dalla Francia e poi da tutte le nuove altre fonti, finanziando anche le produzioni del Nord Europa e collocando i prodotti nel Levante in cambio di spezie, tinture e prodotti esotici che rigirava alla nuova classe affluente europea. A seguire, la prima forma di capitalismo finanziario (che secondo Braudel è l’unico, vero, capitalismo in quanto tale), sviluppata da Genova, quello più spiccatamente commerciale di Venezia e la prima industria del milanese e del Nord Italia.

Cosa causò la crescita del Duecento? Il modello di causa semplice, prevede una causa che poi determina a cascata tutte le altre. Un modello di causa complessa può anche prevedere una prima causa con funzione di accensione del ciclo espansivo ma dovrebbe considerare l’intero processo come strutturato da un sistema. Ogni parte del sistema alimenta la crescita del sistema stesso e rinforza le altre cause talché l’innesco iniziale può essere anche una fluttuazione casuale che attraverso rinforzi non lineari, produce attraverso il “sistema” che alimenta se stesso, il nuovo fenomeno macroscopico. La descrizione del modello allora, tratterebbe il fenomeno di causazione come centrato sul sistema, un sistema certo innescato inizialmente ma in cui questa causa prima ha una funzione causale ma anche casuale. In realtà la causa forte del fenomeno è plurale ed interna al sistema stesso. E’ anzi proprio l’autopoiesi del sistema la causa forte del fenomeno e sarà la descrizione delle sue sincronie e diacronie a costituire la descrizione della sua logica causale. Infine, un sistema non è mai nel vuoto e quindi reagisce a molte sollecitazioni e limitazioni esogene mentre tenta la sua riconfigurazione.

Nella storiografia medioevale, si è ritenuto per lungo tempo che questa causa, “prima” in senso temporale, la causa della crescita del Duecento, fosse da ricercare in un abbinamento tra cambiamento climatico e momentanea riduzione delle diffusioni epidemiche che portarono ad un beneficio quantitativo demografico, ma con ulteriore beneficio qualitativo in seguito alla fine della triplice minaccia portata dagli invadenti popoli esterni (vichinghi e normanni, ungari, saraceni) . Questa spiegazione è stata promossa dagli storici mentre gli economisti hanno promosso la propria interpretazione, riportando la causa all’aspettativa di un crescita della rendita da parte dei signori che per rinforzare il proprio potere, hanno cominciato a fare investimenti che permettessero  un maggior e miglior sfruttamento della terra.

Tra 1000 e 1350 in Europa la popolazione cresce, si stima, da 30 a 70 milioni. Si tenga conto che dopo il 1350, la popolazione crolla di un terzo e ci metterà poi molto tempo a crescere di nuovo. Lo stesso incremento del 233% di questi tre secoli e mezzo, partendo dai 70 milioni raggiunti nel 1350, impiegherà quasi cinque secoli per prodursi di nuovo (circa intorno al 1815)[2]. Si tenga anche conto che produrre una crescita sistemica partendo da 30 non è come produrre una crescita partendo da 70, quanto più contenuto è il sistema tanto più è sensibile alle fluttuazioni causali e casuali.

Tenendo conto di questa considerazioni, appare allora non esistere una dicotomia tra causazioni climatico-epidemiche a loro volta supportate indirettamente dalla cessazione della pressione dei popoli esterni e quelle della prima comparsa della brama del profitto da parte dei signori. Queste cause sono in competizione descrittiva solo perché lo sono le discipline dei rispettivi studiosi. La causa prima a livello di sequenza fu a sua volta l’interazione di più cause, quelle predilette dalla lettura storica e quella prediletta dalla lettura economica. Un causazione pluralizzata dalla sincronia tra clima, minori epidemie e minor pressione delle invasioni barbare (che potrebbe anche esser stata causa delle minori epidemie) produsse non solo una prima fluttuazione demografica ma anche le ragioni per le quali, dato che il potere centrale ebbe minor ruolo e necessità poiché la funzione dei re era di accentrare e coordinare le milizie offerte dai signori, si sviluppò il diverso ruolo dei signori della terra. Questi, per altro, avrebbero dovuto “sentire” l’avvento di tempi favorevoli in quanto convergenza di variabili, prima di investire nell’aumento della produttività creando così l’innesco per la formazione dello scambio, quindi dei mercati e della rinascita cittadina. Questa poi portò sia alla comparsa di una nuova attività artigianale, sia della nuova rete che collegasse i centri tra loro e le città meglio alle campagne e non solo quelle immediatamente vicine, che portò poi allo sviluppo di un nuovo atteggiamento verso la moneta e l’attività finanziaria e creditizia a seguito della grande espansione commerciale. Questa espansione, godette in primis dell’aumento della domanda in seguito all’aumento della popolazione ma anche della fine delle turbolenze barbariche, variabili a loro volte condizionate dal clima.

La contrapposizione tra storici ed economisti non è l’unica, c’è anche la contrapposizione tra endogeni  ed esogeni della causa ovvero tra coloro che cercano le cause dei cambiamenti nei rapporti adattivi tra un sistema ed il contesto e coloro che le cercano all’interno del sistema al netto del contesto. Su questo piano, ci pare che la ragione rimanga dalla parte degli storici e degli esogeni più che degli economisti e degli endogeni e che il sistema economico non sia il senso primo delle forme umane di vita associata ma una funzione affiancata ad altre nel più generale sistema sociale che deve continuamente adattare le sue forme interne alla logica con cui la società si adatta al suo esterno, un esterno che è sempre in cambiamento anche se meno o più pronunciato. Se infatti, pur dandole il ruolo di minima fluttuazione iniziale che di per sé non è la causa determinata ma solo la condizione di possibilità, una causa singolare prima delle cause plurali prime va cercata nel caso in oggetto, essa rimane quella del cambiamento climatico. Fu il cambiamento climatico, principalmente, a determinare l’esaurirsi della spinta migratoria dei barbari che divennero stanziali. Ottenendo le loro migliori condizioni di possibilità dove già si trovavano, non ebbero più molta spinta a premere ed invadere i confini della prima Europa che, per altro, aveva evoluto le proprie capacità difensive. Questo portò anche un vantaggio di minor contagio epidemico che, com’è noto, dipende in gran parte dai contatti tra popoli che sono cresciuti a lungo separati, sviluppando proprie immunità che sono diverse le une da quelle degli altri[3]. Non solo gli abitanti della prima Europa, vissero un po’ di più ed un po’ meglio perché non trucidati dagli invasori e falcidiati dalle epidemie ma anche loro, cominciarono ad ottenere primi benefici dal cambiamento climatico in termini di produzione e quindi di alimentazione. Se l’assenza delle minacce invasive diede minor ragione dell’esistenza dei poteri centrali che ai tempi avevano l’unica funzione di coordinare l’attività militare svolta dalle forze dei tanti signori legati dai patti feudali alle monarchie, questi si poterono certo meglio dedicare allo sviluppo delle proprie terre anche mossi dalle migliori condizioni di possibilità generali tra cui il trasferimento della proprietà e il suo lascito in eredità. Certamente questa visione di un futuro per la prima volta da molto tempo più roseo e promettente, li mosse all’intraprendenza ed a tutto ciò che gli economisti hanno notato come aumento della produttività e conseguente produzione di quelle eccedenze che innescarono tutte la cause sistemiche seconde.

Se tutto ciò lo adottiamo come descrizione esplicativa, ne traiamo quattro possibili considerazioni epistemiche:

  • La prima è che nei fenomeni complessi non esiste la causa singolare ma le cause al plurale. Il che certo diminuisce il ruolo del pensiero determinista ed aumenta quello del pensiero casualista non al punto di sostituire quello con questo ma al punto da relativizzare entrambi gli assunti estremi (caso e necessità) che sono più polarizzazioni concettuali utili alla logica binaria della nostra mente che fatti concreti del reale.
  • La seconda è che i sistemi umani, fatti di società, economia, cultura, storia etc., sono mossi da una generalissima regola che impone l’adattamento a condizioni esterne e se queste non cambiano è meno probabile cambino anche i sistemi umani. Anche qui, ha minor senso l’estremismo endogeno e maggior quello esogeno senza per questo ricadere in un determinismo stereotipato stante che il risultato finale di una adattamento risulta sempre dalla relazione tra la forma e la storia del sistema ed il suo contesto e né solo il primo determina tutto, né solo il secondo.
  • La terza è che il cambiamento è dipendente sia dalla dimensione ovvero strutturazione e resilienza del sistema, sa dall’entità della o delle cause esterne. Significative queste ultime, ci vuole comunque un sistema sensibile alle fluttuazione e perché s’inneschi un cambiamento significativo, ci vogliono cicli non lineari di imput – output che moltiplichino e diffondano treni di causazioni innescati anche da sole fluttuazioni.
  • La quarta è che il cambiamento strutturale dei sistemi è costante e progressivo nel tempo ma quando agiscono cause plurali esterne di una certa entità (misurabile sia in quantità che in qualità) alla configurazione adattiva interna ai sistemi, è richiesto un salto, una riconfigurazione che porterà ad una radicale trasformazione, ad una “forma nuova”. Questo lo registriamo nel passaggio delle ere e -in parte- delle epoche.

Tornando alla storia dell’economia del medioevo centrale, se ad esempio la densità abitativa dell’Europa fosse stata minore e le eccedenze fossero state scambiate tramite mercanti itineranti (come -in parte- nel mondo musulmano), non si sarebbero formati i mercati, non si sarebbero formate le condizioni forti per la rinascita cittadina, non si sarebbe sviluppata una attività economica che viene spesso sottovalutata: l’artigianato. La rete di città tra loro collegate che andava dall’Italia[4] alle costa del Mare del Nord, città accompagnate da campagne che a latitudini diverse producevano prodotti diversi quindi maggiormente scambiabili (l’islam, ad esempio, si sviluppò lungo lo stesso parallelo, Rabat-Tripoli-Damasco e Bagdad sono allineate tutte poco sopra il 30° parallelo; tra i prodotti svedesi e quelli del Maghreb importati dalle flotte delle città stato italiane invece, passano ben quattro paralleli, dal 30°, al 60°), fu la condizione di possibilità principale affinché le varie cause potessero agire di concerto. In più, sarà questa “vivacità commerciale” la ragione stessa della transizione successiva prima all’alto medioevo e poi alla modernità, non prima di essere però passati per la catastrofe dei cinque anni della peste del Trecento, un evento decisivo per molte ragioni tra cui il crollo dell’immagine di mondo che dominava la mentalità del medioevo. Fu proprio questo passaggio a cancellare l’uomo imbozzolato nella fede provvidenziale con tutto il portato di gerarchia terrene a modello di quelle celesti e ad aprire all’uomo intraprendente mosso da varie ragioni ma presto anche temperato dalla razionalità calcolante già sottolineata da Weber.  Nell’unità metodologica “società” in cerca di adattamento, non esiste una divisione netta tra strutture e sovrastrutture, l’uomo fa ciò che pensa e pensa secondo quanto ha già fatto e realizzato di efficace, nel più classico dei cicli ricorsivi.

L’impostazione adattiva della storia racconta dei successi e dei fallimenti che le forme dell’umano vivere associato (clan, tribù, etnie, società, regni, imperi, stati, civiltà) incontrano nel corso della loro reciproca interrelazione e della relazione con il contesto geo-climatico che le ospita. Il “sistema” scelto come forma del vivere associato, ha sempre il compito di ridurre il disordine intrinseco che la dinamica del mondo ha e quindi di produrre ordine. La società è un veicolo adattivo usato dagli individui per vivere il più a lungo ed al meglio possibile, questo è il significato originario del vivere associato che è strategia primitiva del biologico. Usando in analogia il funzionamento alla base dell’origine e del mutamento delle specie, le innovazioni tecnologiche, le dinamiche tra classi, i grandi uomini possono corrispondere alla casuale proposizione di innovazione genetica dovuta ad errori di replicazioni del DNA ma alla fine sarà il rapporto tra organismo (la società) e gli altri organismi (le altre società) e l’ambiente (il contesto geo-storico-climatico) a dare l’assenso o meno sulla favorevole esistenza di questa novità. Le civiltà, le società, i grandi sistemi egemoni della storia umana, ad un certo punto falliscono perché nati inconsapevolmente e non intenzionalmente per qualche ragione che ne determinò il primo positivo adattamento, non riuscirono a produrre novità adattiva alle mutate condizioni di ciò a cui dovevano nuovamente adattarsi. La storia, racconta questi successi e questi insuccessi.

A proposito di contesti, gli economisti farebbero bene ragionare includendo le variabili geografiche e farebbero meglio ad adottare logiche sistemiche e complesse a cui, in genere, sembrano allergici. Sembra costitutiva della presunta “scienza”[5] economica, la tendenza a ridurre il complesso sociale a quello economico (un “materialismo storico” che sembra accumunare tanto i marxisti che i liberali), trovare in questo presunte leggi di natura (con una definizione di natura umana che è sconcertane) che diventano oggetto di formule dall’oggettiva apparenza, scollegarsi da discipline come la demografia, la sociologia, la psicologia umana, l’antropologia, la geo-storia attraverso l’abuso di quel “ceteris paribus” che ipotizza comode parità di condizioni che invece pari mai sono, concentrarsi solo sulla vista endogena visto che i contesti non contano (?), abusare di descrizioni a grana grossa quando il racconto storico mostra un tal numero di variabili componenti i fenomeni da suggerire di tener conto di una costante rete delle cause, per altro dinamiche. Due sono i modelli scientifici principali della modernità, quello di Newton e quello di Darwin. Il mondo della complessità fisica ha trovato il suo paradigma in Newton, quello della complessità biologica l’ha trovato in Darwin (un Darwin che noi consideriamo come teoria adattiva non come teoria dell’evoluzione). Il pensiero economico farebbe bene a dimenticare Newton ed a ripassare la lezione di Darwin.

Quanto detto per gli economisti, non vale solo per loro, i sociologi che sarebbero in teoria più attrezzati a considerare l’unità metodologica “società”, che è poi il vero ed unico soggetto oggetto di dinamica adattiva macroscopica, adottano più variabili ma cercando la “struttura delle relazioni interne”, tendono anche loro a decontestualizzare il loro oggetto di studio. Isolando l’oggetto dal contesto, loro ma anche molti altri, finiscono in quel relativismo con ambizioni universalizzanti che è l’occidental-centrismo. Dimenticandosi di contestualizzare all’Europa o all’isola americana abitata prevalentemente da ex-europei, finiscono con il confondere ricorrenze locali con leggi generali. Poi vanno a leggere l’islam o la Cina o l’India e rimbalzano perplessi perché i fatti violano le teorie ma lungi dall’assumere questa falsificazione per  tentare nuovi modelli, fanno finta di niente e con ciò, rinforzano le infondate pretese universali della cultura europea che rimane coloniale nel suo DNA epistemologico. Meglio gli antropologi che almeno per costituzione, vanno a studiare gli Altri anche se solo quelli allo stadio pre-civile. Nel complesso, se queste discipline si parlassero un po’ di più, la somma delle loro parzialità forse migliorerebbe il totale, ma questo appello alla reciproca interferenza è anatema per il bon ton accademico che protegge la divisione del lavoro cognitivo più di quanto Taylor proteggesse la segmentazione produttiva nella catena di montaggio.

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La cultura della complessità, a livello paradigmatico, invita a rifuggire dal riduzionismo, dal determinismo ed invita positivamente ad includere nei sistemi interpretativi (dove anche le descrizioni sono interpretazioni), eterogenei contributi pluri-disciplinari. Il riduzionismo è una forma di compressione algoritmica, un sussumere molte cause in una. Il determinismo è la pre-decisione si debba individuare strette necessità quando ciò che chiamiamo “caso” (più spesso un coacervo di cause minori legate da un gomitolo di interrelazioni non lineari che assume l’aspetto di “fluttuazione”) ha spesso altrettanto ruolo. L’appello a darsi impianti interpretativi che nel caso in questione non possono escludere la storia del prima e del dopo, la climatologia, la geografia, la demografia, le mentalità, ciò che è intorno, la sociologia quanto l’economia e financo l’epidemiologia, serve proprio per produrre descrizioni più attinenti alla complessità del descritto senza costringerlo nel letto di Procuste dato dai confini fissi della disciplina di cui siamo specialisti. Altresì, le cause efficienti vanno rapportate a quelle permettenti, le condizioni di possibilità si aprono e si chiudono favorendo o impedendo l’azione casuale ed il fatto “nuovo” che si cerca immediatamente per dar ragione di un evento “prima no-poi sì” può non esser qualcosa di veramente nuovo ma qualcosa di vecchio che si comporta in modo nuovo o permette ad altri fenomeni di comportarsi in modo nuovo. Infine, tra la perfezione formale povera di contenuto dei “modelli” e delle “leggi” a la rugosità del reale pieno di eccezioni e localismi, si consiglia una continua spola tra le descrizioni a grana grossa e quelle a grana fine. Se la nostra cognizione abbisogna di grana grossa (astratto) per sussumere il tanto in poco dato che la nostra capacità mentale è poca, si deve sempre ricordare che il mondo che interpretiamo è fatto della trama a grana fine (concreto), se non finissima perché è “tanto” e “complesso”.

Insomma, il mondo è complesso e dovrebbero esserlo anche i nostri sforzi descrittivi ed interpretativi.   Poiché è con queste descrizioni ed interpretazioni che produciamo quella conoscenza, che è l’unica risorsa umana per sviluppare positivo adattamento al cambiamento dei contesti nel tempo, in un mondo sempre più complesso com’è il contemporaneo, questo invito prende forma di imperativo. Imperativo confermato dalla obiettiva difficoltà di rispondere alla domanda: le nostre società sono adatte al contesto nel quale si trovano e sempre più si troveranno? Il modo di stare al mondo che originò da quella crescita del Duecento, un mondo frazionato in zolle di civiltà tra loro scarsamente collegate e complessivamente sottopopolate (circa 500 milioni di abitanti il pianeta), è adattivo anche in un mondo iperconnesso benché frazionato in più di 200 stati, con 7,5 miliardi di abitanti? Continuerà ad esserlo con i 10 miliardi che avremo tra tenta anni?

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[1] Ma invero molti altri otre a lui, ad esempio Braudel.

[2] Apparirà allora ben significativa il dato di crescita della popolazione mondiale che tra il primo ‘900 ed oggi (poco più di un secolo) ha registrato un +400%.

[3] McNeill (2012)

[4] L’Italia era a sua volta il terminale degli scambi con Medio Oriente ed Africa.

[5] Chi scrive sostiene che scienza si ha dei fenomeni esclusivamente naturali. Si possono avere prestiti metodologici, suggerimenti sperimentali, si può usare in modo analiticamente proficuo per ottenere sintesi per elaborare ragionamenti il linguaggio e la logica matematica ma questo “tendere” ad una conoscenza certa e riproducibile rimarrà costitutivamente   sempre un “tendere” e mai un “essere”. Sarebbe allora meglio, trovare un altro termine per quelle discipline che usano iscriversi alla categoria delle “scienze umane”.

Piccola bibliografia:

  1. Arrighi, Il lungo XX secolo, il Saggiatore, 2014
  2. Bordone, Sergi, Dieci secoli di medioevo, Einaudi, 2009
  3. Braudel, Scritti sulla storia, Bompiani, 2001-2016
  4. Braudel, La dinamica del capitalismo, il Mulino, 1981
  5. McNeill, La peste nella storia, Res Gestae, 2012
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COMMANDER IN CHIEF.

Speak softly and carry a big stick; you will go far (“Parla gentilmente e portati un grosso bastone; andrai lontano”). Conosciuta come “politica del grosso bastone” o “diplomazia delle cannoniere”, la strategia allude alla più antica “Se vuoi la pace, prepara la guerra”, già presente (con altra formulazione) nelle Leggi di Platone e poi nella tradizione latina. La politica del grosso bastone, fu memorabilmente promossa da Theodore Roosevelt, 26° presidente degli Stati Uniti (1901-1909) che per altro, venne poi anche insignito del Nobel per la pace, diventando una delle quattro facce scolpite sul costone del monte Rushmore. Il senso è intuitivamente chiaro: poiché le parole rischiano di rimanere “flatus voci”, devi metterci sotto qualche atto conseguente di modo che prendano la consistenza dell’anticipo dell’atto. Insomma se domani ti siedi ad un tavolo per trattare qualcosa, è meglio che gli interlocutori sappiano che le chiacchiere non stanno a zero, le parole hanno conseguenze. Il momento topico dell’attacco missilistico “one off” coi 59 Tomahawk è stato quando Trump si è chinato a cena a sussurrare all’orecchio di Xi Jinping “…ah sai, sto bombardando la Siria”. Trump ha colto al volo l’occasione (o qualcuno ha “preparato l’occasione”, questo non lo sapremo mai) dell’infrazione chimica, per segnare alcuni punti che tornano utili per le sue molteplici trattative.

Il primo punto lo ha rivelato in anticipo lui stesso qualche giorno fa. Secondo Trump, Obama ha preparato le condizioni per il disordine siriano laddove pose la famosa “linea rossa” ma poi non conseguì la punizione alla minaccia del suo superamento. L’advisor del National Security Council – H.R.McMaster – è conosciuto come uno dei più grandi strateghi militari americani, già autore di un testo di strategia militare -Dereliction of Duty (1997) – in cui sosteneva che l’azione militare deve comunicare la volontà politica e solo se questa non basta, deve allora risolvere il problema in senso puramente militare, senza tentennamenti. Sostenne che fu questa vaghezza a monte a portare gli USA a far la figuraccia che fecero in Vietnam. Gli USA avrebbero dovuto usare subito con una certa trattenuta decisione l’opzione militare per portare al tavolo della pace il Vietnam del Nord, ovviamente all’inizio del conflitto quando la posizione Washington-Saigon era ancora forte e se e solo se ciò non avessero conseguito l’obiettivo desiderato, allora avrebbero dovuto procedere ad una azione militare massiccia e definitiva. Trascinare una guerra lunga con volontà incerta, fu la responsabilità del duo McNamara – Johnson, una responsabilità terribile in termini di risultati pratici: lunga scia di vittime e sconfitta sul campo[1]. Il primo punto quindi è: alle parole conseguono fatti, prendeteci alla lettera e regolatevi.

Il secondo punto segnato è che gli USA ribadiscono di diventar massimamente informali. Se ne fregano a priori dei riti di condivisione e degli equilibri diplomatici, rilevano un problema, agiscono, poi discutono se c’è ancora chi vuole discutere. E’ una postura da gioco multipolare, specificatamente unilaterale mentre quando il mondo era unipolare si consigliava la multilateralità, potenza della simmetria uno-molti. Gli USA accettano la riduzione a giocatore tra i giocatori ma ne conseguono il diritto a perseguire unilateralmente e in base alle carte che hanno in mano, il proprio interesse nazionale ed il tipo di gioco che gli permetterà di perseguirlo, per altro, da una posizione ancora molto forte. Per inquadrare l’improvvisa pioggia di Tomahawk, alcuni analisti hanno anche scomodato il vecchio Kissinger, fautore di una sorta di melange tra la strategia “Ivan il pazzo” (si ricorderà lo film “Caccia all’Ottobre rosso” con un carismatico Sean Connery) ovvero la pura imprevedibilità e una cosciente vocazione ad accrescere il caos. Al riparo su una isola confinata tra due vasti oceani, gli Stati Uniti d’America, hanno tutto l’interesse ad accendere complicate carambole di “divide et impera” e “il nemico del mio nemico è mio amico” in afro-eurasia. Questo mette in oggettiva difficoltà i competitor e porta gli –a volte- ambigui, indisciplinati e riottosi alleati, a sottomettersi a quella “servitù volontaria” lucidamente descritta da De La Boiéte, già nel XVI secolo, giusto una trentina d’anni dopo Il Principe di Machiavelli.  Ciò vale tanto per il quadrante asiatico, che per quello euro-russo e per quello mediorientale e naturalmente, di più per lo specifico siriano e il futuro tavolo che dovrà chiudere in qualche modo il conflitto ma vale anche per i tavoli di trattative commerciali o all’interno delle istituzioni globali (ONU, Fmi, WB, BRI). Il secondo punto quindi è: state preoccupati, allineati, coperti ed in mancanze di previsioni certe, aspettatevi il peggio.

Il terzo è un punto di politica interna. Già gravemente sanzionato dai sempre più disastrosi sondaggi d’opinione, poco amato da ampie parti della maggioranza repubblicana al Congresso, costantemente accusato di rapporti ambigui con i russi, Trump sconta la sua oggettiva minoranza nel paese reale, nello Stato profondo e nelle istituzioni che dovrebbero ratificare gli atti politici conseguenti la sua impegnativa strategia di medio-lungo periodo. Catalizzare queste disordinate forze contrarie rispolverando il “commander in chief”, è un classico delle strategie del consenso. In particolare, bombardando alleati dei russi, bombarda a sua volta coloro che lo hanno bombardato con le accuse di connivenze con il nemico storico ma altresì, aiuta ad alzare in volo il Boeing che porterà Rex Tillerson prossimamente a Mosca[2]. Ufficialmente c’è da “spiegare” ai russi le nuove regole del gioco (Nord Corea, Ucraina, Siria, contro-terrorismo) ma è anche assai probabile che, nel chiuso delle stanze, si continuerà quella complessa trattativa portata avanti già da Manafort, Page, Flynn (tutti “pizzicati col topo in bocca” dalla stampa americana e tutti costretti alle dimissioni) e chissà chi altro, la trattativa su i nuovi assetti delle relazioni geopolitiche certo ma anche quella sulle nuove relazioni petrolifere. Del resto, se fai Segretario di Stato il capo della Exxon-Mobil , è evidente che non stai solo giocando a Diplomacy. Senza perdersi nelle analisi borderline su i siti di geopolitica del cosa-c’è-sotto, bastava guardare il servizio di ieri sera dell’asciutto Mark Innaro da Mosca su i Tg RAI per capire che se avverti al telefono i russi e quindi i siriani che stai per bombardare, spari 59 bomboni ma ne arrivano meno della metà, distruggi vecchi Mig, la mensa ed un radar ed il giorno dopo i siriani usano le piste bombardate per riprendere i raid su Idlib, stai giocando più a fake-wrestling che ad una vera scazzottata di strada. Il terzo punto, rivolto all’interno quindi è: follow me e lasciatemi fare, ho un piano per ripristinare il prestigio della nazione.

Insomma, ci metti un po’ di bastone per disciplinare l’interpretazione delle parole su i tanti tavoli di trattativa che hai aperto e dovrai aprire, dai contributi NATO ai disavanzi commerciali, passando per la Corea, la stessa Siria, i rapporti con gli amici (dai riottosi ai convinti)) ed i nemici, il Messico piuttosto che l’Iran; fai capire che non sarà facile capire cosa hai in mente e soprattutto cosa, come e quando farai quello che farai sebbene una cosa è certa: lo farai; fai capire ai tuoi che stai lì per fare l’interesse nazionale e non per bieche ragioni di bottega personale chiedendo fiducia e mani libere dal sospetto. Tutto ciò a premessa del fatto che il tempo corre e fra due anni, devi portare alle elezioni di mid-term, risultati tangibili e non equivochi, per darti quella maggioranza effettiva senza la quale non potrai conseguire l’obiettivo fondamentale: sviluppare la “storicità” della tua presidenza.

Funziona? Mah, il problema, per chi frequenta queste pagine, è noto. Il mondo sta sviluppando una crescente complessità nel mentre gli equilibri generali vanno naturalmente (ovvero per via della ridistribuzione dei pesi demografici ed economici) in sfavore dell’Occidente, Occidente che è sempre meno coeso nell’asse USA – EU ed all’interno dell’Europa stessa dopo che i britannici hanno chiamato il “tana libera tutti”. Di contro, Trump è minoranza assoluta tanto rispetto al suo Paese complessivamente inteso, quanto rispetto alla composita accozzaglia di forze che lo hanno portato alla Casa Bianca e queste, all’interno del partito repubblicano e nello “stato profondo”. Dover invertire il trend nello score e cominciare a produrre risultati positivi crescenti per arrivare a medio termine all’incasso elettorale sarà molto ma molto difficile. Il paradosso della strategia di Trump è che a fronte di un già nutrito numero di nemici naturali ed acquisiti, essa stessa ne produce nella misura in cui  una postura decisionista, aggressiva ed egoista produce conflitto nel mentre cerca di gestire i conflitti. Il momento storico di crescente complessità, ha prodotto nel sistema dominante americano, la sua reazione istintiva: il grande semplificatore. Tra i tanti aforismi attribuiti (probabilmente erroneamente) ad Albert Einstein che girano sul web, c’è quello che dice “Fai le cose nel modo più semplice possibile ma senza semplificare”. L’idea che il mondo sia un tavolo in cui l’azienda USA ha un problema da trattare coi fornitori per ottenere il massimo risultato per assicurarsi benessere e longeva prosperità, è la tipica semplificazione da falsa analogia. Poi è doveroso aggiungere che il mestiere critico, ancorché affetto da cronica impotenza, ha anche i suoi lati facili. L’ideale stratega degli Stati Uniti d’America, anche fosse Sunzi (Sun Tzu, stratega cinese del VI-V scolo a.C.), non potrebbe non constatare che al tavolo da gioco, ha ancora un bel montarozzo di fiches ma le carte di medio-lungo periodo son proprio bruttine.

Se abbandoniamo l’album di figurine degli “uomini illustri” tanto caro al modo anglosassone di leggere la storia e leggiamo i fenomeni impersonali, le potenti forze mareali e sistemiche che tramano il modo di essere del mondo attuale, gli Stati Uniti d’America appaiono come quell’Impero romano a cui spesso si son paragonati. Anche per quell’impossibilità a ripensarsi in altra forma che non quella della coazione espansiva o comunque al centro di un ampio disequilibrio tra consistenza ed ambizioni. Questa incapacità a ripensarsi che vale tanto per gli americani che per gli europei, è la frattura storica più allarmante tra il Noi ed il Mondo, sia esso quello naturale, sia esso quello abitato dagli altri popoli e civiltà. Mai come di questi tempi, nessuno risponde presente, nell’intellettualità anglosassone ed occidentale, all’appello delle idee, nessuno -pare- ha idee messe a sistema di come poter affrontare i tempi. Nelle sue forme di vita associata, l’essere umano occidentale, sembra ancora essere al livello evolutivo in cui si replicano i modi di consueti, senza avvertire che i feedback che il comportamento genera nella sua azione sul mondo, comunicano l’urgente inversione delle logiche, la responsabile accettazione dei limiti che pervicacemente continuiamo a forzare, il faticoso varo di strategie costruzioniste che non siamo capaci di pensare, figuriamoci mettere in pratica. Troppo difficile prendere atto, troppo difficile conseguirne piani di ristrutturazione adattiva delle nostre società e dei nostri modi di vita e della nostra stessa “mentalità”, troppo difficile anche per i critico-critici uscire dalla facile posizione del “negativo” per avventurarsi -ora che suona la campana- per gli impervi sentieri dell’immaginazione di un nuovo ma concreto modo di stare al mondo.

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[ A questo quadro mediorientale, aggiungo un più sintetico quadretto sull’area pacifica aggiungendo in copia-incolla il post sul mio facebook mattutino.]

IL BASTONE PACIFICO. In un precedente post, avevamo proposto la strategia Roosvelt della diplomazia del grosso bastone, come ragione dell’improvvisa pioggia di Tomahawk sulla Siria ed avevamo segnalato la non fortuita coincidenza tra lo show pirotecnico ed il primo vis à vis tra Trump e Xi Jinping. A seguire, Trump sposta la 3° flotta da Singapore e la manda in un imprecisato “Pacifico occidentale” che tutti immaginano essere non lontano dalle acque territoriali nord-coreane. Il tutto preparato da un precedente dichiarazione di Tillerson che aveva avvertito Pyongyang che la pazienza strategica era terminata e l’opzione militare era sul tavolo. Zerohedge (grazie a F.F.Polizzotto che ha segnalato la news), riprende testata sud-coreana che sostiene che Pechino sta ammassando la bellezza di 150.000 soldati al confine con la N-Corea. Ed è subito panico.
Qual è la razionalità strategica di questa mossa? Tentiamo una risposta:

1) La N-Corea è capofila di un possibile fenomeno che inquieta non solo gli USA ma l’intero Consiglio di Sicurezza ONU, Cina e Russia comprese. Si tratta del fatto che ogni potenza nucleare è a sua volta a capo di un potenziale polo, il che in un mondo multipolare vale parecchio. Ogni altro paese che tenta di dotarsi di un’arma nucleare, oltre ad accendere catene di “la voglio anch’io, perché lui sì ed io no?”, defeziona dal pigolante seguito di questo o quel possessore di ombrello nucleare, si mette in proprio e così facendo diventa un attore -quantomeno militare- della scacchiera geopolitica. Il che diminuisce il potere dei grandi nucleari ed aumenta l’entropia del gioco internazionale. Gli USA debbono impedire lo svolgimento di questo processo, prima che sia troppo tardi.

2) La N-Corea, a questo punto, minaccia potenzialmente Tokio e Seul, non minaccia nel senso di voler vaporizzare i vicini ma nel senso che eventuali escalation d’area per qualsivoglia motivo, possono portare Pyongyang a valutare questa opzione. La famosa “deterrenza nucleare” funziona così. Tokio e Seul sono i pied à terre USA nell’area che è l’area cinese e russo siberiana. Ma Tokio e Seul (assieme a Taiwan)sono anche i destinatari delle prime telefonate di Trump appena eletto e della visita dell’appena eletto Tillerson e lo sono dopo che Trump ha dichiarato che il TTP era ritirato dal tavolo. Tokio è il terzo deficit commerciale USA appena una ticchia sotto la Germania (il primo è la Cina, com’è noto intorno al 50%), Seul è il nono, praticamente a pari con l’Italia. In S-Corea e Giappone, gli americani hanno uomini e piattaforme missilistiche costose. Oltre a Tokio e Seul, l’area conta altri attori dalla Manila del bizzarro Duterte all’ondivaga Malaysia ad Hanoi.

3) Naturalmente, l’elefante nella stanza (versione asiatica della mucca nel corridoio di Bersani) è la Cina e qui la partita strategica è troppo grossa per entrare in un post. Non va dimenticata anche la Russia che giunge all’area con le propaggini siberiane, il supporto non visibile a Pyongyang, il nuovo gasdotto che potrebbe rifornire il Giappone.

Ritratto di Kim Jong-un da cucciolo

Ecco allora una splendido quadretto per fare questo: “scordatevi i trattati commerciali in cui pietiamo qualche vantaggio tattico facendoci invadere dalle vostre merci. Da oggi o state con noi o state contro di noi e stare con noi significa fare quello che noi vi diciamo di fare e soprattutto pagare per il servizio di protezione (l’Australia ha già firmato un lucroso contratto con Raytheon per i sistemi di difesa a terra) . Protezione da cosa? Beh qualche minaccia già c’è ma noi provvederemo ad aumentare la tensione dell’area e voi vi cagherete sotto dalla fifa e verrete a piagnucolare per essere protetti. Noi vi proteggeremo (pare che a Washington stiano pensando di mandare testate nucleari in S-Corea e questo alla vigilia di elezioni in cui è dato vincente un social-democratico che altresì avrebbe voluto ridiscutere la presenza USA nel paese per fare pacifica area di scambio con la Cina) ma questo è il listino (segue elenco che potete facilmente immaginare)”. Riallineare i riottosi alleati dell’area spendendo meno che col TPP ed anzi facendosi pagare i già correnti costi di difesa. Costringere la Cina a rendersi conto che è accerchiata da amici del nemico principale, assumere il ruolo di regista delle dinamiche dell’area tenendo tutti sulla corda dato che con un piccolo strappo, il nodo scorsoio stringe la gola. Rimarcare il principio già espresso in Siria, con specifica declinazione atomica. Kim Jong-un, nel frattempo, ha fatto ammazzare il fratellastro di modo che non ci sia possibile liscia (dinastica) successione per un ipotetico regime change.

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[1] Per altro, senza faticare a scrivere 446 pagine e tagliar inutilmente alberi, bastava l’aforisma 6 del capitolo II del definitivo “L’arte della guerra” di Sunzi (Sun Tzu): “Non c’è esempio di stato che abbia tratto beneficio da una guerra prolungata”.

[2] Al momento, Reuters conferma il meeting dell’ 11-12 Aprile prossimo. Se “qualcosa” dovesse accadere tra oggi (9 Aprile) e mercoledì, potrebbe saltare ma ci scommetterei che verrebbe fissato nuovamente, magari proprio per discutere il “qualcosa”.

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